TORQUATO TASSO

DISCORSI DEL POEMA EROICO

(edizione 1824)

Edizione di riferimento

Torquato Tasso, Discorsi del poema eroico e lettere poetiche dello stesso e d’altri,  particolarmente intorno alla Gerusalemme, Milano, MDCCCXXVIV, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani.

Discorsi del poema eroico

LIBRO SESTO

Il trattar delle forme in tutti modi, illustrissimo Signore, apporta seco grande oscurità e gran malagevolezza; perciocchè s’altri considera le forme separate, ch’idee sono state dette da’ filosofi, può di leggieri esser persuaso ch’elle o non siano, o nulla giovino a’ nostri umani arteficj ed all’operazioni de’ mortali; e, se non persuaso, almen dalla contraria ragione è costretto di lasciar così alta contemplazione: ma, contemplando le forme nella materia, trova ancora grandissima difficultà; perciocchè la materia è cagione d’incertitudine e d’oscurità: laonde alle tenebre ed agli abissi dagli antichi filosofi fu assomigliata: ma separandole con l’imaginazione, divien quasi bugiardo; e se pur non dice menzogna, non contempla a fine d’alcun bene. Nelle parole similmente molti dubbi apporta la contemplazione delle forme; e il conoscerle e il distinguerle è così malagevole, che niuna più difficile impresa si propone all’eloquente. Tutta volta è quasi necessario; perchè la natura, o l’arte, sua imitatrice, ha segnate le cose tutte de’ proprj caratteri, o delle proprie note che vogliam dirle, delle quali altre sono maggiori, altre minori. Talchè di acutissimo intelletto fa mestiere in discèrner le più minute: e noi l’abbiam tralasciate, o come fatica poco utile, o come troppo nojosa. Ma delle maggiori abbiamo discorso ne’ precedenti, e ne tratteremo ne’ seguenti: e quantunque il contemplar l’idea del bene fosse studio più conveniente a questa età ed a questa fortuna, ed io potessi farlo con maggior grazia di V. S. illustrissima, nondimeno credo che non le debba esser grave di legger quel che ragionevolmente si può conchiudere dell’idea del bello, nella quale la poesia è più intenta, che in tutte l’altre. Laonde alcuni hanno creduto che questa sola fosse il segno e quasi la meta di tutti i poeti, fra’ quali è il Fracastoro: ma, considerando le sue proprietà, questo inganno di leggieri ci sarà manifesto.

Molti hanno creduto che ’l diletto che nasce dalle cose piene di grazia, e ’l riso sia l’istesso; però in tutte hanno cercato di moverlo, e tutte le scritture hanno pieno di questo loro artificio: le novelle, le lettere, l’orazioni, le satire e gli altri capitoli burleschi, le commedie, e ’l poema eroico ancora hanno voluto quasi sparger di questo sale, e per poco la tragedia medesima, la qual volentieri riceve le grazie, ma e nemica del riso, come dice Demetrio Falerèo. E dell’istessa natura è, per mio avviso, il poema eroico, il quale mosse peravventura un riso terribile col Ciclope; ma nell’istesso modo poteva moverlo la tragedia d’Euripide chiamata col suo nome, se pur è tragedia, e non satira come alcuni hanno creduto: ma essendo poema tragico, è de’ meno perfetti, perchè ne’ perfettissimi il riso non avrebbe peravventura alcun luogo, come non l’ha nel poema eroico, se non in quel modo che s’è detto, pieno di acerbità e di spavento, e lontano dalla disonestà: anzi questo non è propriamente riso; perchè il riso nasce dalle cose brutte, senza dolore. Le parole dunque che mettono innanzi agli occhi la bruttezza, possono muovere a riso; le quali, essendo quasi immagini delle cose brutte, sono brutte parole. Ma le belle parole sono cagione di quel grazioso diletto ch’al poeta eroico ed al lirico oltre tutti gli altri è conveniente; e conviene ancora alla tragedia, ma non tanto. Da cagioni opposte dunque nascono il riso e ’l grazioso; cioè l’uno dalle belle, e l’altro dalle brutte; e sono differenti, come Tersite ed Amore. Ma l’uno e l’altro nondimeno nasce con la meraviglia, perch’ella suole accompagnare l’une e l’altre. Laonde ei meravigliamo de’ nani e delle brutte vecchie c’hanno volto di bertuccia, come avea Gabrina; e ci meravigliamo ancora della bellezza giovenile: però Laura ancora fu chiamata mostro dal suo gentil poeta:

O delle donne altero e raro mostro.

Ma benchè la meraviglia nasca dall’una e dall’altra poesia, cioè da quella ch’imita le cose brutte, e da quella che rassomiglia le belle, nondimeno non è così propria dell’una come dell’altra: perchè tosto suol mancare la meraviglia delle cose brutte, le quali con la novità perdono ancora l’estimazione; ma la meraviglia delle cose belle è più durevole e di maggiore stima. E bellissimo oltre tutti gli altri poemi è l’eroico; laonde questo diletto è suo proprio.

Ed ancora il poema eroico è magnificentissimo; e per questa altra ragione ancora gli si conviene. Nè per altro, s’io dritto estimo, l’opere di altissima e di regale magnificenza furono chiamate miracoli del mondo. E quantunque io non biasimi il Pontano, il qual volle che l’officio di ciascuno poeta fosse muover meraviglia, nondimeno a tutti gli altri stimo assai meno convenirsi, ch’al poeta eroico, e se di questo solo avesse inteso il Fracastoro, non avrebbe peravventura errato soverchiamente, assegnandogli per fine l’idea del bello. Ma se molte sono l’idee, e quella della magnificenza e della gravità sono differenti da quella della bellezza, a molte idee rivolge gli occhi il poeta eroico, ed in questa non meno, che nell’altre: e già s’è detto che le parole belle, e le vaghe, e le graziose sono appropriatissime a questa forma, delle quali il Petrarca, e ’l Tasso, e gli altri composero le loro composizioni, intessendo gli amori, e i lusignuoli, e i gigli, e i ligustri, e le rose nella meravigliosa testura delle rime toscane; perchè in niuno altro si leggono questi nomi o gli altri sì fatti così spesso. Ma i concetti e le cose ancora deono essere convenienti, perchè il poeta indarno proverebbe con la forza delle parole far ch’una Furia infernale rassomigliasse una Venere: ma dee quasi dipingere col suo stile la sua donna ora in forma di Ninfa, or d’altra Diva che del più chiaro fondo di Sorga esca, o far verdeggiare, il lauro e ’l ginebro, e descriverci e quasi ponere innanzi gli occhi le selve, i colli vestiti d’alberi, e le campagne e i prati ornati di fiori, e i fonti, e i fiumi

Ch’avean pesci d’argento, arene d’oro;

e le carole [1] delle Ninfe, in guisa che noi veggiamo come

Su le minute arene e ’n su le sponde

Danzava Dori, ed Aretusa a paro

Sovra i delfini, di vermiglie rose

Coronati;

e l’altre cose che seguono, o che precedono. In due modi adunque il grazioso è differente dal ridicolo: nella materia, e nell’elocuzione. La materia che muove riso, è quella ch’abbiamo quasi dimostrata; ed oltre a ciò le favole, come quelle d’Esopo, e l’altre note nelle satire, e le immagini, come quella del Gallo [2] dimostrata da Cicerone. Ma delle cose che ci pajon graziose, abbiam già detto a bastanza.

Dell’elocuzione possiamo anco ragionare. Il parlare è spesse volte grazioso per la brevità; ma dilatandosi perde la grazia: e di ciò abbiamo uno esempio lodatissimo appresso Senofonte, oltre molti altri che si potrebbon raccogliere dal medesimo autore e dagli altri. L’esempio è quel del fiume Telesboa addotto dal Falerèo, ad imitazione del quale io dissi parlando del Metauro :

O del grande Appennino

Figlio picciolo sì, ma glorïoso;

laddove s’io avessi spiegato questo concetto con più lungo giro di parole, di leggieri avrebbe perduta ogni grazia. Assai graziosi sogliono esser per la medesima cagione i piccioli poemi; e ne’ piccioli poemi i piccioli versi, come quelli di Guido Cavalcanti:

Perch’io no’ spero di tornar giammai,

Ballatetta, in Toscana,

Va tu leggiera e piana

Dritto a la donna mia,

Che per sua cortesia

Ti farà molto onore.

Ma le figure della forma graziosa possono più agevolmente esser ricevute dal poema eroico, e mescolate con quelle della magnificenza e con l’altre. Una fra l’altre è la repetizione, o la replica che vogliam dirla, la quale, comechè sia attissima ad irritar gli animi, può esser nondimeno usata per acquistar grazia, come in quella canzone del Tasso:

E cantando diceano: Udite, udite

L’avventuroso lato di costei,

Mortali fortunati, età beata.

Nasce ancora dalla traslazione, o dalla metafora, la quale s’accomoda ancora in questa forma, come in que’ versi del Petrarca:

Tu ’l vedi, Amor, che tal arte m’insegni.

Non so, s’ i’ me ne sdegni;

Che ’n questa età mi fai divenir ladro

Del bel lume leggiadro, ec.

e in quegli altri:

Una chiusa bellezza è più soave.

Benedetta la chiave, che s’avvolse

Al cor, e sciolse l’alma, ec.

E dalle parole basse e volgari suol nascere alcuna volta il grazioso, e da’ proverbi più che dall’altre, come nella istessa canzone del Petrarca:

Un’umil donna grama, un dolce amico.

Mal si conosce il fico.

E dalla comparazione ancora nasce la grazia, come nella canzone ch’abbiamo addotta:

E come augello in ramo,

Ove men teme, ivi più tosto è colto;

Così dal suo bel volto

L’involo or uno, ed or un altro sguardo;

E di ciò insieme mi nutrico, ed ardo.

E quella è comparazione graziosissima:

Che ’l poverel digiuno

Vien ad atto talor, che ’n miglior stato

Vivría in altrui biasmato.

Se le man di pietà invidia m’ha chiuse,

Fame amorosa, e ’l non poter mi scuse.

E ’l dire alcuna cosa soverchia, quasi per abbondanza, suol esser fatto con leggiadro artificio, o per usanza piuttosto, come quello:

Tal che mi fece or quand’egli arde il cielo;

e quell’altro:

Se Virgilio ed Omero avessin visto

Quel sole, il qual vegg’io con gli occhi miei.

Gli scherzi ancora, che allusiones furono dette da’ Latini, convengono a questa forma più ch’a tutte l’altre, come è quel del Petrarca:

L’aura, che’l verde lauro, è l’aureo crine;

o quell’altro, nel quale graziosamente par che scherzi della sua vecchiezza:

O s’infinge, o non cura, o non s’accorge

Del fiorir queste innanzi tempo tempie;

e quel de’ Trionfi:

Quest’è colui che ’l mondo chiama Amore;

Amaro, come vedi, e vedrai meglio, ec.

Ma perchè in questa forma bella ed ornata si ricerca principalmente il diletto, e ’l diletto nasce dalle metafore, dall’efficacia, e dall’opposizione tutte tre son proprie di questa figura; e particolarmente mi pajon belli i contrapposti, come son quelli del Bembo:

Non son, se ben me stesso e te risguardo,

Più da gir teco; i’ grave, e tu leggiero;

Tu fanciullo e veloce, i’ vecchio e tardo.

Arsi al tuo foco, e dissi: Altro non chero,

Mentre fui verde e forte: or non pur ardo

Secco già e fral, ma incenerisco e pero.

E ’l render a ciascuna cosa il Suo proprio suol esser cagione di grandissimo ornamento; come in quel sonetto:

Amor m’ha posto come segno a strale,

Come al Sol neve, e come cera al foco,

E come nebbia al vento, e son già roco,

Donna, mercè chiamando; e voi non cale.

Ma questa figura, propria dell’ornato dicitore, è talora sprezzata dal magnifico; però a torto fu ripreso il Caro dal Castelvetro, quando egli disse:

E tu mi desta, e avviva

Lo stil, la lingua, e i sensi,

Perch’altamente io ne ragioni, e scriva.

Bellissimi ancora sono ed ornatissimi gli aggiunti, i quali implicano contrarietà e contraddizione; come quelli:

E dannoso guadagno, ed util danno:

E gradi, ove più scende chi più sale;

Stanco riposo, e riposato affanno;

Chiaro disnor, e gloria oscura e nigra;

Perfida lealtate, e fido inganno:

ad imitazione de’ quali disse monsignore della Casa:

. . . avversità seconda

Mi diede Amore, e loco

M’accese al cor di refrigerio pieno.

Ed altrove:

Pietosa tigre il Cielo ad amar diemmi,

Donne; e serena e piana

Procella il corso mio dubbioso fece.

Ma questa figura è propria de’ Toscani, quantunque da’ Greci e da’ Latini ne siano usate altre assai simili, ed alcuna volta con la negazione espressa, come son quelle ἄδορα, δῶρα, ἀγάμους, γάμος, ed insepulta sepultura che fu detto da Marco Tullio, e da Catullo funera ne-funera, e da Ovidio justa injusta; ed Ennio molto prima avea detto artem inertem.

E la distribuzione o il componimento stimo ancora proprio di questa forma bella ed ornata; come per esempio:

Amor, Fortuna, e la mia mente schiva

Di quel che vede, e nel passato vòlta,

M’affliggon sì, ch’io porto alcuna volta

Invidia a quei, che son su l’altra riva.

Amor mi strugge ’l cor; Fortuna il priva

D’ogni contorto: onde, la mente stolta

S’adira, e piange; ec.

Massimamente se vi è alcuna opposizione, come quella:

I’ da man manca, e’ tenne il cammin dritto;

I’ tratto a forza, ed e’ d’Amore scorto,

Egli in Gerusalèm, ed io in Egitto.

E i membri e le parole c’hanno il medesimo fine, sono dolcissime in questa forma:

Non è sì duro cor, che, lagrimando,

Pregando, amando, talor non si smova;

Nè sì freddo voler, che non si scalde.

Anzi la rima stessa ha peravventura avuto origine da quella figura che i Latini chiamano sirniliter desinens, o pariter cadens : e nella rima le parole piene di vocali sono più dolci, e più atte in questa forma vaga e fiorita di poesia; come quelle:

Da’ be’ rami scendea

(Dolce nella memoria)

Una pioggia di fior’ sovra il suo grembo;

Ed ella si sedea

Umile in tanta gloria,

Coverta già dell’amoroso nembo;

perchè l’ultima rima, piena di consonanti, vi è giunta per temperamento; avvengachè la forma bella sia insieme la temperata, la quale schiva i freni dell’orazione, che son fatti dal concorso d’asprissime lettere, come è il polysigma in cui si fanno sentire molte s e schiva ancora il metacismo e l’altre figure sì fatte, come dice Marzian Capella nelle Nozze di Mercurio. Nondimeno, per giudicio del Falerèo, è amica del labdacismo; perchè grandissima grazia e bellezza ancora suol nascer da quelle lettere che son dette liquide, e, più che dall’altre, dalla l; anzi quando molte parole cominciano da questa lettera, se ne fa un dolcissimo composito che da’ Greci fu chiamato melismo, o una figura che vogliam dirla, come in quelle parole di Virgilio:

Quaeque lacus late liquidos;

ed in quelle dolcissime del Petrarca:

E le frondi, e gli augei lagnarsi, e l’acque.

Ed in questa forma, più che in tutte l’altre, è convenevole la dolcezza e la soavità delle rime, e la composizione delle parole e de’ versi tenera, molle e delicata. Laonde tanto son più lodati i versi, quanto sono meno interrotti e perturbati nell’ordine delle sentenze e delle parole; sì veramente ch’elle siano scelte, e sonore, e dipinte, e traslate, e abbellite dall’altre figure [3], quasi gemme intessute in un lavoro d’oro e di seta di varj colori: sia per esempio quel sonetto del Petrarca:

Erano i capei doro a l’aura sparsi,

Che ’n mille dolci nodi gli avvolgea;

E ’l vago lume oltra misura ardea

Di que’ begli occhi, ch’or ne son sì scarsi:

E ’l viso di pietosi color farsi,

Non so se vero o falso, mi parea:

i’ che l’esca amorosa al petto avea,

Qual maraviglia, se di subito arsi?

e quel che segue. E quell’altro di Monsignor della Casa, nel quale una volta sola l’un verso entra nell’altro:

Dolci son le quadrella, ond’Amor punge;

Dolce braccio le avventa; e dolce e pieno

Di piacer, di salute è ’l suo veneno;

E dolce il giogo, ond’ei lega e congiunge:

Quant’io, Donna, da lui vissi non lunge,

Quanto portai suo dolce fòco in seno,

Tanto fu ’l viver mio lieto e sereno;

E fia finchè la vita al suo fin giunge.

Come doglia fin qui fu meco e pianto,

Se non quando diletto Amor mi porse,

E sol fu dolce, amando, il viver mio;

Così fia sempre: e loda avronne e vanto;

Che scriverassi al mio sepolcro forse:

Questi servo d’Amor visse e morío.

Ma l’usar molte parole, le quali abbiano principio dalla m, conviene al pianto; e peravventura in questa medesima forma è conveniente, come:

Di me medesmo meco mi vergogno.

Ma s, r sono asprissime oltre l’altre, però nella magnifica avranno luogo più agevolmente, e nella grave ancora, nella quale tre cose parimente si considerano: le sentenze, le parole, e la composizione. Ma alcune cose sono gravi per sè stesse, che, essendo narrate, fanno più grave il parlare; ma non basta che le cose sian gravi, s’elle non son dette con gravità, come quelle:

Per le camere tue fanciulle e vecchi

Vanno trescando, e Belzebub in mezzo

Co’ mantici, e col foco, e con gli specchi.

Già non fostu nudrita in piume al rezzo;

Ma nuda al vento, e scalca fra gli stecchi:

Or vivi sí, ch’a Dio ne venga il lezzo.

La brevità in questa forma si richiede più ch’in tutte l’altre: perciocchè il molto nel poco si mostra molto più grave: però gli Spartani, ch’erano di natura gravissima, parlavano brevemente. Il comandar ancora si fa con brevi parole; e ’l riprender le cose presenti porta seco non mediocre gravità, come si conosce in que’ versi;

. . . . . . . . . . . . .

Nè trovo chi di mal far si vergogni.

Che s’aspetti non so, nè che s’agogni

Italia, che suoi guai non par che senta,

Vecchia, ozïosa e lenta.

Dormirà sempre, e non fia cui la svegli?

Nondimeno è pericoloso; e il lusingar è pieno d’indignità: e tra questo e quello è quasi mezzo il riprender il vizio degli amici negli altri, facendo insieme due effetti, cioè di conservar il decoro, e di por le cose in securo. Ma con molta gravità si lodano le cose passate, quando vi sia mescolata insieme alcuna riprensione delle presenti, come in que’ versi:

L’antiche mura, ch’ancor teme ed ama,

E trema ’l mondo quando si rimembra

Del tempo andato, e ’n dietro si rivolve;

E i sassi, dove fur chiuse le membra

Di ta’ che non saranno senza fama,

Se l’universo pria non si dissolve;

E tutto quel ch’una ruina involve,

Per te spera saldar ogni suo vizio.

I simboli ancor sono gravi, e l’allegorie, come quelle :

. . . . ed or siam giunte a tale,

Che costei batte l’ale

Per tornar all’antico suo ricetto;

Io per me sono un’ombra; ec.

Ma niuna cosa par più grave che ’l por nel fine quello ch’oltre tutte l’altre cose è gravissimo; come è quello:

Ira è breve furor; e chi nol frena,

È furor lungo, che ’l suo possessore

Spesso a vergogna, e talor mena a morte.

Laddove rivolgendosi l’ordine delle parole, molto perderebbe la sentenza della sua gravità. In questo modo è quello del Bembo:

Questo è le mani aver tinte di sangue;

assai parrebbe men grave, tramutandosi:

Questo è le mani aver di sangue tinte.

E quell’altro di monsignor della Casa

Crudele, or non è questo a Dio far guerra?

in qualunque modo si trasmutasse, ponendo nel fine quel ch’è nel mezzo, diverrebbe più languido per la mutazione.

L’oscurità suole ancora in molti luoghi esser cagione della gravità: perciocchè tutto quello ch’è piano ed aperto, suole esser sprezzato.

Alcuna volta ancora lo spiacevol suono fa gravità, come quello:

Però, al mio parer, non gli fu onore

Ferir me di saetta in quello stato,

E a voi armata non mostrar pur l’arco.

E quell’altro:

E per tardar ancor vent’anni, o trenta,

Parrà a te troppo; e non fia però molto.

La dolcezza del suono all’incontra, o piuttosto la tenerezza, per così dire, e l’egualità, suole esser nemica della gravità: nemici ancora della gravità son i contrapposti e le sentenze contrarie fatte con affettata diligenza e con arte viziosa, e, s’io non m’inganno, di questo vizio possono esser biasimati molti moderni dicitori: tuttavolta i contrapposti soglion gonfiare il verso; laonde, mescolati con la figura della gravità, fanno il parlar più riguardevole e più magnifico e più bello: e noi cerchiamo la bellezza e la magnificenza oltre tutte l’altre cose. Laonde lodiamo quelle orazioni e que’ poemi i quali sono esattissimi ed insieme magnificentissimi, e somigliano le statue di Fidia, ch’errano fatte con politissima arte, ed aveano insieme dell’esquisito e del grande: e possiamo in ciò securamente approvar il giudizio di Demetrio e d’Aristotele, piuttosto che l’esempio o l’autorità de’ poeti antichi.

Ma tra le figure delle sentenze che fanno la gravità, principalissima è la prosopopeja; la qual si fa introducendo a parlare la patria, come abbiamo detto, o Italia, o Roma, ch’abbia presa la forma femminile; come fece il Petrarca nella canzone a Cola di Rienzi [4], della quale abbiamo già fatta menzione:

Di costor piagne quella gentil donna

Che t’ha chiamato, acciò che da lei sterpi

Le male piante che fiorir non sanno.

Si possono introdurre ancora i padri e gli avi e quelli che son morti, come nell’istessa canzone:

E se cosa di qua nel ciel si cura,

L’anime che lassù son cittadine,

Ed hanno i corpi abbandonati in terra,

Del lungo odio civil ti pregan fine, ec.;

perchè quelle parole saran più gravi e più illustri, le quali fien dette non in propria persona, ma in persona de’ trapassati, come c’insegnò a fare Platone nel suo epitafio.

E la reticenza e l’ommissione, che noi possiam dir tralasciamento, sono usate acconciamente in questa forma del parlare, come quella:

Cesare taccio, che per ogni piaggia

Fece l’erbe sanguigne

Di lor vene, ove ’l nostro ferro mise:

e quell’altre:

Passo qui cose glorïose e manie,

Ch’io vidi, e dir non oso: alla mia donna

Vengo, ec.

quantunque possano esser fatte per altra cagione che per quella che c’insegna il Faleréo.

Io numererei ancora tra le figure le quali convengono a questa forma, l’ironia, della quale son pieni i ragionamenti di Socrate, e n’abbiamo ancora l’esempio in Dante:

Tu ricca, tu con pace, tu con senno.

E quella la qual, benchè non sia ironia, ha similitudine con l’ironia, e lascia dubbio s’ella sia fatta con disprezzo, o meraviglia.

E la dimostrazione; come quella:

Questo fu il fel, questi gli sdegni e l'ire,

Più dolci assai che di null’altra il tutto.

Le parole in questa forma deono esser le istesse che nella magnificenza sono scelte. Ma tra le figure del parlare, il raddoppiar le parole si fa acconciamente e con molta gravità, come fece Dante:

Ah Pistoja, Pistoja, che non stanzi» ec.

Gravissima ancora è quella figura detta da’ Greci Ε᾽παναϕορὰ; perchè non solo comincia nella medesima parola, ma finisce nell’istessa, e i membri sono senza congiunzione: e bisogna sapere che la dissoluzione, o ’l discioglimento che vogliamo chiamarlo, è buon maestro della gravità, laonde non conviene meno a questa forma, ch’alla magnifica, fra le quali sono comuni molte figure.

Grave ancora è l’interrogazione, perchè più dimanda, che non dice; e richiama in dubbio l’uditore, quasi egli non sappia rispondere e sia confuso; come in quelle che già sono state addotte:

Vecchia, ozïosa e lenta.

Dormirà sempre, e non fia chi la svegli?

Ed in quell’altra:

Voi, cui Fortuna ha posto in mano il freno

Delle belle contrade,

Di che nulla pietà par che vi stringa,

Che fini qui tante pellegrine spade?

E il moderarsi, e il correggersi; come:

Vergine saggia, e del bel numero una

Delle beate vergini prudenti,

Anzi la prima.

E raffermar certamente, in quel modo:

Fammi (che puoi) della sua grazia degno.

E il fermarsi molto in una cosa, e farci quasi fondamento, giova molto alla gravità; come in que’ versi del Petrarca:

E per dir all’estremo il gran servigio,

Da mill’atti inonesti l’ho ritratto; ec.

Ancora (e questo è quel che tutto avanza)

Da volar sopra ’l ciel gli avea dat’ ali

Per le cose mortali.

Ma le comparazioni non son convenienti a questa forma, perchè sono troppo lunghe. Ritiene ancora qualche parte di gravità colui il quale dice le cose odiose come piacevoli: s’ascondano alcune volte con parole pietose [5]; come, volendo persuadere un principe vittorioso alla crudeltà, il consigliero gli disse che doveva usar la vittoria; ed un altro che doveva assicurarsi del nemico. Molte altre cose son dette della gravità, le quali noi tralasceremo, perchè sono più appartenenti all’oratore, che al poeta.

Ora consideriamo l’umil forma di parlare, se non la vogliamo chiamar piuttosto tenue, o sottile; della quale diremo poche cose, perchè le molte non son necessarie al nostro proponimento. Le cose picciole sono accomodate a questa maniera, e le parole deono esser proprie ed usate: perchè tutto quello che s’allontana dalla consuetudine, è magnifico. Non si convengono dunque i nomi trasportati, o finti, o i peregrini, o gli altri detti di sopra; e l’elocuzione dovrebbe esser piana e chiara. Ma quella ch’è senza congiunzioni, è oscura, come erano gli scritti d’Eraclito; però non le si conviene. Non è disdicevole nondimeno nella commedia; perchè la dissoluzione è propria dell’azione dell’istrione: laonde riesce molto meglio disciolta, che legata. Ma nelle scritture dee aver le congiunzioni, quasi nodi e legami che la ritengano, acciocchè non si dissolva a guisa di scopa dislegata, o d’altro fascio. Deve ancora la piana, scrittura fuggir tutte le ambiguità, ed usar quella figura che da’ Greci si dice epanalepsi; nella quale si replica la medesima copula, o la medesima parola, dove temiamo che l’uditore per lunghezza non se ne sia dimenticato, come in quello esempio:

Ma pur quanto l’istoria trovo scritta

In mezzo ’l cor, che sì spesso rincorro,

Con la sua propria man, de’ miei martiri,

Dirò; perchè i sospiri,

Parlando, han triegua, ed al dolor soccorro.

Dico, che, perch’io miri

Mille cose diverse attento e fiso,

Sol una donna veggio e ’l suo bel viso.

Si deono fuggire ancora quelle maniere di parlare che si fanno con gli obliqui, perchè sono oscure; e si deve usare l’ordine naturale di parlare: e nelle narrazioni si dee cominciar dal caso retto, o dal quarto caso almeno, perchè, gli altri sogliono apportare oscurità. Non convengono ancora a questa forma nè i membri lunghi, nè i versi [6], e si deono fuggire i concorsi delle vocali lunghe e de’ dittonghi, e le figure troppo riguardevoli e l’illustri, e tutto quello che s’allontana dall’uso comune. Ma la repetizione si può usare in questa forma. Ed oltre tutte cose è in lei richiesta quella probabilità, e quella che da’ Latini è detta evidenza, da’ Greci energia; da noi si direbbe chiarezza o espressione non men propriamente: ed è quella virtù che ci fa quasi veder le cose che si narrano, la quale nasce da una diligentissima narrazione, in cui niuna cosa sia tralasciata, come si vede nelle narrazioni del conte Ugolino:

La bocca sollevò dal fiero pasto

Quel peccator, forbendola a’ capelli

Del capo ch’egli avea diretro guasto;

e nell’altre cose ch’ivi sono narrate. E quella comparazione ancora è piena di grande evidenza:

Come le pecorelle escon del chiuso

Ad una, a due, a tre, e l’altre stanno

Timidette atterrando l’occhio e il muso;

E ciò che fa la prima, e l’altre fanno,

Addossandosi a lei s’ella s’arresta,

Semplici e quete, e lo ’mperchè non sanno: ec.

Nasce ancora questa virtù quando, essendo alcuno introdotto a parlare, non solamente si descrivono le parole, ma si dipingono gli atti e i movimenti; come nel ragionamento di Farinata:

Guardommi un poco, e poi quasi sdegnoso;

ed in quel di Massinissa [7]:

Mirommi, e disse: Volentier saprei

Chi tu se’ innanzi;

ed appresso :

Intanto il nostro e suo amico si mise,

Sorridendo con lei nella gran calca,

E fur da lor le mie luci divise.

E ne’ medesimi Trionfi, parlando d’Antioco:

Ed egli al suon del ragionar latino,

Turbato in vista, si ritenne un poco;

E poi, del mio voler quasi indovino,

Disse: ec.

ed appresso:

Poi che dagli occhi miei l’ombra si tolse,

Rimasi grave, e sospirando andai.

Suol nascere ancor questa evidenza quando si dicono cose conseguenti alle cose narrate; così nel descrivere il viaggio della nave, si dirà che l’onda rotta diviene spumante, e le fa rumore intorno. E descrivendo il suono della tromba, acconciamente Ennio finse il nome di taratantara in quel verso:

At tuba, terribili sonitu, taratàntara dixit;

ad imitazion del quale disse poi il Tasso nel suo Amadigi:

La tromba ostil co ’l suo taratantara.

E l’asprezza del suono ne’ nomi finti:

Che Giove irato per vendetta tone;

o quell’altro:

Io sentia già dalla man destra il gorgo

Far sotto noi un orribile stroscio.

E la dolcezza, come quel del Petrarca:

.    .    .    .  ed acque fresche e dolci

Spargea soavemente mormorando.

E tutti i nomi finti, come rombo, rimbombo, susurro, mormorio, sibilo, fischio, e gli altri sì fatti, perchè in tutti è imitazione; ed ogni imitazione ha seco l’evidenza.

Ma perchè l’imitazione è propria del poeta, è necessario che in questa parte consideriamo l’eccellenza d’Omero e di Virgilio, a’ quali i poeti toscani non si possono paragonare di leggieri. L’arte de’ poeti, come disse Dion Crisostomo, è molto licenziosa; e quella d’Omero massimamente, il quale usò grandissima libertà, e non elesse una lingua, o con un carattere solamente, ma tutte volle adoperare, e tutte insieme le mescolò. Laonde niun tintore tinse mai sete di tanti colori, di quante egli fece l’opere sue; nè contento d’usar le parole del suo tempo e di tutta la Grecia, usò l’antiche, a guisa di vecchia moneta cavata da’ tesori di qualche ricchissimo signore; molte ancora ne ricevè da’ Barbari, e non s’astenne da alcuna, sol che gli paresse aver in sè qualche piacevolezza, o qualche veemenza; nè trasporta solamente i nomi vicini da’ vicini, ma i lontani da’ lontani, purchè addolcisca l’auditore, e, riempiendolo di stupore, l’incanti con la meraviglia; nè però li lascia nel proprio paese, o nella propria natura, ma questi allunga, altri accorcia, altri trasmuta, e quasi volta sottosopra; ed in somma si dimostra non sol facitor di versi, ma di parole, o ponendo semplicemente nomi alle cose, o sopra i propri imponendone altri di nuovo, quasi imprimendo sigillo sovra sigillo: nè si guardò da suono, o da strepito alcuno di parole, ma, per dirlo brevemente, imitò le voci de’ fiumi, delle selve, de’ venti, del fuoco, e del mare, e, oltre a ciò, de’ metalli, e delle pietre, e delle fiere, degli uccelli, delle piume, ed in universale di tutti gl’istrumenti e di tutti gli animali, e primo ritrovò xαναχὰς, e βομβος, ed altre sì fatte cose, e nominò i fiumi νορμύροντα e le saette xλάξοντας, e l’onde βοῶντα, e i venti χαλεπαίνοντας, e disse molte altre cose somiglianti, ch’in vero paiono meraviglie e riempiono gli animi di tumulto e di perturbazione. Ma Virgilio, benchè usasse alcuni nomi antichi raccolti da Ennio e dagli altri poeti, ed alcune terminazioni similmente ed alcune poche cose de’ Barbari, l’usò nondimeno con arte e con giudizio grandissimo e maturo, e rade volte, e mescolò le forme e i caratteri, ma li dispose in guisa, che nel suo poema sono molti quasi gradi d’un teatro, onde si scende poetando, e poggia; ma non si trova alcun precipizio, o alcuno intoppo soverchiamente spiacevole, il quale offenda il lettore, e, quasi stanco, l’astringa a fermarsi mal suo grado. Nell’espressione delle cose nondimeno, ed in quella che i Greci chiamano energia, fu meraviglioso ed eguale ad Omero, e col suono e col numero le imita in guisa, che ce le pone innanzi agli occhi, e ce le fa quasi vedere e udire. Veggiamo quasi cader il bue, e precipitar la notte in quelle parole:

.   .   .   .   .   procumbit humi bos.

.   .   .   .   .   ruit oceano nox.

Vedi quasi la furia de’ cavalli che s’urtano insieme, ed odi lo strepito in quelle altre:

.   .   .   .   .   perfractaque quadrupedantum

Pectora pectoribus rumpunt.

Nè meno in quelle odi il rumor delle onde, e le vedi quasi rotte e biancheggianti:

.   .   .   .   .   spuma salis aere ruebant

Convulsum remis rostrisque tridentibus aequar.

Ed odi il suono parimente in quegli altri:

.   .   .   .   .   longe sale saxa sonabant.

.   .   .   .   .   ne fracta remurmurat unda.

E s’appresenta innanzi agli occhi un ni vinoso monte d’acque in quell’altro:

.   .   .   .   .   insequitur cumulo praeruptus aquae mons.

La tardanza e la gravità in quello:

Olli sedato respondit corde Latinus.

E la tardanza parimente in quell’altro:

Proximus huic, longo sed proximus intervallo.

Ma la velocità in queste:

Radit iter liquidum, celeres neque commovet alas.

Eia age, rumpe moras; ec.

ed in questo:

Turbine corripuit, scopuloque infixit acuta,

La tardanza con lo strepito dell’armi:

Quod votis optaste, adest perfringere dextra, ec.

In clypeum assurgat, quo turbine torqueat hastam,

Ma questo ti fa quasi sentir la debolezza:

.   .   .   .   .   telumque imbelle sine ictu;

ed in quelle:

.   .   .   .   .   frigentque effoetae in corpore vires,

Ma chi è che, leggendo quest’altra, non gli paja di vedere e d’udire un furioso?

Arma amens fremit, arma toro tectisque requirit;

e in quelle non senta la percossa uella caduta, e ’l rimbombo dell’arme?

.   .   .   .   .   collapsa ruunt immania membra;

Dat tellus gemitum, et clypeum super intonat ingens,

Ma di queste cose, hanno scritto più lungamente il Trapezunzio nella sua Rettorica, e il Vida nella sua Poetica. Dante è quasi terzo fra costoro, come dice egli stesso fra cotanto senno [8]; ed è più simile ad Omero nell’ardire e nella licenza e nel mescolamento delle parole antiche e barbare, ch’a Virgilio; ed il somiglia ancora in quella che da’ Latini è stata detta evidenza; ma egli dice d’esser imitatore e discepolo di Virgilio, e peravventura il somigliò nella brevità: ma, paragonando le virtù de’ duo maestri insieme, si può dubitare qual sia maggiore: perchè l’uno mette più le cose innanzi agli occhi e le particolareggia, come disse il Castelvetro; l’altro, cioè Virgilio, sta più su l’universale, e, come pare al Castelvetro, per difetto d’arte, ma, come io stimo, per dir le cose più magnificamente, o più gravemente: perchè il descriverle minutissimamente non porta seco l’una nè l’altra virtù. Ma la virtù d’Omero è virtù propria del poeta, e d’ogni poeta; quella di Virgilio propria del poeta eroico, a cui si conviene servar il decoro, e sostener la grandezza oltre tutte l’altre cose. L’uno e l’altro nondimeno mescolò tutti i caratteri, ma questo con maggior temperamento: e perchè siccome alla fortezza è vicina l’audacia, alla parsimonia l’avarizia, così ancora alle virtù d’elocuzioni è sempre vicino alcun vizio. Virgilio fu cauto sopra ciascuno in guardarsi dalle forme viziose, le quali con diversi nomi furono chiamate da’ Greci e da’ Latini; ma Demetrio c’insegna che ’l parlar freddo è vicino al magnifico; il cacozelo, che noi, seguendo Quintiliano, possiam dire male affettato, al venusto, o grazioso; l’asciutto al tenue, l’invenusto, o ’l disgraziato al grave. Il freddo, come il diffinisce Teofrasto, è quel ch’eccede la propria esposizione, perchè una cosa picciola e minuta si espone con parole troppo grandi, le quali, ove siano senza sale, sogliono alcune volte riuscire fredde ed insipide molto, come quel che si racconta del sasso che ’l Ciclope gittò nella nave d’Ulisse, nel quale pascean le capre; ma volle per avventura Luciano far prova del suo ingegno nelle vere narrazioni, descrivendo alcune cose da scherzo in guisa che pajano graziose, quantunque superino la propria esposizione; e fu imitato graziosamente nell’Orca, la quale aveva i molini nella gola che macinavano; ed altre sì fatte meraviglie si leggono nel medesimo poeta non senza grazia: alcune nondimeno sono fredde, come pare al Vittorio) ma questo difetto è proprio di coloro che scrissero romanzi in questa lingua, i quali dicono cotali cose sciocche, che posson mover riso, e con la sciocchezza solamente. Nasce il freddo, come il magnifico, nella sentenza, nelle parole, e nella composizione; e nelle parole, per opinione d’Aristotele, in quattro modi: perchè o sono mal composte, come usavano i ditirambi; o sono di molte lingue mescolate insieme; o sono aggiunti troppo lunghi e troppo spessi; o sconvenevoli metafore. Delle parole composte viziosamente a pena possiamo darne esempio in questa lingua; ma fra le poche è quella ch’usò Boccaccio: melliflue; la qual riuscirebbe in altro modo assai fredda, come sarebbe quella soaviloqua Musa anacreontica, se ’l poeta non parlasse da scherzo; e si caderebbe di leggieri in questo vizio componendo le parole ad imitazione de’ Latini, e dicendo Diana boscschicultrice, o la cerva boschìvaga, o la prima età florìcoma, o altri simiglianti. Negli aggiunti, quando dicono il latte bianco, la neve fredda, il foco ardente, peccano, piuttosto i prosatori, che i          poeti; e questo è vizio non sol del Polifilo, ma del Boccaccio istesso in alcune dell’opere da lui composte. Nella varietà delle lingue spesso meritano d’esser ripresi i moderni dicitori; ma n’abbiamo un esempio non lodevole in quella canzone di Dante:

Ahi faulx ris, per qe trai haves

Oculos meos? et quid tibi feci,

Che fatto m’hai così spietata fraude? ec.

il quale non avrebbe per mio avviso meritato lode alcuna da Aristotele o da Demetrio, bench’essi riprendessero piuttosto coloro ch’usavano la varietà delle lingue in quel modo ch’oggi è usato da molti. Ma nelle metafore sconvenevoli peccano molti, non se ne avvedendo; laonde non fu detto con tanta grazia:

Altero occhio de’ fiumi, o bel Metauro,

con quanta Catullo avea detto: Ocelle fluminum. Ed errò alcun altro che chiamò le stelle chiodi del cielo, e che disse alla sua donna:

Son gli occhi vostri archibugetti a ruota,

E le ciglia inarcate archi turcheschi;

se pur egli non parlò da scherzo: e quell’altro il qual finse che Caronte avesse fatta la barca degli strali lanciatigli da Amore, el fiume delle sue lagrime: e colui che chiamò il velo della sua donna vela della sua fortuna. Altri vi fa, che, leggendo nel Petrarca quel leggiadrissimo verso:

Umana carne al tuo virginal chiostro,

intendendo del ventre, disse carnal chiostro, e volle intendere di tutto il corpo, e similmente carnal nido. Ma l’artificio di Dante ancora è sospetto in alcune traslazioni, come in quella:

Della vagina delle membra sue;

e ’n quell’altra:

Dentro vi nacque l’amoroso drudo

Della fede cristiana ec.

Nè lodo que’ traslati:

Ben se’ tu manto che tosto raccorce

Sì che, se non s’appon di die in die,

Lo tempo va d’intorno con le force.

Nè quella:

La luce in che rideva il mio tesoro.

Nè mi piace quella:

E ’n su le vecchie cuoja;

nè alcune altre sì fatte. In somma il parlar freddo, come dice Demetrio, è simile alla vanità; perchè siccome il vano si vanta d’aver quel che non ha, così il picciolo dicitore fa troppa ambiziosa mostra delle cose picciole e minute. L’altre forme viziose, cioè il cacozelo, e la invenustà, e l’aridità, nascono nelle medesime cose. Ma noi chiamiamo i vizj con altro nome: perchè al sublime facciamo vicino il gonfio; all’ornato l’affettato; al piano il basso: e gli esempi di tutti questi vizj si ritrovano in molti. Ma essendosi conosciute le virtù, si conoscono i vizj di leggieri, i quali tutti dee fuggire il poeta eroico, ora costeggiando gli amenissimi lidi della poesia, ora spiegando le vele nell’altissimo mare dell’eloquenza: ma schifi Scilla e Cariddi, e le Sirti, e le Sirene, oltre tutti gli altri mostri di questo mare, perch’elle incantano chi ascolta troppo attentamente l’armonia dell’amorose parole e de’ numeri che possono addormentar gli animi ed intenerirli col piacere. Laonde nell’eleggere il verso ancora dee mostrarsi giudiziosissimo il poeta eroico. I Greci e i Latini non hanno alcun dubbio nell’elezione, perchè il verso di sei piedi è attissimo oltre tutti gli altri a trattar questa materia; ma la difficoltà è in questa lingua, nella quale egli è quasi straniero, siccome sono tutti gli altri i quali camminano sovra i piedi usati da’ Greci e da’ Latini; e non hanno la rima, la quale è naturale di questa lingua, e quasi nata con esso lei, nè potrebbe farsi nella lingua latina così acconciamente, o così a lungo, senza generar fastidio, tuttochè si senta in que’ quattro versi di Virgilio:

Sic vos non vobis nidificata, aves;

Sic vos non vobis vellera fertis, oves;

Sic vos non vobis mellificatis, apes;

Sic vos non vobis fertis aratra, boves.

ed in alcuni versi d’Adriano imperatore, e in molti inni degli scrittori sacri. Il medesimo non converrebbe nell’altre lingue, le cui parole finiscono in consonanti, perchè la consonanza non sarebbe così dolce e così grata agli orecchi. Dall’altra parte la nostra lingua non è avvezza a camminar sovra i piedi che non sono suoi propri, nè conosce così bene la brevità e la lunghezza delle sillabe, come faceva la latina, la quale pronunziava diversamente e quasi cantando. Laonde s’ella pur volesse ricever i versi stranieri, non dee lasciare il proprio; ma o ritener questo solamente, o usar gli uni e gli altri a guisa di coltore, il quale con la diligenza e con artificio faccia più belle non solamente le piante del paese e le domestiche, ma le selvagge e le peregrine, perchè tutte crescono per coltura, e tutte acquistano bellezza e perfezione. Ma fra i versi nostri, quel d’undici sillabe è atto al parlar magnifico, ed è quello che riceve maggiore ornamento. Il terzetto ha troppo stretto sèno per rinchiudere le sentenze dell’eroico, il quale ha bisogno di maggior spazio per spiegare i concetti: ed oltre a ciò non ricerca una catena perpetua, nè i riposi così lontani, come sono nel capitolo; ma, spiegando i suoi concetti in più largo e più ampio giro, spesso desidera dove acquetarsi. Nel sonetto e nelle canzoni è troppa varietà di modi o di mutazioni che vogliam dirle. Laonde quella maniera di verso è più atta alle mutazioni del canto e dell’armonia conveniente al teatro. Ma nella stanza d’otto versi d’undici sillabe è maggiore uniformità, e maggior gravità, e maggior costanza e stabilità: la quale non è propia della scena, ma conviene a’ poemi eroici, come dice Aristotele medesimo ne’ Problemi, e può assai acconciamente esser cantata con armonia dorica, o con alcuna simile, s’in questa età n’abbiamo simigliante, la qual non riceva molte mutazioni, e somigli quella lodatissima non solo da Socrate e da Platone ne’ Dialoghi della Repubblica e delle Leggi, ma da Aristotele ancora ne’ suoi Problemi e nell’ottavo della Politica, e da Plutarco, e da Massimo Tirio, e da altri gravissimi scrittori. Ma la musica frigia, e la lidia, e quella che di queste è mescolata, sono più ricercate nelle tragedie e nelle canzoni, siccome in quelle che possono commover gli animi e quasi trarli di sè stessi, ma non sono atte ad ammaestrarli: benchè sino a’ tempi di Plutarco la tragedia non avesse ricevuto la maniera del canto cromatico e l’enarmonia; ma la cetera, assai più antica, da principio gli aveva cominciato ad usare. E perchè la musica non fu trovata solamente per trattenimento dell’ozio, o per medicina e quasi purgazione dell’animo, ma per ammaestramento ancora, come piace ad Aristotele nell’ottavo della Politica, potrà la musica grave e stabile e simile alla dorica servire meglio d’alcun’altra al poema eroico: però ne’ primi tempi furono i medesimi i musici e i poeti, come Lino, Orfeo, Olimpo, Femio. Da poi queste arti fur divise per l’umana imperfezione, per la quale non bastiamo a molte cose. Ed Omero istesso nell’Iliade, introducendo Achille a cantare i fatti degli eroi alla cetera, c’insegna chiaramente che l’azioni degli eroi deono esser cantate. Il medesimo ci dà a divedere nell’Odissea con l’esempio di Femio, ceteratore antichissimo fra’ Greci, il quale cantava alla tavola del re de’ Feaci. Poi Terpandro, come racconta Plutarco, aggiungendo i modi a’ suoi versi ed a quelli d’Omero, diede le leggi all’armonia, e fu quasi legislatore della musica; e fu il primo ancora che ponesse il nome e desse le leggi alle corde della cetera. Nondimeno il canto ritrovato da Terpandro fu quasi semplice sino all’età di Frínide, famosa cortigiana, la quale adulterò e quasi contaminò la musica, facendo lecito quel ch’era piacevole. E quantunque i canti di Terpandro e quelli d’Olimpo fosser cantati alla cetera di poche corde, nondimeno coloro che poi seguirono, ve n’aggiunsero molte, ma non potevano agguagliare, nè pur imitare la perfezione di que’ primi. Sacada [9] poi, essendo tre toni, il dorio, il frigio, e il lidio, in ciascuno d’essi fece un coro con le sue strofe, ovvero una canzona che vogliam dirla con le sue conversioni, ed a ciascuna ancora diede le sue leggi. Laonde le leggi furono per così dire tripartite; e ciascuno usò quelle che più gli erano a grado. Gli Spartani nondimeno amavano più le doriche, lor proprie e naturali; e Platone, benchè fosse ateniese, l’antepone all’altre, e nella composizione dell’anima, nella quale dimostrò grande studio della musica, loda più la dorica. Ed Aristotele, dopo lui, conferma nell’ottavo della Politica, che l’anima nostra è armonia, o non senza armonia. E l’istessa opinione ebbe un altro Aristotele, cognominato il Platonico, il quale non solamente nella composizione dell’animo, ma in quella del corpo dimostra la sua musica. Ma lunga opera farebbe chi volesse referire quel che n’è scritto non solamente da Platone, e dall’uno e dall’altro Aristotele, e da Plutarco, ma da Aristosseno ancora, e da Tolomeo, e da Boezio, e da Marzian Capella, e da Pietro d’Abano, e da altri più moderni. Bastici adunque d’avvertire che nel poema eroico si richiede principalmente la musica, la qual conservi il decoro de’ costumi, e la maestà, come faceva la dorica, e si schivino quelle soverchie perfezioni, o imperfezioni, per le quali Timoteo, che alle sette corde aggiunse molte altre, è biasimato da Ferecrate comico, da cui fu introdotta in scena la musica a lamentarsi con la giustizia di essere stata lacerata da Timoteo. Ne’ versi latini esametri, oltre tutti gli altri è gravissimo il verso spondaico, nel quale lo spondeo occupa il luogo del dattilo: e con questa sorte di versi e di piedi, s’io non m’inganno, soleva l’istesso Timoteo frenare il furore d’Alessandro, che dall’altra maniera di musica era concitato all’armi, come si legge in Dion Crisostomo. Numerosissimo nondimeno è quel verso esametro, nel quale il dattilo ha la penultima sede, e l’ultima lo spondeo: ed a questa similitudine sono numerosissimi ancora i nostri endecasillabi, come quel del Petrarca:

Battendo Tali verso l’aurea fronde;

e quegli altri:

Fiere e ladri rapaci; ispidi dumi.

Ed avea in dosso sì candida gonna;

e gli altri sì fatti, i quali nelle stanze del poema eroico potranno essere usati con gran convenevolezza, avendosi nondimeno risguardo alla variazione del numero: oltre a ciò la testura d’otto versi è capacissima, perchè il numero ottonario, come dicono gli aritmetici, è primo fra i numeri solidi e cubi, c’hanno pienezza e gravità. È perfetto ancora ed attissimo all’azione, perch’egli è composto della dualità, ch’è il primo moto, o il primo mobile. E perchè la musica è composta da’ pari numeri e dagli impari, e dal finito e dall’infinito, per questa cagione ancora è perfetto l’ottonario, siccome quello che si compone dal quaternario duplicato onde si forma una tessera saldissima, e dal binario quadruplicato, ed oltre a ciò dal ternario e dal quinario, che sono i primi fra’ numeri impari. E se non bastasse alcuna volta una stanza sola al concetto, si può trapassar dall’una nell’altra. Laonde il poeta eroico può elegger questa innanzi ad ogni altra testura di rime. E il Boccaccio, che prima trattò dell’armi e degli amori in questa lingua, fece di lei giudiziosa elezione; e benchè ella nel suo nascimento fosse bassotta anzi che no, nondimeno può avvenir di lei quel che del sonetto è avvenuto, il quale con la coltura acquistò grandezza e magnificenza. Scelgasi dunque la stanza, o l’ottava che vogliam dirla, per attissima al poema eroico, oltre tutti gli altri modi di rimare che son propri e naturali della favella toscana; e seguasi non sol la ragione, ma l’autorità di coloro che l’hanno adoperata in materia d’amore e d’arme: perchè, dopo il Boccaccio, in questo verso Luigi Pulci scrisse il Morgante; e ’l fratello il Ciriffo Calvanèo; ed Angelo Poliziano (uomo di gran dottrina e di gran giudizio in que’ tempi) l’amore e le giostre di Giuliano de’ Medici; e ’l Boiardo Orlando innamorato; e l’Ariosto Orlando furioso; Pietro Aretino Angelica innamorata; e Luigi Alamanni Giron Cortese e l’Avarchide; e ’l Tasso l’Amadigi e ’l Floridante, oltre il Guidòn Selvaggio che fu da lui prima cominciato; e ’l Dolce il Sacripante, Achille, e gli altri poemi; e ’l Giraldo cantò d’Ercole in questo medesimo modo; e ’l Danese di Marfisa; e ’l Bolognetto del Costante; e ’l Pigna scrisse col medesimo gli Eroici; oltre tanti altri nobilissimi ingegni che hanno trattate le favole e le materie d’amore: io dico Lorenzo de’ Medici, il Benivieni, il Bembo, il Molza, il Guarino, Egidio Romano, il Martello, gli Accademici Intronati di Siena, il Veniero, l’Anguillara, il Guarnello, il Verdizzotto, il Bonfadio, ed altri c’hanno avuta qualche fama nella lingua toscana.

Ora potrebbe alcuno dubitare qual sia più eccellente l’Èpico o ’l Tragico; perchè dell’una opinione è difensor Platone, dell’altra Aristotele: ed io con gli altri tra l’autorità d’ambedue sono quasi irresoluto; e benchè quella d’Aristotele potesse terminar la questione, nondimeno in questa materia tanto si deono considerar le autorità, quanto le ragioni. Dice Platone che l’epopeja è più perfetta, perch’ella ha minor bisogno d’ajuti estrinseci, come quella che si contenta di pochi uditori, e de’ più gravi e giudiziosi; laddove alla tragedia, dovendo essere rappresentata in scena, sono necessarj gl’istrioni, i quali alcuna volta troppo trapassano il verisimile nel contraffare e ne’ movimenti, onde sono somiglianti alle simie; e la tragedia viene in qualche modo a participar de’ lor difetti: però dee men nobile esser riputata. A questa ragione risponde Aristotele, che l’opposizione non si fa all’arte poetica, ma a quella degl’istrioni, potendo avvenire che l’epopeja ancora sia recitata con simili movimenti, come fu da Sosistrato, e cantata, come fu da Mnasitèo; e soggiunge poi che la tragedia ancora senza sì fatti movimenti conseguisce il suo fine, come fa l’epopeja, potendo per la lettura mostrar quale ella sia: laonde per l’altre cose migliore, e per questo difetto non è peggiore, non essendo necessario che si trovi nella tragedia. Dice ancora Aristotele che la tragedia ha le cose le quali sono nell’epopeja, potendo ella ancor servirsi del verso esametro, ed oltre a ciò ha la musica e l’apparato per la vista; ha maggior evidenza, ed in minor tempo conduce la sua favola a fine; laonde il piacere è più unito e più ristretto: ma quella [10] dell’epopeja è simile al vino troppo inacquato. Ultimamente dice che la favola della tragedia è più semplice, e più una, ed eccede ancora nell’offizio e nel fine dell’arte, ch’è il dilettare: laonde si può conchiudere che sta megliore, perchè meglio asseguisce il suo fine. Queste sono le ragioni d’Aristotele, le quali combattono molto contra una. Laonde sarebbe necessario che la ragione di Platone fosse quasi un altro Achille, che non si sgomentasse per la moltitudine degli avversarj. Ma considerisi il valor di ciascuno. L’opposizione di Platone non è fatta all’arte degli istrioni solamente, ma alla Poetica, o a quella parte d’essa alla quale è necessario l’Istrionica; perciocchè non è vero che tutte le poesie e la tragedia particolarmente possano aver la sua perfezione senza gl’istrioni, avvegnachè ella sia poema drammatico, o rappresentativo che vogliam dirlo, nel quale non appare la persona del poeta; laonde ha bisogno d’alcuno, che la rappresenti; e s’ella non avesse bisogno di chi la rappresentasse, non sarebbe poema drammatico [11]: ma nell’epopeja, la qual è poema narrativo, molte volte il poeta parla in sua persona; onde la rappresentazione o non è necessaria, o è soverchia e viziosa. Oltre a ciò, se la tragedia non avesse bisogno della musica e dell’apparato per conseguire il suo fine, Aristotele non avrebbe comprese l’una e l’altra parte nella diffinizione: ma, avendole raccolte nella diffinizione, sono necessarie almeno per conseguire l’ultima e propria perfezione, la quale consiste nell’esser rappresentata. Si può aggiungere a questa un’altra ragione, che l’elocuzione dell’epopeja è fatta per esser letta; ma quella della tragedia per esser recitata: laonde ha bisogno della pronunzia degl’istrioni, come si può raccorre non solo da Demetrio Falerèo, ma da Aristotele medesimo nel terzo della Rettorica, il quale conobbe manifesta la differenza fra quella elocuzione che doveva essere scritta, e quella che ricercava l’ajuto dell’azione, chiamata disciolta e pendente nell’istesso libro della Rettorica. È dunque la tragedia in questa parte gravosa, come dice Platone, e non senza carico. A quello poi che dice, che la tragedia ha tutto quello che ha l’epopeja, ed alcune cose di più, si può rispondere che quelle cose non sono sue proprie, ma quasi prestate dall’epopeja, come l’esametro; laonde non può usarlo se non rade volte; ma ordinariamente adopera riambo ed altri versi che sono minori e di minor suono e meno atti alla grandezza ed alla magnificenza; e le cose ch’ella ha di più, sono piuttosto impedimenti, che perfezioni: e se perfezione è la musica, è perfezione estrinseca: può nondimeno esser ricevuta dal poeta eroico senza alcuna difficoltà dell’apparato e del teatro e delle macchine, come abbiam già detto; anzi possono i poemi eroici esser cantati con quella sorte di musica ch’è perfettissima, come furono cantati i poemi d’Omero: e nella nostra lingua particolarmente il poema eroico ha la rima, la quale è una propria e naturale armonia. Non è anche vero che la tragedia abbia maggiore evidenza, se noi vogliam parlare dell’evidenza propria dell’arte poetica, la quale nasce da una accurata narrazione, e dagli aggiunti, e da’ conseguenti, come è quello:

.   .   .   .   .   nec fracta remurmurat unda :

anzi questa evidenza è fatta dal poeta mentre egli parla nella propria persona. Laonde la tragedia, nella quale non appare mai la persona del poeta, n’è quasi affatto priva: ma l’evidenza della tragedia nasce dall’azione degl’istrioni, senza la quale l’elocuzione è oscura, perch’ella non è fatta con alcuna diligenza, come dice Aristotele medesimo: ma è agonistica, cioè conveniente alle contese, le quali fanno gl’istrioni nel teatro; però senza l’ajuto dell’azione non fa la propria operazione, e par quasi frivola: ma questa medesima imitazione, o simulazione fatta con l’azione, e con movimenti degl’istrioni, non è in modo alcuno necessaria al poema eroico, il quale ha la sua chiarezza per sè stesso: e s’alcune volte sono stati recitati i poemi d’Omero, de’ quali fu istrione Ermodoro, come racconta Ateneo, furono ancora rappresentate l’istorie d’Erodoto; e l’istrione fu Egesio comico. Ma la rappresentazione non conveniva più all’uno, che all’altro; e mi perdoni Demetrio Falerèo, il quale fu il primo ch’introducesse nel teatro gli Omeristi. Anzi se fosse imperfezione alcuna nella poesia d’Omero, ch’alcuni versi fossero troppo deboli, altri senza capo, altri quasi tronchi nel fine, questa imperfezione egli participò dalla musica, alla quale accomodò i suoi versi, come dice il medesimo Ateneo; ma piuttosto fu artificio eccellentissimo della imitazione, nella quale il musico e ’l poeta deono esser conformi. Non posso già negare che la tragedia in minor tempo non conduca la sua favola a fine, e che quel piacere non sia più ristretto; ma avviene del diletto, il quale è nella tragedia e nella commedia, come della virtù de’ corpi piccioli e de’ grandi, perchè niuno è ch’eleggesse d’esser picciolo, quantunque la virtù sia più unita, e più dispersa quella de’ grandi: ma all’incontro è maggior virtù quella d’un corpo grande; così anco è maggiore il piacere dell’epopeja, anzi è vero piacere; laddove quello della tragedia è mescolato col pianto e con le lagrime, e pieno tutto d’amaritudine. Concedo parimente che la tragedia sia più semplice, e più una; ma non ha potuto però schivare ogni composizione ed ogni doppiezza: laonde è composta, e doppia in qualche modo: e, siccome, fra i corpi composti, quelli sono perfetti i quali sono misti e temperati di tutti gli elementi e di tutte le qualità, così avviene peravventura tra le favole, che le più composte siano le migliori. Ma non voglio già concedere che la tragedia meglio conseguisca il fine; anzi si move a quello per obliqua e distorta strada: ma l’epopeja per diritta: perciocchè, essendo duo modi del giovar con l’esempio, l’uno d’incitarci alle buone operazioni mostrandoci il premio dell’eccellentissima virtù e del valor quasi divino, l’altro di spaventarci dalle ree con la pena, il primo è proprio dell’epopeja, l’altro della tragedia, la qual giova meno per questa cagione, e porta ancora minor diletto, perchè l’uomo non è di così fiera e scellerata natura, che riponga il suo sommo piacere nel dolore e nell’infelicità di coloro che per qualche errore umano sono caduti in miseria. Concedamisi dunque ch’in questa ed in alcune altre poche opinioni lasci Aristotele, per non l’abbandonare in cosa di maggiore importanza; cioè nel desiderio di ritrovar la verità, e nell’amore della filosofia. Perciocchè in questa diversità di parere io imiterò coloro i quali nella divisione delle strade sogliono dividersi per breve spazio, e poi tornano a congiungersi nell’amplissima strada, la qual conduce a qualche altissima meta, o ad alcuna nobilissima città piena di magnifiche e di reali abitazioni, ed ornata di templi, e di palazzi, e d’altre fabbriche reali e maravigliose.

Note

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[1] Le precedenti edizioni leggono parole in vece di carole; ed era pur facile l’avvedersi di tale errore! – (Gli Edit.)

[2] Tutte le precedenti edizioni hanno Tedesco in vece di Gallo. La nostra emendazione ha per fondamento il passo che riegue: « Valde autem ridentur etiam imagines, quae fere in deformitatem, aut in aliquod vitium corporis ducuntur cum similitudine turpioris; ut meum illud in Helmium Manciam, Jam ostendam cujusmodi sis: cum ille, Ostende, quaeso: demonstravi digito pictum Gallum in Mariano scuto Cimbrico sub Novis distortum, ejecta lingua, buccis fluentibus. Risus est commotus: nihil tam Manciae simile visum est.» Cic. de Oratore, Lib. II, n. 366. – (Gli Edit.)

[3] Il participio abbellite è stato qui intruso da noi; perchè, senza di esso o d’altro simigliante, ci parea che mancasse d’appoggio la clausola dall’altre figure. – (Gli Edit.)

[4] Le tre edizioni più volte allegate hanno Renzo da Ceri. Del resto è opinione di varj Critici, e nominatamente del Ginguené, che la canzone citata qui dal Tasso (la quale incomincia colle parole Spirto gentil, ec.) fosse indirizzata non già a Cola di Rienzi, tribuno del popolo romano, come alquanti supposero, ma sì al giovane Stefano Colonna in occasione che fu questi nominato senatore di Roma.

[5] Benchè questo passo, tal quale sta, si possa peravventura difendere, massimamente se con picciolissima mutazione si leggesse s’ascondono in luogo di s’ascondano, pure non saria fuor del verisimile che il Tasso avesse dettato in quest’altra forma: ovvero le asconde alcune volte con parole pietose. – (Gli Edit.)

[6] Senza dubbio qui manca un aggiunto, il quale, per nostro avviso, dovrebb’essere spezzati; ed a ciò credere ne conforta il seguente passo cavato dai Discorsi dell’arte poetica: Umile sarà la composizione, se brevi saranno i periodi e i membri, se l’orazione non avrà tante copule, ma facile se ne correrà secondo l’uso comune, senza trasportare Giorni o verbi, se i versi saranno senza rottura, se le desinenze non saranno troppo scelte. — (Gli Edit.)

[7] Petrarca, Trionfo II d’Amore. — (Gli Edit.)

[8] Forse il pronome costoro è un glossema del primo editore intruso nel testo; onde saremmo tentati di leggere a questo modo: Dante è quasi terzo, come dice egli stesso, fra cotanto senno. Ovvero, chi volesse conservare quel costoro, si potrebbe leggere come segue: Dante è quasi terzo fra costoro, o, come dice egli stesso, fra cotanto senno» — (Gli Edit.)

[9] Sacada: Sacădas, - Σάχαδας, d’Argo, musico famoso, il quale vinse tre volte la gara ne’ Giuochi Pythici e scrisse poesie elegiache delle quali nulla s’è conservato. (Lübker, Lessico ragionato dell’Antichità) (ndr)

[10] N. B. La parola quella si riferisce a favola, come si vede nella Poetica d’Aristotele, capitolo ultimo in su la fine, ond’è levato di pianta questo passo. – (gli Edit.)

[11] Nelle tre edizioni più volte citate manca la parola poema, la quale noi crediamo necessaria; salvoche in luogo di drammatico non si volesse leggere drammatica. — (Gli Edit.)

Indice Biblioteca Discorsi di Tasso

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 03 novembre 2009