Torquato Tasso

Allegoria della Gerusalemme liberata

1544-1595

Edizione di riferimento:

Torquato Tasso, Tutte le opere, a cura di Amedeo Quondam, Lexis Progetti Editoriali, Roma : 1997

L'eroica poesia, quasi animale in cui due nature si congiungono, d'imitazione e d'allegoria è composta. Con quella alletta a sè gli animi e gli orecchi degli uomini, e maravigliosamente gli diletta; con questa nella virtù o nella scienza, o nell'una e nell'altra, gli ammaestra. E sì come l'epica imitazione altro già mai non è che somiglianza ed imagine d'azione umana; così suole l'allegoria degli Epici, dell'umana vita esserci figura. Ma l'imitazione riguarda l'azioni dell'uomo, che sono a i sensi esteriori sottoposte; ed intorno ad esse principalmente affaticandosi, cerca di rappresentarle con parole efficaci ed espressive, ed atte a por chiaramente dinanzi a gli occhi corporali le cose rappresentate: nè considera i costumi, o gli affetti, o i discorsi dell'animo in quanto essi sono intrinseci; ma solamente in quanto fuori se n'escono, e nel parlare e negli atti e nell'opere manifestandosi accompagnano l'azione. L'allegoria, all'incontra, rimira le passioni e le opinioni ed i costumi, non solo in quanto essi appaiono, ma principalmente nel lor essere intrinseco; e più oscuramente le significa con note (per così dire) misteriose, e che solo da i conoscitori della natura delle cose possono essere a pieno comprese. Ora lassando l'imitazion da parte, dell'allegoria, ch'è nostro proposito, ragionerò. Ella, sì come è doppia la vita degli uomini, così or dell'una or dell'altra ci suole essere figura: però che ordinariamente per uomo intendiamo questo composto di corpo e d'anima e di mente; ed allora vita umana si dice quella che di tal composto è propria, nelle operazioni della quale ciascuna parte d'esso concorre; ed operando, quella perfezione acquista, della quale per sua natura è capace. Alcuna volta, benchè più di rado, per uomo s'intende non il composto, ma la nobilissima parte d'esso, cioè la mente: e secondo quest'ultimo significato si dirà, che il viver dell'uomo sia il contemplare e l'operare semplicemente con l'intelletto; come che questa vita molto paia participare della divinità, e quasi transumanandosi angelica divenire. Or della vita dell'uomo contemplante è figura la Comedia di Dante, e l'Odissea quasi in ogni sua parte: ma la vita civile in tutta l'Iliade si vede adombrata, e nell'Eneide ancora, benchè in questa si scorga più tosto un mescolamento d'azione e di contemplazione: ma perchè l'uomo contemplativo è solitario, e l'attivo vive nella compagnia civile; quindi avviene che Dante, ed Ulisse nella sua partita da Calipso, si fingano non accompagnati da esercito o da moltitudine di seguaci, ma soli si fingano; dove Agamennone ed Achille ci sono descritti, l'uno generale dell'esercito Greco, l'altro conduttiere di molte schiere de' Mirmidoni. Ed Enea si vede accompagnato quando combatte e quando fa l'altre civili operazioni; ma quando scende a l'Inferno ed a i Campi Elisi, lassa i compagni, e resta, non ch'altri, il suo fedele Acate, il quale non soleva mai dal fianco allontanarglisi. Nè a caso finge il Poeta, che vada egli solo; perchè in quel suo viaggio ci è significata una sua contemplazione delle pene e de' premi, che nell'altro secolo a l'anime buone ed a le ree si riserbano. Oltra di ciò, l'operazion dell'intelletto speculativo, che è operazion d'una sola potenza, commodamente da l'azion d'un solo ci vien figurata; ma l'operazion politica, che procede da l'intelletto ed insieme da l'altre potenze dell'animo, che sono quasi cittadini uniti in una republica, non può così commodamente essere adombrata d'azione in cui molti insieme e ad un fine operanti non concorrano. A queste ragioni ed a questi esempi avendo io riguardo, formai l'Allegoria del mio poema tale quale ora si manifesterà.

L'esercito composto di varii principi e d'altri soldati cristiani, significa l'uomo virile, il quale è composto d'anima e di corpo: e d'anima non semplice, ma distinta in molte e varie potenze. Gerusalemme, città forte ed in aspra e montuosa regione collocata; a la quale, sì come ad ultimo fine, sono dirizzate tutte le imprese dell'esercito fedele; ci segna la felicità civile, qual però conviene ad uomo cristiano, come più sotto si dichiarerà: la quale è un bene molto difficil da conseguire, e posto in cima a l'alpestre e faticoso giogo della virtù: ed a questo sono volte, come ad ultima meta, tutte le azioni dell'uomo politico. Goffredo, che di tutta questa adunanza è capitano, è in vece dell'intelletto, e particolarmente di quell'intelletto che considera non le cose necessarie, ma le mutabili, e che possono variamente avvenire. Ed egli, per voler d'Iddio e de' principi, è eletto capitano in questa impresa. Però che l'intelletto è da Dio e da la natura constituito signore sovra l'altre virtù dell'anima, e sovra il corpo; e comanda a quelle con potestà civile, ed a queste con imperio regale. Rinaldo, Tancredi, e gli altri principi sono in luogo dell'altre potenze dell'animo; ed il corpo da i soldati men nobili ci vien dinotato. E perchè per l'imperfezione dell'umana natura, e per gl'inganni dell'inimico d'essa, l'uomo non perviene a questa felicità senza molte interne difficoltà e senza trovar fra via molti esterni impedimenti, questi tutti ci sono da la figura poetica dinotati. La morte di Sveno e de' compagni, i quali, non congiunti al campo, ma lontani, sono uccisi, può dimostrarci la perdita che l'uomo civile fa degli amici e de' seguaci, e d'altri beni esterni, che sono instrumenti della virtù ed aiuti a conseguir la felicità. Gli eserciti e d'Africa e d'Asia, e le pugne avverse, altro non sono che i nemici e le sciagure e gli accidenti di contraria fortuna. Ma venendo a gli intrinseci impedimenti, l'amor che fa vaneggiar Tancredi e gli altri cavalieri, e gli allontana da Goffredo, e lo sdegno che desvia Rinaldo da l'impresa, significano il contrasto che con la ragionevole fanno la concupiscibile e l'irascibile virtù, e la ribellion loro. I demoni che consultano per impedir l'acquisto di Gerusalemme, sono insieme figura e figurato, e ci rappresentano se medesmi, che s'oppongono a la nostra civile felicità, acciò che ella non ci sia scala a la cristiana beatitudine. I due magi Ismeno ed Armida, ministri del Diavolo, che procurano di rimovere i Cristiani dal guerreggiare, sono due diaboliche tentazioni che insidiano a due potenze dell'anima nostra, da le quali tutti i peccati procedono. Ismeno significa quella tentazione che cerca d'ingannare con false credenze la virtù (per così dire) opinatrice; Armida è la tentazione che tende insidie a la potenza ch'appetisce: e così da quello procedono gli errori dell'opinione, da questa quelli dell'appetito. Gli incanti d'Ismeno nella selva, che ingannano con delusioni, altro non significano che la falsità delle ragioni e delle persuasioni, la qual si genera nella selva, ciò è nella moltitudine e varietà de' pareri e de' discorsi umani. E però che l'uomo segue il vizio e fugge la virtù, o stimando che le fatiche ed i pericoli siano mali gravissimi ed insopportabili, o giudicando (come giudicò Epicuro ed i suoi seguaci) che ne' piaceri e nell'ozio si ritrovi la felicità, per questo doppio è l'incanto e la delusione. Il fuoco, il turbine, le tenebre, i mostri e l'altre sì fatte apparenze; sono gl'ingannevoli argomenti che ci dimostrano le oneste fatiche, gli onorati pericoli, sotto imagine di male. I fiori, i fonti, i ruscelli, gl'instrumenti musici, le ninfe; sono i fallaci sillogismi che ci mettono innanzi gli agi e i diletti del senso sotto apparenza di bene. Ma tanto basti aver detto degl'impedimenti che truova l'uomo così in se stesso, come fuori di sè: però che, se ben d'alcune cose non si è espressa la allegoria, con questi principii ciascuno per se stesso potrà investigarla. Ora passiamo a gli aiuti esterni ed interni, e co' quali l'uomo civile superando ogni difficultà, si conduce a la desiderata felicità. Lo scudo di diamante che ricopre Raimondo, e poi si mostra apparecchiato in difesa di Goffredo, deve intendersi per la particolare custodia del Signor Iddio. Gli angioli significano or l'aiuto divino, ed or le divine inspirazioni; le quali ancora ci sono adombrate nel sogno di Goffredo e ne' ricordi dell'Eremita. Ma l'Eremita, che per la liberazione di Rinaldo indrizza i due messaggieri al Saggio, figura la cognizione sopranaturale ricevuta per divina grazia, sì come il Saggio la umana sapienza. Imperò che da l'umana sapienza e da la cognizione dell'opere della natura, e de magisteri suoi, si genera e si conferma negli animi nostri la giustizia, la temperanza, il disprezzo della morte e delle cose mortali, la magnanimità, ed ogn'altra virtù morale: e grande aiuto può ricever l'uomo civile in ciascuna sua operazione da la contemplazione. Si finge che questo Saggio fosse nel suo nascimento pagano; ma che, da l'Eremita convertito a la vera fede, si sia renduto cristiano; e ch'avendo deposta la sua prima arroganza, non molto presuma del suo sapere, ma s'acqueti al giudizio del Maestro. Però che la filosofia nacque e si nutrì tra' Gentili nell'Egitto e nella Grecia, e di là a noi trapassò; presontuosa di se stessa, e miscredente, e audace e superba fuor di misura: ma da san Tomaso e da gli altri santi Dottori è stata fatta discepola e ministra della teologia; e, divenuta per opera loro modesta e più religiosa, nessuna cosa ardisce temerariamente affermare contra quello che a la sua maestra è rivelato. Nè indarno è introdotta la persona di questo Saggio; potendo per consiglio solo dell'Eremita esser trovato e ricondotto Rinaldo: per che ella s'introduce per dimostrare che la grazia del Signor Iddio non opera sempre negli uomini immediatamente, o per mezzi estraordinarii, ma fa molte fiate sue operazioni per mezzi naturali. Ed è molto ragionevole che Goffredo, il quale di pietà e di religione avanza tutti gli altri, ed è, come abbiamo detto, figura dell'intelletto, sia particolarmente favorito e privilegiato con grazie le quali a nissun altro non siano communicate. Questa umana sapienza, adunque, indirizzata da virtù superiore, libera l'anima sensitiva dal vizio, e v'introduce la moral virtù. Ma perchè questa non basta, Pietro Eremita confessa Goffredo e Rinaldo, e prima avea convertito Tancredi: ma essendo Goffredo e Rinaldo le due persone che nel poema tengono il loco principale, non sarà forse se non caro a' lettori che io, replicando alcuna delle già dette cose, minutamente manifesti l'allegorico senso che sotto il velo delle loro azioni si nasconde. Goffredo, il qual tiene il primo luogo nella favola, altro non è nell'allegoria che l'intelletto; il che si accenna in alcun luogo del poema, come in quel verso:

Tu il senno sol, tu sol lo scettro adopra;

e più chiaramente in quell'altro:

L'anima tua, mente del campo e vita;

e si soggiunge «vita», perchè nelle potenze più nobili le men nobili son contenute. Rinaldo dunque, il quale nell'azione è nel secondo grado d'onore, deve ancora nell'allegoria in grado corrispondente esser collocato: ma qual sia questa potenza dell'animo che tiene il secondo grado di dignità, or si farà manifesto. Irascibile è quella la quale fra tutte l'altre potenze dell'anima men s'allontana da la nobiltà della mente; intanto che par che Platone cerchi, dubitando, s'ella sia diversa da la ragione, o no. E tale ella è nell'animo, quali sono nell'adunanza degli uomini i guerrieri: e sì come di costoro è ufficio, ubidendo a i principi che hanno l'arte e la scienza del comandare, combattere contra i nemici; così è debito dell'irascibile, parte dell'animo guerriera e robusta, armarsi per la ragione contra le concupiscenze, e con quella veemenza e ferocità, che è propria di lei, ribattere e discacciare tutto quello che può essere d'impedinento a la felicità: ma quando essa non ubidisce a la ragione, ma si lascia trasportare dal suo proprio impeto, a le volte avviene che combatte non contra le concupiscenze, ma per le concupiscenze; o a guisa di cane, reo custode, non morde i ladri, ma gli armenti. Questa virtù impetuosa, veemente ed invitta, come che non possa interamente essere da un sol cavaliero figurata, è nondimeno principalmente significata da Rinaldo; come ben s'accenna in quel verso ove di lui si parla:

Sdegno guerrier della ragion feroce.

Il quale mentre combattendo contra Gernando trapassa i termini della vendetta civile, e mentre serve ad Armida ci può dinotare l'ira non governata da la ragione; mentre disincanta la selva, espugna la città, rompe l'esercito nemico, l'ira dirizzata da la ragione. Il ritorno dunque di Rinaldo e la riconciliazion sua con Goffredo, altro non significa che l'ubidienza che rende la potenza irascibile a la ragionevole. Ed in queste riconciliazioni due cose si avvertiscano: l'una, che Goffredo con civil moderazione si mostra superiore a Rinaldo; il che c'insegna, che la ragione comanda a l'ira non regalmente, ma cittadinescamente: all'incontra Goffredo, imperiosamente imprigionando Argillano, reprime la sedizione per darci a divedere che la potestà della mente sovra il corpo è regia e signorile. L'altra cosa degna di considerazione è, che, sì come la parte ragionevole non dee (chè molto in ciò s'ingannorono gli Stoici) escludere l'irascibile da le azioni, nè usurparsi gli uffici di lei; chè questa usurpazione sarebbe contra la giustizia naturale; ma dee farsela compagna e ministra: così non doveva Goffredo tentar la ventura del bosco egli medesimo, nè attribuirsi gli altri uffici debiti a Rinaldo. Minor artificio, dunque, si sarebbe dimostro, e minor riguardo avuto a quella utilità la quale il Poeta, come sottoposto al Politico, deve aver per fine, quando si fosse finto che da Goffredo solo fosse stato operato tutto ciò che era necessario per la espugnazione di Gerusalemme. Non è contrario o diverso da quello che s'è detto, ponendo Rinaldo e Goffredo per segno della ragionevole e della irascibile virtù, quel che dice Ugone nel sogno, quando paragona l'uno al capo e l'altro a la destra: perchè il capo (se crediamo a Platone) è sede della ragione; e la destra, se non è sede dell'ira, è almeno suo principalissimo instrumento. Ma per venir finalmente a la conclusione; l'esercito in cui già Rinaldo e tutti gli altri cavalieri, per grazia d'Iddio e per umano avvedimento, sono ritornati e sono ubidienti al Capitano, significa l'uomo già ridotto nello stato della giustizia naturale, quando le potenze superiori comandano come debbono, e le inferiori ubidiscono: ed oltre a ciò, nello stato della ubidienza divina, allora facilmente è disincantato il bosco, espugnata la città, e sconfitto l'esercito nemico; cioè, superati agevolmente tutti gli esterni impedimenti, l'uomo conseguisce la felicità politica. Ma perchè questa civile beatitudine non deve esser ultimo segno dell'uomo cristiano, ma deve egli mirar più alto a la cristiana felicità; per questo non desidera Goffredo d'espugnar la terrena Gerusalemme per averne semplicemente il dominio temporale, ma perchè in essa si celebri il culto divino, e possa il Sepolcro liberamente esser visitato da' pii e devoti peregrini. E si chiude il Poema nella adorazione di Goffredo, per dimostrarci che l'intelletto, affaticato nelle azioni civili, deve finalmente riposarsi nelle orazioni e nelle contemplazioni de' beni dell'altra vita beatissima ed immortale.

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Ultimo aggiornamento: 04 novembre 2009