Torquato Tasso

[Le lagrime della beata Vergine]

1593

Edizione di riferimento:

Biblioteca scelta delle opere italiane antiche e moderne, vol. 376, Tansillo, Tasso, Erasmo da Valvasone, ed Angelo Grillo, Le lagrime di San Pietro, Cristo, Maria Vergine, e quelle del penitente, con un capitolo al crocifisso e il lamento di Maria Vergine, per Giovanni Silvestro, Milano 1838.

I

Piangete di Maria l' amaro pianto

Che distillò da gli occhi alto dolore,

Alme vestite ancor di fragil manto,

In lagrime lavando il vostro errore;

Piangete meco in lacrimoso canto

L' aspro martir che le trafisse il core

Tre volte e quattro; e ciò ch' alor sofferse

Sentite or voi, de la sua grazia asperse.

II

Chiaro sol, che rotando esci del Gange,

D' alta corona di bei raggi adorno,

Piangi dolente or con Maria che piange

E piovoso ne porta e oscuro il giorno.

Tu piangi il duol che la scolora ed ange,

O luna, cinta di procelle intorno;

E voi spargete ancor di pianto un nembo,

Pallide stelle, a l' ampia terra in grembo.

III

Con la madre di Dio tu piangi, o madre

De' miseri mortali, egra natura;

E l' opre tue più belle e più leggiadre

Piangan teco, gemendo in vista oscura;

Piangan le notti tenebrose ed adre

Oltre l' usato; e quei ch' il sasso indura

E 'l vento e 'l gelo inaspra, orridi monti,

Spargano i lagrimosi e larghi fonti.

IV

E corra al mesto suon de' nostri carmi

Lagrime il mar da l' una a l' altra sponda;

e, perch' io possa a pieno al ciel lagnarmi,

Sia lutto e duol quanto la terra inonda.

Piangan con le pitture a prova i marmi,

Del cor men duri, ove 'l peccato abonda;

E l' opre d' arte muta, alte colonne,

Sembrin le statue lagrimose donne.

V

Tu, Regina del ciel, ch' a noi ti mostri

Umida i lumi e l' una e l' altra gota,

Fa di lagrime dono a gli occhi nostri,

Ed ambe l' urne in lor trasfondi e vota,

Perchè, piangendo, a gli stellanti chiostri

Teco inalzi il pensier l' alma devota;

Parte del Tebro in su la verde riva

Il tuo santo dolor formi e descriva.

VI

Già 'l suo Figlio immortale avea riprese

Le membra, che sentir di morte il gelo,

Co' segni ancor de le mortali offese;

Ma più del sol lucente in bianco velo,

E come vincitor d' eccelse imprese,

Era tornato fiammeggiando al cielo,

Ancisa morte e vinto il cieco inferno,

E l' alme pie rendute al regno eterno.

VII

Ella medesma, che 'l crudele assalto

Dar vide al dolce Figlio e 'n mente il serba,

E vide tinta di sanguigno smalto

La lancia onde sentì la doglia acerba,

Lucido il mirò poi levarsi in alto

E trionfar di morte empia e superba,

Sovra le nubi ergendo e sovra i venti

Il suo trofeo fra mille schiere ardenti.

VIII

Or tutta in sè raccolta, al fin rimembra

Quanti per lui sofferse aspri martiri

Dal dì ch' egli vestì l' umane membra,

E quante sparse lagrime e sospiri,

E 'n questo suo pensiero altrui rassembra

Freddo smalto ch' umor distilli e spiri:

Ben mostra a noi quel che contempli e pensi

Chi la dipinse e colorilla a' sensi.

IX

E prima le sovvien ch' il nobil pondo

Senza fatiche espose e senza duolo

Nel fosco de la notte orror profondo

Fra duo pigri animali, in umil suolo,

Quando il suo Re produsse al cieco mondo;

E vide ignota stella il nostro polo

A' peregrini regi in Oriente

Segnar co' vaghi rai la via lucente.

X

Rimembra l' umil cuna e i rozzi panni

E 'l dolce lamentar del picciol Figlio

E 'l suo pargoleggiar ne' teneri anni,

Quando angelo era pur d' alto consiglio;

E 'l sospetto d' Erode e i primi affanni

De la sua fuga e del suo gran periglio;

E per notturne vie l' alte tenebre

D' Egitto, ove trovò fide latebre.

XI

Poscia il perduto suo Figliuol le riede

A mente, e quel dolor ch' alora aprilla;

E ne' begli occhi la pietà si vede

Che dolorose lagrime distilla:

Duolo a duol, lutto a lutto a lei succede,

Ferro e face è il martir ch' arde e sfavilla;

E mostra ben ne' lagrimosi sguardi

Quante ella abbia nel core e fiamme e dardi.

XII

Alla colonna il pensa, e stille a prova

Ella versa di pianto, egli di sangue;

E imaginando il suo martir rinova

Martir de l' alma che s' afflige e langue.

Pensa poi come in croce estinto ei giova,

Anzi vita ne dà: mirabil angue,

Ch' unge del nostro error l' antica piaga;

Così pensando, in lagrimar s' appaga.

XIII

E fra sè di suo cambio ancor s' attrista,

Donna chiamata; e si lamenta e duole

Che perde un Dio figliuolo, un uomo acquista;

E ripensando a l' oscurato sole,

Al ciel ch' apparve tenebroso in vista,

Al vacillar de la terrena mole,

Piange co 'l mondo il suo Fattore insieme,

Che disse in croce le parole estreme.

XIV

Par nel volto del sol minore eclissi

Ch' in quel de la sua Madre afflitta ed egra;

O in quel del Figlio, in cui 'l divino unissi

Co 'l mortal, che si parte e no 'l rintegra.

Ma sua divinitate alor coprissi

Con la nube di morte orrida e negra;

E ricoperta la divina luce

A lagrimar le donne e 'l cielo induce.

XV

Sembra poi ch' il pensiero al dì rivolga

Che l' ebbe essangue, anzi sanguigno in seno

Con mille piaghe; e 'n ricordar si dolga,

Impallidito il bel volto sereno;

E 'n duo fiumi i begli occhi alor disciolga,

A le querele sue lentando il freno;

E i piè membrando, e questa mano e quella,

Che fece il sole ed ogni ardente stella.

XVI

Sparso nel dolce seno, ond' egli nacque,

Di lagrime e d' odori e 'n lino avolto,

Maria poscia il contempla, e come ei giacque

Nel grembo de la terra al fin sepolto.

Questo pensier d' amare e tepide acque

A la Vergine inonda i lumi e 'l volto:

Però questa del cielo alta Reina

Gli occhi nel suo dolore a terra inchina.

XVII

Là dove in tanto le tartaree porte

Rompe il Re vincitore e doma e spoglia

I ciechi regni de l' oscura Morte,

Pria che gli antichi spirti il cielo accoglia;

Come apparisse il glorioso e forte

Con lucente, immortale e lieve spoglia,

Nè stil, nè penna mai, nè lingua esprime,

Nè l' intende pensier santo e sublime.

XVIII

Qual interno pittor giamai dipinse

Nel cor, che di suo spirto è vivo tempio,

La sua vittoria onde la Morte estinse,

Non pur le pene e 'l sanginoso scempio?

E chi di lei che nel Signor s' incinse

Potè ritrar, quasi da vero essempio,

Le lagrime, i pensieri, i santi affetti?

E com' esser traslata al cielo aspetti?

XIX

Alziamo or con Maria, d' amore acceso,

Il pensier nostro, come fiamma o strale;

Seguendo alto Signor ch' in cielo asceso

Siede a destra co 'l Padre, al Padre eguale;

Nè di terreno affetto il grave peso

Tardi la mente, che s' inalza e sale.

Alziamo il pianto, e sovra 'l cielo ascenda

Sol per sua grazia, ed ella in grado il prenda.

XX

Ed in santa dolcezza amor converta

Quel che d' amaro il nostro fallo asperge.

Piangea la Madre alor, quasi in deserta

Valle di pianto, ove 'l dolor sommerge.

Piangea per gran desio, secura e certa

Già de la gloria, ov' ei ne chiama ed erge,

Ove di stelle alta corona e veste

Avrà di sole, in maestà celeste.

XXI

E piangea stanca pur nel corso umano

E co 'l peso mortal, ch' è grave salma,

Mesta e solinga; e già nel ciel sovrano

Bramosa di salir la nobil alma.

Ancisi intanto da furore insano,

Aveano i fidi suoi corona e palma.

Piangea gli altrui martìri e 'l proprio scampo

Ne la vita, ch' a morte è duro campo.

XXII

E, piangendo diceva: “Oh com' è lunga

La mia dimora, anzi l' essiglio in terra!

Deh sarà mai ch' a te ritorni e giunga

Pur come da tempesta o d' aspra guerra?

Bramo esser teco, o Figlio: a te mi giunga

Quella santa pietà ch' il ciel disserra.

Se non son de la Madre i preghi indegni,

Chiamami pur dove trionfi e regni.

XXIII

Deh non soffrir che si consumi ed arda

Tra speranze e desiri il cor penoso.

Odi la Madre che si lagna e tarda,

Odi la Madre pia, Figlio pietoso;

E se già lieta io fui dove si guarda,

Quasi per ombra, il tuo divino ascoso,

Quante avrò gioie in ciel, s' io ti riveggio

Coronato di gloria in alto seggio?

XXIV

Mostrati, o Re di gloria, o Figlio, omai,

Tu che servo apparisti in tomba e 'n cuna;

E fa contenta a' chiari e dolci rai

La vista mia ch' amaro duolo imbruna.

Tra gli occhi cari e i miei, c' han pianto assai,

Non s' interponga o sole o stella o luna.

Cedete al mio desir, pianeti e cieli,

Perch' a la Madre il Figlio al fin si sveli”.

XXV

Così dicea nel lutto. E voi portaste,

Angeli, al Figlio il suon devoto e sacro,

E le lagrime sue pietose e caste,

Bench' uopo a voi non sia pianto o lavacro.

Or, se mai d' altrui duol pietà mostraste,

Portate queste mie ch' a lei consacro;

E 'l lagrimoso dono, o spirti amici,

Offrite, o sempre lieti e 'n ciel felici.

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Ultimo aggiornamento: 23 giugno 2008