Edizione di riferimento
Torquato Tasso, I discorsi dell'arte poetica, il Padre di Famiglia e L'Aminta, annotati per cura di Angelo Solerti, con illustrazioni, 1901, Ditta G.B. Paravia e comp. (Figli di I. Vigliardi-Paravia) Torino-Roma-Milano-Firenze-Napoli
Avendosi a trattare de l'elocuzione, si tratterà per conseguenza de lo stile; perchè non essendo quella altro che accoppiamento di parole, e non essend'altro le parole che immagini ed imitatrici de' concetti, che seguono la natura loro, si viene per forza a trattare de lo stile; non essendo quello altro, che quel composto che risulta da' concetti e da le voci.
Tre sono le forme de' stili: magnifica o sublime, mediocre ed umile; de le quali la prima è convenevole al poema eroico per due ragioni. Prima, perchè le cose altissime, che si piglia a trattare l'epico, devono con altissimo stile essere trattate. La seconda, perchè ogni parte opera a quel fine che opera il suo tutto: ma lo stile è parte del poema epico, adunque lo stile opera a quel fine che opera il poema epico; il quale, come s'è detto, ha per fine la maraviglia, la quale nasce solo da le cose sublimi e magnifiche.
Il magnifico, dunque, conviene al poema epico come suo proprio; dico suo proprio, perchè avendo ad usare anco gli altri secondo l'occorrenze e le materie, come accuratissimamente si vede in Virgilio, questo nondimeno è quello che prevale; come la terra in questi nostri corpi, composti nondimeno di tutti i quattro [2]. Lo stile del Trissino, per signoreggiare per tutto il dimesso, dimesso potrà esser detto; quello dell'Ariosto, per la medesima ragione, mediocre. È da avvertire che sì come ogni virtude ha qualche vizio vicino a lei, che l'assomiglia, e che spesso virtude vien nominato; cosí ogni forma di stile ha prossimo il vizioso, nel quale spesso incorre chi bene non avvertisce. Ha il magnifico, il gonfio: il temperato, lo snervato o secco; l'umile, il vile o plebeo. Il magnifico, il temperato e l'umile de l'eroico non è il medesimo co 'l magnifico, temperato ed umile de gli altri poemi; anzi, sì come gli altri poemi sono di spezie differenti da questo, cosí ancora gli stili sono di spezie differenti da gli altri. Però avvenga che l'umile alcuna volta ne l'eroico sia dicevole, non vi si converrà però l'umile, che è proprio del comico, come fece l'Ariosto quando disse:
Ch'adire il vero, egli ci avea la gola;
E riputala avria cortesia sciocca
Per darla altrui, levarsela di bocca [3].
E in quegli altri:
E dicea il ver; ch'era viliade espressa
Conveniente ad uom fatto di stucco...
Che tutta via stesse a parlar con essa
Tenendo l'ali basse come il cucco [4].
Parlari [5], per dire il vero, troppo popolareschi sono quelli, e questi inclinati a la bassezza comica per la disonesta cosa che si rappresenta, disconvenevole sempre a l'eroico.
E benchè sia più convenevolezza tra il lirico e l'epico, nondimeno troppo inclinò a la mediocrità lirica in quelli:
La verginella è simile a la rosa, ecc. [6]
Lo stile eroico è in mezzo quasi fra la semplice gravità del tragico e la fiorita vaghezza del lirico, ed avanza l'una e l'altra ne lo splendore d'una maravigliosa maestà; ma la maestà sua, di questa è meno ornata, di quella men propria. Non è disconvenevole nondimeno al poeta epico, ch'uscendo da' termini di quella sua illustre magnificenza, talora pieghi lo stile verso la semplicità del tragico; il che fa più sovente: talora verso le lascivie del lirico; il che fa più di rado, come dichiarando sèguito.
Lo stile de la tragedia [7], se ben contiene anch'ella avvenimenti illustri e persone reali [8], per due cagioni deve essere e più proprio e meno magnifico, che quello de l'epopeia non è: l'una, perchè tratta materie assai più affettuose, che quelle de l'epopeia non sono; e l'affetto richiede purità e semplicità di concetti e proprietà d'elocuzioni, perchè in tal guisa è verisimile che ragioni uno, che è pieno d'affanno o di timore o di misericordia o d'altra simile perturbazione; ed oltra che i soverchi lumi ed ornamenti di stile non solo adombrano, ma impediscono e ammorzano l'affetto. L'altra cagione è, che ne la tragedia non parla mai il poeta, ma sempre coloro che sono introdotti agenti e operanti; e a questi tali si deve attribuire una maniera di parlare, ch'assomigli a la favella ordinaria, acciò che l'imitazione riesca più verisimile. Al poeta [9], a l'incontro, quando ragiona in sua persona, si come colui che crediamo essere pieno di deità e rapito da divino furore sovra sè stesso, molto sovra l'uso comune, e quasi come un'altra mente e con un'altra lingua, gli si concede a pensare e a favellare [10].
Lo stile del lirico poi, se bene non cosí magnifico come l'eroico, molto più deve essere fiorito ed ornato: la qual forma di dire fiorita, (come i retorici affermano) è propria de la mediocrità.
Fiorito deve essere lo stile del lirico; e perchè più spesso appare la persona del poeta, e perchè le materie che si pigliano a trattare per lo più sono, le quali inornate di fiori e di scherzi, vili e abiette si rimarrebbono: onde se per aventura fosse la materia morata [11] trattata con sentenze, sarà di minor ornamento contenta.
Dichiarato adunque e perchè fiorito lo stile del lirico, e perchè puro e semplice quello del tragico, l'epico vedrà che, trattando materie patetiche o morali, si deve accostare a la proprietà e semplicità tragica; ma parlando in persona propria, o trattando materie oziose, s'avvicini a la vaghezza lirica, ma nè questo nè quello sì, che abbandoni affatto la grandezza e magnificenza sua propria. Questa varietà di stili deve essere usata, ma non sì che si muti lo stile, non mutandosi le materie; che saria imperfezione grandissima.
Può nascere la magnificenza da' concetti, da le parole e da le composizioni de le parole; e da queste tre parti risulta lo stile, e quelle tre forme, le quali dicemmo. Concetti non sono altro che imagini de le cose; le quali imagini non hanno soda e reale consistenza in sè stesse come le cose, ma ne l'animo nostro hanno un certo loro essere imperfetto, e quivi da l'imaginazione sono formate e figurate. La magnificenza de' concetti sarà, se si trattarà di cose grandi; come di Dio, del mondo, de gli eroi, di battaglie terrestri, navali e simili. Per esprimere questa grandezza accomodate [12] saranno quelle figure di sentenze, le quali o fanno parer grandi le cose con le circostanze; come l'ampliazione e le iperboli, che alzano la cosa sopra il vero; o la reticenza, che accennando la cosa, e poi tacendola, maggiore la lascia a l'imaginazione; o la prosopopeia, che con la finzione di persone d'autorità e riverenza dà autorità e riverenza a la cosa; e altre simili, che non caggiono [13] cosí di leggieri ne le menti de gli uomini ordinari, e che sono atte ad indurvi la meraviglia. Perciò che cosí proprio del magnifico dicitore è il commuovere e il rapire gli animi, come de l'umile l'insegnare, e del temperato il dilettare; ancora che e ne l'essere mosso e ne l'esser insegnato [14] trovi il lettore qualche diletto. Sarà sublime l'elocuzione, se le parole saranno non comuni, ma peregrine e da l'uso popolare lontane.
Le parole o sono semplici o sono composte: semplici, sono quelle che di voci significanti non sono composte; composte, quelle che di due significanti, o d'una sì e d'altra no, son composte. E queste sono o proprie, o straniere, o translate, o d'ornamento, o finte, o allungate, o scorciate, o alterate. Proprie sono quelle che signoreggiano la cosa, e che sono usate comunemente da tutti gli abitatori del paese; straniere quelle che appo altra nazione sono in uso: e possono le medesime parole essere e proprie e straniere in rispetto di varie nazioni. Chero, naturale a gli Spagnuoli, straniero a noi. Traslazione è imposizione de l'altrui nome. Questa è di quattro maniere; o dal genere a la spezie, o da la spezie al genere, o da la spezie a la spezie, o per proporzione. Dal genere a la spezie, se daremo il nome di bestia al cavallo; da la spezie al genere, quel che mille opre illustri per un nome generale; da la spezie a la spezie se diremo che il caval voli. Per proporzione sarà in questo modo; l'istessa proporzione che è fra 'l giorno e l'occaso, è fra la vita e la morte. Si potrà dunque dire che l'occaso sia la morte del giorno, come disse Dante:
Che parea il giorno pianger che si more,
e che la morte sia l'occaso de la vita come:
La vita in su 'l mattin giunse a l'occaso [15].
Finta è quella parola, che non prima usata, dal poeta si forma; come taratantara per esprimere e imitare quell'atto [16]. Allungata è quella ne la quale o la vocale si fa di breve lunga come simile; o ver s'aggiunge qualche sillaba, come adiviene, Accorciata, per le contrarie cagioni. Mutata sarà quella, ove sarà mutata qualche lettera, come despitto in vece di dispetto.
Nasce il sublime e 'l peregrino ne l'elocuzione da le parole straniere, da le traslate e da tutte quelle che proprie non saranno. Ma da questi stessi fonti ancora nasce l'oscurità; la quale tanto è da schivare, quanto ne l'eroico si ricerca, oltre la magnificenza, la chiarezza ancora. Però fa di mestieri di giudicio in accoppiare queste straniere con le proprie, sì che ne risulti un composto tutto chiaro, tutto sublime, niente oscuro, niente umile. Dovrà dunque sceglier quelle traslate che avranno più vicinanza con la propria: cosí le straniere, l'antiche e l'altre simili; e porle fra mezzo a proprie tali, che niente del plebeo abbiano. La composizione de le parole non cape [17] in questa nostra lingua; ed anco de l'accorciare ed allungare si deve ritrarre più che può. Avertiscasi circa la metafora, che sono da schivare quelle parole che, translate, per necessità, del proprio sono fatte plebee. Ed oltre di ciò, simili parole non siano transportate da le minori a le maggiori, come dal suono de la tromba al tuono; ma da le maggiori a le minori, come dare al suono de la tromba il romore del tuono; che questo dove mirabilmente inalza, quello altrettanto abbassa e fa vile.
Questo avvertimento si deve ancora avere ne le imagini, o vogliam dire similitudini; le quali si fanno da le metafore con l'aggiunta solo di una di queste particelle, come quasi, in guisa, e simili. Comparazione diventa l'immagine tratta in più lungo giro, ed in più membri; ed è consiglio de' retori, che ove ci pare troppo ardita la metafora, la dobbiamo convertire in similitudine. Ma certo si deve lodare l'epico ardito in simili metafore, pur che non trapassi il modo.
Le parole straniere devono essere tratte da quelle lingue che similitudine hanno con la nostra, come la provenzale, la francesca e la spagnuola. A queste io aggiungo la latina, pure che a loro si dia la terminazione de la favella toscana. Gli aggiunti [18] propri del lirico sono convenevoli a l'epico: questi, come poco necessari non usati da l'oratore, come grande ornamento ricevuti dal poeta, sono causa di grande magnificenza.
La composizione, che è la terza parte de lo stile, avrà del magnifico, se saranno lunghi i periodi, e lunghi i membri, de' quali il periodo è composto. E per questo la stanza è più capace [19] di questo eroico, che 'l terzetto. S'accresce la magnificenza con l'asprezza, la quale nasce dal concorso di vocali, da rompimenti diversi, da pienezza di consonanti ne le rime, da lo accrescere il numero nel fine del verso, o con parole sensibili per vigore d'accenti, o per pienezza di consonanti. Accresce medesimamente la frequenza de le copule [20], che come nervi corrobori l'orazione. Il trasportare alcuna volta i verbi contro l'uso comune, benchè di rado, porta nobiltà a l'orazione.
Per non incorrere nel vizio del gonfio, schivi il magnifico dicitore certe minute diligenze; come di fare che membro a membro corrisponda, verbo a verbo, nome a nome; e non solo in quanto al numero, ma in quanto al senso. Schivi gli antiteti, come:
Tu veloce fanciullo, io vecchio e tardo,
che tutte queste figure, ove si scopre l'affettazione, sono proprie de la mediocrità; e sí come molto dilettano, cosí nulla movono. La magnificenza de lo stile nasce da le sopraddette cagioni; e da queste stesse, usate fuor di tempo, o da altre somiglianti, nasce la gonfiezza; vizio sì prossimo a la magnificenza. La gonfiezza nasce da i concetti, se quelli di troppo gran lunga eccederanno il vero: come, che nel sasso lanciato dal Ciclope, mentre era per l'aria portato, vi pascevano suso le capre; e simili. Nasce da le parole la gonfiezza, se si userà parole troppo peregrine o troppo antiche, epiteti non convenienti, metafore che abbiano troppo de l'ardito e de l'audace. Da la composizione de le parole nascerà la tumidezza se la orazione non solo sarà numerosa, ma sopra modo numerosa; come in assai luoghi le prose del Boccaccio. Il gonfio è simile al glorioso, che de' beni che non ha sí gloria, e di quelli che ha usa fuor di proposito. Perchè lo stile, magnifico in materie grandi, tratto a le picciole, non più magnifico, ma gonfio sarà detto. Nè è vero che la virtù de l'eloquenza, cosí oratoria come poetica, consista in dire magnificamente le cose picciole; se bene magnificamente, Virgilio ci descrisse la repubblica de l'api, che solo per ischerzo lo fece: che ne le cose serie sempre si ricerca, che le parole e la composizione di quelle rispondano a' concetti.
L'umiltà de lo stile nasce da le contrarie cagioni. E prima, umile sarà il concetto, se sarà quale a punto suol nascere ne gli animi de gli uomini ordinariamente, e non atto ad indurre meraviglia, ma più tosto a l'insegnare accomodato. Umile sarà l'elocuzione, se le parole saranno proprie, non peregrine, non nove, non straniere, poche traslate, e quelle, non con quell'ardire che al magnifico si conviene. Pochi epiteti e più tosto necessari che per ornamento. Umile sarà la composizione, se brevi saranno i periodi e i membri; se l'orazione non avrà tante copule; ma facile se ne correrà secondo l'uso comune, senza trasportare nomi o verbi; se i versi saranno senza rottura, se le desinenze non saranno troppo scelte. Il vizio prossimo a questo è la bassezza. Questa sarà ne' concetti, se quelli saranno troppo vili ed abbietti, e avranno de l'osceno e de lo sporco. Bassa sarà l'elocuzione, se le parole saranno di contado, o popolaresche a fatto. Bassa la composizione, se sarà sciolta d'ogni numero; ed il verso languido a fatto come:
Poi vide Cleopatra lussuriosa [21].
Lo stile mediocre è posto fra 'l magnifico e l'umile, e de l'uno e de l'altro partecipa. Questo non nasce dal mescolamento del magnifico e de l'umile, che insieme si confondano; ma nasce o quando il sublime si rimette, o l'umile s'inalza. I concetti e l'elocuzione di questa forma sono quelli che eccedono l'uso comune di ciascuno, ma non portan però tanto di forza e di nerbo, quanto ne la magnifica si richiede. E quello in che eccede particolarmente l'ordinario modo di favellare, è la vaghezza ne gli esatti e fioriti ornamenti de' concetti e de l'elocuzioni, e ne la dolcezza e soavità de la composizione; e tutte quelle, figure d'una accurata e industriosa diligenza, le quali non ardisce di usare l'umile dicitore, nè degna il magnifico, sono dal mediocre poste in opera. Ed allora incorre in quel vizio, che a la lodevole mediocrità è vicino, quando che con la frequente affettazione di sí fatti ornamenti induce sazietà e fastidio. Non ha tanta forza di commuovere gli animi il mediocre stile, quanto ha il magnifico, nè con tanta evidenza il fa capace di ciò ch'egli narra, ma con un soave temperamento maggiormente diletta. Stando che lo stile sia un istrumento, co 'l quale imita il poeta quelle cose che d'imitare si ha proposte, necessaria è in lui l'energia la quale sí con parole pone innanzi a gli occhi la cosa, che pare altrui non di udirla, ma di vederla. E tanto più ne l'epopea è necessaria questa virtù che ne la tragedia, quanto che quella è priva de l'aiuto e de gli istrioni e de la scena. Nasce questa virtù da una accurata diligenza di descrivere la cosa minutamente; a la quale però è quasi inetta la nostra lingua; benchè in ciò Dante pare che avanzi quasi ssè stesso, in ciò degno forse d'esser agguagliato ad Omero, principalissimo in ciò in quanto comporta la lingua. Leggasi nel Purgatorio [III]:
Come le pecorelle escon dal chiuso
Ad una a due a tre; e l'altre stanno
Timidette atterrando l'occhio e 'l muso;
E ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
Addossandosi a lei s'ella s'arresta,
Semplici e quete, e lo 'mperchè non sanno.
Nasce questa virtù, quando introdotto alcuno a parlare, gli si fa fare quei gesti che sono suoi propri; come:
Mi guardò un poco e poi quasi sdegnoso [22].
È necessaria questa diligente narrazione ne le parti patetiche, però che è principalissimo instrumento di mover l'affetto: e di questo sia esempio tutto il ragionamento del conte Ugolino ne l'Inferno. Nasce questa virtù ancora, se descrivendosi alcuno effetto, si descrive ancora quelle circostanze che l'accompagnano; come descrivendo il corso de la nave si dirà, che l'onda rotta le mormora intorno. Quelle translazioni, che mettono la cosa in atto, portano seco questa espressione, massime quando è da le animate a le inanimate. Come:
. . . . . . . insin che 'l ramo
Rende a la terra tutte le sue spoglie;
Ariosto:
In tanto fugge, e si dilegua il lito;
dire la spada vindice, assetata di sangue, empia, crudele, temeraria, e simile. Deriva molte volte l'energia da quelle parole, che a la cosa, che l'uom vuole esprimere, sono naturali. Che lo stile non nasca dal concetto, ma da le voci, affermò Dante [23]; ed in tanto credette questa opinione esser vera, che per non essere la forma del sonetto atta a la magnificenza, spiegandosi in esso materie grandi, non dovevano essere spiegate magnificamente, ma con umiltà secondo che è il componimento e la sua qualità. Incontro, i concetti, sono il fine, e per conseguenza la forma de le parole e de le voci. Ma la forma non deve essere ordinata in grazia de la materia, nè pendere da quella; anzi, tutto il contrario: adunque i concetti non devono pendere da le parole; anzi, tutto il contrario è vero, che le parole devono pendere da' concetti, e prender legge da quelli. La prima si prova, perchè ad altro non diede a noi la natura il parlare, se non perchè significassimo altrui i concetti de l'animo. La seconda è pur troppo chiara. Seconda ragione. Le imagi ni debbono essere simili a la cosa imaginata ed imitata: ma le parole sono imagini e imitatrici de' concetti, come dice Aristotele; adunque le parole devono seguitare la natura de' concetti. La prima è assai chiara: che troppo sconvenevole sarebbe fare una statua di Venere, che non la grazia e venustà di Venere, ma la ferocità e robustezza di Marte ci rappresentasse. Terza ragione. Se vorremo trovare parte alcuna nel lirico, che risponda per proporzione a la favola de gli epici e de' tragici, niun'altra potremo dire che sia, se non i concetti; perchè si come gli affetti e i costumi si appoggiano su la favola, cosí nel lirico si appoggia su i concetti. Adunque, sì come in quelli l'anima e la forma loro è la favola, cosí diremo che la forma in questi lirici siano i concetti. È opinione de' buoni retori antichi, che subito che il concetto nasce, nasce con esso lui una sua proprietà naturale di parole e di numeri, con la quale dovesse essere vestito; il che se è cosí, come potrà mai essere che quel concetto vestito d'altra forma possa convenientemente apparere? Nè si potrà giammai fare, come disse il Falereo, che in virtù de l'elocuzione « Amor paia una furia infernale. » Che, per dirla, la qualità de le parole può bene accrescere e diminuire l'apparenza del concetto, ma non affatto mutarla: che da due cose nasce ogni carattere di dire; cioè da' concetti e da l'elocuzione (per lasciare ora fuori il numero); e non è dubio che maggiore non sia la virtù de' concetti, come di quelli da cui nasce la forma del dire, che de P elocuzione. È ben vero che quando d'altra qualità sono i concetti, d'altra le parole o l'elocuzione, ne nasce quella disconvenevolezza, che si vederebbe in uomo di contado vestito di toga lunga da senatore.
Per ischivare adunque questa sconvenevolezza non deve chi si piglia a trattare concetti grandi nel sonetto (poichè vi ha concesso questo, che è maggiore, negandogli poi quello che è minore) vestire quei concetti di umile elocuzione, come fece pur Dante. Incontro a questo che si è detto, che lo stile nasca da concetti, si dice: se fosse vero questo, seguirebbe che trattando il lirico i medesimi concetti che l'epico, (come di Dio, de gli eroi, e simili), lo stile de l'uno e de l'altro fosse il medesimo: ma questo ripugna a la verità, come appare; adunque è falso, ecc. E si può anco aggiungere, che stando che le cose trattate da l'uno e da l'altro siano le medesime, resta che sia l'elocuzione, che faccia differenza di spezie tra l'una e l'altra sorte di poesia; e perciò che da questa, e non da' concetti, nasca lo stile. Si risponde, che grandissima differenza è tra le cose, tra i concetti, e tra le parole. Cose sono quelle, che sono fuori de gli animi nostri, e che in sè medesime consistono. I concetti sono imagini de le cose che ne l'animo nostro ci formiamo variamente, secondo che varia è l'imaginazione de gli uomini. Le voci ultimamente sono imagini de le imagini; cioè, che siano quelle che per via de l'udito rappresentino a l'animo nostro i concetti, che sono ritratti da le cose. Se adunque alcuno dirà: lo stile nasce da' concetti; i concetti sono i medesimi de l'eroico e del lirico; adunque il medesimo stile è de l'uno e de l'altro; negherò che l'uno e l'altro tratti i medesimi concetti, se bene alcuna volta trattano le medesime cose.
La materia del lirico non è determinata, perchè, sì come l'oratore spazia per ogni materia a lui proposta con le sue ragipni probabili trat'te da' luoghi comuni, cosí il lirico parimente tratta ogni materia che occorra a lui; ma ne tratta con alcuni concetti che sono suoi propri, non comuni al tragico e a l'epico; e da questa varietà de' concetti deriva la varietà de lo stile, che è fra l' epico e il lirico. Nè è vero che quello che costituisce la spezie de la poesia lirica, sia la dolcezza del numero, la sceltezza de le parole, la vaghezza e lo splendore de l'elocuzione, la pittura de' translati e de l'altre figure; ma è la soavità, la venustà, e, per cosí dirla, l'amenità de' concetti, da le quali condizioni dipendono poi quell'altre. E si vede in loro un non so che di ridente, di fiorito e di lascivo, che ne l'eroico è disconvenevole, ed è naturale nel lirico. Veggio, per esempio, come trattando l'epico e il lirico le medesime cose, usino diversi concetti: da la quale diversità de' concetti ne nasce poi la diversità de lo stile, che fra loro si vede. Ci descrive Virgilio la bellezza d' una donna ne la persona di Dido:
Regina ad templum, forma pulcherrima, Dido
Incessit magna iuvenum stipante caterva:
Qualis in Eurolae ripis, autper juga Cynthi
Exercet Diana choros, etc. [24].
Semplicissimo concetto è quello forma pulcherrima Dido. Hanno alquanto di maggiore ornamento gli altri; ma non tanto, che eccedano il decoro de l'eroico. Ma se questa medesima bellezza avesse a descrivere il Petrarca come lirico, non si contenterebbe già di questa purità di concetti; ma direbbe, che la terra le ride d'intorno, che si gloria d'esser tocca da' suoi piedi, che l'erbe e i fiori desiderano d'esser calcati da lei, che 'l cielo percosso da' suoi raggi s'infiamma d'onestade, che si rallegra d'esser fatto sereno da gli occhi suoi, che 'l sole si specchia nel suo volto non trovando altrove paragone; ed inviterebbe insieme Amore, che stesse insieme a contemplare la sua gloria. E da questa varietà di concetti, che usasse il lirico, dependerebbe poi la varietà de lo stile. Non avrebbe mai usato simili concetti l'epico, che con gran sua lode usa il lirico:
Qual fior cadea su 'l lembo
Qual su le trecce bionde,
Ch'oro forbito e perle
Eran quel dì a vederle;
Qual si posava in terra, e qual su l'onde;
Qual con un vago errore
Girando, parea dir: qui regna Amore! [25]
Onde è tassato [26] l'Ariosto, ch'usasse simili concetti nel suo Furioso troppo lirici, come:
Amor, che m'arde il cor, fa questo vento, ecc.
Ma veniamo al paragone, e vediamo come abbia lasciate scritte le medesime cose e il Lirico toscano forse più eccellente d'alcuno latino, e il latino epico più d'ogni altro eccellente. Descrivendo Virgilio l'abito di Venere in forma di cacciatrice disse:
Dederatque comam diffundere ventis [27].
Nè disse quello che per aventura la maestà eroica non pativa, e che con gran vaghezza dal lirico fu aggiunto dicendo:
Erano i capei d'oro a l'aura sparsi,
Ch'in mille dolci nodi, ecc. [28].
Si può comportare ne l'epico quello:
Ambrosiaeque comae divi/ium vertice odorem
Spiravere [29].
Onde troppo lascivo sarebbe stato quell'altro:
E lutto 'l ciel, cantando il suo bel nome,
Sparser di rose i pargoletti Amori.
Descrive Virgilio l'innamorata Didone, che sempre aveva fisso il pensiero nel suo amato Enea, e dice:
Illum absens absentem audilque videtque [30].
Arguto certose grave, è questo concetto; ma semplice. Intorno a ristessa materia trova il Petrarca concetti di minor gravità, ma di maggior vaghezza e di maggior ornamento; onde ne riesce la composizione de le parole più dipinta e più fiorita:
Io l'ho più volte (or chi fia che me 'l creda?)
Ne l'acqua chiara e sopra l'erba verde
Veduta viva, e nel troncon d'un faggio,
E 'n bianca nube sì fatta, che Leda
Aria ben detto che sua figlia perde,
Come stella, che 'l sol coprì col raggio;
e di sì fatti concetti sovra l'istessa cosa si vede ripiena tutta la canzone:
In quella parte dove amor mi sprona [31].
Con concetti ordinari è da Virgilio descritto il pianto di Didone, onde le parole sono anco comuni:
Sic effata, sinum lachrymis implevit obortis [32].
Molto maggior ornamento di concetti cerca nel duodecimo, descrivendo il pianto di Lavinia, e con maggiori ornamenti di parole lo spiega:
Accepit vocem lacrymis Lavinia matris
Flagrantes perfusa genas; cui plurimus ignem
Subiecit rubor, et calefacta per ora cucurrit.
Indurii sanguineo veluti violaverit ostro
Si quis ebur aut mixta rubent ubi lilia multa
Alba rosa: tales virgo dabat ore colores [33].
Fioriti concetti sono questi, e quasi vicini al lirico; ma non sì, che non siano assai più ridenti quegli altri:
Perle e rose vermiglie, ove raccolto
Dolor formava voci ardenti e belle,
Fiamma i sospir, le lagrime cristallo [34].
E questo ultimo per aventura da Virgilio non saria stato ammesso. Nè meno quelli:
Amor, senno, valor, pietade e doglia
Facean piangendo un più dolce concento
D'ogni altro che nel mondo udir si soglia,
Ed era il ciel a l'armonia si intento
Che non si vedea in ramo mover foglia ;
Tanta dolcezza avea pien Vaere e 'l vento! [35].
Semplicissimi concetti son quelli di Virgilio nel descrivere il sorger de l'aurora:
Humentemque Aurora polo dimoverat umbram [36],
e
Oceanum interea sur gens Aurora reliquit [37].
Descrivendo la medesima cosa il Petrarca va cercando ogni amenità di concetti, e quali sono i concetti, tali ritrova le parole :
Il cantar novo e 'l pianger de gli augelli
In su 'l dì fanno risentir le valli;
E 'l mormorar di liquidi cristalli
Giù per lucidi freschi rivi e snelli;
Quella, ecc. [38].
Appare, dunque, che la diversità de lo stile nasce da la diversità de' concetti i quali sono diversi nel lirico e ne l'epico, e diversamente spiegati. Nè si conclude che da' concetti non nascano gli stili; perchè trattando i medesimi concetti il lirico e l'epico, diversi nondimeno siano gli stili. Perchè non vale [39]: tratta le medesime cose, adunque tratta i medesimi concetti; come di sopra dichiarammo: che ben si può trattare la medesima cosa con diversi concetti. E perchè più appaia la verità di tutto questo, veggasi come lo stile de l'epico quando tratta concetti lirici (e questo non determino io già se s'abbia da fare) tutto lirico si faccia; veggasi come ameno, come vago, come fiorito è l'Ariosto quando disse:
Era il bel viso suo qual esser suole [40],
con quello che seguita. Che in effetto, usando quei concetti sì ameni, ne venne lo stile sì lirico che forse più non si potria desiderare. Veggasi parimente in Virgilio come usando concetti dolci e pieni d'amenità, vestitili poi di quella vaghezza d'elocuzione, ne risultò lo stile mediocre e fiorito. Leggasi nel quarto la descrizione della notte:
Nox erat, et placidum, ecc. [41].
La qual materia con medesimi concetti, cioè ameni, trattò il Petrarca in quel sonetto:
Or che 'l cielo e la terra e 'l vento tace [42];
dove per non vi essere dissimilitudine di concetti, non v'è anco dissimilitudine di stile. E quinci si raccolga, che se il, lirico e l'epico trattasse le medesime cose co' medesimi con cetti, ne risulterebbe che lo stile de l'uno e de l'altro fosse il medesimo.
Si ha adunque che lo stile nasce da' concetti, e da' concetti parimente le qualità del verso; cioè, che siano o gravi, o umili ecc. Il che si può anco cavare da Virgilio, che umile, mediocre, e magnifico fece il medesimo verso con la varietà de' concetti. Che se da la qualità del verso si determinassero i concetti, avria trattato con l'esametro, nato per sua natura a la pravità, le cose pastorali con magnificenza. Nè si dubiti perchè alcuna volta usi il lirico la magnifica forma di dire, l'epico la mediocre e l'umile; perchè la determinazione de la cosa si fa sempre da quella parte che signoreggia: ed hassi piuma riguardo a quello che viene ad essere intenzione principale. Onde, benchè l'epico usi alcuna volta lo stile mediocre, non deve per questo esser che lo stile suo non debba essere detto magnifico, come quello che è principalissimo di lui; cosí del lirico ancora, senza alcuna controversia, potremo dire.
Note
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[1] Questo terzo discorso nel rifacimento intitolato Discorsi del poema eroico è stato dall'A. allargato in tre libri; infatti da più d'un luogo appare evidente non essere in questa forma se non un abbozzo.
[2] di tutti i quattro: sottintendi elementi.
[3] Ch'a dire il vero. Orlando Furioso, X, 10. Il Tasso citava a memoria, e la sua lezione non è sempre la vera; come qui, l'Autore disse: « Ma, a dire il vero, esso v'avea la gola ».
[4] E dicea il ver. Orlando Furioso, XXV, 81.
[5] Parlari: Patto del parlare; la parola. — Boccaccio, Introd. al Dec: « Nè ancora dar materia agl'invidiosi... di diminuire in niun atto l'onestà delle valorose donne con isconci parlari ».
[6] La verginella. Orlando Furioso, I, 42.
[7] Lo stile de la tragedia ecc. Nelle Annot. al Castelv. cit. (Prose diverse, I, p. 269) il Tasso rilevava questo giudizio: « Aristotele, non so perchè, assegnò le lingue a l'epico: se per la magnificenza, per la medesima ragione le dovea assegnare al tragico. Le assegnò, dunque, senza alcuna ragione, solo mosso da l'esempio d'Omero, il quale non è da commendare ». E diceva a sè stesso « Tasso: Nota tu di provare che la magnificenza è più propria de l'epico che del tragico ». E più sotto: « Tasso: La magnificenza si conviene più a l'epico, e perchè è meno patetico, e perchè parla più in sua persona, e perchè ha più per fine il mirabile, e perchè, quando narra in persona altrui, quel modo non è semplice drammatico ».
[8] persone reali. Di sangue regio, o illustri.
[9] Al poeta ecc. Nelle Annotaz. al Castelv. cit. (Prose diverse, I, p. 290) il il Tasso segnava: « Il modo col quale s'introducono le persone a parlar ne l'epopeia non è veramente rappresentativo. — Quindi tu argomenterai che perciò non gli si richiede tanto la proprietà quanto a la tragedia, nè l'iambo come a la tragedia; e per ciò riesce magnifica ».
[10] a pensare e a favellare. E anche elevarsi alla predizione. Infatti il Tasso osservando che nel Castelvetro erano riferiti due luoghi di Virgilio:
Fortunati ambo, si quid mea carmina possunt ;
e l'altro:
Vescia mens hominum fati.... Turnus tempus erit.
annotava: « Difendi tu questo; perchè è proprio de l'epico il pronosticare ».
[11] materia morata: cioè morale; v. sulla fine del Disc, precedente.
[12] accomodate: atte; idonee.
[13] non caggiono... ne le menti. Non vengono alla mente; non sono consuete.
[14] esser insegnato. Nota l'uso intransitivo, non comune. — Ovidio, Pistole volgar., I: « Il quale era da essere insegnato ne' suoi teneri anni nell'arti del suo padre ».
[15] occaso. Aristotele, Poet. volg. del Castelv. cit., p. 442-443: « Ancora simile riguardo ha la sera al giorno, e la vecchiezza alla vita; dirà adunque la sera vecchiezza del giorno, e la vecchiezza sera della vita, o, sí come disse Empedocle, tramontare della vita ».
[16] Nei Disc, del poema eroico (Prose div., I, p. 258) dice: « E descrivendo il suono della tromba, acconciamente Ennio finse il nome di taratantara in quel verso:
At tuba, terribili sonitu, taratantara dixit;
ad imitazion del quale disse poi il Tasso nel suo Amadigi:
La tromba ostil col suo taratantara ».
[17] non cape. Non è propria: non è consentita dalla lingua italiana.
[18] Gli aggiunti. Gli epiteti, o aggettivi.
[19] è più capace. È più conveniente. Cioè: è più atta alla magnificenza del poema l'ottava della terzina. — Nei Discorsi del poema eroico cit. (Prose diverse, I, pp. 266-266) il Tasso ampliava queste idee cosí: « Ma fra i versi nostri, quel d'undici sillabe è atto al parlar magnifico, ed è quello che riceve maggior ornamento. Il terzetto ha troppo stretto il seno per rinchiudere le sentenze de l'eroico, il quale ha bisogno di maggior spazio per spiegare i concetti: ed oltra a ciò, non ricerca una catena perpetua, nè i riposi cosí lontani, come sono nel capitolo; ma, spiegando i suoi concetti in più largo e più ampio giro, spesso desidera dove acquetarsi. Nel sonetto e ne le canzoni è troppa varietà di modi o di mutazioni che vogliam dirle. Laonde quella maniera di verso è più atta a le mutazioni del canto e de l'armonia conveniente al teatro. Ma ne la stanza d'otto versi d'undici sillabe è maggiore uniformità, e maggior gravità, e maggior costanza e stabilità... ».
[20] copule: congiunzioni.
[21] Poi vide. Inf. V, 63. Dante però dice: « Poi è Cleopatras lussurïosa ».
[22] Dante, Inferno, X, 41, ma, al solito, alterato.
[23] Dante. Nel De vulgari eloquenfia, II, cap. iv e vii.
[24] Regina ecc. Eneide, I, 496 sgg.
[25] Qual fior ecc. Petrarca., canz. Chiare fresche e dolci acque.
[26] è tassato: è ripreso.
[27] Dederatque ecc. Eneide, I, 319.
[28] Erano ecc. Petrarca, Canzoniere, son. 69 (ediz. Mestica).
[29] Ambrosiaeque ecc. Eneide, I, 403.
[30] illum ecc. Eneide, IV, 83.
[31] In quella parte ecc. Canz. XV (ediz. Mestica).
[32] Sia effata ecc. Eneide, III, 492.
[33] Accepit ecc. Eneide, XII, 64 sgg.
[34] Perle e rote ecc. Petrarca, son. Quel sempre acerbo ecc. (n.° 124, ediz. Mestica).
[35] Amor, senno ecc. Petrarca, son. I' vidi in terra ecc. (n.o 123, ed. Mestica).
[36] Humentem ecc. Eneide, III, 589 e IV, 7.
[37] Oceanum ecc. Eneide, XI, 1.
[38] Il cantar novo. Petrarca, son. 183 (ediz. Mestica).
[39] Perchè non vale. Sottintendi: il dire.
[40] Era il bel viso ecc. Orlando Furioso, XI, 65.
[41] Mox erat ecc. Eneide, IV, 522 sgg.
[42] Or che 'l cielo ecc. Son. 131 (ediz. Mestica).