TORQUATO TASSO

Le Lagrime di Cristo

1593

Edizione di riferimento:

Biblioteca scelta delle opere italiane antiche e moderne, vol. 376, Tansillo, Tasso, Erasmo da Valvasone, ed Angelo Grillo, Le lagrime di San Pietro, Cristo, Maria Vergine, e quelle del penitente, con un capitolo al crocifisso e il lamento di Maria Vergine, per Giovanni Silvestro, Milano 1838.

I.

V oi che sovente il Re d’eterno regno

Alla colonna, e ’n su la croce esangue

Qui contemplate, e ’l duro, iniquo sdegno

Ond’ aspramente egli è percosso e langue;

D’alta corona di martiri indegno

Chi si dimostra? e nega il sangue al sangue?

Deh, chi le vene mai n’ebbe sì scarse,

Che temesse versarlo ov’ ei lo sparse?

II.

Pietro non già, che fe’ la piaga all’ empio

E le ferite e ’l feritor prevenne:

E pur in sè medesmo il fero scempio

In croce dopo ’l suo Signor sostenne.

Non chi prima seguì pietoso esempio

Che, perdonando, Cristo in morte dienne;

Non Giacomo, non Paolo, o mille e mille,

Che fiumi fean, non pur sanguigne stille.

III.

Se vogliam dunque or simigliarci a Cristo,

Versando il sangue dall’umane membra;

Chi piange seco, e seco il pianto ha misto,

Mentr’egli piange, il pio Signor rassembra,

Non sei, tardo pensiero, ancora avvisto,

Ch’ei nostra umanitade a noi rimembra?

Deh, concediamo i pianti ai pianti amari:

E l’uom pietà da Dio, piangendo, impari.

IV.

Udiste il grido che nel ciel risuona,

Pregando il Padre in dolorosi accenti;

E’ s’invitta virtù ch’altrui perdona,

Secura nella morte e nei tormenti,

Ci manca a gloriosa, alta corona,

E non è chi morire ardisca o tenti,

Non ci manchi pietate, e non sia priva

Del largo umor ch’in lagrime deriva.

V.

Il Re nella spietata e dura morte,

Di cui si duol natura e ’l ciel si sdegna,

Magnanima virtù costante e forte,

Con la sua voce a’ suoi fedeli insegna:

Pietà mostra, piangendo: ahi, fide scorte

Di seguir lui, che già trionfa e regna.

Seguiam Cristo con ambe al ciel sereno;

Chi non è forte, sia pietoso almeno.

VI.

Ma chi piange? e che piange? alme pietose,

Pensate meco, è l’Uom che duolsi e piange.

Ma l’Uomo è Dio, che ’l suo divino ascose

Nel suo mortal che s’addolora ed ange.

L’uom freme, e freme Dio ch’a sè n’impose

Il peso; e non avvien ch’egli si cange:

Ma fa il caduco eterno, ond’ei s’adora;

Tal che al pianger dell’Uom Dio stesso or plora.

VII.

Quel che librò la Terra, e tanti intorno

Cieli eterni e lucenti a lei sospese,

E diede il Sol, ch’è suo gran lume al giorno,

E nella Notte altri splendori accese;

Quel, che nel far suo magistero adorno,

Piacque a sè stesso, e sè medesmo intese;

Di sua gloria contento e di sua luce,

Or fatto umano a lagrimar s’induce.

VIII.

Quel ch’è Bontà sovrana, e sommo Amore,

Nè cerca fuor di sè gioia o diletto,

Or piange, e stilla in lagrimoso umore

Di nostra umanitale il puro affetto.

Deh, qual alpestro sasso intorno al core

S’accoglie? e com’è ’l gelo in lui ristretto?

Se diaspro non è ch’ivi s’impetra,

Fonte di pianto abbia percossa pietra.

IX.

Ma che pianga primiero il Re de’ regi?

Piange l’umanità quand’egli nasce;

Ed ornando umiltà d’eterni pregi,

Pur com’uom piange e stride, in cuna  ’n fasce.

E s’altri gli aurei alberghi e gli aurei fregi,

Per seguir lui, vien ch’abbandoni e lasce,

Care lagrime sparga in dolci tempre,

E col pianto di Cristo il suo contempre.

X.

Che piange il pio Signor? piange uom sepolto;

E più l’ altrui che la sua morte acerba:

Piange l'amico suo, da nodi avvolto,

A cui libera vita il ciel riserba.

Freme l’ardente spirto, e bagna il volto.

Or non si piegherà mente superba,

Che, sdegnando l’umana, umil natura,

Sè stessa inaspra, e contra il duol s’indura?

XI.

Tu, che ti vanti pur d’alma tranquilla,

E sei duro via più di quercia o d’elce,

O di qualunque al ferro arda e sfaville,

Con varj colpi ripercossa selce:

Pietoso amore a noi dal cielo instilla

Il Re dej cielo; e per suo dono ei dielce:

Perchè altero ten vai col viso asciutto,

S’al buon servo di Cristo è gloria il lutto?

XII.

Se fece al fido amico onor supremo

Di lagrime pietose il Re celeste,

Chi nega d’onorarlo al giorno estremo,

Quand’ei si spoglia la corporea veste?

Ahi, di vera pietà te, o privo o scemo,

Or chi sarà ch’ in te l'accenda e deste;

Se non se il pianto, ond’il Signor c’invita

A lagrimar la morte, e pria la vita?

XIII.

Chi piange Quel che fece il cielo e ’l mondo?

Piange altera città, che stanca al fine

Vinta cadeo sotto  ’l gravoso pondo

Delle sue minacciose, alte ruine.

Ma l'uom pianto si leva; e d’atro fondo

Di gran sepolcro innalza il viso e ’l crine:

La Città lagrimata è sparsa a terra,

Precipitando in ostinata guerra.

XIV.

Ma l’uno e l’altra al fin in ciel risorge,

Fatta secura da contraria possa.

L’uno e l’altra s’eterna, e s’altri scorge,

O se cerca qua giù ruine ed ossa,

Erra col volgo errante, e non s’accorge

Che torna l’alma al cielo, ond’ella è mossa,

E ch’ivi splende ancor perpetua norma

Di città non caduta, e vera forma.

XV.

O di quai pietre fa novo restauro

E le cadute mura il Fabbro eterno,

Gerusalem celeste! e l’Indo e ’l Mauro

Elegge a prova, e non ha gente a scherno.

O quali ornai d’alte colonne e d’auro,

Opre maravigliose in te discerne,

Perch’io disprezzi ancor teatri e terme,

In parti quasi solitarie ed erme!

XVI.

Ma s’è tanta virtù nel pianto amaro,

Ond’egli il volto, lagrimando, asperse;

Se, dall’oscura tomba al ciel più chiaro

Il sepolto, per lui, già gli occhi aperse:

E per lui, quanto atterra il Tempo avaro,

O consuman le fiamme, e l’armi avverse,

Risorge al cielo, e vie più adorno e grande,

Felici quegli a cui si versa e spande.

XVII.

Or tu, che fosti eletta al grande Impero

Della terra e del ciel, Roma vetusta,

Caduta spesso dal tuo seggio altero

Sotto vil giogo d’empia gente ingiusta;

Risorta poi, col Successor di Piero,

In maggior gloria della gloria augusta,

Ripensa onde cadesti, e ch’ or t’estolli,

Coronata di Tempj in Sette Colli.

XVIII.

E ben chiaro vedrai che ’l sangue sparso

Di tre Decj, in lor fero, orribil voto,

E quel di Scipio e di Marcel fu scarso

Al tuo peccar ch’ era a te stessa ignoto.

Ma poi che ’l vero Lume è in terra apparso,

Non dico il sangue, il lagrimar devoto

Di que’ fedeli, a cui ’l tuo rischio increbbe,

Più ti difese, e più l’onor t’accrebbe.

XIX.

Lagrimosa pietà di ben nate alme

Te difese non sol d’estranea gente,

Ma t’acquistò corone e sacre palme,

E ti fe’ lieta trionfar sovente.

Deh, leva al ciel con gli occhi ambe le palme,

E ’l Pianto di Gesù ti reca a mente,

Sì che tu pianga, e dal suo duolo apprenda

Santa virtù, che fera colpa emenda.

XX.

Se beato è chi piange, in largo pianto

Si strugga il tuo più denso e duro gelo;

E l’amor tuo profan si volga in santo,

E l’odio interno in amorosa zelo

Già di fortezza avesti e gloria e vanto;

Abbilo or di pietà, ch’innalza al cielo.

Sembra Roma celeste agli occhi nostri

Com’è l’idea negli stellanti chiostri.

Il fine delle Lagrime di Cristo

Indice Biblioteca Progetto Leopardi

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 23 giugno 2008