Torquato Tasso

Il Cataneo overo de le Conclusioni Amorose

1544-1595

Edizione di riferimento:

Torquato Tasso, Tutte le opere, a cura di Amedeo Quondam, Lexis Progetti Editoriali, Roma : 1997

Il Cataneo overo de le Conclusioni Amorose

Interlocutori:

DANESE CATANEO,

PAULO SANMINIATO,

TORQUATO TASSO.

[Dialogo]

D.C.  Voi ancora, signor Torquato, non contento d'avere acquistato in questa giovenile età grandissima lode ne la poesia, avete voluto ne le quistioni filosofiche contendere co' filosofi medesimi; e per quel ch'io n'intesi dal signor Paulo, molti giorni difendeste publicamente alcune conclusioni: ne la quale azione io estimo ch'esponeste la vostra riputazione a gran pericolo, potendo di leggieri un frate o uno scolare con l'armi dialettiche astringere un poeta a cederli il campo.

P.S.  Se 'l campo fosse quel de la verità, non malagevolmente il poeta sarebbe vinto dagli aversari; ma nel campo d'amore chi poteva superar un poeta innamorato, e con quali armi, sedendo ivi fra gli altri, quasi giudice, la sua donna medesima, da la quale poteva assai cortesemente riportar la palma ne l'amorose questioni?

T.T.  Il signor Sanminiato ha voluto prevenir la mia risposta, e io son contento che mi vinca di velocità; ma egli a me nel campo d'amore fu non picciolo avversario, ma in quel de la verità poteva esser meco d'accordo: nondimeno facemmo insieme lunga contesa, egli con armi incognite, da le quali io peraventura, come poco esperto, non sapeva ben difendermi, io con quelle che m'erano prestate dal signor Antonio Montecatino, valorosissimo tra i peripatetici e tra i platonici filosofanti: perché sue erano le conclusioni per la maggior parte, e io, da lui ammaestrato, volsi difendere. Ma ebbi brevissimo spazio d'apparecchiarmi a la difesa, e fu da me conceduto lunghissimo a chi voleva oppugnarmi; a' quali non tenni occulta alcuna de le mie ragioni, ma da loro fui assalito quasi a l'improviso; laonde non sarebbe maraviglia ch'a giudicio de la mia donna medesima io ne riportassi il peggio. Ma io vorrei che le mie ragioni fossero considerate con animo quieto e senza lo strepito e l'applauso di quello quasi teatro di donne e de cavalieri: però, non mi contentando de la viva voce o del parlare, nel quale per l'impedimento de la lingua fui poco favorito da la natura, pensai di scrivere la mia opinione.

P.S.  Voi ne le conclusioni platoniche sete contrario a Platone medesimo, avegnaché Platone nel suo dialogo de la Bellezza, nel quale introduce Fedro con Socrate a ragionare in riva de l'Ilisso, loda la viva voce e biasima l'invenzione e l'inventore de le lettere con ragioni, s'io non sono errato, irrepugnabili.

D.C.  Già io lessi quel che dal Caro, stanco dell'officio suo, fu scritto in questo argomento, nel quale egli essercitò le forze del suo maraviglioso ingegno; ma volentieri intenderei le ragioni di Platone.

P.S.  Disse Platone, o Socrate più tosto, ch'essendo Tamo re de l'Eggitto in una grandissima ed ampissima città, ch'i Greci e gli Egizî similmente chiamarono Tebe, sotto la protezione del dio Amone, venne a trovarlo un demone, nominato Teut, a cui fu consecrato l'uccello Ibi; e questi li dimostrò l'arti da lui ritrovate perché dal re fossero a' popoli de l'Eggitto distribuite: furono l'arti ch'egli ritrovò quella del numerare e del far conto, la geometria, l'astrologia, il giuoco de' dadi e le lettere. Ma essendo Teut addomandato dal re de l'utilità di ciascuna, gli mostrava partitamente a che fossero buone e giovevoli; e il re a l'incontro lodava o biasimava le cose da lui dette come più le pareva conveniente: laonde in ciascuna de l'arti ritrovate molte cose furono dette da l'una parte e da l'altra. Ma descendendo a ragionar de le lettere, disse il demonio Teut: “Questa disciplina, o re, farà gli Egizî più savi e più pronti di memoria, peroché l'invenzione è un remedio de la memoria e de la sapienzia”. Ma il re rispose: “O artificiosissimo Teut, altri è atto a far gli artifici, altri a giudicarne; ma tu, nuovo padre de le lettere, per soverchia benevolenza t'inganni nel darne giudizio: percioché l'uso de le lettere, per la negligenza che ciascuno userà ne l'imparare a mente, genererà più tosto oblivione che memoria ne l'animo: il quale, confidandosi in questo segno o artificio esteriore, non rivolgerà fra se medesimo le cose che sono dentro l'animo. Laonde non hai trovato un rimedio per la memoria ma per l'oblivione, e insegni più tosto a' tuoi discepoli l'opinione de la sapienza che la sapienza medesima: perché, avendo lette molte cose senza l'aiuto del maestro, parranno dotti a gli uomini volgari, quantunque non siano; e saranno oltra acciò molesti, sì come coloro che non fieno sapienti ma presuntuosi per l'opinione de la sapienza; e da questa arroganza nascerà un disprezzo de' maestri negli uomini moderni, a' quali sarà molesto ascoltarli, là dove a gli antichi non era grave, per saper la verità, ascoltare le quercie che ragionavano e predicevano i fati e le venture de' miseri mortali. Sciocco adunque è ciascuno il qual porti opinione d'aver ferma scienza per arte scritta e raccomandata a le lettere”. Oltre acciò per autorità di Socrate medesimo le lettere sono simili a la pittura, le quali, essendo addomandate, nulla rispondono, e dove sia chi le biasimi, non sanno difendersi, ma hanno bisogno de l'aiuto del padre che le difenda, perché da se stesso non possono far contrasto a l'aversario; e non distinguono i tempi, i luoghi e le persone, ma sempre dicono a tutti le medesime cose, là dove il parlare s'accomoda a l'occasioni e a gli uomini co' quali si ragiona. Ma il parlare, ch'è quasi leggitimo fratello de le lettere, è di lor molto migliore e più possente e può dare aiuto a se stesso, e intende appresso chi parla, e quando sia tempo da parlare e da tacere; però il parlare di chi sa è vivo e animato, ma le lettere sono a guisa d'un simolacro muto e sordo e privo d'ogni sentimento. Diceva ancora Socrate che l'uom dotto non devrebbe esser men savio de l'agricoltore, il quale non sparge que' semi che gli son carissimi, e da' quali aspetta preziosissimi frutti negli orti d'Adone, per coglierne fiori caduchi, la cui bellezza dura a pena otto giorni, o se mai è solito di ciò fare, ha risguardo ad alcuna solenne festa: per altro semina in campi fecondissimi, da' quali ne lo spazio d'otto mese possa raccogliere i suoi frutti. Similmente l'uomo ch'abbia la scienza de le cose giuste e de l'ingiuste, non dee seminar con la penna i suoi concetti ne l'acqua negra, non potendo né darli aiuto contra il gielo o la tempesta né raccoglierne a bastanza la verità, ma dee spargere più tosto i semi de la sua dottrina negli animi gentili de' ben disposti ascoltatori, i quali contra l'oblivione de la sopravegnente vecchiezza faranno quasi preciosa conserva de' preziosissimi, nobilissimi tesori. Questa, o signor Danese, è l'opinione del re d'Eggitto, anzi di Socrate medesimo, il quale nulla scrisse, ma molto ragionò e con molti: e ne l'animo di Platone e di Senefonte e degli altri seminò quella dottrina la quale nudrisce ancora i nobilissimi intelletti di Grezia e d'Italia e di tutta l'Europa.

T.T.  Tuttavolta, se Platone o Senefonte non avessero scritta la sua opinione, noi, quasi digiuni e famelici del cibo intellettuale, saressimo privi del debito nutrimento. Fu dunque il parlar di Socrate necessario in quel secolo, non utile; ma più necessario lo scrivere di Platone o di Senefonte, perché la voce ha sempre bisogno de la scrittura; ma la scrittura basta a se medesima senza la voce: la voce è mobile imagine del concetto, le lettere sono quasi statue e simolacri saldissimi. Laonde io assomigliarei la voce ad un vento che non lassi alcun vestigio, o ad una nuvola che, portata da' venti, tosto sparisca, o pure ad una velocissima nave in alto mare; ma le scritture sono a guisa d'ancora che possa fermarla: e chi edifica con le parole senza lettere, fa uno edificio ruinoso ne l'arena; ma sovra le lettere s'edifica quasi in saldissima pietra. Oltre acciò la voce afferma e niega, e spesse volte è contraria a se medesima e commossa per timore e per amore e per odio e per misericordia, e da tutte le passioni è agitata; ma le lettere, che sogliono esser scritte con animo quieto e vacuo da le perturbazioni, dimostrano non l'animosità ma la verità, e sempre sono conformi a se stesse: quel ch'affermarono una volta affermano continuamente, usano nel negare la medesima costanza, fanno presenti i lontani e quasi vivi i morti: e questa vince ogni altra maraviglia. Incerte, leggiere, vane, discordi, tumultuose, agitate sono le parole; certe, gravi, stabili, concordi a se medesme e vacue d'ogni perturbazione le scritture: amiche de l'opinione, de lo strepito e de l'applauso del volgo sono le parole, e co 'l favore e quasi con l'aura popolare sono portate in alto e poi caggiono a guisa di foglie levate dal vento o pur di minuta polvere sovra i capi e sovra le corone ancora de gli altissimi re; ma spesso da le bocche de gli uomini plebei, quasi da' piedi, sono calpestate: ma le lettere amano la sapienza, la quiete, la solitudine e quel dottissimo silenzio il quale supera tutte l'arguzie e i sofismi de' quistionanti. E s'io parlassi d'altra parola che di quella d'Iddio, affermarei senza dubbio che tutte le parole sono transitorie; ma le lettere sono quasi eterne e possono far eterna la memoria e la gloria de' mortali: nondimeno ne le sacre lettere il figliuolo d'Iddio è chiamato non solamente Verbo ma imagine e carattere del padre: per mio aviso adunque il primo onore si dee a le lettere, il secondo a le parole umane. Però de le cose de le quali parlai, scriverei più volentieri, amando meglio d'aver per giudice de la mia opinione il consenso de' letterati e la posterità di tutti i secoli ch'un mirabil teatro di belle donne e di cortesi cavalieri, a' quali mal può sodisfare un uomo impedito di lingua, debile di memoria e d'ingegno tardo anzi che no. Ma voi, signor Paulo, che sete toscano ed eloquentissimo fra' Toscani, m'avete colto la seconda volta in questo quasi arringo del ragionare.

D.C.  Io mi rallegro d'aver data ocasione a' vostri ragionamenti, e non vorrei tra voi così tosto alcuna concordia.

T.T.  Saremo adunque discordi per non discordar dal vostro desiderio: ma di qual cosa, signor Paulo, debbiam di nuovo contendere o quistionare?

P.S.  Fra le vostre conclusioni alcune in quel tempo che le sosteneste furono lasciate quasi non tocche: e tra queste quella in cui si contiene la definizione de l'amore: “Amore esser desiderio d'unione per compiacimento di bellezza”.

T.T.  A questa non fu opposta cosa alcuna che mi sovvenga, perché la definizione fu data dal signor Montecatino in alcuni trattati d'amore, a la cui autorità tutti cedevano: laonde poteva bastare in vece di fondamento e di prova e di risposta a ciascuno; e s'io l'avessi difesa, l'avrei difesa come opinione altrui e con le ragioni dagli altri apparate: ma la mia propia opinione è peraventura diversa.

D.C.  Altro dunque credete, altro v'offeriste di sostenere; ma non vi sia grave di manifestarci la vostra opinione ancora.

T.T.  Io credo che non ogni amore sia desiderio d'unione: o se pur tutti gli amori sono desideri d'unione, non sono causa d'unione, ma alcuni di seperazione più tosto. E in questa credenza m'indusse l'autorità di Dionisio Areopagita, il qual nel libro de' Nomi divini, ov'egli tratta d'amore, chiama l'amor corporeo dividuo o diviso: percioch'egli non è vero amore, ma imagine del vero amore, a la quale s'appigliano coloro che sono caduti dal vero amore quasi d'uno altissimo principio: e per sua opinione de l'amore divino è solamente propria la congiunzione e l'unità, la qual da la moltitudine non può esser ricevuta. Direi dunque che, se l'amore sensuale è desiderio d'unione, è desiderio di cosa impossibile, e per consequente vanissimo desiderio: e facendo due amori, l'uno de le cose divine e intelligibili, l'altro de le sensibili e umane, quello direi che fosse cagione d'unità, non solamente d'unione, questo di separazione e di moltitudine più tosto.

P.S.  Dunque quegli amanti de' quali si legge in Lucrezio non vi paiono uniti? O potete trovar congiunzione o vero unione più stretta e più tenace di questa?

T.T.  L'unione de' corpi non è vera unione né stretta unione: ma quella degli animi, la quale è solamente vera unione. Ma questa fu sentenza de' teologi, perch'alcuni filosofi portarono peraventura opinione diversa da questa: e si legge negli Ammaestramenti del matrimonio scritti da Plutarco che, sì come de' corpi alcuni sono di cose disgiunte e separate, quale è l'armata e l'essercito, altri di cose congiunte, come la casa, ne la quale la pietra a la pietra e il legno al legno tenacemente è congiunto, altri corpi sono uniti e quasi nati insieme, e di ciò potremo addur per essempio le membra di ciascuno animale, così ancora negli abbracciamenti degli amanti l'amore è di persone unite e quasi nate insieme; ma nel matrimonio e ne' congiungimenti ne' quali si ricerca la procreazione de' figliuoli si congiungono le persone congiunte, ma coloro c'hanno solamente per fine il diletto son fatti de disgiunti, i quali possono più tosto abitare che vivere insieme. In tutti questi modi nondimeno si desidera l'unione, ma non si può fare perfettamente.

D.C.  Qual similitudine o diversità d'opinione fra Dionigi e Plutarco raccogliete voi da queste parole?

T.T.  Grandissima, s'io non sono errato: perch'estimò Dionigi che solamente l'amore divino fosse desiderio di vera unione o causa d'unione; Plutarco a l'incontra mostra di creder che 'l desiderio d'unione sia negli uomini carnali e pieni di concupiscibile appetito. Percioch'il desiderio d'unione non può esser in quelli che sono uniti dal nascimento o dapoi per accidente, ma in quelli solamente che sono disgiunti, avegnach'i disgiunti desiderino di ricongiungersi e i congiunti sogliano desiderare di separarsi: dal quale desiderio, tutto che sia naturale, procede la morte e la dissoluzione de le cose composte da la natura; e quinci aviene ch'ogni materia è cupida di nuova forma e ogni forma o desidera di seperarsi da la materia o almeno dar perfezione a non ignobile soggetto. Laonde non mi par verisimile che l'anima di quel Grillo descritto da Plutarco non desiderasse altro corpo migliore e non avesse preso volentieri, per esser purgato da' venefici di Circe, tutte le medicine d'acqua o di fuoco, con le quali gli spirti sono purgati. Ma peraventura quelli che furono già uniti, secondo la favola d'Aristofane desiderano di ricongiungersi: però si legge in alcun de' nostri che poetò a guisa di gentile:

Però che noi non siamo cosa integra,

Né voi; ma è ciascun del tutto il mezzo:

Amore è poscia quel che ne rintegra

E ne congiunge come parte al mezzo.

E quantunque la favola sia profana e d'uomo licenzioso e lascivo anzi che no, tutta volta chi volesse illustrarla e co 'l lume de le Scritture e con l'essempio de' nostri primi parenti, non errarebbe di soverchio.

D.C.  Non confondiamo, vi prego, le cose sacre con le profane; perch'io schivarei questo difetto non solamente ne' poeti e ne gli istorici, ma ne l'opere ancora de' pittori e degli scoltori: però non potei mai esser persuaso ch'io volessi dar per sostegno a la sepoltura di quel signore mio amico un Marte e una Minerva.

T.T.  Consideriam dunque, se vi piace, l'istorie de' gentili, e particolarmente de' Greci e de' Romani, ne le quali si legge ch'i matrimoni fra le diverse nazioni sono stati assai volte cagione di pace e d'amicizia e di congiunzione, come prima avvenne fra i Latini e i Troiani per lo matrimonio di Lavinia maritata ad Enea, poi fra' medesimi Romani e i Sabini, le cui figliuole e le sorelle rapite da' Romani divennero loro spose legitime e posero fine a la guerra e a le discordie. Altre volte furono causa e origine de le guerre e de le discordie: però l'Europa da l'Asia non fu tanto separata da quel breve spazio di mare ch'è detto Ellesponto, quanto per l'odio che nacque da la rapina de le donne ne l'una parte e ne l'altra, come si legge nel primo libro di Erodoto; avegna che da quelli de Creti fu prima rapita a gli Asiatici Europa, che diede il nome a la più nobil parte del mondo, e lo fu poi rubbata da gli abitatori de l'Egitto, a la quale, tutto che fosse greca di nazione, furono dirizzati altari e tempi in una nobilissima e assai remota parte de la terra; Elena fu all'incontra presa per forza a gli Asiatici, e da quel rapto derivò la divisione degli animi, assai maggiore che quella de' continenti: e ne derivarono similmente, quasi da alto e fatal principio, l'espugnazioni, gli incendi e le ruine de le città e le distruzioni degli imperi e de' regni e le peregrinazioni e gli essilî e le morti de' principi e de gli eroi e d'infinita multitudine de genti. L'amor dunque corporeo, come fu quello il qual costrinse gli uomini d'Asia e di questa regione da noi abitata al rapto d'Europa e d'Iside e d'Elena, è causa di grandissima seperazione. E quantunque negli amori o ne' matrimoni di Lavinia e de le Sabine appaia il contrario, tutta volta non è vera e propia unione quella la qual non sia unione degli animi: laonde, se 'l matrimonio fosse union de' corpi solamente, come è quel de le fiere, le quali sogliono avere comuni i pascoli e l'altre maniere di nudrimento, il covile, il nido, i figliuoli e i pericoli de la caccia, non sarebbe vera unione o vero matrimonio, perché l'amor ferino e bestiale non participa di quella divinità la quale è solamente capace di vera unione. Ma perché ricerchiamo ne le cose esteriori quella concordia o quella discordia che suole esser cagionata da l'amor sensuale, potendola ciascuno ritrovar dentro a se medesimo? Per mio parere quel cinto che da' Latini è detto septum transversum e da' Greci diaphragma non tanto separa la parte concupiscibile da l'irascibile o pur da la ragionevole che non sia assai maggiore la disunione che suol esser effetto de l'amore sensuale: perché egli è cagione del tumulto e de la sedizione e de la discordia e quasi de la guerra de l'anima ribellante, ne la quale una virtù è nemica de l'altra e una potenza par contra l'altra congiurata non pur a morte e destruzione de' soggetti, ma de la ragione medesima. L'appetito concupiscibile combatte con l'animoso, e l'uno e l'altro contende con la ragione e niega di prestarle ubidienza; mille altre passioni a guisa d'onde maritime sono sollevate: l'imaginazione è perturbata, i fantasmi a guisa di larve notturne si appresentano con sembianza orribile e spaventosa, i tesori de la memoria sono depredati e l'imagini guaste e gittate per terra come le statue e i simolacri d'una città tumultuosa; la reina medesima e imperatrice de l'animo o è precipitata dal suo seggio, o è costretta a patteggiare con la morte e a concedere al senso, già lusinghiero, ora tiranno, gran parte de la signoria. In questa guisa l'amore sensuale suole divider l'animo, anzi lacerarlo: laonde niuno Atteone fu mai così da' cani sbranato, niun Mezio da la quadriga, come è l'anima da le sue cupidità e da' suoi innamorati pensieri; né solamente per l'amore sensuale in se stessa e da se stessa è divisa, ma è separata da Iddio: la qual separazione è la morte de l'anima.

D.C.  Voi avete corso questo arringo senza contrasto, perché non è qui alcun di noi ch'ardisca di contradire a l'opinione de l'Areopagita: però, se non volete esser sicuro d'ogni contesa, non cercate di ripararvi sotto la sua protezione, ma procurate altra difesa e da altre ragioni, da le filosofiche, dico, contra le quali il signor Paulo addurrà le sue o quelle d'altro filosofante.

T.T.  Di qual conclusione volete che facciamo tra noi quistione, di questa o d'altra?

P.S.  Di quella più tosto che nel numero è duodecima, se ben mi soviene, con la quale affermate che l'odio non è contrario a l'amore ma seguace: contra la quale in questa guisa argomento. I contrari sono quelli che vicendevolmente si distruggono; l'odio distrugge l'amore e a l'incontra da l'amore è distrutto: dunque l'odio e l'amore sono contrari.

T.T.  Nego che mai l'odio distrugga l'amore.

P.S.  Questa minore proposizione peraventura non ha bisogno di prova, perch'a tutti è noto per l'istorie e per le favole de' poeti che spesso è succeduto odio grandissimo in luogo di grandissimo amore. Sia per essempio l'amor di Fedra portato al figliastro e quello di Medea verso Iasone: l'uno e l'altro de' quali in fiero e terribile odio si trasmutò; e l'amor de' fratelli, come fu quello fra Atreo e Tieste e fra Eteocle e Polinice, similmente si convertì in odio: e de l'amore che nasce fra gli amici è avenuto tante volte il somigliante ch'è peraventura soverchio il ricercarne essempi.

T.T.  L'amore o si considera ne' particolari o in universale: negli amori particolari suole avenire quel che voi dite, perché l'amore de la cupidità o quel de l'amicizia assai volte suol ceder a l'odio sopravegnente; ma considerandosi l'amore in universale, non può essere mai estinto o discacciato dal propio soggetto: perché non è alcuna cosa fra tutte quelle che sono, la quale a fatto sia priva de l'amore, anzi spesso l'uno amore succede a l'altro, come a l'amor del piacere suol succedere quel de l'utile o de l'onesto, e a quel de l'onesto la cupidigia del diletto o de l'avere. Ma dove tutti gli amori desser luogo a l'odio o a l'ira o a lo sdegno o ad altra passione, almeno in ogni soggetto si ritrova sempre l'amore di se stesso: però fu scritto dal famoso filosofo ch'amore era passione o propietà de l'ente; e se vi soviene di que' versi del vostro poeta Dante, i quali si leggono nel canto XVII del Purgatorio, conoscerete la mia opinione non esser falsa. I versi son questi:

Né creator né creatura mai,

Cominciò ei, figliuol, fu senza amore,

O naturale o d'animo, e tu 'l sai.

Perché, se l'amore è nel creatore e in tutte le creature, è necessariamente in tutti gli enti.

P.S.  Né il fuoco è distrutto ne la sua sfera né l'acqua nel suo elemento, ma l'uno e l'altro è eterno; nondimeno sono contrarî, perch'una parte de l'acqua distrugge una parte del fuoco e suol a l'incontra ricever la morte da lei: in questo medesimo modo l'amore particolare è distrutto da l'odio particolare, e per questa ragione è contrario.

T.T.  Voi presupponete quel che fra molti è dubbioso, cioè che 'l fuoco non debba distruggere tutti gli altri elementi; ma io risponderei che 'l fuoco può consumar per sua natura tutta l'acqua, e la consumerà quando che sia, come fu opinione d'Eraclito: e se pur non la consumerà, ciò avverrà non per natura de' contrari, de' quali l'un sarebbe a fatto vincitore e l'altro distrutto e ridutto in nulla, ma per volontà d'Iddio, com'estimò Platone: il quale, avendo composto questo mondo soggetto a la morte e a la corruzione, sì come quello ch'è mescolato de' contrari, volle nondimeno ch'egli non avesse mai fine; laonde è corruttibile per natura, eterno per la benignità del suo fattore, che perpetuamente il conserva. Così rispondo a la vostra opposizione o con l'autorità di Platone, la quale per lo più ho seguita in questa conclusione, e non è di minore stima di quella di Aristotele medesimo, o pur con quella d'Eraclito, conforme, se non m'inganno, a la sentenzia de' nostri teologi, i quali non concedono a gli elementi o al mondo l'eternità.

P.S.  Io non m'acqueto gran fatto ne le vostre risposte; ma per non parer troppo importuno in un argomento medesimo, replicherò in questo altro modo, argomentando pur da la diffinizione de' contrari. I contrari son quelli che son grandissimamente opposti; ma l'amore e l'odio sono così fatti: dunque l'amore e l'odio son contrari.

T.T.  Nego che l'amore e l'odio sian grandissimamente opposti: perché questa oppossizione si dee considerare o in un genere medesimo o in due generi diversi, o dir che l'amore e l'odio sian contrari come due contrari generi. In niun di questi tre modi l'amore e l'odio sono contrari: e prima non è l'amore a l'odio grandissimamente opposto in uno istesso genere, perché l'amore non è contenuto in un sol genere; anzi, essendo, come disse il maestro di color che sanno, passione e proprietà di quel che è, passa per tutti i generi e non patisce d'esser rinchiuso in alcuno. Per l'istessa cagione non è contrario l'amore a l'odio, come sian grandissimamente opposti in due generi diversi; per la medesima non si posson dir contrarî, perché sian due generi contrarî, l'uno de l'amore, l'altro de l'odio. Dunque la contrarietà non è né può trovarsi propiamente fra l'odio e l'amore, perché la contrarietà conviene a quelle nature che possono esser ridutte in alcuno ordine de le cose. Ma l'amore non sta ne gli ordini, ma tutti gli trapassa e gli trascende in quella stessa guisa che suol fare l'ente, di cui è passione: percioch'è a tutti noto che l'ente non è in alcun predicamento.

P.S.  Io non intesi dir giamai che l'amore fosse un de' trascendenti, come l'ente e 'l bene e gli altri di cui si legge.

T.T.  Amore non trascende per se stesso l'ordinanze, o i predicamenti che vogliam dir più tosto, ma insieme co 'l bene o con quel ch'è è solito di trapassarli e di scorrer per tutti, non lasciando vacua alcuna parte di sé. Ma la contrarietà che si trova in quelle cose che sono determinate e circonscritte, non si ritrova in amore: conchiudiamo dunque ch'amore sia interminato, smoderato, smisurato, infinito, e che per ciò non abbia contrari; e se voi non rimanete pago a questa risposta, io n'addurrò un'altra, ch'è di Plotino e di Marsilio suo interprete. Tutte le cose accidentali si riducano ad alcune sustanziali con una debita proporzione e convenienza; laonde è necessario che gli amori, i quali son affetti e passioni venuti altronde negli animi, sian ridutti a quel'amore che nasce ne la sua sostanzia con maravigliosa veemenza: e questo amore almeno, il quale è ne la essenzia de l'anima a guisa d'atto, non ha contrario, perch'a la sostanza niuna cosa è contrario; tuttoché gli altri amori, che sono passioni mobili e accidentali degli animi nostri, possono aver contrarietà. Diciamo adunque con gli istessi autori che tale sia l'amore per rispetto de l'odio, quale il bene opposto al male o la forma che s'oppone a la privazione: laonde, se quel ch'è, o 'l bene, non ha propiamente contrario, non può averlo l'amore. Non si può esprimer con lingua, né pur co 'l pensiero imaginare, quanto sian poderose le forze d'amore, quanto la sua potenza e la veemenza superi quella di ciascuno altro: e per poco non può intenderlo il medesimo intelletto, ch'intende tutte l'altre cose che sono più malagevoli ad esser comprese; laonde non si trova contrarietà a la infinita potenza d'amore. Non è dunque l'odio contrario ad amore, sì come colui ch'alle maravigliose forze d'amore non può far resistenza, non contrasto: che si dissolve al suo foco, che si dilegua al suo lume e che sparisce incontanente a l'apparire del suo divino spirito; ma l'odio è seguace d'amore, cioè effetto: perché da l'amore de le virtù nasce l'odio de' vizî, e da l'amor che ciascun porta a se stesso son cagionati gli odî co' quali sono odiate l'altre cose che possono impedir e ritardar la sua felicità. In quella guisa adunque che l'ombra nasce da la luce per interposizione del corpo opaco, l'odio procede da l'amore, là dove qualch'impedimento si fraponga fra l'amore e l'obietto che è desiderato: e questo amore, il quale per opinione di Plotino è atto de l'anima che desidera il bene, è non solamente ne l'essenzia sua, ma quasi l'essenzia sua e la sostanza medesima: laonde è forma e vita de l'anima, e sì come egli nasce inanzi a tutti gli altri amori, così è nato avanti a tutti gli odî, laonde è primo per età e per natura e per dignità, e più temuto per potenza e più risguardevole per maestà. Non è dunque l'odio contrario a l'amore; anzi il far due contrari e quasi due princìpi de l'amore e de l'odio, è eresia simile a quella di coloro ch'introducevano due princìpi del bene e del male e due quasi fattori de le cose.

D.C.  Assai bene mi pare ch'abbiate difesa la vostra opinione, la quale io prima stimava malagevole da sostenere.

T.T.  Mia no, ma de' Platonici, da' quali io in alcune cose non soglio discordare. Ma queste conclusioni furono proposte da scherzo, anzi che no e quasi per un essercizio d'amore, il quale è (come dicono) eccitatore de gli adormentati ingegni. Ma io per altro sono usato più tosto d'esseguir la dottrina de' Peripatetici: e filosofando per ritrovar la verità in quel modo ch'a filosofo è conveniente, non ardisco di partirmi da l'autorità d'Aristotele e de' suoi seguaci; e quantunque assai spesso, da non usato piacer preso, mi vada avolgendo ne le cose scritte da Platone e quasi per le sue vestigia medesime, nondimeno ciò m'aviene più tosto per vaghezza de l'eloquenzia che per amor de la sapienzia.

D.C.  Se difendete così bene l'opinioni non vostre, il contrastar con esso voi ne le vostre medeseme niente monterebbe. Ma ditemi, vi prego, se fra tante conchiusioni ve ne sia alcuna ne la quale parliate e scriviate a vostro senno, o pur in tutte contra il vostro piacer medesimo avete voluto quistionare.

T.T.  Io, sì come colui ch'aveva alcune volte sentito le pungenti sollecitudini d'amore, avrei manifestata e difesa la mia opinione, se mi fosse stato conceduto; ma, avedendomi di non poter ragionare in grado, seguii l'altrui autorità: nondimeno in alcune poche cose scrissi quel che mi pareva, e in quelle volli esser peripatetico anzi che no, sì veramente ch'io potessi accordare insieme Platone con Aristotele, i quali sono alcuna fiata concordi, ma il più volte contrari: ma più nel suono de le parole che ne la verità de la sentenza.

D.C.  Manifestateci adunque la vostra opinione, poiché questa sarà impugnata dal signor Paulo.

P.S.  Non da me, ma più tosto dagli altri, i quali non ricuseranno di far prova del propio ingegno e de la propia scienza.

T.T.  Non vogliate far di me nuova esperienza, né procurar ch'io sia quasi un segno a le saette de la diallettica faretra, le quali il signor Sanminiato sa adoperare.

D.C.  Non potrete partirvi senza manifestarci il vostro parere.

T.T.  Dunque per timor di violenza debbo più tosto far prova de la debilezza del mio ingegno; non vi negherò d'avere scritta la mia propia opinione in quella conclusione: “Amore non presuporre l'elezione, né però seguire che si conceda il destino, ma presupporre necessariamente similitudine fra l'amante e l'amata”.

D.C.  Ecco il segno degli acuti sillogismi: in questo, signor Paulo, dimostrate l'artificio del saettare.

P.S.  Il mio parere, o 'l dubbio, manifesterò più tosto che l'artificio del quistionare, del qual son privo: e parlo anzi per natural che per dialettico ammaestramento. Ma mi parve nondimeno sempre vera e indubitata quella proposizione, che di ciascuna cosa s'affermi o si nieghi necessariamente la verità, e che ne la contradizione non vi sia alcun mezzo, come volle Protagora: dico adunque ch'ogni amore è con elezione o senza elezione, e che l'amore del qual voi parlate conviene che sia ne l'un modo o ne l'altro.

T.T.  Questo vi fia da me conceduto di leggieri: consento dunque ch'egli si faccia senza elezione.

P.S.  Ma non essendo per elezione, sarà per destino; anzi, quantunque fosse per elezione, sarebbe per destino, perch'il destino ci sforzerebbe ad eleggere.

T.T.  Di questo argomento, c'ha quasi due parti e quasi due corna, lasciam l'una, se vi pare, e non vogliate ferirmi con ambeduo in un medesimo tempo, ma prima con l'uno, poi con l'altro, se così v'aggrada.

P.S.  Questo cercherò prima di provare, che, non essendo per elezione, è per destino.

T.T.  Nego quel che seguita.

P.S.  Il provo in questa guisa. Tutte l'operazioni o le passioni de l'animo nostro sono o per elezione o per destino o per fortuna e a caso; ma quel che si fa a caso è per accidente, e si dee ridurre a qualche causa per sé, come voi dicevate pur dianzi. Laonde o si dee ridurre a l'elezione o al destino; ma riducendosi al destino o all'elezione, abbiamo l'intendimento nostro: né potrebbe essere in altro modo.

T.T.  Di questo argomento negherei la maggiore proposizione, che tutte le cose fatte da noi si facciano per elezione o per destino o per fortuna.

P.S.  A la proposizione non mancano prove, percioché tutto quel che da noi si fa ha causa interiore o esteriore: interior cagione è l'elezione, esteriore la fortuna e il destino.

T.T.  Per mio aviso ne l'annoverar le cagioni intrinseche de le nostre operazioni siete difettoso anzi che no, perché non solo l'elezione è causa intrinseca de le nostre azioni o de le passioni, ma la natura, l'arte o l'abito e la volontà: e molte cose sono volontarie, che non sono per elezione, fra le quali a mio giudicio è l'amore; percioché l'elezione presuppone necessariamente la deliberazione fatta con determinato consiglio. Laonde ella è un desiderio consigliato o desiderio congiunto con qualche consiglio; ma ne la volontà o ne l'azioni volontarie non è necessaria la deliberazione o il consiglio, e possono esser fatte senza l'uno e senza l'altro e quasi a l'improvviso, come si legge in quel verso:

Ut vidi, ut perii, ut me malus abstulit ardor.

Anzi, se l'incontinente ama, non ama con elezione ma con volontà; però di lui si legge:

Io veggio il meglio ed al peggior m'appiglio.

E l'appigliarsi al peggio non è possibile che ne l'incontinente sia effetto de l'elezione: perché l'incontinente non elegge, come c'insegna Aristotele ne' suoi libri de' Costumi; ma nondimeno l'incontinente opera volontariamente, non a forza o per violenza. Dunque la divisione non è bastevole, ch'ogni amore sia o per elezione o per destino, potendo esser per volontà, e in questa guisa né per elezione né per destino: e s'io non volessi usurparmi la parte d'attore, lasciando quella di reo, proverei con altre ragioni la medesima opinione.

D.C.  S'io fossi giudice de le vostre contese, vi concederei non solamente il riprovare ma il provare: e provate a me la vostra opinione, se non volete provarla al signor Paulo.

T.T.  Dirò quel che mi sovviene per dichiarare questa conclusione. Aristotele ne' libri ad Eudemo divide tutte le passioni e gli affetti co 'l volontario e con l'involontario: laonde, parlandosi d'amore come d'affetto o di passione, non devrebbe esser diviso altramente. Oltre acciò per autorità de l'istesso Aristotele la volontà è del fine, l'elezione è de' mezzi che servono a qualche fine; dunque, se amore è per ellezione, non è fine ma mezzo, e s'egli è mezzo, sarà mezzo di quel ch'è fine, e non sarà alcuna felicità ne l'amore, perché la felicità è fine o del fine. Ogni amor dunque sarà non felice: anzi ogni amore sarà servo e servile; perché servile è tutto ciò che s'adopera per altrui cagione. O ignobilissimo amore, se non solamente costringi a servire i miseri amanti, ma tu medesimo sei servo, e servile è la tua signoria, e servile l'imperio nel quale il servo comanda a' servi e i servi dal servo sono signoreggiati.

D.C.  Odi malizia. Chi non se n'avedesse non sarebbe fornito di sottile avedimento. Voi volete condurci, quasi a grandissimo inconveniente, a quello che, se non m'inganno, è vostro propio parere, cioè che l'amore sia servitù e miseria.

T.T.  Se libero è colui ch'è in grazia di se stesso, come dice Aristotele, servo a l'incontro è quello che si adopera per gli altri, in qualunque modo sia adoperato; ma ogni mezzo è per gli altri adoperato: dunque ogni mezzo è servo. Sia dunque amore o nostra passione, come piacque ad Aristotele, o demone, come volle Platone: ne l'uno e ne l'altro modo è servo, sì veramente ch'egli sia mezzo. E di questa sentenza io son forte contento, s'ella può spogliare Amore degli abiti trionfali e gittarlo dal carro e condurlo dal trionfo ne la servitù e ne la prigionia di Baia e di Linterno. Ma quel che per mia opinione non è sconvenevole è nondimeno contra il parere degli aversari, i quali, volendo formare un amore felice, il fanno per elezione; ma io estimo che sia vero il contrario: perché, s'egli è per elezione, è mezzo; s'è mezzo, è servo; s'egli è servo, è infelice: dunque esser felice e per elezione non può in un medesimo tempo.

P.S.  Altri è stato felice ne la servitù: laonde potrebbe l'amore esser felice ne la servitù de la donna amata ed esser mezzo fra l'amante e l'amata, ne la qual fosse riposto il fine de la nostra beatitudine.

T.T.  E in questa guisa la natura demonica sarebbe men nobile de l'umana, la qual, parlando come platonico filosofo, è superiore a l'ordine de gli eroi; ma s'io volessi difender questa conclusione come peripatetico, direi con Alessandro Afrodiseo ch'il propio demone est mos uniuscuiusque. Nondimeno i nostri costumi hanno altro oggetto per fine che 'l piacere d'una donna; e torto si farebbe a la nostra felicità, se, cacciandola da l'azione o da la contemplazione quasi da propio seggio, si riponesse ne gli occhi o nel seno d'una bella e delicata giovine; e quantunque ella sia il piacere o nel piacere almeno collocata, come piacque ad Eudosso, ad Epicuro, a Metrodoro e a quel Torquato del quale io porto il nome, nondimeno ella sarebbe nel piacere d'operare virtuosamente o del contemplare le cose divine e immortali.

D.C.  Voi sete troppo severo: laonde io credo ch'amareste la vostra donna, s'ella fosse mezzo a qualch'azione o qualche contemplazione da voi designata; ma volendola per mezzo, la vorreste per serva per quello irrepugnabile argomento ch'adduceste pur dianzi, e per consequente l'amareste infelice; ma per mia opinione non si può amarla e desiderarle infelicità.

Tu non credevi ch'io loico fossi.

T.T.  Né serva né infelice desidero la mia donna, o quella a la quale si concede questo nome; ma amo meglio di vederla libera che d'aver signoria ne la sua volontà, se ciò fosse possibile in modo alcuno. Ma s'ella fosse libera e liberatrice ancora, potrebbe liberare i miseri amanti da la tirrannide amorosa e da qual altra si sia: e sarebbe in ciò somigliante quel divino amore il qual non è nostra passione, non demone, ma divina sostanza.

P.S.  Io non m'acqueto ne le vostre risposte; e poiché la cortesia non ha luogo, vagliami la ragione in vece d'autorità. Dico adunque ch'ogni amore, o sia per elezione o per volontà, è per destino: perché non è alcuna causa inferiore la qual non dipenda, a guisa d'anello ne la catena, da le cagioni superiori; ma la nostra volontà e l'elezione similmente, essendo cagioni inferiori, deono dependere da causa superiore com'è il destino.

T.T.  Le cause inferiori deono dipendere da le superiori, e forse non da tutte le superiori ma d'alcuna d'esse; ma ch'il destino sia causa superiore a la volontà, può esser da me revocato in dubbio: e quantunque ella fosse, non è sola causa superiore, perché ce ne son de l'altre da le quali può dipender la volontà: e di ciò sono io assai securo.

P.S.  Le cose celesti senza fallo sono superiori a l'umane; ma il destino è un ordine e una disposizione de' corpi celesti: laonde senza alcun dubbio è superiore a la nostra umana volontà. Oltre acciò i secondi motori per auttorità d'Aristotele medesimo non possono operare senza i primi; ma l'anima nostra è secondo motore, però non può adoperar senza le stelle, che sono primi motori. Non è ancora ragionevole che la materia de' nostri corpi, da' quali nasce la contingenza, possa resistere a le cause superiori e più possenti, come sono le stelle: anzi, s'è alcuna contingenza ne le cose terrene, caduche, quella istessa è legata da la necessità; laonde è necessario che sia la materia, quantunque ella sia cagione degli effetti che possono essere e non essere, avenire e non avenire.

T.T.  Con quattro argomenti il signor Paulo impugna la mia opinione, e per cortesia non ha voluto con altre machine assalirmi accioch'io possa difendermi, sì come colui ch'a guisa de' Traci sa numerare sino a quattro: e per fermo, se gli argomenti fossero stati in maggior numero, io me ne sarei dimenticato. Ma rispondendo al primo, io dico ch'i corpi celesti sono superiori a' nostri senza dubbio: laonde soglion questi da quelli dipendere come da causa; ma la nostra volontà non è soggetta a' corpi celesti né inferiore: anzi ella è tanto più nobile de' cieli quanto l'anima è più nobile de la natura corporea, e per conseguente è superiore e può signoreggiare a le stelle. A l'altra ragione, ne la qual dicevate che i secondi motori non possono operare senza i primi, laonde l'anima nostra, essendo secondo motore, conviene che ne le sue operazioni sia mossa da un motor primo, io risponderei in questa guisa, che l'anima nostra o la nostra mente non è secondo motore in questo nostro corpo e ne l'umane operazioni, ma più tosto primo motore, sì come piace ad Alessandro Afrodiseo ne le sue Quistioni.

P.S.  È nondimeno secondo motore in rispetto de' celesti motori, senza i quali non si moverebbe.

T.T.  Se l'anima fosse secondo motore, non si moverebbe da se stessa, e, non movendosi per se medesima, sarebbe mortale; ma l'anima è immortale: dunque da se medesima si muove, e, movendosi da se medesima, non [è] secondo motore ma primo. Concedendo nondimeno ch'ella sia secondo motore, non è secondo in ordine a' corpi celesti, che sono i primi fra' corpi, perché l'anime non sono sottordinate a' corpi: non è dunque sottoposta al destino, ma si può dire ch'ella in guisa di secondo motore sia mossa da l'intelligenze e da Dio, ch'è il primo motore, il qual nondimeno, avendogli fatto dono del libero arbitrio, l'ha lasciata libera ne' suoi movimenti. Or, se di questa risposta sete pago, risponderò a gli altri argomenti in questa guisa, che, sì come i servi possono esser inobedienti a' padroni, quando essi son mandati lontani, e non osservare i comandamenti e quasi ricalcitrare a le voglie del signore, così la materia per la distanza ch'è fra' corpi inferiori e superiori suole esser quasi contumace e rubbella in guisa che la necessità, ch'è ne le cose celesti, non le fa violenzia, né la priva de la sua contingenza, la quale non è, come voi dite, ligata da la necessità, ma in gran parte disciolta. Perché, quantunque il genere de la contingenzia sia fermo e costante, come quello che dipende necessariamente da alcune cause necessarie, tutta volta i particolari sono instabili e incostanti e non sottoposti ad alcuna necessità; ma benché la materia dipendesse in qualche modo da' corpi celesti, l'anima nostra, che non è materiale né prodotta dal seno de la materia, non è soggetta a' corpi celesti, ma libera ne l'operare. Laonde, quantunque si concedesse questa compagnia fra la volontà e la necessità, nondimeno la necessità non precede, né la volontà segue necessariamente, come piacque a gli Stoici; ma prima è la volontà e va inanzi a guisa di signora, seguìta da la necessità: il che senza dubbio è vero ne la volontà divina, perché non vuole Iddio quel ch'è necessario ch'egli voglia, ma quel che vuole Iddio è necessario in tutti i modi.

P.S.  Sin ora con le ragioni de' filosofi ho voluto provar l'opinione de gli astrologi; ma forse mi sarà conceduto di far ciò più agevolmente con le ragioni de gli astrologi medesime o pur con l'une e con l'altre. Dico adunque che, se son veri i sogni, gli auguri e l'altre predizioni del futuro, è vero il destino o il fato, e costante e quasi certa la sua legge; ma da le visioni degli addormentati, dall'interiora degli animali, dal canto e dal volar degli ucelli molti hanno indovinato quel che può avenire: laonde si può affermare che sia il destino, il qual è parimente confermato da la fisionomia, da la chiromantia, da l'arte de' geomanti e de gli astrologi: e l'esperienza dimostra che le predizioni de gli astrologi sogliono il più volte esser vere. Ma aviene il più volte che, s'alcuno nascerà avendo Marte ne l'angolo de l'occidente, come ebbe Romolo nel suo nascimento, sia di valore somigliante: altri, avendo Mercurio ne l'ascendente, sarà di natura varia e mutabile e simile a quella di Mercurio, il quale è, come dicono, il camaleonte de' pianeti, perché ne' vari aspetti co' quali risguarda or Saturno, or Giove, or Marte, or Venere, ora il sole, or la luna, prende la similitudine e le propietà di ciascuno. Ma de l'esperienze de gli astrologi sono pieni mille volumi: laonde non se ne potrebbe ragionare a bastanza. Dirò ancora che, se ne le cose del mondo è alcun ordine necessario, è il fato, perch'il fato altro non è ch'un necessario ordine de le cose: e soggiungerò che, s'a' nobilissimi animali, come sono i celesti, si conviene l'azione, a gli ignobilissimi la passione, a que' di mezzo, nel quale è l'umana natura, si conviene il fare e il patire: però gli uomini fanno e operano ne gli irragionevoli animali, ma patiscono da' celesti e divini: e questa passione degli animi umani, ricevuta per influsso de le stelle, altro non è che 'l destino. Al fine dirò con Aristotele medesimo che, se 'l mondo inferiore è contiguo al superiore, è necessario che si governi secondo l'ordine del superiore, come si conosce ne l'appressarsi e nel dilungarsi del sole: percioché da questa cagione derivano la varietà de le stagioni, i fiori, i frutti, le nevi e le pruine e il ghiaccio, la tranquillità e la tempesta del mare, la serenità e la turbazione de l'aria e de l'aspetto del cielo, i venti ora tepidi, or gelati, e l'aure piacevoli e temperate: quinci ancora si variano gli abiti e le condizioni de' viventi, e depende la salubrità o l'intemperie. Ma Il moto diurno è cagione ancora de grandissimi effetti, perciò ch'egli muta le qualità de l'aria e riscalda e disecca più e meno nel mattino, nel meriggio, ne la sera. La luna ancora, come più vicina, ha grandissima forza ne le cose inferiori, e, ascendendo e descendendo, move il mare e quasi il toglie e 'l rende a la terra: percioché da lei procede il flusso e il reflusso e l'inondazioni de l'oceano e per poco la ritirata; da lei ne le conche e ne gli animali, quasi imprigionati in un carcer naturale, gran mutazione; da lei i giorni critici osservati da' medici; da lei il movimento de' venti e de le tempeste: laonde i pastori, gli agricoltori, i naviganti, i soldati sogliono osservare i moti de la luna, co' quali s'è fatta una varia esperienza confermata in molte migliaia d'anni. Ma se la luna ha tanto virtù e tanta forza ne le cose inferiori, come potremo persuadere a noi stessi che l'altre stelle stiano oziose e quasi scioperate nel mondo? Non si può negare che le mutazione de l'aria, le serenità, le tempeste, i diluvi, i terremoti e le varie maniere di morbi e d'infermità, le pestilenze ne le greggie e negli armenti non procedano da la varia qualità de le stelle; e se noi siamo corpi de l'istessa qualità composti, di caldo, dico, di freddo, di secco e d'umido, sentiamo in noi le medesime alterazioni e le passioni istesse: perché possono le stelle concitare o raffrenare gli umori e l'inchinazioni a l'ira o a la mansuetudine, e perch'aguzzando la colera, potranno irritar gli animi a le liti e a le risse e a le contese e al fine a l'armi e a le sanguinose battaglie, da le quali nascono le morti, gli incendi, le ruine e le distruzione de le città, de' regni e degli imperi. Queste cose, s'io non sono errato, in questa guisa sono raccolte da Claudio Tolomei, principe degli astrologi, il qual prova la forza c'hanno le stelle d'operar ne le cose inferiori da l'efficienza, per così dire, de le prime qualità, percioché Saturno è pianeta [secco e] freddo, Giove caldo e umido, Marte, secco e fervido; fredda e umida è [la] luna: e in questo modo ciascuno degli altri pianeti participa de le qualità medesime. E la istessa opinione porta de le stelle non erranti: percioch'egli giudica da la natura de le stelle erranti quella de le fisse; ma altri potrebbe da le prime qualità ricorrere a le propietà occulte, le quali non si può dubbitare che non sian ne le stelle efficacissime, avegna che tutte le rare e maravigliose doti che noi consideriamo ne le cose terrene sogliano essere esistimate doni del cielo, perché conseguiscono più tosto la virtù infusa da' corpi celesti che le qualità elementari di cui sono composte. E già non è ragionevole che que' nobilissimi corpi così chiari di luce, così vasti di mole e di grandezza, così rapidi nel movimento, così ordinati ne la velocità, sian privi di queste propietà, le quali a gli uomini e a le cose mortali sono concedute. E da quale altra parte possono esser trasfuse che dal cielo? A quale altra cagione possiamo recar la varietà degli ingegni, la diversità de gli offici, la discordia de' voleri e la mutazione de la fortuna? Per qual cagione costui sprezza le ricchezze, colui è in guisa venale che non ricusa di vender l'animo a prezzo, altri è sobrio, altri dissoluto, e molti sono timidi e molti audaci, e molti sacerdoti, molti archittetti? Onde procede tanta dissimilitudine ne' costumi, ne gli essercizî e ne la fortuna? Alessandro vinse l'Oriente inanzi ch'egli avesse l'età di trenta anni, Cesare già di quaranta non aveva fatto guerra alcuna. Chi concesse ad Aristotele, maestro de l'uno, ed a Cicerone, nemico de l'altro, tanta forza d'ingegno e tanta potenzia d'opere e di sermone? Chi rivelò a Pitagora, a Talete, a Democrito, ad Eraclito i secreti de la natura? chi a Socrate, a Timeo, a Parmenide i misteri de le cose divine? Non tale è questa virtù o sì bassa questa ragione ch'ella possa germogliar da la terra a guisa di pianta silvestre. Non si può ancora non attribuire al corso de le stelle che l'innocente sia condennato, il colpevole co' premi onorato, che l'industria de molti, l'avedimento, la prudenza, la dottrina vada a guisa di mendico limosinando, e la sciocchezza e la malizia e l'ignoranza de gli altri sia arrichita: il corsaro, bruttatosi del sangue altrui tra mille pericoli del mare e de la terra, al fine muore fra' suoi domestici in una quieta e placida vecchiezza, un uomo giustissimo e mansuetissimo è spesso ucciso da' ladroni. Quanti sono i miracoli e quasi i portenti de l'ingegno, quanti mostri de la natura, che sono testimoni d'una necessità quasi fatale? Queste sono le cose, de le quali essendo ripiena la vita de' mortali, persuadono a molti queste vicissitudine di beni o di mali, meritate o non meritate, con tanta violenza de le stelle che non quasi è possibile che la forza o l'avedimento degli uomini possa in modo alcuno ripugnarvi. Molto ancora importa in qual parte del cielo siano i pianeti e 'n qual guisa si muovano o si riguardino, avegnaché sogliono mutar natura co' movimenti, co' luoghi e con gli aspetti: e gran diversità è fra quelli che fanno ritroso corso da l'inferiore parte de l'epiciclo verso occidente e sono, come si dice, retrogadi, e gli altri diretti, i quali si movono da la superior parte de l'epiciclo verso oriente. Alcuno s'allegra quando è negli angoli, e si duole quando declina, fra' quali è Marte e Saturno: altri incrudelisce ne l'oriente, ma ne l'occaso è mansueto; ma uno fra gli altri è migliore quando declina. E grandissima varietà fanno per la diversità degli aspetti, i quali son cinque, come prova Tolomeo: la congiunzione, che si fa quando un pianeta è sotto l'altro per linea dritta e perpendiculare; l'opposizione, ch'è ne la grandissima distanza; l'aspetto sestile, quando fra l'uno e l'altro è interposta la sesta parte del Zodiaco, cioè la mesura di due segni, come avverebbe se 'l sole fosse in mezzo de l'Ariete e la luna in mezzo de' Gemini; e l'aspetto quadrato, nel qual fra due pianeti è compresa la quarta parte de' segni; e l'aspetto trino, quando quattro de' segni sono interposti: oltre i quali aspetti niuno altro può esser per la dimostrazione di Tolomeo, com'a me darebbe il cuore di provarvi così chiaramente che non vi rimanesse luogo a dubbio alcuno.

T.T.  Molte e molto maravigliose sono le ragioni addotte dal signor Paulo, a le quali io volendo rispondere, mi confondo ne l'ingegno e ne la memoria parimente: e m'è avenuto come a que' pochi aventurosi che vanno a caccia, i quali, avenendosi in molte fere, lasciano la prima per la seconda che lor si para dinanzi e la seconda per la terza, in modo che niuna n'è presa e niuna n'incappa: così io, ripensando a l'ultime ragioni, mi son dimenticato de le prime e senza vostro aiuto non potrei di leggieri ridurlemi a memoria.

P.S.  Il primo argomento fu questo, che, s'erano veri i sogni e l'altre predizioni del futuro, era vero il destino.

T.T.  L'argomento è, come si dice, condizionale: laonde io potrei argomentare ne l'istesso modo che, s'i sogni e l'altre predizioni del futuro sono false e fallaci, è falso per necessità quel che s'afferma del destino. Ma de la vanità e de la falsità de' sogni non è alcuno di buon giudizio che possa dubitarne; e quantunque alcuni de' sogni e de l'altre predizioni fosser vere, nondimeno, perché son false in gran parte, non può essere alcuna certezza nel destino o alcuna determinata verità de le cose future. Né più certo argomento è quel che poi adduceste, se ben mi sovviene, preso da l'esperienza fatta de l'astrologia e de l'altre arti congetturali o più tosto indovinatrici: perché l'esperienza de gli astrologi è molto più fallace di quella de' medici: e se i giudicî de' medici sono alcune volte fallaci, quanto più saranno quelli degli astrologi. Non parlo de l'altre arti de gli indovini, ne le quali non è alcuna verità né alcun saldo fondamento; ma l'astrologia medesima, la quale è più conforme a la scienza de la natura, fu da Tolomeo, principe di questo ordine, fondata sovra falsi principî: percioché, se ciascuno pianeta, come dicono, avesse il suo eccentrico e l'epiciclo, ne seguirebbe necessariamente ch'egli non si movesse intorno al centro del mondo, e, non movendosi intorno al centro, il moto de' pianeti non sarebbe perfettamente circolare; e ciò sarebbe inconveniente grandissimo, dal qual procederebbe la ruina del mondo e il guastamento di questo ordine maraviglioso de l'universo, contra l'opinione di Tolomeo istesso, il qual portò opinione ch'il mondo fosse eterno. Ma concedendovi ancora che vi sia alcuna predizione del futuro, fatta per osservazione de le stelle, non però vi concedo che ci sia alcuna violenza o necessità fatale, avegna che le stelle, come disse il gran platonico Plotino e alcuni de' nostri cristiani teologi, non fanno, ma significano, e la significazione basta a la predizione; ma non facendo, non vi è alcuna forza e necessità impostaci da le stelle. E s'io non sono errato, il cielo è a guisa d'un grandissimo libro scritto da la mano infallibile di Dio, le stelle sono le sue lettere e i suoi caratteri, i fati le cose nel libro segnate e ordinate, da le quali andiamo argomentando per analogia quel che fra' mortali sia determinato; e s'è vera questa opinione, il nostro antiveder le cose future non è altro ch'un conoscere la proporzione fra le cose celesti e le terrene. Ma qual proporzione può essere fra le divine e le caduche? E se pur vi può esser, chi può conoscerla e giudicarla? Più secura opinione adunque mi pare quella che non solamente toglie la violenza de' fati, ma la cognizione de le cose fatali. Ma io non rispondo a gli argomenti, né so qual fosse in ordine il terzo.

P.S.  S'è ordine necessario, è il fato; ma è l'ordine necessario: adunque è il fato.

T.T.  Questo argomento altro non prova se non che sia il fato: il che non fu negato da' Platonici, ch'introdussero le Parche e il fuso della Necessità per cui è inteso il circuito de' cieli, né da' Peripatetici medesimi, appresso i quali il fato e la natura è l'istesso; laonde, s'io concedessi che fosse il fato, non concederei cosa contra la dottrina de' Platonici e de' Peripatetici.

P.S.  S'è ordine necessario ne le cose, non v'è contingenza; e non v'essendo contingenza, non v'[è] elezione, perché l'elezione è de le cose che si possono fare e non fare, avenire e non avenire.

T.T.  Se l'ordine necessario fosse in tutte le cose così eterne come caduche e mortali, sarebbe peraventura vero quel che voi dite; ma l'ordine necessario non è in tutte le cose ma ne le celesti solamente, perché ne l'elementari può esser molta varietà e incostanza: e quale ordine possono dar gli astrologi de' venti e del mare?

P.S.  Ordinato è il flusso e il reflusso, ordinato il movimento de l'etesie, de l'ornitie e degli altri venti, come si raccoglie da Aristotele, da Plinio e da Strabone e da altri scrittori de le cose naturali.

T.T.  È qualch'ordine nel flusso e reflusso, qualch'ordine similmente ne gli aquiloni e ne' zefiri che producono le rose, e negli altri similmente, ma non certo e costante come si presuppone che sia il fato. Ma quale ordine si darà de' fulmini, de le procelle, de le tempeste, de l'innondazioni, de' terremoti, se non incertissimo e fallacissimo? È lasciato adunque il luogo a le cose contingenti in questa infima regione del mondo, nel quale, come piace a' Platonici, è il regno de la fortuna; ma il regno del fato è ne' cerchi celesti e ne' corpi luminosi del sole e de le stelle: più su regna la providenza ne le cose divine e intelligibili, come parve a' Platonici, non perché sia ne l'universo alcuna parte non governata da la providenzia, ma perch'ella per loro opinione avrà voluto lasciare qualche parte a la necessità del fato e a l'incostanza de la fortuna: in quella guisa nondimeno che sogliono i pontefici e gli imperatori, i quali concedono i regni e i principati in governo a' principi minori. Nondimeno è più sicuro l'affirmare che non si mova fronda senza la divina providenzia.

P.S.  Lasciamo, se vi pare, le questioni de' nostri teologi da parte, perché fra noi è contesa academica anzi che no.

T.T.  Come vi pare; ma io posso dire con gli Academici e co' Platonici che, quantunque fosse il fato, l'anima non è soggetta al fato, o non ogni anima è soggetta: perché l'anime, divenute intellettuali, sono liberate da la soggezione del fato, e s'alcuna ve n'ha che sia legata ne la necessità fatale quasi con nodi adamantini, se ne può discioglier, perch'è operazione degli angeli il discioglierla, come de' demoni il ligarla. Anzi l'anima per se stessa, sì come colei ch'è creata da Dio, è superiore al fato ne l'ordine de le cose e ha maggior forza; e quantunque s'avolga nel fato, o quando discende nel corpo o quando incappa ne' lacciuoli de le nostre cupidità, nondimeno, separandosi da le passioni corporee, libera se medesima da la servitù del fato e diviene quasi collega de l'anime celesti. Così rispondo co' Platonici e co' Peripatetici; che se fosse alcuna necessità nel fato, vano sarebbe il consigliarsi e il deliberare, vani i giudici, ingiuste le leggi, inique e crudeli le pene proposte a' malfattori. Ma con Tolomeo medesimo potrei rispondere che le cose procedono da Dio ne' corpi celesti necessariamente, ma da' corpi celesti negli inferiori non con egual necessità: perché la materia de le cose inferiori non è capace d'ordine certo e necessario, com'è quella de' cieli, e 'l savio secondo il medesimo autore signoreggia a le stelle.

P.S.  Io non voglio tanto affaticarvi in ciascuno argomento che non possiate passare avanti.

T.T.  Era il quarto, se ben mi sovviene, ch'a gli animali nobilissimi si conviene il fare, a gli ignobilissimi il patire, a quelli di mezzo fra l'una e l'altra natura, com'è l'uomo, il fare e il patir per diversi aspetti: il ch'io non niego. Ma quantunque l'uomo sia sottoposto a le passioni, de le quali son causa i corpi celesti, come è lo scaldarsi e 'l raffredarsi e l'altre sì fatte, nondimeno patisce nel corpo, non patisce ne l'anima: e se patisce ne l'anima mortale, non patisce ne la divina e immortale, la qual non è soggetta al patire, o non patisce da' corpi celesti ma da l'intelletto agente, il quale co 'l suo lume può illustrarla: ma questa è passione che fa perfetta l'anima.

P.S.  Se patiscono gli instrumenti co' quali l'anima suole operare, l'anima almeno per difetto degli instrumenti sarà impedita ne l'operazione.

T.T.  L'intelletto non ha organo alcuno corporeo: laonde non può da l'instrumento essere impedito, e, dovendo avere propia operazione, conviene che quella operazione sia libera, altrimenti non sarebbe propia; laonde per opinione di Plotino il libero arbitrio è la propia operazione de l'uomo: l'uomo dunque o ha elezione o non ha propia operazione.

P.S.  Io avrei creduto più tosto che propia operazione de l'uomo fosse l'intendere, perché l'eleggere appertiene più tosto a la volontà ch'a l'intelletto.

T.T.  Io parlo alcuna volta secondo la dottrina de' Platonici; ma l'intelletto ancora è libero ne le sue operazioni: laonde per opinione de' seguaci d'Aristotele la libertà è più tosto ne l'intelletto che ne la volontà, e ne l'inteletto almeno è come in cagione e in origine. Ma Plotino, come più somigliante a' nostri teologi e particolarmente ad Origene, del qual fu discepolo e compagno, assegna per propia operazione de l'uomo quella de la volontà, perché propia operazione devrebbe esser quella per la quale meritiamo e demeritiamo: ma i nostri meriti e i demeriti procedono più tosto da la volontà che da l'intelletto.

P.S.  Scendiamo, se vi pare, al mondo inferiore dal superiore con l'argomento derivato da le parole di Aristotele medesimo.

T.T.  Io non niego che l'ordine inferiore si governi secondo il superiore, perché appare negli elementi e in tutte quelle cose che da voi furono dette con tanto ornamento e con tanto splendore di parole: nondimeno l'ordine de le cose celesti, o il cielo, è cagione universale per cui non si distinguono gli effetti particulari, i quali non possono esser conosciuti da chi non ricorre a le cause propie e vicine; laonde vana è la scienza degli astrologi, ch'adducono le cause comuni e lontanissime. Oltre acciò l'ordine in queste cose inferiori non è sempre certo, ma alcuna volta fallace, come io dissi rispondendo agli argomenti quasi medesimi; ma non posso concedervi in modo alcuno che ne' pianeti siano le prime qualità, io dico la calidità, la frigidità, l'umidità e la siccità, o almeno non vi posso ciò concedere come peripatetico: perché, s'essi fossero composti di qualità contrarie, sarebbono corruttibili e soggetti a la mutazione; e io in questa conclusione fui aristotelico anzi che no. Nondimeno, s'io vi concedessi come platonico che ne' pianeti si trovassero queste qualità, non posso concedere quel che volete che ne seguiti, ch'in lor sia alcuna malizia o alcuna malignità: perch'è sconvenevole che ne la natura de' corpi celesti, la qual è buona e conserva la bontà del suo creatore, sia malignità o malizia. La malignità è senza dubbio ne' corpi inferiori per cagione de la materia, la quale è malefica: non è dunque Mercurio variabile a guisa di camaleonte, non è maligno Marte e Saturno; perché non è malignità ne' corpi celesti, e molto meno negli animi: e posto ch'in lor fosse alcuna malignità, come possono perderla per mutazione di luogo o a l'incontro diventar maligni, essendo buoni? Ne la natura umana, ch'è molto inferiore a la celeste, l'uomo buono è buono in ogni parte, così in Scitia come in Etiopia o fra que' popoli che sono nuovamente ritrovati; e ne la celeste non sarà buono il pianeta in tutte le parti del cielo? E Marte negli angoli sarà terribile oltramisura e, declinando, dagli angoli non porgerà tanto spavento? Molto più incostante dunque sarebbe la natura celeste de l'umana e terrena: e di questa niuna cosa più inconveniente posso imaginarmi. Oltre acciò quali odii o quali amori, qual tirannide v'andate imaginando nel cielo? Come può esser odio dov'è somma concordia? come tirannide in un regno che non è violento né crudele, ma eterno, com'è quello de' cieli?

P.S.  Voi opponete a le cose che non sono state dette da me, perch'io non parlai d'odio né d'amore né di tirrannia celeste.

T.T.  Perdonate a la debilezza de la mia memoria, s'io attribuisco a voi alcuna di quelle cose che sono molto conformi a quelle che poco dianzi adduceste; ma senza fallo fu vostra opinione, e tenuta da voi, ch'i corpi celesti fossero composti de le prime qualità, da le quali procedesse ogni loro efficienza: e parimente fu vostra opinione quella e degli influssi e de l'occulte qualità.

P.S.  È vero quel che voi dite.

T.T.  Ma io in questo modo argomenterei contra la vostra opinione. Tutti i corpi luminosi, in quanto luminosi, son caldi: tutte le stelle son luminose, adunque tutte le stelle son calde; e ciò si prova per autorità d'Aristotele, il qual ne' libri del Cielo afferma che la luna, la qual dagli astrologi è riputata fredda, sia calda, come appare ne plenilunî, ne' quali le notte sono più calde.

P.S.  Voi disprezzaste pur dianzi le leggi del disputare co 'l non rispondere a tutti i miei argomenti: ora le trapassate con attribuirvi le parti di argomentatore, dove le vostre propie devevano esser di respondere.

T.T.  Queste leggi sono state confuse per comun parere e per volontà del signor Cataneo particolarmente, a la qual io non intendo di provar alcuna de le cose dette o pur de' giorni critici o del flusso e del reflusso del mare, il qual voi attribuite al moto de la luna: e io non voglio ciò negare, perch'è opinione di san Tomaso nel libro de l'Opere occulte che l'oceano per un tacito consentimento di natura accompagni il suo movimento; quantunque i Saracini e Adelando portassero opinione che 'l sito de la terra fosse cagione di questo movimento: derivò nondimeno questa opinione da Strabone e da' Greci più antichi. Alcuni esistimarono che fosse un moto de l'elemento non in quanto acqua, ma in quanto elemento desideroso di tornare al suo luoco; alcuni altri a l'altre cagioni aggiunsero il rivolgimento de' venti; altri, fra' quali fu Alpetragio, n'assegnò per causa il moto diurno; Ruggiero di Baccone l'obliquità e rettitudine de' raggi; Aboasar la differenza del lume molto o poco crescente o decrescente: ma in qualunque modo ciò adivvenga, nulla importa a la libertà del nostro volere; però io non sosterrò più l'una che l'altra opinione. Ma se le stelle, oltre il sole e la luna, hanno qualche forza ne le cose inferiori, il ch'io non niego né confesso, l'hanno certo minore: laonde il principato ne la generazione, o ver nascimento de l'uomo, non si può attribuire ad altri che al sole. Voi nondimeno devete provare che n'abbian alcuna simile a quella de gli struzzi, i quali covano l'ova con lo sguardo; e, avendola, come le stelle possono esser fredde e luminose, essendo ogni lume causa di calore.

P.S.  Se le stelle non fossero fredde, non potrebbono raffredare: oltre acciò tutte le forme de le cose sublunari non sarebbono in virtù contenute [ne le] celesti.

T.T.  Le stelle e la luna raffredano per accidente, e 'l sole medesimo può in questa guisa raffredare, perché allontanandosi è cagione così del freddo come de la morte: e questo basti al primo argomento. Al secondo io risponderei che le prime qualità, le quali in virtù sono ne' corpi celesti, non gli fanno freddi né caldi né umidi né secchi, come gli elementi, de' quali la sommità è nel cielo per opinione de Platone e de' Platonici. Ma benché siano nel cielo le virtù de le forme elementari, non segue che dal cielo vengano gli influssi in altra maniera che co 'l lume e co 'l moto; ma né con l'uno né con l'altro può derivar alcuna influenza fredda, per così dire, come sarebbe il timore degli animi, o altra passione simigliante, perch'il lume per sua natura riscalda, e il moto similmente: laonde l'influenze portate co 'l lume e co 'l moto non possono esser cagione di freddo nel corpo o di spavento ne l'animo, se non, come ho detto, per accidente.

P.S.  Noi diciamo ch'una stella riscaldi, l'altra raffreddi rispettivamente e in comperazione: perché tutte raffredano a paragone del sole, e il sole medesimo è freddo verso di sé ne l'allontanarsi; e in somma da tre cose è fatto il calore: da la grandezza de la luce, da la densità e da la propinquità. Ma qual più di queste condizioni, qual meno sia cagione di questo effetto, non dirò ora partitamente: ma Saturno è riputato freddissimo per la lontananza, bench'egli sia maggiore de la stella di Giove, il quale è temperato e caldo anzi che noi.

T.T.  Io non posso risponder cosa che non sappia il signor Paulo, perché da un medesimo fonte egli può derivargli argomenti, io le risposte: dirò nondimeno che, se la maggior lontananza fosse cagione del maggior freddo, la stella del cor del Leone, la quale da gli astrologi è riputata fervidissima, sarebbe per la sua lontananza più fredda di Saturno medesimo.

P.S.  Cagione del suo fervore è la sua propia virtù.

T.T.  Questo vorrei che mi fosse provato dal signor Paulo, quai virtù o quai propietà occulte siano ne le stelle, e come le propietà specifiche possano esser men nobili de le comuni o a le comuni ripugnare o come in noi derivare in altra guisa che co 'l lume e co 'l movimento, perché né in questo modo né in quello può venire alcuna influenza che raffreddi; ma venendo co 'l lume, il quale, come dicono, è fonte de l'influenze e carro de la virtù, non raffrederà giamai: e peraventura non sarà occulta, perch'è propio del lume l'illustrare e il manifestare tutte le cose.

P.S.  Non solo il lume e 'l movimento, ma la densità e la rarità de' corpi luminosi può esser cagione de l'influenze.

T.T.  A mio giudicio devrebbe più tosto il lume portar l'influenza, ch'è virtù quasi spiritale; ma il raro e il denso, sì come il movimento, possono più tosto esser cagione del caldo o d'altro effetto corporeo.

D.C.  Se crediamo a san Paulo, l'una stella è differente da l'altra per la chiarezza: e con questa autorità posso anch'io interponer la mia opinione: l'altre differenze non sono forse di tanta importanza. Ma a voi, signor Paulo, per provar le propietà occulte de le stelle, non mancheranno compagni, perch'è di questa opinione ancora messer Giuseppe Salviati, il quale non solamente è pittore, ma astrologo eccelente. E se l'ora è tarda, troveremo altro tempo più opportuno a questi ragionamenti, sol che l'uno e l'altro di voi non si sdegni di far così grande onore a così picciol luogo: s'apparecchi il Sanminiato dunque a gli argomenti, e il Tasso a le risposte.

T.T.  Io prometterò ogni cosa, purch'io mi possa da voi a buon concio partire.

D.C.  Finiamla ora questa contesa, se non promettete di ritornare: perch'in assenza del Salviati non mancherà chi difenda la sua opinione.

T.T.  Io sono stanco e sì dal camino e sì dal ragionare: laonde riserberò questo ragionamento più volentieri ad altra occasione, ne la qual m'offerisco per uditore.

P.S.  È ben fatto che ripariamo al nostro albergo: perché di notte tempo vanno a torno di male brigate assai; nel ritorno credo ch'il Tasso non ci negherà di ragionare almeno de l'altre sue amorose conclusioni.

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Ultimo aggiornamento: 24 giugno 2008