Torquato Tasso

Discorsi dell’arte poetica

ed in particolare sopra il poema eroico

Edizione di riferimento

Torquato Tasso, I discorsi dell’arte poetica, il Padre di Famiglia e L’Aminta, annotati per cura di Angelo Solerti, con illustrazioni, 1901, Ditta G.B. Paravia e comp. (Figli di I. Vigliardi-Paravia) Torino-Roma-Milano-Firenze-Napoli

Scrisse a Ferrara questi Discorsi e li lesse all’Accademia Ferrarese fra il 1568 e il 1570, cfr. la mia Vita di T. Tasso, Torino, Loescher, 1895 vol. 1, pp. 121-l23. — Nel 1586 cosí li rammentava: «Ed io scrissi già nella mia fanciullezza alcuni discorsi in questo subbietto, molto prima ohe fossero stampati e ch’io vedessi i commenti del Castelvetro e del Piccolomini sovra la Poetica [Aristotele]»; Lettere, II n°, 343). Ma se egli non usò di questi due commenti, de’ quali quello del Castelvetro fu pubblicato a Vienna nel 1570 e quello di Alessandro Piccolomini a Venezia nel 1576, potè studiare Aristotile sulle traduzioni di Lorenzo Valla, di Alessandro de’ Pazzi (Basilea, 1637,ecc.) di Francesco Robortello (Venezia, 1548) il quale ebbe altresì per maestro a Padova; di Bernardo Segni (Firenze, 1549) e di Vincenzo Maggio, e conoscere i numerosissimi commentatori, come il Trissino e Pier Vettori, di quella Poetica che dettò legge e fu occasione di tante dispute per la sua oscurità massimamente in quel secolo decimosesto. Ma poi e del Castelvetro e del Piccolomini usò durante la revisione del poema; cfr. Lettere, I, 38, 39, 46, 82, 87, ecc. — Nel 1587 il Tasso spiegava nelle Differenze poetiche (Prose diverse, 1, p. 435) da quali ragioni era stato mosso a comporli: «...... volli cercar la verità; e trovar la dritta strada del poetare, da la quale molto hanno traviato i moderni poeti. E benchè io non dovessi, per l’età mia giovanile, farmi guida de gli altri, nondimeno, vedendo molte strade e calcate da molti non sapeva quale eleggere; e mi fermai tra me stesso discorrendo in quel modo che fanno i viandanti ove sogliono dividersi le strade, quando non si avvengono a chi gli mostri la migliore. E scrissi i miei Discorsi per ammaestramento di me stesso, i quali sottoposi al giudizio altrui, come coloro che dimandano consiglio». Questi Discorsi diede il Tasso all’amico suo Scipione Gonzaga, dalle cui mani usciti piú tardi, furono stampati (Venezia, Vasalini, 1587) con dispiacere dell’autore, che già aveva incominciato a correggerli e a riformarli con idee molto diverse e dell’arte e di sè. E cosí mutati e ridotti al numero di sei col titolo di Discorsi del poema eroico pubblicò egli stesso a Napoli, per lo Stigliola, 1594 (cfr. Vita cit. I, 793). I Discorsi nelle due redazioni, sono nelle Prose diverse, Firenze, Le Monnier, 1875, I, alla quale edizione mi riferisco.

DISCORSI

DELL’ARTE POETICA

ED IN PARTICOLARE

SOPRA IL POEMA EROICO

Al signor Scipion Gonzaga [1]

DISCORSO PRIMO

A tre cose deve aver riguardo ciascuno che di scriver poema eroico si prepone [2]; a sceglier materia tale, che sia atta a ricevere in sè quella più eccellente forma che l’artificio del poeta cercarà d’introdurvi; a darle questa tal forma; e a vestirla ultimamente con que’ più esquisiti ornamenti, ch’a la natura di lei siano convenevoli [3]. Sovra questi tre capi dunque, cosí distintamente come io gli ho proposti, sarà diviso tutto questo Discorso; però che cominciando dal giudicio ch’egli [4] deve mostrare ne l’elezione de la [5] materia, passare a Farte che se gli richiede servare prima nel disporla e nel formarla, e poi nel vestirla e ne l’adornarla.

La materia nuda (materia nuda è detta quella che non ha ancor ricevuta qualità alcuna da l’artificio de l’oratore e del poeta) cade sotto la considerazion del poeta in quella, guisa che ’l ferro o il legno vien sotto la considerazion del fabro; però che sí come colui che fabrica le navi, non solo è obligato a sapere qual debba esser la forma de le navi, ma deve anco conoscere qual maniera di legno è più atta a ricever in sè questa forma; cosí parimente conviene al poeta, non solo aver arte nel formare la materia, ma giudicio ancora nel conoscerla; e sceglierla dee tale, che sia per sua natura d’ogni perfezione capace.

La materia nuda viene offerta quasi sempre a l’oratore dal caso o da la necessità; al poeta da l’elezione; e di qui avviene, ch’alcune fiate quel che non è convenevole nel poeta, è lodevole ne l’oratore. È ripreso il poeta, che faccia nascer la commiserazione sovra persona, che abbia volontariamente macchiate le mani nel sangue del padre; ma del medesimo avvenimento trarrebbe la commiserazione con somma sua lode l’oratore; in quello si biasma l’elezione, in questo si scusa la necessità e si loda l’ingegno; perciò che sí come non è alcun dubio, che la virtù de l’arte [6] non possa in un certo modo violentar la natura de la materia, sí che paiano verisimili quelle cose che in sè stesse non son tali, e compassionevoli quelle che per sè stesse non recarebbono compassione, e mirabili quelle che non portarebbono meraviglia; cosí anco non v’è dubio che queste qualità molto più facilmente, ed in un grado più eccellente, non s’introducano in quelle materie che sono per sè stesse disposte a riceverle. Onde presuponiamo che co ’l medesimo artificio e con la medesima eloquenza, altri voglia trarre la compassione d’Edippo [7], che per semplice ignoranza uccise il padre; altri da Medea [8], che molto bene consapevole de la sua sceleraggine, lacerò i figliuoli: molto più compassionevole riuscirà la favola tessuta sovra gli accidenti d’Edippo, che l’altra composta nel caso di Medea; quella infiammarà gli animi di pietà, questa a pena sarà atta a intepidirli, ancora che l’artificio ne l’una e ne l’altra - usato sia non solo simile, ma eguale. Cosí similmente la medesima forma del sigillo [9] molto meglio fa sue operazioni ne la cera che in altra materia più liquida o più densa; e più sarà in pregio una statua di marmo o di oro, ch’una di legno o di pietra men nobile, benchè in ambedue parimente s’ammiri l’industria di Fidia [10] o di Pressitele [11]. Questo mi giova aver toccato acciò che si conosca quanto importi nel poema releggere più tosto una ch’un’altra materia. Resta che veggiamo da qual luogo ella debba esser tolta.

La materia, che argomento [12] può ancora comodamente chiamarsi, o si finge, ed allora par che il poeta abbia parte [13] non solo ne la scelta, ma ne la invenzione ancora; o si toglie da l’istorie. Ma molto meglio è, a mio giudicio, che da l’istoria si prenda; perchè dovendo l’epico cercare in ogni parte il verisimile [14] (presupongo questo, come principio notissimo), non è verisimile ch’una azione illustre, quali sono quelle del poema eroico, non sia stata scritta, e passata a la memoria de’ posteri con l’aiuto d’alcuna istoria. I successi [15] grandi non possono esser incogniti; e ove non siano ricevuti in iscrittura, da questo solo argomentano gli uomini la loro falsità; e falsi stimandoli, non consentono cosí facilmente d’essere or mossi ad ira, or a terrore, or a pietà; d’esser or allegrati, or contristati, or sospesi, or rapiti; ed in somma, non attendono con quella espettazione e con quel diletto i successi de le cose, come farebbono se que’ medesimi successi, o in tutto o in parte, veri stimassero.

Per questo, dovendo il poeta con la sembianza de la verità ingannare i lettori, e non solo persuader loro che le cose da lui trattate sian vere, ma sottoporle in guisa a i lor sensi, che credano non di leggerle, ma di esser presenti, e di vederle, e di udirle, è necessitato di guadagnarsi ne l’animo loro questa opinion di verità; il che facilmente con l’autorità de l’istoria gli verrà fatto: parlo di quei poeti che imitano le azioni illustri, quali sono e ’l tragico e l’epico; però che al comico, che d’azioni ignobili e popolaresche è imitatore, lecito è sempre che si tinga a sua voglia l’argomento; non repugnando al verisimile, che de l’azioni private alcuna contezza non s’abbia fra gli uomini ancora, che de la medesima città sono abitatori. E se ben leggiamo [16] ne la Poetica d’Aristotele, che le favole tinte sogliono piacere al popolo per la novità loro, qual fu tra gli antichi il Fior d’Agatone, e tra noi altri le favole eroiche [17] del Boiardo e de l’Ariosto, e le tragiche [18] d’alcuni più moderni; non dobbiamo però lasciarci persuadere, che favola alcuna finta in poema nobile sia degna di molta commendazione, come per la ragione tolta dal verisimile s’è provato, e con molte altre ragioni [19] da altri è stato concluso; oltre le quali tutte si può dire, che la novità del poema non consiste principalmente in questo, cioè che la materia sia finta e non più udita; ma consiste ne la novità del nodo e de lo scioglimento de la favola. Fu l’argomento di Tieste [20], di Medea, di Edippo da vari antichi trattato; ma variamente tessendolo [21], di commune proprio, e di vecchio novo il facevano; sí che novo sarà quel poema in cui nova sarà la testura dei nodi, nove le soluzioni, novi gli episodi, che per entro vi saranno traposti, ancora che la materia sia notissima, e da altri prima trattata; ed a rincontra, novo non potrà dirsi quel poema, in cui finte sian le persone e finto l’argomento, quando però il poeta l’avviluppi e distrighi in quel modo, che da altri prima sia stato annodato e disciolto; e tale per aventura [22] è alcuna moderna tragedia, in cui la materia ed i nomi son finti, ma ’l groppo è cosí tessuto e cosí snodato, come presso gli antichi Greci si ritrova; sí che non vi è nè l’autorità che porta seco l’istoria, nè la novità che par che rechi la finzione. Deve dunque l’argomento del poema epico esser tolto da l’istorie; ma l’istoria, o è di religione tenuta falsa da noi, o di religione che vera crediamo, quale è oggi la cristiana, e vera fu già l’ebrea. Nè giudico che l’azioni de’ gentili ci porgano comodo soggetto, onde perfetto poema epico se ne formi; perchè in que’ tali poemi, o vogliamo ricorrer talora a le deità che da’ gentili erano adorate, o non vogliamo ricorrervi; se non vi ricorriamo mai, viene a mancarvi il meraviglioso; se vi ricorriamo, resta privo il poema in quella parte del verisimile. Poco dilettevole è veramente quel poema, che non ha seco quelle maraviglie [23], che tanto muovono non solo l’animo de gl’ignoranti, ma de’ giudiziosi ancora: parlo di quelli anelli, di quelli scudi incantati, di que’ corsieri volanti, di quelle navi converse in ninfe, di quelle larve che fra’ combattenti si tramettono, e d’altre cose sí fatte; de le quali,quasi di sapori [24], deve il giudizioso scrittore condire il suo poema; perchè con esse invita [25] ed alletta il gusto de gli uomini vulgari, non solo senza fastidio, ma con sodisfazione ancora de’ più intendenti. Ma non potendo questi miracoli esser operati da virtù naturale, è necessario ch’a la virtù sopranaturale ci rivolgiamo; e rivolgendoci a le deità de’ gentili, subito cessa il verisimile; perchè non può esser verisimile a gli uomini nostri quello, ch’è da lor tenuto non solo falso, ma impossibile; ma impossibil’è che dal potere di quell’idoli vani e senza soggetto [26] che non sono e non furon mai, procedano cose, che di tanto la natura e l’umanità trapassino. È quanto quel meraviglioso (se pur merita tal nome) che portan seco i Giovi e gli Apolli e gli altri numi de’ Gentili, sia non solo lontano da ogni verisimile, ma freddo ed insipido, e di nissuna virtù, ciascuno di mediocre giudicio se ne potrà facilmente avvedere, leggendo que’ poemi che sono fondati sovra la falsità de l’antica religione [27].

Diversissime sono, signor Scipione, queste due nature, il meraviglioso e ’l verisimile; ed in guisa diverse, che sono quasi contrarie fra loro; nondimeno l’una e l’altra nel poema è necessaria; ma fa mestieri che arte di eccellente poeta sia quella che insieme le accoppi; il che, se ben’è stato sin’ora fatto da molti, nissuno è (ch’io mi sappia) il quale insegni come si faccia; anzi, alcuni uomini di somma dottrina [28], veggendo la ripugnanza di queste due nature, hanno giudicato quella parte ch’è verisimile ne’ poemi non essere meravigliosa, nè quella ch’è meravigliosa, verisimile; ma che nondimeno, essendo ambedue necessarie, si debba or seguire il verisimile, ora il meraviglioso, di maniera che l’una a l’altra non ceda, ma l’una da l’altra sia temperata. Io, per me, questa opinione non approvo, che parte alcuna debba nel poema ritrovarsi, che verisimile non sia: e la ragione che mi muove a cosí credere, è tale. La poesia [29] non è in sua natura altro che imitazione; e questo non si può richiamare in dubbio: e l’imitazione non può essere discompagnata dal verisimile, però che tanto significa imitare, quanto far simile; non può dunque parte alcuna di poesia esser separata dal verisimile; ed in somma, il verisimile non è una di quelle condizioni richieste ne la poesia a maggior sua bellezza e ornamento; ma è propria ed intrinseca de l’essenza sua, ed in ogni sua parte sovra ogn’altra cosa necessaria. Ma bench’io stringa il poeta epico ad un obligo perpetuo di servare [30] il verisimile, non però escludo da lui l’altra parte, cioè il meraviglioso; anzi giudico ch’un’azione medesima possa essere e meravigliosa e verisimile; e molti credo che siano i modi di congiungere insieme queste qualità cosí discordanti ; e rimettendo gli altri [31] a quella parte ove de la testura de la favola si trattarà, la quale è lor proprio luogo, de l’uno qui ricerca l’occasione che si favelli.

Attribuisca [32] il poeta alcune operazioni, che di gran lunga eccedono il poter degli uomini, a Dio, a gli angioli suoi, a’ demoni, o a coloro a’ quali da Dio o da’ demoni è concessa questa podestà, quali sono i santi, i maghi e le fate [33]. Queste opere, se per sè stesse saranno considerate, meravigliose parranno; anzi miracoli sono chiamati nel commune uso di parlare. Queste medesime, se si avrà riguardo a la virtù ed a la potenza di chi l’ha operate, verisimili saranno giudicate, perchè avendo gli uomini nostri bevuta ne le fasce insieme co ’l latte questa opinione, ed essendo poi in loro confermata da i maestri de la nostra santa fede, cioè che Dio e i suoi ministri, e i demoni ed i maghi, permettendolo lui, possino far cose sovra le forze de la natura meravigliose; e leggendo e sentendo ogni dì ricordarne novi esempi, non parrà loro fuori del verisimile quello, che credono non solo esser possibile, ma stimano spesse fiate esser avvenuto, e poter di novo molte volte avvenire. Sì come anco a quegli antichi, che vivevano negli errori de la lor vana religione, non deveano parer impossibili que’ miracoli, che de’ lor dèi favoleggiavano non solo i poeti, ma l’istorie talora: che se pur gli uomini scienziati, impossibili (com’erano) li giudicavano; basta al poeta in questo, com’in molte altre cose, la opinion de la moltitudine; a la quale molte volte, lassando l’esatta verità de le cose, e suole e deve attenersi [34]. Può essere dunque una medesima azione e meravigliosa e verisimile: meravigliosa, riguardandola in sè stessa, e circonscritta dentro a i termini naturali; verisimile, considerandola divisa da questi termini ne la sua cagione, la quale è una virtù sopranaturale, potente, ed avvezza ad operar simili meraviglie.

Ma di questo modo di congiungere il verisimile co ’l meraviglioso, privi sono que’ poemi, ne’ quali le deità de’ gentili sono introdotte [35]; si come a l’incontra comodissimamente se ne possono valere que’ poeti, che fondano la lor poesia sovra la nostra religione. Questa sola ragione, a mio giudicio, conclude, che l’argumento de l’epico debba esser tratto da istoria non gentile, ma cristiana od ebrea. Aggiungasi, ch’altra grandezza, altra dignità, altra maestà reca seco la nostra religione, cosí ne’ concili celesti ed infernali, come ne’ pronostichi [36] e ne le cerimonie, che quella de’ gentili non portarebbe; ed ultimamente, chi vuol formar l’idea d’un perfetto cavaliero, come parve che fosse intenzione d’alcuni moderni scrittori, non so per qual cagione gli nieghi questa lode di pietà e di religione, ed empio e idolatra ce lofiguri. Che se a Teseo [37] o s’a Giasone [38] o ad altro simile non si può attribuire, senza manifesta disconvenevolezza, lo zelo de la vera religione; Teseo e Giasone egli altri simili si lassino, e in quella vece di Carlo, d’Artù [39] e d’altri somiglianti si faccia elezione. Taccio per ora, che dovendo il poeta [40] aver molto riguardo al giovamento; se non in quanto egli è poeta (che ciò come poeta non ha per fine), almeno in quanto è uomo civile e parte de la republica; molto meglio accenderà l’animo de’ nostri uomini con l’esempio de’ cavalieri fedeli che d’infedeli, movendo [41] sempre più l’esempio de’ simili che dei dissimili, ed i domestici che gli stranieri. Deve dunque l’argomento del poeta epico esser tolto da istoria di religione tenuta vera da noi. Ma queste istorie, o sono in guisa sacre e venerabili, ch’essendo sovr’esse fondato lo stabilimento de la nostra fede, sia empietà l’alterarle; o non sono di maniera sacrosante, ch’articolo di fede sia ciò che in esse si contiene, sí che si conceda senza colpa d’audacia, o di poca religione, alcune cose aggiungervi, alcune levarne, e mutarne alcun’altre. Ne l’istorie de la prima qualità non ardisca il nostro epico di stender la mano, ma le lassi a gli uomini pii ne la lor pura e semplice verità, perchè in esse il tingere non è lecito; e chi nissuna cosa fingesse, chi in somma s’obligasse a que’ particolari ch’ivi son contenuti, poeta non sarebbe, ma istorico. Tolgasi dunque l’argomento de l’epopeia da istorie di vera religione, ma non di tanta autorità, che siano inalterabili.

Ma le istorie o contengono avvenimenti de’ nostri tempi, o de’ tempi remotissimi, o cose non molto moderne nè molto antiche. L’istoria di secolo lontanissimo porta al poeta gran commodità di fingere; però che, essendo quelle cose in guisa sepolte nel seno de l’antichità, ch’a pena alcuna debole ed oscura memoria ce ne rimane; può il poeta a sua voglia mutarle e rimutarle, e senza rispetto alcuno del vero, com’a lui piace, narrarle [42]. Ma con questo commodo viene un incommodo per a ventura non picciolo; però che insieme con l’antichità de’ tempi è necessario che s’introduca nel poema l’antichità de’ costumi; ma quella maniera di guerreggiare o d’armeggiare usata da gli antichi, e quasi tutte l’usanze loro, non potriano esser lette senza fastidio da la maggior parte de gli uomini di questa età; e l’esperienza si prende da i libri d’Omero, i quali come che divinissimi siano, paiono nondimeno rincrescevoli [43]. E di ciò in buona parte è cagione questa antichità de’ costumi, che da coloro c’hanno avezzo il gusto a la gentilezza e al decoro de’ moderni secoli, è come cosa vieta e rancida schivata ed avuta a noia: ma chi volesse poi con la vecchiezza de’ secoli introdurre la novità de’ costumi, potrebbe forse parer simile a poco giudicioso pittore, che l’imagine di Catone o di Cincinnato vestite secondo le foggie de la gioventù milanese o napolitana ci rappresentasse, o togliendo ad Ercole la clava e la pelle di leone, di cimiero e di sopraveste l’adornasse [44].

Portano le istorie moderne gran commodità in questa parte, ch’a i costumi ed a l’usanze s’appartiene; ma togliono quasi in tutto la licenza di fingere, la quale è necessariissima a i poeti e particolarmente a gli epici; però che di troppo sfacciata audacia parrebbe quel poeta, che l’imprese di Carlo Quinto [45] volesse descrivere altrimenti di quello che molti, ch’oggi vivono, l’hanno viste e maneggiate [46]. Non possono soffrire gli uomini d’esser ingannati in quelle cose ch’o per sè medesimi sanno, o per certa relazione de’ padri e de gli avi ne sono informati. Ma l’istorie de’ tempi, nè molto moderni nè molto remoti non recano seco la spiacevolezza de’ costumi, nè de la licenza di fingere ci privano [47]. Tali sono i tempi di Carlo Magno e d’Artù, e quelli ch’o di poco successero o di poco precedettero; e quinci avviene che abbiano pòrto soggetto di poetare ad infiniti romanzatori. La memoria di quelle età non è si fresca, che dicendosi alcuna menzogna paia impudenza, ed i costumi non sono diversi da’ nostri; e se pur sono in qualche parte, l’uso de’ nostri poeti [48] ce gli ha fatti domestici e familiari molto. Prendasi dunque il soggetto del poema epico da istoria di religione vera, ma non sí sacra che sia immutabile, e di secolo non molto remoto, nè molto prossimo a la memoria di noi ch’ora viviamo.

Tutte queste condizioni, signor Scipione, credo io che si richieggiano ne la materia nuda; ma non però sí, che mancandogliene una, ella inabile divenga a ricever la forma del poema eroico. Ciascuna per sè sola fa qualche effetto, chi più e chi meno; ma tutte insieme tanto rilevano [49], che senza esse non è la materia capace di perfezione. Ma oltre tutte queste condizioni richieste nel poema, una n’addurrò semplicemente necessaria; questa è, che l’azioni, che devono venire sotto l’artificio de l’epico, siano nobili e illustri. Questa condizione è quella che costituisce la natura de l’epopeia; e in questo la poesia eroica e la tragica confacendosi, sono differenti da la commedia, che de l’azioni umili è imitatrice. Ma però che par che communemente si creda, che la tragedia e l’epopeia non siano differenti fra loro ne le cose imitate, imitando l’una e l’altra parimente le azioni grandi e illustri; ma che la differenza di spezie, ch’è fra loro, nasca da la diversità del modo; sarà bene che ciò più minutamente si consideri. Pone Aristotele [50] ne la sua Poetica tre differenze essenziali e specifiche (per cosí chiamarle); per le quali differenze, l’un poema dall’altro si separa e si distingue. Queste sono le diversità de le cose imitate, del modo d’imitare, de gli strumenti co’ quali s’imita. Le cose sono le azioni. Il modo è il narrare, ed il rappresentare: narrare è ove appar la persona del poeta; rappresentare, ove occulta è quella del poeta, ed appare quella de gl’istrioni. Gl’istrumenti [51] sono il parlare, l’armonia e ’l ritmo. Ritmo intendo la misura de’ movimenti e de’ gesti, che ne gli istrioni si vede. Poi che Aristotele [52] ha constituite queste tre differenze essenziali, va ricercando come da loro proceda la distinzione de le spezie de la poesia: e dice [53], che la tragedia concorda con la comedia nel modo de l’imitare, e ne gl’istrumenti; però che l’una e l’altra rappresenta, e l’una e l’altra usa, oltre il verso, il ritmo e l’armonia; ma quel che le fa differenti di natura, è la diversità de l’azioni imitate; le nobili imita la tragedia, le ignobili la comedia. L’epopeia [54] poi è conforme con la tragedia ne le cose imitate, imitando l’una e l’altra l’illustri: ma le fa differenti il modo: narra l’epico, rappresenta il tragico; e gl’istrumenti: usa il verso solamente l’epico, ed il tragico, oltre il verso, il ritmo e l’armonia.

Per queste cose, cosí dette da Aristotele con quella oscura brevità che è propria di lui, è stato creduto il tragico e l’epico in tutto conformarsi ne le cose imitate: la quale opinione, benchè commune ed universale, vera da me non è giudicata; e la ragione che m’induce in cosí fatta credenza, è tale. Se le azioni epiche e tragiche fossero de la istessa natura, produrrebbono gl’istessi effetti; però che da le medesime cagioni derivano gli effetti medesimi; ma non producendo i medesimi effetti, ne seguita che diversa sia la natura loro. Che gl’istessi effetti non procedano da loro, chiaramente si manifesta. Le azioni tragiche [55] movono l’orrore e la compassione; ed ove lor manchi questo orribile e questo compassionevole, tragiche più non sono: ma l’epiche non son nate a mover nè pietà nè terrore; nè questa condizione in loro si richiede come necessaria; e se talora ne’ poemi eroici si vede qualche caso orribile o miserabile, non si cerca però l’orrore e la misericordia in tutto il contesto de la favola; anzi è quel tal caso [56] in lei accidentale, e per semplice ornamento: onde se si dice parimente illustre l’azione del tragico e quella de l’epico, questo illustre è in loro di diversa natura. L’illustre del tragico consiste ne l’inaspettata e sùbita mutazion di fortuna e ne la grandezza de gli avvenimenti, che portino seco orrore e misericordia; ma l’illustre de l’eroico è fondato sovra l’imprese d’una eccelsa virtù bellica, sovra i fatti di cortesia, di generosità [57], di pietà, di religione; le quali azioni, proprie de l’epopeia, per niuna guisa convengono a la tragedia; di qui avviene che le persone che ne l’uno e ne l’altro poema s’introducono, se bene ne l’uno e ne l’altro sono di stato e di dignità regale e soprema, non sono però de la medesima natura. Richiede la tragedia [58] persone nè buone nè cattive, ma d’una condizion di mezzo; tale è Oreste, Elettra [59], Iocasta [60]. La qual mediocrità, perchè da Aristotele [61] più in Edippo che in alcun altro è ritrovata, però anco giudicò la persona di lui più di nessun’altra a le favole tragiche accomodata; l’epico, a l’incontro, vuole ne le persone il sommo de le virtù; le quali eroiche da la virtù eroica [62] sono nominate. Si ritrova in Enea l’eccellenza de la pietà; de la fortezza militare in Achille; de la prudenza in Ulisse; e per venire a i nostri, de la lealtà in Amadigi [63]; de la constanza in Bradamante [64]: anzi pure in alcuni di questi il cumulo di tutte queste virtù. E se pur talora dal tragico e da l’epico si prende per soggetto de’ lor poemi la persona medesima, è da loro diversamente e con vari rispetti considerata. Considera l’epico [65] in Ercole ed in Teseo il valore e l’eccellenza de l’armi: li riguarda il tragico come rei di qualche colpa, e per ciò caduti in infelicità. Ricevono ancora gli epici, non solo il colmo de la virtù, ma l’eccesso del vizio, con minor pericolo assai che i tragici non sono usi di fare. Tale è Mezenzio [66], e Marganorre [67], ed Archeloro [68]; e può essere e Busiri [69], e Procuste [70], e Diomede [71], e gli altri simili.

Da le cose dette può esser manifesto, che la differenza ch’è fra la tragedia e l’epopeia, non nasce solamente da la diversità de gl’istrumenti e del modo de lo imitare, ma molto più e molto prima da la diversità de le cose imitate; la qual differenza è molto più propria, e più intrinseca, e più essenzial de l’altre: e se Aristotele non ne fa menzione, è perchè basta a lui in quel luogo [72] di mostrare, che la tragedia e l’epopeia siano differenti; e ciò a bastanza si mostra per quell’altre due differenze, le quali a prima vista sono assai più note, che questa non è. Ma perchè questo illustre, che abbiamo sottoposto a l’eroico può esser più o meno illustre; quando la materia conterrà in sè avvenimenti più nobili e più grandi, più sarà disposta a l’eccellentissima forma de l’epopeia: che, bench’io non nieghi che poema eroico non si potesse formare di accidenti meno magnifici, quali sono gli amori di Florio [73], e quelli di Teagene e di Cariclea [74]; in questa idea, nondimeno, che ora andiamo cercando del perfettissimo poema, fa mestieri che la materia sia in sè stessa nel primo grado di nobiltà e di eccellenza [75]. In questo grado è la venuta d’Enea in Italia ; ch’oltra che l’argomento è per sè stesso grande e illustre, grandissimo e illustrissimo è poi, avendo riguardo a l’imperio de’ Romani, che da quella venuta ebbe origine [76]; a la qual cosa il divino epico ebbe particolar considerazione, come nel principio de l’Eneida ci accenna:

Tantae molis erat Romanam condere gentem,

Tale è parimente la liberazione d’Italia «da la servitù de’ Goti, che porse materia ai poema del Trissino [77] : tali sono quelle imprese [78], che o per la dignità de l’imperio, o per esaltazione de la fede di Cristo furo felicemente e gloriosamente operate; le quali per sè medesime si conciliano gli animi de’ lettori, e destano aspettazione e diletto incredibile; ed aggiuntovi l’artificio di eccellente poeta, nulla è che non possino ne la mente de gli uomini.

Eccovi, signor Scipione, le condizioni che giudizioso poeta deve ne la materia nuda ricercare; le quali (l’epilogando in breve giro di parole quanto s’è detto) sono queste: l’autorità de l’istoria, la verità de la religione, la licenza del fingere, la qualità de’ tempi accomodati, e la grandezza e nobiltà de gli avvenimenti. Ma questa, che prima che sia caduta sotto l’artificio de l’epico materia si chiama, doppo ch’è stata dai poeta disposta e trattata, e che favola è divenuta, non è più materia, ma è forma ed anima del poema; e tale è da Aristotele giudicata [79]; e se non forma semplice, almeno un composto di materia e di forma il giudicaremo. Ma avendo nel principio di questo Discorso assomigliata questa materia, che nuda vien detta da noi, a quella che chiamano i naturali materia prima; giudico che sí come ne la materia prima, benchè priva d’ogni forma, nondimeno vi si considera da’ filosofi la quantità, la quale è perpetua ed eterna compagna di lei, e inanzi il nascimento de la forma vi si ritrova e doppo la sua corruzione vi rimane; cosí anco il poeta debba in questa nostra materia, inanzi ad ogni altra cosa, la quantità considerare: però che è necessario che togliendo egli a trattare alcuna materia, la toglia accompagnata d’alcuna quantità, sendo questa condizione da lei inseparabile [80]. Avvertisca [81] dunque, che la quantità ch’egli prende non sia tanta, che volendogli poi, nel formare la testura de la favola, interserirvi molti episodi, e adornare ed illustrar le cose che semplici sono in sua natura, ne venga il poema a crescer in tanta grandezza, che disconvenevol paia e dismisurato; però che non deve il poema eccedere una certa determinata grandezza, come nel suo luogo si trattarà; che s’egli vorrà pure schivare questa dismisura e questo eccesso, sarà necessitato lassare le digressioni e gli altri ornamenti che sono necessari al poema, e quasi ne’ puri e semplici termini de l’istoria rimanersene. Il che a Lucano ed a Silio Italico si vede esser avvenuto: l’uno e l’altro de’ quali troppo ampia e copiosa materia abbracciò; perchè quegli non solo il conflitto di Farsaglia, come dinota il titolo, ma tutta la guerra civile fra Cesare e Pompeo, questi tutta la seconda guerra africana [82] prese a trattare.

Le quali materie sendo in sè stesse ampissime, erano atte ad occupare tutto questo spazio ch’è concesso a la grandezza de l’epopeia, non lasciando luogo alcuno a l’invenzione ed a l’ingegno del poeta; e molte volte paragonando le medesime cose trattate da Silio poeta e da Livio istorico, molto più asciuttamente, e con minor ornamento mi par di vederle nel poeta, che ne l’istorico; al contrario a punto di quello che la natura delle cose richiederebbe. E questo medesimo si può notare nel Trissino, il qual volle che fosse soggetto del suo poema tutta la spedizione di Belisario contra a i Goti: e perciò è molte fiate più digiuno ed arido, ch’a poeta non si converrebbe; che, s’una parte solamente, e la più nobil di quella impresa, avesse tolta a descrivere, per aventura più ornato e più vago di belle invenzioni sarebbe riuscito. Ciascuno in somma, che materia troppo ampia si propone, è costretto d’allungare il poema oltre il convenevol termine (la qual soverchia [83] lunghezza sarebbe forse ne l’Innamoralo e nel Furioso, chi questi due libri, distinti di titolo e d’autore, quasi un solo poema considerasse, come in effetto sono); o almeno è sforzato di lassare gli episodi e gli altri ornamenti, i quali sono al poeta necessariissimi. Meraviglioso fu in questa parte il giudizio d’Omero: il quale avendo propostasi materia assai breve, quella accresciuta d’episodi, e ricca d’ogni altra maniera d’ornamento, a lodevole e conveniente grandezza ridusse. Più ampia alquanto la si propose Virgilio, come colui che tanto in un sol poema raccoglie, quanto in due poemi d’Omero si contiene [84]; ma non però di tanta ampiezza la scelse, che ’n alcuno di que’ duo vizi sia costretto di cadere. Con tutto ciò se ne va a le volte cosí ristretto, e cosí parco ne gli ornamenti, che se ben quella purità e quella brevità sua è maravigliosa ed inimitabile, non ha per aventura tanto del poetico, quanto ha la fiorita e faconda copia d’Omero. E mi ricordo [85] in questo proposito aver udito dire a lo Sperone (la cui privata camera, mentre io in Padova studiavo, era solito di frequentare non meno spesso e volontieri che le publiche scole; parendomi che mi rappresentasse le sembianze di quella Academia e di quel Liceo, in cui i Socrati e i Platoni avevano in uso di disputare); mi ricordo, dico, d’aver udito da lui, che ’l nostro poeta latino è più simile al greco oratore che al greco poeta, e ’l nostro latino oratore ha maggior conformità col poeta greco che con l’orator greco; ma che l’oratore e ’l poeta greco avevano ciascuno per sè asseguita quella virtù, ch’era propria de l’arte sua; ove l’uno e l’altro latino aveva piuttosto usurpata quell’eccellenza, ch’a l’arte altrui era convenevole. E in vero, chi vorrà sottilmente esaminare la maniera di ciascun di loro, vedrà che quella copiosa eloquenza di Cicerone è molto conforme con la larga facondia d’Omero; sí come ne l’acume, e ne la pienezza, e nel nerbo d’una illustre brevità, sono molto somiglianti Demostene e Virgilio.

Raccogliendo dunque quanto s’è detto, deve la quantità de la materia nuda esser tanta, e non più, che possa da l’artificio del poeta ricever molto accrescimento, senza passare i termini de la convenevole grandezza. Ma poichè s’è ragionato del giudicio che deve mostrare il poeta intorno a la scelta de lo argomento, l’ordine richiede che nel seguente Discorso si tratti de l’arte, con la quale deve essere disposto e formato.

Note

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[1] - Scipione Gonzaga, dei marchesi di S. Martino e di Gazzuolo, ramo laterale dei Gonzaga di Mantova, nacque nel 1542; abbracciò la vita ecelesiastica e studiò a Padova dove instituì nella propria casa l’accademia degli Eterei, che salí in grande rinomanza per esservi appartenuti da giovani molti tra i migliori scrittori della fine di quel secolo, tra i quali il Guarini e il Tasso. Scipione fu costante amico del nostro Torquato, che gli affidò la revisione della Gerusalemme e gli dedicò prose e rime (cfr. la Vita cit. passim): visse per lo piú a Roma; fu creato patriarca di Gerusalemme nel settembre 1585, e cardinale il 18 dicembre 1587; morì l’l1 gennaio 1593. Oltre ad alquanti versi tra le Rime degli Accademici Eterei, Padova, 1567, ci restano di lui Commentarium rerum suarum libri tres. Accessit liber quartus παραλειποπένων, auctore Iosepho Marotto quos Aloitius Valentius Gonzaga Card. primum edidit ei Caietano frati inscripsit, Romae, apud Salomonium, MDCCXCI.

[2] si prepone. Conservo questa lezione, che viene dalla prima stampa, vedendo che sta anche nella edizione originale dei Libri sul Poema Eroico. E sarà un esempio da aggiungere a que’ del trecento, di preporre nel senso di divisare, far proposito; oggi proporre. [Nota del Guasti].

[3] materia... convenevoli. Aristotile nella Metafisica disse che in ogni opera d’arte bisogna considerare la materia (ὕλη, selva); la forma (εἵδος) e l’atto (ποιήσις).

[4] ch’egli; il poeta.

[5] de la. Usò il Tasso di scrivere per lo più divise le preposizioni articolate; anzi, si trova un codice di mano di un copista nel quale egli ha costantemente corretto quelle che erano unite. Per uniformità, mi atterrò dunque sempre a questo modo di scrivere.

[6] la virtù de l’arte ecc. Cfr. Dante, Parad. I, 127-29: « Vero è che come forma non s’accorda — Molte fiate alla intenzion dell’arte — Perch’a risponder la materia è sorda »; e Parad. XIII, 77-78: « ... similemente operando all’artista — c’ha l’abito de l’arte e man che trema ».

[7] Edipo. Da οἰδείν — gonfiare e ποῦς = piede, perchè fu trovato appeso per i piedi in un bosco ove era stato esposto dal padre Laio, al quale un oracolo aveva predetto che sarebbe stato ucciso dal figlio. Le avventure notissime di questo eroe tebano e la maledizione che in conseguenza gravò sui figli di lui furono tema inesauribile di tragedie. Sofocle compose un Edipo re e un Edipo a Colono: la prima fu imitata da Seneca e tradotta metricamente nel 1524 da Alessandro Pazzi de’ Medici; e un Edipo scrissero Corneille e Racine. La lotta dei figli, Eteocle e Polinice, fu argomento alla Tebaide poema di P. Papinio Stazio; e ai Sette a Tebe tragedia di Eschilo; alla Fenisse di Euripide; al Polinice dell’Alfieri; alla Thebaïde di Racine; all’Eteócle del Legouvé. La pietà della loro sorella inspirò un’Antigone a Sofocle, a Luigi Alamanni, al Rotrou, all’Alfieri. — Edipo, per allusione all’eroe ohe spiegò l’enigma della sfinge, si dice comunemente a coloro che trovano con facilità la spiegazione di enigmi o di questioni difficili.

[8] Medea. Figlia di Oeta, re di Colchide e di Ecate, sorella di Circe. Quando Giasone arrivò con gli Argonauti per impadronirsi del vello d’oro, Medea se ne innamorò e lo aiutò con l’arte magica nella quale era esperta; quindi fuggì con lui, dopo avere ucciso il fratello Absirte che l’inseguiva. Quando Giasone più tardi l’abbandonò per sposare Glauca, per vendicarsi uccise i figli che aveva avuto dall’eroe. Le avventure di questa donna sono assai intricate e discordi nel sèguito e nella fine. Scrissero una Medea Euripide, Seneca, Lu-duvico Dolce, Corneille.

[9] sigillo... nella cera. Immagine usata di frequente da Dante per significare la materia che riceve gl’influssi celesti; cfr. Parad., I, 41; VIII, 128, XIII, 67.

[10] Fidia. Il più illustre degli scultori greci, n. ad Atene fra il 488 e il 484, o nel 496 secondo altri; m. nel 431 a. C. Visse al tempo di Pericle nel periodo più splendido di Atene che ornò delle sue opere, tra le quali le statue di Giove e di Minerva, famose per grandezza e maestà.

[11] Prassitele. Altro celebre scultore greco, n. ad Atene nel 361, m. nel 280 a. C; le sue opere hanno il pregio della grazia e della mollezza: fu lo scultore della bellezza femminile, e va famosa la sua Venere di Cnido, riprodotta forse nella Venere de’ Medici.

[12] argomento. Intorno all’argomento cfr. la lettera a Maurizio Cataneo del novembre 1585, nella quale il Tasso risponde alle opposizioni da Orazio Lombardelli fatte alla Gerusalemme.

[13] il poeta abbia parte. Il medesimo Tasso negli Estratti dalla Poetica del Castelvetro (Prose diverse, I, p. 281) dice: « I poeti che truovano in sè la materia e la figura sono assomigliati dal Petrarca, nell’Epistola a Tomaso da Messina, al vermicello della seta; gli altri, che le togliono, a le pecchie ».

[14] verisimile. Anche su questo principio fondamentale cfr. la citata lettera al Cataneo nella quale il Tasso espone le proprie idee. — Aristotele, Poetica vulgarizzata et sposta da Lud. Gastelvetro, Basilea, 1576, p. 183: « Ora, per le cose dette appare ancora che questo non è l’ufficio del poeta dire le cose avvenute, ma quali possono avvenire, e le possibili secondo la verisimilitudine e la necessità. Perciocchè l’istorico e il poeta non sono differenti nel parlare con verso e senza verso... Ma in questo sono differenti, che l’unodice le cose avvenute, e l’altro quali possono avvenire ». — Cfr. Tasso T., Lettere, I, n. 46, e Trissino, La quinta divisione della Poetica in Opere, Verona, 1729, vol. II, p. 98-99.

[15] I successi: gli avvenimenti, i casi, gli eventi.

[16] se ben leggiamo... Agatone. Arist., Poet. cit., p. 184: « ancora in alcune tragedie uno o due sono i nomi conosciuti e gli altri sono imaginati dal poeta ed in alcune non pure uno è conosciuto, come nel Fiore d’Agatone, perciocchè in esso parimenti l’azioni e nomi sono imaginati, e non perciò meno diletta ». Cfr. anche Trissino, Op. cit., p. 98. — Agatone, poeta drammatico ateniese, n. verso il 480 a. C, m. verso il 401, per la vittoria del quale nelle feste Dionisiache Platone scrisse Il Simposio. Non ci restano che i titoli di alcune tragedie e frammenti conservati da Aristotele e da Ateneo. Aristofane lo rimproverava di imitare i difetti di Euripide e di corrompere la tragedia con stile affettato, pieno di antitesi e di sofismi.

[17] le favole eroiche. Il Tasso aggiunge questo esempio moderno all’antico di Aristotele, negando implicitamente che i poemi del Boiardo e dell’Ariosto siano eroici, come quelli che hanno soltanto un lontano fondamento nell’istoria.

[18] e le tragiche. Gaspary, St. d. lett. ital., Torino, II, n. p. 203: « Più grande è l’indipendenza e la varietà nella scelta della materia [nelle tragedie]. Già il Tasso aveva trattato un soggetto storico che era ignoto all’antica scena; ma neppure ci si limitava alla storia ed alla favola classica, anzi abbastanza spesso si prendevano gli avvenimenti da altre nazioni e da altri tempi, si desumevano dalla novella o si inventavano liberamente ». Il Tasso pensava di certo sopratutto al Giraldi, che tolse da’ suoi Ecatommiti parecchie delle proprie tragedie. La invenzione degli argomenti tragici si fece sempre più libera verso la fine del secolo.

[19] e con molte altre ragioni... concluso. Il Tasso allude alle dispute de’ tempi suoi intorno ai poemi del Boiardo e dell’Ariosto sostenute dal padre suo Bernardo Tasso, dal Giraldi, dal Pigna, dallo Speroni e da altri.

[20] Tieste. Figlio di Pelope e d’Ippodamia, fratello d’Atreo, re d’Argo. Tieste avendo sedotta la cognata Erope, Atreo per vendicarsi ne fece uccidere il figlio e servire le membra come vivanda in un festino a Tieste. Questi spinse il proprio figlio Egisto ad uccidere Atreo, e dopo ciò divenne re egli stesso; ma fu rovesciato dai nipoti Agamennone e Menelao. Col titolo di Tieste abbiamo una tragedia di Seneca, una del Crèbillon, una del Voltaire e una del Foscolo.

[21] ma variamente tessendolo... novo il facevano. L’Alfieri aveva sempre timore di divenire plagiario senza volerlo trattando argomenti già svolti da altri: « Nel Polinice l’avere io inserito alcuni tratti presi nel Racine, ed altri presi dai Sette Prodi di Eschilo... mi fece far voto in appresso di non più mai leggere tragedie d’altri prima d’aver fatte le mie, allorchè trattava soggetti trattati, per non incorrere cosí nella taccia di ladro, ed errare o far bene, del mio ». (Vita, Firenze, Barbèra, 1894, p. 183). E altrove: « ... ogni qual volta mi sono accinto a trattar poi soggetti già trattati da altri moderni, non li lessi mai se non dopo avere steso e verseggiato il mio; e se gli avevo visti in palco cercai di non me ne ricordar punto; e se mal mio grado me ne ricordavo, cercai di fare, dove fosse possibile in tutto il contrario di quelli. Dal che mi è sembrato che me ne sia ridondata in totalità una faccia ed un tragico andamento, se non buono, almeno ben mio ». «Vita, ediz. cit., p. 293).

[22] e tale è per avventura... la finzione. È difetto principale delle commedie e delle tragedie del cinquecento quello di imitare l’intreccio di esemplari classici, ciò che fu causa che noi non avemmo per allora opera alcuna vitale in questi generi, se non la Mandragola, perchè non è imitazione. Ma il Tasso che riconosce qui l’errore, vi cadde poi egli stesso formando il suo Torrismondo sulla favola dell’Edipo re.

[23] quelle maraviglie. Il Tasso ribadiva questa sua idea scrivendo a Silvio Antoniano, uno dei revisori della Gerusalemme, il 30 marzo 1576, cosí: « Ma poichè io ho parlato a lungo de gli amori e de gli incanti, acciò ch’essi con minore difficultà siano accettati dal politico; non sarà forse fuor di proposito ch’io soggiunga alcune ragioni, da l’apparenza de le quali io sia indotto a credere ch’essi non debbiano essere esclusi dal poeta epico. Io stimo ch’in ciascun poema eroico sia necessarissimo quel mirabile ch’eccede l’uso de l’azioni e la possibilità de gli uomini: o sia egli effetto de gli dèi, com’è ne’ poemi de’ gentili; o de gli angioli, o vero de’ diavoli e de’ maghi, com’è in tutte le moderne poesie. Nè questa differenza del mirabile mi pare essenziale, e tale che possa constituire diverse spezie di poesie: ma accidentalissima, la qual si varii e si debba variare secondo la mutazion de la religione e de’ costumi. Basta a me, che l’Odissea non meno che il mio poema, anzi assai più, sia ripiena di questi miracoli, che Orazio chiama speciosa miracula; perchè se volse Omero seguir l’uso de’ suoi tempi, a me giova di seguir il costume de’ miei, in quelle cose però sovra le quali ha imperio l’uso ». (Lettere, I, n. 60, p. 147).

[24] sapori: salse; condimenti.

[25] perchè con esse invita... Intendenti. In più luoghi il Tasso sostiene riguardo a sè questo principio: « Io non mi proposi mai di piacere al volgo stupido; ma non vorrei però solamente soddisfare a i maestri de l’arte. Anzi sono ambiziosissimo de l’applauso degli uomini mediocri, e quasichè altrettanto affetto la buona opinione di questi tali, quanto quella de i più intendenti ». (Lettere, I, n.° 40; cfr. anche n.° 42 e II, n.° 387). — « ... volendo io servire al gusto de gli uomini presenti, confido molto de l’umor popolare, nè contento di scrivere a i pochissimi, quando ancora tra quelli fosse Platone, non sapea come altramente indurre nel mio poema quella varietà e vaghezza di cose, la quale non è da lor ritrovata nei poemi antichi ». (Lettere, I, n° 60, p. 148).

[26] idoli vani e senza soggetto. Petrarca, canz. Italia mia, vv. 76-77.

[27] antica religione. In tutto questo passo Torquato precorre la dottrina dei romantici del principio del secolo decimonono, ai quali egli appunto fu caro.

[28] uomini di somma dottrina. Il Tasso scrivendo le righe seguenti forse pensava ad una teoria di G. B. Giraldi Cintio, Discorso dei romanzi (Milano, Daelli, 1864, pp. 61-62): « E intorno a questo verisimile è da sapere che non solo verisimile si può chiamare quello che può avvenire verisimilmente, ma quello anco che dall’uso è accettato dai poeti per verisimile. Perocchè sono molte cose nel conte Boiardo, nell’Ariosto, come anco ne sono in Omero, in Virgilio, in Ovidio nelle sue Mutazioni... le quali mai non avvennero, nè possono avvenire. E nondimeno sono passate per verisimili per l’uso e per l’autorità degli scrittori... E Aristotele ci mostrò, quando disse che il maraviglioso era proprio di simili componimenti grandi ed eroici, che molto più a ciò serve la bugia che il vero. Laonde c’insegnò come si deve essa bugia fingere, perchè ne nasca questo maraviglioso ». — Aristotele, Poetica cit., p. 326, aveva scritto: « è verisimile che avvengano molte cose ancora fuori del verisimile ».

[29] La poesia... imitazione. II Tasso medesimo nei Discorsi del poema eroico cit, p. 73, parafrasava e allargava il secondo paragrafo della Poetica d’Aristotile: « La poesia ha molte spezie: e l’una è l’epopeia; l’altre, la tragedia, la comedia, e quelle che si cantano con la cetera e con le pive, o con le sampogne o con altri istrumenti pastorali; le quali tutte convengono nell’imitare. Laonde possiamo affermare senza dubbio, che la poesia altro non sia ch’imitazione. Però è necessario che s’aggiunga qualche differenza che la separi da l’altre arti imitatrici. Nè già paiono diverse per la diversità delle cose imitate, perchè il medesimo argomento della guerra di Troia o degli errori di Ulisse potrà esser preso dal pittore e dal poeta; dunque la differenza dell’azioni rassomigliate non gli fa differenti: ma l’uno nell’imitar adopera i colori, l’altro le parole o sciolte o più tosto legate con qualche certo numero. È dunque la poesia imitazione fatta in versi ».

[30] servare; latin. per osservare; por mente al verisimile e secondo quello procedere.

[31] e rimettendo gli altri; sottinteso « modi ». Rimettere qui nel senso di respingere, rimandare, e cioè « attendendo di parlare ».

[32] Attribuisca ecc. Il Giraldi (Op. cit. pp. 80-82) si era all’incontro mostrato decisamente contrario a introdurre nei poemi per fine di maraviglia le divinità e le cose della religione cristiana.

[33] I maghi e le fate. Inutile osservare che il T. si mostra seguace delle credenze del suo tempo; e più volte nelle lettere di lui è fatta menzione di spiriti e di folletti, effetto delle allucinazioni cui andò soggetto, sí come frutto d’allucinazione è il colloquio ch’egli afferma di aver avuto con uno spirito e che riferisce nel dialogo il Messaggiero; cfr. la mia Vita di T. Tasso, 1, pp. 407-408.

[34] attenersi, cioè confarsi o adattarsi.

[35] introdottei. Nei Discorsi del poema eroico citato, pag. 109, aggiunse ad esempio di tali poemi l’Ercole del Giraldi (1557) e il Costante del Bolognetti (1566).

[36] pronostichi, profezie.

[37] Teseo. Figlio d’Egeo, re d’Atene; eroe nazionale greco, celebre per l’impresa contro il Minotauro nel labirinto di Creta, per la guerra con le Amazzoni, e la discesa all’inferno per rapire Proserpina. Succeduto al padre riformò il reggimento dell’Attica, regolò il culto, distrusse masnadieri e fece buone leggi. Morì tuttavia in esilio, ma poi fu adorato come divino.

[38] Giasone. Figlio di Esone; altro eroe greco dagli Eolidi. Fu il duce degli Argonauti, e già se n’è parlato più addietro a proposito di Medea.

[39] Carlo e Artù, sono qui nominati come protagonisti dei poemi carolingi e celtici.

[40] dovendo il poeta... repubblica. Secondo Aristotele (Poet. cit., p. 63) il poeta non ha altro fine che di dilettare la moltitudine; perciò si negava da alcuni che scienza ed arte potessero essere oggetto di poesia, e ciò sosteneva il Calstelvetro, al quale il Tasso annotava negli Estratti cit.: « Tu nega quest’ultima conseguenza » (Prose diverse, I, p. 280). Infatti nei Discorsi del poema eroico (p. 77) argomentava deducendo: « La poesia altro non è che imitazione delle azioni umane... dovendo ciascuna definizione risguardare a l’ottimo, debbiamo ne la definizione de la poesia preporci un ottimo fine; ma l’ottimo fine è quello di giovare agli uomini con l’esempio de le azioni umane... la poesia si è dunque imitazione de l’azioni umane fatta per ammaestramento de la vita. E perchè ogni azione si fa con qualche consiglio e qualch’elezione, si tratterà del costume e de la sentenzia per conseguente, la quale da’ Greci è detta διάνοια: e benchè, facendosi questa imitazione, si dia grandissimo diletto, non si può dire che duo sian i fini, l’uno del diletto, l’altro del giovamento, come pare che accennasse Orazio in quel verso:

Aut prodesse volunt aut delectare poetae (Ars poet., 333)

perchè una arte sola non può avere due fini, l’uno de’ quali a l’altro non sia subordinato... ». E conchiudeva (p. 79) con la definizione: « È dunque la poesia imitazione de l’azioni umane affine di giovare dilettando ».

[41] movendo... stranieri. Sotto altro aspetto, ma col medesimo intendimento, Dante, Parad., XVII, 139-142: « l’animo di quel ch’ode non posa — Nè ferma fede per esemplo c’haia — La sua radice incognita e nascosa — Nè per altro argomento che non paia ».

[42] narrarle. Tasso, Estratti cit. (Prose diverse, I, p. 282): « Non è conveniente scrivere poema di quelle cose intorno a i particolari delle quali è stata scritta istoria, ma solo intorno a quelle che sono note cosí in universale e sommariamente ».

[43] rincrescevoli, noiosi.

[44] l’adornasse. Il Tasso nei Discorsi del poema eroico aggiunse qui: « come fece il Giraldo nel suo poema [l’Ercole] ».

[45] le imprese di Carlo Quinto. Proprio mentre il Tasso scriveva questi discorsi F. Antonio Olivieri dava in luce (Venezia, 1567) l’Alamanna, poema di 24 libri in versi sciolti, in cui narrava la guerra di Carlo V contro i colleghi di Smacalda; e l’amico di giovinezza del nostro, Danese Cattaneo, lodava Carlo a lungo nell’Amor di Marfisa (cfr. Mazzoni, Tra libri e carte, Roma, Pasqualucci, 1887, pp. 105 sgg.) e cominciava in esametri volgari, La Germania domata (Op. cit., p. 112), Basti inoltre ricordare i poemi sulla battaglia di Lepanto del Benamati, del Tronsarelli, del Peri, del Costa; l’Enrico IV del Malmignati; la Roccella espugnata del Bracciolini; La Vienna liberata del Costantini; Maria regina di Scozia del Gatti; e altri moltissimi, per dimostrare che dopo il Tasso si cercò appunto di comporre poemi eroici su avvenimenti contemporanei. Cfr. Bulloni, Gli epigoni della Gerusal. Liberata, Padova, 1893.

[46] maneggiate: hanno preso parte ai mancipi politici di quel tempo.

[47] ci privano. Nei Discorsi del poema eroico cit., p. 162: « Si può a queste cose aggiungere l’autorità d’Aristotele nei Problemi, e la ragione perchè ci piaccia più la narrazione delle cose non troppo nuove, nè troppo vecchie; ia quale è questa, che noi diffidiamo delle cose troppo lontane, e non possiamo aver diletto di quelle nelle quali non abbiamo fede; ma l’altre che sono troppo nuove, pare che ancora le sentiamo, però n’abbiamo minor diletto ».

[48] l’uso dei nostri poeti: la lettura frequente de’ nostri poeti.

[49] tanto rilevano, cioè importano ; giovano.

[50] Pone Aristotele... s’imita. Nei Discorsi del poema eroico cit., p. 113, il Tasso citava più esattamente il luogo del secondo paragrafo della Poetica cosí: « γάρ τῷ γένει ἑτὲροις μιμεῖσθαι, ἢ τῷ ἕτερως, καί μὴ τὸν πρόπον; le quali significano nella nostra lingua: — imitano o con le cose diverse di genere, o cose diverse, o in modo diverso ».

[51] Gl’istrumenti. Più compiutamente nei Discorsi del poema eroico, p. 114: «Le cose con le quali s’imita, cioè l’instrumenti dell’imitazione, sono il parlare, il ritmo e l’armonia. Parlare è la composizione di molte parole significatrici de’ nostri concetti, secondo il nostro compiacimento; l’armonia si può diffinire una concordia di voci discordi per il ritmo », ecc.

[52] Poi che Aristotele... poesia. Cosí brevemente il Tasso riassume le dimostrazioni contenute nei § 3-5 della Poetica d’Aristotele, e cioè, che la poesia differisce a seconda che usa uno o più dei tre strumenti: armonia, verso e ballo; e riguardo alla materia, si divida in tre specie, secondo che imita le cose ottime, le buone, peggiori; infine che tre sono i modi di espressione della poesia: il narrativo diretto, il narrativo indiretto e il rappresentativo. E però, conchiude Aristotele, tutte le differenze di poesia dipendono da questi tre principi: ἐν οἶς, καί ᾃ, καί ὤς, cioè con che, e che, e come si imita.

[53] e dice... commedia. Questa dimostrazione è contenuta nei § 6-11 della Poetica aristotelica.

[54] L’epopeia... l’armonia. Il Tasso riassume il contenuto del § 12 della Poetica, dove Aristotele dichiara che la tragedia e l’epopea cadono sotto le medesime leggi, e però egli tratta solo della prima, e riguardo all’epopea si riserva di illustrare le due sole cose che la fanno differente dalla tragedia, cioè la durata del tempo e il metro, ciò che fa alla fine dell’operetta.

[55] Le azioni tragiche... non sono. La definizione della tragedia secondo Arist., Poet. volg. dal Vastelvetro, p. 113, è questa: «È adunque tragedia rassomiglianza d’azione magnifica, compiuta, che abbia grandezza di ciascuna delle spezie di coloro che rappresentano; con favella fatta dilettevole separatamente per particelle e non per narrazione: e oltre a ciò induca per misericordia e per ispavento purgazione di cosí fatte passioni » (§ 13). — Quindi in altri luoghi dichiara come si eccitino gli affetti, cioè la compassione e il terrore, che debbono essere parte integrante della favola stessa. Ma il Tasso annotava: « Aristotele non pruova che la materia de la tragedia debba essere compassionevole e spaventevole, ma il presuppone. — Aristotile contraddice a sè stesso, perchè avendo detto di sopra, là dove cerca l’origine de la poesia, che il suo fine è ’l diletto, or drizza la tragedia a l’utilità, cioè a la purgazione de gli animi; de la quale utilità o non si deve tenere conto alcuno, o almeno non se ne deve tener tanto, che per lei si rifiutino tutte l’altre maniere di tragedie, che ne son prive. E se pur de l’utilità s’ha d’aver considerazione, perchè non d’altra sorte d’utilità? come dr quelle tragedie che contengono la mutazione de’ buoni di miseria in felicità; le quali confermano l’opinione, che ha il popolo, de la provvidenza di Dio, ecc. ». (Estr. dal Castelvetro in Prose diverse cit., pp. 283-84).

[56] Anzi è quel tal caso... ornamento. Tasso, Estr. d. Castelvetro in Prose diverse cit, p. 284: « L’epopeia riceve il soggetto orribile e compassionevole; ma si dice proprio della tragedia secondo Aristotele, non perchè non convenga a l’epopeia, ma perchè secondo lui la tragedia non ne può ricevere altro. — Di’ tu, che l’orrore e la compassione non è mai fine de l’epico, se ben può essere adoperato da l’epico per mezzo ad altro fine ». E qui conferma tale propria opinione.

[57] i fatti di cortesia e di generosità. Forse perchè queste qualità ricordavano troppo il fondamento dei poemi romanzeschi, il Tasso nei Discorsi del poema eroico cit., p. 115, cosí rifuse questo periodo: « l’illustre dell’eroico è fondato sovra l’eccelsa virtù militare e sopra il magnanimo proponimento di morire, sovra la pietà, sovra la religione e sovra l’azioni ne le quali risplendono queste virtù che sono propie de l’epopeia, e non convengono tanto ne la tragedia ».

[58] Richiede ia tragedia... di mezzo. Arist. Poet. colg. d. Castetvetro cit, p.265: « è cosa manifesta che non conviene che gli uomini di santissima vita dimostrino trapassare di felicità in miseria, perciocchè questa non è cosa nè spaventevole, nè degna di compassione, ma abominevole. O che gli uomini di malvagissima vita si dimostrino trapassare di miseria in felicità, perciocchè questa è tra tutte le cose lontanissima dalla tragedia: conciossiacosachè non abbia niuna di quelle cose che dee avere, poichè non è graziosa a gli uomini, nè compassionevole, nè spaventevole. Nè d’altra parte conviene che uno molto malvagio trabocchi di felicità in miseria, perciocchè cosí fatta composizione potrà bene avere cosa piacente agli uomini, ma non avrà già nè compassione nè spavento... Adunque resta quegli che è mezzano tra questi. Ora colui è cotale, il quale nè per bontà nè per giustizia trapassa gli altri, nè per malizia nè per malvagità trabocca in miseria, ma per certo errore, essendo egli uno di coloro che si trovano in gran gloria ed in felicità, come Edipo e Tieste, e gli uomini chiari per fama di cosí fatte schiatte ».

[59] Oreste, Elettra. Figli di Agamennone e di Clitennestra. Dopo l’assassinio del padre commesso da Clitennestra, Elettra fece fuggire il fratello Oreste presso il re Strofio, padre di Pilade: col quale Oreste poi tornò ad Argo, e per vendicare il padre, uccise la madre e l’usurpatore Egisto. Ma Oreste fu da allora perseguitato dalle Furie; inutile fu l’assoluzione all’Areopago d’Atene, inutile la purificazione al santuario di Trezene, che dall’oracolo di Delfo gli fu ordinato di recarsi nella Tauride a rapire la statua di Diana e a liberare la propria sorella Ifigenia: e soltanto compiuta l’impresa fu libero dalle Furie. Dopo il suo ritorno maritò Elettra con Pilade e regnò tranquillo ne’ propri stati. La fatalità che gravava sopra Oreste e le avventure di lui e della sorella diedero argomento ai più celebri tragici d’ogni tempo: l’Orestiade di Eschilo è una trilogia che tratta i casi successivi dell’eroe (Agamennone, Coefore, Eumenidi); Sofocle ha un’Elettra; un’Elettra, un Oreste e un’Ifigenia in Tauride scrisse Euripide; un Oreste il Rucellai, l’Alfieri, il Voltaire e Dumas; un’Elettra Crèbillon; Ifigenia in Tauride Goethe.

[60] Iocasta. V. addietro Edipo.

[61] perchè da Aristotele... accomodata. Cfr. Arist., Poetica, § 21 e § 22.

[62] da la virtù eroica. Col titolo De la Virtù eroica e de la Carità, scrisse il Tasso un discorso (Prose diverse, n, p. 187 sgg.).

[63] Amadigi. Preso per protagonista nel poema di Bernardo Tasso, suo padre.

[64] Bradamante. La costanza di Bradamante nell’amore per Ruggero, nodo dell’elemento cortigiano ne’ poemi del Boiardo e dell’Ariosto, che da quelle nozze dovevano discendere gli Estensi.

[65] Considera l’epico... infelicità. Il Tasso forse pensava all’Ercole del Giraldi e alla Teseide del Boccaccio, poemi, all’Ercole furente di Seneca o alla Medea di Euripide, tragedie.

[66] Mezenzio. Tiranno d’Etruria; cfr. Virgilio, Eneide, vii, 607 sgg. e la fine del lib. X.

[67] Marganorre. Il famoso nemico delle donne nell’Orlando Furioso, XXXVII ; cfr. Raina, Le fonti dell’Orl. Fur. Firenze, Sansoni, 1900, pp. 479-81.

[68] Archeloro. Un Archeloro, capitano di Salafrone, è nell’Orlando Innamorato, p. I, c. XVI; ma qui si allude di certo all’incantatore di tal nome nell’Amadigi, passim.

[69] Busiri. Tiranno di Spagna, il quale immolava a Giove tutti gli stranieri che giungevano nel suo regno; si dice fosse ucciso da Ercole. — Cfr. Discorsi del poema eroico cit., p. 93.

[70] Procuste. Il famoso masnadiero noto per il letto sul quale stendeva coloro che cadevano nelle sue mani; ucciso da Teseo.

[71] Diomede. Re di Tracia; possedeva cavalli furiosi e ignivomi, ai quali dava in pasto gli stranieri che passavano nello stato; fu da Ercole gettato egli stesso in preda a’ suoi cavalli.

[72] in quel luogo. Nei Discorsi del poema eroico cit., p. 116, allegava il passo della Poetica, § 5: « e d’Aristotele ancora è accennata in quelle parole: ὤστε τῇ μὲν ὸ αὺτὸς ᾂν εἲν μιμετής ῞Ομήρῳ Σοϕοχλής· μιμοῦνται γὰρ ἂμϕω σπουδαίους: perchè se Omero in qualche modo non è diverso da Sofocle, imitando l’uno e l’altro gli uomini eccellenti, non ne segue però che sia affatto simile ».

[73] gli amori di Florio. Florio e Biancofiore, i due giovani innamorati della leggenda medievale diffusa per tutta Europa, dai quali fece nascere Berta aus gran piès, sposa di Pipino, madre di Carlomagno. Nella nostra letteratura abbiamo un cantare di questo titolo, edito e illustrato da V. Crescini (Il Cantare di F. e B., Bologna, 1889) che ne riporta la composizione al secolo decimoterzo; la medesima leggenda fu poi tema del Filocolo del Boccaccio, che attinse come l’autore del poemetto a una fonte comune più antica.

[74] Teagene e Cariclea. Nel romanzo greco-alessandrino di Eliodoro, intitolato Racconti Etiopici, tradotto in volgare da Leonardo Ghini, edito la prima volta nel 1560, e da ultimo Pisa, Capurro, 1816.

[75] eccellenza. A questo luogo nei Discorsi del poema eroico cit., pp. 116-121, il Tasso introdusse una lunga digressione ove passa in rassegna gli amori più celebri per dimostrare che azioni eroiche ci potranno parer, oltre l’altre, quelle che son fatte per amore. E da ciò passa a difendere indirettamente la Gerusalemme da una delle accuse che le furon fatte: « Ma i poeti moderni se non vogliono descriver la divinità de l’amore in quelli ch’espongono la vita per Cristo, possono ancora, nel formarvi un cavaliere, descriverci l’amore come un abito costante de la volontà... ». E altrove: « Quanto a gli amori e a gli incanti, quanto più vi penso, tanto più mi confermo che siano materia per sè convenevolissima al poema eroico; parlo de gli amori nobili, non di quelli de la Fiammetta, nè di quelli che hanno alquanto del tragico. Nè tragici io chiamo solamente l’infelici di fine (sebbene questi maggiormente son tragici), perchè la infelicità del fine, come testimonia Aristotele, non è necessaria ne la tragedia, ma tragici chiamo tutti quelli che son perturbati con grandi e maravigliosi accidenti e grandemente patetici; e tale è l’amore d’Erminia... » (Lettere, I, n.° 75).

[76] ebbe origine. Dante, Infer., I, 16-27, di Enea:

Però se l’avversario d’ogni male

cortese i’ fu, pensando l’alto effetto

che uscir dovea di lui, e il chi e il quale,

non pare indegno ad uomo d’intelletto:

ch’ei fu dell’alma Roma e di suo impero

nell’empireo ciel per padre eletto;

a quale e il quale, a voler dir lo vero,

fur stabiliti per lo loco santo,

u’ siedo il successor del maggior Piero.

Per questa andata, onde gli dai tu vanto,

intese cose che furon cagione

di sua vittoria e del papale ammanto.

[77] poema del Trissino, L’Italia liberata del Trissino, in 27 canti in versi sciolti, fu il primo tentativo di poema epico, e venne in luce in tre tomi, Roma-Venezia, 1547-48; cfr. Morsolin, G. G. Trissino, seconda ediz., Firenze, Le Monnier, 1894. Ma il Trissino s’illuse nel credere che la liberazione d’Italia dai Goti per opera dei Greci fosse argomento epico nazionale; infatti, non rispondendo ad alcun sentimento italiano, il poema non ebbe fortuna. Il Tasso non s’accorse di questo errore.

[78] tali sono quelle imprese... de gii uomini. Notevole è una lettera che il Tasso scrisse al conte Ferrante Estense Tassoni, maggiordomo del card. Luigi d’Este, probabilmente quando nel 1566 fu assunto al servizio di questo prelato, in cui gli dava l’elezione di vari argomenti i quali, diceva: « mi paiono sovra gli altri atti a ricevere la forma eroica: Espedizion di Goffredo e de gli altri principi contra gl’infedeli, e ritorno. Dove avrò occasione di lodar le famiglie d’Europa, che più vorrò.

Espedizion di Bellesario contra’ Goti. Di Narsete contra’ Goti: e discorro d’un principe. Ed in questi averei grandissima occasione di lodar le case di Spagna e d’Italia e di Grecia, e l’origine di casa d’Austria.

Espedizion di Carlo il Magno contra’ Sassoni. Espedizion di Carlo contra’ Longobardi. In questi troverei l’origine di tutte le famiglie grandi di Germania, di Francia e l’Italia, e ’l ritorno d’un principe.

E se ben alcuni di questi soggetti sono stati presi, non importa: perch’io cercherei di trattarli meglio, ed al giudicio d’Aristotele ». (Lettere, V, n.° 1551).

[79] da Aristotele giudicata. Poetica, § 15: «῎Aργη μὲν οὖν καὶ οἷον ψυχή ό μῦθος: Principio adunque e quasi anima è la l’avola».

[80] inseparabile. Il Tasso considera qui in generale la grandezza del tema in sè stesso; nel secondo discorso considererà poi la favola del poema formata su questo tema.

[81] Avvertisca... rimanersene. Cioè, che il tema di per sè stesso non sia ricco di tanti e tali avvenimenti da dovere essere compresi nella favola del poema: perchè la materia storica sarebbe allora sufficiente argomento da sola a convenevole poema, nel quale, di conseguenza, il poeta dovrebbe limitare la parte fantastica e meravigliosa, che il Tasso ammetteva come necessaria al diletto.

[82] seconda guerra africana. Silio Italico narrò le vicende di questa guerra ne le Puniche, in 17 libri; tradotte da O. Occioni, Milano, Maisner, 1878.

[83] la qual soverchia... sono) Nel secondo discorso il Tasso spiega più particolarmente questo giudizio.

[84] si contiene. Omero cantò la guerra di Troia ne l’Iliade, e il ritorno d’Ulisse nell’Odissea; Virgilio nel!’Eneide narrò la peregrinazione d’Enea e la guerra di conquista del Lazio.

[85] E mi ricordo... disputare. Torquato frequentò la casa di Sperone Speroni, al quale fu raccomandato dal padre, quando andò studente a Padova nel novembre 1560, rimanendovi fino al 1562. Lo Speroni era allora tenuto come l’oracolo dei letterati, un poco per i suoi meriti reali, un poco per la sua burbanza. Tra il giovane poeta e il vecchio letterato, che fu poi uno dei revisori della Gerusalemme, non si stabilì di certo una corrente di simpatia, e se n’hanno più tracce; ad ogni modo il Tasso dovette far tesoro dei ragionamenti uditi in quella casa, e più tardi lo Speroni potè giungere fino ad accusarlo di avergli rubate le idee, espresse appunto in questi Discorsi dell’arte poetica. Cfr. la mia Vita di T. Tasso cit., vol. I, pp. 53-56.

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Ultimo aggiornamento: 20 ottobre 2009