Girolamo Tiraboschi

1731-1794

Notizie intorno a Torquato Tasso

Edizione di riferimento:

La Gerusalemme e l'Aminta di Torquato Tasso con note di diversi. Tomo primo. Parigi, presso Baudry, libreria europea, rue du coq, près le Louvre. 1836.

Alcuni si aspetteran forse, ch' io entri qui a trattare la famosa quistione della patria del Tasso. Ma io crederei di gittare inutilmente, facendolo, e le parole e il tempo; perciocché in somma ella è quistione di puro nome. Che Torquato nascesse di famiglia stabilita da gran tempo in Bergamo, e di padre Bergamasco, è cosa, di cui i Napoletani stessi non muovon dubbio. Ch' egli nascesse in Sorrento nel regno di Napoli, i Bergamaschi medesimi mai non l'hanno negato. Ecco dunque, a che riducesi la gran quistione, se chi per accidente nasce fuor della patria debba riconoscer per patria l'antica ed usata stanza della sua famiglia, o quella ove per caso ha veduto il giorno. Se il Petrarca fu d' Arezzo, se l'Ariosto fu Reggiano, se Marcantonio Flaminio fu di Serravalle nella Marca Trivigiana, noi confesseremo, che il Tasso fu di Sorrento. Ma se il primo, benché nato in Arezzo, da tutti dicesi Fiorentino, se da tutti dicesi Ferrarese il secondo, benché nato in Seggio, e Imolese il terzo, benché nato in Serravalle, io non veggo, per qual ragione non si debba dir Bergamasco il Tasso, benché nato in Sorrento. E ciò basti aver detto di tal quistione, che si potrà vedere più a lungo trattata nel parere poc'anzi accennato del Ch. Sig. Ab. Serassi. In Sorrento adunque nacque Torquato agli 11 di Marzo del 1544 da Bernardo Tasso e da Porzia Rossi. Ne' primi anni così parve arridergli la natura e la sorte, ch'ei poteva essere a molti oggetto d'invidia. Mandato a Napoli ivi cominciò a frequentare le scuole dei PP. della Compagnia di Gesù; e vi fece sì rapidi e sì maravigliosi progressi, che due anni appresso potè recitare publicamente orazioni e versi da sè composti. Che se egli ebbe il dolore di vedersi costretto per le vicende del padre già da noi rammentate a lasciare il regno di Napoli, trovò un dolce compenso alla sua sventura nella sollecitudine, che in educarlo si prese Maurizio Cattaneo gentiluom Bergamasco abitante in Roma, ove attese principalmente allo studio delle lingue greca e latina. Così pienamente istruito in tutte le parti dell' amena letteratura, passò per ordine del padre in età di dodici anni a Padova per coltivarvi le scienze più gravi, e con tal impegno ad esse ancora applicossi, che nell'anno diciasettesimo fu in quattro di esse, cioè nella giurisprudenza sacra e civile, nella teologia e nella filosofia onorato solennemente della laurea. Agli studi legali egli erasi rivolto soltanto per secondare i comandi del padre; ma seguendo l'esempio di tanti altri, che nel decorso di questa storia abbiam rammentati, presto se ne annojò, e volse loro le spalle, per darsi tutto a' poetici, a' quali era dalla natura portato. La fama del raro ingegno del Tasso fece, che il vice legato di Bologna Pier Donato Cesi, poi cardinale e legato, e protettore splendidissimo de' buoni studi, colà il chiamasse, e il Tasso recatovisi diede gran saggio del suo talento in quelle Accademie e in quelle pubbliche scuole. Il march. Manso nella diffusa vita che scrisse del Tasso, racconta, che da Bologna ei fu richiamato a Padova da Scipione Gonzaga, il quale avendolo in questa città conosciuto, non sapea stare da lui lontano. Ma una lunga lettera inedita di Torquato allo stesso vice legato, che io tengo presso di me scritta per altrui mano, ma da lui medesimo sottoscritta, ci scuopre un aneddoto sconosciuto finora a chiunque di lui ha trattato. Da essa raccogliesi, che il Tasso fu in Bologna accusato di essere stato l'autore d'alcuni versi infamatorii, che perciò gli fu da' birri cercata tutta la casa, e tutti gli furono tolti i suoi libri, ed egli perciò partissene da Bologna. Di questa accusa ei si purga con molta forza in detta lettera, e si duole dell'ingiurioso trattamento, che gli era stato fatto: « Perchè « (dice egli fra le altre cose) alla mia stanza per « una lieve né molto ragionevole sospizione si mandano gli sbirri, si procede ingiuriosamente co' miei compagni, mi si togliono i libri ? perchè si mandan tante spie attorno, per sapere ov' io fossi? perchè si sono fatti con un certo strano modo esaminar tanti onorati gentiluomini? » Egli chiede per tanto di poter venire a Bologna, e di costituirsi presso qualche saggio ed imparzial giudice; il che però sembra che non accadesse. La lettera è scritta all'ultimo di febbrajo del 1564 a Castelvetro, ch'era fin d'allora feudo de' conti Rangoni nel territorio di Modena, ove è probabile, che si fosse ritirato il Tasso sotto la protezione di quei signori. Tornò dunque il Tasso a Padova, e fu uno de' più illustri accademici Eterei, de' quali era stato istitutore poc' anzi il suddetto Scipione. Egli frattanto in età di soli 18 anni avea già publicato il primo frutto de' suoi poetici studi, dando alla luce il Rinaldo, poema romanzesco in ottava rima e in dodici canti, stampato in Venezia la prima volta nel 1562, e da lui dedicato al card. Luigi d'Este; opera giovanile e molto lontana dalla perfezione, a cui egli poi giunse; ma opera nondimeno tale, che, attesa singolarmente l'età in cui la compose, fece conoscere quanto da lui si avesse a sperare. La dedica del Rinaldo a quel gran cardinale il rendette carissimo a lui non meno che al duca Alfonso II di lui fratello, e il Tasso perciò chiamato nel 1565 alla corte di Ferrara, fu in essa accolto e mantenuto splendidamente, assegnategli stanze e ogni altra cosa al vivere necessaria, sicché potesse con più ozio coltivare gli studi, e avanzare il gran poema della Gerusalemme Liberata, a cui egli avea da più anni già posta mano; perciocché fin dal 1561 aveane stesi sei canti [1] . Condotto dal cardinale in Francia l'anno 1570, vi ricevette dal re Carlo IX, e da tutta la corte, e dagli uomini dotti di quella università, i più distinti onori; poiché già era sparsa la fama del poema, che egli stava scrivendo, e nel viaggio medesimo non avea cessato di avanzarsi nell'intrapreso lavoro. Tornato in Italia l'anno seguente, dopo aver fatto rappresentare il suo Aminta, di cui diremo più sotto, attese a compire il poema. Avealo egli incominciato, come si è detto, molti anni addietro, e avea pensato di dedicarlo a Guidubaldo II duca d'Urbino, come ci mostra lo squarcio del primo sbozzo della Gerusalemme Liberata, che si conserva nella biblioteca Vaticana, e che è stato publicato nell'edizion Veneta di tutte le Opere di Torquato [2] . Cambiò poscia idea, e volle che il poema fosse dedicato al duca Alfonso II. I canti, ch'ei ne andava scrivendo, si sparsero in più parti d'Italia, e il primo saggio che ne vedesse la luce, fu il quarto canto stampato in Genova nell'anno 1579 in una raccolta di rime publicata da Cristoforo Zabatta. Quindi l'anno seguente sedici canti, ma discontinuati ed imperfetti, ne furono publicati in Venezia per opera di Celio Malaspina, con gran dispiacere del Tasso, che altamente sdegnossi in vedere il suo poema sì contrafatto e malconcio.

Le tre edizioni, che se ne fecero nel 1581 in Casalmaggiore, in Parma e in Ferrara, furono assai migliori, e la terza singolarmente potè dirsi quella in cui la Gerusalemme Liberata cominciasse a mostrarsi nel vero suo aspetto. Intorno a queste prime edizioni merita di esser letto un ragionamento del celebre arciprete Baruffaldi [3] . Ad esse però dee aggiugnersene un'altra da niun mentovata, e da me veduta presso il sig. D. Carlo Zini arciprete di Fiorano in questa diocesi di Modena fatta nello stesso anno 1581 in Lione presso Pietro Roussin, colla dedica e colla prefazione dall'Ingegneri premessa a quelle di Casalmaggiore e di Parma.

Sue vicende e loro origine.

Colla publicazione della sua Gerusalemme pareva, che il Tasso dovesse esser giunto al più alto segno di felicita e di onore a cui potesse aspirare. Autore in età ancor giovanile del più perfetto poema epico che mai si fosse veduto, ammirato perciò da tutti come uno de' più chiari lumi dell'italiana letteratura, caro ed accetto al duca Alfonso II e a tutta la splendida corte di quel sovrano, altro più bramar non poteva, che di riposare tranquillamente alla ombra di quegli allori, di cui il suo talento e il suo studio gli aveano ornata gloriosamente la fronte. Ma allora appunto, quando sembrava che il Tasso non potesse sospingere più oltre i suoi voti, ei si vide gittato nel profondo delle sciagure, e divenuto uno de' più memorabili esempi dell'incostanza della fortuna. Nulla vi ha di più noto che le sventure di questo grande uomo, e nulla vi ha di più incerto che la lor vera origine. Giambatista Manso marchese di Villa, intrinseco amico del Tasso negli ultimi anni che questi visse, e che ne ha scritta sì diffusamente la vita da noi finor compendiata, ne parla assai a lungo, esamina le diverse ragioni, a cui esse furono attribuite, e ciò non ostante ci lascia ancora all'oscuro sul vero loro motivo. Il Muratori ha tentato egli pure di rischiarare una sì intralciata quistione; e benché avesse tra le mani l'archivio Estense, non ha potuti raccogliere lumi bastevoli a diffinirla [4]. Ed io credo, che appena sia possibile il riuscirvi. Ad accertarsi intorno alla vera origine delle disgrazie del Tasso due sono principalmente i fonti, a' quali convien ricorrere: gli storici contemporanei e Ferraresi, e le opere del Tasso medesimo. Or quanto a' primi, ella è cosa strana a vedere, come essi tengono su questo punto un profondo silenzio. In questa biblioteca estense abbiam sette o otto scrittori inediti delle cose avvenute a que' tempi in Ferrara. Tutti gli ho io esaminati a tal fine, e non vi ho trovato pur nominato il Tasso, come s'egli non fosse mai stato in Ferrara. Di que' che si hanno alle stampe, non vi ha che il Faustini il quale ne ragioni, ma in modo, che il suo racconto ci fa ridere invece d'istruirci; perciocché egli vorrebbe che noi credessimo, che il duca Alfonso II il fece rinchiudere per curarlo di una fistola che lo travagliava [5]. Che se ci volgiamo alle opere del Tasso, noi il veggiamo sì confuso, sì incerto, sì incoerente a se stesso nelle sue espressioni, che, quanto più ci inoltriamo leggendo, tanto maggiore fassi l'oscurità e il dubbio; e di qua forse è avvenuto, che anche il marchese Manso non ci ha potuto abbastanza istruire su questo punto; perciocché ei non conobbe il Tasso, che quando questi avea la fantasia turbata e stravolta, e non potè quindi averne que' lumi, che perciò erano necessari. Fra tante tenebre altro non posso io fare che andar brancolando, e unire insieme quelle scarse notizie che ci posson dar qualche lume. Il primo incominciamento delle vicende del Tasso par che nascesse da' suoi amori, perciocché, se crediamo al Manso, tradito da un cortigiano suo amico, a cui aveali confidati, e lasciatosi trasportare a insultarlo nella sala stessa del duca, dovette difendersi colla spada non solo contro di esso, ma contro tre altri di lui fratelli. Perciò esiliati questi, il Tasso ancora fu per ordine del duca arrestato nelle sue stanze, e ciò accadde, secondo il detto scrittore, nell'anno 33 di sua età, cioè nel 1577. L'infelice poeta al vedersi ivi racchiuso, cominciò a temere di peggio, e accrescendogli dalla turbata fantasia l'idea del suo pericolo, fuggì segretamente, e nell'autunno dell'anno medesimo fra mille disagi fuggissene a Sorrento, e in abito di pastore presentossi a sua sorella. Trattenutosi ivi alquanto, sen venne a Roma; cercò ed ottenne di tornare a Ferrara; poi fuggitone nuovamente nel 1578 dopo varj viaggi si ricoverò a Turino, e vi stette qualche tempo nascosto sotto il nome di Omero Fuggiguerra, finché scoperto dopo alcun tempo fu accolto con grand'onore a quella corte. Così narra il suddetto scrittore della Vita del Tasso. Ma Angiolo Ingegneri dedicando con sua lettera del 1 di febbrajo del 1581 la Gerusalemme del Tasso al duca Carlo Emanuele di Savoja, ci dice, che la venuta di esso a Torino era seguita due anni e mezzo fa, cioè circa l'autunno del 1578, e ce la narra con circostanze molto diverse : « Due anni e mezzo fa, quando il povero sig. Torquato Tasso portato dalla sua strana maninconia si condusse fin alle porte di Turino, onde per non aver fede di sanità venne ributtato, fui quegli io, che in ritornando dalla messa udita a' padri cappuccini lui incontrato introdussi nella città, fatte prima capaci le guardie delle nobili qualità sue, che (come che ei fosse male all'ordine e pedone) non però affatto si nascondevano sotto a sì bassa fortuna. L'Altezza vostra serenissima fu poi che l'accarezzò e favorì, e se non che il sig. marchese d'Este l'avea già raccolto e accomodato, occupando in ciò il luogo alla cortese volontà di monsignor di Torino, son certo, ch'ella saria stata quella, che l'avrebbe ricevuto e fattolo di tutto ben provedere: tanta in lei si conobbe pietà di così indegna miseria, e tale di sì alta virtù gusto ed ammirazione. » Ma il Tasso frattanto, rinatogli in cuore l'amor di Ferrara, adoperassi per ritornarvi, e l'ottenne. Non sì tosto vi fu giunto nel 1579, che, comunque vi fosse ricevuto con somma festa, ne' raggiri de' cortigiani e nel contegno del duca gli parve di prevedere nuove sventure. Sdegnato perciò lasciossi fuggir di bocca parole poco rispettose e pungenti contro il duca e contro i suoi ministri. Quindi per ordin del duca che volle considerarlo come frenetico, anziché come reo, venne racchiuso in alcune agiate stanze dello spedal di S. Anna destinato alla cura de' pazzi. Questo è il passo, che maggiormente risveglia la curiosità degli eruditi, che vorrebbon pur sapere il motivo per cui il duca Alfonso formasse questa risoluzione [6] . Il Muratori racconta di avere nei suoi primi anni conosciuto l'abate Francesco Carretta modenese allora assai vecchio, e che era stato a' servigi del celebre Alessandro Tassoni, e perciò assai vicino a' tempi del Tasso, e che questi narrava di aver udito, che il Tasso trovandosi un giorno alla corte innanzi al duca e alla principessa Leonora di lui sorella, e non sapendo frenar l'amore di cui per essa ardeva, a lei accostatosi con trasporto baciolla in volto, e che il duca con saggia moderazione rivolto a' suoi cortigiani, vedete, dicesse loro, quale sventura, che un sì grand' uomo sia in questo punto impazzito! e che indi per salvare sotto tale pretesto il Tasso, il facesse rinchiudere nel suddetto spedale. E che il Tasso nudrisse in seno non leggiera fiamma d'amore per quella principessa, oltre che ne fan fede le rime in onor di essa composte, si afferma ancora dal Manso, il quale però aggiugne, che due altre Leonore si credette da alcuni, ch'egli amasse, cioè Leonora Sanvitale moglie di Giulio Tiene conte di Scandiano, e una damigella della principessa medesima, che porta vane il nome. Ma ch'ei si lasciasse trasportar tant'oltre innanzi al duca medesimo, e in un tempo, in cui le paure e i sospetti che lo travagliavano, dovean renderlo assai più timido, non parmi, a dir vero, cosa molto probabile. Io credo, che il duca a ciò s'inducesse principalmente per gli indicj, che dava il Tasso, di fantasia alterata e stravolta, i quali potean fare temer di peggio, se non vi fosse posto opportuno rimedio. Due volte era già egli fuggito di corte, e nel suo andar qua e là ramingo ed errante, e nelle lettere scritte agli amici e a diversi principi mostrava di aver l'animo altamente turbato. Credette egli perciò, che e all'onore e alla salute del Tasso niuna cosa potesse esser più utile, che il tenerlo non già prigione, ma custodito, e intanto proccurare con opportuni rimedi di calmarne l'animo e la fantasia. Ma ciò che Alfonso operò a vantaggio del Tasso, non servì che a renderne sempre peggiore la condizione. Gli parve di esser prigione, e mille fantasmi cominciarono a ingombrargli la mente. Or sembravagli di esser reo di discorsi tenuti in dispregio de' principi, or di infedeltà verso il duca suo padrone, or di troppo liberi trasporti amorosi. Dolevasi insieme di essere oppresso da' suoi nimici; scriveva agli amici, ai principi d'Italia, alla città di Bergamo, e allo imperadore medesimo, chiedendo pietà, e implorando la sua liberazione. Egli sospettò ancora di esser tenuto prigione per delitto appostogli d'empietà, e d' eresia, e ne è pruova un memoriale da lui diretto alla congregazione del S. Ufficio in Roma, il cui originale è presso mons. Passionei, e una copia di mano di mons. Fontanini presso l'erudito signor D. Giambatista Schioppalba sacerdote veneziano; e io pure ne ho copia per gentilezza del più volte lodato sig. D. Jacopo Morelli. Muove pietà il leggerlo; così si vede turbata la fantasia dello infelice poeta. Ei crede di aver dette « alcune parole assai scandalose, le quali poteano porre alcun dubbio di sua fede. » Dice di essere perciò stato citato, « e assoluto piuttosto come peccante di umor malinconico, che come sospetto d'eresia : » si duole, che « l'inquisitore non volle spedir la sua causa, acciocché il signor duca di Ferrara suo signore non si accorgesse delle persecuzioni patite dal supplicante nel suo stato; che perciò il duca l'avea fatto ristringere come peccante di umor malinconico, e fatto purgare contra sua voglia, nella qual purga temendo egli di esser avvelenato, » chiede perciò, che la congregazione gli ottenga di poter venire a Roma a trattar la sua causa [7] . Forse non v' era ombra di tali accuse, che altro fondamento non aveano che la sconvolta immaginazione del Tasso. Frattanto la turbazione dell'animo sconcertando ancora gli umori, ei trovossi in istato assai deplorabile di salute, e l'infermità a vicenda accrescendogli la tristezza, talmente gli si alterò la fantasia, che oltre i sospetti continui di veleno parevagli di esser ammaliato e molestato da larve e da spettri, e passava i giorni e le notti in una profonda malinconia. A render più gravi le sciagure del Tasso si aggiunsero i contrasti, ch' egli ebbe a soffrire per la sua Gerusalemme, che vide combattuta da molti, ricevendo oltraggi ed insulti da quella fonte medesima da cui sperava di avere applauso ed onori. Destano compassione le lettere da lui scritte dallo spedal di S. Anna; perciocché vedesi in esse un uomo in preda a un nero umore, che lo altera e lo confonde, ma pure ha ancor tanto di senno, che troppo bene conosce l'infelice suo stato. Infatti, se se ne traggan gli oggetti che appartenevano alle sue sventure, in tutte le altre cose parlava e scriveva colla sua usata saviezza; e ne son pruova le opere in difesa della sua Gerusalemme scritte in quel tempo medesimo, delle quali tra poco diremo. Molti principi eransi adoperati frattanto ad ottenere dal duca Alfonso la liberazione del Tasso, e anche la città di Bergamo spedì a tal fine a Ferrara il sig. Giambatista Licinio, che gli era amicissimo. Ma il duca temendo, che la libertà potesse essergli più dannosa che utile, non sapeasi a ciò condurre. Finalmente in occasion delle nozze di D. Cesare d'Este con donna Virginia de Medici, che l'anno 1586 si celebrarono, venuto essendo a Ferrara Vincenzo Gonzaga principe di Mantova, questi a persuasione singolarmente di D. Angelo Grillo abate benedettino, adoperossi per modo, che il Tasso rimesso dapprima nelle antiche sue stanze di corte, passò poi nell'autunno dell'anno stesso a Mantova, ove il duca Guglielmo amorevolmente lo accolse; e sol gli vietò, per compiacere al duca Alfonso, che di ciò avea fatta istanza, di non porre il piè fuori di Mantova; e poscia ancora rendettegli interamente la libertà.

Ultimi anni del Tasso.

Alla liberazione del Tassò giovò non poco D. Ferrante II Gonzaga signor di Guastalla, che teneramente lo amava, e che nel tempo ancora della sua prigionia aveagli inviati alcuni doni per sollevarlo, come io raccolgo dalla lettera, che il Tasso gli scrisse per ringraziarlo a' 14 di luglio del 1582, la quale con più altre inedite da lui scritte al medesimo D. Ferrante si conserva nel segreto archivio di Guastalla. Morto l'anno seguente 1587 il duca Guglielmo, e parendo al Tasso, che il nuovo duca Vincenzo fra gli imbarazzi del nuovo governo nol curasse molto, chiese e ottenne licenza di andarsene a Napoli, ove voleva dar fine ad alcune liti domestiche, benché al tempo stesso fosse invitato a Genova a legger l'Etica e la Poetica d'Aristotele « con 400 scudi d'oro di provvisione ferma, e con speranza d'altrettanti straordinari, » come egli stesso scrive in una sua lettera [8]. Ma qual fosse l'infelice stato del Tasso, raccogliesi da un un viglietto, che giunto a Loreto scrisse a D. Ferrante l'ultimo di ottobre del 1587, e che conservasi nel suddetto archivio: « Hora io son giunto in Loreto stanchissimo, e nel medesimo tempo ho inteso dell' arrivo di V. E. e ho preso a speranza, che N. S. Iddio voglia ajutarmi, perchè io sono ancora in quel termine, che V. E. sa, e senza danari da finire il viaggio. Però supplico V. E., che voglia donarmi dieci scudi, e darmeli piuttosto per elemosina, acciocché io abbia non solo occasione di lodarla sempre, ma di pregare Iddio per la sua salute e per la prosperità ec. » Oggetto veramente compassionevole, e grande esempio delle vicende della fortuna! Vedere l'autore della Gerusalemme liberata chiedere in limosina dieci scudi! Non sappiamo, s'ei gli ottenesse; ma certo altre volte avealo D. Ferrante sovvenuto pietosamente; e tra' mandati di esso esistenti tuttora nel mentovato archivio trovansi nel mese di luglio dell'anno stesso donati al Tasso per ordine di S. E. venti ducatoni, e da una lettera di Curzio Ardizio al medesimo D. Ferrante scritta da Napoli a' 24 di luglio del 1582 che è nello stesso archivio, raccogliesi, che quel principe aveagli donati 150 scudi d'oro. Gli ultimi anni della sua vita passò questo infelice poeta or in Roma, ora in Napoli, trattine alcuni mesi del 1590 ch' ei fu in Firenze, invitato e onorevolmente accolto dal gran duca Ferdinando, senza però che tali onori potesser fissarne il troppo agitato ed incostante umore. Così le lettere stampate, come le inedite da me poc' anzi accennate, ci mostrano, in quanto lagrimevole stato egli fosse. Infermo di corpo, ma più ancor d'animo, pien di paure e di sospetti, onorato da molti, ma pur sempre povero e bisognoso, in niun luogo trovava riposo né sicurezza; tanto più degno di compassione, quanto niun meglio di lui conosceva le sue sventure. Muovono al pianto alcune delle lettere inedite da lui scritte a D. Ferrante. In una scritta da Napoli a 24 di ottobre del 1588. « Fui già, » dice, « molti anni sono, sempre infermo , e hora sono parimenti, se non più; perchè fin hora il maggior giovamento, ch' io conosca da la medicina, è il non andar peggiorando. Nondimeno in una età già inclinata, in una complessione stemperata, in un animo perturbato, in una fortuna avversa, poco si può sperare senza miglioramento, e molto temere, che 'l fine de' miei travagli non debba esser la prosperità, ma la morte. Risorgo alcuna volta da questi nojosi pensieri, quasi da un mare tempestoso, e mi pare di vedere non solo un porto, ma due. E non potendo prender quel della Filosofia, qome vorrei, non debbo ricusare d'entrar nell' altro, dove hanno fine tutte le humane miserie, e d'esservi sospinto. Andrò fra pochi giorni a' bagni di Pozzuolo, o d'Ischia, ne' quali è riposta l'ultima speranza. Piaccia a Dio, che la povertà non sia impedimento a questo rimedio. » Da altre di dette lettere si raccoglie, che alcuni cavalieri napoletani aveano progettato di unirsi insieme per assegnare al Tasso una provvisione di trenta scudi al mese. Ma non pare, che il lor disegno avesse effetto. L'ultimo ricovero del Tasso fu presso il cardinal Cinzio Aldobrandini, il quale pensò di dare un onorevol compenso alle tante sventure di questo grand'uomo col farlo coronare solennemente nel Campidoglio. Ma questo ancora mancava a render il Tasso sempre più infelice, ch'ei non potesse godere dell'onor destinatogli. Il rigore della stagione il fece differire per qualche tempo, e frattanto infermatosi il Tasso, invece del Campidoglio fu condotto al sepolcro. Il buon Torquato, che sempre avea conservati nel cuore sentimenti vivissimi di religione, non sì tosto conobbe vicina la sua morte, che voll'essere trasportato al monastero di S. Onofrio dell'ordine di S. Girolamo. La lettera, che di là egli scrisse al suo amico Antonio Costantini, è troppo bella, per non essere qui riferita, benché ella sia tra le stampate [9] : « Che dirà il mio sig. Antonio, quando udirà la morte del suo Tasso? E per mio avviso non tarderà molto la novella, perchè io mi sento al fine della mia vita, non essendosi potuto trovar mai rimedio a questa fastidiosa indisposizione sopravvenuta alle altre mie solite, quasi rapido torrente, dal quale, senza potere avere alcun ritegno, vedo chiaramente esser rapito. Non è più tempo, ch' io parli della mia ostinata fortuna, per non dire della ingratitudine del mondo, la quale ha pur voluto aver la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico, quando io pensava, che quella gloria che, malgrado di chi non vuole, avrà questo secolo da' miei scritti, non fosse per lasciarmi in alcun modo senza guiderdone. Mi sono fatto condurre in questo monastero di S. Onofrio, non solo perchè l'aria è lodata da' mèdici più d'alcun'altra parte di Roma, ma quasi per cominciar da questo luogo eminente, e colla conversazione di questi divoti padri, la mia conversazione in cielo. Pregate Iddio per me, e siate sicuro, che siccome vi ho amato ed onorato sempre nella presente vita, così farò per voi nell'altra più vera, ciò che alla non finta, ma verace carità s'appartiene; ed alla Divina grazia raccomando voi e me stesso. » Una lettera di Maurizio Cattaneo, poc'anzi da noi citato, al sig. Ercole Tasso ci spone la vera origine della morte del Tasso. « La cagione di sua infermità, » dice egli [10] , « è stata l'immaginazione, che per sospetti s'avea conceputa, di dover morir di giorno in giorno, da' quali sospetti ed inganni tirato immaginandosi di potersi preservare con medicarsi da se stesso, pigliava or triaca, or aloe, or cassia, or reubarbaro, or antimonio, che gli aveano arse e consumate le interiora, e condottolo finalmente a morte. » Nella stessa lettera egli descrive l'amorosa sollecitudine, che per lui in quell'occasione mostrò il pontefice Clemente VIII, che poco prima gli avea assegnata una buona pensione, l'affetto figliale con cui continuamente lo assisteva il cardinal Aldobrandino e i contrassegni di sincera pietà, co' quali il Tasso si era disposto a morire. Con tali sentimenti chiuse il Tasso i suoi giorni a' 25 di aprile del 1595 in età di soli 51 anni. Parve, che la fortuna volesse ancor dopo morte inseguirlo, perciocché, benché fosse onorato di splendide esequie, per più anni ei non ebbe al sepolcro distinzione di sorta alcuna. Finalmente dal cardinal Bonifacio Bevilacqua gli fu nella chiesa di S. Onofrio innalzato un onorevole monumento, ma degno di una iscrizione migliore di quella di cui fu onorato.

Sue opere e contese intorno alla Gerusalemme.

Passiamo ora a dir delle opere, ch'ei ci ha lasciate, il cui numero è sì grande, che appena potrebbe credersi, che un uomo di non lunga vita, e per tanti anni divenuto bersaglio dell'avversa fortuna, potesse giugnere a scriver tanto. Ma egli ebbe la sorte, che nel tempo medesimo delle sue maggiori sventure, e anche mentr era confinato nello spedal di S. Anna, ebbe nondimeno la mente, in ciò che appartiene agli studi, libera e sana. Gli originali di molte delle opere del Tasso, come delle rime, delle lettere e di diversi dialoghi ec., si conservano in questa biblioteca estense, e vi si veggon le molte cancellature, con cui egli ritoccava e ripuliva i suoi scritti, che sono di un carattere pessimo e appena intelligibile. Io non farò che accennare i molti trattati e i molti dialoghi in prosa, altri di materie morali, altri di letterarie, e le moltissime lettere, altre famigliari, altre di argomenti spettanti alla poesia, nelle quali opere il Tasso è scrittore ingegnoso e profondo, ma talvolta troppo sottile; e scrive con eleganza, la qual però talvolta è più ricercata che in tali componimenti non si vorrebbe. Del poema giovanile intitolato il Rinaldo si è detto poc'anzi; dell'Aminta e del Torrismondo ragioneremo più sotto [11]. Le Sette Giornate, poema sacro in versi sciolti da lui composto negli ultimi anni, e non condotto alla sua perfezione, nè uscito in luce, se non poiché egli fu morto, ed altri minori poemi, come le Lagrime di Maria, il Monte Oliveto, la Disperazione di Giuda, benché da esso composti negli anni suoi più infelici, mostrano nondimeno l'ingegno e il talento del loro autore. Le rime del Tasso per la gravità de' sentimenti, per la nobiltà dello stile, e per tutti gli altri pregi che a tali componimenti richiedonsi, sono tra le migliori che vantar possa l'italiana poesia; la quale ben si può dire, che dopo la morte di esso cominciasse a decadere rovinosamente, pel pessimo gusto che s'introdusse [12]. Niuna cosa però rendette sì celebre insieme e sì infelice il Tasso, quanto la sua Gerusalemme Liberata. L'Italia Liberata del Trissino, l'Avarchide dell'Alamanni, il Costante del Bolognetti, erano stati accolti con plauso, e appena vi era stato chi avesse avuto coraggio di volger contro di essi la critica. Ma appena uscì alla luce il poema del Tasso, quanto più illustre fu il trionfo ch'esso riportò sugli altri poemi epici, tanto maggior fu l'invidia che contro l'autor di esso destossi. Un dialogo sull'epica poesia intitolato il Carrafa publicato nel 1584 da Cammillo Pellegrini, nel qual parve antiporre la Gerusalemme del Tasso al Furioso dell'Ariosto, fu il segnal della guerra; e gli accademici della Crusca mal sodisfatti di certe espressioni usate dal Tasso nel suo dialogo del piacere onesto furono i primi ad uscire in campo colla Difesa dell'Orlando Furioso, che fu creduta opera di Leonardo Salviati, a cui però non fa molto onore. Divenne allora generale la mischia, e molti de' più chiari ingegni italiani si azzuffaron tra loro, altri a favore, altri contro del Tasso. Il detto Salviati, Bastiano de' Rossi, Francesco Patrizi, Orazio Ariosto, Orazio Lombardelli, Orlando Pescetti furono i principali impugnatori della Gerusalemme, ed altri ne scoprirono e ne confutarono i falli, altri pretesero di provarla inferiore di molto al Furioso. Il Pellegrini, Ciro Spontone, Giulio Ottonelli da Fanano, Lodovico Bottonio, Niccolò degli Oddi monaco Olivetano, Giulio Guastavini, Malatesta Porta sorsero a difesa del Tasso, e dee ad essi aggiugnersi Giambatista Munarini Reggiano Giureconsulto di professione, ma versatissimo nell'amena letteratura, come si scuopre da molte opere da lui composte, fra le quali sono le Antichiose in risposta alle Chiose della Crusca, tutte però inedite, e che si citan dal Guasco come esistenti presso i conti Munarini da lui discendenti [13] . Più di tutti però il Tasso medesimo prese le armi a sua propria difesa; e anche dallo spedal di S. Anna, e poscia quando ne fu liberato, più libri scrisse in risposta alle accuse che gli venivano fatte. Io accenno solo questa celebre controversia, perciocché non gioverebbe che ad annojare i lettori una lunga enumerazione de' libri per essa usciti alla luce; e chi la desidera, può leggerla presso il Quadrio [14] . Benché però il Tasso sì coraggiosamente si difendesse, parve, che temesse ei medesimo di essere condennato a ragione; e volle perciò rifare il poema, e cambiatolo in gran parte, e mutatogli anche il titolo in quello di Gerusalemme Conquistata, il publicò nel 1693. Ma benché egli fosse persuaso di averlo tessuto in modo, che più non rimanesse luogo ad accuse, e benché alcuni lo accogliesser con plauso, i più saggi però giudicarono, che esso non fosse degno di stare al confronto col primo; e che questo fosse di gran lunga migliore co' suoi difetti che il secondo, benché composto secondo le più rigorose leggi della poetica. Non può negarsi, che gli accademici della Crusca nell'accennata contesa non oltrepassassero alquanto i confini di una saggia moderazione. E sembra, che essi medesimi abbian poscia voluto riparare il torto che avean già fatto più al lor nome medesimo che a quel del Tasso, annoverando la Gerusalemme ed altre opere di esso tra quelle che fanno testo di lingua. In fatti il comune consentimento degli eruditi ha omai deciso, che il poema del Tasso è il più bello, il più elegante, il più nobile di quanti epici poemi ha mai avuti l'italiana poesia; e che forse non ne avrà mai altro, che gli si possa paragonare. Non così è decisa la controversia della precedenza tra il Tasso e l'Ariosto, controversia, che ha sempre divisi, e forse dividerà sempre i migliori ingegni e i più valorosi poeti.

Note

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[1] V. Opere del Tasso Ediz. Ven. T. I. Pref. p. XIII.

[2] T.I. p. 327. ec.

[3] T. I. p. 386.

[4] Opere del Tasso Ediz. Ven. T. X. p. 237 ec.

[5] Stor. Ferrar. L. II. p. 99.

[6] Nota alla I edizione. Io mi lusingo, che sarà finalmente squarciato il velo, che per tanto tempo ha tenuta occulta la vera ragione delle sventure del Tasso. Le lettere, che mi è avvenuto di ritrovare in questo ducale archivio segreto, scritte e da lui e da altri nel tempo di quelle vicende, fanno conoscere chiaramente, che la sola ragione, per cui il duca Alfonso II fece chiudere nelle stanze di S. Anna l'infelice poeta, fu il misero stato a cui dalla sua malinconia egli era condotto, e che quando il Tasso fuggito da Ferrara bramava di ritornarvi, non altra condizione esigevane il duca, se non ch'ei si lasciasse curare. Più altri bellissimi monumenti ho felicemente trovati riguardo a queste e ad altre particolarità della vita del Tasso, e tutti gli ho trasmessi all'eruditissimo sig. ab. Serassi, il qual saprà farne ottimo uso nella Vita, che si apparecchia a darci di quel grande, ma sventurato poeta, e io godo di potere ad essa rimettere i miei lettori, poiché troppo a lungo mi condurrebbe, s'io qui volessi tesser la serie tutta de' fatti, e publicare i documenti che li confermano.

Nota alla II edizione. Il sig. ab. Serassi ha poi publicata in Roma nel 1785 la Vita del Tasso, e ha pienamente sodisfatto all' espettazion mia e di tutti gli eruditi. Così vedesi in essa spiegato felicemente ogni passo della vita e delle vicende di questo infelice poeta, che si può dire a ragione, che su questo punto nulla ci rimane più a bramare. Ed io mi compiaccio in vedere, ch'egli ha confermata l'opinion mia nel credere, che il Tasso non fosse arrestato pe' suoi troppo liberi amori, che non han sussistenza, ma per gli indicj che dava di frenesia e di furore, cagionati in gran parte da molti invidiosi e nimici ch' egli avea in quella corte, fra' quali era quel Maddalò, di cui l'ab. Serassi non ha potuto trovar notizia chi fosse, e che io ora pe' lumi nuovamente scoperti, e comunicatimi dal ch. sig. Dott. Antonio Frizzi segretario della città di Ferrara, posso indicare che era Maddalò o Medaglio dei Frecci, che fin dal 1556 era notajo in Ferrara e impiegato negli atti pubblici di quella corte, col qual maligno uomo però si compiace il suddetto dott. Frizzi di non avere alcuna relazion di famiglia. Delle contese, che il Tasso ebbe colla accademia della Crusca, parla anche il ch. sig. conte Galeani Napione di Cocconoto poc'anzi lodato, il quale osserva, che esse ebbero in gran parte origine dalle controversie di preminenza , che la corte di Firenze avea allora con quella di Ferrara, (de' Pregi della lingua italiana. T. II. p. 79.) ec.

[7] Il sig. ab. Serassi assegna questo memoriale al tempo del primo arresto del Tasso.

[8] V. Oper. T. IX. p. 362 Ediz. Ven.

[9] Oper. T. X. p. 4. Ediz. Ven.

[10] Lettere Pittoriche, T. V. p. 49 ec.

[11] Più sotto, dove parla della Poesia Teatrale, dice lo stesso scrittore: Torquato Tasso anche nel genere tragico volle esercitare l'ingegno, e fece conoscere, quanto anche in esso fosse felice, poiché il Torrismondo stampato la prima volta in Mantova nel 1587, e poscia ristampato più volte, ha luogo a ragione tra le migliori tragedie, che in questo secolo venissero in luce. L' anno 1587 fu publicata in Parigi un' altra tragedia attribuita al Tasso, e intitolata la Gismonda, ma, come osserva Apostolo Zeno, ella non è altro che il Tancredi del conte di Camerino.

Più sotto ancora, parlato cìt ebbe de Drammi Pastorali, il Tiraboschi prosegue : Ma queste ed altre somiglianti rappresentazioni pastorali tutte si ecclissarono all' apparire dell'Aminta del Tasso; opera essa ancora scritta nella corte medesima di Ferrara, e da lui composta in età giovanile, e che fece rimirarne l'autore come uno de' più gran poeti, che mai fosser vissuti. E veramente l'eleganza e la dolcezza del verso, la leggiadria delle imagini, la forza degli affetti ne è singolare. Né io perciò negherò, che fra molti pregi non abbia ancora l'Aminta alcuni difetti. Lo stile talvolta troppo fiorito, alcuni concetti più ingegnosi che a pastor non convenga, alcune parlate più del dovere prolisse, l'intreccio non sempre verisimile, sono difetti, che si ravvisano da chiunque con animo non prevenuto legge l'Aminta; ma che si possono perdonare all'età del poeta; e che posti in confronto co'tanti pregi onde questa pastoral poesia è adorna, volentieri vengono dimenticati. Intorno a ciò si può vedere l'Aminta e difeso e illustrato di Mons. Fontanini, il quale ha preso a difendere il Tasso dalle accuse a lui date dal duca di Telese D. Bartolommeo Ceva Grimaldi. Ma come il censore troppo sottilmente va in cerca d' ogni minimo neo, e trova difetto ove altri noi vede, così ancora l'apologista si mostra troppo impegnato in difendere il suo cliente, anche ove non sembra che sia luogo a difesa. Le molte edizioni, e le versioni in quasi tutte le lingue dell'Europa fatte di questa pastorale (fra le quali è pregevole quella del Zatta nel 1762, perchè vi è stato aggiunto l'Amor fuggitivo del medesimo Tasso) pruovan la stima, in che in ogni età e presso ogni nazione essa è stata. Il Baldinucci crede, che fosse questa la rappresentazione, che in Firenze per ordine del gran duca si fece con solennissimo apparato, e per cui ideò ingegnosissime macchine Bernardo Buontalenti; e curioso è il fatto, ch'egli racconta come cosa da non dubitarne, cioè che il Tasso informato del plauso, con cui essa era stata accolta, e del molto, che perciò egli doveva al Buontalenti, recatosi secretamente a Firenze volle conoscerlo, e scopertosi a lui, e baciatolo in fronte, partissi tosto, senza che il gran duca, che dal Buontalenti ne era stato avvisato, potesse farlo fermare, e onorarlo, come bramava.

[12] Molte poesie finora inedite del Tasso state recentemente publicate in Roma l' anno 1789.

[13] Stor. Letter. dell' Accad. di Reggio p. 181. ec.

[14] T. VI. p. 671. ec.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011