Giovanni Rosini

Saggio sugli amori di Torquato Tasso

e sulle cause della sua prigionia

Edizione di riferimento:

Giovanni Rosini, Saggio sugli amori di Torquato Tasso e sulle cause della sua prigionia, Pisa, presso Niccolò Capurro MDCCCXLI.

AI LETTORI

Comparisce per la terza volta in luce questo mio Saggio, a cui finora nessuna obiezione fu fatta, degna di qualche considerazione. Io vi ho cercato la verità col desiderio di trovarla: posso essermi ingannato, perchè troppo ad errori è sottoposta l’umana mente; ma ho portato nelle ricerche un’attenzione scrupolosa, ed un animo lontano da qualunque prevenzione. Ciò per altro non è bastato.

Senza parlar d’un’aggressione poco moderata, e che nel 1834 dovei ribattere con egual forza; fu nell’estate del 1837 pubblicato in Firenze il Manifesto d’un’opera del Marchese Gaetano Capponi (quello stesso a cui aveva io dedicato le Rime del Tasso) che, contenendo un evidente assalto contro di me, fui costretto a confutarlo periodo per periodo, in una Lettera, diretta all’egregio Defendente Sacchi, uomo di retto intendimento, d’ottimo gusto, e più di ottimo cuore: del quale, nello scorso anno, l’Italia dovè compianger la perdita immatura.

Essa con altre, le quali trattano la stessa materia, si troveranno dopo il Saggio, in luogo dell’Appendice promessa; la quale non può ancora veder la luce, finchè non sieno interamente pubblicati i Documenti posseduti dal Conte Mariano Alberti, ugualmente che i Volumi dell’Opera annunziata del Sig. M. G. Capponi.

Saggio sugli amori di Torquato Tasso

e sulle cause della sua prigionia

Chiunque avrà voluto leggere con qualche attenzione le Avvertenze da me poste in fine dei Sonetti e delle Canzoni amorose del Tasso, pubblicate nel 1822, si sarà facilmente accorto esser la mia opinione sugli amori di lui diversa da quanto cercò di provare, nella sua celebre Vita, il Serassi. Venendo, dopo varj anni, a compiere la promessa fatta sin d’allora di scrivere su questo difficile Argomento, son lieto che l’opinion mia siasi avvalorata dalla scoperta dei pochi Versi di Torquato pubblicatisi in Roma, e nei quali così saviamente ragiona il chiarissimo Signor Salvator Betti nell’Articolo, che a lui piacque d’indirizzarmi [1] . Intendendo ora dunque di scrivere sugli amori di Torquato Tasso, e sulle cause della sua Prigionia, pongo per principio, che quand’anche fossero rimasti sepolti nell’oscurità, dove stettero per oltre due secoli, quei Versi; o quando ancora dai più scrupolosi venissero impugnati come apocrifi, per questo non mancherebbero monumenti per conoscere il vero: e in materia sì nascosta ed arcana, ciascuno intende come il vero si discopra, e la convinzione si formi.

Mia intenzione si è di non dar fede, in questa delicatissima trattazione, ad altre testimonianze, fuorchè a quelle dal Poeta lasciate sia nelle Rime, sia nelle Lettere, e di non chiamare in soccorso l’autorità e l’opinione dei contemporanei, se non in quanto servono all’illustrazione di esse. Così i Versi del Poeta gioveranno molte volte a dilucidare quello che oscuro, o incerto comparve nelle tradizioni de’ primi; e molto più anche gli avvenimenti narrati da loro, e dal Serassi impuguati, acquisteranno forza per l’autorità de’ suoi Versi.

Qualunque sia per essere la sorte di questo mio Scritto, che prende a rischiarare una questione non men famosa, e ugualmente oscura della causa dell’esilio d’Ovidio; se i critici potranno desiderarvi maggiore eleganza, e i censori maggior dialettica, gli uomini savj e imparziali certamente non avranno da ricercarvi maggior buona fede.

Mi propongo di scrivere la verità, quale almeno ella mi sembra, sempre in animo avendo la gran sentenza dell’Alighieri [2] , dinanzi alla quale tremar debbe ogni autore, qualunque si sia, che dissimula il vero, o lo vende.

Aprendo dunque il famoso Canzoniere di Torquato Tasso, in principio vi leggo:

Vere fur queste gioie e questi ardori,

Onde piansi e cantai, con vario carme :

e secondo le regole della critica, credo conveniente d’investigare in primo luogo quel che risulta da quanto egli scrisse, or piangendo, or cantando; sapendo bene che un ingegno severo, come quello di lui, non può aver detto che vere furono le sue gioje, quando fossero state false: e di considerare, in secondo, se le circostanze della sua vita rispetto alle sue gioje e a’ suoi ardori, concorrano col risultato, che deriverà dall’investigazione dei sentimenti sparsi nelle Rime.

Narra il Manso, che fu detto e creduto, avere il Poeta cantato di tre Donne, le quali stavano in Corte di Ferrara (notisi questa circostanza); che di tutte e tre si era mostrato invaghito; e che sotto il nome medesimo d’Eleonora, che alle tre ugualmente apparteneva, egli aveva nascosta la fiamma, che oltre ogni credere gli ardeva in petto per una. Soggiunge quindi esser opinione che la Principessa Eleonora d’Este fosse la prima; la Contessa Eleonora Sanvitale, la seconda; e una Damigella della Principessa d’Este, la terza; e che a questa indirizzasse il Tasso la Canzone, che comincia :

O con le Grazie eletta e con gli Amori.

Ma il Serassi, intento a distruggere le testimonianze del Manso, trova in un MS. di quei tempi [3] , che quella vaghissima Canzone fu scritta per una damigella della Sanvitale, per nome Olimpia; sicchè cade l’opinione degli amori del Poeta per tre Eleonore: e con questo solo crede il Serassi d’aver tutto impugnato.

Quali esse fossero, lo andremo in progresso cercando; ma che il Poeta amasse tre Donne, a preferenza delle altre; che di loro cantasse, e che l’una delle tre fosse la causa delle sue sventure, fu opinione troppo generale, perchè dobbiamo arrestarci alla sola difficoltà del nome di una, e non recar l’esame più avanti.

Nè dirò che se ne debba desumere intera la prova dal seguente riportato dal Manso:

Tre gran Donne vid’ io, ch’ in esser belle

Mostran disparità, ma somigliante;

Sicchè negli atti, e ’n ogni lor sembiante

Scriver Natura par: Noi siam sorelle.

Ben ciascuna io lodai; pur una d’elle

Mi piacque sì, ch’ io ne divenni amante;

Ed ancor fia ch’io ne sospiri e cante,

E il mio foco e ’l suo nome alzi alle stelle.

Lei sol vagheggio; e se pur l’altre io miro,

Guardo nel vago altrui quel ch’è in lui vago,

E negl’idoli suoi vien ch’io l’adore.

Ma cotanto somiglia al ver l’immago,

Ch’erro, e dolce è l’error: pur ne sospiro,

Come d’ingiusta idolatria d’ Amore .

Esso, per quanto parmi, è un artificioso complimento Platonico fatto a quella, che più ferventemente amava quando lo scrisse: e se altre prove non vi avessero in contrario, si potrebbe anco tener per vero che, vedute tre Gentildonne insieme, s’innamorasse di una, come leggesi nell’argomento preposto a quel Sonetto nell’edizione di Aldo [4] ;

Ma che il Poeta veramente avesse in animo di indicar qui le tre Donne da lui amate, delle quali parla il Manso, e che tutte tre fossero in Corte di Ferrara, risulterà da quello, che sarò per dire. L’errore del Biografo non consiste in altro che nel nome di una.

Seguendo dunque a prender per guida il Canzoniere, leggesi fra i Componimenti, che egli scrisse fra i primi, il seguente [5]

In quell’etate, in cui mal si difende

L’incauto cor, nel Vostro almo paese,

Della vostra bellezza Amor m’accese,

Ch’ ancor lontana agli occhi miei risplende:

Qui poi m’addusse (ove saper s’apprende )

Novo amor di saver, ch’in alto intese;

Ma di partir mi dolsi, e ’n me contese

L’un mio desire, e l’altro, ed or contende;

Oh! pur, vegghiando nelle notti algenti,

Laura, e ne’ caldi dì, tanto m’avanze,

Che di voi degno amante io mi dimostri.

Amatemi frattanto, e di speranze

« Consolate il mio duol ne’ miei lamenti,

Sicch’io torni a goder degli occhi vostri;

Confrontando quello ch’ ei qui ne dice con gli avvenimenti della sua vita, troviamo che [6] nel Luglio del 1564, mentr’egli era in età di venti anni, si recò a Mantova ad abbracciare il padre: sappiamo che nel novembre tornò in Padova, per dar compimento agli studî filosofici; terminati i quali si pose stabilmente, in qualità di Gentiluomo, ai servigj del Cardinal d’Este, in Ferrara.

Ciò posto, chiaramente intendiamo dal Sonetto, che Laura avea nome la persona, della quale s’innamorò; che, nel dolore provato per la partenza, il desiderio di rimaner presso lei contese con quello dei filosofici studj (verso 7 e 8 ): che venuto per tale oggetto a Padova (v. 5), siccome nulla più eleva l’animo all’acquisto della sapienza, e della fama che ne deriva, quanto la fiducia di divenir degno della Donna che si ama, egli vegliava le lunghe notti d’inverno, non curava la Canicola (verso 9, 10, 11) per esserne amato; e conchiude colla preghiera di perseverare ad amarlo: e consolar di speranza il suo dolore, finch’ei (verso 12, 13, 14) torni a rivederla.

Il nome dunque della donna, e l’affetto del Poeta non possono porsi in dubbio. Restano a conoscersi la patria e la famiglia: e queste si hanno dal Vasalini nell’argomento della bella Corona posta nella IV Parte delle Rime, e che è uno de’ più cari gioielli del Canzoniere del Tasso.

Essa fu scritta pel dì natalizio di lei, quando di poco, da Mantova sua patria, doveva essersi recata in Ferrara, come apparisce dal quinto verso della seguente, in cui la chiama e peregrina, e giovinetta : ( T. 11. pag. 107 )

Vaghe Ninfe del Po, Ninfe sorelle,

E voi de’ boschi, e voi della marina,

E voi de’ fonti, e dell’alpestri cime,

Tessiamo or care ghirlandette e belle

A questa Giovinetta peregrina;

Voi di fronde e di fiori, ed io di rime:

E mentre io sua beltà lodo ed onoro,

Cingete a Laura voi le trecce d’oro.

Quando anche poi non ci avesse narrato il Serassi, che Torquato erasi recato a Mantova nel Luglio del 1564, e quando anco non ci avesse il Vasalini indicato il nome della famiglia di questa Laura, (la Peperara cioè, una delle più cospicue di Mantova) velata ella si trova nel Madrigale 164, dove ne dice:

Felice chi raccoglie

Pepe nel Lauro tra le verdi foglie!

e la patria vien chiaramente descritta dal Poeta stesso nel Madrigale 139 con quelle parole :

Sovra lucid’acque

Nata, e di Manto nel felice seno:

quindi con rara eleganza ripetuta nella terza stanza di quella nobilissima Corona, (pag. 108):

Sparga l’aura nell’aria i dolci odori,

Mentr’ io spargo nel cielo i dolci accenti,

E gli porti ove Laura udir gli suole,

E dove Mincio versa i freschi umori;

Portino ancora i più cortesi venti

Il chiaro suon dell’alte mie parole,

Dove cantaron già, quand’ ella nacque,

I bianchi cigni in fresche e lucid’acque.

Se a questi soli componimenti si ristringesse quello che il Tasso cantò di lei, sarebbe forse perdonabile che gli Scrittori non ne avessero fatto parola; ma non però sarebbe da porsi in dubbio la cosa; perchè nell’edizione di Brescia delle Rime, diretta dal Tasso medesimo, dopochè uscito fu di Sant’Anna, egli pone [7] per Argomento di questa Corona : – Invita tutte le Ninfe a coronare la Sua Donna. – E nell’ Esposizione ch’ egli vi aggiunse, scrive, al verso 8: Due Corone attribuisce il Poeta alla Sua Laura: e al verso 39 che Invita poeticamente il Fiume e il Lago a celebrare il nascimento della Sua Donna.

Ma come potrà giustificarsi il silenzio degli Scrittori su questi amori, quando si pensi, che, oltre la Corona, non meno di ventinove sono i Madrigali, chiaramente [8] scritti per lei, ventisette i Sonetti, due le Sestine, e perfino (a quel che parmi) la famosa Canzone per nozze progettate, che comincia

Amor tu vedi, e non n’ hai duolo, o sdegno ec.

la quale i più hanno creduto che composta fosse per la Principessa Eleonora?

Pure nè il Manso, nè il Serassi, nè il Muratori (e ci porrò anche il Brusoni), nè quanti hanno scritto del Tasso, hanno parlato di questi amori; mentre i Versi composti per essa non cedono in nulla per l’affetto a quelli scritti per l’altra Donna, la qual come vedrassi gli fu cagione a un tempo di tormento e di gioja. Ma era pur troppo fatale che tutto fosse mistero in questo maraviglioso Poeta; come tutto è stato negligenza e non curanza verso il più bel Canzoniere, che vanti l’Italiana Poesia dopo il Petrarca; se pure, per la grandezza, per la magniloquenza e pel decoro, non vince talvolta il Petrarca medesimo.

Dove trovarsi gentilezza maggior dei seguenti?

Avean gli atti soavi e il vago aspetto

Già rotto il gelo, ond’armò sdegno il core;

E le vestigia dell’ antico ardore

Io conoscea dentro al cangiato petto.

E scherzando col nome di Laura, secondo che fece il Petrarca, ne pare l’èmulo suo, quando va cantando:

Colei, che sovr’ ogn’altra amo ed onoro,

Fiori coglier vid’ io su questa riva;

Ma non tanti la man cogliea di loro,

Quanti fra l’erbe il bianco piè n’apriva,

Ondeggiavano sparsi i bei crin d’oro,

Onde Amor mille e mille lacci ordiva:

E L’aura del parlar dolce ristoro

Era del foco, che degli occhi usciva.

E par che gli abbia tolto i concetti e le rime coi seguenti affettuosissimi:

Or che L’aura mia dolce altrove spira,

Fra selve e campi : ahi ben di ferro ha ’l core

Chi riman qui solingo, ove d’orrore

E cieca valle di miseria e d’ira

Qui nessun raggio di beltà si mira :

Rustico è fatto, e co’ bifolci Amore

Pasce gli armenti, e ’n sull’estivo ardore

Or tratta il rastro, ed or la falce aggira.

O fortunata selva, o liete piagge,

Ove le fere, ove le piante e i sassi

Appreso han di valor senso, e costume!

Or, che far non potea quel dolce lume,

Se fa, d’ond’egli parte, ov’egli stassi,

Civili i boschi, e le città selvagge?

Questa è veramente la Donna, che il Tasso amò la prima e caldamente, e che tante volte chiama Sua; che dall’anno ventesimo occupò il suo cuore, sembra, per tutta la vita; e la cui fiamma , se parve per qualche tempo che s’intepidisse, come si ha da un Sonetto del Guarino [9] ; prese però nuova forza nell’occasione delle sue disgrazie.

Nè dico già che sino a vent’anni egli altre donne non amasse (che troppo contrario sarebbe alla verisimiglianza), ma dico che questa è la prima, della quale cantò con affetto. E tanto dell’amor di lei si compiacque, che ritornando sul primo istante del suo innamoramento, dopo aver detto che pareva destinata a dar le ale al suo stile; seguita con vaghissimo concetto, quasi a parte ponendola della sua gloria:

Miracol novo! Ella a’ miei versi, ed io

Circondava al suo nome altere piume;

E l’un per l’altro andò volando a prova.

E, annunziando quindi come dopo aver veduto Lei, un dolce oblio sparge i primi suoi ardori; conchiude col farci intendere che

Questa fu quella, il cui soave lume

Di pianger soio e di cantar mi giova [10] :

nella quale ultima espressione leggesi chiaro da chi intende, che non giovatagli più di piangere e cantare di altre.

Si maritò la Laura col Conte Annibale Turchi, famiglia tra le più cospicue di Ferrara; e quattro componimenti scrisse il Tasso in quell’occasione, uno per pubblicarsi, gli altri, per quanto parmi, destinati a rimanere nascosi.

E quando contratte furono tali nozze? Lo abbiamo dal Tasso medesimo, nel seguente:

Mantova, se non basta il real nodo,

Che ’l grande Alfonso e l’alta sposa avvinse;

E con Ferrara te di novo strinse;

(dal che si deduce chiaramente che già seguito era il matrimonio tra il Duca Alfonso e la Duchessa Margherita Gonzaga)

Or questo vi restringe in caro modo :

Questo, onde giungi Lei, che onoro e lodo,

Col fedel Turco : ec.

Queste nozze dunque doverono seguire poco dopo il 23 febbrajo del 1579, giorno in cui la Duchessa Margherita fece il suo pubblico ingresso in Ferrara [11] ; e in conseguenza quindici anni dopo la prima conoscenza fatta dal Poeta di Laura.

I due Madrigali, ugualmente che il Sonetto, portano nella Tavola degli Argomenti del Vasalini: Per le nozze del Sig. Conte Annibale Turco e Signora Laura Peperara. Il primo è il seguente (T. II. Mad. 300)

Questa pianta odorata e verginella,

Che, secura dal fulmine e dal gelo,

Cresce sì cara al mondo, e cara al cielo,

Quanto divien maggior, tanto è più bella:

col quale ultimo verso sembra indicare l’età più che adulta di lei; età differente da quella, per cui cantato aveva nella Corona, molti anni innanzi,

A questa giovinetta peregrina [12] :

e che ora contrasta con quella dello Sposo, di cui iscrive :

E giovinetta man or di lei coglie

I nuovi frutti e le novelle foglie:

con cui si viene a convalidare la prova che la Laura fosse allora pressochè a trent’anni; e di lei quindi minore lo Sposo. Termina co’ due versi :

O fortunata man, cui tanto lice!

E chi vi canta all’ ombra anco è felice ;

L’ultimo de’quali, trattandosi di Donna amata ed amante, ciascuno intende che importi.

Il secondo Madrigale è diretto ad Amore, che volava intorno al Lauro; e ad esso annunzia il Poeta, con dolore, che non potrà più far soggiorno alla bell’ombra di esso. (T. II Mad. 301 )

Dell’Arboscel, c’ha sì famoso nome,

Or s’ha fatta Imeneo la santa face,

E delle verdi fronde orna le chiome,

Amor, con tuo dolore, e con tua pace;

E tu, che spesso gli volavi intorno,

Come al suo cibo suole augel rapace,

Alla bell’ombra più non fai soggiorno,

Pur con tua pace, Amore, e con tuo scorno!

E non pertanto, non solo seguitò il Poeta ad amarla dopo il matrimonio; ma, tanto erano corrotti i costumi di quel tempo, che apertamente ce lo rivela. Ciò resulta da un vaghissimo Sonetto, che intero recar voglio, e che quantunque non porti il suo nome, visibilmente è fatto per lei, (come anco dall’Esposizione apparisce) tanta è la passione che vi regna, tanto manifesto il desiderio di possederla ancora! (T. I. Son. 20)

Amor, colei, che verginella amai,

Doman credo veder novella sposa;

Simil, se non m’inganno, a colta rosa,

Che spieghi il seno aperto a’ caldi rai.

Ma chi l’aperse non vedrò giammai,

Ch’ai cor non geli l’anima gelosa:

E s’alcun foco di pietate ascosa

Il ghiaccio può temprar, tu solo il sai.

Misero! ed io là corro, ove rimiri

Fralle brine del volto e ’l bianco petto

Scherzar felice invidïata mano.

« Or come esser potrà ch’ io viva e spiri,

Se non m’accenna alcun pietoso affetto

Degli occhi suoi, che non sospiro invano?

Fu questo Sonetto così stampato per la prima volta dal Vasalini nella IV Parte , e porta per titolo: Ragiona con Amore andando a ritrovare la sua Donna. Fu corretto, e più modestamente accomodato nell’edizione data dal Tasso; dove nell’Imposizione del v. 9, ne dice egli stesso chiaramente Che correa di notte per andare a vedere il suo male; e in quella del verso 5, che Intende il marito .

Quando si pensa adunque che questi versi si scrivevano pochi giorni innanzi che il Poeta fosse chiuso in Sant’ Anna; e precisamente quando egli non riceveva dai Cortigiani di Ferrara, dal Duca Alfonso, e dalla Principessa Eleonora medesima quell’accoglienza [13] che credea di meritare, e ch’eragli stata promessa; sempre più cresce la maraviglia sulle inestricabili contradizioni e sui profondi misteri del cuore umano, E invano si cercano ragioni o pretesti, per non credere: l’evidenza è là per costringerne anco nostro malgrado.

Il Tasso giunse a Ferrara, dopo la seconda sua fuga, il 21 diFebbrajo: il 22 la Duchessa Margherita Sposa di Alfonso [14] venne a Belvedere; il 23 fece il suo solenne ingresso in città; il 24 scriveva Torquato al Cardinale Albano che gli parea di conoscere l’animo del Duca assai indurato contro di lui [15] : e pure in questo tempo (poichè dal Sonetto apparisce che le nozze della Laura avvennero dopo quelle del Duca), o verso questo tempo almeno, egli può dettar versi d’amore, e dettarli con quell’affetto che vediamo. Non può credersi che le dette nozze fossero prolungate d’assai; perchè, innanzi al maggio di detto anno, egli fu chiuso in Sant’Anna [16] ; nè tampoco che di là dentro ei scrivesse, (dopo che il dolore si fu mitigato) perchè non avrebbe potuto dire,

E chi vi canta all’ombra anco è felice,

cioè, che vi sta intorno cantando; non potendosi stare intorno ad un albero, quando si è chiusi prigione. Molto meno poi avrebbe potuto correr di notte per andare a vedere il suo male.

Ch’egli amasse la Peperara lo abbiamo, parmi, dimostrato: ma, quando anco tante testimonianze mancassero, basterebbe solo il Sonetto seguente a provarlo. Esso fu scritto tra il 1579 e il 1581 [17] ), ed è diretto al Marchese di Paleno, il quale pare che avesse in animo di raccoglier le sue Rime, di cui non erano comparse fino allora se non le pochissime fra quelle degli Eterei [18] .

Eccone i quartetti :

Ciò, che scrissi, e dettai pensoso e tento,

Di rea Fortuna poi fu sparso all’aura,

Pur come foglie di Sibilla al vento,

O polve in campo, o in lido arena Maura.

Talchè cinta d’oblio la nobil Laura

N’andrebbe, e l’altra mia gioja, e tormento,

Per cui servii molti anni, ed or mèn fiuto,

Poichè mia libertà tardi restaura.

Ma tu le accogli ec.

Dalle quali parole apertamente si deduce che egli amò, e cantò due persone: che una fu la nobil Laura, e l’altra quella, per cui servì molti anni, che fu sua gioja e tormento; e che si pente d’avere amato, perchè tardi pensava a restaurare la sua libertà.

E quando anco tal Sonetto mancasse, resterebbe l’altro alla sua Cetra, che comincia Da verde allor ec. (ch’ è il 162 fra le Rime Eroiche) dal quale alloro

Pende d’ avorio, e di fin or contesta

Cetra, onde suona ancor Parnaso e Delo ;

Onde il nome di Laura oscuro velo

Non teme, o nube al suo splendor molesta.

Provato adunque da tutti i riferiti argomenti come egli amò primamente la Laura Peperara, ricercar si debbe in che modo ella stesse a Ferrara innanzi al suo matrimonio. Quel, che mi fece cominciare a credere che il Serassi non scrivesse di buona fede, fu l’aver trovato nella Vita (ma come gettata con una tal qual non curanza, e in una nota) la prima notizia [19] che una Damigella della Duchessa di Ferrara avea nome Laura, a cui Torquato mostrò qualche propensione. Egli non ci dice come la sappia, e di dove l’abbia tratta: ma poichè accenna di volo che il Tasso ebbe qualche propensione per lei, perchè non aggiungere che per nessuna altra aveva egli scritto quanto per essa, e che questa più lungamente amato aveva d’ogn’altra? A lui non poteva essere sfuggito il Sonetto; perchè, senza notare che si trova nell’Aggiunta alle Rime nell’edizione del Bottali, trovavasi ancora fra la sue carte, fra quelle carte, di cui tanto si giovò per dettarne la Vita [20] . Or in esso (indubitatamente scritto da Sant’ Anna) dice chiaramente il Tasso, che si pente di avere amato l’altra Donna; e quindi la causa del pentimento, e la preferenza data a Laura in quella trista circostanza della sua vita, non eran cose da potersi passare sotto silenzio, senza perchè. Ma quand’anco fossegli pure sfugggito questo Sonetto; a chi era come lui devoto delle opere del grande Infelice, come potevano essere sfuggiti i sessanta componimenti, e soprattutto il grande affetto che regna in ogni benchè minima cosa scritta per lei? Come non ammirò quel Madrigale gentilissimo, per una sua fanciullina [21] ; e quell’altro Sonetto affettuosissimo per la guarigione di lei; nell’esposizione del quale la chiama sempre sua Donna [22]; l’uno e l’altro scritti da Sant’Anna? Continuava quindi nel Tasso la tenerezza per la prima, quando egli, benchè tardi, pentivasi dell’amorosa sua servitù per la seconda.

La notizia dunque che la Laura fosse Damigella della Duchessa, data con tanta sicurezza, senza accennare d’onde egli n’abbia la prova, e l’assoluto silenzio sopra ogni rimanente, mi fa sospettare che il Serassi aveva altre carte, ed altri documenti reconditi, di cui non fece uso, perchè contrariavano il suo sistema. Di questo artifizio, e di qualche altra dissimulazione, vedremo crescer le prove in progresso. Intanto, malgrado le molte diligenze fatte sulla vita di questa cara Laura, che legato aveva sì fortemente il core di Torquato, a me non è riuscito rinvenirne di più.

Siccome il Conte Ippolito Turchi fu assai ben affetto al Duca, si può congetturare che per la frequenza della famiglia in Corte, debbe un suo figlio o nipote essersi innamorato della Laura; come la sua qualità di Damigella giustifica in qualche modo e spiega il fatto d’essersi maritata provetta: lo che avviene generalmente a quelle donzelle, che servendo nelle Corti, si scelgono uno stato, dopo essersi col lungo servizio meritata una dote.

Trovata in tal modo la Donna dal Tasso prima delle altre amata; e, trovatala parmi senza equivoco, debbesi ricercare colle Rime stesse alla mano, e colle importantissime Varianti, con cui si stamparono la prima volta, chi fosse quella, per cui servì molti anni, che poteva restaurare la sua libertà, e nol fece, che fu sua gioja, e suo tormento ad un tempo; e che, in mezzo alle sue sventure, egli pentivasi di aver amato.

Esaminando i Versi, che all’ anno 1566 possono riferirsi (epoca della sua venuta alla Corte di Ferrara ) trovo il seguente:

Nel tuo petto Real, da voci sparte

Della mia laude, nacque il chiaro ardore;

E la fiamma, che a me distrugge il core ,

Dallo spirar di colorite carte.

E proseguendo nella prima terzina:

Così da finte imagini non finto

L’incendio mosse;

conclude in fine :

Che il viver bramo, anzi che ’l foco estinto.

Non credo che vi potrà esser persona sì vuota di senno, la qual non riconosca esser questo un componimento amoroso; e che la fiamma (che gli distrugge il core) e l’incendio, e ’l foco non esprimano chiaramente amore, ed amor ferventissimo. Il petto reale non lascia dubbio sul grado della persona, per cui fu composto.

Il titolo di questo Sonetto, pubblicato per la prima volta da Aldo nel 1581, e quindi ristampato l’anno dopo dal Baldini colle cure del Cavalier Guarino [23] , è per la Regina di Francia.

Or chi non si sente movere a riso, pensando che quando il Tasso andò colà di poco v’era giunta Elisabetta d’Austria Sposa di Carlo IX [24], ed esser quindi inverisimile, che ad una giovinetta Sovrana (nuova in una Corte pomposissima e superbissima) da un Gentiluomo forestiero, ch’ella appena conosce, non solo si dica d’amarla, e di sentirsi struggere il cuore per lei, ma d’averle anco inspirato amore? Bisognerebbe credere che Torquato fosse stato già demente davvero. Nè tampoco può supporsi fatto il Sonetto per la madre di Carlo, Caterina de’ Medici, che nata nel 1519 toccava già l’ anno cinquantesimo. D’altronde, quella tal Regina, fino dalla sua gioventù mostrò l’animo rivolto ad altro che ad amori. Falsa è dunque l’intitolazione; ma è però vero e certo il grado reale della persona, per la quale il Sonetto fu scritto; certo che il Poeta per lei si struggeva di amore; certo ch’ egli confidava d’ averle ispirato l’ardor suo; certo che nacque dalla sua fama; certo in fine che le prime scintille del suo fuoco gli balzarono nel cuore alla vista di un ritratto di quella Principessa.

A queste considerazioni, desunte dalle parole del Poeta, si aggiungono le notizie storiche, dalle quali sappiamo che quando il Tasso giunse alla Corte di Ferrara nel 1566, la Principessa Eleonora per indisposizione sopravvenutale non s’era mai lasciata vedere per tutto il tratto degli «spettacoli, dati» in occasione delle nozze del Duca Alfonso colla sorella dell’Imperatore [25]. Nulla è dunque più verisimile che vedesse un suo ritratto, e ne ammirasse la bellezza. Ma se questa non è che una congettura, vien per altro avvalorata da quanto egli scrisse dopo che a lei si fu presentato. Udiamo le sue parole [26] :

E certo il primo dì, che ’l bel sereno

Della tua fronte agli occhi miei s’offerse,

E vidi armato spaziarvi Amore ;

Se non che riverenza allor converse

E maraviglia in fredda selce il seno,

Ivi pería con doppia morte il core.

Chi negar potrà che in questi versi non si contenga la prova, che, in mezzo alla riverenza e alla maraviglia, si sentì colpito d’amore? Ma siccome, per quel che sembra, questo affetto non gli fece dimenticar l’altro per Laura (poichè la Corona fu scritta in Ferrara, e quando egli si era già insinuato nelle grazie della Principessa) ciò da primo sospettar farebbe che questi due amori fossero di natura differente.

Ma cessa ogni dubbio quando ne leggiamo la dichiarazione in quel Sonetto, dove prende a dimostrare che il Nuovo amore non spenge l’antico [27]; e quando si considerano gli altri versi, che nessuno contrasta essere stati scritti per lei. E qui sorgerebbe la questione, se la Principessa corrispondesse allora alle fiamme ardentissime del Poeta; e molti forse aspettano che a ciò rivolga le mie indagini. Ma per chi ben riflette, non potrebbe esser questa che un’oziosa ricerca. Dipendendo interamente dalla testimonianza del Tasso, non dirò già che il timore, e il pericolo, ma la gentilezza, la magnanimità, e l’Amore stesso gli facevano del tacere una legge.

Quindi non prenderemo ad esame se ella, com’ei desiderava, gli corrispondesse; ma se gradì l’omaggio del suo cuore, e più quello ancora della sua Musa. Ciò basta per le nostre ricerche. E felice lui, se la Musa non fosse stata famosa cotanto; e se divulgate non si fossero alcune sue Rime, che destinate aveva egli stesso a rimaner sepolte in eterno silenzio!

Siccome però la più parte dei componimenti per lei fatti si stamparono mentr’egli era già rinchiuso in Sant’Anna, furono dagli accorti e compassionevoli editori, or con maggiore, or con minor verisimiglianza, intitolati ad altre persone. Lo abbiamo veduto nel Sonetto riportato di sopra per la Regina di Francia: e lo vedremo ora nel seguente, che parmi della più grande importanza.

Noti son sì belli i fiori, onde Natura

Nel dolce April de’ vaghi anni sereno

Sparge un bel volto, come in real seno

E quel bel che d’Autunno Amor matura.

Maraviglioso grembo, orto e coltura

D’Amore, e Paradiso mio terreno.

Il mio audace pensier chi tiene a freno?

Che quello, onde si nutre, a te sol fura.

Trovasi questo Sonetto, così stampato (noteremo or or le varianti) nella Parte Terza delle Rime pubblicate dal Vasalini: e perchè gli occhi dei lettori non si volgessero dove naturalmente si dovevano, l’Editore vi pose per argomento: alla Duchessa di Urbino .

Lascio a parte la considerazione, se (in tempi, in cui le infedeltà conjugali in persone d’alto affare, si punivano [28] colla morte) può sembrar credibile che il Tasso, amato e beneficato dal Duca d’Urbino, potesse scrivere che il seno della moglie di lui era il suo terreno paradiso; ma quello che prova, esser fatto il Sonetto per la Sorella, cioè per Madama Eleonora, sono le variazioni poste dall’Autore, nell’edizione ch’egli stesso ne diede colle surriferite stampe di Brescia, e il titolo che v’appose.

In quella è tolto il Real seno, e vi è sostituito Casto, con che si rovescia interamente il concetto : e siccome

... quel bel che l’Autunno Amor matura

indicava l’ età presso che quadragenaria della Principessa, vi è cambiato in

«... quel bel, che di Luglio ella matura,

dando alla Natura l’ufficio, che avea dato ad Amore. L’argomento appostovi è: Il seno di Madonna .

Era dunque il Sonetto, per testimonianza del Poeta, scritto per la sua amante: ma perchè troppo chiaro mostravano quelle espressioni il grado sovrano; uscito di S. Anna, tolse il Reale e vi sostituì Casto, perchè non s’indicasse la condizione; cambiò l’Amore in Natura, perchè non apparisse il desiderio; e volse in Luglio l’Autunno, perchè non si discoprisse l’età. Considerando dunque il grado sovrano, e l’età delle Sorelle, pressochè quadragenarie ambedue; poichè il Sonetto per la Duchessa di Urbino non potea veramente esser fatto [29] , è forza che lo fosse per la Principessa Eleonora.

Ugualmente famoso è l’altro, che comincia:

I chiari lumi onde il divino Amore

In due zaffiri se medesmo accende, ec.

Per la ragione, che termina con dire che Amore sereni quegli occhi, ch’erano infermi, e così acqueti il suo petto (con che a mostrar si viene l’inquietudine che destava nel suo cuore una sì lieve infermità); fu nelle antiche edizioni posto anch’esso per la Duchessa di Urbino: ma il Poeta, nella stampa di Brescia, lo pone per Gli occhi infermi della sua Donna : e nell’Esposizione al v. 12 aggiunge che affettuosamente desidera che Amore li risani.

Anche l’altro vaghissimo, che comincia: «O bella man, che nel felice giorno, ec. è, nella IV Parte, dal Vasalini dato per la Duchessa d’Urbino, che ricama; ma il Tasso nella sopracitata edizione, lo restituisce Alla sua Donna; e dice, nell’Esposizione al 1° verso, che felice chiama il giorno per la vista di lei .

A questi argomenti verrebbero in soccorso gli altri versi, che visibilmente appariscono scritti per essa: ma volendo ristringermi alle prove materiali, desunte dalle antiche stampe, il seguente Sonetto svela qualunque mistero, e termina qualunque dubbiezza. Il Vasalini lo pone per la Duchessa di Ferrara (che comparve mascherata ad una festa).

Era la notte, e sotto il manto adorno

Si nascondeano i pargoletti Amori,

Nè giammai nell’insidie i nostri cori

Ebber più dolce offesa, e dolce scorno.

E mille vaghi furti insino al giorno

Si ricoprian fra tenebrosi orrori,

E con tremanti e lucidi splendori,

Mille immagini false errando intorno.

Nè ’l seren puro della bianca Luna

Nube celava, od altro oscuro velo,

Quando Alta Donna in lieto coro apparve,

Ed illustrò con mille raggi il cielo;

Ma quelle non sparir coll’aura bruna.

Chi vide al Sol più fortunate larve?

Or che leggesi nell’Esposizione di questo bel Sonetto nell’edizione surriferita di Brescia? Al verso 11, la parola Alta è spiegata Per rispetto della persona e della dignità; e al verso ultimo, si nota che chiama Sole la sua Donna. La Duchessa dunque veniva dal Poeta riguardata ed annunziata come tale.

A che giova dunque negar la verità? Quando l’espressioni delle Rime eran troppo immodeste, o troppo chiare, gli antichi Editori prudenti e ben affetti al Tasso, cangiavano e falsificavano i titoli: il Tasso, uscito di carcere, «pubblicandole, variava l’espressioni immodeste, ma poneva i veri Argomenti. Quando poi l’espressioni non oltrepassavano i limiti d’una fiamma rispettosa, allora gli Argomenti erano variati, senza variare le espressioni, illustrando i concetti colle sue chiose.

Per lei visibilmente è fatto il seguente, che trascrivo come si legge nell’edizione del Baldini:

Tra ’l bianco mento e ’l bel candido petto

Palpitar veggio sì tepida neve,

E spirar molle e vaga sì, ch’in breve

Spazio è il mio sguardo dal piacer ristretto.

E se mai varca pur ad altro obietto,

O belle labbra, ove s’inebria e beve

Caldo desire, o là dove alfin deve

Dar premio Amor, ch’adempia il mio diletto; ec

Esso non portava argomento quando fu pubblicato; ma nell’edizione di Brescia colla tante volte citata Esposizione del Poeta si legge: Loda la gola della sua Donna. Ma come poi leggesi là? Variato nel primo verso, dove s’aggiunge l’epiteto di casto al petto, acciò sia vereconda l’imagine [30] ; e tutto cambiato poi nella seconda quartina, dove è detto oscuramente e lontanamente, quello, che di sopra viene espresso anche con troppa chiarezza [31] .

Chiunque in conseguenza negar vorrà da qui innanzi che il Tasso amasse d’amore ardentissimo la Principessa Eleonora, recarne dovrà nuovi documenti e nuove prove.

Queste erano le difficoltà, che doveva combattere il Serassi, egli che sì versato era nelle Rime del Poeta; ma pur le dissimula, come se non esistessero; perchè quando si difende una favorita opinione, non che andare incontro alle obbiezioni, si trema che altri le accenni.

Ma v’ è di più. Tanta è la forza del vero, che vi si piega egli medesimo, senza volerlo, e quasi senza mostrarsene inteso. Dopo aver detto che, conosciuta la Principessa Eleonora, scrisse il Tasso la bella Canzone per la guarigione di lei,

Mentre, che a venerar movon le genti,

e che la pubblicò nel 1567 fra le Rime degli Eterei (annunziando esser dessa la prima di tre sorelle scritte a Madama Eleonora d’Este, che non voleva lasciar vedere per allora, non essendo anco ridotte a buon termine), vi aggiunge bonariamente « che queste non sono mai comparse alla luce, forse perchè troppo chiara indicavano la sua inclinazione per la Principessa » . Domando se gli sembra di aver detto poco.

A questi monumenti poetici concorre la testimonianza del Guarino, il quale, scrivendo alla Laura Peperara, nel tempo, in cui pareva che il Tasso la trascurasse, le dice:

Benchè la cetra, che gran tempo ardio

Garrir, più che cantar de’ vostri onori,

Per Voi si taccia; e, spenti i primi amori,

Sperando nutra un novo e van disio [32];

colle quali ultime parole indica i suoi nuovi amori. Alla testimonianza del Guarino concorre la generale opinione: ed a questa concorre il mistero, con cui se ne parlò. Nè il segreto certamente avrebbe avuto luogo, se non si fosse creduto che troppo in alto si fossero elevati i desiderj del Poeta, che tutto ci porta a credere non essere stati mai soddisfatti; ma che, nella fervenza dell’amor suo, egli dovè credere fermamente che un giorno, o l’altro il sarebbero. E tutto questo parmi che resulti dai fatti seguenti.

Entrato il Tasso al servizio del Cardinale d’Este, e preso, come veduto abbiamo, di straordinario affetto per la Principessa; nel 1569 commenta, con una pazienza più che Stoica, tre Canzonacce del Pigna, uomo potentissimo, e tristo, e che amava una giovane per nome Lucrezia Bendedei. Il Serassi ci dice che il Tasso di lei s’invaghì fortemente. Ma quali prove ne adduce? Nessuna; perchè prove non chiamo un Sonetto, ove tutto trovasi fuorchè affetto [33]; e molto meno la Dedicatoria con cui si accompagna quel malaugurato Commento alla Duchessa Eleonora.

Il buon Serassi, nelle seguenti parole, con cui si comincia la lettera: « Fu già tempo, Illustrissima ed Eccellentissima Madama, ch’io osai di celebrare la bellezza e il valore della Signora Lucrezia Bendidio crede di conoscere l’espressione d’un amante che si rassegna» ; e che . . . . .« divenuto timido pose freno alle Rime non solo, ma ai pensieri: . . . ma . . . e che i conforti della Principessa quindi eccitarono onde se non Rime in onore di lei, scriva le Considerazioni sulle Rime, che il Pigna ha scritte per lei: e così scrivendo delle tre Canzoni, si trasfonderà in lui quello spirito di che esse son piene » .

Or dimando, se può credersi che il Tasso dicesse sul serio, di questa Lucrezia Ferrarese, che il suo valore « poteva esser male espressa dalla lingua, perchè non era compreso dall’intelietto? » E se, venendo a parlare del Canzoniere del Pigna, paragonato a quello del Petrarca, si può credere che aggiungesse senza ridere « che i due Canzonieri, come uguali di numero, così non molto sono differenti di perfezione e di varietà? » Il Tasso, in tal guisa scrivendo, si prendeva gioco e del Pigna e della Lucrezia, e . . . . di noi, se fossimo sì dolci di sale da non vi discoprir l’artifizio. Esso troppo vi trasparisce per non dubitar che il Tasso qui dicevasi innamorato d’un’altra, perchè non si conoscesse di chi veramente innamorato egli fosse; e dedicava questo suo pedantesco lavoro alla Duchessa appunto; perchè nessun sospettasse che innamorato egli fosse di lei.

Aggiunge il Serassi ch’ei volle poco dopo dare alla sua Donna e a tutta la Corte un bel Saggio della prontezza del suo ingegno, colla difesa di Cinquanta Conclusioni amorose .

E per sua Donna intende egli questa Bendedei: ma nulla di ciò sappiamo con sicurezza; e le Conclusioni uscirono in luce dedicate alla Ginevra Malatesta, celebrata ed amata da Bernardo suo padre. Si recano per unico argomento le parole del Tasso nel Dialogo delle Conclusioni : « Chi poteva superare un poeta innamorato? e con quali armi ? sedendo ivi fra gli altri, quasi giudice la sua Donna medesima, dalla quale poteva assai cortesemente riportar la palma nelle amorose questioni ». Qui parla egli bene della sua Donna presente; ma il segreto del concetto consiste appunto nel velar chi ella fosse.

Vuol far credere il Serassi, che intimorito dall’aura del Pigna, gli cedesse l’affetto della Lucrezia; ma il Tasso, che già l’aveva ceduto quando scrisse il Commento, come poteva chiamarla sua Donna all’epoca delle Conclusioni, un anno dopo cioè questa volontaria renunzia? Tal difficoltà non ha preveduto il Serassi; ed è perentoria. O era sempre sua Donna nel 1570, ed egli non poteva annunziare nel 1569 di averla ceduta; o avevala ceduta, e più non era allora sua Donna. Ognuno intende che i casi di amore si doveano condurre, alla Corte di Ferrara, come in tutti i tempi si sono condotti, facendo credere all’universale quello che poco importa, perchè non rivolga le sue osservazioni a quello che importerebbe moltissimo.

In appoggio di questa opinione viene il Sonetto [34], che comincia:

Vuol che l’ami costei, ma duro freno

M’ impone ancor d’aspro silenzio:

viene la sicurezza, che la Contessa Livia d’Arco era la lor confidente; e la prova n’è il Sonetto 299, dove dice, che a lui giunge

Qual messaggera, di più bella Diva;

viene il Madrigale 184, in cui leggesi

Quando Livia mi parla, anzi ragiona

Amor colla sua lingua:

viene la notizia ch’eravi un altro confidente, il quale, temendo delle conseguenze del precipizio al quale andava il Tasso incontro, cercò ritrarsene; come l’abbiamo dal Sonetto 172:

Or che colui, che messaggier fedele

Fa de’ nostri sospir, del nostro affetto,

Giudice scaltro a terminare eletto

Le nostre dolci liti e le querele;

Fatto è ad Amor rubello, a noi crudele,

Esser ben può che sparga ogni mio detto

All’aria, ai venti; e nel profondo petto

I Gran segreti suoi nasconda e vele. ec.

In fine, dopo la partenza da Ferrara di Madama Lucrezia per Urbino, dove andò maritata a Francesco Maria, viene la confessione del Serassi medesimo (perchè non può impugnar la testimonianza dei contemporanei), il quale dice « che si diede il Tasso a corteggiare con maggiore assiduità Madama Eleonora »

Ed è da credere che in questo tempo appunto, e nell’ assenza della sorella, scritta fosse la più parte delle Rime amorose per lei. Esse sono in grandissimo numero; e dalle prime si distinguono per una tinta melanconica, che, in quanto a me, derivar credo naturalmente dallo stato dell’animo suo tutto pieno della speranza d’un ritorno compiuto d’affetti, non per anco ottenuto, e che indi apparisce non mai riposato e sicuro, ma incerto ed agitato sempre in tal pericolosa attenzione. Quindi, seco danzando, lo vediamo desiderarne ardentissimamente la mano [35] ; sedendo presso lei, contemplarne il crine, o la bocca [36] , ammirarne il fulgore degli occhi [37] , o il bel candore del seno [38] ; dolersi, perchè inferma non può sentirsi rapire dal suo canto [39] ; chiederle in dono i capelli e riceverli [40] ; e farle quindi giuramento di segretissima fede [41].

E quando qui arrestare si volessero le nostre ricerche, parrai abbastanza provato che la Principessa Eleonora gradì l’omaggio della Musa, non che del cuore del Tasso.

Ma occorse in questo che il Cardinal d’Este passò in Francia: e dovè partire il Tasso con lui.

Quel che avvenne in questa occasione, benchè narrato con indifferenza dal Serassi, è della più grande importanza. Lasciando al suo amico Ercole Rondinelli l’incarico, s’egli mai fosse morto, di raccogliere i Sonetti amorosi e i Madrigali , e di mandarli in luce, vi aggiunge: Gli altri o amorosi, o in altra materia, che ho fatti per servigio d’alcun amico, desidero che restino sepolti con esso meco [42] . A chi non è privo di senno, salta subito agli occhi la contradizione tra Versi scritti per alcun amico, e il desiderio che restino sepolti con esso lui . Si noti tal circostanza; e ricercheremo in fine quali essi fossero; quale argomento avessero; e come giusta era la cagione di sì gran timore nel Tasso.

Partito col Cardinale verso la fine del 1570, o al principio del 1571, non era per anco terminato l’anno, che licenziatosi, lo vediam tornato in Italia. Affaticasi il Serassi a dimostrar le cagioni del disgusto; ma chi meglio conosce il cuore umano, e considera i mezzi posti in opera dal Tasso per entrare ai servigi del Duca Alfonso, penserà senza fallo che la cagione del partir suo fu la sola impazienza del cuore.

E certamente quella, che precede la partenza, e quella che seguì subito il suo ritorno, furono r epoche meno infelici nella vita di questo Genio sfortunatissimo; perchè, com’egli narra, era bene accolto dal Duca, « il quale pose in pregio le cose sue, coll’udirle spesso e volentieri; lo fe’ degno dell’onor della mensa; e dell’intrinsechezza del conversare; nè da lui gli fu negata grazia alcuna, che gli richiedesse».

In tanto favore di Corte, e coll’animo sì ferventemente acceso, come non sollevar le speranze, e non andar nutrendo i desiderj? È pur l’amore quella passione, che creder fa l’incredibile [43] , veder l’invisibile, e che circonda di fantasmi e di sogni le immaginazioni men calde e ferventi! Come avvenir ciò non doveva del Tasso, che oltre alla fantasia vivissima, e sempre pronta ad accendersi, aveva ogni giorno dinanzi agli occhi, bella, pietosa e cortese la cagione di tanto soavi delirj ?

E poichè in più luoghi delle Lettere si ha da lui stesso, che fra i gentiluomini d’Italia credevasi il primo (e perchè era gentiluomo, e perchè era il Tasso), ciascun conosce con quanta facilità, per tal credenza, si passa d’illusione in illusione ad inalzar la condizione propria e a far discender l’altrui.

Dirò di più, che tanto in alto portavalo la fervenza dell’immaginazione, che sin dal principio della lor conoscenza, se ne cominciano a vedere i segni manifesti. Si aprano le Rime stampate nel 1567 dagli Eterei, (e quindi composte nei primi mesi da che la conobbe ) e si vedrà fin dove sollevate si erano le sue speranze. Queste gli stavano sì fortemente impresse nell’animo, che le fa trasparire per fino allora, che l’andamento dei concetti lo condurrebbe alla conclusione contraria. Infatti, nel Sonetto che comincia [44]

Veggio, quando tal vista Amor m’impetra,

Sovra l’uso mortal Madonna alzarsi,

e nel quale ha voluto convertire in senso Platonico gli effetti dell’ amore, espressi nel celebre frammento di Saffo riportato da Longino; dopo aver detto che per tema il core impetra ; che la lingua tace ; che s’arretra il piede ; che i sospiri son muti : qual n’è poi la conclusione finale ? Ch’ella dispoglia parte della sua divinità; che

. . . . . . . . . . con soavi accenti

L’affida . . . .

sì ch’ egli pago non sa che bramare, nè chiedere;

E per un riso oblia mille tormenti.

Quindi al ritornar che ella fa dalla campagna, può esclamare tutto pieno di ardore:

Fuggite [45] , egre mie Cure, aspri Martiri,

Sotto il cui peso giacque oppresso il core,

Che per albergo or lo destina Amore

Di nova Speme, e di più bei Desiri .

Diminuiscono le speranze per un istante? Ed ecco che se la figura in sogno, e ci narra che [46]

. . . . . . .  pietosa di mia dura sorte

Venne in sogno Madonna a darle aita:

E ristorò gli spirti (e ’n me sopita

La doglia) a nuova speme aprì le porte.

Quindi, passando dai sogni alla realtà, colle Rime stesse ci conduce il Poeta nel segreto gabinetto dov’ella s’abbiglia [47] . Là beato ci appare con tutta la riverenza sì, ma nel tempo medesimo con tutto il fuoco, del quale ardeva: là può reggerle dinanzi lo specchio; là può rapirle un nastro per offrirlo in Voto ad Amore [48] . Che più? quando una fatal necessità costringerallo a partire, da lei ne verrà il comando, che con zelo pietoso, e cangiando volto e colore [49]

Vattene, disse: e se ’l partir t’è grave,

Non sia tardo il ritorno: e serba intanto

Del mio cor teco l’una e l’altra chiave: parole dolcissime, e di un gran senso, per chi sa intenderle; anche quando non fossero chiaramente spiegate dal Poeta, il quale nella Esposizione al Vattene, aggiunge: Quasi volendo intendere: perchè è necessario: ed alle Chiavi del core, nota che per esse ella intendeva le persuasioni amorose.

Qual maraviglia dunque, se fin d’allora giurava di continuare ad amarla anche [50]

Quando avran quelle luci e quelle chiome

Perduto l’oro, e le faville ardenti?

poichè l’effetto de suoi pensieri, delle sue imagini e de’ suoi sentimenti, portano alla conclusione che non solo quando accoglie [51] pietosa i suoi lamenti, il desiderio da ogni freno si scioglie: ma quando anche avviene il contrario, non può già raffrenarlo; ma pare anzi che più l’invogli e l’affretti!

Le sue espressioni stesse ho voluto riportare, e queste tratte dalle sole prime Rime, scritte nel breve giro d’un anno, da che la conobbe: perchè non sembri privo di fondamento quando dirò che con tante doti di bellezza e d’ingegno nella Principessa, con sì gran cortesia verso il Tasso (cortesia che in fine rivolta era verso il più gran Poeta d’Europa) non debbe già recar maraviglia s’ei troppo in alto sollevò le speranze; ma che anzi grandissima recar ne dovrebbe, se ciò non fosse avvenuto.

Che altro dunque potea fare il Tasso, acceso da sì gran fuoco, se non cercare con tutti i modi di rendersi sempre degno dell’amatissima Donna?

Allora fu che, ripresa in mano la Gerusalemme, e datosi a riempirne i vuoti [52] , scrisse l’episodio di Olindo e Sofronia, dove, a consentimento de’ più increduli, disegnò di rappresentare la Principessa e se stesso.

E poichè nulla fa entrar più addentro dell’animo di chi ha ricevuto una piacevole impressione in favore di taluno, quanto la lode che ad esso venga compartita da un pubblico adunato e commosso (operando i plausi come la fiamma che tanto più si propaga, quanto ha maggiore alimento), considerando il Poeta, che molto per anco mancava all’intiera perfezione della Gerusalemme, si diede a scrivere l’Aminta, per essere rappresentata alla Corte; sperando di crescere tanto più nelle grazie della signora del cuor suo, quanto più sperava ei crescere in fama per le opere dell’ingegno. E poichè pare che scrivere non sapesse senza pensare a lei, notabili sono in quella Pastorale i seguenti versi, che ad essa si referiscono :

. . . . . . e quale e quanta

Agl’immortali appar Vergine Aurora,

Sparger d’argento e d’or rugiade e raggi,

E fecondando illuminar d’intorno.

Ma la gran fama dell’Aminta, se valse forse a renderlo più ben affetto a chi gli importava, e di gloriosissima luce lo circondò, fece inalzar d’intorno a lui tutta la nebbia che suscita l’Invidia, specialmente nelle Corti. Nè siavi uomo di conto, che si lagni di soffrire i colpi di costei, quando sì altamente ne fu bersagliato, e indegnamente oppresso un Torquato Tasso!

Anzi aggiungerò cosa, non so se detta da altri, ma che certamente dee tenersi per vera, che l’Aminta, cioè, fu la prima origine della sua mina. Strano accozzo di gloria, d’invidia, e d’amore, che insieme si unirono per ruinarlo! Mentre lo straordinario merito di quella spinse i suoi nemici a viemaggiormente aborrirlo, e macchinar nuovi modi per nuocergli, la gran fama che se ne sparse, avendo mosso la Duchessa d’Urbino al desiderio d’udirla, invitò il Tasso presso di lei; seco lo condusse a Castel Durante [53] ; e da questa partenza da Ferrara (nel 1573) cominciarono le sue sventure; poichè i suoi nemici nella lontananza ebbero più agio per le loro macchinazioni; e alla fervenza dell’amore in lui s’unì l’atroce veleno della gelosia.

È certo che aveva cominciato ad insinuarsi nella conversazione e nelle grazie della Principessa Eleonora il Cav. Guarino: e siccome d’alto animo egli era, e di nobili maniere, e di bell’ingegno, non gli fu difficile d’esser preferito fra quanti altri rispettosamente allora la corteggiavano.

Risaputosi ciò dal Tasso, cominciò dal non iscrivere più a Madama Eleonora; cercò, come sdegnato e sdegnoso, di strettamente apparir legato alla sorella di lei; mostrò di comporre per essa [54] il famoso Sonetto, che vien tenuto il più mirabile fra le sue Rime: ma che perciò? Lo aveva già cantato il Petrarca:

. . . . avvezza

La mente a contemplar sola costei,

Altro non vede; e ciò che non è Lei,

Già per antica usanza odia e disprezza.

Quando l’animo è fortemente preso e legato di una donna, non vi son compensi di spirito, di bellezza, o d’ingegno, nell’amore d’un’altra.

L’ira non potè lungamente prolungarsi; ma forza fu che desse luogo all’affetto: e ne derivò la lettera, che il buon Serassi pubblicò per la prima volta [55] come una prova, dalla quale «apparisce dal lato del Tasso una soverchia freddezza (verso la Principessa Eleonora) veggendosi ch’egli avea persino trascurato di scriverle parecchi mesi» scambiando così (con una pressochè infantile innocenza) in prova di amorosa freddezza quel che era certissimo segno del più alto e violento dispetto. Qui ricorre la sentenza, che niuno scriver debbe di quello che non intende. E che il Serassi nulla di questi casi intendesse, serve a mostrarlo la semplice lettura di quanto segue.

Manda all’Eleonora il Tasso un Sonetto, e dice che non le ha scritto tanti mesi sono, piuttosto per mancanza di soggetto che di volontà. Perciò ora che gli si è presentata un’occasione di farle riverenza non ha voluto lasciarla: aggiunge che il Sonetto non sarà punto simile a quei belli, che m’immagino che ora l’E. V. sarà solita d’udire molto spesso». Chi non vede che intende qui dei Sonetti del Guarino, del quale apertamente si mostra geloso [56] ? Prosegue: Ed è povero d’arte e di concetti, come io son di ventura. Perchè era povero di ventura? Non già pel civile suo grado; ch’era tale allora, qual era sempre stato; e di più vi si aggiungeano i doni ricevuti dalla Duchessa di Urbino [57] : qui dunque non può intendersi che della ventura di amore. Aggiunge: « Nè in questo mio stato presente potrebbe venir altro da me. » Lo stato suo presente d’allora non poteva esser migliore, perchè amato era ed accarezzato da que’ Principi, che chiamato l’avevano presso di loro, per applaudirlo: dunque lo stato presente non può esser quello della persona, ma bensì lo stato del cuore. Aggiunge di più: «Pure glielo mando, parendomi che o buono, o cattivo, farà quell’ effetto che io desidero ». E qual poteva essere l’effetto ch’egli desidera? Leggasi il Sonetto, e si vedrà che non poteva essere se non quello d’impetrar pietà. Lo dice chiaramente in fine del primo terzetto :

Sdegno, debil guerrier, campione audace,

Che me sotto armi rintuzzate e frali

Conduci in campo, ov’è d’orati strali

Armato Amore, e di celeste face:

Già si spezza il tuo ferro, e già si sface

Tuo gelo al primo ventilar dell’ali;

Che fia, s’attendi il foco, e le immortali

Saette? ah, temerario, ah chiedi pace!

Grido io mercè, stendo la man che langue,

Chino il ginocchio, e porgo inerme il seno;

Se pugna ei vuol, pugni per me Pietade.

Ella palma n’acquisti o morte almeno;

Che se stilla di pianto al sen gli cade,

Fia vittoria il morir, trionfo il sangue.

E perchè non rimanga dubbio del mistero, che dentro vi si acchiude, termina la lettera (notisi bene, dopo aver premesso che il Sonetto farà l’effetto che desidera) con dirle che non è già « per alcun suo fatto particolare, che per avventura sarebbe men reo, ma a requisizione d’un povero amante, il quale essendo stato un pezzo in collera colla sua Donna, ora non potendo più, bisogne che si renda, e che dimandi mercè [58] ».

Questi sentimenti non si esprimono a chi non si è mai parlato d’amore, o se n’è parlato sempre senza speranza. Gli sdegni non succedono se non alle paci e ai diletti: e quando (in cose sì misteriose ed arcane, come già dissi) distrutta fosse ogn’altra prova, e non rimanesse che quella del presente Sonetto colla lettera che lo accompagna, essa sola basterebbe a far nascere una gran prevenzione.

E la precauzione o artifizio di fingere di scrivere per altri, quando per se stesso scriveva, era stata già usata dal Tasso. Eccone la prova. Tra i MSS. del Foppa copiati dal Serassi si è trovata la Lettera seguente:

«L’ardimento ch’ io prendo ora di scrivere a V. S. e di supplicarla, è maggiore d’ogni mio merito e d’ogni speranza: ma tanto minore della sua bellezza e della sua grazia, ch’io non posso esser riputato audace e temerario, ma più tosto timido: perchè non è cosa al mondo così cara, non la vita, non la riputazione, non la patria, che on si potesse arrischiare per goder solamente d’un vostro dolcissimo sguardo. Gran ventura fu la mia, che s’incontrassero gli occhi miei co’ suoi; perchè in quell’ incontro mi parve di vedere in una vista tutte le bellezze e tutte le grazie che possano fare alcuno felice. E benchè ne seguisse la morte, e tutto quello che suole esser di maggiore spavento, fortunata nondimeno stimerei

La dolce vista, e ’l bel guardo soave,

che potrebbe far dolcissima e soavissima ogni infelicità. Ma V. S. non ha voluto ch’io riconosca ancora tanto dalla sua grazia, quanto dalla fortuna: poichè se fosse dono della sua cortesia il poterla solamente vedere, io mi riputerei soddisfatto d’ogni passione amorosa. Se l’amore fosse di mia volontà, io potrei per avventura confessarlo come peccato gravissimo, e come colpa di temerità, avendo avuto ardire di collocare i miei pensieri così altamente; ma essendo l’amore in me o violenza delle stelle o forza della sua bellezza, io non so chi accusarne o il cielo, o V. S.; e voglio più tosto fare ingiurie a tutte le stelle, che turbare il dolcissimo sereno della sua vista. Ma s’oltre la sua bellezza ve nha parte alcuna la sua cortesia, la supplico che perdoni le sue colpe alla fortuna, al fato, al cielo, alla sua bellezza ed alla sua virtù medesima; e si contenti che se non la sua volontà, almeno la mia concorra in amarla e in servirla con tante cagioni insuperabili e necessarie senza contrasto.»

Nel Codice (da cui il Serassi dice d’averla copiata) si legge « Lettera amorosa scritta ad istanza altrui dal Sig. T. Tasso. » Or si domanda se v’ è alcuno sì privo di senno da credere che il Tasso prestasse altrui la propria penna per un tal ministero e se dalle espressioni sole del primo periodo non appare chiaramente a quale alta donna indirizzata è la lettera, poichè per quella intende d’arrischiare patria, riputazione, e vita? E quando ciò non bastasse, sufficienti sarebbero a svelare l’arcano le sole espressioni d’avere avuto ardire di collocare i suoi pensieri così altamente.

Che il Guarino poi cercasse di farsi strada nel cuore della Principessa, lo abbiamo dal Sonetto, che il Tasso, irato e geloso, scrissegli contro, dove si legge nella chiusa;

Ma non consente Amor ch’alta bellezza,

Ch’a’ suoi fidi seguaci in premio nega,

Preda sia poi degl’infedeli e rei :

e dove, considerando la qualità nel Guarino di nobilissimo gentiluomo, quell’alta bellezza non può indicare se non persona al di sopra del grado suo.

Dal sin qui detto adunque parmi che chiaramente resulti, che la Principessa Eleonora non sdegnò d’avere il Tasso per amante: che d’amore parlò con esso; che godè di essere da lui cantata; ma, considerando i tempi, e la differenza del grado, errerebbe di gran lunga chiunque credesse, che ciò bastasse per la prova intera d’una intera amorosa corrispondenza dalla parte di lei.

Alla mancanza di prove si aggiungono le testimonianze contrarie nelle Rime stesse del Poeta.

Sotto il giogo ove Amore a te mi strinse [59]

D’amicizia solcai campo fecondo,

egli cantava: lo che significa, che ella gli rendeva amicizia per amore. Egli n’ era contento, e seguitava a sperare :

Sparga i suoi semi Amor, che i solchi io segno,

E segnerò sino all’estremo passo,

Felice no, ma glorioso esempio.

E nel Sonetto di sopra riportato contro al Guarino, leggesi ugualmente, che Amore

Ai suoi fidi seguaci in premio nega

L’ alta bellezza,

di cui favellavasi. E verso quest’epoca nel Sonetto 364 le dice, scrivendo a lei senza mistero, chiamandola Donna real, che una giovine bellezza

Oblio non pone in me de’ miei trilustri

Affanni, e de’ miei spesi indarno inchiostri.

Ma perchè essa non corrispondevagli come avrebbe desiderato, non cessava in lui d’ardere la fiamma (l’abbiam veduto nella Lettera scritta da Castel Durante); e parmi anzi che i suoi desiderj divenissero più ferventi, quanto erano men prossimi ad essere soddisfatti.

Dopo il ritorno da Urbino, verso la fine del 1573, come dalle Lettere apparisce, cominciano le prime traversie del Tasso; sicchè dodici anni di poi [60] scrivendo da Sant’Anna a Donna Lucrezia, ebbe a dirle, che se non si fosse partito da lei, non gli sarebbero succeduti tanti fortunosi avvenimenti.

Tornato a Ferrara, si diede a terminare la Gerusalemme. Al Duca Alfonso già dichiarato aveva di volerla dedicare; e alla Principessa Eleonora si rivolse con un nobilissimo Sonetto per annunziarle, che

Udran gli Sciti, udrà l’arena aprica

Di Libia il tuo bel nome, e nobil parte

Avran fra l’armi e fra l’orror di Marte

La gonna e ’l vanto di beltà pudica;

indicando così che nella persona di Sofronia doveano tutti riconoscer lei, senza moverne dubbio [61] . Sperò così, crescendo la sua gloria, che anco la sua felicità crescerebbe.

Ma non riflettè quel misero ed elevatissimo Ingegno, che non vi sono voli così alti, dove non riesca di giungere all’Invidia, quando per gradi, per amicizie, per impieghi, o per ricchezze ancora è possente. Il lavoro della Gerusalemme quanto più grande appariva e maraviglioso, tanto più doveva istigar gli emuli all’ira. Così avvenuto sarebbe forse a Virgilio [62] , se immaturamente non moriva: così avvenuto era al Camoens in Portogallo; e così avvenne al Tasso in Ferrara. In vece di lodi, ebbe biasimi e sofismi: parvegli che il Duca e la Sorella non prendessero allora le sue parti con quello zelo che sperava; e cominciò a provarne tutto il rammarico, che desta in un’anima che sente il valor suo questa gran denegazione di giustizia.

I suoi lamenti chiaramente il dimostrano; poichè quando il Montecatino successe al Pigna nella carica di Segretario del Duca, scrive al Gonzaga che il successore del morto gli era successore anco nella malevolenza [63] verso di lui. La qual lettera, benchè scritta posteriormente a quest’epoca, indica quello che già si tramava, quando la Gerusalemme trascritta in varie copie andava in giro, per passar sotto gli occhi dei varj censori, che il Poeta si era scelto.

Il Serassi ha raccolto e posto insieme questi fatti, vi ha aggiunto gli scrupoli religiosi, e ad essi soli, e alle conseguenze che ne derivarono, ha imputato le sventure del Tasso; ma peraltro, se veri sono questi che si narrano (e che certamente aver non poteano sì funeste conseguenze), non meno veri sono quelli che si tacciono, o per dir meglio che si sono taciuti per riverenza e per timore.

A disvellerne una parte gioverà il racconto di quello che accadde quando comparvero alla Corte di Ferrara la bella Sanvitale Contessa di Scandiano, colla ugualmente bella C.a di Sala sua matrigna. È certo che il Tasso si pose a corteggiare la prima; s’insinuò nella sua grazia; ne istigò la vanità; ne predicò altamente le doti; scrisse per lei versi elegantissimi; se ne dichiarò amante; e giunse, per testimonianza del Guarino, ad ottener l’intento di richiamare a sè di nuovo gli sguardi e i favori dell’amata sua Donna. Imperocchè, che altro significano quei versi del Guarino stesso,

Di due fiamme si vanta; e stringe e spezza

Più volte un nodo; e con quest’ arte piega

(Chi ’l crederebbe?) a suo favor i Dei ?

Chiunque non vuole illudersi, sa che importi quella parola Dei: nè poteva il Poeta intendere del Duca, il cui animo non poteva il Tasso piegare a suo favore coll’arte di stringere, e di spezzare più volte un nodo e di vantarsi di due fiamme.

Intendersi dunque si debbe che le dimostrazioni d’amore verso la Sanvitale piegarono a favore di lui l’animo della Principessa Eleonora: dal che forse divenuto più ardito, si abbandonò a tali dimostrazioni, che cominciando a svelare il mistero, precipitarono il misero in quell’abisso, da cui umana forza non valse a ritrarlo.

Ma, quel che parrà singolare, se l’umana vanità non valesse a tutto spiegarci, anche intorno alla Sanvitale troviamo il Guarino rivale del Tasso: e se la rivalità mossa era (come il più sovente avviene tra’ poeti) meno da passione amorosa, che da gelosia di preminenza letteraria, non è maraviglia che un Sonetto dal Guarino composto per essa riuscisse così soave e gentile, che al Tasso fu generalmente attribuito [64] .

Quantunque a me sembri che nei componimenti del Tasso per questa leggiadra Contessa di Scandiano apparisca più il poeta che loda, che l’innamorato che scrive; pure, siccome molti sono quelli che portano il nome di lei; così comune fu la voce ch’egli l’amasse veramente: e quindi si viene a concluder la prova in principio annunziata; che il Manso potè asserire, che Tre furono le Donne amate principalmente, e al di sopra delle altre cantate da lui. S’ingannò nel nome di una, ma in ogni rimanente scrisse il vero.

Ma dalla venuta della Contessa alla Corte di Ferrara, dalla voce che corse degli amori del Tasso per lei, dai versi che in sua lode egli pubblicò, e da quel certo rammarico, che avrà dovuto sentirne, e che dal Guarino intendiamo (benchè velatamente) che ne sentì la Principessa Eleonora; è di tutta evidenza che nacquero i principj di quelle sorde macchinazioni, suscitate dall’invidia cortigianesca e letterata, le quali spinsero un falso amico a svelare quello ch’ei sapeva dei suoi amori.

Ho detto di sopra che nulla è più vero di quel che narra il Serassi delle persecuzioni mosse al Tasso. Doveva essere invidiato, e lo fu: all’invidia tien dietro la persecuzione; la persecuzione chiama in ajuto la perfidia; e tutto questo non è che l’esposizione degli avvenimenti, che vediamo tutto giorno ripetersi, e che formano sventuratamente la storia della parte sordida e bassa del cuore umano: ma che perciò? Sarà meno vero che, dopo aver terminata la Gerusalemme, mentre quel miracolo dell’arte a più potere [65] veniva e dal Montecatino e dal Giraldini e da altri posto in discredito presso al Duca Alfonso; sarà, meno vero, dissi, che un Amico « col quale avea tutte le sue cose, e anche insino a’ pensieri fatti comuni, e da cui non del tutto guardava ogni segreto dei suoi amori... che che ne fosse la cagione, ridicesse un giorno alcuna particolarità degli amorosi suoi segreti?»

Sono del Manso queste parole, il quale aggiunge, che il Tasso adirato e commosso da giusto sdegno diedeglj, nella stessa sala del Duca [66] , una guanciata. E questo non nega il Serassi; ma con una lieve differenza su quanto avvenne di poi.

E in che consiste la differenza? nel narrar che fa il Manso, che dato lo schiaffo, vi fu sfida tra l’offensore e l’offeso; in favor del quale, cominciato il duello, accorsero tre fratelli, dai quali il Tasso animosamente si difese, finchè venne gente in soccorso; e nel tacer che il Tasso fa in una sua Lettera [67] della sfida, dicendone solo che andò il nemico a dargli di dietro accompagnato da molti, e fuggì prima quasi che lo toccasse. Dopo quest’aggressione, che accadde in piazza, non potè susseguirne il duello? Il non averlo il Tasso riferito, non prova che ciò non avvenisse; come lo proverebbe se egli apertamente dicesse che non avvenne.

Ma in fine, sia, o no vero il duello, questa lieve differenza non infirma l’asserzione che il falso amico rivelasse i suoi segreti amorosi; e che di qui cominciasse la catastrofe del Poeta.

Siccome, dallo spazio che corse fra questo avvenimento, fino alla sua carcerazione in Sant’Anna, debbe esser nata la causa del suo gastigo (e gastigo fu certo, ed acerbissimo come vedremo), così per venire a capo di discoprirne l’occulta origine, è necessario che si determini bene l’ ordine dei fatti.

I. Alcuni mesi dopo l’avventura dello schiaffo, una sera il Tasso è fatto arrestare in camera della Duchessa di Urbino (dicesi per aver tratto un coltello dietro a un servo); ed è rinchiuso nei camerini del cortile di Palazzo: 17 Giugno 1577.

II. È liberato; e il Duca non solo gli ridona la grazia sua, ma lo conduce alla villa di Bel Riguardo, verso la fine di Giugno.

III. È rinviato sotto custodia nel Convento di San Francesco, dal Segretario del Duca, e dichiarato da lui pazzo spacciato: 11 di Luglio.

IV. Fugge a Napoli il 20 di Luglio, e quindi torna col Gualengo a Ferrara dopo il Marzo del 1578: di dove fugge di nuovo, verso la metà del detto anno.

V. Erra a Mantova, a Venezia, ad Urbino, in Piemonte, di dove tornato per la seconda volta a Ferrara il 23 di Febbrajo del 1579; poco dopo è preso, e carcerato nello Spedale di Sant’Anna. Anderemo trascorrendo queste cinque diverse Epoche della sua Vita.

 

I. Sino al tradimento del falso amico nulla apparisce che trapelato sia de’ suoi amori; e (quel che più importa) niun segno apparisce in lui di mente sregolata, non che d’inferma. E siamo già verso la fine dell’anno 1576. Scrivendo agli amici, diceva sì di soffrire persecuzioni; ma queste non solo erano vere, ma eran forse maggiori di quel ch’egli diceva: pure lo sdegno, che doveano in lui suscitare, non lo moveva nè pure ad accogliere le lodi, ch’ei credea troppo larghe [68] .

I suoi emuli, per ruinarlo, e cercandone qualche cagione, tentarono di subornargli i servi onde capirgli le più riposte sue carte; sicchè egli s’adoprò per averne uno fidato o di Urbino, o delle circonvicine [69] montagne: e tutto ciò consuona e colle trame che si ordiscono dai tristi e potenti, e colle difese che vi oppongono i deboli e buoni.

Aveva pur degli scrupoli in fatto di religione. Confessa (notisi bene) «d’essersi lasciate uscir di bocca delle parole, le quali avrebbero potuto recar qualche dubbio intorno alla sua [70] fede»: qual maraviglia dunque che in uomo di fervida immaginazione, ancorchè assoluto da un Inquisitore, tali scrupoli ritornassero? Ma dall’esser soverchiamente scrupoloso, e dal dubitare della validità dell’assoluzione, a fare opere interamente da pazzo, la differenza è incommensurabile .

Può dunque stabilirsi che nessun segno della pazzia del Tasso, e, quel che più importa, nessuna notizia diretta, o indiretta se ne ha fino alla sera del 17 di Giugno del 1577 : e dirò di più che anco da quello che apparisce avvenuto in tal sera, non può dedursi prova nessuna di pazzia. Il trar dietro un coltello ad un servo, anche avuto riguardo al luogo, è opera d’uomo soverchiamente collerico, ma non d’ uomo demente.

La notizia del suo arresto si ha da una Lettera del Veniero al Granduca di Toscana del 18 di detto mese. Essa è troppo importante, perchè non sia necessario di riportarla:

« Del Tasso le do nuova, che jersera fu incarcerato, per avere in camera della Duchessa d’Urbino tratto un coltello dietro a un servitore; ma piuttosto preso per il disordine, e per occasione di curarlo, che per cagione di punirlo. Egli ha un umor partito, sì di credenza d’aver peccato d’eresia, come di timor d’essere avvelenato, che nasce, cred’io, da un sangue melanconico, costretto al cuore, e fumante al cervello. Caso miserabile per il suo valore, e per la sua bontà ».

Or qui debbe nascere un dubbio. Il Veniero scrisse nulla in contrario nella sua corrispondenza segreta? Perchè tacque la cagione, per la quale trasse Torquato il coltello dietro al servo della Duchessa? A quello ch’ei dice, poteva aggiungersi nulla di quel che forse egli tace?

Vedremo in appresso quel che debbesi considerare in tale avvenimento: or proseguiamo l’esame dei fatti.

II. Ritenuto prigione in un camerino del Cortile del Palazzo [71] scrisse una lettera pietosissima al Duca, il quale mostrò perdonargli l’eccesso nel quale era trascorso; lo fece liberare, e lo condusse seco a Bel Riguardo.

Notiamo bene che il Duca fin qui non si è mostrato (almeno per quel che appare dai documenti noti ) adirato contro il Tasso; sia che non credesse il vero, sia che dissimulasse, per conoscerlo interamente. Il segreto de’ suoi amori era svelato, o cominciato almeno a svelarsi; e tutto porta a credere, che se ne volessero più certe le prove.

Or qui è da dimandarsi: Il Duca Alfonso, conducendo il Tasso a Bel Riguardo lo fe’ per viepiù rallegrarlo, come il Serassi ci narra; o lo condusse per esaminarlo più comodamente nella solitudine da se medesimo; e per discoprire a fondo tutta intera la verità? Questa è la questione, che insorge, e che non va saltata da chi vuole rischiarare la dubbiezza dei fatti istorici.

Or vorrei che il Serassi desse la spiegazione dei seguenti, che appariscono composti verso quel tempo, nei quali rivolgesi il Tasso all’Anima del padre del Duca Alfonso :

Alma grande d’Alcide, io so che miri

L’aspro rigor della real tua Prole;

Che con insolite arti, atti e parole

Trar da me cerca, onde con me s’adiri.

Quali erano le arti insolite, onde con aspro rigore si martoriava moralmente il misero Tasso, per trargli di bocca la verità? E poichè ciò facevasi dal Duca medesimo, dopo che amorevolmente seco l’aveva condotto a Bel Riguardo; poichè di là fu rimandato al Guardiano di San Francesco in Ferrara colla dichiarazione ch’egli era pazzo spacciato; è pur forza convenire che l’aspro rigore, e le arti insolite a Bel Riguardo si usarono, per intender dalla sua bocca quello che ignoravasi in tutto, o in parte: lo che, inteso dal Duca, ne derivò la terribil condanna di dover viver demente. Le prove son troppo chiare, come vedremo, perchè se ne possa dubitare. Stette pochi giorni in San Francesco; di dove, colto un momento in cui non era guardato, si fuggì.

III. Fu la sua partenza da Ferrara verso i 20 di Luglio del 1577; e la sua partenza fu cagionata certamente da timore. Egli, scrivendone al Duca d’Urbino, chiama la sua partenza altrettanto onesta quanto necessaria. In una materia sì arcana, dove tutte le parole pesar si debbono, dimanderò se la qualità di onesta, data alla causa per cui si partì, può mai riferirsi ad altro che a casi di amore?

Nel Serassi, quali sono le cagioni di tal fuga? Molte in apparenza, nessuna in sostanza, la quale sia sufficiente a persuaderne la necessità: e il Tasso ci dice, che la sua fuga fu necessaria. Il Serassi narra come fosse fatto ritenere negli stanzini di Palazzo [72] , come fosse indi posto in libertà [73] , come fosse condotto dal Duca alle delizie di Bel Riguardo [74] , e come improvvisamente di là fosse ad un tratto rimandato, dichiarato pazzo, e posto nel Convento di San Francesco, dove cominciò a dar segni manifesti di pazzia. E quali sono le cause, che gli assegna? Esaminiamole ad una ad una.

Prima. L’aver con poca riflessione dimandato al Duca Alfonso l’incarico di storiografo, dopo la morte del Pigna e l’essersi accorto poi, che dovendo scrivere dei tempi di Leone e di Clemente avrebbe dispiaciuto a coloro a’ quali credevasi obbligato (che è quanto dire alla Famiglia de’ Medici), e quindi cercato di ritrarsene, ricusando l’incarico, col chieder licenza [75] . – Per questo solo non s’impazza.

Seconda. Il pentirsi, e rimanere [76] ; e quindi non saper di nuovo risolversi: e queste sono cose che s’incontrano sovente nella vita dei letterati: e il Serassi, che trae da tale incertezza, e « dal flusso e riflusso dei pensieri da’ quali il povero Tasso ai trovava combattuto » [77] il principio delle sue sciagure, o non è di buona fede, o l’ha troppo leggermente creduto. Doveva anzi da questa sua incertezza d’andarsene, o di rimanere ai servigj del Duca, riconoscere l’ascosa cagione di tanta volubilità di pensiero. È vero ch’egli aggiunge che non poteva « sciogliersi dai legami d’amore, che lo tenevano stretto in Ferrara; poichè per i versi medesimi è manifesto ch’egli vi era gagliardamente innamorato» [78] : solo, dopo questa confessione, quando viene a parlare dell’oggetto de’ suoi amori, potea risparmiarsi di nominar la Contessa di Scandiano, perchè non vi sarà uomo sano che glielo creda.

Terza. Molto meno il principio dell’umor melanconico, che lo invase, può dirsi che si manifestasse quando s’accorse che alcuni cortigiani gelosi e malevoli si erano nella sua assenza fatte aprir le sue stanze, onde spiar le sue carte; poichè, scrivendo poco dopo allo Scalabrino, e scherzando [79] , e chiamandolo suo Zoroastrissimo, ben diverso si mostra da colui, che vada perdendo, o che mostrar vuole d’andar perdendo la mente.

Era, è vero, entrato in sospetto di varj amici, che invidiavano alla sua gloria: molto scrive contro uno di essi, che va replicatamente chiamando Brunello [80] , e che al Serassi non avvenne di discoprire chi fosse, ma nel lamentarsi di essi usa piuttosto moderazione, che acerbità.

Quarta. La briga col Guarino: ma per quanto pare terminò con un duello di Rime [81] .

Quinta. Nell’avvenimento col Maddalò (che tale pare che fosse il falso amico che parlò de’ suoi amori): ma il Duca Alfonso prese le sue parti: e in una Lettera a Scipione Gonzaga [82] ne narra con soddisfazione l’evento finale « in dimostrazione dell’ amor che gli porta, e della stima che fa di lui».

Concedasi in fine, che disgusto dovesse sentire pel tentativo che facevasi di dare in luce la Gerusalemme senza sua saputa; ma per chiunque parlar vorrà sinceramente, sono queste cause efficaci per togliere il senno?

E pure altre non ne riporta il Serassi: e intanto rimandandolo da Bel Riguardo, un Segretario del Duca scriveva al Coccapani [83] che il Tasso ha « bisogno di aver due frati per compagni.... essendo solito dire ogni cosa in confessione; e che trascorre in un monte di pazzie». Questo avveniva il dì 11 di Luglio. E il Tasso nel medesimo giorno scrive al Gonzaga fantasticando (o fingendolo), sull’Inquisizione [84] , esponendo di essere in termine quasi di matto: lo prega quindi d’usare ogni diligenza perchè il Sig. Duca sia informato del vero. E poco dopo, cioè prima del 20 di Luglio, scrive al Duca queste memorabili parole « Questo medesimo [85] sa la Sig. Duchessa, che io previdi molto prima, e che appunto quella sera ch’io fui preso gliene parlava:... l’infinita clemenza di V. A. m’ha perdonato il mio fallo.... Clementissimo Principe.... da qui innanzi, s’io parlerò ad alcuno, confesserò a tutti quello ( che chiaramente conosco ) di purgarmi per umore.

Dalla qual lettera tre considerazioni io trarrò. La prima, che non è punto chiaro, e non intendesi che sia quello, che il Tasso dice al Duca che la Signora Duchessa sa. Non potea parlare dell’affare del coltello tratto allora dietro a un servitore della Duchessa, come di un avvenimento che sapevano tutti, e non la Duchessa sola, e meno poteva averlo preveduto molto prima. Dunque trattavasi d’altro; anzi l’averlo preveduto molto prima esclude che si trattasse del coltello.

La seconda, che c’informa ch’egli stava parlando di questo alla Duchessa quella sera, in cui fu preso. In conseguenza, egli fu preso, mentre stava parlando con una Sovrana. Cresce quindi la prova che si trattava di ben altro che di un coltello tratto dietro a un servitore.

La terza considerazione è la più importante; e risguarda la promessa, di confessare di purgarsi per umore; lo che indica che fin allora non l’avea confessato; ma che vi s’induceva per prudenza, o per dovere.

IV. All’appoggio di queste considerazioni vien la famosa Lettera al Duca d’Urbino. Là si legge che per rendersi grazioso il Duca.... stimava non fosse cosa d’esempio vergognoso l’esser terzo fra Bruto e Solone. Or che fecero Solone e Bruto? Il primo, sappiamo da Plutarco, che deliberò infingersi fuori di senno [86], e fu per la città sparsa voce da’ suoi domestici ch’ei fosse impazzito: e il secondo da Livio [87] è rappresentato ex industria factus ad imitationem stultitiae. Si vedrà in appresso la prova, che ciò non fu spontaneo. Il principio poi di mettere in pratica questa sua risoluzione, comincia appunto dopo la sua partenza, o cacciata ( che vogliam dirla ) da Bel Riguardo, poichè dopo aver detto al Gonzaga d’essere in termine quasi di matto, come ho sopra notato; nel P. S. della sua Lettera al Duca Alfonso [88] aggiunge che «desidera sommamente ch’egli conosca il vero, acciò non mi abbia per più matto di quel che sono: » e per compiere, come suol dirsi, il mazzo, in questa medesima lettera si dice, innanzi al P. S. [89] , che ha deliberato, finita la purga, di farsi frate [90]. Lo che, aggiuuge il Serassi « non eseguì, per li nuovi e strani accidenti che andrem raccontando ». Ma se vuol ragionare con lealtà, siccome questa deliberazione di farsi frate trovasi nella lettera al Duca, che precede di pochi giorni la sua fuga; non può dirsi che fosse impedita nè da nuovi, nè da strani accidenti; perchè aggiunge che « probabilmente non vedendo risposta alle sue lettere, « nè dal Duca Alfonso, nè dalla Duchessa d’Urbino, colto un momento favorevole, in cui fu « lasciato solo, stimò di dover colla fuga provvedere, come fece, alla propria sicurezza ». Sicchè per medesima confessione del Serassi dall’annunzio di farsi frate alla fuga non ci fu avvenimento di sorte, eccetto il silenzio della Duchessa e del Duca.

Sopra semplici espressioni adunque di mente inferma, e sulla fuga dal Convento di San Francesco (perchè alle sue lettere non si rispondeva) si sarebbe a lui fatta (secondo il Serassi) la più grande offesa e la più crudele ingiuria che far si possa ad uom sano, di predicarlo per demente. È inutile il simular cause non verisimili per sì fatti casi: il Duca Alfonso incaricò il Crispo di dire al Tasso onorate ed amorevoli parole dopo il fatto dello schiaffo [91] : egli, nella sera del 17 Giugno, trae un coltello dietro ad un servitore nella camera della Duchessa d’Urbino: il Duca lo fa arrestare; ma o che riguardasse la cosa come di poco momento, o perchè volesse maggiormente chiarirsi d’un suo sospetto, mostra di perdonargli, gli ridona la sua grazia e lo conduce seco a Bel Riguardo. Dopo dieci giorni è rimandato in San Francesco con ordine di custodirlo, perchè è matto; là fa pose, e scrive al Gonzaga ed ai Principi cose da matto: non ha da questi risposta; fugge: e quindi, esponendo al Duca di Urbino le cause di questa fuga, dice che essa fu altrettanto onesta quanto necessaria.

Crederà chi può che nulla sia intervenuto in questo mezzo; ma vedendo la prima notizia della pazzia sorger nella sera, in cui trasse dietro il coltello al servo, e propagarsi poi precisamente dopo il soggiorno di Bel Riguardo, pochi penseranno che non siano accadute, e siansi svelate arcane cose in quel soggiorno, dove si usarono arti insolite ed aspro rigore per trargli di bocca la verità.

V. Fuggì finalmente; ma coll’animo sempre rivolto là, dove lasciato avea l’alta cagione delle sue sventure. Appena fuggito, scrive al Duca, alla Duchessa d’Urbino, a Madama Eleonora; nulla dai primi gli si risponde; e parole poco soddisfacenti da questa, poichè da quelle parole comprese che non potea favorirlo [92]. E intanto dal Duca Alfonso facevasi intendere ai suoi Ambasciatori a Roma, che sarà contento di « riprendere il Tasso al suo servizio, purchè si lasci curare da’ medici, ma che, continuando ad avviluppare, e a dir parole secondo ch’egli ha fatto per lo passato, lo farebbe subito uscir dallo stato, con commissione di non dover ritornare mai più » [93]. Si esamini ponderatamente il senso di queste parole. Lo ripiglierà al suo servizio purchè si lasci curar dai medici (cioè purchè si dichiari infermo, e infermo di mente): ch’ è quanto dire, purchè operi in modo da farsi creder pazzo.

A confermare questa opinione, vengono le testimonianze de’ contemporanei e del Poeta. Non citerò il Brusoni, non il Leti; ma quella bensì di tutti gli altri passata in tradizione: tutti concordano, di poco variando nelle circostanze: e quando leggesi nella Lettera al Duca d’Urbino, che «la sua ubbidienza (ai desiderj del Duca) non ha alcuna istoria di Gentili a cui possa paragonarsi» e parla poi del Sacrifizio d’Abramo; non so di qual sacrifizio possa intendere il Tasso, se non è il sacrifizio del cuore, e della mente: del cuore, dimenticando l’Eleonora; della mente fingendosi pazzo.

Egli dunque tornò in Ferrara, dopo varj erramenti, coll’animo di far questo gran sacrifizio; ma gliene mancarono i modi e la forza. Accompagnato dal Gualengo, sperò di trovar colà refrigerio e conforto a tante lunghe sue pene; ma si ha dal Serassi medesimo [94] che dopo le prime accoglienze, gli parve che poco o niun conto si facesse de’ suoi componimenti e di lui; e, come egli stesso afferma [95] , benchè con tortuose parole, conobbe ch’era mente del Duca ch’egli « non a aspirasse a niuna laude d’ingegno, a niuna fama di lettere, e che fra gli agi e i comodi e i piaceri menasse una vita comoda e delicata, trapassando quasi fuggitivo dall’onore, da Parnaso, dal Liceo e dall’Accademia agli alloggiamenti d’Epicuro ». In una parola voleva il Duca che, pazzo avendolo dichiarato, per tale continuasse veramente a mostrarsi; a rischio non solo di perdere la grazia sua, ma d’essere anche severamente punito.

E qui è il luogo di ricercare se gli fu dal Duca veramente imposto di mostrarsi tale, e d’esaminare il modo, con cui gli fu imposto: ma breve sarà l’esame, perchè se ne hanno le testimonianze da lui stesso. Abbiamo di sopra veduto che per gratificarsi il Duca non avea sdegnato di mostrarsi terzo fra Solone e Bruto (cioè di fingersi pazzo), e non potea credere di gratificarselo in tal modo, se il Duca non glielo avesse fatto intendere. Ma ciò non basta: più sotto aggiunge [96] , che vergognandosi di significarglielo con parole, procurò il Duca di farglielo conoscere con cenni. Non basta ancora. Quando fu tornato miseramente in Ferrara, dopo la seconda sua fuga, e che da Sant’Anna, fra le brutture della plebe sfogava l’orribile angoscia che l’opprimeva, chiaramente ne dice, scrivendo al Gonzaga, che Chi vuole che altri divenga forsennato non si dee dolere, s’egli... non può por freno, o modo alla pazzia [97]. Torneremo su queste parole: ma intanto è chiaro che si volle ch’egli divenisse forsennato.

Così dunque si volle; e così dalla moltitudine fu creduto. Inviato nel Convento di San Francesco, acciò si facesse curare, vi andò; e cominciò a mostrarsi, subito che vi fu giunto, quale si volea che egli fosse. Questo è il periodo più importante della vita di quel grande Infelice; poichè quando egli fu là inviato da Bel Riguardo, il dado, come suol dirsi, era tratto: e non poteasi più tornare indietro. Col porre il piede sulla soglia del Convento di San Francesco, egli fu condannato a lasciare, per così dire, il senno alla porta: e quando, dopo nove o dieci giorni di sofferenza, e di cose dette e scritte da pazzo, egli si fuggì; tutto quello, che dopo avvenne, potè far peggiorare la sua sorte; ma l’opinione, che mentecatto egli fosse, già era invalsa, poich’egli stesso accreditata l’aveva, mostrandosi, come confessa, terzo fra Bruto e Solone.

Quali fossero le cause precise, lo cercheremo in fine di questo Scritto: per ora basti l’aver notato, che la reità del Tasso innanzi agli occhi del Duca (qualunque si fosse) già si era manifestata quando partì da Bel Riguardo.

Tornato adunque in Ferrara col Gualengo, s’accorse che il Duca « consentiva che l’onore che s’era acquistato, o era per acquistare con le opere, fosse oscurato e macchiato di vergogna e d’indignità [98] »: tentò di parlare a « Madama Eleonora, e alla Duchessa d’Urbino, ma gli fu sempre chiusa la strada dell’udienza, e molte fiate senza rispetto.... Dal Duca ebbe la medesima sorte, sicchè vinta la pazienza, dopo una servitù di tredici anni, quasi nuovo Biante a piedi », per la seconda volta partì [99] .

VI. La narrazione delle sventure occorsegli in questa seconda sua fuga; la fredda accoglienza fattagli, « e gli animi indurati che trova in Mantova, in Padova, in Venezia, perchè l’interesse e il desiderio di compiacere ai principi serrava le porte alla misericordia [100] , non è la parte men compassionevole della vita di quel grande sventurato.

Se i fatti fin qui esposti son veri; se valide sono le prove che riferite si sono in appoggio dei fatti; se il Tasso in somma era reo verso il Duca, o la sua famiglia di falli amorosi; se per sanarli eragli stato imposto di divenir pazzo; se il malumore del Duca, dopo il suo ritorno, derivava appunto dal non volersi egli mostrar come tale e come tale sottoporsi alla cura dei medici: or che per la seconda volta gli uscì dalle mani, senza suo permesso [101] , saputa e volontà; troppo è proprio dell’uomo, e più lo era d’un personaggio costituito in sì alto grado, di restare offeso da tal fuga; e di cercare i modi di riaverlo nelle mani, non tanto per punirlo, quanto per confermare al mondo la verità di quanto già erasi asserito e predicato.

E questo appunto avvenne; e ne abbiamo la prova dal Tasso medesimo. Egli, scrivendo alla sua sorella da Pesaro, il 25 Settembre 1578 , dopo averle detto, ch’è risoluto di mostrare al mondo che non è nè matto, nè ignorante: aggiunge : sappiate che il Duca di Ferrara ha martello della mia partita, e che qui è stato un suo gentiluomo a posta , acciocchè io me ne tornassi con lui [102] . Ciò che significa? Spiegherallo bene quel che avverrà, quando il misero sarà tornato. Da Venezia rifuggitosi a Urbino, ove sapeva che covavano mali umori contro la Corte di Ferrara [103] ; mentre aspettava risposta da quel Duca, che trovavasi a Castel Durante, cominciò quella bella Canzone, che quantunque rimasta imperfetta, non è meno però uno dei più rari modelli della poetica grandiloquenza. Riposatosi là da tanti affanni, prese a scrivere la Lettera al Duca, che si è tante volte citata; dove, in mezzo alle varie circostanze, quel che maggiormente traspira è il dolore per aver dovuto comparir mentecatto. E negli esempj di Solone e di Bruto l’espressione fra le altre che il sacrificio ch’esigeva il Duca da lui, pel quale richiedeva un’intrepida obbedienza; solo potevasi assomigliare all’obbedienza d’Abramo [104] , inonda il cuore di compassione; e poichè riconosce che tanta obbedienza e tanta fede a nulla gli giovarono; poichè volevasi che conducesse vita animale, lontano dalle lettere e dalle Muse; or che è libero e sciolto chiede che ovunque sia fatto intendere il vero; e lo chiede ai Duca d’Urbino [105] con pietosissimi accenti; lo chiede alla Sorella, nel regno di Napoli; lo chiede a Roma al Gonzaga con una lettera [106] , e all’arciprete Lamberti con quel Sonetto [107] , che termina

Ma tu, Lamberto, omai fa sì, che sterpe

Sì reo pensier dai petti, ov’ei s’annida,

Nè sì fallace fama intorno s’oda.

E per quanto (dopo tanti travagli, e infiammato d’un amore, che non ebbe forse pari, poichè tutte le circostanze concorrevano ad esaltargli il cuore) non potesse aver la mente quieta e tranquilla; pure mentecatto egli non era: e ne abbiamo una testimonianza dal Veniero, il quale, benchè non dica che fosse in piena sanità d’intelletto, aggiunge che scuopre tuttavia piuttosto segni d’afflizione, che di pazzia [108] . E tale si mantenne fino al suo malaugurato ritorno. Partito da Urbino, senza molto certa causa, e riparatosi in Piemonte, il Serassi medesimo confessa che l’agitazione della sua mente s’era calmata assai, avendo potuto dar luogo persino a qualche pensiero amoroso per una delle dame amiche della Marchesa (d’Este). Ed egli stesso diceva [109] che l’intelletto, in quel che s’appartiene allo scrivere è nel suo vigore.

Ma che pro? che gli valeva la quiete presente? che i grandissimi favori [110] , che riceveva da Carlo Emanuele Principe di Piemonte? che l’offerta fatta dello stesso trattamento, che solea dargli il Duca di Ferrara, s’ entrar voleva al suo servizio?

Qual fu la causa di tanti rifiuti? il trasporto, che provava per la casa Estense, risponde il Serassi [111] ; e così dicendo, non considera forse quanto vaglia una tal risposta. E più sotto (tanta è la forza del vero, che si apre la strada come la luce da oggi più breve spiraglio) ne aggiunge [112] : Il pensiero «che aveva a Ferrara e ai suoi scritti che v’eran rimasti, nol lasciava viver contento ». Ben era il pensier di Ferrara sì che non lo lasciava viver contento; ma non quello già degli scritti: e ogni grossolano buon senso l’intende.

Pur troppo rivolto era sempre a Ferrara l’animo dello sventurato poeta: e a tenervelo, e confortarvelo non mancò chi l’affidava; non mancò chi lo deluse [113]: e ad onta che il Marchese d’Este procurasse di distorlo da così fatto proponimento, tirato, dice il Serassi, dalla violenza del suo Genio, e disprezzando il savio consiglio dell’amorevolissimo ospite suo, le preghiere del Forni e quelle del Cavalierino segretario del Marchese, i quali ne lo sconfortavano gagliardamente [114] ; volle avviarsi a Ferrara, dove in luogo della quiete e del porto, trovò il precipizio e la ruina.

Giunto colà nei 21 di Febbrajo del 1579, non accolto dal Duca nè dalle Principesse; sfuggito, dispregiato, e inumanamente scacciato dai Cortigiani [115] ; non ricevuto nelle sue solite stanze di Corte, dopo varj sforzi da lui fatti perchè attenuto gli fosse almeno quel che eragli stato promesso; pare che prorompesse in false, pazze e temerarie parole contro al Duca: per le quali fu preso, e incarcerato nello spedale dei dementi di Sant’Anna.

Or chi voglia ben considerare l’ordine degli avvenimenti, le lusinghe colle quali è invitato al ritorno; la spedizione a posta del Gentiluomo del Duca a Pesaro [116] per indurlo a tornare: le promesse che il Duca fa al Cardinale Albani [117] ; e le insinuazioni con le quali lo persuade il Cardinale di recarvisi nell’occasione delle nozze del Duca Alfonso colla Gonzaga: infine l’accoglienza ch’ei ne riceve (indegna di qualunque uomo onorato, non che d’un Torquato Tasso) e la presunzione degli eccessi ne’ quali per sì fatto trattamento, dovea trascorrere; sarà certo che le parole false, pazze e temerarie (quasi provocate da quei trattamenti) furono a bella posta provocate, per dare un’apparenza di giusta causa al suo imprigionamento.

E per dimostrarlo basta leggere gli argomenti contrarj del Sorassi. Essi son quattro.

Primo. In una Lettera al Duca, dopo avere esaltato la Clemenza, dice il Tasso: «Mi gitto ai piè della vostra Clemenza, clementissimo Signore: e la supplico che mi voglia dare il perdono delle false, e pazze, e temerarie parole per le quali fui messo prigione. » Ma questo esclude, che oltre le parole dette contro al Duca, non avesse altre colpe? Riflette quindi giustamente il Muratori [118] che i Principi saggi o non curano le lingue degl’inferiori [119] , o si sbrigano dei servi maldicenti, con dar loro congedo. Ed io aggiungo, che nella stessa lettera il Serassi dissimula le frasi più importanti, le quali formano la spiegazione delle antecedenti, e che sono queste: « Ed insieme operare che gli errori di tutte le altre mie temerità mi sian perdonati. »

Or si dimanda quali erano, e di che natura erano gli errori delle sue temerità?

Secondo. Nella lettera ad Ercole Rondinelli [120] dice: Venni due anni sono a Ferrara, e « non impetrando dal Serenissimo Sig. Duca quelle grazie, che il Cardinal Albano m’aveva data intenzione che impetrerei, per soverchio d’ira e d’immaginazione trascorsi in alcuni errori, per li quali fui imprigionato. » Questo nulla dice più dell’antecedente.

Terzo. Nel Discorso al Gonzaga: « Nè giudico men degne di perdono le parole, che io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo, ma in quell’ occasione adiratissimo. » E questo pur dice meno degli altri.

Quarto. Scrive alla Duchessa Margherita Gonzaga, dopo ch’ era uscito di Sant’ Anna, e riparatosi a Mantova, in corte di suo fratello: « Io non le dimando perdono de’ pensieri, o dell’intenzione, colla quale io non feci torto ad altri, che a me stesso; ma delle parole, in cui ebbe maggior colpa la violenza degli altri, che la mia volontà». Si consideri profondamente questo luogo, e si vedrà che si applicano maravigliosamente all’intenzione in cui egli era (e al desiderio), d’esser corrisposto nell’amore; e alle parole che può aver poi dette preso dall’ira di vedersi tanto indegnamente trattato, dopo il secondo suo ritorno, com’ei lo fu.

In nota riporta il Serassi un frammento di lettera, senza indirizzo [121] : « Io delle parole dimando perdono, perchè nelle parole solamente sono colpevole». Aggiunge tre versi della Canzone [122] alle Principesse

Merto le pene, errai,

Errai, confesso, e pure

Rea fu la lingua, il cor si scusa e nega, ec.

e termina in fine col principio d’un Sonetto al Duca [123] :

Generoso Signor, se mi trascorse

Mia lingua sì, che ti nojasse in parte,

Non fu mossa dal cor, che ad onorarte

Devoto intende, e sè per duol rimorse:

i quali tre luoghi non dicono più, e forse dicono assai meno, di quelli sopra riportati. E se si volesse anzi sottilizzare, nei 3 versi della Canzone alle Principesse, si potrebbe intendere che le parole furono un pretesto, come altri l’intenderebbe nel verso 12 di questo Sonetto medesimo, dove si legge

Ma pur mia ragion somma è sommo torto.

Ristringendo dunque le molte pagine del Serassi in un sol periodo, egli conclude che il Tasso fu rinchiuso in S. Anna per false, pazze e temerarie parole pronunziate contro al Duca, delle quali è la confessione del Poeta. Ma contro questa confessione, strappatagli dalla violenza delle acerbità che soffriva [124] , sta una dichiarazione del Tasso medesimo, nel Discorso al Gonzaga [125] , dove senza inviluppo di frasi si legge; « In somma io non l’offesi mai, se non con alcune parole leggiere, le quali sogliono spesso udirsi nelle bocche de’ cortigiani mal soddisfatti.» E quindi aggiunge che anche le parole furon dette condizionatamente; e che non eran di molta importanza.

Or si domanda, se a meno di credere il Duca un crudelissimo tiranno, può supporsi che solo per alcune parole, di poca importanza, e dette condizionatamente, abbia potuto punire il Tasso con pena più acerba in un tale uomo della morte medesima. Ecco adunque caduta tutta la macchina del Serassi.

Ma lasciando a parte ancora questa chiarissima dichiarazione del Tasso, rispetto all’importanza delle parole pronunziate contro al Duca; poteva egli convenientemente manifestare la vera causa del suo imprigionamento, quando ne dimandava la liberazione, scrivendo a persone aderenti, o benaffette del Duca? Gli argomenti negativi dunque del Serassi sono di pochissima importanza: e quando lo fossero di maggiore, nulla proverebbero, perchè la causa apparente dell’imprigionamento non esclude l’occulta: e perchè tutte le circonlocuzioni, gli artifizj, le dissimulazioni, e le appuntellate frasi del Serassi, sono vinte e rovesciate da queste brevi parole del Tasso medesimo al Duca d’Urbino ( come a colui, al quale per la protezione che ne avea presa, e per essere al fatto di come stavano le cose, e perchè doveva avergliene tenuto proposito nella sua permanenza in Urbino, poteva parlar liberamente): «Supplico V. A. Serenissima, che mi voglia favorir col Duca mio Signore... acciocchè io possa uscir di questa prigione di S. Anna, senza ricever noja delle cose, che per frenesia ho dette e fatte in materia d’amore [126] . Sicchè non v’ erano parole sole, ma fatti ancora: e la dissimulazione del Serassi di questa lettera non fa certamente onore alla sua lealtà. In appoggio a questa gran testimonianza, spontanea del reo medesimo, si aggiunge quello che scriveva egli stesso al Gonzaga, nel Maggio 1579, cioè dopo due mesi di prigionia : « E son sicuro, che se colei, che così poco alla mia amorevolezza ha corrisposto, in tale stato, ed in tale afflizione mi vedesse, avrebbe alcuna compassione di me [127] . »

E la confessione di falli amorosi han riconosciuto tutti gl’interpreti, il Bidelli, il Manso e il Bottali nel Sonetto, che comincia

Già il Can micidiale e la Nemea [128] ;

e il Manso specialmente, il quale indica che ne’ seguenti versi, con che il Sonetto si termina:

Ma se vedesse ciò che il mio cor serra,

Diria : Chi non perdona ai fidi amanti,

In cui per fè s’adempie ogni difetto?

viene espresso non essere stata « ne’ suoi errori colpa di volontà, nè mancamento di lealtà, ma trapassamento d’affetto, e rapimento di devozione [129] » .

Il Sonetto qui citato è fatto per un’Angela, favorita del Duca Alfonso, per la quale altri 3 Sonetti scrisse mentr’egli era in Sant’Anna. Ne’ due primi [130] la prega di portare al Duca le sue preghiere; e di farlo uscire della fosca angusta cella dove stava rinchiuso; e nel terzo chiaramente dice l’angelica sua voce

Chieda pietà per un che canta e piange

Gli error suoi folli [131] ;

nuova prova di quanto abbiamo dimostrato.

Ripensando poi a chi era il Tasso, e a chi era costei [132] , come non si dovrà compiangerne doppiamente la sorte?

Ma qui si potrà per ultimo rifugio da taluno soggiungere, che non per punizione, ma solo per farlo più liberamente curare, fu dal Duca fatto custodire il Tasso nello Spedal di Sant’Anna; e questa testimonianza l’abbiamo dal Manso, con quelle parole: «Perchè il Duca pensò di far opera degna della sua umanità in procurando coll’ «ajuto dei medicamenti di poterlo all’intera sanità restituire. E perchè a ciò si potesse dai medici con maggior provvedimento vacare, gli fece assegnare ottime ed agiatissime stanze in Sant’Anna, ec. »

Che in quei tristi tempi, nei quali sì pericoloso era lo scrivere il vero, il Manso per timore in cotal modo scrivesse, convien concederlo alle circostanze nelle quali ei trovavasi: ma che egli dissimulava, lo proverebbe, quando ogn’altro argomento mancasse, la particolarità delle ottime, agiatissime stanze, che sono un’aperta menzogna. Udiamo quel che ne dice il Poeta.

Non erano quattro, giorni, da che vi si trovava rinchiuso, che rivolto alle Principesse, esclamava :

Alme suore d’Alfonso, il terzo giro

Ha già compiuto il gran pianeta eterno,

Ch’ io dallo strazio afflitto e dallo scherno

Di fortuna crudele, egro sospiro.

Lasso! vile ed indigno  è ciò ch’ io miro

A me d’ intorno [133] .

E le Principesse furono sorde.

Si rivolge allora alla Duchessa Margherita Gonzaga, sposa d’Alfonso. E a lei parla di stanza per curarlo, o di carcere?

« Sonano i gran palagi, e i tetti adorni

« Di canto: io sol di pianto il carcer tetro

Fo risonar. Questa è la data fede?

Son questi i miei bramati alti ritorni!? [134]

dal che chiaramente apparisce non solo che rinchiuso era in un tetro carcere; ma che fede eragli stata data; e ch’erasi mostrato di bramare il suo ritorno.

A che farlo? se voleva il Duca poi accoglierlo come abbiam veduto? e perchè così accoglierlo, se non per provocarne il risentimento? Perchè provocarlo, se non per trarne un pretesto di chiuderlo in carcere, e di punirlo? – E di che guisa punirlo!

La Lettera al Gonzaga, con cui gli descrive [135] la sua disgrazia, romperebbe un cuor di sasso dalla pietà. «Oppresso dal peso di tante sciagure ha messo in abbandono ogni pensiero di gloria e di onore. Angustiato dalla sete, desidera la condizione stessa dei bruti, che ne’ fonti e ne’ fiumi liberamente la spengono. Ed accresce l’orrore del suo stato d’indignità che gli conviene usare, lo squallore della barba, e delle chiome, e degli abiti, e la sordidezza e ’l sucidume, da cui mirasi circondato».

Il Serassi, per giustificare un tal trattamento quasi provocato dalla sua condotta, reca quelle parole del Tasso al Gonzaga stesso, che il Duca nel principio delle sue sventure (due anni innanzi!) gli mostrava affetto non di padrone, ma di fratello: ma perchè tace di quel che segue? Perchè dissimula, che nel Discorso medesimo [136] ei ne dice, quasi forzato dal dolore: « Non ricuso di ricever quella pena; ben m’ incresce che contra me s’ usi non usata severità; e nuova maniera di gastighi contra me si vada immaginando? » E dopo queste orribili parole, in che c’incontriamo? in una lacuna riempiuta da.... Che cosa conteneva la lacuna? s’ignora. Indi prosegue: « E mi rincresce, che coloro, i quali dovrebbero essere se non sollevatori, almeno confortatori nelle miserie, sono ministri del rigore, ed esecutori delle acerbità; e duro mi pare.... » Che è quello, che parevagli duro? Una seconda lacuna lo tace . E son queste le sole? no; ma se ne incontrano alla pag. 239, e alla 240, e alla 243, e alla 256, nelle quali lacune arcane cose dovean contenersi; perchè il Sandelli, che pubblicò per la prima volta quel Discorso, credè opera prudente il sopprimerle. Il MS. originale del Tasso, e dal Sandelli copiato, per quante ricerche io n’abbia fatte, m’è stato impossibile rinvenirlo.

Ma con quale animo potè dissimulare il Serassi la certa prova della volontà del Duca nell’imporre al Tasso che pazzo si mostrasse; quando ella è chiaramente indicata nel Discorso medesimo coquelle parole [137] di sopra già riportate: «Nè questi miei novelli errori, dopo l’ultima mia partenza di Ferrara, mi dovrebbero essere imputati; perciocchè Chi vuole che altri divenga forsennato non si dee dolere, s’egli (fra la disperazione di non poter fare le cose non possibili, e fra la confusione di tutte le cose, e fra l’agitazione di mille speranze e di mille sospetti) non può por freno o modo alla pazzia.

Sicchè si era voluto ch’ei divenisse forsennato: e dopo le due fughe gli si rimproverava quasi di non averne ben rappresentata la parte, e di non averci posto modo. E proseguendo a scusarsi, aggiunge: « Nè si può dire che io mi sia partito dal mio onesto proponimento [138]; ma piuttosto, che io ne sia stato a forza sospinto e discacciato .... » E segue una nuova lacuna; la quale potrà riempiersi col dritto senso, da chiunque non l’abbia perduto.

Nè gioverà il dire che tanto innanzi, quanto in progresso di quel Discorso, si parla di nemici, e si entra in mille particolarità, lontane affatto dalla questione; che quando uno scrive stando rinchiuso, e in assoluta potestà d’altri, quello che giova a gratificar colui, che lo tiene stretto in sua balìa, non può aver peso nel giudizio della posterità. Le lodi, e le testimonianze di onore si hanno per non date e per non fatte: mentre al contrario ogni parola che gli sfugge in biasimo, ed ogni cenno di accusa, si ha per la minima parte di quel più, che il misero è sforzato a tacere.

Ed appunto fra queste parole sfuggitegli, e di cui non resta che un cenno, è la dichiarazione della causa arcana delle sue sventure. Essa derivò da versi lascivi. Eccone le parole nel Discorso al Gonzaga: E se alcuna cosa quasi loglio fra il grano, era in lor di lascivo, si sa ch’era mia intenzione di rimoverla [139] . E questa lascivia, per essere materia di sì gran punizione, doveva necessariamente riguardare una persona della Famiglia sovrana.

Dal fin qui detto parmi che sia chiaramente dimostrato:

1.     Che il Tasso amò e lungamente di ferventissimo amore la Principessa Eleonora d’ Este:

2      Che un amico perfido, che che ne fosse la cagione, svelò quello ch’ei sapeva di tali amori:

3.     Che invitato dal Tasso a disdirsi, e negandolo, ne ricevè da lui una guanciata nel Cortile del ducal Palazzo di Ferrara:

4.     Che fino a quest’epoca nulla s’era manifestato, nè tampoco mormorato della sua pazzia:

5.     Che il primo cenno se n’ ebbe poco dopo; quando per un’avventura (che si andò dicendo essere stata il trarre d’un coltello dietro d’un servo in camera della Duchessa d’Urbino) fu arrestato, e tenuto in custodia nei camerini del Cortile del Palazzo:

6.     Che presto liberato, e condotto dal Duca Alfonso per diporto alla real villeggiatura di Bel Riguardo, soffrì dal Duca stesso una tortura morale, dove manifestò cose, per le quali fu dichiarato pazzo, e quindi inviato nel Convento di San Francesco, per farsi curare:

7.     Che dopo avere colà scritto, e operato in modo da farsi creder tale, fuggitosi dieci giorni di poi, andò errando a Napoli, a Roma, senza dar segni di frenesia:

8.     Che desiderando di tornare a Ferrara, la condizione apposta dal Duca al suo ritorno, fu quella di farsi curare dell’ infermità della mente:

9.     Che tornato, e fuggitosi di nuovo, dichiarò nella sua assenza da Ferrara: – Che mai pazzo non fu: – Che lo avea finto per gratificarsi il Duca: – Che il Duca stesso gli aveva fatto intendere esser questa la sua volontà:

10.   Che, dopo tal dichiarazione fatta al Duca di Urbino, al Gonzaga, e all’Arciprete Lamberti; cercò il Duca Alfonso di riaverlo nelle mani; e che vi furono promesse date, e sicurezze offerte, acciò ritornasse:

11.   Che, recatosi a Ferrara, ricevè dispetti e dispregi, per cui si lagnò della fede mancata, con pazze e temerarie parole:

12.   Che per esse, rinchiuso in una tetra carcere, nello Spedale dei dementi; benchè si trovasse in forza altrui, scrisse al Gonzaga [140] : Che si era voluto che egli divenisse mentecatto: e che la causa, o una almeno delle cause, furono versi lascivi.

Questi dodici punti storici mi sembrano chiaramente provati colla semplice autorità delle sue Rime, delle sue Lettere, e de’ suoi Discorsi già conosciuti e noti da due secoli. E parmi qui conveniente di ripetere quello che solea dire Michelangelo ad altro proposito: «La statua è dentro il marmo: cercatela, che la troverete:» colla differenza per altro, che per trovar la statua nel marmo è necessaria una gran perizia, mentre per trovare la verità negli scritti basta buona fede, e studio indefesso.

A questi fatti già dimostrati; è facile d’aggiungere col ragionamento, che siccome dopo l’avventura, per cui fu chiuso il Tasso nei camerini del Cortile del Palazzo, susseguì la Lettera del Veniero al Granduca di Toscana, nella quale è il primo cenno della sua pazzia (ed è solo di 12 giorni anteriore al viaggio di Bel Riguardo), ciò fa credere che il Duca, avendo già l’animo predisposto a quello che avvenne, si servì d’ un Ministro Estero, affine di preparare gli animi dei Principi a udire che pazzo andava divenendo un sì grand’uomo, acciò non si maravigliassero quando poi tale sarebbe interamente dichiarato. Nè temerario giudizio parrà questo, quando si rifletta che il Tasso pazzo non era, ma che il Duca tale lo volle: e dal volerlo tale poco prima, o poco dopo, la differenza è ben lieve.

Recatosi a Bel Riguardo, siccome niuno accusa se medesimo, senza che n’esistano o sospetti, o prove, sarà forza di ammettere che esse esistessero in mano del Duca, sulle quali egli, usando arti insolite ed aspro rigore, cercava di trarre da lui parole, che viemaggiormente lo facevano contro di esso adirare. E siccome le prove non potevano consistere che in quei versi lascivi sopra nominati (e tutti sanno che versi di tal genere non si pubblicano, ma si tengono segretissimi), così ciascuno intende che in mano del Duca essi non possono essere caduti se non se pel tradimento di chi glieli avrà rapiti dal luogo dove ei gli teneva rinchiusi. E qui si conchiude colla prova e del magnano [141] che un servo del Montecuccoli, mentre egli era assente, vide di notte entrare nelle sue stanze: e della chiave falsa [142] fatta fare dai suoi nemici ad una cassetta, dove teneva le sue scritture, che più gelosamente custodiva dell’altre.

E qui terminar potrei questo mio Ragionamento; poichè parmi d’aver lucidamente esposto quali furono gli amori di Torquato Tasso, e quale fu la vera causa della sua prigionia. Ma credo, che per la storia del cuore umano due altre ricerche sieno necessarie . Quali cioè furono i Versi lascivi, che cagionarono la sua condanna: e perchè la Duchessa Eleonora così poco alla sua amorevolezza corrispose, sino al punto di farlo pentire d’averla amata [143] . E chiunque il cuore umano conosce, intende che queste due ricerche non ne fanno che una sola.

Essendo dunque certo, che le sue scritture le più riposte furono esaminate dai suoi nemici; e che fra esse dovevansi trovar principalmente i Sonetti e i Madrigali Amorosi ( o in altra materia) fatti per servigio d’alcun amico, che, quando passò in Francia, se mai fosse morto, desiderava che restassero sepolti con lui; qual maraviglia, che quelli fossero principalmente involati?

Ho notato al principio di questo Ragionamento la contradizione, la qual salta agli occhi di tutti, fra il picciolo interesse che destar debbono Componimenti scritti per servigio d’alcun amico, e la gran premura che ivi mostra il Tasso, perchè non veggano essi la luce: e qui ripeto l’osservazione già di sopra esposta [144] , non esser cioè presumibile che il Tasso avesse prestata la sua penna e il suo ministero in ufficj di questa sorte, anco a favore de’ più intrinseci amici; che se fra i Componimenti che diconsi scritti per servigio d’alcuno se ne troveranno di tali, che al Poeta e alla sua Donna si possano riferire; e se il tenore ne sarà imprudente al segno da far tremare per lui, quando giungessero a veder la luce; si verrà nel tempo stesso a conoscere ch’egli aveva ben giusta causa di apporvi una falsa intitolazione, e di commettere al Rondinelli (a cui li lasciava, partendo), se mai venisse a morire, di farli seppellire con esso ; perchè scoperti, anco dopo morte, avrebbero nociuto alla sua fama; come scoperti in vita produssero la sua mina.

A conferma di ciò vien la conseguenza, che si dee trarre da quel luogo accennato di sopra, nel Discorso al Gonzaga, dove parlando dei suoi Versi dice : « Se alcuna cosa, quasi loglio fra il grano , era in lor di LASCIVO, si sa che era mia intenzione di rimuoverla.... [145] .

Ora, a che questa offerta, fatta al Duca, se i versi lascivi avessero riguardato una persona per esso indifferente? E a che usarsi da esso aspro rigore ed arti insolite, per venire a capo di conoscere la persona, per la quale i versi erano scritti? A che adirarsi di mano in mano, che traeva di bocca al misero Tasso, in questa morale tortura, e parole ed atti; se gli atti e le parole riguardato non avessero una persona che gli fosse appartenuta da presso?

Ciò stabilito, ricerchiamo colle Rime già stampate alla mano, quali possono essere stati i Componimenti, che furono la causa di tanta sua sventura. Cominciamo da quelli che non han titolo, e indi scenderemo a quelli che lo hanno falso.

E qui ricorre la conferma di quella sentenza, che di rado cioè manifestasi un’opinione generale anche falsa sopra un fatto, che non abbia, se non altro, un lontano principio di vero.

Fu opinion generale ( reco le parole del Serassi ) « che trovandosi il buon Torquato un giorno in corte, accostatosi alla Principessa Eleonora per rispondere ad una interrogazione di lei, e trasportato da un estro più che poetico, la baciasse in volto ec. [146] .

Io non prenderò la difesa di questa opinione; ma dirò che se il Tasso a tanto in pubblico non giunse, tentò di giungervi bene, e più volte, in privato. Eccone la prova [147] :

Il cor, che m’involò, Donna, un furtivo

Vostro sguardo dal petto e lusinghiero,

Fu chiuso nel sen vostro; e ’n carcer fiero

D’ esca amara nudrissi egro e mal vivo .

Ed io d’in sulle labbra, ov’egli privo

D’ogni speme m’apparve e prigioniero,

Spesso pensai rapirlo ( alto pensiero! ),

Ma disdegno il frenò superbo e schivo.

Questo Sonetto manca nella Prima Parte delle Rime impresse da Aldo nel 1581; e manca nella Seconda, pubblicata dallo stesso nell’ anno seguente. Trovasi solo, e senza intitolazione, nella Scelta impressa dal Baldini nel 1582 in 4.o : nè, vivente il Tasso, fu mai più ristampato, sia dal Vasalini, sia dal Licino, nelle Quattro Parti che seguirono le due prime, sia da altri. Questa mancanza può credersi senza perchè? Non vi sarà uomo sensato che lo pensi.

E a servir di commento al sopraccitato viene il seguente. Lo pone il Bidelli : Per la sua Donna che navigava sul Po; e il Vasalini nella P. III. per confondere ogni idea, lo segna con strambo argomento: Per le Signore Vittoria Tassona, e Ippolita Bentivoglia [148] .

Tu godi il Sol, ch’agli occhi miei s’asconde,

Invida Re de’ fiumi, e quel tesoro

Ricco m’involi, ond’ hai l’arena d’oro,

E di freschi smeraldi ambe le sponde.

Or gli sei specchio, or fonte, or fiori e fronde

Tessi, per farle al crin vago lavoro,

Mentr’ Ella in dolce ed amoroso coro

Solca le tue qui lente e placide onde.

Foss’io nocchier di sì leggiadro legno,

Allorchè ’l ciel ogni suo lume vela,

Per esser sol dalla mia stella scorto!

E i sospir fosser l’aura, il cor la vela;

E tu, mio caro e prezioso pegno,

Fossi la merce, e queste braccia il porto!

Chi non conosce che nell’argomento del Vasalini è taciuto il nome della Principessa, che navigava in sul Po con quelle due Signore, dal Poeta indicate nel settimo verso? E venendo alla chiusa, potrebb’ella esser più manifestamente ardita e più imprudentemente temeraria?

In questi due Componimenti per altro non vediamo che desiderj; ma espressi con una passione, che oltrepassa ogni misura. Or dai desiderj veniamo all’esposizione del compimento di essi. Il seguente Dialogo trovasi nella detta Scelta in 4. e senza titolo: ma, ugualmente che il sopraccitato Sonetto del Bacio, non ricomparve mai più stampato, finchè il Tasso fu vivo.

DIALOGO [149]

AMANTE, AMORE.

Amante. Tu, ch’ i più chiusi affetti

Miri, spiando entro agli accesi petti,

Sciogli i miei dubbj, Amore,

E porgi dolce refrigerio al core.

Qualor Madonna alle mie labbra giunge

La sua bocca soave,

Quasi il vedermi seco a lei sia grave,

Chiudendo gli occhi, i suoi be’ rai m’asconde.

Amore.    Questo pensier li punge?

Per questo si confonde,

Da timor vano oppressa,

L’ alma, e per questo la tua gioja cessa?

Amante . Il pensier, che l’annoi

L’umiltà mia, di sua bellezza indegna,

Questo timor m’insegna; e turba poi

La mia letizia interna,

E m’ è cagion d’un’aspra pena eterna.

Amore. Sai che soverchia gioja

Fa che un’alma si muoja, e torni in vita;

Però se la gradita

Tua Donna, allor ch’i dolci baci accoglie,

I suoi tremuli rai t’invola e toglie;

Ciò vien però che dolcemente langue

La sua virtute, e lascia il corpo esangue;

Nè dar spirto a’ begli occhi, od alle membra

Vigor più le rimembra;

Ma di gioconda morte

Fiacca languendo gode in sulle porte.

Amante. Dunque con qual rimedio

Potrò levarle un così fatto assedio?

Acciocchè lieto miri

Il lampeggiar di due cortesi giri?

Amore . Dalle pietosamente

Morte, che di tal morte ella è bramosa;

Che solo ha per suo fin vita giojosa.

Quando per la prima volta m’imbattei (son già varj anni, e, senz’averne fatto un esame comparato) in questo inescusabile Componimento, mi apparve chiara come un lampo e la causa delle sventure del Tasso, e il fondamento della divulgata opinione del Bacio. Non era un bacio dato alla Principessa in pubblico; ma un Componimento, in cui cantavasi ch’egli ottenuto avea questo favore, la causa delle sue sventure. Qualunque scusa egli abbia potuto addurre al Duca sul non aver titolo questo Dialogo [150] , stava pur contro di lui la presunzione, perchè in trenta componimenti erasi annunziato amante della Principessa; e più ancora vi stava quel concetto del verso 14, dove dichiarandosi indegno di lei, mostrava che teneva Madonna infinitamente al di sopra di se stesso: e al di sopra del grado suo di gentiluomo non v’ è che il grado sovrano [151] .

Ma nulla passa i termini d’ogni rispetto, e di ogni delicato riguardo, quanto i due Sonetti, di che si parla nella Memoria lasciata al Rondinella in occasione della sua partenza per Francia.

Furono essi indicati come Per M. G. C. alla sua Donna : ma dopo quanto abbiam veduto e toccato con mano, chi sarà che voglia, o possa crederlo? Ed anche, astrazion fatta da quanto abbiam discorso e veduto, come non si discoprirebbe la verità nell’argomento (la sua constanza cioè nell’amarla, durante l’assenza?) e come tradito non sarebbe il segreto del cuore dalla passione che vi regna?

E tanto il Tasso se ne compiacque, che in due maniere ravvolge i concetti medesimi; ma in ambedue sempre inescusabili, e per sua sventura troppo chiari. E non giova recar per difesa la malignità degli uomini, o della Fortuna, che ha mandate in luce le carte destinate a rimaner nelle tenebre. E il dovere, e il rispetto, e l’amore stesso gli facevano una legge di non le scrivere [152] .

––– 258 –––

Donna, di me doppia vittoria aveste,

Prima colla beltà, poi col diletto,

Quando il mio amor gradiste, e ’l nobil petto

Vostro al mio fido per pietà giungeste.

Il mio cor servo allor così vi feste,

Ch’altro mai d’altra più non fu soggetto:

Sicchè del pensier nulla, e dell’affetto,

Che non sia vostro, in me par che non reste.

Ma, perchè perda io pur la vostra vista,

E i vostri abbracciamenti, or di se stesso

Alcuna parte il cor già non racquista.

Anzi è vostro lontan, come da presso,

Ed arde sì, che fiamma egual mai vista

Non fu in Sicilia, ov’è il Gigante oppressa.

––– 259 –––

Prima colla beltà voi mi vinceste,

Poscia colla pietà, quando al mio petto

Il nobil vostro fu sì unito e stretto,

Che non vi s’interpose invida veste.

E servo in guisa lo mio cor rendeste,

Ch’egli di suo servaggio ebbe diletto:

E vi diede il pensier, vi diè l’affetto,

Onde nulla di suo par che gli reste.

« Nè perchè quel, che non gli tolse orgoglio,

Lontananza or gli tolga, ei di se stesso

Tenta picciola parte a voi ritorre.

Ma lunge è vostro pur, com’era appresso;

Ed arde sì, che suole in cavo scoglio

Sicilia bella minor fiamma accorre.

Ciascuno può di per sè comprendere i furori, che debbono aver destato tali componimenti nel Duca; e qual lieve barriera allo sdegno debbe aver opposto l’intitolazione in questi, e la non intitolazione negli altri; quasichè con un falso argomento si potesse sfuggire alle conseguenze di sì chiari concetti.

Ciò non ostante, non dico già che non potesse Torquato, poeticamente parlando, finger quello che non era, ma che solo ardentemente desiderava: dico bensì, che andati essi versi sotto gli occhi del Duca, e posti insieme con gli altri del Real seno, suo terreno Paradiso, e colla fiamma che gli distrugge il core per la Donna Reale, dovevano spingerlo, per tutte le cause, che in sì fatte circostanze prevalgono, a volere intendere il vero, e intenderlo dalla bocca stessa del Poeta, sino al punto di adoprar quelle insolite arti e quell’aspro rigore onde trargli di bocca il nome della persona di cui parlava in quei versi.

E qui la verità comparisce nella sua più gran luce dalle testimonianze del Poeta. Che egli fu condannato per versi lascivi, lo dice nel Discorso al Gonzaga: e che il Duca gli traeva di bocca parole che lo facevano adirare, lo dice, nel Sonetto all’Anima di suo padre. E il Duca non poteva adirarsi a tal segno per parole che riguardassero un’estranea.

Come poteva dunque la Principessa non essere indignata da sì fatti concetti? e come poteva ella dimenticare che, per l’eccellenza stessa dell’arte sua, non solo rendevasi pubblico, ma immortale nella posterità quello che (vero, o non vero che fosse, o concepito dalla speranza, o creato dall’immaginazione) dovea restar sepolto in un eterno silenzio?

Un Madrigale poi, che tocca lo stesso oggetto espresso nella prima quartina de’ Sonetti, trovavasi fra i MSS. originali del Tasso, appartenenti già al Foppa, ereditati dalla Casa Falconieri, e acquistati in fine del 1825 dal Sig. Dawson Tourner di Norfolk, Gentiluomo Inglese, che me li comunicò, lasciandomene per somma cortesia prender copia. Esso è il seguente [153] :

Soavissimo bacio,

Del mio lungo servir con tanta fede

Dolcissima mercede;

Felicissimo ardire

Della man, che ne tocca

Tutta tremante il delicato seno!

Mentre di bocca in bocca

L’anima per dolcezza allor vien meno.

Ma siccome mi sono proposto di non citare altri documenti, se non quelli su i quali non può cader dubbio, e che sono già stampati e riconosciuti per opera del Tasso, quindi è che indico questo come esistente, ma non intendo di trarre da esso conseguenza veruna. (*Vedremo nell’Appendice che è del Tasso, e che trovasi autografo nella R. Biblioteca di Modena.)

I quattro di sopra indicati [154] , e che sono i più lascivi tra quanti ne scrisse (e ne ho fatto minutissimo e replicato esame), bastano soli per mostrarci come il Duca infierì contro di lui, e come la Principessa dovè esserne indignata. Sia che il Tasso scrivesse il vero, sia che scrivesse per effetto d’immaginazione, e che descrivesse come già ottenuto quello che solo ardentemente desiderava; non è da maravigliarsi della freddezza mostrata dalla Principessa nelle sue sventure, poichè ferita l’aveva nel più vivo del cuore. Questi versi non erano, è vero, destinati a veder la luce: ma l’averli anco solamente scritti, costituisce una colpa, che le donne di alto animo possono perdonare sì [155] , ma non dimenticare giammai.

Farà maraviglia forse, in questo secolo, che io ammetta la possibilità che il Tasso scrivesse, per effetto d’immaginazione, quello che vero non era: ma cesserà la maraviglia quando si pensi 1.° Che la Duchessa gli perdonò: 2.° Che il Duca Alfonso non lo fece morire.

Il primo argomento può esser fallace, quantunque si parta da quanto si nasconde nel più recondito del cuore umano; ma che ciascuno sente in se medesimo. Si può perdonare a chi, per eccesso d’affetto, finge a se stesso un bene non ottenuto, ma non a chi svela l’eccesso della nostra debolezza come per un trionfo.

Il secondo argomento poi, per i pochi che intendono (e questi soli mi bastano) è perentorio. Si leggano le storie arcane di quei tempi, e i casi della prima moglie del Duca, Lucrezia de’ Medici, figlia di Cosimo I. e quelli anche più miserandi di Maria sorella di lei; nè rimarrà dubbio su quanto dico. E quando anco, per una straordinaria eccezione, gli avesse risparmiata la vita, non lo avrebbe il Duca fatto mai liberare. Ma, siccome credè che il Tasso non avesse scritto il vero, condannandolo a mostrare d’aver perduto il senno, la pena fu sproporzionata all’offesa: e la carcerazione in S. Anna, perchè egli protestò, di non averlo perduto, non fu pena, ma vendetta. Ho detto, cominciando questo mio Discorso, che i Versi pubblicati dal chiarissimo Sig. Betti, e riconosciuti di mano del Tasso dal celebre Monsig. Mai [156] , non avrebbero se non confermato quello che aveva in animo di mostrare: e ciascun vede come la verità siasi manifestata, senza aver chiamato quelli in appoggio; ma giovano essi mirabilmente alla conferma di quanto parmi d’aver dimostrato. La quartina seguente,

Quando sarà che d’Eleonora mia

Possa godere in libertade amore?

Ah! pietoso il destin tanto mi dia!

Addio cetra, addio lauri, addio rossore:

porta nella faccia opposta della carta, ma di carattere assai posteriore: « Si crede che il presente, ritrovato fra gli scritti del Tasso, o strappato dalle sue mani, e presentato al Duca, fosse la causa del duello, e delle sue disgrazie.» Pare dunque che questi quattro versi fossero manifestati dall’amico perfido, di cui si è di sopra parlato [157] : conosciuti i quali, dovè cominciare l’indagine degli altri.

L’Ottava contemporaneamente pubblicata dal prelodato Sig. Betti, è la seguente:

Fiamma d’amor, che mi divori il petto,

Spengi una volta il tuo fatale ardore:

Libertade perdei; e d’intelletto

Privo mi vuol l’irato mio Signore:

D’ Eleonora ottener non puoi l’affetto;

Dunque a che giova un disperato amore?

Vanne lungi da me, vanne in eterno,

Il fuoco ad aumentar giù nell’Averno.

E questa pure nulla di più nè di meno ci dice di quello, che già sappiamo: i sentimenti dei versi 5 e 6 son d’accordo con quel che scrisse poco inanzi questo tempo de’ suoi

. . . trilustri

Affanni, e de’ suoi spesi indarno inchiostri:

ma più chiaramente dimostrano l’imbecillità di tanti bacalari, che giudicar vogliono delle più recondite questioni storiche, senza studio, senza dottrina, e senza giudizio. Questa Ottava sembrami dettata quand’egli fu chiuso per la prima volta nei camerini di palazzo, come indica il terzo verso; e quando dal Veniero si scrisse al Granduca di Toscana che il Tasso andava perdendo il senno. Il verso quinto tronca ogni questione rispetto alla corrispondenza amorosa tra il Poeta e la Principessa. L’Ottava non era certo destinata a veder la luce: è un semplice abbozzo; quindi è della più alta importanza per la storia arcana di quell’avvenimento.

Chiunque poi sospettar potesse della autenticità d’ambedue questi frammenti (come da alcuno m’è stato scritto) potrebbe più facilmente combatterli per la parte letteraria, che per la parte storica: benchè sempre sarebbe da rispondersi, che non son dessi altro che abbozzi, destinati a ricever la lima; e riceverla da colui, che dicea di far duri i suoi versi, onde meglio polirli [158] .

Nulla dunque questi frammenti aggiungono a quanto si è già dimostrato; ma giovano infinitamente a comprovare con chiara testimonianza che il Duca lo volea privo d’intelletto, e che tale in effetto non era; se pure non vuolsi prendere per segno di demenza l’ostinarsi nell’amore di una donna, la quale non gli corrispondeva che con amicizia.

E tanto giova la buona fede nella ricerca dei fatti storici; e più anco la ferma volontà di scoprir quello che avvenne, e non quello che giovar possa a un prediletto sistema; che mentre io stava ponendo all’ordine queste carte, mi venne trasmessa da Roma con rara cortesia dal soprallodato Signor Betti la seguente, che pur di mano del Tasso conserva il Signor Conte Alberti:

Tormi potevi, alto Signor, la vita,

Che de’ Monarchi è . . . . . dritto;

Ma tormi quel, che la bontà infinita

Senno mi diè, perchè d’ amore ho scritto,

( D’ amore, a cui natura e il ciel n’ invita )

È delitto maggior d’ogni delitto.

Perdon chiedei, tu mel negasti: addio:

Mi pento ognor del pentimento mio.

Questa stanza pare scritta innanzi la sua fuga da San Francesco, quando non potè più lungamente sopportare l’avvilimento di comparir mentecatto. Essa conferma quanto ho esposto, che la sua punizione derivò dall’avere scritto troppo liberamente d’amore.

I versi lascivi dunque furono la causa della terribil condanna: versi, che non sarebbero stati puniti con tanto rigore, se contro un privato soltanto fosse stata l’offesa.

Non penso d’avere trattato una questione oziosa, perchè i casi del Tasso furono tra gli avvenimenti più strepitosi in Italia, sul finir del Secolo XVI, di quel secolo sì fecondo in avvenimenti . Non so se m’inganni, ma vorrei pur confidarmi d’avere aggiunto una pagina alla storia del cuore umano; e sparso una goccia di balsamo sulle ferite, che gli uomini, i quali si danno alle lettere, ricevono per lo più dall’amor di parte, dall’ignoranza, e dalla malignità. Essi avran sempre di che consolarsi col confronto delle immense sciagure, in cui l’invidia precipitò un sì gran Genio; poichè per invidia si svelarono i suoi amori; e traendo dalle tenebre, in cui stavano nascosti, i temerarj suoi versi, fu abbandonato allo sdegno e alle vendette del Duca.

Note

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[1] Trovasi nel Giornale Arcadico, 1827, mese di Ottobre.

[2] E se io sono al ver timido amico ec.

[3] Tom. I. pag. 262 dell’edizione di Brescia. — La Canzone è piena di eleganza, ma non è tenera; né contiene, nella minima parte, quella dolcezza d’affetto, che trovasi nelle altre composizioni scritte per le donne veramente amate da lui.

[4] S’ innamorò d’una Donna, mentr’era in compagnia di due altre.

[5] Rime, T. I, Sonetto 274 dell’ edizione di Pisa del 1822..

[6] Serassi, T. I, pag.136,138.

[7] Ho detto pone; perchè, avendo aggiunto il Tasso a queste Rime, le sue Esposizioni; non parmi probabile che lasciasse ad altri l’incarico degli argomenti. Ma quando anco ciò fosse non che probabile, provato; non potevano quelli esservi posti senza la sua approvazione, e consenso; lo che riviene allo stesso. L’edizione di Brescia è del 1792; e sarà illustrata nell’Appendice.

[8] I Sonetti sono i seguenti: (Rime, T. I.) 16, 20, 72, 96, 97, 99, 100, 101, 105, 106, 110, 111, 112, 113, 114, 119, 120, 123, 139, 159, 188, 274, 313, 389, 431. I Madrigali ( Rime T. II.) sono i 22, 23, 24, 25, 42, 43, 45, 47, 51, 58, 130, 131, 138, 139, 140, 141, 164 165, 166, 167, 168, 181, 194, 209, 210, 295, 300, 301, 305, ne’ quali tutti, se manca il titolo, è nominata L’aura, o il Lauro. E oltre la Corona, pag. 107, la Sestina II, pag. 145 e la III, ancora pag. 147, la quale dall’Esposizione si deduce esser fatta per Lei. Di più nel T. III. i Sonetti 162 e 214. Le ragioni, per cui sembra che la Canzone : Amor tu vedi ec. per Lei sia fatta, e non per la Principessa, trovansi esposte nelle Avvertenze T. II. delle Rime, pag. 287.

[9] Si riporta in seguito. Ved. alla Nota (32).

[10] Rime, T. I, Son.3.

[11] Serassi, T. II, pag. 31.

[12] Vedi sopra a pag. 9, v. 8

[13] Serassi ib. pag. 31.

[14] Lettere, T. V. pag. 68, fra le Inedite.

[15] Serassi, T. II. pag. 34.

[16] Serassi, ib.

[17] Questo dovè essere scritto prima che Aldo pubblicasse la Prima Parte delle Rime, lo che fa nel 1581; dopo il principio della sua prigionia, che accadde nel 1579; e prima che morisse la Principessa Eleonora, che avvenne il 10 febbrajo del 1581.

[18] Per i curiosi di queste minute investigazioni, dirò che i Componimenti del Tasso, in quella Raccolta, sono i seguenti :

Pag. 61. Torquato Tasso, detto il Pentito.

Sonetti 1. Avean gli atti leggiadri, e ’l vago aspetto.

2 Su l’ampia fronte il crespo oro lucente.

3 Ninfa, onde lieto è di Diana il coro.

4 Fuggite, egre mie cure, aspri martiri.

5. Veggio quando tal vista Amor m’impetra.

6. Amor, se fia giammai che dolce io tocchi.

7. Ove tra care danze in bel soggiorno.

8. Ai servigj d’Amor ministro eletto.

9. Chiaro cristallo alla mia Donna offersi.

10. Re degli altri, superbo, altero fiume.

11. I freddi e muti pesci avvezzi ornai.

12. Erbe felici che già in sorte aveste.

Madrig.  1. Poi che Madonna sdegna.

 2. Amor l’alma m’allaccia.

Sonetti 13. Aura, ch’or quinci intorno scherzi e vole.

14. Chi di non pure fiamme acceso ha ’l core.

15. Vedrò dagli anni in mia vendetta ancora.

16. Quando avran queste luci e queste chiome.

17. Quando vedrò nel verno il crine sparso.

18. Chi chiuder brama a’ pensier vili il core.

19. Non fia mai che ’l bel viso in me non reste.

20. M’apre talor Madonna il suo celeste.

21. Tu vedi, Amor, come col dì se ’n vole.

22. Giacea la mia virtù vinta e smarrita.

23. Io vidi un tempo di pietoso affetto.

24. Qualor pietosa i miei lamenti accoglie.

25. Sentiv’ io già correr di morte il gelo.

26. Stavasi Amor, quasi in suo regno, assiso.

27. O nemica d’Amor, che sì ti rendi.

28. Arsi gran tempo, e del mio foco indegno.

29. Non più cresp’oro, ed ambra tersa e pura.

30. Mentre soggetto al tuo spietato regno.

31. Ahi qual angue infernale entro ’l mio seno.

32. Poi che in vostro terren vil Tasso alberga.

33. In questi colli, in queste istesse rive.

34. Chi ’l pelago d’Amor a solcar viene.

35. Come fra ’l gelo d’onestà s’accenda.

36. Ben per suo danno in te sì larga parte.

37. Ahi! ben è reo destin, che ’nvidia e toglie.

38. Padre del Cielo, or che atra nube il calle.

Canzoni 1. Amor, tu vedi, e non hai duolo, o sdegno.

2. Mentre che a venerar moron le genti.

[19] T. I, pag. 244 alla nota (3).

[20] Sono adesso i detti MSS. nella Biblioteca di S. A. I. e R. il Granduca di Toscana. Il Sonetto trovasi a pag, 232, 233.

[21] V. Madrigale 25, Rime, T. II.

[22] Vedi Sonetto 105, e l’Esposizione al verso 12. Rime, Tomo I.

[23] In 4.° per Baccio Baldini, colla Dedica alla Duchessa d’Urbino.

[24] Fu sposata nel 26 Novembre del 1570. Il Tasso giunse a Parigi nel Gennajo 1571. Serassi, T. I, pag. 174.

[25] Serassi, T. I, pag. 145.

[26] Nella Canzone 111: Mentre che a venerar movon le genti.

[27] Rime, T. II, Son. 115.

[28] Cento sono gli esempj : bastino per tutti, Isabella dei Medici Orsini, ed Eleonora di Toledo dei Medici; la prima strozzata, la seconda uccisa a colpi di pugnale; ambedue per mano del marito loro nel 1576; cioè mentre il Tasso scriveva.

[29] Era nata l’Eleonora nel 1535, e nel 1536 la Lucrezia.

[30] Tra ’l bianco viso e ’l molle e casto petto ec.

[31] Ecco la variante, come ora si legge: V. Son. 12 , Tom. II.

E s’egli mai trapassa ad altro obietto,

Là, dove lungo amore e sugge e beve,

E dove caro premio alfin si deve,

Ch’adempia le sue grazie, e ’l mio diletto ec.

[32] Guarino, Opere T. II, pag. 30, ediz. di Verona.

[33] Leggasi a pag. 157 del Serassi, T. I, e fra le Rime, T. I, Son. 189.

Tu che in forma di Dea, ec.

[34] Rime, T. I, Son. 92.

[35] Ib. Son. 32.

[36] Son. 14.

[37] Son. 10.

[38] Son. 11.

[39] Son. 138.

[40] Son. 49.

[41] Son. 77.

[42] Serassi, T. I, pag. 172. V. Appendici, § 1.

[43] Ariosto.

[44] Rime, T. I. Son. 23; fra gli Eterei 5.

[45] Il Son. 22; fra gli Eterei 4.

[46] Ib. Son. 18; fra gli Eterei 22.

[47] Si leggano i due Sonetti 28, e 29; fra gli Eterei 8, e 9.

Ai servigi d’amor ministro eletto,

e

Chiaro cristallo alla mia Donna offersi.

Questi non possono esser fatti per la Scandiano, perchè allora non la conosceva: nè per la Laura, perchè, giovinetta com’era, non poteva dalla madre esser lasciata in balia di se stessa.

[48] Rime, Son. 31, fra gli Eterei il 6.

[49] Ib. Son. 42, fra gli Eterei 25.

[50] Ib. Son. 57, degli Eterei 16.

[51] Ib. Son. 61, degli Eterei 24.

[52] Serassi, T.I. pag. 200.

[53] Serassi, T.I, pag. 186.

[54] Il Ginguené, senza prove, ma per un suo particolar sentimento, scrive che il Sonetto

Negli anni acerbi tuoi purpurea rosa,

fu fatto per l’Eleonora, non per la Duchessa d’Urbino: ma n’esiste la prova convincente, ed è che il Poeta nella edizione di Brescia, cominciando il Sonetto

Già solevi parer vermiglia rosa,

lo intitola: alla sua Donna.

[55] T.I. pag. 203.

[56] Benché il Serassi, pag. 203, citi una Lettera del Guarini al Bentivoglio, per mostrare che soverchiato era alla corte dalla grazia e dall’aura del Pigna; qui non si tratta d’aura di corte, ma di gelosia di affetto, e di preminenza nel cuore della Principessa.

[57] Serassi. Ib.

[58] Sett. 1573, da Castel Durante.

[59] Questo Sonetto, ch’ è il 95 delle Rime Eroiche, è intitolato ad un Amico Ingrato: ma, riflettendoci meglio, vedesi che fu scritto per la Principessa.

[60] Nel 1585.

[61] Come si deduce anco dalla Lettera al Gonzaga. V. Serassi, T. I, pag. 222.

[62] Ebbe però per detrattori tutti i poetastri del suo tempo.

[63] Serassi, T. I, pag. 243.

[64] Rose, che l’arte invidiosa ammira, ec. il qual Sonetto trovasi tra le Rime del Guarino, e tra quelle del Tasso.

[65] Serassi, T. I, pag. 259, 60, 61, l66) Accadde veramente nel cortile.

[66] Serassi, T. I, pag. 267.

[67] La Lettera, del 10 Ottobre 1576, ad Orazio Capponi.

[68] Scrivendo a Orazio Ariosto, pronipote del gran Lodovico, che nelle note sue stanze « gli attribuiva senza riserva la Corona e il Principato di tutto il Toscano Parnaso»: Questa, dice, già dal giudizio dei dotti e del mondo, e dal parere non che d’altri di me stesso, è stata posta sovra le chiome di quel vostro, a cui sarebbe più difficile il torla, che non era it torre ad Ercole la mazza. La Lettera è del 16 di Gennajo del 1577.

[69] Lettera al Sig. Guido Baldo, Marchese del Monte. Serassi, T. I, pag. 275.

[70] Serassi, T. I, pag. 277. Leggasi tutto il luogo e il Memoriale fatto all’Inquisizione. Nel Discorso al Gonzaga poi confessa che dubitava di moltissime cose della Fede Cristiana. T. I. dei Discorsi, pag. 233.

[71] Lettera del Coccapani al Duca ec. Vedasi Serassi, T.I, pag. 278-79.

[72] Serassi, T. I, pag. 278.

[73] Ib. 279.

[74] Ib.

[75] Pag. 249.

[76] Pag. 250.

[77] Ib.

[78] Ib.

[79] Lettera VII fra le inedite, del 2 Giugno 1576.

[80] Serassi, pag. 259. Nomina poi il Montecatino, il Giraldini come principali: e il Maddalò, il Patrizio, il Bertazzuolo, e anche Orazio Ariosto come complici.

[81] Veggansi i due Sonetti nel Serassi, pag. 265. T. I. Quello del Tasso è fra le Rime Amorose il 207.

[82] È la DCLII nel T. II, pag. 269.

[83] Serassi, pag. 280, T. I.

[84] Ib. pag. 281.

[85] Ib. pag. 283.

[86] Traduz. del Pompei.

[87] Dec. I. L. I. 57.

[88] Il Serassi non riporta intera la lettera: ma può vedersi Dell’Appendice delle Lettere Inedite, a pag. 20.

[89] Ib. Pag. 23, v. 10.

[90] Si noti che tale, in quei tempi, era il compenso di sottrarsi alla vendetta dei potenti, per i falli in materia d’amore. Abbiamo nella Cronaca del Settimanni, che Alessandro figlio del Capitano Gaci, uno de’ primi innamorati di Eleonora di Toledo, moglie di Don Pietro de’ Medici figlio di Cosimo I, spaventato dalle minacce di persona potente, fuggì di Firenze e si andò a far Cappuccino. Anguillesi, Storia de’ Palazzi di Toscana, ec. pag. 200.

[91] Ser. T. I, pag, 269.

[92] Lettera al Duca d’Urbino.

[93] Lettera de’ 22 Marzo 1578 del Duca ai suoi Ministri a Roma. Ma quando poi egli dirà parole (ingiuriose sì, e temerarie, ma pur parole) il Duca farà prendere, e gettare uno degl’Ingegni che più abbiano onorato l’umana specie, in uno spedal di dementi, Serassi, T. II, pag. 8.

[94] T. II, pag. 11.

[95] Lettera al Duca d’ Urbino sopraccitata.

[96] Lettera al Duca d’Urbino, pag. 304.

[97] Discorso al Gonzaga, pag. 242.

[98] Lettera al Duca d’Urbino, pag. 302.

[99] Ib.

[100] Ib.

[101] Intendevasi che fosse il Tasso al suo servizio.

[102] Dice il Serassi: «Dubito che nel racconto di questi fatti il Tasso abbia ecceduto.» E perchè? «Per dare alla sorella delle nuove piacevoli.» Poteva il Serassi scrivere tali cose di buona fede? Il fatto del gentiluomo mandato a posta è vero, o no? se è vero, non potè il Tasso eccedere nel racconto: se non è vero, non ha solo ecceduto, ma sfacciatamente ha mentito. Il Serassi non ha prove; dunque non si può combattere un fatto asserito con un dubbio.

[103] Per dissensioni fra il Duca e la moglie. La Canzone citata è quella, che comincia:

O del grande Apennino.

[104] Lettera al Duca d’ Urbino.

[105] La fama malignamente vulgata della sua pazzia. Lettere, T. I, pag. 288.

[106] Sospenda ogni credenza, che le potesse essere stata impressa della mia pazzia. Lett T. IV, pag. 140.

[107] Comincia: Falso è il romor che suona; ed è il 166 del T. III, tra le Rime Eroiche.

[108] Lettera al Granduca di Toscana del 12 Luglio 1578, presso il Serassi, T. II, pag. 14.

[109] Il 1 di Dicembre del 1578 al Cataneo. Lettere Inedite, pag. 63.

[110] Serassi, T. II, pag. 26.

[111] Ib.

[112] Ib. pag. 30.

[113] Si ha da lui stesso, nella Canzone alle Principesse di Ferrara. Ved. Rime, T. IV, pag. 97.

« Chi mi guidò; chi chiuse,

« Lasso! chi m’affidò, chi mi deluse!

[114] Ib. pag.31.

[115] Lettera al Cardinale Albani.

[116] Vedi sopra, pag. 70.

[117] Serassi,T.II, pag. 30.

[118] Lettera al Zeno, T. IV, delle Lettere, pag. 120.

[119] Come in varj incontri fece il gran Federigo di Prussia.

[120] Serassi, T. II, pag. 33.

[121] Lettere Inedite, T. V, pag. 190.

[122] Rime, T. IV, pag. 98.

[123] Rime, T. III, pag.64.

[124] Vedasi più sotto, dove si parlerà del modo, col quale era trattato nei primi giorni della sua carcerazione in Sant’Anna.

[125] Discorsi, T. I, pag. 243.

[126] La parola Amore è segnata con . . . . nell’ edizioni; ma il Muratori nelle Lettere al Zeno (Lettere, T. IV, pag. 121 ) e il Manso nella Vita (Cap. XIII ) la suppliscono.

[127] Lettera al Gonzaga, T. IV, pag. 337.

[128] Rime, T. I, Son. 344.

[129] Nella Vita, Cap. XIII.

[130] T. I, Son. 228, 229.

[131] Son. 239.

[132] Misero Torquato! che non solo a questa favorita del Duca, ma per fino al buffone di Corte ricorre, per impetrar pietà, ma non l’ottiene. Veggansi le Rime, T. IV. pag. 217:

Opra col tuo Signor che si disserri

La mia prigione, o tu con un fendente

Manda in pezzi le porte e i catenacci, ec.

[133] Rime,T. I, Son. 343.

[134] Rime,T. I, Son. 426.

[135] Lettera al Gonzaga, T. IV, pag. 336, 337.

[136] Discorsi, T. I, pag. 242.

[137] Pag. 242, là.

[138] Che corrisponde con quel che più velatamente disse nella Lettera al Duca d’Urbino, parlando di esser terzo fra Bruto e Solone, per gratificarselo .

[139] Discorsi, T. I, pag. 242.

[140] Il Discorso al Gonzaga dovette essere stato tenuto segreto, perchè non si pubblicò dal Sandelli che nel 1627.

[141] Lettera al Gonzaga, T. II, pag. 270.

[142] Lettera ad Orazio Capponi del 10 Ottobre 1571, Serassi, T. I, pag. 276.

[143] «Per cui servii molt’ anni, ed or men pento.»

[144] Vedi sopra, pag. 36.

[145] Discorsi, T. I, pag. 242.

[146] Veggasi il luogo, pag. 9, T. II, e la nota 3, con cui si aggiunge che tanto era divulgata questa, ch’ ei chiama favola (e ch’io chiamerò falsa opinione), che Scipione Errico, nella sua Commedia intitolata le Rivolte di Parnaso, introducendovi il Caporali, che presenta il Tasso a Calliope, fa loro far questo dialogo:

Caporali. Signor Torquato, accostatevi.

Tasso . Eccomi pronto al dolce impero di persona sì grande.

Caporali. Lontano, fratello; tu hai certa virtù, che subito corri a baciare.

[147] Rime, T. I, Son. 348.

[148] Ib. Son. 185.

[149] Rime, T. II, pag. 119.

[150] Pare che adducesse questa scusa, là dove dice (Rime, T. III, Sonetto 88).

Pesi col bene il mal, col dubbio il certo:

intendendo la dubbiezza dell’argomento.

[151] Egli, come altrove si è detto, si riguardava come non inferiore ad alcuno, fra i gentiluomini, e perchè era gentiluomo e perchè era il Tasso. E questa opinione continuò in lui, anche dopo le sue disgrazie: sicché scriveva da Mantova, dopo la sua liberazione, al celebre Ascanio Mori ( il Novellatore ): «Non posso vivere in città, dove tutti i nobili o non mi concedano i primi luoghi, o alla meno non si contentino, che la cosa, in quel che appartiene a queste esteriori dimostrazioni, vada del pari. » Lett. T. I, pag. 154.

[152] Rime, T. I, Son. 258, 259.

[153] Fra le Rime inedite, il lxii.

[154] Il Sonetto, il Dialogo, e i 2 Sonetti fatti per M. G. C.

[155] Come in fatti gli perdonò. Ne abbiamo la prova nel Sonetto 247 delle Rime Amorose scritto alle due sorelle Eleonora e Lucrezia, innanzi che la prima morisse:

Figlie del grande Alcide, ed è pur vero,...

Ch’Amor pietose del mio duol vi fece?

Duol fortunato! ec.

[156] Furono trovati fra i MSS. di Casa Falconieri, ereditati dal Foppa, ora posseduti dal Sig. Conte Alberti.

[157] V. sopra nota (66).

[158] La mia tenera Jole

Duri chiama i miei carmi:

Ma che? son duri, e pur son belli, i marmi: ec.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011