Torquato Tasso

De la Dignità

1544-1595

Edizione di riferimento:

Torquato Tasso, Tutte le opere, a cura di Amedeo Quondam, Lexis Progetti Editoriali, Roma : 1997

[Dedica]

A l'illustrissimo e reverendissimo

      signor Scipione Gonzaga, patriarca di Gierusalemme,

          signore e patron mio osservandissimo.

La dignità de la città vien dal principe e a l'altre fu accresciuta da' principi del mondo; ma solo a Gierusalemme l'accrebbe Cristo medesimo e in lei volle esser coronato di spine e trionfar de la morte. E se niuno dopo san Pietro ebbe maggior dignità di san Iacomo il giusto, il quale fu non solamente fra' dodici eletti, ma de' tre più cari discepoli del vero figliuolo d'Iddio ch'ascesero seco nel monte e videro la sua gloria, al nostro tempo ancora quelli che succedono al santo figliuolo di Gioseppe debbono essere onorati dopo il successore di Pietro e vicario di Cristo sovra tutti gli altri vescovi e patriarchi; laonde, avendo Sua Beatitudine, che non lascia alcuna buona opera e alcuna virtù senza premio, essaltata Vostra Signoria illustrissima a sì alta dignità, l'ha posta nel sommo grado de la riputazione che si conveniva a la sua prudenza, al sapere, a la nobiltà e a la servitù di molti anni, e datoli gran parte di quel pensiero che si conviene a' vescovi, di riunire questo gran vescovado, il quale è uno, com'una è la Chiesa. E benché molti siano i rivi de l'operazioni e molti i rami pieni de' suoi fatti e molti i raggi ch'ella semina de la sua dottrina, uno è nondimeno il fonte, uno il tronco fondato sovra tenacissima radice, uno il sole che sparge la chiarissima luce: e l'unità si conserva ne l'origine, e un capo solamente regge molte membra, parte de le quali sono divise da questo corpo per l'eretica pravità, altre per l'ottomanna tirannide, la quale usurpa le più belle parti de l'Oriente e del Mezzogiorno. Ma Vostra Signoria reverendissima con gli altri può considerare i mezzi co' quali si possono ricongiungere, accioché uno sia l'ovile e uno il pastore, sì come una è la fede e uno il battesmo. E se la qualità de' tempi porta alcuno impedimento ne l'azione, niuno almeno può impedire ch'ella non contempla i misteri altissimi de la celeste Gierusalemme, ch'è l'idea de la Chiesa. Talché l'opere mie a gran pena ardirebbono d'appresentarsele, ove la cortesia da me conosciuta non mi assicurasse al modo usato, dal quale tutti gli altri debbono prendere essempio. Le mando adunque il mio nuovo dialogo de la dignità a rallegrarsi de la sua nuova dignità, e le bacio le mani.

Di Vostra Signoria illustrissima e reverendissima

servitor Torquato Tasso.

DE LA DIGNITÀ

Interlocutori:

Agostino Bucci,

Antonio Forni.

[Dialogo]

Agostino Bucci.   Vogliamo sedere o passeggiare, signor Antonio? Ché ne l'uno e ne l'altro modo mi par si possa fornire il ragionamento de la dignità.

Antonio Forni.   Se voi platonico sete e insieme peripatetico, or come platonico sedendo, or come peripatetico passeggiando, e in qual modo più vi piacerà, potrete ragionare: ch'io volentieri v'ascoltarò in quella maniera che più vi sarà a grado.

Agostino Bucci.   L'altro giorno fui da voi ricercato se la nobiltà fosse, e quel che fosse; e ora, se non m'inganno, ci rimane da ricercare se la dignità sia l'istessa che la nobiltà, o quel ch'ella sia.

Antonio Forni.  Così determinammo.

Agostino Bucci.   Ma soverebbevi d'alcuna ragione per la quale poteste richiamare in dubbio se la dignità si ritrovasse, come già dubitaste se la nobiltà si ritrovaria?

Antonio Forni.  Nulla mi rimane che dubitare, perché, sciogliendo i primi dubbi, avete tolta ogni occasione ch'io ne muova de' somiglianti.

Agostino Bucci.   E se la nobiltà fu ritrovata da noi in tutte le cose, è ragionevole che de la dignità si ricerchi in tutte.

Antonio Forni.  Ragionevole senza fallo.

Agostino Bucci.   Dunque ricerchiamne con ordine contrario a quel che fu da noi usato ne l'altro ragionamento: e cominciando da le cose inanimate, che son riposte ne l'infimo luogo de la dignità, da quelle, quasi per grado, ce n'anderemo ascendendo sino al cielo.

Antonio Forni.  Cominciate a montare per quella scala, ch'io vi seguirò quanto posso.

Agostino Bucci.   Ne le cose naturali, che non hanno l'animo, e ne l'artificiali parimente si ritrova la dignità: perché noi diciamo ch'elle son degne di chi le possiede o di chi le dona, sì come aviene d'uno smeraldo o d'un bel rubino posseduto da nobil gentiluomo, il qual diremo che sia degno del padrone, e del prezioso monile, con molto artificio lavorato e degno dono co 'l quale s'onori l'altrui virtù.

Antonio Forni.  È veramente.

Agostino Bucci.   E le piante, ne le quali è l'anima vegetativa, dimostrano l'ombra de la dignità in quelli ordini in cui sono compartite: percioché molte fiate le prime sono maggiori de l'altre, e spesse volte quelle che stanno in mezzo par che siano superiori.

Antonio Forni.  Così aviene sovente.

Agostino Bucci.   E chi ben conosce la dignità de le piante sa (come disse Platone) in qual tempo e in qual regione debbano esser piantate; né buono agricoltore è colui che vuol cavar guadagno da quell'arbore la quale è indegna de la coltura.

Antonio Forni.  Così stimo.

Agostino Bucci.   Or montiamo al terzo grado, il qual è la dignità de gli animali irragionevoli.

Antonio Forni.  Montiamo.

Agostino Bucci.   Ella è primieramente manifestissima ne' tori, percioché uno di loro sempre è quasi duce de gli altri, e sogliono contendere de l'imperio; onde si legge:

Quis pecori imperitet, quem tota armenta sequuntur?

Antonio Forni.  Manifestamente.

Agostino Bucci.   E ne le pecchie ancora, ne le quali nasce il re per natura, perché essi sogliono espor la vita non altramente ch'i valorosi cavalieri; laonde è scritto:

...Pulchramque petunt per vulnera mortem.

Antonio Forni.  Maravigliosa istoria è quella de l'api senza dubbio.

Agostino Bucci.   E ne le gru, quando in ordinanza passano da l'una a l'altra regione, e ne' cervi, che dal lito calavrese a quel di Sicilia soglion trapassare, e ne gli elefanti, passando i fiumi, suol manifestarsi.

Antonio Forni.  Chiaramente.

Agostino Bucci.   E alcuni animali irragionevoli hanno gli ornamenti reali, come il pico, di cui fe' menzione il Petrarca:

Canente e Pico, un già de' nostri regi,

Or vago augello; e chi di stato il mosse

Lasciògli il nome e 'l real manto e fregi.

E la fenice, sotto la cui somiglianza il poeta celebra la sua donna:

Questa fenice da l'aurata piuma

Al suo bel collo candido e gentile

Forma senz'arte un sì caro monile

Ch'ogni core addolcisce e 'l mio consuma:

Forma un diadema natural ch'alluma.

E 'l leone ancora ha gli ornamenti che son detti giube; e l'aquila si chiama reina de gli uccelli; e 'l reatino, che tanto significa quanto picciolo re, ha quel medesimo nome fra' Latini il qual si concede a' baroni de' regni.

Antonio Forni.  Quell'istesso.

Agostino Bucci.   Sovra gli animali senza ragione troviam gli uomini, fra' quali senza dubbio si ritrova la dignità compartita in molti gradi, perché tra loro sono imperatori, re, duchi, a somiglianza de' quali le fiere e gli uccelli son chiamati con questi nomi istessi.

Antonio Forni.  Ne gli uomini è non solo più manifesta che ne gli altri, ma occupa molti gradi.

Agostino Bucci.   Ma sovra gli uomini chi porremo?

Antonio Forni.  Nel cielo conviene ascendere per mio giudicio.

Agostino Bucci.   Nel cielo, se vogliamo lasciare i demoni da parte e l'opinion di coloro che gli ponevano quasi mezzi fra l'anime ragionevoli e gli intelletti divini.

Antonio Forni.  Lasciamoli, se vi piace, o discendiamo sotterra e ritroviamo ancora la dignità ne l'inferno.

Agostino Bucci.   Ne l'inferno non è altra dignità che quella per la quale alcuno è degno de le pene; ma questa non è propriamente dignità.

Antonio Forni.  Dunque cerchiamo la propria.

Agostino Bucci.   Per cercarla conviene che seguitiamo il nostro viaggio, ascendendo da l'imo al sommo, come dal sommo a l'imo discendemmo. E s'è vero quel che da gli astrologi è scritto, che nel cielo siano alcune stelle principali fra l'altre, è ragionevole che l'avanzino in dignità.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   E chi crede al senso, il sole tanto supera tutte l'altre di grandezza ch'è detto convenevolmente il principe de' pianeti.

Antonio Forni.  Con molta convenevolezza: e se l'imagine è senso, soglio imaginar assai spesso la dignità leggendo i poeti, perché ho quasi veduti a consiglio, quando per commandamento di Giove son congregati da la giustizia, non solamente gli dei maritimi, ma quelli de' fiumi e de le selve; e in altri luoghi mi pareva che Giove risguardasse la battaglia fra Greci e Troiani, e in altri ch'egli si querelasse de l'ingiuria che da Licanio avea ricevuta.

Agostino Bucci.   In tutti questi facilmente la riconoscerete, se vi lasciate guidar da l'imaginazione; ma è più ragionevole che vi conduca la ragione de' filosofi, fra' quali Plotino co 'l re di tutte le cose pone altri re, quasi compagni de la dignità, ch'insieme con lui tutte le governano, o più tosto, superando la ragione istessa, crediate a la santa rivelazione de' teologi, i quali intorno al re de' re e signor de' signori pongono tre ordini d'angioli, e ciascun ordine in tre altri ordini è da loro diviso.

Antonio Forni.  Così debbo far senza dubbio.

Agostino Bucci.   Ma se la dignità si ritrova in tutte le cose come la nobiltà, debbiam dire che sia l'istessa o pure diversa?

Antonio Forni.  Se pur sono diverse, sono molto somiglianti.

Agostino Bucci.   Consideriamle dunque diligentemente: e prima, se la nobiltà è dignità de' maggiori, par ch'ella sia dignità; pur non assolutamente, ma con quella giunta “de' maggiori”.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   Molti ancora, ereditando la nobiltà de l'avo o del padre, sono detti figliuoli degni e degni nepoti; laonde i nobili e i degni pare che siano gli istessi.

Antonio Forni.  Veramente.

Agostino Bucci.   Nondimeno non sono eredi sempre de l'istesse dignità, perché quella di marchese, di conte e di cavaliere si ritrovò spesso nel padre, né si ritrova nel figliuolo.

Antonio Forni.  Così aviene ch'il signor Alfonso Villa, nobilissimo cavaliero e insieme valorosissimo, nacque di padre che fu maestro di campo generale ne la guerra di Siena e poi governator di Modena ed ebbe l'ordine di san Michele e ha lasciato erede il figliuolo del valore e de la nobiltà, ma non de le dignità, quantunque d'ambedue si mostri degno ne gli anni giovenili.

Agostino Bucci.   Ma consideriamo la differenza di nuovo. Appresso i Romani era distinto l'ordine de' plebei da quello de' padri; e l'uno era de' nobili, l'altro de gli ignobili.

Antonio Forni.  Senza fallo.

Agostino Bucci.   Tuttavolta a molti de gli ignobili si concedeva il consolato, ch'era dignità de' nobili, né però trapassavano da l'un ordine a l'altro; laonde si conosce che non sono a fatto l'istesse.

Antonio Forni.  Da le vostre parole io raccolgo che non siano a fatto diverse né in tutto l'istesse, ma in parte le medesime e in parte differenti.

Agostino Bucci.   Bene avete raccolto, ma forse le cose che furono dette da noi nel ragionamento de la nobiltà furono provate con filosofiche ragioni; ma de l'istesse l'uom civile potrà con maggior persuasione ragionare in questa guisa. Ditemi, signor Antonio: conoscete la virtù in niun'altra cosa meglio che ne l'operazione?

Antonio Forni.  A niun'altra.

Agostino Bucci.   Ma quando l'operazioni son tali che possano lasciare altrui dubbio s'elle son fatte con vizio o con virtù, possiamo accertarci s'elle son buone o ree co 'l prestar fede al giudicio del volgo?

Antonio Forni.  Molto fallace suole essere il giudicio del volgo.

Agostino Bucci.   Dunque nel regno al giudicio del principe più tosto ne crederemo, e da que' pochi che dal principe son eletti per ministri del governo.

Antonio Forni.  Così mi pare convenevole.

Agostino Bucci.   E ne gli esserciti, de l'azioni de' soldati, a chi debbiam più credere, al giudicio del generale e de gli altri capitani, o pur a quello de la moltitudine, ch'alcuna fiata raccolta tumultuatamente, sa appena adoperar l'armi?.

Antonio Forni.  Al giudicio del generale e de gli altri capitani.

Agostino Bucci.   E ne le republiche de gli ottimati quali stimeremo azioni giuste o quali ingiuste, quelle che parranno sì fatte a coloro che son partecipi del governo, o pur ci atterremo al parer de la plebe?

Antonio Forni.  Ci appigliaremo sempre sicuramente al giudicio de' pochi prudenti.

Agostino Bucci.   Ma s'alcuna republica è popolare, in quella stessa a chi darem maggior fede, al giudicio di coloro che governano o a l'opinione de gli altri che ne sono esclusi?

Antonio Forni.  Ne le republiche popolari molte fiate quei che governano sono ingiusti estimatori de l'azioni de gli uomini.

Agostino Bucci.   Dunque non sarem sicuri s'elle sian buone o ree.

Antonio Forni.  Non saremo.

Agostino Bucci.   E solamente ci parrà d'essere certi ch'elle sian virtuose o viziose, se da giusti estimatori saranno estimate; e quanta certezza avremo de la bontà de l'operazioni, tanta n'avremo de la virtù de' cittadini.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   Ma s'i principi e i generali e gli ottimati son dritti estimatori de la virtù e de l'azioni de gli uomini, sono ancora giudici convenevoli de la nobiltà.

Antonio Forni.  Senza dubbio.

Agostino Bucci.   Ma da loro si concede questo nome a' valorosi, a' quali danno gli onori e le dignità.

Antonio Forni.  Così aviene.

Agostino Bucci.   E s'oltre i valorosi alcuni da loro ne sono onorati, ordinariamente son quelli i quali derivano dal padre e da gli avi che furono uomini di valore.

Antonio Forni.  Così stimo.

Agostino Bucci.   Ma per aventura molti di questi non parran nobili al filosofo, il quale è più severo giudice de la nobiltà; ma s'egli dovrà esser tenuto in pregio, conviene ch'abbia molto risguardo a l'opinione de gli uomini civili, com'ebbe Aristotele particolarmente in que' libri ch'egli scrisse de l'Arte retorica e ne' Politici. Laonde egli si sforzerà di mostrare che la diffinizione de la nobiltà ch'egli avea data prima sempre convenga a la nobiltà de tutti gli uomini ch'in alcun modo son nobili, e chiederà a voi, che da le ragioni de l'uomo politico vedrà molto persuaso: Credete ch'al filosofo si appertenga parlar de la nobiltà solamente de' principi e de le republiche e de' gentiluomini d'Italia, o pur de la nobiltà universalmente?

Antonio Forni.  Generalmente de la nobiltà.

Agostino Bucci.   Dunque sarà da lui considerata quella ancora de' Turchi e de' Tartari e de' Persiani, non pur quella de' Germani e de gli Spagnuoli.

Antonio Forni.  Sarà per mio parere.

Agostino Bucci.   E se fra gli Indiani di nuovo ritrovati è qualche popolo il qual viva come già viveva la gente di Saturno, de la sua nobiltà potrà similmente ragionare il nostro filosofo.

Antonio Forni.  Senza fallo.

Agostino Bucci.   Se fra loro dunque fosse alcuna stirpe che, lontana da negozî simili, vivesse de' frutti de le sue terre, secondo i costumi de' suoi paesi liberalmente, e in tutte l'operazioni si dimostrasse non solo liberale ma temperante e forte e giusta, credereste voi che fosse nobile?

Antonio Forni.  Crederei.

Agostino Bucci.   Né, perché fosse senza titolo e senza l'altre civili dignità, vi parrebbe ignobile.

Antonio Forni.  Non mi parrebbe.

Agostino Bucci.   E s'alcuno legnaggio sì fatto or non si trovasse, ma si fosse ritrovato in quei primi tempi de' primi re e de le prime republiche, non dovrebbe ancora esser considerato dal filosofo?

Antonio Forni.  Dovrebbe.

Agostino Bucci.   Dunque assai bene è stata diffinita che la nobiltà sia virtù di schiatta conosciuta per molte e continovate operazioni. Ma nondimeno, poi che 'l filosofo avrà considerato universalmente la nobiltà, potrà considerar particolarmente quella de' regni e de le città le quali con maggior lode di religione e di prudenza son governate, e aver non altramente risguardo a queste maniere di governo ch'oggi sono in uso, ch'Aristotele avesse que' de' suoi tempi; e se conoscerà che a quelle non sia alcuna stirpe giudicata nobile, la cui virtù non sia stata manifesta ne le dignità, potrà convenevolmente dire che la nobiltà sia virtù di schiatta antica e ne le dignità conosciuta.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   E assai facilmente potrà avedersene s'andrà risguardando le stirpi giudicate nobili, de le quali son poche che ne l'arme non abbian l'insegne d'alcuna dignità; e altre ne vedrà con la corona imperiale, altre con la reale, altre con la ducale, altre co 'l cerchio, altre co 'l capello, altre con la mitra, altre con cimiero e altre senza. Tutti questi ornamenti de la dignità ho veduti ne l'arme di coloro che sono stimati nobili; e l'armi istesse, quantunque siano senza ornamento, furono prese da coloro ch'ebbero alcuna dignità overo alcun onore militare, e lasciate a' successori.

Antonio Forni.  Così stimo senza dubbio.

Agostino Bucci.   E gli scudi de' cavalieri e l'altre insegne appese ne' tempi son certi argomenti di nobiltà.

Antonio Forni.  Certo per mio parere.

Agostino Bucci.   E più certo i trofei, le corone e li scettri e le insegne de' generalati.

Antonio Forni.  Più certo, anzi certissimo.

Agostino Bucci.   Debbiamo dunque riprovare il giudicio di coloro i quali, rimirando gli altrui maggiori con gli occhi de l'invidia e de la malignità, cercano di scemar la gloria de' morti, la qual per util de la città deve più tosto essere accresciuta che in alcuna parte diminuita: percioché in quelle republiche e 'n que' regni e 'n quelli stati ne' quali la virtù de' morti non riceve grande onore, si porge a' vivi minore occasione di bene operare.

Antonio Forni.  Assai stimo ch'un filosofo sì fatto sarà non solo grazioso ma utile al principe, come fu Platone a Dionigi o pur al comico Dione, che più gli credeva, Senofonte a Ciro, Aristotele ad Alessandro e Plutarco a Traiano.

Agostino Bucci.   Ma s'alcuno è il quale sia fatto nobile dal principe, non deve esser riputato ignobile da gli altri, perché ci sono due sorti di nobiltà, l'una detta naturale, l'altra civile, o tre più tosto, perché alcuni ci aggiungano la teologica: ed essendo il principe, che legitimamente comanda a le città, ministro de la divina prudenza, sarebbe assai pericoloso a ciascuno di riprovare i suoi giudìci.

Antonio Forni.  Senza dubbio.

Agostino Bucci.   Ma questa nobiltà civile direm che sia l'istessa che la dignità o pur diversa?

Antonio Forni.  Io non so riconoscere l'una da l'altra, e se ci è distinzione, da voi conviene ch'io l'impari.

Agostino Bucci.   Se la nobiltà civile si ritrovasse in alcuno nel quale non fosse alcuna dignità, sarebbono diverse.

Antonio Forni.  Sarebbono.

Agostino Bucci.   Ma se si ritrova in colui il quale è fatto leggitimo percioché di padre illegitimamente era nato, avrà la natural nobiltà senza la civile.

Antonio Forni.  Avrà per mia opinione.

Agostino Bucci.   Ma con la nobiltà civile non acquista sempre la dignità di conte e di cavaliero ch'era nel padre.

Antonio Forni.  Suole acquistarla alcune volte, altre non acquistarla.

Agostino Bucci.   E così quella di marchese e di principe.

Antonio Forni.  Nel modo istesso.

Agostino Bucci.   E se 'l padre e gli altri suoi maggiori non avessero avuto altra dignità che quella del dottorato ed egli non fosse insieme fatto legitimo e dottore, acquistarebbe la nobiltà civile, ma non la dignità.

Antonio Forni.  L'una senza l'altra acquistarebbe.

Agostino Bucci.   Dunque la nobiltà civile non è la istessa cosa in tutto, che è la dignità. Or consideriamo l'istesso ne l'adottazione; e ditemi se quegli ignobili che da nobili sono adottati acquistano la civil nobiltà.

Antonio Forni.  Acquistano veramente.

Agostino Bucci.   Ma sogliono sempre acquistare insieme la dignità de' padri adottivi?

Antonio Forni.  Non sempre, perché l'uno può esser adottato da un dottore, l'altro da un capitano: nondimeno né l'uno né l'altro avrà la dignità del dottore o del capitano.

Agostino Bucci.   Dunque sin ora abbiamo due specie di nobiltà civile, la quale non è l'istessa che la dignità, ma simile assai: quella che per legitimazione e quella che per adottazione si guadagna. Ma oltre queste si ritrova un'altra specie di coloro che sono albergati e fatti, per privilegio, d'un'altra famiglia; comunque sia, la civil nobiltà molto accresce la naturale, come la coltura aggiunge bellezza a le piante, o pur gli inesti, per cui gli alberi sono carichi di nuovi frutti e di nove frondi.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   Ma crediamo che la nobiltà naturale si possa perdere e che la perdessero que' nobili ch'a' plebei si diedero in adottazione per ricever i magistrati popolari, come fece Clodio?

Antonio Forni.  Non credo che si possa perdere.

Agostino Bucci.   Forse perché l'adottato come cittadino passa ne l'altrui famiglia, ma come uomo riman figliuolo di colui del quale è nato.

Antonio Forni.  Questa ragione mi pare assai nuova.

Agostino Bucci.   Se la nobiltà naturale può stare insieme con l'ignobiltà civile, la stirpe di coloro, che, rimanendo ne l'ordine plebeo, si dimostrò sempre valorosa ne le dignità principali, diremo che per l'un rispetto sia nobile, per l'altro ignobile.

Antonio Forni.  È nobil per natura, ma ignobil secondo le leggi e i costumi de la città.

Agostino Bucci.   Ma le leggi per aventura non eran buone, perché i primi magistrati de la città non debbano esser conceduti se non a nobili; e per questa cagione forse avenne che la forma di quella republica fece tante mutazioni.

Antonio Forni.  Per questa.

Agostino Bucci.   E ne le mutazion de le nove republiche quelle famiglie illustri, a' meriti de le quali non si negava alcuna dignità, furono convenevolmente ricevute ne l'ordine de' nobili.

Antonio Forni.  Convenevolmente.

Agostino Bucci.   Ma de la nobiltà naturale e civile a bastanza abbiam ragionato, dimostrando come l'una e l'altra sia diversa: or cerchiamo più minutamente quel che sia la dignità.

Antonio Forni.  Come vi piace.

Agostino Bucci.   Il suo nome ce 'l dimostra in qualche parte, percioché ella deriva da “degno”: laonde ella è quella cosa per la quale altri è degno.

Antonio Forni.  È senza fallo.

Agostino Bucci.   Ma colui che ne la guerra abbandona gli ordini è degno di pena.

Antonio Forni.  Degno.

Agostino Bucci.   E di pena degno parimente chi rende la fortezza la quale si può lungamente tenere.

Antonio Forni.  Similmente.

Agostino Bucci.   E chi gitta lo scudo, similmente è degno di castigo.

Antonio Forni.  È certamente.

Agostino Bucci.   E tutti costoro son degni di biasimo eziandio.

Antonio Forni.  Sono.

Agostino Bucci.   È degno di vituperio l'intemperante e l'avaro e colui che de' malvagi dadi è mettitor solenne.

Antonio Forni.  Non si può negare.

Agostino Bucci.   Se dunque la dignità è nel degno, sarà nel bevitore e lussurioso, nel vile e nel falso giocatore.

Antonio Forni.  Così par che seguiti da questa ragione.

Agostino Bucci.   Ma tutti costoro de' quali abbiamo fatto menzione sono indegni d'onore.

Antonio Forni.  Sono.

Agostino Bucci.   Dunque la dignità sarà non solamente nel degno, ma ne l'indegno.

Antonio Forni.  Sarà.

Agostino Bucci.   E s'ella è ne l'indegno, è indegnità.

Antonio Forni.  È, se dritto [si] stima.

Agostino Bucci.   Dunque la dignità è indignità.

Antonio Forni.  È,o par che sia, ma le ragioni loro ci sono molte fiate simili a quelli specchi i quali mostrano le cose diverse da la vera somiglianza.

Agostino Bucci.   Prenderem dunque sempre più tosto questo nome in buona parte, e diremo che la dignità sia in coloro che son degni de le cose buone e desiderate da' buoni: laonde convenevolmente fu detto da Dante che la dignità fosse il termine de' meriti, perch'ella è quasi meta a la quale è drizzato il corso de la virtù. Né men convenevolmente fu chiamato effetto, però che da i meriti soglion nascer le dignità.

Antonio Forni.  Senza dubbio.

Agostino Bucci.   Ma se vogliam spiarne l'opinione de gli altri, trovarem che Licurgo legislatore mise una dignità ne le ricchezze, per la quale prestiamo più volentieri, e l'altra ne' costumi, per cui crediamo più facilmente: da queste par che s'involga che dignità non sia altro che quello che fa l'uomo degno di fede.

Antonio Forni.  Assai buona diffinizione è questa veramente.

Agostino Bucci.   Ma Aristotele dice che non è stimata l'istessa da ciascuno, perché al popolo par che la dignità sia la libertà, al potente le ricchezze, a' buoni la virtù.

Antonio Forni.  Ciascuno potrebbe addur qualche ragione del suo parere.

Agostino Bucci.   Potrebbe veramente, ma 'l popolo, che è libero, è superior a' servi ne la libertà.

Antonio Forni.  È senza dubbio.

Agostino Bucci.   E i ricchi a' poveri sono superiori ne le ricchezze.

Antonio Forni.  Sono.

Agostino Bucci.   E più manifestamente i buoni a' rei son superiori ne la virtù.

Antonio Forni.  Manifestissimamente.

Agostino Bucci.   Dunque in tutti costoro par ch'ella sia superiorità: e più chiaramente potremo conoscerlo, risguardando in tutte le specie di quelle ch'a' nostri tempi sono chiamate dignità.

Antonio Forni.  S'ella tra gli antichi fu superiorità e tra' moderni è parimente, non ci resta alcun dubbio quel ch'ella sia.

Agostino Bucci.   Ma consideriamo diligentemente le specie de le moderne dignità; e prima, quando voi sete ove si ritrovi il principe con gli altri, vedrete che da tutti gli è dato il luogo superiore, e quella superiorità non solo si conosce ne l'apparenza, ma ne gli effetti.

Antonio Forni.  Apertamente.

Agostino Bucci.   Adunque la dignità del principe è superiorità; ma quando ne la chiesa vi trovate co 'l vescovo e con l'abbate, conoscete che l'uno e l'altro abbia superiorità sovra i monaci e sovra i preti?

Antonio Forni.  Assai chiaramente.

Agostino Bucci.   Dunque la dignità del vescovo e de l'abbate ancora è superiorità.

Antonio Forni.  È parimente.

Agostino Bucci.   E ne le scuole il dottore a gli scolari e ne gli esserciti il capitano è superiore a' soldati. Sin ora abbiamo detto ch'ogni dignità è superiorità.

Antonio Forni.  Abbiamo.

Agostino Bucci.   Ma in qual cosa stimate che 'l principe a gli altri sia superiore?

Antonio Forni.  Ne l'onore del luogo, ne le richezze e ne la podestà, per le quali è posto di sopra.

Agostino Bucci.   E 'l vescovo a' sacerdoti?

Antonio Forni.  Ne le medesime cose.

Agostino Bucci.   E 'l rettore a gli scolari, e 'l capitano a' soldati?

Antonio Forni.  I rettori sono spesse volte men ricchi d'alcuno scolare, e 'l capitano di qualche soldato.

Agostino Bucci.   Non è dunque sempre la dignità superiorità conceduta per ricchezze.

Antonio Forni.  Non per questa ragione.

Agostino Bucci.   Ma s'alcuna moltitudine non onesta fosse a gli altri superiore ne la podestà, la qual si conosce nel compartir le prede, sarebbe parimente superiore ne l'onore.

Antonio Forni.  Non conosco qual sia l'onor de' corsari e de' ladroni.

Agostino Bucci.   Dunque in loro non è dignità.

Antonio Forni.  Non per mio parere.

Agostino Bucci.   Dunque non vi pare che ogni superiorità sia dignità, ma quella conceduta per onore solamente.

Antonio Forni.  Così stimo.

Agostino Bucci.   Ma dobbiamo stimar per aventura onore quel che è giudicato da le leggi de la città, e se ne' corsari e ne' ladroni se ne vede alcuna simiglianza, è perché osservano le proprie leggi, senza le quali alcuna compagnia non potrebbe conservarsi; tutta volta non è vero onore né vera dignità, la quale si ritrova in quelle ragunanze dove è vera virtù e in quelli che vivono secondo le leggi e non contra le leggi.

Antonio Forni.  Così credo.

Agostino Bucci.   E perché ne le congregazioni de' cittadini e de' soldati e de' scolari e de' sacerdoti istessi si vive in questa maniera, ella vi si ritrova.

Antonio Forni.  Senza dubbio alcuno.

Agostino Bucci.   E per aventura divideremo assai bene le specie de le dignità, s'elle saran divise secondo le vite de gli uomini, le quali sono contemplativa overo attiva. Ma la contemplazione è de le cose rivelate, le quali si credono per fede, e di quelle che si possono conoscere co 'l lume naturale; dunque due saranno ancora le vite contemplative: l'una de' sacerdoti che attendono a' sacrifici e al culto de la religione, l'altra de gli scolari e de' dottori.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   E in ciascuna d'esse si potrà ritrovare una specie de la dignità, de le quali l'una chiamaremo ecclesiastica o sacerdotale, l'altra scolastica.

Antonio Forni.  Assai convenevolmente.

Agostino Bucci.   Ma la vita attiva ancora divideremo in quella ch'attende a' negozi civili e ne l'altra che s'essercita ne la guerra: e in loro trovaremo due altre specie de la dignità, l'una civile, l'altra militare. Quattro dunque sono le specie: la sacerdotale, la scolastica, la civile e la militare, e ciascuna è superiorità consecuta per onore e per merito. Ma alcune sono con podestà, alcune senza, e la podestà d'alcune è dipendente, d'altre independente, se pur non volessimo dire ch'ella dependa da Dio, perché omnis potestas desuper est.

Antonio Forni.  Così credo senza dubbio.

Agostino Bucci.   Ma in ciascuna de le quattro dignità ne trovaremo molte specie, e potremo ordinare l'una sotto l'altra, come ne' predicamenti de' cristiani le specie subalternate per diversi rispetti sono specie e generi.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   E in ciascuno ordine quella dignità che non avrà superiore paragonaremo al genere generalissimo, quella che non ha inferiore a la specie specialissima, e l'altre tutte a' generi e a le specie subalterne, ch'in nostra lingua possiam dire sottordinate.

Antonio Forni.  Convenevolmente.

Agostino Bucci.   Ma si può ricercare se di questi ordini l'uno si possa ordinar sotto l'altro in guisa ch'in tutti sia un sommo, o pur se ciascuno d'essi abbia il sovrano.

Antonio Forni.  Io conosco assai bene come dal privato capitano si ascende al colonnello, e dal colonnello al generale de la cavalleria o de la fanteria, e da loro a quel di tutto l'essercito, e da lui finalmente al principe. Laonde so come le militari dignità si potrebbono ordinare sotto le civili, se fra loro parimente ancora annoverate quella de' principi; ma non so come le sacerdotali possano esser disposte sotto le civili, e non intendo se le scolastiche debbono collocarsi sotto le medesime o sotto l'ecclesiastiche.

Agostino Bucci.   Noi abbiamo già detto che alcune dignità sono congiunte con la podestà, altre non sono, e che la podestà alcuna volta è dipendente e altra non dipendente.

Antonio Forni.  Abbiamo, o più tosto avete, perch'io parlo con la mia lingua, ma con la vostra ragione: laonde, s'io ho parte nel dire, il ragionamento nondimeno è tutto vostro.

Agostino Bucci.   Ma dove è somma dignità conviene che sia somma podestà, perché colui il quale è sommamente degno è degno ancora de la somma podestà.

Antonio Forni.  Così stimo senza dubbio.

Agostino Bucci.   E nel papa è somma dignità: dunque è somma podestà.

Antonio Forni.  Certamente.

Agostino Bucci.   E se nel papa non fosse la somma podestà, ne sarebbe indegno; ma dove è somma dignità non può esser alcuna indignità: impossibile è dunque non solo che nel papa, nel quale è la somma dignità, non sia la somma podestà e ch'ella sia in altri. Oltre di ciò così la dignità come la potenza è tanto più perfetta quanto più s'unisce, e tanto ha maggiore imperfezione quanto più si divide.

Antonio Forni.  Così stimo.

Agostino Bucci.   Dunque tutte le dignità le quali possono esser divise e multiplicate sono imperfette in comparazione del papato, che non si può dividere né multiplicare.

Antonio Forni.  Senza dubbio.

Agostino Bucci.   Ma l'altre dignità e tutte le podestà possono multiplicarsi, come quella di conte, di marchese, di duca e di re, di vescovo, d'arcivescovo, di patriarca e di cardinale; e quanto elle sono più perfette, tanto meno sogliono multiplicarsi.

Antonio Forni.  Così aviene senza fallo.

Agostino Bucci.   Solo, oltre quella del papa, alcun potrebbe dubitare se l'imperiale potria dividersi o multiplicare; nondimeno l'imperio fu già diviso in orientale e occidentale per salute del mondo, e Galerio e Costanzo Augusti furono i primi che lo partirono: e spesse volte si ritrovò in quelli di sangue medesimo, come dapoi in Arcadio e in Onorio, figliuoli del buon Teodosio; laonde l'essempio non è nuovo.

Antonio Forni.  Così è succeduto veramente assai spesso.

Agostino Bucci.   Dunque la dignità imperiale ancora è men perfetta de la papale, la quale senza pestifero scisma non patisce divisione. E la dignità del papa è somma e sovrana in tutti gli ordini, dal quale tutte l'altre dipendono; e doppo segue la imperiale, più perfetta di tutte le altre perché assai meno può esser divisa e multiplicata.

Antonio Forni.  Così credo.

Agostino Bucci.   La dignità del papa ancora, la quale è principalissima perché è una di numero, contiene in sé tutte l'altre e tutte può darle e torle, come ella tolse l'imperio a' Greci e 'l pose ne l'Occidente, e come trasportò da l'una a l'altra stirpe il regno di Francia.

Antonio Forni.  La verità è così certa che non ricerca molti argomenti.

Agostino Bucci.   Ma se de l'altre cose abbiam ragionato come filosofo, debbiamo parimente parlar ne l'istesso modo di quelle che rimangono, percioché questa considerazione trapassa i termini prescritti.

Antonio Forni.  In tutti i modi il vostro parlare è giovevole.

Agostino Bucci.   Quel filosofo il qual scrive de le leggi e de' regni e de le republiche, può trattare de la religione e de' sacerdoti eziandio, e [ad] altri non s'appartiene di considerare la religione cristiana o l'ebrea, o 'l cristiano o l'ebreo sacerdozio, ma universalmente ogni sacerdozio e ogni religione, sì veramente ch'egli sottometta l'umano al divino giudicio: percioché niuna ragunanza fu giamai instituita senza religione, né senza religione si conservò.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   E avrà quella opinione de l'auttorità de' principi che si dee avere di cosa instituita per divina o per umana ragione: perché da loro dipendono tutti gli ordini e tutte le leggi de la città, e molte fiate sono stati insieme re e legislatori, come si legge di Minos e d'Eaco, di Numa Pompilio e, più vicino a' nostri tempi, di Giustiniano, il quale riformò le romane leggi, che per aventura han bisogno di nuova riforma.

Antonio Forni.  Così credono alcuni.

Agostino Bucci.   Laonde assai felici saranno quelli stati ch'avranno i principi filosofi, i quali non debbono solamente ricever le dignità militari e le scolastiche, ma le sacerdotali ancora in quel modo che da le divine leggi e da le pontificali sono ordinate; e lascerà che i pontefici e sacerdoti possan determinare quel che debba esser creduto d'Iddio e de gli angeli e de' santi e de l'immortalità de le anime nostre e de la providenza e de la predestinazione e de' sacrifici e de la cura de' morti e de l'onor de la sepoltura e de le pene e de' premi de l'altra vita, e porgerà favore e aiuto e consigli, o siano particolari overo universali.

Antonio Forni.  In questa guisa la filosofia e la religione saranno congiunte.

Agostino Bucci.   In questa guisa certo: e tutti gli ordini, eccettuandone il sacerdotale, dipenderanno dal principe, e tutti potranno ridursi al civile, come rami pieni di frutti e di verdi fronde si riducono al suo tronco.

Antonio Forni.  Tutti veramente.

Agostino Bucci.   E quando noi diciamo civil dignità, [non] intendiamo quella de' giudici e de gli altri magistrati solamente, ma quella del re, del duca, del prencipe e del marchese, le quali, benché siano diverse di titolo, si raccogliono sotto una specie e sotto un genere medesimo, perché ciascuna di loro è governo d'un solo in una città e in molte.

Antonio Forni.  Ragionevolmente.

Agostino Bucci.   Ma come stanno queste cose, o signor Antonio? E chi l'ha disposte in questa maniera, alcuna ragione o pur il voler de gli uomini?

Antonio Forni.  Io per me non conosco la ragione, perché ciascuno ha quel titolo e quella dignità che gli è conceduta dal superiore e dal soprano.

Agostino Bucci.   E questi istessi titoli e queste medesime dignità furon sempre nel mondo, o pur novamente son cominciate? E con qual ragione vogliam noi ricercarla e rinovar la memoria de' secoli passati e de gli onori c'hanno ricevuti vari nomi in diversi tempi?

Antonio Forni.  A me certo sarà grato sopramodo e a voi non molto difficile.

Agostino Bucci.   Ma onde cominciaremo il nostro ragionamento, dal principio del mondo o pur dal diluvio grandissimo di Noè, o pur da quel d'Ogige, dal quale cominciò Varone, o pur da l'altro di Deucalione, assai minore, di cui tante e così fatte cose favoleggiarono i greci e i latini poeti, o da qualch'altra naturale inondazione e incendio, come a' filosofi par conveniente?

Antonio Forni.  Da qual più vi piace.

Agostino Bucci.   Presuppognam dunque che nel mondo, per alcuna di queste cagioni voto d'abitatori, alcuno uomo giusto con la moglie sua fosse rimaso vivo: non vi par convenevole ch'egli con industria cercasse di riparar la casa rovinata e di raccor i frutti de la terra per sostegno de la vita?

Antonio Forni.  Convenevol molto.

Agostino Bucci.   E se di lui nacquero figliuoli e se prima erano nati e poi crebbero, il buon padre di famiglia dovea reggere la sua casa con prudenza e con amore, e in lui si vedeva una imagine de la real dignità; percioché, non essendo alcuna legge al mondo, egli medesimo era a' suoi legge viva e animata.

Antonio Forni.  Assai è ragionevole come voi divisate.

Agostino Bucci.   Ma nascendo poi figliuoli di figliuoli e multiplicando la generazione, non dovrian tutti capir nel medesimo albergo e sotto l'istesso tetto.

Antonio Forni.  Questo ancora è ragionevole.

Agostino Bucci.   Onde molte case si doveano ragunare d'intorno: e in questo modo doppo la casa ebbe origine la villa, la quale è una ragunanza d'uomini e di abitazioni con le cose necessarie a la vita, ma non forse per la vita contadinesca e de le città, come ebbe poi la città.

Antonio Forni.  Le ville ancora di questo secolo non hanno intieramente quel che bisogna.

Agostino Bucci.   Ma crescendo poi non solamente gli uomini ma l'industria, e ritrovandosi l'arti in maggior numero, così quelle che furono a la necessità come quelle che furono per culto e per ornamento, la villa debbe divenire una città finalmente.

Antonio Forni.  Così mi pare verisimile.

Agostino Bucci.   E per aventura, se le prime abitazioni non erano in luogo opportuno, per consentimento de gli abitatori debbe esser mutato luogo a la città; e se nel principio furono edificate ne' monti [per cagione] del diluvio, cessando quel timore, cominciarono a fabricare ne' piani o su le rive de' fiumi o sovra il lito del mare.

Antonio Forni.  Così poté facilmente avenire, quantunque molte antiche città furono murate in modo che s'ebbe più tosto risguardo al commodo che a l'ornamento. Tutta volta queste, che noi chiamiamo antiche, novissime sono, se quel tempo vogliamo considerare del qual voi ragionate.

Agostino Bucci.   Ma per aventura se fosse edificata a caso o con artificio, non è di molta importanza; ma comunque ella cominciasse o crescesse, allora fu veramente città ch'ebbe tutte le cose necessarie al vivere e al ben vivere.

Antonio Forni.  Così stimo.

Agostino Bucci.   E se la vorrem diffinire, direm che fosse una ragunanza d'uomini che avesse le cose necessarie al ben vivere.

Antonio Forni.  Assai mi pare che la città in questo modo sia bene diffinita.

Agostino Bucci.   Ma doppo che la città fu edificata o mentre ancor si edificava, nacquer molte differenze tra' cittadini, le quali avean bisogno di chi le determinasse.

Antonio Forni.  È ragionevole.

Agostino Bucci.   E per aventura ne le deliberazioni alcuni erano d'un parere, altri d'un altro; laonde elessero un prudentissimo che fosse degno di commandare, al cui giudicio ne credeano ne le cose publiche e ne le private: e a costoro con l'auttorità nel deliberare e nel commandare diedero i cittadini il nome di re di commune consentimento, e allora ebbe principio la dignità reale, de la quale nel padre di famiglia era stata alcuna similitudine.

Antonio Forni.  Così stimo.

Agostino Bucci.   Tutta volta ne gli antichissimi tempi que' medesimi ch'eran detti re eran detti tiranni, ma 'l nome di tiranno allora non fu preso in mala parte, come si conosce in quel verso nel qual si ragiona del buon re Latino:

Pars mihi pacis erit dextram tetigisse tyranni.

Ma si cominciò forse a distinguere dapoi che furono fatte le leggi: percioché re fu detto colui che l'osservava e tiranno quel che le disprezzava, come si può raccogliere da quell'altro verso, in cui, favellandosi de la gente latina, dice:

Sponte sua, non vinclis aut legibus aequa.

Quantunque, chi considera le cose d'Italia in paragone di quelle de l'Asia, furono assai nuove, percioché Pico, il primo re de' Latini, regnò [al tempo] di Lampare, vigesimoterzio fra gli Assiri; ma, comunque sia, doppo le nuove leggi molte altre dignità e onori ebbero origine, come i giudici e gli altri magistrati de la città.

Antonio Forni.  È verisimile assai.

Agostino Bucci.   E s'alcuna legge fu data del culto de li dei e de' sacerdoti, allora forse le dignità sacerdotali ebber principio; ma in quel tempo eran le città cresciute e multiplicate in grandissimo numero, e dal primo padre molti erano passati ad abitare ne' paesi vicini, e molti ne' remoti.

Antonio Forni.  E questo ancora è ragionevole.

Agostino Bucci.   Ma dapoi che le città furon multiplicate, così tra' finitimi cominciarono le discordie de' confini come prima tra' cittadini erano cominciate le private differenze; onde a le città de' soldati fece mestiero e le dignità militari ebbero principio; ed essendo cominciate le guerre, molte mutazioni debbono avenire, perché altre città si congiunsero in lega e altre furon soggiogate da' più possenti.

Antonio Forni.  È molto conforme a la ragione.

Agostino Bucci.   E peraventura alcuna di queste ch'in lega si congiunsero, così elessero un re di commun parere come i cittadini prima l'avevano eletto: e così i regni ne le mutazioni furono constituiti come prima ne le città dinanzi erano ordinati.

Antonio Forni.  Gran conformità veramente è quella di una lingua e d'un paese, per la quale possono raccorsi sotto un re medesimo.

Agostino Bucci.   Ma possiamo sicuramente parlar di que' tempi ne' quali l'istoria de' gentili cominciò ad avere certezza maggiore: perché ogni istoria umana è ordinata da Nino re de gli Assiri, al tempo del quale Abramo nacque tra' Caldei. Né quel regno dal principato di Belo contiene più che mille e trecento anni ne le istorie de' Greci, quantunque ne le narrazioni d'un sacerdote d'Egitto, di cui fa menzione santo Agostino, egli passasse cinque mila anni; ma quelle sono fallacissime lettere: e con l'istessa varietà s'attribuisce più d'otto mila anni al regno de' Persi e de' Macedoni sino ad Alessandro, il quale secondo i Greci non durò più che quattrocento ottantacinque anni. Seguiamo dunque l'istoria di costoro, la quale è più conforme a la sacra scrittura: perché l'una verità deve concordare con l'altra.

Antonio Forni.  Niuna più bella armonia.

Agostino Bucci.   La prima dunque delle monarchie ebbe origine per unione di molti regni sotto un re solo, perché Nino, figliuolo di Belo primo, soggiogò l'Asia, la quale è 'l terzo del mondo nel numero de le parti, ma la metà ne la grandezza, e solo gli Indiani non furono da lui signoreggiati ne l'Oriente, li quali domò poi Semiramis sua moglie. Laonde avenne che tutti i popoli di quelle terre ubbidirono a la signoria de gli Assiri e fecero il loro commandamento.

Antonio Forni.  Così avenne senza dubbio.

Agostino Bucci.   Dapoi è noto a ciascuno come in Sardanapalo avesse fine quel regno e cominciasse quel de' Medi: e a ciascuno è noto parimente come succedesse quel de' Persi.

Antonio Forni.  Ne son piene molte istorie.

Agostino Bucci.   E si legge similmente la divisione che Ciro fece in satrapi, ch'eran governi soggetti al gran re, e come dopo la morte d'Alessandro la monarchia de' Macedoni in molti regni si dividesse. E de' regni de la Grecia e de le republiche e de' magistrati loro s'ha piena cognizione; e maggior s'ha de' Romani, de' quali gli amici erano onorati co 'l titolo di re, e alcuni di loro avevano sotto di sé molti reguli, non altramente ch'ora sotto i moderni siano molti baroni; e si legge de' re nati e de' tetrarchi, e come altri per accrescimento di stato divenissero re, altri per diminuzione, di re ch'eran prima, ritornassero tetrarchi. Ma doppo tutti i regni e tutte le monarchie la nuova dignità de l'imperio tutte le superò, la quale [fu] confirmata da le arme de gli imperatori con auttorità molto diversa da quella che soleva esser conceduta al tempo de la republica, in cui gli imperatori altro non erano che capitani generali. E doppo la declinazione de l'imperio ebbero origine le dignità di duca, di conte e di marchese, come si vede ne le nostre istorie: e particolarmente nel regno de' Lombardi prima fur quattro ducati, e dapoi il regno in trenta ducati fu diviso. E ne l'imperio de' Germani, sotto il quale ora si governa gran parte del mondo, queste dignità furono confirmate ed ebbero principio quelle di cavaliero e di dottore, le quali peraventura non furono tra gli antichi. Ma, ritrovata l'origine ne le istorie, ricerchiamo quel che se ne possa discorrere con alcuna ragione.

Antonio Forni.  Questo è forse officio anzi di filosofo che d'istorie: però v'ascolto più volentieri.

Agostino Bucci.   Or ditemi: credete che da noi fosse ben diffinita la città?

Antonio Forni.  Così mi parve.

Agostino Bucci.   Nondimeno, se la diffinizione dee esser perfetta [e] conveniente a le città de' nostri tempi, si dee giunger questa differenza, ch'ella sia governata da le leggi. Dunque, s'è qualche ragunanza d'uomini la quale non abbia le cose necessarie al ben vivere o non abbia leggi, non sarà città.

Antonio Forni.  Non per quel che me ne paia.

Agostino Bucci.   E non essendo città, vi par che debba aver il re?

Antonio Forni.  Il re, se non m'inganno, deve esser signore d'una moltitudine che basti a se stessa.

Agostino Bucci.   Le ville dunque e i castelli che non hanno tutto ciò che loro fa mestiero non saran degne d'avere il re, ma i signori de' luoghi sì fatti con altri titoli e con altri nomi debbono esser chiamati.

Antonio Forni.  Così a me pare.

Agostino Bucci.   Ma che direm noi d'Ulisse, signore d'Itaca, isola picciola e montuosa, e d'Evandro, padron d'un picciol borgo nel Lazio, i quali furono chiamati re?

Antonio Forni.  Se que' luoghi non erano forniti di ciò ch'è bastevole a la buona vita, non furono convenevolmente chiamati.

Agostino Bucci.   Ma forse la congregazione de gli uomini, la quale è propriamente città, è meritevole d'avere il suo re, o pur non basta che sia tale per se stessa, se non ha le altre cose necessarie?

Antonio Forni.  Non mi par che basti.

Agostino Bucci.   Dunque Enea, capitano d'una moltitudine d'uomini cacciati da la piazza, non fu propriamente re, quantunque dicesse Ilioneo:

Rex erat Aeneas nobis, quo iustior alter.

Ma Ulisse ed Evandro furono, perché gli abitatori di que' luochi non dovevan patir diffetto d'alcuna cosa, e da' tuguri pastorali e da le ville ch'erano intorno ci potevan raccoglier le vittuaglie e portarle a i luoghi vicini, che non erano ancora cresciuti.

Antonio Forni.  Questo convenevolmente è detto di Palantìo, ma in Itaca, dove abitavano gli amanti di Penelope, era abbondanza di tutte le cose.

Agostino Bucci.   Ma le terre d'una città e de l'altra erano picciole per la difesa, e non avrebbono potuto contrastare a' nemici: e picciole molto erano quelle d'Evandro, come appare da gli aiuti ch'egli diede ad Enea ne la guerra de' Latini, a la quale non poté dare altro che quattrocento cavalli; e s'egli pure in alcun modo si diffendeva, lo faceva più tosto con la fortezza del sito e con le mura che con l'arme e con gli esserciti, come appare in que' versi:

Nobis ad belli auxilium pro nomine tanto

Exiguae vires; hinc Tusco claudimur amni,

Hinc Rutulus premit et murum circumsonat armis.

Antonio Forni.  Così mi pare che si possa raccogliere da questi versi.

Agostino Bucci.   Ma quella moltitudine la qual con l'arme non può far difesa non è bastevole a se medesima, perché la difesa è una di quelle cose che son necessarie a la vita civile; laonde gli Spartani elessero più tosto che la città fosse guardata con petti de gli uomini che con ripari de la muraglia.

Antonio Forni.  L'elezione fu d'uomini valorosi.

Agostino Bucci.   Nel regno dunque dee esser una moltitudine d'uomini che possa diffendersi e che basti intieramente a se stessa non solo ne la pace, ma ne la guerra.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   Però molto convenevolmente fu detto re Evandro, se non forse per speranza de la futura grandezza, ma più giustamente si chiamò re quel de' Toscani, dove si legge:

Gens, bello praeclara, iugis insedit Etruscis;

Hanc multis florentem annis rex deinde superbo

Imperio et saevis tenuit Mezentius armis.

Antonio Forni.  Più giustamente senza fallo.

Agostino Bucci.   Né Ulisse, il quale con dodeci navi andò a la guerra di Troia, aveva per aventura forze bastevoli, né armò le navi con la gente d'Itaca solamente, ma con quelle di Nerito, di Croazia e d'Egipila, di Iacinto e di Scione; onde, s'egli pur meritava titolo di re, dovea più tosto esser detto re de' Cefaleni che d'Itaca solamente, perché, s'egli da un re vicino fosse stato assalito, non avrebbe potuto diffendersi senza le forze di tutti i Cefaleni, de' quali nondimeno difficilmente avrebbe potuto raccogliere maggior moltitudine di mille e quattrocento o mille e cinquecento uomini.

Antonio Forni.  Assai difficilmente.

Agostino Bucci.   E molto più facilmente avrebbono potuto diffendersi gli Ateniesi, tutto che d'una città sola fossero abitatori, i quali con quaranta navi sotto Mnesteo loro capitano andarono a la guerra di Troia, ne le quali non dovea esser meno di quattro o cinque mila uomini da combattere. Ma per aventura né questi né quelli andarono a la guerra offensiva con tutte le genti le quali avrebbono potuto raccogliere per la difesa; nondimeno assai bene si può argomentare ch'essi fossero stati bastevoli a diffendersi da l'ingiurie de' nemici: e se de gli Ateniesi non vi è chi ne dubbiti, convenevolmente Mnesteo potea esser detto re.

Antonio Forni.  Convenevolmente.

Agostino Bucci.   Ma Evandro e Ulisse non per questa, ma per un'altra ragione furono chiamati re, perché erano soli nel comandare, e la signoria d'un solo de gli antichi era detto regno e monarchia a differenza de' governi in cui molti avevano parte. Ma quantunque questa ragione non fosse rea, nondimeno il regno doveva esser bastevole ne la sua difesa: laonde più convenientemente a' tempi meno remoti regni furono detti quelli ch'aveano forze a bastanza. Diffiniremo dunque: il regno è una moltitudine d'uomini e di città governate da le leggi, che viva sotto un solo principe, il quale abbia quel che basta a ben vivere e a diffendersi.

Antonio Forni.  Buona mi pare la diffinizione.

Agostino Bucci.   Ma le forze bastevoli si potran conoscere da gli esserciti: e se convenevol essercito è quello di trentamila fanti, il regno di Sparta aveva giusta possanza per diffendersi, se crediamo ad Aristotele. Né con maggior numero di fantaria Alessandro passò a l'acquisto de l'Asia, ma oltre trentamila fanti ebbe quattromila cavalli, come vogliono alcuni; ma altri vogliono che egli passasse con quarantamila fanti e cinquemila e cinquecento cavalli, come si legge in Plutarco: e questa opinione è quella di coloro che gli diedero maggiore essercito. Dunque siamo assai chiari quali esserciti eran quelli ch'i re de la Grecia potevano raccogliere, i quali erano atti non solamente a diffendersi, ma ancora ad assalire; laonde convenevolmente molti furono detti re.

Antonio Forni.  Molto convenevolmente.

Agostino Bucci.   Nondimeno, se fosse stato rotto uno essercito, credete voi che così di leggiero n'avesse potuto raccogliere un altro?

Antonio Forni.  Non così agevolmente, perché il regno distrutto cadde sotto la prima percossa.

Agostino Bucci.   E per quella ragione que' re che molti esserciti potevano raccogliere e ritrovar il primo doppo il secondo, non solo re ma gran re furono chiamati ne le sacre lettere e ne le gentili, e ancora perché erano signori di molti regni e di molte provincie. E quelli stessi che fur detti gran re si chiamarono monarchi, e 'l nome di monarchia, che s'era conceduto ad un solo, s'attribuì solamente a quella signoria che si distende per molti paesi e per molte regioni.

Antonio Forni.  Così avenne, e non irragionevolmente.

Agostino Bucci.   Noi debbiamo nondimeno ricercarne la ragione. Dico adunque che la signoria d'un re dee esser giusta.

Antonio Forni.  Dee, perch'ella altramente sarebbe più tosto tirannide che regno.

Agostino Bucci.   E quella del gran re dee esser giusta per la medesima ragione.

Antonio Forni.  Così stimo.

Agostino Bucci.   E se giusta non fosse, sarebbe anzi tirannide che gran regno.

Antonio Forni.  Sarebbe.

Agostino Bucci.   Laonde quella del Turco è gran tirannide, ma quella di Spagna e de l'isole di Maiorica e di Minorica e di Sardigna e di Sicilia e di Napoli e del ducato di Milano e di Brabante, d'Olanda, di Fiandria, di Gheldria e d'Eronia può dar nome di gran re al suo possessore. Ma consideriam questo medesimo ne gli antichi, ne' quali senza alcuna passione si può conoscere; e ditemi: credete che quel di Ciro fosse tirannide o giusta signoria?

Antonio Forni.  Giusta signoria più tosto.

Agostino Bucci.   Ma il giusto signore comanda a coloro che volentieri ubidiscono o a quelli che servono contra lor volontà per violenza?

Antonio Forni.  A' volontari più tosto.

Agostino Bucci.   E i Persiani a Ciro volontariamente ubedivano?

Antonio Forni.  Volontariamente senza dubbio.

Agostino Bucci.   Ma i Medi e gli altri popoli de l'Asia volentieri o contra loro volontà ubbedivano?

Antonio Forni.  Io credo che ubbedissero contra volontà, perché ubbedivano a re straniero, il quale aveva trasportato in Persia quella monarchia la qual era prima in Media.

Agostino Bucci.   Dunque la signoria di Ciro era parte giusta, parte ingiusta, perché parte era de volontari, parte d'involontarî.

Antonio Forni.  Così forse per questa ragione.

Agostino Bucci.   Ma tra' volontari e gli involontari, a' quali Ciro commandava, credete forse che fosse necessario il comercio?

Antonio Forni.  Credo senza dubbio.

Agostino Bucci.   E fra le nazioni fra le quali è comercio sogliono nascere molte liti e molte differenze, come ne la città fra' cittadini.

Antonio Forni.  Sogliono.

Agostino Bucci.   E de le lor discordie fu ragionevole che fosse giudice alcuno il quale sarebbe stato giusto, se non più a' Persi che a gli Assiri o a quelli di Lidia fosse stato favorevole.

Antonio Forni.  Così stimo.

Agostino Bucci.   Né senza lui le contese si sarebbono terminate. Dunque un supremo giudice si doveva ritrovare, il quale giudicasse fra que' popoli fra' quali è contenzione

Antonio Forni.  Si doveva per questa ragione.

Agostino Bucci.   Ma il giudice dee aver podestà di constringere a chi niega d'ubbedire: e questa podestà ne le città è data da le leggi civili; ma fra i popoli, i quali non si raccolgono in una cittadinanza, non si può dare da l'istesse. Ma oltre le leggi de le città ci sono quelle de le genti e de la natura.

Antonio Forni.  Né l'une né l'altre ci sono indarno.

Agostino Bucci.   Ma per natura i valorosi e i prudenti sono re de gli altri, come il re de le api, il quale ne le battaglie è circondato da le squadre de' fideli guerrieri: e tale fu Ciro, che meritò di commandare a tutti i popoli de l'Asia.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   Fu dunque Ciro re per natura?

Antonio Forni.  Senza dubbio.

Agostino Bucci.   Non fu dunque ingiusto, perché non sono ingiuste le leggi de la natura, ma giusto re, quantunque commandasse a gli stranieri e a gli involontari.

Antonio Forni.  Fu per questa ragione.

Agostino Bucci.   Ma per aventura egli non commandò sempre a gli involontari, ma solo nel principio de la signoria, perché quelli che domò dal principio con l'arme e con le forze, poi si fece benevoli con la prudenza e con la clemenza e con la mansuetudine.

Antonio Forni.  Così debbono fare i buoni re.

Agostino Bucci.   E s'egli signoreggiava a' soggetti con utilità loro, quantunque gli avesse soggiogati per forza, non era ingiusto, anzi doveva soggiogarli: perché i popoli i quali non conoscevano il lor bene dovevano prima esser constretti con l'arme, e poi con la legge e con la disciplina ammaestrati. Dunque possiam di Ciro affermare ch'egli fosse non solamente giusto re, ma giusto gran re e giusto monarca.

Antonio Forni.  Possiamo.

Agostino Bucci.   E Alessandro ancora fu sì fatto, percioché egli non credeva d'esser nato più a' Greci che a gli altri uomini valorosi, né stimò ch'i Greci da' barbari dovessero tanto esser distinti per l'ornamento o per l'armatura del corpo, quanto per la virtù de l'animo; laonde quelli di Grecia con quelli di Asia ne' matrimoni congiunse, e gli Asiani con le greche leggi ammaestrò e con gentili costumi di quella nazione, ed egli medesimo si lasciò vedere alcuna volta ne l'abito de' Medi e di Persiani per dimostrare che non era particolar re de' Macedoni, ma universale a tutte le genti.

Antonio Forni.  Così avenne.

Agostino Bucci.   Dunque l'uno e l'altro fu giusto gran re per le leggi de le genti per le quali i vinti son ragionevolmente soggetti a' vincitori de la guerra, che dee con l'istesse leggi esser guerreggiata; e s'ella non fosse fatta in questa guisa, ma le tregue si rompessero inanzi tempo e le convenzioni e gli accordi non fossero osservati, né gli ambasciatori potessero venir e tornar sicuramente, e contra la data fede si tentasse alcuna cosa, non sarebbe giusta in modo alcuno, né potrebbe apportar lode né gloria a' vincitori.

Antonio Forni.  Così stimo senza dubbio.

Agostino Bucci.   E coloro i quali fosser vinti con guerra ingiusta non sarebbono giustamente soggetti.

Antonio Forni.  Non per mio parere.

Agostino Bucci.   Né d'Alessandro v'è dubbio alcuno ch'egli con buone arti non guerreggiasse; e i Romani guerreggiarono nel modo istesso: laonde per le leggi de le genti furono legitimamente signori, quel che non si potrebbe affermar de' Cartaginesi.

Antonio Forni.  Ne' Cartaginesi i vizî con le virtù furono mescolati.

Agostino Bucci.   Ma per le leggi de la natura i Romani doveano parimente signoreggiare, ed eran nati per questo; laonde, quantunque fosser dimandati barbari da' Greci, i quali chiamarono con questo nome tutte l'altre nazioni, nondimeno essi non ritennero cosa alcuna di barbaro ne le lettere e ne' costumi o ne la disciplina de la guerra; e per questa cagione Pirro re de gli Epiroti disse aver veduto un essercito de barbari non punto barbaro, e 'l suo legato, ritornando di Roma, assomigliò il romano ad un senato di re.

Antonio Forni.  I Romani furono primi doppo Greci a separarsi da le barbare nazioni, da le quali oggi, se non m'inganno, sono separati molti altri popoli de l'Europa, a' quali si dava prima questo nome.

Agostino Bucci.   Ma perché crediamo ch'i Greci dessero questo nome a Romani?

Antonio Forni.  Per altera opinione di se stessi, per [la] quale [lo] giudicavano convenevole a tutti gli altri.

Agostino Bucci.   Ma se barbaro significa estrano, né solamente estrano, ma quasi estrano da l'umana ragione, non dovevano esser detti barbari i Romani, che l'usavano in tutte le cose e ne la guerra ancora, ne la quale par ch'abbia minor luogo.

Antonio Forni.  Non doveano.

Agostino Bucci.   Oltre di ciò quel popolo fu ne le buone lettere ammaestrato, e più ne gli studi de l'eloquenza.

Antonio Forni.  Questo avenne, s'io non m'inganno, gli ultimi tempi, ne' quali la disciplina cominciò a corrompersi; laonde Giustino istorico disse di loro giustamente che più avea giovato a gli Sciti l'ignoranza del vizio ch'a' Romani la cognizione de la virtù.

Agostino Bucci.   Anzi più tosto [ne'] princìpi del regno, percioché Numa fu creduto discepolo di Pitagora e Tarquino Primo fu senza dubbio greco d'origine, se pur gli altri Romani ancora non derivarono da' Greci, come Dionigi d'Alicarnasso porta opinione; e ne la prima età de la republica non potea esser giudicato barbaro quel popolo il quale difendeva innanzi a' giudici la vita con la lingua, che ne le sanguinose battaglie sicuramente avrebbe difeso co 'l ferro.

Antonio Forni.  Non poteva ragionevolmente.

Agostino Bucci.   E tutta quella parte d'Italia ancora la quale risguarda la Grecia fu piena de la dottrina di quelli, anzi in lei da Pitagora cominciò la setta de' filosofi italiani, sì come da Talete ne l'Asia quella de' ionici filosofanti.

Antonio Forni.  Così avenne senza dubbio.

Agostino Bucci.   E la Sicilia e le altre isole del mare Ionio e la riviera de l'Asia ch'è posta contra la Grecia fu abitata da greci abitatori e ornata de l'arti de' Greci; laonde non pare che i Romani dovessero lor commandare come fecero a gli altri popoli barbari.

Antonio Forni.  Non pare per questa ragione.

Agostino Bucci.   E i Greci, che i barbari non erano, come barbari non doveano ubbedire; laonde il buon Tito Flaminio volle che uscissero liberi con le sue leggi, riservando a' Romani quell'auttorità che per la maestà de l'imperio gli era conveniente. E oggi ne l'istesso modo l'imperatore, nel quale risplendono le virtù de gli antecessori e particolarmente la grandezza de l'animo e la giustizia e la clemenza, concede la libertà a' Genovesi e a' Luchesi che gli sono raccomandati.

Antonio Forni.  Bella concessione, per la quale chi la concede non perde la podestà, ma acquista la benivolenza.

Agostino Bucci.   Bella, anzi bellissima, degna, anzi dignissima di Cesare; ma se questa fu la signoria de' Romani mentre ella era republica, non men giusta debbe esser dopo ch'ella si transmutò nel principato di un solo. Tale fu dunque l'imperator romano qual erano stati prima i gran re de l'Asia e di Macedonia, anzi molto maggiore e pieno di molto maggior umanità. L'umanità, come la clemenza, fu nel padre e nel figliuolo, ma vinse l'accorgimento d'Augusto, per lo quale egli fu così caro a' suoi cittadini e avezzò gli animi liberi a la nuova signoria e stabilì con la prudenza quell'impero ch'il padre avea cominciato a fondar con l'arme, ed estinse tutte le guerre con la pace universale. In essi non volle prendere il nome di re, ch'era peraventura odioso a gli uomini, usati a la dolce libertà, ma prese quel d'imperatore, il qual in alcun modo la conservava, e poi fu salutato co 'l nome d'Augusto quel giorno che, ritornando vincitore da Oriente, entrò in Roma con triplicato trionfo e serrò le porte di Giano. Ma quel di divo, il qual vivendo rifiutò, gli fu dato dopo la morte; nondimeno egli vide ancora vivendo i maggiori re del mondo deporre i diademi per riverenza sotto la sua statua e poté nominare re chi gli piacque e altri privar del regno: onde la sua dignità divenne tanto maggiore de la reale che la reale da la sua cominciò a dipendere, e quel nome di divino, che da lui fu rifiutato, fu dapoi usato da' successori. E benché alcuno non volesse esserne onorato in vita, nondimeno i morti imperatori furono con questo nome adorati, e in progresso di tempo furono usati gli ornamenti reali da quelli che seguirono, i quali i primi aveano lasciato, e la potenza loro tanto s'accrebbe ch'aveano quasi cinto il mondo con gli esserciti, come le città de gli altri re sogliono essere circondate di mura.

Antonio Forni.  Quando io leggo e ascolto queste cose, mi sento riempire di maraviglia; laonde stimo poco tutte l'altre monarchie, le quali mi paiono non solo picciole ma brevi, perché furono avanzate ne la grandezza de l'imperio e nel numero de gli anni superate.

Agostino Bucci.   Ragionevolmente è cagione di maraviglia a chi la considera, perch'ella fu ordinata non solo per umana ma per divina ragione, e 'l nascimento di Cristo, che volle nascere sotto Augusto, e la descrizione de' popoli sono certissimi argomenti ch'al vero Iddio piacesse più quell'imperio ch'a Catone non era piaciuta la causa de' vinti; e ne gli accrescimenti, non solo ne' fondamenti, de la monarchia romana apparve un non so che maggiore d'ogni umana virtù. Laonde un buon poeta fu costretto gridare:

O nimium dilecte deo, cui militat aether,

Et coniurati veniunt [ad] classica venti.

Antonio Forni.  Queste omai non son maraviglie de' gentili, ma più tosto miracoli fatti a' cristiani.

Agostino Bucci.   Son veramente. Ma lasciam da parte l'una e l'altra; e poich'abbiam non solamente ritrovata l'origine, ma ricercata la ragione del regno e de la monarchia per la quale è giusta e leggitima, ricerchiamola de l'altre dignità.

Antonio Forni.  Nel ricercare vostra sarà la fatica e mio il giovamento.

Agostino Bucci.   De le dignità molte hanno relazione al sovrano, altre l'hanno al soggetto: percioché la dignità di conte, che latinamente è detto comes e tanto significa quanto “compagno”, risguarda l'accompagnato, e l'accompagnato ne' primi tempi fu l'imperatore, il quale diede queste dignità a Belissario e a Narsete, che fecero l'Italia libera da la servitù de' Goti, e alcuna volta la diede a' suoi compagni con le provincie, altre senza le provincie e senza altro stato; come ne l'età nostra è data spesse volte a quelli che son detti conti palatini, fra' quali è il signor Ippolito Gianluca, gentiluomo ferrarese e meritevole di quest'onore per lunga e fedel servitù ch'egli ha fatta al duca Alfonso, cognato di Massimiliano imperatore.

Antonio Forni.  Voi nominate gli amici miei per farmi piacere, quantunque poteste prendergli da questi paesi.

Agostino Bucci.   Fra le dignità c'hanno relazione al sovrano mi pare che si possa annoverare quella d'ambasciatore, quantunque non si dica a convertenza se non si forma alcun nome di nuovo, ma quel che manda l'ambasciata è mandante, al quale ha relazione il mandato.

Antonio Forni.  Così mi pare: e questa dignità stimo non men risguardevole d'alcun'altra, percioché rappresenta la persona del principe.

Agostino Bucci.   Ma fra le dignità c'hanno relazione al soggetto è quella di duca, che l'ha al ducato, e quella di principe, che l'ha al principato, e quella di marchese, che si riferisce a la marca, e quella di cavaliero, che si dice del cavallo.

Antonio Forni.  Questa dignità non mi par come l'altra cominciata dopo la declinazione de l'imperio, ma ch'ella fosse sino al tempo de la republica.

Agostino Bucci.   A quel tempo fu più tosto nome di ordine ne la città che d'alcuna dignità o maggioranza, percioché l'ordine de' cavalieri sia differente da quel de' padri; ma ora son fatti cavalieri molti di quelli istessi che sono de l'ordine senatorio; e perché i principi e i re grandissimi sono cavalieri e chi è degno di questo nome d'ogn'altro onore è stimato meritevole, senza fallo oggi è in grandissimo pregio la cavaleria; de' quali alcuni portano al petto la croce per segno che siano cavalieri cristiani: con quel segno di vittoria hanno ricevute molte memorabili vittorie contra Turchi e contra Mori; il quale è di tre colori, o bianco per dimostrar la fede, o verde per significar la speranza, o vermiglio per manifestar la carità. In questa guisa da lor sono dimostrate per segni le virtù teologiche, le quali sono così proprie de' cavalieri cristiani come le morali erano de' gentili. Ma chi possede quelle tre sacre virtù non è senza l'altre: percioché da la prudenza, da la giustizia, da la temperanza e da la fortezza sono accompagnati.

Antonio Forni.  Bella compagnia, e degna veramente del cavaliero.

Agostino Bucci.   Ma noi siam trapassati, quasi non se n'accorgendo, da le dignità civili a le militari; tutta volta molte ne son rimase adietro, de le quali non potrebbe alcun partitamente ragionarne, che non considerasse i magistrati di tutte le città: che non sono gli istessi in ogni luogo né chiamati co 'l medesimo nome, ma altramente il regno chiama i suoi, altramente la republica, e l'uno da l'altro regno e l'una da l'altra republica suol nominarli diversamente.

Antonio Forni.  Così per fortuna è avenuto o per ragione osservato.

Agostino Bucci.   Ma di loro abbiamo ragionato a bastanza, poiché tanti e sì diversi particolari son raccolti sotto l'universale, lasciando altrui la cura di ricercarne particolarmente.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   Dunque passiamo a le dignità sacerdotali e a le scolastiche.

Antonio Forni.  Se mi soviene de le cose lette ne' libri de' gentili, la dignità reale fu congiunta con la sacerdotale, come si vede in que' versi:

Rex Anius, rex idem hominum Phoebique sacerdos.

E fra' Romani e fra' Greci eleggevano un re de' sacrifici, ch'era detto rex sacrorum o rex sacrificulus. E fra' Macomettani ancora la dignità sacerdotale è stata con la regia ne' califfi d'Egitto. Ma ora mi accorgo che, dicendo queste cose, ho fatto come coloro che nel corso passano inanzi a la guida, onde raffrenerò il cavallo perché voi possiate condurmi a buon albergo.

Agostino Bucci.   I sacerdoti de' gentili possono forse esser introdotti in scena come dei favolosi, ma ne la nostra vita (e chiamo nostra quella che noi formiamo ragionando o pensando) ritrovano a pena luogo ne le scuole e ne' ragionamenti de' filosofi, fra' quali si potrebbe peraventura concedere parte a' soldani e parte a' califfi, a' quali fu simile il grand'Alessandro ne l'adorare il vero Dio insieme co i falsi; ma noi debbiamo più tosto desiderare principe simigliante al gran Carlo o pur a' due gran Carli e a Costantino lor predecessore.

Antonio Forni.  Forse l'abbiam sì fatto come si desidera.

Agostino Bucci.   Ma lasciam, se vi piace, da parte il tempo d'Iside o pur Mercurio Trimegisto, che fu insieme grandissimo re, grandissimo filosofo e grandissimo sacerdote, e parliam del sacerdozio de gli Ebrei, il quale fu disgiunto non solo da la persona reale ma da la stirpe, avegna che l'un fosse ne la tribù di Levi e l'altro in quella di Giuda.

Antonio Forni.  Così avenne senza fallo.

Agostino Bucci.   Ma la nostra religione congiunse per maggior perfezione quel ch'era disgiunto ne l'ebrea e fece vero quel ch'era falso ne la gentile; percioché Cristo fu re vero e vero sacerdote; laonde il papa, ch'è suo vicario, sostiene veramente l'una e l'altra persona ed è adorato per l'una e per l'altra dignità.

Antonio Forni.  Ragionevolmente, né per umana, ma per divina ragione.

Agostino Bucci.   Ma perché il pontefice è primo ne l'ecclesiastica ierarchia, la quale è fatta a simiglianza de la celeste, è convenevole che di loro diciamo alcune cose.

Antonio Forni.  Niuna cosa udirei più volentieri.

Agostino Bucci.   La ierarchia è ordine sacro, e 'l suo fine è l'imitazione d'Iddio, e, quanto ella può, dimostra la divina azione; ma la ierarchia del cielo è de gli angioli, il qual nome è commune ancora a le somme nature, quantunque i teologi chiamino angeli propriamente quelli che chiudono gli ordini celesti: e questa si divide in tre ordini, come altre volte abbiam detto. E ne la prima, più vicina a Dio, sono i Troni, i Cherubini e Serafini, c'hanno molti occhi e molt'ale; la seconda è quella che riempiono le Podestà, le Signorie e le Virtù; e ne la terza sono gli estremi, cioè gli Angioli e gli Arcangioli e i Principati. Ma la sovrana è sovraposta più oscuramente a la seconda, e la seconda più chiaramente de la prima e più occultamente de la terza; tutta volta il primo ordine per diversi rispetti è purgato, illustrato e fatto perfetto con più chiaro e con più oscuro lume de la divinità: con più oscuro, perché è più spiritale e semplice e può meglio unire; con più chiaro, perché è dato prima e prima risplende ed è più diffuso e sparso in quel ordine il quale traluce più chiaramente. E i sommi spiriti contengono le proprietà de gli inferiori, ma gli ultimi non ricevono scambievolmente quelle de' supremi, ma n'hanno solamente la parte che si conviene a la capacità loro: non l'hanno però nel modo istesso, ma in un modo inferiore. Ma Iddio è solo principio ch'illustra quelle nature che sono illuminate; e doppo lui è principe de' sacrifici un serafino, il qual ci purga per un angelo, quasi per un ministro e sacerdote. Eccovi, signor Antonio, quasi una picciola imagine de la celeste ierarchia, la quale chi volesse ritrarre intieramente, non bastarebbe per tavola il mondo co 'l cielo ancora e co 'l sole e con le stelle: perciò ch'ella senza proporzione supera più questa gran sfera visibile ch'ella non fa le palle dipinte de vari colori, e sola è convenevolmente espressa ne la mente di colui che la forma così maravigliosa.

Antonio Forni.  Piaccia a Dio ch'ivi possiam contemplarla.

Agostino Bucci.   Ora parliam de la nostra ierarchia, cioè de l'ecclesiastica, la quale è una ragione che contiene tutti i sacrificî ed è parte celeste e parte legale, avendo con l'una commune le spirituali contemplazioni e con l'altra i segni che muovono i sensi, e si divide come la celeste in tre ordini: in quel de' pontefici, il quale ha forma di far perfetto, in quel de' sacerdoti, c'ha virtù d'illustrare, e ne l'altro de' ministri, a' quali si conviene di purgare. Ma percioché non dee farsi duce de gli altri chi non è simile a Dio, il nostro pontefice mostra in terra la divina simiglianza ed è chiamato angelo perch'egli interpreta i divini giudìci e ha somma auttorità di legare e di sciogliere. Però fu detto a Pietro da Cristo: “Tutto ciò che legarai sovra la terra sarà legato, e tutto quello che discioglierai sopra la terra sarà disciolto nel cielo”; quasi egli e ogni pontefice a lui somigliante, a guisa d'interprete e di passatore per le cose che gli son rivelate da la divina giustizia, possa raccogliere quelli che son cari a Dio ed escludere gli empi, perch'egli ha somma auttorità di separar coloro che son giudicati da lui secondo il merito di ciascuno. Ma perciò ch'il fine de la gierarchia è la congiunzione con la similitudine con Dio, egli cerca d'unire tutti insieme e farli partecipi d'una stessa pace: il che principalmente fa co 'l sacrificio ch'alluoga il simile nel simile del sacramento de l'illustrazione, ch'altramente è detto battesimo; né gli altri possono esser perfetti senza quel de la communione, perch'il fine di ciascuno è la comunanza: laonde la sapienza del pontefice non dee sdegnarsi con quelli che sono in qualch'errore, ma più tosto benignamente illustrarli.

Antonio Forni.  Così voglia tutti illustrarci.

Agostino Bucci.   Diremo dunque che il pontificato sia un ordine dotato di virtù, la qual fa perfetto, ed essequisce separatamente gli uffici de la gierarchia e interpreta la disciplina de' sacramenti e insegna il santo e convenevole stato e la forza di ciascuno; e 'l sacerdozio così ordina che mena a la luce e introduce a' divini misteri soggetti al pontificato, co 'l quale essequisce i propri uffici: e l'ordine de' ministri è quello che separa e purga i dissimili prima che vengano a' sacrifici de' sacerdoti, e gli fa degni de la vista de' sacri misteri. Queste sono le diffinizioni di ciascun ordine ecclesiastico, le quali non son mie, ma del divino Dionigi Areopagita.

Antonio Forni.  Divinamente furon diffiniti da l'uomo divino.

Agostino Bucci.   Ma oltre questi tre ordini fa menzione di tre altri soggetti a' sacerdoti, i quali son di coloro che debbon esser ordinati ne le cose sacre, e de l'ordine monacale, ora illustrato e molto accresciuto e nobilitato: e oltre tutti gli altri quel di san Benedetto, c'ha dato molti papa a la santa Chiesa e ricevuti molti imperatori, reverendissimo per la santità de la vita e per la dottrina e per l'antichità de la religione, e potentissimo di lettere polite e di ingegni eccelenti e di studi umani e divini. Ma a' nostri tempi gli imperatori e tutti i re e i principi cristiani sono divenuti parte dal sacro ordine, il qual si conserva ne le cerimonie de le chiese, e i principali son consecrati e unti come s'usava fra gli Ebrei. Ma nel pontefice è somma podestà d'eleggere e di consecrare i re e gli imperatori.

Antonio Forni.  Così credo senza dubbio.

Agostino Bucci.   E tutta quella c'hanno gli elettori di Germania fu loro conceduta da Gregorio, papa di quella nazione?

Antonio Forni.  Senza dubbio.

Agostino Bucci.   Ma vogliam noi passare a le dignità scolastiche, de le quali ci manca solamente a ragionare?

Antonio Forni.  Come vi piace.

Agostino Bucci.   In questo passaggio averrà come a coloro i quali hanno rimirato il sole e, riguardando le altre cose, lor paiono oscure; perché dopo la dignità del vicario di Cristo e de gli altri principi le scolastiche ci paiano tenebrose, se non quanto da quella luce si parte qualche raggio che l'illustra.

Antonio Forni.  Ragionando di loro, caminiamo quasi a l'ombra.

Agostino Bucci.   Ma per aventura noi non siam così certi de l'origine de le scolastiche dignità come di quelle sacerdotali: e quantunque si legga fra gli antichi il nome di gimnasiarca, non ho letto dove cominciasse, se pur egli non fu instituito da Solone. Ma forse dovea esser quale è 'l rettore fra gli scolari.

Antonio Forni.  Tale per mio parere.

Agostino Bucci.   Ma ne gli antichi secoli a ciascuno era lecito, se non m'inganno, d'aprir le scuole e di leggere e d'insegnar, e non erano instituite le ragunanze de gli uomini scienziati, che son detti collegi, i quali concedessero altrui questa autorità; né si legge ch'in Grecia, ne la quale furono tante scuole e tante e così varie sette di filosofanti, alcuno prendesse l'insegne de la dignità con le cerimonie che oggi sono in uso, né tra' Romani ancora furono giamai.

Antonio Forni.  È nuovo costume senza fallo.

Agostino Bucci.   Ma dapoi che l'imperio fu trasportato ne le parti occidentali, furono edificate scuole e collegi e confermate con l'auttorità de gli imperatori e di re; e la dignità di dottore e di mastro fu data a coloro ch'aveano fatto alcuna esperienza de la dottrina loro.

Antonio Forni.  Così è avenuto veramente.

Agostino Bucci.   Ma crediam noi ch'in tutte le scienze e arti liberali quella dignità fosse conceduta a gli uomini dotti, o pure in alcuna di loro fosse data, in altra non fosse?

Antonio Forni.  Così credo più tosto.

Agostino Bucci.   Né conoscete alcun eccelente ne la geometria o ne l'aritmetica che de la dignità di maestro e di dottore sia publicamente onorato?

Antonio Forni.  Non conosco.

Agostino Bucci.   Ma in quelle scienze che sotto queste sono ordinate, come l'astrologia e la musica, ebbe mai alcuno questa dignità?

Antonio Forni.  Non, ch'io sappia.

Agostino Bucci.   E molto meno ne la prospetiva e ne la stereometria.

Antonio Forni.  Molto meno.

Agostino Bucci.   Né congregazioni de uomini famosi in questa professione furono instituiti.

Antonio Forni.  Non furono.

Agostino Bucci.   E ne la cognizione de l'istoria e ne l'arte de' poeti e de gli oratori non ebbe alcuno simil dignità, o non l'ebbe con modo simile né con le medesime cerimonie. Ma si legge pur che Francesco Petrarca fu coronato dal popolo romano, e forse Claudiano ebbe prima la corona de l'alloro. E queste academie che si raccolgono a' nostri tempi sono simiglianti a' collegi de' dottori, fra' quali non senza autorità del papa, com'io stimo, il cardinal Borromeo aperse quella in Vaticano, ne la quale il cavaliero Sperone e 'l conte Bartolomeo da Porzia e l'abbate Ruggiero e 'l signor Curzio Gonzaga e 'l baron Sfondrato e l'Amalteo e altri uomini illustri ed eccelenti solevano leggere e disputare; e dal medesimo pontefice fu con molti privilegî onorata quella de gli Invaghiti, di cui fu protettore il signor Cesare Gonzaga, principe d'alto ingegno e di maturo giudicio e di somma prudenza e di molta cognizione di lettere, amatore de' letterati e de' poeti grandissimo, a' quali porgeva non solo materia, ma commodità di scrivere e di poetare.

Antonio Forni.  Niuna più lodevole protezione possono prendere i principi che quella de' letterati e de' belli ingegni.

Agostino Bucci.   Le dignità nondimeno che si danno di dottore sogliono essere date a quelli che sono eccelenti ne la teologia e ne le sacre leggi e ne le civili e ne la filosofia e ne la medicina.

Antonio Forni.  A questi solamente.

Agostino Bucci.   E la cagione è forse presa da l'utilità o da la sicurezza publica come da suo fine, percioché la scienza di coloro a' quali la salute de l'anime si dovea credere doveva esser confermata.

Antonio Forni.  È ragionevolmente.

Agostino Bucci.   Non senza molto pericolo si poteva commettere altrui la sanità de gli uomini: laonde per la medesima cagione doveva esser procurata.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   E quelli ancora che de la vita e de la morte dovevan giudicare avevano bisogno di simil confirmazione.

Antonio Forni.  Avevano.

Agostino Bucci.   Dunque in coloro si ricerca solamente, i quali drizzano la contemplazione a l'altitudine per giovamento de gli uomini.

Antonio Forni.  Così estimo.

Agostino Bucci.   Ma 'l filosofo, che non ha per fine alcuna operazione, non vuol dimandarla, ma la richiedono solamente quelli che congiungano la filosofia con la teologia e con la medicina: e s'alcuna scienza è che, male intesa, non faccia alcuno publico danno o non così grave almeno, non si danno di lei l'insegne del dottorato.

Antonio Forni.  Così è avenuto.

Agostino Bucci.   E altra ragione miglior di questa non si può ritrovare, per la quale gli uomini eccelenti ne le matematiche e ne l'arti liberali non escano adottorati.

Antonio Forni.  Niuna ce n'è migliore per mio giudicio.

Agostino Bucci.   Assai convenevolmente dunque, o signor Antonio, abbiam ricercata la ragione che proponemmo d'investigare. E già sin ora abbiam ritrovato quel che sia la nobiltà, e come si distingua e come ella sia da la dignità diversa, e quel che sia la dignità e la sua specie e l'origine loro e la natura e l'uso e la ragione di ciascuna; e la cognizione di queste cose, che per se stessa è molto nobile, sarà di molto giovamento a l'uomo civile: gli ignobili da' nobili e gli degni da gli indegni conoscendo, saprà qual più, qual meno debba onorare.

Antonio Forni.  Il saprà senza inganno.

Agostino Bucci.   Ma non abbiam conceduto ch'alcun nobile possa tralignare da la virtù de' maggiori?

Antonio Forni.  Abbiamo.

Agostino Bucci.   E de gli uomini nuovi sono alcuni che, non assomigliandosi a' loro antichi, hanno l'ornamento di ogni virtù e di ogni valore.

Antonio Forni.  Hanno veramente.

Agostino Bucci.   E i nobili che tralignano o i popolari valorosi doveano da l'uom civile essere più onorati? Voi tacete.

Antonio Forni.  Il mio silenzio nasce da irresoluzione de la risposta, perché alcuna volta mi pare ch'i più valorosi debbano esser onorati, alcuna gli figliuoli de gli illustri mi paiono degni di maggior onore.

Agostino Bucci.   Ma se l'onore è premio de la virtù, come abbiam detto, dee concedersi a coloro ne' quali la virtù risplende, quantunque non abbiano avuto gli avoli gloriosi; né i nobili che degenerano son meritevoli del medesimo premio.

Antonio Forni.  Non sono.

Agostino Bucci.   Ma s'alcuno con niuna operazione avesse mostrato d'allontanarsi da la bontà de i maggiori, nondimeno niuna prova avesse fatto del suo proprio valore, dee esser costui meno onorato?

Antonio Forni.  Questo è quello di ch'io dubito.

Agostino Bucci.   Ricerchiamne dunque in quest'altra guisa. La virtù de gli uomini è degna di premio non solo in loro medesimi, ma ne' figliuoli e ne' suoi nepoti.

Antonio Forni.  È veramente.

Agostino Bucci.   E la felicità de' successori appartiene in qualche modo a' morti; e se non appartenesse, nondimeno, mentre che vissero al mondo, furono desiderosi che la memoria del nome loro si perpetuasse: e al desiderio le città e i principi grati debbono sodisfare, percioché gli essempi de la gratitudine son quelli ch'oltre le altre cose invitano gli uomini ad operar valorosamente.

Antonio Forni.  Così stimo.

Agostino Bucci.   Dunque la virtù de' morti dee esser onorata ne' successori non solo perché è onesto, ma perché è utile a la città. E sì come colui che porta il lume non suole illustrar se stesso, ma gli altri che seguono, così quel ch'è principio de la nobiltà illustra più i descendenti che se medesimo; laonde niuno onore e niuna dignità deve lor esser negata, sì veramente ch'al padre e a l'avo non siano dissomiglianti, e gli errori devono più facilmente a questi che a gli altri esser perdonati, dove regna gratitudine e dove alberga la clemenza.

Antonio Forni.  Così stimo.

Agostino Bucci.   Oltre di ciò, se ne la città libera l'ordine de' nobili non fosse distinto da quel de' plebei, non si potrebbono concedere a gli uni gli onori de gli altri senza mutar le leggi, le quali non possono agevolmente esser mutate: e la mutazion de le leggi e de le antiche usanze potrebbe esser tale che ne seguisse mutazion ne la forma del governo; ma le città che l'hanno buona non debbon cambiarla in guisa che si corrompa.

Antonio Forni.  Non debbono per giudizio universale.

Agostino Bucci.   Dunque in Venezia, in Genova e in Lucca, ne le quali i sommi magistrati non sono conceduti a gli ignobili, essi in ogni occasione a' nobili cederanno; e s'alcun regno è con buone leggi governato, il nobile a l'ignobile dee esser superiore.

Antonio Forni.  Così mi piace.

Agostino Bucci.   Tutta volta ne' regni e ne gli altri stati che dipendono dal voler d'un solo, il giudizio del principe può sicuramente onorar la virtù e chiamarla a' primi gradi senza pericolo.

Antonio Forni.  Può con sua riputazione, e suole molte fiate.

Agostino Bucci.   Ma il nobile dee cedere al magistrato.

Antonio Forni.  Tale potrebbe essere il magistrato che senza dubbio dovrebbe proporse.

Agostino Bucci.   Dunque non è preferito a tutti i nobili ciascuno ch'è in dignità. Ma ricerchiam quali sian quelle dignità ne le quali l'uomo nuovo dee precedere al nobile.

Antonio Forni.  Come vi piace.

Agostino Bucci.   Non abbiam già detto che la dignità è superiorità conceduta per merito e per onore? Ma ciascuna superiorità suol esser conceduta sovra gli inferiori, come quella del generale, la qual si dà sovra tutti i soldati.

Antonio Forni.  Senza fallo.

Agostino Bucci.   Il generale dunque deve esser sovra tutti gli altri onorati ne l'essercito; e ne' tempi antichi Narsete eunuco fu da Giustiniano anteposto a tutti quei nobili che in Italia guerreggiarono.

Antonio Forni.  Fu senza dubbio.

Agostino Bucci.   E a' nostri tempi si potrebbono addurre simili essempi, ma gli passo per brevità.

Antonio Forni.  Molti ce ne sono veramente.

Agostino Bucci.   E l'istesso si dee osservare ne l'altre dignità; e s'alcuna republica si ritrova, ne la quale il magistrato supremo si conceda a' plebei, come si concedeva il consolato ne la romana, gli si concede per consequente la superiorità d'onore.

Antonio Forni.  Giustamente.

Agostino Bucci.   Ma chi può nomare ignobile il padre e il figliuolo che fece il fiero voto per la republica senza vergognarsi del suo giudicio e de le leggi de la città, che son contrarie a quelle de la natura?

Antonio Forni.  Niuno, perché ne l'uno [e] ne l'altro l'animo fu nobilissimo.

Agostino Bucci.   Ma in qualunque modo debbano esser nominati gli uomini sì fatti, se 'l principe concede la dignità a' nuovi debbono cedergli quelli di stirpe antica sovra' quali è conceduta, né dee richiamarsi in dubbio il giudicio del signore.

Antonio Forni.  Così è ragionevole.

Agostino Bucci.   E se le dignità si posson concedere a' nuovi, nondimeno per altra cagione non debbono essere date che per merito di virtù.

Antonio Forni.  Non per altra.

Agostino Bucci.   E quantunque la nobiltà e la dignità sian cose molto somiglianti e rare volte o non mai separate, come vediamo in tutti i principi d'Italia, in ciascun de' quali ambo son congiunte. La voce è data a gli uomini per natura, e tutti l'hanno in ciascun luogo, e, subito che son nati, possono adoperarla: ma non è conceduto a ciascuno similmente il parlare, né tutti nascono con la favella; ma con la disposizione al ragionare nasce ciascuno e comincia a favellare quando ode altrui e può formar le voci a quella similitudine: e s'alcuno fosse nato sordo per qualche difetto naturale o non avesse chi imitare, non ragionarebbe.

Antonio Forni.  Così stimo senza fallo.

Agostino Bucci.   E in quel modo ciascuno impara a favellare nel quale ascolta, non in altro; quantunque in altro ragionasse il padre e l'avo, non portan seco naturale inclinazione a favellare più in un modo che ne l'altro: dunque il parlare più in questa che in quella maniera non procede da la natura, ma totalmente da l'uso o da la disciplina; percioché, usando fra Lombardi e da lombardi maestri ammaestrato, favellarà lombardo, e altro, fra Toscan allevato, ragionarà toscanamente, bench'egli fosse nato sotto altro cielo e d'altri parenti.

Antonio Forni.  Così veggiamo avenire.

Agostino Bucci.   Ma quel che non si fa per alcuna naturale inclinazione, ma per uso o per disciplina, non è naturale.

Antonio Forni.  Non è certo.

Agostino Bucci.   Dunque il favellare più ne l'una che ne l'altra guisa non è operazione de la natura.

Antonio Forni.  Assai buona è la conclusione.

Agostino Bucci.   Oltre di ciò quel ch'è giusto per natura in Europa è giusto ne l'Asia.

Antonio Forni.  Senza dubbio.

Agostino Bucci.   E quel ch'è ragionevole ne l'Oriente è anco ragionevole ne l'Occidente.

Antonio Forni.  Ragionevole.

Agostino Bucci.   E quello ch'è bello per natura è bello presso tutte le nazioni, e tutto ciò che sarà per natura tale appresso tutte le nazioni sarà tale.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   Ma que' nomi che son belli fra' Germani o fra gli Ongheri o fra gli Schiavoni, non sono d'equal bellezza fra gli Italiani o fra gli Spagnuoli o tra' Francesi.

Antonio Forni.  Non sono.

Agostino Bucci.   Non direm dunque che sian belli per natura; e molte voci ancora parranno dolci e sonore a gli orecchi de gli Italiani, che non parranno sì fatte a quegli de' Francesi e de' Spagnuoli, e molte a l'incontro piaceranno a loro, che saranno forse noiose a' nostri.

Antonio Forni.  Non è dubbio.

Agostino Bucci.   E molti saran lodati fra' Toscani, che tra' Lombardi non trovaranno lode.

Antonio Forni.  Non forse tra quei Lombardi i quali con Toscani non sono usi di conversare.

Agostino Bucci.   Dunque non tanto per natura quanto per uso le parole ci paion belle e dolci e d'altra qualità.

Antonio Forni.  Assai è manifesto per la vostra ragione.

Agostino Bucci.   Ma quel che s'è considerato de' nomi in universale applichiamo particolarmente a' titoli, che sono una specie de' nomi: e dico che, se 'l titolo di duca o di principe o di marchese o di conte fosse per natura tale, appresso tutte le nazioni sarebbe l'istesso.

Antonio Forni.  Appresso tutte.

Agostino Bucci.   E quel ch'in una parte fosse più degno d'onore sarebbe parimente ne l'altra.

Antonio Forni.  Così averrebbe.

Agostino Bucci.   Ma il titolo di duca tra molte genti è più degno d'onore, tra l'altre quello di principe.

Antonio Forni.  Così ho inteso; percioché in Napoli onorano i principi sovra i duca, ma in Lombardia il signor Scipione Gonzaga e i fratelli cedano al duca, ma debbono precedere a gli altri.

Agostino Bucci.   Non è dunque l'uno per natura più degno de l'altro.

Antonio Forni.  Non per questa ragione.

Agostino Bucci.   Il titolo di duca alcune fiate è onorato più di quel di marchese, altre meno, come si vede per essempio che molti duchi cedono al marchese di Pescara.

Antonio Forni.  Questo è l'uno de' molti che si potrebbono addurre.

Agostino Bucci.   Ma se i titoli non sono per natura, sono per compiacimento.

Antonio Forni.  Sono.

Agostino Bucci.   Ed essendo così fatti, possono dal voler de gli uomini esser mutati; onde hanno tanta auttorità quanta piace ad un commune consentimento o pur al parer di coloro che sogliono esser cagione de l'opinione universale, come sono i principi e i legislatori: percioché gli altri approvano facilmente quel che da loro è ricevuto.

Antonio Forni.  Ciascuno segue il giudicio di chi governa il mondo.

Agostino Bucci.   Ma se tutti gli altri instromenti son formati con qualche ragione, dee parimente ritrovarsi una diritta ragione del nome, [il] quale è uno instromento ch'insegna a discerner la sostanza de le cose.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   E se è vera l'orazione, le parti debbono esser vere; laonde vero dee esser il nome, ch'è una de le sue parti.

Antonio Forni.  È ragionevole.

Agostino Bucci.   E quei nomi che son composti con questa ragione saranno ben composti, e gli altri non bene: e quel che bene gli comporrà sarà buon mastro, come fu Arnaldo Daniello.

Antonio Forni.  Così fu giudicato da Dante.

Agostino Bucci.   Ma o sia il fabro de' nomi il poeta o 'l dialettico o pur il legislatore, percioché la legge par che gli abbia statuiti, egli deve usarsi alcuna dritta ragione, e particolarmente de' titoli, che sono risguardevolissimi e onorevolissimi oltre tutti gli altri nomi.

Antonio Forni.  In loro più che ne gli altri par ch'ella si ricerchi.

Agostino Bucci.   Ma peraventura quelli che son formati son tanti e tali che non fa mestiero comporne alcuno di nuovo, e potrem bene usarli senz'alcuna difficoltà.

Antonio Forni.  Assai facilmente.

Agostino Bucci.   Ma perché i titoli sono o per sé stanti o aggiunti, gli aggiunti debbono accompagnarsi convenevolmente con quelli che stanno per sé.

Antonio Forni.  Senza dubbio.

Agostino Bucci.   Mettiamo dunque da l'un de' lati il papa, il cardinale, il patriarca, l'arcivescovo, il vescovo, l'abbate, l'arciprete, l'archidiacono, il prevosto; da l'altro l'imperatore, il re, il duca, il principe, il marchese, il conte, il capitano e 'l cataneo; e consideriam con qual ragione fossero formati questi titoli, quantunque d'alcun d'essi sia stato detto alcuna cosa.

Antonio Forni.  Le cose buone piacciano replicate diece volte ancora come disse quel giudicioso poeta.

Agostino Bucci.   Ma ricercando la ragione de' nomi, ricercaremo la natura, percioché il nome non è altro che un ricercamento di quel ch'è: e d'alcuni sarà facile il ritrovarla, in altri più difficile, come in questo di “papa”, il quale forse si deriva da la particella pape, che s'interpone per maraviglia, percioché il papa con molta maraviglia suol esser risguardato e con molta riverenza ancora adorato.

Antonio Forni.  Da tutti e in tutti i luoghi.

Agostino Bucci.   O più tosto viene dal nome greco páppas, nome di venerazione tratto da' Siracusani, il qual significa “padre”. E 'l “cardinale” è nome derivato da “cardine”, percioché essi sono quasi cardini de la Chiesa; ma “patriarca” da' due nomi greci patér e archón, che significa “primo padre” o “principio di padre”, e fu nome d'Abram, di Isac, di Iacob e di Giuseppe, che furono i primi padri del popolo ebreo. E quel del vescovo trae l'origine da la greca lingua e si forma dal verbo episkopéo e tanto vale quanto “custode”, “curatore” o “speculatore”; e l'“arcivescovo” è nome composto con la particella arché, che significa “principio”; ma abbas è forse nome ebreo e significa “padre” similmente. E l'“arciprete” deriva dal nome presbúteros, a cui si prepone la medesima particella arché, e ha la medesima significazione che senior fra' Latini; onde sogliono onorare gli istessi sacerdoti co 'l nome di “don”, che vale quanto “signore”; e “diacono” vien dal verbo diakonéo, il qual in lingua greca ha significato di ministro, e si compone “arcidiacono” a l'istesso modo; e “preposto” è derivato dal verbo latino praepono. Or passiamo, se vi piace, a l'altro lato, dove sono i titoli de l'altre dignità.

Antonio Forni.  Passiamo.

Agostino Bucci.   “Imperatore” vien dal verbo imperare, che significa “comandare”; il “re” da rego, che vuol dire in nostra lingua “reggo” e “governo”; e dal verbo latino ducere è detto il “duca”, e “prencipe” da “principio”.

Antonio Forni.  Così mi pare senza dubbio.

Agostino Bucci.   Ma da “marca” deriva “marchese”, ch'era nome di provincia posta ne' confini; e da comes si dice “conte”, e “capitano” da “capo”: e per accurtamento si dice “cataneo”. E a bastanza avem detto per aventura de' titoli che stanno per sé: or parliamo de gli aggiunti.

Antonio Forni.  Di loro aspetto che ragioniate.

Agostino Bucci.   Al papa s'aggiunge il titolo di santissimo, il qual deriva da sanctio, che significa “stabilire” e “confermare”, percioché la dignità fu da Cristo stabilita e confermata.

Antonio Forni.  Così credo senza dubbio.

Agostino Bucci.   Ma a l'imperatore s'aggiungono come suoi titoli quel d'augusto, che si forma dal latino augeo, perché egli accrebbe la maestà de l'imperio, e l'altro di divo, di manifesta significazione; e da' legislatori è dato quel di superillustre, a cui l'“illustrissimo” ha vigore eguale, percioché gli illustrissimi sono sopra gli illustri.

Antonio Forni.  Così mi pare.

Agostino Bucci.   Ma quel di serenissimo, usato da' fratelli, si deriva peraventura dal nome greco sélas, che significa “lume”, da cui si vien seléne, ch'è la luna, mutando il [λ lambda] nel [ρ rho].

Antonio Forni.  Assai nuova è la formazione di questo nome, ma nondimeno mi par molto vera.

Agostino Bucci.   Ma l'“illustre” e 'l “molto illustre” son titoli che si danno a l'altre dignità civili e militari.

Antonio Forni.  Tale è il costume.

Agostino Bucci.   E a le sacerdotali è convenevole quel di reverendissimo e di reverendo, nome formato dal verbo latino vereor e da la particella la qual si usa in composizione: percioché riverenzia altro non è che timor de’ maggiori, dal qual nasce, come da suo fonte, la mestizia per diffetto di gloria.

Antonio Forni.  E questa derivazione ancora è nova, e vera quanto nova.

Agostino Bucci.   Ma ’ l titolo d’ eccelentissimo e d’ eccelente vien da “eccelso”, e si conviene non solamente a' principi, ma a' letterati grandi: laonde si può ripor fra gli altri de le scolastiche dignità. E “magnifico” è formato da magno, nome, e facio, verbo latino, e s'appertiene a quelli che son facitori de le cose grandi: onde dal Boccaccio fu dato a' soldati ancora e a' re, e tale è la sua dignità che da niuno dovrebbe esser sdegnato.

Antonio Forni.  Da niuno veramente.

Agostino Bucci.   Quel di chiarissimo ancora è di chiarissima significazione, e quel di spettabile vien dal verbo latino specto, e si direbbe “risguardevole” in nostra lingua: e sono usati senza distinzione da le dignità sacerdotali, civili, scolastiche e militari.

Antonio Forni.  Così mi par d'aver osservato alcune volte.

Agostino Bucci.   Ma quel di maestà e d'altezza e d'eccelenza e di signoria son nomi che si danno in vece del “voi” toscano e del tu latino.

Antonio Forni.  In quella vece, ma con maggior riverenza di chi gli dà e con maggior riputazione di chi gli riceve.

Agostino Bucci.   Altro per aventura non rimane a fornire il nostro ragionamento, perché, se volessimo ridurlo ancora a più alto principio, ritrovaremo che potenza più eccelente de l'umano ha compartiti i primi nomi. Laonde in molti di loro è collocata maravigliosa virtù, con la quale soglion esser fatti i miracoli; ma queste cose debbon esser coperte con quel divino silenzio del quale sono a pena interpreti gli angeli.

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Ultimo aggiornamento: 24 giugno 2008