Giovanni Zuccalà

Della vita di Torquato Tasso

Edizione di riferimento:

Della vita di Torquato Tasso, Libri due, Del professore Giovanni Zuccalà, Milano, 1819. Dalla tipografia di commercio al Bocchetto N.° 3137. La presente Opera è posta sotto la tutela delle Leggi.

LIBRO SECONDO.

 CAPO PRIMO.

Il Tasso nello Spedale di S. Anna in Ferrara.

Un tessuto d’amarissime disavventure io debbo ora svolgere; e sento che l’animo da sì luttuose memorie inorridito rifugge. Le avversità che arrivano al povero Tasso in questo tempo, lo infermano realmente, e sembra che il facciano di tratto in tratto uscir di mente davvero. Il desiderio di pace sempre andatogli a voto, il lungo studio che altro sin’ora non gli procacciò che guai, il frutto più caro del suo ingegno ghermito da que’ medesimi che incoronare dovevano l’onorata sua fronte; l’amore infelice che gli frange tutte le forze dell’anima, ed ogni diporto gli attosca; e infine una stretta prigione non meritata, una penuria del bisognevole, un languore di spirito, muto di umano conforto, ed in aggiunta il motteggio, e l’insulto de’ letterati ed amici, lo esaspera, lo colpisce sì crudelmente che ormai la sua vita non fia che un lento morire. Si dovrà perciò perdonare se commette de’ falli, che in altri sarebbono da riprendersi giustamente; e se chimerizza di modo nell’eccesso delle sue pene che par disennato; perchè l’infelice battuto dal suo dolore si stringe più fortemente all’immagine che lo rattrista, e fugge da ciò che mitigare potrebbe l’acerbo senso; (così notò un grande filosofo) schiva l’altrui cospetto, brama la solitudine per immergersi solo, e non distratto, nel suo dolore; ama di avvolgersi fra le tenebre, dove quasi cinto da caligine, più accresce e aggrava il suo male. Non cerca conforti, anzi li respinge da sè; e perchè sarebbe pazzia il continuare a dolersi, dove sorgesse qualche giusto motivo di alleviamento, non sa, non vuole ravvisarne alcuno. Egli si lascia trasportare a seconda delle sue ambasce; per vincerle converrebbe fare uno sforzo, un moto contrario, e questo sembra all’anima spossata assai più molesto che lo stesso dolore; e l’anima logora dalla tristezza è non solamente noiosa a sè, ma ingiusta con gli altri; e siccome non vede gli oggetti dintorno che diformati, così molte cose interpreta a rovescio, ed è delle azioni altrui pessima estimatrice.

Da Torino scrisse al cardinale Albano a Roma, perchè volesse impiegare la sua autorità col duca di Ferrara, onde Sua Altezza gli restituisse i libri, le scritture, il poema della Gerusalemme, ed alcune altre sue poche cose, ch’ei riteneva: e inoltre lo donasse di un qualche centinaio di scudi, perchè potesse sotto il suo patrocinio divulgare il poema, e restare col marchese Filippo da Este in una sofferevole povertà. E dovrebbe, ei dice, il Sig. duca di Ferrara farlo, non solo perchè è suo costume di non mancare ad alcuno che gli sia stato servitore; ma ancora perchè io l’ho riverito, ed amato, ed amo singolarmente; ed al molto amore si perdonano molte colpe.

L’Albano impiegò l’opera sua presso il Duca, che, sopra la sua aspettazione, trovò inchinevole a soddisfare li desiderii del Tasso; anzi Sua Altezza diede aperto a conoscere che lo avrebbe di lieto animo ricevuto ancora alla corte, purchè si lasciasse purgare, secondo l’ordinamento dei medici, ch’egli vedea necessario: quindi per mezzo dello stesso Albano lo fece avvisato, che dovendo egli menare a sposa Margherita Gonzaga figliuola di Guglielmo duca di Mantova, sarebbe stato opportuna occasione l’andar a Ferrara mentre si festeggiavano questi sponsali, e che Sua Altezza gli avrebbe concesso, oltre i suoi versi ed i libri, pur altri favori. Il Tasso inzuccherato da questa notizia, avvalorò, e siccome l’andare e lo stare dipendeva dal sig. Duca, non istette in dubbio un momento nell’accettare quell’invito con la stessa letizia, con che altri a cosa amata si volgerebbe. Dovevano intervenire a queste nozze ducali, moltissimi principi e signori di alto grado, quindi tornava al Duca che il Tasso fosse in Ferrara a que’ giorni, e smentire così le dicerie che qualche matto cervello poteva fare con disonore della sua corte, la quale in sì poco conto teneva un letterato e poeta, cotanto illustre. Per la qual cosa è pur vero, che se l’immoderato amor di sè stesso viene accusato siccome autore di tutte le nostre colpe, merita sovente gli elogi siccome motore delle nostre virtuose azioni. Il marchese Filippo da Este suo ospite, che era avvedutissimo uomo, non si poteva dar pace ch’egli tornasse a Ferrara così alla impazzata; e cercò distoglierlo dallo strano proposito, per quanto fu della sua eloquenza, coll’impaurirlo, e fargli toccar con mano che si sarebbe intrigato e impastoiato per modo da non ne uscire mai più; ma tutto fu vano, che erasi fitto nel suo pensiere, nè punto si lasciava trarre a parole; e fu proprio il suo demone che per suo ultimo disfacimento ve lo condusse. Giunse dunque a Ferrara il giorno 21 di febbraio dell’anno 1579. Non ebbe udienza dal principe, essendo egli tutto infaccendato per le sue nozze; e dai ministri e dai gentiluomini fu ricevuto con isgarbata maniera; onde lo stesso Serassi, che pare alcuna volta supponga, in Torquato una fantasia che folleggia nel credere che i cortigiani gli voglian male, lasciò scritto che in vece delle accoglienze che si figurava, ricevette molte male creanze, e dei tratti malvagi d’inumanità; cosicchè si pentì mille volte d’essersi mosso da Torino, ov’era tanto benvoluto ed onorato da que’ magnanimi principi e da que’ gentilissimi cavalieri. Uno scrittore francese parlando delle disgrazie del Tasso, arrivato a questa, così si esprime: Il trouva dans cette Cour les memes rebuts, et les memes ennemis tout-puissants, qui par ses soins avoit tellement fortifié les préventions du Duc, qui croyoit de bonne foi que le temperament melancolique du Tasse, et son application luy avoit gâté l’esprit.

Scrisse subito al cardinale Albano lamentandosi dolorosamente di aver trovato l’animo del Duca indurato per lui: Supplico, dice, V. S. Illustrissima, che voglia di nuovo scrivere al sig. Duca di Ferrara così efficacemente, ch’egli mi restituisca la provvisione, e il luogo che già mi dava ne’suoi servizi, o almeno mi dia nella sua corte alcun luogo eguale al primo che io aveva. E in fine così soggiunge: Sopra tutto la supplico, che voglia far sì ch’ io sia accomodato d’alloggiamento stabile, ov’abbia comodità di studiare. Da molte altre lagnanze ch’ei va facendo nelle lettere mandate agli amici si vede bene, che il signor Duca non gli attenne alcuna promessa, che era albergato in Ferrara dalla pietà di alcuni privati amici, e che era rimaso in secco del tutto. Queste durezze gli erano insopportabili; tuttavolta si fece animo sulle prime, fingendo di non si avvedere delle altrui derisioni, e postergando ogni posa; ma in ultimo ebbe a dare nella disperazione. E come poteva egli durar nel soffrire? Era fatto segno dello schermo [1] de’ suoi nemici, era abbandonato da’ più famigliari, non era ascoltato dal Duca; e più ancora, ridotto a mendicità, cagionevole della persona, fuor di speranza di essere rilevato da tante ambasce; poteva egli forse pazientare più a lungo? Nuovo è il modo che tenne Alfonso col Tasso in questa occasione; nè io saprei addurne le giuste ragioni: sembra che almeno nelle apparenze, e’ dovesse in altra foggia portarsi, e palliar con dolci parole l’intendimento dell’avverso animo; ma nol volle fare: e siccome, dice il Comazzi, se il principe a caso è zoppo, tutta la corte zoppica per imitarlo, e meritar bene da lui; così non deesi fare la maraviglia se il contegno aspro di Alfonso verso Torquato, ha mosso i gentiluomini, e sino le dame, a guardar con dispregio insolente il mal arrivato, anzi a non degnarlo neppur d’un soccorso. La cosa sta in regola, nè c’è che dire.

Un giorno dagli acerbi motti e pungenti, e più dalla asprezza di Alfonso provocato a molt’ira, che lo infellonisce, scoppia pubblicamente in parole ingiuriose contra il Duca e la corte, e quanti vi sono nemici suoi, esecrando la sua servitù che lo ha tolto agli studi, e impoverito, e affannato, e per giunta alle sue sventure, dopo cento promesse, con ispergiura guisa tradito. Questi fieri lamenti destan rumore, il Duca n’è tosto avvisato, e per infinocchiar il tutto alla meglio, ordina che nello spedale di Sant’Anna, spedale de’ pazzi, quegli sia subitamente rinchiuso, e come frenetico ben si guardi. Mi fa uno stupore il Serassi che ci dà la notizia che Alfonso, rispettando in lui l’eccellenza dell’ingegno, ed il merito del suo incomparabile poema, fu pago di cacciarlo in Sant’Anna. Ma è poco per avventura questo castigo? Sarebbe stata, pare a me, minor pena il chiuderlo in una prigione; poichè in Sant’Anna oltre di essere trattato di assai più aspramente che in un carcere di delinquenti, ne pativa eziandio nell’oltraggiato amor proprio, veggendosi d’una infermità, che non avea, medicato; e venuto a tale isfinimento di affanno da dover proprio impazzare. In una succida canterella appartata dell’accennato ospitale fu dunque chiuso il povero Tasso, alla metà di marzo nell’anno 1579. Questa disgrazia fu per lui quasi colpo di fulmine che lo istupidì; ed alla malattia dell’anima quella s’aggiunse pure del corpo, quindi pianse, e infermò; chiese perdono con lettere, e implorò la clemenza dell’antico suo protettore; ma invano. Dalla squallidezza della orribil sua carcere, dopo alcuni giorni del suo imprigionamento, così scrisse al Gonzaga: « Oimè, misero! Io aveva disegnate di scrivere, oltre due poemi eroici di nobilissimo ed onestissimo argomento, quattro tragedie, delle quali aveva già formata la tavola, e molte opere in prosa, e di materia bellissima e giovevolissima alla vita degli uomini, e d’accoppiare con la filosofia l’eloquenza, in guisa che rimanesse di me eterna memoria nel mondo; e m’aveva proposto un fine di gloria e d’onore altissimo. Ma ora, oppresso dal peso di tante sciagure, ho messo in abbandono ogni pensiero di gloria e di onore; ed assai felice d’essere mi parrebbe, se senza sospetto potessi trarmi la sete, dalla quale continuamente son travagliato, e se, com’uno di questi uomini ordinari, potessi in qualche povero albergo menar la mia vita in libertà, se non sano, che più non posso essere, almeno non così angosciosamente infermo; se non onorato, almeno non abbominato, se non con le leggi degli uomini, con quelle de’ bruti almeno, che ne’ fiumi e ne’ fonti liberamente spengono la sete, della quale (e mi giova il replicarlo) tutto sono acceso. Nè già tanto temo la grandezza del male, quanto la continuazione ch’orribilmente d’innanzi al pensiero mi s’appresenta: massimamente conoscendo che in tale stato non sono atto, nè allo scrivere, nè all’operare. E ’l timore di continua prigionia molto accresce la mia mestizia; e l’accresce l’indegnità che mi conviene usare; e lo squallore della barba, delle chiome, e degli abiti, e la sordidezza e ’l succidume fieramente mi annoiano, e soprattutto mi affligge la solitudine, mia crudele e natural nemica, dalla quale, anco nel mio buono stato, era talvolta così molestato, che in ore intempestive m’andava cercando, o andava ritrovando compagnia. [2]»

Fece, e farà sempre stupire la fierezza di Alfonso verso di questo sommo; di Alfonso, il quale dichiarando altamente la più grande ammirazione per le opere di Torquato, il fece serrare nello spedale de’ pazzi col pretesto ridicolo di volerlo guarire; quasi fosse permesso di trattare il divino ingegno, che viene tutto dall’anima, in guisa di un ingegno meccanico da cui si tragge profitto, stimando l’opera e dispregiando l’autore. Nè la è facile cosa il difenderlo, ripetendo le altrui parole, cioè essersi egli condotto a questa deliberazione per intimo senso d’amore, ardentemente bramando di vederlo una volta libero da quell’umor melanconico, che tanto toglieva al suo merito; poichè gli stessi stranieri (non parliamo di alcuni italiani troppo parziali pel sig. Duca) censurano giustamente la indegna carcerazione; e vaglia per tutti questo tratto di uno antico storico francese. Le Duc recevoit froidement ceux qui se hazardoient de luy en parler: il répondit, qu’au lieu de s’en tenir aux plaintes du malade, il falloit agir du medecin. . . . Si l’on veut examiner cette maladie, qui le faisoit traiter en criminel, plûtost qu’en malade; on trouvera que le Duc de Ferrare étoit trompé par un Ministre malicieux qui sacrifioit cet homme illustre à son ressentiment et à son caprice de la manière du monde la plus tirannique.

Se Alfonso lo avesse fatto imprigionare siccome reo, avrebbe adoperato da principe; ma col rinserrarlo fra i pazzi, e insultare così alla grandezza di quell’immortale ingegno, si è mostrato da meno di uomo. Poi se quegli era pazzo, perchè richiamarlo? E se non era che di umor cupo, perchè mandarlo insieme ai frenetici? Dunque non poteva essere che colpevole per avere oltraggiata la maestà del sovrano; e quando mai i colpevoli si cacciarono nello spedal de’ frenetici?

CAPO II.

Opinioni di alcuni letterati intorno l’imprigionamento del Tasso.

Dal Muratori, che scrive allo Zeno sopra la prigionia del Tasso, abbiamo queste erudizioni che qui trascrivo, le quali sono d’una qualche importanza.

« Strana cosa può parer tuttavia, che il passo più scabroso, e famoso della vita del Tasso, cioè l’esser egli stato per non pochi anni confinato nello spedale di S. Anna di Ferrara, resti tuttavia scuro, e non se ne sappiano addurre i veri e certi motivi. Quel che è più, osservate la lettera ottava fra quelle che a voi trasmetto. Ivi sembra che nè pure il Tasso medesimo sapesse il perchè egli fosse detenuto in quella, (diciamola pure schietta) poco gloriosa prigione. Egli ne attribuisce la cagione allo sdegno del gran Duca, per essere stato avvisato, dice egli, ch’io aveva rivelato al duca di Ferrara ec. Questo è il vangelo. Confesso il mio fallo. Sotto quell’eccetera ho io coperta un’indecente parola, che non era lecito di lasciar correre alle stampe. Ma dobbiamo noi credere che questo fosse veramente il reato, per cui il poveruomo s’acquistò una stanza fra i pazzerelli? Io per me son ben lontano dal figurarmelo; e tanto più, perchè in altre lettere si scorge che il Tasso medesimo non istà saldo nel suo costituto, e rifonde in altre cagioni la sua disavventura. A misura de suoi deliri, egli si andava figurando, che or da questa, or da quella parte fosse a lui provenuta, una sì fiera tempesta.

Ora io ho più volte pensato e ripensato, tentando, ma inutilmente di scoprir le cagioni, per cui a sì lunga penitenza fosse condensato un uomo sì famoso; e condennato da un principe di mente sì alta, qual certo fu Alfonso II duca di Ferrara. Con tutto ciò, dirò a voi quel poco che mi corre pel pensiero. Fu d’avviso il Manso nella vita d’esso Tasso, che  fosse indotto il Duca a rinserrarlo in S. Anna dal bisogno, in cui lo scorse d’essere curato, e dal desiderio di rendere la sanità ad un personaggio già pervenuto, mercè del suo Aminta e del suo poema eroico ad immortalare sè stesso, e a recar sommo onore all’Italia tutta, non che alla sola Ferrara. E senza fallo questa mira l’ebbe il Duca, anzi non per altra cagione che per questa faceva dire al Tasso d’avergli assegnato quel disgustoso albergo. Fra le carte dell’archivio Estense io trovai molti anni sono un biglietto scritto ad esso duca Alfonso da Guido Coccapane suo fattor generale con le seguenti parole: “Il sig. Tasso ha mandato a pregarmi che io vada sino da lui, il che avendo io fatto, m’ha tirato in disparte per non essere udito, e m’ha detto il suggetto della sua inclusa lettera, la quale voleva che io aprissi e pregatomi di presentarla a V. A. e di supplicarla della risposta. Ed io l’ho dissuaso a non mandarla, perchè ella non ha avuto altro fine per la sua intensione, se non per la salute sua, siccome gli dissi jeri sera, e che se ne acquetasse sopra la fede mia. In somma ha voluto ch’io la mandi, e ch’io la renda certa s’è ritenuto a prigione che caderà in disperazione, non potendo egli patire lo star rinchiuso, e promette di purgarsi, e di far tutto quello che V. A. comanderà, ma dimanda la sua camera. Ella risolverà ciò che giudicherà che sia bene per lui”. Il biglietto fa assai conoscere che il Tasso dianzi era malconcio di sanità, eppure non voleva indursi a ricevere medicine; al che poi forzato dalla prigionia, si vede che consentì. Anzi fu solito da lì innanzi il povero uomo di raccomandarsi ai più accreditati medici di quel tempo, affinchè l’aiutassero nelle sue infermità. Di ciò parlano varie sue lettere, e ne parla ancora un altro biglietto, scritto da non so chi al Duca e da me trovato nel medesimo sito. Quivi è scritto: “Il Tasso vuole che scriviamo a V. A. che con nissuna cosa più si mantiene che con la saldissima speranza che ha nell’A. V., e che non solo ella abbia da procurargli la salute, ma da comandare che quanto prima vi sia pigliata ottima provvisione.”

Tutto ciò è vero, nè io niego che fra i motivi di rinserrare il Tasso non v’entrasse quello di procurargli la guarigione. Con tutto ciò sempre resta una riflessione che si affaccia all’incontro, cioè, come sia mai non dirò possibile, ma verisimile, che un principe magnanimo, qual fu Alfonso II d’Este per desiderio di restituire la sanità a quel grand’uomo del Tasso, altamente stimato anche da essa principe, il facesse chiudere in un albergo comune a tanti poveri, ed anche ai pazzerelli. Mancavano forse a un duca di Ferrara case e maniere più convenevoli e proprie per ritenervi il Tasso, gentiluomo infermo, e per procacciargli la salute del corpo? Certamente quello spedale fa nascere ora, e fece anche nascere ne’ tempi addietro un giusto sospetto che il Duca per titolo, non solo di carità, ma anche di castigo il confinasse in quella stanza, e per parecchi anni di poi vel ritenesse, con resistere a tanti che imploravano la sua libertà. Ma e qual fu, direte voi, il delitto del Tasso? Oh questo è quello che nè i nostri vecchi lasciarono scritto, nè sicuramente si può ora raccogliere dalle lettere di lui, e che perciò, nè pur io saprei con sicurezza additare. Fra i tanti misteri delle corti, allo scoprimento de’ quali non giunge il guardo del popolo, possiamo forse annoverare ancor questo. Tuttavia giacchè i principi saggi operano ciò che lor detta la prudenza politica, lasciando poi la libertà a ciascuno di fantasticare per iscoprire gli ignoti motivi delle loro risoluzioni; qui sia permesso anche a me di esporre a voi ciò che parmi più verisimile in considerando la serie delle disavventure del Tasso. Essendo io giovinetto, ho conosciuto l’abate Francesco Carretta nostro modenese, assai vecchio, persona di molta letteratura, e di gioiosa conversazione. Fu egli ne’ suoi verdi anni a’ servigi del famoso nostro Alessandro Tassoni, sotto il quale avea scritto lettere, e da cui trasse molte notizie; massimamente spettanti al poema della Secchia rapita, le quali è peccato che sieno perite con lui, nè io era allora in età, e in credito da poterle pescare e raccogliere. Interrogato questi della cagione delle disgrazie del Tasso, l’adduceva egli con dire d’averla intesa non so, se dal Tassoni contemporaneo del Tasso, oppure da altri vecchi. Cioè che trovandosi il buon Torquato un giorno in corte, dove era il duca Alfonso colle principesse Estensi, accostatosi alla principessa Leonora sorella d’esso duca per rispondere ad una interrogazione di lei, e trasportato da un estro più che poetico, la baciò in volto. Allora il duca, ai cui occhi non fu nascosto quell’atto sì fuor di riga, da principe saggio, rivolto a’ suoi cavalieri dimestici, loro disse: Mirate che fiera disgrazia d’un uomo sì grande, che in questo punto è diventato matto. Ma se la prudenza del duca esentò il Tasso da’ risentimenti più gravi, richiese poi, che coerentemente al ripiego preso di trattarlo da mentecatto, egli appresso venisse condotto allo spedale, dove i veri pazzi si curavano in Ferrara.

Così il Carretta; e il racconto suo non parrà già inverisimile a chiunque sa che il Tasso, secondo la moda di que’ tempi, ne’ quali l’essere poeta, ed innamorato era una stessa cosa, ardeva d’amore verso la savissima principessa Leonora, siccome anche il Manso nella vita di lui osservò e provò. Notissimo è altresì avere l’umor melanconico avuta sì gran possanza nella fantasia del Tasso, ch’egli di tanto in tanto si vedeva preso da gagliardissime astrazioni, da deliri, e fino da una specie di frenesia. Il perchè, nulla sarebbe da maravigliarsi s’egli fosse trascorso nel sopra mentovato eccesso. Ma nondimeno ritiene dal credere vera una tale avventura il non sapere intendere, come un fatto accaduto, per quanto si suppone, alla presenza di molti, e che perciò avrebbe cagionato di gran rumori e dicerie fra il popolo di Ferrara, sia stato ignoto al Manso, e a ferraresi stessi, seppure il duca non avesse anche potuto, e saputo mettere il sigillo alla bocca di chiunque fu spettatore del preteso trasporto. Lascio io qui la verità al suo luogo, e non niego, ma neppure accetto quel fatto. E vengo solamente dicendo, che se non da esso fatto, pure dal principio medesimo, porto io opinione, che traesse principio la tela de’ guai, a’ quali soggiacque il Tasso. Prendeva la principessa Leonora piacere, non già cred’io del personale, poco avvenente [3], infermiccio, e fantastico del nostra poeta; ma sì bene del mirabile ingegno e sapere di lui, ch’ella al pari, di tutti gli intendenti ammirava ed amava. Il buon Tasso all’incontro pieno di filosofia platonica, e massimamente di que’ strepitosi ragionamenti che intorno ad amore lascia scritti Platone, e poscia amplificò Marsilio Ficino, non solamente professava un singolare ossequio versa quella principessa, ma eziandio, siccome dissi, covava per lei un incendio non lieve d’amore. Non è già stato egli il primo, nè sarà l’ultimo de’ poeti, che si credono da tanto di poter alzare i loro affetti anche alle più alte cime, perchè la buona gente, siccome nel linguaggio si distingue dal volgo, così facilmente reputa, che sopra il volgo sia lecito di salire a’ suoi affetti, e verisimilmente ancora colla forza de’ versi suoi si lusinga di poter tutto tentare, e tutto ottenere. Ma i precipizi stan preparati agli stravaganti cervelli; nè la prudenza suol essere la virtù favorita degli ingegni poetici, e molto meno fu essa del Tasso, a cui non si fa torto con dire, che s’altri gran poeti ebbero un ramoscello di pazzia, due e tre, ed anche più, e maestosi n’ebbe egli, essendo assai nota la delirante sua fantasia di quando in quando.

Infatti non seppe egli nascondere l’ardito, e sconsigliato suo affetto, oppure altri gli levò in fine la cortina. Adunque per paura di castigo se ne fuggì egli da Ferrara, ma vinto più, che dagli altrui inviti, dal proprio genio, non istette molto a tornarvi; nè andò poi guari, che fu condotto allo spedale di S. Arma per ordine del duca Alfonso. Fate ora, signor Apostolo, i vostri conti: non per altro si può credere che il buon Tasso venisse qui rinserrato, se non per castigo; e questo castigo ad altro non è da attribuire se non a qualche operazione disordinata del Tasso, per cui egli s’ era tirato addosso lo sdegno del duca. Confessa il Tasto medesimo in varie sue lettere d’essere incorso nell’indignazione di quel principe, nè si sa ch’egli potesse mai più rientrargli in grazia. Ma, e per qual fallo? Non vi faceste già a credere per aver egli parlato male, o del gran duca, come vedeste di sopra, o del duca di Savoja, come egli stesso asserisce nell’ultima di queste lettere scritta a Scipione Gonzaga; che tali sospetti nascevamo nella sola sua fantasia, allorchè era agitata da impetuosi fantasmi. Nè pure, perchè egli avesse sparlato del duca stesso di Ferrara suo padrone, siccome egli scrisse più volte, confessando ancora, che conosceva stesso troppo libero e inconsiderato ne’ suoi ragionamenti e d’aver offeso non meno il Duca che il magnanimo cardinale Luigi d’Este suo fratello. I principi saggi, o non curano le lingue degli inferiori, o si sbrigano de’ servi maldicenti con dar loro il congedo. Tutte dunque le congetture ci portano a giudicare non per altra cagione caduto il Tasso dalla grazia del Duca, e confinato nello spedal di Ferrara, che per li suoi folli amoreggiamenti. In materia d’onore noi miriamo quanto sieno dilicati, e con ragione i nobili; dilicatissimi poi sono i principi; nè Voi avete bisogno ch’io vi insegni anche senza suppor vero il fatto, che v’ho narrato di sopra, se un Duca nobilissimo di Ferrara senza grave disdegno potesse intendere (ed è certo che l’intese) come il buon Tasso si studiava di muover affetti terreni in chi tanto era superiore di grado a lui, e ornata per consentimento d’ognuno di rarissime virtù. Non pertanto il saggio principe si lasciò prender la mano dall’ira; ma rispettando nel Tasso l’eccellenza dell’ingegno, e il merito spezialmente del suo incomparabil poema: senza volerlo per questo abbandonare, il fece condurre in S. Anna a fine di far curare le infermità del corpo suo, e nello stesso tempo quelle della mente, o per dir meglio della sua fantasia. Volete voi un buon testimonio di questo? Ascoltate il Tasso medesimo, che in una lunga lettera già stampata al duca d’Urbino, implora la di lui protezione con dire: Acciocchè io possa uscire da questa prigione di S. Anna, senza ricever noia, delle cose, che per frenesia ho dette e fatte in materia d’amore. Ed ecco dove vanno a finire i tanto decantati amori platonici. Do anche ad esaminare a voi una scappata di penna, ma più di fantasia, che osservo nell’ultima delle lettere da me raccolte, scritta a Scipione Gonzaga, dove descrivendo le miserie sue nello spedale di S. Anna salta a dire: E son sicuro; che se colei, che così poco alla mia amorevolezza ha corrisposto, in tale stato, e in tale afflizione mi vedesse, avrebbe alcuna compassione di me. »

Fin qui il Muratori nella sua lettera ad Apostolo Zeno [4]; e prima di dire anche noi la nostra opinione, vogliamo addurre quella di altri autori. Il signore D. D. V. nella sua vita del Tasso dettata in lingua francese, e pubblicata nel 1695, così scrisse intorno questa famosa prigionia: « Per guarirlo dalla mestizia che rodeva la salute di lui, un principe che avrebbe dovuto amarlo, gli tolse a forza tutti gli scritti e gli diè in mano d’un suo avversario, che aveva sommo potere in corte, il quale lo fece chiudere in una stanza, e trattare aspramente, col pretesto di volerlo sanare da una pazzia di continuo smentita dalla condotta di vita tutt’altro che folle; e da opere in verso ed in prosa che destano sempre l’ammirazione: e in una stanza incomodissima, e obbrobriosa, ove gli mancavano le cose più necessarie alla vita. Veggasi l’ingegnoso sonetto alla gatta dell’ospitale, col quale la prega a volergli dare gli occhi a prestanza, onde poter di notte scriver de’ versi; Egli è questo, senza dubbio, il colmo della miseria per un uomo di lettere, e del valore del Tasso. Nè la malvagia fortuna si accontentò di rilegarlo tra i pazzi, e di farlo penare nell’indigenza, ch’ella volle ancora suscitar l’odio di alcuni illustri pedanti, infamati di crusca, i quali gli si avventarono addosso come cani rabbiosi, e lo morsero, e lo insanguinarono per ispietata maniera; e lo avrebbono ancora disfatto, s’egli non avesse avuto tanto di forza da resistere, a’ morsi loro [5]. Così l’autor francese, il quale non era ligio come il Muratori, e il Carretta, e il Tiraboschi, e tanti altri, alla corte ferrarese; e termina le sue osservazioni dicendo: Che il duca veniva raggirato da un ministro nemicissimo al Tasso, il quale posa tutto lo studio per vedere annichilato quest’uomo, che collo splendore del pellegrino ingegno ecclissava la falsa luce di molti orgogliosi.

Il chiarissimo cavalier Carlo Rosmini nel suo breve, ma giudizioso ed elegante compendio della vita del Tasso testè pubblicato, così scrive: « ... Giunse a Ferrara ai 21 di febbraio del 1676. Cercò inutilmente l’accesso al duca, ed alle principesse, e gli fu negata l’ospitalità dai gentiluomini di corte e della città. Non potè a tanto, tener in freno la lingua il poeta, e pubblicamente proruppe in lagnanze contro il duca, le principesse, e i cortigiani, ritrattando quel che prima avea detto in lor encomio. Tali espressioni furono riferite subito al principe, il quale ordinò che Torquato rinchiuso fosse nell’ospital di S. Anna, luogo ove si custodivano i pazzi furiosi. Lungo sarebbe il descrivere ciò che dovette quivi soffrire lo sventurato poeta. Fu abbandonato ne’ primi tempi da tutti, e tutto ciò che alla cura così del corpo come dello spirito necessario era gli fu negato. » Pare che il cav. Rosmini, opinando come il celebre abate di Caluso, attribuisca la carcerazione all’odio del sig. duca, il quale si reputava offeso per le franche querele fatte dal Tasso che vedevasi da’ ministri, e da’ grandi impunemente insultato. Il Manso all’incontro nella sua vita romanzesca del Tasso, il Goethe nella sua tragedia tenerissima di Torquato Tasso, e il Goldoni nella sua un poco scipita commedia del Torquato in Ferrara, vollero attribuire le traversie di questo poeta all’amore per madama Leonora da Este. Anche il Molière era di questo avviso; e Voltaire e il cardinale de Bernis parimenti. Il cav. Tiraboschi [6] si compiace che il Serassi abbia confermata l’opinion sua nel credere, che il Tasso non fosse imprigionato pe’ suoi troppo liberi amori, i quali secondo il sig. cavaliere, non hanno sussistenza veruna; ma per gl’indizii, che dava di frenesia e di furore; (e qui il Tiraboschi s’inganna, che il Tasso non fu mai frenetico) e soggiugne, che venne pazzo per la guerra che continuamente gli diede quel Maddalò, di cui il Serassi non ha potuto trovar notizia chi fosse, e ch’egli pei lumi nuovamente scoperti, e a lui additati da Antonio Frizzi, si sa che il Maddalò, ovvero Medaglio de’ Frecci, era prima notaio di Ferrara, poscia impiegato negli atti pubblici di quella corte. Questo maligno uomo era amicissimo del segretario ducale il cav. Montecatino, cosa che il Tiraboschi non ha notata, e il Montecatino era in grande confidenza col principe. E giacchè siamo in sullo svelare alcuni raggiri di quella corte, non possiam meno dall’osservare come avvedutamente attribuisca il conte Galeani Napione da Cocconato [7] l’origine (almeno in gran parte) delle controversie intorno il poema della Gerusalemme ai rancori che passavano allora tra la corte di Firenze, e quella di Ferrara; perchè gli avversari del Tasso ch’erano in Ferrara attizzavano letterati invidiosi di Firenze a malmenare quel maraviglioso poema.

Sembra poi che sappiano di ridicolo queste parole del Tiraboschi: Credette il duca che all’onore  alla salute del Tasso niuna cosa potesse essere più utile, che il tenerlo non già in prigione ma custodito; e intanto procurare con opportuni rimedi di calmarne l’animo, e la fantasia. Ma ciò che Alfonso operò a vantaggio del Tasso non servì che a renderne sempre peggiore la condizione. Gli parve d’esser prigione e mille fantasmi cominciarono a ingombrargli la mente, ecc. ecc. Dunque il duca di Ferrara, al parere del Tiraboschi, lo ha mandato in S. Anna, e lo ha trattato da pazzo, per provvedere alla salute, ed all’onore di lui, dunque al Tasso pareva di esser prigione quando a vero dire non lo era. E in fatti una piccola stanza da cui non è concesso  di uscir giammai, sprovveduta di tutto, dove si patisce di fame e di sete, non è una prigione; ma anzi un agiato appartamento, dove c’è a star bene, e rifiorire in salute. E quello che fa più maraviglia è il vedere come cada in contraddizione quel chiarissimo, uomo del Tiraboschi. Molti principi, egli prosegue, eransi adoperati frattanto ad ottenere dal duca Alfonso la liberazione del Tasso, ed anche la città di Bergamo spedì a tal fine a Ferrara il sig. Giambattista Licino che gli era amicissimo; ma il duca temendo che la libertà potesse essergli più dannosa, che utile, non sapeasi a ciò condurre. [8] Dunque il Tasso non era in libertà; dunque molti principi cercarono la sua liberazione e, come ciò se non era in prigione, ma semplicemente custodito? perchè procacciare la sua liberazione, mentre si cercava anzi di risanarlo! se tutto operavasi a suo vantaggio? Veggasi da tutto questo come l’amore di parzialità metta la benda agli occhi anche agli storici che pure si piccano di leale schiettezza.

Nè parteggia meno pel duca, il marchese della Villa nella sua vita del Tasso, il quale sostiene che Alfonso pensò di far opera degna della sua umanità in procurando coll’aiuto dei medicamenti di poterlo all’intera salute restituire. Il perchè ei volle che fosse dato a’ medici, e gli fece assegnare (sono queste parole del signor marchese) ottima ed agiatissima stanza in S. Anna; e tutto ciò che a ricoverare la salute poteva fargli mestiere, o giovamento. Spacciate per vere queste paradosse fandonie, alle quali non si dà a questi giorni più fede; è costretto a soggiugnere, che quanto l’amorevolezza del duca aveva ordinato a sollevamento della salute di Torquato, a lui fu cagione di notabile peggioramento nell’infermità; perciocchè prendendo esso ad altro fine questo così stretto ritegno, (qui il marchese si contraddice, pochi periodi sopra ci ha detto che il Tasso era in ottima ed agiatissima stanza, ed ora lo mette in stretto ritegno: quale stima può farsi di cotesti biografi?) gli crebbero a molti doppi la malinconia, e i sospetti; onde si diede per mezzo della sua penna a supplicare al duca per la sua liberazione [9]. Ben con più critica scrisse ultimamente P. L. Ginguené nella sua storia letteraria d’Italia a questo proposito: Le duc donna ordre que le Tasse fût conduit à l’hospital S. Anne, qui ètait une maison de fous, qu’il fût mis sous bonne garde, surveillé comme un frénétique, et un furieux [10]. Continua poi questo storico a parlare sopra le cause della prigionia del Tasso, essendo egli del parere che varie cagioni sieno concorse alla disgrazia di lui, delle quali la men rilevante è l’amore per la principessa Leonora; nè egli fu pazzo mai; bensì le avversità, la troppo calda immaginazione, l’indole malinconica; l’amore contrastato, gli strappazzi che si fecero di alcune sue opere, e finalmente una carcere non meritata, gli tolsero la salute e lo fecero qualche volta andare in tanta mestizia da sembrar uomo che pazzeggia per malattia.

Il Quadrio nella sua Storia di ogni poesia, citando il Baruffaldi, che scrisse un’opera De Poetis Ferrariensibus, dice esser stato chiuso in S. Anna questo principe degli epici italiani, perchè egli stesso per furioso spacciavasi onde schivare epici tremendi castighi che gli sovrastavano pe’ suoi amoreggiamenti con madama Leonora. Dopo un giudicio così insussistente, ghiribizzoso, indiscreto, posso anch’io senza timore scrivere il mio, il quale almeno a documenti autentici, ed alle lettere del Tasso è appoggiato.

Innanzi tratto è bisogno il notare che il Duca Alfonso era magnanimo principe, amico tenerissimo de’ letterati, ed abbastanza erudito nelle ottime discipline per essere da loro cordialmente apprezzato; ma a sua sventura da uomini, nemici al Tasso, egli trovavasi cinto, il Pigna, il Montecatino, lo Speroni, il Guarini, ed altri pure moltissimi che erano in amore col duca, odiavano a morte il cantore della Gerusalemme, e degli amori d’Aminta; Cotesti gli cicalavano tutto quanto poteva danneggiare il giovane cortigiano e, secondo l’usato de’ maldicenti, inverniciavano a grado loro ogni cosa. Sarebbe un gittare vanamente il tempo il mettersi a provar questo; giacchè le lettere del Tasso il dicon chiaro; oltre che le scritture a lui involate, e la congiura ordita per rovinarlo, di che abbiamo parlato, e le malvagità usategli al suo ultimo ritornare in Ferrara, e le censure che alcuni scrissero, e fecero scrivere intorno la Gerusalemme per vilipenderlo e screditarlo, sono argomenti che non si possono confutare, dell’astio sfrenato de’ suoi malevoli. Tuttavolta Alfonso non potea non che spegnere, ma pur iscemare quell’affetto che voleva a Torquato, a non dire che un desiderio di bella gloria lo infiammava di passare a’ posteri nel poema dell’epico nostro; quindi da prima non porse orecchio agli adulatori, e ministri suoi: ma a lungo andare il principe insospettì (così que’ ribaldi gli guastarono il cuore) che il Tasso salito a tanta estimazione in Italia, amato e chiesto da parecchi sovrani, cercasse riparare altrove, perchè disgustato della sua corte. Il che gli spiaceva assaissimo, conciossiachè avrebbe quegli potuto sparlare della corte ferrarese, ed essere facilmente creduto, ed il poema poi le glorie di qualche altro principe avrebbe allora eternato. Queste sospizioni di Alfonso a lui messe nell’animo dagli avversari del Tasso, si accrebbero fuor di misura in veggendolo pensieroso, ammalaticcio, svogliato di tutto, partire all’improvviso da Ferrara, a cercar protezione e conforto altrove; si trovò dunque il modo con avvedutezza niente comune, d’involargli le sue scritture, di darle in mano al segretario ducale, di spargere voce che dava in cattivo umore, che non era quel grandissimo uomo, il quale da alcuni si voleva, che anzi sommi letterati lo avevano censurato, e deriso: e questo si fece per fargli perdere il credito che presso le altre corti solennemente godeva. Nè ciò per avventura bastava; si cercò pure ogni mezzo di acquetarlo, di blandirlo, di dargli a credere che il signor duca per lui sentiva non solamente stima, ma eziandio amore. E il Tasso affezionatissimo alla casa Estense, cui aveva di molti obblighi, subitamente si lasciò affascinare, ruppe il suo proposito, e fece ritorno a Ferrara. Di accoglierlo, com’era usanza, con amorevolezza ed onori la politica non permetteva; era d’uopo mostrare indifferenza e dispregio, onde meglio allacciarlo, e condurlo in inganno; e infatti così avvenne. E’ diede allora in ismanie, parlò del duca, e della serenissima sua famiglia (che più conto faceva de’ suoi nemici che di lui stesso) per maniera franca, pungente; ed ecco un giusto e spezioso pretesto per non restituirgli i suoi scritti, anzi per gastigarlo severamente. Il metterlo in carcere avrebbe destato troppo rumore, avrebbe irritato l’animo di tutti i buoni italiani; all’incontro il dichiararlo pazzo somministrava, l’opportunità di torlo di mezzo degli uomini, senza che alcuno potesse mandar querela; che ciò appariva sin grazioso argomento della tenerezza di Alfonso verso di lui, il quale lo volea pur guarire, e conservare alle lettere, e allo splendore italiano. E dappoi che il duca era stato duro, ed ingiusto col Tasso sul principio dell’imprigionamento, era mestieri che persistesse nella sua durezza, e nella sua ingiustizia per mostrarsi costante nel preso divisamento; e non permettere che quest’uomo col riacquistare la libertà venisse a detrarre alla gloria dell’Estense prosapia, recando il tutto in palese; quindi alle preghiere di potentati e di illustri personaggi, i quali amorosamente chiedevano che si concedesse a Torquato la facoltà di mutar aria, e di pigliarsi in altre regioni sollazzo, fe' sempre il sordo o tenne a bada con lusinghevoli detti gl’intercessori; e se desistette alla fine dal suo pensiero, e parve che alle suppliche si lasciasse muovere, fu però a condizione che il signor duca di Mantova, strettissimo amico e congiunto di lui, appresso di sè lo tenesse, guardato con gelosia; il che dà a vedere quanto gli premeva che il Tasso non avesse commerzio con altri principi dell’ Italia.

Tale, secondo me fu la causa della carcerazione, e delle traversie del Tasso. Ch’egli non sia stato nè mentecatto nè frenetico mai, lo provano le gravissime opere filosofiche che compose in S. Anna; che il suo amore verso Leonora per rattenuto, ed ornato si debba avere, lo si dee argomentare, e dalla severa virtù di quella principessa, esaltata da tutti gli storici come impareggiabile esempio di ingenuo pudore; che il Tasso fosse reo di qualche delitto (eccetto quello di avere sfogato il suo sdegno vedendosi maltrattato) non vi fu scrittore nè oltramontano, nè nostro che abbia potuto asserirlo; e finalmente che Alfonso fosse entrato in sospetto di lui, e raggirato venisse da malvagi ministri, parmi non siavi ormai più a dubitare. Nulla ostante la prigionia del Tasso sarà sempre un argomento di disputazione fra i dotti; e siccome gli spiriti nobili e dilicati compiangeranno mai sempre le disavventure di questo poeta sommamente grande e infelice, così gli storici non parziali dovranno sempre apporre colpa ad Alfonso di avere operato in modo aspro e crudele verso di quel poeta che immortalava il nome di lui; ed offuscata perciò quella luce in gran parte che caro lo avrebbe renduto alle muse, se al furor di fortuna ritolto avesse l’emulatore di Omero. Molto vi sarebbe a dire sopra di Alfonso, ma consiglio migliore di riverenza è tacere; contentandoci di ripetere con un savio scrittore; ch’egli si dee giustizia con clemenza mischiare e di queste due fare un temperamento, sì che i sudditi nè per molta asprezza sien conturbati, nè per troppa benignità sieno male allargati; però che nel cuore del principe dev’essere la scienza nel governare, e la dolcezza della virtù

CAPO III

Canzone del Tasso scritta in S. Anna,

Volete una prova se il Tasso era insanito? Leggete questa canzone, la quale, prima di acconciarsi a sopportar con pazienza, come poi fece, l’ira del suo destino, scrisse al sig. duca per muoverlo a compassione, ed impetrare il perdono. [11]

O magnanimo figlio

D’Alcide glorioso,

Che ’l paterno valor ti lasci a tergo,

A te,  che dall’esiglio

Prima in nobil riposo

Mi raccogliesti nel reale albergo

A te rivolgo ed ergo

dal mio carcer profondo

Il cor, la mente, gli occhi;

A te chino i ginocchi,

A te le guance sol di pianto inondo,

A te la lingua scioglio

Teco, ed a te, ma non di te mi doglio.

Volgi gli occhi clementi

E vedrai dove langue

vil volgo ed egro per pietà raccolto,

sotto tutti i dolenti.

Il tuo già servo esangue

Gemer pieno di morte orrida il volto;

Fra mille pene avvolto,

Con occhi foschi, e cavi,

Con membra immonde, e brutte,

E cadenti, ed asciutte

Dell’umor della vita, e stanche e gravi.

Invidiar la vil sorte

Degli altri, cui pietà vien che conforte.

A voi parlo, in cui fanno

Sì concorde armonia

Onestà, senno, onor, bellezza, e gloria;

A voi spiego il mio affamo,

E della pena mia

Narro e ’n parte piangendo, acerba istoria

Ed in poi la memoria

Di voi, di me rinnovo:

Vostri effetti cortesi,

Gli anni miei tra voi spesi:

Qual son, qual fui, che chiedo, ove mi trovo,

Chi mi guidò; chi chiuse

Lasso! chi m’affidò, chi mi deluse.

Queste cose rammento

A voi piangendo, o prole,

D’Eroi, di Regi gloriosa e grande!

E se nel mio lamento

Scarse son le parole,

Lagrime larghe il mio dolor vi spande.

Cetre, trombe, ghirlande

Misero piango, e piango

Studi, diporti, ed agi,

 Mense, logge, e palagi

Ov’or fui nobil servo, ed or compagno:

Libertade, e salute,

E leggi oimè! d’umanità perdute.

Vane riuscirono le preghiere del Tasso: la descrizione delle sue miserie non potè intenerire l’animo incrudelito di Alfonso, cui avea già chiesto perdono con quel sonetto che comincia:

Generoso Signor, se mai trascorse

Mia lingua sì, che ti noiasse, in parte,

Non fu, mossa dal cor, che ad onorarte

Devoto intende, e se per duol rimorse...

Ma Alfonso, eguale ad Augusto nella immutabile pervicacia su quanto aveva ordinato intorno ad Ovidio, non si mosse a preghiere. E pure avrebbe egli dovuto rammentare come Mecenate, che va nel numero de’ ministri più avveduti e più saggi, morendo, lasciò i suoi averi a Cesare Augusto, e gli raccomandò di amare Orazio come un altro lui stesso, (quasi perchè rimediasse all’asprezza usata col leggiadro poeta de’ rimedi d’amore) e gli insegnò in tal guisa, osserva il conte di Segur, che la potenza debbe inchinarsi davanti all’ingegno che i sommi, scrittori sono la tromba della fama, e che dettano i giudizi della posterità.

 Capo IV.

Condizione del Tasso in S. Anna.

Il priore dello spedale, che era un certo Agostino Mosti, lo credette da principio matto spacciato, e perciò tutto quello che alla cura così del corpo, come dello spirito era necessario, gli venne rigorosamente negato; ed in aggiunta lo rinchiuse in una stanza assordata dagli urli de’ pazzi vicini, e, ciò che è più deplorabile, non gli si volle concedere veruna di quelle piccole grazie che si sogliono accordare anco a’ plebei. Quel crudele uomo del Mosti, o fosse instigato dai nemici del Tasso, o portasse odio egli pure al misero, o la natura stessa gli avesse dato un ferreo, cuore, comunque sia, egli è certo che fe’ provare a Torquato tutto il rigore della sua possanza, ed accrebbe l’acerbità della prigionia con atti inumani, con insulti feroci, propri solamente di un aspro animo e rozzo che non provò mai i sentimenti dolcissimi e generosi della pietà.

Non lasciò Torquato di raccomandarsi agli amici, e particolarmente al suo Scipione Gonzaga, principe dell’impero, e patriarca di Gerusalemme; scrisse ad altri potentati, perchè facessero qualche officio al duca Alfonso; ma il duca si sgabellava facilmente da così fatti impegni, rispondendo, dice il Serassi, che per giovare al Tasso non conveniva procurargli la libertà, ma piuttosto persuaderlo a lasciarsi governare da’ medici, e che quando si fosse bene ristabilito, egli che l’amava e stimava non meno di loro, non avrebbe indugiato punto a cavarlo da quel luogo, e a lasciare in arbitrio di lui, o il rimanersi alla sua corte, o l’andarsene dove gli fosse stato a piacere. Ebbe intanto una visita da Vincenzo Gonzaga principe di Mantova; entrò in isperanza di essere liberato, e compose questo sonetto nel quale dipinge il suo stato:

Chiaro Vincenzo, io pur languisco a morte

In carcer tetro, e sotto aspro governo,

Fatto d’ingorda plebe, e preda, e scherno,

Favola, e gioco vil d’acerba sorte.

Lasso! e fur chiuse le dolenti porte:

Ch’uscio a me son di tormentoso inferno,

Nelle nozze di lei, che del materno

Grembo, e del regio seme è a te consorte [12].

E mi vedesti tu poc’anzi, e i lumi

A me volgesti dolcemente: ahi lasso!

In che debbo sperar se in ciò rum spero?

Ferro in cava profonda, o in alpe sasso

Rigido sei, s’amico e pio pensiero

Non ti commove. Oh secoli! oh costumi!

E a cui non avran destato la compassione la miseria del Tasso? La vista di lui che giace vinto dalla più sordida povertà, che non ha dove posare l’addogliato fianco, che teme continuamente, di essere avvelenato ch’è stordito dalle grida, de’ frenetici, ch’è vilipeso dal Mosti, e strapazzato da’ servi, lontano dalle persone che ama, e costretto a vivere assai più di memoria che di speranza, e in ultimo, che si strugge di sete, che langue di fame; tale orrore gitta nell’anima, di tal pietà ci commove, che a lacrimare ne invoglia. Vincenzo Gonzaga chiese la grazia, e non la impetrò. Tante angustie, tanti affanni gli tolsero la salute; scrisse allora, più lettere a’ suoi protettori, e niente ottenne. In una lettera alla signora Laura Boiardi Tiene, « Ho supplicato, dice, molte fiate il clementissimo signor duca che mi faccia grazia di trarmi di questa prigione co’ modi ordinarii, e di pormi in una casa, perciocchè io sono assai infermo. So ch’Ella il carnovale ha molte volte occasione di parlargli: e so che il signor duca si suol dimostrare assai pieghevole ai desiderii di V. S. Illustrissima. S’ella impetrerà per me alcuna grazia, gliene rimarrò con tanto obbligo, quanto è stato sempre il desiderio ch’io ho avuto di servirla, il quale, perch’io posso veramente affermare che non sia stato mediocre, creda anco che non sia mediocre l’obbligo. E parmi che non debba sdegnarsi ch’io parli con parole moderate, perciocchè molto più riserbo nel cuore, che non esprimo colle parole! » E questa lettera riuscì inutile; ed egli ebbe a premere in cuore l’ambasce, ed a rassegnarsi ai voleri del cielo, cui affidò la sua vita.

 A divagamento de’ suoi pensieri pose mano a due dialoghi, e in poco tempo a compimento ridusse, che sono il Messaggero, e il Gonzaga de’ quali terrem discorso.

CAPO V.

Prime edizioni della Gerusalemme Liberata.

Non sazia la fortuna d’aver oppressato quest’infelice, nuovo rammarico gli procacciò. In Venezia uscì alle stampe il suo poema per opera di Celio Malaspina, ma tutto guasto e sformato. Il titolo di questa sciagurata edizione è il seguente: Il Gofffredo di Messer Torquato Tasso nuovamente dato in luce con privilegi. In Vinegia appresso Domenico Cavalcalupo a instanza di Marc’Antonio Malaspina, 1580. Tra le imperfezioni è da notarsi la mancanza di molti Canti, non essendo che quattordici, e questi pure pieni zeppi di errori. Immagini ognuno il cordoglio del povero Tasso, il quale si vedea privato del guadagno che avrebbe ritratto dalla pubblicazione del suo poema, e defraudato di quella gloria che meritava. Ma egli è pur vero che l’uomo si avvezza al tutto; anche lo schiavo dorme tranquillamente sovra le sue catene, anche colui che è sepolto nella notte d’una carcere orrenda, a poco a poco si assetta sul duro terreno; che non solo il corpo, ma pure lo spirito pare incallisca nelle sventure: e il Tasso che in altro tempo non avrebbe potuto resistete a questo affanno, ora si mette a comporre un elegantissimo dialogo che chiama il Padre di famiglia. Poscia si diede a correggere e raffazzonar le sue rime, che volle alle principesse di Ferrara con una bellissima lettera indirizzare. Gradirono quelle la testimonianza del Tasso; la duchessa d’Urbino si mosse a pietà delle amarezze di lui; ma la principessa Leonora non gli potè recare favore alcuno, essendo gravemente ammalata per quella infermità alla quale soggiacque in capo a due mesi, lasciando nel duca, e in tutti i buoni acerbo dolore, e ricordanza, e desiderio delle preziose virtù che la sua vita adornarono. Maraviglia il Serassi, perchè Torquato non abbia compianto in versi la morte di questa specchiatissima principessa; e, conoscendosi poco d’amore, attribuisce questo silenzio a disgusto del Tasso, perchè ella in questi ultimi tempi non gli aveva dimostrata quell’affezione che già soleva, nè si era impegnata efficacemente per impetrargli dal fratello, come avrebbe potuto, la libertà. Ma io penso che nè convenisse a madama lo instare di soverchio sulla liberazione del giovane cavaliere, cui aveva onorato della più candida benevolenza; nè il Tasso avesse lena di compor versi per una persona che aveva teneramente amata; poichè l’estremo dolore non si può spiegar con parole; e, in cambio di versi, le avrà offerito i gemiti ed i sospiri dell’angosciato suo cuore.

L’onta fatta dal Malaspina al poeta fu riparata, dice il cav. Rosmini, in parte da Angelo Ingegneri con due eleganti edizioni di tutto intero il poema: ma ne pur queste, piacquero punto a Torquato, perchè il poema non era ancor tale quale egli avrebbe voluto che fosse, e si promettea di condurre. Una edizione si fece in Casalmaggiore. presso Antonio Canacci, con questo titolo: Gerusalemme liberata del signor Torquato Tasso al Serenissimo Alfonso II Duca di Ferrara ecc. tratta da fedelissima copia, ed ultimamente emendata di mano dello stesso autore ecc. ecc. In Casalmaggiore, 1581: Un’altra uscì in Parma nella stamperia del Viotti: ed ambedue furono dedicate al duca Carlo Emanuele di Savoia. Comparve, appena questa insigne epopea che tutta Italia le diede quelle lodi che dovute le erano; e la profezia del divino Alighieri, che l’idioma italiano allor avrebbe toccata la perfezione, quando l’arme e gli eroi sarebbono stati subbietto di altissimo canto, fu pienamente avverata. È incredibile lo spaccio ch’ebbero queste edizioni conciossiachè, sebbene oltre a due mila copie fossero state divulgate, in pochi giorni furono tutti gli esemplari venduti: e in quell’anno medesimo, scrive il Bettinelli nel Risorgimento d’Italia, se ne fecero quattro edizioni in sei mesi; e vivente l’autore, afferma lo Zeno, sedici edizioni si pubblicarono. Anche il cavaliere Guarini, pentito per avventura di quanto aveva operato a danno del Tasso, corresse accuratamente gli errori di che era lorda la prima edizione di Venezia, con animo di farne una esatta ristampa: ma vedute le edizioni di Casalmaggiore e di Parma depose il pensiero. In Ferrara per Vittorio Baldini si fece una nuova edizione consacrata al serenissimo Alfonso da Este, ed essendosene tutte le copie smerciate in breve tempo, fu ristampato a Lione sopra l’edizione di Parma. La seconda edizione ferrarese fatta per opera del Bonnà era la migliore, quando, passati appena tre mesi, ne uscì un’altra in Parma purgatissima. ed abbastanza elegante, intitolata nel modo seguente: La Gerusalemme liberata, ovvero il Goffredo del signor Torquato Tasso, al Serenissimo Don Alfonso II Duca di Ferrara ecc. di nuovo ricorretto, e, secondo le proprie copie dell’istesso autore, ridotto a compimento tale, che non vi si può altro più desiderare. Con gli argomenti del signor Orazio Ariosti gentiluomo ferrarese. Aggiuntovi, d’incerto autore le allegorie a ciascun canto per lo più tolte dall’istesso sig. Tasso. Annotazioni, e dichiarazioni sì d’alcuni passi del Poema, come dell’istorie toccate nel libro: una raccolta d’alcune vaghe maniere usate dal poeta nel descrivere le parti del Dì con una tavola di tutti gli epiteti. In Parma. Nella stamperia di Erasmo Viotti, 1581 4. L’opera è indirizzata al serenissimo Alessandro Farnese principe di Parma e di Piacenza ecc. ecc. Un’altra pure corretta edizione fece Francesco Osanna in Mantova, nel 1584, la quale potrebbe contendere, al dir del Serassi, il primato a questa di Parma; ma troppo a lungo andrebbe la enumerazione delle ristampe che vennero mandate fuori da varie città d’Italia. Se non che questi onori erano per lo poeta amareggiati non poco, vedendo come gli stampatori arricchivano sopra le sue fatiche, mentre egli trascinava la Vita nell’ospitale de’ pazzi, e languiva nell’indigenza e in quella terribile umiliazione in che la povertà conduce coloro, che nati signorilmente, il piacere provarono di un vivere decoroso. Scrivendo ad un amico così si lagna: « Aspettava cento scudi per la stampa delle, mie opere e per altre cose più necessarie: non perchè in altra parte non me ne fosse promessa maggior somma, ma perchè le promesse vecchie sono forse come i cavalli che mancano ne’ bisogni; laonde mi pare quasi necessario d’appigliarmi alle nuove, quasi ai crini per non cadere. Non conosco altra occasione, o altra fortuna, tanto sempre le mie speranze sono minori de’ meriti. Perdonimi V. S. questo ardimento, e consenta che non potendo io giudicare dell’altrui cortesia, come vorrei, mal volentieri sopporti che altri giudichi dei miei poemi.... Io sono stato disfavorito, o piuttosto oppresso, come il mondo sa, benchè non vogliono ch’io il sappia; e l’oppressione è stata maggiore in quella parte che più, mi gravava, dico negli studi, e nel frutto delle mie fatiche del mio Goffredo, da cui altri ha ritratto tremila e più ducati, come s’afferma per cosa verissima ecc. ecc. »

Sono queste le prime edizioni della Gerusalemme le quali al Tasso, siccome vedremo, non fruttarono che dispiaceri ed angustie.

CAPO VI.

Delle critiche scritte contro la Gerusalemme Liberata.

Prima di richiamare dall’oblivione in cui dormono le ignominiose opere scritte sopra questo poema, e dettate per lo più da invidia e da ignoranza, è bello il sentire lo schietto parlare di un valentissimo letterato, che dopo di avere studiato nel Tasso ne ha fatto giudicio secondo le norme della fina critica e del buon gusto. Tra tutti i moderni, ardisco dirlo francamente, quegli che ha parlato della Gerusalemme con più senno ed amore, è il professor di Edimburgo, Ugone Blair; e perchè in poche parole ho stretto assai, è bene ch’io ne porti l’intiero parere.

« La Gerusalemme liberata è un poema regolarmente e strettamente epico in tutta la sua costruzione, e adorno di tutte le bellezze che appartengono a questa specie di componimenti. Il soggetto è la liberazione di Gerusalemme dalle mani degli infedeli, per le forze unite della cristianità, il qual soggetto in sè medesimo, e spezialmente secondo le idee che allor correvano, era una splendida, venerabile ed eroica intrapresa. L’opposizione de’ cristiani ai saracini forma un interessante contrasto. L’argomento non offre niuna di quelle atroci e ributtanti scene della civile discordia che in Lucano urtano la fantasia; ma presenta gli sforzi dello zelo, e del valore inspirati da un onorevole oggetto. La parte che la religione ha nell’impresa, serve in un tempo stesso ed a renderla più augusta, e ad aprire un natural campo alla macchina, ed alle, sublimi descrizioni. L’azione è pure in un tempo e in un paese bastantemente rimoto da permettere una mescolanza di tradizioni favolose, e di finzioni colla vera storia.

Nella condotta il Tasso ha mostrato una ricca, e fertile invenzione, che in un poeta è una qualità principale. Egli è pieno d’avvenimenti, e questi assai vari e diversi nel genere loro. Non ci stanca mai con sole guerre e battaglie; cambia frequentemente di scene e dai campi insanguinati ci trasporto a più gradevoli oggetti. Ora le solennità della religione, or gl’intrighi d’amore, talvolta le avventure di un viaggio, tal altra gli incidenti della vita pastorale, sollevano ed intertengono, il leggitore. Al tempo stesso tutta l’opera è artificiosamente connessa e mentre vi ha molta varietà nelle parti, regna nel tutto una perfetta unità. La liberazione di Gerusalemme è l’oggetto che si ha sempre in veduta, e con essa termina il poema. Tutti gli episodi, se ne eccettuiamo quel  di Olindo e Sofronia, sono bastantemente relativi al principale soggetto.

Il poema è animato da una moltitudine di caratteri tutti chiaramente distinti, e ben sostenuti. Goffredo, condottier dell’impresa, prudente, moderato, intrepido; Tancredi è acceso d’amore, magnanimo, valoroso, e fa un acconcio contrasto col fiero e brutale Argante; Rinaldo (che è propriamente l’eroe del poema, e in parte copiato dall’Achille d’Omero) è giovane fervido ed iracondo, è sedotto dalle lusinghe e dalle arti d’Armida, ma in fondo è pieno di zelo, d’onore, e d’eroismo. Il prode Solimano pieno di alti sentimenti, la tenera Erminia, l’artificiosa e violenta Armida, la virile Clorinda sono tutte figure egregiamente dipinte ed animate. Nella parte caretteristica il Tasso veramente distinguesi a grande onore; in questa parte egli è superiore a Virgilio  e non cede a verun poeta, fuorchè ad Omero.

Ei molto abbonda di macchina; ma in questa il suo merito è più dubbioso. Dovunque introduce gli esseri celesti la macchina è nobile. Iddio che dall’alto abbassa lo sguardo sui due eserciti e gli Angeli spediti in diverse occasioni a reprimere i pagani, o a scacciare gli spiriti malvagi, producono un sublime effetto. La descrizione dell’inferno colla comparsa e la parlata di Pluto al principio del quarto canto, fa pur grandissimo colpo ed è stata certamente imitata dal Milton, quantunque debba concedersi che questi l’ha migliorata. Ma i demoni, i maghi, gli esorcisti han troppa parte nel poema del Tasso, e formano una specie di macchina tetra, poco piacevole all’immaginazione. Il bosco incantato che molto entra nel nodo e nell’intreccio del poema; i messaggieri spediti in traccia di Rinaldo perch’ei venga a romper l’incanto; il romito che per una caverna li conduce ed centro della terra; il portentoso viaggio che essi fanno all’isola fortunata; e il modo con cui ritraggon Rinaldo dalle lusinghe d’Armida, e dalla voluttà sono scene che, quantunque assai piacevoli, e descritte con tutta la leggiadria poetica, dee confessarsi però che portano il maraviglioso alla stravaganza.

In generale quello che nel Tasso è più soggetto a censura, si è una certa vena di romanzesco, la qual si scorge in molte avventure del suo poema. Gli oggetti che ci presenta son sempre grandi, ma qualche volta troppo lontani della probabilità. Ei ritien qualche cosa del gusto del suo secolo il qual non erasi per anche ricreduto della strana ammirazione per le storie dei cavalieri erranti; storie che la sbrigliata ma ricca e piacevole immaginazione dell’Ariosto, avea recentemente posto in maggior voga. A difesa del Tasso però deve dirsi ch’egli, non è più maraviglioso e romanzesco d’Omero e di Virgilio. Tutta la differenza si è che negli uni troviamo i romanzi del paganesimo, nell’altro quelli della cavalleria.

Nelle descrizioni, e nello stile il Tasso ha non ordinaria bellezza e varietà, e quelle e questo è sempre bene adottato. Nel descriver gli oggetti magnifici lo stile è ferino e maestoso; quando discende agli ameni e piacevoli, com’è il pastorale ritiro di Erminia nel settimo canto, e l’arte e bellezza d’Armida nel quarto, egli è dolce e insinuante; e tutte queste descrizioni dell’uno e dell’altro genere sono squisite. Le sue battaglie son pure animate, e accortamente variate negli accidenti; ma in esse egli è inferiore di fuoco e di spirito ad Omero.

Negli affetti il Tasso non è del pari felice come nelle descrizioni [13] e appunto con queste, e colle azioni e co’ caratteri ei c’interessa, piuttosto che colla parte sentimentale dell’opera. Egli è di molto inferiore, a Virgilio nella tenerezza, e quindi cerca nelle sue parlate d’essere affettuoso e patetico, diventa artificioso e studiato fino alla stravaganza [14].

Quanto alle arguzie ed ai concetti di cui sovente fu biasimato, la censura è stata ingrandita oltre il dovere. L’affettazione non è per niun conto il general carattere della maniera del Tasso, che nel totale è maschia, forte e corretta. È vero che in alcune occasioni, spezialmente, come ho accennato poc’anzi, quando cerca di esser tenero, degenera in idee forzate e non naturali; ma queste son ben lontane dall’essere sì frequenti e comuni, come è stato supposto. Trenta o quaranta versi stralciati dal poema, son persuaso che il purgherebbero interamente da tali macchie. Boileau, Dacier ed altri francesi critici del passato secolo ebber la smania di screditare il Tasso, la quale passò poi anche in alcuni scrittori inglesi. Ma s’ha ragione di credere che abbastanza nol conoscessero, o almeno che lo avessero letto con troppo sinistra prevenzione. Imperocchè per mia parte io tengo per certo che la Gerusalemme sia per grado e dignità, il terzo poema epico regolare che abbiamo al mondo, è assai prossimo all’Iliade ed alla Eneide. Il Tasso può giustamente credersi inferiore ad Omero nella semplicità e nel fuoco, a Virgilio nella tenerezza, a Milton nell’ardita sublimità di genio; ma a niun altro ei cede ne’ talenti poetici; è per fertilità d’invenzioni, varietà d’accidenti, espressione di caratteri, ricchezza di descrizioni, bellezza di stile, io non conosco poema epico, eccetto i tre nominati, che gli si possano paragonare [15]. »

Quale differenza fra questo giudicio, del quale niente discordono quelli di tant’altri celebri letterati tedeschi, inglesi e francesi, e le insolenti critiche che alcuni contemporanei dei Tasso osarono pubblicare? Il far menzione di tutti coloro i quali meritamente sono dimenticati, sarebbe, inutile erudizione; di alcuni però non possiamo tacerne il nome, perchè troppo famosi nella guerra che da’ fiorentini si mosse alla Gerusalemme. Capo di tutti fu Lionardo Salviati, il quale, come che versato nella greca e latina letteratura, ed amico del Tasso da molt’anni, tuttavolta non si vergogna di cercare, con sottigliezza ingegnosa, quanto tornava bene al suo fine per deprimere, per avvilire a tutt’animo quel poema eroico sino a metterlo al di sotto dell’Orlando del Boiardo e del Morgante del Pulci, audacia, arroganza che non ha pari, Fa disonore all’Italia il vedere l’immensa turba di opuscoli e di libelli che in questa occasione riboccarono per ogni parte; con indegnazione di alcuni, e con esultanza di molti. Il ripescare in quel putrido fango è cosa troppo noievole, e lasciamo nella loro eterna dimenticanza in cui giacciono, i nomi di tanti ribaldi e parolai stucchevoli e letterati posticci, sozzi pedanti, ed accademici orecchiuti, e cortigiani vilissimi, razza oscura che non merita nemmeno che noi ci prendiamo la briga di biasimarla; quindi insieme unita in un fascio, ripeterem tutt’al più con vigor di disprezzo quel verso di Dante, che ben le sta:

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . O creature sciocche,

Quanta ignoranza è quella che v’offende.

 Nè mancarono anche nel secolo scorso degli audaci ignoranti, che tentarono sfregiar la gloria del nome italiano, pronunciando degli sciocchi giudici contro l’opera di Torquato. Non arrossì L’abate Bettinelli di stampare in quelle sue ridicole lettere virgiliane, che la Gerusalemme non si dee più dare alla luce, senza prima provvedere all’onor suo: bestemmia da perdonarsi a quell’ abate, il quale smanioso di procurarsi fama nella sua patria, credette di ottenere l’intento col rendersi singolare, come colui che diè fuoco al tempio di Diana. E per certo era uscito di mente il consigliere B.... quando nelle sue eleganti lettere arrivò a rassomigliare la Gerusalemme ad una canzonetta, che vale poco più di una cantafavola; ma a che cotali scempiezze ripetere? Ritorniamo al Salviati. Le critiche di costui non denno però recare sorpresa; ed eccone la ragione. Il signor Lionardo, sebbene cavaliere di Santo Stefano, si trovava in ristrettezza, forse per la sua trascuraggine nell’amministrare le poche sostanze che redò da suo padre; voleva egli accomodare alla meglio le sue faccende dimestiche e godere di una qualche di quelle agiatezze di che sono pur ghiotti eziandio i letterati [16]. Credette perciò di farsi un merito presso ’l duca Alfonso di Ferrara, e con tutta la corte, scagliandosi contro il Tasso, e stimolando a prendere l’armi l’accademia della Crusca; e così avvantaggiare.

Ma uscire in campo a volto scoperto non volle, venne dunque colla visiera all’usanza di chi assalisce, ma teme. Si valse del nome, dell’accademia della Crusca, la quale a quei tempi era una piacevole conversazione di gentiluomini dati alle lettere; trasse nel suo partito Giovanni de’ Bardi, Flamminio Mannelli, ed altri moltissimi, e nominato a segretario dell’accademia Bastiano de’ Rossi, che si diè il nome d’Inferigno, si mise a stacciare il poema del Tasso, impugnò le opere di coloro che difendevano il povero Tasso, e tutto rabbia e livore trinciando quegli splendentissimi canti, non lasciò via perchè dagli italiani fosse loro bandita la croce addosso [17].

Si divolgarono per l’Italia le stacciate [18] degli accademici della Crusca, o a meglio dire del sig. Lionardo; alcuni presero le difese del Tasso, altri satireggiarono graziosamente gli accademici fiorentini, e gl’inferigni e gl’infarinati, e quanti saziavansi di crusca e farina; e in questa guerra oltre il Salviati furono impugnatori della Gerusalemme [19], il de’ Rossi, il Patrizi, Orazio Ariosto, il Lombardelli, il Pescetti: e sorsero alla difesa il Pellegrini, l’Ottonelli, il Bottonio, l’Oddi, il Guastavini, il Porta, il Munarini, e s’azzuffarono quegli e questi, e si destò un nuvolo di crusca per tutta Italia; mentre il maligno piacere di criticare non permetteva ai più di gustar le bellezze del nuovo poema. Costavano al Tasso vigilie, fatiche, sudori quegli altissimi canti; appaiono appena, tutti i mediocri ingegni, che sogliono razzolar nella polvere, come la gallina di Fedro, nè già per iscoprire qualche raro gioiello, ma per far tesoro di sole immondizie arricciano il naso, e sedendo a scranna decretano che quel poema non vale la pena di leggerlo. Quanti esempi simili affatto a questo nella repubblica letteraria! Ma il Salviati pagò il giusto fio che meritava per le sue sconce valenterie; poichè a Ferrara appo il duca non potè soggiornare che dieci mesi, povero più che mai a Firenze tornossene, ove assalito subito da tormentosa malattia che durò per un anno intiero, finalmente morì.

Le opposizioni principali del Salviati sono:

1° Che la Gerusalemme liberata è mera istoria senza favola.

2.° Che è un poema sproporzionato, stretto, povero, smunto e spiacevole.

3.° Ch’è oscuro oltramodo per lo stile laconico, distorto, sforzato, e contro l’uso sicchè mal può essere inteso dall’universale.

4.° Che contiene un miscuglio, di voci e guise, latine, pedantesche. (E toccava al Salviati il dar del pedante al Tasso, egli che è il baccelliere di tutti i pedanti, e pedantuzzi e pedantacci della terra!)

5.° Che contiene voci straniare, lombarde, nuove, improprie, e talvolta appiastricciate in guisa, che rendono suoni da far ridere.

6.° Che i versi sono bene spesso aspri e saltellanti, ed espressivi della sonata del trentuno.

7.° Che nella sentenza non è efficace nè ha gran pezza quell’energia ed evidenza che si ammira nell’Ariosto.

8.° Che nel muover gli affetti riesce infelice, senza imitazione, asciutto, sforzato, freddo, invalido, inetto, e stiracchiato.

9.° Che nelle comparazioni è basso e pedantesco.

10.° Che potrebbe imitar costumi migliori.

11.° E finalmente che non avrà gran seguito, che si dismetterà in breve tempo e dove mancasse la favella non potrebbe risorgere.

Sgraziatissimo sig. Leonardo! voi siete morto per non risorger più mai, e il Tasso è ornamento della nostra patria; voi come, il cantore di Priapo avete alzato le orecchie, avete ragliato per quanto era da voi, ed ora della vostra voce più non riparla che per deriderla; e i Versi del Tasso si ripetono da tutte le nazioni; voi, per dirla alla dantesca, non foste mai vivo; e il Tasso, finchè saravvi senso per le sublimi bellezze, poeta altissimo sarà tenuto, e onorato. L’esempio vostro anche dai più tardi nepoti sarà citato per dimostrare quanto mai possa in cuore umano la invidia, e l’ingorda fame dell’oro; questa è l’unica vostra gloria.

Più di tutto spiaceva al Tasso la fierezza colla quale lo si giudicava: Imperciocchè, dice, mentre fui in buono stato, m’invitavano all’amicizia, la quale io non ricercava, (queste parole vanno a ferire il Salviati) e dappoi ch’io sono in cattivo, hanno voluto costringermi alla nemicizia, la quale io rifiutava. Questo solo cenno ci sia un argomento di più della bellezza dell’anima sua.

Allo Inferigno non diede il Tasso risposta, che degno di tanto nol riguardava, ma all’accademia della Crusca con questo titolo: Risposta del Sig. Torquato Tasso all’accademia della Crusca in difesa del suo dialogo del Piacere Onesto; e il Tasso poteva tralasciare dal pigliarsi la cura di giustificare le sue ragioni avanti la Crusca, giacchè coloro che avevano un po’ di senno erano tutti del suo partito. Nulladimeno nell’anno 1585 uscì la sua difesa compiuta intitolata: Apologia del signor Torquato Tasso in difesa della sua Gerusalemme Liberata, nella quale sostiene la causa anche di suo padre, da’ suoi nemici malmenato barbaramente; e merita somma lode non solamente per la dottrina di cui l’ha adornata, ma ancora per la modestia con cui è scritta, rispondendo agli insulti con parole nobili e convincenti. Non si sgomentò per questo il Salviati, che pubblicò un’opera: Dello Infarinato Accademico della Crusca, Risposta all’Apologia di Torquato Tasso intorno all’Orlando Furioso, e alla Gerusalemme Liberata: e questa risposta è più mordace e villana di quante aveva scritto dapprima lo Infarinato, arrivando persino a paragonare la Gerusalemme a un dormentorio di frati; il perchè la guerra vie più s’accese; i due partiti per l’Ariosto e pel Tasso si accanirono sopra ogni credere; la mania dello scrivere venne cosa di moda; e la vittima era il Tasso. Ma lasciamo una volta queste contese che ora montano a nulla, e conveniamo nel giudicio del sig. di Voltaire, che un buon critico vale un tesoro, che la maggior parte de’ critici di professione interrogati perchè dieno giudizi cotanto falsi, vituperevoli, o capricciosi, dovrebbero schiettamente rispondere, come il padre Desfontaines: faccio il critico per cavarmi la fame: Il faut que je vive: e quel buon frate per cavarsi meglio la fame, attaccava la zuffa cogli uomini più insigni della Francia, e accarezzava gli scrittorelli. Così si costumava ai tempi del Tasso, e prima del Tasso, e così da molti si costuma anche adesso, e, per nostra ventura, si costumerà sempre così, infino a che il sole

Risplenderà su le sciagure umane.

La grande questione se debbasi concedere il primato al Tasso o all’Ariosto fu in due parole sbrigata dal Tiraboschi [20]. Tra questi due poeti non si può fare, a suo giudicio, un adeguato confronto, e sarebbe lo stesso che il paragonare la Eneide di Virgilio alle Metamorfosi di Ovidio. Perciocchè la Gerusalemme è un poema epico, e l’Orlando è un poema romanzesco, cose troppo diverse d’indole e di natura, perchè soffrano di essere l’una all’altra paragonate. Ciò posto la questione è a terra. L’Ariosto, Secondo il Raynal, è come un grande edifizio incantato dalle fate, e posto in mezzo alle foreste, solo, unico anzi nella sua maniera: il Tasso somiglia a un palagio regolare, elegante, magnifico del Palladio, che della sua bellezza la città adorna ed onora. Ciascheduno nel genere suo è mirabile; ma le persone di lettere più facilmente ammiran l’Orlando, più teneramente amano la Gerusalemme. Fra tutti quelli però che parlarono del merito di questi due celebrati poeti, parmi che il Metastasio abbia colpito nel segno meglio di tutti; quindi non sarà discaro ai lettori ch’io scriva per esteso il parere di questo grand’uomo.

Per secondare la mia poetica inclinazione [21] mi fu da’ miei maestri proposta la lettura, e l’imitazione dell’Ariosto, giudicando molto più atta a fecondar gl’ingegni la felice libertà di questa, che la servile (dicono essi) regolarità del suo rivale. L’autorità mi persuase, e l’infinito merito dello scrittore m’occupò quindi a tal segno, che non sazio di rileggerlo, m’indussi a poterne ripetere una gran parte a memoria ; e guai allora a quel temerario che avesse osato sostenermi che potesse aver l’Ariosto un rivale, ch’ei non fosse impeccabile. V’era ben frattanto chi per sedurmi andava recitando di tratto in tratto alcuno dei più bei passi della Gerusalemme liberata, ed io me ne sentiva dilettevolmente commosso; ma fedelissimo alla mia setta, detestava cotesta mia compiacenza, come una di quelle peccaminose inclinazioni della corretta umana natura, ch’è nostro dovere di correggere: ed in questo sentimento ho trascorsi quegli anni, ne’ quali il nostro giudizio è pura imitazion dell’altrui. Giunto poi a poter combinar le idee da me stesso, ed a pesarle nella propria bilancia, più per isvogliatezza, e desiderio di varietà, che per piacere e profitto ch’ io me ne promettessi, lessi finalmente il Goffredo. Or qui non è possibile ch’ io le spieghi lo strano sconvolgimento che mi sollevò nell’animo cotesta lettura. Lo spettacolo ch’io vidi, come in un quadro presentarmisi innanzi, di una grande, e sola azione lucidamente proposta, magistralmente condotta, e perfettamente compiuta, la varietà di tanti avvenimenti che la producono e l’arricchiscono senza moltiplicarla, la magia di uno stile sempre limpido, sempre sublime, sempre sonoro, e possente a rivestir della propria sua nobiltà i più comuni, ed umili oggetti, il vigoroso colorito col quale ci paragona e descrive la seduttrice evidenza, colla quale ei narra, e dipinge i caratteri veri e costanti, la connessione delle idee, la dottrina, il giudizio, sopra ogni altra cosa la portentosa forza d’ingegno, che invece d’infiacchirsi, come comunemente avviene in ogni lungo lavoro, fino all’ultimo verso in lui mirabilmente s’accresce, mi ricolmarono d’un nuovo, sino a quel tempo da me non conosciuto diletto, d’una rispettosa ammirazione, di un vivo rimorso della mia lunga ingiustizia, e di uno sdegno implacabile contro coloro che credono oltraggioso all’Ariosto il solo paragon di Torquato. Non è già che ancor io non ravvisi in questo qualche segno della nostra imperfetta umanità. Ma chi può vantarsene esente? Forse il grande suo antecessore? Se dispiace talvolta nel Tasso la lima troppo visibilmente adoperata, non soddisfa nell’Ariosto così frequentemente negletta. Se si vorrebbero togliere all’uno alcuni concettini inferiori all’elevazione della sua mente, non si lasciano volentieri all’altro alcune scurilità poco decenti ad un costumato poeta; e se si bramerebbero men rettoriche nel Goffredo, le tenerezze amorose contenterebbero assai più nel Furioso, se fossero men naturali. Verum opere in longo fas est obrepere summum e sarebbe maligna vanità pedantesca l’andar rilevando con disprezzo in due così splendidi luminari, le rare e piccole macchie, quas aut incuria fudit, aut humana parum cavit natura. Tutto ciò dirà ella, non risponde alla domanda. Si vuol sapere nettamente a qual de’ due proposti poemi si debba la preminenza. Io, ho già riverentemente, sig. Diodati, antecedentemente protestata la mia giusta ripugnanza a così ardita decisione, e per ubbidirla in quel modo che a me non disconviene, le ho esposti in iscambio i moti che mi destarono nell’animo i due divini poeti. Se tutto ciò non basta, eccole ancora le deposizioni nelle quali, dopo avere in grazia sua esaminato nuovamente me stesso, presentemente io mi trovo. Se per ostentazione della sua potenza venisse al nostro buon padre Apollo il capriccio di far di me un gran poeta, e mi imponesse a tal fine di palesargli liberamente a qual de’ due poeti io bramerei somigliante, quello ch’ei, promettesse dettarmi, molto certamente esiterei nella scelta, ma la mia forse soverchia natural propensione all’ordine, all’esattezza, al sistema, sento che pure alfine m’inclinerebbe al Goffredo. »

Quantunque il Tiraboschi pensi diversamente dal Metastasio, il che nulla importa, moltissimi altri letterati e poeti tengono per l’opinione del nostro Drammatico. Il Redi, il Menzini, il Crescimbeni, il Fontanini, il Muratori, il Maffei, l’Orsi, il Martelli, il Baruffaldi, il Saltini, lo Zeno, il Volpi, il Quadrio, il Bottali, il Mazzucchelli, Mercier, d’Alembert, Voltaire, Marmontel, Rousseau, la Harpe, Arnaud, Watelet, Chateaubriand, ed altri moltissimi dei quali troppo lungo sarebbe lo scriverne il nome, si dichiararono a favore del Tasso: e dappoichè il citare le parole di tutti questi sarebbe vana fatica, basti per tutti il giudizio del signor di Voltaire: Se la Gerusalemme è una imitazione della Iliade, la copia ha di gran lunga superato l’originale: così egli scrive nel suo Dizionario filosofico: ed A. Cerretti che nella sua Orazione Inaugurale letta nella Università di Pavia, pronunciò, che Il Tasso sovente è contaminato con freddi giuochi di parole, da falsi pensieri, da viziose antitesi, talchè ingiuste affatto non furono le critiche di Boileau, e quelle che tanto lo afflissero della turba cruscante; dopo di averlo con tanta franchezza tacciato, è costretto in ultimo a confessare, che Con tutti questi difetti, il Tasso è tuttor dopo Omero il primo epico dell’universo.

CAPO VII.

Della principale prerogativa che hanno le ottave della Gerusalemme:

e parallelo fra il Tasso e Virgilio.

Da moltissimi versi, che trovatisi qua e là nelle rime amorose del Tasso, facilmente si può conoscere quanto amante egli fosse della musica dilicata, e vaglia per tutti questo elegante sonetto a madama Leonora da Este, a cui da’ medici era per alcuna sua infermità stato vietato il cantare:

Ahi! ben è reo destin che invidia, e toglie

Al mondo il suon de’ vostri chiari accenti,

Onde addivien che le terrene genti

Di maggior pregi impoverisca, e spoglie.

Ch’ogni nebbia mortal, ch’il senso accoglie,

Sgombrar potea dalle più fosche menti

L’armonia dolce, e bei pensieri ardenti

Spirar d’onore, e pure, e nobil voglie.

Ma non si merta qui forse cotanto,

E basta ben che i seren occhi, e il riso

M’ infiammin d’un piacer celeste, e santo.

Nulla fora più bello il paradiso,

Se il mondo udisse in voi d’Angelo il canto,

Siccome vede in voi d’Angelo il viso.

Avvi soavità ed armonia di pensieri e parole in questo sonetto. Sosteneva il Tasso essere la musica la ispiratrice de’ vati; e l’universo intero non esser per loro che una  sublime armonia, e nelle sue opere filosofiche queste idee attinte in Platone sono maestrevolmente sviluppate. Erasi egli invaghito, sopra ogni credere, delle opere di Virgilio, appunto perchè Virgilio è lo scrittore che più ha posto mente alla scelta delle parole, ed alla loro più bella collocazione, di che è il più armonioso di tutti i poeti della felice età di Cesare Augusto. E fu lo studiare in Virgilio che lui avvezzò a quella dolcissima melodia di versi, che dirittamente va all’anima, la quale è dote particolare delle poetiche composizioni del nostro autore. Ella è mirabil cosa il vedere come la gagliardia dello spirito non ha infievolito nel Tasso l’affettuoso sentire: ed è per fermo l’unione della fervida immaginativa colla delicatezza del cuore che lo ha portato a formarsi una poetica propria solamente di alcuni pochissimi, la quale è fondata sugli accordi dell’armonia delle immagini e degli affetti, coll’ armonia de’ suoni metrici, delle cadenze e delle parole.

Facciamo un breve confronto delle armonie del Tasso con quelle di Virgilio. Questi descrive due eserciti inferociti che combattono a tutt’ impeto:

Nec non Messapus contra, celeresque Latini,

Et cum fratres Coras, et virginis ala Camillae,

Adversi campo apparent; hastasque reductis

Protendunt longe dextris et spicula vibrant:

Adventusque virum fremitusque ardescit equorum.

Jamque intra jactum teli progressus uterque

Substiterat; subito erumpunt clamore frementesque

Exortantur equos: fundunt simul undique tela

Crebra, nivis ritu: coelumque obtexitur umbra.

Continuo adversis Tyrrrhenus, et acer Aconteus

Connixi incurrunt hastis, primique ruinam

Dant sonito ingenti; perfractaque quadrupedantum

Pectora pectoribus rumpunt. Excussus Aconteus

Fulminis in morem, aut tormento pondera acti,

Praecipitat longe, et vitam dispergit in auras.

Extemplo turbatae acies; versique Latini

Rejiciunt parmas, et equos ad moenia vertunt

Troes agunt, princeps turmas induca Asylas.

Jamque propinquabant portis colla reflectunt:

Hi fugiunt, penitusque datis referuntur habenis.

Qualis ubi alterno procurrens gurgite pontus

Nunc ruit ad terras, scopulosque superjacit undam

Spumeus, extremamque sinu perfundit arenam:

Nunc rapidus retro, atque aestu revoluta resorbens

Saxa fugit, litusque vado labente relinquit.

Bis Tusci Rutulos egere ad moenia versos:

Bis rejecti armis respectant terga tegentes.

Tertia sed postquam congressi in praelia, totas

Implicuere inter se acies, legitque virum vir:

Tum vero, et gemitus morientum, et sanguine in alto

Armaque, corporaque, et permisti caede virorum

span style="font-size:11.0pt">Semianimes volvuntur equi: pugna aspera surgit.   Aeneidos lib. 11, v. 603.

Veggasi ora come il Tasso abbia imitato Virgilio nell’armonia espressiva de’ versi accomodata alla natura delle cose.

Poi che di sangue ostil si vede asperso,

Entra in guerra Goffredo, e là si volve

Ove appresso vedea che il duce Perso

Le più ristrette squadre apre, e dissolve:

Sì che’l suo stuolo omai n’andria disperso

Com’anzi l’Austro l’affricana polve.

Ver lui si drizza, e i suoi sgrida e minaccia;

E fermando chi fugge, assal chi caccia.

Comincian qui le due feroci destre

Pugna, qual mai non vide Ida, nè Xanto.

Ma segue altrove aspra tenzon pedestre

Fra Baldovino, e Muleasse intanto;

Nè ferve men l’altra battaglia equestre

Appresso il colle all’altro estremo canto,

Ove il barbaro duce delle genti

Pugna in persona, e seco ha i duo potenti

Il Rettor delle turbe, e l’un Roberto

Fan crudel zuffa, e lor virtù s’agguaglia:

Ma l’Indian dell’altro ha l’elmo aperto;

E l’arme tuttavia gli fende e smaglia.

Tisaferno non ha nemico certo,

Che gli sia paragon degno in battaglia;

Ma scorre ove la calca appar più folta,

E mesce varia uccisione, e molta.

Così si combattea; e in dubbia lance

Col timor le speranze eran sospese.

Pien tutto il campo è di spezzate lance,

Di rotti scudi, e di troncato arnese;

Di spade ai petti, alle squarciate pance

Altre confitte, altre per terra stese;

Di corpi altri supini, altri co’ volti,

Quasi mordendo il suolo, al suol rivolti.

Giace il cavallo al suo signore appresso.

Giace il compagno, appo il compagno estinto.

Giace il nemico appo il nemico; e spesso

Sul morto il vivo, il vincitor sul vinto.

Non v’è silenzio e non v’è grido espresso;

Ma odi un non so che, roco e indistinto:

Fremiti di furor, mormori d’ira,

Gemiti di chi langue, e di chi spira.

L’arme che già sì liete in vista foro,

Faceano or mostra spaventosa, e mesta.

Perduti ha i lampi il ferro, e i raggi l’oro,

Nulla vaghezza ai bei color più resta.

Quanto apparìa d’adorno, e di decoro

Ne’cimieri, ne’ fregi, or si calpesta

La polve ingombra ciò che al sangue avanza,

Tanto i campi mutata avean sembianza.

[. . . . .]

Qual vento, a cui s’oppone o selva, o colle,

Doppia nella contesa i soffi, e l’ira,

Ma con fiato più placido, e più molle,

Per le campagne libere poi spira;

Come fra scogli il mar spuma, e ribolle,

E nell’aperto onde più chete aggira

Così quando contrasto avea men saldo,

Tanto scemava il suo furor Rinaldo.

Gerusalemme Canto 20, ott. 47

Siccome il suono delle parole è lo strumento per mezzo del quale comunichiamo altrui le nostre idee, così molta relazione debb’essere tra l’idea trasmessa e il suon che la porta.

Nihil potest, dice Quintiliano, intrare in affectum quod in aure, velut quodam vestibulo statim offendit. La musica, scrisse un inglese, ha naturalmente gran forza sopra di ogni uomo per eccitare alcuni interni movimenti, cosicchè qualunque affetto per noi si brami di risvegliare in altri, si troveran quasi sempre dei suoni corrispondenti, atti a promuoverlo. Ora il linguaggio può in qualche grado esercitare questo poter della musica. Non contento di svelare altrui i concetti dell’animo nostro, può egli ancor rinforzarli con suoni acconci, ed al piacere di comunicare i pensieri, può aggiungere il nuovo e separato diletto della melodia. Quest’arte, che i greci chiamarono ᾽ονοματοποἵια, quasi dire volessero τοῦ ὅνόματος ποίησις, e che il Wachter nel sua Glossario Germanico appella Vox repercussa naturata conobbe assai bene il Tasso, e la seguente ottava è stata sovente citata come un eccellente esempio di questa imitazione delle cose per mezzo dei suoni.

Chiama gli abitator dell’ombre eteme

Il rauco suon della tartarea tromba,

Treman le spaziose atre Caverne,

E l’aer cieco a quel romor rimbomba.

Nè sì stridendo mai dalle superne

Regioni del ciel il folgor piomba;

Nè sì scossa giammai trema la terra,

Quando i vapori in sen gravida serra.

Canto 4., ott. 3.

E come poteva il Tasso fallire in questa nobilissima descrizione, avendo sott’occhio quella di Virgilio, quando Eolo aperse d’un urto con lo scettro il fianco al cavernoso monte, onde repente ne uscirono a stuolo i venti:

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . Venti velut agmine facto,

Qua data porta ruunt, et terras turbine perflant.

Incubuere mari, totumque a sedibus imis

Una Eurusque, Notusque ruunt, creberque procellis

Africus: et vastos volvunt ad litora fluctus.

Insequitur clamorque virum, stridorque rudentum.

Eripiunt subito nubes, coelumque, diemque,

Teucrorum ex oculis; ponto nox incubat atra

Intonuere poli, et crebris micat ignibus aether;

Praesentemque viris intentant omnia mortem.

Aeneid. L. 1. 86.

Che se con tanta bravura espresse col suono delle parole la qualità degli oggetti per natura sublimi, non fu meno eccellente nello esprimere con accenti soavissimi i sensi più blandi e affettuosi del cuore. Erminia vestita da pastorella che guida la greggia a’ paschi in una segreta solitudine, non può essere dipinta per avventura con tenerezza e grazia maggiore di quella che fece il Tasso in queste ottave, nelle quali la melodia delle parole va unita squisitamente alla soavità dell’amore.

Sovente allor che su gli estivi ardori

Giacean le pecorelle all’ombra assise,

Nella scorza de’ faggi e degli allori

Segnò l’amato nome in mille guise,

E de’ suoi strani, ed infelici amori

Gli aspri successi in mille piante incise:

E in rileggendo poi le proprie note

Rigò di belle lagrime le gote.

Poscia dicea piangendo: in voi serbate

Questa dolente istoria, amiche piante:

Perchè se fa, ch’alle vostr’ombre grate

Giammai soggiorni alcun fedele amante,

Senta svegliarsi al cor dolce pietate

Delle sventure mie sì varie e tante:

E dica: Ah troppo ingiusta, empia mercede

Diè fortuna, ed amore a sì gran fede.

Forse avverrà, se il bel benigno ascolta

Affettuoso alcun prego mortale,

Che venga in queste selve anco tal volta

Quegli, a cui di me forse or nulla cale:

E rivolgendo gli occhi, ove sepolta

Giacerà questa spoglia inferma e frale,

Tardo premio conceda e’ miei martiri

Di poche lagrimette e di sospiri.

Canto 7 ott. 19.

Virgilio nel libro 4 della Eneide ci ha somministrato un modello di stile passionato, ma il Tasso in queste tre ottave parmi che ammollito abbia l’amore d’un modo vezzoso; e se l’Erminia è certo meno infelice di Didone, quindi meno sublime, è però assai più amabile della tiria regina. D’una squisita bellezza parve anco a’ romani il seguente lamento, che il Tasso ha imitato assai più nel suo canto 16, ove Armida si duol di Rinaldo:

Et jam prima, novo spargebat lumine terras

Tithoni croceum linquens aurora cubile:

Regina e speculis, ut primum albescere lucem

Vidit et aequatis classem procedere velis,

Litoraque et vacuos sensit sine remige portus;

Terque quaterque manu pectus percussa decorum,

Flaventesque abscissa comas: Proh Jupiter! ibit

Hic, ait, et nostris illuserit advena regnis?

Non arma expedient totaque ex urbe sequentur,

Diripientque rates alii navalibus? ite:

Ferte citi flammas, date vela, impellite remos.

Quid loquor? aut ubi sum? quae mentem insania mutat!

Infelix Dido! nunc te fata impia tangunt. etc. etc.

Aeneid. lib. 4. vers, 584.

L’arte del Tasso nel descrivere le cose con evidenti parole, ringhi pure a sua posta ogni pedante, è sorprendente; è un’arte che fa tutto, e nulla si scopre. Certi ignobili scrittori si credono naturali, semplici, scorrevoli; quando sono rozzi, volgari, pedestri. I miei versi, afferma taluno che non è niente poeta, sono facili, ingenui, si accostano a natura, perch’io lascio i fiori e le fronde, e m’appiglio; alle frutta. Bravissimo, sia pure; ma si vuole non la natura, ma la più bella natura imitare, e costui s’inganna a partito; che piace andare a diporto, tra’ campi lieti di alberi, tra’ splendidi seminati, inter nitentia culta, non mai per viottoli sparsi di ortiche, o dove sorga aspra selva di lappole e di triboli, dove per ogn’ intorno

Infelix et sterile dominantur avenae

Bella è la negligenza delle Grazie, perchè appartiene alle Grazie; belle sono le disadorne chiome all’aura sparse di Venere, perchè sono della madre d’Amore. In tutte cose piace quella naturalezza e semplicità che è frutto d’una schietta eleganza, alla quale si può appropriare l’elogio, di Sofronia:

Di natura, d’amor, dei cieli amici

Le negligenze sue sono artifici.

Non si creda giammai vaga naturalezza tutto ciò che non è che fredda copia del vero; ci vuole nelle opere d’ingegno non istucchevole famigliarità, ma elegante evidenza, non cose grette e comuni, ma certa amabile negligenza, la quale, come la rosa cantata dal Tasso,

Quanto si mostra men, tanto è più bella.

Ma parecchi che non sanno scrivere, e prendono a pigione i pensieri e le parole altrui, chiamano semplicità la rozzezza, facilità lo stile gelato, natura l’ignoranza loro. Nè meno vanno lunge dal vero quegli scrittori, i quali per essere belli cercano il liscio e corrono in traccia di strane, fantastiche idee, e direi quasi grottesche, le quali da prima piacciono perchè nuove, ma in ultimo stancan la mente, e via ne mandano ogni diletto metafore fuor di natura, pensieri accozzati insieme a capriccio, immagini bislacche e snaturate, parole sonanti che, intronan le orecchie, sono per cotestoro le grazie, le veneri del loro scrivere, al quale, essendo un ammassamento indigesto di luccicanti, ma strani concetti, si può applicare quel detto oraziano; amphora coepit institui: currente rota, cur urceus exit? Egli è vero che il parlar figurato, che l’armonia imitativa, che la novità de’ pensieri è grande lume del bello scrivere; ma tutto a suo posto, ma senza strafare, ma in maniera che l’arte non vi apparisca, anzi paia viva e graziosa natura. Anche i greci e i latini usarono delle metafore e delle vivezze rettoriche, ma furono appunto così famosi per quella divina semplicità che fiorisce ne’ loro scritti: onde o parlino in verso, ovvero in prosa, poggino in alto, o passeggino in piano ci recano sempre innanzi la più schietta e lusinghiera natura, e ci forzano ad esclamare, come quel dotto francese: Rien n’est beau que le vrai, le vrai seul est aimable.

Più d’assai di ogni nostro discorso valgano a dimostrare evidentemente il nostro pensiero, alcuni versi di Virgilio co’ quali pennelleggia la lotta di Caco con Ercole, che sono d’una sì gaia ed evidente naturalezza, che tu per poco li credi davanti agli occhi; versi che il Tasso nel suo duello fra Tancredi ed Argante ha saputo divinamente imitare.

Stabat acuta silex, praecisis undique saxis,

Speluncae dorso insurgens, altissima visu,

Dirarum nidis domus opportuna volucrum.

Hanc, ut prona jugo laevum incumbebat ad amnem

Dexter in adversum nitens concussis, et imis

Avulsam solvit radicibus: inde repente

Impulit, impulsu quo maximus insonat aether:

Dissidiant ripae, refluitque exterritus amnis:

At specus, et Caci detecta, apparuit ingens

Regia, et umbrosae penitus patuere cavernae.

Non secus ac si qua penitus vi terra dehiscens

Infernas reseret sedes, et regna recludat

Pallida, Diis invisa; superbite immane barathrum

Cernatur, trepidentque immisso lumine Manes.

Ergo insperata deprensum in luce repente,

Inclusumque cavo saxo atque insueta rudentem

Desuper Alcides telis prendi, omniaque arma

Advocat et ramis vastisque molaribus instat.

Ille autem (neque enim fuga jam super ulla pericli est)

Faucibus ingentem fumum, mirabile dictu,

Evomit: involvitque domum caligine caeca,

Prospectum eripiens oculis: glomeratque sub antro

Fumiferam noctem commixtis igne tenebris.

Non tulit Alcides animis, seque ipse per ignem

Praecipiti jecit saltu, qua plurimus undam

Fumus agit, nebulaque ingens specus aestuat atra

Hic Cacum in tenebris incendia vana vomentem

Corripit in nodum complexus; et angit inhaerens

Elisos oculos et siccum sanguine guttur.

Panditur ex templo foribus domus atra revulsis:

Abstractaeque boves; abjurataeque rapinae

Coelo ostenduntur: pedibusque informe cadaver

Protrahitur: nequeunt expleri corda tuendo

Terribiles oculos, vultum , villosaque setis

Pectora semiferi, atque extinctos faucibus ignes.

Aeneidos lib. 8, ver. 233.

Non è che il Tasso abbia rigorosamente seguito nel duello di Argante le immagini virgiliane; ma ha saputo al pari del cigno di Mantova dare alla sua pittura quel vigore di concetti, quell’armonia di parole che rendon famosa l’ipotiposi di Caco; egualmente che questa de’ due invitti campioni.

È di corpo Tancredi agile e sciolto,

E di man velocissimo, e di piede:

Sovrasta a lui con l’alto capo, e molto

Di grossezza di membra Argante eccede.

Girar Tancredi, inchino, e in se raccolto

Per avventarsi e sottentrar si vede;

E con la spada sua la spada trova

Nemica, e in disviarla usa ogni prova.

Ma disteso ed eretto il fero Argante

Dimostra arte simile, atto diverso.

Quanto egli può va col gran braccio avante,

E cerca il ferro no, ma il corpo avverso.

Quel tenta aditi novi in ogni istante:

Questi gli ha il ferro al volto ognor converso.

Minaccia, e intento a proibirgli stassi

Furtive entrate, e subiti trapassi.

Così pugna naval, quando non spira

Per lo piano del mare Africo o Noto,

Fra due legni ineguali egual si mira,

Ch’un d’altezza preval, l’altro di moto.

E un con volte e rivolte assale e gira

Da prora a poppa, e si sta l’altro immoto

E quando il più legger se gli avvicina,

D’alta parte minaccia alta mina.

Mentre il Latin di sottentrar ritenta

Sviando il ferro che si vede opporre; 

Vibra Argante la spada; egli appresenta

La punta a gli occhi: egli al riparo accorre.

Ma lei si presta allor, sì violenta

Cala il Pagan, che ’l difensor precorre,

E ’l fere al fianco: visto il fianco infermo,

Grida: Lo schermitor vinto è di schermo

Fra lo sdegno Tancredi e la vergogna

Si rode, e lascia i soliti riguardi:

E in cotal guisa la vendetta agogna,

Che sua perdita stima il vincer tardi.

Sol risponde col ferro a la rampogna,

E ’l dirizza a l’elmo ove apre il passo ai guardi

Ribatte Argante il colpo: e risoluto

Tancredi a mezza spada è già venuto.

Passa veloce allor col piè sinestro,

E con la manca al dritto braccio il prende,

E con la destra intanto il lato destro

Di punte mortalissime gli offende.

Questa, diceva, al vincitor maestro

il vinto schermitor risposta rende.

Freme il Circasso e si contorce e scote:

Ma il braccio prigionier ritrar non puote.

Alfin lasciò la spada a la Catena

Pendente, e sotto al buon Latin si spinse.

Fe’ l’istesso Tancredi; e con gran lena

L’un calcò l'altro, e l’un l’altro ricinse.

Nè con più forza da l’adusta arena

Sospese Alcide il gran gigante e strinse,

Di quella onde facean tenaci nodi

Le nerborute braccia in vari modi:

Tai fur gli avvolgimenti, e tai le scosse,

Ch’ambi in un tempo il suol presser col fianco.

Argante, od arte, a sua ventura fosse,

Sovra ha il braccio migliore, e sotto il manco:

Ma la man ch’ è più atta a le percosse,

Sotto giace impedita al guerrier franco;

Ond’ei che ’l suo svantaggio e ’l rischio vede.

Si sviluppa da l’altro, e salta in piede.

Sorge più tardi; e un gran fendente in prima

Che sorto ei sia vien sopra al Saracino.

Ma come a l’Euro la frondosa cima

Piega, e in un tempo la solleva il pino;

Così lui sua virtute alza e sublima,

Quando ei n’è già per ricader più chino.

Or ricomincian qui colpi a vicenda,

La pugna ha manco d’arte, ed è più orrenda.

Esce a Tancredi in più d’un loco il sangue

Ma ne versa il Pagan quasi torrenti.

Già ne le sceme forze il furor langue,

Sì come fiamma in debiti alimenti.

Tancredi, che ’l vedea col braccio esangue

Girar i colpi ad or ad or più lenti;

Dal magnanimo cor deposta tira,

Placido gli ragiona, e ’l piè ritira.

Cedimi, uom forte; o riconoscer voglia

Me per tuo vincitore, o la fortuna:

Nè ricerco da te trionfo o spoglia;

Nè mi riserbo in te ragione alcuna.

Terribile il Pagan più che mai soglia

Tutte le furie sue desta e raguna.

Risponde: or dunque il meglio aver ti vante?

Ed osi di viltà tentar Argante?

Usa la sorte tua, che nulla io temo;

Nè lascerò la tua follia impunita.

Come face rinforza anzi l’estremo

Le fiamme, e luminosa esce di vita:

Tal riempiendo ei d’ira il sangue scemo,

Rinvigorì la gagliardia smarrita;

E l’ore della morte omai vicine

Volse illustrar con generoso fine.

La man sinistra a la compagna accosta,

E con ambe congiunte il ferro, abbassa :

Cala un fendente, e benchè trovi opposta

La spada ostil, la sforza, ed oltre passa:

Scende a la spalla e già di costa in costa

Molte ferite in un sol punto lassa.

Se non teme Tancredi, il petto audace

Non fe' natura di timor capace.

Quel doppia il colpo orribile; ed al vento

Le forze e l’ire inutilmente ha sparte;

Perchè Tancredi a la percossa intento

Se ne sottrasse, e si lanciò in disparte.

Tu dal tuo peso tratto in già col mento

N’andasti, Argante, e non potesti aitarle:

Per te cadesti; avventuroso intanto,

Ch’altri non ha di tua caduta il vanto.

Il cader dilatò le piaghe aperte

E ’l sangue espresso dilagando scese.

Punta ei la manca in terra, e si converte

Ritto sovra un ginocchio a le difese.

Renditi, grida; e gli fa nove offerte

Senza noiarlo il vincitor cortese.

Quegli di furto intanto il ferro caccia;

E sul tallone il fiede; indi il minaccia.

Infuriossi allor Tancredi, e disse:

Così abusi, fellon, la pietà mia?

Poi la spada, gli fisse e gli rifisse

Ne la visiera, ove accertò la via. Moriva

Argante  e tal moria qual visse:

Minacciava morendo, e non languia;

Superbi, formidabili e feroci

Gli ultimi moti fur, l’ultime voci.

 Gerusalemme liberata can. 19, stanza 11.

Da questo tratto non sarà difficile al lettore il convenire con noi, che la principale prerogativa che rende leggiadre e decorose le ottave della Gerusalemme è l’armonia ordinata in modo che al vivo pinge i pensieri. Il Tasso rappresenta mercè questa, se non sempre, certo il più delle volte, tre qualità d’oggetti: primo i suoni, secondo il moto, terzo gli affetti dell’animo. Con una opportuna scelta di parole produce sovente un suono che ad altri simiglianti l’assembra come p. e. il fischiare dei venti con parole fischianti, l’urlar delle fiere con parole ululanti, il rimbombo de tuoni con parole tuonanti; così in questi versi:

Nè sì stridendo mai da le superne

Regioni del cielo il folgor piomba.

Imita con parole quando rapide, e quando tarde il moto, come in questi due versi la snellezza di Tancredi;

È di corpo Tancredi agile e sciolto

E di man velocissimo, e di piede.

 E finalmente coi suoni delle parole ora placide, ora robuste rappresenta le passioni dell’anima; così nelle seguenti ottave sparse di voci tenere e soavissime ci fa sentire tutto il dolore di Erminia, la quale cercando Tancredi per solitarie vie, e trovatolo estinto,

Vista la faccia scolorita e bella,

Non scese no, precipitò di sella:

e in lui versando una vena di lagrime mista a sospiri, prorompe in questo flebil lamento:

Ma che? squallido e scuro anco mi piaci

Anima bella, se quinci entro gire,

S’odi il mio pianto, o le mie voglie audaci

Perdona il furto, e ’l temerario ardire.

Dalle pallide labbra i freddi baci,

Che più caldi sperai, vuo’ pur rapire.

Parte terrò di sue ragioni a morte,

Baciando queste labbra esangui e smorte.

Pietosa bocca, che solevi in vita

Consolar il mio duol di tue parol:

Lecito sia ch’anzi la mia partita

D’alcun tuo caro bacio io mi console.

E forse allor, s’era a cercarlo ardita

Quel davi tu, ch’ ora convien ch’ invole

Lecito sia ch ora ti stringa, e poi

Versi lo spirito mio fra i labbri tuoi.

Raccogli tu l’anima mia seguace:

Drizzala tu dove la tua sen gio:

Così parl gemendo, e si disface

Quasi per li occhi; e par conversa in rio.

Rivenne quegli a quell’umor vivace,

E le languide labbra, alquanto aprio:

Aprì le labbra, e con le luci chiuse

Un suo sospir con que’ di lei confuse.

Gerusalemme c. 19, ott. 107.

Questi gemiti possono essere descritti con più cara dolcezza? Non ci riempiono d’una melanconia amabilissima pari a quella che sveglia la canzone uniforme che canta a sollievo delle sue lunghe pene lo sventurato nel tenebroso carcere, o la povera contadina celebrata da Virgilio, che a ricreamento delle tarde sere d’inverno canticchia nel suo presepe l’aria che ricreava i lieti giorni della sua giovinezza?

Interea longum cantu solata laborem,

Arguto conjux percurrit pectine telas.

Virgilio ha delle espressioni patetiche e di una dolce melanconia che non ha il Tasso, appunto perchè quegli è più passionato, questi più immaginoso. Virgilio visse assai nella solitudin de’ campi, volse tutto lo spirito a contemplar le armonie della natura: il Tasso dimorò molto alle corti, e scrisse il suo poema stimolato da un ardente amore di gloria: questa differenza di vivere inspirò ad uno delle armonie malinconiche, dettò all’altro de’ versi eleganti e sublimi come la reggia dove tenne soggiorno: nulladimeno il Tasso e Virgilio, in quanto a tenerezza di affetti, sono i due epici che si rassomigliano più. Entrambi infelici furono nel  loro amare: il mantovano perchè privo di quella bellezza di corpo di cui natura largheggiò con Tibullo, ebbe con violenza a rintuzzare gli affetti che gli infiammavano l’anima, ed a ripetere nel silenzio delle conscie selve, come il pastor Coridone; quae te dementia cepit! Torquato che di naturali grazie e leggiadre era adorno, pose amore a persone che punto non convenivano a lui, e fra lo strepito di società sollazzevole poteva ripetere col suo Rinaldo:

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .   Amore

Non dovevi il mio cor in loco porre,

U' senza speme ognor se stesso abborre.

Questi disgusti, che ambedue soffrirono lungamente dovettero ingentilire via più l’animo loro, e portarli ad amare i pensieri patetici e dilicati.

Quanta p. e. racchiudono soave mestizia quelle parole:

O patria! o divum domus Ilium, et inclita bello

Moenia dardanidum!

Et dulces moriens reminisciturArgos.

Disce, puer, virtutem ex me, fortunam ex aliis.

Nequeas lacrymas perferre parentis.

Me, me adsum, qui feci etc.

Tantum infelicem nimium dilexit amicum.

Et Campos ubi Troja fuit.

Nec te pigebit meminisse Elisae.

Heu miserande puer! Si qua fata aspera rumpas

Tu Marcellus eris. Manibus date lilia plenis.

Purpureus veluti cum flos succisus aratro

Languescit moriens.

Ter conatus ibi collo dare brachia circum,

Ter frustra comprensa manus effugit imago.

Ille meos primus qui se mihi junxit amores

Abstulet; ille habeat secum servetque sepulchro.

Tenere (non quanto per avventura le virgiliane dirà taluno) sono pur queste parole del Tasso che inondano il cuore di dolcissimi sensi: è Olindo che parla nell’estremo momento della sua vita, e consacra l’ultime voci a colei per cui muore:

Altre fiamme, altri nodi amor promise:

Altri ce n’apparecchia iniqua sorte.

Troppo, ahi ben troppo! ella già noi divise!

Ma diramente or ne congiunge in morte.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

Ed oh mia morte avventurosa appieno!

Oh fortunati miei dolci martiri!

S’impetrerò che giunto seno a seno,

L’anima mia ne la tua bocca io spiri!

E venendo tu meco a un tempo meno.

In me fuor mandi gli ultimi sospiri.

Nè cede per graziosi pensieri e melanconici la seguente descrizione della vergine Clorinda che, trafitta da Tancredi, esala fra le sue braccia l’ultimo spirito:

D’un bel pallore ha il bianco volto asperso,

Come a’gigli sarian miste viole,

E gli occhi al cielo affisa, e in lei converso

 Sembra per la pietate ’l cielo e ’l sole:

E la man nuda e fredda alzando verso

Il cavaliero, invece di parole

Gli dà pegno di pace in questa forma

Passa la bella donna, e par che dorma.

Dopo di aver letto questa e tant’altre pitture del Tasso, che desterebbono invidia a Virgilio, chi sarà colui che ardisca dimenticarsi di tanta avvenenza per ispigolare qua, là i versi men belli, o qualche concetto che abbia del falso? Davvero se di molte bellezze è risplendente un poema, ripeterem con Orazio, noi non aggrottiamo le ciglia per pochi nei che l’incuria lasciò passare e che l’umana natura indarno cerca fuggire.

Questo confronto abbiamo voluto allungare, forse più che non era il bisogno all’opera nostra, perchè essendosi dimenticato di toccar queste cose il dottissimo Paolo Beni, nella sua Comparazione di Omero, Virgilio e Torquato, nella quale par dia sempre la preminenza all’ultimo, sfoggiando amplissima erudizione, e critica sottilissima; ci è paruto acconcio, per quanto le poche nostre forze il permisero, di soddisfare al diletto di lui, onde questo argomento si possa dire per ogni maniera trattato.

CAPO VIII.

Della scienza militare del Tasso.

Non ci ha penuria di valenti scrittori che a parte a parte commentarono le bellezze della Gerusalemme liberata, come la più grande epopea che vantar possano le nazioni moderne, i quali altamente lodarono la scelta dell’argomento, l’unità e regolarità dell’ordito, la verità e varietà dell’indole de’ personaggi, la squisitezza de’ sommi affetti, la vigoria dello stile, lo splendor delle immagini, la nobiltà de’ versi, la grazia degli episodi, che porgono aiuto allo scioglimento dell’azion principale, tutti pregi che in maraviglioso modo risplendono in quel perfetto poema. Ma la scienza militare del Tasso è fuggita d’occhio a tutti, ch’io sappia, i commentatori e ammiratori suoi; che solamente il Beni ne fece un piccolo cenno nei suoi discorsi intorno la Gerusalemme, mostrando come il Tasso abbia rappresentato molto più nobile e valoroso capitano, che Omero e Virgilio; ed il Beni stette in sulle virtù morali del pio Goffredo, nè gli è piaciuto andare più in là. In questa materia un cavalier piemontese, (si dice essere il conte Galeani Napione) non ha gran tempo, è voluto entrare: nè sarà disaggradevole cosa ch’io alla sfuggita da quell’opera estragga fuori le belle sentenze che attagliano all’argomento nostro.

I. Il Tasso fu molto avveduto nella elezione delle diverse armate che compongono l’esercito de’ crociati, nella scelta del capitano, nel far marciare le milizie, e nel fortificare, e nell’assalire Gerusalemme.

II. Ebbe mirabile accorgimento nel vettovagliare il campo cristiano, nel porre in cammino Solimano, nell’amministrare le guerre, nel condurre gli eserciti a ritirata.

III. Fu valentissimo in descrivere, secondo le regole dell’armeggiare, i duelli, a segno che le descrizioni di lui potrebbono servir di norma a coloro cui piace addestrarsi nel giostrare e nel torneare; la quale eccellenza del Tasso in coteste descrizioni non fu notata nemmeno dal cavalier piemontese [22].

IV. Nell’assalimento che fanno i cristiani della città santa, e nella difensione in cui si mettono gl’infedeli fece pompa della sua scienza; nè quello, nè questa con maggiore prodezza si potea fare.

V. Le artiglierie, gli arieti, le catapulte, le baliste sono adoperate con sì gran valentìa che sembra aver egli condotto a guerra gli eserciti, e vissuto sempre fra l’arme; l’ultimo assalto poi che danno i cristiani alla città nemica da tre parli, il modo col quale dirige le macchine in questa impresa, la scaltrezza con cui fronteggia il nemico, e finalmente la caduta di Gerusalemme sono un portento di sapere guerresco.

Per la qual cosa non dubita d’asserire l’autor suddetto, che il Tasso è superiore a tutti gli epici poeti per iscienza militare. La divina Commedia, per cominciare dall’epico più antico tra’ nostri, tutt’altro in sè contiene che militare dottrina, e siccome quella insigne Opera si dee tenere per lo più ampio e fedele ritratto che avere si possa mai delle arti; del governo, del sapere, e de’ costumi del trecento; così il non trovarvi alcuna traccia della scienza di guerra, chiaramente dimostra che in quella età non se ne aveva alcun lume. Quando Dante avesse avuto in animo di lasciarne segno nella sua Commedia, tuttochè poca il volesse la natura del suo subbietto, ve lo avrebbe posto per fermo. Il Trissino, che più comunemente suole esser chiamato il primo epico dell’Italia, non si può negare che nella arte di guerra non sapesse molto avanti; ma la sua dottrina, era piuttosto a modo di antiquario che di capitano; il perchè è quella una dottrina senz’anima, senza ornamento, la qual facilmente ci può far sonnecchiare. Egli è sì languido, e sì triviale, e sì povero d’invenzione, che, ad onta delle lodi fattegli dal Gravina, potrebbe alcuno concedergli la gloria di scrittor militare, e a buon diritto negargli il titolo di poeta. Che se il cantore dell’Italia liberata dai Goti non ebbe Ingenium cui sit, cui mens divinior, atque os magna sonaturum qualità che deggiono adornare chiunque vuol essere nominato poeta; volle natura, lui privandone, farne dono abbondevole all’Ariosto. Ma quanto messer Lodovico è sublime per la grande immaginazione, e per la squisitezza dello stile, altrettanto è meschino qualora ei debba parlar di milizia; e il più delle volte all’impiccio sottraesi, fabbricando castella d’acciaio, e scudi abbagliatori, e corni che cacciano in fuga gl’intieri eserciti spaventati, ed altri simili portenti che l’arte magica suol facilmente operare. La fantasia vivacissima non gli lasciava luogo alle pensate dottrine, ed egli scriveva per meritare gli applausi del suo signore, e divertire le persone di corte, senza le magnifiche sontuosità della Scienza; e quanto si dice dell’Ariosto, lo stesso pure si dica degli altri romanzieri emuli e imitatori di lui. La Francia, maestra nel guerreggiare, anche dopo il Telemaco di Fenelon, e la Enriade di Voltaire, può dubitar tuttavolta di avere un perfetto poema epico; che al primo manca la necessaria armonia del verso, e la lode del secondo va tutta a finire nella vivacità dei versi armoniosi. La Spagna ed il Portogallo non ebbero sinora poeti epici abbastanza lodati nè il Camoens, nè Donno Alonzo d’Ereylla non possono venire al confronto dell’Ariosto e del Tasso. La Germania, che tanti allori ha mietuto ne’ laureti di Pallade e delle Muse, non ebbe che poeti epici sacri; nè Klopstock, nè Gessner potevano parlar di guerra, il primo nel Messia, il secondo nella morte di Abele. In Inghilterra vanta un Omero il quale, come il nostro Dante, uscì del mondo sensibile, e cantò cose remote dagli uomini; e se l’Alighieri non merita taccia alcuna perchè non ha parlato di guerra, descrivendo quelle regioni ove la divina fantasia lo condusse, Milton non merita encomio per aver fornito d’artiglierie i battaglioni degli angeli, e fatto inventar la polvere d’archibuso dagli spiriti abitatori dell’aria. Il Tasso è superiore nella scienza militare anche ad Omero e Virgilio, dice il cavalier piemontese. La dottrina militare del Meonio, tanto vantata dal maresciallo di Puysegur, si riduce in ultimo all’aver fatto serbare il silenzio all’esercito greco nel suo marciare, all’aver fatto dividere da Achille le sue genti in varie schiere, ed allo aver fatto disegnar un campo bastevolmente forte da Nestore, per riparare l’annata dalle improvvise uscite de’ teucri. Ma que’ suoi duelli di rabbiose divinità, e quell’eterno assedio di dieci anni, piuttosto dipingon la rozza semplicità de’ suoi tempi, di quello che ne facevan conoscere la scienza militare d’Omero. Virgilio, il quale non si può negare che di molti precetti d’arte militare non abbia imparato alla corte del grande Augusto, nei primi sei libri della Eneide non potè recare in opera la sua dottrina; ond’ebbe il sig. di Sigrais a cominciare le sue osservazioni militari dopo lo sbarco d’Enea in Italia. La sola impresa marziale che leggesi nei primi sei libri è la rovina di Troia; nè il cavallo di legno si dovrà tenere in prezzo di uno stratagemma da farne caso, essendo egli una fantasia del poeta; e Plinio l’ha voluta spiegare come cosa simbolica : Equum (qui nunc aries appellatur) in muralibus machinis Epeun ad Trojam, insanisse dicant. È però invenzione di assai bella e poetica; ma qual maraviglia? È poetica, disse taluno, anche la polvere d’Ilio.

Negli ultimi libri della Eneide non si propose grandi imprese a descrivere, e il suo saper militare in confini angusti restrinse: all’assalimento che dà Turno al campo di Enea, a qualche zuffa, ed al duello di Turno con Enea. Virgilio però nel poco che disse fece vedere la sua perizia nell’arte della guerra. Nè a Lucano deesi molta lode concedere; poichè verseggiò buona parte de’ commentarii di Cesare , il perchè fu detto, egli non essere che un pittor ritrattista, il quale se bella persona di pinge suol venire esaltato.

L’arte della guerra non era a’ tempi in cui scrisse Omero diversa da quella, vi ha chi crede, quando successe l’impresa; lo stesso si dica di Lucano e Virgilio, sebben questi abbia scritto molto dopo dei fatti d’Enea: nondimeno il modo di guerreggiare, almeno nelle apparenze, non era tanto cangiato nel regno di Augusto, come era mutato dalle crociate all’età del Tasso. Dovette il poeta perciò, a non trasgredire le leggi del costume, adattar per quanto gli fu possibile, la scienza militare moderna alla maniera di combattere che avevano tenuta i crociati. Il secolo in cui fecero i cristiani in terra santa la loro impresa, era secolo rugginoso, e l’arte guerresca di allora era a foggia di quella che ve diamo ne’ bruti. Il Tasso fe’ di Goffredo un nuovo Cesare, e saviamente congiunse insieme tutto il migliore della dottrina romana colle raffinatezze della moderna, senza uscire per maniera dal vero, che lo si potesse incolpare di falsità e di anacronismo.

Ma chi fosse desideroso di conoscere appieno la maestria del Tasso nella cosa di guerra non ha che a leggere l’erudito discorso del conte Galeani Napione. Un argomento; che non cade a voto, di quanto asseriamo intorno al saper di Torquato in queste materie, è il vedere come abbian sempre trovato la loro delizia nel poema della Gerusalemme le persone dotte in milizia; ond’ebbe a scrivere il visconte di Chateaubriand, Ch’esso è il poema de’ guerrieri; e infatti spira gloria e valore per ogni parte, e pare scritto in mezzo a un campo marziale sopra uno scudo; laonde si può con ragione appropriare al Tasso quel detto di Orazio:

.  .  .  .  Mares animo in martia bella

Versibus exacuit

CAPO IX.

Della vita del Tasso in S. Anna.

Se gli studi delle buone lettere sono di ornamento e decoro quando ci ritroviamo nelle prosperità, riescono di trattenimento e rifugio nelle avverse vicende; secundas res ornant, adversis perfugium ac solatium praebent: e guai al Tasso se a’ giovanili suoi giorni non si fosse imbebuto delle liberali discipline, ora che nel suo imprigionamento è costretto a vivere co’ suoi pensieri in una solitudine amara. Gli convenne perciò l’intendimento rivolgere quando alle poetiche, e quando alle filosofiche istituzioni per rialzare lo spirito, e per nodrirlo di que’ generosi sensi che inspira la contemplazione del Bello e del Vero all’uomo di buona indole e d’alto ingegno. Molti sono i dialoghi che scrisse nella sua prigionia, coi  quali trattò argomenti gravissimi; e molte le rime che a sollievo del cuore compose, le quali racchiudono un certo che di patetico, proprio del tutto della sua misera condizione.

A distoglierlo alquanto dalla uniformità dei suoi pensieri ed affetti, ed a divagarlo non poco contribuirono eziandio le frequenti visite che gli amici e gli ammiratori suoi in S. Anna gli fecero, appena il Mosti mitigò quel rigore che da principio adoperava col nobile prigioniero. Il quale Ercole Tassone gli portò lettere di Cornelia sua sorella, la quale gli dava contezza d’essere alle seconde nozze passata con Ferrante Speziano, illustre e ricchissimo cavaliere di Napoli. Le lettere delle persone che s’amano riescono sempre care, ricevute poi quando siamo afflitti dalle disgrazie sono veramente preziose; e il Tasso mercè queste lettere passò alcune giornate di giubilo e di piacere. La duchessa di Urbino lo mandò salutare cortesemente da Ippolito Bosco suo gentiluomo, il quale gli diede speranza che presto verrebbe tratto dallo spedale. Marfisa da Este, che fu principessa di Massa e Carrara, lo fe’ visitare con grande amore dal suo segretario, e gli mandò dicendo che sperava tra pochi giorni di poterlo condurre alla sua villeggiatura di Madaler: e questa grazia accordò il duca alla cugina, a patto però che un solo giorno stesse fuor di S. Anna. Quest’atto della principessa  che per quanto era da lei soccorse al povero Tasso, non si può commendare abbastanza. Sollevare i miserabili è un’azione di adorabile umanità, per cui ogni principe amore sommo in ogni suddito si concilia, e gliene torna altresì particolare vantaggio nel governare, poichè in vedere che il principe è informato delle disgrazie di ogni persona, comechè privata e lontana da lui, fa credere facilmente ch’ei sappia ancora l’andamento di ogni altra cosa; il che sveglia negli animi con la gratitudine e con l’amore, l’osservanza e il rispetto.

 Il Tasso rammentò sin che visse la benignità che si piacque usare con lui quella bellissima e calorosissima principessa, della quale è meglio il tacer che dir poco. La giornata che passò in Madaler gli fruttò molte settimane di buona salute; e’ vide in questa occasione la famosa Tarquinia Molza per la quale egli avea grande stima, e lasciò onorata memoria di quel giorno felice nel dialogo intitolato: La Molza, ovvero dell’Amore. Don Ferrante Gonzaga principe di Molfetta lo regalò di venticinque scudi d’oro, ed altrettanti di moneta, i quali servirono a ristorarlo ne’ bisogni della sua indigenza: Aldo Manuzio gli portò in dono parecchi libri della sua nitidissima stampa, e Torquato gioì grandemente nel conoscere un letterato cotanto illustre, il quale stette per due giorni intieri nelle prigioni di S. Anna, tanto diletto prendeva dei discorsi del Tasso. Francesco Terzi, celebre pittor bergamasco, venne a Ferrara, spinto dal desiderio di conoscerlo e consultarlo, e gli fece il presente di un bellissimo libro delle immagini de’ principi della real Casa d’Austria e la fama del poeta, che sempre più cresceva dentro e fuori d’Italia, trasse molt’altri letterati e personaggi riguardevolissimi a fargli visita, de’ quali taccio il nome perchè sono troppi, ed il racconto di tutti infastidire potrebbe. Nel novero di coloro che mossero a Ferrara per vedere il Tasso evvi pure Angelo Grillo monaco cassinense, uomo di molte lettere, il quale io credo fosse l’amico più cordiale del Tasso, perchè non si stancò mai di far al duca un domandare operoso per ottenergli la libertà; nè si contentò di giovare all’amico con preghiere ed istanze; ma lo giovò di sussidi, di consigli, di amore; il perchè mi sia dato in grazia di arrestarmi un poco su questo virtuoso uomo, al quale il nostro poeta è debitore di tanto. Il Grillo era patrizio genovese, abate della congregazione di Monte Cassino, filosofo, teologo e poeta di assai credito, che scrisse opere in verso ed in prosa delle quali il Giustiniani nella sua opera degli Scrittori Liguri, e il Crescimbeni nella Storia della volgar poesia fanno bellissimo elogio. Quando il Tasso era in S. Anna trovavasi il Grillo nel monistero di Brescia; di là sì amorose lettere scrisse a Torquato, che erano un balsamo sulle ferite di lui; ed ecco come il poeta esprime la gratitudine sua in questo principio d’una sua risposta. « Le vostre lettere non sono mai così lunghe, che non mi paiano brevi, nè così preste ch’io non le stimi tarde; perchè niuna cosa fo più volentieri che legger quel che mi dà consolazione così grande, e voi niuna più facilmente che scriver con tanta eloquenza. Se io voglio arderle, come avete comandato, è necessario ch’io tolga dal mondo uno de’ più veri testimoni della nostra benevolenza, ed uno de’ più cari pegni della nostra fede. Rigido padre, severo, se non crudele ufficio avete commesso a pietoso amico, il quale non può negare di farne il vostro volere, e non ardisce d’eseguire così fiero comandamento. Dunque prenderò una via di mezzo fra la pietà e l’obbedienza; perchè darovvi, se pur vorrete, quelle che non mi par conveniente di concedere al fuoco, e se i vostri consigli mi sono occulti, come i giudizi di quel divino Signore a cui servite, incolpatene la mia umanità, e la tenerezza per la quale io chiamo rigore quello che a voi par giustizia: ma nondimeno s’egli si muove alle nostre preghiere, voi dovete ancor piegarvi in cosa che non vi torce dal vostro fermo proponimento. » Nè in sole parole l’amicizia si riduceva di Angelo Grillo, che più volte da Brescia e da Mantova venne a Ferrara per visitarlo, e lo raccomandò caldamente al Zaniboni suo confratello, che aveva stanza in Ferrara, perchè il consolasse di tratto in tratto, e di ciò che aveva bisogno lo provvedesse. Una sì bella anima ebbe certo a legare il cuor di Torquato, il quale non  solamente a lui, ma a tutti, i padri della sua Congregazione volle grandissimo affetto, e, come vedremo, fece sino divisamento di entrare nel cassinense instituto.

Il Serassi in una nota alla sua vita dice che nessun altro si affaticò per la liberazione del Tasso con maggior costanza ed efficacia del P. Grillo, il quale non contento de’ pressantissimi offici che gli andava facendo in persona, e per lettere con diversi principi, procurò di più, che e dal signor Paolo suo fratello, e da’ signori Spinoli suoi cognati s’implorasse il favore e la protezione dell’imperatore e del re cattolico, come si vede da più lettere del Tasso scritte al medesimo padre Grillo, al sig. Paolo suo fratello, ed a’ conti Spinoli. È uno stupore davvero che sia toccato ad un solitario, il quale per instituto debb’essere indifferente sulle vicende altrui, l’adoperarsi per la salvezza dell’epico italiano; ma così imbizzarisce di frequente la sorte, o a meglio dire così anche sotto le ruvide lane di un cenobita s’asconde talvolta gentile spirito; che raro è bene che cangiando di condizione l’uomo cangi di cuore. Ma per quanto si studiassero i suoi più cari di consolare la sua prigionia, cadde nulla ostante malato; e perchè gli mancavano i necessari rimedi, e perchè la noia della sua carcere l’infermità raddoppiava, egli trovossi nella state del 1583, in cattivissimo stato; e, quello che è peggio, egli stava così mesto e dolente per la intollerabile tristezza che sentiva nell’anima, che pareva volesse passare di questa vita. Volete intenerirvi al preciso racconto della sua infermità? Sentite lui stesso che narra a Girolamo Mercuriale professore di medicina nello Studio di Padova tutte le circostanze minute della malattia che lo grava.

« Sono alcuni anni ch’io sono infermo, e l’infermità mia non è conosciuta da me, nondimeno io ho certa opinione di essere stato ammaliato. Ma qualunque sia stata la cagione del mio male, gli effetti sono questi; rodimento d’intestino con un poco di flusso di sangue; tintinni negli orecchi e nella testa, alcuna volta sì forti, che mi pare di averci un di questi orioli da corda; immaginazione continua di varie cose, e tutte spiacevoli, la quale mi perturba in modo ch’io non posso applicar la mente agli studi, pur un sestodecimo d’ora; e quanto più mi sforzo di tenervela intenta, tanto più sono distratto da varie immaginazioni, e qualche volta da sdegni grandissimi, i quali si muovono in me secondo le varie fantasie che mi nascono. Oltra di ciò sempre dopo, il mangiare la testa mi fuma fuor di modo, e si riscalda grandemente, e in tutto ciò che io odo, vo per così dire fingendo con la fantasia alcuna voce umana di maniera che mi pare assai spesso che parlino le cose inanimate; e la notte sono perturbato da vari sogni, e talora sono stato rapito dall’immaginazione in modo che mi pare d’aver udito, se pur non voglio dire d’aver udito certo, alcune cose le quali io ho conferite col P. F. Marco Cappuccino apportatore della presente, e con altri padri e laici co’ quali ho parlato del mio male, il quale essendo non solo grande, ma spiacevole sovra ciascun altro, ha bisogno di possente rimedio, e benchè niun miglior rimedio si possa aspettare di quel che ci viene dalla grazia di Dio, il quale non abbandona mai chi fermamente crede in lui; nondimeno perchè la sua divina misericordia ci concede che noi, i quali uomini siamo, possiamo ricercare ancora i rimedi umani, io ricorro a V. S. Eccellentissima per consiglio, e per aiuto, e la prego che non potendo mandare i medicamenti istessi, come io vorrei, mi scriva almeno il suo parere, del quale io feci sempre grandissima stima, ed ora più volentieri mi ci atterrei, che a quel di molt’altri. Signor mio, quanto il bisogno è maggiore, e maggior l’infelicità, tanto sarà maggiore l’obbligo che io le avrò, s’io ricupererò la sanità per opera sua. E quantunque ora non solo per rispetto dell’infermità, ma per gli altri tutti io possa dire d’essere in pessimo stato; tuttavia per grazia di N. S. m’è rimaso tanto del mio solito ingegno ch’io non sono ancor inetto al comporre; ed in questa parte V. Eccellenza può aspettar da me ogni sorte di gratitudine, e se alcuna mercede può, o dee da lei a me essere ricercata, è questa la quale non sarà mai ricercata invano, ma molte volte pagata senza ch’ella sia dimandata. Mi farebbe ancora molto piacere d’intender il parere del sig. Melchior Guilandino, [23] e di raccomandarmi al Sig. Gio. Vincenzo Pinello caldissimamente; il quale ho portato molt’anni nel seno, e porto ancora, e le bacio le mani. » Di Ferrara la vigilia di San Pietro 1583.

Il Mercuriale, dice il Serassi, si fece un pregio di servire al Tasso suo amico da molti anni e gli mandò subito in iscritto il suo parere consigliandolo a farsi un cauterio nella gamba, ad astenersi interamente dal vino, ed a ber brodo di continuo. Aggiunse che gli manderebbe in appresso la ricetta per una conserva, la quale avrebbe molto servito ad addolcirgli il sangue, ed a sedare i fumi sì che non gli salissero alla testa; Torquato però non era molto docile nel lasciarsi curare; e se i rimedi non erano assai blandi e piacevoli, gli rifiutava ostinatamente, come fece in gran parte anco di questi ordinatigli dal Mercuriale. A esacerbare questa malattia prestò l’opera sua certo Camillo Camilli dal monte S. Savino, il quale, avendo preso un grosso abbaglio collo stimarsi poeta, osò di aggiugnere al Goffredo altri cinque canti, prodigioso frutto della sua testa, e di darli alle stampe, terminando per tal maniera il poema della Gerusalemme da lui reputato arrogantemente imperfetto. Il Tasso dovette sentirne spiacere; ma tollerò la ingiuria del novellino poetuzzo con disinvolto animo, ch’egli era uso a sofferire maggiori oltraggi.

Nell’anno 1584 le sue disgrazie scemarono alquanto, e n’ ebbe il merito la serenissima Leonora d’Austria duchessa di Mantova, la quale efficacemente si adoperò presso il duca Alfonso suo genero, onde venisse al Tasso allargata la prigionia; e il duca per rispetto ad una tanta raccomandazione gli permise d’uscir qualche volta a diletto per la città, accompagnato però da qualche cavaliere suo conoscente. Questa grazia fu il rimedio migliore per la salute del Tasso. Grato a que’ personaggi che gentilmente lo accoglievano in casa loro, compose vari elegantissimi dialoghi, ricchi di maschia filosofia, quasi per eternare con queste dotte scritture la dolce ricordazione de’ ricevuti favori. I dialoghi sono: Il Beltramo, ovvero della Cortesia; il Malpiglio, ovvero della Corte; il Ghirlinzone, ovvero dell’Epitaffio; la Cavalletta, ovvero della Poesia toscana; il Malpiglio secondo, ovvero del fuggire la moltitudine, il Rangone, ovvero della Pace.

A questi giorni il Tasso aprì il cuore a giuste speranze; peggiore travaglio del tollerato fin’ora, non gli può capitare; ed è pur vero che l’arrivare a conoscere sino a qual punto noi possiam essere disgraziati, è una specie di felicità che mitiga le nostre pene.

CAPO X.

Instanze fatte dal Tasso per essere liberato dalla prigionia.

Vedendo che nulla rilevano gli uffici privati che dagli amici si facevano al duca Alfonso, pensò Torquato di supplicare ai Capi del consiglio di Bergamo, perchè chiedessero in grazia all’Estense principe la sua libertà e questo è il memoriale che mandò loro:

« Torquato Tasso bergamasco per affezione, non solo per origine, avendo prima perduto l’eredità di suo padre, e la dote di sua madre e l’antifato [24], e da poi la servitù di molti anni, e le fatiche di lungo tempo, e la speranza de’ premi, e ultimamente la sanità e la libertà; fra tante miserie non ha perduta la fede la quale ha in cotesta città, nè l’ardire di supplicarla, che si muova con pubblica deliberazione a dargli aiuto e ricetto, supplicando il sig. duca di Ferrara, già suo padrone e benefattore, che il conceda alla sua patria, a’ parenti, agli amici, a sè medesimo. Supplica dunque l’infelice, perchè le Signorie Vostre si degnino di supplicare a Sua Altezza, e di mandare monsignor Licino [25], ovvero qualch’altro a posta, acciocchè trattino il negozio della sua liberazione, per la quale sarà loro obbligato perpetuamente, nè finirà la memoria degli obblighi con la vita. »

Questa petizione ho voluto trascrivere, perchè è un nuovo documento che prova essere il Tasso di Bergamo; e che quella sola città ei riguardava ed amava siccome patria.

Andò il Licino, fu ricevuto graziosamente dal duca, e rassicurato ch’egli non riteneva il Tasso salvo che per maggior giovamento e custodia della salute di lui: ma poscia che vedeva quella città volere con tanto affetto prendersene cura; egli non pure il concederebbe or volentieri, ma rimaneva eziandio di così amorevole officio molto fra sè medesimo soddisfatto, ed altrettanto verso loro obbligato. Con siffatte parole ch’essere non potevano più melate, sapeva il duca tenere a giuoco le preghiere degli amici del Tasso [26]; ed aggradì assaissimo un’antica iscrizione, la quale era in onore della casa Estense, mandatagli in dono dalla città di Bergamo per mezzo dello stesso monsignor Licino. Ma le suppliche di una città così rispettabile, e il dono prezioso della lapida non ebbero altro effetto fuorchè la licenza data a Licino di poter visitare Torquato ogni volta che gli piacesse, e seco condurlo a pranzo tutti i giorni in che a Ferrara si tratteneva. Alcuni acremente si dolgono della ostinata fierezza di questo principe nel ricusare una grazia alla città di Bergamo che par le fosse dovuta; ma coteste lagnanze sono fuor di proposito, avendo egli francamente negato questo favore all’imperatore Ridolfo, al cardinale Alberto d’Austria suo fratello, al cardinale Albano di Bergamo, alle duchesse di Mantova, di Urbino, e di Toscana, ai principi di Molfetta, di Massa e Carrara, al patriarca Scipione Gonzaga, al signor di Sassuolo, ai cavalieri Antonino Sersale e conte Ercole Tasso stretti congiunti di Torquato, a moltissime dame di alto grado, e finalmente allo stesso pontefice Gregorio XIII. Tantaene animis coelestibus irae. Sebbene le instanze de’ signori bergamaschi sieno tornate pressochè vane, Torquato però fu loro, sinchè visse, obbligato di un tanto cortese officio; e in vari sonetti fe' bella menzione di Bergamo; anzi in uno particolarmente volle celebrar le sue lodi, il quale, siccome onora quella città, così m’è dolce lo scrivere:

Terra, che ’l Serio bagna, el Brembo inonda,

Che monti e valli mostri all’una mano,

Ed all’altra il tuo verde e largo piano,

Or ampia, ed or sublime, ed or profonda:

Perch’ io cercassi pur di sponda in sponda

Nilo, Istro, Gange, o s’altro è più lontano,

Ornar da terren chiuso, o l’Oceano,

Che d’ogni intorno lui cinge e circonda:

Riveder non potrei parte più cara,

E gradita di te, da cui mi venne

In riva al gran Tirren famoso padre,

Che fra l’arme cantò rime leggiadre;

Benchè la fama tua pur si rischiara,

E si dispiega al ciel con altre penne.

Mirabil cosa, che dee notarsi da chiunque apprezza la vera virtù, è il vedere come Torquato abbia sofferito pazientemente le ripulse che dava il duca a’ personaggi che intercedevan per lui, ed anzi che sfogar la sua collera con doglianze o con versi mordaci, come qualch’altro avria fatto, egli con una rassegnazione degna di Socrate sopportava i suoi guai, e se qualche volta gli sfuggiva di bocca un lamento, era questo sì dolce che invogliava a lacrime di tenerezza. Ma tanta costanza di spirito gli costò caro prezzo, e la natura se ne vendicò. Alle sue continue infermità una repente febbre s’aggiunse la quale sì fattamente lo prese, che nel quarto giorno del male i medici cominciarono a temere, e nel settimo a diffidare della sua vita. Mentre e’ si trovava ridotto all’estremo del vivere, e in uno stato mezzo tra vivo e morto, come quegli che in niuno de’ suoi membri mostrava segno di vita, fu prodigiosamente (così asseriscono gli scrittori della sua vita, ed il marchese della Villa suo contemporaneo) dalla Vergine Nostra Signora, che in visione gli apparve, risanato all’improvviso; del quale miracolo, o grazia che si voglia dire, o straordinario accidente lasciò egli stesso una chiara testimonianza in questo affettuoso sonetto:

Egro io languiva, e d’alto sonno avvinta

Ogni mia possa avea d’intorno al core,

E pien d’orrido gelo, e pien d’ardore

Giacea con guancia di pallor dipinta;

Quando di luce incoronata e cinta,

E sfavillando del divino ardore.

 Maria, pronta scendesti al mio dolore,

Perchè non fosse l’alma oppressa e vinta.

E Benedetto fra que’ raggi e lampi

Vidi alla destra tua, nel sacro velo

Scolastica splendea dall’altra parte.

Or sacrò questo core, e queste carte,

Mentre più bella io ti contemplo in cielo,

Regina a Te , che mi risani e scampi

Se altre prove non ci fossero che questo sonetto per mostrare la sua religione, stimo che da questo solo si possa argomentare quanto fosse di pura credenza: e lo stesso Ginguenè parlando della religione del Tasso lasciò scritto: Les possions de sa jeunesse n’avaient rien diminué de sa pieté.... il était tendre et passioné; mais il était pieux, et habituellement chaste [27].

Era egli molto affezionato all’Ordine, benedettino, e particolarmente alla congregazione cassinense: quindi scrivendo al p. Grillo « Vi mando, dice, un sonetto scritto alla vostra congregazione, della quale chiamandomi figliuolo, [28] spero d’essere figliuolo non d’ira, o di maledizione, ma di luce e di resurrezione. È certo son già morto nel peccato; morto nell’opinione degli uomini; morto nella grazia di tanti principi e di tanti signori miei, i quali erano e sono da me amati e riveriti; e dovrei in tutti questi modi risuscitare, Iddio me ne dia grazia, e Vostra Paternità m’aiuti colle orazioni sue e de suoi divoti padri; al fervore delle quali non sarà negato quello ch’io colla tepidezza delle mie non ho potuto ancora impetrare. »

La malattia mortale, e la subita guarigione non mossero punto a pietà il duca Alfonso, comechè di continuo pregato dal Grillo, dal Costantini e da altri amici del Tasso onde Volesse risparmiare a una vita così preziosa, la quale correva certo rischio in S. Anna di compiere innanzi sera la sua giornata. Cotanta ostinazione instigava lo sdegno in tutti i buoni; nè tralasciarono anco i più accorti cortigiani di eccitarlo destramente a concedere una grazia desiderata da tutta Italia: ma è cosa malagevole, dice Tacito, il persuadere ad un principe ciò che meglio convenga; non così l’adularlo qualunque ei sia.

CAPO XI.

Il Folletto in S. Anna.

Anche il folletto alzò la coda in S. Anna, e fece quanto era da lui per tribolare il povero Tasso. Lasciamo per un momento dall’osservare chi fosse questo folletto che fieramente lo inquietava, frugandogli nelle carte, rubandogli libri e danari, ed arrivando persino, quantunque il Vizio della ghiottornia non sia proprio dello spirito folletto, ad involargli le vivande, ed a fare alle sue spese de’ sollazzevoli pacchiamenti [29]. Egli è indubitato che c’era nello spedale un furfantello il quale travagliò il nostro poeta e di questa sua nuova disgrazia, o a meglio dire disgustosa stranezza così ne scrisse al Cataneo: « Oggi che è il penultimo dell’anno, il fratello di M. Licino m’ha portato due lettere di V. S., ma l’una è sparita, dappoi ch’io l’ho letta, e credo che se l’abbia portata il folletto; perchè è quella nella quale si parlava di lui, e questo è uno di que’ miracoli ch’io ho veduto assai spesso nello spedale. Laonde son certo che sian fatti da qualche mago, e n’ho molti altri argomenti; ma particolarmente di un pane toltomi d’innanzi visibilmente a ventitrè ore, d’un piatto di frutti toltomi d’innanzi l’altro giorno che venne a vedermi quel gentil giovane polacco, degno di tanta maraviglia ed alcune altre vivande delle quali altre volte è avvenuto il medesimo in tempo che alcuno non entrava nella mia prigione; d’un paio di guanti, di lettere, di libri cavati dalle casse serrate [30], e trovatili la mattina per terra, ed altri non ho ritrovati, nè so che ne sia avvenuto. Ma quelli che mancarono in quel tempo, ch’io sono morto, possono essere stati tolti dagli uomini, i quali, com’io credo, hanno le chiavi di tutte le mie casse; laonde io non posso difendere cosa alcuna da nemici, o dal diavolo. » E in un’altra lettera al medesimo così dice: « Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Un ladroncello m’ha rubato molti scudi di moneta, nè so quanti siano, perchè non ne tengo il conto, come gli avari, ma forse arrivano a venti: mi mette tutti i libri sottosopra, apre le casse, ruba le chiavi ch’io non me ne posso guardare. Sono infelice d’ogni tempo, ma più la notte; nè so se il mio male sia di frenesia, o d’altro; nè ci trovo miglior rimedio che il mangiar molto e compiacere all’appetito per dormire profondamente. Digiuno spesso; e spesso, senza digiuno fatto per divozione, digiuno perchè sento lo stomaco pieno; ma quelle volte non dormo. Abbiatemi compassione, e sappiate ch’io sono misero, perchè il mondo è ingiusto. »

Questo spirito folletto era un qualche servaccio dell’ospitale, che prezzolato, compiaceva a’ nemici del Tasso, recando loro quegli scritti e quelle lettere che meglio bramavano, vantaggio traendo nel tempo stesso dalla opportunità che ben gli veniva per insaccare che più gli era di comodo. Così si dee interpretare la guerra che gli dava il folletto, al parer mio. Ad accrescere i dubbi che ci fosse proprio in S. Anna uno spiritello maligno, davano forza gl’incomodi di salute ch’e’ aveva a portare, i quali spessissimo traudire il facevano e travedere: quindi allo stesso Cataneo così racconta le stravaganti avventure in cui s’è incontrato. « Oltre, dice, que’ miracoli del folletto i quali si potrebbono numerare per trattenimenti in altra occasione, vi sono molti spaventi notturni; perchè essendo io desto, mi è paruto di vedere alcune fiammelle nell’aria, ed alcune volte gli occhi mi sono scintillati in modo ch’io ho temuto di perder la vista, e me ne sono uscite faville visibilmente. Ho veduto ancora nel mezzo dello sparviero ombre di topi, che per ragion naturale non potevano farsi in quel luogo; ho udito strepiti spaventosi, e spesso negli orecchi ho sentito, fischi, tintinni, campanelle, e rumore quasi d’orologi da corda, e spesso è battuta un’ora, e dormendo m’è paruto che mi si butti un cavallo addosso, e mi son poi sentito alquanto dirotto: ho dubitato del mal caduco, della gocciola, della vista; ho avuto dolori di testa, ma non eccessivi, d’intestino, di fianco, di cosce, di gambe, ma piccioli: sono stato indebolito da vomiti, da flusso di sangue, da febbre; e fra tanti terrori e tanti dolori m’apparve in aria l’immagine della gloriosa Vergine col Figlio in braccio, in un mezzo cerchio di colori, e di vapori: laonde io non debbo disperare della sua grazia. E benchè potesse facilmente essere una fantasìa, perch’io sono frenetico [31] e quasi sempre perturbato da vari fantasmi, e pieno di maninconia infinita; nondimeno per la grazia di Dio posso cohibere assensum; la quale operazione è del savio come piace a Cicerone: laonde piuttosto dovrei credere, che quello fosse un miracolo delle Vergine. »

Mettiamo che questo miracolo sia stato una poetica fantasia del Tasso; mettiamo che l’apparizione di Nostra Signora sia stato un inganno di mente da effervescenza febbrile riscaldata oltremodo; sarà però sempre vero che il Tasso profondamente sentiva in fatto di religione e che era tenerissimo della sua fede; poichè un miscredente, per quanto vaneggi, non sarà mai che sogni che gli apparisca la Vergine e lo risani.

CAPO XII.

La liberazione del Tasso dalla prigionìa di S. Anna.

Don Cesare da Este condusse la sposa Virginia principessa de’ Medici, e queste nozze festeggiate da vari principi raunati in Ferrara, furono cantate dal Tasso con alcuni ingegnosi componimenti. Ciò avvenne nell’anno 1586. Grato l’Estense del ricevuto onore, e fatto animoso dalle raccomandazioni di Sua Santità, e del gran duca di Toscana suo cognato, chiese liberamente, e con calor di preghiera ad Alfonso la liberazione di Torquato; e, o fosse ch’egli non potesse più resistere a tante inchieste, e temesse lo sdegno altrui; o che non gli desse l’animo di negar questa grazia a Don Cesare, ora congiunto in parentela colla casa de’ Medici, comunque fosse il motivo che lo de terminò a depor l’ira, egli mostrossi niente alieno dall’acconsentire alla dimanda, sempre però che si fosse trovato modo di porlo al sicuro dalla vendetta che avrebbe il Tasso potuto fare colla sua penna. Temeva quel sig. duca, nè senza ragione sicuramente, che l’orribile soperchieria usata al poeta si avesse a divolgar dallo stesso con eterno suo vitupero, ma il duca misurava il Tasso colla sua canna; non conosceva la grandezza dell’anima di Torquato che poneva nel perdonare la sua vendetta, e che avrebbe creduto d’umiliarsi di troppo nel vendicarsi altramente di un principe che aveva giusto motivo di temere della sua penna.

Anche il buon padre Grillo fece scrivere in questo tempo alcune lettere dalla duchessa di Mantova e dal principe don Vincenzo figliuolo di lei, per muovere Alfonso a compassione verso il doloroso poeta, e queste lettere erano tutte affetto. A farlo deliberare giovò non poco quella sua promessa alla città di Bergamo, la quale gli gravava sull’animo, e la insinuazione al perdono che gli faceva la duchessa sua sposa; per lo che dovette alla fine diporre il suo pensiere, e cedendo a tanti voti uscì in queste parole: che lo avrebbe conceduto al duca di Mantova, purchè questi lui avesse guardato con la maggiore custodia. Vincenzo Gonzaga venne dunque a Ferrara e per visitare la sposa di don Cesare, e per dimandare formalmente la grazia, la quale una volta gli fu concessa. Il Gonzaga era un giovane di così alte speranze che sino dal primo fiore degli anni suoi (che allora non erano oltre a ventiquattro) cominciando a produrre maravigliosi frutti di valore e d’ingegno, si avanzò tant’oltre negli esercizi cavallereschi, e in tutti gli studi delle scienze e delle lettere, che riportava il vanto fra quanti principi per sapere brillavano del tempo suo. Laonde per lo conoscimento ch’egli aveva delle scienze e dell’arti, negli scritti di Torquato il pregio scorgendo d’ogni dottrina, e l’esempio di ogni virtù cavalleresca e di pace e di guerra, cominciò per così fatto modo ad amarlo, che sommamente bramava di potere strettamente prender diletto della sua conversazione. Per la qual cosa assicurò il principe Estense che terrebbe il Tasso in buona guardia, nè Sua Altezza si avrebbe a dolere di averlo affidato a’ duchi di Mantova.

Torquato non sapea nulla di tutto questo, nè si volle dargli la nuova alla impensata, acciocchè per soverchio di gioia non ammalasse. Intanto il principe Gonzaga lo visitava frequentemente, assicurandolo che fra pochi giorni egli sperava trarlo di là; ma il Costantino, che volea tanto bene al povero Tasso, più non seppe indugiare a dargli la cara notizia che avea sospirata da tanto tempo; ed egli n’ebbe a sentire quell’allegrezza che poteva provare un uomo vicino al sepolcro.

Nell’aprile dell’anno 1579 fu posto in prigione, e nel luglio del 1586 uscì di S. Anna. I pochi giorni in cui si trattenne a Ferrara parea un trasognato; non fece visita alcuna, nè volle essere visitato; egli era come colui che esce a nuoto dal pelago, e, tocca la riva, si volge all’onda e guata e tace. Depositò in casa il cav. Vincenzo Malpiglio suo amico due casse di libri, una valigia ed alcune scritture che assai gl’importavano, e partì in compagnia del principe Gonzaga alla volta di Mantova con quella gioia e confusione nell’anima colla quale altri campando da morte rivede la prima volta il bel sereno del cielo.

CAPO XIII.

Il Tasso alla corte di Mantova.

L’arrivo del Tasso a Mantova fu quasi un trionfo. I personaggi più qualificati lo complimentarono; il duca Guglielmo volle che fosse in sua corte alloggiato, e di tutte quelle agiatezze fornito che a uomo di sì eminente merito si convenivano: e la giovane principessa Leonora de’ Medici gentilmente gli disse, che avendo bisogno d’alcuna cosa facesse lei avvisata, che avrebbe dato gli ordini opportuni, perchè ne fosse servito. L’abate di Charnes [32] scrive; Il ètoit logé dans le palais du duc et servi par ses officiers: le jeune prince n’oublioit rien pour lui rendre legeres les chaines où le tenoit encore l’engagement pris avec le duc de Ferrare. La ville de Mantue ètoit sa prison, et il n’avoit d’autre garde que la parole que le prince avoit donné au duc, à la quelle il n’auroit pas voulu le faire manquer pour rien au monde. Ma la sua salute era rovinata del tutto; quindi a poco rilevarono le gentilezze de’ duchi di Mantova per risanarlo. Così si lagna scrivendo al medico Cavallaro: « Sono infermo come V. S. sa, di quella infermità ch’io portai a Mantova assai noiosa, alla quale la libertà è di alcuno alleggiamento, e oltre questo non mi pare di trovarne alcun altro. Ma il maggior di tutti gli altri mali, e ’l più spiacevole mi par la frenesia, perchè sempre son perturbato da molti pensieri noiosi, e molte immaginazioni, e da molti fantasmi; colla frenesia è congiunta una debolezza di memoria grande; però prego V. E. che nelle pillole che ordinerà per me abbia riguardo all’uno e all’altro male particolarmente, e pensi di confortar la memoria, perchè farà operazione degna della sua eccellenza, e della nostra amicizia, e mi obbligherà perpetuamente. Sarebbe forse anche necessario ch’io mi cavassi sangue, e che io mi facessi far qualche cauterio, perchè se n’è serrato uno ch’io aveva, e non era anche bastevole. Torno a replicar quello ch’una volta le ho scritto; chi congiungesse insieme tutti gli obblighi del mondo, come si ponno i grani nel mucchio, non si potrebbono agguagliare a quello, della salute ricuperata. »

Questa frenesia di cui Torquato si duole, si ha ad intendere per quel suo solito umore ipocondrico di cui non s’è mai potuto liberare; giacchè chi soffre di frenesia non può scrivere leggiadrissimi versi, ed opere filosofiche, siccome egli faceva di continuo; e vaglia per tutte le prove la tragedia ch’egli condusse a fare in Mantova, della quale sommi letterati: hanno fatto l’elogio. Cosa veramente straordinaria che un uomo spossato da noiosa infermità, logoro dalle fatiche, dopo una prigionia sì lunga e crudele, possa dar mano ad un lavoro così difficile, e compierlo in breve tempo, com’altri avrebbe fatto nel fiore della salute. Il suo Torrismondo è la tragedia migliore, secondo il Corniani [33] che siasi veduta per avventura in questo secolo, comechè soverchiamente ricca di poesia che va spesso nel genere lirico. Nel medesimo anno in cui venne stampata, cioè nel 1587, se ne fecero dieci edizioni. Il Tasso fu il primo nel Torrismondo, dice Clemente Baroni, a far contrastare due caratteri, l’amicizia e l’amore, artificio sconosciuto anche ai greci [34]. Questa tragedia però, pare a me sia formata alla maniera de’ greci in modo da sembrare una imitazione di quando a quando alquanto servile, e che manchi di quelle gagliarde passioni, e di quel Sublime terribile che si vuole nelle tragedie; ma siccome è scritta con isplendida nobiltà, e fregiata di vaghi pensieri e d’immagini assai poetiche, piacque oltre ogni dire a que’ giorni, e letta può ai dotti piacere anche a’ nostri. Dico letta, perchè essendovi i cori alla greca, e parlate lunghissime, e lusso soperchio di poesia descrittiva, non può in sulla scena recar gran diletto. A prova del nostro asserire, leggasi questa descrizione della tempesta di mare, la quale, sebbene vivacissima, non è a suo posto.

Quando il sereno cielo a noi rifulse,

E folgorar da quattro parti i lampi,

E la crudel fortuna, e ’l fatto avverso

Con amor congiunti, e l’empie stelle

Mosser gran vento e procelloso a cerchio,

Perturbator del cielo, e della terra,

E del mar violento empio tiranno;

Che quanto a caso incontra, intorno avvolge.

Gira, contorce, svelle, innalza e porta

E poi sommerge: e ci turbaro il corso

Gli altri fremendo, ed Aquilone ed Austro

Quinci soffiaro impetuosi, e quindi

E Zefiro con Euro urtossi in giostra;

E diventò di nembi e di procelle

Il mar turbato un periglioso campo,

Cinta l’aria di nubi intorno intorno

Una improvvisa nacque orribil notte,

Che quasi parve spaventoso inferno,

Sol da baleni avendo il lume incerto.

E s’innalzaro al ciel bianchi e spumanti

Mille gran monti di volubil onda,

Ed altrettante in mezzo al mar profondo

Voragini s’aprir, valli e caverne,

E tra l’acque apparir foreste e selve

Orribilmente, e tenebrosi abissi.

Ed apparver notando i fieri mostri

Con varie forme, e ’l numeroso armento

Terrore accrebbe; e ’n tempestosa pioggia

Pur si disciolse alfin l’oscuro nembo;

E per l’ampio ocean portò disperse

Le combattute navi il fiero turbo:

E parte ne percosse a’ duri scogli,

Parte alle navi smisurate, e sovra

Il mar sorgente in più terribil forma;

Talchè schiere parean con carne ed aste:

E ’n minacciose rupi, o ’n ciechi sassi,

Che son de’ vivi ancor fiero, sepolcro.

Parte alle basi di montagne alpestri,

Sempre canute  ove risuona e mugge,

Mentre percuote l’un coll’altro flutto,

E ’l frange e imbianca, e come suon rimbomba,

E di spavento i naviganti ingombra.

Parte inghiottinne ancor l’empia Cariddi,

Che l’onde, e i legni interi assorbe e mesce.

Son rari i notatori in vasto gorgo,

Ma col flutto maggior nubilo spirto

Il nostro batte, e ’l risospinge a forza;

Sì che a gran pena il buon nocchiero accorto

Lui salvò, sè ritrasse, e noi raccolse

D’un altissimo monte a curvi fianchi,

Dove mastra natura, in guisa d’elmo

Forma scolpito a meraviglia un porto

Che tutti scaccia, i venti e le tempeste.

Atto primo, scena 3.

I difetti di questa tragedia vennero notati dal dottissimo signor Pietro dei conti di Calepio nel suo Paragone della poesia tragica d’Italia con quella di Francia: e sono:

I. Di poco artificio nel far derivare la peripezia da un messo, e nel far comparire talvolta in iscena e partire qualche personaggio senza giusto motivo.

II. Di decoro non servato nella regina madre, la quale per persuadere la figliuola a maritarsi le fa un racconto de’piaceri amorosi.

III. Di sconvenevolezza all’introdur Torrismondo a descrivere minutamente una tempesta di mare, troncando la compassione collo sfoggiare concetti poetici.

IV. Di inverosimiglianza nel piccolo spazio ch’ei lascia di una sola scena a chi dovea ire a chiamar Frontone, e nell’introdurre una cameriera troppo dotta in geografia.

Contuttochè la tragedia fu lodata da grandissimi letterati. Il Martelli confessa che il Torrismondo sino al suo tempo otteneva, se non il primo, certo il più distinto luogo fra le tragedie italiane [35]; il Fontanini, il Crescimbeni, il Guastavini ne scrissero di belli encomi, e la chiamarono commendevolissima; tale certo debb’essere se argomentare vogliamo dagli applausi che riscosse per tutta l’Italia, e dalle tante edizioni che se ne fecero, e dai volgarizzamenti di che le altre nazioni onorare la vollero. Noi però, ben lontani dal sostenere che questa sia una perfetta tragedia, diremo anzi che fra le opere di Torquato è questa: sebbene ornata di molte bellezze, nel numero delle inferiori.

Compose anche un piccolo trattato del Secretario, una lettera consolatoria a Dorotea Albizi in morte di suo marito, ed alcune poesie liriche. Ma quel non potere uscir di Mantova, e più di tutto, quella sua rotta salute lo rendeva inquieto e fantasticatore, di maniera che aveva in odio il consorzio degli uomini. Da parecchie lettere si vede aperto che la carcerazione di Ferrara gli aveva lasciata una certa nera tristezza che lo faceva incomodo agli altri e noioso a sè stesso; ed i continuati infortuni gli cancellarono poi dal cuore que’ teneri affetti che per lo passato gli abbellivano l’anima, e gli erano sprone alla poesia; per la qual cosa egli si volse allo studio delle dogmatiche verità, ed alle opere de’ Santi Padri. Queste nuove discipline erano le più acconce al suo stato; Fui, dice scrivendo al suo Costantino, sempre cattolico, e sono, e sarò: e seppure alcuno ha potuto riprender la dottrina, non doveva biasimare la volontà, o dubitarne: e per l’avvenire procurerò che l’una e l’atra sia senza riprensione. Piaccia a Dio che a me sia lecito di farlo con tanta felicità con quanta già sperai.

Mentre egli intendeva alla lettura dell’opere di S. Agostino, che tra tutt’i Padri era il suo prediletto, e studiava in divinità ebbe l’invito dall’Accademia di Genova a commentare l’Etica e la Poetica di Aristotile in quella città collo stipendio annuo di quattrocento scudi d’oro; e questa lettura procurata gli venne dall’amicissimo suo il p. Grillo. Ad offerta così gentile in tal guisa rispose a Bartolommeo della Torre: « Io non aspettava tanto onore dalla vostra Accademia quanto m’ha fatto, invitandomi a leggere l’opere d’Aristotele in città così nobile, ad ingegni così illustri, in occasione così desiderata, Ma poichè la cortesia loro ha superata la mia espettazione; io procurerò di sostener quella che possono aver di me ragionevolmente. Accetto dunque il carico di leggere: e verrò a far quest’uffizio, quando essi vorranno o quando io potrò. Frattanto ringrazio V. S. che si degni di ripormi nel numero dei suoi amici, e tutti cotesti altri signori similmente, pregandoli che non si pentono d’avermi amato più, ch’io non merito, o stimato più che non vaglio; e vivano felici». Ma siccome, egli trovavasi di poca salute, si raccomandò a Sua Altezza, ed attenne la grazia di andare alla patria, e colà fermarsi sinchè avesse la sanità riacquistata. Il cavaliere Tasso lo mandò prendere con una sua carrozza, e monsignor Licino venne a posta da Bergamo per tenergli compagnia, amorevolezza che sì gli piacque da scordare l’offesa che l’amico gli avea fetta pubblicando i Discorsi dell’arte poetica, senza prima avvertirlo com’ era delle sue parti.

Non è a dire le feste che i suoi concittadini e gli amici e i parenti gli fecero appena venne tra loro, i quali erano tanto desiderosi di rivederlo dopo le disgustose vicende che per tant’anni lo aveano straziato. Gli stessi Rettori della città andarono ad ossequiarlo, i letterati ed i nobili gli faceano corteggio, nè più sapevano quali carezze adoperare per accertarlo della osservanza loro. Tuttavolta durava la sua infermità, nè c’era medicamento che giovar gli potesse; quindi studiossi la famiglia Tassi di condurlo alla sua bella villeggiatura nella terra di Zanga [36]. Di là perchè continuavano le sue inquietudini di animo, così scrisse a Roma al cardinale Albano: « Io godo in Bergamo l’ombra di una immaginata libertà; laonde non sono, nè posso chiamarmi contento, e desidero, dopo tanti anni di prigionia e di tenebre, venirmene a Roma, dove si può viver nella luce degli uomini: e non mi pare l’Apennino così grande impedimento, o così malagevole da essere superato, quanto la malignità di coloro che sono invidiosi della mia quiete, perchè io non posso acquietarmi in altra fortuna di quella, nella quale già nacqui, e me ne ricordo volentieri perchè insieme rinnova la memoria dei meriti e del valore di mio padre. Prego dunque V. S. Illustrissima che non consenta di esser più lungamente pregata; poichè io sono in parte, dove può favorirmi ed aiutarmi al venire. Nè qui dee potere più la volontà, o la violenza di alcuno, che l’autorità di V. S. Illustrissima da cui riconosco tutti i favori che io ricevo di questa città, perchè le grazie le dee riserbare a sè medesima, acciocchè io non sia più obbligato ad alcun altro. Frattanto vivo di questa speranza, e le bacio umilissimamente le mani ».

Fatta breve dimora nella villa de’ Tassi, tornossene alla città; e si unì in dimestichezza con i conti Domenico Albano, Giovanpaolo di Calepio, Girolamo Grumelli, Marcantonio Spino, Girolamo Benaglio, ed Orazio Lupi, prestantissimo cavaliere, il quale allo splendor della nascita univa ingegno vivace, e fino gusto per tutte le buone arti [37]. Fra le dame egli godeva la grazia particolarmente di Lelia Agosti moglie di Ercole Tasso, la quale si distingueva, tra le specchiate, in avvenenza e in dolcezza di modi: e mentre in sì fiorita scelta d’amici si diportava a suo grande piacere, gli venne una lettera dal p. Grillo, la quale alla partenza per Genova lo andava sollecitando. Scrisse di questo a Vincenzo Reggio cancelliero del duca di Mantova, nè potevagli essere giunta la lettera, quando all’improvviso venne a morte il duca Guglielmo, cui successe nella sovranità il principe Vincenzo amorosissimo del nostro Tasso: di che egli si ebbe in dovere di partire subitamente per Mantova, lasciando all’amico Licino la sua tragedia, perchè la desse alle stampe. «Partì dunque il Tasso da Bergamo il dì ventinove d’agosto di quell’anno 1587: ed il Licino diè mano all’edizione, che intitolò al serenissimo Vincenzo Gonzaga [38].

Arrivato a Mantova, da S. A. non ebbe le accoglienze che si aspettava, perchè il principe era involto in grandi affari di stato. Questo lo disgustò un poco; nè volendo accettare l’invito di Genova, perchè trovavasi tuttavolta infermuccio, fece divisamento di partire per Roma. Chiese dunque la grazia al duca, promettendogli che in ogni luogo e’ fosse andato, sarebbe mai sempre vissuto obbediente a’ cenni di S. A.; e quel principe di verace onorevolezza fregiato, non seppe negargli la grazia, essendochè non gli pativa il cuore di conturbarlo con una ripulsa; quindi addanaiato da’ suoi amici, con sommo dispiacere del duca e dalle due principesse partì per Roma il giorno 19 di ottobre nel 1587.

CAPITOLO XIV.

Il Tasso a Roma.

Il giorno ultimo d’ottobre, giunse a Loreto stanchissimo, male in arnese, e sprovveduto del bisognevole [39] per finire il suo viaggio. Volle la buona ventura che arrivasse in quel tempo a Loreto un suo protettore Don Ferrante Gonzaga, il quale di tutto ciò che necessario gli era per lo suo cammino provveduto lo volle. La sua fama per altro era sì grande e sì universale, che al dir del Serassi, bastava solo ch’egli palesasse il suo nome, perchè subito la gente facesse a gara per onorarlo e servirlo, come gli avvenne anche in Loreto; e questo è il premio alla bontà a tutti cara, poichè il solo ingegno scompagnato da questa non può muovere gli animi a quell’affetto che provocava, in tutti che il conoscevano, Torquato Tasso. Sino i doviziosi, che tardi e rade volte sogliono accorgersi della virtù, lasciavano l’alterigia loro, e degnavano di soccorrerlo e di riceverlo in casa a parole di gentil riverenza, e meritevole lo dicevano d’una più illustre fortuna.

Volle in Loreto sciogliere il voto alla Vergine che lo avea risanato, e non senza lacrime ricevette i Sacramenti, e pieno di sublimi pensieri inspirati dalla religione del luogo, e dal pentimento de’ suoi giovanili trascorsi, scrisse quella canzone in onor della Vergine che comincia, Ecco fra le tempeste e i fieri venti. Dalla quale chiaro apparisce il suo proponimento di più non iscrivere sovra argomenti profani.

L’uomo ha bisogno di un maraviglioso, d’un avvenire, di speranze, e misteri, tuttochè egli sentasi fatto per una vita immortale. Una occhiata alla storia delle nazioni che furono, sino alle nostre, e si vedrà essere stato questo bisogno morale in tutti i popoli; perciocchè cercava di adempiere a questo, e la Grecia col creare le Grazie, divinità del bello, e adorandole; popolando le selve di Driadi, vaghe fanciulle, e non osando inoltrare nel sacro orrore del più denso fogliame; e la Caledonia vagheggiando sull’orlo dei nembi l’ombre gloriose degli antenati, e sulla nuvola errante a un raggio di luna l’anime de’ suoi più cari, da questa contemplazione traendo l’amor della gloria, il coraggio nelle battaglie, la inspirazione ne’ canti. Felice illusione! che alimenta sempre le passioni del cuore col rianimar di continuo un soave commercio con quelle vite che abbiamo amate, e che più non sono.

Che se l’uomo ama il mirabile, lo sventurato il cerca, siccome un necessario conforto alle sue pene. Il nostro marinaio tra i lampi delle tempeste invoca la Vergine, stella del mare, e se campa da morte, giunto alla riva le scioglie il voto. È certo che a lui era mestieri per sostener suo coraggio fra le mugghianti onde di affidare le sue speranze alla Vergine de’ prodigi. E se il popolo crede di veder l’ombre de’ morti in quella vampa di fosforo che scherza sulle paludi, e parla con serietà delle apparizioni miracolose vedute nelle foreste, egli è pur vero che ci ha sempre una qualche relazione tra questi portenti, ed i luoghi disabitati che spirano un’aria di religioso mistero, e tra queste credenze, e le ambasce del cuore, sì perchè si può dire senza timore d’errare, che quanto più un culto abbonda di maraviglioso, tanto è più necessariamente poetico; conciossiachè la poesia tragge tutto il migliore dalle affezioni dell’anima, e dalle bellezze della natura, le quali acquistano assai d’importanza allora che vanno unite alle idee religiose.

Il Tasso battuto dalle disgrazie, caldo per elevati spiriti, doveva intimamente sentire le relazioni che passano tra la poesia e la religione; e infatti le religiose emozioni erano in lui le più frequenti. L’amore [40], ch’è l’esclusiva preferenza per una persona di cui avremmo potuto far senza gran tempo, ed a cui altre somigliano; il bisogno della gloria, ch’è la sete di una rinomanza che prolungare si debbe dopo di noi; la contentezza che proviamo nell’atto di sacrificare noi stessi all’altrui bene, contentezza contraria all’abituale istinto del nostro eccessivo amor proprio; la malinconia, quella tristezza senza ragione, nella quale vi ha un piacere che non ci è dato di poter descrivere; e mill’altre sensazioni che ci riempiono di indeterminati affetti, e di emozioni confuse, le quali non vogliono assoggettarsi al rigido esame del raziocinio: esse hanno tutte una affinità coi sentimenti che inspira la religione. Il Tasso che provò l’amore, e il bisogno della gloria, e il piacere della melanconia, ebbe necessariamente a sentire le passionate dolcezze della sua religione; e ciò ad evidenza vedremo nel restante di vita che ancor gli resta.

A’ quattro di novembre era già a Roma; e non passarono molti giorni ch’egli si avvide essere le sue speranze andate a vôto. A Lorenzo Pitti così di là scrisse: « Sono in Roma. dove con incredibil mio dispiacere veggio riuscir vane molte speranze già concepute. Laonde sono in gran pensiero di me stesso, per non dir disperazione; e tanto maggiore, quanto che sono necessitato a tornar ad essere cortigiano, or che n’abborrisco il nome, non pur gli effetti. Ma piuttosto voglio ritirarmi in qual che eremo, tanto sono stanco delle corti e del mondo. »

Egli non fu in allegrezza e in diletto, come sperava di essere, in quella città, ma era libero; e niuno non è in tanta povertà che s’ egli è libero non sia più ricco di qualunque più ricco servo; e la libertà è dolce sopra tutti gli altri beni, ed ogni altra dovizia avanza. Ma un bene che si possiede senza paura che ci sia tolto, perde assai di suo pregio, e il Tasso avrebbe voluto al suo stato libero si fosse aggiunto un qualche onorevole carico che gli fruttasse con che condurre agiatamente la vita. E bene lo, meritava; ma coloro medesimi i quali solevano ammirarsi, che tanta religione e costumatezza fosse in lui unita a sì vivo ingegno e sapere de’ buoni studi; la qual cosa ad alcuno parrà leggiere, ma chi diritto guarda facilmente vedrà, che raro è bene il trovare stretta in bel nodo la virtù alla dottrina; que’ medesimi dico che l’apprezzavano grandemente, poca sollecitudine si sono voluti dare per sovvenirlo. Sperava egli che monsignor Papio, che era in grazia del papa, e, ciò che è più, de’ nipoti, gli procacciasse da Sua Santità un qualche officio od una pensione; ma il Papio lo giovò poco, e non ritrasse dai nepoti di sua Santità che buone finezze e parole. S’aggiunse ad inquietarlo vieppiù un nuovo disgusto. Il duca di Ferrara si era doluto con quello di Mantova, perchè il Tasso se n’ era andato a Roma; e siffatto lamento gli metteva nell’animo delle paure; di che scrisse al Licino in questo modo:

«Ecco di nuovo m’è stato dato fastidio dal sig. duca di Mantova, o dagli altri che vogliono spendere il suo nome senza saputa, come più credo. Se il sig. duca mi ha data la libertà, si dee contentare ch’io ne possa godere o in Roma, o in Napoli, o dove potrò; perchè non potendo io trattenermi in Roma, come si conviene alla mia condizione, senza danari, è necessario ch’io procuri vivere in Napoli, e di ricuperar la dote materna. Non è alcuno più povero gentiluomo di me, o più infelice, o più indegno di questa fortuna: però omai si dovrebbono acquetare, e non impedir ch’io cercassi di vivere come nacqui, se non mi voglion dare la morte .... Avrò grand’obbligo alla Comunità [41], se manderà alcun gentiluomo al sig. duca di Mantova e a quel di Ferrara; o scriverà in modo che si contentino ch’io viva, o libero, o servo, come a me piace, trovando principe che voglia darmi la sua tavola, e quella provvisione e quell’ozio ch’io desidero, senza il quale la vita mi spiace più della morte. »

A tutto questo s’univano le sgarbatezze di certo Giorgio Alario, mastro di casa del patriarca Scipione Gonzaga, al quale messer Giorgio riuscendo incomodo il povero Tasso, che era quasi sempre ammalato, ogni cosa era lecita per indurlo a partire. Un giorno la sua petulanza arrivò a tale che lo licenziò di casa, senza che ’l patriarca il sapesse. Dal cardinale Albano e dal Cataneo non aveva alcuno sovvenimento in queste sue angustie: perciocchè e l’uno e l’altro avevano disapprovato la sua venuta a Roma. Credette scorgere un raggio di bella fortuna nella promozione al cardinalato di Scipione Gonzaga, ma s’ingannò, che l’Alario colla sua saccenteria ingarbugliò il suo padrone, e lo stornò da que’ pensieri che aveva conceputo a favor di Torquato. Il Costantini gli suggerì di comporre qualche poesia in onore del papa Sisto V allora regnante; obbedì; e fece quelle cinquanta ottave che cominciano:

Te, Sisto, io canto, e te chiamo cantando,

Non Musa, o Febo alle mie nuove rime.

Così il bisogno lo fece poetare, quando tutt’altro per elezione avrebbe egli fatto: nè solamente le ottave, sin due canzoni dedicò al pontefice, le quali gli piacquero molto, e n’ebbe un qualche dono. In ultimo veggendo che non poteva ottener quello che più bramava, e che mere lusinghe cortigianesche gli davano i porporati, ed altre persone, use al fingere per viver bene, diè di spalla anche a Roma, e andossene a Napoli, onde ricuperare, se gli era fatto, la dote materna; e questo fu verso la fine di marzo, di quell’anno 1588, tuttavia infermo e di mal umore.

CAPITOLO XV.

Delle poesie liriche del Tasso.

La poesia lirica, che venne da un francese definita quella, che esprime i profondi sentimenti dell’anima [42], fiorì nelle antiche nazioni, e tra i greci particolarmente; e al dire di Marmontel [43], essa non è al presente che una frivola imitazione.

Fra gl’incensi e gli aromi delle are immortali, e in mezzo la polvere olimpica, e il sangue dei liberatori della patria cantavano gli inspirati poeti di quel popolo, che primiero fra tutti, insegnò le arti e le scienze, e pose al fianco delle divinità i sommi uomini: quindi quelle liriche poesie corrispondevano alla grandezza degli argomenti; nè il vincitor atleta, nè il provvido legislatore, nè la sapienza, nè la beltà potevano essere celebrate che dagl’inspirati, i quali gagliardamente sentivano le sublimi affezioni che destano ne’ generosi la carità della patria, l’incantesimo della bellezza, la maestà degli Dei. Quei carmi animavano la gioventù a geste magnanime: insegnavano al popolo gli eterni diritti della virtù, della patria, infiammavano gli animi all’utile gloria; e quei canti erano di onorato conforto al cittadino fra le cure di stato, al guerriero che esalava lo spirito col nome sul labbro della sua patria, all’artista che spendeva la vita nell’operosa officina, ed alla vergine che consacrava i primi sospiri dell’anima a colui che era degno della patria e dell’amore. I cedri che verdeggiavano sulla tomba de’ benemeriti cittadini, le statue innalzate agli eroi, le opere de’ grandi ingegni, i trofei de’ soldati, gli esercizi ginnastici di coloro che ingagliardivan le membra a difesa della repubblica, e le sante are de’ Numi proteggitori del popolo, eran segno al canto de’ sacri poeti, alla cui voce fu detto che sino le rupi e le solitudini rispondevano, per mostrare quanto avesse di forza il suono di quelle cetre che accendevan negli animi il desiderio della immortalità. Erano allora da comune vincolo insieme unite legislazione, filosofia, arte guerresca, amor di patria, riverenza de’ Numi e poesia, onde eternare ne’ fasti della grandezza umana il nome greco. Il perchè non deesi maravigliare, se la poesia di que’ tempi non era tenuta in conto di arte smaccata ed inutile, di vano giuoco di sonanti parole, da cui gl’impostori, ed i mediocri ingegni e la signorile baldanza, e la più sordida adulazione ritraggono un largo pascolo per soddisfare la depravata lor cupidigia.

La lingua italiana, che vanta un numero strabocchevole di poeti, non ebbe gran lirici prima del Tasso [44]. Il Petrarca, quella divina anima da cui apprese l’Amore il più soave linguaggio, ebbe una turba di imitatori servili, che senza una Laura nel cuore, verseggiarono alla dirotta, e toltone la lingua e lo stile, in alcuni adorno di tutte le grazie, null’altro merito si acquietarono che quello di via più il desiderio riaccendere di un novello Petrarca.

Non basta che il poeta lirico abbia sublimità d’immagini, e leggiadria di sentenze, elocuzione splendida, ardita, variata; non basta che a’ sentimenti derivati dal cuore unisca un parlare semplice e naturale, e vaghezza di descrizioni, le quali sieno prese dalla natura; egli è mestieri che sia ancora un eccellente filosofo; conciossiachè debbe lasciarsi traportare dall’impulso del vero estro, o furore poetico, e seguire nel tempo stesso la tranquilla ragione, vigile ispiratrice delle umane passioni. Laonde sarà sempre difficilissima cosa il ritrovate un ingegno il quale vivamente senta, evidentemente descriva quello che sente, s’infiammi alla impressione di quegli oggetti che più lo denno colpire, e si lasci nulla di meno dalla filosofia guidare, di modo però ch’egli non cessi per questo dal seguire i lampi della fervida immaginazione [45].

Quasi tutti gl’imitatori del Petrarca, che sono uno sciame, meritarono piuttosto il nome di martiri che di sacerdoti d’Apollo. Il Casa, che non entra nel numero de’ freddissimi verseggiatori, e che attinse alla sorgente di Sorga più di tutt’altri; fuorchè in alcuni sonetti di rara bellezza, spesso dormicchia, perchè di affetti non gli fu larga natura. Il Chiabrera, che ha molto fuoco pindarico, imitò un po’ troppo da vicino, i greci esemplari, e s’incoronò d’una ghirlanda di rose, che tale odore fragranza greca, da parer quella dello stesso cantor di Teio: nè col nominare il Chiabrera vogliamo escludere dal novero de’ valorosi lirici il Testi, il Guidi, il Filicaia, il Zappi, ’l Redi e pochi altri di questa fatta, de’ quali però se brillano i pensieri sublimi di quando a quando, languiscono quasi sempre gli affetti. Il Tasso fu quegli che seppe alla sublimità lirica, ai modi petrarcheschi unire eziandio la novità de’ pensieri, e la mozione degli affetti; Egli, dice il Salvini [46], in tutte le cose, ma in particolare nelle canzoni, che sono il più alto genere di poesia, è incomparabile. Nè discorde da questo critico giudizioso è l’opinione del dottissimo cavalier Monti su questo proposito, il quale francamente asserisce; Che il canzoniere del Tasso è il migliore che abbia l’Italia dopo quel del Petrarca, per l’eleganza, e vivacità degli affetti di cui va pieno. Potremmo addurre l’autorità di altri valentissimi letterati che pensarono come il Salvini ed il Monti, ma a questo luogo, inutil frastaglio sarebbe di erudizione; ed è consiglio migliore, poichè le liriche di Torquato a pochi son note, il portare qualche componimento. Il Muratori [47] cita la seguente canzone, perchè incomparabilmente bella, delicata, e finita; noi crediamo che non sia la più squisita, tuttavolta per rispetto al giudicio di quel meritissimo uomo, pensiam doverla fra tutte trascegliere.

O bel colle, onde lite [48]

Tra la natura, e l’Arte,

Anzi giudice Amore incerta pende,

Che di bei fior vestite

Dimostri, e d’ erbe sparte

Le spalle al sol, che in te lampeggia e splende:

Non così tosto ascende.

Egli sull’orizzonte,

Che tu nel tuo bel lago

Di vagheggiar sei vago

Il tuo bel seno, e la frondosa fronte;

Qual giovinetta donna,

Che s’infiori allo specchio or velo, or gonna.

Come predando i fori

Sen van l’api ingegnose,

Onde addolciscon poi le ricche celle;

Così ne’ primi albori

Vedi schiere amorose

Errar in te di donne, e di donzelle.

Queste ligustri, e quelle

Coglier vedi amaranti:

Ed altre insieme avvinti

Por narcisi, e giacinti

Tra vergognose, e pallidette amanti,

Rose dico, e viole,

A cui madre è la terra, e padre il sole.

Tal, se l’antico grido

È di fama non vana,

Vide famoso monte ire a diporto

La madre di Cupido, E Pallade, e Diana

Con Proserpina bella, entro un bell’orto.

Nè il curvo arco ritorto,

Nè l’argentea faretra

Cintia, nè l’elmo, o l’asta

Avea l’altra più casta

Nè il volto di Medusa, ond’uom s’impetra;

Ma in manto femminile

Le ricchezze cogliean del lieto aprile.

Cento altre intorno e cento

Ninfe vedeansi a pruova

Tesser ghirlande a crini e fregi al seno

E ’l ciel parea contento

Stare a vista sì nuova,

Sparso d’un chiaro, e lucido sereno.

E in guisa d’un baleno

Tra nuvolette aurate

Vedeasi Amor con l’arco

Portare il grave incarco

Della faretra sua con l’armi usate,

E saettava a dentro

Il gran Dio dell’inferno insino al centro.

Apría la terra Pluto,

Ed all’alta rapina

S’accingea fero, e spaventoso amante.

E rapita, in aiuto

Chiamava Proserpina

Palla, e Diana pallida, e tremante;

Ch’ale quasi alle piante

Ponean per prender l’arme.

Ma sul carro veloce

Si dilegua il feroce

Pria che l’una saetti, o l’altra s’arme;

E del lor tardo avviso

Mostrò Ciprigna lampeggiando un riso.

Ma dove mi trasporta,

O montagnetta lieta,

Così lunge da te memoria antica?

Pur l’alto esempio accorta

Ti faccia, e più secreta

In custodire in te schiera pudica.

Oh se fortuna amica

Mi facesse custode

De tuoi secreti adorni,

Che bei candidi giorni

Vi spenderei con tuo diletto, e lode!

Che vaghe notti e quiete,

Mille amari pensier tuffando in Lete!

Ogni tua scorza molle

Avrebbe inciso il nome

Delle nuore d’Alcide, o delle figlie.

Risonerebbe il colle

Dell’onor delle chiome,

E delle guance candide, e vermiglie.

Le tue dolci famiglie,

Dico i fior, che de’ Regi

Portano i nomi impressi,

Vedrebbono in se stessi

Altri titoli, e nomi anco più egregi;

E da frondose cime

Risponderian gli augelli alle mie rime.

Cerca, rozza canzone, antro, o spelonca

Tra questi verdi chiostri ,

Non appressar, dove sien gemme, ed ostri [49].

Non è tanto facile in tanta abbondanza di sonetti lo scegliere i più leggiadri; oltrechè quello che ad uno può sembrare assai vago, ad un altro non parrà che mediocre, ed ella è cosa di molto rischio il dover giudicare a cui di molte belle poesie si debba dare la palma, Lungi noi dal far questo, che un carico egli sarebbe superiore al nostro dosso, vogliamo addurre alcuno di que’ sonetti che a noi parve degno di lode, assoggettando però l’opinione nostra al giudizio degl’intelligenti di poesia, Nel seguente sonetto mostra l’autore di essersi accorto d’un nuovo amore della sua donna, ed è mirabile la destrezza colla qual la rimprovera nell’atto medesimo che la lusinga:

Io veggio, o parmi, quando in voi m’affiso,

Un desio che v’accende, ed innamora,

A quel vago pallor che discolora

Le rose e i gigli del fiorito viso.

E dove lampeggiava un dolce riso,

Languidi, e rochi mormorar talora

Odo i fidi messaggi, e l’aria, e l’ora,

Ch’aura appunto mi par di paradiso.

E ben io vago di saper novella

De’ secreti del core, il ver ne spio;

Ma questo solo par che si riveli:

Quel che ci muove è giovenil desio;

Pur qual bellezza invogli alma sì bella,

Solo ella il sa, che vuol ch’ altrui si celi.

Bello per la condotta, e per l’adornezza dei Versi è questo ch’ei fece sui labbri della contessa di Scandiano:

Quel labbro che le rose han colorito,

Molle si porge, e tumidetto infuore,

Spinto per arte, mi cred’io d’Amore,

A fare ai baci insidioso invito.

Amanti, alcun non sia cotanto ardito,

Ch’osi appressarsi, ove tra fiore e fiore

S’asconde un angue ad attoscarvi il core,

E ’l fiero intento io veggio, e ve l’addito.

Io, ch’ altre volte fui nelle amorose

Insidie colto, or ben lo riconosco.

E lo discopro, o giovinetti, a voi.

Quasi pomi di Tantalo, le rose

Fansi all’incontro, e s’allontanan poi:

Sol resta Amor che spira fiamma e tosco: [50]

Il Casa, dice il Salvini [51], che fece pochi sonetti, gli fece, come si vede da’ suoi originali, con molta fatica, e vi andò su colla lima. Il Tasso ne fece molti, esercitando così la fecondità e la profondità del suo ingegno dotto ed ameno, e di varia e moltiplice erudizione; come quegli che tra l’altre aveva e Platone e Dante studiato a fondo, e postillati. Forse gli dispiacque talora limae labor et mora. Ma tra questi molti ne fece degli incomparabili, come quello in onore di Carlo V.

Di sostener qual grave incarco il mondo

Il magnanimo Carlo era omai stanco ecc.

E quell’altro che incomincia, Odi Filli che tuona; e quegli altri fatti nella sua disgrazia i quali sono maravigliosi. Il Muratori fa grande elogio al sonetto,

Vuol che l’ami costei ; ma duro freno

Mi pone ancor d’ aspro silenzio; or quale ecc.

Alcuni difetti però, non lo si dee tacere, trovansi nel canzoniere del Tasso, e non badando a quelli di poco momento, in ispezialità ci pare che sien da notarsi: l’abbondanza talvolta degli epiteti, ed alcuni concetti che hanno del lambiccato. Eccone qualche esempio.

Questo riposto, bel, vago boschetto

Di ombrosi mirti, e d’indorati allori.

Cinque epiteti in due versi da vero, che sono troppi, ed oltrechè illanguidiscon l’idea e danneggiano ancora all’affetto:

Or che l’alpi canute, e pigre, e salde,

Rende l’acque correnti il pigro verno,

Anche qui sono cinque gli aggiunti: e ne pare che il pigre e il salde sieno oziosi del tutto. Ogni epiteto che non produce alcun effetto, e nulla aggiugne all’idea, si può chiamare vizioso; il perchè disse bene il Beccaria: [52] Che gli scrittori si debbon guardare da quegli epiteti i quali ripetono quella qualità che è più facilmente e più comunemente suggerita dal nome dell’oggetto. Nè il Tasso ha sempre osservata questa regola.

Sembra poi che gli piacesse di tratto in tratto il far pompa di acutezze di stile e di pensieri che, almeno nell’apparenza, hanno del falso. Così in questa quartina ci ha poca naturalezza di sentimento.

Sull’ampia fronte il crespo oro lucente

Sparso ondeggiava; e de’ begli occhi il raggio

Il terreno adducea fiorito Maggio,

E Luglio ai cuori oltre misura ardente.

Sembra che siavi del falso in quest’ altra:

Ma chi infiammato di celeste ardore

Purga il pensier in viva face e in onda,

Non è ragion che le faville asconda

Senza parlar: nè tu il consenti, o Amore.

Il pensiero che si purga in viva face e nell’acqua è metafora di cattivo gusto. Un vero bisticcio è certo questa quartina:

Al bel de bei vostri occhi, ond’arde Amore,

E splende Febo, e l’uno e l’altro spira

Spirto che l’alme al ciel rapisce e tira,

Era intento il mio guardo e fiso il core.

Ma questi difetti sono vinti da tante bellezze di stile, e da’ pensieri sì nobili ed affettuosi, che gli si deggiono perdonare; molto più che in mille e quaranta sonetti ch’egli compose, era quasi impossibile il non cadere in qualche errore. Bensì gli potremmo por taccia di aver poetato un po’ più del bisogno; ma anche questa non gli sta bene, se abbiamo riguardo all’usanza de’ tempi suoi, ne’ quali era costume di costrignere i poeti, che godevano alta fama, a celebrare i più minuti accidenti che accadevano alla giornata; ed essi poi si reputavano sconoscenti e infedeli se non cantavano, come usò il Petrarca, tutti gli sdegni, e le paci e le occhiate, e i favori delle loro Laure, di che ne veniva una siffatta abbondevolezza di canzoni e sonetti da saziar qualsivoglia più ghiotto di poesia.

Concludiamo impertanto che i versi lirici del nostro poeta sono degnissimi di commendazione che gli affetti, vi campeggiano per dilicata maniera, e ch’egli sarebbe bisogno di stralciare delle sue rime quanto vi ha di men bello, e farne una purgata edizione la quale dopo il canzonier del Petrarca servirebbe, insieme a quello del Casa, a fecondare e ingentilire l’ingegno e il cuore degli studiosi giovani, di sublimi pensieri e di dolcissimi sensi.

CAPO XVI.

Il Tasso nel Monistero di Monte Oliveto.

Giunto a Napoli, sebbene invitato in sua casa da Matteo di Capua conte di Paleno, gli piacque ricoverare presso i monaci di Monte Oliveto, i quali tenendosi per un tanto ospite onorati, le più graziose gli fecero amorevolezze. Appena si sparse voce dell’arrivo di lui, che letterati e signori furono a salutarlo, tra’ quali merita che per noi si nomini Giovanbattista Manso, cavaliere letteratissimo, di cui abbiamo alle stampe oltre le poesie una vita del Tasso, favolosa, ma elegantissima. La dolcezza di quell’aere, l’ospital cortesia di que’ monaci, e più la quiete, che tra quelle mura vi si godeva, lo rendettero pago del suo arrivo colà. Egli si diede a curare al medico del convento, che lo tenne in buone speranze; e consultò parecchi avvocati per recuperare la dote di sua madre, e questi al solito l’assicurarono, che senza fallo la vincerebbe; ma, nè per lo molto adoperare che fece il medico, potè guarire della sua malinconia, nè con tutte le aderenze ch’ egli aveva in Napoli, ottenne la dote. Anzi rammaricato per questa nuova disgrazia venne in maggior tristezza. Non lasciò per questo dallo studiare e verseggiò dugento stanze da frammettere nei canti della Gerusalemme, e per compiacere a’ monaci si mise al comporre quel poemetto intitolato Il Monte Oliveto, il quale non terminò, impedito della sua mala salute. Indirizzando egli queste cento ottave al cardinale Antonio Carrafa: « È una sorte, dice, d’infelicità il non poter numerare se non le cortesie ricevute, senza alcuna delle usate: però non poteva negare a questi Padri, i quali m’avevano raccolto dopo l’infermità di dodici anni, anzi dopo molta infermità, e con molte infermità, di non iscrivere qualche cosa per loro soddisfazione. Lasciai dunque l’opere mie da parte, ed ancora infermo, e quasi disperato della salute, cominciai come vollero a poetare, acciocchè la mia poesia fosse quasi un riconoscimento della lor grazia, e carità. »

Questo tratto di gratitudine doveva essere da noi registrato, giacchè è un nuovo argomento della dilicatezza e amabilità dell’infelice poeta. In Monte Oliveto egli menò vita da monaco, e parea godesse di fecondare la sua melanconia di religiosi pensieri; e’ ritrovava in quel luogo un ricovero alle sue sventure, e pensando ai sofferiti affanni, e a quei begli occhi, ed all’aria di quell’amabile volto per cui tanto avea sospirato, si pasceva ancora di lacrime e di sospiri ; ma queste lacrime erano dolci, come quelle di chi mira dal lido quell’onde sulla quali un giorno ha veduta la morte.

Ma il marchese Manso che lo amava teneramente volle che si divertisse, e lo costrinse a forza di preghiere a lasciare il cenobio, dove, se un pascolo ritrovava a’ pensieri, andava ogni giorno più dimagrando e perdendo di lena: quindi dovendo il marchese andare al suo feudo di Bisaccio, per tranquillare alcune discordie nate tra que’ suoi sudditi, volle ad ogni patto che con lui ne venisse al piacevole: divagamento. Il Tasso alla fine cedette e tra le danze e le cacce e le gentili brigate passò tutto l’ottobre, « e parve alquanto rilevato » da’ suoi malori.

Mentre dimorava col Manso, cadde in ragionamento di quello Spirito ch’egli diceva apparirgli; il marchese ne fu quasi trasecolato, e lasciò scritto su tale proposito quanto gli avvenne in cotesto loro soggiornare in Bisaccio: sono queste le sue parole. « Sosteneva il Tasso di veder chiaramente uno spirito buono che gli appariva, e seco disputava di altissime dottrine, ed opponendogli il marchese ciò essere un trasporto della sua fantasia, egli rispondeva, che se le cose ch’udiva e vedeva fossero fantastici apparimenti della sua stessa immaginativa composti, non potrebbono esser tali che sopravanzassero il suo sapere perciocchè l’immaginativa si fa col rivolgimento degli stessi fantasmi, a delle spezie che nella memoria si conservano delle cose da noi in prima apprese; ma ch’egli ne’ molti, e lunghi, e continuati ragionamenti che con quello Spirito ha tenuti, avea da lui udite cose , che giammai prima nè udì, nè lesse, nè seppe ch’altr’uomo abbia giammai sapute; laonde conchiudeva, che queste sue visioni non potevano essere folli immaginazioni della fantasia, ma vere, e reali apparizioni d’alcuno Spirito, che qualunque se ne fosse la cagione se li lasciasse sensibilmente vedere. Alle quali cose contraddicendo il Manso, e contrastandoli; e replicando Torquato all’incontro, si condussero un giorno a tale che egli disse: Poichè non posso persuaderti con le ragioni, vi sgannerò colla esperienza, e farò che voi con gli occhi stessi veggiate quello Spirito di cui prestar fede non volete nelle mie parole. Egli accettò la profferta, e ’l seguente giorno stando amendue tutti soli a seder presso al fuoco, il Tasso rivolto lo sguardo verso una finestra, e tenutovi buona pezza fitto, sicchè rappellandolo lui nulla gli rispondeva alla fine: Ecco (gli disse) l’amico Spirito che cortesemente è venuto a favellarmi, miratelo, e vedrete la verità delle mie parole. Egli dirizzò gli occhi colà incontanente, ma per molto ch’egli aguzzasse null’altro vide che i raggi del sole che per li vetri della finestra entravano nella camera, e mentre il Manso andava pur con gli occhi attorno riguardando, e niente scorgendo, ascoltò che Torquato era in altissimi ragionamenti entrato con cui che fosse; perciocchè quantunque egli non vedesse, nè udisse altro che lui: nondimeno le sue parole or proponendo, ed or rispondendo erano quali si veggono essere fra coloro che d’alcuna cosa importante sono a stretto ragionamento; e da quelle di lui agevolmente comprendeva con lo intelletto l’altre che gli venivano risposte, quantunque, per l’orecchio non le intendesse. Ed erano questi ragionamenti così grandi, e maravigliosi per l’altissime cose in essi contenute, e per certo modo non usato di favellare, ch’ei rimase da nuovo stupore sopra se stesso innalzato, non ardiva d’interrompergli, nè addomandare Torquato dello Spirito, che esso additato gli aveva, ed egli non vedeva. In questo modo ascoltando il marchese mezzo tra stupefatto e invaghito, buona pezza quasi senza accorgersene dimorarono; alla fin partendo lo Spirito, come gli parve intender dalle parole di Torquato, esso a lui rivolto, saranno oggi mai (disse) sgombrati tutti i dubbi, della vostra mente, e il Manso; Anzi ne sono di nuovo accresciuti, perciocchè molte cose ho udite degne di meraviglia, e niuna veduta n’ho di quelle, che farmi de’ miei dubbi cessare mi prometteste mostrarmi. E il Tasso sorridendo soggiunse, assai più veduto, ed udito avete di quello che forse .... E qui si tacque, non osando il marchese d’importunarlo posero fine al ragionamento ». Così il Manso.

Delle apparizioni di questo Genio, e della famigliarità che aveva col Tasso, null’altro può dirsi se non che pareva a quel grande filosofo, tutt’immerso in profonde meditazioni platoniche, di vedere e di parlare con uno Spirito, ed egli parlava e rispondeva a sè stesso; così addivenne anche a Socrate, così a Bruto l’ultimo de’ romani, così ad altri ancora. L’uomo, siccome abbiamo accennato, portato sempre al mirabile, se innalza se stesso, mercè le astrazioni della mente, al di sopra delle umane cose, facilmente può vedere e sentire quello che pur vorrebbe vedere o sentire; e mirando oltre il creato, e divinizzando gl’idoli della sua fantasia, si avvisa d’avere commercio con esseri soprannaturali, e dimentica per un istante le cure di questa vita, e i desiderii dell’anima, e la vita che fugge, e la morte che gli vien dietro a grandi giornate. Dileguandosi allora dai sensi le forme reali, e le essenziali qualità de gli oggetti che lo circondano, non può discernere il vero dal falso, perciò egli si pasce allora di reminiscenze, di passioni, di speranze, e questi sono i fantasmi che gli errano intorno, e lo agitano vivamente, perchè essi ancora vogliono essere da lui agitati.

Nerone, che s’era bagnato nel sangue di sua madre, ne vedeva lo spettro che grondava di sangue; Eloisa che nella età dell’amore fu chiusa da Filiberto in un chiostro, credea sentire le celesti armonie dell’Angelo della pace; il Tasso, che trovandosi male, cogli uomini, visse molto a sè stesso, parlava col Genio della filosofia. Laonde può dirsi che chiunque è profondamente immerso in una idea viva e feconda, di leggeri s’illude, e forse, diremo col Cesarotti [53], non vi fu mai alcun uomo di peregrino intelletto cui non fossero familiari di così fatti fantasmi. Quante esclamazioni non avrà fatto Socrate al bene dei popoli, Marc’Aurelio all’ordine, Catone alla patria, Fenelon alla umanità, Platone, Tullio, Petrarca, Shaftesbury, Necher, Saint Pierre all’armonia e alla bellezza morale! Quanti affettuosi sospiri non avrà consacrato il Tasso al suo Genio e fra lo splendor delle corti, e le grida e l’orrore dello spedal di S. Anna! È forse quel Genio gli avrà ricordato la sentenza di Seneca: È uno spettacolo degno della Divinità, vedere un uomo grande che lotta colla fortuna.

Tornato a Napoli in compagnia del marchese, egli amò andarsene alle sue celle monastiche di Monte Oliveto, per ripassare con tranquillo animo i canti della Gerusalemme, e farvi quelle mutazioni che sconsigliatamente avea immaginate. Surse allora contesa fra il principe di Paleno, il Manso ed i monaci cui toccasse veramente l’onore di alloggiare Torquato: queste contese parve un poco eccedessero, e spezialmente per parte del principe di Paleno, cui il Tasso aveva dato parola di soggiornare in sua casa almeno per qualche tempo, della quale promessa fatto quegli orgoglioso, non cessava d’importunarlo, acciocchè a lui ne venisse. Torquato per rompere ogni contesa, e vedendo che la sua dimora in Napoli riusciva inutile per recuperare la dote di sua madre, disse di dover tornarsene a Roma per affari d’assai rilievo, e preso congedo da’ buoni monaci e dagli amici, fece viaggio per Roma, ed ai nove di dicembre 1588 vi giunse felicemente.

CAPO XVII.

Ultimi viaggi e disastri del Tasso.

Secondo i diritti dell’amicizia se ne andò al palazzo del cardinale Gonzaga, ma perchè  messer Giorgio, quel petulantissimo uomo, avea guasto il cuore del suo padrone, fu ricevuto con istraordinaria freddezza; di che arrabbiato sen venne al monastero di S. Maria Nuova, ove c’era per abate di que’ monaci olivetani Niccolò degli Oddi suo intrinseco amico. Qui aperse il cuore alla gioia, perciocchè era prima impacciato non poco, e per non sapere, dove por sua dimora e per ottenere dalla dogana certa sua cassetta che gli premeva; ma l’abate fece pieno ogni desiderio di lui, e perchè carico di mal umore più che mai fosse il vedeva, cercò di ricrearlo ogni via. In quel monistero egli unì insieme le sue poesie e le commentò, compose un’orazione in lode della casa de’ Medici, e come che una continua febbretta lo molestasse, scrisse alcune canzoni, ed uno de’ più bei dialoghi intitolato, Il Costantino, ovvero della Clemenza.

Il cardinal Gonzaga, pentito dell’aspra maniera tenuta col povero Tasso, per rimediare al mal fatto lo astrinse (dopo quattro mesi di soggiorno in S. Maria Nuova) a ritornare nel sua palagio; egli obbedì; ma fu sempre il bersaglio di messer Giorgio, il quale dopo di averlo stancato colle sue asprezze, si pensò un giorno di licenziarlo di casa. Ecco quel che il Tasso medesimo ne scrive al Costantino, « Nel ricevere l’ultima lettera di V. S. mi fu data licenza di casa del sig. cardinale Scipione senza alcuna nuova occasione, e senz’altra colpa che della mia dappocaggine. e della mia malinconia ecc. In questi caldi quasi eccessivi, colla febbre etica, e con grandissima stanchezza per l’infermità di molti mesi, ho avuto gran difficoltà di ritrovare alloggiamento. Hollo ritrovato; e non vogliono che io mi ci fermi; talchè io sarò costretto di tornare a Napoli questo settembre, se avranno pazienza che io possa fermarmi tutto agosto, ed avere qualche ristoro del male ».

O egli è vero, come suol dirsi, che nelle case de’principi ha più di potere il ministro che lo stesso signore, o il cardinale Gonzaga si lasciava reggere e governare, quasi uomo dappoco, dal suo messer Giorgio: giacchè io non trovo altro modo per ispiegare cotesta incostanza nell’accarezzare, e nel maltrattare un ingegno così sublime, che aveva de’ meriti ben più rilevanti che quelli della porpora cardinalizia: e l’Italia non sentiva penuria di cardinali; ma degli uomini che l’onoravano, come un Tasso, ne aveva un solo. Pure il cardinale gavazzava nell’oro, e il Tasso non aveva nè camicie nè vestiti da tenersi mondo, nè stanza a dormire; e toccò al Costantino supplicare al duca di Mantova, ond’e’ volesse soccorrerlo; e quel savio principe diede ordine che fosse fornito di quanto gli occorreva, e che gli si contassero cento scudi per lo viaggio, s’egli determinavasi di ritornare a Mantova, come Sua Altezza bramava. Ma sendo data cotesta commissione a messer Giorgio, costui non volle eseguirla, adducendo che il Tasso non era in istato di mettersi per un viaggio; e quindi sarebbe mancato nella indigenza, se non gli fosse in questo tempo arrivato da Napoli un quindici scudi d’oro che a lui mandarono alcuni amici. Il buon abate degli Oddi lo fe' tornare, al suo monistero, vergognandosi che un uomo sì grande dovesse giacere infermo in uno spedale [54]. Frattanto l’ambasciadore del granduca di Toscana lo andava animando a porsi ai servigi del suo sovrano, il quale lo avrebbe veduto assai volentieri. Ed egli mostratosi inclinato al nuovo carico, perchè gl’incresceva il recare tanto disturbo a’ monaci Olivetani; molto più, perchè dal cardinale Gonzaga se n’era andata l’antica amicizia che una volta per lui nodriva. Il mio ultimo ritorno (così si lagna scrivendo ad un amico) in casa del cardinale Scipione che dovea essere declinazione ed alleggiamento della miseria, è stato simile ad un nuovo accidente sopraggiunto, tanto s’è accresciuta la infermità, e l’infelicità con la poca stima, s’è lecito scriverlo, della mia persona, e col disprezzo della mia non pacifica fortuna. Ed avea ben ragione di corrucciarsi del cardinale che non degnò riceverlo alla sua tavola, nè dargli camera e letto conforme al suo stato, ed all’antica sua cortesia. Chi sale in grandezza muta di costumanze; ed il Gonzaga, il quale come semplice monsignore era amico, e favoreggiator di Torquato, ora che ha in testa il cappello rosso, si stima da più del Tasso, e sdegna l’amicizia di quello stesso da cui ha tratto più onore che dalla sua dignità, e crede la povertà sia cosa spregevole, perchè tanto lontana dalla sua vana grandezza; perciò osa guatar le miserie dello sventurato amico quasi per insultarle colla sua noncuranza. Al Tasso spiaceva questo disprezzo da non poterne aver pace: quando fu invitato dal gran duca di Toscana alla sua corte, ed egli gli mandò questa lettera: « Io non poteva dalla mia fortuna ricevere maggior favore che l’invito di Vostra Altezza: o fossi invitato alla sua servitù, o alla libertà degli studi; perchè nell’uno e nell’altro modo sperava d’esser chiama alla sua grazia, ed alla mia salute insieme. Ma dalla medesima che rende tutte le mie speranze fallaci, sono stato con grave infermità impedito d’accettarlo. Nè ora, che sono appena risorto, posso pensare ad altro che al venire per farle riverenza, e per gettarmele a’ piedi. Ma temo che le sia noiosa la presenza d’un uomo misero e squallido, e per la malattia di molti anni rincrescevole a se medesimo. Laonde la supplico che con la sua grazia voglia vincere la malignità della fortuna, col ricevere invece di servigio la devozione dell’animo, che potrà condurmi con tanta debolezza di corpo sino a Fiorenza, com’ella si degnerà di comandare. »

Il gran duca dà ordine all’ambasciadore in Roma che lo visitasse a suo nome, e lo facesse avvertito che quando a piacere gli fosse, poteva venire a Firenze; ed intanto aggradisse cento scudi per li suoi bisogni. E questo invito fu utile al Tasso, perchè saputosi alla corte di Mantova, invogliò Vincenzo Gonzaga a fargli noto il suo desiderio di averlo ancora alla sua corte.

Intanto il Tasso sentendosi di miglior salute partì per Firenze, si fece alla corte, inchinò il gran duca, dopo d’essere stato a Siena a ritrovare i monaci di Monte Oliveto Maggiore, dove si esercitò in opere di cristiana virtù, e scrisse una grave canzone sopra Nostro Signore. Non accettò l’invito del principe a motivo delle sue infermità, e se ne scusò bellamente; nè potè accondiscendere alle istanze del Costantino che a nome del Gonzaga lo sollecitava di passare a Mantova, non avendo danaro bastevole per sì lungo viaggio. Nè è già ch’egli gittasse il suo avere in cose superflue; sì bene erano le malattie che gli consumavano quanto aveva in medici e in medicine; ed essendo egli di nobile spirito non ardiva incomodare gli amici, ond’essere sovvenuto nelle strettezze sue. Il perchè fidandosi alla benevolenza di alcuni amici che aveva in Roma, e più alla fortuna; partì da Firenze, e tornò a Roma sì mal di salute ridotto che gli fu mestieri appena arrivato di porsi a letto. Fa compassione la lettera ch’egli scrisse da Roma al Costantino: « Di me posso senza dubbio affermare, che non ho mai compiaciuto a’ miei desiderii, e benchè io sia nato gentiluomo non povero, nondimeno, mi son quasi dimenticato e del nascimento, di cui era informato e dell’educazione che non fu plebea. Laonde molto mi maraviglio, che alcuno dica, ch’io getti, o mandi a male alcuna cosa, andando io vestito meno onoratamente, che non si converrebbe alla mia condizione, e non cavandomi pure un appetito soverchio. Appena questa state ho comprato per mio gusto due paia di melloni; e benchè io sia stato quasi sempre infermo, molte volte mi sono contentato del manzo, per non ispendere in un pollastro; e la minestra di lattuga o di zucca, quanto ho potuto averne; mi è stata invece, di delizie. Ma se lo spendere in medicine è gittare, io confesso di aver mandato a male qualche scudo. Non voglio confessare che quei pochi spesi in libri sieno gettati in modo alcuno; perchè io ne ho molto bisogno, o per imparare, o per ricordare le cose lette. »

Della mirabile ingenuità di questa lettera è vano il parlarne, che ognuno quanto ella sia candida da sè lo vede; il Tasso non arrossiva di svelare lo stato suo a chi voleva saperlo; nè egli si mostra mai tanto grande, quanto allora che soffre i disastri della sua venerabile povertà, e non si lagna che della fortuna la quale non è mai stanca di tormentarlo. Quale spettacolo da intenerire, vedere il Tasso brillar di giubilo per avere una minestra di lattuga con che trarsi la fame, nel punto istesso in cui tanti stupidi, nati a far numero, avranno gozzovigliato alle mense romane fra i dilicati vini e le imbandigioni squisite a spese di coloro cui nulla giova aver dei diritti, perchè la indigenza non è voluta ascoltare! Essendo colà venuto don Carlo Gonzaga ambasciatore per lo duca di Mantova a Gregorio XIV, il Costantino, che era con esso lui in opera di segretario, consolò non poco Torquato invitandolo alla sua casa, e mostrandosegli sempre grazioso. Procurarono intanto i suoi più fidati di procacciargli un qualche officio nella pontificia corte; ma spesero inutilmente tempo e parole; tutt’altro che di poeti e di letterati filosofi avea bisogno l’avveduta corte di Roma: e se è vero quanto lasciò scritto di quella città Martino Sherlock [55], era impossibile al Tasso il ritrovarvi una nicchia; il perchè noiatissimo, di sì crude vicende, palesò al Costantino la sua deliberazione.

« Oggi, dice, caduto d’altissima speranza ho fatto deliberazione, di fuggire il mondo, e di ritirarmi dalla frequenza alla solitudine, dalla fatica alla quiete. Però prego V. S. a favorirne di mandare il mio forziero, e quelle poche robicciuole, e ’l tamburo ancora che è nella vostra camera, a Santa Maria del Popolo, dove io credo di albergare, e di essere ricettato da quei buoni padri, non trovando alcun’altra stanza più solitaria e più lontana dalla indignità. Vivete lieto, Signor mio, e lasciate me nella solita maninconia. Dalla vostra camera il 7 di febbraio 1591 »

Il Costantino intesa questa risoluzione, così ci assicura il Serassi, cercò ogni mezzo per levargli di capo sì strano pensiere, e lo pregò che anzi volesse con lui tornarsene a Mantova, dov’era da quel principe sopra ogni credere desiderato; e tali furono le parole che quegli usò, che il povero Tasso quantunque fosse ammalato, e la fredda stagione nemica al viaggiare, partì con lui alla volta di Mantova sul terminar di febbraio. Giunto alla corte fu onorato da’ principi della benevolenza loro; ma la sua infermità, ma quella febbretta che di tratto in tratto lo disturbava, non gli permetteva di tenersi pago di quel soggiorno, l’aria del quale non era adatta a’ suoi mali, anzi parea gli addoppiasse. A questi giorni cadde gravemente malato, ed ebbe a guardare il letto per tutta la state, nè risanò che in sul declinar del settembre; e appena potè dar mano allo scrivere, prese a cantare la Genealogia della famiglia Gonzaga, e ciò per testificare la sua gratitudine a quei principi che lo avevano ricoverato,Quindi pensò di tornarsene a Roma perchè quel clima umido e paludoso gli tirava addosso dolori di capo e profonda mestizia; e come a Dio piacque verso li 10 di dicembre arrivò a Roma, dove ebbe ospizio dal Cataneo suo vecchio amico, il quale, dopo la morte del cardinale Albano suo signore, con grandi agi viveva in una comoda abitazione. Mentre egli stava alle spese di questo amico, il principe di Paleno, che per la morte del padre era divenuto grande ammiraglio del regno, gli mandò dicendo, che lo aspettava a Napoli per essere a parte delle sue ricchezze; e non perchè desse Torquato credenza a così generose parole, ma per tentar di bel nuovo di ricuperar la dote materna, ai 20 di gennaio del 1592 arrivò a Napoli, dove si diede novellamente ad aggiustare il suo poema eroico, che aveva interrotto per le continue malattie, al quale ha voluto por nome di Gerusalemme Conquistata. In questa sua dimora in Napoli fece il pensiere di comporre un didascalico poema sacro sopra le sette giornate del mondo creato; nè in mezzo a’ suoi studi, trasandava intanto l’affare della sua lite che prendea buona piega, essendosi scoperto che i capitali della dote di sua madre erano presso il principe d’Avellino, siccome erede di Scipione de’ Rossi ultimo fratello superstite della madre del Tasso: quindi raccomandata la lite al Feltro ch’era il suo avvocato, ne tornò a Roma. Cammin facendo in una banda di masnadieri s’avvenne, capo maestro della quale era Marco di Sciarra, famoso sbandito, che rubava e uccideva quanti passeggieri gli era fatto assaltare; il Tasso tremò nervo a nervo, come intese delle costoro violenze, che empiva le strade della peggior nequizia che da gran tempo si udisse mai; per lo che egli se ne rimase al villaggio, aspettando modo di porsi al sicuro de’ malandrini; ma come Marco di Sciarra seppe la cosa, preso da riverenza di sì celebre letterato, gli mandò dire che se voleva punto avergli di fede, egli lo confortava a stare di lieto animo, giacchè non solamente gli prometteva sgombra la via, e uomini che lo avrebbono scortato sin dove volesse, ma eziandio lo pregava a disporre di lui e di tutta la sua brigata com’era meglio a suo grado, poichè si sarebbe avuto per fortunato di poter prestare l’opera sua a personaggio cotanto illustre. Non è a dire s’egli fu trasecolato di tanta e così incredibile cortesia, venutagli da uno scherano, cui un resticciuolo di bontà tuttavia glien’era rimasa; e rendutogli quelle grazie che seppe maggiori, si scusò dall’accettare l’invito, nè già perchè credesse di non si potere fidar gran fatto della parola del berroviere, ma piuttosto perchè i commissari del vicerè di Napoli non gli avrebbono concesso il partire: di che accortosi lo Sciarra, gli fe’ dire di nuovo che per l’osservanza che egli doveva a’ suoi meriti, pensava per questa volta di ritirarsi; il che fece subitamente, in segnando così alle persone di gentil nascita qual conto si debba lare de’ begli ingegni.

Giunto a Roma fa ricevuto in casa dei nipoti del papa, e ciò pe’ buoni offici che gli fece Statiglio Paolini [56]: erano questi Cintio e Pietro Aldobrandini giovani di alto ingegno e dati allo studio delle lettere e delle scienze [57]. Cintio però siccome maggiore d’età e più dotto del cugino, amava in modo particolare il nostro Torquato, alla quale affezione credo fosse incitamento non lieve il vincolo della patria che aveva comune, appartenendo egli al casato de’ Passeri, o a meglio dire de’ Parsoneni da Cà Passero, luogo nel territorio di Bergamo. Grato il Tasso alle cure di lui, si credette in obbligo di dedicargli la sua Gerusalemme Conquistata, che aveva compiuta; cosa che piacque anche al papa, conoscendo l’onore che ne veniva al maggiore de’ suoi nepoti.

L’opera comparve in luce nel 1593 con questo titolo: Gerusalemme Conquistata del sig. Torquato Tasso libri 24 all’Illustrissimo signor Cintio Aldobrandini cardinale di S. Giorgio. Roma presso Guglielmo Facciotti. Piacque da prima il poema; ma cessato lo spirito di partito, cessata la novità, la Gerusalemme Liberata offuscò la luce di questo secondo lavoro, così che non andò lunge dal vero Marcantonio Bonciaro quando disse, che la Liberata è opera della Musa, e la Conquistata del Tasso, ma del Tasso vecchio ed infermo. Quando abbiam detto che questo poema è secondo le regole dell’Arte, che è pien di dottrina, che è scritto con religiosa proprietà di favella, l’elogio è finito [58].

Morì in questo tempo il cardinale Scipione Gonzaga, e il Tasso tenero delle amicizie, e facile a dimenticare le ingiurie, pensò tostamente di lasciare un qualche monumento durevole dell’affetto ch’egli aveva nodrito a quel porporato. Ma la morte non gli permise di condurre ad effetto il suo pensiero. Scrisse bensì, alcune stanze sopra le lacrime di Maria, ed altre sopra quelle di Nostro Signore, che sono veramente belle e passionate e ricche di religiose idee. Poscia recò la penna sulla nuova opera della Creazione del Mondo; ma sentendosi più del solito dall’ostinata sua infermità molestato, pensò d’aiutarsi alla meglio, e di passare l’estate a Napoli, che quell’aria gli era molto giovevole; e il dì terzo di giugno del 1594 giunse in quella città, ed albergò nel monistero di San Severino de’ monaci cassinensi. La sua lite camminava a gran passi, e vinta facilmente l’avrebbe, se la sua povertà, e l’essere quasi sfidato da’ medici, e il dover cozzare con un avversario potente, non l’avessero indotto a contentarsi alla fine di un misero aggiustamento, il quale, perchè la sua sventura fosse compiuta, non si conchiuse che due mesi avanti alla sua morte.

Dopo alcuni mesi di soggiorno in Napoli, per adempiere a’ desidera del cardinale Cintio suo protettore, prese le mosse per Roma; e fu uno spettacolo da muovere qualsivoglia più rozzo cuore, allorchè egli prese da’ suoi amici l’estremo commiato, e pieno di lacrime li baciò, raccomandando loro il suo spirito, perchè presagiva vicino il suo passare da questo mondo. Ei volle prender la strada che guida a Monte Cassino per visitarvi le ceneri di S. Benedetto al quale aveva particolar devozione; e in quel monastero si fermò alcuni giorni per soddisfare a’ desiderii della sua pietà religiosa, parendogli che da’ quei sacri luoghi pieni di solitudine, si respirassero le prime fragranze del cielo, e che i lontani clamori fossero le tempeste del mondo, che a guisa, di onde venissero a rompere sul limitare di quelle mura: e fu io credo nel silenzio di quelle mura ch’egli comprese che un’anima grande dee contener più dolori che una piccola, che le umane grandezze non sono che colorate chimere, e che solo nella virtù, e nella pace del cuore l’uom dee cercare la propria felicità. La sentenza di Bernardino Saint-Pierre: che quanto più il nostro animo è agitato da ambasce, tanto più la calma e il silenzio degli appartati luoghi ne piace, si vede ora verificata nel Tasso, che non senza sospiri abbandonò quel cenobio, dove si sarebbe arrestato per sempre, se il dovere e la necessità non lo avessero spinto a Roma.

CAPO XVIII.

Il papa ordina che sia data al Tasso la corona di alloro nel Campidoglio.

Non era per anco entrato nelle porte di Roma, che saputosi il suo arrivo, vennero ad incontrario sin fuori della città le famiglie dei due cardinali nipoti del papa, e gran numero di prelati e di cortigiani, onorificenza che non si aspettava. Quindi entrato in palazzo, fu accolto con grandi dimostrazioni di affetto dai due porporati, i quali il dì dopo lo presentarono al papa. Sua Santità gli volse un discorso tutto di lodi, e terminò con queste parole: Vi abbiamo destinata la corona d'alloro, perchè ella resti tanto onorata da voi, quanto a tempi passati è stata ad altri di onore. Il Tasso lo ringraziò, ma ne fu poco lieto, perchè gli dava il cuore che l’onore di cui gli era largo Clemente VIII non avrebbe avuto l’effetto, sentendosi egli la morte nell’ossa. Il cardinal Cintio volea che tutto si preparasse per questa magnifica coronazione, che doveva essere come un trionfo, ma la stagione piovigginosa non lo permise; laonde si differì al primo spuntare di primavera l’onorata funzione. Nè ciò spiacque al Tasso, che indifferente se ne mostrava, e stava in vece aspettando la morte, ogni dì più sentendosi debilitare. Scrivendo al p. Francesco Guerriero: Io non posso, dice, liberarmi dalla mia infermità, e vivo con poca speranza di vita: nè potè sollevare l’abbattuto suo spirito la grazia usatagli dal pontefice di fissargli una pensione annua di cento ducati di camera, essendo che un uomo virtuoso che va morendo distoglie l’animo da tutte le umane cose, e pare non appartenga più a questa terra. Tale era il Tasso negli ultimi mesi della sua vita.

 CAPO XIX.

Il poema delle Sette Giornate.

Gli ultimi suoni della sua cetra furono melodiosi, come gli ultimi del cigno di Mantova. Il poema delle Sette Giornate ne è una prova mirabile: noi ci esentiamo dal parlarne, adducendo in cambio l’elegante giudizio che l’esimio signor professore Francesco Benza ha scritto sopra questo lavoro del Tasso, e lo pubblichiamo per tutta sua lode, e perchè noi certamente non sapremmo farne un migliore.

« Sia lode all’immortale Torquato, che in onta degli anni non più vigorosi, e delle ostinate, opprimenti calamità, avaro di fama non meno de’ primi greci, tutto volle attentare nel poetico arringo. Non contento degli allori, e de’ plausi raccolti dalla sua Gerusalemme, volle andar coronato con Dante per sacro poema, prefiggendosi una meta anche più gloriosa, perchè risoluto di trattare le grandi verità di nostra fede, senza l’inetto miscuglio della favola, e di trattarle coll’audacia pericolosa di un verso, qual è lo sciolto, che privo della prestigiosa ornatura della rima, fa di colpo vedere sincera e la sua bellezza e la sua deformità. Vi ha egli impresa più ardua in tutta la sfera dell’ umano sapere, che l’innestare in un solo linguaggio, e con felice riuscita i gravi canoni dei teologici dogmi colle gaie fantasie delle muse, la severità dei morali precetti coll’amenità dei poetici canti? Chi frammischia sì bene l’utile al dolce non tocca egli l’apice sommo, non è quell’uom di prodigio tanto ammirato da Orazio, che corre a piè franco sulla tesa, pensile fune? Ora è su basi tanto contrarie, è coll’artificioso equilibrio di sì ripugnanti contrasti, che questo Apollineo Archimede alzò alla sua fama dopo il primo, un secondo, perenne edifizio nel poema delle Sette Giornate il quale oltre all’agguagliare la Gerusalemme, se troppo non dico, e nel maestoso andamento, e nell’intreccio ingegnoso, e nella purità della lingua, la sorpassa per avventura nella sublimità de’ pensieri, nella profondità del sapere, e oserei anche dire, nella virgiliana robustezza dello stile. Che se il Tasso in quel primo lavoro per tanti anni sudato, fe’ brillare per eccellenza le due gran doti poetiche, divino talento, e suon di voce atto a gran tromba, aggiunse a queste nell’altra, e pingue midollo d’ogn’alta scienza, e incitamenti soavissimi ad ogni virtù, vestendo quasi lo zelo di un Paolo e di un  Agostino, le cui più illustri sentenze a’ suoi concetti mirabilmente intrecciò, dopo essersi bene impinguato in Bologna delle auree loro dottrine. Nè lontano io sono dal credere, che a sì bell’opera non più il movesse la gloria, quanto un certo dilicato rimorso, che manifestò insin d’allora, quando caldo la mente del suo Goffredo, chiese perdono alle angeliche, muse, se sbandiva dalle sue carte i loro diletti, e a quelli invece dava luogo del lusinghiero parnaso. Oh quanto bene seppe ricompensarle de’ sacri suoi versi di quel contumelioso rifiuto! Spinse tant’oltre per esse loro il suo verecondo rispetto, che più non cercò di altrui ricrear colla favola, se non per via di condanna, siccome destramente eseguì nelle due prime giornate, dove nell’atto che impone silenzio alla Grecia bugiarda, descrive i mostri del zodiaco, e le altre favole vane, ond’ella ha il cielo ripieno, insegnando per tal modo ai Sannazari, e ad altri autori di sacri poemi, quanto facilmente avriano anch’essi potuto aitarsi qua e là del favoloso presidio, senza confondere con tanta indecenza parnaso e vangelo, sacro e profano.

Il voler distinguere le principali bellezze delle Sette Giornate è quasi un tentar d’indicare le parti più illuminale del sole, il quale anche in que’ punti che voglionsi alterati nel loro splendore per un qualche appannamento, abbarbaglia potentemente lo sguardo. Tutto il poema dall’alfa all’omega tutto è luce vigorosa è tersissima. Non trovi macchia di oscurità: non fumo di gonfiezza a’ scioltisti quasi comune. Prende Torquato sul bel principio del poema l’alto volo dell’aquila, e senza violare le venerande cortine della Divinità, l’immerge in quegli eterni splendori, e per quanto è dato a umano intelletto, nella cognizione s’interna del maggior de’ misteri, e’ con riflessioni profonde su quella frase del Trino ed Uno: faciamus hominem, e coll’acconcia parità d’ogni umano artefice, che dove solo è nell’opra, non può dire: facciamo, un tal mistero egregiamente rischiara. Svolgendo quindi il bel pensiero di Tertulliano da lui forse colpito a caso per pari acutezza d’ingegno, che Dio cioè dal suo fondo è tutto bontà, e da noi solo prende il rigore, un’idea ci presenta di quel divino attributo la più consolante, la più magnifica. Inquisitore sottile, e difenditore robusto d’ogni dogmatica e moral verità, mette in pompa la gran parola della creazione contro l’empie fole del fato, della natura, dei mondi moltiplici. Fulmina a morte gli Epicuri, i Lucrezi e gli altri oltraggiatori della Divinità, e assicura a questa i due gran diritti che ha su di noi, e di un tributo costante di gloria, e di un’adorazione perpetua. Son troppo belli, perchè io qui non gli ometta, i due epifonemi l’uno in lode della divina bontà, l’altro di quella onnipotente operatrice parola. Ecco il primo:

Non si perde bontà per grado o scema;

Che il ciel è tutto buono, e in ogni grado

La divina bontà diletta e giova.                   Gior. 1.

Ecco il secondo:

Ma delle cose, che si fanno, e fersi

È il divino parlar natura e vita.                   Gior. 6.

Benchè l’argomento d’ogni giornata sia determinato dal sacro testo, sa ben supplire il valoroso poeta al difetto della sorpresa con sempre nuovi dignitosi proemi, che la curiosità impegnano dell’intelligente lettore.

Le descrizioni frequenti sono di una evidenza, di una forza, di una delicatezza inimitabile. Quella della Fenice 5 Giornata, che si estende sino a trecento circa versi, l’ultimo de’ quali accende via maggiormente la voglia di chi legge anzichè stancarla, può dirsi l’ultimo sforzo della poetica immaginazione, ed è ammirabile la morale quindi inferita del risorgimento indubitato de’ nostri corpi. L’altra del finale giudizio non ha tratti, nè tinte meno maestre di quelle che usò il gran Michelangelo sulle volte del Vaticano. Due ne sceglierò delle più brevi, ma di pretto virgiliano sapore, singolarmente la prima, ed è la seguente:

E gli attissimi monti alzar la fronte

(Dianzi coperti) imperiosi in vista.

E il mare ondoso mormorando appena

Lavava i piedi al Mauritano Atlande

E correvano al chin dal seno alpestre

Degli aspri monti i rapidi torrenti,

E con rimbombo impetuoso al corso

Precipitando gian le torbid’onde.

Correano al basso i quieti e lenti fiumi,

E in giù correano i lucidi ruscelli,                  Gior, 3.

Non cede nè in forza, nè in vaghezza, la seconda, che va a ferire ogni spensierato zerbino. Dopo avere dipinta la caducità del fieno l’autore parla all’uomo così:

Pensa fra te che pur di fieno in guisa,

L’umana carne si disfiora, e perde

Il suo natio colore arida in vista:

E la gloria mortal troncata in erba,

Cade repente. Ogni leggiadro amante.

E nel più verde e più soave aprile ....

Nodrito di pensier dolci e soavi ....

Sparso d’ambo odor la chioma e ’l mito ....

Domani è tinto di pallor di morte,

Con occhi nella fronte oscuri e cavi,

O colle membra debili e tremanti

Preme odiose piume, e ferve e langue

Con interrotte voci appena intese.               Gior. 3.

Le comparazioni poi oltre al carattere della novità, che tanto pur aggrada, contengono un brio sì vivace, un sì accurato confronto, che basterebbero a caratterizzare il nostro Torquato, non dirò solo per dotto imitatore, ma per emulo ancora di Omero, e del maggior dei latini. Ne faccia fede quella che io scelgo, di cui non so se la poesia d’ogni colta nazione altra possa offerirne più dilicata, più commovente, più vaga. Si legge questa nella 5 Giornata come qui la trascrivo:

La tortorella dal su’ amor disgiunta

Non vuol nuovo consorte e nuovo amore;

Ma solitaria e mesta vita elegge

In secco ramo, e ’n perturbato fonte

La sete estingue. . . .

Perchè solver non può l’iniqua morte

Le sante leggi di vergogna, e i patti

A cui si astrinse volontaria in prima.

Quinci la vedovella esempio prenda,

Nè baldanzosa alle seconde nozze

S’affretti, e tuffi nell’obblio profondo

L’amor suo primo, e la sua prima fede.

Non possono stare a confronto questi bei sentimenti colle pudiche proteste fatte da Didone sul primo amor per Sicheo? Quel solo epiteto di baldanzosa così bene adoperato, va egli al disotto di quanto meglio sa usarne il raffinatissimo Orazio?

Nè vo’ tacere con quanta grazia egli pure riuscisse a pitturare oggetti dei più ritrosi al pennello poetico. Ne diè prova nella 5 Giornata là dove mostrò viva viva l’azion del polmone, di cui così scrisse:

.   .   .   .   .   .   .   .  si ristringe ed apre

Quasi mantice e folle, e il rezzo e l’aura

Spirando e respirando accoglie e rende,

E ventilando è refrigerio al core)

Che di purpureo sangue è caldo fonte.

Le grandi sentenze sono profuse in ciascuna Giornata come in prato ameno i bei fiori di aprile. Noterò queste poche:

A te medesmo sei perpetuo fabro.

De propri mali, e ti colori, ed orni.                Gior. 1.

Ma pur l’arte Divina è prima, e vince

L’altra per dignitaite, e vince il tempo;

Ma l’arte umana pargoleggia, e sembra

Negli scherzi fanciulla all’opre intorno.        Gior. 1.

Nè incontro al vero insuperbire ardisca

L’esperienza de’ mortali erranti

Fallace, e vana, a cui di pochi lustri

Il brevissimo spazio orgoglio accresce.           Gior. 3.

Ma a che sceglier più oltre in mezzo a tante bellezze, se ad ogni tratto non sai qual preferire, giacchè tutto è fior pretto di poesia, tutto è oro purgato di lingua? Divino e copioso è sempre l’ammaestramento, copioso e divino il diletto. Qui veramente il Torquato si manifesta per quell’eccellente poeta che secondo i dettati di Orazio ha toccata la meta dell’ottimo, perchè sempre maestoso e gagliardo, sempre fluido e terso al par di limpido fonte versa con profusione i tesori, e bea il Lazio della ricca armoniosa favella. Trovo giusti per conseguenza i grandi elogi che ai danno dagli eruditi alle Sette Giornate; nè dissento dal Crescimbeni, che la reputa il più bello e nobil poema eroico che in verso sciolto abbia la nostra lingua; e piacemi aggiungere a maggior lode di un lauto ingegno e di una sì bell’anima, che se degno fu riputato il Sannazaro d’andar vicino di tomba al gran Virgilio, parmi degno Torquato di aver comune con questa anche l’urna onorata. Felice la Gioventù che amerà la lettura di un sì prezioso poema! Troverà ella sì bene di che largamente avvantaggiare e per la mente e pel cuore. »

 CAPO XX.

La morte del Tasso.

Venne appena l’aprile, tempo in cui dovevasi la incoronazione del Tasso celebrare nel Campidoglio, che l’infelice poeta cominciò a sentirsi più dell’usato affiacchito, e dalla sua antica tristezza accorato, ond’egli non lasciandosi più avere fiducia di vita, si avvisò non rimanergli che poche giornate a passare nelle sciagure. Ma se il corpo era abbattuto, in sentirsi a venir meno la vita, lo spirito conservava tutta la vigoria, nè da timori, o dubbiezze, ma da un lieto sperare animato, si preparava al grande avvenire, con quella nobile intrepidezza che è tutta propria di chi non teme. Chiese al cardinal Cintio di ritirarsi nel monistero di S. Onofrio presso i padri Gerolamini della congregazione del Beato Pietro da Pisa, dove intendea prepararsi tranquillamente all’ultim’ora, e chiudere i giorni suoi tra gli estremi conforti della sua fede. Afflitto il cardinale non osò contraddirgli, e colà lo fece condurre in una sua carrozza, e gli diede due servitori perchè lo assistessero. Cadeva quella mattina, secondo che scrivono il Manso e il Serassi, una dirottissima pioggia, sicchè veduta dai padri la carrozza del cardinale restarono maravigliati, e si affollarono tutti alla porta in compagnia del priore, non potendo pensare che fosse sì fatto arrivo a quell’ora sotto un rovescio di pioggia. Torquato colla morte dipinta in volto, tutto disagiato della persona, si volse loro, e raccolto lo spirito sulle labbra, Sono , disse, venuto a morire tra voi. Que’ frati si commossero a tenerezza, il priore lo abbracciò come figliuolo: è questo il trionfo che la fortuna avea riserbato al povero Tasso, e anzichè l’alloro nel Campidoglio, fra il silenzio di un monastico asilo gli reca innanzi il sepolcrale cipresso. Quale spettacolo! Ma l’ultimo sospiro dell’uomo giusto su questa terra è consolato dal primo raggio della immortalità; e se finora le sventure di questo grand’uomo, sventure che non meritava, ci hanno invogliato alle lacrime, ora che sta per rendere lo spirito al cielo, abbiamo motivo di medicare il nostro dolore, perchè ha cessato una volta dall'essere esacerbato da sempre nuove amarezze.

Spenta tutta speranza di vita, volle consacrare all’amicizia gli ultimi lamenti del cuore. Al suo Costantino scrisse la seguente lettera, prendendo dall’amor suo l’ultimo commiato per l’avvenire: « Che dirà il mio signor Antonio quando udirà la morte del suo Tasso? e per mio avviso non tarderà molto la novella; perch’io mi sento al fine della mia Vita, non essendosi potuto trovar mai rimedio a questa mia fastidiosa indisposizione sopravvenuta alle molte altre mie solite, quasi rapido torrente, dal quale senza potere avere alcun ritegno veda chiaramente esser rapito. Non è più tempo ch’io parli della mia ostinata fortuna, per non dire della ingratitudine del mondo; la quale ha pur voluto aver la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico, quando io pensava, che quella gloria, che malgrado di chi non vuole avrà questo secolo da’ miei scritti, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza guiderdone. Mi sono fatto condurre in questo monastero di S. Onofrio non solo perchè l’aria è lodata dai medici più che d’alcun’altra parte di Roma, ma quasi per cominciare da questo luogo eminente, e colla conversazione di questi devoti padri la mia conversazione in cielo. Pregate Iddio per me; e siate sicuro che siccome vi ho amato, ed onorato sempre nella presente vita; così farò per voi nell’altra più vera, ciò che alla non finta ma verace carità s’appartiene, ed alla Divina grazia raccomando voi e me stesso. Di Roma in Sant’Onofrio ».

Egli rammenta all’amico la sua povertà e l’ira della fortuna e la ingratitudine di quegli uomini che pare, non abbiano patria, o non sia loro concesso di averla: lo assicura dell’amor suo anche sotterra .... ed ahi chi può formarsi in mente, una giusta idea delle emozioni che penetrano un cuor sensitivo nel momento nel quale que’ sentimenti che rallegrarono i suoi begli anni, e quelle pene che valsero dolorosi sospiri, ei vede andare fra l’ombre oscure dell’avvenire!

Gli mandò il cardinale, perchè lo aiutassero, anche i medici di Sua Santità; e volle che almeno in sul finire della sua vita fosse largamente provveduto di tutte quelle cose che immaginare si possono per recuperar la salute: ma la vita non ha veruna difesa quando bisogna scendere nel sepolcro. Ebbe l’amaro incarico il medico Cesalpinia ch’era a’ servigi del papa il dare al Tasso l’avviso della vicina sua morte. Non si sgomentò egli, ma con fronte serena abbracciando il medico lo ringraziò di questa per lui consolante notizia; e dato l’addio alle umane cose, affidò il suo spirito a Colui donde gli venne; e restituendolo puro di colpe al Padre della creazione, egli ebbe a gustare quella dolcezza che è propria dell’uomo giusto. Volle in quel giorno essere munito de’ Sacramenti, ch’e’ ricevette con lacrime di tenerezza. Dimandato dove desiderasse di aver sepoltura, rispose in S. Onofrio; chiesto a testare e a dettar qualche inscrizione per la sua tomba, sorrise e disse: Che quanto al testamento egli ben poco aveva a lasciare, e quanto alla inscrizione che una pietra bastava per ricoprirlo. Nulladimeno lasciò erede de’ suoi scritti, e di quel poco che aveva il suo benefattore il cardinal Cintio Aldobrandino [59].

Il giorno quattordicesimo della sua  malattia e penultimo di sua mortale carriera, volle di nuovo i soccorsi della sua religione, prorompendo in quelle parole: Expectans expectavi Dominum : e il cardinale saputo che poche ore di vivere restavano al suo Torquato, corse da Sua Santità a chiederle per esso la papale benedizione; la quale ottenuta, andò lo stesso cardinale all’amico in nome del pontefice, e lo consolò con sì alto onore. Indi chiese se avesse qualche cosa a bramare: e Torquato mostrò desiderio che tutte le copie delle sue opere fossero date al fuoco, di che il cardinale per non conturbarlo, rispose che avrebbe il desiderio suo fatto pago. Allora preso congedo dal cardinale, bramò restar solo; anche di questo fu compiaciuto, e con placida tranquillità, con tenera fiducia in Dio, con dolcissime voci di speranza e d’amore chiuse gli occhi per sempre, proferendo quelle parole: Nelle vostre mani, o Signore, raccomando il mio spirito.

Fu questa la vita del primo epico dell’Italia; nella quale se ci ha cosa di che taluno lo possa per avventura rimproverare, è di aver portato un eccessivo amore ad Alfonso principe di Ferrara, dal quale amore ne son derivate le sue principali disavventure. Conciossiacchè si può affermare che il Tasso ha perduta la salute in S. Anna, cui non potè più riavere: e se di questa disgrazia è stato causa quel duca, siccome abbiamo chiaramente veduto, non doveva il Tasso mentir per lui più l’amore; ma egli allo incontro sino all’ultimo de’ giorni suoi gli ha voluto cordiale affetto, e basta leggere alcuna delle sue lettere, sul terminare della sua vita dettate, per essere di questo convinti appieno. Forse gli andava grato perchè lo avea tolto dallo spedal di S. Anna; forse non si ricordava di quel detto di Seneca: Clementiam non voco lassam crudelitatem forse al suo cuore non era dato dalla natura, che di aprirsi all’amore; e ciò essendo egli ebbe a nodrir sinchè visse una tenera benevolenza per lo suo primo Signore. Questo tratto di gentilezza d’animo, questo perdon generoso, che par sopra l’umana fralezza, vivrà sempre venerabile e sacro nella storia degli uomini virtuosi; onde coloro che avranno a lodare l’epico nostro, incerti sempre saranno se l’ingegno, od il cuore in lui più meriti commendazione. Noi seguendo il parere di Marco Aurelio diremo, che più dell’ingegno il cuor si debba apprezzare; che il primo è spesso un dono pericoloso, il secondo non mai.

Visse il Tasso anni 51 un mese e quattordici giorni; e morì ai venticinque d’aprile dell’anno 1595; e se come Virgilio cantò le armi onorate, e un subbietto didascalico, e le ingenue grazie buccoliche, onde all’epico alloro di Omero intrecciò il mirto di Teocrito e i fiori di Esiodo, ebbe come Virgilio pari lunghezza di vita. Alla morte di lui la poesia ed il buon gusto si dileguarono dal parnaso italiano, e vennero in loro vece le ciance canore e le gotiche scipitezze del Marmi, dell’Achillini, del Preti.

I funerali furono celebrati dall’Aldobrandino con pompa solenne, quale si conveniva alla virtù di Torquato ed alla grandezza del cardinale. Il Cataneo che fu presente alla funzione così lasciò scritto in una sua lettera. « Nella morte Cintio Aldobrandino gli fece fare quegli onori come se fosse nato del suo sangue e che alle virtù del Tasso si richiedevano; portandosi il corpo suo per Roma con solenne pompa accompagnato dalla sua famiglia, e da molti nobili e letterati correndo ognuno a vederlo, siccome corsero anche i pittori a ritrarlo; e ora si vede la sua effigie posta da loro a gara in pubblico ». Fu seppellito nella chiesa di Sant’Onofrio a piè del presbiterio. Il cardinale aveva fatto divisamento d’innalzargli un magnifico monumento, ma distratto da cure dimestiche che lo amareggiarono, non recò a fine il pensiero. Il marchese della Villa mal sofferendo che vestigio alcuno, di lui non vi fosse sul marmo che lo chiudeva, pregò que’ religiosi, (essendo a lui vietato di farlo) che dove riposavano le sue ceneri vi fosse al meno una inscrizione; e questa subitamente allor si fece.

D . O . M.

TORQVATI . TASSI .

OSSA .

HIC . IACENT.

HOC . NE . NESCIUS

ESSES . HOSPES .

FRES . HVIVS . ECCL .

PP.

MDCI

OBIIT ANNO M. D. XC. V.

Veramente era una vergogna per Roma, anzi per l’Italia, che una tomba sì illustre non avesse che una iscrizione fatta dalla pietà di alcuni frati, per lo che il cardinale Bonifazio Bevilacqua ferrarese gli fece a sue spese construire quello splendido monumento che ora si vede nella stessa chiesa di. S. Onofrio, col ritratto del poeta e con il seguente elogio:

TORQVATI .TASSI . POETAE

HEV . QVANTVM . IN . HOC . VNO . NOMINE

CELEBRITATIS . AC . LAVDVM .

OSSA . HVC . TRANSTVLIT . HIC . CONDIDIT

BONIF . CARD . BEVILAQVA

NE . QVI . VOLITAT . VIVVS . PER . ORA . VIRVM

EJVS . RELIQVA . PARVM . SPLENDIDO . LOCO

COLERENTVR . QVAERERENTVR

ADMONVIT , VIRTVTIS . AMOR

ADMONVIT . ADVERSVS . PATRIAE . ALVMNVM

ADVERSVS . PARENTVM . AMICVM . PIETAS

VIX. AN. LI. NAT . MAGNO . FLORENTISS . SAEC. BONO

AN . MDXLIV .

VIVET . HAVT . FALLIMVR . AETERNVM. IN . HOMINVM

MEMORIA . ADMIRATIONE . CVLTV.

CAPO XXI

Ritratto del Tasso.

Il marchese della Villa ci ha lasciato il ritratto dell’amico, dal quale si vede che la natura volle chiudere il suo bell’animo in belle membra; per così darci, direbbe Platone, una cosa perfetta. Io non so come mai il Muratori ed alcuni altri letterati abbiano potuto dire che il Tasso era di aspetto deforme; forse per farlo anche in questo simile al suo Virgilio. La testimonianza dello scrittore contemporaneo della vita di lui si dee anteporre a tutt’altre; oltrechè le parole del marchese della Villa acquistano di molta fede dalle asserzioni di alcuni scrittori di que’ tempi i quali convengono perfettamente in quanto esso dice su tale proposito.

« Fu Torquato Tasso di così alta statura, che fra gli uomini di corpo grandi si poteva annoverare co’ maggiori, e meglio proporzionati. Le carni aveva bianchissime; ma prima gli studi e le vigilie, e poscia i disagi e le infermità le fecero alcun poco pallide divenire. Il color de’ capelli e della barba fu mezzo tra ’l bruno ’l biondo per sì fatta maniera, che quegli appressavansi alquanto più all’oscuro, e questi al chiaro, e gli uni e gli altri erano sottili e morbidi e piani. Il capo grande, e così nella fronte, come nella parte di dietro (che i greci chiamano occipizio) elevato, ma nel mezzo sopra l’una e l’altra tempia anzi depresso che tondo. La fronte ampia e quadra, la quale sollevandosi nel mezzo veniva poi ad inchinar verso i capegli, di cui poscia l’età lo rese in gran parte calvo. Le ciglia in arco piegate, nere e rare e fra loro disgiunte. Gli occhi grandi a proporzione del capo, e ritondi in se stessi, ma lunghetti negli angoli, le cui pupille erano di mezzana grandezza, e di color cilestro e vivace, quali da Omero furono a Pallade attribuiti; e di movimento e guardatura grave, e che talora in su amendue si volgevano, quasi seguendo il moto della mente, che per lo più alle cose celestiali era innalzata. L’orecchie mezzane e le guance anzi lunghe che tonde, e non men per natural disposizione magre, che per indisposizione scolorite. Il naso grande ed inchinato verso la bocca, grande altresì e lionina; le labbra sottili e pallide; i denti bianchi, larghi e spessi; la voce chiara e sonora, e che nella fine del parlare si rendeva di suono più grave; la lingua aveva speditissima, ma nondimeno il suo favellare era anzi tardo che veloce e soleva, assai sovente l’ultime parole ripetere. Rideva assai di rado, e senza alcuno strepito; il mento aveva quadrato, e la barba folta e di color come abbiam detto che al guscio della castagna si somigliava. Il collo mezzo tra ’l lungo e ’l grosso, e che sosteneva il capo elevato; il petto e le spalle larghe e piane; e le braccia lunghe e nervose e sciolte; e le mani assai grandi, ma morbide e dilicate; e le dita ch’agevolmente si ripiegavano all’insù. Le gambe e i piedi parimente lunghe e di proporzionata grossezza, ma più nerborute che carnose; e tutto il busto eziandio comechè fosse convenevolmente ripieno a proporzione dell’altezza della persona, era tuttavia di poca carne coverto. Ebbe così abili tutte le membra, che negli esercizi cavallereschi fu assai prode della persona, come colui che dell’armeggiare, nel cavalcare, nel giostrare, non aveva che invidiare ad alcuno. Ma nondimeno tutte queste cose fece con maggior attitudine che grazia; perciocchè si poteva in lui desiderare altrettanta vivacità di spiriti naturali, quanta n’aveva negli animali. Anzi, per questa cagione ne’ pubblici ragionamenti ch’egli talvolta fece in diverse accademie, ed in presenza di principi grandi, molto più maravigliose parvero agli uditori le cose dette da lui, che grazioso il modo, ond’egli le proferiva, forse perchè la mente chiamando con le continue, speculazioni la miglior parte degli spiriti nel sommo del capo, non ne lasciasse tanti per le rimanenti membra vagare, che fossero a vivacemente sostenere e muovere il suo corpo bastevole. Ma nondimeno in ogni sua operazione, ed anche niente operando, mostrava fin dal primo incontro una viril bellezza ed avvenenza, e specialmente nel volto, in cui rispondere tanto di maestà che induceva chiunque il riguardava, senza altro conoscimento de’ meriti suoi, per lo solo aspetto ad averlo in grandissima riverenza ».

Fin qui il marchese.

Alla bellezza univa una certa decorosa grazia nel ragionare (della quale il marchese della Villa non fa menzione) che assai gradevole lo rendeva alle signore ed a quanti erano di gentile costume, che la sua compagnia studiosamente cercavano. Se la bellezza è piena d’incantesimo, la grazia è adorna di festività e di letizia; quella occupa tutta la mente de’ riguardanti, questa al conversare gl’invita; e se l’una signoreggia il cuore, l’altra il solletica e vi scherza intorno; laonde i principi dell’Italia diletto prendevano dal suo parlare, e gareggiarono di averlo per cortegiano; e le duchesse da Este e de’ Medici fecero di lui, come leggiadro favellatore, elogi assai lusinghieri, e lo diedero a’ loro gentiluomini per esempio d’imitazione.

Che se natura non parve avara nell’adornarlo di esteriori pregi, fu poi liberalissima nell’arricchirgli il cuore e lo spirito delle più commendevoli doti e preziose. Mostrò sin da’ verd’anni indole al bene informata, e candida e generosa, che per gli ottimi studi sentia caldo amore. Ebbe capacità vastissima d’intendimento unita a fantasia vivacissima; sicchè è difficile il dire se prevalesse in lui più l’ingegno o l’immaginativa. Una nobile filosofia lo ha renduto paziente nel tollerare le ingiurie della fortuna; e vilipeso da quello da cui sperava ornamento e decoro, si acconciò con virtuoso animo alle più strane vicissitudini, onde se il corpo sotto il peso soggiacque del suo dolore, l’anima conservò sempre il sereno, e s’innalzò a sublimi concepimenti, e trattò le ferite del corpo con alterezza socratica. Fu tenerissimo della sua religione, senza impeciarsi nelle pratiche superstiziose; mostrossi a tutti gentile e piacevole, senza dare in viltà e in leziosaggine. Ingiuriato si accese di sdegno magnanimo, ma tostamente inchinevole si fe' vedere al perdono. Il disprezzo de’ suoi avversari gli fu amaro a portare, ma pagò con altrettanto disprezzo la loro baldanza, e finì col non curarsi di loro. Lo schietto amore e la virtuosa amicizia occuparono sempre il suo cuore, e fra i disgusti e la povertà di atteggiamento gli furono e di medicina. L’oro non l’abbagliò; la gloria gli fu di sprone, non lo sedusse; la virtù ebbe in lui un lodatore sincero; il fasto, il vizio un acerrimo schernitore. Onorò i potentati, non volle adularli; amò i dotti, e si tenne lieto della loro amicizia; s’intenerì alle disgrazie degl’infelici, e diè loro quanto poteva dare, conforto e lacrime. Modesto non pusillanime, grazioso non affettato, sobrio non rigido, attraeva l’altrui ammirazione, e il desiderio ne’ buoni dell’amor suo risvegliava. Amante dell’interiore raccoglimento, non parlava se non richiesto, cercava la solitudine ed i chiostri monastici, dove gli parve ritrovar quella pace che nelle corti avea cercato invano ma se l’occasione il voleva, sapea ne’ crocchi più adorni trattenersi con brio, e deposta la gravità filosofica, motteggiare graziosamente, e piacere alle giovani dame del pari che a’ cavalier più assennati.

Amò il dolce e il piccante, siccome nelle cose morali così ancor nelle fisiche; ed i canditi e i berlingozzi e i marzapani sopra ogni altro cibo desiderava. Era parco nel bere, ma la malvagia gli dava la vena a’ versi, soleva dire ridendo; e di questa, quando la fortuna, gliel permetteva, largamente usava anzi che no. Temperantissimo fu nel dormir, nel vestire e nel diportarsi; e se parve alquanto indiscreto, fu nell’indefesso studiare le scienze e l’arti, cui intieramente volle l’ingegno suo dedicare.

Il Serassi ha fatto raccolta de’ più festevoli motti che gli vennero pronti alle labbra: eccone alcuni. Era egli a caccia col duca Alfonso, ed avendo il principe ammazzato un cignale, dimandò al Tasso se più fiera bestia avesse altrove veduta: rispose che sì: e richiesto dove, replicò, alla corte di Vostra Altezza; e soggiungendo il duca qual fosse, ripigliò egli, i mormoratori.

Regalato a Napoli d’una copia del Pastor Fido, e interrogato del suo parere, mi piace, disse, ma confesso di non saper la cagione perchè mi piace: rispondendogli il Manso: vi piacerà per avventura tutto quello che ci ritrovate del vostro; ei replicò: non può piacere il vedere il suo in mano d’altri.

Un saputello gli dimandò qual fosse il verso più leggiadro di Francesco Petrarca: cui rispose prontamente :

Infinita è la schiera degli sciocchi.

Ma da questa effigie dell’ epico nostro, più tosto abbozzata che fatta, non si possono conoscer bene le qualità somme del suo intelletto; quindi poniamo termine all’opera nostra, facendo un cenno, siccome meglio per noi si potrà, delle prose di lui, ove ha posta a dovizia quella morale filosofia nella quale a’ suoi giorni era in uso studiare.

CAPO XXII.

Delle prose del Tasso.

Il Tasso meriterebbe di essere rispettato e famoso per le sue prose egualmente che per le sue poesie, se si guarda alla bellezza delle prime per locuzione, per numero oratorio, per dignità [60].

Le sue opere filosofiche hanno però un difetto che è proprio di tutti gli scrittori di quella età, i quali racchiudono poco, per non dir nulla, di nuovo, e derivano presso che tutti i pensieri dalla fonte d’Aristotile o di Platone. Nel secolo decimo ottavo ciascheduno che sentivasi atto al comporre, sdegnava di nemmeno accennare le opere degli antichi, traeva il tutto dal proprio ingegno, e con una libertà che forse non ebbe esempio, dettava in filosofia siccome meglio gli andava a genio: nel secolo decimo sesto all’incontro parea gli scrittori temessero di metter piede d’un apice fuor del sentiere ormato dai maestri greci e latini; ed era proprio necessario in allora ’l pensare non con la propria, ma colla testa degli altri. Il Tasso (meno però di tutti) seguì l’usanza ch’egli vedeva santificata dall’esempio d’uomini di preclaro intelletto; e fece bene, dirà qualcuno, perchè egli scriveva per piacere al suo secolo, e in quella stagione le cose da lui composte eran tenute novissime. Non vi fu autore di rinomanza greco e latino ch’egli non abbia profondamente studiato; ma fra tutti e’ volle appigliarsi alla filosofia di Platone, la quale per essere più d’ogni altra immaginosa e sublime, era per conseguenza la meglio adattata al suo poetico ingegno. Da Aristotile pigliò le regole della poetica, ed apprese da lui alcune sottigliezze stucchevoli e sentenze sparute; sentenze che a’ nostri giorni non sarebbono volute nè credere, nè tollerare. Ma degnissime di somma lode sono tutte le prose di lui e per eleganza di stile, e purezza non affettata di lingua, e perspicuità di pensieri, e luce d’immagini, e ricchezza di erudizione: ed è mirabile specialmente per aver saputo canzare il vizio de’ suoi contemporanei, di essere le molte volte più cianciatori che filosofi, più parolai che oratori. Tuttavolta ad alcuni dispiacciono le sue prose per essere scritte un po’ troppo secondo l’andamento della sintassi latina; taccia che al parer nostro non merita, e perchè in realtà il suo scrivere ci par libero e franco, anzichè legato, e contorto ; e perchè essendo, di moda in allora le trasposizioni e le circonlocuzioni alla latina, (che non sono sempre chiare e piacevoli nella nostra favella) ha saputo non disgustare gli orecchi de’ suoi contemporanei e tenersi puro dal vizio di che a torto si accusa.

 Non può negarsi che certe trasposizioni non sieno dannevoli alla chiarezza, perchè inviluppano il concetto, e pesante lo rendono e tardo; che certe circonlocuzioni lunghe e intralciate non apportino se non a poco a poco in chi legge una luce rotta e dispersa la quale non può giugnere all’intelletto che languida e smorta: che quella idea la quale col suo proprio vocabolo si sarebbe affacciata pronta allo spirito, e tutta piena di natia robustezza, se vien corteggiata da una folla soverchia d’altre idee accessorie, le quali o poco o molto la nostra mente dalla principale distraggono, non potrà mal scuoterci vivamente, e dominare la volontà.

Non può negarsi che uno scrivere dilombato, e spesse, volte oscuro, non piacesse ai cinquecentisti; ma qualora senza parzialità si esamini le prose del Tasso, si vedrà chiaramente com’egli usò la destrezza di fuggire questo difetto.

Il principale ornamento delle sue prose è la nobiltà e varietà colla quale prende a illustrare, i suoi argomenti di materia morale; politica economica, poetica ed oratoria. Egli ha uno stile limpido e ornato ne’ dialoghi; splendido e dignitoso nelle orazioni; e se in quelli è talvolta minuto nello sviscerare il subbietto, è in queste grave e robusto nello sviluppare il suo tema.

Fu messo in questione da un celebre filosofo quale tra gli uomini sia il posto più confacevole ad un sottile ragionatore per conoscere il cuore umano. Fu detto che in solitudine nulla si vede; che in mezzo alla società si vede troppo; che ciascuno oggetto il quale desta una viva sensazione sopra il filosofo solitario, vien da lui minutamente considerato; quindi non potendo di scernere nè i vincoli, nè le relazioni che ha con altri oggetti, che sono fuori della sua portata, mai non lo vede nel suo vero punto di vista. L’uomo che trovasi in mezzo di una grande società vede il tutto, e non ha tempo di pensare a nulla. La quantità e volubilità degli oggetti, gli lascia bensì l’agio di adocchiarli tutti,  ma non di osservarli con attenzione; le continue sensazioni variate si cancellano l’une le altre reciprocamente; e non rimangono all’intelletto che idee confuse. Ma il Tasso fu da natura in più favorito, poichè trovossi nel tempo stesso solitario e cortigiano, e potè trattar gli uomini, quasi diremmo in gran confidenza, e meditare nel più tranquillo della sua stanza al pari di un cenobita. Ebbe dunque nel mondo il miglior posto per conoscere il cuore umano e se avesse tratto più dal suo spirito, che da gli insegnamenti altrui i pensieri; se più di sè stesso, che de’ suoi libri si fosse fidato, avrebbe per avventura fatto un corso di poetica e di morale da non temere il pareggio di quello che vantano alcune moderne nazioni. Ma perchè la sua anima si levava sopra sè stessa e il cuor si accendeva, e dava palpiti alla contemplazione de’ grandi esemplari greci e latini, egli credette di dovere alle sentenze loro intieramente attenersi; nè creo con bella audacia di spingersi oltre la meta da que’ sacri ingegni segnata. È questa la colpa del Tasso, se pur è colpa l’amore e la devozione verso quegli uomini che furon creduti divinità e l’aver di sè stesso un basso sentire. Ma cotesta verecondia soperchia è più dannosa alle scienze ed all’arti, dice saviamente Montaigne, che il nobile orgoglio. E senza questo come poteva il cancellier d’Inghilterra scrivere di metafisica e di morale dopo lo Stagirita?

Non dee inferirsi per questo che le opere filosofiche di Torquato vadan nude del tutto di cose sue, e non vaglian la pena che uno scienziato le legga; che anzi noi crediamo la lettera di queste possa venire utilissima a qualsivoglia più dotto uomo; perchè nell’opere degl’insigni ci ha sempre di belle cose e pregevoli, perchè ci fanno conoscere non solo la perspicacia del loro intelletto, ma pur il modo del pensare de’ tempi loro, il che grandemente giova per arricchire di sempre utili cognizioni la mente; ed in ultimo perchè le prose del Tasso racchiudono un intiero tesoro di scienza greca e latina.

A meglio provare l’asserzion nostra, vagliano alcuni saggi cavati qua e là che potrebbono acquistar lode anche a qualche filosofo di questo secolo. Nel dialogo della Clemenza ci ha questa comparazione tra la mansuetudine e l’equità colla clemenza. « La prima pare occupata nel moderar l’ira, la quale è passione interna degli animi nostri; la seconda è intenta a diminuire il rigore della legge scritta e delle pene, che sono cosa esteriore; laonde paiono più conformi nel modo che nella materia; ma la clemenza par quasi comporta di queste due, siccome quella che non par contenta di uno di questi due offici solamente, oltre ciò s’io ben considero, alla equità si appartiene aver riguardo alla intenzione del legislatore nelle cose, delle quali è scritta alcuna legge, non alle parole di quella, ma la clemenza ammollisce gli animi di coloro che hanno facoltà di punire, con qualche tenerezza di affetto.

Ne’ discorsi poetici vi sono bellissime cose; eccone un tratto preso dal discorso primo sopra il poema eroico, che dovrebbe piacere ad alcuni moderni.

« Deve l’argomento del poema epico essere tolto dall’istorie; ma l’istoria, o è di religione tenuta falsa da noi, o religione che vera crediamo, quale è oggi la Cristiana, e vera fu già l’Ebrea; nè giudico che le azioni de’ gentili ci porgano comodo soggetto, onde perfetto poema epico se ne formi, perchè in que’ tali poemi o voglia ricorrere talora alle deità, che da’ gentili erano adorate, o non vogliamo ricorrervi se non vi ricorriamo mai, viene a mancarvi il meraviglioso; se vi ricorriamo, resta, privo il poema in quella parte del verisimile. Poco dilettevole è veramente quel poema che non ha seco quelle maraviglie che tanto muovono non solo l’animo degli ignoranti, ma dei giudiziosi ancora, parlo di quelli anelli, di quegli scudi incantati, di que’ corsieri volanti, di quelle navi converse in ninfe, di quelle larve che fra combattenti si tramettono, e d’altre cose sì fatte, delle quali quasi di sapori deve giudizioso scrittore condire il suo poema; perchè con esse invita, ed alletta il gusto degli uomini volgari non solo senza fastidio, ma con soddisfazione ancora de’ più intendenti: ma non potendo questi miracoli esser operati da virtù naturale, è necessario che alla virtù soprannaturale ci rivolgiamo, e rivolgendoci alle deità de’ gentili, subito cessa il verisimile, perchè non può esser verisimile agli uomini nostri quello che è da lor tenuto non solo falso, ma impossibile; ma impossibil è, che dal potere di quelli idoli vani e senza oggetto che non sono e non furon mai, procedano cose che di tanto la natura e l’umanità trapassino. E quanto quel meraviglioso (se pur merita tal nome) che portan seco i Giovi e gli Apolli, e gli altri numi de’ gentili sia non solo lontano da ogni verisimile, ma freddo ed insipido, e di nessuna virtù, ciascuno di mediocre giudicio se ne potrà facilmente vedere, leggendo que’ poemi che sono fondati sovra la falsità dell’antica religione, diversissime sono, signor Scipione, queste due nature, il maraviglioso e il verisimile, e in guisa diverse, che sono quasi contrarie fra loro; nondimeno l’una e l’altra nel poema è necessaria, ma fa mestieri che arte di eccellente poeta sia quella che insieme le accoppi, il che sebben è stato finora fatto da molti, nessuno è (ch’io mi sappia) il quale insegni come si faccia; anzi alcuni uomini di somma dottrina veggendo la ripugnanza di queste due nature, hanno giudicato quella parte che è verisimile ne’ poemi non essere maraviglioso; nè quella ch’è maravigliosa, verisimile; ma che nondimeno essendo ambedue necessarie, si debba or seguire il verisimile, ora il maraviglioso di maniera che l’una all’altra non ceda, ma l’una dall’altra sia temperata. Io per me questa opinione non approvo, che parte alcuna non debba nel poema ritrovarsi che verisimile non sia, e la ragione che mi muove a così credere è tale. La poesia non è in sua natura altro che imitazione, e questo non si può richiamare in dubbio, e imitazione non può essere discompagnata dal verisimile, perocchè tanto significa imitare; quanto, far simile; non può dunque, parte alcuna di poesia essere separata dal verisimile, ed in somma il verisimile non è una di quelle condizioni richieste nella poesia a maggior sua bellezza ed ornamento, ma è propria ed intrinseca dell’essenza sua, ed in ogni sua parte sovra ogni altra cosa necessaria. Ma bench’io stringa il poeta epico ad un obbligo perpetuo di servare il verisimile, non però escludo da lui l’altra parte, cioè il maraviglioso, anzi giudico che un’azione medesima possa essere e maravigliosa e verisimile, e molti credo che sieno i modi di congiungere insieme queste qualità così discordanti, e rimettendo gli altri a quella parte, ove della testura della favola si tratterà, la quale è lor proprio luogo, dell’uno qui ricerca l’occasione che si favelli. Attribuisca il poeta alcune operazioni, che di gran lunga eccedono il poter degli uomini, a Dio, agli angioli suoi, a demoni, o a coloro a’ quali da Dio o da demoni è concessa questa podestà, quali sono i santi, i maghi e le fate. Queste opere se per se stesse saranno considerate, maravigliose parranno, anzi miracoli sono chiamati nel comune uso di parlare. Queste medesime se si avrà riguardo alla virtù ed alla potenza di chi l’ha operate, verisimili saranno giudicate, perchè avendo gli uomini nostri bevuta nelle fasce insieme col latte questa opinione, ed essendo poi in loro confermata dai maestri della Santa Fede, cioè, che Dio, ed i suoi ministri, e i demoni, e i maghi, permettendolo lui, possano far cose sopra le forze della natura maravigliose, e leggendo, e sentendo ogni dì ricordarne nuovi esempi, non parrà loro fuori del verisimile quello che credono non solo esser possibile, ma stimano spesse fiate essere avvenuto e poter di nuovo molte volte avvenire. Siccom’anco a quegli antichi che vivevano negli errori della lor vana religione non doveano parere impossibili que’ miracoli che de’ lor Dei favoleggiavano non solo i poeti, ma l’istorie talora; che seppur gli uomini scienziati impossibili (com’erano) li giudicavano, basta al poeta in questo come in molte altre cose la opinione della moltitudine, alla quale, molte volte lassando l’esatta verità delle cose, e suole e deve attenersi. Può esser dunque una medesima azione, e maravigliosa e verisimile; maravigliosa riguardandola in se stessa, e circonscritta dentro ai termini naturali, verisimile considerandola divisa da questi termini nella sua cagione la quale è una virtù soprannaturale, potente ed avezza ad operar simili meraviglie. Ma di questo modo di congiungere il verisimile col maraviglioso privi sono que’ poemi ne’ quali le deità de’ gentili sono introdotte, siccome all’incontro comodissimamente se ne possono valere que’ poeti che fondano la lor poesia sovra la nostra religione: questa sola ragione a mio giudicio conclude, che l’argomento dell’epico debba esser tratto da istoria non gentile, ma cristiana, od ebrea ».

Intorno all’uso delle parole così scrisse:

« Ci ha alcune cose che in sua natura non sono nè buone, nè ree, ma dipendendo dall’uso, buone e ree sono secondo che l’uso le determina. Tale è il vestire, che tanto è lodevole quanto dalla consuetudine viene accettato, tale è il parlare, e perciò fu convenevolmente risposto a colui, vivi come vissero gli uomini antichi, e parla come oggidì si ragiona. Di qui avviene che molte parole, che già scelte e pellegrine furono, or trite dalle bocche degli uomini, comuni, vili e popolaresche sono divenute. Molte all’incontro che prima, come barbare ed orride erano schivate, or come vaghe e cittadine si ricevono; molte ne invecchiano, molte ne muoiono e ne nascono, e ne nasceranno molte altre, come piace all’uso, che con pieno e libero arbitrio le governa; e questa mutazion delle voci fu con la comparazione delle foglie mirabilmente espressa da Orazio. » Dis. poetico 2.

In poche parole seppe racchiudere molto intorno agli obblighi di un buon poeta. « Il poeta dee dilettare, o perchè il diletto è il suo fine, o perchè è mezzo necessario ad indurre il giovamento; buon poeta non è colui, che non diletta; nè dilettar si può con que’ concetti che recano seco difficoltà, ed oscurità, poichè necessario è che l’uomo affatichi la mente intorno alla intelligenza di quelli, ed essendo la fatica contraria al diletto, ove fatica si trovi, ivi per alcun modo non può ritrovarsi diletto. » Lez. sopra un sonetto del Casa. Ei definisce la poesia : « Una imitazione delle cose umane a fine di ammaestramento, o a fine di giovar dilettando. Questo debb’essere il precipuo suo scopo .... la filosofia considera le cose in quanto buone, la poesia in quanto belle. Nella storia non vi può essere perfezion di caratteri, poich’essa rappresenta gli uomini quali sono. La poesia all’incontro gli dipinge quali dovrebbero essere, ed offre quindi il bello ideale nelle arti di pace e di guerra in tutto il suo compimento.

Ecco alcuni aforismi di scienza morale.

« La giustizia era nelle potenze dell’anima assai prima che si scrivesse la legge.

La sfrenata licenza popolare nella ingiustizia molta si assomiglia al tiranno.

Non si può dare veruna universale definizione della bellezza, che bene stia.

La bellezza, secondo Platone, è luce, o raggio della divinità che risplende negli enti. Ad essa non può ridursi nè la bellezza dell’uomo, che si definisce proporzione di membra convenevolmente con vaghezza di colori, e con grazia; nè la bellezza dell’orazione che si definisce virtù di persuadere con sentenze e con parole ornate, dilettando, movendo, insegnando.

La musica non fu trovata solamente per trattenimento dell’ozio, o per medicina, e quasi purgazione dell’animo, ma per ammaestramento ancora [61].

La bellezza, come splendore dal sole, è dal bene inseparabile, e tutto ciò che è bello è buono, e tutto ciò che è buono è bello.

Amore tanto è più nobile, quanto è governato dalla ragione, e subito nato muore se non è nodrito dalla speranza. »

Ma per non andare troppo in lungo, crediamo che bastar possa questo picciolissimo  saggio della rettitudine de’ pensamenti del nostro filosofo; il quale ha saputo scrivere, comechè l’ingegno avesse rivolto alla poesia, tante opere di morale, delle quali nomineremo le principali :

Tra i dialoghi sono da mettersi ne’ primi: Il Messaggero; Il Costantino, ovvero della clemenza; Il Manso, ovvero dell’amicizia; Il Forno, ovvero della nobiltà; Il Padre di famiglia; Il Rangone; Il Cataneo; Il Gonzaga, ovvero del piacere onesto; La Dignità; La Molza, ovvero dell’Amore; Il Minturno, ovvero della bellezza; Il Malpiglio, ovvero del fuggire la moltitudine, e La Cavalletta.

Belli, ma di minor merito sono i dialoghi: Delle Maschere; Il Cavaliere amante; I Bagni, ovvero della pietà; La Gelosia; Il Giuoco; Il Beltramo; Le Virtù; Il Ghirlinzone; Il Ficino, ovvero dell’arte.

Ha parecchi discorsi sopra La virtù eroica, La virtù femminile, L’ufficio del Siniscalco, Il Maritarsi, L’amore tra il padre e il figliuolo, Il giuramento falso, La Gelosia, Alcuni accidenti della sua vita, L’arte poetica, Plutarco, Il poema eroico, e L’arte sopra il poema eroico.

Leggiadrissime sono le orazioni In lode della casa de’ Medici, In morte di Luigi da Este, Nell’aprimento dell’Accademia Ferrarese, In morte della serenissima Barbara d’Austria, e In morte del Santino, ed oltre tutto questo abbiamo di lui Le lettere poetiche, la lettura delle quali è utilissima, Le lettere famigliari, una commedia Degli intrighi d’Amore, Le conclusioni amorose, Una lezione sopra un sonetto del Casa, Le considerazioni sopra le tre canzoni del Pigna) parecchie lettere le quali dir si potrebbono piuttosto dissertazioni che epistole, e le Apologie ch’egli fece Della Gerusalemme liberata. Queste opere compongono dodici grossi volumi in quarto nella edizione veneta, la quale per essere scorrettissima e senz’ordine, è caduta di pregio; nella edizione di Firenze mancano molte cose importanti, quindi può dirsi che l’Italia non ha per anco una bene ordinata e corretta edizione delle prose del Tasso.

Sono queste le cose che abbiamo raccolte della vita e dell’opere di questo sommo italiano, che venuto a morte in fresca età poteva dire siccome Cesare: abbastanza ho vissuto. Ma se come sublime poeta, e profondo filosofo, ed oratore eloquente egli è mirabile a’ dotti; come costumato uomo e gentile è caro ai buoni; quindi se veneriamo l’opere sue, dobbiamo amare le virtù del suo cuore. E possa, ricordevole del nostro affetto, l’onorato suo Spirito essere l’angelo inspiratore a’ giovani di generosi pensieri; a’ giovani che denno imparare da lui quanto sia bello un ingegno che non fu mai profanato, e seppe agli uomini rivelare con la parola quell’amore, quella speranza dell’ottimo e del perfetto che nel più segreto dell’anima vivrà sempre immortale; a’ giovani che onorando di lagrime e di desiderio la sua dolce memoria, apprenderanno da lui come le persone di lettere si debbono separare dal volgo con l’altezza dell’animo e degli scritti, ne’ quali ha poca forza la fortuna, e nessuna la potenza dei grandi.

Indice del Libro Primo

CAPO PRIMO. Proemio

CAPO II. Nascita di Torquato

CAPO III. Principio delle sventure di Torquato.

CAPO IV. Primi studi di Torquato.

CAPO V. Poema del Rinaldo.

CAPO VI. La Pasquinata.

CAPO VII. Il Tasso alla corte del cardinale Luigi da Este.

CAPO VIII. Il Tasso onorato della benevolenza delle principesse Estensi.

CAPO IX. La morte di Bernardo Tasso.

CAPO X. Il viaggio di Francia.

CAPO XI. L’Aminta.

CAPO XII. Principio delle insidie ordite al Tasso.

CAPO XIII. Traversie del Tasso in Ferrara.

CAPO XIV. Il Tasso a Sorrento .

CAPO XV. l Tasso di nuovo alla corte di Ferrara.

CAPO XVI. Accidente piacevole occorso al Tasso in Piemonte.

LIBRO SECONDO.

CAPO PRIMO. Il Tasso nello spedale di S. Anna in Ferrara.

CAPO II. Opinioni di alcuni letterati intorno all’imprigionamento del Tasso.

CAPO III. Canzone del Tasso scritta in S. Anna.

CAPO IV. Condizione del Tasso in S. Anna.

CAPO V. Prime edizioni della Gerusalemme liberata.

CAPO VI. Delle critiche scritte contro la Gerusalemme Liberata.

CAPO VII. Della principale prerogativa che hanno le ottave della Gerusalemme: e parallelo fra il Tasso e Virgilio.

CAPO VIII. Della scienza militare del Tasso.

CAPO IX. Della vita del Tasso in S. Anna.

CAPO X. Instanze fatte dal Tasso per essere liberato dalla prigionia.

CAPO XI. Il Folletto in S. Anna.

CAPO XII. La liberazione del Tasso dalla prigionia di S. Anna.

CAPO XIII. Il Tasso alla corte di Mantova.

CAPO XIV. Il Tasso a Roma.

CAPO XV. Delle poesie liriche del Tasso

CAPO XVI. Il Tasso nel monastero di Monte Oliveto

CAPO XVII. Ultimi viaggi e disastri del Tasso

CAPO XVIII. Il papa ordina che sia data al Tasso la corona di alloro nel Campidoglio

CAPO XIX. Il poema delle Sette Giornate.

CAPO XX. a morte del Tasso.

CAPO XXI. Ritratto del Tasso.

CAPO XXII. Delle prose del Tasso.

Note

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[1] schermo: così nel testo, ma è evidentemente "scherno". (ndr)

[2] Da questo tocco pare sia stato nemico della solitudine, ma si deve intender di quella che è forzata, e quindi induce l’animo alla mestizia, come è la presente in cui si ritrova, la quale piuttosto che solitudine hassi a chiamare agonia

[3] Il Muratori prende abbaglio: il Tasso, come mostreremo, era bellissimo!

[4] V. Opere del Tasso ediz. Veneta T. 10.

[5] La Vie du Tasse, Paris 1695.

[6] Storia della letteratura italiana T. 7 parte 3.

[7] Vedi l’opera intitolata dell’Uso e dei Pregi della lingua italiana, T. 2.

[8] V. Storia della letteratura T. 7 parte 3.

[9] Manso vita del Tasso.

[10] Histoire de la letterature italienne; articl. Tasse.

[11] Diamo la canzone (diversa in qualche punto) dell’edizione Quondam (ndr)

O magnanimo figlio

d’Alcide glorioso,

che ’l paterno valor ti lasci a tergo,

a te, che da l’esiglio

prima in nobil riposo

mi raccogliesti nel reale albergo,

a te rivolgo ed ergo

dal mio carcer profondo

il cor, la mente e gli occhi:

a te chino i ginocchi,

a te le guance sol di pianto inondo,

a te la lingua scioglio:

teco ed a te, ma non di te mi doglio.

Volgi gli occhi clementi

e vedrai, dove langue

vil volgo ed egro per pietà raccolto,

sotto tutti i dolenti

il tuo già servo, esangue

gemer pieno di morte orrida il volto,

fra mille pene avvolto,

con occhi foschi e cavi,

con membra immonde e brutte

e cadenti ed asciutte

de l’umor de la vita e stanche e gravi,

e ’nvidiar la vil sorte

de gli altri cui pietà vien che conforte.

Per me pietade è spenta

e cortesia smarrita,

se ’n te, signor, non nasce e non si trova:

lasso! qual me tormenta

nova schiera infinita

di mali! o che più mi diletta o giova?

Ah! congiurate a prova

in ciel le stelle e ’n terra

contra me son coloro

che s’ornan d’ostro e d’oro,

e contra il mio Parnaso ognun fa guerra;

ed io pietà pur chiesi

a mille, e te via più d’ogn’altro offesi.

Ma che? Giove s’offende,

ed offeso co’ voti

si placa, onde depon poi l’arme e l’ire;

ed io, perché l’orrende

saette tue, che scoti

sovra me mentre fiamma e sdegno spire,

far non potrò che gire

in più odiosa parte,

rendendo i numi amici

con voti e sacrifici,

e ’n te onorando or Giove, or Febo, or Marte,

ché tutte lor virtudi

nel tuo petto reale ed altre chiudi?

Ma non oso, signore,

stender la lingua audace

ne le tue lodi e dir gli scettri e l’arme,

ché forse indegno onore

a tuoi pregi di pace

e di guerra sarebbe il nostro carme;

ed io pavento e parme

che ’l mio cantar t’annoi:

onde, se ben del canto

forse m’appago e vanto,

temo, cigno infelice, i fulmin tuoi;

e sol pronte le penne

colà saran dove il tuo ciglio accenne.

Trova, canzon, il grande invitto duce

fra le due suore assiso,

ché ’l vedrai forse più clemente in viso.

[12] Allude al matrimonio di Alfonso con la principessa Gonzaga.

[13] Non possiamo assentire a quest’accusa; che anzi è dolcissimo quando descrive l’amore.

[14] Questo giudizio ci sembra alquanto esagerato.

[15] Lezioni di belle lettere, T. 3, Lez. 8.

[16] Lionardo non apparteneva alla casa grande de’ Salviati. Egli era povero a segno da non poter pagare il suo debito di 120 ducati allo Speroni. V. Opere dello Speroni tomo 5. Vile per indole naturale, il bisogno lo ha renduto vilissimo.

[17] Non già tutta l’accademia della Crusca, dice il Serassi, come si volea far credere, ma solo alcuni ebbero mano in queste controversie col Tasso; e ne adduce alcune prove. Pare si debba prestar fede a questo scrittore, giacchè non è de supporre che una intiera accademia potesse perdere il senno.

[18] opera di raffinazione (soprattutto della farina, dividendola dalla crusca, con lo staccio (tessuto di crine o seta o d’altro, fissato in mezzo a due cerchi di legno. (Petrocchi) Qui si intende l’opera di scelta dei brani poetici eliminando quello prosaici di un’opera letteraria. (ndr)

[19] Il Salviati, che per lo addietro aveva dato prove al Tasso di osservanza e di affetto, si levò la maschera e non pago di scrivergli contro, instigava ancora i colleghi suoi e gli amici, a carminar [19] bene il poema della Gerusalemme; ed ebbe l’intento che si bramava. Nè andaron fallite le aue speranze di arricchire, che il duca di Ferrara lo regalò, lo accolse nella sua corte. Vedi amore che aveva quel sig. duca pel nostro Tasso! Leggasi il Borsetti Ferrar. Gymn. Hist. p. a pag. 213.

[20] Storia della Letteratura T. 7 p. 3.

[21] Lettera a Domenico Diodati.

[22] Vedasi il discorso sopra la scienza militare del Tasso stampato a Torino.

[23] Melchior Guilandino: medico tedesco e professore di botanica nello Studio di Padova, medico esperto e rinomato. (ndr)

[24] antifato: contraddote: donazione dello sposo alla sposa come ricambio della dote nel caso di propria morte; restituzione della dote alla moglie nel caso di propria morte (la dote della moglie entrava a far parte delle proprietà del marito solo alla morte di lei). ndr

[25] Grande amico del Tasso, e letterato illustre di Bergamo.

[26] Tra i gentiluomini bergamaschi qnelli che più si adoperarono in suo favore sono i cavalieri Grumelli, Benaglio, Spino, Solza, ed i conti Giovanni Paolo di Calepio, e Giovanni Domenico Albano.

[27] Histoire de la Letterat Ital. de P. L. Ginguenè. Art. Tasse

[28] Egli aveva la figliuolanza dell’Ordine cassinense.

[29] pacchiamenti:da pacchiare, v. disusata: mangiare avidamente (soprattutto a sbafo, a spese di altri)

[30] Questo folletto era munito di chiavi false ed era esperto nell’arte di garabullare (ingarbugliare, ndr.) con destro artifizio.

[31] Non saprei dire se il Tasso si chiami frenetico per ironia, o piuttosto se le sue fiere disgrafie lo portassero a credere di essere divenuto anche pazzo.

[32] La vie du Tasse, prince des poètes italiens.

[33] I Secoli della letteratura italiana.

[34] Rassettò in questo tempo, e compì il poema del Floridante, lasciato da suo padre imperfetto, ne accorciò l’orditura, vi aggiunse venticinque stanze, e corresse e adornò il rimanente per bella guisa, indi lo stampò con questo titolo: Il Floridante di Bernardo Tasso, al serenissimo Guglielmo Gonzaga duca di Mantova.

[35] Vedi il dialogo intitolato Il Tasso, o della vanagloria.

[36] Ciò avvenne verso la fine di luglio del 1587, e pare che il Tasso abbia scelta questa stagione per fermarsi a Bergamo sin dopo la fiera, che è una delle più grandiose e brillanti d’Italia.

[37] Era il Lupi elegantissimo rimatore, e pubblicò in Milano le sue poesie delle quali il Crescimbeni ed il Calvi ne parlano con molta stima.

[38] Fu stampata in Bergamo nel 1587 por Comino Ventura; e questo tipografo debb’essere annoverato fra i più illustri di Italia, nè solo per la nitidezza de’ caratteri, e correzione delle sue edizioni; ma ancora per la scelta dalle opere che prese a pubblicare tutte lodevolissime.

[39] Molto contrastante con quel che ha scritto alla fine del prec. capitolo (partì addanaiato): queste contraddizioni (riscontrabili anche in altre parti del testo) qualche ombra sul racconto in generale (ndr).

[40] È questo un pensiero di Beniamino di Constant, che cade bene a proposito in questo luogo. Veggasi il Raccoglitore, quaderno decimo.

[41] Intende la città di Bergamo.

[42] Batteux, principii della Letterat. part II.

[43] Vedi Encyclopédie art. lyrique.

[44] Veggasi la dissertazione sul Carme dei sepolcri scritta da Girolamo Federico Borgno.

[45] Gli antichi Bardi della Scozia avevano nella loro Poetica, che tre qualità richieggonsi ne’ vati: grande ingegno donato dalla natura, fino giudizio che dà l’esperienza, e fuoco che viene dal cuore: e che lo scopo della poesia è d’arricchir l’intelletto, di purificare il cuore , e di sublimar l’anima. Vedi gli Atti della Società patriottica dell’alta Scozia.

[46] Vedi le Note da lui poste alla Perfetta Poesia del Muratori.

[47] Della Perfetta Poesia libro 4.

[48] Loda una vaga montagnetta e la canzone è diretta alla contessa Bianca Borromeo Savonarola.

[49] Il principio di questa canzone, è ben leggiadro, e questa vaghezza campeggia in tutte tre le prime stanze, nell’ultima, cresce lo splendore per la magnifica similitudine, e favoletta introdotta. Nella quarta poi mi diletta la novità e franchezza di quell’immagine che ci fa vedere Amore armato saettar Plutone insino al centro. Nè alla quarta cede in bellezza la seguente; può eziandio nelle ultime due stanze osservarsi grande artifizio, ornamento, e gentilezza, per poscia conchiudere che questa composizione nel suo genere può riporsi fra le eccellenti cose che abbia la lirica nostra. Così il Muratori.

[50] Dall’eruditissimo prof. D. Vincenzo Mocchetti, cultor gentile de’ begli studi ed amantissimo delle opere del Tasso, mi fu regalato questo sonetto, che è secondo la vera lezione; poichè nella edizione veneta e in tutte l’altre da me vedute, si legge sconciato.

[51] Annotazioni alla Perfetta Poesia del Muratori.

[52] Ricerche intorno lo Stile.

[53] Osservazioni sulla Iliade di Omero Volume 6.

[54] Era questo, lo spedale de’ bergamaschi nel quale il Tasso aveva il diritto di soggiornare finchè era infermo. Uno de’ fondatori di quel pio luogo fu il canonico Giovanni Jacopo Tasso cugino di suo padre.

[55] Vedi Lettres d’un Voyageur Anglois.

[56] Pochi amici ebbe il Tasso, trattone il Costantini e il Grillo ai quali si trovasse egualmente obbligato che a Statilio Paolini da Osimo. Perciocchè questi fu forse l’unico che si ricordasse di lui nella sua prospera fortuna, vale a dire nella esaltazione di Clemente VIII di cui esso era segretario. Egli non solo rammentò subito al pontefice la persona, e le miserabili vicende di quest’uomo che onorava il suo secolo; ma fece opera eziandio perchè fosse ricevuto molto onorevolmente in casa de’ nipoti di Sua Santità, da’ quali fu sempre amato e favorito sino alla morte. Era il Paolini persona molto letterata; ma soprattutto di ottimo cuore. Così il Serassi.

[57] V. intorno al cardinal Cintio le Notizie Genealogiche Storiche ecc. dell’ab. Angelo Personeni.

[58] Veggasi la Dissertazione critica sopra la Iliade d’Omero dell’ab. Terrasson, dove si sostiene che la Gerusalemme liberata è superiore all’Iliade; da questo profondo scrittore ha preso, il Voltaire parecchi giudizi che mise intorno al Tasso nel suo Saggio sopra la Poesia Epica.

[59] Il Serassi ci assicura che poco prima che incomiciassero le sue sventure aveva il Tasso risoluto di ripararsi presso il Santo cardinale Carlo Borromeo, e in quella scuola di dottrina e di perfezione fare acquisto delle cristiana virtù, come apparisce da due sonetti composti in onore di questo gran cardinale: ma venute le sue disgrazie, e poscia la prigionia non fu poi in tempo da soddisfare al suo desiderio. La pietà di lui viene encomiata anche da Lelio Pellegrino nella sua orazione In morte del Tasso egli era dice : Assiduus in precando, maxime erga Deiparam virginem, cui rosarium pluries in die peculiaresque preces summa religione recitabat.

[60] Veggasi il Corniani nel succoso giudizio del Tasso.

[61] È da bramarsi che il dotto signor professore Giuseppe Colombo metta in luce presto i suoi nuovi pensieri sopra quest’arte, perchè dal suo ingegno dobbiamo aspettarci le belle cose.