Edizione di riferimento
Torquato Tasso, Discorsi del poema eroico e lettere poetiche dello stesso e d’altri,
particolarmente intorno alla Gerusalemme, Milano, MDCCCXXVIV, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani.
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Tra i più cari e preziosi doni fatti da Iddio alla natura umana è stato quello del parlare, il quale nella dignità e nell’eccellenza si pareggia quasi alla ragione. Però tra’ Greci ebbero l’istesso nome di λογος; nome che significa l’uno e l’altra parimente: e quantunque la ragione sia quella che ci distingua dagli animali bruti, e ci faccia simili all’intelligenze ed alle nature divine, nondimeno, per opinione di molti filosofi, fu creduto che gli animali partecipassero di ragione: ed Aristotele medesimo, nell’istoria loro e ne’ libri della Generazione e delle parti, attribuisce alle fere l’ingegno, e l’avvedimento, e la prudenza: ma nel parlare esse non hanno con gli uomini alcuna convenienza; se già non vogliam credere alle favole d’Apollonio Tianeo ed alla maravigliosa filosofia di Porfirio. Però par che la favella separi l’uomo principalmente dalle bestie, e il faccia lor superiore, e quasi re e prìncipe degli animali. Anzi se fu mai alcun tempo nel quale egli pacificamente alle bestie signoreggiasse, ciò solamente avvenne per virtù del parlare. Taccio quel che si favoleggia d’Orfeo e d’Annone, i quali, se crediamo a Marco Tullio, in quegli antichissimi secoli con la virtù dell’eloquenza raccolsero insieme gli nomini che prima viveano vita salvatica e bestiale: ma non dobbiam dubitare che l’uomo non fosse colui che prima imponesse i nomi a’ bruti, e, chiamandoli imperiosamente in virtù de’ nomi, li facesse obbedienti al suo imperio, come si legge in Filone ebreo e negli scrittori delle sacre lettere, È dunque nobilissimo dono del primo donatore il parlare, ch’altrimenti si dice elocuzione, e potentissimo ministro dell’intelletto, e vero interprete dell’animo nostro. Però l’eloquenza, che prende il nome dall’elocuzione, non cede alla prudenza, se fosse possibile che luna dall’altra si separasse; avvengachè molti uomini prudenti, privi di questo dono, furono esclusi dal governo de’ regni e delle repubbliche, e riputati quasi infanti. Grande è stato adunque l’errore di coloro che estimarono che l’elocuzione non fosse propria dell’oratore e dell’eloquente, ma parte che si concede all’istrione; fra’ quali fu monsignor Antonio Bernardi cognominato il Mirandolano. Si fondava questo filosofo sovra l’autorità d’Aristotele, o gli pareva raccogliere dalle sue parole nella sua Rettorica a Teodette, che, oltre l’entitema e l’esempio co’ quali persuade l’oratore, l’altre cose siano accessorie e quasi estrinseche dall’ arte sua, come quelle che per sè stesse non persuadono, nè fanno alcuna prova, ma servono a commover gli animi degli uditori. Aristotele nondimeno nella Poetica assegna quattro parti di qualità alla tragedia, che sono proprie di quell’arte; fra le quali numera l’elocuzione; ed a queste aggiunge le due estrinseche, che sono la musica e l’apparato. Ma se l’elocuzione è parte del poeta, e non dell’istrione, tuttochè l’istrione sia ordinato a’ servigi della poesia, è ragionevole e quasi necessario che sia parte ancora dell’oratore, il quale non ha alcun commercio con l’istrione. Aristotele medesimo conobbe quanta virtù di persuadere consista nelle parole: laonde se la rettorica è un’arte la qual considera e ritrova tutto quello ch’è atto al persuadere, dee principalmente essere investigatrice e quasi giudice dell’elocuzione e di quelle forme del dire che sono più acconce alla persuasione, com’io mi sforzerò di provare quando tratterò di tutta l’eloquenza, in quanto in lei si contengono quasi lealmente gli ammaestramenti de’ poeti, e de gli oratori, e degl’istorici, e de’ filosofi ancora che vogliono scrivere e parlare con qualche ornamento. Ora mi basta di confermare che la poesia è un’arte subordinata alla logica, o veramente una sua parte: non solamente perch’ella è arte dell’orazione, la qual cerca il diletto, non altrimenti che la grammatica il regolato parlare, e la rettorica la persuasione; ma perchè nel parlar poetico, il quale non è senza imitazione, è una tacita prova e molte volte efficacissima: perchè non si può imitare senza similitudine e senza esempio; ma nell’esempio ed in ogni cosa che paja verisimile, è la prova.
Seguendo adunque il trattar dell’elocuzione, io dico che la lunghezza de’ membri e de’ periodi, o delle clausule che vogliam dirle, fanno il parlar grande e magnifico non solo nella prosa, ma nel verso ancora, come in quelli:
Tu, c’hai, per arricchir d’un bel tesauro,
Volte l’antiche e le moderne carte,
Volando al ciel con la terrena soma;
Sai dall’imperio del figliuol di Marte
Al grande Augusto, che di verde lauro
Tre volte trionfando ornò la chioma,
Nell’altrui ingiurie del suo sangue Roma
Spesse fiate quanto fu cortese; ec.:
ed in quegli altri:
Quel, che d’odore e di color vincea
L’odorifero e lucido Orïente,
Frutti, fiori, erbe e frondi, onde ’l Ponente
D’ogni rara eccellenza il pregio avea,
Dolce mio Lauro, ov’abitar solea
Ogni bellezza, ogni virtute ardente,
Vedeva alla sua ombra onestamente
Il mio signor sedersi e la mia Dea; ec.;
e in quegli altri:
Quandi io mi volgo indietro a mirar gli anni
C’hanno, fuggendo, i miei pensieri sparsi,
E spento ’l foco, ov’ agghiacciando i’ arsi,
E finito il riposo pien d’affanni;
Rotta la fè degli amorosi inganni,
E sol due parti d’ogni mio ben farsi,
L’una nel cielo, e l’altra in terra starsi,
E perduto ’l guadagno de’ miei danni;
I’ mi riscuoto; ec.
In queste rime è cagione di grandezza ancora il senso che sta largamente sospeso; perchè avviene al lettore com’a colui il qual cammina per le solitudini, al quale l’albergo par più lontano quanto vede le strade più deserte e più disabitate; ma i molti luoghi da fermarsi e da riposarsi fanno breve il cammino ancora più lungo.
L’asprezza ancora della composizione suol esser cagione di grandezza e di gravità, come in quel verso:
Come a noi il Sol, se sua soror l’adombra;
o ’n quegli altri :
Nè gran prosperità il mio stato avverso
Può consolar di quel bel spirto sciolto;
ed in quelli:
Ch’ogni dur rompe, ed ogni altezza inchina;
ed in quelli:
Ella si sta pur come aspr’alpe all’aura.
Il concorso delle vocali ancora suol producete asprezza, o piacevol suono, come in quel verso:
Fu consumato, e ’n fiamma amorosa arse;
ed in quegli altri di Dante, ne’ quali non s’inghiottono le vocali, ma si fa quasi una apertura ed una voragine:
Poi è Cleopatras lussuriosa;
ed in quello:
Là onde il carro già era sparito;
ed in quegli altri :
Queste parole di colore oscuro
Vid’io scritte al sommo d’una porta;
e quelli:
Nel ciel, che più della sua luce prende,
Fu’ ïo, ec.
quantunque il concorso dell’I non faccia così gran voragine o iato, come quello dell’A e dell’O, per cui sogliamo più aprir la bocca. Tutte queste cose sogliono senza dubbio esser cagion de’ medesimi effetti; perchè la composizione molle ed eguale è forse più cara e piacevole agli orècchi, ma non ha loco nella magnificenza: però fu molto schifata da monsignor della Casa: perchè quel di Dante io non mi risolvo a dire se fosse o artificio, o caso, l’uno e l’altro nondimeno sono somiglianti a colui ch’intoppa e cammina per vie aspre: ma questa asprezza sente un non so che di magnifico e di grande.
I versi spezzati, i quali entrano l’uno nell’altro, per la medesima cagione fanno il parlar magnifico e sublime, come quelli:
I dì miei, più leggier’ che nessun cervo,
Fuggîr com’ombra; e non vider più bene,
Ch’un batter d’occhio, e poche ore serene,
Ch’amare e dolci nella mente servo;
ed in quelli parimente:
Or hai fatto l’estremo di tua possa,
O crudel Morte; or hai ’l regno d’Amore
Impoverito; or di bellezza il fiore
E ’ lume hai spento, e chiuso in poca fossa.
In molti altri sonetti ancora del Petrarca, in molti del Bembo, in molti di monsignor della Casa, si può osservar il medesimo; ma particolarmente in quello :
O sonno, o della queta, umida, ombrosa
Notte placido figlio; o de’ mortali,
Egri confortò, oblio dolce de’ mali
Sì gravi, ond’ è la vita aspra e nojosa;
Soccorri al core omai che langue, e posa
Non ave; e queste membra stanche e frali
Solleva, a me ten vola, o Sonno, e l’ali
Tue brune sovra me distendi e posa.
Ma oltre tutte le cose che facciano grandezza e magnificenza nelle rime toscane, è il suono, o lo strepito per così dire delle consonanti doppie che nell’ultimo del verso percuotono gli orecchi; come in quel sonetto lodatissimo dal Bembo :
Mentre che ’l cor dagli amorosi vermi
Fu consumato, e ’n fiamma amorosa arse,
Di vaga fera le vestigia sparse
Cercai per poggi solitari ed ermi;
ed in quell’altro:
Al cader d’una pianta che si svelse,
Come quella che ferro o vento sterpe,
Spargendo a terra le sue spoglie eccelse,
Mostrando al sol la sua squallida sterpe;
Vidi un’altra, ch’Amor obbietto scelse,
Subbietto in me Calliope ed Euterpe;
Che ’l cor m’avvinse, e proprio albergo felse,
Qual per tronco o per muro edera serpe:
ed in quegli altri versi d’una canzone:
Alle pungenti, ardenti, e lucid’arme;
Alla vittorïosa insegna verde,
Contra cui ’n campo perde
Greve, ed Apollo, e Polifemo, e Marte.
Conviene ancora ordinare i nomi in guisa che gli ultimi vadano sempre accrescendo, come si conosce nell’esempio pur ora addotto:
Alle pungenti, ardenti, e lucid’arme;
ed in quell’altro:
Il dì s’appressa, e non potè esser lunge;
Sì corre il tempo e vola,
Vergine unica e sola :
E ’l cor or conscienza, or morte punge;
e in quel mio:
Nè tanto scoglio in mar, nè rupe alpestra,
Nè pur l’alpe s’innalza, o ’l mauro Atlante.
E ciò conviene particolarmente osservar nell’iperbole e nello smoderamento, nel qual le cose dette in ultimo tanto deono esser accresciute, che le prime ci pajano picciole, quantunque fossero grandi per se stesse, come ci mostrò Omero prima degli altri in que’ versi del Ciclope, ne’ quali dice ch’egli non è pare agli uomini c’hanno il nutrimento dalla terra, ma ad uno scoglio o ad un colle selvaggio, anzi ad un alto monte che superi gli altri monti:
. . . . . . . . ὀυδὲ ἐῴχει
Α᾽νδρί γε σιτοϕάγῳ ἀλλὰ ῥίῳ ὐλήεντι, ec.
Le congiunzioni ancora, essendo raddoppiate; alcuna volta accrescono forza al parlare, come in quel verso di Dante:
Se io avessi le rime et aspre e chiocce;
ed in quell’altro del Petrarca:
Fe’ mia requie a’ suoi giorni e breve e rara;
e in quegli altri:
Più leggiera che ’l vento,
E reggo e volvo quanto al mondo vedi: ec.
Al tuo nome e pensieri e ’ngegno e stile.
Alcuna volta ancora la dissoluzione, ch’è contraria alla congiunzione, fa il parlar grande e più magnifico, come in que’ versi:
Cercar m’ha fatto deserti paesi;
Fiere, e ladri rapaci; ispidi dumi;
Dure genti, e costumi,
Ed ogni error ch’i pellegrini intrica;
Monti, valli, paludi, e mari, e fiumi;
Mille lacciuoli in ogni parte tesi:
ne’ quali il parlar non è affatto disciolto, ma pur vi mancano molte congiunzioni. Ma con maggiore artificio la dissoluzione accresce grandezza in quegli altri:
Fammi sentir di quell’aura gentile
Di fuor, sì come dentro ancor si sente;
La qual era possente,
Cantando, d’acquetar gli sdegni e l’ire;
Di serenar la tempestosa mente,
E sgombrar d’ogni nebbia oscura e vile;
Ed alzava il mio stile, ec;
e nella seguente stanza:
Fa ch’io riveggia il bel guardo, ch’un sole
Fu sopra ’l ghiaccio, ond’ io solea gir carco:
Fa ch’io ti trovi al varco,
Onde senza tornar passò ’l mio core.
Prendi i dorati strali, e prendi l’arco;
E facciamisi udir, siccome sóle,
Col suon delle parole,
Nelle quali io ’mparai che cosa è amore.
Movi la lingua, ov’erano a tutt’ore
Disposti gli ami ov’io fui preso, e l’esca
Ch’i’ bramo sempre; e i tuoi lacci nascondi
Fra i capei crespi e biondi:
Che ’l mio voler altrove non s’invesca.
Spargi con le tue man le chiome al vento:
Ivi mi lega; e puomi far contento.
Ho detto con maggior artificio, perchè, numerando molte cose, è meglio raddoppiar le congiunzioni, come ci ammonisce Demetrio Falereo, perchè l’istessa congiunzione replicata dimostra un non so che d’infinito. Ma questa considerazione non ebbe peravventura il Petrarca in que’ versi:
Non Tesin, Po, Varo, Arno, Adige, e Tebro,
Eufrate, Tigre, Nilo, Ermo, Indo, e Gange,
Tana, Istro, Alfèo, Garonna, e ’l mar che frange,
Rodano, Ibero, Ren, Sena, Albia, Era, Ebro.
Tuttavolta al Petrarca ciò poteva esser lecito per un’altra cagione; perchè il numerar senza congiunzione par che dimostri la fatica del numerare, rimovendosi le parole quasi soverchie. Anzi se la congiunzione fa una cosa di molte, come dice Aristotele, rimovendosi quel ch’è uno per sè, parrà uno esser molte cose, e maggiormente apparirà la moltitudine: ed oltre a ciò, il parlar usato in questi versi è di maggior suono e di maggior pienezza. Laonde, benchè si debba considerar la ragione di Demetrio, più si dee stimar quella d’Aristotele istesso.
L’antipallage similmente, che si può dire mutazione de’ casi, può accrescer la magnificenza del parlare, come in que’ versi del Petrarca nel primo Trionfo d’Amore:
Que’ duo pien di paura e di sospetto,
L’uno è Dionisio, e l'altro è Alessandro;
ed in que’ della mia tragedia:
De’ duo pesci lucenti il petto e ’l tergo,
L’uno al borea innalzarsi, e l’altro scendere;
perchè, secondo la diritta forma del parlare, si dovrebbe dire: De duo pesci lucenti, l’uno al borea innalzarsi[1]. E questa medesima figura, o simile, è forse in quegli altri del Petrarca:
Due rose fresche, e colte in paradiso,
. . . . . . . . . . .
Bel dono, e d’un amante antiquo e saggio,
Tra duo minori egualmente diviso :
. . . . . . . . . . .
Di sfavillante ed amoroso raggio
E l’uno e l’altro fe’ cangiare il viso;
perchè il dritto uso del parlare ricercherebbe che si dicesse: Un bel dono di due rose fresche, tra duo minori egualmente diviso, fece cangiare il viso all’uno e all’altro. Ma senza dubbio nella mutazione de’ casi, quanto più ci allontaniamo dall’uso comune, tanto lo stile diviene più nobile e più sublime. Porta ancora grandezza nelle figure il non fermarsi ne’ medesimi casi, come in que’ versi del Petrarca che si leggono ne’ Trionfi:
Con questi duo cercai monti diversi,
Andando tutti tre sempre ad un giogo:
A questi le mie piaghe tutte apersi.
Da costor non mi può tempo, nè luogo
Divider mai (siccome spero e bramo)
Infin al cener del funereo rogo.
Con costor colsi ’l glorioso ramo,
Onde forse anzi tempo omai le tempie
In memoria di quella ch’i’ tant’amo.
E ’l cominciar il verso da casi obliqui suole esser cagione del medesimo effetto nel parlare, il quale si può chiamar obliquo o distorto, come in que’ versi:
Del cibo onde ’l signor mio sempre abbonda,
Lagrime e doglia, il cor lasso nudrisco;
ed in quegli altri:
La sera desïar, odiar l’aurora
Soglion questi tranquilli e lieti amanti;
ed in quegli altri similmente:
A qualunque animale alberga in terra,
Se non se alquanti ch’hanno in odio il sole,
Tempo da travagliare è quanto è ’l giorno.
E ’l duplicare le parole ancora è ornamento ch’arricchisce e fa magnifica la poesia; e possono addursi per esempio que’ versi:
Veramente siam noi polvere ed ombra;
Veramente la voglia è cieca, e ’ngorda;
Veramente fallace è la speranza.
Ma in altri modi ancora si posson replicar le parole, cioè non cominciando la replica dal principio, ad imitazione del Petrarca, il qual disse:
Nestor, che tanto seppe, e tanto visse.
E si possono replicare in due versi seguenti, come io replicai in un mio sonetto al signor P. Antonio Caracciolo:
Ma che? la mia Fortuna è la mia Parca;
Perchè Febo m’è scarso, e secco il fonte
Io ritrovo in Parnaso, e secco il lauro.
Ma particolarmente gonfia il parlare la voce raddoppiata, s’ella sarà grande per significazione o per suono, come quella:
Di qua da lui chi fece la grand’arca ;
E quel che cominciò poi la gran torre.
Ha del grande ancora l’allegoria; però fra tutte le canzoni del Petrarca si può dare il principato a quella:
Nel dolce tempo della prima etade;
ma da una stanza sola si posson conoscer l’altre:
Ella parlava sì turbata in vista,
Che tremar mi fea dentro a quella petra
Udendo: i’ non son forse chi tu credi.
E dicea meco: Se costei mi spetra,
Nulla vita mi fia noiosa o trista:
E farmi lagrimar, signor mio, riedi:
e quel che segue. E la medesima grandezza si può conoscere nell’allegorìa di quell’altra canzone :
D’un bel diamante quadro e mai non scemo
Vi si vedea nel mezzo un seggio altero,
Ove sola sedea la bella donna,
Dinanzi una colonna
Cristallina, ed i’ entro ogni pensero
Scritto; e fuor tralucea sì chiaramente,
Che me fea lieto, e sospirar sovente.
Ma altissima, oltre tutte l’altre di questa e d’ogn’altra lingua, è quella allegorìa della statua ch’avea la testa d’oro, e il petto d’argento, e l’altre parti di ferro e rame, e il piede di terra cotta: quantunque Dante la prendesse dalla Sacra Scrittura. Simile a questa è l’altra nel Purgatorio, dopo l’invocazione:
Or convien che Elicona per me versi,
Et Urania m’ajuti col suo coro
Forti cose a pensar, mettere in versi.
Poco più oltre sette alberi d’ oro, ec.;
anzi tanto maggiore, quanto la dignità della Chiesa è maggior di quella dell’Imperio. E ragionevolmente fu detto che l’allegorìa fosse simile alla notte ed alle tenebre: laonde ella dee esser usata ne’ misteri: e per conseguente ne’ misteriosi poemi, come è il poema eroico. Però molte cose sono scritte dell’allegorìa d’Omero; e particolarmente Porfirio compose un picciol libretto dell’Antro d’Omero. Aristotele non fa menzione dell’allegorìa, non perch’egli non la conoscesse, ma perchè questo nome allora non era in uso. La conobbe Platone similmente, ma non la chiamò con questo nome quando egli disse nel Fedro e ragionando in persona di lui e di Socrate:
FEDRO: O Socrate, pensi che questa favola sia vera?
SOCRATE: Già s’io non pensassi come pensano i savj, non sarebbe però sconvenevole la mia opinione: da poi, interpretando le cose, direi, che ’l vento Borea gittò dalle vicine pietre Oritia mentre scherzava con Farmacia; e però, essendo morta in tal guisa, si finge che da Borea fosse rapita. V’è un’ altra fama, che non da questo luogo, ma da un altro fosse rapita; ma io, o Fedro, stimo queste cose assai piace voli, ma d’uomo troppo curioso ed affannato, e non avventuroso; non per altra cagione, se non perchè gli sarebbe necessario interpretar la forma de’ Centauri e delle Chimere: vi concorre ancora una moltitudine di Gorgoni e di Pegasi e d’altre immagini mostruose: onde s’alcuno di queste cose porterà altra opinione di quella che si narra, e vorrà ridurre ciascuna d’esse a senso conveniente, fidandosi d’una rustica sapienza, a vero bisogno d’ozio soverchio.
Ma s’egli chiama rustica sapienza quella di coloro ch’abitano in villa, dove Socrate non volle mai abitare, dice, per mio avviso, il vero senza alcun dubbio: perchè l’investigazione di sì fatte cose conviene ad uomo poco occupato: tutta volta Platone che non volle interpretarle, lasciò a molti altri filosofi la cura, anzi la noja dell’interpretazione non solo di quel suo Glauco marittimo, ma del Tartaro e de’ fiumi che passano sotto terra, de’ quali abbiamo la dichiarazione in alcuno de’ suoi interpreti, e nel comento d’Olimpiodoro sovra Aristotele. Da Plotino ancora è dichiarato quel che significhino le Parche e ’l fuso fatale, e ’l simolacro d’Ercole; anzi non è favola delle sue (che sono molte), che da varj filosofi non sia ampiamente illustrata. Possiamo adunque affermare ch’egli non biasimasse l’allegoria, ma non la nominasse, nè si degnasse d’esser l’interprete. Fra i primi che la nominarono, fu Demetrio Falerèo. Plutarco, dopo lui, nel libro dell’Udire i poeti, lasciò scritte queste o somiglianti parole: “Appresso Omero tacitamente è ascosa una sorte di dottrina di non inutile contemplazione, massimamente nelle favole interposte fra le narrazioni, le quali, con l’annotazioni degli Antichi, e come ora dicono con l’allegorie, alcuni vanno torcendo e volgendo in altro sentimento, e dicono che l’adulterio di Marte e di Venere significa che, nel congiungimento del Sole con la stella di Venere, Marte sia causa dell’adultera generazione, la qual, per la presenza del Sole, e per la vicinanza, non può essere occulta”. Dichiara appresso la favola del cesto di Venere, ed alcune altre similmente; e non è ricusata questa difesa de’ poeti, che, fra l’altre sue, o fu ricusata da Aristotele, o, com’io stimo, non considerata; direi non conosciuta, ma dubito alcuna volta che l’enigma e l’allegoria non siano cose diverse: laonde se Aristotele parlò dell’enigma, parlò dell’allegoria; ma con altro nome. Nondimeno se l’enigma è una questione da scherzo e giocosa, come si legge appresso Ateneo, non pare che sia una cosa medesima. Ma se gli enigmi o simboli di Pitagora non sono proposti per giuoco, ma per ammaestramento della vita, potrebbe facilmente l’enigma e l’allegoria essere l’istesso di spezie, o di genere almeno. Dell’una e dell’altro si vagliono i poeti. Con l’allegoria è difeso, anzi è lodato Omero non solamente da’ già detti scrittori, ma da molti altri, come si legge in Ateneo fra’ Greci, e fra’ Latini in Macrobio nel Sogno di Scipione, ove dichiara che significhi che Giove e gli altri Iddìi vadano al convito dell’ Oceano. Ma infinite sono l’interpretazioni date a’ sensi misteriosi dagli autori delle due lingue più famose [2]. Nella nostra toscana favella, Dante, oltre tutti gli altri, accrebbe riputazione all’alllegorie; perchè nel suo maggior poema non è parte che non sia allegorica: ma egli non dichiara sè stesso, benchè accenni alcuna volta che ’l velo sia molto sottile. Nelle canzoni egli medesimo manifesta la sua intenzione; e nel comento c’insegna che quattro sono i sensi: il litterale, il morale, l’allegorico e l’anagogico: de’ quali il primo è assai semplice ed inteso senza difficultà; il secondo è per ammaestramento de’ costumi; gli altri due servono più alla parte intellettiva: ma il terzo conduce alla speculazione delle cose interiori; il quarto a quelle delle superiori: e con l’uno e con l’altro si possono scusare gli errori che sono fatti dal poeta nell’imitazione: ma se la difesa è con qualche difetto del primo senso, e congiunta con difetto nel decoro, e con qualche bruttezza o sconvenevolezza nelle cose imitate, non è buona nè lodevole difesa. Però Aristotele non la numerò fra l’altre; e se l’allegoria fosse perfezione accidentale nel poema, non sarebbe ragionevole che potesse, scusare i vizj dell’arte, che sono vizj per sè. L’enigma ancora non fu rifiutato da’ poeti, come si legge in Sofocle di quello che la Sfinge propose ad Edippo: e Teodette nella medesima tragedia, per relazione d’Ateneo, ci descrive la notte e la giornata con questo enigma :
Germanae geminae, gignit quorum altera semper
Alteram et inde parens fit filia nata vicissim.
Ma non era questo luogo di trattar dell’enigma o dell’allegoria, se non considerandoli come figure di parlare; però soverchiamente e quasi a caso n’ho sì lungamente discorso, dovendo ciò fare in altro luogo più opportuno: seguirò dunque il primo proponimento.
Magnifica similmente è quella figura che da’ Latini è detta reticenza, perch’ella suol lasciar sospizioni di cose maggiori di quelle che son dette, benchè alcuna volta non apporti tanta magnificenza, come è quella nell’Inferno quando scende l’Angelo per aprir le porte, e Virgilio aspetta il suo venire:
Attento si fermò com’uom ch’ascolta;
Che l’occhio nol potea menare a lunga
Per l’aere nero e per la nebbia folta.
Pure a noi converrà vincer la punga,
Cominciò ei; se non .... tal ne s’offerse.
Oh quanto tarda a me ch’ altri qui giunga!
Io vidi ben sì com’ei ricoperse
Lo cominciar con l’altro che poi venne,
Che fur parole alle prime diverse.
Ma nondimen paura il suo dir dienne;
Perch’io traeva la parola tronca
Forse a peggior sentenzia ch’ei non tenne.
L’esempio ancora di questa figura è ne’ Trionfi del Petrarca in quel luogo:
Ma non si ruppe almen ogni vel, quando
Sola i tuoi detti, te presente, accolsi
(Dir più non osa il nostro amor) cantando?
Ma gravissima oltre tutte l’altre è quella di Virgilio nell’Eneide, nella quale Nettuno irato ritiene la collera e le parole insieme:
Quos ego.... Sed motos praeestat componere fluctus.
Ma in somma l’epifonema (così la chiamano i Greci) par che avanzi tutte l’altre, e somiglia le pompe de’ ricchi, nelle quali è sempre qualche cosa la quale è soverchia. Laonde questa figura si può dividere in due parti; l’una delle quali serva all’intelligenza, l’altra all’ornamento. Serve all’intelligenza quel verso e ’l mezzo che segue:
Di sè, nascendo, a Roma non fe’ grazia,
A Giudéa sì:
e sono gli altri per ornamento:
. . . . tanto sovra ogni stato
Umiltate esaltar sempre gli piacque.
Della medesima figura la prima parte è in que’ versi:
Le stelle, e ’l cielo, e gli elementi a prova
Tutte lor arti ed ogni estrema cura
Poser nel vivo lume, in cui Natura
Si specchia , e ’l Sol, ch’altrove par non trova.
Ma con grandissimo ornamento seguita poi l’altra:
L’opra è sì altera, si leggiadra e nova,
Che mortal guardo in lei non s’assicura;
Tanta negli occhi bei for di misura
Par ch’amor e dolcezza e grazia piova.
Ed in quegli altri, se non bastano alla dichiarazione i primi :
Poco vedete e parvi veder molto;
Che ’n cor venale amor cercate, o fede:
Qual più gente possedè,
Colui è più da’ suoi nemici avvolto.
Gli altri abbondano nella ricchezza dello stile:
O diluvio raccolto
Di che deserti strani
Per innondar i nostri dolci campi.
Può parer questa figura simile all’entimema, cioè allo sillogismo imperfetto; ma sono differenti: perchè l’entimema s’usa per provare; e questo per adornare. Laonde piuttosto si pone in suo luogo la sentenza, la qual sia con l’esclamazione; e benchè non sia questa figura, nondimeno occupa la sua sede, come quella:
O nostra vita, ch’è sì bella in vista,
Com’ perde agevolmente in un mattino
Quel che ’n molt’ anni a gran pena s’acquista!
Anzi, se crediamo a Teone sofista, la sentenza che dopo la narrazione d’alcuna cosa insegni ed adorni, parimente è sentenza ed insieme epifonema.
Ma non è minor cagione di grandezza e di ornamento, a mio giudizio, la prosopopèa, nella quale si danno persona e voce e parole alle cose inanimate, come il Petrarca in que’ versi a Fiorenza [3]:
L’aspetto sacro della terra vostra
Mi fa del mal passato tragger guai,
Gridando: Sta su, misero; che fai?
E la via di salir al ciel mi mostra.
E l’usar la definizione in vece del nome, come fece il Petrarca, che, parlando del lauro, disse:
Dell’arbor, che nè Sol cura, nè gielo.
E ’l salir quasi per gradi, figura che da’ Latini è detta gradatio, e da’ Greci xλίμαξ, non si convien meno al magnifico, ch’al grave dicitore. L’esempio l’abbiamo in Dante:
Onde la visïon crescer conviene,
Crescer l’ardor che di quella s’accende,
Crescer lo raggio che da esso viene.
Ma questa è peravventura mescolata con la repetizione, o con la replica che vogliamo dirla. Semplice è quell’altra:
. . . . . . . Noi semo usciti fuore
Del maggior corpo al ciel, ch’è pura luce;
Luce intellettual piena d’amore;
Amor di vero ben pien di letizia;
Letizia che trascende ogni dolzore.
Dice della metafora similmente molte cose Demetrio Falerèo; e, seguendo il giudizio di Aristotele, loda più quella che pone le cose in atto, come abbiamo già conchiuso; e questa, al mio giudizio, particolarmente conviene al poeta, perciò ch’egli è imitatore; e gli convengono ancora le similitudini e le comparazioni assai più ch’all’oratore, il quale schiva le troppo lunghe, come son quelle di Dante:
Un fracasso d’un suon pien di spavento,
. . . . . . . . . . . .
Non altrimenti fatto, che d’un vento
Impetuoso per gli avversi ardori,
Che fier’ la selva, e senza alcun rattento
Li rami schianta, abbatte, e porta fuori,
Dinanzi polveroso va superbo,
E fa fuggir le fere e li pastori.
E quelle del Petrarca nella battaglia tra madonna Laura e Amore:
Non fan sì grande e sì terribil suono
Etna, qualor da Encelado è più scossa,
Scilla e Cariddi quand’irate sono.
Il Boccaccio vide quel ch’era conveniente, come in quella della Teseide:
Nè saría stato, se giunto vi fosse
Quel che Lipari fece, o Mongibello,
O Strongile, o Vulcan, quand’e’ più scosse:
Nè quando Giove più crucciato e fello
Tifèo di spavento più percosse,
Tonando torte: omai cliente fu quello,
Pensil ciascun di voi, ec.
E molte altre somiglianti se ne leggono in questi tre poeti toscani. Ma quelle più dell’altre si convengono al magnifico dicitore, nelle quali non si ritrova solamente similitudine, ma l’ornamento e l’accrescimento.
Oltre le forme assegnate dal Falerèo a questa forma magnifica del dire, ve ne sono peravventura alcune altre egualmente da lei ricercate, fra le quali è la prima la conversione, come quella:
Rettor del ciel, io cheggio
Che la pietà, che ti condusse in terra,
Ti volga al tuo diletto almo paese.
Vedi, Signor cortese,
Di che lievi cagion che crudel guerra.
Da poi l’esclamazione:
O mondo, o pensier vani,
O mia forte ventura, a che m’adduci!
massimamente s’ella è fatta con qualche sdegno, come in que’ versi:
Ahi nova gente, oltra misura altera,
Irreverente a tanta ed a tal madre!
Si può annoverar con queste il pervertimento dell’ordine, quando si dice innanzi quel che dovrebbe esser detto dopo; perchè al magnifico dicitore non si conviene una esquisita diligenza. Questa usò il Petrarca in que’ versi:
Talor, ov’Amor l’arco tira ed empie;
ed in quell’altro:
Amor con tal dolcezza m’unge, e punge.
E quando si pone per lo tutto la parte, figura che da’ Greci e da’ Latini fu detta sineddoche; come quella:
Umida gli occhi, e l’una e l’altra gota;
benchè alcuni vogliano che sia piuttosto greca costruzione.
E la parentesi, o interposizione che vogliamo chiamarla, come quella:
A qualunque animale alberga in terra,
Se non se alquanti ch’hanno in odio il sole,
Tempo da travagliare è quanto è ’l giorno.
E quella ch’è da’ grammatici detta endiadys in que’ versi:
Onde vanno a gran rischio uomini ed arme.
E la figura detta zeugma, la qual si fa quando il verbo o ’l nome discorda nella voce da quello a cui si rende, ma concorda nel significato; di cui si ritrovano alcuni esempi in Virgilio:
Pars in frusta secant;
e l’altro:
Hic manus ob patriam pugnando vulnera passi
E ’l Boccaccio nella Teseide fece questa figura nel numero, ad imitazione del primo luogo:
E ’n guisa tal la turba sì piangente
Co’ fuochi i corpi morti consumaro.
E Dante nell’Inferno fece l’altra nel genere solo:
Supin giaceva in terra alcuna gente [4].
E la trasportazione delle parole, perch’ella si allontana dall’ uso comune, come quella:
Ch’e’ belli, onde mi strugge , occhi mi cela.
E ’l perturbar l’ordine naturale, posponendo quelle che doveriano esser anteposte; come:
Per la nebbia entro de’ suoi dolci sdegni.
E l’hyrperbaton che si può dir distrazione, o interponimento, di cui si ha l’esempio:
Quel, che d’odore e di color vincea
L’odorifero e lucido Orïente,
Frutti, fiori, erbe, e frondi; onde ’l Ponente
D’ogni rara eccellenza il pregio avea,
Dolce mio Lauro, ec.
E l’abbondanza, che pleonasmo fu chiamata nell’altre lingue, a me par che mostri molta magnificenza ne’ molti aggiunti; come in quelli:
Santa, saggia, leggiadra, onesta, e bella;
e in quegli altri:
Alle pungenti, ardenti, e lucid’arme.
Ed alcuna particella soverchia suol far quasi il medesimo effetto; e n’ abbiamo l’esempio in quel verso:
Orso; e’ non furon mai fiumi, nè stagni;
ed in quello:
Tal che mi fece or quand’egli arde il cielo;
benchè questa possa parere uso leggiadro piuttosto.
E quella nella quale il verbo s’accorda col nome più vicino, e negli altri bisogna supplire; come:
Iv’era il curïoso Dicearco;
Ed in suoi magisterj assai dispàri
Quintilïano, e Seneca, e Plutarco;
cioè: ivi erano, ec.
E comune ancora a questa figura, nella quale il numero singolare concepisce il plurale, è quella figura la quale attribuisce a duo quello ch’è proprio d’uno; ed ha similmente del magnifico, perciocchè dimostra un certo disprezzo della soverchia diligenza: e questa fu usata da Omero quando egli disse nell’Iliade:
. . . ἄνεμοι δύο πόντον ὀρίνετον ἰχϑυοεντα,
Βορέης καὶ Ζέϕυρος, τώ τε Θρῄκηϑεν ἄντον;
cioè: due venti perturbano il mare piscoso, Zefiro e Borea, i quali spirano da Tracia, essendo proprio di Borea solamente lo spirar da Tracia; perchè Zefiro soffia dall’occaso, come vogliono i grammatici, quantunque Stratone difenda questo luogo altrimenti nel primo della Geografia, mostrando che Zefiro ancora spira dalla Tracia a coloro che sono nell’isola di Lenno e nella Samotracia. Tuttavolta di questa sorte di sillepsi abbiamo altri esempi; ed in questa guisa parlò figuratamente il Petrarca dicendo:
. . . . . . . . . E ’n quali spine
Colse le rose» e ’n qual piaggia le brine, ec. ;
perchè l’esser colte si conviene alle rose, ma non alle brine.
E l’apposizione, nella quale si congiungono due nomi sostantivi; come quella:
Arbor vittorïosa trïonfale,
Onor d’imperadori e di poeti:
e quell’altre:
Rotte l'arme d’Amor, arco e saette.
Oltre le quali, se ne potrebbono peravventura ritrovar alcune altre conosciute da’ retori o da’ grammatici: ma bastano quelle delle quali sin ora abbiamo ragionato, in questa forma di parlare sublime e magnifica, nella quale non abbiamo stimate le più minute divisioni e compartimenti. E perchè la forma sublime e magnifica è propria dell’Eroico, e quantunque possa mescolarsi con l’altre, nondimeno il poeta eroico è detto magnifico e sublime dicitore, non sarà necessario trattar dell’altre forme così lungamente: ma non tralasceremo in tutto alcune figure che possono essere usate nel poema eroico, negli altri ammaestramenti i quali deono esser da lui considerati. Nel parlar ornato e grazioso (ch’in questo modo voglio chiamar quello che da’ Latini è chiamato venusto, e da’ Greci γλαϕιρὸς sono alcune piacevolezze ed alcuni scherzi e giuochi, per così dire, maggiori e più nobili, che sono proprj de’ poeti lirici; altri più umili, che si convengono alla commedia. Scherzi convenienti a’ poeti lirici son quelli meravigliosi;
Qual fior cadea sul lembo,
Qual su le trecce bionde;
Ch’oro forbito e perle
Eran quel dì a vederle:
Qual si posava in terra, e qual su l’onde;
Qual con un vago errore
Girando parea dir: Qui regna Amore.
A’ Comici sono convenienti quelli che mordono, ed agli scrittori della satira parimente: e quegli ancora che non son molto lontani della buffonerìa. Ma Omero usò gli scherzi per acerbità; e scherzando parve terribile ne’ suoi motti, come in quel del Ciclope: Oὖτιν ἐγὼ πύματον ἔδομαι. E parte di questa acerbità ritenne l’Ariosto nel suo poema, come nella spelunca dove Orlando trova Isabella; sopraggiungendo i malandrini, dice un di loro:
. . . . . . Ecco augel nuovo
A cui non tesi, e nella rete il trovo.
E la risposta d’Orlando muove riso con sdegno:
Sorrise amaramente in piè salito
Orlando, e fe’ risposta al mascalzone!
Io ti venderò l’arme ad un partito
Che non ha mercatante in sua ragione.
Ma le grazie particolarmente convengono alla poesia lirica, ed all’eroica quasi prestate da lei, e gl’Imenei, gli Amori, e le liete selve, e i giardini, e l’altre cose somiglianti, delle quali è piena la poesia del Petrarca, e particolarmente quelle due canzoni:
Se’l pensier che mi strugge, ec.
Chiare, fresche, e dolci acque, ec.
e quella ancora:
In quella parte dove Amor mi sprona,
la quale è piena di vaghissime similitudini: ma quella è meravigliosa oltre tutte laltre:
Non vidi mai dopo notturna pioggia
Gir per l’aere sereno stelle erranti,
E fiammeggiar fra la rugiada e ’l gelo,
Ch’i’ non avessi i begli occhi davanti,
Ove la stanca mia vita s’appoggia,
Qual’io li vidi all’ ombra d’un bel velo:
E siccome di lor bellezze il cielo
Splendea quel dì, così bagnati ancora
Li veggio sfavillar; ond’io sempr’ardo.
Se ’l Sol levarsi sguardo,
Sento il lume apparir che m’innamora:
Se tramontarsi al tardo,
Parmel veder, quando si volge altrove,
Lassando tenebroso onde si move.
Ne’ Trionfi ancora la casa d’Amore è descritta con la medesima vaghezza e con la medesima felicità, come si può conoscer in que’ versi:
E rimbombava tutta quella valle
D’acque, e d’augelli, ed eran le sue rive
Bianche, verdi, vermiglie, perse e gialle:
Rivi correnti di fontane vive;
E ’l caldo tempo su per l’erba fresca;
E l’ombra folta, e l’aure dolci estive: ec.
e in molti altri del medesimo Trionfo. Nè si dipartì da questa imitazione il Poliziano, il quale nella descrizione della casa d’Amore versò quasi tutti i fiori e tutte le grazie della poesia. Grandissima lode ancora meritò in questa maniera di poetare il signor Bernardo Tasso mio padre nelle canzoni, nelle sestine, nelle ode, negli inni, e nell’epitalamio fatto nelle nozze del duca Federico (il quale fu peravventura il primo che si leggesse in questa lingua), e nel suo maggior poema, ed in tutte l’altre sue poesie: ma si posson legger con meraviglia la canzone della Notte, e quella nella quale loda il giorno in cui nacque Antiniana, e l’inno a Pane, ed alcun’altre ch’io tralascio per brevità.
Ma in questa forma di poetare al Lirico ed all’Eroico non dee peravventura esser conceduta la medesima licenza: perciocchè in ciascuna forma, oltre il numero, sono considerate l’elocuzioni e i concetti; e non è dubbio che maggior non sia la virtù de’ concetti, della bellezza delle parole; ma quando uno discordasse dagli altri, si conoscerebbe in loro quella disconvenevolezza la qual si vedrebbe in uom di contado vestito di roba. Per ischivarla adunque, è convenevole di vestire i concetti grandi con elocuzione magnifica, siccome fece il Petrarca: ma Dante ne’ sonetti e nelle canzoni non ebbe sempre la medesima avvertenza. Ma potrebbe forse alcuno dubitare di quel che s’è detto; perchè se ciò fosse vero, usando il Lirico i medesimi concetti ch’usa l’Eroico, lo stile dovrebbe esser l’istesso. A questo io rispondo, che ’l Lirico e l’Eroico alcuna volta trattano peravventura delle medesime cose, cioè degli Dii, e degli eroi, e delle vittorie, ma non usano sempre i medesimi concetti. Laonde dalla varietà de’ concetti nasce in loro la diversità dello stile, più che da quella delle cose; quantunque questa ancora non sia picciola cagione di tal diversità: perciocchè la materia del poeta lirico non è determinata, quantunque Orazio nella Poetica gli assegnasse qualche soggetto; ma si spazia per tutte le cose e per tutte le materie proposte, come l’Oratore: e benchè alcuna volta mostri timore di cantar le cose grandi, come dimostrò Orazio, tuttavolta il suo proprio soggetto sono le lodi degl’Iddìi e degli eroi, e quelle di Bacco particolarmente: però la poesia ditirambica fu nobilissima parte di questa poesia che melica è detta da Marco Tullio: comunque sia, usa alcuni concetti suoi proprj, che non sono così convenienti al Tragico e all’Epico. Non direi dunque che la poesia lirica prendesse la forma dalla dolcezza, dal numero e dalla sceltezza delle parole, e dalla pittura de’ traslati, e dagli altri colori, e dagli altri lumi dell’elocuzione, come alcuno ha giudicato; ma piuttosto dalla piacevolezza, dalla grazia e dalla beltà de’ concetti, da’ quali trapassa alcuna volta nell’elocuzione un non so che di lascivo e di ridente.
Ma consideriamo come il lirico e l’eroico poeta nelle medesime cose usino diversi concetti. Ci dimostra Virgilio la bellezza d’una donna nella persona di Didone:
Regina ad templum formā pulcherrima Dido
Incessit, magna juvenum stipante caterva.
Qualis in Eurotae ripis, aut per juga Cynthi, ec.
Semplicissimo concetto è quello: formā pulcherrima Dido; hanno alquanto di maggior ornamento gli altri, ma non tanto che siano soverchi. Ma se questa medesima bellezza dovesse descrivere il Petrarca, non si contenterebbe di questa gravità di concetti: ma direbbe che la terra si gloria d’esser tocca da’ suoi piedi, che l’erbe e i fiori desiderano d’esser calcate da lei, e che hanno riposti i suoi vestigi; che ’l cielo, percosso da’ suoi dolci rai, s’infiamma d’onestà, e che si rallegra d’esser fatto sereno da sì begli occhi; che ’l sole si specchia nel suo volto, non trovando altrove paragone; ed inviterebbe Amore che si fermasse a contemplar la sua gloria. Ma paragoniamo altri luoghi dell’uno e dell’altro, acciocchè questa verità si conosca di leggieri. Descrivendo Virgilio l’abito di Venere cacciatrice, disse:
. . . . dederatque comam diffundere ventis;
ma il Petrarca v’aggiunse:
Erano i capei d’oro a l’aura sparsi,
Che ’n mille dolci nodi gli avvolgea;
e l’uno e l’altro conobbe il convenevole nella sua poesia, perchè Virgilio superò tutti i poeti eroici di gravità, il Petrarca tutti gli antichi Lirici di vaghezza; e niuno più se gli avvicinò del Tasso. Si loda nell’eroico quello:
Ambrosiaeque comae divinum vertice odorem
Spiravere;
ma forse soverchie saríano state quell’altre vaghezze
E tutto il ciel, cantando il suo bel nome,
Sparser di rose i pargoletti Amori.
Descrive Virgilio l’innamorata Didone, che sempre avea fisso il pensiero nell’imaginato Enea, e dice:
. . . . illum absens absentem auditque videtque.
Intorno all’istessa materia trova concetti meno acuti e men gravi, ma più vaghi il Petrarca:
I’ l’ho più volte (or chi fia, che mel creda?)
Nell’acqua chiara, e sopra l’erba verde
Veduta viva, e nel troncon d’un faggio,
E ’n bianca nube sì fatta, che Leda
Avria ben detto, che sua figlia perde;
Come stella, che ’l Sol copre col raggio; ec.
e di simili concetti nell’istessa materia è quasi piena tutta quella canzone. Or consideriamo come Virgilio descriva il pianto di Didone:
Sic effata, sinum lacrymis implevit obortis:
bastava tanto per una vedova. Molto maggior ornamento ne’ concetti e nelle parole cerca nel duodecimo ponendoci innanzi gli occhi il pianto di Lavinia:
Accepit vocem lacrymis Lavinia matris,
Flagrantes perfusa genas; cui plurimus ignem
Subjecit rubor, et calefacta per ora cucurrit
Indum sanguineo veluti violaverit ostro
Si quis ebur, aut mixta rubent ubi lilia multa
Alba rosa; tales virgo dabat ore colores.
Fioriti son questi, e quasi convenevoli al Lirico; ma più meravigliosi sono quegli altri, nè si converrebbono a poeta che non fosse innamorato:
Amor, senno, valor, pietate, e doglia
Facean piangendo un più dolce concento
D’ogni altro che nel mondo udir si soglia:
Ed era ’l cielo all’ armonia sì ’ntento,
Che non si vedea in ramo mover foglia:
Tanta dolcezza avea pien l’aere e ’l vento.
Semplicissimi concetti son quelli di Virgilio nel descrivere l’aurora:
Humentemque Aurora polo dimoverat umbram.
Oceanum intona turgens Aurora reliquit.
Con più ornamento fu descritto il nascer dell’aurora dal Petrarca:
Il cantar novo, e ’l pianger degli augelli
In sul dì fanno risentir le valli,
E ’l mormorar de’ liquidi cristalli
Giù per lucidi freschi rivi e snelli.
Nel paragone dunque dell’eccellentissimo Epico e dell’eccellentissimo Lirico chiaramente si manifesta che la diversità dello stile nasce dalla diversità de’ concetti. Laonde, quando Virgilio vuol descriver le cose con grandissimo ornamento, non è agguagliato da Lirico alcuno, come appare più manifestamente, nella descrizione della notte:
Nox erat, et placidum carpebant fessa soporem,
Corpora per terras, silvaeque et saeva quierant
Æquora: quum medio volvuntur sidera lapsu;
Quum tacet omnis ager, pecudes, pictaeque volucres,
Quaeque lacus late liquidos, quaeque aspera dumis
Rum tenent, somno positae sub nocte silenti
Lenibant curas, et corda oblita laborum.
Più brevemente la descrisse il Petrarca; nondimeno usò alcuni degl’istessi concetti in que’ versi:
Or che ’l ciel, e la terra, e ’l vento tace,
E le fere, e gli augelli il sonno affrena,
Notte ’l carro stellato in giro mena,
E nel suo letto il mar senz’onda giace.
E quinci si può raccogliere che se l’Epico e ’l Lirico trattasse le medesime cose co’ medesimi concetti, adoprerebbe per poco il medesimo stile. Possiamo dunque concludere che le parole seguono i concetti, e ’l verso parimente. Ma di questa materia tratteremo nel fine del libro che segue, più lungamente.
Note
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[1] Sospettiamo che la presente citazione s’abbia a leggere in questa forma: l’uno de’ duo pesci lucenti ... innalzarsi al borea, tale essendo la diritta costruzione, opposta alla quale è quella usata ne’ versi preallegati. – (Gli Edit.)
[2] Così tutte l’edizioni. Ma non avrebbe forse il Tasso scritto in quella vece a’ sensi misteriosi degli autori? ec. Noi lasciamo risolvere questo dubbio a chi è fornito di maggiore acutezza d’ingegno, che non è la nostra. – (Gli Edit.)
[3] I versi qui appresso citati non alludono già a Firenze, ma a Roma; però siamo incerti se questo sia errore da incolparne l’impressore o il Tasso medesimo. — (Gli Edit.)
[4] Ne sia qui permesso il notare che Dante, dicendo supin giaceva alcuna gente, non usò già la figura detta zeugma; perchè supin non è aggettivo che concordi con gente, ma sì bene colle parole sottintese in modo, e vi fa l’ufficio d’avverbio, come direbbero i Grammatici. — (Gli Edit.)