Angelo Fabroni

ELOGIO  DI  TORQUATO  TASSO.

1732-1803

Edizione di riferimento:

Angelo Fabroni, Elogi di Dante Alighieri, di Ludovico Ariosto, di Angelo Poliziano, di Torquato Tasso, Parma dalla Stamperia Reale MDXXX

Dopo le fatiche di molti illustri Scrittori noi ancora intraprendiamo di far l'Elogio del maggior Epico nostro, che più d'ogni altro ebbe a soffrire quel crudele anatema, che la Natura, facendo nascere gli uomini rari, sembra talvolta di compiacersi di pronunziare: Sii grand'uomo e sii infelice. Ebbe Torquato Tasso il suo nascimento in Sorrento il dì 11 di Marzo del 1544, Città ricca e deliziosa, ove il Padre di lui Bernardo per liberal concessione di Ferrante Sanseverino Principe di Salerno, ai servizj di cui in qualità di primo Segretario era stato chiamato fin dall'anno 1531 , viveva a sè, alla famiglia e alle Muse. Porzia de' Rossi, nobile Famiglia originaria di Pistoja, che la fortuna grandemente favorì traspiantata in Napoli, era la moglie di lui; donna bellissima e costumatissima, che due pegni gli dette dell'amor suo, un maschio morto in tenera età, ed una femmina, prima di dare alla luce Torquato. La fama, in cui salì questo sovrano Poeta, fece sì che varie illustri Città, come si legge d'Omero, siensi contese l'onore di essergli patria. Sorrento a cagion della nascita, Napoli per la madre e per la educazione, Ferrara per la dimora fattavi oltre vent'anni, e Bergamo per la famiglia e per l'origine paterna. Ei però non riconobbe mai altra Città per sua vera patria se non quest'ultima, in cui la nobile Famiglia de' Tassi dopo la dimora fatta in Almenno, terra riguardevole distante sole cinque miglia da Bergamo, e poi in Cornelio, contrada alpestre della valle Brembana, di cui si fe' signora, fissò la sua sede nel secolo xiv. L'avversa fortuna, che bersagliò Bernardo fino alla morte, l'obbligò di abbandonare i patrj lari, e gli fu nemica a segno tale, che dopo di aver seguito il suo Signore alle Corti di Cesare e del Re di Francia, e rendutogli servizj importantissimi e col consiglio e coll'opera, e fatto ancor partecipe delle disgrazie, a cui soggiacque, non ne riportò altra ricompensa, se non se quella, che da sè sola può sperare un'anima nobile e virtuosa destinata a combattere contro l'ingiustizia e l'ingratitudine .

Nelle molte e varie e sempre infelici vicende del Padre, Torquato, condotto dalla Madre in Napoli, vi ebbe la sua prima letteraria educazione presso i Padri della nascente allora Compagnia di Gesù; e ne' tre anni, che frequentò le loro scuole, cioè dal settimo fino al decimo dell'età sua, non solo apprese perfettamente la lingua latina, di cui però aveva avuti i principj da un certo Angeluzzo suo ajo, ma s'incamminò molto ben ancor nella greca, e tanto profittò nell'arte di scrivere, da comporre e recitare orazioni e versi, che destarono un'insolita maraviglia in tutti quelli che gli ascoltarono. Non minori furono i progressi, che fece nella pietà, che poi l'accompagnò in tutto il corso di sua vita. Correva l'anno 1554, quando Bernardo, tornato di Francia colla buona grazia del suo Signore, credè di poter trovare un asilo in Roma, che lo mettesse al coperto delle persecuzioni degl'Imperiali. Chiamò pertanto presso di se il suo Torquato , lieto di avergli procurato un Maestro, che reputava il primo d'Italia, eruditissimo e possessore di tutte due le lingue, gentiluomo di costumi, e che non aveva parte alcuna di pedante [1] . Invano si adoprò d'avere ancora la figliuola e la moglie, che contro sua voglia trattenuta in Napoli per le indegne arti de' fratelli, ed oppressa dal dolore di essere separata dal marito e dal figlio, improvvisamente finì i suoi giorni il dì 13 di Febbrajo dell'anno 1556. Molte Lettere, una Canzone, e quarantanove Sonetti sono un'illustre testimonianza dei pregi singolarissimi di questa donna, e della desolazione, che apportò la perdita di lei a Bernardo, il quale, leggendo queste sue dolorose rime a Torquato, destò nell'animo di lui un maraviglioso desiderio di battere le vestigia paterne, e di darsi interamente allo studio della Poesia, mercè la quale vedeva essere lui salito in tanta rinomanza. Si suscitò intanto un'aspra guerra tra Filippo II e il Pontefice Paolo IV, per la quale Bernardo, incorso già nell'odio della parte Spagnuola, non credendosi sicuro in Roma, abbandonò le speranze di miglior fortuna avuta da' nipoti del Papa e il soggiorno di quella Città, e mandato prima il figlio a Bergamo, ritornò all'ombra del magnanimo Guidubaldo II Duca d'Urbino, che seguendo le gloriose orme paterne ed avite dava volentieri favore e ricetto agli uomini letterati.

Potè Torquato ne' pochi mesi della sua dimora in Bergamo continuare lo studio delle Lettere latine e greche, che con maggior ardore coltivò ancora con quello delle Matematiche e della Filosofìa nella Corte d'Urbino, ove chiamato dal Padre, fu così graziosamente accolto dal Duca, che, sorpreso dall'eccellenza de' suoi talenti, lo destinò compagno negli studj al Principe Francesco-Maria suo figliuolo, colla certa speranza, che gli avrebbe servito di esempio e di emulazione. Fin d'allora nacque fra loro una reciproca amicizia e stima, che poi l'età non solo confermò, ma accrebbe ancora. Ai più nobili studj aggiunse altresì Torquato quello dell'arti cavalleresche; nè vi era liberale esercizio, che dai più distinti soggetti in quella Corte non si professasse. Dopo due interi anni di dimora in essa, costretto di seguire il Padre, che gl'inviti di una nobile compagnia di dotti e fioriti ingegni sotto il nome di Accademia Veneziana condussero in quella Città per istamparvi il suo Poema intitolato L'Amadigi, e le altre Rime sue, mentre egli servì di ajuto a quest'impresa copiando una gran parte degli scritti paterni, provvide anche a se medesimo, prendendo da ciò motivo di conoscere a fondo le regole, e di cogliere i più bei fiori del gentilissimo parlar nostro Toscano.

Per grandi che fossero le speranze concepite da Bernardo della felice riuscita nelle lettere del suo Torquato, la propria esperienza però gli aveva insegnato, che la fortuna non era sempre compagna delle medesime; onde deliberò d'inviarlo a Padova, perchè in quella rinomatissima Università attendesse particolarmente alla Giurisprudenza, che reputava l'unica scienza, che aprisse la via agli onori, e liberasse dalla dolorosa necessità o di languir nell'indigenza, o di sagrificarsi alla protezione e al capriccio de' Grandi. L'aridità però di questa mal si adattava al vivacissimo ingegno di Torquato; e perciò di nascoso ritornava ai suoi geniali studj, frutto de' quali fu il Poemetto del Rinaldo, composto l'anno dopo della sua dimora in Padova, quando non giungeva per anco al diciottesimo dell'età sua [2] . Come Longino disse dell'Odissea, ch'era un'opera da vecchio, ma da vecchio Omero, può dirsi ancora, che il Rinaldo era bensì un'opera da giovane, ma da giovane Torquato Tasso , che sola poteva bastare a presagire a qual sublime grado egli avrebbe innalzato Tepopeia italiana. Pubblicato nel 1862, anche per consenso del Padre, mosso non solo dal proprio giudizio, ma anche da quello altresì di due nobilissimi Poeti, il Molino e il Veniero, alla censura de' quali il Poeta lo sottopose , destò subito gran maraviglia, accresciuta dalla giovanile età, e dal sapersi ch'era nato tra le spine legali nel breve spazio di soli dieci mesi. Nè certamente dèe reputarsi piccola lode quella di aver congiunto coi pregi della fantasia un retto giudizio, studiandosi di dare, per quanto si poteva, alla favola l'unità tanto raccomandata da Aristotele, senza ammettervi parti oziose, e con ristringere tutti i fatti del suo Eroe in una sola azione. Il maggior premio, che ritraesse Torquato da questo suo lavoro, fu la permissione di attendere a quegli studj, che più erano confacenti al suo genio; e frequentando le scuole non solo del Robertello e del Sigonio, e la camera di Sperone Speroni, che somigliò a quell'Accademia e a quel Liceo, in cui i Socrati e i Platoni avevano in uso di disputare, e le lezioni di due celebratissimi Filosofi Francesco Piccocolomini, e Federigo Pendasio, acquistò tal corredo di dottrina, da potere un giorno far gloriosa mostra di se non men di sovrano Poeta, che di profondo Filosofante.

Rinasceva per così dire allora l'Università di Bologna, perchè decaduta dal suo antico splendore, e ciò mediante le cure di Mons. Pier Donato Cesi Vescovo di Narni, Prelato di gran mente, cui il Sommo Pontefice Pio IV aveva confidato il governo di quella Città. Che ella fiorisse non sol per Maestri di celebrata dottrina, ma anche per Scolari di raro ingegno, ne sono una prova i premurosi inviti da lui fatti a Torquato, perchè seguitasse colà i suoi precettori il Sigonio e il Pandasio. Vi si arrendè volentieri; e quel tenor di vita, che condusse per due anni in Padova, giovandosi della voce e della famigliarità di tutti quelli che potevano istruirlo, lo conservò in Bologna, nè mai abbandonò il fortunato pensiero concepito fino dal tempo della sua dimora in quella prima Città, di scrivere un Poema sopra la Conquista di Gerusalemme fatta dalle armi Cristiane sotto il comando di Gottifredo Buglione; argomento da lui reputato il più grande e il più adattato a ricevere tutte le vaghezze poetiche. Esiste tuttora l'abbozzo de' tre primi Canti indirizzato a Guidubaldo della Rovere Duca d'Urbino, sotto la cui protezione il Tasso viveva in Bologna; dal che può dedursi, ch'egli vi si affaticasse interno l'anno 1563, che era il diciannovesimo dell'età sua. L'aver egli tra le centosedici stanze, onde è formato questo abbozzo, reputato alcune degne di essere inserite nel Poema, quando lo ripigliò tralasciato, è un'evidente prova della maravigliosa disposizione, ch'ebbe sin dalla prima giovanezza, alla magniloquenza eroica. Nell'ozio tranquillo di questi studj accadde cosa, che colpì vivamente l'animo di Torquato, che alla singolarità dei talenti univa un'onestà senza pari. Un mal fondato sospetto, che egli fosse autore d'una Satira, che malamente lacerava alcuni Scolari, Lettori, e Gentiluomini della Città, produsse l'ordine di carcerarlo; e perchè non fu trovato nella propria casa, se gl'involarono tutte le scritture, e si consegnarono ai Giudici criminali. Pien di sdegno per un affronto sì strano, incontanente partì da Bologna, e dopo una breve dimora in Castelvetro, Feudo della Casa Rangona, si condusse a Correggio per visitare la Signora di quel luogo Claudia Rangona, una delle più illustri e valorose donne, che per senno, per cultura d'ingegno, e per bellezza fossero mai fiorite. Quivi ricevè lettera da Scipione Gonzaga, con cui intimamente aveva vissuto in Padova, che lo invitava di ritornare a quella Città, e di onorare la sua casa e l'Accademia degli Eterei da lui medesimo di fresco fondata. Non fu sordo a sì grazioso invito; e così ebbe campo di continuare col primiero ardore i suoi favoriti studj, e quello massimamente della Filosofia, e di dimostrare la grandezza del suo sapere in quella sceltissima adunanza. Comunicò a questa in tre bellissimi discorsi su l'Arte Poetica i suoi dubbj intorno alla maniera di trattare il Poema eroico, e se era da preferirsi alla dilettevole varietà de' Romanzi, che tanto plauso aveva conciliato a molti, e spezialmente all'Ariosto, la stretta imitazione d'Omero e di Virgilio, che di una sola azione composero i lor Poemi. Compiuta ch'ebbe Torquato in Padova la carriera de' suoi studj, e nel mentre che il Padre dalla Corte del Duca d'Urbino era passato a quella del Duca di Mantova, fu costretto anche egli dalle domestiche angustie di procurarsi un liberal padrone, e lo trovò nel Cardinale Luigi d'Este, a cui aveva dedicato il Poema del Rinaldo. Entrò nella Corte di lui verso la fine dell'anno 1565, nel tempo appunto, che la Città di Ferrara era in feste per l'arrivo dell'Arciduchessa Barbara figliuola di Ferdinando I Imperatore, destinata per isposa ad Alfonso II, fratello del Cardinale, Principe sopra ogni altro valoroso e magnanimo. Non v'era forse in Italia Corte più brillante di quella dei Duchi di Ferrara, e fra le altre persone la decoravano due Principesse bellissime della persona, leggiadrissime nelle maniere, che accompagnando la prudenza coll'ingegno e la maestà colla piacevolezza, lasciavano in dubbio per qual parte fossero più da lodarsi [3]. Confessa egli, che al vedere la prima volta Madama Leonora (che così l'una si chiamava, e l'altra Lucrezia ), ne fu commosso a segno da correre pericolo di restarne perdutamente invaghito, se la riverenza dovutale non poneva un freno ai moti del cuore [4]. Col favore di queste due sorelle, che grandissimo diletto prendeano dall'erudita conversazione di Torquato, fugli in breve aperto l'adito anche alla grazia del fratello il Duca Alfonso, che l'animò a proseguire rincominciato lavoro del Poema della Gerusalemme, che per ben due anni aveva intralasciato. Diede fiato allora alla sua tromba con altro tono, che non aveva fatto in principio, il che gli riuscì con tanta felicità, che in pochi mesi condusse a fine sei Canti interi. L'introduzione di Rinaldo per uno de' principali campioni dell'impresa, se non è autorizzata dalla Storia, perchè l'espugnazione di Gerusalemme accadde l'anno 1097, e la morte di Rinaldo da Este figliuolo di Bertoldo nel 1175. Servì però al Poeta per mostrare la sua gratitudine verso una Casa Sovrana, da cui era in ispezial modo onorato e favorito. Molte altre sono le composizioni fatte in questo tempo, che saranno un'eterna testimonianza de' sensi suoi gratissimi, e della stima e della maraviglia, che avevano destate in lui i rari meriti delle due Principesse. Queste al ritorno del Cardinale dal Conclave, in cui fu creato Sommo Pontefice Pio V, procurarono a Torquato varj comodi, e fra gli altri quello della tavola ordinaria, che non soleva accordarsi se non se ai famigliari più nobili e più confidenti. Tanti agi, tant'ozio e tanti onori rendettero men cauto Torquato a fuggire gl'inganni d'amore, da lui provati anche in più tenera età, come ne fanno fede le amorose Rime composte mentre attendeva agli studj in Bologna ed in Padova. Rare bellezze, vivacissimo e colto ingegno di Lucrezia Bendidio furono l'esca, che lo sedusse; e ben s'avvide egli, che avendo per rivale Giovambatista Pigna Segretario favorito del Duca, questa sua passione lo esponeva ad un evidente pericolo. Ad evitarlo credè opportuno di lusingare l'ambizion del medesimo prendendo ad illustrare con dotte considerazioni alcune Canzoni da lui fatte in lode, o come solea dire, in deificazione dell'amata. Per mostrare poi a questa e alla Corte tutta quanto s'intendeva d'amore, per tre continui giorni pubblicamente sostenne cinquanta Conclusioni amorose nell'Accademia Ferrarese, divenuta in quell'incontro un mirabil teatro di belle donne, e di cortesi Cavalieri. Non contento dell'applauso, che allora riscosse singolarissimo, vent'anni e più dopo riprese in mano quest'argomento, e ne formò quel bel Dialogo, che intitolò Il Cataneo, ovvero Delle Conclusioni.

Tra queste giovanili occupazioni l'animo sensibilissimo di Torquato ricevè uno de' più dolorosi colpi per la morte del Padre, a cui rendè gli ultimi ufficj nella Terra d'Ostia, luogo sul Po, che quei governava in nome del Duca di Mantova. Dopo di aver data tregua al suo dolore, invocò le Muse a celebrare le Nozze di Madama Lucrezia Principessa di Ferrara col Principe d'Urbino Francesco-Maria della Rovere, conchiuse nel verno del 1570, e con una nobile Orazione recitata nell'aprimento dell'Accademia Ferrarese, presente il Duca Alfonso medesimo, esaltò le glorie della Città di Ferrara e di quelli che la reggevano con colori sì proprj da sedurre l'ambizione degli ascoltanti, e da risvegliare l'invidia di tutti quelli che potevano aspirare allo stesso onore. S'ella perde un ornamento, e Torquato una protettrice nella partenza della Principessa Lucrezia, rimaneva però la sorella Leonora oltremodo gentile, e tutta dedita a coltivar la mente co' savj e dotti ragionamenti degli uomini letterati. Corteggiandola Torquato anche con maggiore assiduità di prima, e rendendole il rispetto e l'omaggio, di cui era degna, dette luogo all'invenzione [5] dell'amorosa passione della Principessa verso il Poeta, senza riflettere, che l'amore della virtù era in questa donna sì tenero, e per così dire sì delicato, che non parerle innocente quel che avrebbe potuto anche leggiermente adombrarlo.

Era sì indulgente il Cardinal Luigi verso Torquato, che senza esigere un assiduo servizio godeva anzi che dividesse le sue occupazioni tra i doveri della Corte e lo studio delle Lettere. Ma avendo deliberato di visitare in persona quelle Badie e l'Arcivescovado di Ausch, che aveva in Francia, e che la malvagia setta degli Ugonotti grandemente inquietava, ordinò a Torquato di seguitarlo coll'altra nobile comitiva, certissimo di fare con ciò cosa grata al Re Carlo IX. suo Cugino, il quale, siccome dilettante di poesia, e rimatore assai gentile nella sua lingua nativa, doveva aver caro di conoscere uno de' più grandi Poeti, che allora avesse l'Italia. Lietissimo di ciò Torquato , non prevedeva se non che onori ed applausi; e nel presentarlo che fece il Cardinale al Re, disse, che questi era il Cantore di Goffredo e degli Eroi francesi, che tanto si erano segnalati nella conquista di Gerusalemme. I molti contrassegni di stima, e le generose offerte di quel Sovrano sì fortemente risvegliarono l'invidia de' Cortigiani, che riuscì loro d'indurre tale variazione nell'animo del Cardinale verso Torquato di dargli non equivoci indizj, che non gradiva più nè la sua presenza nè il suo servizio. Tanto bastò a quell'anima nobilmente sdegnata per chiedere il suo congedo, e per tornarsene in Italia; il che successe su la fine dell'anno 1571. L'anno quasi intero, che dimorò in Parigi, fu da lui principalmente occupato in conoscere e in coltivare gli uomini per valore e per lettere celebrati, tra i quali meritò i suoi sinceri elogi Pier Ronsardo [6] , il maggior lirico che fin allora vantar potesse la Francia, e in esaminare i costumi, e lo stato civile e morale d'una nazione, che lo zelo religioso per l'estirpazione del Calvinismo agitava a segno di forzar molti o ad abbandonar la patria, o a prender le armi contro la medesima. Una lunga Lettera al Conte Ercole de' Contrari, che dopo un minuto racconto degli usi, costumanze, prodotti, ed arti della Francia, esamina in che debba cedere all'Italia, ed un Discorso scritto molti anni dopo sopra le controversie  religiose, che lasciò imperfetto, ben dimostrano, che nulla sfuggiva ai suoi occhi perspicacissimi, e forse dall'essere egli persuaso, che il timore e il castigo poteva essere il solo mezzo di richiamare gli Ugonotti al seno della Chiesa; e dalla libertà, con cui esponeva questo suo sentimento, presero alcuni motivo di calunniarlo presso il Cardinal suo signore.

La sincerità del suo zelo e l'innocenza della sua condotta poterono consolarlo in questa disgrazia, a riparar la quale fu pronta l'autorità e l'amorevolezza della Principessa d'Urbino e di Madama Leonora. Imperocché poco dopo ch'egli fu giunto in Italia e a Roma, dove aveva molti amici e protettori, che gli rendevano gratissimo il soggiorno in quella Città, ebbe avviso di essere stato ricevuto nella Corte del Duca Alfonso ; al che fece certamente allusione in que' versi:

Tu, magnanimo Alfonso, il qual ritogli

Al furor di fortuna, e guidi in porto

Me peregrino errante, e fra gli scogli

E fra l'onde agitato e quasi absorto ec.

Noi non citeremo che un solo luogo di un suo lungo Discorso al Signore Scipione Gonzaga, in cui racconta varj accidenti della sua vita, per provare quali onori e quali beneficenze ottenesse dal suo novello signore. Egli (dice), dalle tenebre della mia bassa fortuna alla luce ed alla reputazion della Corte rn innalzò; egli sollevandomi da' disagi, in vita assai comoda mi collocò; egli pose in pregio le cose mie coll'udirle spesso e volentieri, e coll'onorar me, che le leggeva, con ogni sorte di favore; egli mi fe' degno dell' onor della mensa, e dell'intrinsichezza del conversare; né da lui mi fu mai negata grazia alcuna, ch'io gli richiedessi. A tanta benignità seppe corrispondere Torquato; e allorché il Duca nel 1572 perdè la sua carissima Consorte Barbara d'Austria, egli con bella ed elegante Orazione ne encomiò le rare virtù, ed espose in altro scritto le molte ragioni, per le quali doveva Alfonso por freno al suo soverchio dolore. Alle Prose aggiunse i Versi, e con questi pianse ancora la morte accaduta quasi nello stesso tempo del Cardinale Ippolito II zio del Duca, Principe memorabile e per la magnificenza e per la protezione, che accordò ai Letterati.

Un nuovo carico si accrebbe alle letterarie occupazioni di Torquato, e fu quello di spiegare la Geometria e la Sfera nell'Università di Ferrara. Questi studj erano stati, come si disse, da lui coltivati nella Corte d'Urbino, e sapeva servirsene ancora per la Poesia, ove gli cadeva opportuno di far mostra della scienza delle cose celesti e terrestri. L'impresa, per esempio, dei due Cavalieri, che vanno in cerca di Rinaldo, non è ella forse un bel tratto di Geografia, che senza caricar la memoria sostiene l'immaginazione, ponendo in bella vista la strada che ogni viaggiatore dovrebbe tenere? Come sono bene espressi l'origine e i costumi dei popoli, che incontrano! quanto è felice la predizione della vicina scoperta dell'America! Tutto può servire a un Poeta, quando, come Torquato, possegga l'arte di servirsene a tempo, e di dare a quel ch'ei dice, novità e bellezza.

L'ozio onorato, in cui si trovava mercè la grazia del suo Signore, fece che attendesse più di proposito a ripulire e a perfezionare le parti già compiute della sua Gerusalemme. Era tale in lui la delicatezza del gusto e la maturità del giudizio, che non rifiniva mai di togliere e di mutare, e bramava sopra ogni cosa che gli episodj dipendessero necessariamente dall'azion principale, e tutti cospirassero al compimento dell'impresa. A sollevar poi l'animo, tutto immerso in questi gravi studj, intraprese di dar perfezione a quel genere di Poesia, che poc'anzi era nato nella stessa Corte di Ferrara per opera d'Agostino Beccari. Questo è il Dramma pastorale, che, non ricusando il soccorso della Musica, fu ricevuto subito con incredibile applauso, e risvegliò in molti il desiderio di trattarlo. Quanti però corsero questa carriera, dovettero confessare di cedere la palma al Tasso, che pubblicando il suo Aminta, composto in men di due mesi, ma però prima ideato, entrò nel glorioso possesso di esser chiamato il più elegante Poeta drammatico. E veramente trionfano nella Favola e la grazia dell'espressione, e la dolcezza del verso, e la leggiadria delle immagini, e la naturalezza degli effetti. Certe figure, certi traslati, certe immaginette, certi vezzi insomma, che possono parere imitazioni di Anacreonte, di Mosco e di Teocrito, sono adoperati in modo da mostrare, che sapeva sul tronco delle greche bellezze innestare, per così dire, le proprie, e quelle della sua lingua, da produrre un frutto di terzo sapore, per avventura anche più dolce e saporito del primo ed originario. Ad iscemare queste lodi a nulla valsero le critiche, per altro giuste, di stile talvolta troppo fiorito, di alcuni concetti più del dovere ingegnosi che a pastor non convenga, d'alcune parlate soverchiamente prolisse, di un intreccio non sempre verisimile, e di uno sviluppo alquanto sforzato; difetti che può scusare l'età giovanile del Poeta, e che posti in confronto delle singolari bellezze, come ombra svaniscono. Quei che vollero entrar dopo in questo sentiero di gloria, se tolgasi il Pastor fido del Guarino, e la Filli di Saro del Bonarelli, di gran lunga certamente inferiori all'Aminta, mostrarono la loro cieca presunzione, e per onore della Poesia italiana sparirono per sempre. La Favola si rappresentò per la prima volta con solenne apparato in Ferrara nel 1573; poi anche in Firenze, dirigendo le decorazioni il celebre Architetto Bontalenti: dalla bocca del Poeta volle ascoltarla la Principessa d'Urbino; ed appena vide colle stampe la pubblica luce, che fu tradotta nelle più colte lingue d'Europa.

Grazie all'Aminta rivide Torquato la Corte d'Urbino, e colla Principessa Lucrezia, che ne faceva il principale ornamento, visse più mesi e in campagna e in Città, invocando spesso le Muse a lodarne non solo le doti dell'animo, ma anche quelle del corpo; nel che fare però usò grandissimo artifizio, perchè ella s'accostava al quarantesimo anno dell'età sua. Nacque allora quel bel Sonetto, che comincia

Negli anni acerbi tuoi purpurea rosa

Sembravi tu eq.

e che a ragione si cita come uno dei più felici, che uscissero dalla penna di lui. Colmo d'onori e di doni tornò con lei a Ferrara, e fu allora che concepì l'idea di dare alla Scena italiana una Tragedia, che trionfasse, come l'Aminta, sopra tutte quelle che vi si rappresentavano. Si propose di formare l'inviluppo simile a quel dell'Edipo Tiranno di Sofocle,i cioè che contenesse riconoscimento e peripezia, e il riconoscimento di quella guisa appunto che Aristotele a tutte l'altre antepone, che si fa avvenire non per macchina o per opera di segni, ma necessariamente dalle cose poste innanzi, e per cui nasce incontanente la mutazione dello stato, e questo di felice in misero, che per sentimento de' migliori maestri è il più proprio della Tragedia. Galealto Re di Norvegia è il protagonista dell'azione, cui poscia cambiò nella persona di Torrismondo Re de' Goti. Terminato però appena il primo Atto e due scene del secondo, levò la mano dall'opera, forse perchè non piaceva al Duca ch'egli non attendesse unicamente a dar compimento al tanto suo aspettato Poema. Questo principio, che va in istampa col titolo di Tragedia non finita, dèe valutarsi ancor più dell'intera Tragedia del Torrismondo, perchè l'uno nato in tempi felici, l'altra in tempo calamitosissimo per infermità e disgrazie sofferte.

Il Poema era giunto allora a diciotto Canti; ma gli ultimi sei di questi non soddisfacevano punto il difficil giudizio del Poeta. Non vi era parte d'esso, che non volesse perfetta; e quantunque avesse studiata l'Arte della Guerra, non trascurò di consultare i più esperti, e spezialmente il Duca suo signore, che alla teorica aveva unita la pratica, su tutte quelle azioni militari, che dovevano aver luogo nella narrazione della sacra Guerra. Niuno antico e moderno Poeta può certamente contendere in ciò col nostro Torquato, da meritare per questo titolo un posto distinto tra gli Scrittori militari. Rassegne e marce d'Eserciti, posizioni vantaggiosamente scelte, campi assaltati, viveri impediti, assedio di grande e ben munita città, giornata campale, che decide dell'esito della guerra, ed altri minori incidenti non avrebbe saputo meglio descriverli un Generale assuefatto ai trionfi, Nel mentre che con un'ostinata applicazione attendeva a perfezionare il Poema fu obbligato di accrescere lo splendor della Corte, che accompagnava il Duca, mossosi ad incontrare Enrico III, che dalla Monarchia di Polonia passava a quella di Francia. Gli eccessivi calori provati in Venezia, e forse i disordini fatti nei banchetti reali, gli cagionarono una improvvisa quartana, accompagnata da così gran languidezza, che lo costrinse di rinunziare a qualunque applicazione. Non ricuperò la primiera salute se non verso la primavera dell' anno 1575; ed allora fu pago il suo e l'altrui desiderio di veder terminato il Poema. Prima però di darlo alla luce volle sottometterlo alla censura di parecchi uomini dotti, che varj di pareri produssero incertezza e confusione nell'animo del Poeta, e un indugio alla richiesta pubblicazione. Il suo fedele amico Scipione Gonzaga, il Bargeo, Flaminio de' Nobili, Silvio Antoniano, e Sperone Speroni, ch'erano reputati in Roma i Dittatori del buongusto, concordemente giudicarono, che trionfasse di troppo il protagonista sopra i subalterni eroi, mossero de' dubbj intorno alla necessità, connessione e verisimiglianza degli episodj, e a quel d'Erminia opposero non esser verisimile, che una donzella, timida di sua natura, s'armasse, uscisse dalla Città, e si arrischiasse di andare nel campo de' nemici, senza che Tancredi avesse prima posto ordine tale da poter venire a trovarlo con sicurezza; e a taluno sembrò l'episodio d'Armida troppo lusinghiero e soverchiamente lascivo. Il Tasso valutò queste censure, e mutò, e levò molte cose. Non dette però orecchio allo Sperone su l'unità dell'azione, perchè persuaso che non disdicesse all'epopeja l'unità di molti, purché questi molti convenissero insieme sotto qualche unità; come non curò la scrupolosa delicatezza dell'Antoniano, che avrebbe voluto che si togliessero dal Poema non solo gl'incanti, ma gli amori di qualunque sorta. Bastò al Poeta d'averli ideati, in guisa che non avessero un fine felice. Solo quello d'Erminia pareva che l'avesse avuto, e si mostrò pronto di aggiungere nel penultimo Canto una decina di stanze, che contenessero la conversion della donna; il che però non fece, forse perchè i censori s'avvidero anch'essi, che una sì fatta giunta sarebbe stata soverchia, e per avventura nocevole alla perfezion del Poema. Poco mancò che non si togliesse da questo l'episodio di Sofronia e di Olindo, perchè, tranne lo Sperone, tutti gli altri Censori furono d'accordo in condannarlo come troppo vago, fuor di tempo introdotto, non troppo ben connesso, e infelicemente sciolto per forza di macchina. Fu una fortuna pel Poema, che il Tasso, dopo varj contrasti sostenuti con sé medesimo, si risolvesse alla fine di non proscriverlo, mutandovi solamente alcune piccole cose. Ei disse, che in questo episodio volle indulgere genio et Principi, alludendo forse al ritratto, che si era proposto di fare della Principessa Eleonora nella persona di Sofronia, e al piacere che aveva provato il Duca Alfonso in contemplarlo.

Quanto allo stile, se convennero que' severi Giudici in lodarne il colorito e l'armonia, dissero altresì, che sembrava loro troppo fiorito e troppo abbondante d'ornamenti. Protestò egli in una Lettera al Gonzaga, che quanto agli ornamenti sarebbe stato più tosto indulgente a lasciarli, che molto severo nel rimoverli.... perchè giudicava che l'essere talora troppo ornato non fosse tanto difetto o eccesso dell'arte, quanto proprietà e necessità della lingua; che non avendo ritenuti molti modi proprj della latina, e più ancora della greca, atti ad innalzar lo stile senza bisogno di squisito ornamento, lo necessitava di andare in cerca di molte figure e di molti modi presi dalla mediocre forma e dall'umile, che supplissero a quella mancanza. L'Ariosto (dice egli), Dante, e il Petrarca ne' Trionfi molte volte serpono; e questo è il maggior vizio che possa commetter l'Eroico; e parlo dell'Ariosto e di Dante, non quando passano nel vizio contiguo all'umiltà, che è la bassezza; ma quando usano questa umiltà, che per sé stessa non è biasimevole fuor di luogo». Un difetto però inosservato dagli altri lo palesò al Gonzaga, confessando di usar troppo spesso il parlar disgiunto, cioè quello che si lega più tosto per l'unione e dipendenza de, sensi, che per copula o altra congiunzion di parole. Non nega, che questa imperfezione ha molte volte sembianza di virtù, e che talora è virtù apportatrice di grandezza; ma che l'errore in lui prodotto dalla continua lezion dell'Eneide di Virgilio, consisteva nella frequenza. Se procurò di emendarlo, non lo corresse però del tutto; onde il Galileo in quel suo troppo severo confronto dell'Orlando furioso, e della Gerusalemme liberata paragonò lo stile di questa a quel lavoro detto di tarsie, in cui i legnetti di diversi colori non possono giammai accoppiarsi, e unirsi così dolcemente, che non restino i lor confini taglienti, e dalla diversità de' colori crudamente distinti.

Quanto acutamente giudicasse Torquato le sue proprie produzioni; quanto fosse diligente nella ricerca de' più piccoli nei; quanto docile e modesto nel secondare l'altrui parere quando fosse stato dettato dalle regole dell'arte, ne somministrano una luminosa prova le sue Lettere. Il lodevol desiderio di dare alla nostra Poesia un Poema per quanto fosse possibile perfetto, era per lui una pena dolorosa, che l'obbligava di stancar gli amici con lettere, e d'intraprender viaggi, che allontanandolo dalla Corte servivano ai suoi nemici, ch'eran molti e potenti, per adoperare più gagliardamente e più sicuramente le macchine dell'invidia. Tornò a Padova e a Bologna; andò nell'anno Santo a Roma; si fermò alquanti giorni in Siena ed in Firenze; e da quanti vi ebbero fin questa Città uomini per finezza di giudizio e per dottrina celebrati procurò di trar lumi, che gli servissero a dare l'ultima lima al suo lavoro, in modo da soddisfare non solamente ai versati negli studj poetici, ma anche da piacere, come scrisse al Gonzaga, ai Cortigiani galanti e alle persone mezzane. Questi viaggi, e quel di Roma spezialmente, che gli procurò la stima e la benevolenza de' Nipoti Pontificj e del gran Cardinale Ferdinando de' Medici, fecero nascere il sospetto ch'ei volesse con altro servizio distaccarsi da quello della Corte di Ferrara: ciò non ostante, tornato ad essa sul principio dell'anno 1576, vi fu graziosamente accolto dal Duca e dalle Principesse; il che servì ad accrescere maggiormente il mal talento de' suoi nemici. Era succeduto nella carica di primo Segretario al Pigna, uomo dotto, sì, ma infìnto, astuto ed invidioso, quale appunto vien descritto sotto la persona di Alete nella Gerusalemme, il Dottor Antonio Montecatino, uomo a quello niente inferiore per ingegno, per sapere e per malvagità di carattere. L'avere adoperate invano Torquato le arti le più fine e le più lusinghiere per cattivarsi quel primo, lo convinse, che sarebbe stato inutile il tentarle col Secondo, più risoluto, e meno rispettoso. Si preparò pertanto a sostenere un'aperta guerra, lusingato dal costante favore della Principessa Lucrezia, che, priva di prole, e forse ancora dell'amore del Marito per l'avanzata età, erasi restituita a Ferrara. Non cessava ancora il Duca di dargli segni di stima, e con un nuovo vincolo l'obbligò alla Corte, dichiarandolo in luogo del Pigna Istoriografo della sua Casa. Ciò non ostante prestava volentieri orecchie a quei che in secreto lo consigliavano di accettare le onorevoli e generose offerte del Gran-Duca di Toscana, presso di cui sperava di poter condurre una vita più tranquilla, e meno sottoposta ai morsi dell'invidia. Il certo timor di questa, la riverenza e la gratitudine dovuta agli Estensi, la speranza di un più felice stato sott'altro cielo producevano nell'animo di lui un'agitazione tale di pensieri da somigliarsi a un mare tempestosissimo. Non ignorava che s'intercettavano, e che si aprivano le sue lettere; che taluno era furtivamente penetrato nelle sue stanze per rubare le carte, che vi si custodivano; che si subornavano i suoi servitori; e che si pensava di stampare in qualche Città d'Italia il suo Poema senza quelle mutazioni, ch'egli con ostinato studio di giorno in giorno vi andava facendo; vi fu perfino un certo Maddalò, con cui aveva avuto prima rissa di parole, e a cui aveva dato uno schiaffo per punirlo di una mentita datagli sul viso, che in compagnia de' fratelli lo assalì, e lo ferì nelle spalle, aggiungendo al tradimento la viltà della subita fuga, suggeritagli dalla prodezza nell'armi di Torquato.

L'interesse, che mostrò il Duca per punire i rei, e per impedire la pubblicazion del Poema, doveva apportar qualche calma a quell'animo agitatissimo; ma non trovandola, il Conte Ferrante Tassone, un de' suoi più affezionati ed intrinseci amici, lo invitò presso di lui a Modena, non risparmiando cura per procurargli ogni possibile divertimento e di conviti, e di musiche, e di piacevoli e liete conversazioni. Così ebbe occasione di conoscere e di trattare Tarquinia Molza, Dama, che accoppiava alla bellezza la cognizione delle più nobili Scienze, e l'arte di comporre versi gentilissimi nella latina e nella italiana favella. Ma poiché ci recava seco la cagione de' suoi disturbi, vale a dire la sua troppo gagliarda, e già molto riscaldata fantasia, non riportò dalle cure dell'amico quel giovamento che potevasi sperare, e solo si mostrò docile ai suoi consigli di non partirsi dalla servitù del Duca. L'invitavano, ancora a ritornare e a trattenersi in Ferrara le graziose accoglienze di Eleonora Sanvitali, sposa novella di Giulio Tiene Conte di Scandiano, giovine bellissima, d'alto animo, e di leggiadre e gentilissime maniere, e oltre a ciò molto versata negli studj delle Belle-lettere e delle Scienze, che non meno accese la fantasia di lui a lodarla con nobilissimi componimenti, che il cuore ad amarla. Tutto questo però non serviva che ad accrescere la rabbia e lo sdegno de' suoi emulatori, i quali mal soffrivano, che un forestiero esule, povero, di umor malinconico, e di lingua balba [7] fosse la delizia non sol de' Principi Estensi, ma di tutte le più colte Dame, che facevano più bella la loro Corte.

In queste angustie ei prese a distendere l'allegoria del suo Poema, più tosto per ischerzo e per un capriccio natogli accidentalmente, di quel che nello scriverlo avesse avuto il pensiero di nascondervi senso alcuno allegorico. Tuttavia gli riuscì di cavarnela con tanta felicità, e con una sì esatta corrispondenza di tutte le parti al senso letterale dell'opera, ch'egli medesimo ne restò quasi maravigliato, dubitando talvolta di avere sin da principio avuto qualche mira ai misterj , che poi vi scoperse. Dalle cose contenute in questa allegoria, che suole accompagnare quasi tutte le edizioni del Poema, è facile il congetturare quanto ei fosse versato nella lettura degli antichi Filosofi, e di Aristotile e di Platone massimamente. Perchè poi mal s'adattava all'allegoria la battaglia di un mostro descritta nel Canto xv, pensò di sostituirvi la fonte del Riso, celebrata da molti e particolarmente dal Petrarca; nella qual felice mutazione ebbe ancora in mira di compiacere il Bargeo, che lo avvertiva di scemare i mirabili. Fece altri rassetti e miglioramenti, e credendosi giunto al termine del lungo e penosissimo lavoro, deliberò di andare a Venezia per cominciarne la stampa. Ma la peste, che si manifestò in quella Città, lo rattenne; e succeduti poi molt'altri funesti avvenimenti, non potè gustare il frutto di quella gloria, che gli prometteva la pubblicazione di un Poema sì bene immaginato, e sì felicemente condotto. Ogni colpo d'avversa fortuna mortalmente feriva ed agitava l'animo suo malinconico. Gli divenivano perfino sospetti i suoi più sinceri amici, e a nulla servivano le cure più che paterne del suo Signore per inspirargli confidenza, e per richiamarlo alla primiera tranquillità. Giunse perfino a temere d'essere stato calunniato d'infedeltà verso di lui; e la sua agitata fantasia lo trasportò a segno di dubitare di essere stato accusato di miscredenza al Tribunale della Sacra Inquisizione. La sua ingenua confessione ci assicura, che nello speculare i sistemi degli antichi Filosofi provò qualche dubbio intorno al mistero dell'Incarnazione, alla Creazione del Mondo dal nulla, ed alla Immortalità dell'anima; ma non in modo da prestarvi intero consenso. Ciò non ostante il timore di avere forse mancato in una materia cotanto delicata lo fece nel 1575 risolvere di condursi a Bologna, e di presentarsi all'Inquisitore. Partì da esso soddisfattissimo, e confortato con utili istruzioni, che rendettero più ferma la sua credenza. Non potè però vincere la tema d'essersi lasciato uscir di bocca delle parole da far dubitare della sua fede ai Suoi nemici, e di aver così data a costoro ansa d'accusa per maggiormente rovinarlo . A questi timori se ne aggiunse un terzo, ed era che si tentasse di toglierlo di vita o col veleno o col ferro; e questi pensieri gli riscaldarono talmente la fantasia, che non trovava riposo, nè d'altro parlava. Il Duca, la Duchessa d'Urbino, e la Contessa di Scandiano invano adoperarono i mezzi i più opportuni a calmare tanta agitazione. Giunse perfino a tirare un coltello dietro uno de' suoi servitori, dei quale per avventura aveva preso alcun sospetto, nelle stanze medesime della Duchessa; il che produsse l'ordine di arrestarlo: caso veramente miserabile, come scrisse Maffeo Veniero illustre Poeta al GranDuca di Toscana [8], per uomo di tanto valore e di tanta bontà, quantunque diretto non al castigo, ma alla salute di lui. Il vedersi però incarcerato pose il colmo alla sua costernazione, perchè gli parve di non poter più dubitare della disgrazia del Principe, e della total sua rovina. Ciò non ostante scrissegli una lettera, supplicandolo co' modi i più compassionevoli ad aver pietà di se, e a perdonargli, rifondendo il tutto nella malignità della fortuna e de' suoi nemici. Il Duca, che lo amava, e lo compativa teneramente, comandò che fosse posto in libertà, e che si sottoponesse a una rigorosa cura coll'assistenza de' più valenti Medici, e de' suoi servidori medesimi. Parve in principio che migliorasse assai, e per vie più confortarlo seco lo condusse alla Real Villa di Belriguardo, usandogli e facendogli usare da tutti le maggiori dimostrazioni di affetto e di stima.

Prima ancora di questo tempo aveva creduto opportuno, che l'Inquisitore di Ferrara colle più dolci e caritatevoli maniere procurasse di quietare quell'animo turbato, e l'assolvesse su tutti i dubbj avuti; ma malgrado tutte le assicurazioni si diede in quella stessa delizia di Belriguardo a sofisticare stranamente su la sentenza dell'Inquisitore, immaginandosi ch'ella fosse invalida, ed egli perciò male assoluto, perchè non si erano osservate le consuete formalità, nè dategli le difese, e ciò col fine di non iscoprire al Duca la malignità de' suoi persecutori. Per queste ed altre stranezze parve a quel savio Principe di doverlo rimandare a Ferrara, e lo raccomandò ai Padri di San Francesco, presso i quali aveva mostrato desiderio di dimorare. Ei fu sì contento della loro accoglienza e delle loro cure, che pensò a farsi Religioso di quell'Ordine; il che però non eseguì, perchè un'idea succedeva in lui ad un'altra sempre più strana. Tra queste vi fu quella di ricorrere con una supplica ai Cardinali della suprema Inquisizione di Roma contro l'Inquisitore di Ferrara, per non aver voluto accordargli le difese; onde pregavali d'interporsi presso S. A., perchè, essendo egli stato accusato, e per la sentenza data in Ferrara non bene assoluto, gli permettesse di presentarsi a Roma, e di provvedere alla sua coscienza, al suo onore, e alla sua quiete, aggiungendo che nella certezza, che il Duca avesse della verità, consisteva il viver suo. È credibile che non fosse dato recapito a questa lettera, e intanto si pensò a purgare l'infermo; al che si sottopose di malissimo animo, temendo forse di essere in alcuna bevanda avvelenato. E poiché stavagli sempre presente l'affare dell'Inquisizione, e l'invalidità dell'assoluzione, instava continuamente e con lettere e con imbasciate presso il Duca, perchè volesse chiarirsi delle cagioni di tanta sua disgrazia, e provvedesse insieme alla sua sicurezza. Le espressioni eran tali da non meritar risposta, e la proibizione di non iscriver più nè al Duca nè alla Duchessa d'Urbino servì ad accrescere i sospetti e le paure nell'animo agitatissimo di Torquato, che alla fine, cogliendo il favorevol momento di essere stato lasciato solo, risolvè di ottener colla fuga la sua propria salvezza.

Accadde ciò nell'estate dell'anno 1577, e per paura di essere inseguito prese il cammino per luoghi deserti, e sprovvisto d'ogni cosa per l'Abruzzo si condusse fino a Sorrento, ove dimorava la Sorella maritata ad un della nobile famiglia Sersale, Scontraffatto, e in abito da pastore non fu in principio riconosciuto dalla medesima; e poiché gli piacque di farle credere, che il suo Torquato ritrovavasi lontano in gran pericolo di vita, ella ne fu sì afflitta, che per dolore si svenne. Riconfortata dalla verità della cosa, ebbe cura che il fratello fosse assistito dai Medici, e che si riavesse dal soverchio umor malinconico e dai sofferti disagi. Ma egli appena cominciò a godere il bene di questi affettuosi officj, che si abbandonò al desiderio di ritornare a Ferrara, e impaziente d'ogni indugio si condusse a Roma presso i Ministri del Duca. Le raccomandazioni di questi e di altri amici autorevoli facilmente gli ottennero il permesso del ritorno; perchè se egli idolatrava quel Sovrano, questi grandemente lo amava, e lo stimava a dispetto di tutte le sue stravaganze. Le prime accoglienze furono amorevoli; ma o che pienamente non contentassero la sua ambizione, o che riuscisse al Montecatino di avvelenare il buon animo del Duca, parve a Torquato, che si cominciasse a far poco conto di lui e delle sue composizioni. E poiché queste eran cadute nell'altrui mani dacché fuggì, s'immaginò che ciòfosse per pubblicarle non intere e non emendate, col maligno fine di scemarne la fama. Voleva lamentarsene col Duca e colle Principesse; ma trovava sempre l'adito chiuso: onde non potendo più resistere a tanta malvagità di fortuna, che lo privava perfino dei parti del suo ingegno, se ne partì quasi nuovo Biante, per andare altrove in cerca di un miglior posto; protestando altamente, che avrebbe voluto più tosto essere servitore di alcun Principe nemico, che soffrire pazientemente tante indegnità da una Corte, da cui aveva ricevuti i più lusinghieri contrassegni di stima. Se ne andò pertanto a Mantova colla lusinga, che quel Sovrano, che tanto aveva favorito il Padre suo, favorisse ancor lui; ma si vide ben presto deluso; e venduto un anello di rubini e una collana d'oro, che facevano tutto il suo avere, potè passare a Padova e a Venezia. Maffeo Veniero, mosso a compassione dell'infelicità di sì grand'uomo, trattò col GranDuca di Toscana perchè lo ricevesse alla sua Corte; ma o fosse che tardassero le risposte, o fosse che Torquato trasportato dal suo umore incostante avesse mutato pensiero, fece tragitto nello Stato del Duca d'Urbino. Prima di giungere a lui, in una Canzone indirizzata al fiumicello Metauro, che poi non finì, prese co' modi i più teneri a raccontare tutte le infelicità, alle quali fin dal suo nascimento era stato soggetto, onde supplicava quel Signore a raccoglierlo sotto l'ombra ospitale della sua gran Quercia, stemma gentilizio della Famiglia della Rovere. Merita di essere riferito il principio di essa, perchè si conosca che il turbamento della fantasia nel Tasso  nulla toglieva alla felicità di pensare e di scrivere con sodezza di concetti e con nobiltà di espressioni.

O del grande Appennino

Figlio picciolo sì, ma glorioso,

E di nome più chiaro assai che d'onde,

Fugace peregrino

A queste tue cortesi amiche sponde

Per sicurezza vengo e per riposo.

L'alta Quercia che tu bagni e feconde

Con dolcissimi umori, ond'ella spiega

I rami sì, che i monti e i mari ingombra,

Mi ricopra con l'ombra,

L'ombra sacra, ospital, che altrui non nega.

Al suo fresco gentil riposo e sede,

Entro al più denso mi raccoglia e chiuda

Sì, ch'io celato sia da quella cruda

E cieca Dea, che è cieca e pur mi vede

Benché da lei m'appiatti o in monte o 'n valle,

E per solingo calle

Notturno io mova e sconosciuto il piede;

E mi saetta sì, che ne' miei mali

Mostra tant'occhi aver quanti ella ha strali.

Non furono vani i suoi voti, ma ben presto alle più fondate speranze di menar presso quel Signore una vita onorata e tranquilla successero i sospetti e i timori, che indarno i suoi amici procurarono di dileguare. In questo infelicissimo stato rivolse l'animo al Duca di Savoja; e senza far motto ad alcuno si partì nascosamente da Urbino.

Giunto a piedi alle porte di Torino sarebbe stato vergognosamente ributtato, se per caso non s'incontrava con Angelo Ingegneri Letterato Veneziano, che riconosciutolo attestò ai Custodi non esser quello un ribaldo, come ne aveva l'apparenza, ma un Poeta di vaglia e di nobile condizione. Lo condusse ancora, e lo presentò al Marchese Filippo da Este, che nasceva da Sigismondo fratello d'Ercole I Duca di Ferrara, e che divenuto genero di Emanuel Filiberto Duca di Savoja, aveva fissato il suo soggiorno in Turino. Egli, che aveva conosciuto il Tasso ne' suoi bei giorni in Ferrara, l'accolse, amorevolissimamente, e lo provvide di quanto poteva occorrergli. Anche il Principe di Piemonte Carlo Emanuele ebbe pietà di tanta miseria, e offrì a Torquato, se avesse voluto entrare al suo servizio, lo stesso trattamento, che soleva dargli il Duca di Ferrara, colla promessa in oltre di fargli restituire le sue scritture. Ma il trasporto, che nutrì sempre per gli Estensi fece che rinunziasse ad ogni offerta, e che adoperasse ogni mezzo per ricuperare la grazia del Duca, e tornarsene a Ferrara. Il Matrimonio di quel Sovrano con Margherita Gonzaga, e le Feste, che si preparavano per solennizzarlo, accrebbero in Torquato il desiderio del ritorno, e senza valutare le prudenti ragioni del Marchese d'Este, che nel dissuadeva, giunse a Ferrara nel Febbrajo del 1579, un giorno prima dell'arrivo della novella Sposa. Le molte cure pel ricevimento di questa fecero che Torquato non potè avere udienza nè dal Duca nè dalle Principesse, e dai Ministri stessi e dai Gentiluomini Ferraresi fu anche peggio trattato; onde pentitosi di avere lasciato Turino, si abbandonò al suo umore e alla collera, e proruppe pubblicamente nelle maggiori e più ingiuriose villanie che immaginar si potessero, così contro il Duca e tutta la Casa Estense, come contro i principali Signori della Corte, maledicendo la passata sua servitù, e ritrattando quante lodi aveva mai date ne' suoi versi a que' Principi, o ad alcun particolare, che tutti in quell'accesso spacciò per una ciurma di poltroni, d'ingrati e di ribaldi. Il Duca avvertito di questo villano procedere credè di dovere trattare il Tasso come un forsennato; e perciò ordinò che fosse condotto nello Spedale di Sant'Anna, e quivi diligentemente custodito. Molti sono i luoghi dell'Opere sue, in cui apertamente attesta, che le temerarie e imprudenti sue parole furono l'unica cagione della sua prigionia, da doversi perciò riguardare come un'impostura o una favola quel che in contrario è stato raccontato da altri. In una lunga Lettera ad Apostolo Zeno afferma il Muratori di avere udito da un Allievo del celebre Alessandro Tassoni, che essendo un giorno Torquato in Corte, accostatosi alla Principessa Leonora per rispondere ad un'interrogazione fatta da lei, e trasportato da un estro più che poetico la baciasse in volto; al qual atto il Duca, che vi era presente, da savio ed accorto Principe ch'egli era, rivolto a' suoi Cavalieri, dicesse: Mirate che fiera disgrazia di un uomo sì grande, che in questo punto è diventato pazzo; e che con questo ripiego, come tale trattandolo, lo esentasse da castighi maggiori. Non meno lontano dal vero dee reputarsi il racconto del Quadrio, che il Tasso stesso, per timore che fossero stati scoperti dal Duca i suoi amori, prendesse l'espediente di fingersi pazzo, per ischivare in cotal modo quelle pene che gli sovrastavano.

È facile l'immaginare l'avvilimento e la costernazione, che cagionò all'animo già infermo di Torquato il vedersi racchiuso in un Ospedale di Pazzi; il che credesi avvenuto verso la metà di Marzo dell'anno 1579. Riavutosi alquanto dalla stupidità, in cui giacque per alcuni giorni, conobbe anche più vivamente l'infelicità del suo stato, che in questi termini compassionevolissimi dipinse al suo fedele e costante amico Scipione Gonzaga: Oimè! misero me! io aveva disegnato di scrivere, oltre due Poemi Eroici di nobilissimo ed onestissimo argomento, quattro Tragedie, delle quali aveva già formata la tavola, e molte Opere in prosa, e di materia bellissima e giovevolissima alla vita degli uomini, e di accoppiare con la Filosofia l'Eloquenza in guisa che rimanesse di me eterna memoria nel Mondo, e mi aveva proposto un fine di gloria e di onore altissimo. Ma ora oppresso dal peso di tante sciagure ho messo in abbandono ogni pensiero di gloria e di onore; ed assai felice d'esser mi parrebbe, se senza sospetto potessi trarmi la sete, dalla quale continuamente son travagliato, e se com'uno di questi uomini ordinarj potessi in qualche povero albergo menar la mia vita in libertà, se non sano, che più non posso essere almeno non così angosciosamente infermo, se non onorato, almeno non abbominato; se non colle leggi degli uomini, con quelle de' bruti almeno, che nei fonti liberamente spengono la sete, dalla quale (e mi giova il replicarlo) tutto sono acceso. Né già tanto temo la grandezza del male, quanto la continuazione, che orribilmente al pensiero mi si appresenta, massimamente conoscendo, che in tale stato non sono atto né allo scrivere né all'operare. E il timor di continua prigionia molto accresce la mia mestizia, e l'accresce l'indegnità, che mi conviene usare, e lo squallore della barba e delle chiome e degli abiti, e la sordidezza e il sucidume fieramente m'annojano, e sovra tutto mi affligge la solitudine, mia crudele e natural nemica, dalla quale anche nel mio buono stato era talvolta molestato, che in ore intempestive m'andava cercando o andava ritrovando compagnia. Si lamenta altrove, che se gli negavano perfino quelle comodità, ch'erano concesse ai plebei; che niuna medicina si apportava all'animo e al corpo; e che gli assistenti tutti eran perfino sordi alle voci, che domandavano qualche religioso conforto. Tanta durezza lo amareggiava a segno da essere trasportato a qualche breve delirio o frenesia, com'ei medesimo soleva chiamarla. È poi mirabile, che questa frenesia invece d'istupidirlo aguzzasse anzi in lui l'ingegno; onde quel che scriveva in questo stato aveva tale nobiltà di pensieri e di parole, che sembrava parto di un estro superiore e quasi divino:

Non già cose scrivea degne di riso,

Sebben cose facea degne di riso,

disse di se medesimo nell'Aminta, quasi profetizzando l'infelicità delle sue future disgrazie. Procurò di alleggerirle un Nipote dell'inumano Prior dell' Ospedale, Agostino Mosti, giovine amante delle Lettere, che gli servì di copista in que' Componimenti che andava scrivendo. Tra questi vi furono due nobilissime Canzoni, al Duca l'una, l'altra alle Principesse Sorelle, colle quali tentò di risvegliare in loro qualche compassione del Suo infelicissimo stato. Ma ciò fu invano; onde ebbe ricorso all'intercessione di diversi Principi, e massimamente dell'Imperator Ridolfo, e del Cardinal Alberto d'Austria fratello di lui, supplicandoli di far opera per la sua liberazione . Il Discorso della Virtù eroica e della Carica inviato al Cardinale in questa occasione ha delle parti eloquentissime, e ben dimostra, che non men che Socrate e Boezio sapea Torquato filosofare nello squallore della prigione. Implorò ancora gli officj della Corte di Mantova; ma il Duca rispondeva sempre, che non dalla libertà, ma dalla medicina poteva solo l'infermo sperar la sua guarigione. Egli però a mostrare quanto fosse sano di mente andava componendo de' Dialoghi, e son bellissimi quegli intitolati Il Messaggero indirizzato al Principe di Mantova, Del Piacere onesto, ossia Il Gonzaga, dedicato ai Seggi e Popolo Napolitano, e Il Padre di famiglia, a cui dettero occasione il cortese ospizio avuto in casa di un Gentiluomo non lungi da Vercelli, e i savj ragionamenti tenuti con lui, vero esemplare di un buon padre di famiglia. Rivide ancora quelle Rime composte nel tempo dell'alterazione de' suoi umori, che indirizzò alle due Principesse, perchè vedessero, che nè la malignità degli uomini nè quella della fortuna aveva potuto torgli o la conoscenza del valore o merito loro, o il desiderio di onorarle. La Duchessa d'Urbino gradì sommamente questa nuova dimostrazione di stima, e sentì pietà delle disavventure del Poeta: non così la Principessa Leonora, che oppressa allora da grave infermità terminò poco dopo di vivere. Non dèe far maraviglia, che la Musa del Tasso non spargesse d'alcun fiore la tomba d'un'insigne sua padrona e favoreggiatrice, perchè alla noja e ai disagj della carcere, e all'infermità e debolezza del corpo si unì in quel tempo il rammarico di vedere stampato poco men che scontraffatto e mutilato il suo Poema; e ciò per opera di Celio Malaspina. Si dolse amaramente colla Repubblica di Venezia di averne permessa la stampa, e col GranDuca di Toscana di aver dato copia di quell'imperfetto frammento ad un suo Gentiluomo, perchè il pubblicasse furtivamente con tanto pregiudizio del suo interesse e del suo onore.

A ripararlo si mosse il suo amico ed ammiratore Angelo Ingegneri, che aveva in sei notti continue trascritto il Poema da una copia emendata dal Tasso medesimo. Ne fece pertanto nello stesso tempo due edizioni, in Casalmaggiore l'una, in Parma l'altra, che, quantunque di gran lunga superiori alla prima, non giunsero però a contentare pienamente l'Autore. Furono però ben ricevute dal Pubblico, che si congratulava colla nostra lingua di avere dopo quasi quattrocent'anni dal suo nascimento ottenuto al pari della greca e della latina un vero e perfettissimo Poema epico. Procurò ancora il Malaspina di risarcire il torto fatto al Poeta con quella sua prima edizione, dandone una più corretta e più compiuta di quella stessa dell'Ingegneri. Ma nel tempo che il Mondo risonava delle lodi del Tasso e che gli Editori e gli Stampatori traevano gran profitto dalle lunghe e non mai interrotte fatiche sue, ei languiva in un'infelice prigione, disprezzato, infermo, bisognoso di tutto, e con poca speranza di esserne liberato. Frastornato di continuo ne' suoi studj dalle grida dell'Ospedale, da far, com'egli diceva, divenir forsennati gli uomini più savj, ed oppresso dalla durezza de' trattamenti, implorò la protezion di più d'uno, perchè gli ottenessero dal Duca o di essere trasportato altrove, o che gli fosse allargata almeno la prigionia di Sant'Anna, Dovè forse questa grazia alle preghiere della Duchessa di Urbino; e per quelle del Principe di Mantova, capitato ia quel tempo a Ferrara, concepì la lusinga della sua intera liberazione. A sollevarlo non poco ancora contribuirono gli amorevoli offizj di D. Marfisa d'Este, sorella cugina del Duca, poco prima sposata ad Alfonsino Cibo Marchese di Massa e Carrara, a cui non fu negato di averlo un giorno presso di lei, benché col patto di ricondurlo la sera all'Ospedale. Lasciò un'illustre ricordanza de' lieti e dilettevoli ragionamenti avuti con lei e con altre due belle e valorose Dame, Tarquinia Molza e Ginevra Marzia, nel Dialogo intitolato La Molza, ovvero Dell'Amore. Qualche dono di amica mano, e le visite di amici e di altri ammiratori suoi, che venivano espressamente a Ferrara per vederlo, servirono altresì di conforto alla sua infelicità.

Giusto il Secolo nel concedere a Torquato non sol la lode di sovrano Epico Poeta, ma anche di Lirico superiore a quelli dell'età sua, e di Prosatore elegante insieme, robusto e dotto, faceva sì, che avidamente si ricercassero le Rime e le Prose di lui. Il giovine Aldo nel 1581 ne pubblicò la prima parte, la seconda l'anno dopo; ma con infinite scorrezioni. Ciò mosse il Cavalier Guarini a risanar quel corpo di scritti, servendosi non meno dell'acutezza del proprio giudizio, che della pratica, che aveva delle cose del Tasso. Lo stesso aveva anche prima tentato per la Gerusalemme quando la prima volta comparve al Pubblico. Se ciò da lui ottenne l'amor della Poesia, non potè però scordare a segno i passati disgusti avuti con Torquato per gelosia in amore, e per invidia di merito, da visitarlo nella carcere. Ciò non ostante volle Torquato , che rimanesse un'eterna testimonianza della gratitudine sua lodando nel Dialogo detto Il Messaggiero il valore di lui non solo nelle buone Lettere e nell'Eloquenza, ma ancora nella Civil prudenza, di cui spezialmente gloriavasi. Peggior servizio gli rendè Cammillo Cammini dal Monte San Savino, che ardì di aggiungere al Goffredo altri cinque Canti, e di pubblicarli in Venezia l'anno 1583: ma non per questo Torquato, avvezzo a sopportare onte maggiori, si lamentò dell'ingiuria fattagli da quel pedante presontuoso, e solamente disse qualche parola contro Francesco Melchiori, che premise a quel lavoro un Sonetto, in cui assomigliava il suo canto a quello della Sirena. Si dolse ancora alcun poco col Vasalini Librajo Ferrarese, che aveva fatto stampare in Venezia una terza parte delle sue Rime e Prose, perchè desiderava di rivederle prima, e di compiacere con esse Aldo Manucci, venuto espressamente a Ferrara per trattare secolui dell'Edizione delle medesime. Così tra frequenti noje e rare soddisfazioni passava Torquato i giorni suoi, nè potè senza estremo dolore vedere infruttuosi i novelli officj per la sua liberazione e del Cardinale Albano, e della Duchessa di Mantova Eleonora d'Austria; e l'inflessibilità odiosa del suo Signore contribuiva non poco a rendere peggiore la sua salute. Consultò su di questa il rinomato Professore di Medicina Girolamo Mercuriale, che lo consigliò ad aprire un cauterio in una gamba, a far uso di certa conserva atta ad addolcire il sangue e a sedare i fumi, che gli montavano ai capo, e gli cagionavano immaginazioni, sogni e visioni spiacevolissime, ed altri strani ed incomodi effetti e finalmente di astenersi dal vino, e di far uso di continue rinfrescanti bevande. Solito di ricusare tutti que' rimedj, che non eran blandi e piacevoli, non fece gran caso di quelli suggeriti dal Mercuriale; e poiché gli fu permesso d'uscir qualche volta a diporto, e di visitare Dame e Cavalieri suoi amorevoli, gran sollievo prendeva dal veder maschere e spettacoli, e dal cavar argomento di Dialoghi dalle amichevoli ed erudite conversazioni. Così nacquero quei che intitolò Il Beltramo, ovvero della Cortesia, il Malpiglio, ovvero della Corte, il Ghirlinzone, ovvero l'Epitaffio, la Cavalletta, ovvero della Poesia toscana, tutti pieni di sode riflessioni, e di eleganza di stile. Ritornava anche spesso ai versi, or componendone de' nuovi, or correggendo i composti, e mise così all'ordine tre grossi volumi di Poesie e di altre Composizioni, che poi mandò al Signor Scipione Gonzaga, pregandolo di emendarle diligentemente e di pubblicarle. S'io fossi Virgilio (così gli scrisse) la pregherei che si contentasse di essere Tacca e Vario, benché all'animo suo più si convenisse di essere Mecenate. Ma dove è l'Augusto? Ai Dialoghi di sopra nominati ne aggiunse altri in appresso; e nell'inviare quello, che chiamò Il Rangone, ovvero della Pace, alla Bianca Cappello moglie di Francesco I Gran-Duca di Toscana con una molto sensata e giudiziosa Lettera, si rallegra con lei di appartenere a una Casa, ch'era albergo di religione e di pace, e nella quale, come in sua sede, dimoravano le Belle Lettere e le Arti e le Scienze tutte amiche dell'ozio e della tranquillità.

Tra le molte disgrazie, che afflissero l'animo sensibilissimo di Torquato, non fu certamente l'ultima quella della controversia, che dovè sostenere cogli Accademici della Crusca. Cammillo Pellegrini da Capoa insigne Letterato avea composto un Dialogo intitolato Il Carrafa, ovvero dell'Epica Poesia, in cui spiegava il mirabile artifizio adoperato dal Tasso in osservare le regole prescritte da Aristotele, e in saper tessere ciò non ostante un Poema vago, dilettevole e ricchissimo d'ogni ornamento poetico, per la qual cosa concludeva doversi di gran lunga anteporre all'Ariosto stesso, quantunque già possessore del glorioso nome d'Omero Italiano. Il Dialogo, raccomandato a Scipione Ammirato, fu stampato in Firenze l'anno 1584, e la pubblicazione di esso fe' nascere due partiti divisi tra il Tasso e l'Ariosto. Dee certamente far maraviglia che Leonardo Salviati, il quale fino a quel tempo si era mostrato amico del Tasso, si accingesse a deprimerlo a segno di mostrarlo non solo inferiore all'Ariosto, ma perfino al Bojardo, e al Pulci: giudizio indegnissimo di un che aveva la fama di uomo dotto nella greca, latina ed italiana Letteratura, e di un Critico di prim'ordine. Ma perchè sarebbe stato troppo vergognoso per lui il comparire a viso scoperto, stimò bene di valersi del nome dell'Accademia della Crusca, la quale non era allora che una privata conversazione di Gentiluomini studiosi, che ora in un luogo, ora in un altro si radunavano a recitar composizioni motteggevoli; e così tirati alcuni nel suo partito, e tra questi Bastiano de' Rossi Segretario dell'Accademia stessa detto l'Inferigno, e suo creato, si pose a stacciare di mala maniera il Dialogo del Pellegrini. La prima Stacciata (che così chiamasi il libretto da lui pubblicato nel 1585 a nome degli Accademici della Crusca) in vece di apportar pregiudizio alla celebrità della Gerusalemme, l'accrebbe anzi maggiormente; e moltissimi ad una voce dicevano, che dovevasi aver riguardo non solo al merito singolare dell'opera, quasi divinizzata dalla pubblica voce, ma anco allo stato dell'Autore, atto più a destar compassione che invidia. Fu pertanto posta in ridicolo quella Stacciata con diversi scritti e satire; e l'avrebbe disprezzata Torquato , che non fece mai traffico nè di elogj nè di satire, e che con ragione giudicava che un nobil silenzio è l'arme la più efficace, che si possa opporre ai tratti dell'invidia: ma l'onor del Padre malmenato in quello scritto, lo sforzò di prenderne la difesa con una Apologia in breve tempo distesa, dichiarando che ciò faceva mosso unicamente dalle leggi di Natura, che sono eterne, e che non possono essere mutate per voler d'alcuno  né per variazione di regni e d'imperj. È cosa degna d'osservazione, che non avendo mai Torquato intesa mentovar la Crusca, sbigottì a questo strano nome, e credè, che le opposizioni venissero dall'Accademia Fiorentina detta La Sacra e la Grande, alla qual credenza rispose scortesissimamente il Salviati: Piano a questi Accademici Fiorentini: troppo alta vi vorreste affibbiare la giornea.

Interessato il Salviati ad accreditare le ragioni di questa disputa, quasi ella fosse non già un'offesa, ma un giusto risentimento dell'ingiurie ricevute, cavò dal Dialogo del Tasso intitolato Del Piacere onesto, alcune espressioni a detta di lui poco onorevoli alla Nazion Fiorentina, e su di ciò fece scrivere una lunga Lettera al suo de' Rossi, se pur non la scrisse egli medesimo. Protestò Torquato , ch'ei non ebbe mai animo malvagio contro la Città di Firenze, cbe anzi l'aveva sempre lodata, e che ne aveva amata la lingua, e gli uomini dotti che l'adornavano, senza mai dare ad alcuno motivo di querela, non che di odio; e che quel che fa dire a Bernardo suo padre in un'Orazione inserita in quel Dialogo, niente toglieva alla gloria di lei, e che non si discostava da quel che avevan detto Dante, Giovanni Villani, Monsignor della Casa, ed altri Scrittori figli diletti della medesima. Non all'Inferigno, che non lo giudicò degno per le sue scortesi maniere, ma all'Accademia della Crusca indirizzò la sua risposta in Difesa del Dialogo del Piacer onesto ; e nell'anno stesso, in cui fu pubblicata, cioè nel 1585, per opera dell'Abate Giambatista Licinio Bergamasco, uomo coltissimo, vide la luce l'Apologia del Signor Torquato Tasso in difesa della sua Gerusalemme Liberata, con alcune altre Opere, parte in accusa, parte in difesa dell'Orlando Furioso dell'Ariosto, della Gerusalemme istessa, e dell'Amadigi del Tasso Padre. Questa Apologia fu generosamente rimunerata dal Principe di Molfetta e Signor di Guastalla Don Ferrante Gonzaga, a cui, l'Autore l'indirizzò, e fu dai dotti imparziali sommamente applaudita, non solo per la soda dottrina, ma anche per la gravità e modestia, con cui è distesa. Il Salviati e i suoi aderenti mostrarono di credere, ch'altri, coperto della maschera del Tasso, fosse comparso in iscena, quasi che la maniera grave e socratica del nostro Poeta Filosofo potesse essere di leggieri contraffatta da chicchessia. La risposta, che vi fece, fu oltre ogni misura villana, e giunse perfino a paragonare la bella struttura della Gerusalemme ad un dormentorio di Frati; quando per comun sentimento non fu mai architettato Poema nè più nobile nè più regolare. Il Tasso al vedere questa risposta sì incivile e piccante se ne alterò alquanto; tuttavia per allora non estimò di dover replicare, parendogli che l'occasion nol consentisse. Bensì dopo qualche tempo pose mano ad una nuova difesa, che poi tralasciò distratto da un affare di maggiore importanza, qual era quello della sua liberazione. Comparve però nell'anno stesso 1585 una bella Scrittura del Pellegrini contro la Crusca in difesa del proprio Dialogo, che fu la scintilla, che accese tanto fuoco; e la dolce e gentil maniera, con cui tratta i suoi avversarj nel mentre che gl'istruisce con sodezza e varietà di dottrina, gli obbligò a segno, che per non lasciarsi vincere di cortesia lo aggregarono non molto dopo alla loro Accademia. Lo stesso Dialogo del Pellegrini fu anche difeso da altri, e a tutti fu facile di dimostrare, che era uno stranissimo paradosso del Salviati il pretendere, che il Furioso sia un regolato Poema epico, e di una sola azione, quando l'Ariosto medesimo si protesta di cantare in un tempo stesso diverse imprese. I Fiorentini, o per meglio dire il Salviati sotto nome di Carlo Fioretti da Vernio, non risposero che ad un Discorso di Giulio Ottonelli da Fanano, col quale spezialmente si mostrava di essere state censurate a torto come o latine, o pedantesche, o forestiere, o non nel proprio significato alcune voci adoperate dal Tasso, e lo fecero con tale acerbità ed arroganza, che bene palesavano di non essere condotti che da una cieca passione. Fu più moderato il Salviati, quando di bel nuovo nell'anno 1588 comparve al pubblico colla Risposta al libro intitolato: Replica di Cammillo Pellegrini. Chiama in esso il Tasso illustre Poeta dell'età nostra, e l'Ariosto la più sovrana tromba del moderno nostro idioma, a ciascuna di quelle antiche, che risuonarono in altre lingue, meritevole di compararsi. Tratta varie questioni poetiche con esquisita dottrina, e in mezzo ancora ai sofismi si conosce ch'egli aveva studiato a fondo, e comentato il libro Della Poetica d'Aristotile, della qual sua fatica trasportò in quest'Opera diversi bei pezzi, che ci fanno maggiormente deplorare la perdita della medesima.

Non potè però rattenersi di spargere di tratto in tratto de' motti piccanti, e di quelle ch'ei chiama vivezze, e che altri direbbe con più ragione contumelie . Mossone a sdegno un giovine letterato Riminese, Malatesta Porta, rispose a questo scritto, enumerando con bella e nobil maniera i meriti singolarissimi del Poema, non solo quanto al disegno e alla struttura del tutto, ma eziandio quanto alla bellezza delle parti, rilevandone l'artifizio così nella sentenza, come nella locuzione. Non potè però vedere questa Risposta il Salviati, perchè dopo di essere stato diciotto mesi nella Corte di Ferrara (e dal desiderio e dal bisogno d'esservi ammesso ebbe forse origine l'impegno preso d'innalzar l'Ariosto sopra il Tasso), tornato a Firenze sua patria vi morì povero agli 11 di Luglio dell'anno 1589. Un de' satelliti di lui, Orlando Pescetti, entrò infelicemente in questa lizza, e prese di mira Giulio Gustavini, valoroso difensore dell'Apologia del Tasso. Ebbe così poco riguardo alla civil convenienza, al retto giudizio e al buon gusto, che non si può senza nausea leggere l'Opera di lui, la quale pose termine a questa famosa controversia, da cui non iscapito, ma aumento di gloria ritrasse Torquato , perchè servì a far maggiormente conoscere il merito del suo Poema. Per essa si estese ancora la fama dell'Accademia della Crusca, che poi giunse a sì alto segno da potere senza contrasto rendersi arbitra e regolatrice del nostro gentilissimo linguaggio; e che nel possesso di questa gloria procurò di emendare l'ingiustizia de' suoi Fondatori, dando alla maggior parte dell'Opere tutte del Tasso quell'autorità, che suol concedersi a quei che correttamente e giudiziosamente usando il detto linguaggio, ne accrescono, per così dire, il patrimonio.

Se le critiche dettate da uno spirito di partito servono a ritardare la giustizia, che è dovuta ad un originale Scrittore, questi però può facilmente consolarsi colla sicura speranza di occupare nel Tempio della Gloria quel posto, che la posterità severa ed infallibile ne' suoi giudizj sarà per assegnargli. Ben conosceva Torquato, che sarebbe stato nominato il primo Poeta epico dell'italiano Parnaso, e che i clamori dei mediocri o degli appassionati Scrittori non avrebbero potuto nuocere alla giustizia, che aveva il dritto di ripromettersi, e che sarebbe stata tanto più onorevole, quanto più tarda. Così avesse potuto consolarlo la speranza della sua vicina liberazione, ad ottener la quale a nulla giovarono i premurosi officj del Consiglio di Bergamo, del Gran-Duca e Gran-Duchessa di Toscana, dei Principi di Mantova, e fino, per tacere di molti altri, dei Sommi Pontefici Gregorio XIII e Sisto V. A tutti sempre dava buone speranze il Duca, ma senza effetto; forse perchè, dopo tanti indegni trattamenti usati all'infelice Torquato, temeva la lingua e la penna di lui. Questa inflessibile durezza contribuì assaissimo all'alterazione della sua salute e del suo spirito; e fra le cose strane, che racconta di se medesimo, vi è quella di uno Spirito Folletto, che fieramente lo inquietava, mettendogli sossopra carte, libri, e quanto aveva nelle sue stanze, rubandogli denari, e facendogli sparire perfino le vivande dinanzi agli occhi. O fosse questo artifizio di qualche ribaldo, oppure effetto di sconvolta fantasia, ei non dubitava punto dell'esistenza del suo Folletto, come non dubitò di due Apparizioni della Beata Vergine Maria, a cui attribuì di essere stato miracolosamente risanato e quasi da morte a vita risuscitato. Intanto D. Vincenzio Gonzaga figliuolo del Duca di Mantova non cessava d'instare per la liberazione di lui, e alla per fine furono sì efficaci le sue premure, che il dì 5 o 6 di Luglio dell'anno 1586, dopo sette anni, due mesi e qualche giorno d'infelice e miserabil prigionia, ricuperò la primiera libertà. In quel breve tempo, che si trattenne in Ferrara prima di andare a Mantova col suo Principe liberatore, non potè vedere il Duca, non volle visitare alcuno, nè essere visitato da chicchessìa, nè si curò di dar sesto alle cose sue, che lasciate in Sant'Anna non potè poi se non con grandissimo stento ricuperare. Fu ricevuto alla Corte di Mantova con singolarità di onori, e il Duca Guglielmo, ch'era uno de' più saggi Principi di quell'età, gradì moltissimo, che il suo Figliuolo avesse preso a proteggere un uomo di tanta fama, e a toglierlo da tante miserie. Ordinò pertanto, che fosse provveduto di stanze in palazzo, e fornito di tutto quello che poteva servire al comodo della vita e al decoro della persona.

Torquato si mostrò agli amici contentissimo del suo stato; e quantunque si lamentasse di essere perturbato da molti pensieri nojosi, da molte immaginazioni, e da molti fantasmi, da nausea di cibi, e da altre infermità di spirito e di corpo, non lasciava però di attendere continuamente ai suoi studj, correggendo ed ampliando le Opere già scritte, e componendone delle nuove. Accrebbe di molto i Dialoghi Del Messaggiero, Della Nobiltà, e Della Dignità. Per compiacere Francesco Maria II della Rovere scrisse due lunghe Lettere politichese per cattivarsi maggiormente la grazia del Duca Guglielmo si pose a rassettare e a compiere il Poema del Floridante che il Padre suo aveva lasciato imperfetto. La favola di questo Poema non era veramente se non se un episodio dell'Amadigi, abbellito però ed ampliato in guisa, che veniva a formare da sè un vago e dilettevol Poemetto. Torquato nè accorciò l'idea, nè riempiè i voti, vi aggiunse da venticinque stanze in lode di molte valorose donne, e corresse ed adornò il rimanente per modo che potè con onor suo e del Padre comparire indi a pochi mesi alla luce. Nel tempo medesimo ad insinuazione della giovine Principessa di Mantova rifuse di nuovo la Tragedia cominciata, come si disse, fin dall'anno 1574, e che intitolò Il Torrismondo, ed ampliò un piccolo Trattato composto prima Del Segretario, e ciò a richiesta di Antonio Costantini Segretario dell'Imbasciatore di Toscana alla Corte di Ferrara Cammillo Albizi, ch'era uno de' più stretti e leali amici suoi. Le maschere, le danze e gli spettacoli, che godè in copia nella Corte di Mantova nel Carnevale del 1587, servirono di conforto alla sua turbata fantasia; e poco mancò, che non ricadesse nelle reti amorose, dalle quali lo liberò, com'ei si espresse in una Lettera, confidenziale, il timore d'essere reputato leggiero nell'amar troppo, o incostante in far nuova elezione. Venuta poi la Quaresima dette luogo a più gravi pensieri, a più nobili studj, che furono quelli della Teologia e della lettura de' Padri, e spezialmente di Sant'Agostino, col religioso fine di trar lumi, onde ben regolare la vita , ed emendare le sue Opere. Fui sempre Cattolico (dice in una Lettera al Costantino), e sono e sarò; e seppure alcuno ha potuto riprender la dottrina, non doveva biasimar la volontà o dubitarne e per l'avvenire procurerò che l'una e l'altra sia senza riprensione. Piaccia a Dio che a me sia lecito di farlo con tanta felicità, con quanta già sperai. Quanto agli scritti, volentieri avrebbe imitato l'esempio di quel Pittore, di cui dicevasi, che non levava mai la mano dalla tavola; onde si lamentò col suo amico Licinio di aver senza sua saputa pubblicati i suoi Discorsi su l'Arte Poetica, che poi ampliò a segno di formarne sei libri, che videro la luce in Napoli nell'anno 1594.

Le fortune e gli onori, che godeva Torquato in Mantova, non lo trattennero dall'accettar l'invito di legger l'Etica e la Poetica di Aristotele nell'Accademia di Genova, con 400 scudi d'oro di provvisione ferma, e con isperanza di altrettanti straordinarj. Rispondendo all'invito, disse, che gli dava il cuore di far le lezioni e di scriverle; ma che non poteva ripromettersi della memoria, al maggior segno infievolita. Per ricuperarla insieme colle forze del corpo si portò a Bergamo, e in quel soggiorno, che fu per lui quietissimo, cominciò a vacillare su l'impegno preso colla Repubblica di Genova, e gli nacque il desiderio di stanziarsi in Roma, colla speranza, che per mezzo di Monsignor Papio Auditore e Maestro del giovine Cardinal Montalto Nipote prediletto di Sisto V, del Cardinale Albano, e di Monsignor Gonzaga avrebbe trovato qualche onorevole stabilimento. A riserva del Gonzaga, gli altri, che conoscevano l'incostanza del suo carattere, ne lo dissuasero; e nel contrasto de' suoi desiderj mancò inaspettatamente di vita il Duca Guglielmo, a cui succeduto il Principe Vincenzio, si credè il Tasso in obbligo di tornare a Mantova, e di offerire a quel Principe il dono del suo Torrismondo con una Lettera piena, delle lodi di lui. In una cosa solamente (dic'egli) potrebbe alcuno estimare ch'io avessi avuto poco risguardo alla sua prospera fortuna; io dico nel donare a felicissimo Principe infelicissima composizione: ma le azioni de' miseri possono ancora a' beati servire per ammaestramento, e V. A. leggendo o ascoltando questa favola troverà alcune cose da imitare, altre da schivare, altre da lodare, altre da riprendere, altre da rallegrarsi, altre da contristarsi; e potrà col suo gravissimo giudizio purgar in guisa l'animo, ed in guisa temperar le passioni, che l'altrui dolore sia cagione del suo diletto, e l'imprudenza degli altri del suo avvedimento, e gl'infortunj della sua prosperità. Una prova del felice incontro di questa Tragedia si è, che in pochi mesi fu per ben dieci volte ristampata in varie Città d'Italia. Benché l'azione sia passionatissima e ben tessuta, ha tuttavia alcuni difetti; e lo stile troppo armonioso ed elevato non è certamente quello che più conviene al coturno. Con tutto ciò occupa un de' più distinti luoghi tra le Tragedie italiane, e per un tempo ottenne anche il primo. Il Tasso però medesimo non se ne mostrò mai del tutto contento; e perciò di tempo in tempo vi andò facendo delle giunte e delle correzioni.

Non parve al carattere sospettoso di lui, che questo suo dono, e la sua persona fossero così bene ricevuti dal Duca, come se n'era lusingato; onde si confermò nel proponimento di lasciar quella Corte. Partì alla volta di Roma nell'Ottobre del 1587, non recando seco che una valigia co' suoi panni, ed un tamburo, ov'erano gli scritti e pochi libri. Passando per Bologna vi fu grandemente onorato, e di là si condusse a Loreto per isciogliervi un voto; ma vi giunse stanchissimo e senza denaro, onde aver modo da continuare il viaggio. Lo soccorse Don Ferrante Gonzaga Signor di Guastalla, capitato a caso in quel luogo; e quant'altri incontrò ammiratori del suo nome, mentre gli prestavano cortese assistenza, deploravano l'infelicità di sì grand'uomo ridotto a chiedere l'elemosina. Gravissima e piena di sublimi sentimenti è la Canzone, che gl'inspirò la santità del luogo, e che merita di essere citata come un bel monumento della molta sua pietà, che gli fe' detestare i suoi passati errori, e proporre di non esercitare mai più la sua Musa in argomenti profani. Disse in una sua lettera famigliare di aver trovata Roma bella e cortese, e di aver motivo di sperare di trattenervisi senz'obbligo di servitù, di cui abborriva il nome, non che gli effetti. Ma ben presto cominciarono a languire le sue speranze, e si dolse spezialmente di Monsignor Papio, che, essendo in tanta grazia del Papa e dei Nipoti, non ne avesse fatto uso per procurargli un officio o un dono o una qualche onesta pensione. Anche il Cardinale Albano e il suo Segretario Maurizio Cataneo, su' quali tanto contava, gli dettero segni di non grato accoglimento; e un certo Giorgio Alario, Maestro di casa di Monsignor Gonzaga, apertamente gli fe' conoscere, che non doveva il padron suo dar ricetto in sua casa ad un uomo per natura, per infermità, e per disgrazie malinconico, inquieto, e non punto socievole. La promozione fatta da Sisto V in Cardinale del Gonzaga stesso, e l'arrivo in quel tempo in Roma del suo amicissimo Antonio Costantini, fecero alcun poco rivivere le sue speranze, dalle quali, e dal consiglio del Costantini medesimo animato, compose cinquanta bellissime Ottave in lode delle virtù ed azioni di quell'immortale Pontefice; dieci altre sopra le Acque Felici da lui condotte per uso ed abbellimento della Città, e due gravi Canzoni, l'una diretta al Papa stesso, l'altra sopra la Cappella del Presepio, da lui con regia magnificenza fatta novellamente costruire nella Liberiana Basilica. Se i dotti applaudirono queste composizioni, niuna impressione però fecero nell'animo del Pontefice, che sembrava non aspirare ad altra lode, se non se a quella di far più bella, più ricca, e più potente Roma, e di saper profittare del credito e del rispetto, che ispirava la sua dignità. Potevano però lusingare Torquato la grazia e la stima di varj autorevoli Cardinali; ma mancandogli la pazienza, che sa preparare ed aspettare le fortune, deliberò di passare a Napoli, per vedere se potea ricuperar per giustizia la dote materna, sempre inutilmente richiesta, e per grazia una porzione almeno delle facoltà del Padre, confiscate allora che in pena d'aver seguitato il Principe di Salerno fu col bando insieme con lui dichiarato ribelle.

L'aspetto di una Città maravigliosamente bella, la ricordanza di doverle la sua prima educazione nelle Lettere, un ospizio liberale e cortese pres so i Monaci di Monte-Oliveto, i molti onori ricevuti dai Grandi e dai Letterati fecero nascere in lui la dolce lusinga di aver finalmente trovato un porto alla sua agitata fortuna e un ozio, onde potere con maggior fervore attendere ai suoi poetici studj. Fin dal suo soggiorno in Mantova aveva risoluto di riformare la sua Gerusalemme, e di aggiungervi alcuni Canti; e in Roma e in Napoli avanzò talmente il lavoro, che nel Giugno del 1588 aveva composte oltre a dugento stanze. Si consigliò con Gioanni Batista Manso Marchese di Villa, il più affettuoso e il più dotto degli amici, che ebbe in quel soggiorno, e cedè alle molte ragioni da lui addotte di lasciare intatto il Poema. Per compiacere poi ai Monaci, presso i quali albergava, pose mano al Poemetto intitolato Il Monte Oliveto, di cui non fece che il primo libro. Dice egli d'essersi proposto, che questo Poema fosse simile agli altri suoi, ne' quali non era stato soverchiamente lungo nell'imitazione di quelle cose che non sono atte a ricevere ornamento, vaghezza e splendor di parole e di elocuzione. E certamente il Poema è pieno di grandi e nobili concetti, spiegati il più delle volte con molta felicità ed esquisita eleganza. Gli amorevoli e più che fraterni officj, che esercitava verso di lui il Manso, si rendettero anche più frequenti, quando conobbe che aveva maggior bisogno della sua indulgenza e del suo soccorso . A confortarlo, quando in lui vide diminuita la speranza di ricuperare le facoltà e la salute, lo condusse nella sua Terra di Bisaccio, ove passò assai lietamente quasi tutto l'Ottobre, e parte del Novembre dell'anno 1588. Il Signor Torquato (così scrisse il Manso) è divenuto grandissimo cacciatore e supera anche l'asprezza della stagione e del paese. Le giornate cattive e le sere trapassiamo udendo sonare e cantare lunghe ore, perciocché a lui diletta sommamente sentir questi improvvisatori, invidiando loro quella prontezza nel versificare di cui dice essergli stata la Natura così avara. Talvolta caroliamo, di che anche molto si compiace con queste donne; ma il più ce ne stiamo presso al fuoco ragionando e siamo caduti molte volte in ragionamento di quello Spirito ch'egli dice apparirgli e me ne ha favellato in modo che io non so che me ne dica, né che me ne creda.

Gareggiava col Manso in idolatrare per così dire Torquato il Conte di Paleno, che adoprò ogni arte per averlo ospite nella propria casa. Il Padre di lui Principe di Conca vi si oppose, non per altro, se non per timore d'incontrare lo sdegno de' Regj, che mai avrebbero sofferto d'aver lui dato ricetto al figliuolo di uno dichiarato ribelle. A togliere questa semenza di discordia credè opportuno di tornarsene a Roma, allegando varj pretesti, che in apparenza giustificavano l'incostanza del suo carattere, e la sua collera per non veder dato alcun buono avviamento al giudizio della ricuperazione della dote materna. Smontato al palazzo del Cardinal Gonzaga, credè di non ricevervi quei riguardi che meritava, e che non chiedeva, onde senza indugio procurò di avere un asilo presso i Padri Olivetani, i quali con ogni maniera di cortesia consolarono il suo smarrimento e il suo dolore. In questo quasi riposo, quantunque nell'esteriore mostrasse di essere più che mai carico di maninconia, attese di proposito a rassettare le sue Opere, con animo di pubblicarle tutte insieme in parecchi volumi, e per tal via uscire una volta di stento, se giungeva a stamparle a suo conto, e co' privilegj di tutti i Principi italiani. Non contento di aver raccolte le sue Rime in tre volumi, vi fece i comenti; ne scriveva cosa che non palesasse senno, erudizione e dottrina. Dice ei medesimo, che reputava ottimo ed ingegnosissimo quel Dialogo, che intitolò Il Costantino, ovvero Della Clemenza, nel qual tempo celebrò ancora con un'Orazione e con un'Ode le lodi della Casa de' Medici; omaggio, che credè dovuto alla solennità delle Nozze del Gran-Duca Ferdinando con Cristina di Lorena, e alla sua gratitudine verso un Principe, che l'aveva sempre onorato di protezione e di doni, e da cui sperava un sollievo alle presenti sue calamità. Imperocchè, privo di denari e di vestiti, travagliato dalla febbre, mal soddisfatto di quelli, a cui il Cardinal Gonzaga assente da Roma l'aveva raccomandato dopo d'averlo ricevuto nella sua Corte, fu costretto giacere infermo in quello Spedale, che un suo parente, il Canonico Giovanni Jacopo Tasso, aveva aperto al sollievo de' poveri Bergamaschi [9] . Quel Principe, sì giusto apprezzatore de' rari talenti del nostro Poeta, e sì celebre per tante azioni degne di Poema e d'Istoria, ebbe compassione del suo stato, e l'invitò alla sua Corte, Giunto in Firenze nella primavera del 1590, dopo qualche indugio per cagion di salute, vi ricevè tali onori, che potè lusingarsi di avere finalmente superato la malignità della fortuna, e di aver mortificata la vanità di coloro che la speranza di una falsa gloria aveva armati contro il suo Poema. Siccome però la sua malinconia, e la sua incostanza l'accompagnava in ogni luogo, risolse di tornare a Roma, e vi tornò nel Settembre di quell'anno con buona grazia e con doni generosi del Gran-Duca.

L'elezione in Sommo Pontefice di Gregorio XIV animò le sue speranze e la sua Musa, ed appena si riebbe da una infermità, che lo travagliò più del solito, compose una Canzone in lode del medesimo, che meritamente è reputata una delle più nobili che vanti la Lirica italiana. Confidava moltissimo nell'amicizia d'alcuni favoriti cortigiani; ma o fosse la poca lealtà di costoro, o fossero altre cagioni, ben presto conobbe la vanità delle sue speranze; onde deliberò ad un tratto di rifugiarsi nel Convento degli Agostiniani di Santa Maria del Popolo, per quivi starsene solitario e lontano dalle indegnità degli uomini. Il suo fedele amico Costantini, ch'era poco prima giunto in Roma Segretario di Don Carlo Gonzaga Ambasciatore straordinario al Papa, ciò inteso corse subito a lui per rimuoverlo da sì strano e disperato proponimento, e pregollo amichevolmente, che, s'era malcontento di Roma, pensasse invece di tornare a Mantova con esso seco, dov'era tanto desiderato, e dove sarebbe onorato secondo il suo merito. Seguì questo consiglio; e dopo un mese di viaggio, sì poco poteva reggere al disagio del cavalcare, giunse a Mantova, accoltovi graziosamente da que' Principi, i quali avean di mala voglia sofferto ch'ei si fosse da loro partito. Quivi pensò subito ad offerire due pegni della sua devozione, l'uno al Duca, l'altro alla Duchessa, in due volumi delle sue Rime; e intanto che se ne procurava la stampa, per non differire un argomento della sua gratitudine pose mano alla Genealogia della Famiglia Gonzaga. A dispetto della materia, sicuramente non atta a ricevere abbellimenti poetici, riuscì bello il lavoro, e maraviglioso in quella parte, che descrive la venuta di Carlo VIII Re di Francia in Italia. Quella felicità e quella pace, che le beneficenze di que' Principi gli fecero provare, fu in breve tempo distrutta dal suo umor malinconico, e dalle frequenti sue infermità; onde, dopo otto mesi della sua dimora in Mantova, chiede di seguire il Duca, che andava a Roma a rendere in persona obbedienza al nuovo Pontefice Innocenzo IX. Incomodissimo gli riuscì il viaggio, perchè obbligato di giacere infermo in più luoghi, e spezialmente in Firenze. Giunto in Roma fu ricevuto in casa del Cataneo, sciolto già dai legami della Corte per la morte del Cardinal Albano suo Signore, e valsero a confortarlo non solo la compagnia di sì buon amico, ma ancora le speranze di un illustre avanzamento, a cui mirando aveva avuta l'avvertenza nella correzion delle sue Rime di levar da esse tutto ciò che avesse potuto offendere la più scrupolosa modestia. Ma tutto era passeggiero in lui, onde volentieri prestò orecchie ai premurosi inviti del Conte di Paleno per la morte del Padre divenuto Principe di Conca, e grand'Ammiraglio del Regno, di tornare a Napoli, e di dividere secolui i suoi agi e le sue ricchezze. In questo comodo, e in principio anche lieto stato intraprese a scrivere il Poema eroico intitolato La Gerusalemme Conquistata, desiderando, come scrisse al Cataneo, che la reputazione di questo suo accresciuto ed illustrato e quasi riformato Poema togliesse il credito all'altro, datogli dalla pazzia degli uomini piuttosto che dal suo giudizio.

Si creò intanto Sommo Pontefice col nome di Clemente VIII il Cardinale Aldobrandino, e s'intese subito la lira del Tasso risonar delle lodi di un suo antico Mecenate in modo da uguagliar la grandezza dell'animo di lui. Nello stesso tempo, ad insinuazione di Donna Vittoria Loffredo Madre del Principe, religiosissima donna, incominciò il sacro Poema delle Sette giornate del Mondo creato, che interruppe l'invito procuratosi da Monsignore Statilio Paolini Segretario favorito del Papa di condursi a Roma. Per onor delle Muse accadde a lui quel che racconta di sé il Petrarca, che incontrata nel viaggio una truppa di masnadieri, lungi dall'essere molestato ed offeso, fu anzi cortesemente sovvenuto e accompagnato. Per gli officj poi del suo amico Paolini fu subito ricevuto nella casa de' Nipoti Pontificj, non già a servire e a corteggiare, cosa ch'egli non avrebbe accettata a condizion veruna, ma solamente a poetare e a filosofare. Tra que' Nipoti uno ve n'era di sorella nominato Cintio, e dal Papa adottato nella Famiglia Aldobrandina; e comecché questi era più dell'altro versato negli studj, e di un'indole più affettuosa e cortese, con lui spezialmente si legò il Tasso, e a lui destinò la dedica della Gerusalemme Conquistata. Ciò piacquegli grandemente, e conobbe anche il Papa l'onor che ne derivava alla sua Famiglia. A quest'effetto fu chiamato l'Ingegneri, quel medesimo che pubblicò la prima Volta la Gerusalemme intera; ed ei, come dotto in Poesia e pratico del carattere dell'Autore, potè facilmente trascrivere tutto il Poema, far buona scelta delle varianti, e darlo alla luce del Pubblico. Tanto se ne compiacque il Poeta, che scrisse in questi termini a Monsignor Panigarola: Sono affezionatissimo al nuovo Poema, notamente riformato, come a nuovo parto del mio intelletto. Dal primo sono alieno, come i padri da' figliuoli ribelli, e sospetti d'esser nati d'adulterio . Questo è nato dalla mia mente, come nacque Minerva da quella di Giove; onde gli confiderei la vita e l'anima medesima; e vorrei che fosse dal giudizio e dall'autorità di V. S. Reverendissima onorato.

Il Poema, pubblicato in Roma l'anno 1593, fu ricevuto con incredibile applauso, e coronò il Poeta di nuovi allori. Cessata poi la maraviglia destata dalla novità, ripigliò ben presto i suoi diritti la prima Gerusalemme, se non come più perfetta, come più bella almeno e più dilettevole. La Conquistata serve alle regole dell'arte: è ricca di varia e profonda dottrina, ed è scritta colla più scrupolosa proprietà della Toscana favella; ma non si può negare, che, toltine alcuni pezzi veramente singolari, come il libro x, dove dal sogno di Goffredo prendesi motivo di scrivere la gloria del Paradiso, non sia per lo più languida, oscura, e poco atta a tener sospeso il lettore tra il diletto e la maraviglia, come fa sempre la Liberata; onde ebbe ragione Marcantonio Bonciaro di affermare, che la Liberata si potea dir opera della Musa, e la Conquistata del Tasso, ma del Tasso già vecchio ed infermo. Ne perchè il Poeta abbia in questa seconda adoperata maggior avvertenza intorno alla proprietà delle parole, si rende per ciò più vaga e più splendida la locuzione; essendo cosa certa, che le voci straniere e persino gli stessi barbarismi usati a tempo, con moderazione, e con una certa nobile e giudiziosa franchezza accrescono maestà allo stile, e sono bene spesso cagione di grandezza e di magniloquenza. Il Tasso, per convincere coloro che preferivano la prima alla seconda Gerusalemme, scrisse due interi libri, ai quali pensava di aggiungere il terzo (lo che non eseguì, perchè prevenuto dalla morte), ne' quali sfoggiò per l'acutezza dell'ingegno, per la profondità della dottrina, e per la varietà dell' erudizione. Disse tra le altre molte cose nell'introduzion dell'Opera: Non paragonerò me all'Ariosto, o la mia Gerusalemme al suo Furioso, come hanno fatto i nemici, come gli amici miei egualmente; ma me già invecchiato e vicino alla morte a me giovane ancora e d'età immatura anzi che no; e farò comparazione ancora fra la mia Gerusalemme quasi terrena e questa, che se io non m'inganno, è assai più simite all'idea della Celeste Gerusalemme. Ed in questo paragone mi sarà conceduto senza arroganza il preporre i miei Poemi maturi agli acerbi, e le fatiche di giusta età agli scherzi della più giovanile, e potrò affermare della mia Gerusalemme senza rossore quel che disse Dante di Beatrice già fatta gloriosa e beata,

Vincer pareva qui se stessa antica.

Ma con tutte le ragioni ch'egli adduce per provare, che questo nuovo Poema sia più verisimile dell'altro nella favola, che lo avanzi nello splendore e nella notizia delle cose, che sia più semplice ed affettuoso, che serva più all'unità, che l'azion principale non sia di troppo sospesa, e che le materie sieno più fra loro collegate, cadde a poco a poco in dimenticanza, quando che l'antico è sempre più cresciuto in fama presso le più colte nazioni, fino ad anteporlo all'Iliade d'Omero, e all'Eneide di Virgilio; tanto è vero che gli uomini anche più grandi sono soggetti ad inganni quando giudicano de' proprj componimenti.

Libero dal pensiero della Gerusalemme, scrisse le tanto belle ed eleganti, quanto devote e religiose, Stanze su le lagrime di Maria e di Gesù, e più di propositi attese al compimento dell'opera Della Creazion del Mondo, di cui al principio dell'anno 1594 aveva terminati i due primi giorni, ed abbozzati in gran parte gli altri cinque, adoprando il verso sciolto. L'amenità del luogo, che abitava nel Vaticano, ed i favori, che riceveva dai suoi Mecenati, animavano la sua Musa; ma alla fin fine, obbligato di cedere all'incostanza del suo carattere, domandò di tornare a Napoli, col pretesto di assistere alla Lite della ricuperazione della dote materna, e di provvedere alla sua salute. Furono così grandi i segni di vera e leale amistà, che ricevè dal Marchese di Villa, che si credè in obbligo di perpetuarne la memoria nel Dialogo dell'Amicizia, che intitolò ancora Il Manso. L'esito poi della Lite fu uno scarso aggiustamento, e quello della salute un leggiero miglioramento, di cui fece uso per iscrivere il Dialogo delle Imprese, un' Elegia latina Ad Juventutis Neapolitanae Principes, ed alcuni esametri per l'anniversario dell'Incoronazione del Pontefice. Questi ed altri versi latini composti in età avanzata, benché mostrino la mano maestra di un gran Poeta, sono però alquanto duri e stentati ed assai lontani dalla felicità e bellezza delle sue Poesie italiane. Non potè negare (e qual cosa negò mai il buon Tasso all'istanza degli amici e benefattori suoi?) a Don Carlo Gesualdo Principe di Venosa alcuni Madrigali per musica; e l'applauso a questi fatto lo invitò a comporne altri, che tuttavia si conservavano inediti. Grato quel Signore ai favori del Tasso, pensò di condurlo seco a Ferrara, per rendere più solenni le Nozze, che doveva celebrare con Donna Eleonora d'Este sorella di Don Cesare, che fu poi Duca di Modena. Ma il Duca Alfonso ricusò di riceverlo, in vendetta forse dei vecchi, e massimamente de' recenti disgusti, perchè avesse indirizzata la nuova Gerusalemme ad altro Signore, ed avesse soppressa non solo la dedica a lui già fatta, ma anche le lodi sue in gran parte, e quelle de' suoi maggiori, fino a togliere dal Poema l'importantissima persona di Rinaldo, introducendovi in vece un Riccardo, con accidenti e circostanze meno interessanti e men passionate, onde venne la favola a perder molto della sua primiera vaghezza. Ciò non ostante Torquato non mai sciolse que' vincoli di amore e di rispetto, che una volta lo legarono al Duca Alfonso; e una Lettera a lui scritta pochi mesi prima della sua morte è un illustre monumento d'una costanza di gratitudine senza esempio.

Erano già scorsi più di quattro mesi dacché Torquato viveva in Napoli con molta sua soddisfazione, perchè da tutti onorato, quando il Cardinal Cintio, che mal soffriva questa lunga assenza, gli fe' scrivere di tornare a Roma, e di avergli ottenuto dal Papa e dal Senato Romano l'onore del Trionfo e della Corona d'alloro in Campidoglio. Attesta il Manso, che non fu punto commosso da sì lusinghiera novella, e che senza il consiglio degli amici non avrebbe ceduto ai graziosi inviti del Cardinale. Al suo arrivo in Roma, che accadde sul principio del Novembre dell'anno 1594, mostrò maggiormente ancora la sua indifferenza per una ricompensa, che meritava e non bramava, secondando volentieri que' motivi, che obbligavano di differirla. Gli vennero incontro i nobili Cortigiani de' due Cardinali Nipoti, altri della famiglia Palatina, molti Letterati di vaglia e Prelati, ed introdotto al Papa, dopo molte espressioni graziose ed onorevoli, sentì dirsi: Vi abbiamo destinata la Corona d'alloro, perchè ella resti tanto onorata da voi, quanto a tempi passati è stata ad altri d'onore. Ricordevole però, che al Petrarca non aveva partorito se non che invidia e vessazioni, e persuaso che nulla avrebbe aggiunto alla sua fama, ascoltò lietamente il consiglio di quelli, che per far più bello il Trionfo proposero di differirlo alla primavera. Un più grave pensiero occupavalo allora, ch'era quello della morte vicina, traendone argomento dallo spossamento delle forze, e dal peggioramento dalle sue antiche indisposizioni. Se però in qualche giorno si sentiva men male del solito, ritornava subito al Poema della Genesi; e l'Ingegneri , che non dipartivasi dal fianco di lui, era sempre pronto a raccogliere ogni verso, così dalla viva voce, come dalle varie cartucce, cui il Poeta raccomandava i suoi pensieri. Se godè in vedere stampati in Napoli i suoi Discorsi del Poema Eroico, e il Dialogo delle Imprese, si dolse però, che a que' Discorsi non si fosse unita una Difesa di Virgilio contro lo Speroni, impegnatissimo a sostenere, che l'Eneide fosse macchiata di difetti inescusabili, a quest'effetto lasciata in mano di Francesco Polverino. Dee compiangersi la perdita di questo scritto, perchè niuno studiò mai più profondamente quel Poeta, e niuno fu più di Torquato in grado di conoscerne le bellezze, che felicemente imitò in più luoghi del suo Poema.

Queste ed altre fatiche gloriose ebbero finalmente un premio reale in un'annua pensione di dugento scudi che il Pontefice gli conferì, con certa speranza di maggiori ricompense. Non si può esprimere il giubilo, che ne mostrò anche pel modo graziosissimo, con cui il Datario venne a recargliene la nuova. Ma convien confessare, che l'infelice Torquato non era destinato a goder lungamente umane consolazioni. Imperciochè appena giunto il mese d'Aprile, tempo fissato per la sua Incoronazione, si sentì più del solito aggravato da' suoi abituali incomodi; onde disperando della vita temporale, per pensare più agiatamente all'eterna, domandò al Cardinale licenza di ritirarsi nel Monastero di Sant'Onofrio presso i Padri Girolamini, che occupa una delle più amene parti del Gianicolo. Il Cardinale dolentissimo lo fece accompagnare da un suo Gentiluomo, e lo raccomandò a que' Religiosi, che già sommamente il riverivano per la fama de' suoi talenti. Colà giunto scrisse al suo buon amico Costantini in questi termini: Che dirà il mio Signor Antonio, quando udirà la morte del suo Tasso? E per mio avviso non tarderà molto la novella, perchè io mi sento al fine della mia vita, non essendosi potuto trovar mai rimedio a questa mia fastidiosa indisposizione sopravvenuta alle molt'altre mie solite, quasi rapido torrente, dal quale senza poter avere alcun ritegno vedo chiaramente esser rapito. Non è più tempo ch'io parli della mia ostinata fortuna, per non dire dell'ingratitudine del Mondo, la quale ha pur voluto aver la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico, quando io pensava, che quella gloria, che malgrado di chi non vuole avrà questo Secolo da' miei scritti, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza guiderdone. Mi sono fatto condurre in questo Monastero di Sant'Onofrio, non solo perchè l'aria è lodata da' Medici più che di alcuna altra parte di Roma, ma quasi per cominciare da questo luogo eminente, e colla conversazione di questi divoti Padri la mia conversazione in Cielo. Pregate Iddio per me ; e siate sicuro, che, siccome vi ho amato ed onorato sempre nella presente vita, così farò per voi nell'altra più vera, ciò che alla non finta, ma verace carità s'appartiene ed alla divina Grazia raccomando voi e me stesso.

Pur troppo si avverarono le predizioni di essere giunto al termine dei giorni suoi. La febbre comparsa il dì 10 di Aprile, che i Medici attribuirono al soverchio uso di latte e di cose dolci [10], delle quali era avidissimo, resistè a tutt'i rimedj, e fu dato per ispedito. Andrea Cisalpino, Archiatro Pontifizio, mandato all'infermo dal Papa medesimo, lo avvertì che non era molto lontana l'ultima sua ora. Ricevè quest'annunzio con grandissima fermezza d'animo, ed abbracciando il Medico lo ringraziò di sì cara novella; indi levati gli occhi al Cielo rendè le più umili grazie a Dio, perchè il volesse dopo sì lunghe tempeste condurre in porto; e da quell'ora in poi non si udì più parlare di cosa terrena e di fama dopo la morte, ma tutto rivolto alla Celeste Gerusalemme intese a quegli atti religiosissimi, che dovevano facilitargli l'ingresso in quella beata Città. Richiesto dove bramasse di essere sepolto, rispose nella Chiesa di Sant'Onofrio: pregato a far Testamento, e a dettar qualche Epitaffio da scolpirsi su la sua tomba, sorrise, e disse, che quanto al primo egli aveva ben poco da lasciare; e che quanto al secondo una semplice pietra bastava a coprirlo. Il Cardinale Cintio, informato, che a Torquato rimanevan poche ore di vita, corse subito a lui; e il maggior conforto che gli recò fu la Benedizione e l'Assoluzione Papale, che l'infermo ricevè con edificante devozione, dicendo, che questo era il carro sopra il quale sperava di gir coronato, non di alloro come Poeta nel Campidoglio, ma di gloria come beato nel Cielo. Richiesto dal Cardinale medesimo, se aveva da disporre di qualche cosa dopo la sua morte, mosso allora dal pentimento di avere troppo ardentemente ambita gloria terrena, mostrò un vivo desiderio, che tutte le copie dell'Opere sue fossero raccolte e date alle fiamme: sapeva, disse, ch'erano molte, e molto disperse ; ma che se la cosa era difficile, non era però impossibile.

Visse Torquato anni cinquantuno, un mese, e quattordici giorni, essendo passato dal tempo all'eternità il dì 25 d'Aprile dell'anno 1595. Il Cardinale procurò al defunto quegli onori, che alle virtù di tant'uomo convenivano, e fu portato il cadavere nobilmente vestito, e colla chioma cinta d'alloro per le contrade del Vaticano con solenne pompa, che decoravano le famiglie dei due Cardinali Aldobrandini, la Corte Palatina, i Professori dell'Archiginnasio, e altri molti Nobili e Letterati illustri. La buona volgar Poesia parve di morir con esso; perchè appena per pochi anni, e in pochissimi ingegni si conservarono le vestigia di quella. Il Cardinale, non contento di questi primi onori, aveva in animo di fargli poi celebrare solennissime esequie con orazion funebre, con elogj, con epitaffi e con apparato magnificentissimo, e di erigere un grandioso monumento alle ceneri del medesimo; ma distratto da altre cure pubbliche e private non dette esecuzione a questi suoi pensieri. Il Cardinale Bonifazio Bevilacqua soddisfece in parte ai voti del Pubblico, facendo fabbricar quel vago e decoroso Deposito, ch'ora si trova al lato manco della Chiesa di Sant'Onofrio, in cui col ritratto del Poeta è scolpita la seguente più vera che elegante Iscrizione.

TORQVATI . TASSI . POETAE

HEV . QVANTVM . IN . HOC . VNO

NOMINE

CELEBRITATIS . AC . LAVDVM

OSSA . HVC . TRANSTVLIT . HIC

CONDIDIT

BONIF. CARD. BEVILAQVA

NE . QVI . VOLITAT . VIVVS . PER

ORA . VIRVM

EIVS . RELIQVA . PARVM . SPLENDIDO

LOCO

COLERENTVR . QVAERERENTVR

ADMONVIT . VIRTVTIS . AMOR

ADMONVIT . ADYERSVS . PATRIAE

ALVMNVM

ADVER. PARENTVM . AMICVM . PIETAS

VIX. AN. LI. NAT. MAGNO . FLORENTISS.

SAEC. BONO

A N. M D X L I V

VIVET . HAVT . FALLIMVR . AETERNVM

IN . HOMINVM

MEMORIA . ADMIRATIONE . CVLTV

Fu Torquato, come ce lo dipinge il Manso nella Vita di lui, di alta statura, e di membra ben proporzionate; le carni aveva bianchissime; il color della folta barba e de' capelli tra mezzo il bruno e il biondo; il capo grande; la fronte ampia e quadrata; le ciglia in arco piegate, nere e rare, e fra loro disgiunte; gli occhi grandi e ritondi in se stessi, ma lunghetti negli angoli, le cui pupille di mezzana grandezza, e di color cilestro e vivace , e di movimento e guardatura grave , spesso si moveano all'insù, quasi seguendo il moto della mente, che per lo più alle cose celestiali s'innalzava; l'orecchie mezzane; il naso grande ed inchinato verso la bocca, grande altresì e lionina; le labbra sottili e pallide; quadro il mento; i denti bianchi e spessi; la voce chiara e sonora, e che nella fine del parlare, ripetendo assai sovente le ultime parole, rendeva anche uno suono più grave: il collo tra il lungo e il grosso, e che ben sosteneva il capo elevato; il petto e le spalle larghe e piane; le braccie lunghe e nervose e sciolte; le mani assai grandi, ma morbide e delicate, e le dita, che agevolmente si ripiegavano all'insù. Le gambe e i piedi parimente lunghi, e di proporzionata grossezza, ma più nervose che carnose, e tutto il busto eziandio tendeva alla magrezza. Ebbe così agili tutte le membra da non cedere ad alcuno nell'armeggiare, nel cavalcare e nel giostrare. Ma nondimeno fece tutte queste cose con maggiore attitudine che grazia, e questa grazia mancavagli ancora allorché recitava e leggeva le cose sue, massime pel difetto della lingua balba, e della debile e corta vista.

La bellezza e la dignità della persona furono vinte, e i difetti compensati dalle virtù morali e dalle doti dell'intelletto. Amorevole, cortese, e di una lealtà senza pari, facilmente perdonava le ingiurie, e facilmente concedeva quel ch'era da lui richiesto. Se giovane si lasciò alquanto trasportare dalle leggerezze amorose, si ravvide ben presto, e diedesi ad una vita religiosa ed esemplare, che coronò una morte preziosa nel cospetto del Signore. Disprezzò la roba e l'oro; e quando la necessità l'obbligava ad accettare dei soccorsi dagli amici e jpadroni suoi, non voleva se non quel poco che abbisognavagli. Fu poi grato e ricordevole di qualunque ben che minimo benefizio; e quantunque non potesse soffrire avvilimento o disprezzo, era anzi che no modesto, e questa modestia compariva ancora negli abiti, che usò sempre di color nero, senza curarsi di aver più di quell'uno, che continuamente adoperava, il quale dovendo o per la mutazione della stagione, o perchè fosse logoro, lasciare, di subito lo donava a' poverelli. Nemico della satira, nessun fiele tinse mai la sua penna; e le critiche, alle quali dovè soggiacere, gli ricordarono quel detto di un antico Filosofo: Che il genio sarebbe ben orgoglioso della sua gloria, se potesse ascoltare il concerto armonioso, che risulta dai clamori dell'invidia. Amò il silenzio, e non avrebbe quasi mai mosso ragionamento alcuno, se la necessità dell'addimandare, o la convenienza del rispondere non lo invitava. Ciò non ostante, quando l'occasione il richiedeva, e massime in compagnia di amici e di dame, scherzava e motteggiava con grandissima piacevolezza. Il suo ingegno fu d'una celerità ed acutezza unica, ed atto a qualunque difficile impresa. Può dirsi che non vi ebbe Autor classico nelle tre lingue più belle, che non solo non avesse letto, ma ancora studiato profondamente. Platone però, da lui tanto imitato ne' suoi Dialoghi, ed Aristotele tra i Greci, Virgilio tra i Latini, e Dante tra i Toscani meritarono la sua preferenza. Col corredo di tanta dottrina, di sì vasta erudizione, di un esquisitissimo giudizio, e di una immaginazione fecondissima, fu unico Poeta epico, ebbe pochi eguali, niun superiore nella Lirica, e riuscì ancora maraviglioso nella Drammatica, se si riguarda specialmente l'Aminta. Nelle prose non meno che ne' versi fu grave, elegante e fecondo, e sopra tutto mirabile per l'invenzione, per la maniera di maneggiare gli argomenti, e per la nobiltà e varietà de' medesimi, non vi essendo quasi veruna materia morale, politica, economica, poetica ed oratoria, della quale egli non abbia profondamente trattato ne' suoi Dialoghi. Meritamente si lodano ancora varie sue Orazioni, e spezialmente le due Funebri per Barbera d'Austria Duchessa di Ferrara, e pel Cardinale Luigi d'Este, e sopra tutte la Concione Della Virtù de' Romani, contraddicendo a Plutarco, che aveva preteso di combatterla coll'attribuire alla Fortuna l'opera del valore. Ma tutte queste composizioni, come stelle minori, vengono ecclissate dal sole della Gerusalemme Liberata, che, se non esistesse, spesso quelle si ricorderebbero come tanti monumenti d'un ingegno non solamente raro, ma anche singolare. Tante poi sono state le edizioni, le illustrazioni e le traduzioni di quel divino Poema, che si può a buona equità dir del Tasso quello che fu detto di Omero, cioè aver lui a più persone, che qualsivoglia grandissimo Re, dato impiego e sostentamento.

Si è molto disputato se la Gerusalemme Liberata del Tasso debba preferirsi al Furioso dell'Ariosto: confronto che non dovrebbe aver luogo se non quanto alla fecondità dell'immaginazione, agli ornamenti del racconto, e all'eleganza dello stile; perchè i due Poemi sono fra loro di troppo dissimil natura, essendo romanzesco l'uno, epico l'altro. Che il Tasso medesimo si anteponesse al Ferrarese Omero, potè dedursi da alcuni suoi famigliari discorsi, e forse da que' versi, che leggonsi nella seconda Gerusalemme:

E d'angelico suon canora tromba

Faccia quella tacer ch'oggi rimbomba.

Un gran Poeta, Benedetto Manzini, senza decidere la questione paragonò solamente i due Poemi a due palazzi; uno vasto ed immenso, che ha gran sale, archi, teatri dorati, e fregi e statue per sostenere il peso dell'alte travi; dove nell'altro di minor mole tutto è ben compartito e ordinato con quell'arte, che i latini e i greci Architetti insegnarono. [11] Un maggior Poeta ancora, quantunque allevato nella scuola del Gravina, che non risonava se non se delle lodi dell'Ariosto, confessa, che allora quando capace di giudicare per sé medesimo lesse per la prima volta il Goffredo, lo spettacolo, ch'ei vide, come in un quadro, di una grande e sola azione lucidamente proposta, magistralmente condotta, e perfettamente compiuta; la varietà di tanti avvenimenti; che la producono e l'arricchiscono senza moltiplicarla; la magia di uno stile sempre limpido, sempre sublime, sempre sonoro, e possente a rivestir della propria sua nobiltà i più comuni ed umili oggetti; il vigoroso colorito, col quale ei paragona e descrive; la seduttrice evidenza, con la quale ei narra e persuade; i caratteri veri e costanti, la connessione dell'idee, la dottrina, il giudizio, e sopra ogni altra cosa la portentosa forza d'ingegno, che invece d'infiacchirsi come comunemente addiviene in ogni lungo lavoro, fino all'ultimo verso in lui mirabilmente si accresce, lo ricolmarono di un nuovo sino a quel tempo sconosciuto diletto, di una rispettosa ammirazione, di un vivo rimorso della sua lunga ingiustizia, e di uno sdegno implacabile contro coloro, che credono oltraggioso all'Ariosto il solo paragon di Torquato . Fin qui il Metastasio in una Lettera a Don Domenico Diodati. Ei non nega, che può talvolta dispiacere nel Tasso la lima troppo visibilmente adoperata, certe acutezze di concetti inferiori all'elevazione della mente di lui, e che rasentano il manierato, le tenerezze amorose rettoricamente espresse, ed altre minori macchie, quas aut incuria fudit, aut humana parum cavit natura, ma che la lima stessa così frequentemente trascurata dall'Ariosto, la scurrilità poco decente ad un costumato Poeta, e gli amori troppo naturali sono ancora in lui peggiori e più riprensibili difetti. Se l'autorità sola bastasse a decidere le letterarie questioni, per una parte e per l'altra de' due Poemi potrebbero citarsi nomi del prim'ordine, e quel che recentemente è stato pubblicato dal Galileo, fedele di troppo alla sua Accademia della Crusca, che tanti rilevò difetti nella Gerusalemme, quanto toglie al Tasso, altrettanto concede all'Ariosto, che in ogni paragone di racconti, di descrizioni, d'imitazioni, di viva e feconda immaginazione, di eleganza di stile, e d'ogni pregio poetico ottiene, secondo lui, la palma. Altri ha assomigliato il Tasso a un delicato vaghissimo Miniatore, in cui e il colorito e il disegno hanno tutta quella finezza, che può bramarsi, e l'Ariosto ad un Buonarroti, ad un Giulio Romano, ad un Rubens, che con forte ed ardito pennello fanno quasi toccar con mano i più grandi, i più passionati, i più terribili oggetti, che si proposero di rappresentare [12] . Han detto altri, che miglior Poema è quello del Tasso, ma maggior Poeta l'Ariosto. Checché sia di questi giudizj, egli è certissimo, che la Poesia italiana dee a questi due Scrittori il suo più nobile ornamento in un genere, in cui quella delle più colte Nazioni d'Europa niente ha da contrapporle.

Note

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[1] Lettere di Bernardo Tasso , vol. III, p. 70.

[2] In quest'istesso Poema lasciò egli la memoria del poco genio che aveva per gli studj legali, dicendo, Canto xii, st. 90.

Così schermando io risonar già fea

Di Rinaldo gli ardori e i dolci affanni,

Allor che ad altri studj il dì togliea

Nel quarto lustro ancor de miei verd'anni,

Ad altri studj, onde poi speme avea

Di ristorar d'avversa sorte i danni;

Ingrati studj, dal cui pondo oppresso,

Giaccio ignoto ad altrui, grave a me stesso.

[3] Così il Tasso  med. nel Dialogo del Forno.

[4]                      E certo il primo dì, che'l bel sereno

Della tua fronte agli occhi miei s'offerse,

E vidi armato spaziarvi Amore,

Se non che riverenza allor converse,

E meraviglia in fredda selce il seno ,

Ivi pena con doppia morte il core:

Ma parte degli strali e dell'ardore

Sentii pur anco entro 'l gelato marmo .

Canz.

[5] Il Manso nella Vita di Torquato fu il primo, che accennò questa favola.

[6] Nel Dialogo intitolato Il Cutaneo, ovvero Degl'Idoli, per provare la verità de' suoi elogj fece il paragone d'una Canzone del Ronsardo in lode della Real Casa di Valois con quella famosa del Caro Venite all'ombra de' gran Gigli d'oro; e par che almeno, quanto all'elezione delle cose, e alla sublimità de' concetti, dia la preferenza al Poeta francese. Felici le Arti (disse un antico) se gli Artisti soli ne giudicassero .

[7] È stata una singolar combinazione, che quasi un simil difetto toccasse ancora al diligentissimo ed elegantissimo Scrittore della Vita di lai Pier-Antonio Serassi, l'opera di cui immortale ha servito a noi di guida per tessere, o per meglio dire compendiare quest'Elogio, come ci servì di materiale per darne un minuto ragguaglio ne' tomi 59 e 60 del Giornale Pisano. Circostanza degna di essere avvertita, perché il Lettore sappia, che è di nostra ragione quello che dal Giornale stesso si è trasportato in quest'Elogio.

[8] La Lettera è del 17 di Giugno nel 1577.

[9] L'Autore d'una celebre Satira, che comincia Nos canimus surdis, e che viene attribuita a Nicola Villani Pistoiese, così deplora l'indegnità dello stato infelicissimo di Torquato:

Tassvs, Maeoniae decus immortale Camoenae,

Cui similem nullum videntur postera saecla,

Queisnam divitiis, queis auctus honoribus? heu heu

Non erat unde sibi vestemve, cibumve pararet:

At miser hospitiis communibus inter egenos

Inter et aegrotos interque sedebat euntes;

Sordidus in pannis atque unius indigus assis;

Et tantum sacras non mendicabat ad aedes.

[10] Maurizio Cataneo in una sua Lettera sopra la morte del Tasso, pubblicata dal Bottari tra le Pittoriche tomo v, pag. 49, dice, che la cagione della sua infermità era stata l'immaginazione, che per sospetti s'aveva conceputa di dover morire di giorno in giorno; da' quali sospetti ed inganni tirato, immaginandosi di potersi preservare con medicarsi da sé stesso, pigliava or triaca, or aloè, or cassia , or reobarbaro, or antimonio, che gli avevan arse e consumate l'interiora, e condottolo finalmente a morte.

[11] Art. Poet. lib. II. Si confessa debitore al Redi di questa similitudine, da cui sentì più volte adoperarla in occasione di parlare sopra questi due antesignani dell'epica Poesia.

[12] Tiraboschi tomo VII Storia della Letter. Italiana p. 115 .

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011