Torquato Tasso

Il Messaggiero

1672-1750

Edizione di riferimento:

Torquato Tasso, Dialoghi, Ezio Raimondi Sansoni, Firenze 1958

[Dedica]

Al serenissimo signor Vincenzo Gonzaga,

principe di Mantova e di Monferrato.

Tanto Vostra Altezza è ricca d'ogni ornamento, quanto io povero d'ogni protezione: onde nel dedicarle questo dialogo non faccio a lei alcuno onore, ma da lei ricerco alcun favore. Egli è scritto secondo la dottrina de' Platonici, la quale in molte cose è diversa da la verità cristiana: laonde non devrebbe alcuno maravigliarsi ch'io abbia posti vari mezzi fra gli uomini e Dio, come posero non sol molti filosofi, ma San Bernardo medesimo, che chiamò gli angeli mediatori, benché santo Agostino dica ch'uno sia il mediatore; né ch'io in qualche parte non riprenda i giudìci de l'astrologia, i quali sono da lui in tutto riprovati e condannati; o ch'io ne la creazione de l'uomo abbia voluto seguir l'opinione di Platone, ripresa da santo Ambrosio, avegnaché, non volendo trattarne come teologo, non istimava sconvenevole lo scriverne platonicamente, e tutti gli altri modi mi parevano più contrari a la vera teologia. Ma perché tutti i filosofi debbono ricercar la verità, quantunque non per la medesima strada, io, per questa ricercandone, da quella che è somma verità ho cercato di non molto allontanarmi. Vostra Altezza dunque il legga come opera d'uomo che scrive come filosofo e crede come cristiano, e come tale vorrei che fosse veduto da gli altri; ma se niun il leggesse, ella mi sarebbe in vece di molti: né io desidero che si divolghi per le mani de gli uomini se non perch'egli, a chiunque il leggerà, sia un testimonio de l'affezione ch'io le porto, e del desiderio c'ho di servirla; laonde, quando a Vostra Altezza non piacesse di farmi grazia di conservarlo, amo meglio di vederlo morto sotto il suo nome che sotto l'altrui vivere lungamente con isperanza d'eternità. Consideri nondimeno Vostra Altezza s'a la sua grandezza si conviene di lasciar perire ingiustamente o almeno rigorosamente chi sotto l'ombra del suo favore s'è riparato, e s'assicuri che ne la vita de la presente operetta conservarà viva perpetuamente la mia devozione. E senza più le bacio umilissimamente la mano.

Di Vostra Altezza serenissima

devotissimo servitore TORQUATO TASSO.

IL MESSAGGIERO

Era già l'ora che la vicinanza del sole comincia a rischiarare l'orizonte, quando a me, che ne le delicate piume giaceva co' sensi non fortemente legati dal sonno, ma così leggiermente che il mio stato era mezzo fra la vigilia e la quiete, si fece a l'orecchio quel gentile spirto che suole favellarmi ne le mie imaginazioni, e mi chiamò per quel nome che è comune a tutti quelli i quali son nati ne la mia stirpe. Io, udendo quella voce così piana e così soave, risposi incontinente: Mi pare di conoscere la tua voce a la sua soavità, percioché non suona come l'altre favelle mortali, ma in modo così dolce ch'io argomenterei che tu fossi spirito di paradiso che, pietoso de' miei affanni, discendessi dal cielo; se tu non mi paressi più presto a la consolazione ch'a l'aiuto, ove gli angioli, per quello ch'io ne creda, non soglion recar men di soccorso che di conforto. Ma se angelo non sei, né anima felice, che puoi essere? Demone o anima infelice non istimo che tu sii, né so se i notturni fantasmi siano alcuna cosa oltre queste; ché forse crederei la tua voce essere d'alcun di quelli de' quali disse il nostro poeta:

Mai notturno fantasma

D'error non fu sì pien com'ei ver noi.

A queste parole lo spirito l'alzò in guisa che non m'era paruto mai di udirlo sì forte favellare; ma benché egli ragionasse come sdegnoso, lo sdegno nondimeno era mescolato con la soavità de la sua voce, e i suoi detti furon tali: Ingrato, dunque potesti mai credere ch'io fossi fantasma pien d'errore? Allora io, mezzo fra vergognoso e dolente: Deh, dissi, non t'offenda ciascuna mia parola; e se non vuoi concedere a la mia ignoranza il poter dubitare, concedi almeno al mio affanno di poter lamentarmi, e siami lecito di dir a te ciò ch'a la madre dea, che sotto mentite forme gli appariva, disse Enea, perseguitato da l'ira di Giunone:

Quid natum toties crudelis tu quoque falsis

Ludis imaginibus? Cur dextrae iungere dextram

Non datur ac veras audire et reddere voces?

Benché tanto sei tu più di lei crudele, quanto ella pure in alcun modo sotto alcun corpo gli s'appresentava a gli occhi; ma te non vidi io giamai, e solo odo la voce tua, la quale è pur argomento che tu abbi corpo, percioché la voce formar non si può senza lingua e senza palato. E se l'hai, perché no 'l dimostri? Forse sei più dolce ad udire che bello a riguardare, e forse (vedi come sempre torno ne le solite dubitazioni) questo mio è sogno, e tu altro non sei che fattura de la mia imaginazione, e sogni sono stati tutti i ragionamenti che teco ho fatti per l'adietro: conciosia cosa che, mentre il corpo dorme, l'anima non suole star oziosa, ma, non potendo essercitarsi a gli obietti esteriori, si volge a quelle imagini de le cose sensibili de le quali ella ha fatta conserva ne la memoria, e di loro compone varie forme in modo che non è cosa fuor di noi che dentro simile al vero non possa figurare; e molte volte accoppia quelle che non si possono accoppiar per natura: laonde io dubito tuttavia di sognare e di sillogizzar sognando, e che questa mia non sia veduta o udita, ma d'udire e di vedere imaginazione.

A queste parole parve che sorridesse lo spirito e sorridendo rispondesse: Il tuo vaneggiare, nato per soverchio d'affanno, rivolge in riso ogni mio disdegno, e aspetto omai che tu dica che io sia non quel fantasma che descrisse il tuo poeta, ma simile a quello che incantò la buona femina dicendoli: “Fantasma, fantasma, che di notte vai, a coda ritta te ne venisti e a coda ritta te n'andrai”. Il qual però non prima si partì che le vivande ascose nel giardino avesse mangiate. Nondimeno, perché io in guisa mi rido di te che n'ho insieme compassione, rimoverò da te que' dubbi che mi sarà conceduto di rimovere; e perché tutta la vostra cognizione è o di senso o d'intelletto, io e co 'l senso e con la ragione son per manifestarti tanto oltre di me quanto per aventura non credesti giamai di poter sapere. E cominciando, dico che, se tu dormessi, non potresti né vedere né udire, percioché il sonno è legamento di ciascun senso; ma tu vedi: e per chiarirti meglio di ciò, volgi gli occhi al balcone, e vedrai che per le sue fissure già entra il nuovo sole sì puro e sì chiaro ch'è indizio di felice giornata. Odi parimente la mia voce così distinta che non hai di che dubitare: e accioché il tatto, ch'è certissimo oltre tutti i sensi, maggiormente ne la credenza del vero ti confermi, prendi la mia destra, ch'io la ti porgo a baciare, e la ti do per pegno di fede.

Qui tacque lo spirito, e sentii che co 'l fine de le parole mi porse la mano, e io la presi in quel modo ch'è uso de' Tedeschi di toccar la destra de' principi quando s'inchinano per far lor riverenza. Ma non cessando però in me tutti i miei dubbi, così replicai: Ben so io che 'l sonno sopisce tutti i sentimenti esteriori, ma so anche ch'egli non solo non impedisce la imaginazione, ma forza e aiuto le ministra: laonde, quanto ella sarà più forte, tanto io meno potrò accorgermi di dormire; ma per aventura m'avederò poi d'aver dormito. Oltre acciò, s'a quella visione solamente debbiam credere, la qual in guisa sia vera che non possa esser falsa, come posso prestar credenza a questa mia, la qual può esser fallace? E s'ella è sì fatta, non può esser compresa e conosciuta; e indarno ricorro al testimonio de' sensi ne' quali, se desti fossero, non sarebbe il giudicio de la verità, quanto meno or che sono sopiti.

A queste parole udii ridere più forte lo spirito e ritirar a sé la sua mano; poi così cominciò a favellare: Quello ch'è obietto de' sensi esteriori e quel che s'imagina sognando è molte fiate così somigliante che da uomo che sogni non può esser distinto; ma ben colui ch'è desto può agevolmente conoscere la differenza de le cose vere e de l'apparenti, perché, se i vostri sensi sani e vigorosi non potessero giudicare de la verità, niun giudicio tu lasceresti a la mente, ne la quale tu non istimi esser cosa alcuna che non sia prima stata ne le sentimenta, se non hai mutata opinione. E se tu ti recherai a mente alcun sogno passato e co 'l nostro ragionamento e con gli altri c'ho teco avuti il paragonerai, t'avederai di leggieri di non sognare, perché l'assenso che presta colui che dorme al sogno è molto debile: dubita, vacilla, e alcuna volta s'accorge di sognare e sognando dice: io sogno. Oltre acciò ne' sogni non è ordine né continuazione; ma in questo ragionamento tu intendi come ogni cosa sin ora continova ordinatamente: e se pure i sogni sono talora ordinati (non dico quelli de gli infermi o de gli ubriachi, i quali sono turbidi e confusi e per la stemperata agitazion de gli umori e per la copia de' fumi soverchi rendono l'imagini distorte e perturbate, ma di que' parlo i quali sogliono fare alcuna volta gli uomini sani e temperati), niuna cosa nondimeno s'ode in loro simile al nostro ragionamento, il quale avrà le sue parti composte con tanta proporzione che parrà che 'l vero co 'l vero faccia armonia: laonde, se mai di lui ti sovverrà, non istimerai che debba tra' sogni essere annoverato. Di sogno ti parrà che meriti il nome più convenevolmente gran parte de la tua vita passata: percioché in lei nulla rimirasi di vero, nulla di sincero e di puro, nulla in somma di stabile e di costante; ma quelle che si mostrarono a' tuoi sensi, furono, per così dire, larve del vero e imagini di quelle che sono veramente essenze, le quali qua giù non si possono vedere da chi abbia gli occhi appannati dal velo de l'umanità: ma quando tu gli aprirai ne l'altra vita, che sola è vita, si manifesteranno in guisa che de' tuoi passati affanni ti riderai.

Così disse lo spirito; e io: A me pare che tu vogli intendere de le idee, de le quali molte volte ho udito dir molte cose ne le scuole de' filosofanti; ma possono elleno esser vedute in questo mondo? Possono, rispose, per grazia d'alcun cortese spirito, il quale altrui sia così amico come io sono a te: e per aventura per grazia di Venere le vide Enea. Riduci a memoria i versi del poeta tanto da te onorato:

Cum mihi se non ante oculis tam clara videndam

Obtulit et pura per noctem in luce refulsit

Alma parens, confessa deam qualisque videri

Caelicolis et quanta solet.

Vedi ch'ora ella al figliuolo non immascherata ne la umanità, ma come dea si dimostra, e soggiunge:

Aspice (namque omnem, quae nunc obducta tuenti

Mortales hebetat visus tibi et humida circum

Caligat, nubem eripiam): tu ne qua parentis

Iussa time neu praeceptis parere recusa.

Hic ubi disiectas moles avulsaque saxis

Saxa vides mixtoque undantem pulvere fumum,

Neptunus muros magnoque emota tridenti

Fundamenta quatit totamque a sedibus urbem

Eruit. Hic Iuno Scaeas saevissima portas

Prima tenet sociumque furens a navibus agmen

Ferro accincta vocat.

Iam summas arces Tritonia (respice) Pallas

Insedit nimbo effulgens et gorgone saeva.

Ipse pater Danais animos viresque secundas

Sufficit: ipse deos in Dardana suscitat arma.

Voleva oltre seguir lo spirito; ma io troppo volonteroso interuppi le parole e dissi: A me pare ch'Enea in questo luogo non veggia l'idee, ma l'intelligenze, percioché Nettuno, Palla, Giove e Giunone altro non sono che l'intelligenze di quelle sfere che loro sono attribuite. Troppo frettoloso sei stato, rispose lo spirito in prevenir le mie parole; ma, se bene ti ricordi quel ch'io dissi, non affermai ch'Enea vedesse l'intelligenze, ma dissi che per aventura le vide: e accortamente così parlai, perché Giunone e Nettuno altro non sono che l'intelligenze de l'acqua e de l'aria, e Venere altro non è che la mente che del terzo cielo è movitrice; ma a Pallade niun cielo o niun orbe è attribuito, sì che si possa dire ch'ella sia intelligenza al governo d'alcuna sfera sovrapposta, ma ella, che nacque de la mente di Giove, è l'idea universale del mondo, la quale è parto e figliuola d'Iddio primogenita.

Qui si tacque lo spirito; e io, ripieno di maraviglia: Or m'accorgo, dissi, d'esser desto o almeno vicino al destarmi, e d'aver dormito tutto quel tempo che, leggendo e rileggendo il famoso poeta, a la considerazione di sì fatte cose non ho aperti gli occhi. Ma se tu sei tale a me quale era Venere ad Enea, s'ella era dea de l'amore, tu parimente spirito amoroso dèi essere; e s'ella per grazia gli si mostrò e de la vista de le idee e de le intelligenze il fe' degno, tu a me non ti dèi nascondere, né la veduta di queste cose mirabili invidiarmi. Più chiedi, rispose lo spirito, di quel ch'ora a te sia lecito di desiderare o ch'a me di dare sia conveniente; ma in gran parte nondimeno del tuo desiderio rimarrai sodisfatto, perché di due modi co' quali gli spiriti celesti si lasciano vedere, quello eleggerò ch'è più usato. E quali sono questi due modi? risposi io. L'uno è, rispose, quando essi vi purgano in modo la vista che siate atti a sostener la luce loro; l'altro, quando si circondano di corpo che possa esser obietto proporzionato de' vostri umani sentimenti. Se gli vedete ne la prima maniera, voi vi transumanate, per così dire, e sgombrate da gli occhi de la mente co 'l lume loro tutti i fantasmi e tutte le false imagini, le quali non altramente variano e perturbano la cognizione de le cose intelligibili di quel che sogliano i vapori, che da la terra si sollevano ne l'aria, cangiar l'aspetto d'alcuna stella, la qual molto da la sua sembianza si tramuta e or maggiore, or minore appare, or più, or meno colorata che non apparirebbe se non fosse così fatta interposizione. Ma se l'immortali forme ne la seconda maniera a voi si dimostrano, non vi transumanate voi, ma esse si vestono d'umanità, cioè di corpo e di moto e di tutte quelle altre circonstanze che accompagnano la natura visibile e corporea. Questi due modi ben conobbe il tuo glorioso poeta: perché, dove Enea vede Venere e per sua grazia le idee e le intelligenze, vuole intendere ch'egli si solleva sovra l'umanità con la contemplazione; ma quando Venere gli appare sotto corpo fittizio o quando Mercurio gli è mandato da Giove, l'uno e l'altro di loro ricoprendo la divinità, si fa vedere nel modo co 'l quale da' mortali possono esser veduti. Quinci aviene che 'l tuo poeta, in quel luogo nel quale Venere ad Enea si dimostra come dea, non descrive né l'abito suo né il corpo, ma dice solamente:

... Et pura per noctem in luce refulsit

Alma parens, confessa deam qualisque videri

Caelicolis et quanta solet:

percioché la luce altro non significa appresso lui che la cognizione la quale s'acquista con la contemplazione. Ma di Mercurio è scritto:

... Ille patris magni parere parabat

Imperio, et primum pedibus talaria nectit

Aurea, quae sublimem alis sive aequora supra

Seu terram rapido pariter cum flamine portant.

Tum virgam capit: hac animas ille evocat orco

Pallentes, alias sub tristia Tartara mittit.

Illa fretus agit ventos et turbida tranat

Nubila;

e poi, quando Mercurio sparisce, più chiaramente appare ch'egli s'era vestito di corpo aereo, in que' versi:

... Tali Cyllenius ore locutus

Mortales visus medio sermone reliquit

Et procul in tenuem ex oculis evanuit auram.

Parlo teco volentieri co' versi di questo poeta, perché l'hai in tanta venerazione ch'a la sua autorità, non altrimenti ch'a quella de' maggior filosofi, presti fede; la quale alcuna volta ebbe non minor forza ne l'animo tuo che la ragione stessa: laonde voglio dimostrarti un'altra differenza ch'egli pone fra gli dei, quando si vestono di corpo aereo, e i fantasmi. Or rammentati de la descrizione del fantasma:

Tum dea nube cava tenuem sine viribus umbram

In faciem Aeneae (visu mirabile monstrum)

Dardaniis ornat telis clypeumque iubasque

Divino assimilat capiti, dat inania verba,

Dat sine mente sonum gressumque effingit euntis.

E appara da lui che 'l fantasma è ombra senza forze e ha parole vane e suono senza intelletto; le quali condizioni a me in alcun modo non si convengono, percioché le parole mie son piene di sentimento e 'l mio suono è significatore de' miei concetti: solo potresti dubitare s'io avessi forze o no, ma se l'intelletto e la volontà sono forze non hai di che dubitare.

Qui, quasi stanco del ragionare, si tacque lo spirito, e io, quantunque desiderassi di saper più oltre, non ardiva di ricominciar il ragionamento, temendo pure ch'egli non fosse di soverchio gravato da le mie importune dimande; quando egli, che de la mia temenza s'accorse, così soggiunse: Ecco, io comincio a sodisfare in parte al tuo desiderio: e voglio che tu mi vegga vestito di corpo velocissimo e luminoso, al quale tu non vedesti mai alcun somigliante, ma è di natura assai simile a quello che l'anima tua portò seco dal cielo quando a cotesto corpo si congiunse. Percioché hai tu a sapere che difficilmente l'anima vostra, pura e semplice e immortale, si potrebbe accompagnare con coteste miste e caduche membra terrene, s'ella co 'l mezzo d'un corpo più puro e più lieve e sottile non s'accompagnasse: riguardando dunque tu il mio aspetto, potrai in parte giudicare qual sia quel corpo che, quasi molle scorza dentro dura scorza, dentro cotesta tua esteriore corteccia si rinchiude.

Al fine di queste parole quasi un turbine di vento percosse ne le finestre e violentemente le aperse, e mille raggi di sole mattutino illustrarono tutta la camera e 'l letto nel quale io giaceva: e ne la bellissima luce m'apparve un giovane ch'era ne' confini de la fanciulezza e de la gioventù, il quale non avea le guancie d'alcun pelo ricoperte. Egli era di corpo proporzionatissimo, bianco e biondo sì che l'avorio e l'oro sarebbono stati vinti dal color de le sue carni e de' capegli: aveva gli occhi azzurri simili a quelli che da' poeti sono lodati in Minerva, ne' quali scintillava un dolce riso sì fattamente che, bench'io fossi da la lor soverchia luce abbagliato, prendea nondimeno diletto di rimirarlo. Era vestito d'un sottilissimo velo che nulla o poco ricopriva de la sua bella persona, in modo assai diverso da quello che oggidì vediamo usare.

Io rimasi a quella vista tutto pieno di maraviglia e di stupore; ma poi ch'io ebbi spazio di raccormi in me stesso, così cominciai a favellare: La luce de la tua amorosa sembianza mi pare anzi angelica che no; onde, se tu avessi l'ale, stimerei che tu fossi uno di quegli a' quali fu detto:

Voi ch'intendendo il terzo ciel movete.

Ma se tu sei un di coloro, perché l'hai deposte? Forse sei di quelle anime che vivono in loro compagnia? Così io dissi; ed egli rispose: S'io fossi uno de' celesti Amori (ché spirito che muova l'appetito concupiscibile certo non sono) potrei aver l'ale e a gli occhi tuoi manifestarle, percioché l'anima tua medesima ha due ale, le quali tu non vedesti giamai. Ma il principe di quelli che muovono il terzo cielo l'ha così grandi che quasi tutto il mondo ne può esser ricoperto: l'una de le quali si stende verso l'oriente, l'altra verso l'occidente; e quando è nel suo cielo, ha la faccia volta verso il settentrione e le spalle rivolte al mezzogiorno. Così con parole magnifiche diceva lo spirito; e io, parendomi ch'egli a me non si volesse manifestare, benché avesse alcuna somiglianza di persona già veduta da me, gli dissi: Non istimo che tu sii angelo o demone, ma anima umana che per mia satisfazione appaia nel suo corpo: percioché ora che la tua luce più non m'abbaglia, comincio a raffigurare il tuo aspetto, e parmi d'averlo molte volte veduto quando eri congiunto con le tue membra.

Quantunque questo fosse vero, rispose lo spirito, nondimeno io son contento di sodisfare a le tue curiose dimande, con patto che, fornito questo ragionamento, tu non sii vago di sapere più oltre di ciò ch'a te fa di mestieri. Sappi dunque che non repugna che 'l mio corpo sia celeste e ch'insieme sia aereo: perché, se ben quel filosofo che più dal vulgo è tenuto in pregio giudicò che 'l cielo fosse d'essenza a fatto diversa da quella de' quattro elementi, seguendo ne la sua investigazione per duce il movimento, il quale, essendo nel cielo d'altra maniera che non è ne' corpi gravi e leggieri, fa argomento ch'egli sia di natura diverso, nondimeno il maestro suo, che maggiore e più alta cognizione ebbe di noi e de le cose tutte di là su, in parte diversamente giudicò: estimò egli che il cielo fosse composto di quattro elementi, non de le parti loro più immonde e più corruttibili o, per così dire, de la feccia, ma de le più pure e simplici, le quali hanno le virtù de gli elementi senza le imperfezioni loro. E che sia vero riguarda il cielo, e sì vedrai ch'egli ha la trasparenza de l'aria e de l'acqua e la luce del fuoco e la resistenza de la terra, quella qualità, dico, per la quale è corpo sodo e atto ad esser toccato: e tu dèi aver udito alcuna fiata dire ch'Iddio divise l'acque da l'acque e che colà su ancora è acqua, la quale, qualora le cattaratte del cielo sono aperte, veggiamo discender precipitosamente; sì che non ti dèi maravigliare che ci sia aere. Non ripugna dunque ch'io abbia recato il mio corpo dal cielo e ch'egli sia aereo; ma ciò non ti niego né ti affermo, perché non vo' che tu ancora sii certo s'io sia talmente aereo ch'insieme sia celeste, o s'io sia semplicemente aereo. Comunque sia, ancora molti di quelli spiriti che del cielo sono abitatori, per non abbagliar gli occhi vostri soverchiamente, si vestono talora di questo aere, che così di leggiero si risolve.

A pena aveva fornito di dire lo spirito queste parole, ch'io così cominciai: Io raccolgo da' tuoi detti che tu sii spirito aereo, o celeste o elementare che tu sii; e, concordando quel che tu dici con quel ch'altre fiate mi sovviene d'aver letto, fo giudicio che tu sii quel genio ch'a la mia cura è posto, a cui si conviene di reggere o d'indrizzar l'opinioni; perché quell'altro ch'è sovraposto a l'appetito concupiscibile e che l'inchina a la generazione, è de la natura de l'acqua, s'io il vero n'ho appreso, o da lui ha l'acqua la virtù d'esser più di ciascuno altro elemento feconda, come dimostra la grandezza de gli animali che produce, de' quali l'aria è molto meno abondante. Ma d'altra parte a me pare che tu sii pur l'Amore: perché, se bene non muovi il mio appetito a generar ne' corpi, sento nondimeno scender da gli occhi tuoi, mescolata co' tuoi raggi, una virtù che, trappassando per gli occhi miei nel cuore, genera in me desiderio di partorir alcun bel parto in alcun animo bello e gentile, e l'anima mia, riscaldata da la pioggia de' raggi, arde e sfavilla di rimetter l'ale ch'ella nel suo violento precipizio ingiustamente perdette. E io già sento quel prurito che sentono i bambini nel metter i denti o gli augelletti quando s'impiumano di novelle penne. Ma lasciando di ragionar de l'ali mie, a le tue ritorno, e queste io a te per mia consolazione vorrei vedere; e se tu sei colui che da gli uomini è chiamato Amore, non è maraviglia ch'a tua voglia possa depor l'ale; ma se tu non sei il vulgare ma il celeste Amore, quello che voi altri con lingua da la nostra diversa chiamate alato, molto mi maraviglio che tu soglia spogliartene, perché quello, s'io il vero n'apparai, l'ha sempre seco e vola di necessità.

Così diss'io; ed egli così rispose: Questo è il passo il quale io vo' tener ascoso ne' miei secreti; né mi piace che tu ancora te ne chiarisca; ma quando io pur fossi il celeste Amore (ché spirito maligno certo non sono), potrei aver l'ale e a gli occhi tuoi non manifestarle. Egli in cotal guisa ragionava; e io, accorgendomi ch'egli a me si teneva celato, ne' miei soliti sospetti ritornando, così cominciai a dubitare: Assai m'hai tu ben provato ch'il mio non sia sogno; ma percioché tu non ogni mio dubbio risolvi, vo pensando se sia possibile che questa sia una imaginazione non d'uomo che dorma, ma d'uomo che desto a la fantasia si dia in preda. Le forze de la virtù imaginatrice sono incredibili: e se ben pare ch'allora ella sia più possente quando l'anima, non occupata in essercitare i sensi esteriori in se stessa si raccoglie, nondimeno talora aviene ch'ella con violentissima efficacia sforzi i sensi e gli inganni di maniera ch'essi non distinguono gli obietti propri: e ciò ho io appreso da que' poeti a' quali è ragionevole che molta credenza si presti. Perché il Petrarca dice:

Che, perché

Mille cose riguardi intento e fiso,

Solo una donna veggio e 'l suo bel viso;

e altrove:

Peroché spesso (or chi fia che me 'l creda?)

Ne l'acqua chiara e sovra l'erba verde

Io l'ho veduta, e nel troncon d'un faggio,

E 'n bianca nube sì fatta che Leda

Avria ben detto che sua figlia perde,

Come stella che 'l sol copre co 'l raggio.

E prima di lui il prencipe de' poeti, ragionando di Didone innamorata d'Enea, dice:

Illum absens absentem auditque videtque;

e poco appresso:

Eumenidum veluti demens videt agmina Pentheus

Et solem geminum et duplices se ostendere Thebas,

Aut Agamemnonius scenis agitatus Orestes

Armatam facibus matrem et serpentibus atris.

E Orazio, da la medesima imaginazione rapito, grida:

Quo me, Bacche, rapis tui

Plenum? Quae nemora et quos agor in specus

Velox mente nova?

e appresso:

... Ut mihi devio

Rupes et vacuum nemus

Mirari libet, o Naiadum potens,

Baccharumque valentium

Proceras manibus vertere fraxinos.

Né Dante si mostra meno da la fantasia sforzato, quando, doppo aver visti li fantasmi d'Assuero e del giusto Mardocheo e di Lavinia che lagrimava, prorompe in questa esclamazione:

O imaginativa che ne rube,

Chi move te, se 'l senso non ti scorge?

E certo egli non si può negare che non si dia alcuna alienazione di mente, la quale, o sia infirmità di pazzia, come quella d'Oreste e di Penteo, o sia divino furore, come quello di coloro che da Bacco o da l'Amor son rapiti, è tale che può non meno rappresentar le cose false per vere di quel che faccia il sogno; anzi pare che via più possa farlo, perché nel sonno solo i sentimenti son legati, ma nel furore la mente è impedita: ond'io dubiterei forte che, se fosse vero quel che communemente si dice de la mia follia, la mia visione fosse simile a quella di Penteo o d'Oreste. Ma perché di niun fatto simile a quelli d'Oreste e di Penteo sono consapevole a me stesso, come ch'io non nieghi d'esser folle, mi giova almeno di credere che questa nova pazzia abbia altra cagione. Forse è soverchia maninconia, e i maninconici, come afferma Aristotele, sono stati di chiaro ingegno ne gli studi de la filosofia e nel governo de la republica e nel compor versi; ed Empedocle e Socrate e Platone furono maninconici; e Marato poeta ciciliano allora era più eccelente ch'egli era fuor di sé, anzi quasi lontano da se stesso; e molti anni dapoi Lucrezio s'uccise per maninconia; e Democrito caccia di Parnaso i poeti che sian savi. Né solo i filosofi e i poeti, ma gli eroi, come dice l'istesso Aristotele, sono infestati dal medesimo vizio: e fra gli altri Ercole, dal quale il mal caduco fu detto erculeo. Si possono anche tra' maninconici annoverare Aiace e Belloferonte: l'uno de' quali divenne pazzo a fatto; l'altro era solito d'andare pe' luoghi disabitati, laonde poteva dire:

Solo e pensoso i più deserti campi

Vo misurando a passi tardi e lenti,

E porto gli occhi per fuggire intenti

Ove vestigio uman l'arena stampi.

E per fermo non fu più faticosa operazione il vincer la chimera che 'l superar la maninconia, la qual più tosto a l'idra ch'a la chimera potrebbe assomigliarsi, perch'a pena il maninconico ha tronco un pensiero che due ne sono subito nati in quella vece, da' quali con mortiferi morsi è trafitto e lacerato. Comunque sia, coloro che non sono maninconici per infermità ma per natura, sono d'ingegno singolare, e io son per l'una e per l'altra cagione: laonde in parte vo consolando me stesso. E quantunque io non sia pieno di soverchia speranza, come si legge d'Archelao re di Macedonia, nondimeno io non sono così freddo e gelato ch'io sia costretto ad uccidermi, ma a guisa di cacciatore il quale abbia lanciato il dardo mi par di aver fatto preda prima ch'io abbia presa la fera con le mani, e mi par di antiveder di lontano le cose simili e le consequenti: e facendo imagini e sogni infiniti, come credo pur che sia questo, a guisa d'arciero che saetti tutto il giorno colpirò per aventura una volta il segno de' miei pensieri.

Sorrise lo spirito a queste parole, e parve che non gli spiacesse d'averle udite; poi così rispose: Quelle medesime ragioni de la continuazione e de l'ordine che ti mostran ch'il tuo non è sogno, ti posson dare a diveder che non sia anche fantasia d'uomo che vegghi: peroché, come afferma il primo di coloro che tu adducesti, l'error de la imaginazione non dura;

Che se l'error durasse, altro non cheggio,

dice egli. Dante similmente paragona i fantasmi a quelle bolle che si forman de l'acqua, le quali agevolmente si risolvono in poco men che nulla. Né la tua ragione molto conchiude, perché l'alienazione de la mente, come che possa impedir l'operazion de' sensi, non l'impedisce nondimeno maggiormente di quello che faccia il sogno.

Allora io replicai: Se questo non è sogno né fantasia, tu dèi esser senza fallo lo spirito di colui del quale hai somiglianza. Non è necessario, rispose, perché gli angioli e i demoni prendono molte fiate l'aspetto d'alcun uomo particolare, come si legge in Omero, che è un altro di que' poeti più ammirato da te, che Minerva, mostrandosi a Telemaco, prese quel di Mentore. Se gli angioli, dissi io, o l'intelligenze che vogliamo chiamargli, non sono da la ragione conosciuti se non in quanto motori de le sfere celesti, non par ragionevole che siano più de' cieli mossi da loro; e s'essi fossero in maggior numero, sarebbono oziosi nel mondo. Ma ne l'universo ad alcuna cosa non è concesso di essere scioperata, perché ciascuna ha la sua propria operazione; e se le intelligenze sono là su occupate ne' proprî uffici, non è possibile che se ne dipartano; né possibile mi pare quel che si dice de' demoni: percioché, se essi sono, o sono sostanze corporee o incorporee o eterne o corruttibili; e a qualunque parte mi volgo, veggo molte sconvenevolezze: laonde presto credenza a coloro i quali vogliono ch'Aristotele, parlando de' demoni, intenda de le sostanze divine.

Veggio, disse lo spirito, che tu vieni armato contra me d'arme non dissimili a quelle che furono adoperate da' giganti contra gli iddii. Ma se tu non vôi rinovare il lor essempio, deponle per riverenza e apparecchiati a ricever le ragioni ch'io da l'altra parte addurrò, con quiete e umiltà di mente; le quali prima ti mostreranno ch'i demoni e gli angioli siano oltre il numero de le sfere celesti e poi quel che essi siano. E percioché in due modi teco posso procedere, l'uno, argomentando da quelle cose che a voi mortali sono più note a quelle che a' vostri sensi si nascondono, l'altro, cominciando da quelle che prima sono per natura e da noi prima conosciute e discendendo a l'altre de le quali voi avete maggior conoscenza, mi giova nel principio usar la prima maniera di prove e argomentar da' sensi.

Dico dunque che, se gli angioli e i demoni non fossero, non si potrebbe render la cagione di molti effetti che si vedono, e il progresso e l'ordine de l'universo in alcun modo sarebbe manchevole e discorde a se stesso, e 'l mondo intieramente d'ogni ornamento non sarebbe fornito: onde così per dar alcuna cagione di quel ch'appare, come per non conceder o difetto ne la natura o imperfezion nel mondo, è necessario ch'i demoni sian conceduti. E cominciando distender gli argomenti da gli effetti maravigliosi, se sono i maghi e le streghe e li spiritati, sono i demoni; ma di quelli non si può dubitare ch'in ogni età non se ne siano ritrovati alcuni: dunque è irragionevole il dubitare che si ritrovino i demoni.

Ch'i maghi e le streghe siano, assai chiaro il prova l'auttorità de le vostre leggi, le quali vanamente avrebbono imposte le pene a cotali artefici, se non si ritrovasse chi cotal arte essercitasse: e s'alcuno è a cui l'auttorità de le leggi non faccia bastevole argomento, costui almeno non rivocarà in dubbio l'istorie, de la verità de le quali chi dubita, non più dubiterà se siano i demoni che se siano stati i Romani o i Greci. Tu hai letto i miracoli di Simon Mago, e hai letto le maraviglie che facevano i maghi di Faraone, convertendo le verghe in serpenti ad emulazione di Mosè; e se pur hai maggior vaghezza de l'istorie de' gentili che de le cristiane o giudaiche, devi ancor ricordarti di quel che leggesti d'Apollonio Tianeo e di quella così mirabil mensa de' Gimnosofisti e de gli altri miracoli loro e di Bracmani e del maraviglioso modo co 'l quale Apollonio uscì de la prigione, ove l'avea rinchiuso l'ira de l'imperatore.

Che dirò de le cose di Settentrione? Non hai tu letto che Regnero, re di Svezia, a guisa d'uno altro Ercole perseguitato da la matrigna, combatté con uno essercito di larve e di fantasmi notturni? E Gormone, similmente re, guerreggiò con un greggie di ferocissimi mostri oltra la Buarmia in luoghi privi d'ogni luce e per oscurissime tenebre terribili e spaventosi. E quale è maggior maraviglia di quella d'Erico, tutto che la narrazione ne rechi tanto spavento? Aveva costui un cappello e, dovunque il rivolgeva, subitamente da quella parte spirava il vento desiderato: laonde da l'avenimento fu chiamato il cappello ventoso; i Finni il vendono a' mercanti che sono impediti dal tempo contrario: laonde non ci debbiam più tanto maravigliar de le favole d'Omero ne le quali Eolo il rinchiude ne gli otri. Agberta, figliuola del gigante Vagnosto, per arte magica soleva trasformarsi in tutte le forme: e alcuna volta pareva che toccasse il cielo con la fronte, alcuna altra, rannichiandosi, diveniva di picciolissima statura, e si credeva che potesse tirar giù il cielo, sospender la terra, indurare i fonti, intenerire i monti, portar le navi sopra le stelle, precipitar gli dei ne l'abisso, estinguere il sole, illuminar l'inferno. Da un'altra maga Adingo re fu condotto sotto terra, e gli furono mostrati i regni de l'inferno e i mostri che fanno la guardia a la reggia di Plutone.

Taccio di Gruttunna, la quale accecò i difensori d'Almerico in guisa che volsero l'armi contra se stessi, non altrimenti che facessero i guerrieri usciti da' seminati denti del serpente. Taccio le pentole riversate, commune instrumento di tutte le maghe. Taccio il mago marino, che passava l'oceano usando alcune ossa incantate in vece di nave, né superava più tardi gli impedimenti de l'acque ch'altri faccia con le vele e co' venti. Né ti riduco a mente Oddone, che fu mago e corsale similmente, e più noceva a' nemici con l'arte magica che con quella d'andare in corso; né ti ricordo Otino, vecchissimo oltre tutti gli altri incantatori, il quale condusse e ricondusse schernito il re Adingo per l'altissime onde del grossissimo mare; né ti vo' ragionare di Gilberto, che fu legato da Catillo suo maestro. Ma non posso tacer di Nerone, il quale desiderò di saper l'arte magica per poter a gli dei comandare com'a gli uomini signoreggiava: nondimeno non poté imparar l'arte del mago Tiridate, quantunque gli avesse assegnato un regno. Ma tu per aventura non presterai credenza a scrittore che non sia confermato dal comune parere de le genti: onde io non ti conforto a credere di lui se non quel che ti detta la ragione.

Ma a l'istorie de' Romani qual è così barbara nazione che non dia fede, o qual religione che non approvi le cose ch'in esse si contengono, come vere? E se tu credi a l'istorie de' Romani, come puoi credere che gli spiriti non sieno? Quel serpente che d'Epidauro e dal tempio di Esculapio seguì volontariamente i legati de' Romani sino a Roma, ove giunto liberò la città da la peste, che altro poté essere che uno spirito immortale di cui fosse ufficio il medicar l'infermità de' mortali? E qual cagione o del suo venire o de la sanità ch'egli recò a' Romani potrà render alcun filosofo, il quale non conceda che siano i demoni? La statua di Giunone ch'essendo presa Veio, disse al soldato romano che per ischerno ne la dimandò, di voler esser trasportata a Roma, come avrebbe potuto favellare s'alcuno spirito non le avesse disciolta la dura lingua in umane parole? o come quella de la Fortuna feminile, consecrata in quel tempo che Coriolano, vincitor de gli ingrati Romani, depose l'arme formidabili? Né dal bosco il quale era dedicato a Vesta, poco avanti che Roma fosse occupata da' Francesi, si sarebbe udita una voce che si rifacessero i muri e le porte, altrimenti averrebbe ch'i nemici prenderebbono la città; la qual essendo disprezzato, fu cagione di grandissima mortalità che si poteva schifare: laonde di ricontro fu dapoi consacrato un altare Caio loquenti.

E colui che diede l'aviso al senato di Roma che Persa re di Macedonia era stato vinto in battaglia, e 'l diede quel giorno medesimo ch'egli era stato vinto, come avrebbe potuto esser certo messaggiero di cosa così incerta e lontana, se da due spiriti, che sovra due bianchi cavalli gli apparvero, per via sovranaturale non fosse stato avisato di quella verità, la quale non potea saper per via naturale? E la voce che doppo la battaglia fra Romani e Latini s'udì sì altamente rimbombare e dire ch'un più era morto de' Latini, di chi altro poteva esser voce se non d'alcuno spirito sopraumano?

Né si può dubitare che in quelle cose fosse alcuno inganno de gli uomini, come a ragion si dubita de le risposte de gli oracoli, percioché ne le risposte loro poteva essere alcuna frode de' sacerdoti, i quali non ammettevano ne le secrete parti del tempio se non quando e come lor pareva; ma quelle cose avvennero non di notte ma ne la più chiara luce del giorno, non ne' luoghi riposti de' bugiardi sacerdoti ma su gli occhi de gli esserciti e ne la frequenza de' gravissimi senatori, e furon note non a pochi e vili uomini ma a tutta quella gloriosissima città: laonde non si può dubitare s'elle così succedessero o altramente; né potendosi render di loro alcuna ragione, né scioglier questo nodo se non, come alcuna volta fanno i tragici ne lo scioglimento de le favole loro, con l'aiuto de le nature divine e immortali, è necessario che sì fatte nature siano concedute oltre quel numero de le sfere che pone il maestro de' Peripatetici, e che si dia loro altra operazione ancora che il movimento de' cieli.

Qui si ritenne alquanto lo spirito di favellare, quasi egli s'apparecchiasse a nuovo ragionamento; quand'io con tai parole su le cose da lui dette cominciai a dubitare, dicendo: Tu hai parlato de' maghi, e gli effetti loro hai recato a' demoni come a lor cagione; ma io già intesi che l'opere de' maghi sono tutte per virtù di cose naturali: onde vorrei sapere s'egli è vero e come. Tu intendesti il falso, rispose lo spirito; percioch'alcuni sono incantatori, i quali essercitano l'arte con le parole e le danno compimento; altri, già detti arioli, perch'a gli altari de gli idoli offerivano abominevoli sacrifici; altri aruspici, peroché risguardavano l'ore e osservavano i giorni ne' lor negozî e considerano l'interiora de gli animali; altri auguri, i quali fanno giudicio del cielo e del canto degli uccelli; altre pitonisse, c'hanno lo spirito di Pitone, co 'l quale predicono le cose future; altri genesiarci, che descrivono le natività degli uomini per li dodici segni celesti; altri sortieri, i quali da qualche parte de le membra credono che sia significata qualche avversità; altri sortilegi, con nome commune così nominati da la sorte; altri idromanti, perché rimirano ne l'acque l'imagini degli iddii o più tosto gli inganni de' demoni, e fra questi furono Pitagora e Numa Pompilio, di cui si favoleggiò ch'avesse dimestichezza con la ninfa Egeria; altri negromanti, i quali ne' sacrifici, in cui si sparge il sangue, chiamano l'ombre de l'inferno e fanno resuscitar i morti, com'è quello che si legge d'Ulisse in Omero o pur di Latino in Virgilio; altri altro non sono che conoscitori de la natura e de la proprietà de le cose: onde può ben insieme stare che questi maghi naturali si trovino e ch'i demoni non siano, e gran parte di quegli effetti (ché di tutti non ardirei d'affermarlo) che 'l vulgo reca ai demoni e a gli angioli, possono a la natura, come a sua cagione, ridursi, perché la natura ha composto tutti i corpi misti di qualità attive e passive, e niun corpo naturale è il qual operi, che non ripatisca ne l'operare: laonde si vede che, la sega segando la pietra, ella ne perde i denti o almeno da la pietra è rintuzzata. Ma benché tutti i corpi siano vicendevolmente atti a fare e a patire, nondimeno fra alcuni è una secreta conformità di natura non conosciuta da molti, la quale altro non è che amore: e sì come de gli uomini alcuni amano palesemente, altri secretamente, così fanno le altre cose naturali. Ed è manifesto a ciascuno l'amore de i corpi a' proprî luoghi, e a ciascuno è noto parimente che la terra arida ama l'umidità e l'erba umida i raggi del sole.

Ma sono alcuni altri amori de l'erbe con l'erbe, de le piante con le piante e de l'une e de l'altre con gli animali e de gli animali con loro e con l'altre opere de la natura, i quali, simili a gli amori secreti de gli uomini, non sono conosciuti se non da' filosofi. E sì come tra gli uomini sono alcuni odî palesi, alcuni occulti, così fra l'altre cose si trova inimicizia di natura ora palese, come è quella del fuoco con l'acqua e de le viti co' luoghi troppo umidi e acquosi e de l'agnello co 'l lupo, ora occulta o almeno da pochi considerata, qual è per aventura quella che la natura ha co 'l vacuo, la quale, temendo di perire, chiama il più de le volte in suo soccorso l'aria, corpo pronto e leggiero che per tutto è atto a penetrare e a mescolarsi, e d'esso si riempie in modo ch'ella non teme di perire. Coloro dunque che di questi amori e di questi odî secreti, che proprietà occulte sono dette da' filosofi, hanno conoscenza intiera e perfetta, congiungendo quello che è atto a fare con quello che è acconcio a patire, o per soverchio d'amore o per soverchio d'odio operano quegli effetti maravigliosi che tu dicevi che 'l vulgo ignorante reca a' demoni.

Dunque, soggiunsi io, tu ancora confessi che la magia altro non sia che saper accoppiare le cose attive con le passive: onde ne segue che possono esser i maghi senza i demoni. Potrebbono, rispose lo spirito, trovarsi gli maghi naturali, quand'anco i demoni non si ritrovassero; ma, come tu medesimo accennasti, non puoi salvar tutti gli effetti con la magia naturale. E per non partirmi da gli essempi ch'abbiamo addotti, concedendo che per virtù d'erbe o di pietre o d'altro corpo naturale si possa tirare a sé un serpe e condurlo ove l'uom vuole, non si potrà per virtù naturale far mille miglia in un giorno, perché il corpo umano, il quale è corpo grave e terreno, non solo bisogna che si muova in tempo, ma in tempo proporzionato a la sua natura, la quale non può fare o patire se non quelle cose a cui ella ha attiva o passiva potenza: onde è necessario che que' due candidi cavalieri che dieder l'aviso de la rotta di Persa non fosser corpi semplicemente mortali e terreni.

Può esser, io replicai, ch'essi per osservazion di stelle prevedessero la sconfitta del re de' Macedoni e n'avisassero il buon uomo romano, bench'io dubiti molto se per osservazion di stelle si passa far giudicio di quel ch'a gli uomini sia per avenire. Io parlerò teco, rispose lo spirito, di queste cose in quel modo che sostiene la loro natura: dico dunque, se un astrologo avesse preveduta la rotta de' Macedoni così certamente come ella avenne, non esser verisimile ch'egli medesimo non avesse voluto rendersi grazioso a' Romani e procurarsene utile e onore con sì lieto annunzio; oltre che il modo de l'apparire e le persone a le quali apparvero, sono circonstanze che conchiudono che essi non furono uomini, ma angioli. Ma per altro io non niego ch'un uomo osservator de le stelle non avesse potuta prevedere quella vittoria, se ben non così agevolmente come uno spirito; né so vedere perché tu disprezzi i giudìci de l'astrologia.

Io non disprezzo, risposi, quella parte de la scienza de le stelle la quale considera i corsi e i movimenti loro, perché questa è così certa che non se ne può dubitare; ma non istimo quella parte d'essa che s'affatica intorno a i giudìci de le cose che possono avenire e non avenire, perch'io giudico che 'l cielo e le stelle non oprino ne le cose inferiori se non co 'l lume e co 'l moto, i quali, alterando gli elementi, possono co 'l lor mezzo alterare i nostri corpi e anche in parte l'anima sensitiva, che ne le sue operazioni dipende dal corpo; sì ch'io di leggieri consentirei che si potessero predire la fecondità e la sterilità de l'anno, le pioggie e i venti e le tempeste; e direi co 'l mio poeta:

... Solem quis dicere falsum

Audeat?

Crederei anco che in consequenza si potesse far giudicio de le pesti e de le infermità ch'il cielo minaccia a' mortali, e quindi argomentare la mestizia o l'allegrezza de gli animi; ma de gli accidenti de la fortuna, com'è il vincere o 'l perdere in battaglia, l'esser grazioso o odioso a' principi, l'acquistar le ricchezze o gli onori o 'l perdere gli acquistati, non veggio che per osservazion di stelle possano antivedersi, perché questi sono eventi indeterminati al sì e al no che dipendono da la fortuna e dal caso e dal nostro intelletto e da la volontà, ne le loro operazioni non punto a' cieli e a le stelle soggetti. Ben crederei che di tali accidenti di fortuna potessero gli astrologi far alcun verisimile pronostico, come fanno i medici de la vita e de la morte de l'infermo, quando si concedesse che 'l cielo operasse non sol co 'l moto o co 'l lume, ma con gli influssi eziandio: ma gli influssi pare a me che si pongano senza ragione e senza necessità.

Sorrise lo spirito e disse: Ben si pare che tu contemplando hai chinati gli occhi su' libri e non inalzatili al cielo: perché, se tu talora a le stelle gli indrizzasti, esse con la bellezza de la luce loro ti mostrarebbono che non son da meno ch'altre volte ti siano paruti gli occhi de la donna tua o ch'ora ti paiono gli occhi di tale ch'a te può far non sol primavera e verno e notte e giorno, come a lui piace, ma anche piovere in te co' moti e co' giri loro le felicità e le sciagure che tu maggiormente temi e desideri. Così, [risposi], consente il senso a gli ultimi detti tuoi che la ragion non è ardita di contradire, ma per aventura non è alcuna stella nel cielo ch'a gli occhi di chi mi governa si possa agguagliare. Tu parli, disse lo spirito, come innamorato; ma io voglio, teco filosoficamente ragionando, provarti che, se gli occhi de' mortali operano con altro che con luce e con moto, si dee parimente concedere che 'l cielo operi ne le cose di qua giù non solo co 'l lume, co 'l movimento, ma con gli influssi ancora.

Così disse egli; e io, tutto pieno di desiderio, ad udir le sue parole m'apparechiava, le quali in così fatta maniera mi si fecero udire: Da gli occhi de l'amata son cagionati nel petto de l'amante or con la grazia de' movimenti, or con lo splendore de' raggi diversi effetti, che corrispondono a quelli che 'l cielo co 'l suo lume e co 'l suo girare attorno cagiona ne le cose inferiori. Ma se mescolata co' raggi passa da gli occhi de la donna amata nel petto de l'amatore alcuna virtù diversa da la luce, non dependente da essa o dal moto, ma da la sostanza e da l'altre qualità, benché accidentali, de l'occhio, è verisimile che co 'l lume de' cieli s'infonda ne' corpi inferiori alcuna virtù che non derivi dal moto o dal lume, ma da l'essenza del cielo e da l'altre qualità che sono in lui oltra la luce e 'l movimento. Or, se consideriamo prima quel che possono operar gli occhi de l'amata e come, e poi gli effetti e i modi del loro operare con quelli del cielo andiam paragonando, ne l'occhio due cose si possono considerare: la virtù del vedere, ch'è quasi l'anima sua, la quale per sé non s'invecchia né si indebolisce, e l'instrumento co 'l quale opera la detta virtù e co 'l quale ella diviene debile e vecchia; e questo altro non è che 'l corpo, o la materia de l'occhio che vogliam chiamarla, materia in cui quel che signoreggia è l'acqua, perché, dovendo ella ricevere l'imagini de le cose visibili e ritenerle non altramente che faccia lo specchio, conveniva che fosse tale che potesse patire e ritenere. La terra sarebbe stata atta a la ritenzione, ma non era molto atta per la durezza e resistenza sua al ricevere; l'aria, che facilmente riceve, difficilmente avrebbe ritenuto, e più difficilmente il fuoco, il qual de l'aria è men sodo e più s'avicina a le nature incorporee: solo dunque l'acqua era materia convenevole de l'occhio, se la vista si fa per ricevimento de l'imagini, come giudicò quel filosofo che ne le cose sensibili più de gli altri fu sensato.

Ma perché l'occhio è quasi specchio de l'anima, perché in niuna parte esteriore ella più manifesta de le sue operazioni, era ragionevole ch'egli potesse non solo patire, ma operare: e per questa cagione la natura mescolò co 'l cristallo del suo corpo alcuni raggi puri e sottili che sono in lui transfusi o da la più pura parte del sangue overo da l'anima stessa, e questi raggi, spargendosi quasi visibilmente da gli occhi, hanno data altrui materia di credere ch'essi, andando a ritrovar l'oggetto, fossero cagione de la vostra veduta. Comunque sia, questi raggi operano ne' corpi altrui non sol come luminosi o come moventi, ma anche come impressi d'altre qualità. Quinci aviene che, purgandosi la donna del suo soverchio e men puro sangue, suole avere i raggi infetti e contaminati, e se riguarda ne lo specchio, il lassa d'alcuna picciola macchia appannato: e può l'occhio non solo per questo, ma per molt'altre cagioni mandar fuori mista co' raggi alcuna quasi esalazione che lassi impressione; onde il tuo Petrarca, essendo tornato a solvere il digiuno ch'avea de la vista di madonna Laura, trovando l'occhio suo turbato e scuro per alcuna infirmità, dice:

Mosse virtù che 'l fe' infermo e bruno,

e soggiunse:

Ché dal destr'occhio, anzi dal destro sole

De la mia donna al mio destr'occhio venne

Il mal che mi diletta e non mi dole:

E pur, come intelletto avesse e penne,

Passò quasi una stella che 'n ciel vole,

E natura e pietate il corso tenne.

Ma se quegli accidenti che sono qualità de l'occhio, in quanto egli è corpo, come è per aventura il lagrimoso rossore ond'era infermo quel di Laura, possono operare ne gli occhi altrui e transfondervi le sue qualità, potranno adoperare il medesimo effetto le qualità che appaiono ne' lumi, in quanto essi sono animati, l'ira, dico, lo sdegno, la speranza, il timore, l'allegrezza e la noia. Ma due passioni, apparendo ne le luci di chi si sia, operano effetti incredibili ne' riguardati: l'uno è l'amore, l'altro è l'invidia. E tacendo per ora de l'amore, chiara cosa è, e tu l'hai mille fiate udito dire e vistane alcuna isperienza, che l'occhio de l'invidioso affascina colui a chi si porta invidia, perché il veleno de l'anima, per lui trapassando, offende quell'oggetto verso cui si rivolge. Il fascino dunque non è che malignità di vapori ricevuti per invidia di sguardo, il principio de la quale è ne l'animo come in sua radice: dico come in sua radice, perché tutti gli effetti, se ben son moti de l'anima, sono parimente movimento del corpo, e alcuni dal corpo passano ne l'animo, altri a l'incontro dal corpo a l'animo sono accomunati, e comune è la passione d'ambedue: però ne l'ira il sangue s'accende e il core si muove con moto più veloce; nel timore quello s'agghiaccia e questo trema; ne l'amore ancora il sangue bolle e 'l core, a la presenza de l'amato oggetto velocissimamente palpitando, è cagione che gli altri moti del corpo si affrettino: onde il fisico gentile ne l'alterazione del polso s'accorse de l'amor d'Antioco verso la madrigna; ma l'invidia, essendo affetto assai lento e tardo, non varia tanto il movimento del cuore, ma, contaminando il sangue, sparge la faccia d'alcuna lividezza e infetta gli spiriti de gli occhi più che niun'altra passione, eccettuatone l'amore. Or, raccogliendo quanto ho detto, l'occhio non sol co 'l lume e co 'l moto opera ne gli oggetti, ma anche con l'altre sue qualità.

Considerisi ora nel cielo quel che ne gli occhi è considerato, e vedrassi che sarebbe irragionevole il credere che le qualità del cielo e de le luci eterne e immortali siano meno efficaci che quelle de' lumi caduchi e mortali: dunque non solo co 'l lume e co 'l moto opera il cielo, né solo da la diversità di queste due cose procede la diversità de gli effetti suoi, ma dal raro e dal denso eziandio, perché le parti dense operano con maggior efficacia che non fanno le rare. Oltre acciò l'union de l'intelligenza co' corpi celesti è cagione di molta varietà d'effetti, e di tanto maggiori che non è quella de l'anima con l'occhio, quanto che l'anime di tutti gli uomini sono d'una medesima specie e l'una da l'altra per numero solamente è distinta; ma l'intelligenza d'un cielo da quella d'un altro è per ispezie diversa. E se ciascuna natura specifica ha una propria virtù secondo la quale opera diversamente da l'altre, è necessario ch'ogni intelligenza abbia propria virtù onde proprî effetti sian cagionati: e se tu ti rammenti d'alcuni versi di Dante, vedrai che questo, ch'ora io ti insegno, non è da la sua opinione, benché detta in altro proposito, molto diverso. Ben me ne rammento, risposi io, e son questi:

Dentro dal ciel de la divina pace

Si gira un corpo ne la cui virtute

L'esser di tutto il suo contento giace.

Lo ciel seguente, c'ha tante vedute,

Quell'esser parte per diverse essenze,

Da lui distinte e da lui conosciute.

Gli altri giron per varie differenze

Le distinzion che dentro da sé hanno

Dispongon a lor fini e a lor semenze.

Questi organi del mondo così vanno,

Come tu vedi omai, di grado in grado,

Che di su prendono e di sotto fanno.

Riguarda ben omai sì come io vado

Per esto loco al vero che desiri,

Sì che poi sappi sol tener lo guado.

Lo moto e la virtù de' santi giri,

Come dal fabbro l'arte del martello,

Da' beati motor convien che spiri.

Qui m'interroppe lo spirito, e disse: Vedi com'egli distingue il moto da la virtù. E io segui' accennando:

E 'l ciel, cui tanti lumi fanno bello,

De la profonda mente che lui volve

Prende l'image e fassene suggello.

E come l'alma dentro a vostra polve

Per differenti membra e conformate

A diverse potenzie si rivolve,

Così la intelligenzia sua bontate

Multiplicata per le stelle spiega,

Girando sé sovra sua unitate.

Virtù diversa fa diversa lega

Co 'l prezioso corpo ch'ella avviva,

Nel qual, sì come vita in voi, si lega.

Qui io mi tacqui; ed egli, continuando il cominciato proposito, seguì: Omai credo che tu chiaramente conosca ch'è ragionevole che le stelle non operino solo co 'l movimento. Ma perché ciascuna di loro ha particolar virtù, varî sono gli effetti che qua giù producono, percioché la virtù de l'una può molto aiutare o impedir la virtù de l'altra: e il Petrarca (parlo teco volentieri co' versi de' poeti percioché so che tu dài loro molta credenza), volendo descriver il felice nascimento de la sua Laura, disse:

Il dì che costei nacque, eran le stelle

Che producon fra noi felici effetti

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

L'una ver l'altra con amor converse.

Venere e 'l padre con benigni aspetti

Tenean le parti signorili e belle,

E le luci empie e felle

Quasi in tutto dal ciel eran disperse.

Qui si taceva lo spirito; quand'io così dissi: Assai son io pago de la prova con la quale tu mi dimostri la pioggia de gli influssi celesti, perch'il piacer è quella prova a cui agevolmente ci lasciamo persuadere; ma ben molto dubito se l'uomo ne possa aver alcuna scienza, onde sia atto a far giudicio de le cose incerte. Ed egli: Che tu di cotesto dubiti, non mi dispiace; e io, nel dubbio confirmandoti, dico che difficilmente può l'uomo per osservazion di stelle giudicar le cose future, percioché l'arte è lunga e fondata sovra congetture e sovra esperienze, e la vita di voi altri mortali è molto breve; onde né ad apprender questa scienza ella è interamente bastevole, né a conoscere l'occulte proprietà de le cose. Ma quelle creature a cui termine di vita non è circonscritto, contemplando per tante migliaia d'anni le stelle, inalzandosi sovra l'aere misto e caliginoso sì che nube o nebbia non può loro impedir l'aspetto, di leggieri hanno potuto apprendere l'astrologia, e con l'istessa agevolezza hanno conosciuta l'occulta natura de le cose: laonde, accopiando l'una con l'altra scienza, possono naturalmente far molte maraviglie; e quelli che son detti maghi, avendo con questi spiriti familiarità, da essi imparano ad operar quelle cose ch'empiono altrui di maraviglia: perché de' maghi naturali pochi si ritrovano, e quei pochi, non sapendo perfettamente né la natural scienza né quella de le stelle e de' corpi celesti, non possono congiunger insieme tutte le cagioni onde procedono i miracoli de l'arte; sì ch'omai ben puoi tu vedere ch'assai buono è quell'argomento che, s'i maghi si danno, si danno i demoni.

Allora io così ripresi il ragionamento: Quel giusto Greco ch'ingiustamente fu accusato di impietà a l'ingrato popolo ateniese, purgando la calunnia, fa argomento simile a cotesto tuo: “Chi crede a' figliuoli de gli dei crede a gli dei; ma io credo che si trovino gli eroi che de gli dei son figliuoli: dunque è necessario ch'io non dubiti che gli dei siano”. Così, argomenta egli, ma a me pare che molto maggior difficoltà porti seco quel che toglie per mezzo de la prova, che non porta la cosa provata: percioché molti concederan che gli dei siano, i quali negheranno che gli dei possano con le donne mescolarsi.

Qui sospirò lo spirito, e rispose: Cotesto ad alcuni è stato persuaso, perché avevano letto ne le sacre lettere ch'i giganti son figliuoli de gli angeli e de le donne; ma sì come quegli angeli furono uomini, così uomini furono gli dei de' gentili, la geneologia de' quali fu descritta da Esiodo e dal vostro Boccaccio. Or passarò a la seconda prova, con la quale io intendo di conchiudere che siano i demoni e gli angioli, presa da l'ordine de l'universo che da Dio e da la natura sua ministra è stato osservato. Non suole, se ben tu ti ricordi, passar la natura da l'uno estremo a l'altro senza alcun mezzo: laonde tra le specie inferiori e le superiori sono interposte quelle che participano de l'une e de l'altre. Così la natura va ascendendo da le cose sensibili a le intelligibili quasi per gradi. La prima specie di cose sensibili che vi s'appresenta perché la consideriate sono i corpi semplici; ma da loro non passa la natura a' misti perfetti se non per mezzo de gli imperfetti mescolamenti. Imperfetti chiamo io quelli che di due elementi, perfetti quelli che di tutti sono composti: de' quali alcuni sono inanimati, altri animati. E il primo grado de gli animati è quello che ha l'anima vegetativa solamente, nel quale sono l'erbe e le piante; ma tra questi e gli animati che hanno tutte le sentimenta si trovano però alcuni di dubbia natura, i quali par che partecipino de la natura de le piante e de gli animali, percioché sono immobili come le piante e hanno il vivere e 'l nutrire e 'l generare e, come gli animali, il senso del tatto: e tale è la spongia e alcune conchiglie che stanno affisse a gli scogli. Da questi fa passaggio la natura a gli animali che d'alcun senso son privi, come è la talpe. Ma di quelli che hanno tutti i sensi, alcuni si muovono raccogliendosi e distendendosi, alcuni oltre procedendo, sì che il moto de gli uni par quasi mezzo fra il non moversi e il movimento de gli altri. Ma ne l'uomo si congiunge quasi in un nodo de l'universo la natura mortale e l'immortale: percioché egli ha il corpo mortale e l'anima immortale, la quale se immortale non fosse, in niuno altro soggetto si potrebbe congiungere l'una e l'altra natura. Ma se da l'uomo senza alcun mezzo si passasse a Dio, si salirebbe senza gradi, o non con tanti con quanti sin a lui è ito ascendendo da l'una a l'altra specie: e sarebbe questa non salita, ma salto; laonde è necessario che tra Iddio e l'uomo si ponga alcun mezzo, o più tosto molti, percioché, se tra Iddio e l'uomo fosse un solo mezzo, una sola sarebbe la specie intelligibile; ma sono molti, percioché non debbono essere in minor numero de le sensibili, ma più tosto in maggiore; conciosiacosa che le intelligibili non sono in tempo come le sensibili, ma in eternità, e l'eccelenza de l'eternità ricerca che in lei siano più specie e più perfette che nel tempo. Oltre acciò, se le specie naturali, le quali sono quasi rinchiuse e ristrette dentro a l'angusto seno de la materia in guisa che per lo subietto non possono esser distinte, nondimeno per se medesime si distinguono e s'allargano in grandissimo numero, questo maggiormente è ragionevole, che quelle sostanze che vivono in se stesse senza la materia si distinguano e multiplichino per se stesse. Finalmente il mondo non sarebbe perfetto se de le migliori nature fosse privato o se meno fosse abondante de le migliori che de le peggiori. Né quello che tu dicesti, che le menti non debbono essere più de' cieli mossi da loro, è vero: perché elle non debbono esser numerate secondo la men nobile operazione, la quale è il muovere i corpi, ma secondo la più eccelente, che è l'intendere Iddio: il quale perché è tanto più manifesto quanto più sono gli intenditori, è convenevole che colà su ci siano gli angioli quasi infiniti, come specchi ne' quali il sole intelligibile risplenda. E quantunque ricevano quasi tutta la luce e se ne facciano belli e felici, non la ricevono però in quel modo che fanno gli specchi qua giù la luce del sole, da' quali ella in altrui non suol trapassare, ma la trasfondono ne la mente, da la quale discende ne l'anima ragionevole sì che ella con molti mezzi si congiunge a Dio.

Qui si fermò alquanto, quasi dubitando, lo spirito; e io: Se l'anima è immortale, soverchio mi pare che sia il por la specie de' demoni, percioché l'uomo solo senza altro mi par convenevol mezzo a congiunger ne l'universo la natura de gli animali con quella de gli angioli, avendo egli lo intelletto come gli angioli e il corpo e le sentimenta come gli animali bruti. E s'io ho bene osservato il procedere de la natura, quel che fra due specie di cose discordi è posto deve con l'una in una qualità e con l'altra in un'altra esser concorde: onde l'acqua, che è fra la terra e l'aria, è fredda come la terra e umida come l'aria, e l'aria, che divide l'acqua dal fuoco, assomigliandosi a l'acqua ne l'esser umida, al fuoco ne l'esser caldo è somigliante.

A questa ragione lo spirito così rispose: Bene argomenti; nondimeno, sì come l'anima de l'uomo è mezzo fra l'anima de' bruti e gli intelletti angelici, così anco, se l'uomo dovesse esser il perfetto mezzo tra l'una e l'altra natura, dovrebbe il suo corpo in parte al corpo de gli animali e in parte a' corpi celesti assomigliarsi; ma essendo il corpo umano non men sottoposto a tutte le passioni e a tutti gli accidenti, né men corruttibile che sia quel de' bruti, ne seguita che si debba dare un corpo che fra 'l celeste e quel de' bruti sia con debita participazione interposto: e questo è quel de' demoni, il quale è acconcio a patire com'è il corpo de l'animale e de l'uomo, e incorruttibile come il corpo celeste, perché mai non muoiano i demoni, quantunque alcuni abbian creduto che muoian dopo lunghissimi tempi. Voglio anco di più aggiungere che l'umana ragione non è qual tu credi, cioè quale è l'intelletto de gli angioli, percioché la vostra ragione non intende se non con discorso e con sillogismo, ove l'intelletto angelico conosce senza alcun argomento in quella guisa forse che voi mortali conoscete alcune poche cose che da voi son dette prime notizie, ma anche in un modo più perfetto: percioch'egli, riguardando in Dio, può intendere in lui le cose tutte con maniera più sovrana e più eccelente; ma l'intelletto de' demoni, come ch'egli possa a vostro modo sillogizzare, nondimeno nel suo discorso tanto più del vostro è veloce che 'l suo modo di conoscere è molto a la cognizione angelica simigliante. Conchiudo dunque che l'uomo non è il perfetto legamento de le cose inferiori con le superiori, come molti hanno creduto, ma che fra l'umana e la divina natura quella de' demoni sia interposta: e questo stesso con un'altra ragione intendo di provarti, la quale sarà l'ultima di quelle che non ripugnano al vostro sentimento.

Tu sai che due nomi s'attribuiscono al mondo, uno di universo, l'altro di ornamento, ché questa parola corrisponde a quella con la quale il chiamavano i Greci; né per altra cagione cotai nomi gli furono attribuiti se non perch'egli deve in sé contener tutte le cose ed esser d'ogni ornamento abondante. Ma s'egli fosse privo de la specie de' demoni, non sarebbe perfetto né intieramente adorno: perfetto egli non sarebbe, peroché cessarebbe il commercio e la comunanza de' beni che è fra la divina natura e l'umana, essendo gli angeli quelli che di qua e di là portano e riportano quello ch'a' mortali è necessario o giovevole e a Dio grato e dovuto; né adorno egli sarebbe, percioché l'aria, de la quale i demoni sono abitatori, sarebbe a fatto priva d'animali, non potendo gli augelli propriamente animali de l'aria esser adimandati: e se ciò estrano ti pare, intendine la ragione. Animali propriamente cittadini d'un elemento son quegli i quali non solo si muovono, ma riposano ancora in lui, ove sian tali che la loro natura non richieda il continuo movimento come il richiedono i corpi celesti; ma gli uccelli, essendo animali c'hanno bisogno d'alternar il moto con la quiete, non possono riposar ne l'aria, ma si fermano ne la terra o in alcun corpo composto in cui quel che signoreggia sia la terra: ne segue dunque che d'altri animali abbia la natura fornito l'aere, e questi sono i demoni, a' quali l'aria per la leggerezza de' corpi loro potrebbe far letto non altramente di quel che faccia la terra a' suoi più gravosi, se pur i corpi si stancassero per la fatica. E questa conchiusione da una ragione assai naturale può esser confirmata, perché non è verisimile che quell'elemento ch'è più vitale de gli altri, quello sia fatto privo de' proprî animali; e chiara cosa è che l'aria è più vital di ciascun altro, perch'egli è composto di caldo e d'umido, qualità sovra le quali si fonda la vita, e qualità più atte a la generazione e al nutrimento che tutte l'altre; percioché il freddo e il secco son nemici de la natura e de la vita, e il fuoco per la sua soverchia sechezza è sterile: e di qui aviene che presso i Romani Vesta, ch'era la dea del fuoco, era preposta a le vergini, e vergini erano le sue sacerdoti.

La terra nondimeno, se ben è fredda e secca, è atta a la generazione e al nutrimento in tanto ch'ella fu creduta esser non solo madre de' giganti ma de gli dei: e ciò aviene per la sua natura soda e stabile, la qual è atta a ritener tutte le virtù che piovono in lei dal cielo, onde, ingravidata de' semi celesti e riscaldata da' raggi del sole e bagnata da le pioggie e da le rugiade, è fecondissima di tanta varietà di cose e di tante ricchezze che gli altri elementi poveri e sterili in suo paragone son giudicati: ne' quali gli influssi e le semenze, per così dir, del cielo non si posson fermare, non essendo essi atti a ritenerli, ma da loro ne la terra sono trasfusi: e quinci forse avenne ch'i Pitagorici stimarono che l'abitazione de gli iddei, e quasi la torre e la reggia, fosse ne la terra. Ma la particolar cagione per la quale ella fu detta esser madre de gli dei, è perché non sol tutte le cose inferiori, ma i corpi celesti e gli angioli eziandio sono in alcun modo composti di potenza e d'atto: e sotto il nome de la terra allegoricamente vien la potenza significata, sì come il nome di Celo, padre di Saturno, al quale tutti gli dei come figli e nipoti si riducono, ci è significatore de l'atto. Un'altra cagione forse oltre la prima si può rendere perché la terra sia detta madre de gli dei: e questa è perché voi mortali tutti traete il corpo da la terra, alcun de' quali, dopo che l'anima sua è salita in cielo, per valore e per grazia impetrando d'esser riposto nel numero de gli dei, non si dimentica però del materno amore, né si disdegna d'esser figliuolo de la terra nominato.

Qui io l'interruppi e dissi: Per qual cagione vuoi tu ch'il nostro corpo sia tratto da la terra? Non è egli composto di quattro elementi? Sì, rispose, ma quel che 'n lui signoreggia e che determina il suo movimento è la terra: percioché tu hai a sapere che, se nel corpo non fosse un elemento che signoreggiasse, egli a niuna parte si moverebbe; onde è famosa proposizione che non si dà corpo eguale al peso, la qual si dee stendere non solo a la gravità e a la leggerezza, ch'inchinano al movimento, ma a l'altre ancora, da le quali nasce la complessione. Né ti maravigliare se i corpi de gli animali sono necessariamente composti, poiché né anche alcun elemento si ritrova non mescolato, avegnaché la terra sempre rinchiuda in sé alquanto d'aere e d'acqua e l'acqua sempre abbia mescolato in sé alquanto del terrestre; e ove ella per sé non sarebbe di alcun sapore, dal mescolamento de la terra acquista d'esser saporita e spira oltre di ciò molte fiate alcuni fumi, che sono di natura d'aere; e l'aere de' vapori e de l'esalazioni, ch'a lui mandano l'acqua e la terra, è tutto ripieno, e 'l fuoco eziandio in quella parte che con l'aria confina molto partecipa de la natura de l'aria, e 'l cielo, non ch'altro, il quale fra tutti gli altri è semplicissimo, sì come mostra il moto circolare, non solo de le virtù de gli elementi, ma de le parti loro più pure è composto: e, come gli astrologi per isperienza osservata insegnano ne' loro ammaestramenti, i pianeti tutti de le qualità de gli elementi son dotati e perciò possono più agevolmente ne le cose inferiori operare.

Qui si taceva lo spirito, ponendo sosta al suo lungo ragionamento; e io fra me andava a le ragionate cose ripensando, quando, sovvenendomi d'un dubio il quale mal da me poteva esser soluto, così ricominciai a favellare: Tu hai detto che 'l corpo de' demoni è interposto quasi mezzo fra 'l celeste e quel de gli uomini: onde come quello è immortale e come questo atto a patire. Ora vorrei sapere se i corpi celesti si posson così dir corpi de l'intelligenze, come queste mie membra son corpo de l'anima mia e come le tue del tuo spirito son corpo. Non, rispose egli, perché l'anima tua informa il tuo corpo, ma l'intelligenze non informano, ma governano i cieli in quella guisa che 'l nocchiero siede al governo de la nave: che s'elle informassero il cielo, non si potrebbono da lui separare né apparire a voi mortali. Dunque, soggiunsi io, per questa ragione l'anima mia non è separabile dal corpo. Non, replicò egli, quell'anima tua ch'informa il tuo corpo e in ciascuna parte d'esso si ritrova; ma l'intelletto tuo si può dal tuo corpo separare, il quale anch'egli al reggimento de le membra, come il nocchiero a la nave, è preposto.

Qui di nuovo avea fatto silenzio; quando io dissi: Ma se l'anima ragionevole fosse mortale, potrebbe ella con Dio congiungersi? Soverchia è ora questa dimanda, disse egli, poi che già s'è provato ch'ella sia immortale. Sì forse, dissi io, la mente che tu distingui da l'anima ragionevole: percioché, s'ella non fosse immortale, come dicesti, non si congiungerebbe in un soggetto la natura mortale e l'immortale. La mente, rispose, è parte di quell'anima che anch'ella è detta mente e quasi suo capo. Ma chi vede mai il capo immortale, quando l'altre parti sono mortali? Que' filosofi dunque che l'una han fatta immortale e l'altra mortale, quantunque a l'una non abbian dato seggio diverso da quel de l'altra, sono stati quasi manigoldi de la mente e falsamente hanno filosofato. E benché l'anima ragionevole sia forma del corpo, nondimeno non è tratta dal seno de la materia, né si divide o si distende co 'l corpo, ma sì come il signore si sta ne la casa, così ella si sta ne le membra: laonde ella se ne può sferrare; e se avviene ch'ella non si brutti ne le brutture del corpo, se ne sale al cielo pura e incontaminata; ma s'ella si contaminasse ne le sue lordure, se ne va colà ove si purga, come leggesti nel tuo poeta:

Ergo exercentur poenis veterumque malorum

Supplicia expendunt. Aliae panduntur inanes

Suspensae ad ventos; aliis sub gurgite vasto

Infectum eluitur scelus aut exuritur igni.

Così parlava lo spirito, e io pendeva da la sua bocca; quando egli così soggiunse: Veggo che intentamente m'ascolti, e assai mi piace che non ti dimostri ritroso a le mie ragioni, molto diverse da quelle che usano alcuni filosofi famosi, i quali o sono costretti di confessare che l'una verità a l'altra sia contraria o almeno d'essere anzi amatori del falso che del vero: laonde oltre seguirò. Or lascia ogni miscredenza e innalzati meco più su che non arriva il senso o la ragione naturale; e abbia ferma credenza che quel ch'io ti dirò sarà verissimo, bench'in alcuna parte sarà ricoperto d'alcun gentil velo: e questo anche, quando che sia o quando tu il meritarai da le sue membra rimoverò.

Iddio, che sommamente e infinitamente è buono, Cab eterno intese la sua bontà e, intendendola, Cab eterno l'amò; e percioché Iddio, conoscitore e amatore de la sua bontà, era in guisa perfetto che di niuna cosa fuor di se stesso poteva esser o manchevole o bisognoso, non era necessario o convenevole ch'egli Cab eterno l'altre cose producesse; volle nondimeno produrle perché è buono; e perché in quel che è buono non è invidia, niuna invidia poté ritenerlo ch'egli non compartisse l'essere a l'altre cose e in loro non dispiegasse la sua bontà, ne la quale volle che tutte le cose gli si assomigliassero, quanto la natura di ciascuna comportava. Fece dunque Iddio il mondo, ma prima (così conviene che teco parli) ad essempio di quelle idee che Cab eterno erano nel suo intelletto, suo figliuolo, fece le forme intelligibili, le quali furono quasi infinite, percioché il bene è fecondo per natura e, spargendosi da Dio ne le cose fatte da lui, si multiplica, quasi unità ne' numeri: e queste furono l'idee de' due sovrani cieli, quella di Saturno, quella di Giove, quella di Marte, quella del sole, di Venere, di Mercurio e de la luna, e oltra queste l'idee del fuoco, de l'aria, de l'acqua e de la terra, che Vulcano, Giunone, Nettuno e Plutone doveano esser nominate.

E se ben Iddio conosceva che oltra queste nature intellettuali niun'altra intellettuale era necessaria a fornir perfettamente la natura de l'universo e a mover le sfere che lor dovevano esser sottoposte, nondimeno oltre la necessità egli per sovrabondanza di bontà disegnò di moltiplicare in patti quasi innumerabili, aggiungendo a ciascuna di queste nature intellettuali, ch'egli ne la mente avea conceputo, numero infinito d'angioli, i quali a quelle principali nature, quasi soldati al suo capitano, fossero soggetti. Creò poi l'idee de' corpi celesti, del sole, de la luna e de le stelle, de gli elementi, de l'uomo, de gli animali bruti, de le piante, de l'erbe e de' metalli e de le pietre: solo de le cose artificiali non creò imagini, ma conobbe nondimeno che d'esse la mente de l'uomo doveva così adornarsi e figurarsi come la sua era ripiena de le forme de le cose celesti e naturali.

Questo fu il primo producimento che fece Iddio fuor di se stesso, il quale non fu fatto in tempo, percioché non era ancor il tempo, ma in eternità: nondimeno non in tutta l'eternità, la quale non ha né prima né poi né parti di successione, ma è unita e raccolta in se stessa, quasi tranquillissimo stagno che non abbia né flusso né riflusso né discorrimento né accrescimento o diminuzion d'acque; ove il tempo, che poi a quella somiglianza fu fatto, quasi rapido torrente discorre e, consumando egli medesimo le sue prime parti, ne rifà di nuove e per continova successione si fa perpetuo. Doppo il primo parto, il quale, se ben fu d'idee quasi infinite, fu nondimeno un solo, produsse Iddio le nature corporee, e le intellettuali congiunse con le corporee, e a ciascuna de le intellettuali diede cura di movere la sua sfera: e impose a Saturno che governasse la sua, e volle che Giove de la sua fosse motore, e uffici a questi corrispondenti diede a Marte, a Venere, a Mercurio, al sole, a Diana, a Vulcano, a Giunone, a Nettuno e a Plutone, e gli angioli e i demoni diede loro per compagnia e per ornamento, perché non giudicò convenevole che, dovendo poco stante essere la terra e l'acqua e l'aria piene di tante varietà d'animali, il cielo, quasi deserta solitudine, fosse privo d'abitatori. In questo parto nacquero, quasi gemelli, il movimento e il tempo: percioché il primo cielo cominciò a moversi da destra a sinistra, e gli altri con movimenti opposti da sinistra a destra cominciarono a raggirarsi, perch'il movimento del soprano, che è velocissimo, tirò seco tutti gli altri in modo ch'eran agitati da due contrarî movimenti. Allora il tempo, che è mobile imagine de l'eternità, misurò i varî moti del cielo e de le stelle, che a la luce del sole chiarissima facevano quasi una danza; e come che egli misuri certissimamente tutti i movimenti, nondimeno, perché quelli del sole sono cagione d'effetti maggiori e da' mortali più conosciuti, la distinzione de le stagioni doveva esser presa da lui e anno esser detto non la misura con la quale sono misurati i corsi de le stelle, ma quella del giro obliquo ch'egli fa per lo Zodiaco, avicinandosi a gli uomini e allontanandosi da loro: il quale non fu perfettamente ritondo ma alquanto distorto, accioché il sole con la sua lontananza e con la vicinanza potesse esser cagione de la generazione e de la corrozione.

Ma non fece mai Iddio alcuna cosa senza amore; e perché amore produce amore, tutte le cose create cominciarono a riamare Iddio, qual più e qual meno, secondo che da lui più o meno erano amate; né solo il cominciarono a riamare per una certa corrispondenza di gratitudine, ma anche per conseguir la lor propria felicità, perché ciascuna creatura fu prodotta bisognosa di perfezione, la qual, solo amando Iddio e a lui volgendosi, potevano intieramente acquistare. In quella guisa adunque (per condiscendere a la tua intelligenza) che 'l padre, mosso da l'amore di se stesso, desidera i figliuoli e, avuti, gli ama non solo per suo ma per lor bene, e i figlioli per gratitudine o per bisogno riamano il padre, Iddio, amando se stesso, produsse le cose fuor di sé, le quali amò come fattura sua, e fu da loro riamato come fattore e conservatore. Ma fra questi amori è grandissima differenza; percioché il primo amore d'Iddio non è distinto da l'essenza di Dio, ma è Iddio; gli altri amori d'Iddio a le cose create altro non sono che volontà di compartir la sua bontà, ove gli amori de le cose create sono desiderio di participarla: con l'amor dunque tutte le cose a Dio si congiunsero, e più si congiunsero quelle che più l'amarono, e più l'amarono quelle che più lo conobbero, le quali furono distinte d'intorno a lui co 'l ternario e co 'l novenario, numero che piace a Dio, e gli altri con gli altri diversamente. Ma poi che Iddio vide che gli intelletti creati da lui, che iddii furono poi detti, pieni di nova maraviglia verso là rivolgevano ogni loro affetto e ogni loro operazione, in così fatta maniera loro cominciò a favellare:

“O iddii, de' quali io son padre, molto m'è caro che voi m'amiate, percioché ne l'amor vostro conosco la perfezione de l'opere mie e in voi mi compiaccio: laonde non avrete mai fine, quantunque possiate averlo; perché, se ben voi siete di natura in parte mortale, nondimeno per mia volontà giamai non morrete. Ma sì come l'amor ch'io portava a me medesimo non m'ha in modo invaghito di me stesso ch'io mi sia dimenticato di crear voi, così vorrei che voi altri per vaghezza che di me avete non vi dimenticaste d'oprar ne le cose inferiori; e se per altro non vi piacesse, vi dee almeno piacere per compiacere a me, che son vostro padre e signore, il quale non debbo, né il consente la mia dignità, adoprar la mia possanza senza alcun mezzo ne le cose mortali e caduche. Fate dunque studiosamente i vostri corsi e trasfondete ne gli elementi quella virtù che da me avete ricevuta e compartita a' vostri cieli, sì ch'io vegga l'aria, l'acqua e la terra piena di quegli animali de' quali è adorno il primo essempio ch'io ne feci, a la cui similitudine gli altri mondi deono esser fatti, come voi, in me riguardando, conoscerete”.

Così disse Iddio facitore; quando gli dei creati, volgendosi da la contemplazione a l'azione, mossero i cieli, produssero l'erbe e i fiori e le piante e vestirono le piagge e le valli e i monti di mille vaghezze e di mille varietà di colori; e l'acque, che pur dianzi ricoprivano la terra, si ritirarono dentro a certi confini, lasciando grande spazio de la terra discoperto per la vita de gli animali. Allora ella, piena ancora de l'umidità de l'acque, ricevendo i raggi del sole e de la luna e de l'altre stelle, s'ingravidò e cominciò a partorir gli animali, i quali si vedevano uscir del suo grembo non altramente ch'ora veggiamo spuntar l'api da le spalle d'un bue putrefatto, o come ne l'Egitto, quando il Nilo si ritira dentro il suo letto, si veggono da le fertili campagne nascere varie maniere d'animali; e già le selve si riempievano di fiere solitarie così feroci come fugaci, e gli armenti e le gregge ne' fecondi prati si ragunavano a pascolare, e i pesci guizzavano per lo mare e per li fiumi, e gli augelli dispiegavano le penne per l'aria: sì che omai nulla parea che mancasse di perfezione a questo mondo inferiore. Ma Iddio, vedendo ch'egli aveva dati i suoi cittadini al cielo e i suoi a ciascun altro elemento, volle a tutti compartire le dovute dignità: ordinò dunque che tutti gli animali guidati da la natura seguissero necessariamente gli appetiti del senso; ma non consentì che potessero inalzar gli occhi verso le stelle, accioché non s'invaghissero de le bellezze del cielo, le quali non dovean possedere.

Poi chiamò tutti gli dei a consiglio, ed egli poscia così cominciò a ragionare: “Tutte le cose ch'avete fatte, o figliuoli, son buone, perché in tutte risplende alcun raggio de la mia bontà, ma in alcune più chiaramente e meno in alcun'altra, e tutti gli elementi sono stati ornati da voi di quel che loro si conviene. Solo rimane che si dia a la terra un animale che non sia a voi soggetto né operi come gli altri per necessità di natura, ma ch'abbia la volontà libera, e, potendo inalzar gli occhi a queste nostre eterne abitazioni, possa d'esse invaghirsi: il quale, se bene userà la libertà de la volontà ch'io gli avrò data, voglio che costà su possa salire e farsi di questa nostra città cittadino; ma perché egli sarà di tanta eccelenza ch'a voi in alcun modo si potrà agguagliare, non voglio ch'alcun di voi ne la sua creazione s'impacci, ma da me avrà il principio, e con la parte sua immortale la mortale sarà tessuta quasi in un nodo de l'universo e tutti coloro che nasceranno di lui sempre da me avranno l'anima, e 'l corpo da gli elementi”.

Così disse; ed egli medesimo, disceso in una piacevolissima parte de la terra, formò l'uomo e gli spirò co 'l divin fiato nel corpo lo spirito de la vita, imprimendo ne l'intelletto suo, ne la volontà e ne la memoria l'imagine de la sua essenza. Quindi si ritirò nel cielo, e tutti gli dei, quasi spettatori, rivolsero gli occhi al nuovo abitator de l'universo che, portando il simulacro de la divina bellezza, nel teatro del mondo cominciava l'azione del suo quasi poema. Ma perché Iddio vide ch'egli aveva da far fiero contrasto con l'appetito del senso, il quale, armato de l'arme del piacere e de la cupidità de l'avere e de l'onore, tenterebbe d'impedirgli la salita del cielo, volle dargli un padrino che la volontà amaestrasse a la futura battaglia, e come giusto signore un altro ancora ne consentì che avesse la parte sensuale. Questi sono i due geni, il buono e 'l rio, da' quali gli instinti vostri sono drizzati: e il reo è detto reo non perch'egli sia di natura malvagio, perché tutte le cose create sono buone, ma reo si chiama da gli effetti e da l'ufficio suo, avend'egli preso cura, come invidioso de l'eccelenza de l'uomo, di volgere a' diletti e a l'ambizione e a l'avarizia l'appetito concupiscibile, che v'inchina per se stesso, e di trasportarlo talora con ira smoderata oltre que' termini che sono da la ragione prescritti. E questi furono di quelle nature intellettuali le quali dissi che son di numero quasi infinito, sì che agevolmente, poi che gli uomini furono multiplicati, a ciascuno due ne furono assignati: e se tu ben ti rammenti de l'istorie, malvagio demone fu quello il quale con spaventosa faccia due fiate apparve a Bruto, e la prima gli disse: “Un'altra volta ne' campi Filippici mi vedrai”.

Qui fermò lo spirito il corso del suo divino ragionamento, e io tacqui per buono spazio, soprapreso da altissima maraviglia; poi così cominciai a ragionare: Assai m'hai tu persuaso che siano queste nature intellettuali oltre quel numero ancora ch'io stimava ragionevole; e in questa parte, come ricco e liberale promettitore che molto più dà che non promette, molte cose insieme m'hai detto degne ch'io faccia di loro prezioso tesoro ne la memoria. Ma la seconda parte de la promessa non hai tu ancora adempiuta: aspetto dunque d'udire quel che esse sieno, e poi che sian quelle de le quali prima ragionasti. Demoni, rispose, sono sostanze corporee, ragionevoli, atte a patire e immortali. Allora io replicai: Già io udii dire ne le scuole de' Peripatetici che ciò che è atto a patire è mortale: laonde, se essi sono acconci a patire, è necessario che siano mortali. Ed egli: Cotesto sarebbe vero se le passioni de' demoni fossero passioni del corpo o seguissero la sua temperatura; ma elle son passioni de l'animo e non dipendono da la temperatura del corpo. Pur, se alcun dubbio ti rimanesse, ricorri a la volontà di Dio, per la quale molte cose che si possono dissolvere non si dissolveranno, né moriranno molte che possono morire. Non hanno dunque corpo i demoni, se le passioni loro da' corpi non dipendono, dissi io allora. Hanno, rispose, ma non invidiano né s'adirano perché abbiano corpo, come fanno gli uomini; ma perché s'adirano e invidiano, hanno corpo: e perché ciascuno che s'adira e invidia può amare, possono amare, e il loro amore molte fiate a quel de gli uomini concupiscibile è assai somigliante.

Qui egli tacque; e io così dissi: Già avendo io altre fiate udito dire che i demoni de le femine s'innamoravano e godevano de' loro amorosi abbracciamenti, non dava maggior credenza a cotali parole ch'io soglia dar a quel che favoleggiano le vecchiarelle co' fanciulli, quando a la lor conocchia traggono la chioma. Ma ora, intendendo da te come tu provi che essi siano soggetti a le amorose passioni, non mi pare sconvenevole; e, ricordandomi quel che de' giganti lessi ne le sacre lettere e quel che de gli eroi ne le gentili ho letto, mi confermo in questa opinione. Mi par nondimeno cosa assai maravigliosa che di due spezie di natura diverse, quali sono la umana e quella de' demoni, possa nascere un misto che sia gigante o eroe. Meno inusitata ti parrà, rispose lo spirito, se tu ti ridurrai a memoria che dal cavallo e da l'asina nasce il mulo, e nel paese di Cirene i cani nascono da' lupi e da le cagne, e i cani Laconici da' cani e da le volpi, e gli indiani da le tigri e da' cani, ma nel terzo congiungimento, e che ne la riva d'un fiume d'Africa dal rimescolamento di varî animali son prodotti ogni giorno molti mostri: nondimeno puoi di ciò credere al tuo modo. Ma sappi che il corpo de' demoni non è grosso e terreno come quello de gli uomini, ma etereo e sottile in modo che essi agevolmente possono penetrare in ciascuna parte; laonde a coloro se ne vanno che essi conoscono disonesti amatori, i quali persuadono con nuovi e maravigliosi modi, mescolandosi fra' loro pensieri, o dormano o siano desti, con alcune imaginarie invenzioni: e da sì fatte imaginazioni sono molte fiate ingannate le maghe e l'altre donne che a' demoni credono di congiungersi ne gli amorosi abbracciamenti.

Qui si tacque lo spirito, e poi così ricominciò: Se troviam le spezie artificiali mescolate, è necessario che si concedano le naturali parimente miste, perché sempre l'artificiali de le naturali sono imitazioni; né si può ritrovar l'imitazione, se prima non si trova la cosa imitata. Chiamo io spezie artificiali non quelle ch'assolutamente sono fattura de l'arte, benché di queste ancora molte che son mescolate potrei annoverare, ma quelle che di due semplici spezie naturali per alcun artificio insieme si sono congiunte, quali sono gli innesti de le piante, di cui così leggiadramente cantò il tuo poeta in quei versi:

Inseritur vero ex foetu nucis arbutus horrida;

Et steriles platani malos gessere valentes,

Castaneae fagus ornusque incanuit albo

Flore piri glandemque sues fregere sub ulmis.

Taceva lo spirito co' versi di Vergilio, quand'io in cotal guisa rincominciai: Io veggio che l'isperienza ci dimostra, e la ragione c'insegna, che di due specie naturali semplici si può comporre una mista; ma questo credo ch'avenga fra quelle spezie solamente fra le quali è alcuna somiglianza, com'è fra 'l lupo e 'l cane e l'asino e 'l cavallo, i quali son tutti nel genere de gli animali privi di ragione e di forma di corpo non molto dissomiglianti; ma fra l'uomo e l'animale bruto è per aventura tanta lontananza che di loro un animal misto non si può accoppiare: onde ciò che si dice del minotauro, del centauro e de le sirene, estimo io invenzione de' poeti; né presto maggior credenza a quello che scrisse Aristotele d'Onosceli, la qual, essendo bellissima fanciulla, era nata d'una asina, e Agesilao d'Epona, che nacque d'una cavalla, o pur a quel che si legge ne l'istorie de le cose di Settentrione, ch'Ulfone, padre di Nugillo, da cui son derivati i re di Dania, fosse generato d'un orso. Ragionevolmente estimi, rispose lo spirito; nondimeno fra il demone e l'uomo è maggior somiglianza di natura che non è fra l'uomo e 'l bruto, perché l'uomo è simile al bruto ne la mortalità del corpo e al demone ne la immortalità de l'anima, e quel che determina la natura de l'uomo è l'esser ragionevole; e in questo egli conviene co 'l demone: non conchiude la ragione, ma determina l'autorità. E ciò sia detto accioché l'ingegno tuo, usato a le profonde questioni, non cessi da la sua propia operazione.

Ma, nuovo dubbio sopragiungendomi, replicai: Se ben io credo a le tue ragioni, le quali mi provano ch'el demone sia animale affettuoso, onde in consequenza sono constretto a credere ch'egli possa accendersi d'amore, nondimeno, perché l'amore presuppone sempre maggior imperfezione ne l'amante che ne l'amato, non mi par ragionevole che egli possa amar l'uomo, essendo l'uomo men eccelente e men bello di lui, ma più convenevol sarebbe che egli de gli dei s'innamorasse.

A questo così rispose lo spirito: Sappi che due sono le nature de l'amore: l'una è desiderio di participar de l'altrui perfezione, l'altra è volontà di compartir altrui la sua propia eccelenza. Questi due amori non si trovano semplici se non ne' due estremi, in Dio creatore e ne la materia prima: e in tutti gli altri soggetti si ritrovan mescolati, perché la materia prima ama la forma per adempir co 'l suo congiungimento i proprî diffetti, non potendo ella né desiderando di giungere a la forma alcuna perfezione; ma Iddio ama le creature per compartir a tutti, a chi più e a chi meno, la sua perfezione, non aspettando da loro alcuno accrescimento de la felicità. E or rammentati di quel c'hai letto leggendo Omero, quando Giove dice che, s'egli mandasse giù una catena dal cielo sin a la terra e tutti gli dei cercassero, apprendendosi a quella catena, di tirar Giove a sé, non potrebbono, ma egli di leggieri a sé tutti gli tirarebbe. Questa catena altro non significa che la catena amorosa, con la quale Iddio potentissimo non è mosso da gli dei minori o da l'altre creature, ma egli tutte le muove come amato e desiderato: perché, se Iddio amasse per ricever perfezione, l'oggetto amato sarebbe l'agente ed egli sarebbe il paziente, onde ne seguirebbe ch'egli sarebbe giù tirato: ma questo, come ho detto, è impossibile o solo possibile ad Amore. Ma egli, mandando giù i suoi doni e le sue grazie, l'una con l'altra innannellata a guisa d'aurea catena, fa che questo ordine di grazie discenda dal cielo a la terra, e con esse rapisce a sé gli angioli e tutte le creature che ad esso per farsi perfette s'apprendono: e tanto voglio aver detto de' due amori semplici.

Or passiamo a gli amori de gli angioli e de le creature. L'angiolo sovrano, quando a Dio si rivolge, l'ama di quell'amore che presuppone imperfezione, percioché gli l'ama per farsi perfetto; ma quando si china verso gli angioli inferiori, ama loro per infondere in essi quella perfezione che da Iddio ha ricevuta; e gli angioli inferiori amano i superiori per farsi più belli, perciò che gli spiriti angelici che sono descritti ne l'ordine sommo contengono in sé le proprietà de gli inferiori; ma gli ultimi non hanno in tutto le proprietà de' superiori, ma, essendo illustrati, tanto ricevono di lume, quanta è la capacità di ciascuno. Qual maraviglia è dunque s'amano gli uomini, tutto che d'essi sian più eccelenti, poiché gli amano per illustri modi? Vedi omai che 'l tuo dubbio è soluto. Disciolto è certo, io risposi, ma pur sarebbe più ragionevole ch'essi gli angioli maggiormente amassero, poiché il desiderio di compartir la perfezione dee esser minor che quel di riceverla. Vero è quel che dici, rispose lo spirito, ed è vero che le creature tutte amano più ferventemente le cose più nobili e men le meno; Iddio nondimeno, tutto ch'ami per l'altrui perfezione, ama con maggior fervore d'ogni creatura: e questo avviene per l'infinito de la bontà, la qual supera senza alcuna proporzione la bontà di tutte le cose finite.

Qui taceva lo spirito; quand'io, nuova occasione di ragionare porgendoli, ricominciai: Se i demoni possono amar gli uomini, non pare a me irragionevole che con essi ne gli amorosi abbracciamenti possano mescolarsi; e questa mia opinione è confermata dal mio poeta, quando dice:

... Quem Rhea sacerdos

Furtivum partu sub luminis edidit oras,

Mixta deo mulier.

Troppo dice il tuo poeta, rispose lo spirito, e in questo troppo offende la degnità de l'intelligenze celesti, né si doveva egli per aventura ricordare di quel che pur doveva aver letto nel Convito di Platone, che gli dei con gli uomini in alcun modo non si mescolano, ma per lo mezzo de' demoni con gli uomini hanno commercio; benché non egli in ciò s'inganna, ma Platone e tu ancora, ch'i suoi versi non hai bene interpretati, perch'egli in quel luogo parla di Ercole, quando, tornando di Spagna, non era ancor deificato: e se ben il chiama dio, perché poi deveva fra gli iddii esser annoverato, non era disconvenevole ch'egli, vestito d'umane membra, potesse con una donna congiungersi. Ma Platone, quando dice che gli iddii non si mescolano a gli uomini, non intende del mescolamento carnale: che se ciò intendesse, bene intenderebbe, perché l'appetito concupiscibile non conviene a gli angeli, i quali da lui sono iddii nominati; ma intende de' la famigliarità e de la domestichezza; e in ciò manifestamente s'inganna, perch'essi molte fiate, prendendo corpo umano, a gli uomini soglion dimostrarsi. Ma forse Platone considera allora ne gli angioli quel che è naturale, non quel ch'è volontario: percioch'essi per natura non si dimesticarebbono con gli uomini per la distanza ch'è fra loro di natura e di luogo, ma, avendo la volontà libera e non obligata ad alcun determinato movimento, tutta inclinata a la carità e a la grazia, possono a gli uomini apparire, e alcuna volta il fanno. Questo, dissi io, mi par molto ragionevole, né mi potrà più capir nel pensiero ch'in animo celeste possa accendersi desiderio carnale; ma ben dubito ancora s'i demoni possano per concupiscenza de le donne invaghirsi e con esso loro congiungersi amorosamente, e se vero sia quel che non solo da' poeti si dice de' satiri e de' silvani, ma da' teologi ancora de gli incubi e de gli succubi.

Già abbiamo conchiuso, rispose lo spirito, ch'i demoni non han corpo simile a questo nostro: laonde, quantunque essi potessero innamorarsi, non potrebbono nondimeno congiungersi amorosamente in quella guisa che fanno gli animali sottoposti a la generazione e a la corruzione. Ma tu hai letto de gli incubi e de' succubi e de' silvani, e hai letto similmente ne le favole di Marte, quando Rea abbracciò, e di Giove, che per godersi de l'Alcmena allungò la notte, laonde egli, qui templa caeli concutit, discese nel grembo di Danae in preziosa pioggia d'oro, ed Ercole e Perseo ne furono generati, e leggesti ancora ne l'istorie ch'Alessandro e Scipione furono creduti figliuoli di Giove. E ciò suole avenire perché gli spiriti in sogno s'appresentano a gli uomini in forma bellissima e augusta e superiore a l'umana, quale è quella ch'in me vedi, sì che la lor fantasia, quasi tenacissima cera, s'imprime d'una imagine di bellezza più che mortale; e perché la virtù de la fantasia è grandissima, quando gli uomini vengono a gli abbracciamenti d'amore, venendoci pieni di sì alta imaginazione, i figliuoli che poi son prodotti soglion nascer simili a quell'eccelente idea di valore e di bellezza ch'i padri ne la mente avean conceputa.

Oltre acciò, perch'i demoni, come già abbiamo conchiuso, sono astrologi, essi procurano che il destinato parto sia conceputo ed esca in luce sotto grandissimo favor di stelle, e che riceva da gli influssi celesti ogni eccelentissima dote di natura: il quale, poiché cresce in età e può scoprire il suo valore, è detto eroe ed è tenuto superiore a gli altri, onde si crede che non sia figliuolo d'uomo ma d'alcuno iddio: perché la particolar providenza che quell'iddio ha avuto di farlo nascere, merita ch'a lui il nome di padre s'attribuisca, o almeno di protettore; laonde appresso Omero a' principi de gli eroi, Achille, Agamennone, Ulisse, sono aggiunti certi dei che ne' pericoli son compagni, e il nome d'eroe è nome ch'in greca favella deriva da “amore”, perché il vicendevole amore fra l'iddio e l'uomo è stato cagione ch'egli sia nato. Ma que' demoni che malvagi sono detti da l'ufficio loro, con le donne in quella guisa si congiungono che voi uomini solete; e perch'essi non potrebbono per sé generare, gittano il seme d'alcun uomo nel ventre de la donna, ch'è di quelle che streghe sono da voi domandate: e da sì fatti congiungimenti nascono i maghi, quale fu Merlino, che fu giudicato figliuolo del demonio.

Taceva lo spirito; e io, quasi sodisfatto d'ogni mio dubbio, non aveva che dimandare, quando egli di nuovo ricominciò: Già tu hai inteso quel che siano i demoni; ma le intelligenze chiamate angioli sono sostanze incorporee, intellettuali e immortali e non acconcie a patire: e se intelligenze furono quelle che gli antichi chiamarono iddii, non convenevolmente fu loro attribuito il riso e 'l pianto, che sono seguaci de le passioni, e con maggiore sconvenevolezza fu detto ch'essi con gli uomini carnali si mescolassero. Ma perch'amano in modo assai diverso da l'uomo, con l'amore congiungono la natura umana a la divina e, quasi messaggieri, di qua e di là portano e riportano quel che a gli uomini è giovevole e necessario o a Dio caro e dovuto: e cari a Dio sono i devoti prieghi de' mortali e i voti e le lodi, ma a gli uomini sono necessarî e giovevoli i doni di Dio, i quali son tanti che non possono qua esser raccolti sotto numero determinato.

Ma pur se tu vuoi intendere de' doni naturali, puoi prendere il numero de le intelligenze de' pianeti: e sono l'acutezza del contemplare, che deriva da Saturno; la potestà del governare e del commandare, che depende da Giove; la grandezza de l'animo, che è virtù infusa da Marte; la chiarezza de' sensi e de l'opinioni, che è dono dato per mezzo del sole; l'amore, ch'è infuso da Venere; la prontezza al parlare e a l'interpretare, che viene da Mercurio; la fecondità del generare, che procede da la luna.

Qui tacque egli; e io dissi: A qual di questi doni ridurai le leggi, le quali pur anzi dicevi ch'erano a gli uomini state donate da gli dei? Le leggi, rispose lo spirito, sono di tanta importanza che solo da Iddio grandissimo per mezzo degli iddii minori e de gli angeli possono esser donate buone intieramente: ed egli, mandandole a gli uomini, le manda accompagnate da sette messaggieri; ma perché uno nondimeno, in quel ch'appartiene questa ambasceria, tiene il luogo principale, da uno pare ch'elle sian ricevute. A quel ch'io raccolgo, dissi io, l'ufficio lor altro non è che congiungere per via di messaggio la natura uman con la divina. Questo è a punto desso, rispose lo spirito.

Allora io così cominciai a favellare: Assai ho io da te, cortese spirito, apparato; ma se noi contempliamo volentieri per esser poi più atti a l'operare, quel c'hai detto del celeste messaggiero vorrei che s'accompagnasse con alcuna cosa appartenente a l'umano ambasciatore. Convenevole dimanda è la tua, rispose lo spirito, e simile a quella del saggio re, il quale, dovendo chiedere alcuna singolar grazia a Dio, non chiese la scienza di cose naturali o sopranaturali, ma il senno per governare.

Allora io soggiunsi: Ma forse gli accidenti ne' quali l'ambasciatore può mostrar la sua prudenza sono quasi infiniti: laonde io stimo che sia quasi impossibile il darne alcuna arte; tutta volta così del perfetto messaggiero mi pare che si possa ragionare come altri del perfetto oratore ragionò. Così ci sono de' celesti oratori come de' messaggieri a' quali favellando si può aver riguardo, rispose lo spirito; ma se in altro modo di questa materia dovessi ragionare, che ne direi? Che l'arte oratoria a l'arte de la cucina fu assomigliata. E io risposi: Io mi terrei da te a pieno sodisfatto se tu m'insegnassi quel che fosse l'ambasciatore e quale l'ufficio e 'l fine, in quella guisa che queste cose medesime sono da gli altri ne l'oratore dimostrate: il qual convenendo nel nome con l'ambasciatore, è verisimile ch'in altro ancora siano somiglianti, e forse ne gli antichi secoli fu il medesimo essercizio. Molto volentieri m'apparecchio a compiacerti, rispose lo spirito, e, toccando solamente gli universali, studiarò d'esser breve, in modo però che tu non avrai cagione né d'accusar l'oscurità, né di desiderar la notizia del vero. Cotesto, dissi io, sarà molto a me caro: e in tal modo ho inteso che di tal arte trattò Ermolao Barbaro, famosissimo senatore, in un suo libretto, il quale ne le mie mani non è pervenuto, ma credo che sia molto degno de la sua dottrina e de l'isperienza ch'egli ebbe de le cose del mondo, e in particolare de l'ambasceria, nel qual ufficio egli spese gran parte de la sua vita, essercitandolo gloriosamente appresso i maggiori principi de' cristiani. Degno è veramente di lui il libretto ch'egli scrisse, soggiunse lo spirito; più viva imagine nondimeno de l'eccelenza ch'egli ebbe in quest'arte è il signor Francesco Barbaro suo pronepote, da cui tu più potrai apprender de la prudenza e de la gravità convenevole a gli ambasciatori che da quanti libri potessi rivolgere giamai.

Fortunato fra tante sciagure sono io veramente, soggiunsi allora, per la stretta conversazione ch'ho con questo gentiluomo così valoroso e di così raro giudicio; né men fortunato per la conoscenza c'ho del signor Ottavio Santa Croce, nunzio di S. Santità, prudentissimo e liberalissimo prelato, e che sostiene sì alta professione con somma autorità e splendore e con essempio di virtù e di religion singolare. Ma ove lascio il signor Vincenzo Laureo, non men eccelente ne la contemplazione che ne l'azione e ne l'una e ne l'altra di grandissima eccelenza, come hanno conosciuto con maraviglia grandissima de la sua virtù e del sapere non solo le barbare nazioni, ma i gloriosissimi regi e i potentissimi Augusti? ove il signor Ippolito Capilupi, ch'essendo fra i primi e più lodati poeti di questo secolo, non ha voluto esser men dotto o meno prudente oratore o men accorto cortigiano o men liberal signore o men sincero amico de gli amici? ove il signore Annibale di Capova, in cui la nobiltà del sangue illustre e la grandezza del fratello è il pregio minore, tant'è egli adorno di lettere e di costumi, e in particolare di quella prudenza e di quella accortezza e destrezza d'ingegno ch'a quest'officio è necessaria? ove il signor conte di Porzia, di cui né 'l più eloquente né 'l più dotto uscì mai de le scuole di Padova o di Bologna, né 'l più prudente partì mai dal Vaticano per muover gli animi de' prencipi o per compor le discordie de' re e de' popoli; al cui valore Roma, che è così grande, fu già picciolo teatro, e ora Germania, ch'è la maggiore e la più nobile de le provincie, a fatica pare che possa dar spettatori e ammiratori a bastanza? ove il signor conte Fulvio Rangone, che ha pochi paragoni ne le lettere, ne l'acutezza e ne la maniera del negoziare, e pochi ne la nobiltà e ne lo splendore de la vita? Né debbo tacere di due nobilissimi cavalieri ferraresi, il Gualengo e il Fiasco, ch'in questa nobilissima professione in servizio del lor serenissimo principe tanto si sono avanzati che possono a' più saggi e più famosi d'Europa esser aguagliati. Né tacerò del signor Renato Cato, che, sì come ne la prudenza e ne la intelligenza de le lettere agguaglia il padre, così con l'affabilità de' costumi e con la coltura de l'umane lettere a ciascun altro si può pareggiare; né meno tacerò del signor Battista Guarino, che la prudenza cortigiana ha accoppiata con tanto ornamento di scelte e polite lettere e di felicissima eloquenza, quanto basta a farsi conoscere per singolare. Io non ardisco di passare da la corte di Ferrara in quella di Toscana, percioché la mia fortuna non ha voluto che di lei abbi molta notizia; ma se dal prencipe si può far argomento qual sia il ministro, possiamo credere ch'ottimi e perfettissimi ambasciatori ne siano usciti: e tali estimo il signor Bernardo Canigiani, il signor cavaliero Urbano e il signore Camillo degli Albizzi. E se la virtù de l'ambasciatore non contenesse molte virtù, basterebbono la liberalità e la magnificenza sola per farli illustri: laonde, s'io togliessi da ciascun di loro alcuna perfezione, crederei di così poter formar l'imagine del perfetto ambasciatore, come il pittor di Crotone, rimirando in cinque bellissime donne, effigiò Elena in sovrana perfezione di bellezza. Ma prima io vorrei che tu l'arte m'insegnassi, e poi forse, s'a te non sarà grave, l'idea del perfetto ambasciatore andremo considerando in quella guisa che del perfetto oratore Marco Tullio la considera dopo ch'egli l'arte de l'orare ebbe insegnata.

Qui io mi taceva espettando; ed egli da questo principio il suo ragionamento incominciò: Tu ti dèi rammentare che Platone, de l'arte oratoria ragionando, a l'arte de la cucina l'assomigliò: paragone ch'a prima vista pare molto sconvenevol, percioché arte nobilissima ad arte vilissima è assomigliata; nondimeno chi a dentro la natura de l'una e de l'altra considera, trova fra loro alcuna simiglianza, percioché, sì come il cuoco con la varietà de' sapori e de' condimenti fa piacer le vivande che non piacerebbono per se stesse, così l'oratore ne' condimenti de la sua eloquenza condisce molte materie che parrebbono spiacevoli per sé: paragone certo assai strano, ma nondimeno tale che può dimostrare che le arti umane, quantunque nobili, sono assai a l'ignobili somiglianti, onde gran diligenza è necessaria d'usare per allontanarle da ogni indignità. Paragone non men convenevole di quello mi par che si possa fare tra l'arte de l'ambasciatore e quella del ruffiano, percioché l'una e l'altra muove gli animi: laonde non può esser bene essercitata se non da uomini conoscitori de gli animi, i quali, se dal cielo discendono, come già s'è detto, molto meglio possono esser conosciuti da gli angioli che là su gli rimirano a la luce del sole intelligibile, o da quelle anime beate che, volate al cielo, veggono se medesime con le altre sue compagne, che da quelli che, ricoperti da questo manto de l'umanità, con lungo studio appena riconoscono se stessi.

Ma se gli animi nostri, dissi io, in queste membra sono ripieni di mille passioni, possono esser conosciuti da quelli che a le passioni non sono sottoposti? Possono, rispose, perché niuna cosa è nota a voi mortali che a gli immortali non sia nota in un modo più eccelente. Tuttavolta il trattare de gli affetti appartiene più tosto al ruffiano che a l'ambasciatore, perché l'uno è congiungitore de gli amanti ne l'amore affettuoso, l'altro de' principi ne l'amicizia: la quale non è ne la parte affettuosa ma ne la volontà, s'intendiamo de l'onesta amicizia, non di quella c'ha per fine il diletto. L'unione dunque de l'amor sarà il suo genere, il congiunger gli amanti e gli amici sue specie. Ma lasciando che de l'arte del ruffiano altri discorra, io di quella de l'ambasciatore dico ch'ella altro non è ch'un'arte d'unire e di conservare i principi in amistà, la qual non può esser essercitata se non da uomo conoscitor de gli animi, e in particolar de' prencipi.

Qui s'era alquanto fermo lo spirito; quand'io, cotal dubbio movendo, quel ch'egli di dire s'apparecchiava ritardai: Tu dici che l'ambasciatore è congiungitor di principi; ma a me pare che non ogni ambasciatore sia tale, perché, lasciando star alcuni vili messaggieri da parte e parlando de' nobili, di questi alcuni portano le disfide. E se tu risponderai che loro si convenga anzi il nome d'araldo che d'ambasciatore, io replicherò che questa distinzione è più tosto distinzione d'usanza che di ragione; la quale usanza non è stata sempre sì fatta: anzi i Romani non giudicavano che si potesse altrui ragionevolmente mover guerra se prima non s'annunciava, perch'essi co' nemici osservavano alcune ragioni, le quali stimavano empia cosa il violare; e intorno a ciò si osservava tutto quello ch'essi chiamavano Cjus feciale . E questi ambasciatori annunciatori di guerra erano di dignità eguali a gli altri che trattavano la pace: e tali furono que' due ch'andarono a Cartagine nel tempo che i Cartaginesi espugnarono Sagunto, l'uno de' quali, dicendo di portar la guerra e la pace nel seno, poiché s'accorse che i Cartaginesi non accettavano le condizioni proposte da' Romani, gli sfidò a la guerra. E forse a' tempi nostri que' chiaussi che manda il Turco a dimandar gli altrui regni, altro non sono ch'ambasciatori di guerra, come fu quello che venne a richieder Cipri a' Veneziani: laonde io stimo che quest'arte non sia congiungitrice d'amicizia, ma che possa unire egualmente e disunire gli animi.

Non pare, rispose lo spirito, che si possa negare che l'arte de l'ambasciatore sia così acconcia a far guerra come pace. Ma tu sai che la pace è il fine de la guerra, perché ciascun guerreggia a fine di riposar ne la pace: laonde l'uomo civile, benché gli si convenga egualmente il trattar de la guerra e de la pace, non dee procacciar guerra per sé, ma solo perché, quando che sia, può esser dirizzata a la pace; e se l'ambasciatore è uom civile, non può aver altro fine che la pace: e s'uno guerreggiasse per guerreggiare, non si proponendo il fine de la pace, sarebbe simile ad un arciero il qual saettasse senza aver mira ad alcuno bersaglio, solamente per mostra ch'egli sa saettare con leggiadria; il qual sarebbe vano, e simil vanità di fine non si de' conceder ne l'uomo di stato. Or, se l'arte de l'ambasciatore è una de l'arti sottoposte a la civile, non può ella nel preporsi il fine discordar da lei, ch'è quasi l'archittetto: dunque, se 'l fine de la civile è la pace, il fine de l'ambasceria è la pace; e come che si trovino alcuni ambasciatori ch'annunzian guerra, nondimeno l'ambasciator, considerato in universale, altro non è che congiungitor d'amicizia: laonde da la ragione de le genti gli è vietato di adoprar l'arme, e, adoprandole, commette errore gravissimo e dannosissimo e di pessimo essempio. E se tu ben ti rammenti di quel c'hai ne le istorie letto, que' tre ambasciatori che Romani mandarono a' Francesi perché cessassero da la guerra che movevano a popolo amico del popolo romano, entrando ne la battaglia, violaron la ragion de le genti con grandissimo sdegno de' Francesi, i quali, lasciando la prima impresa, se n'andarono diritto a Roma e, rotto l'essercito che lor venne a l'incontra, la presero, e assediarono il Campidoglio e furono vicini a ruinar la republica de' Romani.

Qui egli si ritenne di ragionare; e io dissi: A me non pare che quegli ambasciatori offendessero la ragione de le genti, perch'essi non presero l'arme contra Francesi se non quando conobbero ch'indarno s'affaticavano che si rimanesse d'offender gli amici. La violaron senza alcun dubbio, rispose lo spirito, perché l'ufficio de l'ambasciatore dura mentre egli va, mentre sta e mentre ritorna: e mentre egli dura, sempre deve esser sicuro da tutte l'offese. E perché la giustizia dee esser vicendevole, non dovendo esser offesi, non deono offendere: e s'egli è atto barbaro e inumano il far oltraggio a gli ambasciatori, ciò aviene perch'essi in occasione alcuna, mentre sostengono quella persona, non debbono contr'altrui prender l'armi; onde come uomini innocenti e pacifici soglion esser riguardati: che se potessero guerreggiare, non si concederebbe loro il poter per tutto passare con sicurezza, e niuno aprirebbe la strada a coloro ch'in su 'l fatto d'ambasciatori inimici potessero divenire. E quinci aviene ch'il tuo poeta, parlando de gli ambasciatori ch'Enea manda a Latino, dice:

Tum satus Anchisa delectos ordine ab omni

Centum oratores augusta ad moenia regis

Ire iubet, ramis velatos Palladis omnes;

perché l'oliva, ch'è arbore di Palla, è segno di pace; ed Enea, quantunque avesse scelti quegli ambasciatori da tutti gli ordini, non avea ad alcun data commissione d'annunziar guerra, ma da tutti gli ordini li aveva eletti per dinotare ch'egli chiedeva pace universale e per assicurar Latino che i suoi paesi non sarebbono infestati da latronecci, i quali da gli uomini di minor condizione sogliono esser commessi.

Così diceva egli; e io, da le sue parole essendo mosso a dubitare, così soggiunsi: Ma se l'ambasciatore fosse di prencipe amico a prencipe amico, il quale guerreggiasse con un altro, potrebbe egli in questo caso vestir l'arme? Potrebbe, rispose lo spirito, con minor offesa de la ragione de le genti; nondimeno non deve farlo perché si chiude la strada a l'accordo. Diremo adunque che l'ambasciatore sia gentiluomo che appresso un prencipe rappresenta la persona d'un altro prencipe a fine di pace publica e d'amicizia: perché quelli che da privati a prencipi e da prencipi a privati o da privati a privati sono mandati, non meritano nome di ambasciatore. Ma de' veri e nobili ambasciatori due sono le specie, perché di due maniere è la materia ch'a loro ufficio è sottoposta: alcuni sono mandati per trattazione di negozio, o sia di pace o di guerra o di tregua o di lega o di che altro si sia; altri sono mandati per una semplice dimostrazione di benevolenza e di stima o a rallegrarsi di nozze o di nascimento di figliuoli o di acquisto di vittoria o a condolersi di morte o d'altra sciagura o far altro simil complimento; e l'uno così avrà dal principe autorità di trattar ciò ch'a l'onore e a l'utile commune appartiene a fin d'amicizia, l'altro sarà mandato per dimostrazione di benivolenza e di stima pure a fine d'amistà. Ma alcuni altri de l'una e de l'altra specie sono composti: e questi sono gli ambasciatori che risiedono appresso i principi stranieri, de' quali è ufficio non meno il fare complimenti che il trattare i negozî: e ove egli si dice ambasciatore, solo di loro s'intende per eccelenza.

Allora diss'io: Raccolgo da le tue parole che de gli ambasciatori alcuni risiedono e con piena auttorità di trattar ogni negozio e di far ogni ufficio, altri non riseggono, ma vengono per occasione particolare; e di questi alcuni per negozio, alcuni per complimento, l'ufficio de' quali è d'adoprare acconciamente per unire gli animi, e 'l fine essa unione de gli animi: ufficio e fine nobilissimo oltre tutti quelli de l'uomo civile. Allora io dissi: Se ciascuno che unisce gli animi è mezzano fra coloro gli animi de' quali unisce, non pare che più debba esser d'un principe che de l'altro, perché sempre il mediatore egualmente partecipa de gli estremi; ma da altra parte ciò pare molto inconveniente, perché l'ambasciatore è tutto di quel prencipe la cui persona rappresenta, non di quello appresso cui risiede: laonde devrebbe esser più tosto il suo fine di trattare i negozî a pro' e a sodisfazione del prencipe suo signore, senza aver alcun riguardo a l'utile e a l'onor de l'altro.

Quel che tu dici, rispose, è vero de' mezzi naturali, non de' voluntarî: percioché colui che è mezzo voluntario può piegare più a l'una parte che a l'altra, quantunque debba sempre a quella ove è maggior onestà; ma è forse onesto ch'egli ubbidisca al propio signore. Ma s'egli non avesse anche qualche riguardo a la sodisfazione di colui appresso il qual risiede, troppo si discosterebbe da l'umanità e da la cortesia; percioché, se la pace e l'amicizia son buone per sé, né ritrovar si possono se non fra due prencipi, ciascun de' quali desideri il bene e la sodisfazione de l'altro, come potrà l'ambasciatore procurar pace e amicizia al suo signore, ch'è il maggior bene, che insieme non procuri quella de l'altro? Ma perché assolutamente al prencipe suo signore è obligato, ov'egli avegna che siano due prencipi di volontà discordi, non dee lasciar cosa alcuna a dietro per la quale non cerchi condurre il prencipe amico ne l'opinion e ne la volontà del suo signore, usando in questo quelle persuasioni ch'egli giudica più acconcie e più grate a colui ch'ascolta. E percioché ogni persuasione si fa o con gli argomenti o movendo gli affetti o mostrando i costumi, dee egli fra le ragioni e gli essempi sceglier non solo i più possenti e opportuni, ma anco i più dolci e i più soavi, e mover passioni benigne più tosto che la malevolenza o altro movimento, seguaci de l'odio e de l'inimicizia, e in guisa ragionare che il prencipe ch'ascolta sia indotto a credere ch'egli sia uomo da bene e prudente e amator non meno del giusto che de la sua propia utilità; ma colui il quale con tai modi è atto a persuadere è buono oratore. Non può dunque alcuno esser perfetto ambasciatore, ch'insieme non sia buon oratore: e quinci aviene che alcuna volta così allargano il freno a l'eloquenza come gli oratori de le cause sono usati di fare, percioché l'elocuzioni ancora e i modi del parlare concorrono a la persuasione.

Odi con quanta felicità d'eloquenza e con quanta grandezza di numeri e d'elocuzioni Ilioneo prega Latino che si contenti di dare abitazione a' Troiani:

Quanta per Idaeos saevis effusa Mycenis

Tempestas ierit campos, quibus actus uterque

Europae atque Asiae fatis concurrerit orbis,

Audiit, et si quem tellus extrema refuso

Submovet oceano et si quem extenta plagarum

Quatuor in medio dirimit plaga solis iniqui.

Diluvio ex illo tot vasta per aequora vecti

Diis sedem exiguam patriis littusque rogamus

Innocuum et cunctis undamque auramque patentem.

Non erimus regno indecores, nec vestra feretur

Fama levis tantique abolescet gratia facti,

Nec Troiam Ausonios gremio excepisse pigebit.

Fata per Aeneae iuro dextramque potentem,

Sive fide seu quis bello est expertus et armis,

e quel che segue. È certo che, s'io volessi questa orazione e quella di Drance ad Enea essaminar con le regole de' rettori, e insieme l'ambasciata di Mercurio e l'ambasciata e la risposta de gli ambasciatori che vanno a Diomede, si troverebbe raccolta e quasi rinchiusa ne' versi del poeta tutta l'arte de gli oratori. Ma lasciando questa considerazione a gli interpreti de' poeti, dico che, s'aviene che l'ambasciatore non possa a l'uno e a l'altro principe sodisfare, allora è obligato di proporsi per oggetto il piacer del prencipe al quale egli serve e la cui persona rappresenta.

A questo io così risposi: S'egli avenisse che 'l prencipe suo signore volesse cose ingiuste e l'altro de le oneste fosse desideroso, deve più tosto compiacere a l'iniqua volontà de l'uno ch'a la ragionevol voglia de l'altro? Ed egli replicò: Non è ragionevole che meno compiaccia a la ragionevole volontà de l'uno che a l'iniqua cupidigia de l'altro; ma non può anco onestamente sodisfare altrui con mala satisfazione del suo signore, al quale, se può, dee dimostrare l'ingiustizia del suo volere, né potendo ciò fare, più tosto chieder licenza che esser essecutore di non onesti comandamenti. Ma con quali modi, dissi io, dee l'ambasciatore dimostrare al principe l'iniquità de' suoi voleri? con quelli forse i quali, dolcemente allettando, non tirano, ma conducono l'animo altrui ne la sua opinione? Qui parve che sorridesse lo spirito, e disse: Non è il principe quella parte de l'animo che è cupida de' diletti, né quella che è perturbata da l'ira, percioché elle son nate per ubidire: ma al principe conviene di comandare. È dunque il principe l'intelletto, il quale né per ira si muove, né per piacere né per alcun di quegli affetti che sono quasi venti contrari a la vita serena; laonde colui persuade al principe che dimostra a l'intelletto suo quel ch'è onesto e giusto per sé; gli altri, ch'in varî modi o raggirano l'opinione o lusingano l'appetito, al principe non persuadono. Ma se l'intelletto del principe, ripigliai io, o perché egli sia male avvezzo o per altra cagione, non potesse discernere quel ch'è giusto per sé e assolutamente giusto, che dee allora fare l'ambasciatore? Dura è veramente, rispose egli allora, la condizione di coloro che s'avvengono a sì fatto principe, o siano ambasciatori o giudici o capitani o consiglieri; i quali, a' suoi comandamenti ubidendo, buoni essecutori possono essere per aventura, ma uomini affatto da bene non mai. E a l'incontro, s'alcuno non volesse aver alcun riguardo al prencipe o a la città, ma l'onestà rigida e severa, spogliata d'ogni utilità, si proponesse per fine, costui uomo da bene sarebbe senza alcun dubbio, ma non buon essecutore né buon cittadino potrebbe esser detto: e tale fu per aventura Catone, il quale, ne la cittadinanza di Romolo vivendo come se ne la republica di Platone fosse nato, di molti tumulti fu alcuna volta cagione.

Dura è la condizione, diss'io allora, de l'ambasciatore, poiché, potendo egli esser assolutamente uomo da bene, d'esser sì fatto per vaghezza d'essere buono ambasciatore non deve curarsi. Non è più dura, rispose egli allora, di quel che sia la condizione di ciascun altro che ne l'azioni voglia affaticarsi: percioché né l'oratore può esser uomo da bene se non ne la perfetta città, né il giudice né il consigliero di stato né il capitano eziandio, il quale, se sempre volesse esser uomo da bene, non avrebbe per fine la vittoria, ma l'onesta vittoria: e onesta non può essere se ragionevole non è la guerra. Ma s'alcuno è nel mondo che desideri d'essere perfetto, si ritiri ne le selve e ne le solitudini, e viva contemplando come le intelligenze, ché eleggerà l'ottima parte; o pur cerchi, se ritrovar si può, prencipe o città perfetta: ché in lei potrà egli essere veramente uomo da bene ed essercitar l'ufficio de lo ambasciatore e ciascun altro perfettamente. Che s'in questa corrozione de prencipi e di cittadinanze egli ad Aristide vorrà agguagliarsi, non gli dovrà esser grave soverchiamente s'egli per premio de la sua giustizia [sia] da le corti e da' tribunali sbandito.

Questo prencipe che tu dici, allora si ritroverà, dissi io, quando i filosofi regneranno o i prencipi filosoferanno; e come che io non speri giamai che i filosofi debbano regnare, ho assai certa speranza che i principi debbano filosofare. Non è punto irragionevole la tua speranza, rispose lo spirito, perché quel giovinetto prencipe, del cui valore e de la cui cortesia tu conservi così graziosa memoria, in questa sua acerba età tale si suol mostrare quale i filosofi l'hanno formato ne le lor contemplazioni; e s'uso corrotto del mondo con false apparenze di bene non isvolgerà l'animo suo da l'amor de la filosofia, vera sapienza, vero sarà il tuo presagio. Felice Mantova, dissi io, che l'hai prodotto, e felicissimi i parenti, che n'hanno speranza, e felici coloro a' quali sarà conceduto d'esser nel numero de' suoi servitori annoverato. Ma ritorniamo a parlar de l'ambasciatore.

L'ambasciatore, ripigliò egli allora, ha dipendenza dal prencipe: onde, se 'l prencipe non è perfetto, non può esser perfetto l'ambasciatore; ma se 'l prencipe è perfetto, l'ambasciatore ancora può esser perfetto: e l'ambasciatore perfetto fa quanto è onesto, e l'onestà in ogni occasione antepone a l'utilità; ma l'imperfetto molte cose fa per usanza e molte per compiacere al suo signore: allora nondimeno più s'assomiglia al perfetto che cerca di volgerlo e d'indirizzarlo verso l'onesto. Questo a me pare, dissi io, ufficio più tosto di consigliere che d'ambasciatore.

Non è sconvenevole, disse egli, che l'ambasciatore, scrivendo al principe, dia consiglio; ma colui che dà consiglio è consigliero. Allora io il dimandai: È mai lecito a chi dà consiglio con alcuna menzogna schifare alcun male o esser cagione d'alcun bene, o pur co 'l tacere il vero cagionare il bene e schifare il male? Se ben la verità, rispose, per se stessa è buona e la menzogna rea per sé, nondimeno ne le cittadinanze è tolerato che i principi e i magistrati le dicano per utilità de' soggetti, come a' medici è lecito di dir la bugia per salute de gli infermi. Ma se gli infermi fanno grande errore, dicendola a' medici, non minore la fanno i soggetti, dicendola a' principi: laonde, se l'ambasciatore è soggetto, non pare che a lui sia convenevole il dirla al suo principe: e per questa cagione assai da alcuni è lodato Omero, appresso il quale le ambasciate sono riferite con l'istesse parole con le quali furono dette. Ma non suole anco esser biasimato chi, portando le proposte d'un principe e riportando le risposte d'un altro, le ridice con altre parole, senza variare l'essenza de le commissioni, quantunque rade volte avvenga che per la diversità de le parole l'essenza de le cose non si varii in qualche parte.

Percioché, sì come le piume che sono nel collo de la colomba, benché sian sempre l'istesse o de l'istesso colore, ora paiono del colore de' rubini, ora s'assomigliano a' zaffiri, ora questi a gli altri colori sogliono mescolare secondo che variamente sono volti a la luce del sole, così l'azioni de gli uomini, tutto che siano l'istesse, posson prender diverse faccie secondo che diversamente sono rappresentate a l'altrui considerazione: onde una azione istessa, diversamente posta al lume de la ragione, or buona pare, or rea, or mista, or degna di laude, or di scusa, or di vituperazione. E questo artificio di far cangiar faccia a le cose con la disposizione d'esse e de le circonstanze dee prender in presto l'ambasciatore da l'oratore, da cui anco il nome ha tolto: e sì come l'oratore non dee variar l'aspetto de la verità per opprimere l'innocenza, così l'ambasciatore e ogn'altr'uomo di stato, rappresentando le cose a' prencipi con altro aspetto che co 'l proprio loro, deono farlo non a danno d'alcuno ma a beneficio o del prencipe istesso o de' soggetti suoi, ove co 'l bene de' soggetti il mal de' prencipi non sia congiunto e quasi implicato.

Il che però pare impossibile se il prencipe è buono o almeno legitimo: perché il bene del prencipe è bene parimente di coloro ch'a la sua cura son, quasi agnelli, sottoposti; onde ragionevolmente da Omero Agamennone fu chiamato pastor de' popoli. L'ambasciatore dunque, portando e riportando le proposte d'un prencipe e risposte d'un altro, non userà sempre le parole istesse: ché agevolmente offenderebbe l'animo d'alcuno in modo ch'ove è suo fine di generare amicizia, generarebbe odio e mala sodisfazione; ma, conservando pura e ne la sua verità l'essenza de le commissioni, può con le parole e con le ragioni mutar loro aspetto e simiglianza; e s'alcuna cosa aviene fra' prencipi dura e acerba, egli con le dolci e piacevoli parole e co 'l destro e cortese modo di negoziare può ammolirla e raddolcirla, cercando l'opportunità del tacere e del ragionare: perch'egli, come tu leggesti in un de' tuoi perfetti oratori, è signore de' tempi e de le occasioni. E se l'ambasciatore altro non fosse che semplice riportatore de le cose dette, non avrebbe bisogno né di prudenza né d'eloquenza, e ogni uomo ordinario sarebbe atto a quest'ufficio; ma noi veggiamo che i prencipi con diligente investigazione fanno scelta de gli ambasciatori. Debbiamo dunque conchiuder ch'altro lor si convenga che portare e riportare semplicemente parole e ambasciate.

Qui pose lo spirito fine a le sue parole; quando io, desideroso d'intender più oltre, gli addimandai: Ma di qual bene intendi tu che possa esser cagione l'artificio de gli ambasciatori? De la unione de' principi, rispose, de la quale niuna cosa può esser più giovevole a le città: percioché molte cose dette in un modo sono più acconcie a congiunger gli animi ne l'amicizia che dette in un altro, e molte in una maniera possono disunirle che in un'altra non possono. Né intendo solo di quelle cose che si dicono a' principi stessi, ma di quelle ancora che molte fiate dice l'ambasciatore a' ministri di quel principe appresso a cui risiede. Egli nondimeno, che unisce gli animi de' principi, non può congiunger con quel del principe quel del tiranno, perché fra 'l buono e 'l reo non può esser unione; ma ben può egli essere mezzano fra 'l principe e la republica, percioché l'una e l'altra è specie di giusta signoria: tuttavolta più agevolmente può congiungere in amicizia i prencipi co' prencipi che i prencipi con le republiche, conciosia cosa che l'unione meglio può farsi tra uno e uno che tra uno e molti. E perché qua giù non è alcuna semplice unità, ma ciascuna cosa che è è moltitudine, e l'anima stessa è moltitudine, non si può qua giù fare alcuna perfetta unione, ma si può ella fare in quel che è semplicemente uno, per participazione del quale s'unisce tutto quel ch'è uno: in Dio solo adunque gli animi de' principi possono perfettamente unirsi. Questa è la somma di quel ch'io stimo che possa dirsi de l'ufficio e del fine de l'ambasciatore e de l'artificio ch'egli dee usare, del quale per tua satisfazione ho ragionato.

Non parlava più lo spirito; e a me pareva che nulla più avesse proposto di dire, onde ricominciai: Tu non hai favellato del decoro per lo quale egli suole essere onorato e tenuto in pregio, e per aventura nessuna parte del suo ufficio può esser ben essercitata senza decoro. Il decoro, rispose, si considera ne le due persone de l'ambasciatore, l'una impostagli da la natura, l'altra dal principe e dal suo giudicio medesimo a se stesso accomodata. Perché, sì come colui che rappresenta Agamennone o Ercole o Teseo, mentre ragiona in iscena, caminando con portamento reale e magnificamente favellando, a' veri principi cerca d'assimigliarsi, ma poi che si ritira dentro la scena, quantunque sia vestito ancora d'abiti reali, nondimeno ripiglia la persona propria e naturale, così l'ambasciatore ne gli affari del principe e ne le publiche solennità dee a la grandezza del suo signore aver riguardo; ma ne' conviti domestici e ne' ragionamenti familiari, tutto ch'ancor sia ambasciatore, dee ricordarsi de la sua propria e natural condizione e la convenevolezza de la publica persona in guisa accompagnare con quella de la privata ch'egli si mostri piacevole con gravità. Questo temperamento ancora dee usare nel modo del vivere e del vestire e del raccoglier gli ospiti e del convitare e del nudrire e del mantener la famiglia: percioché, sì come dee ecceder l'uso e la magnificenza de' privati, così non dee agguagliare, benché fare il potesse, lo splendore de la vita reale. E perché sempre si dee fare alcuna differenza tra la persona rappresentante e la rappresentata, istimo che non sia in tutto buono quell'uso secondo il quale l'ambasciatore tiene quel luogo appunto che terrebbe il suo principe se fosse presente: uso che, se non m'inganno, gli impone maggior obligo di spendere; e più ragionevole istimo quel di quelle città ne le quali si dà a gli ambasciatori luogo separato, distinguendo le persone rappresentanti da le rappresentate. Come si sia, perché la persona e le persone da la natura son tali che non si possono più spogliar per altra persona sovraposta, dee l'ambasciatore in tutte le azioni così private come publiche ricordarsi de la persona naturale e de la sovraposta, ne le private più de la naturale e ne le publiche più de la sovraposta, così in quel ch'appertiene a la bellezza come ne l'ordine e ne l'ornamento atto a l'azione; ne le quali cose principalmente consiste il decoro.

Ora, conchiudendo, dèi sapere che perfetto ambasciatore è colui che sa a beneficio del suo prencipe trattar i negozî con prudenza e far i complimenti con eloquenza, e che può sostenere con la gravità de' costumi, con la dignità de l'aspetto e con lo splendore de la vita la maestà del prencipe, e ne le publiche azioni e ne le domestiche mescolare in guisa il decoro de la persona propria con quel de l'accidentale ch'egli ne sia amato senza disprezzo e rispettato senza altrui mala sodisfazione. Eccoti l'effigie e l'imagine del perfetto ambasciatore; a la quale formare è necessario che concorrano nobiltà di sangue, dignità e bellezza d'aspetto, modo da spender largamente e senza risparmio, e animo e deliberazione da farlo lietamente, esperienza de le corti e del mondo, cognizione de le cose di stato e de l'istorie e di quella parte de la filosofia almeno ch'appartiene a' costumi e al movimento de gli animi, fede e amor verso il suo prencipe, destrezza d'ingegno e accortezza e facondia e grazia nel spiegar i concetti, gravità e piacevolezza nel conversare, affabilità e cortesia nel favorire gli amici e conoscenti: le quali condizioni tutte perché forse in alcuno non si ritrovaranno giamai, resta che colui più al perfetto s'avicini il quale d'esse avrà maggior parte. E certo che coloro che poco dianzi furono nominati, tante hanno de le sopradette condizioni che manca poco a ciascuno d'essi ad esser perfetto. Ma tu pur rivolgi gli occhi a le cose terrene, ne le quali, teco ragionando, ho rimirato buona pezza, né riguardi ne l'idea dov'è l'essempio d'ogni virtù, da la quale meglio che da alcun'altra parte si può prendere. Ma tempo è ch'io ti lasci, ché troppo lungamente sono stato teco.

Allora io per l'aviso de la sua partita cominciai a sospirare e dissi: O felice spirito, ne le tue felicità de le mie miserie ti sovvenga, e non m'esser scarso talora, oltra la consolazione, d'alcun cortese aiuto. Voleva oltre seguire, quando mi parve ch'egli accennando mi si togliesse da gli occhi e disparisse, spirando ne lo sparire soavissimi odori d'ambrosia e lasciando la camera de la sua celeste luce mirabilmente luminosa; ma io, riscotendomi, m'accorsi che ne l'alta mia imaginazione aveva filosofato non altramente che gli uomini contemplativi sogliano ne la lor contemplazione.

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Ultimo aggiornamento: 11 dicembre 2008