Edizione di riferimento
Torquato Tasso, I discorsi dell'arte poetica, il Padre di Famiglia e L'Aminta, annotati per cura di Angelo Solerti, con illustrazioni, 1901, Ditta G.B. Paravia e comp. (Figli di I. Vigliardi-Paravia) Torino-Roma-Milano-Firenze-Napoli
Scelta ch'avrà il poeta materia per sè stessa capace d'ogni perfezione, li rimane l'altra assai più difficile fatica, che è di darle forma e disposizione poetica: intorno al quale officio, come intorno a proprio soggetto, quasi tutta la virtù de l'arte si manifesta. Ma però [1] che quello che principalmente costituisce e determina la natura de la poesia, e la fa da l'istoria differente, è il considerar le cose non come sono state, ma in quella guisa che dovrebbono essere state, avendo riguardo più tosto al verisimile in universale che a la verità de' particolari; prima d'ogn'altra cosa deve il poeta avvertire se ne la materia, ch'egli prende a trattare, v'è avvenimento alcuno, il quale altrimente essendo successo, o più del verisimile, o più del mirabile, o per qual si voglia altra cagione, portasse maggior diletto; e tutti i successi, che sí fatti trovarà, cioè che meglio in un altro modo potessero essere avvenuti, senza rispetto alcuno di vero o di istoria, a sua voglia muti e rimuti, e riduca gli accidenti de le cose a quel modo ch'egli giudica migliore, co 'l vero alterato il tutto finto accompagnando.
Questo precetto molto bene seppe porre in opra il divino Virgilio: però che cosí ne gli errori d'Enea, come ne le guerre passate fra lui e Latino, andò dietro non a quello che vero credette, ma a quello che migliore e più eccellente giudicò; perchè non solo è falso l'amore e la morte di Didone, e quello che di Polifemo si dice, e de la Sibilla, e de lo scendere di Enea a l'inferno; ma le battaglie passate fra lui e i popoli del Lazio descrive altrimente di quello ch'avvennero secondo la verità: e ciò, confrontando la sua Eneida co 'l primo di Livio e con altri istorici [2], chiaramente si vede. Ma sí come in Didone confuse di tanto spazio l'ordine de' tempi [3], per aver occasione di mescolare fra la severità de l'altre materie i piacevolissimi ragionamenti d'amore, e per assegnare un'alta ed ereditaria cagione de la inimicizia fra Romani e Cartaginesi; e sí come ricorse a la favola di Polifemo e de la Sibilla, per accoppiare il meraviglioso col verisimile; cosí anco alterò la morte di Turno, tacque quella d'Enea, v'aggiunse la morte d'Amata, mutò gli avvenimenti e l'ordine de' conflitti, per accrescer la gloria d'Enea, e chiuder con un fine più perfetto il suo nobilissimo poema. A le quali sue finzioni fu molto favorevole l'antichità de' tempi.
Ma non deve già la licenza de' poeti stendersi tanto oltre, ch'ardisca di mutare totalmente l'ultimo fine de le imprese ch'egli prende a trattare, o pur alcuni di quelli avvenimenti principali e più noti, che già ne la notizia del mondo [4] sono ricevuti per veri. Simile audacia mostrarebbe colui che Roma vinta e Cartagine vincitrice ci descrivesse, o Anniballe superato a campo aperto da Fabio Massimo, non con arte tenuto a bada. Simile sarebbe stato l'ardire d'Omero, se vero fosse quel che falsamente da alcuni si dice, se ben molto a proposito de la loro intenzione,
Che i Greci rotti e che Troia vittrice,
E che Penelopea fu meretrice [5].
Però che questo è un torre a fatto a la poesia quella autorità che da l'istoria le viene; da la quale ragione mossi concludemmo, dover l'argomento de l'epico sovra qualche istoria esser fondato. Lassi il nostro epico il fine e l'origine de la impresa, ed alcune cose più illustri ne la lor verità, o nulla o poco alterata: muti poi, se cosí gli pare, i mezzi e le circostanze, confonda i tempi o gli ordini de l'altre cose, e si dimostri in somma più tosto artificioso poeta che verace istorico. Ma se ne la materia [6] ch'egli s'ha proposta, alcuni avvenimenti si troveranno. che cosí siano successi come a punto dovrebbono esser successi, può il poeta, sí fatti come sono, senza alterazione imitarli, nè per ciò de la persona di poeta si spoglia, vestendosi quella di istorico: però che può a le volte avvenire, che altri come poeta, altri come istorico tratti le medesime cose; ma saranno da loro considerate con diverso rispetto, però che l'istorico le narra come vere, il poeta le imita come verisimile. E s'io credo Lucano non esser poeta; non mi muove a ciò credere quella ragione ch'induce alcuni altri in sí fatta credenza, cioè che egli non sia poeta perchè narra veri avvenimenti. Questo solo non basta: ma poeta non è egli, perché talmente s'obliga a la verità de' particolari, che non ha rispetto al verisimile in universale; e pur che narri [7] le cose come sono state fatte, non si cura d'imitarle come dovriano essere state fatte.
Or poichè avrà il poeta ridutto il vero ed i particolari de l'istoria al verisimile ed a l'universale, ch'è proprio de l'arte sua; procuri che la favola (Favola chiamo la forma del poema, che definir si può testura o composizione de gli avvenimenti) procuri, dico, che la favola, ch'indi vuol formare, sia intiera, o tutta che vogliam dire, sia di convenevol grandezza, e sia una. E sovra queste tre condizioni, ch'a la favola son necessarie, distintamente, e con quell'ordine che le ho proposte, discorrerò. Tutta o intiera [8] deve essere la favola, perch'in lei la perfezione si ricerca; ma perfetta non può esser quella cosa ch'intiera non sia. Questa integrità si trovarà, ne la favola, s'ella avrà il principio, il mezzo e l'ultimo [9]. Principio è quello che necessariamente non è doppo altra cosa, e l'altre cose son doppo lui. Il fine è quello ch'è doppo l'altre cose, nè altra cosa ha doppo sè. Il mezzo è posto fra l'uno e l'altro, ed egli è doppo alcune cose, ed alcune n'ha doppo sè. Ma per uscir alquanto da la brevità de le definizioni, dico ch'intiera è quella favola, che in sè stessa ogni cosa contiene, ch'a la sua intelligenza sia necessaria; e le cagioni e l'origine di quella impresa che si prende a trattare, vi sono espresse; e per li debiti mezzi [10] si conduce ad un fine, il quale nessuna cosa lassi o non ben conclusa o non ben risoluta.
Questa condizione de l'integrità si desidera ne l'Orlando Innamorato del Boiardo, nè si trova nel Furioso de l'Ariosto: manca a l'Innamorato il fine, al Furioso il principio: ma ne l'uno non fu difetto d'arte, ma colpa di morte; ne l'altro, non ignoranza, ma elezione di voler fornire ciò che dal primo fu cominciato [11]. Che l'Innamorato sia imperfetto, non vi fa mestieri prova alcuna; che non sia intiero il Furioso, è parimente chiaro: però che se noi vorremo che l'azione principale di quel poema sia l'amor di Ruggiero, vi manca il principio; se vorremo che sia la guerra di Carlo e d'Agramante, parimente il principio vi manca: perchè, quando o come fosse preso Ruggiero da l'amor di Bradamante non vi si legge; nè meno quando, o in che modo, gli Africani movessero guerra a' Francesi, se non forse in uno o 'n due versi, accennato: e molte volte i lettori ne la cognizione di queste favole andarebbono al buio, se da l'Innamorato non togliessero ciò che a la lor cognizione è necessario. Ma si deve, come ho detto, considerare l'Orlando Innamorato e 'l Furioso non come due libri distinti, ma come un poema solo, cominciato da l'uno, e con le medesime fila, ben che meglio annodato e meglio colorite, da l'altro poeta condotto al fine; ed in questa maniera risguardandolo, sarà intiero poema, a cui nulla manchi per intelligenza de le sue favole,
Questa condizione de l'integrità mancherebbe parimente, ne l'Iliade d'Omero, se vero fosse che la guerra Troiana avesse presa per argomento del suo poema; ma questa opinione di molti antichi, refiutata e confutata da i dotti del nostro secolo, chiaramente per falsa si manifesta; e se Omero stesso è buon testimonio de la propria intenzione, non la guerra di Troia, ma l'ira d'Achille si canta ne l'Iliade: Dimmi, Musa, l'ira d'Achille figliuol di Peleo, la quale recò infiniti dolori a i Greci, e mandò molte anime d'eroi a l'inferno. E tutto ciò che de la guerra di Troia si dice, propone di dirlo come annesso e dependente da Tira d'Achille, ed in somma come episodi che la gloria d'Achille e la grandezza de la favola accrescano; de la quale ira pienamente e l'origine e le cagioni si narrano ne la venuta di Crisa sacerdote, e nel ratto di Briseide; e con un perpetuo tenore [12] sino al fine è condotta, cioè sino a la riconciliazione che fra Achille ed Agamennone da la morte di Patroclo è cagionata. Sí che perfettissima d'ogni parte è quella favola, e nel seno de la sua testura porta intiera e perfetta cognizione di sè stessa; nè conviene accettare altronde [13] estrinseche cose, che la sua intelligenza ci facilitino. Il qual difetto si può per aventura riprendere in alcun moderno, ove è necessario ricorrere a quella prosa che dinanzi per sua dechiarazione [14] porta scritta; però che questa tal chiarezza, che si ha da gli argomenti e da altri sí fatti aiuti, non è nè artificiosa nè propria del poeta, ma estrinseca e mendicata [15].
Ma essendosi trattato a bastanza de la prima condizione richiesta a la favola, passiamo [16] a la seconda, cioè a la grandezza: nè paia o soverchio o disconvenevole, se essendosi già ragionato de la grandezza in quel luogo, ove de la elezione de la materia si tratta, ora se ne parli ove l'artificio de la forma si deve considerare: perchè ivi [17] a quella grandezza si ebbe riguardo, che portava seco nel poema la materia nuda; qui, a quella grandezza s'avrà considerazione, che viene nel poema da l'arte del poeta col mezzo de gli episodi.
Ricercano le forme naturali una determinata grandezza, e sono circonscritte dentro a certi termini del più e del meno, dai quali nè con l'eccesso, nè co 'l difetto è lor concesso d'uscire. Ricercano similmente le forme artificiali una quantità determinata; nè potrà la forma de la nave introdursi in un grano di miglio, nè meno ne la grandezza del monte Olimpo; però che allora si dice esservi introdotta la forma, che l'operazione, ch'è propria e naturale di quella tal forma, vi s'introduce; ma non potrà già trovarsi l'operazione de la nave, ch'è di solcare il mare, e di condurre gli uomini e le merci da l'uno a l'altro lido, in quantità ch'ecceda di tanto, o di tanti manchi. Tale ancora è forse la natura de' poemi; ma non voglio però che si consideri sino a quanta grandezza possa crescer la forma del poema eroico; ma in sino a quanta grandezza sia convenevole che cresca; e senza alcun dubbio, maggior deve essere [18], che le favole tragiche e le comiche non sono nate ad essere in sua natura. E sí come ne' piccioli corpi può ben essere eleganza e leggiadria, ma beltà e perfezione non mai; cosí anco i piccioli poemi epici vaghi ed eleganti possono essere, ma non belli e perfetti: perchè ne la bellezza e perfezione, oltra la proporzione, vi è la grandezza necessaria. Questa grandezza però non deve eccedere il convenevole, di maniera che quel Tizio ci rappresenti
Il qual disteso sette campi ingombra [19].
Ma sì come rocchio è dritto giudice de la dicevole [20] statura del corpo (però che convenevole grandezza sarà in quel corpo, ne la vista del quale l'occhio non si confonda, ma possa tutte le sue membra rimirando, la lor proporzione conoscere); cosí ancor la memoria commune [21] de gli uomini è dritta estimatrice de la misura conveniente del poema. Grande è convenevolmente quel poema, in cui la memoria non si perde nè si smarrisce; ma tutto unitamente comprendendolo, può considerare come l'una cosa con l'altra sia connessa e da l'altra dependa, e come le parti fra loro e co 'l tutto siano proporzionate. Viziosi sono senza dubbio que' poemi, ed in buona parte perduta è l'opera che vi si spende, ne' quali di poco ha il lettore passato il mezzo, chw del principio si è dimenticato; però che vi si perde quel diletto che dal poeta, come principale perfezione [22], deve essere con ogni studio ricercato. Questo è, come l'uno avvenimento doppo l'altro necessariamente o verisimilmente succeda; come l'uno con, l'altro sia concatenato e da l'altro inseparabile; ed, insomma, come da una artificiosa testura de' nodi nasca una intrinseca e verisimile ed inespettata soluzione. E, per aventura, chi l'Innamorato e 'l Furioso come un solo poema considerasse, gli potria parere la sua lunghezza soverchia anzi che no, e non atta ad esser contenuta in una semplice lezione [23] da una mediocre memoria.
Doppo la grandezza siegue l'unità, che fa l'ultima condizione che fu da noi a la favola attribuita. Questa è quella parte, signor
Scipione, che ha data a i nostri tempi occasione di varie e lunghe contese a coloro
Che 'l furor lilterato in guerra mena [24].
Però che alcuni necessaria l'hanno giudicata; altri a l'incontra hanno creduto la moltitudine de le azioni al poema eroico più convenirsi: Et magno iudice se quisque tuetur; facendosi i difensori de la unità scudo de la autorità d'Aristotele [25], de la maestà de gli antichi greci e latini poeti, nè mancando loro quelle armi che da la ragione sono somministrate: ma hanno per avversari l'uso de' presenti secoli [26], il consenso universale [27] de le donne e cavalieri e de le corti; e, sì come pare, l'esperienza ancora, infallibile paragone de la verità; veggendosi che l'Ariosto, partendo [28] da le vestigio de gli antichi scrittori e de le regole. d'Aristotele, ha molte e diverse azioni nei suo poema abbracciate, è letto e riletto da tutte l'età, da tutti i sessi, noto a tutte le lingue, piace a tutti, tutti il lodano, vive e ringiovanisce sempre ne la sua fama, e volaglorioso per le lingue de' mortali; ove il Trissino [29], d'altra parte, che i poemi d'Omero religiosamente [30] si propose d'imitare, e dentro i precetti d'Aristotele si ristrinse, mentovato da pochi, letto da pochissimi, prezzato quasi da nissuno, muto nel teatro del mondo, è morto a la luce de gli uomini; sepolto a pena ne le librerie e ne lo studio d'alcun letterato se ne rimane. Nè mancano in favore di questa parte, oltre l'esperienza, saldi e gagliardi argomenti; però che alcuni uomini dotti ed ingegnosi, o perchè cosí veramente credessero, o per mostrare la forza de l'ingegno loro, e farsi graziosi al mondo [31], adulando a guisa di tiranno (che tale è veramente) questo consenso universale, sono andati investigando nuove e sottili ragioni, con le quali l'hanno confermato e fortificato, io per me, come che abbia questi tali in somma riverenza per dottrina e per facondia, e come che giudichi che 'l divino Ariosto, e per felicità di natura e per l'accurata sua diligenza e per la varia cognizion di cose e per la lunga pratica de gli eccellenti scrittori, da la quale acquistò un esatto gusto del buono e del bello, arrivasse a quel segno nel poetare eroicamente, a cui nissun moderno, e pochi fra gli antichi son pervenuti; giudico nondimeno, che non sia da esser seguito ne la moltitudine de le azioni; la qual moltitudine scusabile nel poema epico può ben essere, rivolgendo la colpa o a l'uso de' tempi o al comandamento [32] di principe o a preghiera di dama o ad altra cagione; ma lodevole non sarà però mai riputata.
Nè per passione [33] nè per temerità o a caso mi movo a cosí dire, ma per alcune ragioni; le quali, o vere o verisimili che siano, hanno virtù di piegare o di tener fermo in questa credenza l'animo mio. Che se la pittura e l'altre arti imitatrici ricercano, che d'uno una sia l'imitazione; se i filosofi, che vogliono sempre l'esatto e 'l perfetto de le cose, fra le principali condizioni richieste ne' lor libri, vi cercano l'unità del soggetto; la qual sola mancandovi, imperfetto lo stimano; se ne la tragedia e ne la comedia, finalmente, è da tutti giudicata necessaria: perchè questa unità, cercata da' filosofi, seguita da' pittori e da gli scultori, ritenuta da i comici e da i tragici suoi compagni, deve essere da l'epico fuggita e disprezzata? Se l'unità porta in natura perfezione, e imperfezione la moltitudine; onde i Pittagorici, quella fra i beni e questa fra' mali annoveravano; onde questa a la materia e quella a la forma s'attribuisce: perchè nel poema eroico ancora non portarà maggior perfezione l'unità, che la moltitudine? Oltra di ciò, presupponendo che la favola sia il fine del poeta, come afferma Aristotele [34], e nissuno ha sin qui negato; s'una sarà la favola, uno sarà il fine; se più e diverse saranno le favole, più e diversi saranno i fini: ma quanto meglio opera chi riguarda ad un sol fine, che chi diversi fini si propone; nascendo da la diversità de' fini distrazione ne l'animo, ed impedimento ne l'operare; tanto meglio operarà l'imitator d'una sola favola, che l'imitatore di molte azioni. Aggiungo, che da la moltitudine de le favole nasce l'indeterminazione; e può questo progresso [35] andare in infinito, senza che le sia da l'arte prefisso o circonscritto termine alcuno. Il poeta ch'una favola tratta, finita quella, è giunto al suo fine: chi più ne tesse, o quattro o sei o dieci ne potrà tessere; nè più a questo numero che a quello è obligato: non potrà aver, dunque, determinata certezza, qual sia quel segno ove convenga fermarsi. Ultimamente la favola è la forma essenziale del poema, come nissun dubita; or, se più saranno le favole distinte fra loro, l'una de le quali da l'altra non dependa, più saranno conseguentemente i poemi. Essendo dunque questo, che chiamiamo un poema di più azioni, non un poema, ma una moltitudine di poemi insieme congiunta, o que' poemi saranno perfetti, o imperfetti: se perfetti, bisognarà ch'abbiano la debita grandezza: e avendola, ne risulterà una mole più grande assai, che non sono i volumi de' leggisti [36]: se imperfetti, è meglio a far un sol poema perfetto, che molti imperfetti. Tralasso, che se questi poemi son molti, e distinti di natura, come si prova per la moltitudine e distinzion de le favole, ha non solo del confuso, ma del mostruoso ancora il traporre e mescolare le membra de l'uno con quelle de l'altro; simile a quella fera che ci descrive Dante :
Ellera, abbarbicata mai non fue
Ad arbor sí, come l'orribil fera
Per l'altrui membra avviticchiò le sue [37];
e quel che segue. Ma perchè io ho detto, che il poema di più azioni sono molti poemi; ed innanzi dissi che l'Innamorato e 'l Furioso erano un sol poema; non si noti contrarietà ne la mia opinione: però che qui intendo la voce esattamente secondo il suo proprio e vero significato, ed ivi la presi come comunemente s'usa; un sol poema, cioè una sola composizione d'azioni, come si direbbe una sola istoria. Da queste ragioni mosse per aventura Aristotele, o da altre ch'egli vide, ed a me non sovvengono, determinò che la favola del poema una esser dovesse: la qual determinazione fu come buona accettata da Orazio ne la Poetica, là dove egli disse ciò che si tratta sia semplice ed uno [38]. A questa determinazione vari con varie ragioni hanno ripugnato [39], escludendo da que' poemi eroici, che romanzi si chiamano, l'unità de la favola, non solo come non necessaria, ma come dannosa eziandio. Ma non voglio referir già tutto ciò ch'intorno a questa materia è detto da loro; perchè alcune cose si leggono in alcuni assai leggiere e puerili e indegne totalmente di risposta. Solo addurrò quelle ragioni che con maggior sembianza di verità questa opinione confermano; le quali in somma a quattro si riducono, e sono queste.
Il romanzo (cosí chiamano il Furioso e gli altri simili) è spezie di poesia diversa da la epopeia, e non conosciuta da Aristotele: per questo non è obbligata a quelle regole che dà Aristotele de la epopeia. E se dice Aristotele, che l'unità de la favola è necessaria ne la epopeia; non dice però che si convenga a questa poesia di romanzi, ch'è di natura non conosciuta da lui. Aggiungono la seconda ragione, ed è tale. Ogni lingua ha da la natura alcune condizioni proprie e naturali di lei, ch'a gli altri idiomi per nissun modo convengono: il che apparirà manifesto a chi andrà minutamente considerando quante cose ne la greca favella hanno grazia ed energia mirabile, che ne la latina poi fredde e insipide se ne restano; e quante ve ne sono, ch'avendo forza e virtù grandissima ne la latina, suonano male ne la toscana. Ma fra l'altre condizioni che porta seco la nostra favella italiana, una n'è questa, cioè la moltitudine de le azioni; e sí come a' Greci e Latini disconvenevole sarebbe la moltitudine de le azioni, cosí a Toscani l'unità de la favola non si conviene. Oltra di ciò, quelle poesie sono migliori, che da l'uso sono più approvate, appo il quale è l'arbitrio e la podestà cosí sovra la poesia, come sovra l'altre cose. E ciò testifica Orazio ove dice:
Quem penes arbitrium est jus et norma loquendi [40].
Ma questa maniera di poesia, che romanza si chiama è più approvata da l'uso, migliore, dunque, deve essere giudicata. Ultimamente cosí concludono: quello è più perfetto poema che meglio asseguisce il fine de la poesia; ma molto meglio e più facilmente è asseguito dal romanzo che da la epopeia, cioè da la moltitudine che da la unità de le azioni; si deve dunque il romanzo a l'epopeia preporre: ma che 'l romanzo meglio conseguisca il fine è cosí noto, che non vi fa quasi mestiero prova alcuna; però che essendo il fine de la poesia il dilettare, maggior diletto ci recano i poemi di più favole che d'una sola, come l'esperienza ci dimostra.
Questi sono i fondamenti, sovra i quali si sostiene l'opinione di coloro, che la moltitudine de le azioni hanno giudicata ne' romanzi convenevole: saldi e certi veramente, ma non però tanto che da le macchine de la ragione [41] non possano esser espugnati; se pur la ragione sta da la parte contraria, come a me giova di credere: contra i quali la debolezza del mio ingegno, in questa ragione confidato [42], non restarò d'adoperare.
Ma vegnamo al primo fondamento, ove si dice: è il romanzo spezie distinta da l'epopeia, non conosciuta da Aristotele; per questo non deve cadere sotto quelle regole, a le quali egli obliga l'epopeia. Se il romanzo è spezie distinta da l'epopeia, chiara cosa è che per qualche differenza essenziale è distinto; perchè le differenze accidentali non possono fare diversità di spezie : ma non trovandosi fra il romanzo e l'epopeia differenza alcuna specifica, ne segue chiaramente, che distinzione alcuna di spezie fra loro non si trovi. Che non si trovi fra loro differenza alcuna essenziale, a ciascuno agevolmente può esser manifesto. Tre solamente sono le differenze essenziali ne la poesia: da le quali, quasi da vari fonti, vari e distinti poemi derivano; e sono, come nel precedente Discorso dicemmo, la diversità de le cose imitate, la diversità de la maniera d'imitare, e la diversità de gli istromenti co' quali s'imita. Per queste sole gli epici, i comici, i tragici e' citaristi sono differenti: da queste nascerebbe la diversità de la spezie fra 'l romanzo e la epopeia, s'alcuna ve ne fosse. Imita il romanzo e Pepopeia le medesime azioni; imita co 'l medesimo modo; imita con gli stessi istrumenti: sono dunque de la medesima spezie. Imita il romanzo e Pepopeia le medesime azioni, cioè l'illustri; nè solo è fra loro quella convenienza d'imitar l'illustre in genere, ch'è fra l'epico e 'l tragico, ma ancora una più particolare e piti stretta affinità d'imitare il medesimo illustre; quello dico, che non è fondato sovra la grandezza de' fatti orribili e compassionevoli, ma sovra le generose e magnanime azioni de gli eroi; quello illustre, dico, che si determina non con le persone di mezzo fra 'l vizio e la virtù ma le valorose in supremo grado di eccellenza: la qual convenienza d'imitare il medesimo illustre chiaramente si vede fra' nostri romanzi e gli epici de' Latini e de' Greci. Imita il romanzo e l'epopeia con l'istessa maniera; ne l'uno e ne l'altro poema vi appare la persona del poeta; vi si narrano le cose, non si rappresentano; nè ha per fine la scena e l'azioni de gli istrioni, come la tragedia e la comedia. Imitano co' medesimi istrumenti ; l'uno e l'altro usa il verso nudo, non servendosi mai nè del ritmo nè de l'armonia, che sono del tragico e del comico. Da la convenienza dunque de le azioni imitate e de gli istrumenti, e del modo d'imitare, si conclude essere la medesima spezie di poesia quella ch'epica vien detta e quella che romanzo si chiama. Onde poi questo nome di romanzo [43] sia derivato, varie sono l'opinioni, ch'ora non fa mestieri di raccontare; ma non è inconveniente che sotto la medesima spezie alcuni poemi si trovino diversi per diversità accidentali, i quali con diverso nome siano chiamati: sì come fra le comedie [44], altre sono state dette statarie, altre...; altre dal sago, altre da la toga prendevano il nome; ma tutte però convenivano ne' precetti e ne le regole essenziali de la comedia, come questo de l'unità. Se dunque il romanzo e l'epopeia sono d'una medesima spezie, agli oblighi de le stesse regole devono essere ristretti; massimamente di quelle regole parlando, che non solo in ogni poema eroico, ma in ogni poema assolutamente sono necessarie. Tale è l'unità de la favola, la quale Aristotele in ogni spezie di poema ricerca, non più ne l'eroico che nel tragico o nel comico: onde, quando anco fosse vero ciò che si dice, che 'l romanzo non fosse poema epico, non però ne seguirebbe che l'unità de la favola non fosse in lui, secondo il parer d'Aristotele, necessaria. Ma che ciò non sia vero, a bastanza mi pare dimostrato; che se pur volevano affermare, che 'l romanzo è spezie distinta da l'epopeia, conveniva lor dimostrare che Aristotele è manco [45] e difettoso ne l'assegnare [46] le differenze; e chi ben considera quelle differenze da le quali par che proceda diversità di spezie fra 'l romanzo e l'epopeia, sono in guisa accidentali, che più accidentale non è ne l'uomo l'essere esercitato nel corso e ne la palestra, o saper l'arte de lo schermo. Tale è quella [47], che l'argomento del romanzo sia finto, e quello de l'epopeia tolto da la istoria: che se questa fosse differenza specifica, necessariamente sarebbono diversi di spezie tutti que' poemi, fra' quali questa differenza si ritrovasse. Diversi, dunque, di spezie sarebbono il Fior d'Agatone e l'Edippo di Sofocle, ed insomma quelle tragedie il cui argomento fosse finto, da quelle che l'avessero da l'istoria: e, secondo la ragione usata da loro [48], la tragedia d'argomento finto non avrebbe l'obligo di quelle medesime regole, che ha la tragedia d'argomento vero. Onde ne l'unità de la favola sarebbe in lei necessaria, nè 'l movere il terrore e la compassione sarebbe il suo fine. Ma questo, senza alcun dubbio, è inconveniente: inconveniente dunque sarebbe ancora, che la finzione o verità de l'argomento fosse differenza specifica.
Del medesimo valore sono l'altre differenze ch'assegnano; e co' fondamenti de l'istessa ragione si possono confutare. E perchè molti hanno creduto, che 'l romanzo sia specie di poesia non conosciuta da Aristotele [49], non voglio tacer questo, che spezie di poesia non è oggi in uso, nè fu in uso ne gli antichi tempi, nè per un lungo volger di secoli di nuovo sorgerà, ne la cui cognizione non si debba credere che penetrasse Aristotele con quella medesima acutezza d'ingegno, con la quale tutte le cose, ch'in questa gran macchina Dio e la natura rinchiuse, sotto dieci capi dispose, e con la quale, tanti e sì vari sillogismi ad alcune poche forme riducendo, breve e perfetta arte ne compose; sì che quella arte incognita agli antichi filosofi, se non quanto naturalmente ciascun ne participa, da lui solo e 'l primo principio e l'ultima perfezione riconosce. Vide Aristotele che la natura de la poesia non era altro che imitare; vide conseguentemente, che la diversità de le sue spezie non poteva in lei altronde derivare, che da qualche diversità di questa imitazione; e che questa varietà solo in tre guise potea nascere, o da le cose, o dal modo, o da gli istromenti. Vide dunque quante potevano essere le differenze essenziali de la poesia; ed avendo viste le differenze, vide in conseguenza quante potevano essere le sue spezie; perchè essendo determinate le differenze, che costituiscono le spezie, determinate conviene che siano le spezie, e tante solamente, quanti sono i modi, ne' quali possono congiungersi (o combinare, come si dice) le differenze.
Era la seconda ragione, ch'ogni lingua ha alcune particolari proprietà, e che la moltitudine de le azioni è propria de' poemi toscani, come è l'unità de' latini e de' greci. Non nego io che ciascuno idioma non abbia alcune cose proprie di lui; però che alcune elocuzioni veggiamo cosí proprie d'una lingua, che 'n altra favella dicevolmente non possono esser trasportate. È la lingua greca molto atta a la espressione d'ogni minuta cosa: a questa istessa espressione inetta è la latina, ma molto più capace di grandezza e di maestà: e la nostra lingua toscana, se bene con egual suono ne la descrizione de le guerre non ci riempie gli orecchi, con maggior dolcezza nondimeno nel trattare le passioni amorose ce le lusinga. Quello dunque ch'è proprio d'una lingua, o è frasi ed elocuzione, e ciò nulla importa al nostro proposito, parlando noi d'azioni e non di parole: o pur diremo proprio d'una lingua quelle materie, le quali meglio da lei che da altra sono trattate, come è la guerra da la latina, e l'amore da la toscana. Ma chiara cosa è, che se la toscana favella sarà atta ad esprimere molti accidenti amorosi, sarà parimente atta ad esprimerne uno; e se la lingua latina sarà disposta a trattare un successo di guerra, sarà parimenti disposta a trattarne molti; sì ch'io per me non posso conoscere la cagione, che l'unità de l'azioni sia propria de' latini poemi, e la moltitudine de' vulgari. Nè, per aventura, cagione alcuna se ne può rendere: che se essi a me diranno, per qual cagione le materie de la guerra sono stimate più proprie de la latina e l'amorose de la toscana; risponderei, che ciò si dice avvenire per le molte consonanti de la latina, e per la lunghezza del suo esametro, più atte a lo strepito de le armi ed a la guerra; e per le vocali de la toscana, e per l'armonia de le rime, più convenevole a la piacevolezza de gli affetti amorosi: ma non però queste materie sono in guisa proprie di questi idiomi, che l'armi ne la toscana e gli amori ne la latina non possano convenevolmente esserci espressi da eccellente poeta. Concludendo dunque dico, che se ben'è vero ch'ogni lingua abbia le sue proprietà, è detto nondimeno senza ragione alcuna, che la moltitudine de le azioni sia propria de' vulgari poemi, e l'unità de' latini e de' greci. Nè più malagevole è il rispondere a la ragione, la quale era, che quelle poesie sono più eccellenti, che più sono da l'uso approvate; onde più eccellente è il romanzo de l'epopeia, essendo più da l'uso approvato. A questa ragione volendo io contradire, conviene che, per maggior intelligenza e chiarezza de la verità, derivi da più alto principio il mio ragionamento. Ci ha alcune cose, che 'n sua natura non sono nè buone nè ree, ma dependendo da l'uso, buone e ree sono, secondo che l'uso le determina. Tale è il vestire, che tanto è lodevole, quanto da la consuetudine viene accettato: tale è il parlare; e perciò fu convenevolmente risposto a colui: Vivi [50] come vissero gli uomini antichi, e parla come oggidì si ragiona. Di qui avviene che molte parole, che già scelte e pellegrine furono, or trite da le bocche de gli uomini comuni, vili e popolaresche sono divenute: molte a rincontra, che prima come barbare e orride erano schivate, or come vaghe e cittadine si ricevono: molte ne invecchiano, molte ne muoiono e ne nascono, e ne nasceranno molte altre, come piace a l'uso, che con pieno e libero arbitrio le governa. E questa mutazion de le voci fu con la comparazione de le foglie mirabilmente espressa da Orazio:
Ut. sylvae foliis pronos mutantur in annos,
Prima cadunt; ita verboram vetus interit aetas,
Et iuvenum ritu florent modo nata vigentque.
E soggiunge :
Multa renascentur quae jam cecidere, cadentque
Quae nunc sunt in honore vocabula; si volet usus,
Quem penes arbitrium est et ius et norma loquendi [51].
Da questa stessa ragione concludono i Peripatetici contra quello che alcuni filosofi credettero, che le parole non siano opere da la natura composte, nè più in lor natura una cosa ch'un'altra significhino; che se tali fossero, da l'uso non dependerebbono: ma che siano fattura de gli uomini, nulla per sè stesse dinotanti; onde, come a lor piace, può or questo or quel concetto esser da esse significato: e non avendo bruttezza o bellezza alcuna, che sia lor propria e naturale, belle e brutte paiono secondo l'uso le giudica; il quale mutabilissimo essendo, necessario è che mutabili siano tutte le cose che da lui dependono.
Tali in somma sono non solo il vestire e 'l parlare, ma tutte quelle che, con un nome comune, usanze si chiamano. Queste, come il lor nome dimostra, da la consuetudine al biasimo ed a la lode sono determinate [52]. E sotto questa considerazione caggiono [53] molte di quelle opposizioni che si fanno ad Omero intorno al decoro de le persone, come alcuni dicono, mal conosciuto da lui. Alcune altre cose si ritrovano poi, che tali determinatamente sono in sua natura; cioè, o buone o ree sono per se stesse, e non ha l'uso sovra loro imperio o autorità nessuna. Di questa sorte è il vizio e la virtù: per sè stesso è malvagio il vizio, per sè stessa è onesta la virtù; e l'opere virtuose e viziose sono per sè stesse e lodevoli e degne di biasimo. E quel che per sè stesso è tale, perchè il mondo e i costumi si variino, sempre nondimeno sarà tale; nè s'una volta meritò lode colui [54] che rifiutò l'oro de' Sanniti, o colui, che
Legò sè vivo, e 'l padre morto sciolse [55],
di queste azioni lor sarà mai, per volger di secoli, biasimo attribuito. Di questa sorte sono parimente l'opere de la natura, di maniera che quel ch'una volta fu eccellente, malgrado de la instabilità de l'uso, sarà sempre eccellente. È la natura stabilissima ne le sue operazioni, e procede sempre con un tenore certo e perpetuo, se non quanto per difetto e incostanza de la materia si vede talor variare; perchè guidata da un lume e da una scorta infallibile [56], riguarda sempre il buono e 'l perfetto; ed essendo il buono e 'l perfetto sempre il medesimo, conviene che 'l suo modo di operare sia sempre il medesimo. Opera de la natura è la bellezza, la qual consistendo in certa proporzion di membra, con grandezza convenevole e con vaga soavità di colori, queste condizioni che belle per sè stesse una volta furono, belli sempre saranno, nè potrebbe l'uso fare ch'altrimente paressero: sì come, a l'incontra, non può far l'uso sì, che belli paiano i capi aguzzi, o i gozzi, fra quelle nazioni, ove sì fatte qualità ne la maggior parte de gli uomini si veggiono. Ma tali in sè stesse essendo l'opere de la natura, tali in sè stesse conviene che siano l'opere di quell'arte che, senza alcun mezzo [57], de la natura è imitatrice.
E per fermarsi su l'esempio dato, se la proporzione de le membra per sè stessa è bella, questa medesima imitata dal pittore e da lo scultore per sè stessa sarà bella; e se lodevole è il naturale, lodevole sarà sempre l'artificioso, che dal naturale depende. Di qui avviene che quelle statue di Prassitele o di Fidia, che salve da la malignità de' tempi ci sono restate, cosí belle paiono a i nostri uomini; come belle a gli antichi soleano parere; nè il corso di tanti secoli, o l'alterazione di tante usanze, cosa alcuna ha potuto scemare de la loro degnità. Avendo io in questo modo distinto, facilmente a quella ragione si può rispondere, ne la quale si dice che più eccellenti sono quelle poesie che più approva l'uso, perchè ogni poesia è composta di parole e di cose. In quanto a le parole, concedasi (poi che nulla rileva al nostro proposito) che quelle migliori siano, che più da l'uso sono commendate; però che in sè stesse nè belle sono nè brutte, ma quali paiono, tali la consuetudine le fa parere: onde le voci, che appo il re Enzo [58], ed appo gli altri antichi dicitori furono in prezzo [59], suonano a* l'orecchie nostre un non so che di spiacevole. Le cose poi che da l'usanza dependono, come la maniera de l'armeggiare, i modi de l'aventure, il rito de' sacrifici e de' conviti, le cerimonie, il decoro e la maestà de le persone; queste, dico, come piace a l'usanza, che oggi vive e che domina il mondo, si devono accomodare. Però disconvenevole sarebbe ne la maestà de' nostri tempi ch'una figliuola di re insieme con le vergini sue compagne andasse a lavare i panni al fiume; e questo in Nausicaa [60], introdotta da Omero, non era in que' tempi disconvenevole: parimente, che in cambio de la giostra s'usasse il combatter su i carri, e molte altre cose simili, che per brevità trapasso. Però poco giudicioso in questa parte si mostrò il Trissino, ch'imitò in Omero quelle cose ancora, che la mutazione de' costumi avea rendute men lodevoli. Ma quelle che immediatamente sovra la natura sono fondate, e che per sè stesse sono buone e lodevoli, non hanno riguardo alcuno a la consuetudine; nè la tirannide de l'uso sovra loro in parte alcuna si estende. Tale è l'unità de la favola, che porta in sua natura bontà e perfezione nel poema, si come in ogni secolo passato e futuro li a recato e recarà. Tali sono i costumi; non quelli che con nome d'usanze sono chiamati, ma quelli che ne la natura hanno fisse le loro radici, de' quali parla Orazio in quei versi:
Recidere qui voces jam scit puer, et pede certo
Signat humum, gestit paribus colludere, et iram
Colligit, et ponit temere, et mutatur in horas [61].
Intorno a la convenevolezza de' quali si spende quasi tutto il secondo [62] de la Retorica d'Aristotele. A questi costumi del fanciullo, del vecchio, del ricco, del potente, del povero e de l'ignobile, quel che in un secolo è convenevole, in ogni secolo è convenevole: che se ciò non fosse, non n'avrebbe parlato Aristotele, però ch'egli di sole quelle cose fa profession di parlare, che sotto l'arte possono cadere; e l'arte essendo certa e determinata, non può comprendere sotto le sue regole ciò che, dependendo da la instabilità de l'uso, è incerto e mutabile. Sì come anco non avrebbe ragionato de l'unità de la favola, s'egli non avesse giudicata questa condizione essere in ogni secolo necessaria. Ma mentre vogliono alcuni nova arte sovra novo uso fondare, la natura de l'arte distruggono, e quella de l'uso mostrano di non conoscere.
Questa è, signor Scipione, la distinzione, senza la quale non si può rispondere a coloro che dimandassero quali poemi debbono esser più tosto imitati; o quelli de gli antichi epici, o quelli de' moderni romanzatori; perchè in alcune cose a gli antichi, in alcune a' moderni debbiamo assomigliarci. Questa distinzione, mal conosciuta dal vulgo, che suol più rimirare gli accidenti [63] che la sostanza de le cose, è cagione ch'egli veggendo poca convenevolezza di costumi e poca leggiadria d'invenzioni in que' poemi, ne' quali la favola è una, crede che l'unità de la favola sia parimente biasimevole. Questa medesima distinzione, mal conosciuta da alcuni dotti, gli indusse a lassar la piacevolezza de le aventure e de le cavallerie de' romanzi, e il decoro de' costumi moderni, ed a prender da gli antichi, insieme con l'unità de la favola l'altre parti ancora, che men care ci sono. Questa, ben conosciuta e ben usata, fia cagione che con diletto non meno da gli uomini vulgari che da gli intelligenti i precetti de l'arte siano osservati; prendendosi da l'un lato, con quella vaghezza d'invenzioni, che ci rendono sì grati i romanzi, il decoro de' costumi; da l'altro, con l'unità de la favola, la saldezza e 'l verisimile, che ne' poemi d'Omero e di Virgilio si vede.
Resta l'ultima ragione, la qual' era, che essendo il fine de la poesia il diletto, quelle poesie sono più eccellenti, che meglio questo fine conseguiscono; ma meglio il conseguisce il romanzo che l'epopeia, come l'esperienza dimostra. Concedo io quel che vero stimo, e che molti negarebbono; cioè, che 'l diletto sia il fine de la poesia. Concedo parimente quel che l'esperienza ci dimostra; cioè che maggior diletto rechi a' nostri uomini il Furioso, che l'Italia liberata, o pur l'Iliade o l'Odissea. Ma nego però quel ch'è principale, e che importa tutto nel nostro proposito; cioè, che la moltitudine de le azioni sia più atta a dilettare, che l'unità; perchè se bene più diletta il Furioso, il qual molte favole contiene, che la Italia liberata, o pur i poemi d'Omero, ch'una ne contengono; non avviene per rispetto de la unità o de la moltitudine, ma per due cagioni, le quali nulla rilevano [64] nel nostro proposito. L'una, perchè nel Furioso si leggono amori, cavallerie, venture ed incanti, e in somma invenzioni più vaghe e più accomodate a le nostre orecchie, che quelle del Trissino non sono; le quali invenzioni non sono più determinate [65] a la moltitudine che a la unità : ma in questa ed in quella si possono egualmente ritrovare. L'altra è perchè ne la convenevolezza de le usanze, e nel decoro attribuito a le persone, molto più eccellente si dimostra il Furioso. Queste cagioni sì come sono accidentali a la moltitudine e a l'unità de la favola, e non in guisa proprie di quella, che a questa non siano convenevoli; così anco non debbono concludere, che più diletti la moltitudine che l'unità. Perciò che essendo la nostra umanità composta di nature assai fra loro diverse, è necessario che d'una istessa cosa sempre non si compiaccia, ma con la diversità procuri or a l'una, or a l'altra de le sue parti sodisfare. Una ragione sola, oltre le dette, si può immaginare molto più propria de le altre: questa è la varietà; la quale essendo in sua natura dilettevolissima, assai maggiore diranno che si trovi ne la moltitudine, che ne la unità de la favola. Nè già io niego che la varietà non rechi piacere; oltre che il negar ciò sarebbe un contradire a la esperienza de' sentimenti, veggendo noi che quelle cose ancora, che per sè stesse sono spiacevoli, per la varietà nondimeno care ci divengono; e che la vista de' deserti, e l'orrore e la rigidezza de le alpi ci piace doppo l'amenità de' laghi e de' giardini; dico bene, che la varietà è lodevole sino a quel termine, che non passi in confusione; e che sino a questo termine è tanto quasi capace di varietà l'unità, quanto la moltitudine de le favole: la qual varietà se tale non si vede in poema d'una azione, si deve credere che sia più tosto imperizia de l'artefice, che difetto de l'arte; i quali per iscusare forse la loro insofficienza, questa lor propria colpa a l'arte attribuiscono. Non era per aventura cosí necessaria questa varietà a' tempi di Virgilio e d'Omero, essendo gli uomini di quel secolo di gusto non così isvogliato [66]: però non tanto v'attesero, benchè maggiore nondimeno in Virgilio che in Omero si ritrovi. Necessariissima era a' nostri tempi; e perciò dovea il Trissino co' sapori di questa varietà condire il suo poema, se voleva che da questi gusti si delicati non fosse schivato: e se non tentò d'introdurlavi, o non conobbe il bisogno, o il disperò [67] come impossibile. Io, per me, e necessaria nel poema eroico la stimo, e possibile a conseguire. Però che, sì come in questo mirabile magisterio di Dio, che mondo si chiama, e 'l cielo si vede sparso o distinto di tanta varietà di stelle; e discendendo poi giuso di mano in mano, l'aria e il mare pieni d'uccelli e di pesci; e la terra albergatrice di tanti animali cosí feroci come mansueti, ne la quale e ruscelli e fonti e laghi e prati e campagne e selve e monti si trovano; e qui frutti e fiori, là ghiacci e nevi, qui abitazioni e culture, là solitudini ed orrori; con tutto ciò, uno è il mondo che tante e sì diverse cose nel suo grembo rinchiude, una la forma e l'essenza sua, uno il modo, dal quale sono le sue parti con discorde concordia insieme congiunte e collegate; e non mancando nulla in lui, nulla però vi è di soverchio o di non necessario: cosí parimente giudico, che da eccellente poeta (il quale non per altro divino è detto, se non perchè al supremo artefice ne le sue operazioni assomigliandosi, de la sua divinità viene a partecipare) un poema formar si possa, nel quale, quasi in un picciolo mondo, qui si leggano ordinanze d'eserciti, qui battaglie terrestri e navali, qui espugnazioni di città, scaramucce e duelli, qui giostre, qui descrizioni di fame e di sete, qui tempeste, qui incendi, qui prodigi: là si trovino concili celesti ed infernali, là si veggiano sedizioni, là discordie, là errori, là venture, là incanti, là opere di crudeltà, di audacia, di cortesia, di generosità; là avvenimenti d'amore, or felici, or infelici, or lieti, or compassionevoli; ma che nondimeno uno sia il poema, che tanta varietà di materie contegna, una la forma e la favola sua, e che tutte queste cose siano di maniera composte, che l'una l'altra riguardi, l'una a l'altra corrisponda, l'una da l'altra o necessariamente o verisimilmente dependa; si che una sola parte o tolta via o mutata di sito, il tutto ruini [68].
Questa varietà sì fatta tanto sarà più lodevole, quanto recarà seco più di difficultà: però che è assai agevol cosa, e di nissuna industria, il far che in molte e separate azioni nasca gran varietà d'accidenti, ma che la stessa varietà in una sola azione si trovi, hoc opus, hic labor est [69]. In quella che da la moltitudine de le favole per sè stessa nasce, arte o ingegno alcuno del poeta non si conosce, e può essere a' dotti e a gli indotti comune; questa totalmente da l'artificio del poeta depende, e come intrinseca a lui, da lui solo si riconosce, nè può da mediocre ingegno essere asseguita [70]. Quella, in somma, tanto meno dilettarà, quanto sarà più confusa, e meno intelligibile; questa, per l'ordine e per la legatura de le sue parti, non solo sarà più chiara e più distinta, ma molto più portarà di novità e di meraviglia. Una dunque deve esser la favola e la forma, come in ogni altro poema, cosí in quelli che trattano l'armi e gli amori de gli eroi e de' cavallieri erranti, e che con nome comune poemi eroici si chiamano. Ma una si dice la forma in più maniere. Una si dice la forma de gli elementi, la quale è semplicissima, e di semplice virtù, e di semplice operazione: una si dice parimente la forma de le piante e de gli animali: questa, mista e composta risulta da le forme de gli elementi insieme raccolte e rintuzzate ed alterate, de la virtù e de la qualità di ciascuna di loro partecipando. Così ancora ne la poesia, alcune forme semplici, alcune composte si trovano. Semplici sono le favole di quelle tragedie, ne le quali non è nè agnizione, nè mutamento di fortuna felice in misera o al contrario: composte, quelle ne le quali le agnizioni e i mutamenti di fortuna si ritrovano. Composta è la favola de l'epico non solo in questa guisa, ma in un altro modo ancora, che porta seco maggior mistione.
Ma acciò che [71] questi termini siano meglio intesi, e la materia più si faciliti, più copiosamente questa parte tratterò. È la favola (s'ad Aristotile crediamo) la serie e la composizione de le cose imitate; questa, sì come è la principalissima parte qualitativa del poema, cosí ha alcune parti che di lei sono qualitative, le quali tre sono. La peripezia, che mutazion di fortuna si può chiamare, l'agnizione che riconoscimento si può dire, e la perturbazione, che può fra' Toscani ancora questo nome ritenere. È la mutazion di fortuna ne la favola, quando in essa si vede ch'alcun di felicità caggia in miseria, come d'Edippo avviene, o di miseria passi in felicità, come di Elettra. Riconoscimento è, come suona il suo nome stesso, un trapasso da l'ignoranza a la conoscenza, o sia semplice, qual è quello d'Ulisse, o reciproco, qual fu tra Ifigenia ed Oreste, il qual trapasso, di loro felicità od infelicità sia cagione. Perturbazione è una azione dolorosa e piena d'affanno, come sono le morti, i tormenti, le ferite e l'altre cose di simil maniera, le quali commovano i gridi e i lamenti de le persone introdotte. Di questa ci porgerà esempio l'ultimo libro de l'Iliade, ove da Priamo, da Ecuba e da Andromache, con lunghissima e flebilissima querela, è pianta e lamentata la morte di Ettore. Stante il fatto di questa maniera, semplici saranno quelle favole, che de lo scambiamento di fortuna e del riconoscimento sono prive, e co 'l medesimo tenore procedendo, senza alterazione alcuna son condotte a lor fine. Doppie son quelle, le quali hanno la mutazione di fortuna e il riconoscimento, o almeno la prima di queste parti; sí come anco patetiche o affettuose quelle si dicono, ne le quali è la perturbazione, che fu posta per la terza parte de la favola; e quelle a rincontro, le quali mancando di questa perturbazione versano intorno a l'espression del costume, dilettando più tosto con l'insegnare che col movere, morali o morate vengono dette. Si che quattro sono i generi o le maniere, che vogliamo dirle, di favole: il semplice, il composto, l'affettuoso, e 'l morato. Semplice ed affettuosa è l'Iliade, composta e morata l'Odissea. In tutte queste maniere però l'unità si richiede: ma l'unità de la favola semplice, è semplice unità; l'unità de la favola composta, è composta unità. Ma in un altro modo ancor s'intende la favola del poema esser composta. Composta si dice, ancora che non abbia riconoscimento o mutazion di fortuna, qnando ella contegna in sè cose di diversa natura, cioè guerre, amori, incanti e venture, avvenimenti or felici ed or infelici, che or portano seco terrore e misericordia, or vaghezza e giocondità; e da questa diversità di nature ella mista ne risulta; ma questa mistione è molto diversa da la prima, e si può trovare in quelle favole ancora che sono semplici, cioè che non hanno nè mutazione, nè riconoscimento.
Di questa seconda maniera intese Aristotele quando disputando [72] qual dovesse esser preposto di degnità o 'l poema tragico o l'epico, disse molto più semplici esser le favole de la tragedia, che quelle de l'epopeia; e che di ciò è segno, che d'una sola epopeia si possono trarre gli argomenti di molte tragedie. Questa maniera di composizione cosí è biasimevole ne la tragedia, come in lei è lodevole quell'altra, che nasce da la peripezia e da la agnizione; però che se ben la tragedia ama molto la subita ed inopinata mutazion de le cose, le desidera nondimeno semplici e uniformi, e schiva la varietà de gli episodi. Quella medesima, ch'è biasimevole ne la tragedia, è a mio giudicio lodevolissima ne l'epico, e molto più necessaria che quell'altra che deriva dal riconoscimento o da la mutazion di fortuna. E per questo anco la moltitudine e la diversità de gli episodi è seguita da l'epico: e se Aristotele biasima [73] le favole episodiche, o le biasima ne le tragedie solamente, o per favole episodiche non intende quelle, ne le quali siano molti e vari episodi, ma quelle ne le quali questi episodi sono interseriti fuor del verisimile, e male congiunti con la favola e fra loro medesimi; ed in somma, vani e oziosi, e nulla operanti al fine principal de la favola: perchè la varietà de gli episodi in tanto è lodevole, in quanto non corrompe l'unità de la favola, nè genera in lei confusione. Io parlo [74] di quell'unità ch'è mista, non di quella ch'è simplice ed uniforme, e nel poema eroico poco convenevole.
Ma l'ordine è forse, e la materia ricerca, che nel seguente Discorso si tratti con qual arte il poeta introduca ne l'unità de la favola questa varietà cosí piacevole, e cosí desiderata da coloro, che gli orecchi a le venture de' nostri romanzatori hanno assuefatti.
Note
________________________
[1] Ma però, ecc. Allarga il concetto già espresso nel Disc. P.; cfr. p. 2.
[2] con altri istorici. Nei Disc. del poema eroico cit., p. 131, il Tasso corresse: « come si conosce chiaramente paragonando il suo poema con l'istoria di Dionigi Alicarnasseo, e d'altri greci e latini e' hanno scritto davanti e dopo di lui ».
[3] l'ordine de' tempi, cioè la cronologia. Infatti Enea dovrebbe esser giunto nel Lazio verso il 1150 a. C, e Didone, fuggendo da Tiro, pare abbia fondata Cartagine circa l'870 a. C.
[4] ne la notizia del mondo. Intendi: perchè il mondo li conosce o li crede veri. — Negli Estratti d. Poet. d. Castelv. (Prose div., I, p. 282) il Tasso annotava: « Non è conveniente scrivere poema di quelle cose intorno a i particolari de le quali è stata scritta istoria, ma solo intorno a quelle che sono note cosí in universale e sommariamente ». E più avanti (p. 283): « Il soggetto dell'epopeia non deve essere di cose conosciute particolarmente, perchè o 'a poeta sarebbe rebuttato come falsario de l'istoria, o seguendola non sarebbe poeta.»
[5] Ch'i Greci rotti. Ariosto, Orlando Furioso, XXXV, 27.
[6] Ma se ne la materia. Aristot., Poet. volg. d. Castelv. cit., p. 184: « ... se avvenisse che [il poeta] poetasse di cose avvenute, sarebbe nondimeno poeta, perciocchè nulla vieta che alcune delle cose avvenute non siano tali, quali è verosimile dovere avvenire, e possibili ad avvenire nella maniera ch' egli è poeta di quelle ».
[7] e pur che narri. Nei Disc. del poema eroico cit., p. 134-5, il Tasso svolse più largamente questa idea, spiegando che Lucano è troppo ligio all'ordine reale degli avvenimenti, che non è quello al quale deve aver riguardo il poeta: « Ma ne l'ordine artificioso, che perturbato chiama il Castelvetro, alcune de le prime [cose] deono esser dette primieramente, altre posposte, altre nel tempo presente deono esser tralasciate e riserbate a miglior occasione, Come insegna Orazio. Prima deono esser dette quelle, senza le quali non s'avrebbe alcuna cognizione de lo stato de le cose presenti: ma se ne possono tacer molte, le quali scemano l'espettazione e la maraviglia, avengnachè il poeta debba tenere sempre l'auditore sospeso e desideroso di legger più oltre ». Cfr. Orazio, Ars poetica, v. 42-45. — Quintiliano, Inst. Or., X, 90: « Lucanus ardens et concitatus et sentitiis clarissimus, sed, ut dicam quod sentio, magis oratoribus qua in poetis imitandus »; e ciò perchè l'ordine rigoroso e logico è appunto necessario all'oratore.
[8] Tutta o intiera, ecc. Di qui innanzi il Tasso traduce quasi letteralmente ciò che a proposito della tragedia dice la Poetica d'Aristotile cit., p. 151: « Ora è fermato per noi che la tragedia è rassomiglianza d'azione perfetta e tutta, la quale abbia certa grandezza, perciocchè ci è alcun tutto che non ha nessuna grandezza. Et è tutto quella cosa che ha principio, mezzo e fine. E principio è quella cosa, che di necessità non è dopo un'altra; ma dopo essa un'altra di natura è o si fa. Ma fine per lo contrario è quella cosa che di natura è dopo un'altra o per necessità, o per lo più, e dopo essa niuna altra è. E 'l mezzo è quello, che è dopo un'altra cosa, e dopo esso è altra cosa. Bisogna dunque che coloro, li quali constituiscono bene le favole, non deano loro principio onde che sia a caso, ne' fine dove che sia a caso, ma che usino le predette idee ». Cfr. anche p. 500, più particolarmente riguardo all'epopea.
[9] l'ultimo. Qui sta per « il fine ».
[10] li debiti mezzi. Cioè, svolgendo e narrando gli avvenimenti successivi.
[11] fu cominciato. Questo giudizio del Tasso non è interamente esatto, poichè l'Ariosto tornò a narrare o tralasciò di finire cose già narrate o non compiute dal Boiardo. E però ben disse il Raina che « il Furioso non continua l'Innamorato, sibbene la materia dell'Innamorato » (Le Fonti dell'Orlando Furioso, Firenze, Sansoni, 19002, pp. 40-41).
[12] con un perpetuo tenore. Cioè, avendo sempre di mira l'argomento principale dell'ira d'Achille. Tenore vale qui contesto o andamento del discorso.
[13] accattare altronde; vale accogliere o ricercare da altra parte.
[14] dechiarazione. Esposizione; spiegazione.
[15] estrinseca e mendicata. Esteriore al poema e ricercata o procacciata.
[16] passiamo... a la grandezza. Il Tasso continua l'ordine della trattazione aristotelica; cfr. Poetica cit., pp. 160-61.
[17] perchè ivi... episodi. Sulla fine del primo Discorso il Tasso ha considerato la grandezza del soggetto da scegliere per farne argomento di poema; ora passa a considerare quale grandezza possa raggiungere lo svolgimento del soggetto mediante l'arte del poeta.
[18] maggior deve essere, ecc. Aristotile, Poet. cit, pag. 530: « Et l'epopea ha alcuna cosa non picciola di proprio a potere stendere la grandezza, per non essere possibile nella tragedia rassomigliare molte parti fatte in un tempo, ma solamente quella parte che si fa in palco et è de' rappresentatori; e nell'epopea per essere narrazione, è licito a fare che molte parti insieme si menino a fine, per le quali, essendo esse proprie, cresce la gonfiatura del poema ».
[19] Il qual... ingombra. La favola dice nove iugeri:
Porrectusque novem Tityos per iugera terrae
Assiduas atro viscere pascit aves.
(Tibullo, I, 3, v. 75).
[20] dicevole. Conveniente. — Boccaccio, Ameto, 17: « Intra le candide e ritonde guance... d'altezza dicevole vede affilato sorgere l'odorante naso ».
[21] la memoria commune. La memoria, quale è nella generalità degli uomini.
[22] diletto... come principale perfezione. « Aut prodesse volunt aut delectare poetae » (Orazio, Art. poet., v. 333); ma nel secolo decimosesto l'arte non aveva altro fine che il diletto e il compiacimento estetico.
[23] semplice lezione: una sola lettura.
[24] mena. Petrarca, Trionfo della Fama, ediz. Mestica, III, v. 103. — La questione dell'unità della favola fu una delle più disputate tra retori e poeti del secolo decimosesto; e troppo lungo sarebbe per questo luogo darne solo un breve cenno.
[25] autorità d'Aristotile. Ecco il luogo disputassimo: « Ora la favola è una, non come alcuni estimano, se si rigira intorno, ad una persona, perciocchè molte et infinite cose alla maniera avvengono, d'alcune delle quali non può esser punto una cosa; e cosí ancora sono molte azioni d'una persona delle quali punto non si fa una azione. Perchè tutti que' poeti paiono prendere errore, li quali hanno composte Ercoleide e Teseide e cosí fatti poemi, perciocchè si danno ad intendere, poi che Ercole è una persona, dovere ancora la favola esser una ... Bisogna dunque che cosí come nelle altre arti rappresentative una è la rassomiglianza d'una cosa, cosí ancora che la favola, che è rassomiglianza d' azione, sia d'una, e di questa tutta; e che le parti delle cose siano disposte cosí, che trasportata una parte o levata via, si trasformi e si muti il tutto... » (Poetica cit., pp. 172-3).
[26] de' presenti secoli: dell'età moderna.
[27] il consenso universale, ecc. Intende della fortuna e del favore ottenuto dai romanzi cavallereschi e specialmente nelle corti da quelli di materia brettone, i quali dilettano con la molteplicità delle avventure e coi loro viluppi.
[28] partendo: allontanandosi.
[29] il Trissino... se ne rimane. È noto che il Trissino subito s'avvide del poco favore che incontrava l'Italia liberata dai Goti ed è fama che sclamasse :
Sia maledetta l'ora e il giorno, quando
Presi la penna e non cantai d'Orlando.
Ma egli era nel falso attribuendo la cagione del poco incontro ottenuto soltanto all'argomento prescelto, mentre, come bene osserva il Tasso, doveva piuttosto attribuirla al modo come lo aveva svolto.
[30] religiosamente: pedissequamente.
[31] farsi graziosi al mondo: rendersi bene accetti all'opinione del pubblico.
[32] comandamento, ecc. Il Tasso allude indirettamente alla necessità nella quale si trovavano i poeti cortigiani di inserire nei loro poemi digressioni ed episodi a bella posta per avere occasione di lodare principi, dame e signori, tessere genealogie, ecc.; com'è appunto nel Furioso e nella Liberata.
[33] per passione. Intendi per ragione di disputa ; per principio preso innanzi.
[34] come afferma Aristotile. Poetica cit., p. 133: « ... Sí che le faccende e la favola sono il fine della tragedia, ma il fine è cosa tra tutte grandissima...» E più sotto: « Adunque principio e come anima è la favola della tragedia. »
[35] questo progresso: questo procedimento.
[36] volumi de' leggisti, cioè degli scrittori di cose legali. Il Tasso che aveva cominciato lo studio delle leggi all'università di Padova, sembra che ancora se ne ricordi con ispavento!
[37] ciò che ecc. Orazio, Poet., v. 23:
Denique sii quod vis, simplex dumtaxat et unum.
[38] Ellera, ecc.'Inferno, XXV, v. 58-60.
[39] ripugnato: opposto; contradetto.
[40] Quem petes. Ars poet, v. 72.
[41] da le macchine de la ragione: dai ragionamenti.
[42] confidato: fiducioso; persuaso.
[43] nome di romanzo. Dall'aggettivo romanicus (p. es. loqui romanice) si chiamarono romanze le favelle derivate dal linguaggio dei romani; e quindi romanzi i racconti scritti nelle nuove favelle francesi e spagnuole. In questo senso scrisse Dante
Versi d'amore e prose di romanzi
(Purg., XXVI, 118).
distinguendo le poesie amatorie dei provenzali e i racconti epici francesi. — Lo Speroni (Trattatelli di vario argomento. De' Romanzi, nelle Opere, Venezia, 1740, vol. V, pp. 530 sgg.), pur riconoscendo questa derivazione, se ne serviva però a torto per negare con un argomento di più la differenza tra romanzo ed epopea; poichè, egli diceva, cotesti racconti una volta tradotti dal francese o dallo spagnuolo in italiano, o scritti in italiano, non si possono più chiamare romanzi, ma sono poemi eroici. A torto, dico, perchè anche l'italiano è una lingua romanza. – Tra i tanti, curiosissimo è ciò che scrive intorno a questo nome romanzo G. B. Giraldi Cintio, Scritti estetici. Dei Romanzi, Milano, Daelli, 1864, voI. I, pp. 6-8.
[44] fra le commedie ecc. Nel testo è una lacuna, facile a supplire ponendovi palliate. – Nei Discorsi del poema eroico (Prose div. cit., I, p. 145) il Tasso notava più minutamente: « altre fûr dette palliate (le quali furono de' Greci), altre togate (che furon de' Romani); e quelle ch'introducevano persone più nobili si dimandarono pretestate; altre atellane, da Atella città della Campania; alcune tabemarie; alcune altre per l'umiltà dell'argomento fûr dette planipedie; alcune mini e rintoniche ». Queste distinzioni egli derivò da Donato (De Tragoedia et Comoedia, in seguito alla Vita di Terenzio).
[45] manco: manchevole.
[46] ne l'assegnare: nello stabilire; nel fissare.
[47] Tale è quella: sottintendi « quella differenza ».
[48] da loro: cioè, da coloro che sostengono la differenza tra romanzo ed epopea.
[49] non conosciuta da Aristotele. Tutto questo passo rivela il feticismo imperante verso il maestro di color che sanno (Dante, Inferno, IV, 131).
[50] Vivi ecc. Vive ergo moribus praeteritis, loquere verbis praesentibus. Così rispose il filosofo Favorino adolescenti veterum verborum cupidissimo, come narra Aulo Gellio, Noctes Atticae, lib. I, cap. 10 [G.].
[51] Ut silvae. Ars poet., n. 60-62 e 70-72.
[52] sono determinate: sono giudicate; assoggettate.
[53] caggiono: cadono.
[54] colui ecc. Curio Dentato, di cui è noto l'aneddoto.
[55] Legò ecc. Petrarca, Trionfo della Fama, II, v. 30; dove loda Cimone d'aver consentito di star prigione, perchè il corpo del padre, morto in carcere, ottenesse sepoltura [G].
[56] da un lume ecc., da Dio.
[57] senza alcun mezzo: cioè, direttamente.
[58] appo il re Enzo ecc. Allude agli antichi rimatori della scuola siciliana. – Enzo, figliuolo di Federico II, re di Sardegna, prigioniero dei bolognesi alla battaglia di Fossalta (1249), visse poi per ventitrè anni in Bologna in onorata prigione e forse vi introdusse per primo l'arte di rimare, essendo egli de' più leggiadri dicitori del suo tempo. Cfr. su di lui in particolare F. Torraca, La scuola poetica siciliana nella Nuova Antologia, s. III, vol. LIV (1894), pp. 35-37 dell'estratto; e Cesareo, La poesia siciliana sotto gli Svevi, Catania, Giannotta, 1894, pp. 54-55, e passim.
[59] furono in prezzo: furono pregiate.
[60] Nausicaa. È noto questo delicatissimo episodio del VI de l'Odissea, bellamente tradotto in esametri da G. Mazzoni (Esperimenti metrici, Bologna, Zanichelli, 1882). – È curioso che questo esempio di Nausicaa a proposito del costume, è tale e quale nel Discorso dei Romanzi di G. B. Giraldi Cintio cit., p. 37.
[61] Rettore ecc. Ars poet., vv. 158-160.
[62] il secondo: sottintendi, libro.
[63] gli accidenti: la parte esteriore e mutabile.
[64] rilevano: importano.
[65] più determinate: più proprie; più acconce.
[66] cosí isvogliato: cosí guasto; cosí raffinato. — Salvisi, Prose Toscane, 2, 54: « Come questo disprezzo, quella svogliatura, questa nausea purtroppo comune al dì d'oggi ».
[67] il disperò: disperò di poter introdurre cotale varietà nel suo poema.
[68] il tutto ruini. Si noti come in tutto questo passo siano accennati quei fatti e quelli episodi de' quali fu ornata la Gerusalemme.
[69] hoc opus ecc. Eneide, VI, 128.
[70] asseguita: conseguita; raggiunta.
[71] Ma acciò che ecc. In tutta la trattazione che segue il Tasso ripete quasi letteralmente da Aristotele, e anche gli esempi sono i medesimi; cfr. Poet., cit, pp. 237-238; e pp. 500-501.
[72] Aristotele... disputando. Nell'ultima o sesta parte della Poetica cit.
[73] Aristotele biasima. Cfr. Poet. cit., p. 217.
[74] Io parlo ecc. Il Tasso negli Estratti d. poet. d. Castelv. (Prose diverse cit., I, p. 294) notava la frase: « Il corpo de l'epopeia non dee essere di determinata misura, e tanto meno d'una sí grande, ch'una favola sola no 'l possa empire », alla quale opponeva: « Vero dice Aristotele, ch'una favpla sola, che sia semplice, e non sia mista, no 'l può empire. Vedi tutto il discorso de la comparazione de la epica, che sia meno una che la tragica; e ricordati de la distinzion mia, d'unità più o men semplice, che solve ogni cosa ».