Giovanni Zuccalà

Della vita di Torquato Tasso

1819

Edizione di riferimento:

Della vita di Torquato Tasso, Libri due, Del professore Giovanni Zuccalà, Milano, 1819. Dalla tipografia di commercio al Bocchetto N.° 3137. La presente Opera è posta sotto la tutela delle Leggi

All’ Illustrissimo Signor Conte

Don Vitaliano Borromeo

Ciambellano di S. M. I. R. A. ECC. ECC. ECC.

Giovanni Zuccalà.

Nel porre in luce questa mia vita del Tasso m’è il desiderio venuto d’indirizzarla a tal personaggio, che la potesse accogliere con gentil gradimento, siccome prova della mia servitù; e tostamente mi avvidi essere Voi, Prestantissimo Signor Conte, quegli al quale io doveva l’opera mia dedicare. Voi mi avete dato conforto a questo lavoro, Voi siete uso, per atto di cortesia, a leggere ogni mia cosa per maniera amorevole; Voi mi onorate di tutta la Vostra benevolenza; nè a Voi debb’essere uscito di mente, com’io Vi apprezzi, quanto sottile ingegno, ed elevato animo, e bella e varia dottrina richieggono venerazione ed affetto. Dunque a Voi più che ad altri per me si deve questo libro offerire; nè ciò Vi può tornare increscevole, se il libro V’è presentato da chi è tutto Vostro.

Confesso, ch’egli non merita di portare in fronte il nome sì chiaro, quale è quello de’ Borromei, che suona glorioso per tutta Europa; ed io mi sarei tenuto d’intitolarvelo per temenza di comparir troppo audace, ma l’affezione che Voi posta mi avete m’ha incoraggiato; sicuro che il suo difetto adempirete di Vostra grazia.

Vogliatemi sempre, Illustrissimo Signor Conte, il prezioso favore dell’amor Vostro continuare; cosa che a Voi non può essere di molto peso; perchè sapete dimenticare le insigni prerogative che Vi diede il casato, per far tesoro di quelle virtù gentili, le quali, siccome nobilissime vennero in ogni età reputate, Vi fanno veramente illustre.

LIBRO PRIMO.

CAPO PRIMO.

Proemio.

Non vi ha persona, che affatto digiuna non sia di lettere, la quale al sentir nominare Torquato Tasso non gli dia subitamente l’aggiunto di sventurato; ma pochi, al parer mio, conoscono addentro l’intiero tessuto di quelle amare vicende che l’hanno condotto innanzi tempo alla morte. Il chiarissimo signor abate Serassi ha scritto la vita dell’epico nostro; ma siccome, quel valentuomo ha voluto aggruppare nell’opera sua una gran parte della storia letteraria del cinquecento, e continui elogi a cardinali, a principi, a letterati; così, a giudizio di coloro che sanno, la si può piuttosto tenere in conto d’una preziosa raccolta di erudizioni bellissime, anzichè d’una semplice Istoria del Tasso. Altro sentiero io ho voluto seguire nel mio dettato: perchè ritraendo dal mio illustre concittadino il Serassi, e da altri ancora le più importanti notizie, ho dato poi quella forma e quel lume al mio lavoro che m’è paruto il più acconcio per dilettare insieme e instruire. Ed ho eletto di prendere a scrivere la storia delle vicenda del Tasso, perchè pochi letterati ed artisti, se mai non mi appongo, meritarono come il Tasso che della loro privato vita si tenesse cara memoria. Questo grand’uomo virtuoso come i cavalieri che celebra ne’ suoi poemi, e perseguitato continuamente dai dotti; sprovveduto molte volte del bisognevole, anche in mezzo alle sfoggiate ricchezze de’ suoi protettori; sempre errante ed angosciato da guai che l’hanno fatto impazzare, mentre gli ridevano intorno, le belle onorificenze che da famosi prìncipi gli erano largheggiate; combattuto da un lungo amore infelice che a lui, bello e giovane e d’alto ingegno recò nell’anima tali ferite da non trovar quella pace, che andò sospirando sino all’estremo della sua vita; e, finalmente venuto a morte la vigilia del suo trionfo è un esempio sublime, di tutti gli onori, e di tutte le traversie, cui possa uomo di peregrino, intelletto peravventura arrivare. Ci ebbero, ed eziandio molti letterati e poeti pari a lui per vivezza d’immaginazione, per vigorìa d’ingegno per dottrina profonda; pochissimi, io credo, eguali a lui pei sostenuti disastri, per gentilezza di cuore, per ingenua bontà. E la incorrotta sua mente apparve in ogni azione; ond’è, che se gli dobbiamo le lodi di altissimo poeta e filosofo, non gli possiamo negare commendazione di candidi e puri e soavi costumi; siccome quegli che non solo nelle lettere, e nelle arti, ma ancora nella bontà ha mai sempre studiato. Netto d’invidia, anzi liberale coi letterati di schiette lodi, tenero delle amicizie sincere, ufficioso e piacevole con chicchessia, era amato dai buoni, era da’ grandi desiderato, sebbene sull’arrogante ozio, in che sogliono i doviziosi poltrire, dicesse loro come sentiva. Che più? portato da natura alla melanconia, seppe infingere spesso ilarità sollazzevole; pieno di ardenti spiriti, e voglioso oltremodo di tener vita libera, infrenò il più delle volte, anche a danno degli studi suoi prediletti, l’animo focoso e libero: e s’impiccolì coi piccoli uomini, che di frequente lo circondarono per ritrarre dalla sua compagnia qualche favilla di gloria, pago abbastanza di rallegrare con generosi pensieri nel silenzio della sua stanza il divino intelletto.

Ho toccato queste poche cose per delineare quasi in contorno le fattezze di lui, e fare accorto il lettore ch’io m’intendo in questo scritto di far tesoro di quelle virtù morali che abbellirono il cuore del mio Torquato; perchè i pregi dell’animo, in qualsivoglia uomo si trovino, riescono sempre cari; ma se in tale d’insigne merito brillano, fanno di sè mostra sì nobile, che, al dire di Marco Tullio, attraggon gli sguardi della nazione, e rendono in terra lai più bella testimonianza della provvidenza di quella Mente che le umane cose governa.

Io dovrò sempre, checchè ne dica ciascuno rallegrarmi con me stesso di avere logorato molte ore di questa mia giovinezza nello scrivere la storia del Tasso, perchè ho secondato intieramente il mio cuore.

CAPO II.

Nascita di Torquato.

Ebbe Torquato Tasso illustre il natale, perchè da famiglia venuto di antichissima gentilezza, la quale nobilmente fioriva sino dall’anno 1290; e quando ho detto ch’essa da vari monarchi, tra’ quali meritano distinzione gl’imperatori Federico III e Massimiliano I, ottenne titoli feudali, abbazie, generalati, stipendi e onori di ogni maniera, mi pare di avere in poco raccolto assai. Bergamo, che di belli e svegliati ingegni non sofferse inopia in alcun tempo, fu la vera sua patria; e di Bernardo Tasso poeta non dozzinale, nelle greche e latine lettere eruditissimo, e di Porzia De’ Rossi insigne dama di Napoli, per l’avvenenza ed ogni più squisita grazia lodata, nacque Torquato in Sorrento agli 11 di Marzo l’anno 1544. La grande questione s’egli debbasi reputare napoletano o bergamasco si riduce, giustamente scrive, il cav. Tiraboschi, a questo; se chi per mero accidente nasce fuor della patria debba riconoscer per patria l’antica ed usata stanza della sua famiglia, o quella ove per caso ha veduto il giorno. Se il Petrarca fu d’Arezzo, se l’Ariosto fu reggiano, se il Flaminio fu di Serravalle, noi confesseremo che il Tasso fu di Sorrento: ma se il primo, benchè nato in Arezzo, da tutti dicesi fiorentino, se da tutti dicesi ferrarese il secondo, benchè nato in Reggio, ed imolese il terzo, sebben nato in Serravalle; io non veggo per qual ragione non si debba dir bergamasco il Tasso, benchè nato in Sorrento. La fama, osserva il Serassi, in cui salì questo sovrano poeta, fece sì che varie illustri città, come si legge d’Omero, siensi conteso l’onore d’essergli patria. Sorrento a cagione della nascita, Napoli per la madre e per l’educazione, Ferrara per la dimora fattavi oltre a ventanni, e Bergamo per la famiglia e per l’origine paterna. Egli però non riconobbe mai altra città per sua vera e legittima patria se non quest’ ultima, e se chiamò talvolta con questo nome anche le città di Napoli e di Sorrento, sì il fece sempre con qualche riserva e in maniera ch’e’ dava a conoscere di donare al nascimento e all’affezione materna ciò che per diritto si doveva soltanto al luogo donde fu il padre e tutti gli avoli suoi.

Che il Tasso abbia riconosciuta per sua vera patria la città di Bergamo, lo si può conoscere facilmente dagli stessi scritti di lui, tra’ quali bastare potrebbe per tutti questo tratto di lettera indiritta ad Angelo Grillo suo amicissimo: Il desiderio delle vostre lettere cresce in me di pari con quello della libertà; e non mi pare ancora di esser libero, bench’io sia in Bergamo mia patria molto accarezzato. In altra scritta a Vincenzo Reggio cancelliere del duca di Mantova: Frattanto mi trattengo in Bergamo mia patria, ove ho pasciuto il digiuno, d’un lunghissimo desiderio di riveder gli amici e i parenti; nè poteva in altro modo meglio conoscere quanta sia la carità della patria, e quanta la tenerezza del suo onore. Veggansi queste lettere nelle opere del Tasso tomo IX. Parmi dunque poter asserire, che Sorrento, ove respirò le prime aure di vita, perchè colà ritrovavasi a caso suo padre, non possa a buon diritto togliere a Bergamo il sommo vanto, di annoverare tra’ suoi il primo epico dell’Italia.

Parecchi favoleggiarono a loro diletto intorno l’infanzia del nostro Torquato; e il vollero, sebben ancor piccinino, grave al pari di Platone, e pieno di garbo e sottile accorgimento come un Goffredo: ma queste, le sono baie davvero; chè, bamboletto, io penso, sarà egli stato siccome gli altri, bambini, nè mi piace in questo il dar retta ai posati scrittori della sua vita. Il pazzo prurito di voler mettere in cielo sin dalle prime, il proprio eroe fece dire, e fa dire anco a dì nostri ad alcuni biografi di buona pasta, molti errori massicci che tolgono fede al vero. Tutt’al più io voglio prestar credenza al marchese della Villa in questo, che il piccolo Torquato perchè aveva sortito da natura buon’indole, e nobilissimo ingegno, avrà mostrato sino dalla età sua tenerella uno speciale amore allo studio de’ più graziosi costumi, e abilità nello apprendere gli elementi delle gramatiche maggior degli anni: e se il dotto Serassi lasciò scritto che di soli dieci mesi articolava le parole, ed esprimeva con meraviglia altrui i sentimenti del proprio animo, senza mancare di quella venerazione che gli dobbiamo profonda, confesserò schiettamente che non mi dà il cuore di bere questa notizia. Bensì mi è forza il credere affatto che l’infelice bambino cominciasse dall’alba de’ giorni suoi a provare i colpi della contraria fortuna che non cessò dall’opprimerlo e bersagliarlo sino alla tomba. E furono le disgrazie le quali il suo cuore, per natura ben fatto, hanno renduto sì tenero e sensitivo; onde a lui non fu cosa difficile l’esprimere i più segreti sensi dell’anima in rime tanto soavi. Non ci voleva che un Tasso (mi sia dato in grazia l’addurre una prova di questa mia opinione) non ci voleva, che un Tasso a dipingere con sì cara evidenza la misera Erminia errante alla Campagna, e ridotta a solitaria parte, circondala da que’ profondi silenzi che piacciono sì vivamente a chi ama assai. Sale ella l’alto della valle, e scopre le lontane terre, dove soggiorna colui per cui le batte il seno: questa descrizione è un accordo dolcissimo d’armoniosi pensieri:

Era la notte, e ’l suo stellato velo

chiaro spiegava e senza nube alcuna,

e già spargea rai luminosi e gelo

di vive perle la sorgente luna.

L’innamorata donna iva co ’l cielo

le sue fiamme sfogando ad una ad una,

e secretari del suo amore antico

fea i muti campi e quel silenzio amico.

Poi rimirando il campo ella dicea:

– O belle a gli occhi miei tende latine!

Aura spira da voi che mi ricrea

e mi conforta pur che m’avicine;

così a mia vita combattuta e rea

qualche onesto riposo il Ciel destine,

come in voi solo il cerco, e solo parmi

che trovar pace io possa in mezzo a l’armi.

Raccogliete me dunque, e in voi si trove

quella pietà che mi promise Amore

e ch’io già vidi, prigioniera altrove,

nel mansueto mio dolce signore.

Nè già desio di racquistar mi move

co ’l favor vostro il mio regale onore;

quando ciò non avenga, assai felice

io mi terrò, se ’n voi servir mi lice. –

Concludiamo perciò col Boccaccio (Vedi Lettera sopra l’esilio) che le sventure sono esercitatrici delle virtù sensitive, e destatrici dei nostri ingegni; laddove le ricchezze e le prosperità, e quelle e questi addormentano, ed in tenebre riducono la chiarezza dell’intelletto. Mi si opporrà forse che il Tasso ebbe ancora di liete avventure: è vero, ma furono poche, e d’assai corta durata; il perchè anco allora che cantò eventi piacevoli lasciò sfuggire qualche verso spirante melanconia; che il suo cuore fu come una lira alla quale mancavano, alcune corde, e sulla quale fu astretto temprare gli accenti dell’allegrezza, sopra il tuono medesimo consacrato ai sospiri.

CAPO III.

Principio delle sventure di Torquato

Bernardo Tasso che era segretario del principe Sanseverino di Salerno, dal quale era amato teneramente, dovette abbandonare la moglie e i due figliuoletti, Torquato e Cornelia per seguitare il principe suo signore, il quale, avendo cozzato con D. Pietro di Toledo vicerè di Napoli (protettore ardentissimo della sacra inquisizione) ebbe a rompersi il capo ed a cercar protezione dall’imperator Carlo V., cugino di lui. Per la qual cosa fidò il carico della educazione del figliuolo a certo D. Giovanni d’Angeluzzo che, era un uomo di senno. Nè qui restò la fortuna dal balestrarlo. Il principe di Salerno disgustato di Carlo V., che non lo fiancheggiava com’era suo desiderio, e oltraggiato dal Toledo colle più aspre, e riluttanti maniere, accapezzò alla meglio le sue faccende domestiche, e abbandonando la patria, si dichiarò apertamente per lo re Enrico di Francia. Questa nuova destò nel popolo napoletano che levossi a rumore, e nella nobiltà che si vedeva oppressa dal vicerè, un grande rammarico. Il Toledo provò contentezza vedendo sfrattare dal regno il Sanseverino, al quale avea posto addosso un odio mortale: e perfidiando nella sua opinione di dover favorire l’inquisizione, abbassava intanto l’orgoglio dei nobili, ed aggiustava vie meglio le sue sforzate macchinazioni. Nè di ciò andò pago, che bandì subito un editto, col quale dichiarava ribelle dello stato il principe di Salerno, quindi spogliato de’ suoi diritti feudali, ed incorso nella pena di morte; e siccome dannava alla stessa pena chiunque fosse stato complice, o fautore di una tanto per lui vituperevole ribellione; così Bernardo fu colpito dal fulmine, come che innocente egli fosse. E avrebbe potuto al danno suo rimediare, e ben di leggeri, se a favor del Toledo avesse preso partito: ma egli non volle. Per ventidue anni servì al principe, mentre questi fioriva tra i primi del regno, e l’onorava l’amore della Maestà Cesarea: dal suo signore aveva ricevuto beneficenze di ogni modo; non gli patì dunque il cuore, di abbandonarlo nelle sue dolorose sciagure, e romper fede all’onore nel momento più periglioso. Esempio di fedeltà e di costanza egli è questo assai raro a trovarsi in chi è caduto dalla grandezza nell’avvilimento. La fedeltà che alcuni mostrano a’ loro signori ed amici, non è molte volte che uno scaltro ritrovamento del raffinato amor proprio per ottenere la confidenza di chi torna lor bene, e meritar voce di persone fidate, e così poi essere a parte de’ più gelosi segreti, e delle importanti deliberazioni altrui. Cessato l’utile, cessa la fedeltà.

Accanito il Toledo contra il Sanseverino, che stava a fidanza presso Enrico di Francia, incolse nella condanna come ribello, anche Bernardo Tasso; perciò gli furono recati al fisco i suoi averi, ed egli si trovò all’ultimo nell’indigenza. Quello però che più rattristava il suo cuore, era lo scorgere la famigliuola, per cagion sua, condotta sì a male, e data in balìa all’indiscreto rigor dei parenti, i quali sogliono non rade volte insolentire barbaramente alle disgrazie, col darsi l’aria orgogliosa di essere necessario sostentamento dei loro attenenti da costernazione spossati. Dalla Francia, ov’egli tenea dimora insieme al principe Sanseverino, scriveva di tenerissime lettere alla male avventurata sua Porzia; e da lei frequentemente contezza aveva de’ rapidi avanzamenti negli studi grammaticali del loro Torquato, il quale, tocco appena il settimo anno, fu dato educare, a’ padri della compagnia di Gesù. Ma la povera dama fallita per la colorata pietà de’ fratelli, era caduta all’estremo della disperazione; dappoichè, oltre il venire trattata con mille crude stranezze da’ propri parenti, non potè mai indurli nè a darle il capitale delle sue doti, nè ad assegnarle che le era dovuto. La misera non ritrovava chi le facesse giustizia; era di male occhio guardata, e tutto giorno invilita perchè moglie ad un esiliato. Dava pascolo al suo dolore scrivendo al marito lettere tutte mestizia; ma che fare poteva egli? Piangere, alle sciagure di lei, addolorare, e di continuo far voti, al cielo, onde una volta cessare la luttuosa ventura. Tutto era vano: si può trovare delle forze nel proprio animo contro una personale disgrazia; ma una disgrazia, della quale si è involontaria cagione, una disgrazia che viene a colpire una innocente vittima da noi amata, è insopportabile affatto, e non puossi trovare che una qualche soddisfazione nella stessa pienezza dell’acerbo dolore.

Ecco di qual maniera scrive il Tasso ad Americo Sanseverino per muoverlo ad impetrargli la grazia dal signor principe di provvedere alla indigenza della moglie e de’ figliuoletti. « Signor mio gentilissimo, da un canto mi sforza l’affezione ch’io porto al mio padrone, della quale non fu maggiore in servidor giammai: dall’altro quella ch’io porto a mia moglie e a’ miei figliuoli, il mio onore, il pericolo della vita loro, e della mia, che dipende dalla loro; di sorte che, conoscendo il poco servigio ch’io faccio qui al signor principe, non per mio difetto, ma per difetto della qualità de’ tempi, e delle cose, ogni ragione mi persuade ad andar a vivere in parte con mia moglie e co’ miei figliuoli, dove io possa partire ogni bene, e ogni male, che mi darà la mia misera, o felice fortuna, con esso loro; altrimenti mancherei al mio debito, offenderei Dio, e sarei dal mondo riputato per persona di poco onore .... Io ho dunque deliberato, con buona grazia di Sua Eccellenza e favor vostro, di andare a star a Roma, e facendola venir lì, di procurarmi qualche appoggio, o qualche trattenimento il più onorato che si potrà: Voi vedete la mia estrema necessità e la giustissima causa che mi move; fate quell’ufficio che in questo caso si conviene a voi, ed io merito. » Io credo che anche il vedersi lontano dal sole paterno gli fosse di estremo cordoglio, e ch’ei non avesse abbastanza di coraggio per tollerare le pene che accompagnan l’esilio, e in fatti appena un infelice è discacciato da’ suoi focolari, viene perseguitato anche da coloro che nol dovrebbono; e l’ingiustizia particolare da cui è colpito, diviene, spesso una generale ingiustizia. Egli non trova, come il peregrino dell’aria, l’ospitalità sulla via: egli batte, e non gli è aperto: egli non ha per riposare le affaticate sue ossa che un albero, o il termine solitario che denota il confine di due eredità. Mette egli piede nel paese straniero? è guardato come persona sospetta, è sfuggito, è abbandonato da tutti; è lui felice davvero se trova un cuore che pianga alle sue lacrime, e con lui divida il tozzo di pane. Il sig. Americo con tanta premura si adoperò, che gli ottenne la desiderata licenza, ed in aggiunta un assegnamento di trecento scudi d’oro annui; e a’ primi di febbraio del 1554 dopo un disastroso viaggiare, giunse a Roma; Dal magnanimo cardinale Ippolito II da Este ebbe gentile accoglienza; ma non potè arrivare, comechè tentasse ogni via, a far compiuto il suo desiderio, di unirsi cioè alla sua cara famiglia. I fratelli di Porzia, ai quali incresceva il pagare la dote ed i frutti da sì gran tempo maturi, non vollero nè far la debita assicurazione della dote, nè permettere ch’ella partisse alla volta di Roma. Non è difficile l’immaginare quanto si accorasse per questa nuova soperchieria la sventurata, la quale da questo punto cadde da ogni speranza; e per mitigare in qualche guisa la crudezza del suo destino tanto s’industriò, che dalle monache di S. Festo fu ricevuta con la figliuola nel lor monistero, di che Bernardo dovette godere, vedendola almeno sottratta alla inumana fierezza dei caparbi fratelli. Il piccolo Torquato in compagnia del suo don Giovanni amorosissimo aio, fu dal padre chiamato a Roma; nè egli è mestieri il dire quante lacrime e quanti sospiri costasse alla povera madre la partenza del figliuoletto, unico suo conforto adorato fra le amarezze dei giorni suoi.

Già concepiva Bernardo Tasso le belle speranze; perchè onorato da illustri signori che addavano a gara nel colmarlo di cortesie; già li suoi affari domestici parea prendessero buona piega, quando ai 13 di febbraio dell’anno 1556 gli arrivò alla impensata la nuova che Porzia era morta.

Ella soggiacque sotto il peso troppo enorme delle ambasce nel più bel fiore degli anni: chè vi sono certe disavventure alle quali l’uomo non può sopravvivere; e tale io credo fosse quella di Porzia, la quale trovandosi derelitta, sconfortata e lontana dal suo sposo, che vedea, fatto giuoco della fortuna, e rinchiusa in una cella monastica colle grazie dell’avvenenza e col dolore nell’anima, cessò di vivere, lasciando nei cuori gentili per sempre la compassione delle sue sventure, retaggio prezioso che si debbon dividere gl’infortunati, a’ quali non resta altro ricreamento, che di amar la virtù, e di tergere il pianto agli afflitti che debbono essere i loro amici.

CAPO IV.

Primi studi di Torquato.

S’è vero che a’ virtuosi animi da fiere avversità combattuti sogliono sgorgar dal cuore sentimenti dilicatissimi che inducono altrui ad una soave mestizia, non sarà certamente discaro a molti ch’io trascriva una lettera di Bernardo Tasso mandata ad Americo Sanseverino, famigliarissimo suo intorno la improvvisa morte di Porzia: « La fortuna non contenta delle mie infelicità, per farmi compitamente misero, ha tolta la vita a quella infelice giovane di mia moglie, per uccider con questa morte tutte le contentezze, il sostegno di questi sventurati figliuoli, la speranza che mi restava del riposo di questa mia sconsolata vecchiezza. Piango la morte di quella sventurata giovane, la quale io amava più che la vita mia, ma non tanto, quanto essa meritava: piango la cagione della morte sua che son io; perchè non doveva per una vana ambizione d’onore, e per l’affezione che portava al principe abbandonar lei, gli sfortunati figliuoli e il governo della casa mia: e tanto maggiormente sapendo ch’io la lasciava da ogni consiglio, da ogni favore, da ogni aiuto umano abbandonata; in arbitrio solo della mia nemica fortuna; in mano non de’ fratelli, ma di nemici capitali. Ma Iddio ha voluto dar le pene a lei de’ miei peccati, e con la sua morte tormentar tutto il resto della vita mia, che per maggior mia pena sarà forse più lunga ch’io non vorrei. Piango la qualità della morte, la quale per quanto posso conietturare è stata violenta, o di soverchio dolore, o di veleno, essendo morta in ventiquattro ore: piango la figliuola, per sua sciagura rimasta viva, abbandonata d’ogni soccorso umano, giovane d’anni; senza alcun consiglio, in mano de’ suoi nemici; alla speranza sola del misero padre lontano, vecchio e in disgrazia della fortuna... Se le mie disgrazie non trovano compassione in chi la deve avere, e in un certo modo è cagione di tutte queste mie calamità, io dirò, che non è nè pietà, nè gratitudine in uomo del mondo. Vedete, signor mio, in che stato io mi trovo; e se la mia necessità e disperazione non ha presto rimedio, non so quello che sarà di me. Io prego Dio, che a me dia pazienza, e a chi deve, pensiero di provvedere alle mie sciagure ......»

Per quanto abbia egli tentato onde aver seco Cornelia, non venne mai a capo del voler suo; che i fratelli di Porzia la vollero a Napoli; anzi non paghi appieno di questa loro crudeltà, mossero lite infame per escludere Torquato dall’ereditaggio materno, allegando, che per essere andato a Roma presso il padre, era caduto egli pure nella pena di ribellione. Per mandare a vôto sì nere ribalderie non trascurò Bernardo di procacciarsi la protezione di alcuni grandi di Napoli, pur gittò a male ogni cura: nè solamente non potè riaver la figliuola, la quale, perchè assomigliava alla madre, era di bellissime forme; che eziandio fu voluta sposare, contro ogni sua voglia, con tale che andava a genio agli zii, quasi per giugnere villanamente novello insulto alla nequizia loro. Così camminano di frequente le cose, quando comincia l’avversità a tribolarci, ond’è ch’egli è d’uopo portare allora coraggiosamente il duro peso di che siamo gravati; e finchè il patire ci è insopportabile, e procacciamo di fuggirla, tanto più si fa grande, e in ogni luogo, per pianto andiamo avvisati, ci sta alle spalle quell’infortunio che noi cerchiamo cansare. Quindi Catone non andò lunge dal vero quando disse, essere la massima delle virtù la pazienza nei disastri più amari.

Maritata Cornelia a senno degli zii, Torquato fu poi costretto litigare insino che visse per avere l’eredità materna, della quale, pochi mesi prima della sua morte, mercè l’aggiustamento conchiuso col principe di Avellino, ebbe un cinquecento scudi. Tutto che afflitto, di forte animo attendeva in Roma agli studi delle umane lettere, quando scoppiò la guerra tra il pontefice Paolo IV, e Filippo II; per lo che Bernardo stimò bene di mandare a Bergamo il figliuolo in compagnia del valentissimo don Giovanni d’Angeluzzo; ed egli impedito dalle strettezze dimestiche, se ne andò a Ravenna presso Guidubaldo II duca di Urbino. Compiuto aveva allora Torquato li dodici anni; era un bello e grazioso giovinetto, di ogni dolce costume adorno, e più che alla poca età sua si addicesse, dotto in greco e in latino. La cavaleressa de’ Tassi lo accolse nel suo palagio, posto nella parrocchia di sant’ Alessandro della Croce; nè vi fu specie di amorevoli piacevolezze che a lui non fosse da tutta quella illustre famiglia largamente usata; a non dire di donna Affra sua zia, monaca in santa Grata, che lo amava di un affetto vivissimo, veggendo nell’amabil nipote così rara copia di grazie e di letterarie erudizioni in una età in che gl’ingegni sogliono appena lodarsi per le speranze. Non arrestò in patria il corso degli studi, che anzi, come afferma Paolo Beni, di latine e greche lettere vi fu altamente ammaestrato; il che viene pure asserito da Lelio Pellegrini, la cui testimonianza è di gran peso, perchè questa notizia comunicata gli venne dal celebre Maurizio Cataneo di Bergamo che fu maestro del Tasso in Roma.

Bernardo intanto non potendo comparire con gli altri cavalieri, com’era usato, divenia ogni giorno a tanta tristizia, che per poco si volea disperare. Il duca d’Urbino gittato dattorno il fasto della sua grandezza, adoperava per ricrearlo di sì fatte officiosità, che era uno stupore a tutti; s’interteneva con esso lui a lunghi discorsi ogni giorno, e con quelle strette dimestichezze il trattava le quali con uomo di alto rango avrebbe voluto usare. Pure la lontananza del suo Torquato gli stava sempre nel cuore, nè se ne poteva dar pace; perciò passati circa sei mesi lo chiamò a sè con quella studiosa cura, che gli metteva nell’animo la sua tenerezza; e il solo vederlo l’ebbe riempiuto di tanto giubilo da piangere a caldi occhi per contentezza. Da tutte le parti della città egli traeva gli amici a rallegrarsi seco di questo erudito e vivace fanciullo, che fu festeggiato dallo stesso duca, il quale si recò a somma ventura di darlo compagno al principe Francesco Maria suo figliuolo. Così alcuni potentati amano onorare le persone di lettere; così tengono in pregio li begli ingegni anche in sul primo loro fiorire; ma non sempre i letterati incontrano questa sorte, ch’anzi il più delle volte vanno errati nel loro dolce sperare.

In Urbino ed in Pesaro ebbe l’agio Torquato di esercitarsi nelle lettere e nelle arti cavalleresche; essendochè in quella magnifica corte brillava il migliore degli scienziati e valorosi uomini dell’Italia. Due soli anni però vi fece soggiorno, e nel 1559 se ne andò a Venezia, dove suo padre trovato aveva protettori ed amici che teneramente lo amavano; ed in quella città per incitamento del genitore si diede a tutt’uomo allo studio dei classici greci, latini, italiani, e specialmente di questi ultimi, parendogli una follia l’ingegnarsi di essere cittadino nel paese altrui, e rimanere poi sempre forestiero nel proprio. Egli pertanto (trascrivo volentieri queste parole del Serassi) siccome quegli che per natura era inclinato alle cose italiane, diedesi ad osservare sottilmente nei purgati scrittori la proprietà e le finezze del nostro gentilissimo linguaggio, e ciò non per venire un puro grammatico, od un freddo raccoglitore di frasi e di modi presi in prestanza, ma per formarsi quello stile elegante e vivo col quale poi ha saputo vestire maestrevolmente i suoi pensieri. Poneva egli l’occhio alla bella giacitura delle parole, procurando di formare l’orecchio a quel numero armonioso, nel quale secondo Cicerone, suole consistere principalmente la soavità, la piacevolezza, e la magnificenza dello stile. Quindi non si può deplorare abbastanza la follia di parecchi moderni, i quali, o non sapendo, o dispregiando ciò che è proprio della nostra nobilissima favella, invece di coltivarne la natia purità e bellezza, corrono pazzamente appresso alle parole, ai modi ed al giro delle lingue straniere; e così di ricca, di grande, e di regina ch’ella è, si studiano di farla apparir povera, gretta e schiava di altre, senza alcun dubbio meno pregevoli di lei, con incredibile disonore ed avvilimento della letteratura italiana.

Desideroso Bernardo Tasso di dare al figliuolo una educazione compiuta, la quale un giorno gli avesse a fruttare con che vivere decorosamente, lo mandò a Padova perchè desse opera alle severe discipline della giurisprudenza, e lo raccomandò vivamente al suo amico Sperone Speroni, il quale, benchè pedante, riscuoteva a que’ tempi altissima lode per ogni parte d’Italia. Venne dunque Torquato a Padova l’anno 1560, e per obbedire a’ voleri del padre si mise, a studiare il diritto civile, che con fama di dottrina dettava Guido Panciroli reggiano; e comechè quel valente professore s’ingegnasse di rabbellire con piacevoli erudizioni gli argomenti stucchevoli che avea tra le mani; tuttavolta Torquato si annoiò prestamente di quelle scabre ed austere dottrine che per niente si confacevano alla vivacità e leggiadria del suo poetico ingegno. Dal confronto di quegli aridi studi colla dolcezza della liberale letteratura, addoppia amore alla poesia, laonde di nascosto studiava in Dante, in Petrarca, in Boccaccio e nel suo prediletto Virgilio, il quale, andandogli al cuore, imparò intiero per poco a memoria. In questa tempo compose il poema del Rinaldo; e’ non contava per anco il diciottesimo anno dell’età sua, ciò che pare un prodigio, avendolo egli menato a capo in meno di un anno, senza mettersi dietro le spalle gli studi della giurisprudenza: ma non ci è più da fare le maraviglie, qualora si rifletta bene che l’ingegno si sente, come si sente l’amore, per la profondità medesima della emozione che trasfonde in chi n’è adorno.

CAPO V.

Il poema del Rinaldo.

Il dono di rivelare colle parole quello che nell’intimo del cuore si sente, è dono rarissimo, scrive un ingegno di questi giorni; vive però l’ardore della poesia in tutt’i cuori capaci di vivi e profondi affetti, non manca che la sola espressione a chi non è avvezzo a trovarla, quindi il poeta non fa in certa guisa che sviluppare il sentimento prigioniere nell’anima. Se all’arte di dare vita con la parola ai pensieri e agli affetti, si unisce una immaginazione brillante, un cuore scaldato da generosa passione, allora ne risulta quel certo che di divino che forma l’essenza della inspirata poesia. Quando Torquato pose mano al poema del Rinaldo gli bollivano in cuore quelle affezioni che sono le proprie della età giovanile: onde non fu per lui finzione poetica, quando disse nella 2.a ottava del i° canto:

Musa, che in rozzo stil meco sovente

Umil cantasti le mie fiamme accese,

Sicchè stando le selve al suono intente,

Eco a ridir l’amato nome apprese :

Or ch’ad opra maggior muove la mente,

Ed audace mi accingo ad alte imprese,

Ver me cotanto il tuo favor s’accresca

Ch’al addoppiato peso egual riesca.

In questo poema il Tasso si è discostato alquanto dalla via tenuta da molti scrittori di grido, nè ha voluto, com’egli ci assicura nella prefazione, legarsi alle più ferree leggi d’Aristotile, le quali hanno renduto alcuni poemi assai poco grati. Nell’ordire il mio poema (sono le sue parole) mi sono affaticato in far sì che la favola fosse una se non istrettamente, almeno largamente considerata, ma io desidererei che le mie cose nè da severi filosofi seguaci di Aristotile che hanno innanzi gli occhi il perfetto esempio di Virgilio e d’Omero, nè riguardano mai al diletto, ed a quel che richieggono i costumi d’oggidì: nè dai troppo affezionati all’Ariosto fossero giudicate; perocchè quelli concedere non mi vorranno che alcun poema sia degno di lode, nel quale sia qualche parte che non faccia apparente effetto, la qual tolta via, non però ruini il tutto; ancor che molti de’ tali membri siano nel Furioso, e nell’Amadigi, e in alcuno negli antichi greci e latini: quest’altri gravemente mi riprenderanno che non usi ne’ principii de’ canti quelle moralità e que’ proemi che usa sempre l’Ariosto.

Il Rinaldo, a mio giudicio, non va netto di macchie, pur si dee apprezzare, siccome quello che ha presagita la Gerusalemme. In questo poema di dodici canti dipinse i primi affetti suoi giovenili; ed è appunto per questo, che di tratto in tratto vi si scontrano ottave graziose ed amabili, le quali tornano belle, come bella è l’età di diciott’anni, in che allora scrivea Torquato. Scorrevolezza di versi, facilità di rime, immagini inspirate da amore, e pitture di allegra evidenza sono i pregi di questo lavoro: ecco p. e. un’ottava tutta brio:

Tirano il carro quattro alti destrieri

Tinti la bocca di sanguigna spuma,

Più della notte istessa oscuri e neri,

Cui dalle nari il foco accolto fuma

Cui similmente i torvi occhi severi

Di furor fiamma orribilmente alluma,

Che col rauco annitrir col fiero suono

De’ piedi unitari la saetta e ’l tuono.

Graziosissima è questa descrizione di un pastore addolorato per amorosa cura, nel qual s’incontra Rinaldo in solitario luogo;

Mentre dalle sue cure accompagnata (Rinaldo)

Cammina, pur venir d’ appresso sente

Voce, che sembra d’ uom mesto e turbato

Che gli fiede l’orecchie in suon dolente.

L’animoso guerrier verso quel lato

Sprona l’agil cavallo immantinente

Forse anco scorto da speranza vana.

Che dagli amanti mai non s allontana.

Ed un vago e bellissimo garzone

Vede che sotto un pin steso giacea,

Ed era di sua età nella stagione

Sacra e dicata alla Ciprigna dea,

Quando a sua voglia Amor di noi dispone,

Nè del fiorir del pelo in lui parea,

Pur segno alcun, ma netto e bianco il mento

Avea qual terso avorio, o puro argento.

Avvolto in pastoral candida pelle,

Sparsa di nere màcchie, egli si stava,

E le chiome, qual or lucide e belle

Mirto ed alloro in un gli circondava;

I ben formati piè, le gambe snelle

Sino al ginocchio ricoprendo ornava

Un cuoio azzurro, e quel con aurei nodi

Era di poi legato in mille modi

Tal forse Endimione a Cintia parve

 Qualor dal primo giro ella discese,

Di sogni cinta e di notturne larve,

E seco l’ore dolcemente spese;

Tal fuor dell’ocean sovente apparve

D'un candido splendor le gote accese

La stella cara all’amorosa Diva

Che il giorno estinto innanzi tempo avviva.

Foggiata con bella maestria è pur questa ottava:

Finito il sacrificio, ecco si scuote

Lo speco e par che il suol dal fondo treme,

E con strano romor di voci ignote

Tutto d’intorno omai rimbomba e geme:

Così s’austro lo fede e lo percuote,

Il mar irato orribilmente freme,

Crolla la statua il capo e batte l’ali

Sonante a tergo l’arco e gli aurei strali.

Potrei trascrivere alcune descrizioni di scontri marziali e di zuffe che hanno del gusto ariostesco; ma perchè restano non poco al disotto delle vaghissime che leggonsi nella Gerusalemme, sì la mi par cosa inutile. Che se egli è incappato in qualche modo di dire talvolta un po’ tronfio, tal’altra troppo leccato, se non ha saputo dare sempre a’ suoi canti quella varietà pur necessaria a piacere; nulla di meno egli è mirabile per avere in così acerba età, mentre era gravato da pesi di scuola e amareggiato da vicende spiacevolissime, tessuto un poema che potrebbe onorare un ingegno maturo. Giudicioso com’era, benchè giovinetto, previde che alcuni gli avrebbono potuto giustamente appor qualche taccia, quindi in sul finire dell’opera sua, proruppe in questi leggiadrissimi versi, i quali spirano una melanconia che va al cuore :

Così scherzando io risonar già fea

Di Rinaldo gli ardori e i dolci affanni,

Allor che ad altri studi il dì togliea,

Nel quarto lustro ancor de miei verd’anni

Ad altri studi, onde poi speme avea

Di ristorar d’avversa sorte i danni;

Ingrati studi dal cui pondo oppresso

Giaccio ignoto ad altrui, grave a me stesso.

Tuttochè abbia cercato al possibile di tenere destramente celata l’opera sua, Bernardo seppe ogni cosa, ed ancora che gli sapesse male ch’e’ si divagasse dagli studi di diritto civile, pure, perchè discreto uomo e amorevole, si risolvette di lasciar che il figliuolo al genio suo secondasse; e gli permise di mettere da un canto le leggi, e di darsi alla filosofia, e così egli scrive a questo proposito ad un amico: « Quanto all’edizione del poema di Torquato, ancora ch’io come amorevole padre e geloso del suo onore, fossi di contrario parere, ho voluto piuttosto soddisfare a tanti gentiluomini che me ne hanno pregato, che al desiderio e giudizio mio; sapendo che il poema non è tale che non paia maraviglioso in un giovane di diciott’anni, essend’egli e per l’invenzione e per l’elocuzione degno di lode, e tutto sparso di vaghi lumi di poesia: ben desidererei di averlo visto tutto e più accuratamente ch’io non potrei in sì breve corso di tempo, prima che lo stampasse. Ma il veder opporsi a un intenso desiderio di un giovane che quasi torrente di molt’acque pieno, corre al suo fine, sarebbe vana fatica. E tanto più essendone stato pregato da due dotti e giudiziosi spiriti, come sono il Veniero e il Molino. »

Uscì in pubblico il Rinaldo nell’anno, intitolato al cardinale Luigi da Este, e tanto piacque da meritare che Paolo Beni affermasse, avere Torquato sì felicemente cantato gli amori di Rinaldo, che a niuno epico italiano è restato secondo fuorchè poi a sè stesso; giudicio falso a mio credere, e la colpa è da ascriversi alla sola memoria talvolta fuggevole, essendosi scordato il Beni degli epici che fiorirono prima del Rinaldo, di tanto superiori a questo in novità, in bellezza e in varietà di episodi.

CAPO VI.

La Pasquinata.

Pubblicato il poema, passò Torquato alla università di Bologna nel mese di novembre del 1562 dopo di avere in Padova atteso alle leggi un solo anno, ed un altro alla filosofia; laonde il cavalier Tiraboschi ha preso un granchio non piccolo, asserendo che nell’anno diciassettesimo fu laureato in quattro facoltà, cioè nella giurisprudenza sacra e civile, nella teologia e nella filosofia. Egli non era in istato di ricevere la laurea, non avendo terminato il corso legale e filosofico; e molto meno il teologico al quale non diede opera che molt’anni dappoi. Non è tanto facile il render ragione di questo cambiamento di università, che all’improvviso e’ fece per consiglio del padre, cambiamento che a vero dire non viene il più adatto a chi ama compiere il corso degli studi con metodo e con profitto. Il Serassi però accomoda la faccenda assai bene. Vedendo, egli dice, il famoso Angelo Papio che monsignor Pier Donato Cesi amplissimo governatore, di Bologna, era tutto impegnato nell’allettare con premi ed onori la gioventù forestiera a portarsi a quello studio, per così renderlo vie più fiorito e di numero e di sceltezza di scolari, lo invogliò fortemente ad invitarvi da Padova Torquato Tasso; certissimo che questo giovane maraviglioso avrebbe e colla viva voce e co’ suoi scritti onorata quella università. Il Cesi diede orecchio alla proposta del Papio; onde gli fece scrivere per parte del senato; ed il Tasso accettò di buon grado l’invito. Taluno potrebbe muovere qualche dubbio su questo invito che ha dello strano; tal altro più volentieri s’indurrebbe a credere che Bernardo avendo scoperto nel figliuolo un amor capriccioso che lo poteva distogliere dallo studio, abbia in modo ordita la cosa da persuaderlo a cangiare di cielo; ma io lascio che il mio lettore a quel partito s’appigli che gli pare il migliore; contentandomi di affermare che il Tasso sino da questi giorni godeva fama di eruditissimo giovanetto e di valente poeta che prometteva d’assai.

In Bologna pose tutto l’animo alla filosofia di Platone della quale molto si deliziava, senza però trasandare le lettere, anzi cominciò in questo tempo a stendere qualche parte del suo poema sopra il conquisto di Gerusalemme, del quale aveva in Padova conceputo il grandioso disegno. Se non che, mentre egli intendeva alla filosofia, e col suo bellissimo favellare e cogli eleganti componimenti in prosa ed in verso si attirava la venerazione altrui, sorse all’impensata un infortunio che lo mise in travaglio e tanto lo corrucciò che preso da giusta ira deliberò di abbandonar per sempre Bologna. Era in quella città una sconcia usanza, messa in voga da qualche matto cervello, di spargere satire per le vie nella più sfacciata maniera. Tuttavolta non davasi a queste svergognatezze peso alcuno, sebbene contenessero tali menzogne sì destramente velate che si durasse fatica a ravvisarle bene. Torquato volle un giorno in pruova d’indifferenza e di sprezzo recitare in una casa di amici alcun tratto di una satira allora uscita di fresco, nella quale egli pure era aggiustato benissimo insieme a molti patrizi e professori e baccalari importanti. La satira destò rumore; molte furono le parole; e certi signorotti corrivi al credere, ebbero il Tasso per l’autore di questa malvagità; e tale guerra gli ruppero, che, spalleggiati da’ giudici, mandarono il bargello alle stanze di lui perchè il legasse. Per buona ventura egli era andato a diletto per la città; fu perciò rubato di tutte le sue scritture, e queste portate all’auditore del criminale che era un Marcantonio Arresio. Come Torquato seppe sì fiera audacia, sentissi cadere il cuore, perchè era innocente, e si vedeva, per lo raggirare di alcuni pochi, crudelmente oltraggiato. Fece le sue difese, la verità venne a galla, ma sì fatto cordoglio gli restò nell’anima per questa vituperevole soperchiata, che affardellò, e alla volta di Mantova prese il cammino, ove allora dimorava suo padre presso quel duca; e ciò fu nel febbraio dell’anno, 1564. Giunto a Modena scrisse una lettera in sua difesa a monsignor di Narni vicelegato, la quale, per essere piena di fuoco, amo trascrivere. « Ma concedasi loro, egli dice, che ogni presunzione contro di me, e nessuna in mio favore si ritrovi, di che m’accusano? perchè usavano tanta diligenza di pormi in prigione? di che mi vogliono castigare? D’una pasquinata da me fatta, diranno. Ov’è questa pasquinata? producasi un poco fuori: faccian sì ch’io la veda, acciocch’io possa affermare, o negare d’averla fatta; mostrimisi il mio errore, o almeno quello che mio errore è giudicato, sì ch’io o mi vergogni del mio fallo, o mi doglia della mia cattiva sfortuna. Ma se non si trova, se nessuno dice, ch’io sappia, d’averla veduta; se nessuno d’averla udita tutta; se i versi, per quanto io n’intendo, non si sanno, perchè procedere contra me con tanta rabbia, con tanto veleno, con animo sì fellone, con poco rispetto, e siami lecito ancor di dire, con sì poca, anzi niuna considerazione, per una cosa che non solo non si sa se sia stata fatta, o non fatta da me, ma appena si sa se semplicemente sia stata fatta, o non fatta? Vorrei sapere da quai leggi s’apprende questa giustizia, da quai dottori è insegnata, da quai giudici amministrata, e in quai terre si costuma: e se pur tanto importa al viver civile e alla tranquillità delle città e degli studi castigare gli autori di simili composizioni; perchè solamente il facitor di questa si ricerca, della quale, quasi di nuova chimera si sente molto ragionare, nè però in luogo alcuno si vede; perchè alla mia stanza per una lieve nè molto ragionevole sospizione si mandano gli sbirri, si procede ingiuriosamente co’ miei compagni, mi si togliono i libri? perchè si mandan tante spie attorno per sapere ov’io fossi; perchè si sono fatti con un certo strano modo esaminar tanti onorati gentiluomini? e per altre pasquinate, le quali si veggono, si leggono, e delle quali tante copie vanno per le mani di tutti, non si fanno tanti rumori, tanti schiamazzi, nè si cerca l’autore con tanta ansietà, anzi non si cerca pure in nessun modo? E certo mi pare che se agli altri si porta rispetto, si dovesse parimente portare a me, essend’io gentiluomo ed avendo in me qualche qualità da non essere in tutto disprezzata, e vivendo sotto la protezione dell’eccellentissimo signor duca di Urbino; l’una delle quali parti mi fa eguale a questi miei persecutori, sicchè non piuttosto si deve al lor desiderio, anzi al loro sfrenato furore che alla mia innocenza aver risguardo; e l’altre due, o per dir meglio la terza sola è di tanto peso che quand’io fossi stato colpevole (il che non si troverà mai vero) o non si doveva contro me procedere, o pur con più moderazione procedere si doveva. Ma non mi maraviglio, se coloro che non hanno risguardo alla onestà, ne alla giustizia, non l’abbiano parimenti agli uomini. Veggio bene, o reverendissimo monsignore, ch’io sono trascorso con la penna più oltre forse che non mi si conveniva, scrivendo a persona sì grande, sì illustre e sì degna di ogni osservanza, com’è V. S., nè tanto mi è caro l’avere sfogato il giustissimo sdegno dell’ animo mio, quanto mi pesa la temenza di non avere offeso il suo. Ma se agli altri il farmi ingiurie di fatti è lecito, a me il ributtarle con parole si conceda. » Così il Tasso scriveva al vicelegato di Bologna per alleggerire in parte il suo dolore. Le prime mosse ch’ei fece nella repubblica delle lettere, furono conturbate da siffatte amarezze; pure cesserà ogni nostro maravigliare, quando bene si osservi che questa repubblica fu e sarà sempre infetta da rancori, da invidie, da maldicenze; perchè ciascuno dei barbassori si è fitto in capo di voler grandeggiare sovra i minori, ed ottenere quel primato tra i dotti che segretamente in suo cuore giura di meritare; quindi sprezzando i colleghi, ed un contegno di grave importanza affettando, o a meglio dire di studiata impostura, e dando oracoli a modo di Pitonissa, crede di comparire quello ch’ei vorrebbe essere creduto, tuttavia spesso la sgarra, e non fa che destare un vespaio di malevoli e d’invidiosi che a tutte le ore gli danno addosso. Il Tasso aveva un troppo ingegno il quale umiliava l’alterezza dei letterati provetti; è questa la vera cagione delle dure persecuzioni che di continuo gli vennero mosse contro da coloro particolarmente che professavano bella letteratura.

CAPO VII.

Il Tasso alla corte del cardinale Luigi da Este.

Scipione Gonzaga, il quale si dee apprezzare perch’era uomo di belli costumi, e di leale ed amoroso cuore, avendo saputo che il Tasso era in angoscia per le vicende a lui accadute in Bologna, entrò in desiderio di seco averlo a Padova; quindi gli scrisse un’affettuosa lettera offerendogli la casa sua per l’amore che gli portava; e il Tasso che si tenne per grandemente onorato di tanta prova d’amicizia, non mise indugio in adempiere il desiderio di quel personaggio specchiatissimo per ogni riguardo.

Era a que' giorni in Padova un’accademia, fondata di fresco sotto gli auspicii del Gonzaga, la quale fioriva di nobili ingegni; il Tasso vi fu tostamente ascritto per l’unanime acconsentimento degli accademici che si appellavano Eterei; e tutti que’ signori padovani parea gareggiassero nell’onorarlo, e nel rendere sempre nuove testimonianze alla virtù di lui; il che dà a conoscere la buona indole de’ padovani e lor gentile costume. Non tralasciava il Tasso dallo studiare continuamente in Platone, benchè il disegno della Gerusalemme gli occupasse tutta la mente; e approfittava degli ammaestramenti di Francesco Picolomini, al quale lo stringeva amicizia, ed arricchiva vie più sempre l’ingegno di quella maschia filosofia, di che le sue opere in prosa ci fanno fede. Scrisse in quest’anno i tre discorsi dell’arte poetica, dei quali parleremo a luogo più adatto; e diede a Bernardo l’abbozzo che aveva già steso del suo poema; nè è a dire la contentezza che provò il buon vecchio in vedendo come il figliuolo già lo avanzava nella gloria poetica, ed era sì felicemente penetrato addentro ne’ segreti del bello, che prometteva di sedere un giorno al fianco di Omero. Bernardo però in mezzo alle sue gioie sentiva il dolore di dover lasciare il figliuolo in povero stato, e costretto siccome lui a seguitare le corti per sostenersi; perciò saviamente si adoperò di maniera che il cardinale Luigi da Este, protettore dei letterati, ricordevole della dedica a lui fatta del Rinaldo, prese Torquato tra’ suoi gentiluomini, e lo chiamò a Ferrara, città in allora superba d’una delle più splendide corti, che mai abbia veduta Italia: ond’egli ebbe a lasciare con molte lacrime il suo Scipione Gonzaga, e gli amici che gli volevano tanto bene, e la sua cara Padova, per la quale sentiva una tenerezza particolare. Lo Sperone Speroni tentò ogni mezzo per distoglierlo dall’accettare il partito, a lui proposto dal cardinale Estense, col mettergli sott’occhio la malvagità delle corti, ed i pericoli ai quali si espone un giovane in quelle affollate adunanze di ambiziosi, ove chi ha più d’accortezza nell’adulare e nel fingere, acquista di merito e di potere; ma perchè il Tasso non per elezione, ma per sostenere con un qualche decoro la vita, pigliava questa servitù, così non pose orecchio agli avvertimenti dell’amico; e nell’ottobre dell’anno 1565 partì per Ferrara, non senza grave dolore.

L’università di Padova che si è sempre onorata di avere avuto tra’ suoi allievi questo grand’uomo, volendo adornare il suo prato della Valle, gl’innalzò una statua con questa iscrizione:

TORQVATO . TASSO

QVEM . PATAVINA . SCHOLA

ITALORVM . EPICORVM

PRINCIPEM . DESIGNATVM . DIMISIT

GYMNASII . PATAVINI . ALVMNI

TANTO . SODALITIO . SVPERBI

PP. CIЭЭIOCCLXXVIII.

Molte furon le prove di amorevolezza cordiale ch’egli ebbe in Ferrara da Luigi Estense suo signore, il quale si reputava felice di avere Torquato nel numero de’ suoi cortigiani: ma di tutti i favori, de’ quali ha voluto beneficarlo, parmi si abbia a conservare memoria di uno almeno, perchè dà luce all’indole liberale del principe: egli mostrò piacere che il nuovo suo gentiluomo non si rubasse a quegli studi che già gli avevano procacciata così chiara fama: quindi gli accordò una piena libertà, dicendogli che solamente quando ben gli veniva lo visitasse. Una tale magnanimità sarebbe cosa difficile voler trovare a questi tempi in coloro che facilmente potrebbono farne mostra. Se tu desideri protezione, assistenza, da chi ne può dare nei bisogni del viver tuo, se aspiri a una carica, se vuoi giovare alla patria, tu mandi al vento il più delle volte le tue fatiche. Non credere che le persone, le quali pure abbisognan di te, abbiano ad offerirti l’opere loro; avvegnachè le tue azioni alto parlassero in tuo vantaggio, e tutti sapessero che tu se’ degno della assistenza altrui. Ciascuno bada a quello che gli riesce a maggiore interesse, senza darsi il pensiero di confortare colui che è costretto a nascondere l’ingegno suo tra oscure pareti dimenticate, dove non rade volte languì nella inopia, e chiude gli occhi, che appena si sa che sia stato al mondo: se tu lasci di che, un figliuolo, o un nipote ti farà scolpire sul sepolcro, che sei stato uomo d’ingegno, e se non si trova eredità alcuna, il che facilmente può avvenire, andrai tutto in ossa e terra e non si saprà più se nemmeno tu sii stato vivo. Il Tasso è questa volta dalla sorte favoreggiato; pure tanta grazia non può a lungo durare, perchè è uomo di lettere, nè si può togliere alle consuetudini cui si è avvezzo vivendo agli ozi delle muse, consuetudini che a cortigiano davvero non si confanno, onde in sulle prime, noiato di quel vivere attristito da frequenti amarezze, disse nella Gerusalemme, mettendo il pensiere sulla bocca di un vecchio pastore :

E benchè fossi guardian degli orti,

Vidi e conobbi pur le inique corti.

 CAPO VIII.

Il Tasso onorato della benevolenza delle principesse Estensi.

Il Corniani nella sua opera intitolata i secoli della letteratura italiana, scrive che il cardinale Luigi presentò Torquato alle due principesse sorelle di lui, Lucrezia e Leonora, le quali erano bellissime della persona, e di ornate maniere, per cui nè l’età di trentun’anno nella prima, e di trenta nella seconda non aveva punto recato oltraggio alla avvenenza e vivacità di che erano adorne; e lo stesso Corniani ci assicura che il Tasso all’aspetto di Leonora rimase sopraffatto da molte sensazioni confusamente accumulate nel suo animo di maraviglia, di riverenza, di dolcezza e di affezione quasi amorosa. Questa principessa, oltre la vaghezza esteriore e l’amabilità del costumi, aveva finissimo ingegno, ed era di tutte le belle arti sagace conoscitrice. Eccone il ritratto che ci ha lasciato di lei Erasmo di Valvasone:

Se mai d’uomo pensier ben saggio intenda

Di molte la beltà sparsa raccorre,

Non però a voglia sua, nè senza emenda

Nè potrà con gran studio una comporre:

Ma quando di costei sola si prenda

Il bello e il possa in mille altre disporre,

Con le doti dell’unica Leonora

Mille ben ne farà perfette ancora,

La integrità della divina mente,

E altezza de pensier, l’ardir lo ingegno,

La prontezza, il parlar grave eloquente,

L’abito onesto, il portamento degno ,

Il desio sol d onor vago ed ardente,

E l’aver sempre la virtù per segno,

Faran con fermo nodo uniti in lei

Stupir il mondo e innamorar gli Dei

Non dee dunque destar sorpresa se il Tasso andò preso di lei, mentre non era alcuno, che a sua virtù e bellezza guardasse, il quale lei non dicesse dover essere degna di ogni più affettuosa osservanza. Senza paura di errare si può dire francamente, che il Tasso le portò onesto amore; il quale la lunghezza del tempo non ha potuto non che spegnere, ma pur raffreddare; e siccome è indubitato, che chiusa fiamma è più ardente, così io stimo, che tutto si sentisse il cuor consumare. Taluno prenderebbe motivo da questa nascente passione per muovere al Tasso un crudele rimprovero; per me non vo’ farla da morale filosofo, e lascio, che in vece mia lo difenda un letterato di questi giorni: Se le tue fredde mani, non trovassero freddo tutto quello che toccano, se tutto quello che entra nel tuo cuore di ghiaccio non venisse tosto gelato, credi tu andresti così glorioso della tua severa filosofia? or come puoi ragionare di cosa che non conosci? Soverchio amore per avventura egli avrà conceputo per questa insigne donna; tuttavolta il suo guardato tenor di vivere non gli permise cosa che non fosse dicevole al rispetto che le doveva; e fu l’amore, io credo, quel sentimento universale della vita, che gli formò nella mente un modello di bellezza ideale, alla quale consacrò giovinetto le speranze della sua gloria, e consumato dalla sventura le onorate memorie de’ suoi begli anni.

Nè la sua nobile affezione fu disprezzata dalla principessa Leonora, la quale, ci assicura il Serassi, fece molta stima di lui per aver letto il Rinaldo ed altre sue leggiadre composizioni; di che si compiacque gentilmente di accoglierlo con incredibile umanità e cortesia, dando segno fino dal primo momento che lo conobbe di vederlo assai volentieri, e di prendere saporoso diletto de’ suoi dotti e sensati ragionamenti. Immagini ognuno quanto egli ne andasse lieto, e di questa sua ineffabile contentezza lasciò un monumento eterno nella elegante canzone in lode di lei che ben mi cade l’addurre:

Mentre che a venerar muovon le genti

Il tuo bel nome in mille carte accolto,

Quasi in celeste tempio idol celeste;

E mentre ch’ha la Fama il mondo volto

A contemplarti, e mille fiamme orienti

D’immortal lode in tua memoria ha deste,

Deh! non sdegnar che anch’io te canti; e in queste

Mie basse rime volontaria scendi,

Nè sia l’albergo lor da te negletto,

Ch’ anco sotto umil tetto

S’adora pio, cui d’assembrarti intendi.

Nè sprezza il puro affetto

Di chi sacrar face mortal gli suole,

Benchè splenda in sua gloria eterno il Sole.

Forse come talor candide e pure

Bende Apollo le nubi e chiuso intorno

Con lampi non men vaghi indi traluce;

Così vedrassi il tuo bel nome adorno

Splender per entro le mie rime oscure,

E il lor fosco illustrar colla sua luce:

E forse anco per se tanto riluce,

Ch’ov’altri in parte non l’asconda e tempre

L’infinita virtù de’ raggi sui,

Occhio non fia che in lui

Fiso mirando non s’abbagli e stempre;

Onde perchè ad altrui

Col suo lume medesmo ei non si celi,

Ben dei soffrir ch’io sì adombri e veli.

Nè spiacerti anco dee che solo in parte

Sia tua beltà ne’ miei colori espressa

Dallo stil, che a tant’opra audace move;

Perocchè, s’alcun mai, quale in te stessa

Sei, tal ancor ti ritraesse in carte,

Chi mirare oseria forme sì nove,

Senza volger per tema i lumi altrove?

O chi mirando folgorar gli sguardi

Degli occhi ardenti, e lampeggiare il riso,

E ’l bel celeste viso

Quinci e quindi avventar fiammelle e dardi,

Non rimarria conquiso?

Bench’egli prima in ogni rischio audace

Non temesse d’Amor l’arco e la face.

E certo il primo dì che il bel sereno

Della tua fronte a gli occhi miei s’offerse,

E vidi armato spaziarvi Amore,

Se non che riverenza allor converse,

E meraviglia in fredda selce il seno,

Ivi peria con doppia morte il core.

Ma parte degli strali e dell’ardore

Sentii pur anco entro il gelato marmo:

E s’alcun mai per troppo ardire, ignudo

Vien di quel forte scudo,

Ond’io innanzi a te mi copro ed armo,

Sentirà il colpo crudo

Di tai saette, ed arso al fatal lume         

Giacerà con Fetonte entro ’l tuo fiume.

Che per quanto talor discerne e vede

De' secreti di Dio terrena mente,

Che da Febo rapita al ciel sen voli;

Provvidenza di Giove ora consente,

Che interno duol con sì pietose prede

Le sue bellezze al tuo bel corpo involi;

Che se l’ardor de’ duo sereni soli

Non era scemo e intiepidito il foco,

Che nelle guance sovra il gel si sparse,

Incenerite ed arse

Morian le genti, e non v’avea più loco

Di riverenza armarse;

E ciò che il fato pur minaccia, allora

In faville converso il mondo fora [1].

Ond’ei che prega il ciel che nel tuo stato

Più vago a lui ti mostri, e ch’omai spieghi

La tua beltà che in parte ascosa or tiene,

Come incauto non sa che ne’ suoi preghi

Non chiede altro che morte? E ben il fato

Di Semele infelice or mi sovviene,

Che il gran Giove veder delle terrene

Forme ignude bramò, come de’ suoi

Nembi e fulmini cinto in sen raccoglie

Chi gli è sorella, e moglie;

Ma sì gran luce non sostenne poi:

Anzi sue belle spoglie

Cenere fersi, e nel suo caso reo

Nè Giove stesso a lei giovar poteo.

Ma che? forse sperar anco ne lice,

Che, sebben dono, ond’arda, e si consumi,

Tenta impetrar con mille preghi il mondo;

Potrà poi anco al sol di duo bei lumi

Rinnovellati in guisa di fenice,

E rinascer più vago e più giocondo,

E quanto ha del terreno e dell’immondo

Tutto spogliando, più leggiadre forme

Vestirsi: e ciò par che a ragion si spere

Da quelle luci altere,

Ch’esser dee l’opra alla cagion conforme.

Nè già si puon temere

Da beltà sì divina effetti rei,

Che vitale è il morir, se vien da lei.

Canzon, deh! sarà mai quel lieto giorno,

Che in que’ begli occhi le lor fiamme prime

Raccese io veggia e ch’ arda il mondo in loro?

Ch’ivi qual foco l’oro,

anch’io purgherei l’alma: e le mie rime

Foran d’augel canoro.

Ch’or son vili e neglette, se non quanto

Costei le onora col bel nome santo.

Le principesse Lucrezia, e Leonora, conosciute a fondo le rare prerogative di questo giovane cavaliere, presero a favorirlo con particolare benevolenza, e lo presentarono al duca Alfonso loro fratello, il quale, saputo appena ch’e’ stava facendo un poema eroico sopra la conquista di Gerusalemme, lo volle graziare della sua protezione; il perchè Torquato, buono e sensitivo com’era, fece tosto pensiere tra sè di dedicare il poema a quel principe, per così la serenissima Casa Estense altamente esaltare. Laonde si diede allo scrivere con grande impegno que’ nobilissimi canti, interrompendo però di tratto in tratto il lavoro per celebrare con liriche canzoni e sonetti le principesse; rivolgendo ogni sua cura in tal modo a coltivare ed ornare di belle ricchezze l’ingegno; che questo esercizio essere proprio conobbe di cavaliere assennato; poichè l’occuparsi (fu un tale che disse) in giuochi, cavalli, sollazzi, in fare il cocchiere, in donneare, non ci ha così vile uomo e plebeo che fare nol possa troppo meglio, che qualunque si è più gentil cavaliere.

Nell’anno 1566 volle fare una visita a’ suoi diletti amici di Padova, da’ quali con tenerissima gioia fa accolto, sopra ogni possibile immaginare. Di là così scrisse ad Ercole Tasso suo congiunto ch’era a Bologna. « Se desiderate essere ragguagliato del mio stato, sappiate ch’io mi trovo ai servigi del cardinale da Este, e che ora sono in Padova per alcuni miei negozi particolari; e che andrò fra pochi giorni a Mantova, ove aspetterò che il cardinale torni da Roma. Si stamperanno fra pochi giorni le rime degli Accademici Eterei, ove saranno alcune mie rime non più stampate. Sono arrivato al sesto canto del Gottifredo, ed ho fatti alcuni dialoghi ed orazioni; ma non in istile così famigliare e plebeo, com’è quello di questa lettera; nè anco così boccaccevole come piace ad alcuni ed a me non piacque mai. » Di questi dialoghi, di queste orazioni e poesie terremo in altro sito discorso. Da Padova andò a Milano, indi a Pavia, ove ricevette da per tutto sommi onori, e finalmente si ridusse a Mantova per vedere il padre che ardentemente bramava stringerlo al seno, e da quella città di bel nuovo scrisse ad Ercole Tasso, rimproverandolo dolcemente ch’ ei non avesse risposto ad una sua lettera, e gli soggiunge: « È giunto qui stasera il signor Marc’Antonio Tasca, il quale m’ha detto che voi non siete per andar questa state a Bergamo, e questa mi è stata gravissima novella, perch’io designava di godervi là qualche giorno, dove ai prieghi di mia zia, credo d’andare al più fra due settimane; » Ma non vi andò, nè fu più in tempo di rivedere l’ottima donna Affra, la quale morì passati pochi mesi, nel 1567.

Ritornato poscia a Ferrara s’invaghì fortemente della signora Lucrezia Bendidio, dama di peregrina bellezza, di vivacissimo spirito, e di molta letteratura, la quale era venuta in grandissima estimazione, perchè lodata a cielo da illustri poeti di quella età; e questo nuovo innamoramento accadde sul principiare dell’anno 1568. Il Tasso per lo suo malanno, direbbe alcuno, nè forse a torto, fu spesso aggirato da amore, ed una prova che ciò aperto il dimostra, sono que’ graziosi sonetti che fece pieni d’affetto, e di maniera scritti, che per niente somigliano a quelli che suole fare per suo diporto quel poeta che finge ciò che non sente, ed annoia il mondo con amorose scempiaggini, e con versi sciancati, gonfi d’ampolle e parole in lode di una supposta Nice. A vie più lusingare l’amor proprio di questa dama qualificata, e non romper guerra ad uno spasimante amatore di lei, qual era il celebre letterato Giovambatista Pigna segretario e amorevole del duca Alfonso, illustrò con erudite considerazioni alcuni versi dello stesso composti a tutt’onore della Bendidio; e così con astuto intendimento piacque ad entrambi; e fece compiuto il desiderio della principessa Leonora, la quale lo avea consigliato a quest’opera, con una avvedutezza affatto propria del suo bello ingegno. Comechè le canzoni del segretario poi valessero la pena di uno studiato comento, nientedimeno il Tasso si beccò il cervello per vedervi entro sublimi idee, e misteri altissimi, e concetti dolcissimi, e un verseggiare eccellente; cose che non potè dire a buon senno; sì bene per secondare quel prepotente d’amore, e blandire il Pigna che aveva assai del borioso, il quale digerì queste lodi con una rara felicità. Nè dello splendido comento si accontentò l’animoso giovane, che elesse eziandio di tener pubblica difesa di cinquanta conclusioni amorose innanzi la corte, e la nobiltà ferrarese; secondo il vezzo di que’ giorni beati; nella quale difesa potè di leggieri sfoggiare la sottigliezza e la dottrina della sua mente, e disvelare quegli affetti, che gli riboccavano in cuore. Sovra tutti gli avversari riportò franca vittoria; e chi poteva mai vincere un poeta innamorato? Gli fe’ contra parecchie obbiezioni anco la signora Orsina Cavalletti, la quale in fatto di amore ci vedeva molto in là, e in tuon cattedratico argomentò gagliardamente contro la proposizione, che l’uomo in sua natura ama più intensamente, e stabilmente che la donna; ma l’intrepida signora Orsina fu vinta, com’era ben giusto, dal cavalier valoroso.

Questi graziosi vaneggiamenti, i quali hanno in sè qualche cosa di utilità, denno essere riguardati con indulgenza, perchè, dice bene il consiglier Corniani parlando del Tasso: Il sollievo delle studiose fatiche debbe per un giovin poeta, direi quasi necessariamente, scaturir dall’amore; e il Corniani era uomo di accorgimento sottile; che poi colga nel segno, o vada errato, lo giudichi il mio lettore. Per me tengo di certo, che quasi tutti gl’innamoramenti del Tasso sieno stati male augurati e gli abbiano costato di molte afflizioni; perchè gli andarono al cuore pressochè sempre persone niente convenevoli a lui; come quelle ch’erano o troppo in alto locate; o tenevano impero su d’altri cuori. Un uomo d’ingenua indole, quale era il Tasso, che pensava e operava quasi i malvagi non fossero la schiera più numerosa e brillante degli uomini [2]; un uomo che nodriva nell’animo un fervente amore che dalla immaginazione gli venia rimbellito in estraneo; un uomo di un sentire delicatissimo, e caldo di sempre generose affezioni; in qual modo poteva egli trovarsi bene tra mezzo a’ livori, a’ tradimenti, alle invidie ed al motteggiare di rivali, gente cortigiana in ultimo tanto inferiore a lui per ingegno e per onore, quanto egli era loro per iscaltrezza maligna?

CAPO IX.

La morte di Bernardo Tasso.

Mentre Torquato stava a’ servigi del principe cardinale Estense, e consolava l’ingegno di piacevoli idee, ebbe nuova che suo padre « caduto gravemente malato ad Ostia sul Po, dove si trovava in opera di governatore per lo duca di Mantoa suo padrone; e appena ciò seppe, precipitato ogni indugio, corse a lui che trovò in uno stato deplorabile, perchè rubato da’ servitori, e perchè abbattuto di forze, onde giaceva condotto a male d’assai. Addoppiatasi in pochi giorni la violenza della malattia, che la età di settantasei anni rendea più terribile, fra le lacrime dei figliuolo passò di vita ai quattro di settembre di quell’anno 1569. Torquato venne in tanto dolore per questa perdita, direi quasi improvvisa, che non è possibile il dire quanto egli ne restasse angosciato. Se la potenza di amore vuol essere sempre eccessiva in chi ha spiriti ardenti, quanta affezione Torquato non doveva portare ad un sì amoroso padre; il quale condusse i giorni per lo più travagliati; ad un padre la di cui vita era tanto per lui preziosa, perchè strettamente unita alla sua da stima, da amore, da comuni disgrazie! Per concepire un’idea di questo dolore, egli è d’uopo sapere che il buon genitore ad amarlo lo provocò con atti continui di tenerezza dolcissima; ond’è che Torquato sì fatto bene gli volle che sempre si rimise nell’arbitrio e piacere di lui in ogni benchè picciola azione, a lui lasciandosi volentieri reggere in tutto; conciossiachè lui teneva in conto di consigliere, di maestro, di amico, e senza andare in parole, lui tanto amava che la menoma dubitazione di avergli qualche volta per inavvertenza recato lieve disgusto, bastò a disertarlo, a metterlo tutto in pena. Specchio a’ giovani bene educati egli è questo grand’uomo, i quali, hanno a imparare da lui che l’ossequio, l’amore verso de’ genitori non è mai che sia troppo.

Dovendo il cardinale da Este per ragioni di chiesa andare in Francia, elesse tra’ gentiluomini che corteggiare il dovevano anco Torquato; nè a questa deliberazione si mosse da puro, desiderio di confortare lo sventurato, ma piuttosto per far cosa gradevole al re Carlo IX di Francia suo cugino, il quale pizzicava molto di poesia, ed era rimator non volgare, quindi soleva guardar di buon occhio i grandi poeti che allora onoravano la nostra Italia. E il povero Tasso uso agli insulti della fortuna, volse il pensiere prima di mettersi per quel viaggio alle sue poche faccende, e lasciò, ad Ercole Rondinelli, cavalier ferrarese suo amicissimo, una carta scritta di sua mano, nella quale esprimeva l’ultimo suo volere s’egli fosse venuto a morte. Io stimo meritar bene da’ miei lettori Rapportandola qui per intiero, perchè se con riposato animo sarà che la leggano, avranno una prova di più della bell’anima del nostro Tasso, della sua lealtà verso gli amici, della pochezza di sue sostanze e della gratitudine che serbava al padre vivissima:

 Memoria lasciata dal Tasso quando andò in Francia.

« Perchè la Vita è frale, se piacesse al Signor Iddio disporre altro di me in questo Viaggio di Francia, sia pregato il sig. Ercole Rondinelli a prendere cura di alcune mie cose: e prima in quanto alle mie composizioni, procuri di raccogliere i miei sonetti amorosi e i madrigali, e gli mandi in luce; gli altri, o amorosi, o in altra materia, ch’ho fatti per servigio d’alcun amico, desidero che restino sepolti con esso meco, fuorchè quel solo: Or che l’aura mia dolce altrove spira. L’orazione ch’io feci in Ferrara nel principio dell’accademia, avrei caro che fosse veduta, e similmente quattro libri del poema eroico: del Gottifredo i sei ultimi canti, e de’ due primi quelle stanze che saranno giudicate men ree; sì veramente che tutte queste cose sieno riviste e considerate prima dal sig. Scipione Gonzaga, dal sig. Domenico Veniero e dal sig. Battista Guarino, i quali per l’amicizia e servitù ch’io ho con loro, mi persuado, che non ricuseranno questo fastidio.

Sappiano però che mia intenzione sarebbe che troncassero, e risecassero senza risparmio tutte le cose che o men buone, o soperchie giudicassero. Ma nell’aggiugnere, o nel mutare addassero più ritenuti non potendosi questo poema vedere se non imperfetto. Dell’altre mie composizioni, se al suddetto signor Rondinelli ed a’prefati signori alcuna ne paresse non indegna d’esser veduta, fia loro libero l’arbitrio di disporne. Le mie robe che sono in pegno presso Abram ... per venticinque lire, e sette pezzi di razzi che sono in pegno per tredici scudi appresso il signor Ascanio, e quelle che sono in questa casa, desidero che si vendano, e del sopravanzo de’ denari se ne faccia uno epitaffio a mio padre, il cui corpo è in San Paolo, e l’epitaffio sarà l’infrascritto [3] . E se in alcuna cosa nascesse qualche impedimento ricorra il signor Ercole al favore dell’eccellentissima madama Leonora, la qual confido che per amor mio gliene sarà liberale. »

L’iscrizione che Torquato avea composto per iscolpirsi sopra la tomba del padre è questa:

BERNARDO TAXO MVSAR. OCIO ET PRINCIPVM

NEGOTIIS SVMMA INGENII VBERTATE ATQVE

EXCELLENTIA PARI FORTVNAE VARIETATE

AC INCOSTANTIA RELICTIS VTRIVSQVE INDVSTRIAE

MONVMENTIS CLARISSIMO

TORQVATVS FILIVS POSVIT

VIXIT AN. SEPTVAGINTA ET SEX OBI. An. MDLXIX

DIE IV SEPTEMB.

CAPO X.

 Il viaggio in Francia.

Messe in assetto le sue cosicciuole, verso la fine dell’anno 1570 partì il Tasso per Francia in compagnia del cardinale Luigi, il quale nella prima visita che fece al re Carlo IX gli presentò il cantore di Goffredo e degli eroi francesi che di tutta luce brillarono nel liberare il gran sepolcro di Cristo. Se vogliamo prestar credenza al Serassi, ed a molti altri scrittori francesi di quella età, non vi fu grazia, nè gentilezza che quel sovrano non abbia usata all’epico nostro, credendosi in obbligo di dover ricambiare con larghezze ed onori la gloriosa memoria che il Tasso tramandava ai posteri del valore magnanimo degl’invitti paladini di Francia. Il Balzac ne’ suoi Trattenimenti scrisse però tutto al contrario, assicurandoci che il povero Tasso alla corte di Francia ebbe bisogno di uno scudo, e che lo chiese in grazia a una dama. L’abate di Charnes, nella sua vita del Tasso, ne rende certi allo incontro che il sommo uomo non volle accettare a patto alcuno i regali che gli vennero presentati dal re Carlo e da altri personaggi di grande portata, i quali si reputavano a vanto in dargli quelle dimostrazioni di stima che al suo merito si dovevano; ma ciascuno creda a cui meglio gli torna; poichè sarebbe un mandar male il tempo il mettersi a scandagliare questo tratto di storia; ed io credo che sia più importante cosa il vedere la descrizione che il Tasso ci lasciò della Francia di quei tempi, poichè da questa si conosce di quanta filosofia fosse ricco. Egli scrive al conte Ercole de’ Contrari riguardevolissimo cavaliere della corte di Ferrara; e questa lettera, tra la migliaia che abbiamo a stampa di lui, è certamente una bellissima la quale dà bella luce all’argomento nostro,

Al sig. conte Ercole de’ Contrari

« [......] Chiunque considera alcuna provincia, o in se stessa, o in paragone di alcun’altra, a due maniere di cose deve aver riguardo; a quelle che sono in lei naturali: e a quelle che accidentali possono essere chiamate. Naturali dico le cose che sono proprie d’una provincia che non si mutano per la mutazione di principato, o di religione, o per lunghezza di tempo, se non molto di rado e con grande sforzo di natura, come di Sicilia leggiamo che di terra ferma divenne Isola. Accidentali chiamo quelle che non sono perpetue di alcuna provincia, ma di una in un’altra trapassano, secondo la varietà de’ governi e delle religioni, secondo il commercio che si ha vicendevolmente colle genti straniere. Fra le naturali riporremo (e ciò sia per esempio) la qualità del cielo, il sito e fertilità delle terre: fra le accidentali gli studi della pace e della guerra, e l’uso dell’arti meccaniche. Ma la prima maniera di cose in due guise può cadere sotto la considerazione altrui, o in sè stessa, o in quanto opera alcuno effetto nella disposizione degli abitatori: e questo modo di considerare par che sia, proprio del politico, come di colui che ha per oggetto il bene e la felicità degli abitanti. Però Platone parlando del sito della città, nella quale vuole introdurre la perfetta forma del governo, loda il sito montuoso, come quello che fa gli uomini robusti: e biasima la propinquità del mare, potendo facilmente l’uso delle genti straniere alterare e corrompere la purità de’ costumi di quelle città le quali giacciono sulla marina.

Or dovendo io, signor conte, paragonar l’Italia e la Francia, conviene che secondo queste regole da me poste ricerchi le condizioni di ciascuna. Non crediate però che io voglia filosofare troppo severamente, preponendo il paese mezzanamente fertile e delizioso al vaghissimo e abbondantissimo, e i luoghi alpestri e solitari ai marittimi e frequentati, come prepose Platone:, nè meno rivocherò in dubbio se la vicinità del mare sia da eleggere, o no, come, rivocò Aristotile. Ma parlerò di questa materia, come uomo di corte e di mondo, togliendo dalle contemplazioni di que’ saggi quel solo che dalla opinione degli uomini civili, può essere rivocato; tanto più che io considero dette provincie, non in quanto in quelle si può introdurre la perfetta forma di un giusto e tranquillo principato; ma piuttosto secondo che ciascuna di loro è abile all’accrescimento delle ricchezze e dell’imperio. Ma prima che io passi più oltre è bene ch’io dichiari qual paese intenda sotto questo nome di Francia. Nè già prendo questo nome, come fanno i geografi il vocabolo di Gallia, perchè convenendo loro avere riguardo piuttosto a’ termini che pone la natura che al posseditore di quei stati, danno per confine a questa provincia dalla parte d’oriente il Reno; nè meno ristringerò questo nome a quella picciola parte di questo regno che specialmente si chiama Francia, e da altri Francia Contea, o l’Isola di Francia; ma abbraccerò sotto esso tutto ciò che ora è dal re posseduto: nè parlerò nondimeno in generale, per dar più perfetta forma a questo discorso, rimettendomi delle cose non vedute, o alle relazioni, o agli scritti di coloro la cui testimonianza è approvata. Cominciando dunque dalle cose che in niuna provincia sono perpetue come da quelle che per natura sono prime, e considerandole in quella guisa che ho detto esser più propria del politico, esaminerò due parti, oltre le quali non rimane per avventura che esaminare l’aria, e la terra: e sotto il nome della terra abbraccierò i fiumi e le altre acque che scaturiscono da lei, ed i mari, che l’inondano; perchè Aristotile parimente sotto questa voce, tutto ciò che si raccoglie nell’ultimo globo, è uso di comprendere. Egli non è dubbio che ciascun paese secondo che più o meno all’uno degli estremi del nostro emisfero si va avvicinando o al polo, a all’equinoziale, più ancora, o meno produce gli uomini atti alla speculazione e alle azioni civili e militari; perchè gli uomini che nascono ne’ paesi che soggiacciono al mezzogiorno, sebben vagliono d’ingegno, avendo poca quantità di sangue, sono timidi e deboli e inetti a’ pericoli e alle fatiche della guerra: dico naturalmente, perchè so bene io quanto possa la disciplina, e che in virtù di lei ovunque nasce l’uomo, nasce soldato; onde in queste istesse provincie australi sono stati bonissimi soldati, come i cartaginesi. Le regioni all’incontro che sono sottoposte al settentrione producono gli uomini di gran nutrimento e di molto sangue, e però robusti e guerrieri, ma di spiriti grossi e ottusi, e d’ingegno stupido e poco disposto alla speculazione e agli uffici della civiltà: e i fisici recano le cagioni di questi effetti al mal temperamento dell’aria, e all’eccesso del caldo e del freddo, Ma le regioni di mezzo per la temperie dell’aria fanno gli uomini non deboli e paurosi, come quelle di mezzogiorno, nè temerari e di ingegno rozzo e materiale, come le settentrionali; ma con nobile mescolamento, prudenti e forti di mano e di ingegno, e al guerreggiare, e al filosofare disposti. E tali sono sopra tutte le provincie del nostro mondo la Grecia e l’Italia, se però l’esperienza confermata dalla ragione, non si riprova; e comechè l’una e l’altra sia stata madre di uomini, in ogni maniera di liberale esercizio eccellenti. I greci nondimeno che più piegano verso il mezzodì hanno superato di sottilezza d’intelletto nelle discipline e nell’arti: e gli Italiani che sono più volti alla tramontana, sono stati superiori di prudenza, di generosità negli studi militari e cittadineschi. Or paragonando la Francia all’Italia, dico che la Francia per essere alquanto più remota da questo mezzo, è conseguentemente meno atta a generare gli uomini in questo temperamento di prudenza e di ardire, e in questa vivacità d’ingegno speculativo che noi cerchiamo; anzi siccome ella più inclina verso uno degli estremi, così ancora gli uomini sono più inclinati all’impeto e alla ferocità, discostandosi dalla prudenza, e dalla gravità de’ costumi. Ma molti non concedono questo, perchè vogliono che il cielo della Francia sia più tiepido dell’italiano, provandosi qui il verno molte fiate freddi assai minori che nell’Italia, e particolarmente nella Lombardia non si sentono, e di qui potranno argomentare che dipendendo questo temperamento del cielo, il quale opera ne’ corpi nostri, e per conseguenza negli animi i francesi siano per conseguenza di più saputo ingegno degli italiani, e meglio negli animi loro si trovi questa mediocrità di audacia; di timore e mansuetudine e di ferocità. A queste obbiezioni rispondo che l’aria è la region francese in sua natura è più fredda dell’italiana, come quella che è alcuni gradi più lontana dal cammino del sole (parlo paragonando le parti più settentrionali della Francia alle più settentrionali dell’Italia, e le più australi dell’una alle più australi dell’altra) e di ciò è indizio apertissimo il color delle carni e de’ capegli che è più vivace e più biondo ne’ francesi, siccome in tutti li paesi freddi suole avvenire: e oltre ciò gli alberi nemici del freddo più comodamente allignano nell’Italia che in questi paesi non fanno. Ben è vero che nella Francia quasi tutta piana e aperta ed esposta d’ogni intorno a tutti i venti, (il che dell’Italia non è) spesse volte avviene che soffiando per alcun tempo continuo i venti caldi nella maggiore asprezza del verno, sogliono intepidire il rigore del freddo; ma quando all’incontro continuano i fiati settentrionali, i freddi sono continui e insopportabili, come per due mesi di quest’anno li abbiamo provati. Quando ancora instabilmente ora succedono i venti aquilonari agli australi, ora gli australi agli aquilonari, instabile è parimente la qualità della stagione ed io per me ho visto alcun giorno tanta mutazione dalla mattina alla sera, che mi pareva, senz’alcun mezzo essere dal gennaio all’aprile trapassato. Chi potesse dunque, come favoleggiano i poeti, rinchiudere per un verno intiero tutti i venti nelle spelonche di Eolo, o negli otri di Ulisse, sicchè nell’Italia e nella Francia fosse una lunga e stabile tranquillità, allora senz’alcun dubbio si conoscerebbe quanto il ciel francese sia più freddo dell’italiano, se non forse che la vicinanza de’ monti il fa più freddo in qualche luogo d’Italia, che ne’ piani della Francia. Ma concedendo ancora che i freddi e i caldi siano meno intensi nella Francia, non ne segue però che il cielo sia migliore in rispetto della virtù degli abitanti, concorrendo a questa bontà dell’aria molte altre qualità, oltre le predette. E qual temperamento si può trovar in tanta stabilità, e in una sì spessa vicissitudine di caldo e di freddo? E se questo elemento che ci circonda e per tante vie entra e penetra ne’ nostri corpi, alterando loro, opera qualche cosa negli animi nostri, (come si dee credere) si dee credere ancora che l’incostanza di questo clima sia in buona parte cagione dell’incostanza di questa nazione, la quale io per me non attribuisco loro, se non quanto le istorie ne favellano. Ma poichè ragioniamo de’ venti, non tacerò che questa regione, essendo così signoreggiata da loro, riceve da tal servitù un comodo non picciolo; che al soffio de’ venti si rivolge in lei una quantità di molini grandissima, massimamente nelle parti, più aperte, come sono la Francia Contea, e la Campagna e altre tali, di maniera che quelle comodità di macinare, che gl’italiani non hanno se non nell’opportunità de’ fiumi e tra le acque, è qui sulle mura di Parigi stesso, e quasi in ciascun altro luogo circonvicino. Ora che si è veduto coma l’aria italiana e la francese concorre alla virtù dell’animo, rimarrebbe che si avesse riguardo agli effetti che l’una e l’altra di loro opera ne’ corpi; le virtù de’ quali principalmente sono quattro: sanità, bellezza, robustezza e agilità, Ma perchè quest’ultima parte è di minor importanza che la prima, ed io temo che questa mia lettera non cresca nella grandezza di un volume, mi basterà, quasi di passaggio senza punto fermarmici, toccarne alcune cose. Vogliono che l’aria francese sia più sana, particolarmente come quella che sveglia più l’appetito e aiuta meglio alla digestione; ma siasi la colpa o dell’aria, o del modo del vivere, qui sono ordinariamente gli uomini di vita più breve che in Italia. Segue la bellezza: ed a formare questa interamente concorrono tre condizioni, vaghezza di colori, grandezza e proporzione di membra. Nella piacevolezza de’ colori sono superiori i francesi e specialmente le donne; le quali per lo più sono bellissime di vivacità di carne e di gentilezza di lineamenti. La seconda proprietà dei corpi è attribuita da Cesare, e dagli altri istorici ai francesi; e a me sovviene di aver letto in Polibio che dopa un fatto d’armi passato fra i romani e i francesi, i cadaveri de’ francesi erano riconosciuti dagli altri alla grandezza dei corpi; e così par che la ragion naturale tolta dalla freddezza e dalla sottilità dell’aria ne mostri che dovesse essere; ma qual se ne sia la cagione ora non sono maggiori degli italiani, a nella proporzione similmente mi paiono assai difettosi i nobili della gioventù francese; perciocchè in universale hanno le gambe assai sottili; rispetto al rimanente del corpo. Ma di ciò per avventura la cagione non si deve riferire alla qualità del cielo, ma alla maniera dello esercizio; perciocchè cavalcando quasi continuamente esercitano poco le parti inferiori, sicchè la natura non vi trasmette molto di nutrimento, attendendo ad ingagliardir quelle parti che sono da’ movimenti frequentissimi affaticate. Detta robustezza e agilità de’ francesi non mi è occorso di vedere esperienza alcuna in paragon de’ nostri. Vostro sia dunque, Sig. conte, il giudicio, e di coloro che si sono trovati molte fiate a simili paragoni. Segue al ragionamento dell’aria il discorso della terra, la quale si considera, o come ella è comoda e utile, o come ella è piacevole agli albergatori suoi. Sotto l’utile, tre considerazioni si raccogliono, che ella sia atta al nutrimento della città, alla conservazione e all’accrescimento delle sostanze. Il primo capo, appartiene alla fecondità del paese, il secondo alla fortezza del sito, il terzo all’opportunità di esso, nel mover guerra alle nazioni straniere, e nell’avere con esso loro commercio di mercanzia, e cominciando dal l’abbondanza del nutrimento, ella consiste in due cose: e ne’ frutti che produce la natura, e negli animali. In quanto al numero degli animali e bontà delle carni, non è dubbio che secondo la proporzione della grandezza di ciascuna di loro, la Francia non avanzi di molto l’Italia; e particolarmente ottimo cibo sono le carni de’ castrati, e de’ buoi, ma se io vorrei minutamente parlare de’ volatili, e de’ pesci, de’ quali questa provincia, e particolarmente questa città, è copiosissima, sarebbe mestiere che io fossi molto migliore conoscitor de’ giudizi della gola, che in affetto non sono. Dirò solo, che siccome nella quantità, e qualità degli armenti, e delle greggie la Francia è superiore di gran lunga, così ancora io credo che de’ pesci, e degli uccelli non ceda all’Italia: parlo sempre in universale, che creda ben io, che il Ferrarese in quanto alla bontà de’ fagiani, e delle pernici non trovi paragone alcuno in questi paesi. Seguono i frutti della terra, ed in quelle parte che partiene a’ grani (per quanto dicono i pratici, che io per me ne sono semplice relatore) se la Francia ha vantaggio, come vogliono che veramente l’abbia, questo non avviene perchè le sue campagne sieno più feconde, che i piani, oppur le maremme d’Italia; ma piuttosto perchè nessun paese vi ha qui che fertile non sia, ove in Italia molti se ne trovano; alpestri, e sterili affatto. De’ vini non so, che mi dica, perchè i Chiaretti, i Grechi, e le lacrime sono troppo limosi: e oltre a ciò quest’anno è corsa in Francia una stagione così maligna che non vi è vino alcuno, che non sia brusco, o verde, come essi sono usati di dire; ma per quanto da quelli degli anni passati posso conoscere, i vini francesi sono, e più generosi, e più maturi, e più digestibili degli italiani; e quello che è somma lode hanno molta virtù, e pochissimo fumo; onde non so, come possano piacer tanto ad alcuni, essendo appunto il rovescio della natura loro. Mi ciò che desidero, nel vino è un non so che, che o lusighi, o morda la lingua e ’l palato, o faccia l’uno e l’altro effetto insieme. Confesso l’imperfezione del mio gusto al quale sonopiù grati i vini dolci e raspanti d’Italia che questi di Francia; i quali mi paiono tutti (parlo de’ buoni) d’un medesimo sapore, sicchè malagevolmente distinguerei l’un dall’altro. Dell’erbe e di quelli che propriamente frutti diciamo, che ancor essi si annoverano fra i parti della terra e di quelli in particolare che sono propri dell’estate, non so, se qui sia minore la copia, o più scarsa la bontà, e l’Italia è in ciò tacito superiore che non vi è luogo a comparazione; e quello che è difetto grandissimo, privi sono questi paesi delle olive, ornamenta e trastullo delle mense, il cui liquore è non solo utilissimo all’uso della vita; ma ancora ministro delle vigilie degli studiosi; che se la Provenza è di tutte queste cose abbondante, non è però che le altre parti della Francia quasi tutte inopia non ne patiscano. Ma maravigliosa soprattutto è stata la provvidenza della natura in questa provincia nella moltitudine, e nel compartimento delle riviere, dalle quali è accresciuta oltremodo l’abbondanza di questi paesi; perchè non essendo ogni terra atta a produr quanto basti alla moltitudine de’ suoi abitanti, ed essendo in alcun luogo soprabbondanza di quelle cose, delle quali altrove è difetto, in guisa sono disposte queste riviere, che scambievolmente ciascuna parte, coll’uso delle navigazioni può, mandando fuori il soverchio, ricevere il necessario. Questi fiumi parte scendendo datti Alpi, parte da’ Pirenei e dal Cemeno, si raccolgono, parte nell’Oceano, e parte nel Mediterraneo di maniera che dall’un mare all’altro, interponendovi poca fatica di vettura per terra, ora a seconda, or contro il corso de’ fiumi è quasi continua la navigazione. Nè meno è mirabile il magistero della natura nelle leggi che ella ha imposte a questi fiumi, perciocchè molti di essi sono fiumi regi, e di perpetua grandezza, e contenendosi dentro a loro, alcuni non passano, se non molto di rado, quei confini che loro sono stati prescritti dalla natura, non dall’industria degli uomini, che con ripari e argini cerchi di ritenerli; e se pur talora inondano, non fanno danno molto grave. In questo delle riviere, molto inferiori sono i nostri paesi; perciocchè non vi è navigazione dal destro al sinistro fianco d’Italia, nè commercio alcuno, se non o conducendo le vettovaglie su per lo dosso dell’Appennino, o girando un grandissimo tratto di mare; e pochi fiumi, trattone il Po, vi sono comodamente navigabili: gli altri accresciuti di forze avventizie, e piuttosto torrenti che fiumi, compensano l’utile delle navigazioni col danno delle inondazioni; e il Po stesso in queste parti è dannosissimo, sicchè vi toglie talora il frutto delle fatiche e le speranze di molti anni. Or passando alla fortezza del sito, fortissimo e molto è quello d’Italia; perciocchè è un’isola tra due golfi del mediterraneo, se non quanto l’Alpi a guisa di fortissima muraglia la serrano da un lato, e ha per entro molti passi alpestri e difficili; onde assai sicura sarebbe da’ diluvii de’ popoli stranieri, s’ella medesima non aprisse e spianasse loro le strade. Ma la Francia all’incontro ha i confini apertissimi alle feroci nazioni di Germania, ed essendo quasi tutta piana e larga, facilmente potria da ogni inondazione di genti essere in breve tempo trascorsa. Nè tacerò (benchè non abbia preposto di parlarne ) quanto il sito di Italia sia non solo più forte, ma faccia eziandio gli uomini più forti e faticosi, che la Francia non è atta a fare. È la Francia come abbiamo detto quasi tutta pianura, perchè sebben si sale e si scende spesso, le ascese, e le discese son sempre facili e lievi e molte volte appena sensibili; ove l’Italia è partita, quanto dura la sua lunghezza dall’Appennino, e di qua e di là ha il piano talor largo e aperto, talor distinto e compartito da colline e da monticelli: la quale mescolanza di piano e di monte rileva non poco al valore degli abitatori, perciocchè per sua natura (eccettuo sempre la disciplina) gli uomini che albergano ne’ luoghi piacevoli e piani, sono non dirò imbelli, ma mansueti e pacifici, e gli altri abitatori de’ monti hanno natura robusta e bellicosa, e gli uni e gli altri quando siano vicini fra loro danno e ricevono vicendevolmente alcuni benefizi, perchè questi porgono, aiuto d’armi e di forze, quelli di vittovaglie e d’industria d’arti, e di civiltà di costumi; di maniera che congiungendosi la mansuetudine colla ferocità, viene a farsene un maraviglioso temperamento, quale noi veggiamo negli italiani, ove ne’ luoghi totalmente alpestri e malagevoli, e separati dal commercio del piano si trova la gagliardia e la ferità scompagnata da ogni umanità e industria civile. E di ciò siano esempio gli svizzeri, la virtù dei quali ancorchè si debba riconoscere dalla disciplina, non è però da negare che il sito non sia di molta importanza, leggendosi che la loro virtù da’ tempi di Cesare sino a’ nostri è continuata, benchè forse sia molte volte mutata la disciplina. Ma nella Francia che ha il paese tutto piano, o leggermente rilevato, il popolo è vilissimo; che se i nobili sono impetuosi e arditi feritori, questo si deve attribuire in tutto, oltre a quella generosità che inserisce la nobiltà negli animi nostri, alla disciplina loro, la quale conosciamo esser tutta rivolta a stabilire con esercizio continuo il vigore de’ corpi ed a confermare coll’uso de’ continui pericoli l’audacia degli animi. Ben è vero (cosa che dagli antichi politici fu avvertita) che ne’ paesi piani la nobiltà ordinariamente è guerriera, come quella che può più comodamente nodrir cavalli, ed esercitarsi a questo modo di guerreggiare: e perciò sovrasta ella al popolo; e ai governi popolari sono più atti i luoghi montuosi che i piani; siccome per lo contrario il principato di un solo, o de’ pochi più facilmente s’introduce e si conserva nella pianura. Era la terza in ordine l’opportunità del sito, in quanto appartiene all’accrescimento dell’imperio e delle ricchezze. La Francia è non ne’ confini, ma nei luoghi interiori dell’Europa, e per questo non ha alcun facile trapasso nelle altre due parti del mondo, l’Asia e l’Affrica, nè potrebbe così tosto trasportarvi l’armi, nè trasportate mantenervele: e se pur la Francia ha vicini gli altri paesi aquilonari e occidentali; ciò non è di tanto momento alla dilatazione dell’imperio: perciocchè que’ paesi oltre che sono più astretti, e forse men ricchi, sono abitati da genti bellicose e quasi indomabili; onde assai gloria riportò Cesare già vincitore della Francia d’aver fatto il ponte sul Reno, e pesti i piedi ne’ lidi d’Inghilterra: e per quanto raccogliamo dall’istorie di Francia è stata più volte occupata dai popoli di Germania, e dagli inglesi, ma non si legge, (ch’io mi ricordi) che gente partita di Francia occupasse paese alcuno dell’Inghilterra, o d’Alemagna, se non quando si fa menzione in Cesare di alcune colonie mandate da’ francesi oltre il Reno molto, innanzi la sua venuta in quel regno. Ma l’Italia, sendo collocata nell’estremità dell’Europa, e però divisa dalle altre regioni di quella, si stende con una delle sue fronti assai vicino all’Affrica, e la guarda quasi minacciando. L’altra sporge nel seno Adriatico, e per quello e per l’Arcipelago ha facilissimo il tragetto [4] nella Grecia, e ne’ regni dell’Asia; onde pare così situata dalla natura, acciocchè acquisti l’imperio dell’universo. E come ha maggior comodità di guerreggiare, così ancora ha più comodo il traffico che non ha la Francia: più comodamente dico, può ricevere le mercanzie dell’Asia e dell’Africa, e mandarle loro, ma non già con tanta agevolezza trasportarle da un suo luogo ad un altro come la Francia per rispetto delle riviere, delle quali di sopra si è fatta menzione. Ma novella comodità ha ricevuta la Francia dalla navigazione de’ portoghesi, da’ quali l’è somministrato ciò che prima, da Venezia con maggior incommodo conveniva che accettasse; ma non però è più facile questo commercio alla Francia che quel di Levante all’Italia, quando le guerre e le difficoltà che nascono da coloro che sono signori dei mari non l’impediscono, le quali cose ora non abbiamo in considerazione, trattando semplicemente dalla natura de’ luoghi. Seguita la bellezza del paese. Certo in quanto all’amenità che procede dai fiumi, giudico io la Francia alquanto superiore all’Italia; ma non concorro già nell’opinione di coloro da’ quali la vaghezza di questi paesi è tanto dilettevole giudicata, perchè non credo che in ciò non do tanta fede al mio giudizio che non so quanto sia buono quanto al senso medesimo) che la nostra vista possa dilettarsi nell’asprezza di un paese nel quale ella trascorra sanza ritegno alcuno; anzi provo in me stesso che gli occhi si compiacciono della diversità degli oggetti, e che godono che gli sia interrotto il passo da’ colli e dalle valli e da’ virgulti e dagli arbori, e che più la sterilità e rigidezza dell’Alpi, facendone paragone alla vaghezza degli altri spettacoli, suole molte fiate riuscire piacevolissima; le quali condizioni non trovo fra i paesi che ho visti, se non in alcune parti della Borgogna, ed in quella parte del lionese che, con lei è congiunta. Nè per altro la pittura, saggia imitatrice della natura, mescola l’ombre ai colori, se non perchè colla comparazione di questo oscuro i colori maggiormente si spicchino, e appaiano più vivaci e più rilevati. Onde per me stimo che chiunque loda quella nuda solitudine e quella semplice conformità che si vede nel gran cammino, tutto è nella campagna e ne’ contorni di Parigi, e ne’ paesi più vicini a lui della Normandia e nella Piccardia, loderebbe anco, non le pitture del Buonarroto, o di Raffaello, ma quelle piuttosto ove maggior copia di porpora, o di azzurro oltramarino fosse disteso. Ben è vero che io intendo maraviglie del paese di Lorena e della Provenza; ma se a questi tali si possono, contrapporre la riviera di Salò, e di Genova e quel tratto di spiaggia che si stende da Gaeta a Reggio di Calabria, tanto celebrate dagli scrittoci, ne rimetto la sentenza a coloro che gli uni e gli altri hanno visti e considerati. A me però giova di credere che non senz’altra cagione i poeti, soprani giudici delle bellezze delle cose, fingessero che ’l mar napolitano fosse albergo delle Sirene; ma ovunque, sia il vantaggio de’ particolari, nell’universale oserò dire che la natura vuole dentro ai confini d’Italia mostrare un picciolo ritratto dell’universo; e per questo, ciò che ella aveva sparso e disseminato in varie parti del mondo, quivi tutto dentro in breve spazio raccolse e compartì; onde se vaga è la varietà, vaghissima, oltre a ciascun altra, è l’Italia. Eccovi, signor conte, minutamente discorso in quali cose io reputi che la natura abbia avvantaggiata una di queste province dall’altra. Rimarrebbe ora ch’io favellassi di quelle condizioni che ho chiamate accidentali; perchè si mutano colla mutazione delle religioni, dei tempi e de’ principi, nelle quali secondo questi scambiamenti or l’una, or l’altra provincia può essere superiore: E questo ragionamento si dividerebbe in due parti: nelle cose che caggiono sotto le azioni degli uomini civili: ed in quelle che s’inducono dall’industria degli artefici.

Il primo capo abbraccerebbe le leggi, e i modi di trattar le paci e le guerre; il culto della religione ed i riti, e le cerimonie tutte.

Nell’altro si conterrebbe la considerazione dell’arti, così di quelle che sono necessarie al vivere, o al ben vivere, come di quello che sono state trovate per pompa e per lussuria degli uomini. Io per me credo, che in quanto a quest’ultimo capo, in molte cose superi la Francia, e in molte sia superata. Ma se io volessi per ciascuna di loro arditamente discorrere, converrebbe che io avessi maggiore esperienza nelle cose, e della Francia, e dell’Italia; maggior ozio di considerarle, e di scriverle; ma per non tacere di tutte parlerò della maniera degli edifici, come di importante molto: e che con altra maestria, e altra leggiadria siano edificate le città italiane, non è chi dubiti. Taccio della fortezza delle muraglie pubbliche, perchè questo medesimamente è chiaro. In quanto, alle case de’ particolari, lascio stare, che queste di Francia siano per l’universale di legno e senza giudicio alcuno di architettura fabbricate. Io non trovo in loro quella comodità, della quale erano lodate; se però tra i comodi non si ripongono le scale lumache, le quali co’ loro strettissimi rivolgimenti fanno girare la testa attorno: aggiungi che le camere sono per lo più scure e malinconiche: e aggiungi che non vi è alcuna continuazione di stanze che faccia comoda forma d’appartamento. Tali sono ordinariamente le case de’ privati. Ma mirabile è veramente la Francia per le chiese, così per lo numero di esse, che è quasi innumerabile, e nelle città e nelle campagne, come per la grandezza e magnificenza di ciascuna: indizio certissimo dell’antica divozione di questa provincia; Ma benchè le chiese abbiano del ricco e del sontuoso, vi si ammira piuttosto le spese di chi le fondò, che vi si lodi l’arte dell’architetto; perciocchè l’architettura è barbara, e si conosce che è stato avuto solo riguardo alla sodezza e alla perpetuità e niente all’eleganza e al decoro; oltre di ciò quasi tutte sono occupate dal Coro, il quale, essendo collocato nel mezzo delle chiese, impedisce la vista, nè lascia che la grandezza di quella possa unitamente essere considerata. Non vi è poi opera di pittura, e di scultura, se non rozza e disproporzionata, se forse tra le pitture non vogliamo porre le finestre di vetro colorite e effigiate, le quali in moltitudine grandissima sono degne d’ammirazione, non che di lode, così per la vaghezza e vivacità de’ colori, come anco per lo disegno, e artificio delle figure. Ed in questa parte hanno i francesi che rimproverare gli italiani; perchè l’uso dell’arte de’ vetri, che presso noi è principalmente in pregio per pompa e per delizia de’ bevitori, è da loro impiegato nell’ornamento delle chiese di Dio, e nel culto della religione. Nè minor vaghezza aggiungono alle chiese di Francia i campanili, i quali (siccome anco le chiese) sono coperti d’una sorte di pietre, o di tufo; che imitando il piombo naturalissimamente fa una apparenza molto vaga, e di spese molto maggiore. Concludo in somma, che quanto le chiese di Francia avanzano nel numero, e nella grandezza di fabbriche massicce e durabili, tanto le nostre sono superiori nell’architettura, e nell’ornamento de’ quadri, e nelle statue: parlo in universale; che chi a’ particolari vorrà aver riguardo, non è dubbio, che in quella parte ancora che appartiene alla magnificenza e alla grandezza degli edifici, il Duomo di Milano, e forse alcun’altra d’Italia trapassa tutte le chiese di Francia, delle quali io ho notizia, ed in particolare questa tanto celebrata di nostra Dama di Parigi. Ma poichè siamo condotti nella menzione di Parigi, non vi dispiaccia, sig. conte, ch’io traviando ricerchi, se alcuna città d’Italia, è tale che meriti di essergli paragonata. Nè parlerò di Roma, o di Napoli, perchè quella venerabile per la Maestà del pontificato, e per le vestigie dell’antica grandezza; e questo chiarissimo per la piacevolezza, e comodità del sito, e per la moltitudine de’ baroni e de’ cavalieri, sono però così in ogni cosa dissimiglianti da Parigi, che non posso venire a questa comparaziome. Milano, che più gli s’assomiglia, gli cede nondimeno infinitamente così di frequenza di abitatori, e di moltitudine di mercanzie e di ricchezze, come ancor, di vaghezza, e di opportunità di sito non essendo egli diviso da una riviera grande e navigabile, com’è Parigi. Ma forse non è Venezia indegna d’essere agguagliata; perciocchè sebben ell’è minor di circuito, e men copiosa di persone, e meno ricca di mercanzie, è però molto più riguardevole per moltitudine di palagi, e di edifici superbissimi, per la quantità delle navi, delle galere, e degli altri legni da guerra e da carico, e per la qualità del sito il quale avanza le altre maraviglie. È Parigi poco forte di mura, nè già possono dir i parigini (uomini oltre a tutti gli altri vilissimi) ciò che dissero gli spartani, il petto degli uomini esser la fortezza della città; ma il sito di Venezia, munito dalla provvidenza della natura, assicura da tutti gli assalti, e da tutte l’ossidioni quella città, sicchè contrapponendo il peso di quelle qualità, nelle quali Parigi, e Venezia, o perde l’una dall’altra, o è superiore, difficil cosa è conoscere quale dia alla bilancia il crollo maggiore. Crederei bene che, chi potesse sottoporre quasi in un teatro l’una, e l’altra di queste città agli occhi di persona straniera, ma giudiziosa, maggior meraviglia prenderebbe quel tale dalla vista di Venezia, che di Parigi. Ma noi per lo fastidio e per lo disprezze, in che ci sono le cose nostre, ammiriamo le pellegrine; e altri per avventura vinto dall’affezione che porta al paese nativo, l’antepone a tutti gli altri, nel numero de’ quali io dubito non esser posto, parlando contrario all’opinion de’ molti. Ma se alcuno, vi è il quale non si lasci vincere in guisa dalla novità delle cose non più vedute, che disprezzi quelle, che ha familiari per lungo uso, e insieme si guardi dall’altro estremo, cioè dal soverchio amare di sè stesso; a giudizio di questo tale, io sottopongo molto volentieri il mio giudizio: nè già mancherà siffattto giudice, ove voi siate, signor conte, il quale siete uso di misurar le cose non dalla vostra passione, o dall’apparenza di esse, ma dalla verità, e natura loro.

Sarebbe or tempo che io chiudessi il mio discorso col paragone degli istituti, e della disciplina francese, e italiana; ma per la poca cognizione, che ho sin ora di costumi, e delle leggi di Francia non soddisferò in questa parte nè al vostro valore, nè alla volontà che ho di soddisfarlo, il quale di ogni vostro picciolo desiderio fa mia ardentissima cupidità: oltre che la condizione delle cose non patisce, che si faccia questa comparazione, perciocchè il meglio ed il più dell’Italia è soggetta allo straniero: parte n’è governata dalla chiesa, parte de’ veneziani, e parte da principi feudetari, o da repubbliche raccomandate, de’ quali ciascuno è diviso di voleri, e di consigli, e diverso di forma di governare; onde non si può d’Italia fare una unita considerazione. Ma la Francia sottoposta a re solo, e naturale, e perciò più conforme a se stessa, chi non ha riguardo a presenti tumulti, della Religione, è siccome in questa parte più felice, così, anco per quanto m’immagino in molte cose è meglio istituita e meglio governata. Nondimeno tre costumi di Francia, de’ quali io ho notizia, a me non possono se non dispiacere. Il primo è barbarissimo molto, che il popolo in alcune parti ordinariamente nutrisce i bambini di latte di vacca: che se di medolla di leoni, o d’altri animali feroci, come si finge d’Achille e di Ruggiero, sarebbe più comportevole; perocchè il bue è animale servile e tollerante non solo delle fatiche, ma delle percosse eziandio: e il nutrimento che in quella età si riceve, imprime un non so che della sua qualità ne’ corpi e negli animi ancora teneri de’ fanciulli; e se i medici, o politici non accettano per nudrici le donne inferme, o quelle de’ malvagi costumi, quanto meno accetterebbero gli animali bruti Ma siccome abborrisco questa usanza della plebe, così non lodo quella de’ nobili, che ciascuno abita ritiratamente ne’ suoi villaggi e lontano dalle congregazioni della città: perchè lasciando da parte, che l’uomo sia animal civile e di compagnia, che per niuna altra cagione sia lodevole il ritirarsi dalle adunanze degli altri, se non per attender alle contemplazioni; dirò, che il nobile praticando per la più co’ servi e co’ villani, si avvezza di una maniera di vivere imperiosa e diviene insolente; e l’ignobile nella città, non usando con coloro, ne’ quali è alcuna gentilezza, si conferma in quella bassezza d’animo e di costumi ch’è loro impressa dalla viltà del nascimento. So che questa usanza è comune alla Germania e all’altre nazioni straniere: e so che si può rispondere che i nobili e spesso nelle corti e sempre passando d’un villaggio all’altro, conversano insieme; con tutto ciò nè accetto l’autorità, nè mi appago delle ragioni, e parmi di conoscere che l’errore di questa opinione sia radicato sopra la superbia di non voler conoscere i magistrati per superiori. Il terzo costume ch’io non lodo, è che le lettere, e particolarmente le scienze abbandonate da’ nobili; caggiono in mano della plebe; perchè la filosofia, quasi donna regale maritata ad un villano, trattata dagl’ingegni de’ plebei, perde molto del suo decoro naturale: e di libera e investigatrice delle ragioni, diviene ottusa e scema dell’autorità, e di regina moderatrice degli uomini, ministra dell’arti sordide e dell’ingordigie dell’avere. Di questo molto prima si accorse Platone nella sua repubblica, ed io per esperienza conosco essere verissime le sue ragioni. E qui signor conte, sarà finito quanto che io con esso voi avea proposto di ragionare: che se sarà da voi considerato come parere di uomo ancora inesperto, e scritto tumultuariamente nei disagi della corte di Francia, troverà, se non lode, almeno scusa del nostro giudizio: ove scompagnato da queste considerazioni temo che vi porgerebbe troppo larga occasione di riprenderlo. E vi bacio le mani.

È questa la descrizione che rapidamente fece il Tasso della Francia; scriveva egli con entusiasmo, ma correggeva con flemma, dice lord Boscommon, ed io vo’ credere che molti mi sapranno grado di avere portata questa lettera, a pochissimi nota; perchè gli scritti sono le geste più importanti de’ letterati, da’ quali si può conoscere l’indole loro. Ma la dottrina, la eleganza, l’ingegno del nostro Tasso doveva destar l’invidia ben presto ne’ cortigiani: e infatti, breve tempo passato, appena osarono calunniarlo presso del cardinale, (si ignora di quale velo abbiano ricoperta la trama) ed arrivarono al loro intento di contaminare l’animo del suo signore a segno ch’egli con freddo occhio il guardava: tanto è pur vero che chi serve nelle case de’ grandi dee avere della sua virtù paura, e nel suo ardire speranza di una sorte felice. Torquato che prestamente si accorse di avere perduto non poco amore nell’animo del cardinale, e veggendo ciò essere affatto ingiusto, acceso da generosa bile, dimandò a calde istanze licenza di ritornare in Italia. Non c’è dubbio, quel cardinale cadde in qualche inganno intorno al Tasso, avendogli diminuito di tanto l’affetto che gli voleva; ma che stupire? Dirò anch’io, come Sterne: Il grande errore degli uomini è di risguardar troppo lunge. Noi diamo la scalata ai cieli, noi discendiamo nel centro della terra, e intanto noi dimentichiamo noi stessi. La verità sta lì lì avanti di noi; essa muove sul grande cammino, e lo stesso agricoltore la tiene sotto i suoi zoccoli; tuttavolta pochi la scorgono, pochissimi si danno studio di consultarla.

La dimandata licenza gli fu di botto concessa, e nel mese di dicembre del 1571 ripatriò, vestito, dice il Balzac, con quel medesimo abito, con che era andato in Francia; e ciò viene asserito anco dal nostro Anton Maria Salvini ne’ suoi Discorsi Accademici. Queste sono le belle ricchezze, queste le fortunate avventure che gli rallegravan la vita, e che incoraggiarlo dovevano a quell’immenso lavoro, mercè il quale all’Italia si accresceva la invidiata gloria di prima maestra delle nazioni di Europa.

CAPO XI.

L’ Aminta.

A Roma drizzò suo cammino; colà dal cardinale Gio. Girolamo Albano suo concittadino fu ricevuto con estremo piacere, e da lui e da Maurizio Cataneo suo segretario non fu lasciata cosa che gli potesse essere di soddisfazione e agiatezza in questo suo breve soggiorno in quella metropoli. Tanto poi si adoperò quell’insigne porporato, il quale avea molta voce in Italia, tanto disse Madama Leonora, in cui era grandissimo avvedimento, che il duca Alfonso di Ferrara bene e saviamente invitò il nostro Tasso alla sua corte con onoratissime condizioni; una delle quali fu l’esentarlo da qualunque obbligo, onde potesse attendere riposatamente a’ suoi studi, e dare presto alla luce il desiderato poema. Per la qual cosa egli partì da Roma nel mese d’aprile nell’anno 1572 tutto pago e giulivo, essendo che il solo pensare ch’ei faceva ritorno alla sua dolce Ferrara gli metteva nell’animo una ricreante letizia; ma il serenissimo Duca col troppo onorarlo gli recò danno non poco, risvegliando ne’ cuori altrui quella sciagurata invidia che è peste e rovina di chi usa alla corte. Tuttavia lasciando egli latrare chi ne aveva il bisogno, e sforzandosi di conservare il sereno nell’anima, si mise di proposito ad assestare i suoi canti, a modellare alcune ottave trasandate nell’atto più lusinghevole, a trar le parole dal cuore, a colorire le immagini di quel guizzo di luce che si diletta, in fine a vedere le cose nel più vago aspetto che posson ricevere; ed a lui, che ebbe tutto Virgilio ricevuto nell’animo, i versi venivano armoniosi e leggiadri, e dignitoso e risplendente lo stile che gli ha fatto, e gli farà sempre onore.

Il Duca, che era voglioso di mostrargli quanto lo avesse caro, si pensò di eleggerlo a professore di geometria e di sfera nella università, non obbligandolo a leggere che nei giorni festivi. Se qualche bell’umore ci trova a che dire su questa elezione, che sa proprio di strano, e ride in veggendo il cantore della Gerusalemme diventare all’improvviso un arido precettore di geometria; io non so che rispondere, ed al più posso notare non essere niente difficile che il Duca sia stato consigliato a questa elezione dai cortigiani invidiosi degli ozi tranquilli che il Tasso godeva allora. Egli è dunque adesso anche maestro di scuola, e per la bontà del suo principe gli è dato di attenuare l’ingegno, onde porsi al livello altrui. Pure chi ’l crederebbe? quasi a ricreamento delle severe discipline alle quali era forzato applicare, si pose a stendere la sua favola boschereccia, che intitolò Aminta, e in meno di due mesi la ebbe condotta a fine. È questa un’opera della quale altamente si gloria l’italiana letteratura: la semplicità di Teocrito, il brio di Anacreonte, la dolcezza di Tibullo, la leggiadria di Virgilio, la tenerezza di Petrarca si ritrovano insieme unite in questo capolavoro, il quale come nudo fatto drammatico punto non alletta la fantasia, ma descritto dal Tasso è veramente cosa divina, di cui non saprei additarne un eguale tra tutte le moderne letterature. E dappoichè vana e troppo lunga fatica sarebbe il mettere a esame le classiche bellezze di questa favola per provare il mio giudicio, mi contenterò di scegliere un tratto, nè il più bello, nè il più passionato, ma il primo che s’incontra nell’atto primo, scena seconda nel quale Aminta racconta a Tirsi l’origine dell’amor suo; e questo tratto più di qualsivoglia raziocinare sottile dee provar quanto ho detto, ed invaghire gli animi a gentilezza informati di questo non mai abbastanza esaltato componimento, cui le grazie e l’amore hanno soavemente inspirato.

Aminta:        Essendo io fanciulletto, sì che a pena

giunger potea con la man pargoletta

 a côrre i frutti dai piegati rami

degli arboscelli, intrinseco divenni

de la più vaga e cara verginella

che mai spiegasse al vento chioma d’oro.

La figliuola conosci di Cidippe

e di Montan, ricchissimo d’armenti,

Silvia, onor de le selve, ardor de l’alme?

Di questa parlo, ahi lasso; vissi a questa

così unito alcun tempo, che fra due

tortorelle più fida compagnia

non sarà mai, né fue.

Congiunti eran gli alberghi,

ma più congiunti i cori;

conforme era l’etate,

ma ’l pensier più conforme;

seco tendeva insidie con le reti

ai pesci ed agli augelli, e seguitava

i cervi seco e le veloci damme:

e ’l diletto e la preda era commune.

Ma, mentre io fea rapina d’animali,

fui non so come a me stesso rapito.

A poco a poco nacque nel mio petto,

non so da qual radice,

com’erba suol che per se stessa germini,

un incognito affetto,

che mi fea desiare

d’esser sempre presente

a la mia bella Silvia;

e bevea da’ suoi lumi

un’estranea dolcezza,

che lasciava nel fine

un non so che d’amaro;

sospirava sovente, e non sapeva

la cagion de’ sospiri.

Così fui prima amante ch’intendessi

che cosa fosse Amore.

Ben me n’accorsi al fin: ed in qual modo,

ora m’ascolta, e nota.

Tirsi:             È da notare.

Aminta:        A l’ombra d’un bel faggio Silvia e Filli

sedean un giorno, ed io con loro insieme,

quando un’ape ingegnosa, che, cogliendo

sen’ giva il mel per que’ prati fioriti,

a le guancie di Fillide volando,

a le guancie vermiglie come rosa,

le morse e le rimorse avidamente:

ch’a la similitudine ingannata

forse un fior le credette. Allora Filli

cominciò lamentarsi, impaziente

de l’acuta puntura:

ma la mia bella Silvia disse: - Taci,

taci, non ti lagnar, Filli, perch’io

con parole d’incanti leverotti

il dolor de la picciola ferita.

A me insegnò già questo secreto

la saggia Aresia, e n’ebbe per mercede

quel mio corno d’avolio ornato d’oro. -

Così dicendo, avvicinò le labra

de la sua bella e dolcissima bocca

a la guancia rimorsa, e con soave

susurro mormorò non so che versi.

Oh mirabili effetti! Sentì tosto

cessar la doglia, o fosse la virtute

di que’ magici detti, o, com’io credo,

la virtù de la bocca,

che sana ciò che tocca.

Io, che sino a quel punto altro non volsi

che ’l soave splendor degli occhi belli,

e le dolci parole, assai più dolci

che ’l mormorar d’un lento fiumicello

che rompa il corso fra minuti sassi,

o che ’l garrir de l’aura infra le frondi,

allor sentii nel cor novo desire

d’appressare a la sua questa mia bocca;

e fatto non so come astuto e scaltro

più de l’usato (guarda quanto Amore

aguzza l’intelletto!) mi sovvenne

d’un inganno gentile, co ’l qual io

recar potessi a fine il mio talento:

che, fingendo ch’un’ape avesse morso

il mio labro di sotto, incominciai

a lamentarmi di cotal maniera,

che quella medicina, che la lingua

non richiedeva, il volto richiedeva.

La semplicetta Silvia,

pietosa del mio male,

s’offrì di dar aita

a la finta ferita, ahi lasso, e fece

più cupa e più mortale

la mia piaga verace,

quando le labra sue

giunse a le labra mie.

Né l’api d’alcun fiore

còglion sì dolce il mel ch’allora io colsi

da quelle fresche rose,

se ben gli ardenti baci,

che spingeva il desire a inumidirsi,

raffrenò la temenza

e la vergogna, o felli

più lenti e meno audaci.

Ma mentre al cor scendeva

quella dolcezza mista

d’un secreto veleno,

tal diletto n’avea

che, fingendo ch’ancor non mi passasse

il dolor di quel morso,

fei sì ch’ella più volte

vi replicò l’incanto.

Da indi in qua andò in guisa crescendo

il desire e l’affanno impaziente

che, non potendo più capir nel petto,

fu forza che scoppiasse; ed una volta

che in cerchio sedevam ninfe e pastori,

e facevamo alcuni nostri giuochi,

che ciascun ne l’orecchio del vicino

mormorando diceva un suo secreto,

- Silvia, - le dissi - io per te ardo, e certo

morrò, se non m’aiti. - A quel parlare

chinò ella il bel volto, e fuor le venne

un improvviso, insolito rossore

che diede segno di vergogna e d’ira;

né ebbi altra risposta che un silenzio,

un silenzio turbato e pien di dure

minaccie. Indi si tolse, e più non volle

né vedermi né udirmi. E già tre volte

ha il nudo mietitor tronche le spighe,

ed altretante il verno ha scossi i boschi

de le lor verdi chiome, ed ogni cosa

tentata ho per placarla, fuor che morte.

Mi resta sol che per placarla io mora;

e morrò volontier, pur ch’io sia certo

ch’ella o se ne compiaccia, o se ne doglia:

né so di tai due cose qual più brami.

Ben fora la pietà premio maggiore

a la mia fede, e maggior ricompensa

a la mia morte; ma bramar non deggio

cosa che turbi il bel lume sereno

agli occhi cari, e affanni quel bel petto.

Quanta soavità di affetti! quanta nitidezza di stile! quanto candore di vezzi in questa solo racconto! Che se osserviamo l’orditura della favola, il viluppo, lo scioglimento, il verseggiare, e quello de’ cori particolarmente che è sì dilicato, la purità della lingua, la sceltezza dei concetti e l’arte d’imitar destramente i migliori buccolici, ci convien dire che questo è un dramma veramente di attica venustà, il quale dee porsi nel numero di quelle rarissime opere, che per quanto l’Umana natura il concede, toccarono la perfezione. Ed è pur da osservare che egli ha voluto adornar l’amore di un velo pudico, sopra l’usanza di que’ tempi, ne’ quali ignudo parlava un linguaggio libero e voluttuoso; cosa da grandemente lodarsi in un giovin poeta che viveva tra le mollezze di una corte pomposa; nè l’amore del Tasso è per questo meno avvenevole, ch’anzi è tutto bellezza; e infatti il cav. Monti egregiamente disse nella lettera premessa alla edizione bodoniana dell’Aminta:

I bei carmi divini, onde i sospiri

In tanto grido si levar d’Aminta,

Sì che parve minor della zampogna

L’epica tromba, e al paragon geloso

Dei primi onori dubitò Goffredo,

Non è Donna, immortal, senza consiglio

Che al tuo riome li sacro, e della chiara

Per senno e per beltate inclita figlia

L’orecchio e il core a lusingar li reco,

Or che di prode giovinetto in braccio

Amor la guida. Amor più che le muse

A Torquato inspirò questo gentile

Ascreo lavor, e fino allor sì dolce

Linguaggio non avea quel dio parlato,

Almeno in terra; benchè assai di Grecia

Erudito l’avessero i maestri,

E quel di Siracusa, e l’infelice

Esul di Ponto. . . . .

Non so dar fine a questo elogio senza prima portare lo squisito giudizio che ci ha lasciato il Serassi intorno l’Aminta, e che lo stesso Parini ha voluto trascrivere ne’ suoi discorsi di letteratura, il quale in poco racchiude assai. « È certo cosa degna di meraviglia il vedere con quanta eccellenza abbia il Tasso saputo conformare il proprio stile ai vari generi del dire, cioè al magnifico, il mezzano e all’umile, non punto dissomigliante anche in questo dal suo Virgilio, ch’egli s’avea proposto per esemplare. Chiunque dopo d’aver veduto la Gerusalemme liberata, o altra opera del Tasso, si mette a leggere il suo Aminta. pare assolutamente ch’ei s’avvenga in un poeta affatto diverso dal primo; tanta e sì estrema differenza si scorge così nel suono de’ versi, come nella nitidezza e facilità della elocuzione. Il Tasso nella sua Gerusalemme per formarsi uno stile proporzionato all’eroica grandezza andò in traccia d’alcuni modi di dire bensì insoliti, ma assai giudiziosi, e molto convenienti al genere magnifico, introducendo bene spesso delle nuove forme, e un certo andare di elocuzione che ha del latino, e che produce novità, e il più delle volte anche grandezza. Laddove nell’Aminta convenendogli procurar d’esser semplice, per accomodarsi al costume da lui tolto a imitare, non gli fu d’uopo l’andar cercando parole, nè frasi o giri che avessero punto del pellegrino, o che fossero alieni dal comune linguaggio poetico già introdotto da’ nostri buoni scrittori: ma solo dovette sciegliere nella nostra lingua le voci più pure e più leggiadre, e le maniere di favellare più gentili e queste accozzare insieme in guisa che nel verso venissero a formare un suono tutto semplice nello stesso tempo e tutto grazioso. Più d’ogn’altra cosa però ebbe cura di andare imitando negli eccellenti greci, e massimamente in Anacreonte, in Mosco e in Teocrito certe figure, certi traslati, certe imaginette, certi vezzi insomma che sembrano affatto naturali e pur sono artificiosissimi; nella quale imitazione il Tasso fu veramente maraviglioso; perciocchè non ricopiò già egli, nè troppo da vicino imitò, ma sul tronco delle greche bellezze innestò, per così dire, le sue proprie e quelle della sua lingua, di modo che ne venne un frutto nostrale di terzo sapore, per avventura anche più dolce e saporito del primo, ed originario ».

Se il Tasso non avesse composta altr’opera che l’Aminta, questa sola basterebbe a collocarlo tra’ primi ingegni della nostra patria, e a tramandare il suo nome alla più tarda posterità

Volle il duca Alfonso che si rappresentasse l’Aminta nella primavera di quell’anno 1573; ed una prova che piacque sommamente a tutta Ferrara è il vedere come i cortigiani della casa Estense ingagliardirono l’odievolezza loro, la qual pareva sopita, contro l’autore; e degli orribili effetti di questa tremenda passione parleremo tra poco.

Il duca Guglielmo di Mantova ordinò pure che questa favola si recitasse alla corte con quella magnificenza ch’era propria di lui: il gran duca di Toscana Ferdinando fece lo stesso in Firenze: e non sì tosto uscì alla luce la vaghissima pastorale che destò l’ammirazione non pure nella nostra Italia, ma in tutte le più colte nazioni, sì che elle fecero a prova in voltarla nella loro favella. Pietro de Brach consigliere del re di Francia la recò elegantemente in versi francesi; ed a questa traduzione tennero dietro altre quattro dei signori di Raissiguier, de Torches, Pecquet e Escalopier: nella lingua illirica comparve una versione di Domenico Slaturichia, nella spagnuola una bellissima per opera di Giovanni di Jauregui; in Francfort un’altra in versi latini senari, fatica di Andrea Ildebrando pomerano, e nella inglese ne diede in luce una molto pregiata il sig. Oldmixon. Nel 1642 fu parimenti tradotta in lingua tedesca da Michele Schneidern, e nell’idioma olandese nel 1715 da Giovanbatista Dellekens; e finalmente 1745 in greco volgare da incerto autore; e siccome i lavori classici svegliano il talento della imitazione, così non mancarono poeti in tutte le nazioni, e specialmente in Italia, i quali presero a imitar, quando bene, e quando mediocremente il dramma del Tasso. Fra gli italiani le copie che meritano molta lode sono la Filli di Sciro del conte Guidubaldo Bonarelli, le Pompe funebri di Cesare Cremonino, il Pastor fido del Guarini, l’Amarilli di Cristoforo Castelletti, la Flori di Maddalena Campilia, l’Amoroso sdegno di Francesco Bracciolini, le Maraviglie d’amore di Gabriello Zinano, e l'Alceo di Antonio Ongaro, il quale cammina proprio sulle tracce dell’Aminta, e perchè l’Ongaro si contentò di trasportare solamente ( il più delle volte ) i personaggi dal bosco alla marina, ebbe per soprannome il titolo di Aminta bagnato. Il Serassi osservò che Torquato non si dava punto il pensiere di pubblicare il suo dramma, quando ne capitò una copia ad Aldo Manuzio il giovane, mentre l’autore si ritrovava nell’ospitale di S. Anna in Ferrara, e senza farne motto ad alcuno, si prese la libertà di darlo alle stampe l’anno 1581 in Venezia. L’edizione, fu intitolata a Ferrando Gonzaga principe di Molfetta, e nella dedicatoria si legge un tratto che merita l’osservazione dei dotti: Questo raro parto, ei dice, del maraviglioso ingegno di messer Torquato Tasso essendo da tutti coloro che prendono diletto della vaghezza delle poesie bramato senza fine, non meno di quel che facciano tutte l’altre sue cose, anzi forse via più, siccome quello che delle sue mani ne’ suoi tempi migliori uscì più maturato, non dovea star celato presso a me, non senza grave ingiuria del suo autore, e con non lieve offesa di coloro che come già si è detto, tuttavia l’aspettano. Dovendo io dunque adornar le stampe di opera così leggiadra, era conveniente ch’io adornassi anch’essa del gran nome di Vostra Eccellenza, la quale se messer Torquato fosse nello stato nel qual già tempo era non meno invidiato che al presente sia compassionato, sarebbe veramente degno e singolar soggetto de’ suoi incomparabili versi.

Così si scriveva di lui in Venezia, mentre tra le strettezze della povertà ed il timor della morte egli languiva miseramente in Sant’Anna, la speranza quasi lasciata di rivedere quel cielo, quei campi, quell’amor, quella pace che animato lo avevano a porre in verso i bei sospiri di Aminta.

CAPO XII.

Principio delle insidie ordite al Tasso.

La duchessa di Urbino Lucrezia da Este sentendo le lodi che per ogni luogo all’Aminta si tributavano, desiderosa di ascoltar questa favola dalla bocca dello stesso autore, cortesemente lo invitò alla sua corte in Pesaro, facendo preghiera ad Alfonso fratello di lei perchè gli concedesse di trattenerlo con seco per qualche mese. Sua Altezza vi accondiscese, e il Tasso ne venne a Pesaro nella state del 1573, dove fu accolto dai giovani principi, da Madama la duchessa Lucrezia e da Guidubaldo, suo antico protettore, con atti di vero amore. Infocatasi la stagione, Madama volle andare con lui a Castello Durante, e colà stette alcuni mesi a diporto, godendo della conversazione di questo grand’uomo, che tra i verdi felici di quella villeggiatura parecchi tratti compose del suo poema. Era il Tasso amantissimo della solitudine, e se la necessità di procacciarsi alle corti sostentamento non lo avesse forzato a diporre il suo desiderio, egli sarebbe vissuto sempre alla campagna. La sua immaginazione, il suo cuore nel silenzio de’ luoghi deserti provava una estasi così deliziosa, un pascolo sì dolce a’ pensieri, che non gli restava più che bramare; simile in questo a Rousseau, che ambo essendo dotati di un fervido immaginare; di liberi sensi e di un cuor sensitivo ebbero frequentemente a ritrovarsi male assaissimo in mezzo gli uomini; quindi cercarono nel ridente riposo della campagna quella tranquillità e indipendenza che altrove non era lor fatto di avere; e il genevrino ha descritto a vivaci colori i piaceri che gustava in solitudine, i quali sono quelli pure del Tasso, per quanto io mi posso dalle opere e dalla vita di lui argomentare.

Dotato era il Tasso, (e ciò si rileva da una sua lettera al Bernardi) di prodigiosa memoria; perciò rade volte poneva la mano allo scrivere, essendo che riteneva in mente trecento e quattrocento stanze per volta; di che alla principessa d’Urbino ne godea l’animo nell’udirlo a recitare le armoniose ottave che andava facendo in quel suo villeggiare; e grato il Tasso alle amorevolezze di lei, celebrava con poesie liriche i pregi che la adornavano, tra le quali merita di esser notato il presente sonetto con che ingegnosamente lauda le passate bellezze di Madama, (ella aveva compiuto il trentanovesimo anno dell’età sua) senza però scemare il pregio di quelle che pur la fregiavano:

Negli anni acerbi tuoi purpurea rosa

Sembravi tu che a’ rai tepidi, all’ora

Non apre il sen, ma nel suo verde ancora

Verginella s’asconde e vergognosa.

O piuttosto parei (che mortal cosa

Non s’assomiglia a te) celeste aurora,

Che le campagne imperla, e i monti indora,

Lucida in ciel sereno e rugiadosa.

Or la men verde età nulla ti toglie;

Nè te, benchè negletta, in manto adorno

Giovinetta beltà vince, o pareggia.

Così più vago è ’l fior, poi che le foglie

Spiega odorate, e il sol nel mezzogiorno

Via più che nel mattin luce e fiammeggia.

 L’abate Serassi è del parere, che dalla stretta servitù del Tasso con Madama Lucrezia e dal numero de’ componimenti, che tra le sue rime si leggono in lode di lei, si possa conghietturare, ch’egli in sino a questo tempo sentisse maggior propensione per la duchessa d’Urbino, che per Madama Leonora da Este. Quello che è certo, egli è che la principessa Lucrezia gli fece il presente di un prezioso gioiello con un rubino di assai valore, e, dovendo andare a Ferrara per rivedere la serenissima sua famiglia, volle essere accompagnata dal Tasso; tutte cose che danno chiaro a vedere di quanta affezione fosse egli onorato da Madama la principessa [5]. A questi giorni egli si diede al comporre una tragedia, il di cui protagonista è Torrismondo re de’ goti: ma terminato il primo atto, e due scene del secondo, mise giù il pensiero di andare avanti, e si pose di caldo animo al suo Goffredo di cui n’avea già compiuto circa diciotto canti: quando sorpreso da una improvvisa febbre quartana accompagnata da estrema debolezza di forze, ebbe a rimanersi di studiare, lasciando ’l suo lavoro per qualche tempo in riposo. Cessata la febbre gli restò una languidezza che gli diede di molta noia per tutto ’l verno nè riacquistò la salute che verso la primavera del 1575, nella quale stagione ebbe la contentezza di vedere finito il poema: ma il gusto di aver terminato quest’opera alla quale per sentimento interiore affidava il sua nome, fu di subito amareggiato da parecchie insidie che tese gli vennero per alcuni ribaldi, onde condurlo a perigliosi cimenti ed offuscar di sua fama la celebrata chiarezza. Laonde egli fermò in se stesso di abbandonar la corte e ricoverare a Roma per attendere in pace, se gli era dato, a’ cari studi; e liberarsi una volta da’ morsi della invidiosa malignità: e perchè aveva un cuore riconoscente, pensò sdebitarsi delle ricevute beneficenze co’ prìncipi Estensi pubblicando il poema sotto gli auspici del duca Alfonso. Prima però di metterlo in pubblico, lo mandò leggere a parecchi letterati di grido, perchè schiettamente loro opinione dicessero. Fu consultato dal Tasso anche Speron Speroni, il quale, anzichè incoraggiarlo a mandar fuori quel maraviglioso lavoro, cercò ogni mezzo di avvilirlo, per maniera che fu da poco che non lo desse alle fiamme. Così sogliono spesso i letterati vecchi inanimare alla gloria gli studiosi giovani che danno prova di bello ingegno. Lo Speroni era gonfio d’intollerante amor proprio, ed era geloso che alcuno il vincesse nella palestra poetica. Egli favorì, scrive il Corniani, gli studi del Tasso finchè a lui non crebbero l’ali; ma quando il vide accinto a voli sublimi, tentò di attraversarlo, e di conquiderlo. Torquato ne fece di ciò querela in una lettera a Scipione Gonzaga, ove non può contenersi dall’appellarlo maligno, ed ingrato, e nell’Aminta il rappresentò nella persona dell’invido Mopso.

A Scipione Gonzaga, allora prelato in Roma, ne fece tenere una copia; questi elesse a compagni del suo giudicio quattro chiarissimi uomini, cioè il Barga, il Flamminio de’ Nobili, l’Antoniano, e lo Speroni; e diversi furono i pareri di questi signori e di altri amici del Tasso intorno la unità dell’azione, la necessità e connessione degli episodi, e il verseggiare e lo stile: e sì fatti dubbi diedero grande fastidio al Tasso, perchè quasi sempre erano fuor di proposito. L’episodio d’Armida p. e. parve troppo lusinghiero, e da vero egli tolse via parecchie stanze che erano giudicate lascive, non volendo, costumato com’era, che l’opera sua fosse d’inciampo ai giovani. L’Antoniano poi che era un pinzochero, instò fortemente perchè si levassero dal poema non solamente gli incanti magici; ma eziandio tutti gli amori, come che nulla avessero del licenzioso. Fu rotta guerra da parecchi all’episodio di Sofronia e di Olindo, e mancò poco che non venisse rigettato dal poema; se non che alludendo l’autore nella persona di Sofronia a Madama Leonora da Este, stette fermo nel lasciarlo a suo posto. Tutti poi i suoi critici si accordavano in dire che il poema era troppo gaio e fiorito, che gli ornamenti ed i vezzi soperchiavano l’epica magnificenza, e che le molli grazie di che lo aveva adornato tenevano del genere lirico, e dovevano essere mortificate non poco. A quest’ultima censura si mostrò non tanto arrendevole, e ne addusse in iscritto convincenti ragioni.

Ecco come si scusa dalla taccia di essere troppo fiorito, scrivendo al Gonzaga:

« In quanto agli ornamenti io sono piuttosto indulgente a lasciarli, che molto severo nel rimoverli; perchè nuovamente leggendo Demetrio ed altri che parlan dello stile, ho considerato una cosa che a me par verissima e realissima. Molte delle figure del parlare che essi attribuiscono come proprie alla forma magnifica di dire non sono state ricevute dalla lingua volgare; perchè per esempio malamente si potrà dire in questa lingua, armato milite complent o chiamar selva un ramo. Non ha ricevuto oltra ciò questa lingua la composizione delle parole che è nella latina, e più nella greca; non la trasposizione tanto lodata da Aristotile, se non in poca parte. Chi direbbe transtra per che non paresse Schiavone? Son molti e molti altri modi di dire che son propri del magnifico, ed innalzano lo stile senza esquisito ornamento. Or non avendo la nostra lingua molti di questi modi, che dee fare il magnifico dicitor toscano? Quei soli ch’ha ricevuti la lingua non bastano per avventura. Certo, o accattar molte figure e molti modi dalla mediocre forma, o dalla umile. Della umile è propria passione, per così dire, la purità: della mediocre l’ornamento: ma se egli per sua natura è più vicino e più simile alla mediocre che non è all’umile, perchè non servirsi degli aiuti vicini e conformi piuttosto, che de’ lontani e difformi? L’Ariosto, Dante e ’l Petrarca ne’ trionfi molte volte serpono; e questo è il maggior vizio che possa commettere l’eroico, e parlo dell’Ariosto e di Dante non quando passan nel vizio contiguo all’umiltà, che è la bassezza, ma quando usano questa umiltà che per se stessa non è biasimevole fuor di luogo. Or per conchiudere, io giudico, che questo essere talora troppo ornato non sia tanto difetto, o eccesso dell’arte, quanto proprietà e necessità della lingua. Considerisi oltra ciò, che l’instrumento del poeta eroico latino e greco è il verso esametro, il quale per sè stesso senz’altro aiuto basta a sollevar lo stile: ma il nostro endecasillabo non è tale, e la rima ricerca e porta di sua natura l’ornamento più che non fa il verso latino e greco. Sicchè si deve avere anche accessoriamente qualche riguardo all’instrumento, non solo al principale, come s’ha in non romper tanto i versi, quanto si rompono nell’esametro; si deve anco condonare, alla lingua volgare, ed alle stanze qualche eccesso di ornamento. Tutto questo ho detto non solo come teorico, ma come pratico ancora: pur V. S. vedrà nel canto, ch’io le manderò, sin a quanto giudico che si debba stendere questa moderazione d’ornamento, la quale in alcune cose in ogni modo è necessaria. Ho scritto queste cose in fretta e confuse. V. S. le intenda per discrezione, e mi faccia favore di conferire questa mia opinione col sig. Barga e col sig. Flamminio.»

Se il Tasso scrivesse al nostro tempo non direbbe più che l’endecasillabo italiano non basta per sè stesso a sollevare lo stile. I versi sciolti del Monti nella traduzione della Iliade, quelli del Foscolo nel carme dei Sepolcri, e que’ del Parini nel suo Mattino sono sì splendidi e robusti e armoniosi che pare non temano nè manco il pareggio degli esametri greci e latini.

Nulla ostante per non durare ostinato net suo intendimento si recò a correggere e sfrondare alcuni versi di quanto aveva una pompa lussureggiante, accondiscendendo in gran parte a’ consigli degli amorevoli suoi. Non si può negare che al Tasso non piacessero alquanto in sulle prime alcune ricercate lisciature, e certi concetti leziosi che a lungo andare stancano la mente ed annoiano. Facilmente e’ si sarebbe gittato nello stile delle pensate acutezze, che è di un pessimo gusto; ma si avvide subitamente del suo pericolo e camminò per lo retto sentiero: i suoi avversari però presero motivo da qualche frase, o pensiere sfuggitogli che aveva del falso, o del lambiccato, per vilipenderlo in villana maniera. Lo stesso Galileo Galilei si lasciò traportare da certo mal umore che nodria contra il Tasso, nelle sue Considerazioni sopra la Gerusalemme, a segno che si acquistò biasimo, dalle giudiziose persone.

Mentre inteso al limare abbisognava di quiete, entrò in forte sospetto che i suoi rivali gli fermassero le lettere ch’egli mandava a Roma, e quelle che da Roma gli erano scritte, per iscoprire li fatti suoi e vedere i dubbi che gli venivano opposti, e poi screditarlo presso il Duca, e andare in corte spacciando ch’egli non era l’uomo di quello ingegno che alcuni il credevano, e che anzi, bassamente di lui sentivano, li più accreditati uomini dell’Italia. A meglio dunque consultare alcuni letterati, che tenevano soggiorno in Roma, chiese licenza al Duca di partire per quella città; e quegli, volonteroso di vedere al più presto pubblicato il poema, gliela concesse. I cortigiani stizziti e infocati contra il Tasso, perchè vedevano, le continue finezze che dal principe gli erano fatte, seppero imbellettare a genio loro la cosa, e susurrarono di qua, di là ch’egli studiava di porsi al servigio di un qualche signor romano; che a vile teneva la protezione del signor Duca, e che per fermo egli era un cavalier senza onore, disleal, menzognero, e avveduto macchinatore di tenebrosi raggiri. Doleva troppo a que’ gentil uomini lo scorger che Alfonso si prendeva la cura di leggere tutte le mutazioni che il Tasso andava facendo nel suo poema, e che dandosi a sollazzare nella sua grande ed amena villa di Belriguardo, seco voleva sempre Torquato, e lo distingueva tra tutti, e prendeva maraviglioso diletto della conversazione di lui.

A Roma fu gentilmente accolto da Ferdinando cardinale de’ Medici, che fu poscia duca di Toscana, il quale invitollo ad acconciarsi con lui in carica di gentiluomo; invito che non fu dal Tasso accettato, avuto riguardo al duca Alfonso. Fatta non molta dimora in quella città, col dolore nell’anima, perchè presagiva le disgrazie che gli emuli suoi stavano a lui preparando, fece cammino alla volta di Ferrara, e, giuntovi appena, ricevette da Sua Altezza novelle dimostrazioni di tenera benevolenza, le quali via più l’invidia aizzarono ne’ suoi nemici: ed a maggiormente sollecitare la sua rovina gl’incontrò caso che aveva sembianza di lieto augurio. Madama Lucrezia da Este duchessa d’Urbino vedendosi poco gradita per l’età sua al principe suo marito, venne a stabilirsi in Ferrara presso il fratello, e il Tasso fece tosto pensiero ch’ella sarebbe stata uno scudo contro le insidie de’ suoi rivali: ma io credo anzi che costoro abbiano tratto motivo dalla dimestichezza che Madama con esso lui adoperava, per seminar male voci contro di lui. Ella costretta ad una increscevole cura che ordinata da’ medici le era per racquistar la salute, altra compagnia non amava che quella del Tasso. « Il signor Duca, scrive al Gonzaga, è andato fuori, ed ha lasciato me qui invitis invitum) perchè così è piaciuto alla signora Duchessa d’Urbino, la quale togliendo l’acqua della Villa ha bisogno il giorno di trattenimento. Leggole il mio libro, e sono ogni giorno con lei molte ore in secretis » ecc.

Pochi giorni prima che il Tasso partisse da Roma era morto il Pigna primo segretario del duca Alfonso, il quale era uomo infinto, malevolo, e in ogni doppiezza maestro sagace: a lui successe in quel posto un cavaliere della stessa tempera, che era il dottore Antonio Montecatini): per la qual cosa il povero Tasso così si duole col Gonzaga: «Mi piace, che il successor del morto gli è successore anco nella malevolenza verso di me. Spero che la sua malignità sarà istrumento della mia buona fortuna; ed io gli farò bel gioco, e appunto quale il desidera. Egli riderà della mia sciocchezza, ed io della sua delusa prudenza ». È facile il comprendere da queste poche linee come egli fosse tribolato dal nuovo segretario insino dai primi giorni che incominciò sua carriera. Era il Montecatino di acuto ed orgoglioso ingegno, e sopportando a male in cuore gli onori che all’epico nostro venivano tributati, d’amico di lui si tramutò in feroce avversario, nè lasciava cadere alcuna opportunità per fargli perdere la benevolenza del Duca, colorando la sua infame passione col pensato infingimento di vegliar premuroso sugli andamenti altrui; e intanto si continuava ad involare al Tasso alcune lettere segretamente; e vedi al suo Gonzaga di quale maniera egli scriva. « Mandai, dice, l’ottavo e il nono canto, se ben mi ricordo, il decimosesto di aprile consegnato qui al mastro della posta: V. S. non mi dà nuova della ricevuta, nè dallo Scalabrino me n’è fatto motto, nè anco di alcune lettere ch’io scrissi a V. S.; ed a lui per quell’ordinario e per l’altro appresso, come che scriva d’essere stato egli medesimo alla posta. In quelle lettere erano molte cose pertinenti al poema intorno alcune parti delle quali non mi soddisfaccio, nè vorrei che fossero smarrite; ma più mi dà noia il dubbio che non siano state intercette, e mi si vanno avvolgendo mille pensieri fastidiosi per la testa. Supplico V. S. che usi ogni diligenza per trovare i canti e le lettere, e trovandole procuri che messer Giorgio intenda dal mastro delle poste se vennero per quel medesimo ordinario ch’iodico; ed esamini bene se sono state aperte o no; che vorrei pur uscire da questo dubbio che m’affligge, cioè che molte mie scritture siano ritenute, e poi mandate. »

A inferocire l’invidia cortigianesca valse di molto la grazia che gli donava la bellissima signora Leonora Sanvitali contessa di Scandiano, la quale tra le dame brillava per modi leggiadri, e per certa fresca ed ingenua avvenentezza che dava di che parlare agli oziosi cavalieri ferraresi. Infatti come non doveva inviperire l’invidia, se due principesse di squisita eleganza ornate, se le più belle dame, e specialmente la Sanvitali, le di cui rare doti fecero perdere il senno ad uomini di sommo giudicio, pareva che accese da emulazione venissero nel proteggere e favorire il Tasso, ch’era giovane e bello e in tanta fama levato? Mi piace il portare un grazioso sonetto ch’egli compose nell’occasione; che la contessa Leonora comparve lusinghiera a una danza colla maschera in volto:

Bell’angioletta, or quale è bella immago

Di coprir degna il dolce avorio e terso

Del vostro volto, del color cosperso

Che rende il cielo in sul mattin più vago?

Qual la potrà formar maestro, o mago,

Che a voi convenga, o qual nuovo, e diverso

Abito ammira l’indo, il franco, o ’l perso,

Che d’onorarsi in voi non sembri vago?

Nullo; ma come suole, in selva, o ’n scena

Palla mostrarsi, o Citerea succinta;

E segnar l’orme coi coturni d’oro;

Tal voi con fronte lucida e serena

Duce vi fate d’amoroso coro

E bella è più qual da voi meno è vinta.

Questa è la seconda delle tre Leonore, (così abbiamo dal Serassi) che il marchese della Villa immaginò per rendere più vago il suo romanzo della vita del Tasso. La terza Leonora non ci fu mai, e fu inventata a capriccio dal Manso, dal Goldoni e da altri.

Accettò il signor Duca in questo tempo l’offerta che gli recò il Tasso di continuare la storia della Casa Estense, interrotta a cagione della morte di Giovanbatista Pigna, e vedi ora nuovo motivo per incrudire l’odievolezza dei cortigiani: e bene il Tasso, ma troppo tardi, di ciò si accorse. « La mia offerta, dice al Gonzaga, è stata accettata con mio grandissimo dispiacere, veggendomi tolto un onorato pretesto d’una subita licenza. Or che debbo io fare? farò forza a un mio antico e giustissimo desiderio di viver tra gli uomini? [6] troncherò l’ali alla mia fortuna, perchè mai più non le rimetta? Ah! non sia vero ch’io abbia a dolermi da sezzo, quando il pentirsi, nulla giova. Mi consolo, ch’io richiesi, e non fui richiesto; sono attore, e non reo. Posso dunque desistere dalla dimanda, e non provocare chi per avventura non provocato non si moverà; che certo, per quanto a me ne pare, la mia proposta è stata accettata piuttosto graziosamente che con fervore: però giudico che con non molta difficoltà potrò ritirarmi dall’impresa; e quand’anco la difficoltà fosse anco molta, vo superarla in ogni modo. Non potrei scrivendo de’ tempi di Leone e di Clemente non dispiacere a coloro a’ quali sono obbligato, non che desideroso di soddisfare. Dunque prometto assolutamente seguane che ne può, d’abbandonar questa impresa alla quale per altro sottentrava molto volentieri, e forse io non sarei stato così debole a sostenerla, come Vostra Signoria m’accenna ch’altri mostra di credere; al quale spero un giorno far mutare sentenza, non senza sua soddisfazione. »

Da altre lettere ch’egli dettò in questo tempo stimo di potere conoscere facilmente ch’egli era noiato della corte, e che ardentemente bramava di andare altrove. Alcuni lo tacciano di un po’ d’incostanza ne’ suoi desiderii, ma io porto opinione che ciò addivenisse non già per volubilità del pensare; sì bene per disgusto in che gli erano venute tutte le cose a motivo delle palliate persecuzioni che aveva a sostenere di continuo in Ferrara. Altri lo accusano di eccessiva diffidenza degli uomini; ma era questa per lui una colpa? Non ebbe forse a provare a suo costo quanto sia vera la sentenza di quel filosofo greco: non vi essere bruto nelle foreste da potersi all’uomo paragonare nell’arte raffinatissima di porgere inganno altrui?

Ad onta però ch’e’ avesse di ragioni valevoli per liberare alla spacciata l’offerta sua, come quella che gli tirava addosso la malevolenza di molti, e da alcuni: grandi non era guardata con favore, pure stette fermo nell’abbracciate divisamente, e scrivendo allo Scalabrino, sì dice: Il poema dorme, ed io studio istorie continuamente; ed in un’altra allo stesso: Stanco di poetare mi sono volto a filosofare. Sembra, s’io mal non mi avviso, ch’egli abbia cominciato a questi dì a carezzare le sue idee melanconiche alle quali inclinava per indole naturale, e che i frequenti dispiaceri gli facessero amare le severe meditazioni intorno il suo stato. Quale sventura è la mia, che ciascuno mi voglia fare il tiranno addosso? scrive, allo stesso; e un’altra: Il riso non mi passa il gozzo; e se non fosse che il signor Duca m’ha donata oggi una botte di dodici mastelli di vino preziosissimo che mi ha tutto raddolcito il palato, sputerei fiele e aloe... Mi sono chiarito di cento tradimenti che mi avea orditi Brunello. Andossene a Modena per alcuni giorni, onde quetare lo spirito combattuto, e appena tornato seppe che di notte eragli stata aperta la camera, rovistate le sue scritture, ogni cosa spiata, per accagionarlo innanzi ’l Duca, se veniva lor dato, e fargli perdere l’amore di lui, unico scudo che rintuzzava la petulante albagìa degli emuli suoi. Nè queste perfidie sbramarono punto il reo talento di cotestoro, che si volle fare una conventicola oscura per rovinarlo affatto; e sta bene il pubblicare il nome de’ capi a loro vituperio in eterno. Presidente era il degnissimo signor segretario Montecatino; scherani il Giraldini, il Maddalò, il Patrizio, il Bertazzolo ed Orazio Ariosto, tutta canaglia di arroganti eruditi. Tra’ vari attentati loro è da notarsi quello di accusarlo al tribunale del santo Officio, in que’ tempi sì formidabile ed insolente che faceva brutta paura anche a’ sovrani; e il povero Tasso era allo incontro religiosissimo uomo: ma non si poteva schermire da una mandra d’insidiatori che lo seguiva di cheto per ogni luogo, ed ogni via ricercava, perchè non poggiasse a quella gloria, cui naturalmente l’ingegno suo lo portava. Anche il celebre cavaliere Giovanbatista Guarini, ch’era nel numero de’ cortigiani, di amicissimo che per lo addietro gli si mostrava, si volse in suo nemico a spada tratta, di che il Tasso n’ebbe, a sofferire assaissimo. Gli venne più fatto di sapere che da un cotale, veramente rotto ad ogni bassa nequizia, era stato tessuto al suo danno un tradimento vilissimo; il perchè avvenutosi un giorno in quel brutale, con tranquille parole se ne dolse con esso lui per maniera amichevole; e questi anzi che fare una scusa, od altro, si mise a svillaneggiarlo con sì plebea sfacciatezza, che il Tasso montato in furore, nè volendo la baia da quel vigliacco, gli sciorinò a maraviglia, una solenne guanciata. Il codardo ammutire, venir rosso, confondersi, e quatto quatto dare di volta, quasi nulla fosse accaduto, fu tutta una cosa: se non che, unito a’ suoi fratelli, ed armato di pugnale, corse all’improvviso per avventarsi contra Torquato, il quale, destro nell’armeggiare, cessò il pericolo mettendo in fuga gli assalitori, più acconci al mestier de’ sicari, che a duellare con un generoso e gagliardo. Questo avvenimento è descritto da lui medesimo nella lettera che qui rapporto:

« La mia lontananza da Ferrara, e i miei disturbi sono stati cagione ch’io non abbia sin ora risposto a tre lettere di Vostra Signoria, fra le quali ve n’era una lunghissima che m’invitava a lungo ragionamento. Ora rispondendo, e cominciando dall’ultima, come da soggetto che più mi preme, Le dico ch’io entrai in questa tresca non volontariamente, nè mosso da ira, o da impeto inconsiderato, ma sforzato dal mio onore, e provocato da una mentita insolentissimamente, ed impertinentissimamente replicatami. E siccome contra mia voglia io ci sono intrato; così mi sforzerò con ogni mio potere di uscirne quanto prima sarà possibile, ma d’uscirne però con ogni onore e soddisfazione. Perchè ancora ch’io sia ora superiore all’avversario non sol nella giustizia della causa, ma anche ne’ fatti che son passati fra noi, avendo io percosso lui da uomo adirato, ed egli percosso me da traditore, ed aggiunta al tradimento la viltà della subita fuga, sicchè senz’altro potrei dopo la narrazione del fatto far la pace, quand’egli fosse mio pari: nondimeno essendo tra la sua persona e la mia molta disuguaglianza di sangue, e dirò anche d’ogni altra condizione, se mai verrò a quest’atto, vorrò che in questo ancora appaia al mondo quant’egli mi sia inferiore. E s’altro rispetta che quel di lui, o de’ fratelli non m’avesse ritenuto sino a quest’ora, egli forse se ne sarebbe accorto, nè si andrebbe vantando d’aver fatto, ecc. Ma per esser questa mia querela complicata con mille altri intrichi, non vo’ correre a furia. Non mi maraviglio ch’egli ordisca di mostrar il caso in iscritto; poichè da un infame ogni cosa si può aspettare: ma s’egli non fosse tale, molto me ne maraviglierei. Perocchè così il risentimento dello schiaffo ch’io gii diedi, come il suo assassinamento fur fatti non di notte, o ne’ deserti, ma l’uno e l’altro di mezzogiorno nel cortile, e nella piazza; e tutta Ferrara sa che quando io il percossi io era solo e disarmato, e ch’egli non fece, nè mostrò di voler fare risentimento. Venne poi accompagnato da molti a darmi di dietro, e fuggì prima quasi che mi toccasse. Ma siccome qui si sa, così tosto credo che per tutta Italia si saprà, perocchè si procederà contra lui come si conviene. Non disse già bugia a V. S. quand’egli disse d’aver veduto un monte di sue lettere; perocchè oltre alcune che io glien’avea mostrate, egli con sua industria s’era ingegnata di veder l’altre, avendo fatta fare una chiave falsa ad una cassetta, dove io tengo le mie scritture. Ma tanto mi basti aver detto di questo infame, al quale non credo che il sig. Cortile avrà dato ricetto con molta soddisfazione del sig. Duca, e se ne potrà essere accorto.»

Credono alcuni critici che questo ribaldo fosse quel medesimo Maddalò che entrava nella congiura di sopra accennata; e questa zuffa sarebbe riuscita a grave discapito per Torquato, se il principe di Ferrara non avesse sostenuto le parti di lui per modo tutto amorevole; tanto que’ rosi da invidia brigavano di soperchiare lo sventurato poeta. Ah! egli è pur vero che tra le passioni, la più svergognata è la invidia, la quale osa commettere qualsivoglia più sordida azione. Ella attacca i generosi, mentre palpa i dappoco; ha il ferro sotto il vestito, e sulle labbra il sorriso; immerge nel suo odiato il coltello e dimanda al vicino chi è stato il reo. Censurare agramente, e per simulato desiderio dell’altrui bene; tacere le virtù e ingrandire i difetti, e per sognato amore di verità; cogliere il buon destro quando le viene di danneggiare, di opprimere, di vilipendere, e fare le mostre che tutto sia mero caso impensato; e nell’atto medesimo che ti loda e vezzeggia compor fellonie, tramar nuovi lacci, disseminare calunnie con aria ingannevole e lusinghiera, Sono state mai sempre le braverie di questa infame. Per quanto però s’infinga, quella maligna ironia, quello scherno insolente che talor non volendo, pur le scappa di bocca, quell’occhio torbido, quel beffardo sogghigno, quel rotto parlare, la disvelano spesse volte, a coloro eziandio che non si curan di lei, per la più trista e vile e perniciosa passione che formi l’uomo. E l’uomo, dice Marco Tullio, ha egli nemico più fiero dell’uomo stesso? Non menarono tanto guasto le guerre, le inondazioni, gli incendi, quanto l’invidia che tiene dominio superbo nella famiglia sociale. Nè a torto scrisse un francese, che il male che noi facciamo non ci attira tante persecuzioni e tant’odio, quanto le buone o belle qualità che ci adornano; e le vicende del Tasso bastar potrebbono a comprovare questa sentenza.

CAPO XIII.

Traversie del Tasso in Ferrara.

La principessa Leonora vedendo come egli intristiva nelle amarezze, per ricrearlo un poco e rialzarlo da que’ malori che lo distoglievano da’ suoi studi, lo condusse a Consandoli, luogo deliziosissimo, lontano diciotto miglia di Ferrara, e volle in compagnia di lei poche, ma elette persone, tutte sollazzevoli ed aggraziate, cui stava a cuor la salute dell’infelice Torquato. Quell’aria vitale, quella cara pace, quel cielo ridente, quell’olezzo de’ fiori, quella tranquilla bellezza che spira sempre natura, e inebria l’anima d’un certo diletto che ci fa scordare ogni pena; e più ancora l’amoroso pensiere che Madama e i teneri amici si davano continuamente per la prosperità di lui, in pochi giorni l’ebbero risanato, onde riprese con lena i suoi lavori poetici, che senza questo ricreamento sarebbono per avventura giaciuti nella dimenticanza. È questa la ragione, perchè quella villeggiatura fu sempre dolce al suo cuore, dappoichè per lui era piena di rimembranze e d’amore. Io m’immagino di vedere il Tasso in Consandoli che tra le ombre della foresta va cercando la pace; e mi par di vederlo maninconoso, errante, immerso in alti pensieri, volgere a quel bel cielo testimone del suo patire, i vivi occhi quasi per chiedere commiserazione; e poi raccorsi a verde luogo remoto dove nulla palesa la man dell’uomo ed i segni di schiavitù, e sedere a piedi d’un albero, della cui piacevolezza non sentesi immeritevole, e invocare la compagnia della musa e di amore, e tender l’orecchio a que’ beati silenzi che lo circondano, donde gli pare uscir voce che al pianto e a’ sospiri il richiami.

Ritornato alla corte si mise al rassettare l’episodio d’Erminia, e in pochi giorni il condusse a quella vaghezza che tanto or piace. Per fugare le cupe idee che di tratto in tratto gl’intorbidavano la mente, soleva costumare alla casa di Leonora Sanvitali, contessa di Scandiano, la quale amando di essere corteggiata secondo vuole la femminile ambizione, da cavalier sì famoso, gli fece grazia della sua da tanti sospirata amicizia; il perchè a lui pareva toccare il cielo, essendo la Sanvitali d’una maravigliosa bellezza. L’ardore del suo animo, la perspicacia del suo ingegno, l’aria nobile e delicata del suo volto, la freschezza di sua età, tutto infine schiettissimo amore nell’epico nostro soavemente destava. Forse qualche accigliato non me lo vorrà credere, pure io tengo per fermo che la italiana letteratura debb’andar debitrice del poema del Tasso a queste insigni donne che presero a difendere e a consolare il travagliato in maniera così gentile da sembrar cosa nuova. Più volte avvilito e vilipeso com’era da una greggia di rabbiosi pedanti, e dalla congiura de’ suoi fraudolenti rivali, e’ fece franca deliberazione di strapparsi di fronte quel lauro che gli fioria male augurato, e racchiudersi in un eremo, voglioso solamente di pace; ma le principesse Estensi e la contessa di Scandiano non gli permisero mai ch’egli menasse a termine il suo volere; e lo incoraggiarono sempre alla gloria, e gli abbellirono i versi d’amoroso sorriso, e in mezzo all’abbaiar de’ pedanti, dell’invidia lo resero assai maggiore. Tanta possanza sull’animo ebbe in ogni tempo la decorosa bellezza, l’aspetto di cui tocca gli spiriti, e gl’infiamma alle più difficili imprese, e gli avvalora e gl’inspira! Per lo che non andò fallito nel suo parere Senofonte quando scrisse nel Convito a proposito della bellezza queste nobili idee. Ella è una certa cosa regale, massimamente quando alcuno l’ha congiunta con modestia e con temperanza . . . . ella può infiammare e guidare gli uomini ad ogni virtù, perciocchè inspira un certo che di bello agli inclinati all’amore, onde poi gli fa più liberali nei doni, più industriosi ne’ pericoli, e più desiderosi delle cose oneste; ed oltre ciò e più vergognosi e più continenti, siccome quegli ch’hanno rispetto ancora a favellare di quelle cose che grandemente desiderano ed impazzano se non hanno per guida persone belle. Dunque se con Clinia io entrassi nel fuoco, so che ancora voi con esso meco verreste: onde non volere più dubitare, o Socrate, che la beltade non giovi agli uomini.

Contentezze così squisite non dovevano essere scompagnate da qualche novello rammarico. Seppe da’ suoi amici che in una città d’Italia, senza sua saputa, e contro sua intenzione si stampava il poema della Gerusalemme; e questa notizia il gittò in acuto dolore, e perchè il poema non era per anco a perfezione ridotto; e perchè in questo modo egli perdea que’ vantaggi che della pubblicazione di questa desideratissima opera giustamente si prometteva.

In questa nuova traversia invocò Torquato la protezione del suo signore, ond’ei cercasse che una sì fiera ingiuria fatta non gli venisse, e Sua Altezza, che intese la cosa pel verso, si adoperò a soccorso di lui scrivendo ai principi dell’Italia, e facendo fare degli uffici anche al pontefice Gregorio decimoterzo, perchè ciascheduno procacciasse che nel proprio stato non si facesse la edizione della Gerusalemme, ma il Duca con tutto questo non lo ebbe rialzato dalla profonda melanconia in che languiva affiacchito. Il conte Tassone saputa appena la malattia dell’amico, lo invitò a Modena cortesemente col renderlo certo che ogni mezzo tentato avrebbe per ricrearlo: vi andò; ma conciossiachè portava seco la ferita nell’anima, ed una troppo gagliarda immaginativa che a mille doppi sue disavventure accresceva, nessun giovamento dalla compagnia del conte ritrasse, e della celebre Tarquinia Molza, poetessa elegantissima, la quale non trascurò alcuna via per rasserenare il Tasso, che mesto le si mostrava a segno, onde si accorse che delle feste che gli davano gli amici niente non si sentiva. Egli stesso in quell’anno 1577 così scrisse al Gonzaga: « Io credeva di trovar quiete in Modena, e v’ho trovato maggior disturbo ch’io non aveva in Ferrara. Contuttociò mi son finalmente risoluto di non poter partirmi dalla servitù del Signor Duca, perciò oltre ch’io gli ho tant’obbligo, che quando spendessi la vita per lui, non avrei appieno soddisfatto al debito mio, non credo ch’io potrei trovare maggior quiete altrove che nel suo stato. Le persecuzioni ch’ io patisco son di maniera, che non meno mi turberebbono altrove che qua. Desiderio di maggior comodo, s’altre volte non m’ha mosso, non vo’ ch’ora mi muova. » E in altra lettera allo stesso: « Per l’ultima ch’ io le scrissi, V. S. Illustrissima avrà inteso ch’io finalmente mi sono risoluto e di prendere ogni persecuzione che mi sia fatta in pazienza, e di fermarmi perpetuamente ai servigi del signor Duca. E questa risoluzione è stata non meno necessaria che volontaria: che certo io non solo non doveva, ma non poteva far altramente; ma non ogni cosa si può scrivere. » Da queste lettere si può desumere che il duca di Ferrara continuava la sua affezione al Tasso, e che andarono errati coloro i quali scrissero, avere Alfonso a questi tempi mostrato molta indifferenza per lui; perchè se ciò fosse, come potrebbe asserire il Tasso di avere tanto obbligo verso Sua Altezza; di voler restare per sempre alla sua corte, e di essersi determinato a questo di suo proprio volere ?

Altro dolore gli venne recato da’ suoi avversari, i quali si studiarono di porgli in odio e in diffidenza il famigliarissimo suo, Scipione Gonzaga, col fare a lui giugner da Roma una lettera, la quale diceva, essere il Gonzaga noiato al sommo di lui, increscergli le continue molestie, delle quali lo tempestava per lo suo informe poema, di cui a giuoco gliene scrive le lodi, e simili altre sconciature di questo gusto. Il povero Tasso sbalordì sulle prime, indi all’amico mandò questa lettera tenerissima: « Desidero, ei dice, di sapere, se V. S. Illustrissima è mal soddisfatta in alcuna cosa di me, e s’io posso liberamente credere tutto ciò che da lei mi viene scritto. Le parrà strano questo quesito; pur m’è venuta una lettera di Roma che non posso dire da cui, nè intorno a che, che mi ha messo alquanto il cervello a partito. Ho finalmente conosciuto ch’è una mera malignità; pur desidero d’essere certificato da lei medesima, s’io sono nella solita sua grazia. So che da cavaliero che è, se si tenesse offesa da me, mi direbbe l’animo suo liberamente ed a me darebbe il cuore di purgare ogni calunnia. Ho riserbata la lettera per mostrargliela, o per mandargliela quando sarà tempo; conoscerà ch’io non mento. Non posso vivere, nè scrivere. Non faccia parte di cosa ch’io le scriva ad alcuno di casa o forestiero. » Tornato a Ferrara dalla benevolenza delle due principesse e della contessa di Scandiano fu rilevato non poco; ed avendo quest’ultima partorito in que’ giorni una bambina, egli compose questo vago sonetto che va tra’ migliori del suo canzoniere:

Non potea dotta man ritrarre in carte

De tuoi lumi e de’ crini i raggi e l’oro,

Nè quel ch’apron due labbra, almo tesoro,

Nè fra’ ligustri tuoi le rose sparte:

 Nè degni eran metalli o marmi o carte

Di contener le luci e i pregi loro,

Onde a formar Natura il bel lavoro

S’accinse, ove perdea timida l’Arte.

E del suo sangue fece, e di se stessa

Viva immago spirante, e in picciol viso.

Gran cose espresse, e, fuor d’uso, leggiadre.

Tu lieta godi e ti vagheggia in essa,

Ed essa te conosca omai dal riso

E veda nel suo riso altri la madre [7].

Convien dire però che la sua fiera malinconia non lo avesse lasciato, giacchè si era ribadito in mente di essere reo di miscredenza innanzi al tribunale del santo Officio; ed il Serassi pare che ciò ascriva a solo effetto di accesa immaginazione; ma io credo che in realtà egli avesse di sode ragioni a credere che i suoi nemici accusato lo avessero a quel tribunale, e ch’egli poi ripescando nelle materie di religione, ed infiammandosi la fantasia sovra queste, pensasse di aver mancato in cosa sì dilicata. Esacerbava i suoi timori l’angoscia continua di essere avvelenato, o ucciso di ferro dai chi tramava la sua rovina, e per quanto il Duca e le principesse mettessero studio nel tranquillarlo al possibile, inutile tornava sempre l’opera loro. Una sera, sendo egli nelle stanze della duchessa d’Urbino, lanciò un coltello ad uno de’ servidori di lei, del quale aveva preso sospetto, e fu perciò subitamente rinchiuso in certe camere del cortile di palazzo; e cotesta carcerazione sì fattamente lo costernò che cadde in uno universale affievolimento di forze da destare la compassione. Ordinò allora Sua Altezza che posto venisse in libertà, e per giudicio del Tasso medesimo il principe nel cominciamento delle sue sciagure dimostrava affetto non di padrone, ma di padre e di fratello; affetto che rade volte negli animi de’ grandi suole aver luogo.

Liberato della prigionia, dimandò di potersi ritirare nel convento de’ padri di S. Francesco, e la grazia gli fu accordata. Nulla di strano ci ha in sì fatta inchiesta, se a due cose avere si voglia riguardo: alla sua immaginativa, ch’era la qualità in lui dominante, la quale gl’inspirava facilmente il timor del pericolo, e gli faceva veder troppo in grande quel disastro che avrebbe potuto piombargli addosso: ed al suo desiderio di sottrarsi a’ malori che l’infestavano, e porsi al salvo dalla invidia de’ suoi rivali. Oltrechè il cristianesimo ha delle dolcezze segrete per le ferite del cuore, allora che le passioni tumultuose cominciano a calmarsi o per l’infortunio, o per la loro stessa durata: e queste dolcezze, che conoscono bene gli sventurati, abbonacciano il cuore, lo circondano di bella luce, e gli fanno sentire, quell’armonia delle cose celesti che udiva Pittagora nel silenzio delle passioni; e siccome il cristianesimo promette sempre una ricompensa per un sacrificio, e pare che nulla si ceda nel cedergli il tutto, quindi, mercè le idee religiose, viviamo sempre nell’estasi di un amore che bea, di un amore che ha de’ misteri che sono quelli dell’innocenza e della immortalità. Dal convento di S. Francesco scrisse di questo tenore a Scipione Gonzaga il quale teneva dimora in Roma. « O io sono non solo d’umor malinconico, ma quasi matto, o io sono troppo fieramente perseguitato. Questa sola strada veggo che possa condurmi a tranquillità, ed acquetare i miei pensieri. Supplico Vostra Signoria Illustrissima per l’antica servitù che ho seco, per la molta affezione che mi porta, in somma per la carità cristiana, che voglia in questo negozio proceder meco con quella sincerità che ha sempre fatto di presentar la supplica al cardinale di Pisa, o ad alcun altro cardinale dell’inquisizione.» Questa supplica era una difesa ingenua ch’egli faceva contra coloro che lo calunniavano di miscredenza: e in una lettera al duca Alfonso così si esprime: « Non mi tolga il trattenimento di questi padri, il quale m’è di sommo diletto, avendo io massimamente deliberato, finita la purga, se potrò farlo con buona grazia di Vostra Altezza, farmi frate. » Io certo non saprei dire se la vocazione improvvisa di farsi frate venisse dall’avere in quel romitaggio gustato la pace della solitudine religiosa, o piuttosto da mente delira che nel suo disperare il portasse a fantastica deliberazione. Povero Tasso! Egli ora è solo, sì solo sopra la terra! Una biliosa gramezza lo fa di piombo, un pallor mesto gli sta sul volto, e quell’amaro disgusto della vita, che da alcuni anni ha sentito, ora acquista di nerbo, ond’è che il suo cuore più non porge alla mente immagini, affetti e dolci inganni; e’ non si avvede di vivere che per un senso profondo di tristezza e di noia. Vorrebbe lottar col suo male, non ha vigore che basti; vorrebbe medicare la doglia dell’anima, non trova rimedio a tanto; vorrebbe sollevarsi con l’arte dei carmi, ma la sua cetra non dà che gemiti. Costretto a lasciare gli uomini, e i più adorati obbietti, nel momento medesimo che si vedeva dinanzi un avvenire glorioso, e che gli raggiavano intorno le speranze più lusinghiere, nasconde i suoi giorni fra le gramaglie di un solitario ricovero, e se questo ancora cessa dal porgergli un qualche conforto, che gli resta più mai? È piaciuto alla natura di porre l’inquietudine nel cuor dell’uomo, il quale aspira sempre al riposo appunto perchè non può conseguirlo; per la qual cosa allora che in un’apparenza almeno di riposo s’incontrano certi spiriti focosi, irrequieti, avvisano di avere una piena felicità ritrovata. Più il loro cuore è procelloso, e più hanno attrattive per loro la pace e il silenzio de’ luoghi deserti, i quali svegliano il sentimento vago e indeterminato dall’infortunio, e la speranza di un rifugio tranquillo, dove la mala ventura sembra non poterci arrivare co’ suoi capricci.

I confidenti amici del Tasso non si diedero in questa volta tutta premura, ch’ei meritava per riaverlo, oppresso com’era da sue miserie: ed è pur vero che l’amicizia, quel caro bisogno della gioventù, ed unico ricreamento della sventura, se langue nella prosperità, è raro che sappia durare nelle disgrazie. Il Duca lo astrinse a fare una purga per sanarlo del suo mal umore, il quale lo metteva in ismanie intorno alla sentenza che potesse dare di lui la inquisizione, ma la purga più importante era quella di tenerlo allegro e svagato, anzichè permettere che stesse racchiuso in una catapecchia di solitari. Parmi a torto il Serassi procuri di sostenere le parti del signor Duca: perchè, o gradiva a Sua Altezza ch’egli riparasse a quel malagevole romitorio, ed è falso che lo facesse purgare per lo zelo schiettissimo di sua guarigione, piuttosto che per colorato pretesto di tenerlo lungi dalla corte: o è vero che gli spiaceva intimamente la malattia di lui, e allora era suo obbligo di giovarlo del medicamento più rilevante per gli ipocondriaci, che è il divagare, il quale non puossi avere nella cupa ritiratezza di una cella monastica in che ogni cosa spira un severo raccoglimento. Se io non temessi di prendere errore, quasi quasi vorrei sostenere che al Duca non garbeggiava soverchio la famigliarità con che lo trattavano le principesse; famigliarità ingrandita e sconciata da’ nemici del Tasso, quanto si possa credere, i quali lo appuntavano in parole, secondo loro costume, dentro e fuori di corte. Ma per ora lasciamo questa controversia da un canto, e in cambio veggiamo come il Tasso si sveli in una lettera [8] al principe suo protettore. « Questo medesimo, dice, sa la signora Duchessa, ch’io previdi molto prima, e che appunto quella sera ch’io fui preso gliene parlava; (cioè del coltello gittato al servo) ma di questo non occorre parlare, poichè l’infinita clemenza di Vostra Altezza, m’ha perdonato il mio fallo. Voglio anche dirle ch’io compresi ch’era stato da’ miei persecutori fatto intendere al duca di Fiorenza ch’io aveva rivelato parte de’ trattamenti passati a Vostra Altezza, per la qual cosa quel signore s’accese di molto sdegno contro me. Ma V. A. non sa forse a che fine io dica queste cose; ecco io mi dichiaro. Confesso d’essere degno di pena per i miei falli, e ringrazio V. A. che me ne assolve; confesso d’esser degno di purga per lo mio umor melanconico, e ringrazio V. A che mi fa purgare, ma son sicuro che in molte cose io non sono umorista, e che è V. A. (perdoni, la supplico questa parola) quanto possa esser principe del mondo. Ella non crede ch’io abbia avuto persecutori nel suo servigio, ed io gli ho avuti crudelissimi e mortalissimi. Ella si crede d’avermi spedito dalla inquisizione, ed io ci sono più intricato ».... E chiude la lettera con queste parole: « Supplico V. A. che mi conceda ch’io possa scrivere una sola lettera alla signora Duchessa, la quale da lei le sarà mostra, e vedrà ch’io non parlerò di sospetto di morte, nè pregherò; e bacio a V. A. le mani ».

Il Duca venne in collera per questa lettera, e gli fece divieto di non iscrivere più mai nè a lui, nè alla duchessa d’Urbino: ed ecco un nuovo rimedio onde presto guarirlo. A che dunque maravigliare se la purga, che era così necessaria, non produceva quel buon effetto che avrebbe dovuto dare? Se il Tasso era in vero ammalato, se il tetro umore lo faceva uscire di senno, doveva quel Duca, perchè maggior male non ne seguisse, passarsene tacitamente, e indolcire la tristezza di lui con atti di clemenza e d’amore; ma cotesto suo procedere accrebbe sopra ogni dire l’agitazione e i sospetti dell’infelice, che credette spenta la speranza di rientrare nella benevolenza del suo signore; e perciò, colto il più acconcio momento, stimò di darsi alla fuga, e porsi al sicuro degli intrighi cortigianeschi; quindi prese le strade che per campagne menavano, schivando al tutto le città e le borgate.

 CAPO XIV.

Il Tasso a Sorrento

Dopo un camminar disastroso di varie giornate, logoro ed affinito, perchè scortato da nessuna guida, sprovveduto di ogni cosa, e collo spavento addosso di essere sorpreso e fermato da chi gli poteva comodamente venire a’ panni, entrò nel regno di Napoli nel mese di luglio dell’anno 1577. Toccato il suolo di Abruzzo, per non essere ravvisato, si travestì da pastore, ed ebbe in dono la gabbanella da un mandriano, sotto la cui capanna passò una notte, dalla pietà soccorrevole della famigliola innocente racconsolato. In tal meschino arnese, e con mentito nome, trasse a Sorrento, e giuntovi appena si fece alla casa Sersale, che è di antichissima rinomanza e splendore nel reame napoletano, e chiese con dolce atto dimesso della signora Cornelia, senza dare ombra di alcun sospetto ch’ei dimandasse di sua sorella. Quale spettacolo mai! Il primo poeta di quella età, il cantor dell’armi cristiane, l’emulo di Teocrito e di Bione, in abito di pastorello, pallido, macilente, colle tracce sul volto delle sue lunghe pene, nell’estremo condotto della indigenza; ma bollente l’anima per giovanili speranze, per sublimi pensieri, per desiderio di libertà, andar accattando la vita di porta in porta, e liberarsi dalla prepotenza della fortuna, ed in ultimo implorare ospitalità della stessa sorella, la persona più fidata e più cara che siagli al mondo rimasa, quasi dubitando che sino a lei fosse caduto dall’ajuto l’antico amore, e potesse le sue miserie tranquillamente osservare!

L’arrivo del Tasso alla patrizia casa Sersale è descritto dal marchese della Villa [9] con molta grazia evidente; e perchè il marchese ogni circostanza del fatto seppe dalla bocca stessa del signor Antonino Sersale, che era il primogenito di Cornelia, stimo che gli si debba prestare tutta credenza: ed eccone a poche parole la descrizione.

«Entrato, egli dice, nella città, e nella casa di sua sorella, ritrovò lei con le sue fanti tutta sola; perciocch’era già rimasta vedova del suo primo marito, e due figliuoli ch’ella ne avea senza più, erano a quell’ora fuori di casa: ond’ egli fattosele innanzi, ed infingendosi d’essere un messo, le porse alcune lettere; dicendole essere del fratello di lei, le quali contenevano, Torquato ritrovarsi in gravissimo pericolo di vita, s’ella per lo fraternale Amore tostamente nol soccorreva, con procacciargli alcune lettere di favore, che gli facevano mestiere; rimettendosi nel di più al portatore di quelle. Rimase ella tutta sbigottita e dolente per quel fiero avviso, e volendo dal messo intendere più distintamente il caso, accresceva Torquato il favoleggiato pericolo di sè medesimo, raccontandole una assai verisimile novella, ed accompagnandola con compassionevoli parole; per la qual cosa condusse l’afflitta sorella a tale, che per soverchio di dolore occupandosele il cuore, tutta svenne. Ond’egli parte assicurato dal grand’amore della sorella, e parte doglioso di vederla per cagion di lui quell’angoscia patire, cominciò primieramente a consolarla, ed indi a discovrirsele pian piano, per non porla in nuovo pericolo di perdere per troppo allegrezza la vita, se di subito le si fosse manifestato: come a lei medesima disse poi, scusandosi della noia che data le aveva perchè egli, consapevole dello smisurato piacere ch’ella avrebbe sentito nel rivederlo, temette, che se stata non fosse da quel sospetto del finto pericolo rattemprata avrebbe potuto di leggieri correre a rischio d’improvvisamente morirne, come nelle grandi, e non pensate allegrezze suole sovente avvenire! Ma ella con la riconoscenza di lui intieramente d’ogni passata noia si ristorò, come colei che teneramente amava quest’unico sub fratello, e di alquanti anni di sè minore: conciosiacchè siccome la riverenza spezialmente ne rivolge verso coloro che ci sono superiori d’età; così all’incontro l’amore più propriamente n’inchini verso quelli che dal nostro sangue dappoi sono discesi, forse per industria della natura, che farne voglia con simil arte la conservazione della nostra specie maggiormente desiderare, e procacciare. Essendo adunque Cornelia tutta racconsolata ed udita dal fratello più compiutamente la primiera cagione dell’occulto suo venire; determinando ella, per maggior soddisfacimento di lui, di tenerlo celato, si fece incontanente i figliuoli, ed alcun altro più stretto parente chiamare, ai quali scoperto il segreto, ed imposto silenzio delle cose che tacer si doveano, fece per gli altri pubblicare esser da Bergamo un suo cugino in Napoli per suoi affari, ed in Sorrento per visitarla venuto; ed egli di questa cautela, soddisfatto, con lei si rimase, dove per lo rimanente di quella state lietamente dimorò, godendo gli agi della propria casa, che in fino allora assaggiati non aveva, se non se in età, che ricordare non se ne poteva, e la bellezza e la varietà di quei piacevolissimi luoghi, i quali, come che in ogni tempo porgano giocondissima stanza, e specialmente alle Muse; nondimeno in quella stagione che altrove gli estremi caldi si rendono intollerabili, sono più che mai sollazzevoli e felici sopra ogni credenza. Perciocchè la verdura delle frondi, l’ombra degli alberi, il continuo ventilar dell’aure, la freschezza delle chiare acque, che scaturiscono non meno nelle pendenti valli, che ne’ rilevati colli, la fertilità delle spaziose campagne, il sereno dell’aria, la tranquillità del mare, dove i pesci, e gli uccelli, e i saporosi frutti par che di moltitudine e diversità a gara contendan tra loro; certamente a vederli e considerarli così insieme uniti, altro all’occhio, ed altro all’intelletto non sembrano, che un grande e maraviglioso giardino, designato con sommo studio dalla natura, e coltivato con ispezial diligenza dall’arte stessa. A prendere in questi dilettevoli luoghi vari sollazzi, furono al Tasso continui compagni i suoi nepoti, de’ quali l’uno Antonino, e l’altro Alessandro erano, ed ancor sono chiamati, che amendue fin da quella loro tenera giovanezza davano evidentissimi segnali della virtù, e dell’avvenenza, ch’ora così cari, e riguardevoli gli rende appo ciascuno. »

La salubrità dunque di quell’aria, la bellezza di que’ luoghi, l’amore e la pace di quella casa, insieme a una cura che i medici gli prescrissero rigorosa, lo ebbero guarito in breve; mentre la purga ferrarese ogni dì più lo facea disseccare. Chi fosse vago di leggere una vivace descrizione di Sorrento, può vedere la lettera campestre dell’egregio Bertola alla signora Caterina Castiglioni: affettuosissimi sono questi versi ch’ei fece nel visitare la casa del Tasso:

Piansi, e baciai tre volte

Le sacre mura, e il pavimento, dove

Le prime aure di vita

Torquato respirò. Non certo altrove,

Che nel lido natio, emulo a Tempe,

Le immagini libar potea che fero

Bello d’Aminta suo, sì che gli cede

Il buon Siracusano,

E gli china la fronte il mio Gesnero.

O in tua semplicità superba sede

Più che quante a Palladio inspirò il gusto,

In te pur sciolsi il voto: ecco di attori

Spargo la soglia; ed incorono il busto,

Che dalle man d’un Fidia uscir doveva,

E gotico scalpel t’ha profanato.

Deh un avanzo dell’aura a me sia dato,

Anima senza egual, che tu suggesti!

Degno forse io ne sono,

Per qual dolce disordine d’affetti,

Con cui gemendo sulla tua fortuna

Visitai la tua tomba, e la tua cuna.

Ma sanato appena in grave errore egli venne, col proporsi di far ritorno al luogo de’ suoi travagli, e collo scrivere lettere a Sua Altezza ed alle serenissime principesse, chiedendo la grazia di rientrare alla corte. Di sicuro nè io, nè chi ha dramma di senno, lo può scolpare dalla taccia di sconsideratezza; imperciocchè dal sovrano non ebbe punto risposta, da Madama Leonora pochi cenni, co’ quali lo avvertiva non poter ella impetrargli il favore desiderato, e da altri gli furono mandate lettere che lo gittarono nella disperazione. E chi me lo crederebbe, se il fatto nol comprovasse? Ad onta di tutto questo fece divisamento di riedere donde era partito, e contro il volere della sorella e degli amici, che calorosamente il pregavano a ristare da tanta follia, partì per Roma. Nulladimeno egli debbe essere perdonato, perchè il fallo è solamente del cuore: era grato al sua Duca, amava le principesse, Ferrara aveva un incanto per lui che lo teneva ammaliato, il cuor dunque lo portava a Ferrara, e il cuore, non gli uomini, non la prudenza, non il proprio interesse, non le umane vicissitudini possono cangiar mai. Aveva, sperimentato più volte come sappia di sale il pane altrui, aveva veduto a suo costo che pazzo è pur quegli il quale si vuole nell’amicizia dei cortigiani affidare, aveva .... ma il cuore di lui era apparecchiato a perdere anco la libertà, purchè il voto più fervido venisse adempiuto. Lo spirito umano, dice saviamente un dotto scrittore, sembra spargersi fin sopra le inanimate cose, le quali sono state o strumento, o parte delle nostre vicende; e insino la paglia su cui abbiamo contato le vigilie del nostro infortunio vuole essere amata, perchè le piaghe dell’anima, come le ferite del corpo, lasciano il loro impronto su tutto quello che toccano.

CAPO XV.

Il Tasso di nuovo alla corte di Ferrara.

A Roma fu consigliato dal Gonzaga, dall’Albano e da altri a cercare dal Duca innanzi tratto il perdono, o almeno le sue robe e gli scritti che aveva lasciato a Ferrara. Il cardinale Albano così poi scrisse al Duca su questo proposito: «Vostra Altezza sa di quanta compassione sia degno l’infortunio del sig. Torquato Tasso, essendo egli di quel raro e felice ingegno ch’è noto al mondo; e perchè a lui pare di non poter essere sicuro della vita, se Vostra Altezza non l’assicura di aver deposto lo sdegno conceputo contro di esso, e se non lo riceve in protezione, io vengo ora con ogni affetto a pregarla che voglia in quest’occasione porgergli efficacemente il suo aiuto in quel modo che scrive al sig. Scipione Gonzaga, ed è che Vostra Altezza si degni di fargli una patente, nella quale si contenga, che tanto per la giustificazione avuta delle calunnie dategli, quanto per sua clemenza e benignità gli perdona, e lo riceve in grazia per favorirlo contro i suoi nemici: e prego similmente Vostra Altezza che gli voglia far restituire le sue robe, e particolarmente le scritture che dimanda, avendo animo di finir l’opera sua, come egli medesimo ne avvisa la sig. duchessa di Urbino. Di questo favore ch’io chiedo istantemente in beneficio di persona tanto meritevole, e per cagione della patria, e per molti altri rispetti a me carissima, resterò a V. A. infinitamente obbligato, e lo riconoscerò con vivi effetti sempre ch’ella si degnerà di comandarmi: e per fine bacio a V. A. le mani, pregandole ogni prosperità. Di Roma alli 30 di novembre 1577. »

Le scritture, di che parla l’Albano, erano parecchie, tra le quali v’era pure il poema della Gerusalemme liberata, che il Tasso non aveva per anco ridotto alla perfezione che desiderava. Il Duca graziosamente rispose alla lettera del cardinale; ritenne però tutte le cose del Tasso; il che certamente non gli fa troppo onore, che che altri a sua discolpa ne dica. Torquato non tralasciò per questo dal continuare le sue preghiere, ond’essere di bel nuovo accolto tra i gentiluomini di quella corte: il Manso ci fa credere che a coteste suppliche lo stimolasse l’amore per Madama Leonora: il Serassi si studia di provare, che questa sua tenerezza per quella carica fosse prodotta dalla grandissima stima ch’egli aveva pel Duca; ed io penso che a ciò si movesse per tutte due queste ragioni, ed eziandio per certo suo capriccioso affetto a Ferrara, dove vi avevano delle persone, tra le quali la contessa di Scandiano, che lo rallegravano amabilmente della loro benevolenza. Il principe alla fine lo ripigliò; e il Tasso con somma letizia in quella corte, dove era usato di piangere frequentemente, si ritornò, ed assai furono le accoglienze che da Alfonso e dalle due principesse ricevette, con maraviglia e con rabbia de’ suoi nemici. Pure, o fosse ch’egli aridamente cercasse l’affezione del suo signore con prove di osservanza e di devozione soverchia, e quindi allentasse in lui la premura di favorirlo, o fosse che il segretario, consigliere di Alfonso, vedute le ricompense e gli onori che al povero Tasso si concedevano, giugnesse a guastare l’animo del sovrano con calunnie e disprezzi; certo egli non è a dubitare che a mano a mano scemossi l’amor del principe verso di lui.

E che ciò sia vero il dichiara questa lettera del Tasso al sig. duca d’Urbino:

« ... S’io avessi a parlare con Vostra Altezza, come ho a scrivere, non senza molto rossore potrei ragionare: ma la scrittura non arrossa; e con Vostra Altezza posso lodar me stesso senza noiar lei in alcuna parte. Perciocch’ella è così ricca dell’eccellenze e delle lodi convenevoli a principe, e a principe formato di filosofia, che udendo le lodi de’ privati non ha che invidiare, o di che rammaricarsi. Dico adunque, che essendosi il Duca accorto che s’era molto ingannato nell’opinione ch’aveva portato della mia pazzia e della mia malvagità, e avvedutosi insieme che in quella parte che appartiene alla sufficienza, avea fatto concetto inferiore a’ meriti miei, pensò, che conveniva alla sua grandezza il riconoscere largamente quello che tardi avea conosciuto; contrappesando la tardanza del riconoscimento, e ricompensando con favori, e con comodi tutti i disprezzi, e tutti i disagi, che per sua mala informazione, e per altrui pessima natura aveva sopportati; della qual sua deliberazione io avvedutomi, sebben molto mi compiacqui della buona volontà, non mi compiaceva però dell’effetto; e andava rivolgendo fra me stesso, che s’in mediocre stato, che pendeva all’umiltà io era stato così fieramente soggetto agli strali dell’invidia cortigiana, maggiormente sarei sottoposto ai medesimi; se dopo così gran caduta con subito, e inaspettato rivolgimento di fortuna, io passassi dall’uno all’altro estremo di favore, e di condizione, e oltre che il desiderio di quiete, e l’amor degli studi mi ritiravano dalle grandezze cortigiane; mi ci faceva anco restio una mia naturale, non punto finta, nè affettata modestia, e la conoscenza che ho d’alcune mie imperfezioni, per le quali io non mi credeva essere interamente capace di quei favori che voleva il Duca versare in me con sì larga liberalità: e desiderava io piuttosto che egli con quella giustizia, che comparte i premi secondo i meriti di ciascuno, onorasse me di que’ favori dicevoli alle mie qualità, i quali fossero da me ricevuti non come ricompensa de’ miei affanni sofferti, nè come guiderdone de’ miei meriti, ma come dono della sua liberalità: e quella medesima azione, che da lui fosse proceduta, come giusta e come grata da me fosse gradita, come cortese e come liberale, nè con animo men composto desiderava io la pena del nemico mio, parendomi bastevole quella, ch’egli pativa per le furie della sua coscienza, e per lo scorno d’esser caduto, dall’opinione d’altissimo valore, e bontà non minore, in cui prima l’aveva il Duca e la Duchessa, e quella parte della città e della corte chi il misurava dalla fama divulgata con molto artifizio da’ suoi seguaci, e da alcuni suoi molto prima pensati e molto maturati ragionamenti. E questa sua pena non solo saziava ogni mio giustissimo sdegno, ma mi mosse anco talora a compassione della sua vergogna, e cercai con ogni ufficio di cortesia, e d’umiltà di consolarlo; e s’avessi in lui trovata alcuna corrispondenza di mutua volontà l’avrei ricevuto nel primo luogo d’amicizia e di benevoglienza. Or questo mio desiderio manifesto in tutti i segni, in tutte le parole, in tutte le azioni mie, potè dare alcun pretesto alla mutazione dell’animo del Duca, o piuttosto al maligno di farlo mutare; conciossiachè il Duca giudicando che la mia modestia fosse alquanto superba, fu persuaso che alla sua riputazione si convenisse, trattarmi sì ch’io fossi grande ed onorato, ma di quell’onore che poteva solamente dipendere da lui, non di quello che con gli studi e con l’opere poteva procacciarmi; anzi s’alcuno n’avea acquistato, o era per acquistare tutto consentiva che fosse oscurato e macchiato di vergogna, o di indegnità. Sicchè l’ultimo suo pensiero fu d’ammantellare la scelleraggine del suo ministro col mio palese vitupero; e nobilitare poi e far adorna la mia vergogna con gli ornamenti del suo favore; onde avvenne che tutte le mie composizioni, quanto migliori le giudicava, tanto più gli cominciavano a spiacere; e avrebbe voluto ch’io non avessi aspirato a niuna lode d’ingegno e a niuna fama di lettere [10]; e che tra gli agi e i comodi e i piaceri menassi una vita molle, delicata e oziosa, trapassando, quasi fuggitivo, dall’onore, da Parnaso, dal liceo e dall’accademia agli alloggiamenti d’Epicuro; e in quella, parte degli alloggiamenti ove nè Virgilio, nè Catullo, nè Orazio, nè Lucrezio stesso albergarono giammai. Il qual pensiero suo, o piuttosto d’altri, perciocchè così era suo, come a corpi gentili sono le infermità, non nate per malignità d’umori, ma per contagioni appigliate, fu non dubbiamente conosciuto da me; e mi mosse a tanto e sì giusto sdegno, che dissi più volte con viso aperto e con lingua sciolta, che avrei meglio amato d’essere servitore d’alcun principe nemico suo, se alcuno ve n’ha che gli sia nemico, che consentire a tanta indegnità: e in somma, odia verbis aspera movi; sicchè il Duca consentì che altri si usurpasse la possessione delle mie composizioni già a lui dedicate; acciocchè non perfette e non intere, e non viste uscissero in luce, e fossero censurate da quel sofista (filosofo dir volli, sempre qui erro) che, già molti anni sono, andava apparecchiando arme contra me, e raccogliendo veleno, e infettandone mezza Italia; acciocchè tutto da tutti fosse contra me in un tempo medesimo vomitato, e fossero censurate per lo più con quelle ragioni delle quali parte avea preso dalle lettere mie, che con industria degna di filosofo era solito d’aprire e serrare, falsificando forse col sigillo, come già la filosofia avea falsificata [11]: parte da un fanciullo che le avea prese da me, al quale il nuovo Censorino, o per dir meglio il novello Socrate; con iscambievole gratitudine insegnava in quei loro ragionamenti notturni di por così bene le virtù morali in esecuzione .... Ma che dirò di quel signore che si ha preso la signoria delle mie cose, se non forse, che egli lo giudica giusto possesso, e non usurpazione? E forse, se ci è violenza, è onorata per me, ma dannosa molta: e l’ una e l’altra delle quali è tanta che in quell’ordine non fu in alcun tempo maggiore. Ben vorrei che o per cortesia egli cedendo ogni sua ragione, si contentasse di privarsene e renderlemi, o se, per sue le vuole, come sue le amasse, e a loro, e a me desiderasse pregio e onore, che già l’onor del servo non si può scompagnare da quello del buon signore, nè questo da quello nelle azioni, che all’uno e all’altro comunemente appartengono. Comunque sia, sebbene io non credo che le mie composizioni, nè le opposizioni si leggano, se non iscritte a mano, e da pochi, desidererei non di meno che quelle mi fossero restituite, acciocchè con libera elezione potessi mutarle, e migliorarle, secondo il mio proponimento, e disporne a mio pro e a mia voglia; e queste manifestare per risponder loro come meglio sapessi; che se non hanno arrecato altro contra me che quella che da me è stato lor detto, non stimo che sia grande difficoltà il rispondere; nè a quello stesso diffiderei molto di contraddire. Ma per tornare onde mi sono alquanto allontanato, conoscendo il signor Duca che questo suo non era giusto desiderio, e volendo che fosse posto ad effetto da me, nè potendo esser posto, se non era inteso, e vergognandosi di significarlomi con parole, procurò di farlomi conoscere con cenni: siccome prima poteva verisimilmente infingermi di non intendere, così avea troppo desiderato di obbedire a cenni ancora de’ suoi comandamenti; e sebbene mi sforzai di ridurre il negozio da’ cenni alle parole, non potei, perchè alle parola non era risposto, se non con parole vane, e con fatti cattivi; e perchè tuttavia dalla lor parte, se non dalla mia, continuavano i cenni, tentai di parlare alla signora Duchessa e a Madama Leonora; ma mi fu sempre chiusa la strada dell’udienza, e molte fiate senza rispetto, e senz’occasione alcuna i portieri mi vietarono di entrar nelle camere loro. Volli parlarne a S. A. ma compresi ch’egli abborriva d’udirmi in questa materia: ne parlai al suo confessore, ma indarno. Sicchè non potendo io vivere in così continuo tormento, ove niuna consolazione di parole, nè di fatti temperava l’infelicità del mio stato, fu vinta finalmente quell’infinita mia pazienza, e lasciando i libri e le scritture mie, dopo la servitù di tredici anni, continuata con infelice costanza, me ne partii quasi nuovo Biante, e me n’ andai a Mantova, ove fu proceduto meco co’ medesimi termini, co’ quali si procedeva in Ferrara; salvo che dal serenissimo principe, giovinetto d’età, e di costumi eroici, di quei favori che alla sua tenera età era conceduto di farmi, fui consolato graziosamente, ecc. ecc. »

Ed ecco avverato quanto gli amici gli dicevano in Roma intorno al suo rientrare alla corte. Quello che fa veramente una compassione e muove a sdegno insieme, è il vedere come Alfonso per basse mire di corte (che sono difficili a indovinare) ritenesse il poema e tutte l’altre composizioni del Tasso; strazio esecrabile, che nemmeno un principe poteva a diritto commettere; ed è quindi vero che se Torquato altro dolore non avesse avuto che questo; egli era cotanto acerbo e veemente, che questo solo bastar poteva a trarlo di senno, e a non lasciargli avere più pace. Nella lettera al duca di Urbino ci ha sulla fine questo tratto che non può essere più compassionevole, e doloroso. « Certo, ei dice, miserabile cosa è l’essere privo della patria, spogliato delle fortune, l’andar errando con disagio e con pericolo, l’esser tradito dagli amici, offeso dai parenti, e schernito da’ padroni; l’aver in un medesimo tempo il corpo infermo, e l’animo travagliato dalla dolorosa memoria, delle cose passate, dalla noia delle presenti, dal timore delle future; miserabile, che alla benevoglienza si risponda con odio, alla semplicità con inganno, alla sincerità con fraude, alla generosità con bassezza d’animo; miserabil molto, ch’io sia odiato perchè io sia stato offeso, nè sia ben voluto perchè dopo le offese abbia amato gli offensori, ch’io perdoni a’ fatti, ch’altri non perdoni a’ detti, ch’io dimentichi le ingiurie ricevute, altri non dimentichi le fattemi, e che io desideri l’onore altrui ancora con alcun mio danno, altri desideri la mia vergogna senz’alcun suo pro. Ma più ancora miserabile, ch’io sia incorso in questa miseria, non per malizia, ma per semplicità, non per leggerezza, ma per costanza, non per esser troppo cupido del mio utile, ma per esserne troppa disprezzatore.» E tornando alle scritture, che non erano volute dare al loro autore, vi fu chi ha pensato che il Duca così adoperasse per ambizione, temendo che al Tasso venisse o la brama, o il bisogno d’intitolare il poema a qualch’altro sovrano d’Italia, il che sarebbe fortemente doluto al suo amor proprio: a non dire che la nuova dedicatoria avrebbe dato a molti di che favellare intorno a certi raggiri che si dovevano tener celati. Comunque la cosa cammini, egli è da biasimare quel sig. Duca, per avere porta occasione, non fosse altro, di sì intenso cordoglio, e sospizione fondata al misero Tasso; che una tanta soperchieria mai non si avrebbe aspettato dal suo signore.

Tutto solo, e a male condotto andò da Mantova a Venezia, indi nello stato di Urbino, perchè quel principe era suo grandissimo protettore; il quale subitamente lui, divenuto a sì profonda tristezza, addolcì di sua grazia.

CAPO XVI.

Accidente piacevole occorso al Tasso in Piemonte.

Da alcune lettere del Tasso si vede chiaro, ch’egli non istava di quieto animo nemmeno alla corte del duca Francesco Maria; e veramente poteva nutrire di sospetti giustissimi, essendo il giovine principe in parentado strettissimo congiunto ad Alfonso. Frattanto però s’indusse a lasciarsi porre un cauterio [12] che i medici gli ordinarono, e Lavinia della Rovere [13] preparò di sua mano le fasce; onore di cui il Tasso fu grato assai, perchè questa donna di alto spirito dimenticò la chiarezza del suo legnaggio, e l’attenenza che aveva col Duca, per recare servigio all’afflitto Torquato.

 Il Serassi, dice, ch’egli non si fidando di trattenersi più lungamente in quello stato, fece risoluzione di ricorrere al padrocinio del serenissimo duca di Savoia, e di cercare presso di lui un asilo che lo mettesse al sicuro delle supposte insidie de’ suoi nemici. Questo aggiunto di supposte mi pare che abbia dell’artificioso; doveva dire un po’ accresciute dalla sua fantasia, ma supposte come sta egli? Dopo così tante prove apertissime delle fellonie de’ suoi avversari, uscir fuori con questo epiteto? Non tiene egli di parzialità, in questo luogo cacciato? Poi quand’ancora fossero elle supposte, mentre si trovava alla porte di Urbino, è strano per avventura s’egli va supponendo novelle insidie, egli che ne fu il continuo bersaglio, pure allora che meno lo si credeva?

Scrisse adunque questa lettera a S. A. R. « Non so, se io abbia maggior bisogno di protezione, o maggior desiderio di esser protetto, in particolare da V. A. R., perchè l’amor della quiete, e l’onor mio, e l’ammirazione della Maestà e virtù vostra, e la benevolenza che umilissimamente le porto, come al primo, e al più valoroso e glorioso principe d’Italia vanno così di pari, che io sono altrettanto suo per affezione, e per riverenza, quanto mio per natura. Dunque la prego che mi favorisca, che io le mi offerisca per suo; anzi per suo mi offero solamente, poichè nell’accettazione di questa offerta è rinchiuso l’adempimento di tutte le mie voglie onorate. E se l’offerta è vile per sè, accettata da V. Serenità, diverrà nobile; ch’ella può dare, e torre dignità a chi le piace. Gradisca il mio affetto umilissimo, e si assicuri ch’io vorrei esser di molto valore non meno per suo servigio, che per mia riputazione; ma abbastanza mi stimerà il mondo valoroso, se da lei sarò giudicato atto di servitù, e con questo le bacio riverentissimamente il ginocchio, pregando il Signore Iddio per la felicità sua, e del serenissimo principe suo figliuolo. » E mandata la lettera partì da Urbino, e prese la via di Piemonte. Cammino facendo gli addivenne un caso che mi ha assai del vago il quale deesi da noi notare.

Mentre Torquato viaggiava da Novara a Vercelli, fu in sulla remota strada colto da notte, quando gli venne veduto un giovanetto lggiadrissimo di persona, il quale, o gentilezza, o pietà che il movesse, gli andò incontro subitamente, e fatte le riverenze, e dimandatolo del suo viaggiare, senza venire ad altro, lo invitò, alla sua casa che a pochi passi di là del fiume egli aveva, Ma sentiamo il Tasso medesimo questa ventura descrivere; che io non potrei nemmeno con una metà eleganza toccar questa fatto.

«Era nella stagione che il vendemmiatore suol premere dall’uve mature il vino, e che gli alberi si veggiono in alcun luogo spogliati di frutti, quand’io, che in abito di sconosciuto peregrino tra Novara e Vercelli cavalcava, veggendo che già l’aria cominciava ad annerare, e che tutto intorno era cinto di nuvole e quasi pregno di pioggia, cominciai a pungere più forte il cavallo, ed ecco intanto mi percosse negli orecchi un latrato di cani confuso da gridi, e volgendomi indietro vidi un capriolo, che seguito da due velocissimi veltri, già stanco fu da loro sovraggiunto, sicchè quasi mi venne a morire innanzi a’ piedi: poco stante arrivò un giovinetto dell’età di dieciotto o vent’ anni, alto di statura, vago d’aspetto, proporzionato di membra, asciutto e nerboruto, il quale percuotendo i cani e sgridandoli, la fera che scannata aveano loro tolse di bocca, e diedela ad un villano, il quale recatalasi in ispalla, ad un cenno del giovinetto, innanzi con veloce passo s’incamminò, e il giovinetto verso me rivolto disse: ditemi per cortesia ove è il vostro viaggio? Ed io: a Vercelli vorrei giungere questa sera, se l’ora il concedesse. Voi potreste forse arrivarvi, diss’egli, se non fosse che il fiume, che passa d’innanzi alla città, e che divide i confini del Piemonte da quelli di Milano, è in modo cresciuto, che non vi sarà agevole il passarlo, sicchè vi consiglierei che meco questa sera vi piacesse di albergare, che di qua dal fiume ho una picciola casa, ove potrete stare con minor disagio che in altro luogo vicino. Mentre egli queste cose diceva, io gli teneva gli occhi fissi nel volto, e parevami di conoscere in lui un non so che di gentile e di grazioso. Onde di non basso affare giudicandolo, tutto che appiè il vedessi, renduto il cavallo al vetturino, che meco veniva a piedi, dismontai, e gli dissi, che sulla ripa del fiume prenderei consiglio secondo il suo parere di passar oltre, o di fermarmi, e dietro a lui m’inviai, il quale disse: io innanzi anderò, non per attribuirmi superiorità di onore, ma per servirvi come guida; ed io risposi: di troppo nobil guida mi favorisce la mia fortuna; piaccia a Dio, che in ogni altra cosa prospera, e favorevole mi si dimostri. Qui tacque, ed io lui che taceva seguitava, il quale spesso si ravvolgeva addietro, e tutto con gli occhi dal capo alle piante mi ricercava, quasi desideroso di sapere chi io mi fossi. Onde a me parve di volere prevenendo il suo desiderio, in alcun modo soddisfarlo, e dissi: io non fui mai in questo paese, perciocchè altra fiata, che andando in Francia passai per lo Piemonte, non feci questo cammino, ma per quel che a me ne paia, non ho ora da pentirmi d’esserci passato, perchè assai bello è il paese, e assai da cortese genti abitato. Qui egli, parendogli, che io alcuna occasione di ragionare gli porgessi, non potè più lungamente il suo desiderio tener celato, e disse: ditemi di grazia: chi siete, e di qual patria, e qual fortuna in queste parti vi conduce? Sono, risposi, nato nel regno di Napoli città famosa d’ Italia, e di madre napolitano, ma traggo l’origine paterna da Bergamo, città di Lombardia; il nome, ed il cognome mio Vi taccio, che è così oscuro, che perchè io pure lo vi dicessi, nè più nè meno sapreste delle mie condizioni; fuggo, sdegno di principe, e di Fortuna, mi riparo negli stati di Savoia. Ed egli: sotto magnanimo, e giusto, e grazioso principe vi riparate. Ma come modesto accorgendosi che io alcuna parte delle mie condizioni gli voleva tener celata, di altro non mi domandò; e poco eravamo oltre cinquecento passi camminati, che arrivammo in ripa al fiume [14], il quale correva così rapido, che niuna saetta con maggior velocità di arco di Partia uscì giammai, ed era tanto cresciuto, che più dentro alle sue sponde non si teneva: e per quel che ivi da alcuni contadini mi fu detto, il passatore non voleva spiccarsi dall’altra riva, ed aveva negato di tragittare alcuni cavalieri francesi che con insolito pagamento avean voluto pagarlo. Ond’io rivolto al giovinetto, che mi aveva guidato, dissi: la necessità mi astringe ad accettar quell’invito che per elezione ancora non avrei ricusato. Ed egli: sebbene io vorrei piuttosto questo favore riconoscere dalla vostra volontà, che dalla fortuna, piacemi nondimeno, che ella abbia fatto in modo, che non ci sia dubbio del vostro rimanere. Io mi andava più sempre per le sue parole confermando ch’egli non fosse d’ignobile nazione nè, di piccolo ingegno; onde contento di essermi a così fatto oste avvenuto, s’a voi piace, risposi, quanto prima da voi riceverò il favore d’essere albergato, tanto più mi sarà grato. A queste parole egli la sua casa m’additò, che dalla ripa del fiume non era molto lontana. Ella era di nuovo fabbricata, ed era di tanta altezza che alla vista di fuori si poteva comprendere che più ordini di stanze, l’uno sovra l’altro contenesse. Avea dinanzi quasi una picciola piazza d’alberi, circondata; vi si saliva per una scala doppia, la quale era fuori della porta, e dava due salite assai comode per venticinque gradi larghi e piacevoli da ciascuna parte. Saliti la scala ci trovammo in una sala di forma quasi quadrata, e di convenevol grandezza, perciocchè aveva due appartamenti di stanze a destra, e due altri a sinistra, ed altrettanti appartamenti conoscevi ch’erano nella parte della casa superiore. Aveva incontro alla porta per la quale noi eravamo entrati, un’altra porta, e da lei si discendeva per altrettanti gradi in un cortile, intorno al quale erano molte picciole stanze di servitori e granai, e di là si passava in un giardino assai grande, e ripieno di alberi fruttiferi con bello e maestrevole ordine disposti. La sala era fornita di corami, ed ogni altro ornamento che ad abitazione di gentiluomo fosse convenevole, e si vedeva nel mezzo la tavola apparecchiata, e la credenza carica di candidissimi piatti di creta piena di ogni sorte di frutti. Bello e comodo è l’alloggiamento, diss’io, e non può essere, se non da nobile signore posseduto, il quale tra’ boschi e nella villa, la delicatura e la politezza della città non lascia desiderare. Ma sietene voi forse il signore? Io no, rispose egli, ma mio padre n’è il signore, al qual piaccia a Dio di donare lunga vita; il quale non negherò che gentiluomo non sia della nostra città, non del tutto inesperto delle corti e del mondo, sebbene gran parte della sua vita ha speso in contado, come quello che ha un fratello, che lungamente è stato cortigiano nella corte di Roma, e che ivi ancora si dimora, carissimo al cardinal Vercelli, del cui valore e della cui autorità in questi nostri paesi è fatta molta stima. Ed in qual parte d’Europa, e d’Italia è conosciuto, diss’io il buon cardinale, ove non sia stimato? Mentre così ragionava, sopraggiunse un altro giovanetto di minor età, una non di men gentile aspetto, il quale della venuta del padre portava avviso, che da vedere sue possessioni ritornava, ed ecco sopraggiungere il padre a cavallo, seguito da uno staffiere, e da un’altro servitore a cavallo, il quale smontato, incontinente salì le scale. Egli era uomo di età assai matura, e vicina piuttosto a sessanta, che a cinquant’anni, d’aspetto piacevole insieme e venerando, nel quale la bianchezza de’ capelli, e della barba tutta canuta, che più vecchio assai l’avrian fatto parere, molto accresceva di dignità. Io fattomi incontra al buon padre, il salutai, con quella riverenza che agli anni, ed a’ sembianti suoi mi pareva dovuta; ed egli rivoltosi al maggior figliuolo, con piacevol volto gli disse: onde viene a noi quest’oste che mai più non mi ricordo di avere in questa, o in altra parte venduto? A cui rispose il maggior figliuolo: da Novara viene, ed a Turino se ne va: poi fattosi più presso al padre gli parlò con bassa voce in modo ch’egli si ristette di volere spiare più oltre della mia condizione, ma disse: qualunque egli sia è il bene arrivato, che in luogo è venuto ove si fa volentieri onore, e servizio. Ed io della sua cortesia ringraziandolo dissi: piaccia a Dio, che come ora volentieri ricevo questo favore da voi dell’albergo, così in altra occasione ricordevole e grato me ne possa dimostrare. Mentre queste cose dicevano, i famigliari avean recata l’acqua alle mani; e poichè lavati ci fummo, a tavola ne sedemmo, come piacque al buon vecchio, che volle me come forestiero onorare, e incontanente de’ meloni fu quasi caricata la mensa; e gli altri frutti vidi, che all’ ultimo della cena ad un suo cenno furono riserbati. » Vedasi il dialogo intitolato, Il buon padre di famiglia.

Quindi narra come ragionarono dilettevoli cose, e passarono a’ gravi discorsi di agricoltura, e di astronomia, di che il gentile albergatore venne desideroso di sapere chi fosse il suo ospite, che sapeva sì avanti nelle scienze e nell’arti e lo assicurò ch’e’ ben conosceva aver ricevuto in sua casa tal uomo, il quale doveva essere entrato in molta fama per tutta Italia. Ma al povero Tasso queste lodi saranno state tante ferite nel cuore: e quantunque esacerbato dai colpi della fortuna, la divinità del suo ingegno, simile a sale che rompe i nugoli che gli fan velo, e splende nella sua pompa in mezzo a’ vapori dell’aria; balenava a quella mensa di generosi animi, e sgorgava, ancor nol volendo:

Più che mei dolci d’eloquenza i fiumi.

Dopo un lunghissimo favellamento che gli condusse quando su questa, e quando su quella materia, al quale non sapevano porre modo, finalmente s’andarono a riposare. La mattina per lo fresco levatasi la buona famiglia, e il Tasso, con quelle parole che vengon proprio da cuore, dall’ottimo padre, e da’ giovinetti figliuoli preso, il commiato, tolse la strada che per Vercelli cammina. E siccome non era di alcuna cosa provveduto, nè più aveva danaro per noleggiare un cavallo, dovette con suo estremo disagio passare a piedi acque e paludi fin a Torino; e colà giunto fu ributtato indietro da’ gabellieri, come quegli che era cencioso, e non aveva seco la fede di sanità; e sarebbe tornato dond’era venuto, io credo limosinando, se Angelo Ingegneri letterario viniziano, suo amico, non fosse di là passato in quel punto, il quale lo francheggiò, e guarentì della crudeltà di coloro, e il menò a casa il marchese Filippo da Este. E chi non sentesi muovere a queste pungenti tribolazioni, che vogliono tanto di spirito a portarle pazientemente? Pure queste le sono rose; ora ci resta a vedere il più; a commiserare un insigne per virtù, per ingegno, che rovina in mezzo a’ malvagi, abbandonato ancora da quel magnanimo principe che il proteggeva; perche l’uomo è uso di collegarsi insieme al più forte, e calpestare chi giace.

Note

_____________________________

[1] Leonora d’Este era stata gravemente ammalata, e quando il poeta scriveva questa canzone ella si trovava in convalscenza.

[2] L’originale porta una frase di difficile comprensione che ci siamo permessi di modificare per renderla più comprensibile solo modificando la posizione delle parole: «quasi i malvagi la schiera non fossero più numerosa e brillante degli uomini»

[3] Le ceneri di Bernardo Tasso furono trasportate a Ferrara per ordine del cardinale Albano di Bergamo, chiarissimo uomo, e collocate nella chieta di S. Paolo , dove Torquato voleva eternarne la memona colla sua iscrizione, cosa però che non fu eseguita a motivo delle continue disgrazie che lo tormentarono fino alla morte.

[4] tragetto: tragitto (ndr)

[5] Oltre il gioiello, il quale egli vendette nel tempo delle sue maggiori disgrazie, e gli fu di non piccolo conforto alla vita, Madama Lucrezia il donò grandemente, e ne’ molti regali pur compresa la bellissima collana d’oro, di cui fa menzione il Tasso in una lettera a Curzio Ardizio.

[6] Pare che il Tasso qui sia un poco in contraddizione con sè medesimo, giacchè in altre lettere ad altri amici mostra come sia vago di appartarsi una volta dai romori di corte e vivere tranquillamente a sè stesso in solitudine.

[7] Questo sonetto che discorda dalla edizione veneta e fiorentina mi fu gentilmente mandato da un cavalier ferrarese.

[8] Lettera 101, ed. Guasti (ndr)

[9] G.B. Manso, il primo biografo del Tasso. (ndr)

[10] Questa lettera dà lume assai alle vicende del Tasso; e il Serassi, partigiano per avventura un pò troppo del duca Alfonso, ha creduto bene di non addurre nella sua lunghissima vita questo prezioso documento lasciatoci dal Tasso, medesimo

[11] Da queste espressioni (le quali essendo dirette a un sovrano si deggiono tenere per verissime, oltrechè vi sono altre prove che non ci permettono dubitare della schiettezza loro) abbia un saggio il lettore delle orribili insidie che rendevano maninconoso a tutta ragione questo grand’uomo.

[12] Particolare uso fino a Settecento inoltrato: bruciare con ferro rovente una parte del corpo per farne uscire gli umori infetti e malati (usato specialmente su ferite e simili). Nel caso del Tasso invece si tratta semplicemente di far uscire dal corpo umore malato.

[13] Lavinia Feltria della Rovere - Nacque a Pesaro nel gennaio del 1558 dal duca di Urbino Guidobaldo II della Rovere e da Vittoria Farnese, fu messa in convento dai genitori ma ne uscì ben presto, forse per il suo carattere, che non amava la sottomissione. Crebbe così nell’ambiente culturale di Urbino, a contatto con alcune delle personalità più eminenti della cultura del tempo. In particolare ebbe rapporti con Torquato Tasso, che a lungo soggiornò alla corte roveresca, e che in suo onore compose alcune rime. Morì nel 1632. (ndr)

[14] Questo fiume è chiamato la Sesia.

Indice Biblioteca Progetto Tasso

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011