TORQUATO TASSO

DISCORSI DEL POEMA EROICO

(edizione 1824)

Edizione di riferimento

Torquato Tasso, Discorsi del poema eroico e lettere poetiche dello stesso e d’altri,  particolarmente intorno alla Gerusalemme, Milano, MDCCCXXVIV, dalla Società Tipografica de’ Classici Italiani.

Discorsi del poema eroico

LIBRO QUARTO

Dovendo io trattare dell’elocuzione, si tratterà per conseguente delle forme del parlare; perchè, essendo egli pieghevole a guisa di cera, prende molte forme e quasi molti caratteri, ciascuno de’ quali è diverso dagli altri, ed ha la sua propria eccellenza e la sua propria laude. Ma intorno a ciò sono state varie opinioni, come sa V. S. illustrissima, a cui non è occulta alcuna cosa ch’appartenga al bene intendere o al bene scrivere. Laonde non è chi meglio sappia giudicar le cose scritte, o trovarle prima che sieno scritte, se pur ve n’è alcuna che in sì lungo corso di secoli e d’anni sinora non sia ritrovata. Ma se ’l rinnovar l’opinioni o le ragioni con le quali si posson provare e confermare, sarà quasi un nuovo ritrovamento, io e gli altri possiamo sperar qualche nuova lode nell’invenzione, la qual più volentieri riceverei da voi, mio Signore, come da quello ch’è lodatissimo da ciascuno. Ma in questa materia poche sono le cose che non sieno scritte e confermate con buone ragioni e con grande autorità, e grande è il numero dell’opinioni e degli autori che n’hanno ragionato. Laonde io non avrei tanta fatica in raccor molte cose da molte parti, quanto in elegger le migliori e de’ miglior Greci e Latini

Ma prima ch’io venga a trattar di questa ultima parte di qualità, non estimo inconveniente che si tratti della proposizione dell’opera, e dell’invocazione, la quale il poeta dee fare poi ch’avrà ritrovata e disposta la favola, avanti ch’egli cominci a spiegarla: perciocchè non si può proporre quello che non s’è ancora ritrovato ed ordinato. E comechè l’invocare l’ajuto divino in tutti i luoghi ed in tutti i tempi sia necessario, nondimeno gli scrittori sogliono farlo assai spesso nel principio dell’opere loro, alcuna volta nel mezzo o nel fine, e sempre che s’avvengono a cosa che paia ricercarlo: dico gli scrittori, perchè non invocano solamente i poeti, ma i filosofi e gli oratori, come, appresso Platone, Timeo, il quale n’ammonisce che si debba invocare in tutte le cose, e grandi e picciole. E nell’Eutidemo s’invocano le Muse e la Memoria, della quale elle furono generate: Lucrezio invoca Venere, Dea ch’è sovra la generazione: Demostene, nella sua orazione della Corona, tutti gli Dei e tutte le Dee. E non è vero quel che n’ insegna il Castelvetro sotto la persona del Grammaticuccio, ch’a’poeti soli si convenga d’invocare, perchè soli i poeti sian mossi da divino furore; avvegnachè la rettorica ancora abbia la sua Divinità, come prova Aristide nell’orazione nella quale egli la difende dall’opposizioni fattele da Platone; e la sua invenzione è non altrimenti attribuita a Mercurio, che quella della poesia ad Apolline. Molto meno è vero che non si convenga l’invocare nelle cose picciole: perchè niuna cosa è così picciola, che non abbia bisogno dell’ajuto divino; e i piccioli poemi sogliono spesso apportar seco grandissima difficoltà. Però nelle brevi poesie invocarono Museo e Teocrito; e non si disdice a’ Lirici l’invocare, com’estimò il Grammaticuccio: ed invocò Pindaro, principe de’ poeti lirici, nell’Agesidamo (ch’è la decima oda dell’olimpiche), la Musa e la Verità figliuola di Giove; nell’Ergotele (ch’è la duodecima) supplicò alla Fortuna; nel Jerone (ch’è la prima ode fra le pizie) invocò Apolline e le Muse. Taccio del Psaumide, perchè quella è piuttosto consecrazione dell’inno a Giove. Orazio similmente, nella prima oda del primo libro, invocò Polinnia. Dante invocò Amore, che si mostrava negli occhi ’l della sua donna; ed in un’altra canzone gli chiese non solamente la voglia di piangere, ma la scienza di saper acconciamente lagrimare: in quella la qual comincia Voi ch’intendendo il terzo del movete, volle gl’Intelletti divini per auditori. Il Petrarca, che molte volte ragionò d’Amore, una volta sola, ch’io mi ricordo, il chiamò in ajuto, dicendo:

Deh porgi mano a l’affannato ingegno.

Il Bembo chiamò le Muse in que’ leggiadrissimi versi

Dive, per cui s’apre Elicona e serra,

Date a lo stil che nacque de’ miei danni,

Viver quando io sarò spento e sotterra.

Monsignor della Casa invocò similmente le Muse nel primo sonetto:

Oh se cura di voi, figlie di Giove,

Pur suol destarmi al primo suon di squilla,

Date al mio stil costei seguir volando.

S’inganna parimente il Grammaticuccio quando egli dice che l’invocazione è argomento di superbia e di presunzione. Opposizione somigliante fece l’antico sofista Protagora ad Omero, dicendo ch’egli chiama la Musa con un modo imperioso, quasi egli voglia comandarle. Ma Aristotele nella sua Poetica, difendendo i poeti, rispose ancora a questa opposizione, mostrando che ciò avveniva piuttosto per difetto di colui che recitava i versi, il quale poteva pronunciarli in altro modo; e senza fallo le medesime parole si possono pronunciare imperiosamente e supplichevolmente: laonde il difetto era piuttosto nell’arte dell’istrione. Altri ha voluto che l’invocare sia segno di modestia: ma io direi piuttosto che fosse argomento di pietà e di religione, sì veramente che non sia invocata Deità che ’l poeta riputi falsa, o non con questa intenzione; perchè alcuni ebbero opinione che Dante invocasse il buono Apollo, ed il Petrarca il chiamasse immortale a differenza degl’Idoli, o pur de’ Demoni che sono mortali, come disse Plutarco in quella operetta nella quale egli disputò della cagione per la quale gli oracoli son mancati: ma perdonisi questa licenza a’ poeti, e mutisi il nome, purchè la buona intenzione non sia condennata. Più sicuramente Dante nella sua Commedia invocò l’ingegno e la mente:

O Muse, o alto ingegno, or m’ajutate;

O mente, che scrivesti ciò ch’io vidi, ec;

come prima Orfeo aveva invocato l’intelletto.

Sarà dunque lecito al poeta cristiano invocar

la mente e l’intelligenze, imperocchè le Muse

non furono credute altro che intelligenze.

Ma nel modo del proporre e dell’invocare è tenuto diverso ordine. Omero, Esiodo e gli altri Greci fanno insieme l’invocazione e la proposizione, cominciando dall’invocare. Virgilio e gli altri Latini prima sogliono proporre, poi invocare; alcuni rivolgono il parlare a’ principi, come l’istesso autore ad Augusto ne’ libri dell’agricoltura; ed Ovidio ne’ suoi Fasti a Germanico: il quale uso fu seguito da’ Moderni. Orazio diede per ammaestramento nella proposizione e nell’ invocazione, che non si cominciasse da parole troppo gonfie, biasimando Antimaco il quale diè principio al suo poema con questo verso:

Fortunam Priami cantabo, et nobile bellum;

lodando all’incontra Omero, il quale cominciò l’Odissea con questo altro:

Dic mihi, Musa, virum captae post tempora Trojae;

quantunque la comparazione si potesse fare tra l’Iliade e ’l poema biasimato, nel quale era cantata la fortuna di Priamo. Ma la proposizione dell’Iliade, o l’invocazione, può esser considerata da chi meglio suol giudicare lo stil de’ poeti greci. Pindaro peravventura portò diversa opinione, estimando che ’l principio de’ poemi dovesse esser grande, magnifico e luminoso, e simile a’ frontispicj de’ palagi, come scrisse in que’ versi dell’Agesia:

Χρυσέας ὑποςάσαντες εὐ–

τειχεῖ προϑύρῳ ῳϑαλάμου

χίονας, ὡς ὅτε ταντὸν μέγαρον,

πάξομεν. ἀρχομένους δ᾽ ἐργω πρόσωπον ec.

Ma forse Pindaro diede esempio a’ Lirici. Orazio ammaestrò gli Epici con l’autorità d’Omero; e per mio avviso non biasimò Orazio tutti i principj alti ed illustri, ma quelli solamente a’ quali non corrispondono l’altre parti: perocchè non si conviene, com’egli dice, dare ex folgore fumum, sed ex fumo lucem: ma il dare ex luce lucem non sarebbe biasimato da Orazio medesimo. Diremo adunque che o si dà luce da luce, o luce da fumo, o fumo da luce, o fumo da fumo; e con parole proprie diremo, o che sono principj chiari e l’altre cose chiare, o dopo gli oscuri principj seguitano più chiare narrazioni, o da chiari principj nascono l’oscure, o dagli oscuri similmente l’oscure, e parimente le basse dopo i bassi, e le basse dopo gli alti, e l’alte appresso gli alti, e l’alte che seguono i bassi cominciamenti. Di queste quattro coppie, che i Latini chiamano combinazioni, due, per mio parere, sono degne di biasimo, l’altre di lode: merita biasimo il dar le cose oscure dopo l’oscure, e l’oscure dopo le chiare. L’altre due sono laudevoli molto: e l’istesso giudizio si può fare dell’altre quattro coppie, se l’alte cose e le basse insieme s’accoppieranno. Virgilio accoppiò l’alto stile e l’illustre nella proposizione:

Arma, virumque cano;

e simili sono i seguenti versi: e sempre avrebbe continuato nella medesima altezza e nel medesimo splendore, s’alcuna volta non avesse voluto variar le forme del parlare. Laonde io non posso riprovare in modo alcuno il giudicio di Tucca e di Varo, seguito assai arditamente da Lucano in que’ primi versi della sua proposizione:

Bella per Emathios plusquam civilia campos,

Jusque datum sceleri canimus ;

e più arditamente da Stazio in quegli altri:

Fraternas acies, alternaque regna profanis

Decertata odiis, sontesque evolvere Thebas

Pierius menti calor incidit;

o pur in quelli:

Magnanimum Aeacidem, formidatamque Tonanti

Progeniem, et patrio vetitam succedere coelo,

Diva, refer;

e con grande animo ancora da Silio Italico quando egli disse:

Ordior arma quibus caelo se gloria tollit

Aeneadum;

nè con minore da Claudiano in quelli:

Inferni raptoris equos afflataque curru

Sidera Taenario, caligantesque profundae

Junonis thalamos, audaci prodere conia

Mens congesta jubet

Non posso adunque biasimare la proposizione alta, chiara ed illustre, ove il poeta eroico, che da Orazio è detto promissi carminis auctor, non manchi delle sue promesse: anzi, se la proposizione è quasi un proemio del poeta, il muover espettazione ed il fare attento il lettore è molto convenevole per mio giudizio nella proposizione, la qual peravventura si fa alcuna volta nel mezzo de’ poemi, come il proemio nell’orazione: ma l’invocazione senza fallo suol farsi molte, e n’ abbiamo esempio da Omero e da Virgilio, il quale, dopo la prima invocazione, invocò di nuovo:

Nunc age, qui reges, Erato, quae tempora rerum,

Quis Latio antiquo fuerit status, advena classem

Cum primum Ausoniis exercitus appulit oris,

Expediam, et primae revocabo exordia pugnae.

Tu vatem, tu, Diva, mone: dicam horrida bella,

Dicam acies actosque animis in funera reges

Tyrrhenamque manum totamque sub arma coactam

Hesperiam. Maior rerum mihi nascitur ordo,

Maius opus moveo:

ne’ quai versi dopo l’invocazione segue la proposizione quasi congiunta. Invoca ne gli altri libri ancora:

Pandite nunc Helicona, Deae, cantusque movete etc.

Vos, o Calliope, precor, adspirate canenti etc.

Ora consideriamo quel ch’appartiene all’elocuzione, nella quale si dimanda l’ajuto divino per favellare altamente, non meno che per la memoria delle cose già sepolte nell’oblivione. Io dico che l’elocuzione altro non è che uno accoppiamento di parole, il qual si risolve ne’ nomi e nei verbi e nell’altre parti ond’è composta, e queste nelle sillabe; e le sillabe nelle lettere, che sono chiamate elementi con l’istesso nome col quale si chiamano i quattro principj delle cose di cui è composto l’universo. E quantunque le parole siano ad placitum, come vuole Aristotele ne’ libri dell’Interpretazione, ed Alessandro nelle Questioni, nondimeno si possono dire in qualche modo per natura, s’esse son composte in quel modo che c’insegna Ammonio nel medesimo libro, come diremo appresso più lungamente.

Ora darò la definizione delle parti dell’elocuzione; le quali sono l’elemento, la sillaba, la congiunzione, il nome, il verbo, l’articolo, il caso, l’orazione.

Elemento è una voce indivisibile; ma non ogni voce indivisibile è elemento: perchè quelle delle bestie non si posson chiamar con questo nome, ma quelle solamente le quali possono esser intese: ma di queste alcune sono vocali, altre semivocali, altre mute. Vocali son quelle, le quali senza percossa hanno voce che può esser udita, come A ed O: semivocale è quella, la quale con la percossa ha voce che può udirsi, come S e R: muta quella che con la percossa non ha voce, ma diviene sì fatta in compagnia dell’altre che l’hanno, in guisa che ella può esser udita, come G e D. E queste son differenti fra loro per le figure della bocca, per luogo, per grossezza e sottigliezza, per lunghezza e brevità, e oltre a ciò per acume e gravità, e per quello accento ch’è mezzo tra l’uno e l’altra.

Sillaba è una voce che non significa cosa alcuna, composta dalla lettera muta e dalla vocale, come Gra.

La congiunzione è una voce che non significa alcuna cosa, e non impedisce, nè fa una voce significativa di molte voci, e può aver luogo nel mezzo e negli estremi, se più non le si convenisse il principio: ovver diremo che la congiunzione sia una voce che non significhi, ma sia atta a fare una voce di più voci che significhino insieme, cioè un parlare di molte parole; perchè gli espositori non intendono de’ nomi congiunti, ma delle parti dell’orazione legate insieme, come s’altri dicesse: Sotto essa giovanetti trionfaro Scipione e Pompeo.

L’articolo è una voce che non significa, la qual distingue i generi e i numeri o casi di quelle che hanno significazione; e per sua natura nella nostra lingua si mette nel principio solamente, benchè in quella de’ Greci alcuni dimostrassero il principio, i quali sono chiamati προταχτιχοì, altri dichiarassero il fine, i quali dagli stessi furono detti ὑποταχτιχοì; altri nell’istessa lingua separano una cosa dall’altre; ed in luogo di questi i Latini posero Ille ed iste, come dichiara il Vittorio nel suo comento sovra la Poetica d’Aristotele.

Nome . . . . [1]

Verbo è una voce composta, la qual significa insieme col tempo, di cui niuna parte separata significa per sè, come abbiamo detto de’ nomi; perciocchè dicendosi uomo, o bianco, non è significato il quando; ma chi dice cammina, o camminò, significa insieme quando: l’uno il tempo presente, l’altro il passato.

Il caso è quel che dimostra ne’ verbi e ne’ nomi la mutazione de’ numeri e delle persone: perciocchè egli si trova negli uni e negli altri. Ne’ nomi diremo di questo ed a questo, ovvero l’uomo e gli uomini; ne’ verbi dicendosi cammina e camminò, perciocchè l’uno e l’altro cade da cammino, ch’è prima persona del presente.

L’orazione è una voce, ovvero un parlar composto, il quale significa; e le sue parti significano ancora per sè qualche cosa. Ma l’orazione si dice una in due modi; o quella che significa una sola cosa, come la definizione dell’uomo, l’uomo è animal ragionevole; o quella la quale, congiungendo molte cose insieme, ne fa una di molte, come l’Iliade.

Ma le specie de’ nomi son la semplice e la doppia, che si può dir composta; ed ogni nome è o proprio, o straniero, o trasportato, o usato per ornamento, o fatto, o allungato, o accorciato, o mutato. Proprio è quello ch’usa ciascuna gente e lingua. Straniero è quello ch’usa la diversa; perchè straniero e proprio può essere il medesimo, ma non a’ medesimi, avvengachè retaggio a’ Francesi sia proprio, a noi è strano. Traslazione è trasportamento di nome proprio o da genere a spezie, o da spezie a genere, o da spezie a spezie, o secondo la proporzione: dico da genere a spezie, come in que’ versi di Dante, quando egli, parlando de’ Giganti, disse:

Certo Natura, quando lasciò l’arte

Di sì fatti animali, assai fe’ bene.

Da spezie a genere, dicendo mille volte in vece di molte; perchè mille son molte, come fece il Petrarca:

Mille fiate, o dolce mia guerrera.

Della spezie alla spezie, quando si pone l’una per l’altra, come fece Dante, il qual chiamò volo la navigazione, la quale è un’altra spezie di movimento:

De’ remi facemmo ale al folle volo.

Per proporzione si farà la metafora, se chiameremo la morte occaso della vita, o l’occaso morte del giorno, ad imitazione di Dante, il qual disse:

Che paja ’l giorno pianger che si muore;

perchè la medesima proporzione è tra ’l secondo e ’l primo, ch’è tra il quarto e ’l terzo, cioè tra la morte e la vita, la qual è tra l’occaso e l’ giorno. Laonde sogliamo prendere il secondo in luogo del quarto, e ’l quarto in luogo del secondo; ed alcuna volta s’aggiunge quello, perchè si dice, come feci io in que’ versi:

Muto poeta di pittor canoro.

Fatto o finto è quel nome, che, non essendo mai stato usato da alcuno, il poeta il fa di nuovo; come fece Dante binato, e similmente intuassi, immíi inciela, impola, imparadisa, inoltra, insempra: ma particolarmente son lodati quelli che son più atti all’imitazione ed al por le cose avanti gli occhi, come quello in quel verso:

Alto sospir che duolo strinse in nui.

Anzi il poeta dal finger de’ nomi prende il suo nome: perchè egli è detto poeta dal verbo greco ποιεῖν, che significa tanto fare, quanto fingere. Laonde così dal finger i nomi, come dal far la favola è denominato. Il nome usato per ornamento è l’epiteto, o ’l nome aggiunto che vogliam dirlo: il quale Aristotele chiamò col nome greco χόσμον; e questo nome significa quella sorte d’epiteti che son detti oziosi e vani, come piace al Vittorio; ovvero quello che da’ Greci è detto οἰχὲιον, cioè proprio o appropriato, come dichiara il Maggi: benchè più mi piace l’altra opinione, perchè la proprietà non suole apportar grande ornamento.

L’allungato sarebbe s’altri dicesse simìle in vece di simile, il quale ha la penultima breve; o ignudo in vece di nudo. L’accorciato, chi dicesse secol, o pensier, o cavai, in vece di secolo, di pensiero, o di cavallo. Il mutato è quando rimane una parte del nome, e l’ altra si cambia; come dicendosi desiro in vece di desire, o desire in vece di desiderio, o alloro in vece di lauro, o atteggiamento in cambio d’alleviamento.

Ma la virtù della elocuzione, se crediamo ad Aristotele, è che sia chiara, non umile; quasi nell’umiltà non possa essere alcuna virtù. Chiarissima veramente è quella, la quale è composta de’ nomi propri; ma è umile, come sono i Capitoli del Bernia o del Mauro. Ma quella sarà grave, la quale userà vocaboli affatto peregrini. Peregrini chiama Aristotele la varietà delle lingue, l’accorciamento e l’allungamento, e ciascuno altro nome che non sia proprio: ma s’alcuno mescolasse insieme tutte queste cose, farebbe enigma o barbarismo: se mischiasse le traslazioni, enigma; se le lingue, barbarismo. I nomi dunque stranieri, e i traslati, e gli ornati, e l’altre forme, potranno fare il parlare non umile, ma sublime; e i proprj il faranno chiaro e manifesto. Ma perchè da una medesima cagione suol nascere l’oscurità e la grandezza e derivar quasi da un medesimo fonte, e dall’altro la umiltà e la chiarezza, fa di mestieri di gran giudizio e di grand’arte in accoppiare le voci proprie con le straniere e con le trasportate e con l’altre in guisa che ne risulti un parlare tutto splendido e tutto sublime. Dovrà dunque scegliere il poeta quelle traslate ch’averanno maggior vicinanza con le proprie, e che non saranno trasportate così di lontano. Dee ancora sceglierle da cose gratissime alla vista ed agli altri sensi, e schivar quelle che sono spiacevoli ad alcun di loro, come dovea far Dante, il qual, chiamando il sole lucerna del mondo, ci fe’ quasi sentir l’odor dell’olio. E sì debbiamo fuggire la suspizione di tutte le cose brutte e troppo plebeje e popolari, come quella la qual è tratta dal chiavar delle porte, e l’altre somiglianti. Però non lodo colui il qual disse che la Repubblica era castrata per la morte di Scipione; nè meritò molta lode il Caro chiamando i Francesi Galli intieri. Si deono anco lasciar quelle metafore, le quali per l’uso sono divenute proprie, perchè alcune cose nelle traslazioni si dicono più pienamente e più propriamente, che non con le proprie e medesime, come dice Demetrio Falereo. Non dee il poeta trasportar la metafora dalle cose minori alle maggiori, come il suono della tromba al tuono, ma dalle maggiori alle minori, come il torreggiar a’ Giganti:

Torreggiavan di mezzo la persona

Gli orribili Giganti.

In somma le metafore deono esser vaghe, piacevoli, agevolmente intese ed illustri, com’è quella:

Ridono i prati, il ciel si rasserena :

e quell’altre:

E le rose vermiglie infra la neve

Mover dall’ôra, e discovrir l’avorio

Che fa di marmo chi da presso ’l guarda;

e quelle:

Perle e rose vermiglie, ove raccolto

Dolor formava ardenti voci e belle;

Fiamma i sospir; le lagrime cristallo;

e facilmente intese, illustri, sublimi e magnifiche, come quelle altre:

Io pensava assai destro esser su l’ale,

Non per lor forza, ma di chi le spiega;

e quelle:

Rotta è l’alta Colonna, e ’l verde Lauro,

Che facean ombra al mio stanco pensero;

e quelle:

Spargendo a terra le sue spoglie eccelse,

Mostrando al sol la sua squallida sterpe.

Dee ancora schivar le metafore troppo oscure, le quali pajono quasi enigma, come alcune della canzone:

Mai non vo’ più cantar com’io soleva;

nè si deono continuar le metafore, ma interporre tra le parole traslate le proprie, se vogliamo che ’l parlar sia chiaro e sublime; altrimenti se ne farebbe allegoria: perchè allegorìa è la metafora continuata, come è quella:

Passa la nave mia colma d’obblio

Per aspro mare a mezza notte il verno

Infra Scilla e Cariddi; ed al governo

Siede il signor, anzi ’l nemico mio.

A ciascun remo un pensier pronto e rio,

Che la tempesta e ’l fin par ch’abbi a scherno:

La vela rompe un vento umido eterno

Di sospir, di speranze e di desío, ec.

La metafora continuata nondimeno conviene al grave dicitore e ne’ misteri e nelle minacce; ma oltre tutte le metafore che son lodate da Aristotele, è quella che si chiama metafora in atto, cioè quella che pone la cosa innanzi agli occhi, e le dà quasi movimento ed anima, e di inanimata la fa quasi animata. Perchè s’alcuno dicesse che l’uomo dabbene è ben tetragono ai colpi di ventura, fa metafora, perchè l’uno e l’altro è perfetto; ma non significa alcuna operazione, perocchè non mette alcuna cosa innanzi gli occhi: ma dicendosi:

Nell’età sua più bella e più fiorita,

pare che quasi ci rappresenti la primavera. Similmente metafora in atto è quella:

Pon man in quella venerabil chioma

Securamente, e nelle trecce sparte,

Sì che la neghittosa esca del fango;

perchè segue l’operazione: e quell’altra pur del Petrarca:

Vinca il ver dunque, e si rimanga in sella;

E vinta a terra caggia la bugia;

e quella di Dante:

 . . . . . . . infin che ’l ramo

Rende alla terra tutte le sue spoglie;

e quell’altra:

Io chinai ’l viso; e quei sen venne a riva

Con un vasello snelletto e leggiero,

Tanto che l’acqua nulla ne ’nghiottiva;

e quella del Boccaccio nella Teseide:

Rugghiaron tutte ad un’ora le porte.

Si vede adunque che ciascuno di questi poeti si compiacque di far le cose animate d’inanimate, come prima s’era compiaciuto Omero con questa medesima traslazione, la quale è cagione di grandezza, perchè dà anima alle cose, e dà chiarezza, perchè le pone innanzi agli occhi. Dee similmente il poeta, per accoppiar queste due condizioni, pigliar le parole straniere da quelle lingue le quali hanno qualche similitudine con la nostra, come è la spaguola e la francese, sì veramente che lor si i il fine delle parole toscane, ad imitazione di Cesare e d’altri, i quali alle parole barbare diedero la terminazione latina. Laonde non è da lodare il Guicciardino, il qual disse Monsignor de l’Escu, potendo dir Monsignor dello Scudo, benchè in ciò abbia avuto infiniti imitatori. E ciò similmente conviene avvertire non solo nelle voci traslate e nelle straniere ma nelle fatte di nuovo: altrimenti il parlare sarebbe simile a quello degli Sciti, come dice Demetrio, o pur a quel de’ Tedeschi e degli Schiavoni. Laonde io non posso lodare affatto que’ versi di Dante:

. . . . . . . che se Tabernicch

Vi fosse su caduto, o Pietrapana,

Non avria pur da l’orlo fatto cricch.

Similmente per congiunger queste qualità nella scelta de’ nomi antichi, si deono schivar quelli c’ hanno del vieto e quasi del rancido, come son quelli:

E non v’era mestier più che la dotta;

e quelli:

E, se miseria d’esto loco sollo

Rende in dispetto noi e nostri preghi,

Cominciò l’uno, e ’l tristo aspetto e brollo, ec.

E quest’è biasimata da Dante medesimo nel libro della Volgare Eloquenza: e andavamo introcque. Ma per risolver questo dubbio con le parole usate da Aristotele nella Rettorica, io dirò che la virtù dell’elocuzione è che sia chiara; perchè, s’ella fosse oscura, non farebbe il suo officio; ma non dee esser umile, nè più gonfia che non conviene: la poetica non è umile; ma non è conveniente [2]. Dalle quali parole si raccogliono due cose: l’una che la virtù dell’elocuzione oratoria è la chiarezza e la convenevole altezza; l’altra che ’l parlare ne’ poeti sia più sublime, che negli oratori, ma non già proprio: perchè i poeti, come dice M. Tullio, parlano quasi con lingua aliena: ma dall’altre parole che seguono, si raccoglie che le parole proprie fanno l’orazione piana, ma non ornata; e gli altri nomi, i quali più convengono al poeta, le accrescono ornamento, e particolarmente le parole disusate la fanno più venerabile, perchè sono come forestieri tra’ cittadini: laonde pajono peregrine, e producono meraviglia: ma la meraviglia sempre apporta seco diletto, perchè il dilettevole è meraviglioso. Tuttavolta il parlar sì fatto è più convenevole nel verso, che nella prosa, nella quale si deono usar poche volte le parole straniere e le finte e l’altre ch’abbiamo annoverate. Ma le metafore sono più accomodate all’oratore; delle quali abbiamo detto alcune cose, e dato quasi alcuni precetti: e, riepilogando, possiam dire con Egidio (interprete d’Aristotele) che tre sian le proprietà della metafora: ch’ella sia presa da cose convenevoli, da vicine, e da manifeste: o che sian quattro, seguendo l’opinione d’altri, ed aggiungendovi ch’ella sia presa da cose belle e grate alla vista: anzi, potendo esser presa da due cose belle, debbiami prenderla dalla più bella, come fece il Petrarca, il quale, parlando dell’aurora, disse:

Con la fronte di rose e co’ crin d’oro.

Ma Dante prima avea detto che le guance dell’aurora

Per troppa etate divenivan rance.

Laonde non si dovrebbe dire che l’aurora fosse rossa, ma purpurea piuttosto [3]. Si possono alle dette proprietà aggiungerne due altre: ch’elle sian prese da cose maggiori e da migliori, sì veramente che la nostra intenzione sia di lodare; perchè s’ella fosse di vituperare, possiamo prenderla dalle peggiori, come fece Dante nel biasimar la sua donna:

Questa scherana micidiale e ladra.

A queste cose, dette da Aristotele e da Demetrio Falereo, aggiunge Cicerone alcun’altre dell’origine delle metafore, dicendo ch’elle son fatte o per bisogno, o per diletto: per bisogno come quelle che sono uscite da villani, i quali dicono gemmar le viti, e lussureggiar le biade, e l’altre simili; per diletto come l’altre che son ritrovate per ornamento del parlare. Ma Porfirio non vuol che quelle le quali sono usate per necessità, sian metafore, ma nomi equivochi piuttosto: la quale opinione egli raccolse dalle parole d’Aristotele medesimo, il qual nel terzo della Rettorica disse che la metafora porta diletto oltre la necessità. Laonde par ch’escluda quelle che son ritrovate per bisogno. Comunque sia, le traslazioni, usate con queste condizioni, accrescono molto la bellezza del parlare con gran lode di chi le trova; nè può ritrovarle convenienti chi non conosce la similitudine delle cose nella dissimilitudine. Laonde par che agl’ingegni filosofici propriamente convenga il ritrovarle; e Platone oltre tutti gli altri le ritrovò, e l’usò senza risparmio, e perciò fu tenuto arditissimo. Senofonte si servì più volentieri delle immagini, a delle similitudini che vogliam dirle: e c’è dato per consiglio di trasmutar in immagini le metafore pericolose; il che si fa agevolmente con la giunta della particella quasi, come fece il Petrarca:

E d’intorno al mio cor pensier gelati

Fatto avean quasi adamantino smalto:

e ’l Caro dopo lui:

Giace quasi gran conca infra due mari.

Si può assicurar ancora la traslazione con un altro ajuto, cioè con l’epiteto, come assicurò Dante, il quale, parlando degli alberi pieni di neve, disse:

come neve tra le vive travi.

E ’l Petrarca, per opinione d’alcuni, chiamò all’incontro una cassa di legno secca selva:

Ma io sarò sotterra in secca selva:

e spesso usò questo ajuto, come chiamando gli occhi di madonna Laura angeliche faville, ed in un altro luogo il destro occhio destro sole, e ’l volto calda neve. Alcuna volta i nostri poeti hanno usato gli aggiunti per ammollir l’asprezza del nome che sta per sè, come usò il Petrarca dicendo:

O viva morte, o dilettoso male;

e monsignor della Casa:

Pietosa tigre ad amar diemmi, e scoglio;

ed altrove:

.   .   .   .   .   .   .   .   serena e piana

Procella il corso mio dubbioso face.

Ma benchè questo nome di metafora paja tanto ristretto da Aristotele, quanto abbiam veduto, nondimeno alcune volte l’uso in larghissimo significato; perch’egli suole chiamar metafora ogni nome che non è proprio. Laonde Cicerone estima ch’Aristotele comprendesse sotto il nome di metafora tutto quel che da’ grammatici e da’ maestri del dire (i quali dividono e spezzano le cose) vien chiamato con varj nomi: e senza fallo i nomi d’ipallage, di metonimia e d’allegoria furono dopo Aristotele di nuovo ritrovati; perciocch’egli riprese alcuni sofisti i quali posero nomi diversi a cose che non erano diverse in modo alcuno. Laonde non è meraviglia se di poche figure ritroviamo appresso Aristotele alcuna menzione: ma non era convenevole ch’ Aristotele facesse menzione di quelle cose che non si possono raccogliere sotto alcun’arte; ma le figure peravventura si possono moltiplicare in infinito. Laonde Cicerone nella Topica disse che le figure delle parole o delle sentenze, le quali i Greci chiamano σχηματα, eran cosa infinita; però può cadere piuttosto sotto la distribuzione delle parti, che sotto la divisione. Son dunque anzi parti dell’orazione, che forme o specie: e s’elle fossero forme, come piace a Boezio, e spezie del genere, potrebbono ricever l’istesso nome; perciocchè a ciascuna di loro conviene il nome del genere, laddove alle parti non si conviene quel del tutto: nondimeno ciò nulla rileva; perciocchè, essendo in potestà del dicitore moltiplicare le figure del parlare, può moltiplicarle in infinito; perchè, insieme col mutar dell’elocuzione, si mutano le figure, fra le quali non è alcuna differenza sostanziale, ma solamente accidentale. Laonde par che non possano avere genere comune; perchè ciascun genere ha le sue differenze specifiche. È meglio dunque seguir l’altra opinione di Cicerone seguita da Boezio istesso, che l’elocuzione sia il tutto, e le figure sieno alcune parti in lei tessute in molti e diversi modi, quasi tronconi o foglie o animaluzzi o altre sì fatte immagini nel drappo della seta e dell’oro. Ma se ciò è vero, non debbiam diffinir la figura forma fatta di nuovo con qualche artificio; ma una parte artificiosamente rinomata e mutata, e diversa dall’altre. Ma se le figure son parti, di loro non si può dare arte esquisita; perchè non si posson raccogliere sotto certo numero. Non errò dunque Aristotele in tralasciarle; o piuttosto non le tralasciò, perchè tutte le raccolse sotto la metafora, e le distinse dalle parole proprie; nè si può immaginare altra più perfetta divisione, o altra più certa partizione di quella ch’egli fece nella Poetica. Ma non deono esser però disprezzate le cose dette dagli altri. Demetrio divise le figure in quelle delle sentenze e delle parole; ma nell’insegnare confuse questo ordine egli medesimo. L’istesse divisioni fece da poi Marco Tullio, o l’autore ad Erennio; ma perturbò l’ordine similmente: perchè le figure delle sentenze son prima che quelle delle parole; siccome son prima le cose delle parole: ma peravventura ebbe riguardo a qualche comodità dell’insegnare, o disprezzò l’avvertimento come troppo minuto. Il Trapezunzio confuse nell’istesso modo le figure del parlare con quelle del sentimento. Quintiliano le numera per ispezie. Aldo Manuzio, seguendo gli antichi grammatici, subdivide quelle delle parole in tre generi: cioè, della voce, della construzione e dell’elocuzione. Ma Giulio Cesare dalla Scala promette di darne arte esquisita, e diffinisce la figura un disegno delle specie o delle forme ch’abbiamo nella mente, e vuol che tanti sieno i sommi generi delle figure, quante sono le scienze; e fra le scienze mette la dialettica per principale, le cui figure sono la disposizione del mezzo termine, perchè in questo modo le chiamò Aristotele. La grammatica ha le sue figure, che sono mutazioni fatte nel parlare contra le sue leggi, o contra le sue regole che vogliam dirle; e sono sotto una somma scienza, la qual contiene la poesia, l’istoria e l’arte oratoria. Ma peravventura quelle della grammatica sono confuse con quelle ch’usano i poeti, gl’istorici e gli oratori; anzi i grammatici non ne conoscono altre. Oltre a ciò, se molti sono i sommi generi delle figure, non vi è un genere universo il quale contenga tutti e sia superiore agli altri: laonde non so come si possa darne una sola definizione.

Lasciam dunque ora da parte le figure della logica; perchè in questo nome è qualche equivocazione: ma non biasimo già la divisione fatta in quelle ch’appartengono alla poesia, ch’alcune figure significano quel ch’è, altre il contrario; e di quelle che significano quel ch’è, altre il significano egualmente, altre meno, altre altrimenti: tutta volta questa divisione è sua propria fatta per le specie; nondimeno non ha potute raccoglier tutte sotto i suoi generi: nè io prenderò questa fatica, o impossibile, o malagevolissima molto; e voglio piuttosto presupporre, come ho detto, ch’elle sian parti dell’elocuzione: ma forme son quell’altre che idee sono state chiamate; le quali altri chiamò caratteri, altri generi, ciascun de’ quali ha la sua propria laude e la sua propria eccellenza. Ma questa divisione fu fatta dopo Aristotele, il quale non distinse le forme del parlare in quel modo che dopo lui furono distinte da Demetrio, o da alcuno più antico, se non m’inganno, e da poi da Marco Tullio e da Ermogene, e da’ retori e da’ grammatici greci e latini. E cominciando dall’opinione di questi che sono più vicini, quattro sono i generi del parlare: il breve, e ’l lungo, il mezzano, e ’l fiorito. Ma il primo vizio in questa divisione, come piace a Giulio Cesare dalla Scala, è che le parti della divisione sian troppe; l’altro, ch’elle non sian separate per le differenze specifiche; il terzo, che così il lungo, come il breve, può esser fiorito. Alle medesime opposizioni mi par quasi soggetta la divisione che Ermogene fa delle idee; le quali sono la chiara, la grande, la bella, la veloce, l’affettuosa, la grave e la vera; perciocchè sono molte, e non son divise per contrarie differenze: e s’alcuno la volesse chiamar partizione, non divisione, ne seguirebbe ch’elle fossero parti, non forme, nè idee, come vuole Ermogene: ma noi abbiam presupposto che sian forme, a differenza dell’altre che son parti. Oltre a ciò, se pur si trova la forma del dire veloce, perchè non si trova la tarda? e se ci è la vera, perchè non ci è la falsa? benchè non si può dubitar ch’ella non vi sia, perchè molti ammaestramenti si potrebbon dare di questa forma, solamente considerando la narrazione di Sinone appresso Virgilio. Più breve e più spedita mi par la divisione di Cicerone nel suo Oratore, che tre siano i generi del parlare: l’alto, il mediocre, e l’umile: perciocchè il mediocre si fa o innalzando l’umile, o abbassando il sublime. Laonde due generi solamente sono i principali; e questi sono gli estremi. Nell’istesso modo può esser difesa la divisione di Demetrio, il qual divide le forme in quattro semplici: nella tenue, o sottile che vogliamo dire, nella magnifica, nell’ornata, e nella grave, e nell’altre che di queste son mescolate: ma tutte non sono miste con tutte; ma l’ornata con la sottile, e l’ornata nell’istesso modo con l’una e con l’altra; sola la magnifica non si mescola con la sottile; ma sono quasi forme poste all’incontra, e contrarie. Per la qual cagione vollero alcuni che fosser due forme solamente; e l’altre due poste nel mezzo: ma l’ornata è attribuita alla tenue, e la magnifica alla grave; come se l’ornata avesse qualche sottigliezza, e la grave, mole e grandezza. Ma il parer di costoro parve a Demetrio degno di riso: perch’egli vide tutte l’altre mescolate insieme, non solo le due già dette, e conobbe che ne’ versi d’Omero e nelle prose di Platone e di Senofonte e d’altri molti è molta magnificenza mescolata con molta gravità e con molta bellezza. Tanta differenza è tra la felicità del comporre e la sottigliezza del disputare. Nondimeno nell’assegnare i nomi a’ caratteri, egli non fece grande stima dell’autorità d’Aristotele, il qual nel terzo della Rettorica riprese coloro che trasportavano questo nome di magnificenza da’ costumi all’elocuzione, e peravventura non si ricordò d’aver ciò letto: ma più sicuramente si chiamerebbono le forme semplici co’ nomi opposti, cioè alto e basso, se la bassezza non fosse vizio. Ma questa è lite de’ nomi; e purchè intendiamo e siamo intesi, poco importa comunque sian detti. Dicansi dunque o caratteri, come li nomina Demetrio, o generi, come Marco Tullio, o specie, o forme, come son dette dall’uno e dall’altro: o idee, come le disse Ermogene, e prima di lui Plutarco.

Ma la forma si può diffinire l’effigie del parlare, e ’l carattere il segno. Chiamandosi generi, pare che le spezie quasi più minute sotto a lui sian contenute. Laonde se le forme sono spezie, conviene che sian soggette al genere; e se ciò è vero, il sublime e l’alto genere avrà, come sue spezie, la grande, la bella, la splendida, la grave forma, che è quella ch’è piena di dignità, e l’aspra, l’affettuosa e la veemente; il mediocre la graziosa, la soave, la dolce, la piacevole, l’ornata e la fiorita; l’umile la chiara, o ver la facile, la semplice, l’acuta, la sottile, la motteggevole, o ver quella che move a riso, ed altre simiglianti: benchè Giulio Cesare dalla Scala abbia voluto che alcune di queste siano piuttosto affetti, che spezie; perchè, se fossero spezie, sarebbon separate per differenze contrarie; ma avviene altrimenti, come egli estima; perchè la chiarezza e la bellezza sono necessarie ad ogni sorte di orazione, ma la grandezza non a tutte. Nondimeno per l’opinione degli Antichi si potrebbe replicare ch’al parlar degli oracoli, ed a quel che s’usa ne’ misteri, non è necessaria la chiarezza; nè la bellezza nel parlar di colui che vitupera e che rimprovera altrui le sue colpe. Laonde Beatrice, nel riprender Dante, non usò questa forma quando ella disse:

O tu che ancor di là dal fiume sacro [4]

Per udir se’ dolente, alza la barba:

del che egli s’avvide; però soggiunse:

E quando per la barba il volto prese,

Ben conobbi il velen dell’argomento.

Ma molto meno usò questa forma il Boccaccio nel riprender la vedova che l’aveva schernito; anzi raccolse i più sozzi vocaboli e i più vili ch’usasse il popolo fiorentino, come fece Dante ancora spesse fiate nell’Inferno, cioè nel primo canto del suo poema; perchè si fece lecito di riprendere e di morder le persone col proprio nome, siccome s’usava nella commedia vecchia: benchè per altra cagione ancora gli potè dare questo nome, come altrove ho detto. Ma lasciando questa questione da parte, io dico che le forme si mescolano insieme in guisa ch’è difficil cosa trovarle mai separate, eccettuatene quelle che sono contrarie. Talchè possiamo assomigliare il parlare ad una cera, la qual prende diversi segni e diverse figure. Ma le parole sono immagini de’ concetti, i quali sono nell’animo nostro, come dice Aristotele; e i concetti delle cose che son fuori dell’intelletto: le parole adunque sono immagini dell’immagini; però deono assomigliarle; e benchè il concetto il quale è quasi un parlare interno, sia fatto in uno instante, le parole nondimeno sono pronunziate in qualche tempo: e il tempo è numero: laonde il numero ancora si dee considerare nelle parole. Tre condizioni dunque concorrono in queste che noi dimandiamo forme del parlare: le parole, quasi materia che dee ricever la forma; il numero; e il concetto o sentenza che vogliam dirla. Consideriam dunque quali parole, quai numeri, e quai concetti alle forme sian più convenienti; e poi andremo ricercando quai figure sian proprie di ciascuna. Io non ho fatta menzione delle cose; perchè Demetrio ancora disse che la magnificenza consisteva in queste tre: cioè, nella sentenza, nella elocuzione e nella composizione delle parole convenienti, dalla quale nasce il numero: ma da poi considerò la quarta condizione, dicendo che la magnificenza era nelle cose, ove si tratti e descriva alcuna grande ed illustre battaglia terrestre o navale, e dove si ragioni del cielo e della terra. Della quai opinione fu ancora Nicia pittore, il qual volle che l’argomento non fosse picciola parte dell’arte del dipingere, perchè alcuno, dipingendo cosa somigliante, dee mostrar molte figure di cavalli, de’ quali alcuni corrano, altri caggiano, altri stiano dritti, e molte ancora di cavalieri i quali saettino, o caggiano dal cavallo saettando, ma gran fallo commetterebbe se quasi spezzasse l’arte in molte minutissime parti, dipingendo fiori ed uccelletti. Ma gli esempi non si ritrovan più belli o maggiori, che ne’ versi di Virgilio: della battaglia terrestre in quelli:

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Anceps pugna diu, stant obnixa omnia contra.

Haud aliter Troianae acies, aciesque Latinae

Concurrunt: haeret pede pes densusque viro vir.

At parte ex alia, qua saxa rotantia late

Intulerat torrens arbustaque diruta ripis,

Arcadas, insuetos acies inferre pedestres,

Ut vidit Pallas Latio dare terga sequaci etc.;

e in quelli altri del medesimo poeta:

Caedicus Alcathoum obtruncat, Sacrator Hydaspem,

Partheniumque Rapo et praedurum viribus Orsen,

Messapus Cloniumque Lycaoniumque Ericeten:

Illum infraenis equi lapsu tellure iacentem,

Hunc peditem. Pedes et Lycius processerat Agis,

Quem tamen haud expers Valerus virtutis avitae

Deiicit: Thronium Salius; Saliumque Nealces,

Insignis iaculo et longe fallente sagitta.

Iam gravis aequabat luctus et mutua Mavors

Funera: caedebant pariter pariterque ruebant

Victores victique; neque his fuga nota neque illis;

e quel che segue. Molti altri esempi e quasi vive imagini de la battaglia terrestre sono nel divin poeta; ma la navale è figurata ne lo scudo, come si legge:

Haec inter tumidi late maris ibat imago

Aurea, sed fluctu spumabant caerula cano;

Et circum argento clari delphines in orbem

Aequora verrebant caudis aestumque secabant.

In medio classes aeratas, Actia bella

Cernere erat; totumque instructo Marte videres

Fervere Leucaten, auroque effulgere fluctus.

Hinc Augustus agens Italos in praelia Caesar,

Cum patribus, populoque, Penatibus et magnis Dis,

Stans celsa in puppi; geminas cui tempora flammas

Laeta vomunt patriumque aperitur vertice sidus.

Parte alia ventis et Dis Agrippa secundis,

Arduus agmen agens, cui, belli insigne superbum,

Tempora navali fulgent rostrata corona.

Hinc ope barbarica variisque Antonius armis

Victor ab Aurorae populis et littore rubro

Aegyptum, viresque Orientis, et ultima secum

Bactra vehit sequiturque (nefas!) Aegyptia coniux.

Una omnes ruere, ac totum spumare reductis

Convulsum remis rostrisque tridentibus aequor.

Alta petunt; pelago credas innare revulsas

Cycladas, aut montes concurrere montibus altos:

Tanta mole viri turritis puppibus instant.

Stuppea flamma manu telisque volatile ferrum

Spargitur.

Ma l’esempio de le cose del cielo e de la natura si vede in quelli altri del medesimo poeta:

Principio caelum ac terras camposque liquentes

Lucentemque globam Lunae Titaniaque astra

Spiritus intus alit totamque infusa per artus

Mens agitat molem et magno se corpore miscet.

Ma per la medesima cagione suol esser la magnificenza ne’ versi de’ nostri poeti, come in quelli di Dante:

La gloria di colui che tutto move,

per l’universo penetra, e risplende

in una parte più e meno altrove.

Le cose adunque possono ancora accrescer la magnificenza, quantunque Giulio Cesare Scaligero porti contraria opinione, dicendo che non è necessario che nel carattere grande sian grandi le cose, e nel sottile sottili, ma che basta nel poeta l’usar parole scelte, sonore, depinte, e la composizione de le cose numerosa. Ma in queste parole doppiamente s’inganna: prima perché lascia a dietro i concetti e le sentenze, il qual errore è insopportabile; da poi, perché esclude le cose. Ma questo errore più facilmente può esser perdonato, perciò che le cose picciole possono esser trattate con grand’ornamento, come trattò Virgilio quelle de l’api, dicendo:

Protinus aërii mellis caelestia dona

Exsequar. Hanc etiam, Maecenas, aspice partem.

Admiranda tibi levium spectacula rerum

Magnanimosque duces totiusque ordine gentis

Mores et studia et populos et praelia dicam.

In tenui labor, at tenuis non gloria: si quem

Numina laeva sinunt auditque vocatus Apollo:

ne’ quai versi il poeta formandosi nell’animo il concetto o d’una città o d’un esercito ch’abbia legge, costumi e studi, e popoli e duci magnanimi, agevolmente usò parole gravi ed ornate. Nè basta che il numero e le parole siano sonore e dipinte, se non corrispondono i concetti e le sentenze; perchè già abbiam detto che le parole sono immagini delle passioni dell’animo: ma le immagini deono esser simili all’immaginato: tuttavolta i concetti ancora sono immagini delle cose: e quantunque le cose concorrano egualmente alla grandezza della forma, nondimeno Demetrio Falereo dice che le cose ampie si deono dire ampiamente, e tutte l’altre deono esporsi con parole acconce e proprie del concetto; e facendosi altrimenti, par che si scherzi. Laonde nelle materie gravi non è lecito che le parole discordino dalle cose; benchè alcuni stimassero che sia gran segno d’eloquenza il dir le cose picciole altamente: ma ciò si concede per gioco, o per altra cagione; e perchè scherzava, fu lodato il Berni quando egli disse:

Dal più profondo e tenebroso centro

Ove Dante ha alloggiati i Bruti e i Cassi,

Fa, Florimonte mio, nascere i sassi

La vostra mula per urtarvi dentro:

Di quella opinione fu Giulio Camillo, il quale scrisse nella sua orazione dell’Eloquenza queste parole: At in iisdem libris, ut summissa mirabiliter dicantur, his verbis praecepit: In eloquentia autem multa sunt quae teneant; quae si omnia summa non sunt, et pleraque tamen magna sunt, necesse est ea ipsa quae sunt, mirabilia videri.” Ma da queste parole di Cicerone nell’Oratore io raccoglio più presto, che non solamente le cose grandissime, ma le grandi ancora, benchè non sian le somme, possono ricever meraviglioso ornamento: nè Marco Tullio portò opinione lontana da questa. Lasciamo dunque co’ suoi seguaci Giulio Camillo e Giulio Cesare dalla Scala, il quale più presto dovrebbe esser seguito in un’altra opinione, estimando egli che l’umiltà di Virgilio nello stile sublime, cioè nell’Eneide, sia differente da quella della Bucolica in spezie; ma l’altezza dalla umiltà dell’Eneide sia diversa non di spezie, ma di modo. Più sicuramente nondimeno si può affermare che il temperato e il sublime e l’umile dell’eroico non sia il medesimo con quelli degli altri poemi; e se fosse pur lecito al poeta usar lo stil dimesso nell’epopeja, non dee però inchinarsi a quella bassezza ch’è propria de’ Comici, come fece l’Ariosto quando egli disse:

Ch’a dire il vero egli ci avea la gola;

E riputata avria cortesia sciocca,

Per darla altrui, levarsela di bocca:

e in quegli altri:

E dicea il ver; ch’era viltade espressa

Conveniente a un uom fatto di stucco, ec.

Che tuttavia stesse a parlar con essa,

Tenendo basse l’ale come il cucco.

Troppo, per dir il vero, sono vili e disonesti questi modi; e per la bruttezza della cosa che ci si mette avanti agli occhi, o che s’accenna, pon convengono al poeta eroico. Di questo numero sono ancora quegli altri:

E fe’ raccorre al suo destrier le penne;

Ma non a tal che più l’avea distese:

Del destrier sceso, a pena si ritenne

Di salir altri.

E come c’insegna M. Tullio nel libro del Perfetto genere dell’Oratore: In tragoedia comicum vitiosum est; et in comoedia turpe tragicum. Laonde essendo questi modi convenienti alla commedia, sono disconvenevolissimi alla tragedia, e nell’epopeja, o nel poema eroico parimente. E perchè è maggior conformità tra il Lirico e l’Epico, non s’abbassò alla mediocrità lirica senza decoro, ma seguì l’esempio di Catullo in quegli altri:

La verginella è simile a la rosa

Ch’in bel giardin su la nativa spina

Mentre sola e sicura si riposa,

Nè gregge, nè pastor se le avvicina:

L’aura soave, e l’alba rugiadosa,

L’acqua, la terra al suo favor s’inchina:

Gioveni vaghi, e donne innamorate

Bramano averne e seni e tempie ornate.

Il qual fu poi imitato nel suo Canzoniere con molta convenevolezza da monsignor della Casa:

Qual chiuso in orto suol purpureo fiore,

Cui l’aura dolce, e ’l Sol tepido, e ’l rio

Corrente nutre, aprir tra l’erba fresca; ec.

Lo stile eroico adunque non è lontano dalla gravità del tragico, nè dalla vaghezza del lirico; ma avanza l’un e l’altro nello splendore d’una meravigliosa maestà. Non è disconvenevole nondimeno al poeta epico, ch’uscendo alquanto da’ termini di quella sua illustre magnificenza, alcuna volta pieghi lo stile alla gravità del Tragico, il che fa più spesso; alcun’altra al fiorito ornamento del Lirico, il che fa più di rado. Ma lo stile della tragedia, quantunque descriva avvenimenti illustri e persone reali, per due cagioni dee esser meno sublime e più semplice dell’eroico: l’una, perchè suol trattar materie più affettuose; e l’affetto richiede purità e semplicità, perchè in tal guisa è verisimile che ragioni uno che sia pieno d’affanno, o di timore, o di misericordia, o d’altra simile perturbazione: l’altra cagione è che nella tragedia non parla mai il poeta, ma sempre coloro che sono introdotti agenti ed operanti, a’ quali si dee attribuire una maniera di parlare men disusata e men dissimile dall’ordinaria. Ma il Coro peravventura dee parlar più altamente, perch’egli, come dice Aristotele ne’ Problemi, è quasi un curatore ozioso e separato: e per l’istessa ragione parla più altamente il poeta in sua persona, e quasi ragiona con un’altra lingua, siccome colui che finge d’esser rapito da furor divino sovra sè medesimo. Ma lo stile del Lirico non è pieno di tanta grandezza, quanta si vede nell’Eroico: ma abbonda di vaghezze e di leggiadrìa, ed è molto più fiorito: perchè i fiori e gli ornamenti esquisiti sono propri della mediocrità, come c’insegna Marco Tullio nell’Oratore; e Pindaro prima di lui nominò gli ornamenti della sua poesia hymnorum flores. Le materie ancora il ricercano, e la persona del poeta che quasi mai non si nasconde: ma se le cose fossero piene d’affetti e di costumi, sarebbono peravventura contente di minor ornamento, o non vorrebbono i medesimi; perciocchè non tutte le figure convengono a tutte le forme nella medesima composizione di parole, ma alcune sono più convenevoli all’una che all’altra, come estima Demetrio. Ora seguirò questa opinione; lasciando quella del Trapezunzio, che tutte le figure siano usate in tutte le forme; non perch’io voglia imporre alcuna necessità agli altri o a me stesso, ma perchè l’ammaestramento non mi par soverchio, nè degno d’essere disprezzato.

Note

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[1] Qui manca la clausula del nome; la qual mancanza è notata nell’Errata-Corrige del Tasso, ma non v’è supplito. Siccome però tutte queste definizioni grammaticali sono tolte da Aristotele nella Poetica, così potrebbesi riempiere questa lacuna, ponendovi le parole stesse del greco scrittore; e sono le seguenti: Nome è voce composta significativa, ma senza tempo, del quale non è parte alcuna che per sè stessa significhi; conciossiachè ne’ nomi doppj e’ osservi ancóra che le parti da per loro non vi significhino nulla. — ( Gli Edit.)

[2] Dubitiam forte non sia stata turbata e guasta nella stampa questa citazione; laonde ne piace di recare le parole istesse d’Aristotele, secondo la versione del Segni; e son tali: E qui nel ragionamento nostro determinisi, la bontà della locuzione essere la chiarezza. Siami di ciò segno il parlare stesso, il quale, se non è chiaro, non viene a far l’uffizio suo. Non debbe ancora il parlare, oltre alla chiarezza, esser troppo umile, o troppo gonfiato, ma conveniente. Che forse qui dir si potrebbe che il parlar poetico non fosse umile; ma e’ non si potrebbe dir perciò ch’e’ fusse conveniente alla prosa. — ( Gli Edit.)

[3] Chi trovasse per avventura un poco oscuro questo passo, vegga la Rettorica d’Aristotele, Lib. III, cap. 3 verso la fine, e ogni cosa gli si farà chiarissima. – (Gli Edit.)

[4] Questo verso, che è il primo del Canto XXXI del Purgatorio, fu dettato da Dante come segue:

O tu che se’ di là dal fiume sacro;

ma il Tasso che volea legarlo coll’altro, che ne è lontano ventidue terzetti, vi fece l’alterazione che si vede, senza della quale sarebbe mancata la connessione delle idee. – (Gli Edit.)

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Ultimo aggiornamento: 03 novembre 2009