Angelo Solerti

LEONORA D'ESTE

Edizione  elettronica di riferimento:

Luigi, Lucrezia, Leonora d'Este, Studi di Giuseppe Campori e Angelo Solerti, Torino, Ermanno Loescher editore, Torino 1888 – Stabilimento Tipografico Vincenzo Bona, Proprietà Letteraria

LEONORA D'ESTE

STUDIO DI Angelo Solerti

Ad Arturo Graf

INTRODUZIONE

La leggenda di un amore infelice ha circondato fino ad oggi la figura di Leonora d'Este, e se pur si scrissero volumi per provare o negare quest'amore, nessuno si pensò mai di scrivere pur un opuscolo che ci chiarisse ch'ella fosse veramente, ed anche se meritevole no dell'adorazione e dell'affetto di Torquato Tasso.

Ecco una principessa della corte più splendida d'Italia, nello splendido cinquecento: nasce, vive, muore nubile; si acquista un posto nell'albero genealogico della serenissima casa: e nulla più. Gli storici che non si occupano delle donne se non quando regnarono, appena ne parlano; i cronisti si limitano a segnare il giorno della sua morte ed il luogo della sua sepoltura. Rovistai quanti potei volumi che comprendono l'epoca della sua vita: storie, epistolari, dedicatorie, poesie, orazioni, relazioni di feste, di giostre, di funerali; tutto passai in rivista, e con quanto poco giovamento si è veduto quando, trattando di Lucrezia, il Campori ha riportato tutto quello che a questo riguardo si trova a stampa [1].

Quasi tutte le notizie sulle quali andrò ricostruendo la vita di questa principessa, vita tutta intima, tutta di casa, mi sono state fornite dall'Archivio Estense; per esse vedremo adunque sotto una luce nuova la figura di Leonora.

Ella era diventata il tipo di quelle donne, nelle quali l'onestà non si lascia vincere dall'amore; tutti la videro sempre ritratta in Sofronia, mentre vollero che Olindo personificasse Torquato. Pura di animo, alta di sentimenti, generosa, di cuore sensitivo e tenero, spiritosa, colta, e perciò capace di pregiare l'ingegno e di amarlo, essa, si diceva, raccolse nell'intimo del suo cuore tutta l'immensità di un amore che esteriormente non volle confessar mai. Tale era la Leonora ideale, la Leonora che ci ritrasse l'Agricola, che scolpì Canova.

Ma sta il fatto che fino a tanto che il Tasso visse, e per qualche tempo ancora posteriormente, nessuna traccia si trova, nessuna allusione la più lontana che a questi amori possa riferirsi.

La vita di Leonora, quale verrà da me narrata, grazie ai documenti novellamente ritrovati, stimo sia di per sè sola sufficiente a provare la non esistenza, anzi l'impossibilità di questo affetto. E se ciò perfettamente non bastasse, la vita del poeta cui attendo, toglierà, son certo, ogni dubbio in proposito; poichè fin d'ora posso asserire che ogni fatto più oscuro della vita di questo savio pazzo, come tanto propriamente venne a' suoi dì nominato, diverrà chiaro interamente.

Ma quando la storia divien nota e differisce totalmente dalla leggenda; quando la leggenda aveva non so se maggior probabilità di vero, o maggior vaghezza, da divenire e restare patrimonio egualmente dei dotti che del popolo, non è senza prezzo dell'opera, e la curiosità ci spinge a ricercare come nascesse, come si sia svolta in seguito la leggenda stessa.

Prima origine di essa fu la romanzesca narrazione che della vita del Tasso scrisse Giovanbattista Manso, nobile napoletano, che del poeta fu amico ne' di lui ultimi anni [2]; e questa amicizia stessa, io credo, fu la causa maggiore che influì a procurare popolarità e fama di veritiera alla biografia. Il Manso, nel capitolo nono, imprende a illustrare alcune rime amorose di Torquato, e ricavandone il nome di Leonora, ricerca tre donne di questo stesso nome alla corte ferrarese; l'una delle quali fu appunto la principessa, l'altra la contessa Sanvitale, moglie di Giulio Thiene di Scandiano, la terza una damigella di quest'ultima, anch'essa di nome Leonora [3]. Dice il Manso che da alcuni fu creduto che il poeta amasse o l'una o l'altra di queste tre donne, ma lascia intendere esser sua opinione ch'egli amasse principalmente la principessa. Esponendo in seguito quella sfida che la leggenda attribuì a Torquato, afferma che essa nacque perchè l'amico « o per malvagità di natura, o per trascorrimento di lingua, ridisse un giorno alcune particolarità degli «amorosi segreti di Torquato». Ma tuttavia nessuna recisa affermazione si trova di questo amore, nè in quel luogo, nè nel rimanente della Vita. Anzi, nel capitolo decimoterzo, ragionando dei motivi della sua reclusione in S. Anna, il Manso afferma che « persuaso il duca che Torquato ogni giorno maggiormente fosse gravato dall'infermità e dalla fiera malinconia gli assegnasse ottime ed agiatissime stanze in S. Anna, e tuttociò che a ricoverare la salute poteva fargli mestiere o giovamento ». Il Manso non poteva ignorare, nè allora celare, la vera cagione della reclusione del poeta, a tutti notissima; e ognun vede quanto sia differente questa primitiva attestazione dalle posteriori immaginazioni intorno al motivo, al fatto, al luogo di questo avvenimento. Ma il Manso ritornava poi al suo romanzo, e, costretto ad ammettere la pazzia, immaginò che essa provenisse dal timore appunto di vedere svelati i suoi amori, e di essere di nuovo assalito da que' suoi nemici.

Dal Manso dipendono nettamente quante narrazioni di questo fatto troviamo nel Bruoni [4], nel Leti [5], nell'Imperiali [6]; col Lei la favola era entrata nel dominio della storia letteraria. Questi furono i primi che ne scrissero: seguirono altri infiniti, e ognuno per proprio conto andò sempre caricando le tinte. Lasciate in disparte le altre due donne, per render la cosa interessante, si ammise che il poeta amasse propriamente la principessa, e ne fosse corrisposto; il falso o imprudente amico del Manso formò una congiura di cortigiani malevoli ed invidi contro il poeta. La scoperta dell'amorosa relazione traeva seco naturalmente il più fiero sdegno del duca; Leonora fu compianta, e ignorandosi ogni cosa di lei, si pensò che morisse sola e reietta dai fratelli, rinchiusa in un angolo del castello. La pazzia dì Torquato divenne simulazione, ora imposta dal duca per salvare l'onore della casa; ora perchè non si poteva spiegare come il colpevole non avesse avuta punizione più propria e maggiore per tale delitto. Infine le « comode e agiatissime stanze » del Manso, si mostrano ancora oggi nell'ospedale di S. Anna a Ferrara, ridotte ad una sola, anzi ad un piccolo e umido sotterraneo.

La perfetta dipendenza della leggenda è provata dal fatto che l'ultimo che si occupò di essa, il Rosini, dopo uno studio, a modo suo, di dodici anni, e aver curato in quel frattempo l'edizione di tutte le opere del Tasso, in quel suo Saggio famigerato ripeteva quasi a parola il ragionamento del Manso [7], mentre ripubblicava la Vita, di quello scritta, e non aggiungeva se non altri fatti e prove, tali secondo lui, ricavate ancora dal canzoniere del poeta.

Che più? Perfino la falsificazione dell'Alberti [8] produceva in parte documenti che provassero cose dal Manso narrate.

È notabile come a mano a mano che si procede nelle ricerche su Torquato Tasso, sempre più venisse trovata immaginaria e falsa la biografia scritta dal Manso. Infatti il primo che si occupò alquanto seriamente delle opere tassesche, il Foppa, in una sua lettera a Egidio Menagio, del 1661, scriveva che in quella si trovano molte bugie palmari [9], Di falsità l'accusa il Serassi più volte, e il Capponi dedicava tutta la seconda dispensa del suo Saggio [10] a dimostrarla bugiarda e a raccogliere le attestazioni dei dotti in proposito; anzi, spingendosi troppo oltre, volle anche provare che il Manso mai aveva scritta quella Vita.

Troppo lungo sarebbe ricordare quanti confutarono quali per un argomento, quali per un altro, il Manso e i biografi che da lui presero inspirazione; il nodo però delle prove era nelle rime del Tasso: finalmente il Cavedoni [11] in parte avvertiva e provava col confronto degli autografi che false erano le didascalie, errate in gran parte le lezioni di quelle, delle quali dal Manso al Rosini si era fatto sostegno alla leggenda [12].

Un'appendice ad essa, che deve certo essersi sviluppata dall'anteriore conoscenza della storia degli amori, e che è indubbiamente di origine ferrarese, viene raccontata dal Muratori [13]. Questi narra d'aver udito, essendo ancor giovinetto, dall'abate Francesco Carretta, modenese, allievo di Alessandro Tassoni, che trovandosi il Tasso un giorno in corte dov'era il duca Alfonso colle principesse sue sorelle, accostatosi alla principessa Leonora per rispondere ad una interrogazione di lei, e trasportato da un estro più che poetico, la baciasse in volto; al qual atto il duca da savio ed accorto prìncipe ch'egli era, rivolto a' suoi cavalieri dicesse: « Mirate che fiera disgrazia d'un uomo sì grande che in questo punto è diventato matto », e con questo ripiego, per esentarlo da risentimenti più gravi, lo facesse poi condurre all'ospedale di S. Anna, dove i veri pazzi si curavano [14].

Questa favola conviene che fosse divulgata ai tempi del Tassoni poichè Scipione Errico nella scena terza dell'atto terzo della sua commedia Le rivolte di Parnaso [15], dove finge che il Tasso fosse introdotto a Calliope da Cesare Caporali, vi allude dicendo: « Cap.: Signor Torquato, accostatevi. — Tas. : Eccomi pronto al dolce impero di signora sì grande. — Cap.: Lontano, fratello; tu hai certa virtù che subito corri a baciare ». Ho detto che questa aggiunta alla leggenda dev'essere proprio ferrarese, e per buona ragione, a quel che stimo. Ognun conosce la storia dello specchio rivelatore del bacio d'Ugo e Parisina; ora cotesto specchio viene al forestiero mostrato riferendo l'aneddoto anche a Torquato e Leonora. Ciò appunto dava motivo al conte Vimercati Sozzi [16] di scrivere: «... Io non so trovare recusabile le tradizioni dello specchio, mentre ammettendo che Alfonso giugnesse per questo mezzo (non visto) alla cognizione del fatto, giustificato sarebbe il mistero di cui è tuttora avvolta la vera causa di tanta sua disgrazia, troppo interesse avendo il Duca di tenerla celata a Torquato stesso, e salvar dovendo d'altro canto l'onore della duchessa di lui sorella».

La duplicità dell'attribuzione della leggenda non deve recar maraviglia; la storia dello specchio rivelatore doveva già avere una certa voga rimontando a tempi più lontani; conosciuta la storia degli amori d'un'altra principessa, facilissimamente il popolo venne ad attribuire ad essa la vecchia storia, che, avvicinandosi di tempo, aumentava d'interesse.

E io credo che da questa versione sia avvenuto il passaggio all'altra forma raccontata dal Muratori: sia che qualche spinto originale trovasse la cosa poco verosimile, e ritenesse solo che il bacio era stato dato, ma pubblicamente, per poter esser veduto e punito; sia che conoscendosi la famigliarità con cui Torquato usava a corte, ove era stato or nobil servo ed or compagno [17], paresse più probabile posto in tal modo l'avvenimento.

Però, occorre osservare che il Muratori dà tal racconto come favola: ed egli ed il Tiraboschi, uomini dottissimi nella storia estense, non s'attestarono mai d'esporre un parere assoluto intorno a questo argomento. Reca all'incontro maraviglia come il Serassi non si mostri troppo reciso nella sua opinione in contrario; ma forse a lui, sebbene fossero noti parecchi documenti abbastanza importanti per escludere la leggenda, imponevano ancora gli argomenti degli avversari e la fede generale nella leggenda stessa.

Forse è per questa titubanza che lasciò trascorrere la penna a scrivere: « Dopo la partenza della principessa d'Urbino si diede il Tasso a corteggiare con maggior assiduità Madama Leonora [18] ».

Questa frase diede motivo ai sostenitori della veridicità degli amori, di rimproverare al Serassi una indeterminatezza intorno a questo argomento, che dava motivo a credere ch'egli avesse altro in animo, tra tante nnove cose da lui recate, che provassero questi amori; le quali dicevano aver egli tenate nascoste per riguardo alla casa d'Este [19]. Ma oggi anche cotesta affermazione del Serassi si dimostra non vera e soltanto imprudente: poichè la principessa Lucrezia, dopo il suo matrimonio, rimase ancora per qualche tempo in Ferrara, e poco dopo la sua partenza il Tasso si recava in Francia.

Come si può intendere da questa succinta esposizione, tutta la favola, che tante cure ha dato agli eruditi, è nata da una narrazione romanzesca, posteriore di parecchi lustri agli avvenimenti, e gli uomini veramente versati nell'argomento o rimasero incerti, o furono addirittura contrari alla veridicità di essa. Per ispiegare poi la popolarità che ebbe ed ha questa leggenda d'amore non fa d'uopo di molte parole: il dramma era uno dei più cari e che più muovono a pietà il cuore umano; aggiungi la natural vaghezza nelle genti di trovare fatti grandi e strani nella vita dei geni loro prediletti: e prediletto del popolo fu sempre Torquato Tasso. L'immaginazione, l'arte, la poesia vi si inframmettono e fanno deviare il vero a fallaci opinioni: alle quali la natura umana per quell'eterno bisogno d'idealità che crea nel popolo le leggende eroiche è più propensa, anzi lieta di credere.

Anche ai nostri giorni Cesare Guasti, l'illustratore delle opere del Tasso, trattando della prigionia del poeta non seppe riscattarsi interamente dalla credenza comune; indizio di quanto ne fosse grande la potenza. Egli scrive che non è da rigettare tutto « quanto si è detto del Tasso e delle principesse di casa d'Este [20] ».

Due piccole cose voglio ora notare, che sono appunto nell'edizione delle lettere del Tasso, dal Guasti curata con tanto amore, le quali voglionsi accumulare alle altre in prova della leggenda e non furon mai confutate. Nella lettera autobiografica del Tasso al Gonzaga [21] occorre questo periodo: « E son sicuro che se colei che così poco alla mia amorevolezza ha corrisposto in tale stato ed in tale afflizione mi vedesse avrebbe alcuna compassione di me? » Colei? Il Guasti, acuto sempre, ma incerto in questo argomento, poneva in nota il nome di Leonora, con un punto interrogativo.

La lettera fu edita la prima volta nel 1629, e afferma il Serassi [22] che l'editore di essa, Martino Sandelli, prete padovano, ne traesse copia dall'autografo che esisteva presso il Faustini, storico ferrarese, e oggi perduto. Io dubito forte che sull'autografo non si leggesse colui in cambio di colei, che non sapremmo a chi potesse riferirsi, e non certo a Leonora, poichè nella stessa lettera, poco innanzi, il Tasso aveva scritto: « E s'addimandar non la voglion (la grazia) nè il Cardinal d'Este, nè quel de' Medici, nè le principesse di Ferrara, come partecipi dell'offese dei fratelli, o per altro mal soddisfatte di me... ». E che si riferiscano ad altra donna, in tal punto e per tal cosa non par probabile, poichè la compassione di questa dama non poteva essere efficace in alcun modo ad aiutare il poeta. Io credo in ogni caso si debba leggere colui, cioè il duca; e bisogna notare che nel 1629 era da quasi due lustri comparsa la vita del Manso, la quale il Sandelli, cultore del Tasso come afferma il Serassi, non poteva ignorare; e se il passo veramente esisteva nell'autografo, esso aveva tale efficacia da far leggere colei in cambio di colui.

Il Guasti pubblicava pure nelle note al suo discorso ricordato un « curioso documento, che ha cera d'essere autentico, e che si conserva nella privata libreria del duca di Parma ». Ecco le sue parole:

« Io lo produco sovra copia fedelissima procuratami dall'ottimo e a me caro commendatore Angelo Pezzana, il quale mi avverte di essersi accertato, coi mezzi somministratigli dai fac-simili pubblicati dal conte Alberti, della identità del carattere del Tasso e di quello di Leonora d'Este. Le parole Dubio crudele, e le postille messe di contro a' versi (e da me collocate a modo di nota) sono tutte di mano di Leonora; le righe sottoposte all'ultima di esse postille sono di colui che fu incaricato, come dice, di sequestrare le carte di Torquato, di cui mano è il sonetto [23] ».

DUBIO CRUDELE.

A L'Ill.ma et Ecc.ma SIG.ora D. Leonora d'Este.

Io vidi un tempo di pietoso affetto (a)

La mia nemica ne sembianti ornarsi

E l'alte fiamme in cui di subito arsi (b)

Nudrir colle speranze e col difetto (c)

Ora non so perchè (d) la fronte e 'l petto

Usa di sdegno e di furore armarsi

E con guardi uer me turbati e scarsi

Guerra m'indice ond'io sol morte aspetto (e).

Ah non si fidi alcun perchè sereno

Volto l'inuiti e piano il calle (f) mostri

Amor, nel regno tuo spiegar le vele

Così l'infido mar placido il seno

Scopre a' nocchier incauti: (g) e poi crudele

Gli affonda e perde fra gli scogli e i mostri (h).

(a) indicio che allora lo meritava

(b) come la paglia che presto arde et presto si estingue

(c) e di che appunto si pente assai

(d) et osa dire di non saperlo

(e)  solite iatantie delli amanti

(f)  ciò accade a chi deuia da quelo indicatoli

(g)  come il poeta che non sa gouer. se stesso, et meno frenare cioè, la lingua et penna

(h) ingiusto è il poeta attribuendo ad altri ciò ch'è tutta sua colpa.

Mentre il Sr Torquato cortegiava la Sanvitale scrisse questo sonetto: sembra che lo respingesse la S.ra D. Leonora colle osservazioni, che ui si leggono scritte e di sua man propria, giacchè fra le carte sequestrate al Tasso io rinuenni il « presente ».

Io noto intanto che il confronto dei caratteri venne fatto coi fac-simili dell'Alberti: confronto poco sicuro poi che i documenti prodotti dall'Alberti sono falsi. Ma questa perfetta rassomiglianza con questi stessi documenti non potrebbe far sospettare che il sonetto, il quale si trova isolato nell'Archivio di Parma, senza verun plausibile motivo di trovarvisi, sia colà stato lasciato a bella posta, dopo esser uscito dalla stessa fabbrica? Ma ammettendo anche che il sonetto sia autentico, esso però non reca alcuna prova: i versi fatti per altre, o a istanza d'altri, sappiamo che il Tasso passava poi al duca o alle principesse, sia per procurarsi onore, sia per mostrare quello che infine era il doveroso prodotto del mestier suo, e per cui era stipendiato. Dice l'anonimo postillatore al sonetto che esso fu fatto per Leonora Sanvitale [24]: e occorre osservare la maniera di dir questo che si presta alla doppia interpretazione: sembra che lo respingesse la Sra D. Leonora, la quale poteva essere così la Sanvitale stessa come la principessa; non importando affatto che a questa il sonetto sia dedicato, quando si afferma che per l'altra fu scritto. Ma, guarda caso! che potrebbe benissimo mostrarci d'onde l'Alberti traesse inspirazione a fabbricare tal documento. Proprio altri sonetti alla stessa Sanvitale e alla madrigna di lei, contessa di Sala, sappiamo che furon dal Tasso composti e poi dati a vedere, questa volta al Duca. In una sua lettera allo Scalabrino scrive Torquato: « Ho fatto due sonetti: uno alla contessa di Sala, che avea la conciatura de le chiome in forma di corona; l'altro a la figliastra, che ha un labrotto quasi a l'austriaca; e con occasione d'udirli il duca mi ha fatto molti favori [25] ». Se il sonetto è autentico, il fatto che sia dedicato alla principessa ora apparisce di nessuna speciale importanza; e le postille, se di lei sono, possono esser benissimo fatte per ischerzar, come pare, sulla cattiva fortuna dell'amor di Torquato colla Sanvitale. Ma il lettore giudicherà se non diano a pensare le mie supposizioni sulla falsità del documento, e sull'origine probabile della stessa falsificazione.

Se intorno a questi amori un altro argomento decisivo occorre, esso ci è somministrato dal carteggio di Bernardo Canigiani, ambasciatore fiorentino a Ferrara: carteggio che al Capponi, al Guasti, al Campori ha procurato tante notizie, che moltissime altre ha fornito a me, come si vedrà, per la vita di Leonora, e per quella del Tasso, di cui era amico. Il fino ed arguto fiorentino, a cui la lunga dimora in Ferrara aveva dato agio di acquistarsi la confidenza dei principi e la perfetta cognizione del paese, empie la sua corrispondenza di fatti ed aneddoti che dovevano saziare la curiosità del suo principe, avido di essere informato de' più segreti fatti della corte rivale. Niente egli nasconde anche delle cose più intime e delle debolezze degli estensi: ci svela gli amori del duca, del cardinale, di Lucrezia, di Don Alfonso, di Cesare, di Marfisa e di non pochi gentiluomini, ma non una sola parola accenna ad inclinazioni di Leonora per chicchessia, per la quale anzi non ha che parole di stima e di venerazione. Altrettanto dicasi degli amori di Torquato, mentre, come ho detto, gli si professa amico e ne dà infinite notizie; invano si cercherebbe una parola che vi accennasse: tanto è vero che nè egli nè altri pigliavano per moneta di corso quelle sue adorazioni in rima, quelle sue ispirazioni.

Ed ora che conosceremo la vita della principessa Leonora, e i suoi sentimenti, credo, se la forza de' miei argomenti non m'inganna, che ancor meno cotesta leggenda, della quale abbiamo conosciuto l'origine e lo svolgimento, ci parrà possibile: e questa, spero, sarà l'ultima volta che il nome di Torquato si troverà unito, con tale intendimento, a quello di Leonora d'Este.

Leonora d'Este.

I.

Giuseppe Campori tessendo la biografia di Lucrezia d'Este, narrò qual fosse la giovinezza sua e della sorella Leonora, trascorsa insieme sotto le cure della madre Renata. Ben dissimili però erano le due sorelle nella loro costituzione fisica: in quanto che Lucrezia fu sana e robusta come anche si dimostrava all'apparenza, mentre l'altra, debole e infermiccia, dovette aver cura di sè per tutta la vita usando ogni sorta di precauzioni e di rimedi. E come Lucrezia rassomigliava per questa parte al fratello Alfonso, di robustissima tempra, così Leonora al Cardinale. Le qualità esteriori di queste due principesse anzichè dai rozzi ritratti che ne rimangono in un libro dell'Archivio estense e in una cronaca della Biblioteca, i quali comechè sono posteriori d'un secolo non hanno carattere di somiglianza o di essere ricavati da originali in qualsiasi modo, bisogna formarcele nella fantasia coll'interpretare le parole benevole dei loro lodatori, e in particolare del Tasso, che le conobbe nel 1566, quando stavano per varcare i confini della giovinezza [26].

Quanto più Leonora s'avanzava in età tanto più si manifestava in lei la debole complessione causa di continuo malessere. I medici le consigliarono la cura dei fanghi di Abano, presso Padova, ed ella vi si recò due anni di seguito, nel 1561 e nel 1562, in compagnia della omonima zia monaca, e del fratello Cardinale, che già cominciava a soffrire i prodromi dei mali che lo afflissero di poi. Intorno alla gita del primo anno nulla sappiamo, se non che i principi giungevano a Padova l'undici di settembre [27]; più numerosi sono i ricordi della cura del 1562. I principi si recarono a Padova in bucintoro, pei canali del Po, come il primo anno, giungendo colà nell'istesso giorno [28]. Leonora, dopo aver bevuta l'acqua per qualche tempo, il 23 cominciava i fanghi, come si sa da una lettera del Cardinale, che ne dava notizia al Duca [29]; la cura sembrava giovare alla principessa, sebbene fosse ricominciata la febbre [30]. Ella stessa con una lettera dell' 8 e 9 ottobre ci narra vari particolari [31]. La morte del Falloppia, celebre medico, che la curava con ogni amorevolezza, fu per lei un grave colpo. Il 10 ottobre il Cardinale scriveva al Duca che Leonora aveva cominciato il bagno, ma che essendovi dentro fu colta da svenimento per l'acqua troppo calda inavvertentemente messavi dalle cameriere, e aggiunge averle recato molto nocumento la morte del Falloppia, a surrogare il quale venne eletto il Canano, medico del Cardinale [32]. E pochi giorni dopo quegli ancora replicava che la sorella stava meglio, ma che era tuttavia « debole e travagliata per la morte del Falloppia » [33]. Però la cura parve sulla fine giovare alla principessa, la quale ne dava la lieta notizia al duca, annunciandogli il ritorno, che fu ai 17 d'ottobre [34]; e curioso documento ci resta il conto della spesa per i bagni ed i fanghi [35]. I risultati però in generale pare non fossero di tale efficacia da indurre la principessa a ritornare, non trovandosene più alcuna notizia.

Soffriva Leonora di debolezza, di catarro alle reni, di umori e di palpitazione di cuore; frequente era in lei lo stato febbrile. Potrei qui assai facilmente produrre una nota delle sue malattie che da Libri di spesa e dalle lettere dei principi, dei segretari e dei cortigiani ho ricavato: dalle quali apparisce come non fosse mai per tre mesi di seguito perfettamente sana, e quanto di frequente fosse costretta al letto. Così che rarissimamente la vediamo partecipare colla sorella alle gite a Belriguardo, alle Casette, a Comacchio, dove la Corte si recava assai spesso; ai lieti trattenimenti che in Ferrara, o in quei luoghi apprestava il Duca nelle occasioni di feste solenni per nozze, per nascite, e in omaggio ai principi forestieri, quasi sempre ho notato l'assenza di quella principessa. La naturale propensione alla ritiratezza e alla astinenza dai piaceri mondani, era anche effetto della necessità di curare la propria salute. Non è quindi da far le meraviglie se in causa di questo sistema di vita i contemporanei nei carteggi, non diciamo le storie e le cronache, non si occupino punto di lei e non diano ragguaglio delle sue azioni.

E questa sua gracilità l'aveva fatta credere per meno che inetta al matrimonio fin dalla prima età. Sul finire del 1560 il Duca di Nevers per mezzo dell'ambasciatore ferrarese Alvarotti, nel cui carteggio [36] trovo questa notizia, aveva fatto chiedere la mano di Leonora. E il Duca Alfonso, con lettera del 23 novembre 1560, commetteva all'Alvarotti di rispondere: « che non si può parlare di lei essendo malata « d'indisposizione tale che Dio sa se ne camperà [37] ».

Già il Campori fece noto come Leonora fosse stata chiesta prima della sorella dal Duca d'Urbino pel principe suo figlio; ma la solita considerazione della mal ferma salute fece preferire Lucrezia anche quella volta. Nè pare che il Duca e i fratelli si dessero premura di cercare a Leonora uno sposo, sebbene la madre Renata, e a Ferrara e nel suo ritiro di Montargis, e fin nel suo ultimo testamento facesse instanze a questo effetto. Ella scriveva da Montargis, il 5 giugno 1570, al Duca Alfonso che dopo aver trovato uno sposo a Lucrezia, lo trovasse anche a Leonora: « a quoy vous satisferez à Dieu, à la charge qu'il vous a laissè et à la votre rèputation et crèdit et vous acquererez un bon parentage [38]».

Dopo la morte del Duca Ercole, disse il Campori, che alle principesse furono assegnati due appartamenti contigui nel suo palazzo. Nel Memoriale della Munizione si nota che nel 1564 le stanze di Leonora furono accomodate all'uso di abitazione a cura dell'architetto Pietro Tristano; e trovo pure, intorno allo stesso tempo, un conto per finestre ramate per le stanze di Mad.a Leonora; e come il solaro di una stanza fosse dipinto da L. da Bresse. Nel 1566 il pittore Lodovico Settevecchi riconciò le vòlte e le pareti, e dipinse una cappella. Queste stanze erano sovrapposte alla loggia degli orefici e in prossimità alla cappella del cortile, parte della quale prospettava il cortile del palazzo, parte il giardino di Corte. Nel 1569 trovo indicati altri pittori che dipingono le vòlte delle stanze di Mad.a Leonora. Dette stanze patirono gravi danni dal terremoto del 1570, che cagionò la caduta di muraglie e di vòlte, cosicchè vi si dovette lavorare due anni per rimetterle nello stato primiero [39]. Furono, dopo la devoluzione alla chiesa, occupate dall'Accademia degli Intrepidi.

II.

Quando sul finire del 1565 Torquato Tasso giunse a Ferrara, già preceduto dalla fama che cominciava a risonare intorno a lui, il Cardinale Luigi ricevutolo al suo servizio, lo lasciò libero di disporre di sè intieramente. Egli venne allora introdotto da Lucrezia: Leonora giaceva ammalata, e ad essa fu presentato più tardi. L'istruzione che avevano ricevuto le principesse dava loro modo di dilettarsi delle opere del giovane poeta; il quale, vedendosi benevolmente accolto, cominciò a sciogliere inni di lode a quei principi. Queste prime sue rime vennero in luce due anni di poi, fra quelle degli Accademici Eterei; ove ne eran pure del Guarini, che trionfava ancor esso come poeta in quella Corte. Anzi di lui è un sonetto col titolo: Prega Dio per la salute di Madama Leonora; ed uno fra gli altri del Tasso ha pure questa didascalia: Scritto all'EcceUentiss. Madama Leonora da Este, alla quale da' medici per alcuna sua infermità era stato vietato il cantare [40]. In questa raccolta è la splendida canzone: Mentre ch' a venerar muovon le genti [41], la quale da alcuni biografi fu tenuta come valida prova del subito innamorarsi del poeta per la principessa Leonora. Questa canzone doveva essere la prima di tre sorelle in sua lode; e il Tasso nell'argomento diceva che per allora non poteva lasciar vedere le altre due: non sendo quelle ancor ridutte a buon termine; e non è noto se mai più le terminasse. Altri volle credere che questa frase nascondesse il vero motivo; cioè quello, che le altre due canzoni troppo chiaramente indicassero la sua inclinazione per Leonora; io penso però che se si vuol tenere per vera e valida dichiarazione d'amore la canzone ricordata, senza aver riguardo al tempo e all'ambiente, essa sarebbe stata di per sè abbastanza esplicita per compromettere il Tasso, senza che egli pubblicasse le altre duc. Ma non so come si possa immaginare che un giovine ed umile poeta, ultimo giunto in una Corte superba e fastosa, possa essere stato tanto ardito da lasciar pubblicare una e tale dichiarazione d'amore, quando fosse tale, per una principessa della casa che l'ospitava. Altre simili lodi e attestazioni, cantate su cetre altrettanto sonore, avevano echeggiato per quelle sale; e la canzone del Tasso, per quanto ottima in sè, non va considerata che come una delle infinite che ingombrano i canzonieri dei buoni cinquecentisti.

Inoltre in questi anni, dal 1568 al 1569, sappiamo ora, com'egli corteggiasse Lucrezia Bendidio [42], cessando solo d'onorare questa dama per la sua andata in Francia, nel 1570. Fu in occasione di questo viaggio che lasciando egli all'amico Ercole Rondinelli una memoria, quasi come suo testamento, disponeva in essa d'ogni suo avere perchè fosse fatta una tomba decente al padre suo. Vi aggiungeva che se la somma non bastasse, « ricorra il Signor Ercole al favor dell'Eccellentissima Madama Leonora, la qual confido che per amor mio gliene « sarà liberale » [43].

Anche per questa frase, che certi biografi vollero considerare come una rivelazione, occorre ripetere l'identica osservazione fatta innanzi, e per me non prova se non che il Tasso, per la benevolenza di tutti acquistatasi, poteva all'occorrenza contare sull'aiuto pecuniario di Leonora, come, oltre al suo stipendio, otteneva di frequente straordinarie regalie dal cardinale; della qual cosa in altro luogo produrrò numerose prove.

Si fermò ilTasso sei mesi in Francia e ne tornò nell'aprile del 1571: per il resto di quell'anno andò vagando per l'Italia coll' intenzione di trovar altro padrone nè più tornare a Ferrara: ma infine, ammesso al servizio del Duca, nel settembre di quell'anno, prima di tornare al suo posto, fu a riverire la principessa d'Urbino che villeggiava a Casteldurante. In tutto questo frattempo per sua testimonianza, sappiamo che trascurò sempre la principessa Leonora, scrivendole egli, da quel luogo, il 3 settembre: « Non ho scritto a l'Eccellenza Vostra tanti mesi sono » e scusandosene pulitamente, le mandava intanto un sonetto, « parendo di ricordarmi ch'io le promisi di mandarle tutto ciò che mi venisse fatto di nuovo ». E certo in quel continuo vagare avrà composto ben poco. Tornato a Ferrara trovò che l'antica sua fiamma, la Bendidio, era corteggiata dal Pigna, che per lei aveva nel frattempo scritto un intiero canzoniere. Questo venne ordinato dal Guarini e il Tasso scrisse le Considerazioni sopra tre canzoni, coll'intento entrambi di propiziarsi il temuto segretario ducale. Pare che fosse la principessa Leonora a suggerire, forse ad entrambi, certo al Tasso per propria testimonianza, questa cura; ed ella stessa aveva i suoi buoni motivi di blandire il Pigna, per la lite che aveva coi fratelli, come vedremo più tardi. Tanto il Canzoniere che le Considerazioni furono dai due poeti dedicate alla principessa nel maggio del 1572 [44].

III.

Nessuna notizia che possa interessare mi è avvenuto di trovare fino al 1571. Le lettere di Leonora che ci rimangono di questo frattempo mostrano che nulla di straordinario accadesse: se non si vuol tenere per tale il suo benestare, del quale ella stessa faceva le meraviglie in una sua lettera alla madre del 24 ottobre 1567 scrivendo: « le dirò solo ch'io mi trovo assai bene e sono in così buon essere ch'io non credeva mai dover star così bene, e del tutto sia ringraziato il Signor Dio [45] ». Però questa sanità relativa durava assai poco; nel dicembre di quell'anno era di nuovo ammalata, e di trovarsi a letto colle reliquie di una febbre dava ancor essa notizia alla madre in una lettera del maggio 1568 [46].

Dal 1569 si conserva una lista della famiglia della principessa che allora si componeva di dieci persone: Isabella e Renea Negrisoli, Ginevra Sormenza; Isabelina; Ma Iacoma da Gelino gubernante; Ma Antonia alle carnate; Ma Laura Canani; Zuan Piero Belelo: Pellegrin da Carpi e Ma Aloisa Gualenga. Alcune di queste persone la circondavano forse da più anni, certamente quella Negrisoli, sua balia, che la servì per tutta la vita così amorevolmente come appare dai lasciti straordinari fattile da Leonora tanto nel testamento che nel codicillo, i quali produrrò a loro luogo. A un figlio e fratello di questa Negrisoli vediamo Leonora interessarsi per ottenergli dal duca il perdono d'una rissa che con altri giovani aveva avuto cogli svizzeri della guardia. E quella lettera, del 23 agosto 1559, ci fa conoscere l'animo mite e affezionato della principessa, che si manifesta dal calore col quale prega il fratello per quel « figliuolo della sua baila », e l'amorevoli espressioni per quella [47] . Ben si comprende come con questo modo di vivere e d'agire Leonora divenisse l'idolo del popolo; e Barbara d'Austria, seconda sposa d'Alfonso, scriveva a Renata, da Ferrara il 10 maggio 1570: « Amando io la signora Principessa d'Urbino et Ma Leonora non meno per i meriti loro che per la congiunzione del sangue, oltre a tutti gli altri rispetti al pari delle mie proprie sorelle, non lascierò mai di fare tutto ciò che mi sarà possibile per dimostrarne loro segno [48] ».

Nel gennaio del 1570 accadevano le nozze, fatali per casa d'Este, di Lucrezia col principe d'Urbino; Leonora rimaneva sola e in ben diversa posizione della sorella. Bellissima è una lettera della madre Renata, a Leonora, posteriore di qualche mese a questo avvenimento, nella quale rimpiange, essendo per causa della guerra in male condizioni i suoi affari, di non aver potuto fare per quel matrimonio ciò che sperava. Ella prega Dio che invii presto simile occasione anche a Leonora, e prosegue con dei consigli intorno al sapersi accontentare di ciò che si possiede, e a regolarsi nel proprio stato, consigli che in questo tempo, per quel che vedremo, suonano profezia [49].

Il terremoto del 1570, che il Campori descrisse parlando di Lucrezia, interruppe per Leonora questo tenore di vita così modesto e monotono, e segnò il principio di un periodo di agitazioni, di angustie, di calunnie, che non fu veramente di lunga durata, ma che dovette riuscir infesto alla salute di lei, già di molto alterata. Tuttavia la principessa in quell'autunno stava abbastanza bene, se Bernardo Canigiani, ambasciatore fiorentino, scriveva il 5 ottobre: « Mada Leonora è ita a solazzare a « Comacchio con bella comitiva [50] ». Ma eran fuochi fatui: forse in causa della fuga notturna al momento del terremoto, Leonora era ricaduta ammalata; e dal Canigiani stesso sappiamo, per una lettera del 4 dicembre di quell'anno, che essa era stata colta da « un repentino accesso di catarro, che la strinse molto forte, per cui si spedì a Pesaro alla sorella, e si misero in opera notai, avvocati e confessori, e il Duca ritardò a partire fino a ieri. Essa è sempre ita migliorando ed è già fuor di male ». Non del tutto però: che dovendo il 28 dicembre, Lucrezia andare a Pesaro a raggiungere il marito, trovo che Leonora, la quale doveva accompagnare la sorella fino ad Argenta « per essere piena di freddo e di catarro non verrà ».

IV.

La contesa che vado a ricordare era rimasta compiutamente sconosciuta, se non che certe lettere di Leonora, pubblicate dal Cibrario [51], alzarono un lembo di questi misteri, ma un solo lembo; la qual cosa cagionò interpretazioni e conclusioni in tutto immaginarie ed errate. Altre scoperte ed un più attento esame mi permettono di porre in chiaro la questione, se non interamente, almeno nella parte che più importa.

Prima di tutto devo rammentare le disposizioni testamentarie del Duca Ercole II, già accennate dal Campori a proposito di Lucrezia, per le quali oltre la dote stabilita, il successore doveva spesare intieramente le principesse per loro, e per le rispettive famiglie, finchè non andassero a marito [52].

Leonora, mentre aveva avuto la compagnia della sorella, non accampò pretensioni, e stette contenta al trattamento che le passava il Duca; ma quando, separata da Lucrezia, rimase sola nella condizione di principessa nubile, già innanzi nell'età, le parve più conveniente al suo carattere e alla sua dignità di non rimanere alla discrezione del fratello e degli ufficiali della Casa e Camera Ducale, e chiese le fosse assegnata una provvigione fissa. Da questa domanda assai lecita pullularono discordie e risentimenti acerbissimi. Già un accenno ne abbiamo nella lettera del 25 giugno, scritta da Leonora al Cardinale, ove dice: « nel resto sono esclusa da tutte l'altre mie soddisfazioni, del che più innanzi non ne parlo [53] ». Il 21 agosto 1571 A. M. Urbinati, incaricato del Cardinale, scriveva a costui in Francia queste parole in cifra: « Detta Madama (Leonora) è in gran disparere con il S.r Duca per non si risolvere detto S.r Duca alla cosa della provvigione per poter vivere da sè. Son più parenti che amici». L'avviso era confermato dal Conte Belisario Estense Tassoni, commissario generale del Cardinale, in una poscritta in cifra a lettera del 18 settembre, così concepita: « Ho inteso che è nato disparere tra il S.r Duca e M.a Leonora, e questo perchè lei gli avea dimandato la sua spesa in denari, e da S. E. gli fu promessa: ed avendogli data la nota il Sig.r Duca disse essere troppo grossa, e sopra ciò vi son nate strane parole [54] ». E l'Urbinati replicava lo stesso giorno, pure in cifra: « M.a Leonora è in rotta col S.or Duca per causa della sua provvigione e si lascia intender di levarsi di Ferrara se il Duca non la tratta altrimenti ». E proseguendo il suo foglio in termini ambigui e misteriosi, gli partecipa il discorso tenutogli da Leonora, la quale si difendeva da accuse dategli anche in riguardo alla cura ch'essa teneva degl'interessi domestici e rurali del Cardinale, col quale si lagna ch'egli apprezzi soltanto quelli che lo intrattengono di chiacchere. Anche nelle pochissime lettere di Leonora al Cardinale di questo periodo troviamo qualche accenno a questi fatti, come in quella del 14 agosto ove dice: « Circa allo scrivere di mia mano io invero non ho scritto alle volte per non mi aver trovata bene, ma non son però stata molto a letto, ne ho poi manco premuto in questo non avendo avuto cose di particolare confidenza, come non ho manco di presente, trovandomi in rotta con ognuno per le cause ch'ella saprà poi un giorno, che sono sì leggiere che non meritano d'esser messe in considerazione, ne ch'io occupi lei in leggerle ».

Un certo sprezzo appare in questa lettera insieme con una certa amarezza: e questi due sentimenti si ritrovano nell'altra del 30 ottobre, pure al Cardinale [55]; ma in quest'ultima però troviamo di più qualche frase piccante anche all'indirizzo di lui, col quale fin allora erano sempre stati ottimi i rapporti. All'accusa che essa gli scriveva poco e freddamente ribatte, certo con spirito di satira, che quel modo di fare e di scrivere le era stato insegnato, e non vorrebbe che il Cardinale si tenesse offeso quando ella gli dicesse d'aver bene conosciuto il di lui animo; ciò che dimostra come fin d'allora il Cardinale si fosse alleato col Duca contro le pretese della principessa, quale lo troveremo in seguito.

In un'altra lettera del 4 novembre [56] l'Urbinati dà conto al suo padrone di un nuovo fatto: « Fu scritto alli giorni passati una lettera al S.or Duca, una al S.or Don Alfonso, et una a Mad.a Leonora: quella del S.or Duca fu data in man propria, quella di Madama mandata e ricevuta, quella del S.or Don Alfonso in errore andò al S.or Don Francesco, il quale letto il soprascritto disse non esser lui quel Barba, e di questo in buon proposito, nè disse altro. Mad.a Leonora mostrando di trovar strano che per S. E. non ci fosse lettere essendovene per altri, e perchè dandomi essa conto di questo mi disse che si facea poco conto d'ognuno, e che altri erano tolti in protezione per dispetto d'altri, e che tutto si era cominciato a fare dopo la querela d'un certo cane e simili, che se tutto volessi dire avrei assai che fare ».

Che cosa contenessero quelle lettere anonime non sappiamo, e a tutte queste frasi generiche e di oscuro significato si possono dare diverse interpretazioni: ma dalla franchezza colla quale Leonora risponde al favorito fratello appar chiaramente che a questi rumori, a queste dicerie che si spargevano nella corte non era fondamento alcuno di verità. E qui si comincia a conoscere una Leonora diversa da quella che finora ognuno si raffigurava nella mente: non è la donna mite, pietosa, rassegnata, ma la principessa d'animo virile che affronta alteramente e senza confondersi i giudizi del mondo. E che la sua risolutezza fosse temuta abbiamo prova dal fatto che il Duca dovette cedere. Invero se Leonora avesse posto ad effetto la sua minaccia di levarsi da Ferrara, la casa d'Este ne avrebbe risentito grave colpo. Una principessa nubile che abbandona la propria casa per sottrarsi alla soggezione dei fratelli; che a cagione della sua malferma salute è in continuo pericolo di morire e di privare delle sue sostanze la propria famiglia, mentre, si consideri, assai dissestati erano gl'interessi del Duca e del Cardinale, costituiva di per sè una vergogna per la casa. Sarebbe stato uno scandalo che avrebbe potuto suscitare lo sdegno di qualche principe, e al Papa porgere occasione di affrettarne la rovina designata. D'altro canto dovevano i principi imprigionarla, o usare altri termini di rigore, rinnovellando l'esempio della madre, che almeno fu giustificato dall'interesse religioso, sovrano a quei tempi ?

Così la principessa Leonora si trova registrata per l'ultima volta nei Libri di spenderia della Corte ducale per il mese di Settembre 1572 [57]. Occorre anche una lettera di Mons.r Masetti, del 1577, da Roma, nella quale per incidenza viene ricordata la somma che Leonora percepiva ogni anno dal Duca [58], la quale essendo di circa sei mila scudi, e trovandosi all'incontro nei Libri di bolletta segnato l'appanaggio mensile della principessa come di mille scudi [59], la differenza tra queste due somme, e l'accenno al vitto e alla famiglia fatto dal Masetti esplicitamente per giustificare la somma, vengono a conferma del fatto e della vittoria riportata da Leonora. Essendo in tali termini Leonora aveva rotto ogni relazione coi fratelli, poichè, caso assai strano, il Cardinale fu in questa occasione, come già fu notato, forse per la prima ed ultima volta, in perfetto accordo col Duca. Così si spiega la mancanza assoluta di lettere tra la principessa e il Cardinale durante il 1572, mentre sono tanto frequenti negli altri tempi. E che lettere non fossero scambiate veramente, e non soltanto siano venute a mancare a noi, è provato dal fatto che il Cardinale stesso accenna freddamente ad una sola lettera scrittagli da Leonora il 4 giugno di quest'anno, in una sua del 24 d'ottobre [60]. Grave certamente è questa risposta scritta di comune accordo tra quei due fratelli, i quali pare cercassero di assicurare Leonora ch'essi non prestavano fede alle dicerie che si facevano, osservando però, tanto l'uno che l'altro, come non desiderassero che i fatti gli costringessero a credere e ad agire diversamente; evidente richiamo alla minaccia di Leonora di togliersi da Ferrara.

Sebbene la principessa avesse ottenuto quanto desiderava, le male intelligenze durarono più a lungo coi fratelli: questa stessa lettera ne è prova; e se col Cardinale, avvenuta la pace, quella fu sempre dipoi in grandi tenerezze, non così col Duca, per quel che si vedrà. Da una lettera di Lucrezia Bendidio al Cardinale, suo amante, del 17 luglio 1573, si viene a conoscere che solo a quel tempo Leonora fece pace col fratello, scrivendo la Bendidio: «... io fu ieri dalla mia padrona (Leonora) la quale mi fece tante carezze che non ne saprei desiderare d'avvantaggio; ed è tanto consolata della riconciliazione fatta con V. S. ch'è contento mirabile a chi la vede. Però è ben degna che V. S. non si scorda di favorirla spesso con sue lettere, e dargli di quelle soddisfazioni che la sa... [61] ».

V.

Queste discordie dovevano non poco contribuire a far peggiorare la malferma salute di Leonora, e che così avvenisse si trova indizio nelle sue lettere. Nel settembre di questo stesso anno 1573, il Canigiani scriveva al Gran Duca: « Madama Leonora è quasi nella sua solita sanità ». Ma non durò a lungo in tale relativo benessere: nell'ottobre ebbe un primo attacco del male del quale sul principio di novembre parve migliorare [62], così che negli stessi giorni l'ambasciatore fiorentino ripeteva; « Madama Leonora è quasi sana del tutto, però secondo la sua debile complessione, ed al solito lealmente devota ed affezionata serva di V. A. ». Queste ultime parole del Canigiani, il carteggio del quale pieno di minute notizie sulla corte ferrarese, ci mostra quanto profondamente egli ne fosse conoscitore, e ci svela ogni più segreta cosa che vi accadesse, non sono di piccola importanza. Pare che alla lunga lotta di precedenza fra le due corti di Firenze e di Ferrara, la principessa Leonora si sia tenuta interamente estranea, quando pure le attestazioni replicate di servitù e di affetto alla casa dei Medici non si debbano, durante quelle ire, chiamare tradimento o almeno oltraggio al fratello Duca. Una lettera del 13 giugno 1561, la quale contiene qualche cosa di più esplicito che non fossero i soliti complimenti di forma allora in uso, e dei quali a centinaia ci restano i modelli, la principessa ringraziando il Gran Duca per i cortesi uffici che egli aveva incaricato il suo ambasciatore di fare presso lei, gli si offeriva d'adoperarsi con buon animo in ogni cosa che fosse a suo servizio, affermando che di ciò potrebbe far fede l'ambasciatore stesso [63]. In un'altra lettera del 1577 il Canigiani affermava essere Leonora assai affezionata alla casa dei Medici. Anche in questo ella non partecipava punto ai sentimenti del Duca suo fratello, e una esplicita dichiarazione ne abbiamo in una lettera del 15 marzo 1578 dello stesso ambasciatore; il quale avendole fatto le condoglianze del suo principe per la morte dello zio Francesco d'Este, rispondendo al Granduca fa noto come espressione di Leonora che essa non sapeva se le sarebbe concesso rispondere di per sè stessa « per certi dispetti e sospetti, non però dell'animo suo: ma quando pure lo possa, non è per fidare ad alcuno dei segretari del Duca che scrivono talvolta per lei [64] ». E dal carteggio di Orazio Urbani, successore del Canigiani nell'ambasciata ferrarese, si rileva che egli frequentava spesso Leonora, e come ne sapesse trarre destramente utili avvisi. L'Urbani poi in una lettera del 7 marzo 1579 ci testifica chiaramente ciò che già si è intraveduto : « Madama Leonora, egli scrive, « e la Signora Isabella d'Este stanno sole in casa e tutto il dì cicalano in-« sieme di queste pratiche, e l'una e l'altra vuol poco bene al Duca di « Ferrara e alla Duchessa d'Urbino ». Tutto l'affetto di Leonora era per il Cardinale : e di quanto fosse esso grande avremo non poche prove in seguito.

La quasi sanità, in cui, a detta del Canigiani, era ritornata Leonora non fu che un effimero miglioramento: verso la fine dello stesso novembre 1573 ricadeva ammalata più gravemente del solito, talmente che il 2 di dicembre ella dettava il suo testamento, rogato dal Pigna, segretario ducale [65]. Per esso, dopo vari legati ai conventi, alle persone della sua casa, ai suoi medici, ai parenti, instituiva eredi universali in parti uguali il Duca e il Cardinale suoi fratelli, senza distinzione. Si vedrà più tardi qual fomite di discordie divenisse quest'atto. Le lettere dei medici Brasavola e Caprilio [66] dei giorni posteriori non erano molta rassicuranti: essi davano questi avvisi, anche più volte al giorno, quando occorresse, al Duca che si trovava per diporto a Comacchio. Soltanto a mezzo gennaio dovette essere ristabilita, poichè il Canigiani, scrivendo il 22 di quel mese, fa noto che « il Giovedì e la Domenica si festeggia « da Madama Leonora ».

VI.

Così male era preparata di forze la principessa per sostenere il non lieve peso dello stato che gravò sopra di lei nei primi mesi dell'anno 1574. Era giunto allora in Innsbruck l'Arciduca d'Austria, e Alfonso deliberava di andare a visitarlo, lasciando il governo dello Stato a Leonora e allo zio Francesco d'Este. Da Innsbruck Alfonso si recava poi a Vienna portatovi dall'impegno della questione della precedenza, tuttora viva, e colà otteneva, con decreto imperiale del 14 aprile, di esser dichiarato uno dei duchi dell'Impero [67]. La lontananza di Alfonso da Ferrara fu lunga, (ed egli condusse seco certamente il segretario Pigna, informatissimo della materia da trattarsi. In questo tempo spesseggiano le lettere di Leonora, con tutto che moltissime siano di certo andate smarrite: la prima di esse è del 7 febbraio, l'ultima del 27 aprile; nel qual giorno scriveva alla madre: « domani crederò che il S.r Duca sarà di ritorno d'Alemagna in questa sua città; il che a me sarà carissimo [68] ». Questa donna ci si rivela sotto un nuovo aspetto: noi la vediamo trattare con energia gli affari complicati e difficili di ogni genere che a reggitori di Stati incombono. Al Doge di Venezia che, non si sa per qual causa, pare avesse posto in dubbio l'autenticità di documenti tratti dall'Archivio della casa d'Este, la vediamo scrivere di sua mano una lettera risentita e che non ammetteva replica [69]. Così il Canigiani, testimonio di fede non dubbia, poteva chiamarla in una sua del 2 febbraio « prudentissima e gentilissima governatrice di Ferrara ». Per colmo veniva a mancare a Leonora l'aiuto dello zio, poichè sappiamo dal Canigiani: « Don Francesco pianterà Madama sola al governo stringendolo la lite; la quale lo licenzia mal volentieri ». E pare che la principessa non avesse torto, quando nella corte stessa c'era chi si ribellava all'autorità d'entrambi. Il Canigiani scriveva più tardi, quando già era tornato il Duca: « Ma certo è che Mad.a Leonora et il S.or Don Francesco hanno detto assai chiaro al Duca che non vogliono mai più restare col carico di questo governo addosso, vedendosi dispregiare da lo Sfregiato, e che S. E. ha fatto sì poco capitale degli avvertimenti dati da loro a quella e soscritti da tutta la segnatura, in materia degli assassinamenti ed ingiustizie che costui fa a' suoi sudditi, e con scorno del sangue e dell'autorità sua ». Sotto questo soprannome di Sfregiato si nasconde quel Cristoforo da Fiume, che si trova pure indicato con altro soprannome, come uomo odioso a tutti, dall'ambasciatore Manolesso nella sua relazione di Ferrara, nella quale anche fa a Leonora i dovuti elogi: « Non è però il Duca presente, egli scrive, amato come li suoi predecessori; e questo per l'autorità ed esazioni di Cristoforo da Fiume, cognominato lo Spira, suo gabelliere, il quale è tanto odiato da ognuno, che col suo castigo potria il Signor Duca acquistarsi infinitamente la grazia dei popoli, i quali in tal caso adoreriano Sua Eccellenza. Il Signor Duca si fida assai de' popoli, e quando andò gli anni passati a Vienna, lasciò non solo la città e lo Stato senza guardia di soldati, ma senza capo di autorità nel governo, ed erano tutti li principi del sangue fuori dello Stato; S. Ecc.a e il S.or Don Alfonso in Germania, il Cardinale in Francia, il S.or Don Francesco d'Este in Roma; rimase sola nello Stato e al governo di esso Mad.a Leonora, sorella di S. Ecc.a; eppure ognuno stette quieto [70] ». Qualunque si fossero però queste posteriori lagnanze, sta il fatto che anche costui Leonora seppe tener a freno: il Canigiani stesso ce ne avverte in una sua del 2 aprile, nella quale attribuisce a Leonora il più bel vanto che qualsiasi regnante possa mai desiderare : l'amore del suo popolo. Ivi parlando del ritorno del Duca egli scrive: « Madama l'aspetta con desiderio, ma il popolo si soddisfa più del governo di lei massime nell'interesse del denaro: che lo Sfregiato a tempo suo non fa di sì bestiali assassinamenti, come quando è il Duca: anzi ella l'ha battuto per due o tre riprese molto gentilmente ». La stessa attestazione dell'amore del popolo per la principessa ci vien fatta dal Manolesso, nella Relazione già ricordata, le cui ultime parole sembrano esprimere quasi un rimpianto ch'egli avesse udito in Ferrara: « L'Ecc.ma Mad.a Leonora, che, con tutto che sia maggior del Cardinale, non ha però, nè vuol prender marito per esser di debolissima complessione, è però di gran spirito; e quando il Duca fu in Alemagna governò lo Stato con infinita soddisfazione dei sudditi; ma in questo Stato non succedono le femmine [71] » (2).

Nel rimanente di quest'anno non accadde alcun avvenimento degno di nota. Leonora continuava sempre nel suo malessere. Il Canigiani, in una lettera del 28 giugno scriveva che essa aveva cominciato: « a doc-« ciarsi, ma presto ha lasciato stare perchè n'aveva più danno che utile ». — Così nel novembre essendo a Ferrara il principe di Cléves, Emilio Pozzi, ambasciatore di Savoia, scriveva in data del 24: « Alla sera (della Do-« menica) si unirono molte convitate da Mad.a Leonora e si fece una bella festa da ballo che durò fino a quattro ore di notte. Si fece poi (al Lunedì) la medesima danza fuorchè in questa non fu presente M.a Leonora per essersi incatarrata con febbre per la vigilia della prima festa, per causa della quale S. Alt.a sta a letto indisposta ». Tanto debole era quella, cui veniva così negato ogni più piccolo divertimento!

VII.

La duchessa Renata approfittando della clausola del testamento di Ercole II, per la quale le era permesso un dono alle figlie che non superasse però i ventimila scudi d'oro [72], stendeva il 24 luglio 1574, nella sua residenza di Montargis, un atto di donazione di tale somma a Leonora, sotto certe condizioni, e con l'obbligo di accettare tale donazione entro sei mesi [73]. Leonora faceva stendere tale atto d'accettazione il 4 dicembre di questo stesso anno [74], e con lettera successiva del 4 gennaio ringraziava caldamente la madre amorosa [75]; la quale di lì a pochi mesi, il 2 luglio 1575, moriva. Nel suo ultimo testamento questa donna, infelice nella fede e nella famiglia, raccomandava ancora con espressioni piene di caldo affetto Leonora al Duca, e augurando un matrimonio pensava alla di lei dote. Interessava il figlio regnante a ricordarsi dell'appanaggio mensile che le doveva mentre rimaneva nubile, e pregava ancora il Cardinale di ricordarsi della sorella [76].

Fu qualche mese dopo questi fatti che Torquato Tasso scrivendo all'amico Scalabrino, in un momento di buon umore, quella lettera a mezzo faceta del 9 aprile 1576, diceva: « Madama Leonora oggi m'ha detto fuor d'ogni occasione, che sin ora è stata poco commoda; ma ch'ora, che per l'eredità della madre comincia ad aver qualche commodità, vuol darmi alcun aiuto [77] ». Anche la duchessa d'Urbino aveva promesso d'aiutarlo: e confessando il Tasso che ciò era fuor d'ogni occasione, mostra che egli non aveva allora fatto nulla per meritarsi tali doni e favori. Ma forse le principesse sapevano quanto egli, come gli altri cortigiani, fosse pieno di debiti, cogli stipendi spesso sequestrati, con oggetti in pegno; e con tutto ciò sempre pieno di nuovi desideri [78]. Però Torquato, che era stanco di Ferrara, soggiungeva: « Io non chiedo, nè chiederò, nè ricorrerò, nè a loro nè al Duca: se faranno, gradirò ogni picciol favore, ed accetterò volentieri ». Però il 19 maggio riscriveva allo stesso: « Le profezie di Madama Leonora non producono ancora effetto alcuno, nè credo che siano per produrlo così tosto [79]».

Nè qui è inopportuno notare che appunto in questi anni, dal 1571 al 1575, i romanzieri porrebbero l'esplicarsi e l'agitarsi di quel fatale amore del poeta per Leonora, del quale finora non si è trovato traccia.

Ma all'incontro un documento, posteriore è vero di due anni al fatto, ma che può esser prova se non certo dell'animo ostile della principessa al momento del fatto, almeno del nessun interesse che ella vi prese, merita di venir ricordato. Quando nel settembre del 1576 il Tasso fu aggredito da Ercole Fucci, assistito dal fratello Maddalò, nè starò ora a narrare il modo nè altro [80], il primo si riparò tosto a Firenze, il secondo non molestato allora, venne bandito più tardi per altra ragione. Ora il Cardinale Luigi di cui Maddalò era servitore, scriveva a Leonora nel 1578 raccomandandole di ottenere il perdono per quello, che già di per sè aveva chiesto la grazia [81]. Se Leonora avesse avuta propensione pel Tasso come mai avrebbe potuto interessarsi per un suo vigliacco aggressore? Erano corsi due anni, è vero, ma al poeta erano aumentate le infelicità e correva ramingo l'Italia; nè il tempo avrebbe potuto cancellare il ricordo di queill'affronto se la principessa ne avesse prima avuto dolore. Eppure ella rispondeva al Cardinale il 31 maggio 1578: « non resterò di dirle che ho parlato al Canonico Mosti dell'altro particolare di che ella mi scrive con la sua dei 20, ed ho trovato lui molto disposto a far tutto quello che occorrerà « per servir V. S. Ill.ma; il che ho ordinato sia fatto intendere ai figliuoli di M. Maddalò Fucci, per il quale se occorrerà ch'io faccia altro il farò ben volentieri ». Così Leonora non solo questa volta s'interessava a quell'uomo, ma gli usava la delicata cortesia d'avvertire i figli della speranza probabile di riabbracciare il padre; dichiarandosi pronta ad occuparsene ancora [82].

Ma questo non è tutto: l'unica volta che ci occorrono documenti diretti di rapporti tra il Tasso e la principessa, essi sono tali da togliere qualunque equivoco a proposito delle loro relazioni. Il Tasso, dopo i primi sintomi del male, riconosciuto incurabile, venne dal duca fatto ricoverare con ogni cura nel convento di S. Francesco, in Ferrara. Di là fuggiva nella notte dal 26 al 27 luglio 1575 [83], e per evitare di esser ripreso, si nascondeva durante il giorno fra i campi o nelle siepi della strada che conduce a Bologna; infatti i messi a cavallo che furono spediti in tutte le direzioni per inseguirlo, tornarono senza averlo trovato. Venuta la notte il misero poeta riprendeva la strada, e la mattina del giorno seguente si presentava vestito malamente da contadino, al Poggio de' Lambertini, e a quel Conte Cesare narrava che essendo fuggito da Ferrara, la principessa Leonora lo raccomandava a lui, e gli commetteva di dargli modo di continuare il viaggio per Bologna. Sorpreso il conte e dal fatto strano e dalla alterazione del Tasso, di cui già sapeva il triste male, cercò, come scrive, ma inutilmente, di trattenerlo. Però faceva tosto avvertita di tutto la principessa con questo biglietto:

« Questa mattina, quasi a giorno, è giunto costì da me il sig.r Tasso, qual era tutto malandato, vestito da contadino, e molto affannatamente mi ha racconto com'è fuggito da Ferrara, e che V. Ecc.» Ill.ma mi commette che li faccia dar modo di andar a Bologna sicuramente. Io che aveva già sentito la sua sventura ho fatto ogni possibile per trattenerlo, nè mai mi è stato modo, onde che s'è partito or ora per Bologna. Così n'avviso V. Ecc.a Ill.ma per ogni buon rispetto che sarà per fine, supplicandola umilmente a degnarmi della grazia sua, che me le inchino e con questo e le bacio riverentemente le mani. Dal Poggio li 28 Luglio 1577 [84] ».

Se i documenti si fermassero a questo punto i sostenitori degli amori del poeta avrebbero buono in mano a conforto della loro opinione; che mai! la sua fuga aiutata dalla stessa Leonora? Ma all'incontro la principessa nulla sapeva; e anzi ricevuto il biglietto del Lambertini, lo passava al fattor generale Guido Coccapani, che a sua volta lo trasmetteva ad Alfonso, che era a Belriguardo, scrivendo:

« L'Ecc.ma Madama Leonora in quest'ora che è la XVIa mi ha mandato l'inclusa lettera che S. Ecc.a ha avuto dal conte Cesare Lambertini, onde si può pensare « che 'l poveretto del Tasso se ne stesse tutto ieri nascosto, e che verso il principio della notte se ne sia incamminato al Poggio, poichè vi è giunto a veduta del dì. V. Alt.a delibererà e comanderà ciò che le parrà bene, ch'io non le darò altra molestia, se non che baciandole umilissimamente la mano prego Dio per ogni suo contento. Di Ferrara, il dì XXVIII di Luglio MDLXXVII [85] ».

Con tutto ciò quando, dopo molto peregrinare, ristoratosi il Tasso in Sorrento presso la sorella, cominciò a trattare per il ritorno a Ferrara, e ne scrisse al duca e alle principesse, niuna risposta ebbe da quello e da Lucrezia, asciutta asciutta l'ebbe da Leonora, che mostrava così di avergli perdonato l'abuso fatto del suo nome. « Ma, qual se ne fosse la cagione, scrive egli stesso al duca d'Urbino, dal signor duca e da la signora Duchessa vostra moglie io non impetrai mai risposta; da madama Leonora l'ebbi tale, che compresi che non poteva favorirmi [86] ». Però l'aver avuto risposta non gli chiudeva la via a tentare di nuovo: così nel febbraio del 1578 essendo in Roma, in casa del Mons. Masetti, ambasciatore ferrarese, e scrivendo e facendo scrivere per essere di nuovo ricevuto alla corte, il 15 febbraio, mentre si rivolgeva di nuovo al duca [87], scriveva ancora alla principessa Leonora: e le due lettere erano inviate colle proprie, dal Masetti stesso [88]. Questo è quanto corse tra il Tasso e la principessa: il primo poco dopo venne chiuso in S. Anna, l'altra fu occupata da diverse cure, e fino all'ora della sua morte, come vedremo, forse non pensò più mai al disgraziato poeta.

Nessun'altra notizia del resto ci rimane di questi anni 1575 e 1576: la vita della principessa sarà stata quella solita che ormai comincia ad apparirci chiara. Nelle brevi tregue che i suoi mali le concedevano qualche gita ai luoghi di delizia dei duchi estensi: del resto la monotona vita di corte, cui ella d'altronde non molto partecipava. Una lettera di Mons. Grana al Cardinale, di cui era agente, del 7 dicembre 1576 dice: « Mad.a Leonora passa tutto il tempo a' suoi giochetti ed in particolare a scacco di che si dilettano lei e la Duchessa d'Urbino in veder il conte Annibale Romei, il Pagnino ed altri che giocano ».

VIII.

In mezzo all'inerzia forzata cui era condannata, e alla noia della corte, forse essa stessa dovette pensare a crearsi un'occupazione: questa fu la cura degli interessi del Cardinale, tanto omai dissestati. Già ho notato che altre volte Leonora gli era venuta in soccorso: e lettera affettuosissima è quella che prima d'ogni altra a questo tempo ci si presenta, del 26 novembre 1576. Ella quasi si scusa che « il desiderio che continuamente vive in me di servire V. S. Ill.ma fa che molte volte metto le mani in molte cose, come ho fatto anco in questa »; lo avverte che « le pratiche del danaro vanno così strette che non possono essere ne mai saranno in più estremità. Non lascierò però d'adoperarmi: ma aggiungendo alla grandissima penuria la mia mala fortuna non so che cosa posso riuscir di buono ». Il Cardinale più volte aveva preso a prestito da mercanti e da ebrei: così nella lettera del 17 gennaio vediamo che il suo commissario, il conte Tassoni, aveva incarico di trattare con Isachino, individuo ben noto a Ferrara e alla corte; il cui nome ritorna spesso nei carteggi dei cortigiani. Leonora prometteva nella lettera ricordata di adoperarsi ancor essa per questa faccenda; e così nelle lettere posteriori al cardinale si parla di frequente di lettere di cambio di questo Isachino che il Cardinale scontava poi a Roma; e spesso anche vengono dalla principessa rammentati gli interessi da pagarsi. Ma ella stessa si sacrificava pel fratello: abbiamo memoria, nel libro di sue spese del 1580, di mille ducati d'oro presi a interesse dallo stesso Isachino, fino dal 15 dicembre 1574, a compiacenza del Cardinale. E del 14 dicembre 1574 ci si conserva un altro documento dal quale apparisce come Leonora in quella occasione impegnasse ad un Giuseppe Corinaldi parte delle sue gioie [89].

Intanto la principessa fin dal 30 gennaio 1577 aveva promesso al Cardinale di scrivergli lettere ogni quindici giorni di sua mano, e se non ne vedrà, diceva: « la creda ch' io sarò ammalata e quando la non ne abbia scritte in mio nome da altri la penserà ch'io sia morta ». Infatti moltissime sono le lettere che ci rimangono di questi ultimi anni dal 1578 al 1581, ma nessuna invero è di suo pugno; queste, sebbene più volte Leonora avvertisse il fratello di bruciarle, vennero invece da lui conservate; ma la principessa, più prudente e più esposta al pericolo, per quel che vedremo, pare abbia distrutto le risposte, poichè di tutto il carteggio a lei diretto dal Cardinale dal 1578 al 1580, che dovrebbe essere altrettanto numeroso, non si conservano che otto sole lettere insignificanti.

Ho detto che gl'interessi del Cardinale erano dissestati: quanto ciò sia vero appare dalle lettere della sorella la quale ora gli dà notizia di aver trovato mandati vecchi per migliaia di scudi non pagati, mostrandosi curiosa di sapere dove possano aver avuto fine quei denari [90], ora ricerca la nota dei luoghi di proprietà del Cardinale affittati, dei quali da anni non si riscuoteva il fitto, e perciò dovette iniziare anche delle azioni giudiziarie. La principessa voleva provarsi a tener nota di tutto per vederci chiaro, com'ella si esprimeva, tanto quanto aveva trovato tutto oscuro per l'addietro [91] (2); ma talvolta non riusciva ad intender nulla, cosicchè il 26 settembre 1578 gli scriveva: « Quanto al contenuto dei libri che mi mandò io non li so intendere, ed il medesimo Cato [92] ha mostrato in mia presenza d'aver difficoltà d'intenderli, e si è messo a studiarli, ecc., basta, ch'io non l'ho ancor capito ». E nel poscritto della lettera aggiungeva: « Il Cato mi porta in quest'ora l'allegate scritture e perchè non mi basta l'animo d'intenderle, le mando a V. S. Ill.ma senza dirle altro ».

Così ella cominciò ad inviargli mese per mese i conti di cassa, tenuti in una maniera nuova da lei escogitata, con qualche aggiunta e modificazione del Cato, che però non desiderava si sapesse quello che era sua invenzione [93], forse volendo cavallerescamente lasciare ogni vanto alla sua signora che in tali faccende si era gittata a capo fitto. Così Leonora, la quale pare prendesse piacere a queste occupazioni, ideava ordinare tutte le altre gestioni, scrivendo il 30 gennaio 1580 che: « darò ordine si principi quanto prima a quelle cose ch'io ho in nota si facciano che possino portare beneficio a V. S. Ill.ma, si come  feci anche con li conti del Cassiere li quali per spazio di quindici  anni non s'eran visti ». Il disordine pare fosse grande veramente: l'energica azione di Leonora le valse gli elogi e i ringraziamenti del fratello, cui rispondeva l'8 ottobre 1578: « questo m'accresce l'animo c'ho di far quanto posso per ridurre le cose di V. S. Ill.ma in miglior forma, che certamente n'hanno gran bisogno, e son certa che quando Ella comincerà a veder la chiarezza de i suoi affari ne piglierà contento e le tornerà bene. Mi duole di sentire che V. S. Ill.ma si occupi tanto come la mi scrive, però avrò caro che la mi mandi, come mi scrive, i conti delli denari che le sono stati mandati di qua, e molto mi piaceria di poter, per la visione di detti conti, conoscer di dove sono stati cavati detti danari e dell'intrate di qual anno, e cose simili, per aver qualche chiarezza delle cose de gl'anni passati».

Intanto, a questi giorni, il 21 d'ottobre, il conte Belisario Estense Tassoni, agente generale del Cardinale, gli annunziava di ritirarsi dal suo servizio e dai negozi, e scriveva di rinunciare alla principessa tutte le scritture e gli altri affari di lui. Leonora non ne fu sgomenta, e rimase sola, con qualche contista, a condurre la vasta e complicata azienda che s'era assunta, così che Giovan Rossetti, agente del Cardinale, gli scriveva, come essa trascurasse i propri interessi per quelli di lui e che « ora è così ben informata di tutti gli affari che sa dare consiglio a tutti. Lavora di continuo con fattori e contrasta e le sue tavole sono piene di libri di conti ».

Tutte le lettere da questo tempo in avanti sono piene di affari: Leonora parla di locazioni, di fittavoli, di prestiti, di vendite; tratta del taglio e del prezzo del frumento, dei bestiami, dei polli, e ogni mese immancabilmente colla prima lettera avvertiva di mandare unito ad essa il conto di cassa [94]. Coi fattori non scherzava: abbiamo esempio tra gli altri precisamente di un Tasso, di cui ella scriveva il 30 aprile del 1580: « Ho fatto licenziar il Tasso dal servizio di V. S. Ill.ma secondo m'ha comandato, tornandole a raccordar che siamo sulle faccende del raccolto e che non si può far senza qualche altro in luogo suo.... », e la stessa cosa ricorda in parecchie altre lettere a questa susseguenti. Così ella mutò parecchi di coloro che l'aiutavano a tenere i conti; del Cato stesso una volta diede cattiva relazione al Cardinale, ed altrove parla di liti insorte fra i contisti stessi.

In tal modo questa principessa estense che ci apparve finora come in una visione d'amore una figura quasi incorporea, di per sè stessa discendendo dall'Olimpo dove esaltate fantasie l'avevano posta, si svela, con tutto che fosse di debolissima complessione fisica, donna di carattere risoluto sia nel sostenere le sue pretese, sia nel disprezzare le ciarle di maligni cortigiani; capace di governare uno stato con soddisfazione d'ognuno, e sopratutto amorevole e previdente sorella quanto ottima massaia. Nessun grande dramma conturbò la sua vita borghesemente trascinata fra il letto e le domestiche faccende. In lei non desiderio di brillare e sfoggiare in ricevimenti e in banchetti, non amore per la musica, per cui era celebre la corte estense, e andava pazza la sorella Lucrezia; non per l'arte della quale pur erano valenti maestri e tenuti in onore a Ferrara; non uno scatto di vita piena e sentita incontriamo nella vita di Leonora che ci mostri una mente colta, o un' anima appassionata.

Questo ella nella sua freddezza attestava annunziando, il 14 marzo 1579, al fratello l'arrivo della terza sposa del duca: « mi occorre innanzi ogn'altra cosa assicurarla ch'io non ho sentito fatica nè tampoco nocumento alcuno per la venuta della nuova sposa, perchè m'ho lasciata persuader dalla mia poca sanità a guardar continuamente la camera, contentandomi più tosto d'udir raccontar dagli altri, che di vedere con li occhi le feste e le altre cose che sono state fatte con l'occasione di queste nozze... ».

E in un'altra occasione scriveva il 10 febbraio 1580: « Qua si fa un bellissimo carnevale goduto molto bene da tutti eccetto che da me, che non mi parto mai di camera, standomene in compagnia ed alle volte passando il tempo in ragionare e col gioco, che questo è tutto il mio buon carnevale ».

Io ammetto che a tale vita fosse costretta dalla sua cattiva salute: ma qui abbiamo testimonianza di una indifferenza, di una passività straordinaria; il male forse e l'abitudine della ritiratezza avevano attutito ogni desiderio, nè pare che sia da ascriversi questa astinenza ad un eccesso di religiosità di cui non troviamo veramente attestazione precisa. Questa donna che per una falsa leggenda ha usurpato finora la personificazione dell' indole artistica femminile del cinquecento, e ne passò venerata come una vittima, ci si mostra in contrasto assoluto coi sentimenti e con le tendenze delle sue contemporanee, alcune delle quali per il gusto delle arti, delle feste, del lusso, andarono famose [95].

IX.

I due ultimi anni della vita di Leonora d'Este, durante i quali ella penò con ammirevole rassegnazione, furono turbati dall' affanno eli' ella ebbe nel pacificare i suoi due fratelli in lite per una meschina gara d'interessi. Non è ozioso ricordare questo fatto poichè è quello che più preoccupò la corte di Ferrara in questo periodo di tempo e la parte che nel terminare le discordie ebbe Leonora ci interessa direttamente.

Io non so per quale motivo precisamente nè da quanto tempo il Cardinale e il duca fossero in lite. Nell'Archivio Estense è una lunga minuta del 26 aprile 1577, quasi un verbale di un consiglio di famiglia, tenuto per accomodare queste divergenze, al quale presero parte tutti i principi della casa e i segretari dell'uno e dell'altro leticante: cioè per il Cardinale, il conte Belisario Estense Tassoni e Benedetto Manzuoli, pel Duca, Alfonso Montecatini e Guido Coccapani; l'atto è redatto dal Montecatini [96]; ma non per esso si venne ad alcun componimento. Nell'anno seguente la questione fu rimessa al Papa; il Cardinale agiva di per sè stesso a Roma, e agenti del duca erano Mons. Giulio Masetti e G. B. Laderchi; tutta la corrispondenza con essi fino al luglio di quell'anno è piena di particolari riferentisi a questo fatto [97]. Ma neppur l'autorità del pontefice valse a nulla: il Cardinale parve desiderare che la questione venisse differita al duca di Parma, e Alfonso acconsentì. Ma in un foglietto in cifre aggiunto a una sua lettera al Cardinale, del 3 ottobre 1578, Leonora scriveva: « Ho saputo da alcuni, ma non da padroni, che il S.r Duca si duole ch'avendo consentito che le differenze fossero vedute in Parma, V. S. Ill.ma non abbia poi voluto farlo, e che l'abbia voluto far conoscere per giustizia in Rota con rigore. Avrei caro sapere se è vero che S. A. si contentò di far vedere la loro causa a Parma, e che V. S. Ill.ma non abbia voluto. E se non è presunzione la mia lo supplico di farmi sapere come il Papa intenda questo modo di procedere, che sendosi contentata S. A. che la Sta S. conosca e termini le differenze, poi si sia ritirato. Per mia soddisfazione vorrei saper questo ». Il Papa invero non era rimasto dall'interessarsene, anche dopo che si era rifiutato d'attendere la sua decisione e mandava a Ferrara a posta il padre Granata, famosissimo predicatore, a quella corte ben accetto. Girolamo Gigliola, agente del Cardinale, gli dava avviso dell'arrivo di quello il 2 febbraio 1579, e soggiungeva: « Mad.a Leonora vuole che le predichi sermoneggiando in camera dove erano infinite dame ». Ma i principi, con disdoro non lieve, preferirono dare pubblica mostra delle loro discordie rimettendo la questione da giudicare al tribunale civile. Così che ben poteva poi il duca vantare la sua equità, come vedremo che fece, quando era in suo potere di negare al fratello ogni soddisfazione e questa in particolare.

Alla principessa Leonora doleva assai questo stato di cose, e in ogni sua lettera manifesta il desiderio che la lite fosse presto terminata. Anzi al Cardinale che gliene dava conto, ella scriveva il 15 marzo 1579, che piuttosto d'intendere come avanzassero le cose desidererebbe piuttosto d'udire che si fosse giunti a un buon fine [98].

Il Tribunale della Ruota dava in quel tempo una prima sentenza che accordava intanto al Cardinale ottomila scudi, dei duecentomila ch'egli pretendeva dal fratello. Leonora tosto se ne rallegrava con lui, che le aveva dato tal notizia, perchè veramente ho desiderato sempre il fine di questi disturbi e travagli [99] ». La condotta però della principessa in questo affare non sembra fosse molto corretta: certo fa meraviglia vedere la parte ch'ella prese per il Cardinale contro il Duca, che infine era vittima del turbolento fratello. Conoscendosi questa sua straordinaria affezione, essa veniva sorvegliata, e pare si tentasse di aprire la sua corrispondenza col fratello. Per questa ragione forse abbondano in questo tratto di tempo le aggiunte in cifra: e che così fosse è buona prova ciò ch'ella scriveva, appunto in cifra, intorno ad alcune lettere che il Laderchi aveva portato con sè e consegnate a lei direttamente e che perciò non potevano esser state vedute [100]. Certo che se era vera l'accusa che le veniva mossa, di cui ella stessa si dolse poi col Duca, dopo pronunciata la sentenza, di procurare testimoni falsi in favore del Cardinale, questo suo procedere dava un certo diritto al Duca di ricorrere ad altri mezzi consimili; ma fa cattiva impressione l'ingiurioso sospetto che pur poteva esistere. Data la sentenza definitiva, per la quale il Duca usciva trionfante, ella ne scriveva al Cardinale il 30 maggio in apparenza lieta nella lettera e senza darvi troppa importanza, ma ben diverso era il contenuto del foglio in cifra a quella unito. La doppia faccia che qui mostra Leonora dà cattiva idea del suo carattere e de' suoi sentimenti, e non si comprende questa affezione per un fratello egoista e dissipatore che a tal punto poteva renderla cieca e per sè parzialissima. Ella mostrò di rallegrarsi col Duca della riuscita della causa, e fu allora che accennò al fatto dei testimoni falsi; negando il Duca di aver mai detto cosa simile, ella rispose che si attendeva tal negativa: talchè sembra che la cosa fosse detta veramente. Al Duca non parve vero di prendersi un poco di rivincita, e si dette molta premura e per mezzo de' suoi e in persona di far noto il risultato della causa. È strana la condotta di Leonora col Coccapani andato a portarle la nuova; ella mostrava maravigliarsi come mai la Ruota pur qualche cosa avesse accordato al Cardinale quando egli era colpevole di tutti quei torti, ed aggiunge: « ma io mostrai di restare allegra pur che fosse finito questo negozio, con tutto che sentissi nell'animo mio amaritudine gravissima, perchè m'immaginavo bene che ad altro effetto non era stato mandato che per trafigggermi ». E la sera istessa col Duca, recatosi da lei in persona, chiamava addirittura una ingiustizia la sentenza del Tribunale [101]. Ma sebbene la questione fosse giudiziariamente definita, ben lontano era l'accordo tra i fratelli, e la pace ne' loro animi invano si desiderava: e prova di ciò è l'assoluta mancanza di lettere scambiate tra loro, che si riscontra nei rispettivi carteggi per quest'anno 1579 fino al luglio del successivo.

X.

Il rimanente di quell'anno trascorse senza incidenti: Leonora continuava le sue mansioni di fattoressa con più ardore che mai. D Rossetti, agente del Cardinale, gli scriveva il 3 gennaio 1580, che la principessa « si conserva nel servizio di V. S. Ill.ma vedendo che le cose non vanno « a suo modo ». E Girolamo Giglioli, il 27 febbraio, scriveva al Cardinale che « Madama Leonora passa il tempo a giocare a scacchi ed esce di casa qualche volta per questi bei tempi ». Però ella aveva bisogno di cure continue, e l'attendere all'azienda del Cardinale poteva erfino impedirle di aver riguardo alla sua salute. Ciò appare da una sua lettera del 3 febbraio, nella quale per la prima volta è espresso il suo intendimento di tralasciare l'impresa assunta, forse anche vedendo che non si poteva trarne buon partito in modo alcuno [102]. Ciò confermato da quanto l'Urbani scriveva al suo principe in questi giorni stessi, cioè che la principessa: « alla soddisfazione sua e anche alla propria salute ha sempre anteposto l'interesse di S. S. (il Cardinale), se bene per ciò abbia avuto disgusti, dei quali poco si è curata. Si scrivono continuamente molte volte in cifra e molte per uomini « espressi ». Intanto il Giglioli avvisava il Cardinale, il 6 gennaio 1580, che Leonora voleva abbandonare gli affari di lui « e andare a stare a Medelana, e ha pregato il Masetto [103] a far l'ufficio con V. S. Ill.ma ». Il mese dopo, trovandosi allo stremo di forze, Leonora confermava tale notizia al fratello rimpiangendo di non poter adempiere il vivo desiderio ch'aveva di servirlo, e supplicava che assolutamente si decretasse persona a surrogarla [104] (3). E pochi giorni dopo infatti, il 12 marzo, si -cava a Medelana per una visita preventiva al luogo ove designava idar ad abitare: ma bastò quella breve gita per far scoppiare il male, el quale ella già prima confessava di soffrire sebbene non apparisse esteriormente, ed ora anzi si maravigliava ch'avesse tardato tanto [105]. La notizia era confermata al Cardinale dal Giglioli, il quale scriveva che Leonora « per essere andata a Medelana e tornata la sera, se ne risentì; ed oggi il predicatore del duomo li fa un sermone in camera ». Però, per allora, la cosa parve di poco momento ed ella stessa scriveva, il 16 marzo, al fratello: « Dio laudato, il poco risentimento ch'io ebbi « l'altro giorno mi è passato, ma con tutto ciò non posso dire ch'io stia bene, ma solo dirò ch'io mi sento secondo il solito mio, per il qual assai giudicare ch'io non abbi male per vedermi stare fuora il letto, e passar l'indisposizion mia pazientemente ».

Intanto le relazioni del Cardinale col Duca si mantenevano sempre tese; era corsa veramente voce nel dicembre dell'anno innanzi che esse fossero accomodate [106], ma non ne fu nulla; all'incontro Leonora scriveva al Cardinale il 23 febbraio 1580: « Le soggiungerò di più che qui si va dicendo che le cose sue con S. Alt.a sono per pigliar mala forma, di che ne sento dispiacer infinito ». E il 26 marzo replicava: « Ho « visto passar tanti e tanti termini sopra alla determinazione delle cose di V. S. Ill.ma che resto con l'animo sì turbato, che mi par che sia presagio di non vederne mai il fine ». Sul principio d'aprile ci fu di nuovo un barlume di speranza che ogni cosa si appianasse [107], ma fu tutt'altro e il 4 maggio Leonora riscriveva: « Con infinito dispiacere dell'animo mio ho inteso per la lettera di V. S. Ill.ma delli 27 del passato il negozio dell'accordo con li ministri di S. A. esser non che concluso, come da buon pezzo fa si va aspettando, ma più tosto in termini di sconcludersi per le cause che mi scrive: ed invero se io non sperassi alla fine fossero per poter più i nostri prieghi presso di N. S. Dio, che tutte le altre cose di questo mondo che possono attraversarlo, io ne resterei sconsolatissima per sempre mai ». Veramente degno di maraviglia è questo affetto immenso di Leonora pel fratello e la partecipazione alla sua causa presa con tanto ardore, mentre gli affanni e i dispiaceri recavano grave nocumento alla sua delicatissima salute. Da poco si era rimessa del primo accesso del suo male, quando ai primi di maggio, trovandosi nella sua villa di Medelana, la palpitazione la riprese più forte che mai, complicandosi con febbre. Passata la prima furia del male, ella stessa ne dava avviso al Cardinale, rallegrandosi in pari tempo della amorevole sollecitudine usata a suo riguardo dal Duca in quell'occasione [108]. Ma ormai Leonora non doveva più rimettersi, e le brevi tregue non la illudevano, così che poteva scrivere al fratello, il 21 maggio 1580: « Io per l'ordinario mi sento sempre star tanto male che talora trovandomi alquanto gravata più del solito non mi par cosa d'averne a dar fastidio a V. S. Ill.ma, massime sapendo che spesso saressimo a questo per esser la mia natura talmente consumata ed attenuata, che non si può dar rimedio se non per portarla di giorno in giorno ». Intanto per la terza volta tentava di andare a Medelana urgendole di far terminare il palazzo, presaga quasi che non l'avrebbe abitato se più avesse tardato, e tornava a pregare il Cardinale che provvedesse per surrogarla nella cura de' suoi interessi [109]. Appena giunta fu di nuovo colta dalla palpitazione, ma per ricompensa, com'ella si esprime, di questo dispiacere, ricevette da un messo espresso, mandato dal Coccapani, per ordine del Duca [110], la notizia che si era firmato ristrumento il quale terminava la lunga lite, pendente fra lui e il Cardinale [111]; ed il giorno appresso Leonora riceveva la stessa notizia anche da parte del Cardinale [112]. « Ella ringraziava dal letto, dove era tornata per essere ricominciata la palpitazione, il Duca a mezzo del fattor generale Guido Coccapani, della cortesia usatale, e in pari tempo a questo ordinava di provvedere la barca perchè potesse tornarsene a Ferrara [113]. Al ritorno l'aveva indotta il medico Caprilio, chiamato in tutta fretta la notte dal 31 maggio al primo giugno, il quale si era fatto un dovere di avvertire tosto il Duca dello stato dell'ammalata [114]. D ritorno a Ferrara le fu infatti per il momento propizio, così che ella tornava a scrivere al Cardinale il 4 giugno: « Costretta dal male ritornai ier l'altro a Ferrara, secondo il consiglio del medico, e di presente per grazia di N. S.re « Dio mi trovo star di maniera che non mi sopraggiungendo alcun' altra cosa di nuovo spero alla più lunga di potermi posdomani levar dal letto »; nè la previsione fu errata [115]. Ma il suo stato non era ignoto ad alcuno e ancora il 1° luglio l'ambasciatore Urbani aveva occasione di scrivere al Granduca: « Madama Leonora è caduta gravemente malata con poca speranza di vita. È questa Signora molto malsana ed in tanta debolezza che ogni minimo accidente le può esser mortale. La travagliano più del solito i suoi mali consueti : dibattimenti di cuore, mancamenti di fiato e catarro ». E accenna anch'egli ad amorevoli dimostrazioni da parte del Duca, le quali pare fossero veramente cosa straordinaria.

XI.

Incuorata forse dal trovarsi arbitra tra i due fratelli, come quella che era amata dall'uno, per aver impiegato a suo pro tutta l'attività propria, e accarezzata dall'altro, mosso forse a pietà del suo stato disperato, più del consueto, pensò Leonora, pur trovandosi a così mal partito di salute, di fare ogni sforzo per riconciliare veracemente i due fratelli, più che non facessero le sentenze e l'instrumenti. Il Cardinale pochi giorni dopo pronunciato il verdetto dalla Ruota, il 13 giugno scrisse una lettera di semplice complimento al Duca che fu presentata da Leonora; ma per allora non ebbe risposta. La principessa in una sua al Cardinale del 25 giugno cogliendo l'espressione del desiderio da lui mostrato di vederla e di chiedere a tale effetto un permesso al Duca per poter venir a Ferrara, essa pure mostrò di bramare ciò infinitamente, tanto che gli scrisse pensare di mettersi essa in viaggio chiedendo per sè la licenza al Duca; ma in pari tempo aggiungeva che quando gli fosse accanto avrebbe ben essa saputo indurlo a venire a curare i suoi malanni e i suoi interessi a casa sua [116].

La proposta era fatta con garbo, a dir vero, e il Cardinale non poteva più dar addietro; ma Leonora ad ogni buon fine non gli lasciò tempo di pentirsi, e due giorni dopo gli suggerì addirittura un'occasione opportuna per riaccostarsi al fratello e tornare a Ferrara, approfittando cioè di una febbre che aveva colto il Duca stesso [117]. E il Cardinale non si mostrò restìo: egli scrisse il 4 luglio, dopo averne avvertita Leonora [118], una seconda amorevole lettera di complimento al fratello, nella quale inoltre diceva che dal messo, Benedetto Manzuoli, Vescovo di Reggio, e sua creatura, avrebbe potuto sapere ogni cosa che gli fosse grata, e particolarmente dell'incidente occorso col Pontefice, che l'aveva bandito; la lettera infatti è datata da Murano [119]. Ma il Vescovo aveva le sue particolari istruzioni, quali vedremo, volendo il maligno Cardinale che non apparisse fosse stato lui il primo a piegarsi. E tre giorni dopo quegli tornava a scrivere presentando il suo segretario Fulvio Teofilo, che inviava appositamente a Ferrara, perchè intendendosi coi ministri ducali, più sollecitamente fosse definita ogni vertenza, come mostrava di desiderare [120].

Tutte queste mene di lettere e di messi incaricati di complimenti evidentemente erano rivolte a carpire una lettera conciliativa ed amorevole al Duca; e vi si riuscì. L'8 luglio il Vescovo Manzuoli si affrettava a render conto del colloquio avuto col Duca al suo signore, e questa lettera ci svela il tiro giuocato. Il Vescovo aveva incarico di profondersi in frasi amorevoli e attestazioni di servitù, ma senza mai metter nulla in iscritto. Scrive egli stesso che il Duca, forse maravigliato di queste espressioni, dopo averlo lasciato parlare a lungo senza mai rispondere, lo pregò dipoi di mettere in iscritto tutto quello che aveva detto. Il Vescovo si profferse di ripetere le stesse cose una e più volte, perchè fossero bene intese, ma disse che non aveva ordini per fare attestazioni in iscritto. Il Duca insistendo, il Manzuoli replicò che mai si era dato che un messo presentato da lettere credenziali, dovesse porre in iscritto ciò che era incaricato di dire; che egli stesso si era presentato più volte a lui e sempre gli era stato creduto, ed ora ch'era anche Vescovo, egli dice, si mostrava di dargli meno fede che mai; e continuò in attestazioni di sincerità e di servitù. Il Duca non si lasciò raggirare e lo pregò di mettere in iscritto appunto l'attestazione dell'ordine ricevuto di non scriver nulla, e il Vescovo negò di nuovo; allora il Duca lo licenziò mal soddisfatto, come scrive il Manzuoli stesso, di lui [121]. Ma che cosa doveva fare Alfonso? Continuare la lite e inasprire sempre più i rapporti col fratello? Forse gli parve meglio non tener conto dell'accaduto, e incaricò il Montecatino, suo segretario, di stendere una risposta al cardinale assai amorevole e cortese, come attesta Leonora, ma non potè tenersi di far notare che una parte del colloquio col Vescovo l'aveva lasciato sospeso assai; anzi dal confronto colla minuta della stessa lettera, che pure si conserva, appare che questo periodo fosse assai meditato [122]. Il Cardinale si affrettava a inviare la relazione del Manzuoli alla sorella, la quale rispondeva il 13 luglio, ringraziandolo dell'attenzione, ma osservando che le sarebbe stato più grato di vedere qualche buon effetto di quel colloquio, e lo consigliava di voler rendersi qualche poco per dar soddisfazione al mondo e consolare chi lo amava. Però non sapevano nè l'una nè l'altro come egli sarebbe stato accolto qualora si fosse presentato a Ferrara, scrivendo Leonora che in quel frattempo non le si era mai presentata occasione di parlare col Duca, perchè altrimenti le sarebbe bastato l'animo di ricavarne con certezza il pensiero e gl'intendimenti: attestazione questa che ci mostra com'ella fosse conscia della potenza e astuzia di donna. Così la principessa gli suggeriva di scrivere direttamente questa sua intenzione al duca come nulla fosse e attenderne la risposta [123]. Ma inutilmente sollecitava e pregava Leonora: non tali certo erano i sentimenti del perverso fratello, che le sue lettere, quali ora ci occorrono, sono testimoni di animo basso e cattivo.

Al Manzuoli, come appare dalla risposta di costui, scrisse ringraziandolo per quanto aveva fatto, ma osservando che il bello sarebbe stato dopo tante amorevoli parole, poi che si voleva lo scritto, che egli avesse scritto una cosa nuda; a che il Vescovo replicava rammentandogli come e quando veramente gli avesse dato ordine di non metter cosa alcuna in carta [124]. Al Duca poi rispondeva l'11 luglio, una lettera, nella quale cinicamente facendo mostra d'ingenuità, asseriva di non poter davvero immaginare che cosa mai avesse potuto lasciarlo sospeso delle cose dettegli dal Vescovo, quando quello non aveva ordine che di far seco complimenti di parole. E ancor più malignamente continuava profferendosi, qualora il duca si degnasse di dichiarargli tal cosa, di dargli ogni possibile spiegazione [125]. A dire il vero era più di quello che ciascun uomo potesse sopportare; e con tali sentimenti non pareva che la pace fosse per stringersi così presto.

Leonora forse pensò che era tempo di intervenire, e benchè assai peggiorata in salute si recò ella stessa dal Duca, il quale ben cortesemente l'accolse. Venuto sull'argomento, Alfonso non potè nascondere quanto lo aveva tocco il tiro giuocatogli dal cardinale per mezzo del Vescovo Manzuoli, e se ne lagnò fortemente. Una volta posti su tal terreno il Duca tolse occasione di sfogarsi colla sorella di tutti i torti che il Cardinale di continuo venivagli facendo, e, come si esprime Leonora, cominciò a entrar dal testamento vecchio, con ridurle a memoria or una cosa, or un'altra, e asserendo, botta diretta contro lei, che ella stessa le sapeva meglio di tutti, concludeva che era stato offeso mille volte e in mille modi, non avendo mai il Cardinale avuto riguardo di recare pregiudizio allo Stato nè alla casa.

Il Duca le narrò poi la lite presente, vantandosi, come ho accennato, della sua longanimità, per aver acconsentito che la questione fosse giudicata dal tribunale, quando egli poteva esimersene; ma che aveva ciò voluto fare per esser giustificato in faccia al mondo, e che la sentenza favorevole del tribunale era stata per lui una vera soddisfazione. Leonora allora, cogliendo occasione di questa soddisfazione e rallegrandosene gli disse stimare che tanto più facilmente fosse ora per cancellare dalla memoria ogni altra cosa dispiacevole, e assennatamente ricordava che in loro due consisteva la grandezza della casa, e che era quindi necessario che dal mondo fossero conosciuti per ben uniti e d'accordo. Alle quali parole replicò il Duca dolendosi che mai fin allora il Cardinale avesse fatto cenno di essere dispiacente dell'accaduto, e ch'egli dal canto suo dopo aver già tollerato così a lungo la mala guerra del fratello non poteva lasciar correre anche questa volta, osservando però che intanto collo scrivere e riscrivere ne risulterebbero sempre nuovi malintesi.

Leonora riferì parola per parola il colloquio al Cardinale nella sua lunga lettera del 23 luglio; in seguito anche a lui indirizzava esortazioni e consigli, credendo, specie per quelle ultime parole, il Duca assai disposto alla pace, e le sembrava che l'intervento suo fosse grato e quasi si fosse calcolato ch'essendo ella tanto desiderosa di questa concordia, si sarebbe interposta e n'avrebbe trattato col Cardinale proponendogli qualche soluzione soddisfacente. Ella incalzava intanto il fratello accertandolo che nessun danno alla sua dignità verrebbe certo se fosse egli il primo a far atto di conciliazione, ma anzi da tutti ne sarebbe stato lodato; e terminava col suggerirgli in via generale di venir a Ferrara. Non contenta di ciò in un poscritto gli offriva anche una buona scusa, e gli faceva noto in pari tempo, per mostrargli l'animo ben disposto del Duca, che questi aveva mandato un gentiluomo apposta al Papa per dolersi della espulsione già ricordata; e che un altro gentiluomo era stato inviato a incontrar lui stesso [126]. Leonora appare questa volta veramente con una missione di pace in quella famiglia nè si può farle interamente rimprovero di preferire al Duca quel poco di buono del Cardinale; ella sapeva forse d'esser la sola che potesse trattar con lui e piegarlo: questo in certi momenti fu una vera fortuna. Lo sapeva, si vede, anche il Duca, che tanti dispiaceri aveva sopportato e tuttora sopportava per causa dell'animo turbolento e maligno del fratello, pur sempre perdonandolo e proteggendolo, anche nel tempo che fosse con lui in rotta, avendo a supremo pensiero l'onore di casa d'Este.

Ognuno poi potrà avvertire che se Leonora, ancor pochi mesi prima della morte, era in tal modo arbitra tra i due fratelli non poteva certo, come fu detto, esser la loro vittima, che si spegneva, reietta, per una infelice passione: mentre il Tasso già dal febbraio dell'anno innanzi era in S. Anna.

XII.

Queste agitazioni, queste lotte, lo sforzo fatto per recarsi presso il Duca, la tensione durante il lungo e delicato colloquio che potè poi dettare per intero a fine di notificarlo all'altro fratello, tutto ciò non doveva essere senza conseguenze per la sua delicata salute. Infatti a buona conferma viene una lettera del medico Caprilio, la quale ha bensì impossibilità tra le due date quella accennata in principio come d'un precedente avviso, cioè il 23 luglio, e quella posta in calce, del 20 dello stesso mese come data della lettera stessa, ma io credo che senza dubbio si debba ritenere esatta la prima, errata la seconda, e che si debba così riguardare la lettera come posteriore al 23 luglio [127].

Il Caprilio avvertiva il Cardinale dello stato grave della principessa e come si fossero radunati illustri medici a consulto. Ci si è conservato il parere scritto in tale occasione da quei dotti che furono il Caprilio stesso, il Capodivacca e il Mercuriale: essi riconobbero nell'ammalata due potentissimi vizi, la distillazione continua, cioè, e la palpitazione. Dopo esposte le loro teorie intorno a tali mali terminavano col prescrivere la cura rimettendosi alla discrezione del Caprilio [128]. Ma dalle lettere di questo che dava quotidiani avvisi dello stato dell'inferma sia al Cardinale sia al Duca, si possono rilevare i progressi continui del male; il 29 luglio dopo una breve tregua Leonora ricadde in stato più grave così che fu tenuto un altro consulto di medici, al quale intervenne il Duca [129]. Il 3 agosto Leonora era agli estremi e il Caprilio ne avvertiva in fretta nella notte il Duca, e poi nel giorno il Cardinale con due lettere pressochè identiche, dicendo che non si mancava nè di rimedi nè di orazioni, ma che in verità era in gran pericolo di vita e che ciò scriveva colle lagrime agli occhi [130]. Il duca tornava immediatamente il mattino stesso a Ferrara dalla villa. Leonora manifestò il desiderio vivissimo di vedere il Cardinale prima di morire, ed ebbe i conforti religiosi; Fulvio Teofilo scriveva al Cardinale lo stesso giorno: « Questa mattina Madama Illustrissima mi fece chiamare e disse voler fare un codicillo, perchè avendole venduto alcune delle gioie che gli lasciava nel testamento, gli sostituiva la remissione di 15 mila scudi che gli deve; e così fece alcuni legati ». Ciò infatti appare dall'atto, rogato dal notaio Iacopo dall'Angelo [131]: era presente il Duca, il quale promise eseguirebbe la sua volontà; ma però nello stesso giorno accadeva tal triste fatto quale dovrò or ora narrare.

Il Cardinale intanto appena avuta la lettera del Caprilio che gli manifestava lo stato della sorella e il desiderio di vederlo da quella espresso, posto da banda ogni rispetto, s'incamminò da Montartene dove era, alla volta di Ferrara, e vi giungeva il giorno appresso [132].

Come accadesse l'incontro tra i due fratelli dopo tanta lite e come avvenisse la pacificazione sappiamo indirettamente da una lettera del conte Belisario Estense Tassoni, incaricato del Cardinale in Roma, il quale gli scriveva d'una visita avuta del Masetti agente del Duca, della quale però era già stato avvertito in prevenzione da un Raffaello, servitore del Masetti stesso: così i due fratelli si spiavano per mezzo dei loro agenti, comprandone a vicenda i servi, anche lontano da Ferrara.

Così chiara ed efficace è questa lettera che stimo miglior cosa riprodurla senz'altro, a narrazione del fatto.

Narra adunque il Tassoni che Giovedì quel tal Raffaello andò a trovarlo:

« et mi mostrò una lettera del Dottore Imola diretta al suo padrone, la quale avvisava del miglioramento di Mad.a Leonora Ecc.ma, et delle carezze che il S.r Duca faceva a V. S. Ill.ma, et che di continuo mangiavano insieme, et ch'insieme stavano la maggior parte del giorno, per il che la città tutta giubilava, et che detto Dottore era stato a fare riverenza a V. S. Ill.ma che havea veduto volontieri. Ma hora dopo questo venne esso S.r Masetto non so per visitarmi per il male o per dirmi quello che seguì, cominciando così: Noi abbiamo doppiamente buone nuove. Madama Leonora è migliorata, et questi nostri Principi sono con tale occasione riconciliati insieme; et rispondendoli io che dell'uno et dell'altro mi rallegravo infinitamente et che non havrei potuto mai haver dubio che V. S. Ill.ma non fosse stata accarezzata da S. Alt.a ogni volta che fosse andata a Ferrara, egli mi domandò se havevo havuto lettere di V. S. Ill.ma dopo ch'ella era a Ferrara, et negandoli io d'haverne havute se bene havevo visto quanto ella mi scriveva per le sue delli 6 del presente, egli soggiunse che v'erano stati delli fastidi et pericolo che V. S. I...ma ritornasse indietro se il Co. Guido Calcagnino ch'era mandato da S. A. a farli certa ambasciata l'havesse incontrata, ma che la sorte volle che il Vesc.o d'Adria li facesse fare una strada insolita, tal che nè detto Conte nè M. Leonardo trovarono V. S. DI.ma. La quale entrata in Ferrara con due carrozze sole se n'andò di longo in castello, et trovò alla porta il S.r Don Alfonso che l'accompagnò di sopra alle camere di S. A. nelle quali stette gran pezzo senza comparire persona, et ch'alla fine capitò il Montecatino mandato da S. A. et disse a V. S. Ill.ma quello ch'egli non seppe o non volse dirmi. Dopo questo dice che V. S. Ill.ma si partì per andare a vedere la S.ra Duchessa d'Urbino sua sorella, con la quale desinò la mattina, et che S. E. in quel mezzo trattò et fece tanto con S. A. che dopo pranzo S. S. Ill.ma tornò da esso S.r Duca, il quale l'incontrò ne i suoi camerini, et ch'entrati lor due soli uscirono poco dopo et andarono da Mad.a Leonora dove stettero gran pezzo, et che di poi si sono visti molti segni d'amorevolezza, et che si può sperare che dentro gli animi corrisponda quello che appare fuori. ...Di Roma, 13 agosto 1580 » [133].

Da questa lettera si viene a conoscere che il Duca, forse stanco di tante tergiversazioni, aveva mandato taluno incontro al Cardinale con certa commissione, che se fosse stata eseguita, quello non avrebbe più oltre proceduto verso Ferrara; ma per buona ventura il messo e il Cardinale non s'incontrarono. Il Duca rimase sorpreso quando seppe che esso era in castello, e mandò il Montecatini forse a chiedergli con quali intendimenti fosse venuto. Ma poi, per amor di pace messo da banda ogni risentimento, per quanto giusto, e considerato lo stato di Leonora, lo ricevette, e dopo aver confabulato assieme, passarono dalla sorella « dove stettero gran pezzo ». Si può immaginare che cosa avrà detto l'inferma principessa, e quanto avrà lottato e pregato per ottenere l'accordo che da tanto tempo desiderava.

Il felice compimento de' suoi voti portò a Leonora un temporaneo miglioramento; il 15 agosto l'Urbani scriveva ch'ella era fuori di pericolo; e le lettere del Caprilio del 24 e del 26 ne attestano la convalescenza, così che sospendeva gli avvisi quotidiani [134]. In una lettera ancora del 31 agosto scriveva poi al Cardinale, che era già ripartito, come la Renea Negrisoli, governante di Leonora, l'avesse più volte burlato, e avesse una notte innanzi mandato scherzosamente a vedere come stesse, quasi che fosse lui l'ammalato. E certo il povero medico, che molto amava Leonora, dopo tante fatiche e veglie ed affanni non sarà certamente stato in troppo floride condizioni [135].

Leonora stessa riprendeva l'ultimo giorno d'agosto l'interrotta corrispondenza col fratello, cui annunziava d'esser tuttora infastidita per trovarsi senza forze affatto, tanto che essendosi mossa a visitare la sorella Lucrezia, e la Duchessa Margherita, e poi fatta condurre alquanto in carrozza per la città, si ritrovava addirittura colle gambe rotte [136].

XIII.

È ora necessario ch'io tronchi per un momento la narrazione a fine di ricordare e chiarire l'episodio, cui accennai, occorso lo stesso giorno 3 agosto, e poco dopo che Leonora aveva dettato il suo codicillo; che tali erano le esigenze, o piuttosto l'avidità del denaro in quella casa, che neppur quando quella pareva presso a morire venne lasciata tranquilla. Del fatto abbiamo documenti chiari e sicuri sì, ma di tempo posteriore: quando cioè per il fatto stesso che sto per narrare, era scoppiata una nuova lite tra il Duca e il Cardinale.

L'ambasciatore fiorentino Urbani, da esperto diplomatico, e come quello che ben conosceva gli animi dei due fratelli, il giorno stesso della morte di Leonora, dandone notizia al Granduca, osservava che « la metà della dote di Madama, ch'era di settanta mila scudi, che godeva il Duca con pagarle ogni anno sei mila scudi, andrà al Cardinale ». E ben s'apponeva: poi, assunte più precise informazioni, egli replicava in una sua del 27 febbraio 1581 che Leonora nel suo testamento non aveva mai fatto rinuncia della sua legittima parte, e che si giudicava che il Cardinale potesse pretendere la metà anche di quella, come delle rimanenti sostanze della sorella. « Il Duca, egli scrive, quest'estate per parare il colpo pregò Madama d'aggiungere un codicillo al suo testamento per chiarire questo punto, rinunziando ad ogni sua pretensione. Madama ricusò dicendo che quando fece detto testamento lo fece con maturità di consiglio e credevalo conforme al giusto ».

Dal testamento del padre Ercole II, cui più volte ho accennato, sappiamo che la parte legittima di Leonora era di cento e cinquanta mila franchi; la legittima materna era rappresentata dal dono di ventimila scudi, pur ricordato. Questa sostanza venne sempre amministrata dal Duca: e ho narrato le lotte insorte fra lui e Leonora quando questa pretendeva la sua provvigione in denaro, che poi ottenne.

Nel suo testamento Leonora aveva instituiti eredi in parti uguali i due fratelli di buon accordo tra loro: ma adesso, passati molti anni, la cosa cambiava aspetto. Essendo Leonora rimasta nubile, il Duca aveva dovuto continuare a pagarle la provvigione, mentre se la principessa fosse andata a marito avrebbe, come Anna e Lucrezia avevano fatto, rinunciato alla legittima, o almeno egli non avrebbe più pagata la provvigione. Il Duca ora chiedeva che Leonora, tanto più che egli aveva sempre dovuto darle la provvigione, rinunciasse a lui solo la legittima paterna e materna. Già altra volta il Duca aveva tentato questo colpo, cioè nel 1570, quando probabilmente Renata manifestò la prima volta l'intendimento di fare alla principessa quel donativo di cinquanta mila franchi, di cui abbiamo parlato. Il Duca stese allora un prememoria per il suo agente a Parigi, Conte Giulio Tassoni, perchè questi inducesse la Duchessa a porre per condizione nell'atto di donazione che Leonora dovesse, accettando i cinquanta mila franchi, rinunziare ad ogni altro suo diritto [137]. Ma Renata, come appare, non aiutò il Duca nel suo intento, e per allora non ne fu più nulla.

Anche questo secondo tentativo, fatto ora per entrambe le eredità, rimase infruttuoso: Leonora, per l'affetto particolare che nutriva pel Cardinale, non volle forse recargli questo danno; tanto più che infine il Duca era obbligato per testamento del padre a fare quello che aveva fatto per lei. Così non rinunciando ella ad alcuno in particolare le legittime, esse andavano a somma con i rimanenti beni da dividersi fra i due in parti uguali. Giulio Masetti, residente a Roma, in una sua lettera posteriore, avvertiva il Duca che il Cardinale andava affermando: « che S. A. aveva fatto ricercare Madama Leonora a rinunziare, e che l'ambasciata le fu portata dal Signor Cornelio (Bentivoglio), ma che quella aveva rifiutato di farlo ». S'intende da ciò che il Cardinale andava dicendo queste cose in sostegno delle sue pretensioni, e per far nota a tutti la mala azione tentata dal Duca a suo danno. Com'egli poi fosse stato informato dell'avvenuto, si viene a conoscere da una lettera del 12 marzo e da un atto del 25 aprile 1581 di fra Gasparo Bellaia, confessore di Leonora, che si trova tra i testimoni del codicillo. Fra Gasparo richiesto in proposito dal Cardinale, che già aveva cominciato la nuova lite col Duca impugnando il testamento della sorella, gli affermò l'occorso, e quegli allora gli fece stendere un atto analogo [138]. Il frate certifica che il Duca, essendo presente, fece egli stesso la richiesta di quel codicillo, mentre la morente Leonora dettavane altri, e questo afferma averlo saputo dopo dalla principessa medesima. In seguito narra come il Duca mandasse a cercar lui stesso e gli comandasse di esortar la principessa a far tale rinunzia, minacciando che altrimenti non pagherebbe i legati. Stava il frate per avviarsi all'ingrata commissione, quando fu avvertito d'attendere finchè ritornasse il conte Cornelio Bentivoglio, che già l'aveva preceduto, inviato per la medesima richiesta. Uscito quello andò il frate, ma Leonora gli rispose, come egli dice, che aveva soddisfatto l'animo suo, e di non voler far altro; nè il frate dipoi fu più chiamato a render conto della sua missione,

Io non seguirò certo i due fratelli nel risultato di questa lite, cui già accennò il Campori, che la principessa Leonora non immaginava mai di suscitare nello stesso momento in cui, raccogliendo le poche forze che le rimanevano, tentava di riporre in pace i loro animi.

XIV.

Si è veduto come Leonora verso la fine d'agosto fosse in piena convalescenza: ma non era il caso di illudersi. Ella soffriva di una di quelle malattie che non perdonano; la sua fibra era scossa troppo, e il miglioramento non poteva essere che passeggiero. Infatti il 7 settembre dava ella stessa notizia al Cardinale di aver sempre continuato a soffrire della palpitazione, ma che la notte precedente s'era rinnovato un attacco più forte, complicato dal solito catarro [139] . Il 27 settembre il Caprilio scriveva al Cardinale di un nuovo accesso avvenuto il 22, di un altro consulto fattosi fra i medici, e come purtroppo il pronostico unanime non fosse lieto; e nello stesso giorno replicava l'avviso al Duca [140]. Il giorno seguente il Caprilio notava di nuovo un piccolo miglioramento; e al primo d'ottobre Leonora continuava nello stesso stato [141]. Ella certo non nutriva illusioni nè speranze : questo affermava ella stessa al fratello il 25 ottobre [142], e più esplicitamente il 29 dicendo che per essere il suo male invecchiato in una natura così mal complessa come la sua, lasciava fare quei medici, sebbene avesse perduto la fiducia in ogni sorta di rimedio [143].

E il male progrediva sempre lento e inesorabile; nella notte dall'11 al 12 di novembre la strinse così che fu chiamato il confessore e il Duca; il Caprilio dava in fretta e sfiduciato la triste notizia al Cardinale [144]. L'ambasciatore Urbani scriveva che tutta la città era addolorata, e si facevano preghiere nelle chiese e nei monasteri. Qui cade in acconcio ricordare che l'anno dopo, in occasione d'una malattia di Lucrezia, essendosi indetta una quarantena per le chiese di Ferrara, monsignor Grana scriveva al Cardinale che vi era stato assai minor concorso che per Leonora: ciò che dimostra quanto questa fosse dal popolo preferita.

Lo stato grave continuò in quei giorni [145]; il 20 Federico Miroglio, segretario, avvisava in fretta il Duca ch'era tornato a Comacchio: « Madama ebbe iersera l'olio santo, e un padre gesuita l'assistette tutta notte. Dispiacerebbe a tutti la morte di questa Signora. S. A. (la duchessa) fu iersera dalla duchessa d'Urbino ove fecero cantare la Peverara e la Guarina ». Così dall'un lato del palazzo era presso a morire Leonora, sola e deserta dai poco affettuosi fratelli; dall'altro la giovine e folle duchessa Margherita e la triste Lucrezia attendevano a divertirsi, ascoltando le due più celebri cantatrici della Corte ferrarese.

Il giudizio complessivo sopra quei principi non può essere molto favorevole se parliamo di affetti, di cuore, di pietà. Pronti a dilacerarsi l'un l'altro con disdoro della casa, amanti delle piccole e perfide guerricciuole, l'alleato d'oggi diveniva l'avversario del dimani, poco affezionati reciprocamente, presentano lo spettacolo di una famiglia che si sente presso alla totale rovina e spreca in pazze o malvagie azioni quel resto di vitalità che le avanza.

Ma Leonora neppur per allora venne liberata da tanti patimenti. Il giorno 20 anche l'Urbani aveva avvisato al Granduca che ella era ancora in pericolo; il 21 la diceva diffidata dai medici; il 23 annunciava che in quella settimana era di nuovo in termine di morte; il 25 replicava: dà anche a temere.

Uno degli Ariosti scriveva il 26 novembre  « Il Cardinale d' Este giunse a Ferrara ove Madama Leonora stava male, con dispiacere del popolo che temeva di perder così rara signora; e che gli si turbasse il piacer del carnevale »; ma lo stesso annunziava il 31 dicembre che la principessa andava meglio [146].

Il Cardinale era accorso anche questa volta al letto della sorella, e da altri sappiamo che l'assisteva continuamente e con ogni cura [147].

XV.

In questi giorni Torquato Tasso, chiuso in S. Anna, dedicava alle principesse sorelle una raccolta delle sue rime scritte di proprio pugno, che ancora si conserva nella Comunale di Ferrara; la lettera di dedica è del 20 novembre [148]. È notabile che vi sian composizioni dedicate a Lucrezia, non una a Leonora, il cui nome non vi compare mai. Il Tasso, rinchiuso, ignorava la malattia della principessa certamente: pare ne fosse avvertito coi ringraziamenti che forse ebbe per il dono, poco fruttuoso del resto al suo intento di ottenere quella libertà che gli era negata per pietà piuttosto che per rigore di principe, come disse il Marini.

Ai primi di gennaio, salutando il padre Panigarola, allora ritornato in Ferrara, forse per confortare la principessa nella sua malattia, aggiungeva: « Se Madama Leonora migliorerà, come mi giova di credere e come molto desidero, Vostra Paternità molto reverenda, le baci umilissimamente le mani in mio nome, facendole sapere che m'è molto incresciuto del suo male, il quale non ho pianto in versi non so per quale tacita ripugnanza del mio genio [149] ». Tutti vollero credere molto notabili queste parole, disposti com'erano a vedere dovunque prove di quell'amore che a noi ora sembrerà, spero, addirittura impossibile. Io credo pure siano esse parole vere e sentite, ma che nessun senso arcano racchiudano: che troppa audacia sarebbe stato, poi ch'egli doveva essere prigione per tale colpa, scriverle in quel momento e per tale messaggero. Nessuno poi insieme con questo periodo ha creduto di riportare l'altro che segue immediatamente: « Ma s'in altro posso servirla, mi comandi, che son pronto; dico particolarmente in cose di poesia più liete ».

Il Tasso in quei tempi troppo aveva pianto per sè, nè si sentiva di piangere per altri: quest'offrirsi alla principessa morente per cose liete, non solo mi sembra tolga ogni importanza e spieghi la frase precedente, ma aggiungerò che non mi pare un'offerta felice, nè opportuna in tal momento.

Ormai la cetra del poeta non aveva più che una sola corda: quella su cui componeva rime chiedenti la sua liberazione. La morte di Leonora, che tanto raramente abbiamo veduta ricordata da lui, non seppe inspirargli pur un sonetto: il Guasti disse che questa cosa al buon Serassi parve strana e nulla più: e « noi la diremo notabile [150] ». A me pare semplicemente coerente a tutto quanto si è notato finora, a quanto lo stesso Tasso aveva scritto pochi giorni prima della morte, che or ora ho rilevato. I rapporti con Leonora furon sempre rari : sia per la salute di quella che l'obbligava a star rinchiusa e a non mai prender parte ad alcuna festa [151], sia per la sua naturale riserbatezza, e il poco gusto che aveva per le cose d'arte in genere. Ben più frequenti e più intimi furono i rapporti con Lucrezia: la quale prima l'accolse, fu sua consigliera e ammiratrice, e due volte lo volle ospite a Casteldurante e a Pesaro onorando le sue composizioni.

XVI.

La principessa Leonora intanto, come scriveva l'Urbani, il 2 gennaio 1581, stava sempre al solito; ma l'Ariosto, già ricordato, ci fa noto in data del giorno 8: « Madama Leonora sta peggio, e le si dà il brodo del gallo che suol esser l'ultimo rimedio ». E fu l'ultimo davvero: che aggravatasi di continuo, il 19 febbraio moriva [152]. Essendo il Duca e il Cardinale in Ferrara, mancano per quest'ultima malattia le lettere del medico Caprilio. L'Urbani dava il giorno appresso la triste notizia al suo principe: « Siamo oggi qua tutti in grandissimo cordoglio e corrotto, essendo finalmente piaciuto al Signore Dio di cavare Madama Leonora Eccellentissima dal suo sì lungo e mortale travaglio, per darle la vita eterna; il che seguì iermattina poco dopo le 17 ore ». E in data del 27 scriveva: « Mi son condoluto, al solito, come da per me, della morte di Madama, felice memoria; il corpo della quale fu sepolto di notte privatissimamente, essendo stata così la sua volontà, della quale pregò il Signor Duca a voce; ed anche che il corpo non dovesse « essere sparato, sì come non è stato ».

La Cronaca imperfetta di Ferrara, nella Biblioteca Estense, dice: « Il suo cadavere fu portato a 8 ore di notte alla Chiesa del Corpo di Cristo accompagnato dai frati di Santo Spirito e da venti preti, e gran parte della Corte di S. A., come s'era lasciato [153] ». La Cronaca del Da Monte nota soltanto: « Madama Leonora fu sepolta senza pompa, di notte, come s'era lasciato, e non fa fatta altra funzione ». All'incontro una postilla nel Libro delle determinazioni Comunali di Ferrara dice: « Feriae ob mortem Ill.me Mad.e Leonorae — Factae fuerunt feriae ob mortem Ill.me Madamae Leonorae per dies octo ob funeralia. « Ego Caesar a sacrato Ceva il Notaro del Maestratto [154] ».

Il Cardinale Luigi comunicava egli stesso il triste avvenimento al Conte Tassoni, a Roma, e al Duca d'Urbino [155]; forse anche ad altri, ma non ne ho trovato memoria. Intanto giungevano numerose dagli agenti estensi, dai cardinali, dai principi le lettere di condoglianza: tutte piene di elogi sinceri per la virtù della defunta [156].

Tra le carte Campori ho trovato copia di un discorso: « In funere Ill.mae Eleonorae Estensis Herculis secundi filiae. Oratio per Thomam Cananum I. C. Ferrariensem 1581, die XX februarii quae fuit dies obitus eius ». Non so da qual fonte il compianto Marchese traesse questa orazione: ma il trovare in essa notato che il giorno della morte fosse il 20 febbraio, non può invalidare l'attestazione dell'Urbani; il 20 sarebbe il giorno della sepoltura, quando anche è più probabile che sia stata letta l'orazione.

Alcuni mesi più tardi, il 6 ottobre, il Caprilio si ricordava al Cardinale dicendo che ancor che la morte lo avesse privato della sua carissima ed amorevolissima signora, non credeva tuttavia di esser dimenticato da lui [157]. Il buon medico rammentava di esser stato servo molti anni di quell'anima benedetta, com'egli si esprime; e certo abbiamo potuto rilevare quanto affettuose e continue fossero le cure da lui prestate. Amorevolmente rispondeva il Cardinale ringraziando per quanto aveva fatto per la sorella, offrendoglisi in quel che potesse [158]. Forse questi due soli allora ricordavano con affetto vero la morta principessa.

XVII.

Più tardi la piansero ancora con rime il padre Angelo Grillo, l'amico del Tasso [159], e il conte Antonio Bevilacqua [160]. Non credo però sia nota una Canzone di Mvtio | Piacentini | Furlano | fatta in morte | della Serenissima Madama | Leonora da Este, che io posseggo [161].

Notissima all'incontro è la raccolta : Lagrime | di diversi Poeti | Volgari et Latini | sparse per la morte | delll'Illustriss. et eccellentiss. | Madama Leonora da Este. | Et raccolte da Gregorio Ducchi | et da lui dedicate alll'Illustriss. et Reverendiss. Sig. | Cardinal di Este suo signore || Con licenza de' Superiori. In Vicenza, nella stamperia nova MDLXXXV. — in-8°. Il Ducchi inviava tal raccolta al Cardinale con lettera del 28 maggio 1585 [162]. Con essa si scusava del tardo comparire di questo volume, avendo voluto piuttosto essere « tardo scrittore, ma  giudizioso, che frettoloso adulatore » ; e faceva considerare che gli uomini d'ingegno avrebbero senza dubbio prestato « più fecilmente credenza alle lodi date a quella gloriosa anima, cessato il dolor di cotanta perdita, che a quelle che fusser nate insieme col dolore istesso ». Il Ducchi dichiara d'essere ancora stato in dubbio se avesse dovuto dar fuori il volume con sì poche rime in paragone delle tante virtù della « defunta: ma per schivar l'ingratitudine volli stringere insieme queste poche fin a quest'ora, ancor ch'io fossi però de' primi a risentirsi di così importante danno ».

Questa raccolta è una delle solite, di simil genere, così frequenti nel cinquecento, ove tutto si trova fuor de l'affetto. Ho accennato al fatto che del Tasso nulla vi si rinviene; il suo nome compare soltanto per incidenza una volta in un sonetto di Pomponio Spreti [163].

Più notabile è il trovarsi in queste rime attestato che Ferrara fosse salvata dall'innondazione del Po, e dal terremoto del 1570 per intercessione della principessa Leonora. Così Filippo Bonaschi incomincia :

Quando del Po tremar l'altere sponde

Ferrara danneggiando e dentro e fuora,

Un sol prego di te, casta Leonora,

Spense l'ire del ciel giuste e profonde [164].

e Filippo Papazzioni dice:

Che se 'l diluvio, al tuo pregar, dell'acque

E 'l tremar della terra anco si rese;

Fian per noi dunque i preghi istessi invano? [165].

Queste testimonianze, piuttosto che come amplificazioni rettoriche, mi sembra sian da considerarsi come l'eco di una credenza popolare, e mostrano in qual concetto quella fosse tenuta.

XVIII.

Tali sono le memorie contemporanee alla principessa Leonora d'Este quali negli Archivi mi venne fatto di ritrovare, e dietro la scorta di esse, per quanto mi valsero le forze, ho ricostruito la vita di quella. Come ho avvertito nell'introduzione a questo studio, tal materia non prestava soggetto allo storico dei grandi avvenimenti: questo spiega perchè per tanto tempo giacesse sconosciuta. Ma a noi cui giova ricercare tutta la vita d'un secolo, a noi cui pungeva la curiosità una leggenda pietosa d'amore, coteste notizie sono state, credo, più che sufficenti alla restituzione della verità storica.

La vita di Leonora d'Este fu triste e sacrificata, perchè minacciata di continuo da un male terribile che non perdona, la palpitazione di cuore; ella soffrì rassegnata sempre ed in questo è veramente degna d'ammirazione. Come ho notato la dissomiglianza nell'indole fisica tra le due principesse sorelle, così una dissomiglianza quasi perfetta di carattere, di costume, dei casi della vita, si riscontra all'evidenza tra quelle. Lucrezia si mostrò altera, vana, avida di divertimenti, ambiziosa; fu eroina d'un dramma d'amore adultero; odiatrice e dissimulatrice si vendicò colla rovina della propria famiglia. Leonora più debole di salute, mostrò più forza di carattere e più franchezza negli avvenimenti e nel raggiungere i suoi scopi; fu capace di governare per parecchi mesi lo Stato con saviezza, riportandone il plauso e l'affetto universale. E riguardo al costume, come ebbe a notare il Campori [166], vivendo in mezzo ad una corte rumorosa e folleggiante, fu senza dubbio la più virtuosa fra le principesse estensi del secolo decimosesto, e ben può Torquato Tasso averla raffigurata in Sofronia, comunque non abbia dipinto se stesso in Olindo. La sua astinenza però dai piaceri mondani e quasi dalla vita, va attribuita in gran parte alla sua miserrima salute, alle frequenti malattie : così che a poco a poco divenne ottusa, come ella stessa ci ha attestato, anche al desiderio di parteciparvi. L'esistenza quasi monacale ch'ella condusse la fece divenire ottima amministratrice, tutta la sua attività, tutto il suo piacere ponendo nella cura del patrimonio rovinato del fratello Cardinale. Sua colpa, se colpa fu e non talora provvidenza, l'amore troppo cieco per questo, perverso e maligno, che la coinvolse nelle deplorevoli liti col Duca, ove quella ebbe a sostenere talvolta parte non buona.

Ma nell'ingegno, nello studio, nella protezione delle scienze e delle arti, essa fu inferiore alla, sorella. Lucrezia è vera donna del suo secolo nella vita privata come nella politica. Amante del lusso e dell'arte, ella protesse gli artisti, e si compiacque più volte di aver presso di sè il maggior poeta del tempo, Torquato Tasso; e così non per Leonora sono nel canzoniere di lui più numerose e più calde di lodi le rime. Leonora non appare mai interessarsi al poeta [167], nè mai, chiusa nella piccina cerchia delle sue stanze, delle sue occupazioni, delle sue querele, ci si mostra volgere il pensiero alla vita e all'arte, per cui splendeva Ferrara, tal che non sembra donna e principessa del cinquecento.

Note

________________________

[1] V. pure la nota da me aggiunta a quel luogo nella presente ristampa.

[2] La prima edizione è di Venezia, Deuchino, 1621.

[3] Intorno a questi nomi che han dato luogo a tante supposizioni, bisogna notare che alla corte estense le Leonore, le Lucrezie, le Renate abbondavano come gli Ippoliti, gli Ercoli, gli Alfonsi, i Renati, in omaggio ai principi. Scorrendo i libri della camera ducale se ne trovano ad ogni pagina.

[4] Brusoni G., La Gondola a tre remi, Venezia, Storti, 1662. Il Ranke, Geschichte der ital. Poesie in Abhandl. der Königl. Akad. der Wissenschaften zu Berlin, 1885, dce p. 477: “Denn an iene Erzählung von einen Verhaltois des Dichters zu der Prinzessin Leonore von Ferrare, die zuerst ein gewisser Brusoni, ein Anerkannt fabeihafter Autor in der mitte des 17ten Iahrhndderts, in Umlauf brachte, ist nun zuwörderst gar nichts zu glauben”.

[5] Leti G., Italia regnante, Genova, 1676.

Parte IV, p. 207. Ivi parlando del Brusoni dice:

“Non voglio tralasciar d'accennare perchè per ordinario gl'uomini dotti fug gono nel sentir solamonte nominare i Romanzi moderni, come in alcuni di quelli del signor Brusoni, si trovano diverse curiosità,)e qnali non possono se non riescir grate a Lettori, come nella Scorta seconda della Gondola a tre remi, degli Amori del gran Torquato Tasso con la principessa Eleonora”.

[6] Io, imperialis Museum historicum, Venetiis, apud Iuntas, 1640. Ivi ripete alla lettera la narrazione della sfida, giusta il Manso:

Illustri porro Alphonsi ducis in atrio, Eleonorae (ut aiunt] Estensis latenti percitus amore (quae communis poetarum est lues), cum nobilem aulicum, a quo se detectum et proditum arbitrabatur, ad singulare vocasset certamen, strenui et invicti specimen animi praebuit” .

[7] Saggio sugli amori di T. Tasso e sulle cause della sua prigionia, Pisa, Caprro112. Vedi p. 8 e p. 52 ove il Rosini pone soltanto che in cambio della damigella mentovata dal Manso, il Tasso amasse Laura Peperara.

[8] Manoscritti inediti di T. Tasso, ed altri pregevoli documenti per servire alla biografia del medesimo, posseduti ed illustrati dal conte Mariano Albirti, e pubblicati con incisioni e fac-simili per cura di Bomualdo Gentilucci e C; Lucca, dalla tipografia Giusti, 1837, in-fol. Cfr. Ferrazzi, T. Tasso, Bassano 1880, pag. 62. Vedi nello stesso, pp. 44-50 e pp. 58-59 citate le opere e riassunte le opinioni dei moltissimi che scrissero intorno agli amori e alle sventure del Tasso.

[9] Menagio E., Mescolanze, Venezia, Pasquali, 1736, p. 128.

[10] Saggio sulla causa finora ignota delle sventure di T. Tasso, Firenze, Pezzati, 1840.

[11] Sonetti inediti di T. Tasso, con le varie legioni di altre sue rime già pubblicate in Continuaz. delle Mem. di Relig., Mor. e Lett., t. I, p. 298. V. anche Apologia delle varie lezioni, etc., t. II, p. 65.

[12] Tutto ciò apparirà chiaramente dall'edizione critica delle rime del Tasso, che da lungo tempo attendo.

[13] Lettera ad Ap. Zeno in T. Tasso, Opere, Venezia, Monti e C, 1735-42; vol. X, p. 240.

[14] Non si può ammettere che a questa frivola alludesse Scipione Gentili negli endecasillabi premessi alla sua traduzione latina dei due primi canti della Gerusalemme, stampata in Londra fin dal 1584, e infatti a me pare che l'allusione non ci sia. Cfr. Serassi P. A., La vita di T. T., Firenze, Barbèra e Bianchi, 1858; p. 43.

[15] Messina, Gio. Francesco Branco, 1625.

[16] Su vari argomenii relativi a T. Tasso, Bergamo, 1844; p. 23. Cfr. T. Tasso, Lettere, Firenze, Le Monnier, 1852-55; vol. III, p. XXXII.

[17] Tasso T., Opere, Pisa, Capurro, 1821-32 ; vol. VI, canz. XXVII.

[18] Serassi, Op. cit.; vol. I, p. 309.

[19] Rosini G., Op. cit.; pag. 19-21. Raccolse l'accusa anche Alberti M. op. cit. e provenendo da tali accusatori essa non poteva essere nè altra nè migliore.

[20] Tasso T., Op. cit.; vol. III. p. XV.

[21] Tasso T., Op. cit.; vol. II, lett. 124, p. 61.

[22] Op. cit.; vol. II, p. 184.

[23] Tasso T., Op. cit; vol. III, p. XXXI. Il Ferrazzi, Op. cit, p. 54, riproduce il sonetto, ma dicendo che è provata l'identità dei caratteri, tralascia però di aggiungere che è provata coi fac-simili dell'Alberti.

[24] Osservo che un contemporaneo, cortigiano, non avrebbe mai scritto così, senza alcun titolo: « la Sanvitale ».

[25] Tasso T., Op. cit.; vol. I, lett. 55.

[26] A proposito dei ritratti di Leonora credo opportuno riportare il seguente tratto di lettera di L. N. Cittadella al M.se Giuseppe Campori, che ho rinvenuto nella loro corrispondenza che si conserva presso la nobile famiglia Campori di Modena. La lettera è datata da Ferrara, 20 giugno 1861. « La medaglia di Eleonora Estense citata dal Mayr (Monete e medaglie ferraresi illustrate, Ferrara, Taddei, 1843), n° 1, e portata dal Litta, come esistente nel Museo di Parma, è un gettone, che potrebbe essere tutt'altro che una medaglia. Quella n° 2 del Museo Baruffaldi si riferisce ad un mss. che conteneva bugìe. Il Baruffaldi fece quel suo museo con cose di sua invenzione, per cui le medaglie da lui citate, in gran parte sono apocrife. Infatti questa non esiste in alcun museo pubblico. Il Mayr si servì di memorie fatte dall'amico Giuseppe Bianchini sul Museo Baruffaldiano, il qual codice, fornito di disegni, stava nella Constabiliana ».

[27] Doc. I.

[28] Doc. II.

[29] Arch. Estense; Arch. duc. segr.; Casa; Carteggio. Lettera « di Padova a' xxiiij di sett.re del LXII.: « ... Madama nostra sorella ha cominciato a torre il fango, et i medici danno buonissime speranze di lei... ».

[30] Doc. III.

[31] Doc. IV.

[32] Doc. V.

[33] Di quanta stima godesse il celebre Falloppia alla corte estense è testimonio una lettera del duca Alfonso al medico Brasavola del 12 ottobre di quest'anno stesso 1562, colla quale, dopo molti elogi al defunto, pregava il collega di lui di raccoglierne i libri, le carte, le scritture edite e inedite perchè: «ne resti ferma memoria nella nostra libraria, e tra le cose nostre più care ». La lettera si conserva in copia nella Bibl. Estense: Gonzaga, Lettere I, H. 15-17. Vol. III, p. 363.

[34] Doc. VI.

[35] Doc. VII.

[36] Arch. Est; Cancell. duc. ; Dispacci di Francia.

[37] Arch. Est; Arch. duc. segr.; Casa; Carteggio del Duca Alfonso II.

[38] Arch. Est; Arch. duc. segr.; Casa; Carteggio. La duchessa Renata nel suo ritiro di Montargis si ricordava sempre delle figlie con affetto: lo provano le numerose lettere che con quelle scambiava. Una parte ne pubblicò: E. von Münch, Denkwurdigkeiten zur geschichte: der Hauser Este und Lothringen im XVI und XVII Iahrhundert; Stuttgart, 1840. Pare di tempo in tempo inviasse anche qualche dono; così, ad esempio, trovo nel Journal des dépenses de la Duchesse de Ferrare nell'Arch. di Stato di Torino: « 1565 - Janvier: A un orfièvre de Montargis pour avoir faict un petit anneau d'or pour attacher une perle à un collier d'or que Madame a envoyé à Mesdames ses filles à Ferrare .... 12 sols tournois.

[39] Infatti nel carteggio del 1571, di Benedetto Manzuoli, segretario del cardinale Luigi, è ricordato per incidenza, che per fare: « una scala a lumaca in cortile di corte per andare alle camere di Mad.a Leonora, si disfanno le muraglie » (Arch. Est; Cancell. duc.; Ecclesiastici). Nel carteggio di Guido Coccapani, fattor ducale generale, è una serie di lettere dell'anno 1571, in ognuna, quasi, delle quali si dà conto del proseguimento dei lavori di ristauro al palazzo (Arch. Est.,; Cancell. duc.; Fattori duc. gen.i). Nel 1572 ancora trovo indicati altri lavori, e di nuovo il pittore Settevecchi « che riconcia le volte, le camere e i solari ».

[40] Tasso T., Opere, Pisa, Capurro, 1821-32 ; vol. III, son. 338.

[41] Tasso T., Op. cit; vol. IV, canz. XIX.

[42] V. il mio articolo: T. Tasso e Lucrezia Bendidio in Giornale Storico della Lett. Ital. X, 114.

[43] Tasso T., Lettere, Firenze, Le Monnier, 1853-55; vol I, lett. 13.

[44] Quanto è qui detto riguardo al Tasso credo sia a sufficenza provato da quello che ho esposto nel mio articolo sopraccitato.

[45] Arch. Est; Arch. duc, segr.; Casa; Carteggio di Leonora d'Este. Per evitare inutile ingombro di note ogni qual volta vengano ricordate lettere di Leonora si richiami questa posizione dell'Archivio Estense.

[46] Münch, Op. cit; p. 152.

[47] Doc. VIII.

[48] Münch, Op. cit; p. 177.

[49] Doc. IX.

[50] Archivio di Stato di Firenze; Riformagioni. Di qui son tratte le lettere del Canigiani ogni volta che venga fatto citarle. Così si dica per le lettere di Orazio Urbani, successore del Canigiani, nell'ambasciata ferrarese.

[51] Cibrario L., Lettere inedite di Santi, Papi, Principi, illustri Guerrieri e Letterati, Torino, Botta, 1861. Citerò l'Estratto, col titolo: « Degli amori e della prigionia di T. Tasso ». Per quanto riguarda le supposizioni del Cibrario sopra le lettere che pubblicava, confronta quanto ne dissi nel mio articolo in Giorn. Stor. X, 114, e specialmente p. 144 e sgg., e p. 146, nota.

[52] Doc. X.

[53] Cfr. Cibrario, Op. cit. p. 44.

[54] Arch. Est; Cancell. duc.; Particolari.

[55] Doc. XI. Il Cibrario (Op. cit.; p. 44) pubblicava un tratto di questa lettera, ma con la data erronea del 23 febbraio.

[56] Anche il 1° ottobre l'Urbinati avvisava al Cardinale: « Le cose di Mad.a Leonora col S.or Duca sono ancora così mal salate ».

[57] Arch. Est; Camera duc.; Libri di Spenderia, 1572. Libro di Perecino Visdomini, c. 125 v.: « Adi XXVII sett.bre 1572 ... Per Madama, etc. ». Libro di Ippolito Bianchi, c. 159 r.: « Adi p.° ottobre 1572 .... Per la tauola dell'Ill.ma « Mad.» Leonora da dì 28 7» per tutto 30 detto... ». Si noti che gli spenditori si alternavano di settimana in settimana. Nel rimanente di quest'anno, nè negli anni successivi Leonora viene mai più registrata, se non per qualche straordinaria occasione.

[58] Arch. Est; Cancell. duc.; Oratori a Roma. «... Mons.r Ill.mo d'Este ha detto ancora che non è buona ragione quella che si caua dall'essemplo di Mad.a Eleonora Ecc.ma, la qual con tutto che sia di minore età, et non habbia congiunto in sè il nome di Duchessa, ha più VI m. scudi di provisione di V. A.  et mille gliene dona S. S. Ill.ma perchè questi sono assignati a S. E. per la spesa del suo vitto e della sua famiglia... Di Roma, li X di luglio 1577 ». La lettera trattava di questioni intorno all'accomodamento di Lucrezia col marito duca di Urbino.

[59] Arch. Est.; Camera duc.; Libri di Bolletta. Si trova indicata per la prima ogni anno così: « Ill.ma Mad.a Leonora d'Este con provigione de scudi Mille d.° in oro l'anno principiando adì p.° Genaro.... » e segue l'anno. In corrispondenza nel Zornal de Bolletta si trova registrata ogni mese per lire marchesane 1950.

[60] Doc. XII. Venne pubblicato la prima volta dal Cibrario, Op. cit; p. 45.

[61] Cibrario, Op. cit; p. 54.

[62] Doc. XIII.

[63] Doc. XIV.

[64] Quando si trattò dal duca Alfonso di ottenere il regno di Polonia, il Canigiani scriveva al gran Duca il 19 ottobre 1574: « Si prega Dio, motu proprio, da « tutte le monache, frati, preti, persone da bene, parenti, et dalla buonissima sorella (ch'io so particolarissimamente) che lo levi di questo proposito ». In unaltro punto di questa lettera il caustico fiorentino diceva: « Il Guarino fa re di Polonia il suo padrone; ne vanta la bravura, iustitia et altre qualità che concorrono nella persona del duca; ma queste son invero paura, avaritia; perdonimi, che la rima mi sforza ». Egli allude evidentemente al discorso intorno alla propria legazione in Polonia dal Guarini scritto e presentato al Duca Alfonso appena tornato di là, e pochi giorni prima di questa lettera, cioè l'11 ottobre. Cfr. Rossi V., B. Guarini e il Pastor Fido, Torino, Loescher, 1887; p. 41.

[65] Doc. XV.

[66] Doc. XVI-XVIII. Le lettere dell'altro medico Brasavola sulla stessa malattia sono dei 3, 4, 5, 6 dicembre, pure dirette al Duca. (Arch. Est; Cancell.; Medici).

[67] Frizzi, Memorie per la Storia di Ferrara, Ferrara, 1848; vol. IV, pp. 404-5.

[68] MÜNCH, Op. cit; p. 230.

[69] Doc. XIX.

[70] Alberi E., Relazioni degli Ambasciatori veneti al Senato, Firenze, 1864; Serie II, vol. II, p. 441. Osserva li avvertimenti a questa relazione e alla Relax. di Mantova, dello stesso, a pag. 9.

Una curiosa testimonianza dell'odio contro lo Sfregiato trovo nel carteggio di Emilio Pozzi, residente di Savoia, a Ferrara. Archivio di Stato di Torino; Lettere di Ministri; Ferrara. Lett. del 18 luglio 1575 : « Questo Sfrisato, superiore delle gabelle, tiene questo popolo in grandissima speranza di dover creppare, poichè continuamente si lagna di mal di pietra, et la notte grida come e un'anima dell'Inferno, et ben spesso vede, o li par di vedere figure stravaganti in forma di uccellazzi et animalazzi, delli quai dicono che 'l Demonio piglia la figura et lo visita. Ogni mattina si sente qualche cosa di bello alla piazza, « perchè tutta la notte stanno gente sotto le finestre di casa sua a spiare i suoi queruli lamenti, et sentono cose ridicolose, che poi si conferiscono con molto diletto universale, siccome costui si è dilettato di ammorbar tutto questo paese universalmente ».

[71] Alberi E., Op. cit; p. 426.

[72] Doc. X.

[73] Doc. XX. Münch, Op. cit. p. 18. V. ivi, p. 36, simile donazione per Lucrezia.

[74] Doc. XXI. Münch, Op. cit. p. 22, che erroneamente intitola questo atto: Zweite Schenkung etc. Cfr. Molini C., Documenti di Storia italiana, Firenze, 1836; vol. I, p. XXVII, ove ricorda questo documento tra quelli che non intendeva pubblicare.

[75] Münch, Op. cit; p. 239.

[76] Doc. XXII. Questo testamento di Renata sarà certo edito, ciò che mi manca il modo di verificare.

[77] Tasso T., Op. cit; lett. 62.

[78] Atti e Mem. della B. Deput. di Storia Patria per le prov. Modenesi e Parmensi; vol. I; tom. LXI; 13 giugno 1862. Relazione della lettera fatta dal M.se  G. Campori intorno a T. Tasso.

[79] Tasso T., Op. cit.; lett. 73.

[80] Questo fatto sarà totalmente chiarito nella vita del poeta: solo dirò che è pretta leggenda quello che fu creduto finora, e che documenti incontrastabili dimostrano falso in parte anche ciò che il Tasso stesso scriveva al Capponi a proposito di questa aggressione (cfr. Tasso T., Op. cit; lett. 85).

[81] Arch. Est; Registri di segnatura di Giustizia; anno 1577; n.° 1724.

[82] Il Maddalò ebbe poi la grazia più tardi per intercessione del Card.le d'Austria, mosso dal Card.le Luigi. Fu allora che gli venne dato il salvacondotto da me pubblicato in Giorn. Stor. cit, IX, 339. Ma quando io pubblicavo quest'atto non era per altro che per la verifica del nome dell'aggressore controverso, non sapendo di preciso a quali fatti si collegasse.

[83] La data era ignota. Questa fuga è illustrata da curiosi documenti che pubblicherò a loro luogo.

[84] Arch. Est. ; Cancell. duc.; Letterati.

[85] Arch Est.; Camera duc.; Fattor duc. generale.

[86] Tasso T., Op.cit; lett. 109.

[87] Cfr. Solerti A., Un episodio della vita di T. T. con doc. ined.; Estratto da La Letteratura, Torino 1887. La lettera del Tasso al duca è edita in Cibrario, Op. cit; p. 76.

[88] Arch. Est.; Cancell duc; Oratoria Roma. Lettera di Mons.r Masetti e delCav.e Gualendo al Duca, da Roma XV Febbraio 1578: « Scrive il medesimo Tasso anche all'Ecc.ma Mad.a Eleonora, che con questa si manda ».

[89] Doc. XXIII.

[90] Doc. XXIV.

[91] Doc. XXV.

[92] Renato Cato, contista del Cardinale.

[93] Doc. XXVI.

[94] Così ho trovato, senza interruzione, fino al marzo del 1580.

[95] Una intuizione strana di queste facoltà economiche di Leonora ebbe il Carducci (Confessioni e battaglie, Roma, 1884; serie III; p. 25-26). Il quale al vedere, in occasione delle feste per il centenario del Muratori, esposto il documento che io pubblico sotto il num. XXII, scrisse queste parole: « Ma voi, voi, illustrissima madama Eleonora, voi scrivevate con lettere da scatola: Io Eleonora d'este di mano  propria ... Oh, serenissima principessa, quanto mi piacque, quanto esultai nel mio repubblicano sentimento d'artista, quando in faccia a quella firma da serva io potei giustamente chiamarvi a render ragione d'una gentil gloria da voi senza pur curarvene usurpata, potei strapparvi di capo quella corona di mito splendore, di amore intellettivo, d'indulgenza pura e inspiratrice, che Volfango Goethe vi diede ... Voi non eravate che una serva, una cameriera, al più una fattoressa; e non credo nè pure che foste bella ».

[96] Arch. Est; Cancell. duc.; Arch. proprio; Lettere e Minute di A. Montecatini.

[97] Arch. Est.; Cancell. duc.; Minute ducali. A Mons.r G. Mosetti e G. B. Laderchi a Roma. E ivi, per le risposte: Oratori a Roma, 1578.

[98] Doc. XXVII.

[99] Doc. XXVIII.

[100] Doc. XXIX.

[101] Doc. XXX.

[102] Doc. XXXI.

[103] Mons.r G. Masetti, agente ducale a Roma, già ricordato.

[104] Doc. XXXII.

[105] Doc. XXXIII.

[106] Arch. Est.; Arch. duc. segr.; Casa; Cart. di Leonora. Al Cardinale; lettera del 5 dicembre 1579: « Qui si crede che le cose sue sieno accomodate, parlando per uoce pubblica, che di segreto io non ne so parola, e desiderando di uederne il fine, prego V. S. Ill.ma a uolermi consolar con darmene auiso, quando sia di sua soddisfazione ».

[107] Arch. Est.; Arch. duc. segr.; Casa; Cart. di Leonora. Al Cardinale; lettera del 2 aprile 1580 «... Crederò pur ch'essendo le cose di V. S. lll.ma ridotto al termine che lei mi scriue, possono esser accomodate, e sommamente lo desidero per uedere una uolta quella quiete et onione fra lei et S. A. che tanto tempo è ch'io ne prego N. S. Dio che li metta, et che da quelle persone che gli amano ambidui gli è desiderata».

[108] Doc. XXXIV.

[109] Arch. Est; Arch. duc. segr.; Casa; Cart, di Leonora. Al Cardinale; lettera del 28 maggio 1580. «... Fra due hore sono per andar a Medellana a starui sin a Mercori della settimana futura per dar una riueduta alla mia fabrica et ordinar che sia finita, acciò che quando V. S. Ill.ma haurà mandato in qua persona alla carica di queste sue cose io possa tornar là a starni più a lungo e con speranza che sia per giouar molto alla mia sanità ».

[110] Arch. Est; Arch. proprio; Minute di lett duc. a Guido Coccapani. Minuta al fattor Coccapani del 30 di maggio 1580. « Visiterete Mad.a Leonora nostra sorella in nome nostro dandole conto che siamo giunti stamane sani in Reggio oue habbiamo trouato lettere da nostri di Roma le quali ci portano essere stipulato l'instromento dell'accordo fra il Sig.r Card.e nostro fratello et noi, et perchè più uolte S. E. ed ha detto che molto il disideraua gliene habbiamo subito uoluto far sapere ».

[111] Doc. XXXV.

[112] Doc. XXXVI.

[113] Doc. XXXVII.

[114] Doc. XXXVIII.

[115] Arch. Est; Arch. duc. segr.; Casa; Cart. di Leonora. Al Cardinale; lettera dell'8 giugno 1580. «... Comenzai hiermattina a leuarmi dal letto sana, se però questo termine si può usar di una persona mal complessa com'io, e così m'andrò conseruando alla meglio che potrò ».

[116] Arch. Est.; Arch. duc. seg.; Casa; Cart. di Leonora. Al Cardinale; lettera del 25 giugno 1580. «... Non è meno il mio desiderio di ueder V. S. Ill.ma che del suo di ueder me, et mi rincresce che 'l Sig.r Duca non è qua perchè mi par di domandarli io licenza di uenirla a ueder che farlila domandar per altri, et V. S. Ill.ma sia pur sicura ch'io non guardarò a fatica alcuna ogni uolta che la licenza mi sia concessa da S. A. persuadendomi che quando li sarò al'orecchie lo farò risoluere di uenire a gouernarsi la uita con li fatti suoi insieme ...».

[117] Doc. XXXIX.

[118] 5 luglio Leonora rispondeva al Cardinale: «... Starò aspettando con« desiderio la uenuta del Vescouo di Reggio, il qual prego Dio che possa operar et far quel proffitto ch'io desidero ...».

[119] Doc. XL. Per l'incidente col Papa vedi in questo volume quel che ne scrisse il Campori; p. 16.

[120] Doc. XLI.

[121] Doc. XLII. Forse troppo sicuro di questo lo stesso Manzuoli riscriveva da Reggio il 14 luglio al Cardinale: «... Io di là mi partì auant'hieri: nel giorno medesimo ui doueua arriuare S. A., nè mi parue bene che mi ci tronasse, per non parere di hauere hauuto altro fine che di fare quel complimento ...» (Arch. Est.; Cancell. duc.; Ecclesiastici).

[122] Doc. XLIII.

[123] Doc. XLIV.

[124] Doc. XLV.

[125] Doc. XLVI.

[126] Doc. XLVII.

[127] Doc. XLVIII.

[128] Doc. XLIX.

[129] Doc. L-LVI.

[130] Doc. LVII.

[131] Doc. LVIII.

[132] O. Urbani avvisava il Granduca, in data del 5 agosto, come Leonora avesse peggiorato, ma che però allora andava meglio; aggiungendo: « Ieri arrivò il Cardinale ».

[133] Arch. Est.; Cancell duc.; Particolari.

[134] Doc. LIX-LX.

[135] Doc. LXI.

[136] Doc. LXII.

[137] Doc. LXIII.

[138] Doc. LXIV-LXV.

[139] Arch. Est; Arch. duc. segr.; Casa; Cart. di Leonora. Al Cardinale; 7 settembre 1580. « Alcune notte doppo l'infermità passata ho ben sentito Il mio solito batticuore, ma quest'ultima che fu hieri di notte sendomi uenuto con il mancamento di fiato m'ha trauagliata più delle prime di maniera che trouandomi molto stracca mi risolsi di starmene tutto hieri nel letto, oltra che mi si era messo un poco di catarro, et hoggi anche non me ne partirò ».

[140] Doc. LXVI-LXVII.

[141] Doc. LXVIII-LXIX.

[142] Arch. Est.; Arch. duc. segr.; Casa; Cart., di Leonora. Al Cardinale; 25 ottobre 1580. « ... Del stato mio non posso dirle altro se non hier l'altro questi medici mi fecero cauar un poco di sangue dall'una delle gambe per uedere, commessi dicono, di tener diuertiti gli humori. che non faccian massa; ma non sentendo molto giouamento da queste loro prouigioni, sono dubbiosissima di quel che mi possa sperare ».

[143] Doc. LXX.

[144] Doc. LXXI.

[145] Doc. LXXII. Seguono in nota a questa lettera dal Caprilio altri quattro biglietti pur riferentisi a questa malattia, ma senza data. Non so donde il Ferrazzi (T. Tasso, Bassano, 1880) tragga le notizie sopra questa malattia, che pubblica a p. 57, nota.

[146] Bibl. Com.le di Ferrara; Carte degli Ariosti.

[147] Arch. Est.; Cancell. due.; Ecclesiastici. B. Manzuoli, Vescovo di Reggio a Camillo Peruzzo, segretario del Card.le L. d'Este a Ferrara: « Io m'immaginaua appunto quello che V. S. mi scriue dal S. Card.le che sia continuamente occupato in assistere a Madama Leonora sua sorella la quale piaccia al Sig.r Dio ch'alla fine superi il male et metta la sanità in sicuro, come anchora noi di qua non manchiamo di supplicarne continuamente S. D. M. Di Reggio alli 8 X.bre 1580 ».

[148] Tasso T., Op. cit.; lett. 140.

[149] Tasso T., Op. cit; lett. 143.

[150] Tasso T., Op. cit; vol. III, p. VI. Anche il Ranke (Op. cit.) notava: « Als die gestorben war, wurde sie von allen was in Ferrara Verse machte, besungen: Tasso allein, der doch auch da war, and sonst iedes Gefühl in ein Madrigal ein Sonett giest, schwieg stille; er hat die niemals wieder erwähnt ...».

[151] Rossetti G. B., Dello Scalco, Ferrara, 1584. Era il Rossetti scalco di Lucrezia. Descrivendo i magnifici banchetti che si davano a corte, fra i principi e i cortigiani ch'egli enumera non appare mai Leonora. Così in tutte, o quasi, le relazioni di feste di quel tempo che ci rimangono.

[152] Tutti errarono la data della morte, compreso il Litta e il Serassi, non però il Frizzi, Op. cit., p. 419. Cfr. ciò che ne disse il Guasti, rettificando per primo, in Tasso T., Op. cit. vol. III, p. XXVIII.

[153] La Cronaca Isnardi ripetendo le stesse cose pone invece che i preti fossero otto.

[154] Archivio Notarile. Libro, etc. segnato R., archiviato al libretto o cartella 24. Posiz. n. 12, pag. 150 v. Trovai questa nota del Cittadella tra le carte del M.se G. Campori.

[155] Doc. LXXIII-LXXIV. Li pubblicò prima il Cibrario, Op. cit.; p. 51-52.

[156] Pubblico quelle lettere che ho rinvenute. Doc. LXXV-LXXIX. La lettera del Card.le Albani (Doc. LXXV) fu pubblicata già dal Serassi, Op. cit; vol. II, p. 59. Vedi inoltre una lettera di condoglianza diretta a Lucrezia in: Lettere del Sig.re Cav.re B. Guarini, nobile ferrarese; Venezia, Ciotti, 1615; p. 184.

[157] Doc. LXXX.

[158] Doc. LXXXI.

[159] Grillo A., Rime; Venezia, Ciotti, 1599; pp. 238-39. In morte di Leonora d'Este sono i sonetti 82-87.

[160] Antonii Bevilacquae Atestunae Comitis, Carmina; Ferrariae, apud Fr. Succium, 1626; p. 67: Pro Heleonorae Alphonsi II Dux Ferr. V sor. dum aegrota Ad B. Virg. Eleg. X. Ed a p. 70: Pro eandem factus voti reus. Eleg. XXI.

[161] È un opuscolo in-8°, senza note tipografiche, ma del sec. XVI, di 8 pag. col Registro A-A2. Non avendolo mai trovato nè in opera alcuna, nè citato, credo opportuno riprodurlo in appendice, sebbene non abbia alcun interesse speciale. Noto poi che nei Libri di bolletta dell'Arca. Estense, mi è occorso di trovare più volte ricordati, dopo il 1578, un Tommaso ed un Jacopo Piasentini, non però mai un Muzio.

[162] Doc. LXXXII.

[163] Lagrimae, etc. a c. 56.

[164] Op. cit. a c. 24.

[165] Op. cit. a c. 25.

[166] Non posso dividere interamente il giudizio sopra la vita e il carattere di Leonora, quale il Campori espresse dopo un rapido e sommario esame di una sola parte dei documenti da me pubblicati, espressi nella: Relazione degli studi fatti nell'Archivio Palatino di Modena nell'anno 1861. Estr. dalla Gazzetta di Modena, n. 862.

[167] Se non fu quell'unica volta nel 1576, quando cominciando nel poeta le prime perturbazioni, la principessa per tutto effetto di quelle promesse, nelle quali il Tasso mostrava di non aver più fede (cfr. pag. 106), lo condusse seco a villeggiare a Consandolo per qualche giorno, intendendo forse di procurargli così qualche distrazione. Cfr. Tasso T., Op. cit; lett. 81.

Note

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Ultimo aggiornamento: 12 ottobre 2009