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Edizione di riferimento:
Torquato Tasso, Tutte le opere, a cura di Amedeo Quondam, Lexis Progetti Editoriali, Roma : 1997
A l'Illustrissimo e Reverendissimo
Cardinale Antonio Carrafa
protettore de l'ordine olivetano.
Santo Spirto divin, Spirto fecondo,
E del Padre e del Figlio eterno amore,
Tu, che sol di te stesso il Ciel profondo
E 'l lieve foco, e l'aria e 'l salso umore
Riempi, e la gran madre, e reggi il mondo,
Non sol l'alma devota e 'l puro core:
Tu spira il mio concetto, e i chiari accenti,
Come allor ch'apparisti in lingue ardenti.
La mia tu movi, e il pigro ingegno desta,
Che di cantar con la tua grazia elegge
I bei principi e la cangiata vesta,
Quasi candido vello in puro gregge;
L'Ordine sacro, e de la vita onesta
Il santo esempio e la severa legge:
E l'Oliveto monte, e 'l tempio adorno,
E i verdi chiostri, e il precipizio intorno.
E tu, che in Vatican di lucido ostro,
Circondi, Antonio, la sacrata chioma,
O gran sostegno, o gloria, o lume nostro
Non pur, ma de la Chiesa alta di Roma,
Gradisci queste carte e questo inchiostro,
E questo peso alleggia e questa soma,
Chè di portar ricusa il debil tergo,
Tal che a gran pena or mi sollevo ed ergo.
Io primo riportar dal sacro Monte
Spero, la tua mercè, palma ed oliva:
E pria di lauro incoronar la fronte
Ne' colli toschi, e in questa antica riva;
Ed umilmente asperso al puro fonte,
L'imagine drizzar quasi votiva:
E questo, come statua o simulacro,
Al tuo nome, Signor, drizzato e sacro.
Ma degni appena i bei metalli, e i marmi
Da Fidia sculti, o d'altra illustre mano,
Sarebbon d'onorarti: o i dotti carmi
Scritti nel greco e nel parlar romano,
Non che questi: ond'io tento alzarmi
E portarlo su l'ale omai lontano,
Al Tago, al Reno, al Gange ed a l'Idaspe,
E dal vermiglio mare a l'onde Caspe.
Già trapassati, come stral volando,
Eran mille trecento e dodici anni,
E per le oblique strade in ciel rotando
L'altro spiegava ancor rapido i vanni,
Dal giorno sempre lieto e venerando
Che nacque Cristo: e ne' primieri scanni
Sedea Clemente il quinto, eletto in terra
Con le chiavi onde il Ciel apre e disserra.
Quando Giovanni, il giusto, a Dio converse
L'anima saggia e 'l suo pensier devoto:
E la sua libertà gradita offerse,
A l'offerta aggiungendo il santo voto.
Questi di sacre leggi il guado aperse,
E mostrò quasi a fonte il senso ignoto:
E la 've il giusto e il vero altrui s'insegna,
Di gemino valor portava insegna.
Ebbe con la città la stirpe antica
Fra' magnanimi Toschi illustre grido;
L'una fra colli siede in parte aprica,
Non lungi a l'Arbia che se 'n corre al lido:
L'altra di pace e libertade amica
Accrescea fama e pregio al suo bel nido:
Più amava la patria, amava il dritto,
Che 'l regno i Tolomei del verde Egitto.
Di questo seme la felice pianta
Crebbe, che dolci frutti ancor produce,
Via più di quella onde Grecia si vanta,
Perchè cede Solone al nostro duce.
Or mentre ch'attendea l'anima santa
A dar luce a le leggi, al mondo luce,
Luce a gl'ingegni tenebrosi e loschi,
Facea gli occhi del corpo infermi e foschi.
Così perdendo la terrena vista,
Rivolgea l'altra umilemente al Cielo,
Pregando Lui, ch'i suoi fedeli attrista,
Poi li consola con pietoso zelo.
Oh maraviglia! Ecco per grazia acquista
L'usata luce e si disgombra il velo;
Ma insolito splendor di nova fiamma
Dentro risplende, e la sua mente infiamma.
Scorto da questo lume, e in questo foco
Fervido il petto e fervida la mente,
Venne a le scuole, e da sublime loco
Novo soggetto incominciò repente:
Sì ch'appo lui muto starebbe o roco,
Quel greco che parea fulmine ardente,
O quel Roman, la cui sonora lingua
Par che le fiamme de la patria estingua.
Il tema tu di quel parlar facondo,
Che sparse i semi onde si miete a Cristo,
Come si sprezzi, anzi si fugga il mondo,
E si faccia del Cielo eterno acquisto.
E qual fonte lavava il core immondo
D'ogni vizio, ond'e' sia dolente e tristo;
E quasi tuon dava terror interno
A l'alma che paventa il danno eterno.
Altra (dicea) più certa antica legge
Proporrò, se credete al mio consiglio,
Che significa quel di cui si legge,
Disponete rifugi al gran periglio:
Là dove il micidial che non elegge
Percoter l'alma, scampi in duro esiglio:
O quai città sian quelle oltre il Giordano,
O pur di quà, dov'ei non fugge invano.
Sei citta, sei rifugi, alto mistero,
Alto secreto de gli occulti sensi,
Altissimo pensier che scopri il vero,
Tutti siano or per voi gli spirti accensi:
La prima, quasi regia, ove ogn'impero,
Ogn'intelletto umiliar conviensi,
È conoscer il vero, e quella forma
Di santa vita, che da lui s'informa.
Giacciono a questa l'altre cinque intorno,
Pur città de' Leviti: è la seconda
Il pensar come Dio facesse adorno
Il Cielo e quanto il Cielo in sè circonda,
Dando lume a la notte, e lume al giorno,
Che si mostri alternando e si nasconda.
La terza è il contemplar devoto ingegno
La podestà di quel celeste regno:
E quella maestà, che in Dio risplende
Eternamente, come luce in luce.
La quarta è vista di colui ch'intende
Al propizio favor del sommo duce.
La quinta pur contempla e pur dipende
Da sua legge, che l'alme al Ciel riduce
Al comandar di suo immortal decreto.
Parte è l'estrema sol d'alto divieto.
Ecco i rifugi d'impensate morti:
Ecco il perdon del fallo e de la pena:
Ecco il ricetto e quasi i seni e i porti
E da' venti sicuri e da l'arena;
Ma quei di là son più sublimi e forti,
E di maggior virtute e più serena:
Questi altri di sua legge e suo favore
Son di virtù men alta e inferiore.
Or con quai remi di celeste aita
Appresseremo a la più alta parte
Questa nave, dal mar quasi sdruscita,
E con rotto governo e stanche sarte?
O con quai penne di più santa vita,
Pur come ale veloci a l'aura sparte,
Fuggiremo il peccato e la profonda
Valle, che l'ombra e 'l fango suo circonda?
Deh! fuggiam questo serpe e questo drago,
Che n'avvolge co' nodi e preme e ingombra:
Questo fero leon che tanto è vago
Di nostra morte, e ruota e mugge a l'ombra:
Il fuggir il peccato è farsi imago
Del nostro Dio, che scaccia i vizi e sgombra:
È farsi a lui sembiante, e col suo lume,
Saggio e perfetto d'opre e di costume.
Il fuggir il peccato è seguir l'orme
Di Lui che le segnò col proprio sangue:
È vestir di virtù le vere forme,
Superato il leone e vinto l'angue.
Quel che fugge il peccato, a Dio conforme,
Seco in croce s'affigge e seco langue:
Seco morto sostiene e spira l'alma,
Seco ha trionfo e 'n Ciel corona e palma.
Deh! fuggiamo il peccato e il suo piacere,
Che qual tiranno furioso e stolto
Segue l'uom, s'egli fugge: e in suo potere
Più cerca di recarlo ov'è più sciolto:
E se l'aggiunge alfin, l'impiaga e fere,
L'infiamma ed arde e 'l tien di lacci avvolto;
Nè gli concede mai pace nè posa
Nel chiaro giorno e ne la notte ombrosa.
Deh! fuggiam l'avarizia e tanti nostri
Interni vizi, ove han riparo e schermo
Tanti feri tiranni e tanti mostri,
E tanti morbi pur del core infermo;
Fuggiam per quei sentieri a voi dimostri,
A quelle mète, ove il riposo è fermo;
Fuggiam, e fugga il saggio e fugga il forte,
Perchè la fuga è qui vittoria e morte.
Gloriosa è la fuga, chè la faccia
Del peccato si fugge e il suo spavento:
Così fuggì Giacob, quest'è la traccia,
E 'n cercar terra estrania ei non fu lento;
Così Mosè, nè con timore il caccia
O di morte crudele o di tormento,
Superbo aspetto di tiranno atroce:
Ma per non si macchiar fuggì veloce.
E così ancor seguendo il Duce invitto,
Il buon popolo ebreo lasciò le sponde
Del Nilo, e sen fuggì da l'empio Egitto,
E la sua fede aperse in mezzo a l'onde
Ampio varco nel mare e calle dritto,
Per ch'egli non vi pera e non v'affonde:
Così dal volto del suo re turbato
Fuggì David: poi dal suo figlio ingrato.
Così Giona fuggì di riva in riva,
E nel profondo de l'orribili acque,
E nel pesce trovò quando ei fuggiva,
Quasi caverna, il ventre ov'ei si giacque;
Vivo il sepolto, e quella tomba è viva,
Onde il dì terzo uscì com'a Dio piacque:
Vivo tipo di Cristo, e chiude e serra
Il corpo in mar, com'egli fece in terra.
Or chi brama fuggir non pigro o tardo,
E là poggiare, ove poggiar conviene,
Deh! non rivolga a le più vaghe il guardo
Parti del mondo e in lieta vista amene:
Ma sol ne le dolenti abbia riguardo
E le segua di pianto e duol ripiene:
Meglio è venir dov'ha magione il lutto,
Che in falso albergo, dal piacer costrutto.
Nè già il Padre primier saria disceso
Dal Paradiso a sostener gli affanni,
E questo così grave e duro peso,
A cui la colpa sua par ci condanni:
Se dal piacer non era vinto e preso,
Da sue dolci lusinghe e dolci inganni.
Così trabocca il tralignato seme,
E sola è ferma in Dio fondata speme.
Sol de la mente in Dio gli occhi rivolga
Chi fugge il precipizio e le ruine:
Nè mai in cosa che la terra accolga
Ne l'amplissimo grembo il guardo inchine:
Non riguardi le false, ma si dolga
D'aver sol vanità mirato al fine:
E per seguir la via solinga ed erta,
In sè medesmo i lumi e in Dio converta.
È vanità quanto più sembra adorno
E quanto al mondo più diletta e piace.
Vano il circo e le mète, a cui d'intorno
Vanno i cavalli, e 'l corso lor fallace:
Vano il teatro, ove la notte in giorno
Si muta a' raggi di notturna face:
Vano ogni gioco, ogni sua pompa: e parmi
Vano il trionfo e lo splendor de l'armi.
Tutte son vanità le cose al mondo,
Chi cerca in lui salute è vano ed erra:
Dunque fugga da lui, che è tutto immondo,
E fugga questa interna orribil guerra:
Ed alleggiando il suo gravoso pondo,
Abbandoni lontana al fin la terra:
E sovra il mondo e sovra ogni periglio
Ricerchi, appresso il Padre Eterno, il Figlio.
Fuggiamo a Lui, come a sicuro tempio,
Da questa parte oscura e tenebrosa,
Ove esaltato vien l'iniquo ed empio,
Che però tanto insuperbisce ed osa:
Seguiam, passando, di quel re l'esempio,
A cui già detto fu: passa e riposa.
Passiam, quasi Mosè: sciogliamo il laccio
Che ne ritien d'ogni terreno impaccio.
Sciogliamo nel passare i duri nodi,
Che distringono il piè per via sì lunga:
L'avarizia fuggiam, fuggiam le frodi,
Fuggiam l'iniquità, che non ci aggiunga;
Noi siam troppo impediti e in troppi modi,
Ella troppo veloce i passi allunga:
Cerchiam la pace, e s'ella in Ciel si trova,
Il ricercarla in terra omai che giova?
Deh, lasciam l'ombra in ricercando il sole,
Lasciamo il fumo in seguir chiara luce.
Fumo è l'iniquità, per cui si duole
Di nostra vita l'una e l'altra luce.
Fuggiam siccome augel, che sciolto vole
Per la sublime via che al Ciel conduce;
Ma l'ali nostre e i vanni or son gravosi,
E in questa via mille lacciuoli ascosi.
Quegli c'ha gravi, o che non ha le piume,
Cerchi d'altrui che l'abbia, e chi le presta;
Chè fia che l'alma a l'alto volo imprime,
E sciolga il laccio che tra via l'arresta:
Se com'aquila affissa al chiaro lume
Ella andar non può leggiera e presta,
Come passare almeno or l'abbia pronte,
E se non vola al Ciel, se 'n vole al monte.
Lasci la valle e questo umor palustre,
E quest'aria compressa e intorno astretta,
E cerchi il monte e la cittade illustre,
Città di pace, alta cittade eletta:
Per ch'indi pietà vera il mondo illustre
La 've il sangue d'Abel chiamò vendetta;
Ma quel di Cristo in più mirabil suono
Sovra ogni sordo cor gridò perdono.
O tu, che non ancora affretti il piede,
Perchè preso non sia, fuggi repente:
Spoglia il mondo, e del mondo aduna prede,
Non da l'Egitto solo o d'Oriente:
Se carco vai di colpa, e 'l tempo il chiede,
Deponi il parto de la grave mente,
E no 'l portar quasi divelto appena
Da la mammella, ma spedito il mena.
Picciolo no, ma già perfetto in Cristo;
Nè sia la fuga in ozioso verno,
Ma in faticosa state: ed ozio, o tristo
Pallor non sappia, o duolo, o scorno, o scherno:
Impigro peregrin nel santo acquisto
La via celeste vuole, e il regno eterno
Valoroso guerrier con aurea spoglia,
E ricco agricoltor, che frutti accoglia.
Egli sparga accogliendo, egli disperga,
Chè si ricerca ben se non s'emenda,
Che di sue colpe la polisca e terga,
E tema il suo Signor, nè più l'offenda;
Ma il cerchi e 'l segua in alto calle e s'erga
Per le sue orme e le sue vie comprenda:
La penitenza è fuga e fuga è certo
Rifugio: e la sua grazia è il suo deserto.
Là dove ei si fuggì, là dove prima
Il buon profeta Elia ebbe fuggito
Di Gezabel la donna a l'erta cima
Del monte Oreb, e visse in lui romito,
Quivi il secol fuggì, se 'l ver si stima,
E da gli augei ministri era nodrito:
Nè sol terrena fu, che 'n vita il tenne
Esca portata da celesti penne.
Ma di cibo divin (miracol grande!)
Virtù quaranta giorni il move e regge,
Senza gustar giammai d'altre vivande,
Per figurar quel che da poi si legge;
Non paragoni ancor l'antiche ghiande
Il secol favoloso e senza legge,
Perchè si nomi pur dal lucid'oro,
Battista, al tuo, ch'io no 'l fuggendo onoro.
Il saggio re giudeo, pur in figura
D'un'altra donna, di fuggir c'insegna
Questo mondo corrotto e l'arte impura,
Ond'ei lusinga e di piacer s'ingegna;
Questa è la falsa, onde con tanta cura
Fuggir dobbiam, che non c'inganni e tegna:
Deh! non declini il cor per vaga strada,
Onde precipitando a morte ei vada.
Ma in quella santa mano or fia riposto
Ov'è de' regi il core, il nostro ancora.
Regger l'impero e soggiogar discosto
I regni de l'Occaso e de l'Aurora,
Saria men che 'l suo interno aver composto
Pur come regno in cui virtù s'onora;
Quel che regge sè stesso è re soprano,
E al Re de' Regi il core ha dato in mano.
Qual meraviglia è poi ch'al bene il volga
Egli, ch'è sommo bene e ben perfetto?
A Lui dunque si stringa e in Lui raccolga
Sè stesso sparso dietro al van diletto:
Nè da Lui si divida, o si disciolga
Per terreno pensiero od altro affetto:
E 'n Lui ricerchi e non in altra sede
Le pace che la mente e 'l senso eccede.
De l'alta fuga adunque alta cagione
È gir dal male al ben, dal dubbio al certo,
A chiara libertà d'atra prigione,
Da l'error, da la pena, al premio eterno:
Iddio stesso ci mostra e ci propone
Il male e 'l ben, ma più solingo ed erto:
E par ch'egli ci additi e ci discerna
Non la vita mortal, la vita eterna.
Se questa vita è rea, che quasi al vento
Nebbia infeconda pare o secca polve,
(Così fugace e leve in un momento,
O si dilegua, o si raggira e volve)
È buona quella che veloce o lento
Non ha il suo corso, e non si cangia o solve:
Adunque fuggiam questa e questi giorni,
Che son sì rei, cercando altri soggiorni.
Cerchiamli in Cielo, e dove ei più sublima
L'altissima sua parte e più lucente,
S'erga da questo peso ed ivi imprima
Il suo vestigio peregrina mente:
Questo è fuggrir, non d'uno in altro clima
Andar cercando l'Austro e l'Oriente:
Questo è fuggir, saper ove ritrarsi,
E sovra il corpo e sovra il mondo alzarsi.
Questo è fuggir, morire al falso mondo
E nascondere in Dio la propria vita:
In quel mare, ove mai pensier profondo,
O mente umana in contemplando ardita,
Ritrovar non potè la riva o il fondo:
In quel porto de l'alma sbigottita,
In quel placido sen, cui non perturba
Fortuna, o fato, o tempestosa turba.
Or chi fuggir non vuol, s'è vero ostello
Di malizia la terra, e carcer tetro
Dove il buon si tormenta, e ride il fello?
Antro, dove riman chi guarda in dietro:
Fucina, ove fa l'arme il gran rubello:
Ov'è il mal di diamante, il ben di vetro:
Labirinto d'error e mar di sabbia,
Etna di cupidigia, anzi di rabbia.
Chi non brama fuggir repente e lunge
Con ogni studio al Ciel, con ogni possa,
Là dove la malizia unqua non giunge;
Benchè s'innalzi a Pelio, Olimpo ed Ossa
La torre, ch'a le nubi alto congiunge
La fronte, e cada poi dal Ciel percossa,
Non ha loco là sù: vaneggia ed erra:
Qui la malizia ingombra ognor la terra.
Qui solo incrudelisce e qui circonda:
Sè stessa infonde qui, nè lei sommerse
Il gran diluvio in quella orribil onda
Che s'inghiottì la terra e la coperse:
Nè l'arse poi l'incendio, anzi feconda
Germogliando ne' semi, al fin converse
Ferro micidiale e l'empia mano
Ne la salute, il suo furor profano.
Giusta legge condanna il fatto atroce,
Il mal non toglie: odi il tumulto e il suono
D'iniqui ed empi, ond'è confitto in croce
Chi del peccato fea pietoso dono:
Tardo a l'alta vendetta, e sol veloce
A la grazia, morendo, ed al perdono;
Perch'ei non fece il male, al ben è presto,
E il mal dal reo venuto è quasi innesto.
La vendetta s'indugia, acciò sia vinto
Pur da gli stessi, a cui l'inganno ordiva;
Non è però fra tanto il vizio estinto,
Ma la malizia in ogni parte è viva.
Non portiam dunque al piè coturno accinto,
Ma la scarpa, onde Pietro umil se 'n giva;
Perchè tra l'erbe il serpe occulto giace,
Nè fa con l'uom giammai tregua nè pace.
Deh! fuggiam quinci omai: ma come fugge
L'alma se la ritiene il grave incarco?
Star qui potrà, dove si stenta e mugge,
E trapassar a Dio, quasi in un varco?
Se dopo lui se 'n va, s'a lui rifugge,
E segue la sua via l'animo scarco,
È la virtù rifugio, è Dio rifugio:
E chi può gire a lui non cerchi indugio.
E s'Egli è in Ciel, e sopra il Cielo, e sopra
Il suo cristallo eterno e 'l foco ardente,
Là, ratto fugga e si riponga e copra
In quella nube più del sol lucente;
Ivi è il riposo d'ogni affanno ed opra,
Ed ivi ha pace in Dio la nostra mente:
Ivi si fa il convito, in cui si pasce
L'alma, che, morta al mondo, in Dio rinasce.
Dunque chi fugge a Dio, fa poi ritorno?
E, già morto al peccato, a lui se 'n riede?
Riede da quell'illustre alto soggiorno
A questa tenebrosa ed umil sede?
Da quell'onor sublime a questo scorno,
Di gloria no, ma sol di morte erede?
E rifiutato il mondo e l'uso primo,
S'affigge pur nel suo tenace limo?
Deh, quinci omai fuggiam, ch'è breve il tempo!
Fugge chi le sue merci addietro lassa;
Fuggiamne pur, chè nel fuggir per tempo
L'ombra di questo mondo ancor trapassa.
E chi passa con lei non fugge a tempo,
Ma nel tardo passar tal fuga è bassa,
E seco passan l'opre e i nostri vanti;
Rimanti in Cristo, e in Verità rimanti.
Cristo è la verità: s'attiene al vero
Quegli, ch'a lui s'attiene e seco resta;
Se non vogliam ch'ogni operar leggiero
Passi quasi nel mar turbo o tempesta,
Noi trapassiam del suo divino impero,
Pur come sirte al van piacere infesta,
La santa legge: e non passiamo errando,
Grazia di meritarlo in lui cercando.
O se fuggiam l'instabile e protervo
Mondo infelice e la magion terrena,
Fuggiam, come Giacob e 'l fido servo,
A la città ch'è sempre in ciel serena;
O come fugge a' dolci fonti il cervo,
Che sorgon chiari e di feconda vena:
L'alma s'attuffi in Dio, non pur s'istille
Ch'eterno fonte è Dio d'acque tranquille.
Nè mai d'altra fontana o d'altro rio
L'onda estinguer potrà l'ardente sete;
Ma più bevendo infiamma il suo desio
L'uom che sparge diletto e doglia miete:
Nè del nostro dolor induce oblio
Altro gorgo nel mondo, od altro Lete:
Chi bee del mondo e sol di lui si stampa,
Sol poi bevendo in Dio risana e scampa.
È Dio quel fonte, ove l'accesa fiamma
Del van diletto è spenta e 'l folle ardore;
Ma di foco divin subito infiamma,
S'estinto ei trova e in lui gelido core:
O fortunata la veloce damma,
Che in Lui s'accende di celeste amore;
E chi l'amor terren bevendo ammorza,
Nè teme al dolce fonte inganno o forza!
O fonte, ch'ognor piena e sempre larga
Sei di tue sante grazie, e più nel Cielo;
E sempre fervi, ove ripiega e allarga
La notte intorno il tenebroso velo:
L'anima che ti brama, in te si sparga,
E smorzi ogni altra voglia, ogni altro zelo:
Come Susanna estingua i suoi desiri,
E l'incendio del corpo, ove altri il miri.
Fuggite, e nel fuggir lasciate a volo
Quella gente onde il tuono a voi rimbomba:
Se diran gli altri poi: celeste è il volo,
Quando tanto salì nube o colomba?
Come varcaste il mar da polo a polo
E non sol quello ov'ebbe Egeo la tomba?
Accogliete il tesor, lentate il morso,
Ed a' porti del Ciel drizzate il corso.
Così parlava, e 'l suo parlar ne' cori
(Pur come spirto sia d'aura celeste)
Destò santo pensier: e in santi ardori
Poteo dentro infiammar le voglie oneste:
Omai false ricchezze e falsi onori,
Omai serica pompa ed aurea veste
Spiacciono a molti, e par che loro incresca
Ciò che lusinga i sensi e l'alma adesca.
Siccome suol de le deserte arene
Di tempestosa piaggia o d'ermo lido,
Star la gente che Borea ancor ritiene
In mal sicuro porto e 'n seno infido:
Poi se vede onde quete, aure serene,
Desia di far ritorno al proprio nido:
Nè dal nocchiero il novo invito aspetta,
Che tutti accoglie e molto più s'affretta;
Così questi lasciar l'orride sponde
Braman del mondo e la mal fida stanza,
Ove perturba il vento il porto e l'onde,
Mentre, d'àncora in vece, hanno speranza
Di navigar con aure omai seconde,
Chè la fortuna cessa e l'arte avanza
Di lui ch'esperto siede a lor governo,
E sa tutte le vie del regno eterno.
Nè perchè rallentar voglie sì pronte
Pur soglia alcuna e intiepidire il zelo,
Egli ritarda, a cui le vie son conte,
Egli che già sentia chiamarsi al cielo,
Ma se 'n fuggì con due compagni al monte,
A soffrir sete e fame, ardore e gelo:
A privarsi di sonno e di riposo,
In Dio pregando, e 'n servir lui bramoso.
Qui dov'egli solea de' propri frutti
Dianzi ricco menar splendida vita,
In povertà di spirto i giorni tutti
Viver pensò con mente in sè romita:
E tra preghiere, e tra sospiri e lutti
Pianger le colpe omai d'alma pentita;
E fu Patrizio l'un, l'altro compagno
Picciol di nome, e di valor fu magno.
Mentre così tenea santo costume,
Dal Ciel (come si crede) alto messaggio
Spiegò sovente d'oro e bianche piume
Per consolarlo e fe' lungo viaggio.
A guisa di celeste e chiaro lume
Che segni in fosca notte ardente raggio:
E il monte ne splendeva, e il Cielo intorno
Mostrossi in vista, oltre l'usato, adorno.
Ben eleggi, s'udia, l'ottima parte,
Che non ti si torrà per volger d'anni,
Lasciato il mondo e ciò che scevra e parte
L'alma dal Ciel co' suoi fallaci inganni;
Mentre a quel Sol ch'illuminò le carte,
Pur com'aquila spieghi i santi vanni:
Soffri, com'hai comincio: e più non rompa
Sì alto volo onor mondano o pompa.
Non t'incresca lasciar quell'uso antico,
Onde il tuo nome crebbe e 'n pregio salse,
Non il tuo caro nido, o d'altro amico,
O d'altra cosa onde ti cale, o calse:
Vedi che il mondo hai contra e quel nemico,
Che in tante forme e in tanti modi assalse:
Spera in lui, che n'aita e n'incorona,
Sol dando a chi combatte alta corona.
Più bella che di quercia, ovver di lauro,
Di giustizia l'avrai: nè sì risplende
In fronte a' regi di rubini e d'auro,
E d'altra gemma, che si compra e vende:
Altra mercè più degna, altro tesauro,
Altra gloria immortal là sù n'attende
Tra quei che già lasciar, come si legge,
Qua giù di santa vita ordine e legge.
Molti seguir vorran quel santo esempio,
Che lasciò loro Benedetto in prima;
E fia rifugio a' buoni incontra l'empio
Sovra questa del monte orrida cima:
E qui sorger vedran famoso tempio
Qual sul Carmelo, o in altro estranio clima;
E qui dove ora son fronde e virgulti
Splender l'oro e i colori e i marmi sculti.
Già viene il tempo a cui parrà vetusto
Questo, in cui parlo: e qui saranno insieme
Il terzo Paolo e il glorioso Augusto,
Che vinti i regni oltre le mète estreme,
E trionfato il Gallo e il Mauro adusto,
Che ne la fuga ha sol difesa e speme,
E liberato il mar, presa la terra,
E 'l tiranno african sbandito in guerra:
E l'aquila spingendo assai più lunge,
Che mai portasse imperatore invitto,
D'or nuove spoglie a l'auro vello aggiunge,
Giungendo e spaventando Asia ed Egitto:
E pensa riunir quanto disgiunge
Il gran nemico, ond'è l'imperio afflitto:
E imposto a la Germania il giusto pondo
Poi dà pace a la chiesa e pace al mondo.
Qui spirerà col Padre eterno il Figlio
La santa impresa e santa eterna gloria:
Qui sarà loco scelto al gran consiglio,
E qual il modo fia d'alta vittoria:
E qui verranno poi con umil ciglio
A venerarne l'immortal memoria:
Qui Paolo e Carlo onor perpetuo avranno,
Mentre per vie stellanti aggiri l'anno.
Di tal nome avverrà che un poggio s'erga
Ad altezza minore, a gloria eguale:
Ove il cipresso fia piccola verga,
Perchè morendo al Ciel si poggia e sale:
Quivi Napoli bella i regi alberga,
Città vittoriosa e trionfale:
Veggio altri tempi ancor, e in altri monti
Quel ch'ora innalza tre sublimi fronti.
Così disse lo spirto in sua favella
Con angelica voce, e poi disparve,
Come sparisce mattutina stella,
Non come fumo, o come nebbia, o larve;
Restò lieto Giovanni, e di novella
Vita contento: e poi sovente apparve
L'Angelo a consolarlo. Oh, lui beato,
Col Cielo in terra a conversar usato!
Quivi talor rapito, orando intese
Misteri involti entro a più oscuri sensi:
Scala infiammata tra le nubi accese
Gli appar candida in Ciel, ch'al sole attiensi:
Quivi, a vicenda, donde pria discese,
Vede schiera salir di spirti accensi,
Come pria vide in luogo sacro e adorno
Quei già ch'al fratel suo fe' danno e scorno.
Quali sembran talor agili e preste
L'amorose colombe, ove più sparte
Son tra lor gareggiando or liete or meste,
Sol intente a volar di parte in parte:
Tai vide Angeli eccelsi in bianca veste
Fregiata d'or con magistero ed arte,
Prender da terra i spirti stanchi e lassi,
Poi verso Dio volger contenti i passi.
Quindi intese dal Ciel le sante leggi,
Gli esempi eccelsi, l'arte e il magistero,
Gli ordini, i gradi, i cori, i lumi, i seggi,
Ed ogni più sublime alto mistero:
E Te, che tutto intendi e tutto reggi
In stabil regno, e struggi ogni altro impero;
E il cor già fermo contemplando avvezzo
Ne la fuga del mondo e 'n suo disprezzo.
E il voto stabilì d'alma costante,
Onde il suo vecchio voto a Dio rinnova
Più che 'n diaspro saldo, o in adamante,
E in pietra, ch'Euro non divelli o mova;
E tra quelle frondose antiche piante
Celarsi al mondo, quanto può, gli giova;
E le frodi fuggir de gli empi e l'opre,
Dove elce in rupe, o cavo sasso copre.
Qui vincea spesso i più canori augelli,
Quando che 'l cielo è meno oscuro e fosco,
Tra verdi rami e lucidi ruscelli
Chiaman il sole, onde risuona il bosco:
E mormorar le frondi e i rivi snelli
S'udiano intorno al bel paese Tosco,
A la sacra armonia d'alte parole,
Che loda in Oriente il vero Sole.
Già fida accorra a lui turba devota,
Quai rivi al fiume, o come fiumi al mare;
Già spone il verbo, e quasi ardente rota
Segna le vie: già splende il sacro altare:
Già del suo nome in parte indi remota
Vien che la vaga fama il suon rischiare:
Già opporsi turba a' bei principi indarno
L'invidia, e turba il Serchio e l'Arbia e l'Arno.
Egli del primo rischio allor s'avvede,
E i padri aduna più canuti e saggi:
E col voler di tutti, a chi risiede
Del Re del Cielo in vece, invia messaggi;
Non era in Roma allor l'antica sede,
Che per onte depressa, o per oltraggi
Divinità non perde, anzi più alta
Il successor di Pietro al Cielo esalta.
Ma già translata in più lontana parte,
A Roma la togliea barbara terra;
Ond'ella è mesta, e tra ruine sparte
Quanto mai fosse in servitute e in guerra:
Però quel monte che l'Italia parte,
Questi passaro, e quel che poi la serra;
Entrar ne la cittade, in cui discende
Il fiume che dal lago al mar si stende.
Qui del viaggio e del lor corso al fine,
Videro i templi a tanta gloria angusti,
E circondar di tre corone il crine
Quel, che fa i regni e li concede a i giusti:
E baciar con ginocchia a terra inchine
Il piè, ch'umilia i regi e i grandi Augusti:
E che potea il leon calcare e il drago
Quando di Roma fu minor l'imago.
E riverenti e con parlar umile,
Sposero il comun voto al sommo Padre,
Ch'è di fuggir il mondo e il secol vile,
E le cose più care e più leggiadre;
E por quasi un ovil in altro ovile,
Pur come figli de l'istessa madre;
Farsi un pastor, ch'a lui s'inchina, e stringa
Quanto può vita in contemplar solinga.
E l'accuse purgaro, onde li morse
L'iniqua invidia e i suo veleni sparti,
Mostrando che giammai non torce, o torse,
Pur un lor passo da le sane parti;
Nè falso errore o vano in lor risorse:
Ma son pietose l'opre, i modi e l'arti,
E vero il culto e il zelo, e giusti i prieghi,
Perchè l'alta sua mente allor si pieghi.
E il pregar ch'a la fede e pura e prisca,
A la pietà sembiante a quella antica,
Ei propizio si mostri, e sbigottisca
Quinci l'invidia al bene oprar nemica:
Perchè i principi suoi seguire ardisca
Del casto fondator l'alma pudica,
Confermati da lui che lega e scioglie,
Nè giuste grazie niega a giuste voglie.
Consentì il sommo Padre a quanto disse
L'uno e l'altro orator di fede armato;
Quinci a Guidon, ciò che voleva, scrisse,
Qual sopra il dorso l'Appenin gelato
Pascea le greggi; egli il digiuno indisse,
Perchè si preghi Iddio com'era usato:
E rifulse la mente al sacro veglio
Del suo splendor, come lucente speglio.
In sogno a lui mostrò raggio celeste,
De gli Angeli e del Ciel l'alta Regina,
Che 'n forma di corona avea conteste
Le stelle, onde spargea luce divina:
Candida il manto e candida la veste
Come tenera neve, o fredda brina,
O quai del cigno son bianche le piume,
O come è del sol bianco il chiaro lume.
De l'istesso color dargli parea
L'abito sacro in quel lume sereno,
Questa (se lece dir) vergine Dea,
Che fece tempio a Dio nel casto seno:
Le sante leggi ancora a lui porgea,
Che sono al viver norma e quasi freno:
E con la Croce poi la sacra insegna,
Che in guerra è qui, nel Ciel trionfa e regna.
E tre candidi monti, e quinci e quindi
A lor frondeggia pur la sacra oliva,
Quasi prometta omai la pace a gl'Indi,
Che son del Gange o de l'Idaspe in riva:
Ed a te, che da noi ti parti e scindi,
Terra di fede già sfornita e priva:
Non pur qui dove crebbe, e quasi in fasce,
Perch'ella mai non ci abbandoni o lasce.
Quasi volesse dir: sia questo in vice
Di quel che 'l mio Figliuol calcò sì spesso:
Qui con l'esempio suo poggiar vi lice,
Perchè restò d'alti vestigi impresso.
Poi rivolò ne la magion felice
Con mille spirti alati intorno e appresso,
Che l'aggiran le chiome e i piedi e il lembo,
E corona le fanno e nube e nembo.
Come pronti guerrieri, ove gli addita
Di chiara tromba il suono, ad alte imprese
Danno il lor nome, e con sembianza ardita
Prendon colori, insegne, armi ed imprese:
Così turba fedel pregando unita
Vestì candide spoglie e il segno prese:
E disegnò l'albergo, ove sia fermo
Il primo voto, in chiuso loco ed ermo.
A quella parte ove cadendo oscura
Ne l'occidente il giorno, è volto il colle
Non di pietra, che l'alpe al ferro indura,
Ma costrutto di tufo e creta molle:
Là per arte sublime e per natura
Tra ruine e dirupi al Ciel s'estolle;
Ma chi riguarda in quella orribil ombra
Il cor s'agghiaccia e di terror s'ingombra.
Tal che ritrae da parte ima e profonda
La vista paurosa e insieme il piede,
Chè riparo no 'l guarda o no 'l circonda,
Ma a largo precipizio il calle ei vede:
Ne la sua forma par selvaggia fronda
Il colle angusto e di lunghezza eccede;
Ma diventò (qual fosse il suo maestro)
Vago e colto, di rozzo e di silvestro.
Qui la torre drizzò che guarda il passo,
Là dove il dorso in un si spicca o fende:
E gran fossa scavò, che manda al basso
L'acqua, pur come d'alto il Nil discende;
Fece il ponte e il bel tempio ove più basso
Il verde colle giù declina e pende:
Appresso ombrosi seggi e chiostra e loggia.
Là 've si scende contemplando e poggia.
Da vie d'ombre coperte intorno è cinto,
Quai da ghirlande al novo sol frondose:
Da l'istesse è diviso, anzi è distinto
Da le vermiglie e da le bianche rose:
E d'ogni altro colore ha il suol dipinto
Quel, che le piante e i fior così dispose:
Ombre vi fa di foglie insieme ordite,
E quasi gemme la feconda vite.
Spiega quivi il cipresso a l'aura i crini,
Quasi in funesta pompa il colle ornando;
S'ergono in parte ancor gli abeti e i pini
Con l'alte cime eccelsi il ciel mirando:
Non è dove il terren s'innalzi o inchini,
Che giammai de' suoi frutti ivi mancando
Non verdeggi o risplenda, o non s'infiori
Frondosa oliva entro la chiostra o fuori.
Vi sono i vasi in che s'accoglie e serba
L'acqua che de le nubi il cielo distilla;
Vi son chiari lavacri, e i fiori e l'erba
Sempre vide irrigar fonte tranquilla;
Monte in più vaga forma e più superba
Non frondeggia, non gela, e non sfavilla:
Nè con più sacro aspetto altrui si mostra
Tra selve ascose antico tempio o chiostra.
Così crebbe l'albergo al Re superno
Di materie lucente e di lavoro:
Ma via più crebbe l'edifizio interno,
E più risplende che metalli ed oro:
E quanto avrà pruine e ghiaccio il verno,
E fronde il mirto e il trionfale alloro,
Tanto fian l'opre gloriose e pronte
Di que' candidi padri in verde monte.
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