Torquato Tasso

Il Beltramo overo de la Cortesia

1544-1595

Edizione di riferimento:

Torquato Tasso, Tutte le opere, a cura di Amedeo Quondam, Lexis Progetti Editoriali, Roma : 1997

Interlocutori:

FORESTIERO NAPOLITANO,

ABBATE BELTRAMO,

CONTE OTTAVIO TASSONE,

CAPITAN P.M..

[Dialogo]

Io ritornava di corte, dove per usanza lungamente era dimorato, ne l'ora men calda e noiosa del giorno, cominciando il sole a declinare; ed essendo io già stanco del lungo spaziare, mettendo a pena piede inanzi piede, m'appressava a la casa del conte Nicolò Tassone, ne la quale per la morte di quel cortesissimo signore non era mancato ne' figliuoli l'usato splendore e la solita cortesia verso i forestieri. Quando io vidi su l'uscio il conte Ottavio, ch'è il più giovane di loro, e seco l'abbate Beltramo, suo parente, e 'l capitano P.M., loro famigliare: e mentre 'l conte si fermò con l'abbate a ragionare, io montai le scale e, preso ne la camera ne la quale io albergava un libro, voleva andarmene a casa del signor Alfonso Villa, cavalier di gran valore, co 'l quale assai spesso soleva cenare: ma il conte mi prese per la cappa e mi ritenne; e volendo io svilupparmene, il capitano mi prese da l'altro. Allora disse l'abbate: questa è violenza, volendo ritener suo malgrado questo gentiluomo, il qual forse da qualche bella brigata di gentildonne dee essere aspettato.

F.N.  Non fu mai violenzia senza ingiustizia.

A.B.  Questa è amorevol violenzia e cortese ingiustizia, perché di sì cortese cavaliero sete prigione che non solo consentirà volentieri che voi ritorniate a' vostri piaceri, ma verrà egli ancora a farvi compagnia.

F.N.  È alcuna ingiustizia la quale è cortese?

A.B.  È senza dubbio.

C.O.  Ma non è tempo di parlarne se prima non ci assicuriamo di non commettere discortese ingiustizia, perché discortesia mi parebbe il privarlo d'alcuna piacevol compagnia.

F.N.  Quella ne la quale io sto di continovo è piacevol molto, e niun bisogno mi stringe di partire.

C.O.  Fermatevi dunque, ch'i servitori recheranno da sedere, e così potrem più commodamente ragionare.

F.N.  Diteci, signor abbate: è la cortesia ingiusta o l'ingiustizia cortese in modo alcuno?

A.B.  Io stimo senza fallo, e l'udi' già dire in Vinegia dal signor Luigi Gradenico, assai lodato tra' filosofanti, che una specie o parte d'ingiustizia sia la cortesia, assai diversa da quella di coloro che sono communemente chiamati ingiusti: percioché l'ingiusto prende sempre il più e a gli altri dà il meno; ma il cortese prende il meno per sé e dà a gli altri il più; e il prendere il più e il meno sono specie d'ingiustizia, e fra l'una e l'altra sta la giustizia, la qual non prende il più né 'l meno, ma l'eguale: sì ch'egli diceva che la cortesia è una ingiustizia generosa.

F.N.  Or diteci ancora: l'ingiusto prende il più solamente fra' simili o pur fra' dissimili?

A.B.  Fra' dissimili ancora, perch'il violento non solo prenderà il più fra quelli che gli sono somiglianti, ma assai volentieri fra coloro i quali sono migliori di lui, dov'egli possa.

F.N.  Ma il giusto prende egli mai l'eguale tra' dissimili o pure il più? E suppognamo che 'l giudice sia giusto: gli è lecito di prender maggiore onore che non ha l'avocato, o l'avocato che non ha il reo?

A.B.  Gli è lecito.

F.N.  Dunque il giusto prende solamente l'eguale fra' simili, ma fra' dissimili prende alcuna volta il più; ma l'ingiusto prende il più fra' simili e fra' dissimili, overo tra gli eguali e gli ineguali che vogliam nominarli.

A.B.  Così stimo.

F.N.  Dunque ciascun che fra gli eguali prende l'eguale e 'l più fra' minori è giusto.

A.B.  È per mio parere.

F.N.  Avete mai veduti i principi prendere eguale onore a la messa o a la mensa o andando a diporto con gli altri principi loro eguali?

A.B.  Ho veduto senza fallo.

F.N.  Ma un principe ch'alberga un altro, fa egli azion giusta o più tosto cortese?

A.B.  Cortese più tosto.

F.N.  Tuttavolta, facendo operazione cortese, prende eguale onore fra gli eguali; e se questa è cortesia, non prende sempre il meno, come voi poco inanzi diceste, ma l'eguale alcuna volta. Oltre di ciò vi sete spesso avvenuto dove alcun principe suol dare audienza a' cavalieri e a' privati gentiluomini o pur chiamarli seco in cocchio o invitarli a mangiare; anzi sete stato assai volte uno di quelli.

A.B.  Sono per sua cortesia.

F.N.  Nondimeno egli prendeva il più, ma il prendeva fra gli ineguali.

A.B.  Così aviene il più de le volte.

F.N.  E prendendo il più fra gli ineguali, era cortese. Dunque il cortese non è ingiusto, come poco inanzi diceste, ma giusto, percioché fra gli eguali prende l'eguale e il più fra gli ineguali; e se ciò è vero, una medesima virtù sarà la giustizia e la cortesia: il che se così stia o pure in parte altramente, mi pare degno di considerazione: percioch'assai volte il cortese prende il meno, sì come fa il buono e 'l diritto. Ma ciò nondimeno è uso di fare più spesso ne' beni utili o ne' piacevoli o pur anco negli orrevoli che negli onesti; laonde la cortesia sarà più tosto la bontà e l'equità.

C.O.  Il giusto dà cosa che non può torre con ragione, ma il cortese ci concede quello che ragionevolmente può negare; laonde io direi più tosto che la cortesia e la liberalità fosse una stessa virtù.

F.N.  Assai più verisimile mi pare la vostra opinione: percioché, ponendo voi la cortesia insieme con la liberalità, la ponete fra' le virtù, fra le quali dee stare senza dubbio; ma ponendola egli con l'ingiustizia, la poneva ne la schiera de' vizî, dove non è convenevole che fosse ordinata. Tutta volta mi pare che possiamo andare investigando s'ella sia liberalità over giustizia; e non essendo alcuna de le due, a qual de le due sia più simigliante. Ma con chi debbo ricercarne, co 'l signor abbate, a cui è sì nota la giustizia, com'a colui il quale alcun tempo ha studiato, o dal signor conte, dal quale è così conosciuta la liberalità che da niuno altro fu meglio giamai?

P.M.  Quantunque io sia più securo de la cognizione c'ha il conte de la liberalità che di quella la quale ha l'abbate de la giustizia, il quale assai spesso, quando io contendo con don Bastiano, mi dà la sentenza contra, nondimeno direi che con l'uno e con l'altro n'andaste ricercando, e meco ancora, a cui se la fortuna non ha conceduto il modo d'usar liberalità, almeno non ha tolto l'animo di riceverla come si conviene.

F.N.  Or credete voi, signor conte, che la liberalità sia una specie, o parte che vi piaccia chiamarla, de la virtù?

C.O.  Credo senza alcun dubbio.

F.N.  Dunque, se la cortesia è una parte de la virtù, potrem forse conchiudere che sia quella stessa ch'è la liberalità; ma se non è sua parte, non è in modo alcuno ragionevole il dir ch'ella sia la medesima.

C.O.  Non è per mio giudicio.

F.N.  Or ditemi dunque, signore: stimate che la cortesia convenevolmente sia diffinita virtù di corte, come suona il suo nome?

C.O.  Stimo.

F.N.  Ma la liberalità è virtù di corte?

C.O.  È senza dubbio.

F.N.  Dunque sin ora la liberalità e la cortesia ci paiono l'istessa; ma andiamne ricercando più oltre: è virtù di corte la mansuetudine?

C.O.  È similmente, percioché molti, i quali spesso e fuor di tempo e fuor di misura s'adirano, poco sogliono esser prezzati ne le corti.

F.N.  La mansuetudine ancora è cortesia; ma la temperanza vi pare virtù di corte?

C.O.  Pare, avegna ch'i bevitori e i ghiotti non abbiano in corte alcuna riputazione.

F.N.  E la modestia e la fortezza saranno stimate virtù di corte?

C.O.  E chi di questo può dubitare, poi ch'al buon cortegiano si conviene moderare il soverchio desiderio degli onori che non gli si convengono, e non meno espor la vita per il suo principe ch'al buon cittadino per la sua patria?

F.N.  E così, discorrendo per tutte l'altre virtù, troveremo che non ce n'è alcuna la qual non sia necessaria ne le corti; laonde pare che la cortesia non debba essere stimata una particolar virtù, ma tutta la virtù intiera, dentro la quale sia contenuta la liberalità come sua parte.

C.O.  Quanto la vostra ragione ci fa la cortesia, tanto più volentieri dee essere udita.

F.N.  Poi che abbiam ritrovata che la cortesia è la virtù compiuta, andiamo considerando, signor abbate, se la giustizia sia una parte de la virtù, o pur tutta.

A.B.  Tutta è quella ch'a me più s'appertiene di conoscere, cioè la legitima: perché le buone leggi commandano l'operazione d'ogni virtù, non solamente de la mansuetudine o de la temperanza o de la modestia o de la fortezza.

F.N.  Se la giustizia è tutta la virtù e la cortesia parimente è la virtù compiuta, ne segue senza fallo alcuno che la cortesia e la giustizia siano l'istessa, o almeno la cortesia è molto più simile a la giustizia che non è la liberalità. Ma ricerchiamo se ci fosse ancora altra somiglianza fra la cortesia e la giustizia: non avete voi letto che la giustizia risguarda il bene altrui più che 'l suo proprio?

C.O.  Sì certo, percioché ella fa quelle cose le quali son utili al principe e a la republica: laonde, quantunque sia tutta la virtù, par che in questo sia diversa da la virtù particolare, che l'una è a se stessa, l'altra per altrui giovamento; sì che può dirsi convenevolmente che la giustizia sia bene de gli altri.

F.N.  Ma non vi pare che la cortesia sia bene altrui più tosto che del suo possessore?

C.O.  Sì veramente, percioch'il cortese ha risguardo ancora al ben d'altri.

F.N.  Or, se la giustizia è perfetta virtù, perch'è l'uso de la perfetta, la qual colui che la possede non adopra solamente per suo commodo ma per bene universale, per questa ragione ancora è virtù perfetta la cortesia e consiste principalmente ne l'uso verso gli altri. Sin qui dunque niuna diversità par che sia fra la giustizia e la cortesia: anzi mostra che l'una e l'altra sia l'istessa nel soggetto; e se v'è alcuna diversità, è ne la ragione o nel modo co 'l quale si debbono adoperare; percioché la giustizia è usata dal giusto in quella guisa che commandano le nostre leggi, ma la cortesia è fatta dal cortese come ricercano l'usanza e la creanza de le corti.

P.M.  In questa maniera ancora da me, che non sono dottor di leggi, la giustizia leggitima da la cortesia facilmente potrebbe esser conosciuta: perché l'una mi s'appressenta con sembiante tutto grave, severo e orrido, e l'altra con allegro e ridente e pieno di piacevolezza.

F.N.  Ma poi che abbiam conchiuso che la cortesia è non una sola ma tutta la virtù di corte, e ne la corte albergano i principi come i cortegiani, direm che sia virtù degli uni solamente o pur degli uni e degli altri?

P.M.  Degli uni e de gli altri.

F.N.  Se virtù di principe è la giustizia e virtù di principe è similmente la cortesia, in questo ancora sono conformi; e volentieri dimandarei al signor abbate qual de le due meritasse d'esser a l'altra preferita; ma la cortesia no 'l consente, la quale, benché prenda molte volte l'eguale fra gli eguali, nondimeno il prende sempre dapoi ch'a gli altri l'ha conceduto: e cede volentieri a la giustizia il luogo, non dirò superiore, ma il primo. E se la reverenda autorità de le sacre leggi non mi spaventasse, direi che la cortesia fosse più illustre e più risguardevole che la giustizia: e così l'assomigliarei al sole, come l'altra ad Espero e a Lucifero fu rassomigliata, seguendo in ciò quel nostro maraviglioso poeta, il qual disse:

Al suo partir partì dal mondo Amore,

E cortesia, e 'l sol cadde del cielo;

quasi che l'oscurar del sole non fosse altro che 'l partir de la cortesia. Ma s'abbiam ritrovato, o monsignore, che la giustizia universale sia l'istesso in soggetto che la cortesia, debbiamo ancora investigare se la giustizia particulare sia una parte de la cortesia.

A.B.  Debbiamo.

F.N.  Or come vi piacerà di partir la giustizia?

A.B.  Suole esser divisa ne le nostre scuole in quella che distribuisce i premi e ne l'altra la qual corregge i torti e i difetti particolari: e questa in due specie ancora si divide, percioché la prima d'esse è d'intorno a' commerci volontari e la seconda intorno a quelli che non sono così fatti.

F.N.  Ma vi piacerebbe ch'in ciascuna di queste specie si trovasse ancora la cortesia?

A.B.  Mi piacerebbe sopramodo.

F.N.  Nel compartimento de' premi che fece Enea, non vi paion giustamente dispensati quelli che ricevono Eurialo e Diore nel giuoco del corso?

A.B.  Paionmi.

F.N.  Ma cortesemente son dati gli altri a Salio e a Niso, a' quali la fortuna era stata contraria, come appare in que' versi:

Tum pater Aeneas: Vestra, inquit, munera vobis

Certa manent, pueri, et palmam movet ordine nemo:

Me liceat casum miserari insontis amici.

Sic fatus, tergum getuli immane leonis

Dat Salio.

E parimente fu cortesia più che giustizia quella ch'egli mostrò ad Aceste, dove si dice:

...Sed laetus amplexus Acestem,

Muneribus cumulat magnis ac talia fatur.

A.B.  Parimente a mio parere.

F.N.  Ma ne la giustizia correttiva quelle medesime azioni ch'i giudici fanno giustamente, secondo le leggi, possono farle cortesemente con le maniere apprese ne le corti, dove sogliono usare assai spesso.

A.B.  Possono: laonde per l'un rispetto le chiamerei legitime, per l'altro cortesi; però, s'alcuna volta o principe o cavaliero illustre o alcun uomo famoso per eloquenza o per dottrina sarà dinanzi a' discreti giudici, niuna sorte d'onore per cortesia gli deve esser negata.

F.N.  Ma che direm noi, signor Beltramo, in quell'altra maniera di commerci? Vorrem credere che mancasse del tutto ogni maniera di cortesia in que' generosi corsari che si tennero bene aventurosi potendo adorar Scipione Africano; o 'n Ghino di Tacco, il qual così agevolmente guarì il ricco abbate del male de lo stomaco e meritò per opera sua d'esser poi ricevuto ne la grazia di Santa Chiesa e divenir friere de lo spedale; o pur in Anna appresso Virgilio, la quale

Sola viri molles aditus et tempora norat;

o pur in Galealto, re de l'isole lontane?

C.O.  Egli fra Lancilotto suo amico e Ginevra pose maggior concordia di quella che ponesse mai alcun giudice fra' litiganti, e con maggiore cortesia; e fu miglior mezzo da ridurla ad egualità. Ma io ho prevenuto l'abbate co 'l mio parlare, temendo ch'egli volesse darci a divedere ch'in questa maniera di contratti la cortesia fosse più tosto una specie d'ingiustizia: il che senza biasimo de' cavalieri antichi e moderni difficilmente par che si possa dimostrare. Pur io stimo che molto meglio l'amore che la morte agguagli tutte le disaguaglianze, né so bene s'egli usi le proporzioni geometriche o l'aritmetiche più tosto; ma qualunque siano le sue misure o le dismisure, desidero che mi si conceda potersi non sol cortesemente ma giustamente servire un amico.

A.B.  Voi parlate forse di quella giustizia che s'usa inanzi al tribunale amoroso con quella

Dura legge d'Amor che, bench'obliqua,

Servar conviensi, che per tutto aggiunge

Di cielo in terra, universale, antiqua;

ma io non vi ho studiato giamai e ne sono de' meno intendenti. Ma inanzi a quelli ne' quali è castigato l'adultero assai ingiusta suol parere questa cortesia.

F.N.  né questa ardisco di negar che sia cortesia, poi che piace al signor conte; né, s'ella è cortesia, stimo che possa in modo alcuno chiamarsi ingiusta; ma forse alcuna secreta operazione, alcun sottile avedimento può simigliar cortesia fra' gioveni cavalieri in una corte piacevole, che ne la più grave e più severa non sarà tale stimata fra' più maturi: e 'l ragionamento del conte Guido da Monforte co 'l buon re Carlo ce 'l manifesta chiaramente. Però ne le corti perfettissime, come che non si nieghi a gentil cavaliero l'esser mezzano fra l'amico e la donna amata, sarà a miglior fine e a più laudevole che di furtivo abbracciamento e d'adulterio: a fin, dico, di matrimonio o di quella modesta conversazione che ne le nobilissime corti non suol esser negata, per la quale molte volte gli animi valorosi si congiungono in una onorata amicizia.

A queste parole il conte pareva acquetarsi; quando sopragiunsero i fratelli con altri gentiluomini, e i servitori, portando l'acque a le mani, posero fine a le nostre quistioni.

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Ultimo aggiornamento: 24 giugno 2008