Giovanni Rosini

Polemiche

sulla causa delle sventure di Torquato Tasso

Edizione di riferimento:

Giovanni Rosini, Saggio sugli amori di Torquato Tasso e sulle cause della sua prigionia, Pisa, presso Niccolò Capurro MDCCCXLI.

AL CHIARISSIMO SIGNOR DEFENDENTE SACCHI

LETTERE

LETTERA I.

AMICO PREGIATISSIMO

Voi mi dimandate quello che io pensi del Manifesto pubblicato Sulla causa finora Ignota delle Sventure di Torquato Tasso, dal sig. Marchese Gaetano Capponi: e, cominciando dall’intitolazione, vi rispondo ch’è un vero Manifesto di guerra, ma per fortuna ben inconsiderato, contro di me.

Così essendo, convien credere che questa sia la burla di qualche bell’umore; perchè del sig. Marchese Capponi non può essere nè per la materia, nè per i modi.

Non può essere per i modi, perchè avendogli io dato un segno pubblico di amicizia e di stima nella dedica delle Rime del Tasso; Egli, senza mancare ai più comuni doveri delle sociali convenienze, non avrebbe potuto, per contradirmi, scriver di me, senza scrivere a me. Hoc primum.

Non può esserlo per la materia, perchè il sig. Marchese Capponi è uomo d’ingegno e di dottrina: e l’Autore di quel Manifesto mostra d’essere scarso dell’ uno, e poco provvisto dell’altra. La prova ne sarà quanto segue. Quello scritto non è dunque certamente di lui.

Ciò posto; e liberato in tal maniera da sì penosa taccia l’Amico, e (se così vuolsi chiamarlo) il Mecenate de’ miei poveri studj sulle Rime del Tasso, vengo a darvi conto del Manifesto! chiunque ne sia veramente, o esser ne possa l’Autore.

Credo esser notorio che pel mio Saggio sugli Amori di quel Poeta ebbi il consenso dei principali Letterati d’Italia; e non ostante, egli ha creduto bene di provocarmi con poco misurate frasi in varj luoghi di questo suo Scartabello. Le opinioni letterarie son libere, ma è dovere di esporle con rispetto e misura.

Voi mi chiedete un parere; ed io vi rimando il Manifesto stesso, cogli argomenti, che vi rispondono. Se l’Autore avesse con modestia annunziato e indicato questo, ch’egli crede, suo Ritrovamento; gli si poteva cortesemente replicare, colla preghiera di non fidarsi tanto della memoria, che è una facoltà labilissima; ma poichè comincia la guerra con un Indubitatamente , ( ed ecco le sue parole ) :

MANIFESTO

« Dalla morte di Torquato Tasso fino a questo giorno l’Italia, anzi l’Europa fu desiosa di penetrare il mistero, che involse le travagliate sorti dell’Epico famoso, e per circa due secoli e mezzo ondeggiò indecisa fra le ipotesi ed i sistemi. Alfine è dato d’appagarne i voti; e d’assicurarne Indubitatamente la vera cagione . . . »

Allora egli è un uomo, a cui tutti han dritto di cantare alle orecchie il Quid dignum etc. della buon’anima del Venosino; e voglia il Cielo che invece del topo, non si vegga dalla montagna scaturire una mosca. Ma proseguiamo;

MANIFESTO

«Sì: – dopo le indagini infruttuose di tanti illustri, io spero di potere aggiunger Questa alle letterarie Scoperte, e far io noto il Primo, che: La causa dell’infelicità di Torquato Tasso fu il trattato aperto con la Corte Medicea, per trasferirsi ai di lei servigi, abbandonando quello di Alfonso II, Duca di Ferrara; trattato, proposto al Tasso nel Marzo 1575 con larghissime offerte da Scipion Gonzaga poi Cardinale ».

Or che direte, Gentilissimo mio, se dopo quel Sì bellicoso, che male non rassomigliasi al giuramento dei Cavalieri Erranti; dopo quel vanto d’essere egli il primo, che questa spera d’aggiungere alle Letterarie Scoperte; ritroverassi che la Scoperta e la Priorità, anzi che verginelle, son già due vecchie barbogie? e che il segreto di questo gran ritrovato, conosciuto era – e manifesto – e palese – sino dall’anno di grazia Mille, Settecento e Ottantacinque ?

Che direte, udendo che il Serassi lo notò nel Testo della Vita, per non mancar di esattezza; ma che lo relegò senza farne caso in una nota, vergognandoci di recare ad Alfonso II l’addebito, e fare alla sua memoria la grande ingiuria d’ aver posto un suo gentiluomo, e non nato suo suddito, in prigione, (e qual prigione, buon dio!) perchè, quattro anni innanzi, aveva trattato d’andare a servire un altro Signore?

Voi stupite?... ma non è perciò la cosa men vera.

Aprite il Serassi, T. I, a pag. 232, volgete gli occhi alla Nota, e vi leggerete : Si era questo Signore (il Gonzaga) maneggiato gagliardamente per fare assegnare al Tasso gualche provvisione o dal Cardinal de Medici, o dal Granduca suo fratello ... e più sotto: Il Tasso medesimo in una Lettera al sig. Fabio Gonzaga confessa, che il principio e la cagione della sua infelicità fu la sua venuta a Roma, nell’Anno Santo (1575) invitatoci dal sig. Scipione Gonzaga.

Lo che significa, che può esser cominciata sin d’allora a nascer nel Duca una certa disaffezione per lui; e che andando a Roma, e lasciando libero il campo ai suoi nemici di calunniarlo, essi n’avran profittato. Di questa opinione è il Serassi stesso, il quale aggiunge che « da sì fatto errore si può a dire che avessero origine le sue disavventure ec.» Ma quando poi nel Tomo Secondo viene a trattare delle Cause della sua prigionia; si guarda per fin d’accennarla.

Si conchiude dunque, che la Scoperta della CAUSA finora IGNOTA; - come SCOPERTA, è del Serassi, – come Causa , un’ inezia –.

Questo e non altro partorì la Montagna. Credete or dunque, se vi riesce, che l’Autore ne possa essere il Marchese Gaetano Capponi.

MANIFESTO

« Io l’affermo con animo franco, perchè posso dimostrarlo con la maggiore evidenza, con le dichiarazioni numerosissime del Tasso medesimo da quell’epoca sino alla sua morte, e così per quasi ventanni; coi dolorosi suoi rimproveri a chi fu di questo trattato il consigliere e l’istigatore; con le dichiarazioni tanto pubblicate che inedite dei Toscani ministri, e con alcuna dell’ istesso Gran Duca Francesco I.

E nessuno impugnerà quello che dal Serassi è già stato detto: e inutili saranno le dichiarazioni dei Toscani Ministri a provare quello che è noto da cinquanta e più anni. Il Tasso mal fece a trattare colla R. Casa di Toscana: peggio fece a ostinarsi d’andare a Roma, nel 1575 perchè ne lo sconsigliava la Duchessa d’Urbino: il Duca Alfonso dovè forse adirarsene; ma non potè esser quella la causa vera della sua prigionia.

MANIFESTO

« Due sole – (Lettere), fra le tante di Torquato Tasso, io addurrò qui in prova ».

E Voi certamente crederete, Amico dilettissimo, in cosa di tanto momento, in un Manifesto belligero com’è il presente, che queste due Lettere sieno inedite; – scoperte con molta fatica; che contengano quello che non sapevasi. Niente affatto. Sono due Lettere conosciutissime e citate [1] ; ed alle quali nè il Muratori, nè il Serassi hanno rivolta più l’attenzione, perchè avrebbero creduto degradar l’arte critica, mostrando di farne alcun conto.

MANIFESTO

« L’una è scritta nel Maggio 1579, e perciò non scorsi due mesi da che era chiuso nella prigione di S. Anna. Scrive a Scipione Gonzaga, autor del Trattato, e gli rimprovera, che ha porta occasione, e necessità ai suoi errori, e che la sua poco considerata amorevolezza, volendo giovargli, è stata materia della sua miseria. Parmi che il Tasso, dovendo celare il segreto del Gonzaga, che pure era il segreto delle due emule corti, non gli potesse dir più chiaramente, che la sua miseria, la prigionia in ch’ei languiva, (lungo argomento di questa lettera) era l’effetto de’ suoi consigli. Ma a v’è di più: gli rinfaccia perfino i comodi, ch’egli godeva, come prezzo dell’ottenute ricompense per il Mediceo Trattato. Ma voi anco non potete negare di non avermi offeso, e di non aver porta alcuna occasione ed alcuna quasi necessita’ ai miei errori; sicchè sarebbe opera degna della vostra virtù, che se, contra il vostrv volere m’avete nociuto, volontariamente mi giovaste, e che non voleste che i miei falli, e la vostra (siami lecito a dirlo) poco considerata amorevolezza fosse stata materia della mia miseria e dei vostri comodi, i quali io desidero anco in parte col mio discomodo, ma non già con alcuna mia infelicità».

Saranno esaminate in appresso queste parole: dato loro il peso che hanno; e mostrato il niuno accordo colla seguente. Per ora voglio che si accettino quali pajono, e che si passi a cose più gravi.

Voi vi ricorderete della formula dell’Inglese Giurì e impone di dire tutta la verità: e null’altro che la verità. Or questo gran dovere, necessario in qualunque disputa, lo è infinitamente più, quando ultroneamente s’insorge a combattere altrui. Vediamo come l’Avversario l’adempia.

MANIFESTO

« Nè io ho riferito se non che una parte dei lamenti del Tasso, di che questa Lettera è colma ».

E da queste parole sembra che i lamenti, ond’è colma, sien contro al Gonzaga. Cerchiamoli, dunque, e vediamo contro chi sono diretti: – Oimè! misero me!... Oppresso dal peso di tante sciagure .... ho messo in abbandono ogni pensiero di gloria e di onore .... angustiato dalla sete.... desiderando la condizione stessa dei bruti, che nei fonti e nei fiumi liberamente la spengono:.... ed accresce l’orrore del mio stato, l’indignità, che mi conviene usare, lo squallore della barba e delle chiome e degli abiti: e la sordidezza e ’l sucidume.... [2] . Questi sono i lamenti del Misero: .... Non son contro al Gonzaga. Perchè l’Avversario gli ha dissimulati? – Ciascuno di per sè chiaramente lo vede.

MANIFESTO

« Nè è la Prima (Lettera) che dalla prigione scriva il Tasso in rimprovero al Gonzaga».

E dal contesto di questo periodo s’intenderebbe che l’altra Lettera (alla quale allude) è cosa da nulla, e che non contiene se non rimproveri al Gonzaga. – Or sappiate che la Lettera è di Quaranta pagine, – e che di Rimprovero non v’è una sola parola .

Siccome è cosa di fatto . . . . Siccome di ben altro qui si tratterebbe che di letteratura; . . . . mi risparmio le riflessioni; e le fiere conseguenze che ne derivano.

La Lettera, dunque (a cui s’allude nel cenno datone dall’Avversario) è della più grande importanza.

Essa nelle Opere è intitolata Discorso, e fu inviata nel Mercoledì Santo del 1579 [3] . Io l’ho voluta rileggere tutta intera, e colla più grande attenzione. Essa è la prima scritta da Sant’Anna, come apparisce dalle parole, colle quali comincia : Io non so, se per indurre V. S. Illustrissima a prendere in alcun modo la mia protezione, debba volgere verso Lei o la forza delle ragioni, o l’affetto de’ preghi ec. Or essendo la prima, se la cagione della sua prigionia fosse stato il trattato col Gran Duca di Toscana, maneggiato dal Gonzaga, ragion voleva che di esso principalmente in questa prima Lettera si favellasse. E pure non ve n’ ha nè parola, nè allusione! La Lettera è a stampa, trovasi a c. 225 del Vol. I. dei Discorsi, e tutti possono esser chiariti se dico il vero.

Quella Lettera non avendo prodotto effetto alcuno, Torquato scrisse allora il Sonetto, ch’ è il 48 degli Eroici, al Gonzaga stesso:

Scipio, o pietade è morta ec.

dove fa pateticamente la descrizione del suo miserabile stato. Ma nè pur da questo vedendo alleviamento alla sua miseria; scrisse allora la Seconda Lettera, dove, cangiando di corda, lasciò di parlare delle cause vere, divagò sulle false, nè mancò di toccar certi particolari, che saranno a suo luogo veduti.

Or dunque l’Avversario, alludendo alla prima Lettera, e non dicendo poi quello che contiene: anzi dicendo che contiene rimproveri, allorchè di rimprovero non v’ha una sola parola, non solamente ha taciuto il vero, ma ha detto il falso; e il vero lo ha taciuto, perchè la Lettera Prima è come una confutazione anticipata della Seconda. Ma quello ch’egli non ha detto, io lo dirò.

In essa dunque, e nella stessa pagina (242) si legge, che il Tasso non ricusa di ricever la pena; ma gl’incresce che s’usi contro di lui non usata severità :... e che i Versi lascivi, quasi loglio fra il grano, era sua intenzione di rimoverli. Le acerbità dunque si usavano per i versi lascivi. Quindi nella pagina seguente (243) scende a dire, che in quanto all’accusa d’essere stato malvagio infedel servitore del Principe, ei non l’offese MAI, se non con parole leggieri: in fine, (a traverso ben Dieci lacune di luoghi soppressi dal Sandelli, che pubblicò quella Lettera nel 1629, e che fece sparire l’originale) pag. 230 egli viene a confessare quasi suo malgrado: Che fu errore in lui della gioventù e dell’umanità il fallare. E, quasichè non fosse chiaro quali sono i falli che si chiamano di umanità e di gioventù [4] , nella stessa pagina poco più sotto si aggiunge l’ esempio del divin Salvatore, il quale, essendogli condotta innanzi la Peccatrice, disse che colui che mondo era dei peccati, primo prendesse il sasso e la lapidasse. Si pensi al fallo, di ch’era rea quella donna, e si tiri la conseguenza.

Questo (in mezzo a moltissime e replicate divagazioni) è quello che contiene la Lettera; la quale, essendo la prima da che fu posto in carcere, dovea naturalmente contenere la più genuina e schietta espressione dell’animo suo. Le cause, che in quella si toccano erano ben gravi: e tutti intendono ch’eran le vere. Quelle, che si recano nella seconda, erano ben lievi; e manifesto appare ch’erano le false: ma, dato anco che fossero vere ambedue; le une non escludono le altre: ma fra le une e le altre la distanza è incommensurabile.

Sicchè quando il mio lealissimo e schietto Avversario tace le prime (che sono innegabili, perchè confessate dal Tasso) per fare solo apparir le seconde a sostener la sua Tesi; non fa l’ufficio di Storico, nè di Critico, no; ma ... Voi sapete, buon Amico, come si chiama l’ufficio ch’ei fa.

MANIFESTO

« Ma non men solenne è la dichiarazione che Torquato indirizzò da Roma nel 9 Marzo 1590 a Fabio Gonzaga, rammentandogli, che il principio e la cagione della sua infelicità fu la sua venuta a Roma nell’anno Santo (1575 ) invitatovi dal Signor Scipion Gonzaga. E ciò fu all’oggetto che il Tasso si conducesse in Roma, come fece, a stringere il trattato col Cardinale de’ Medici, e quindi in Firenze presso il Gran Duca Francesco I. »

« Ecco le parole di Torquato : – Io non ho a voluto rimproverare a S. A. o agli altri del medesimo sangue la mia infelicità, perchè a’ magnanimi si denno ricordar piuttosto i benefizj ricevuti che le ingiurie. Ma se io avessi avuto altro proponimento, poteva ridar nella memoria di ciascuno che ’l principio e la CAGIONE DELLA MIA INFELICITÀ FU LA MIA VENUTA a Roma nell’Anno Santo, invitatovi dal Signor Scipion Gonzaga, ora Cardinale. L’accrescimento fu il mio ritorno a Ferrara nelle nozze della Signora Duchessa. Cioè nel 1579 quando fu chiuso nella prigion di S. Anna. »

Questa è la Lettera, come abbiam veduto, citata dal Serassi, e relegata in una nota.

Ma che cosa significano le sue parole? Che mal fece il Tasso ad andare a Roma, perchè il Duca dovè menomare l’affezione verso di lui: come peggio fece a tornare a Ferrara, malgrado gl’inviti e le promesse, soggiungo io. Ma ciò non esclude le vere cause del suo infortunio, che sono state le prime ad esser da lui confessate, nella prima settimana della sua prigionia. E queste cause, dopo liberato, dovevano (come avvenne) rimaner sepolte in un eterno silenzio.

MANIFESTO

« Se dunque il principio e la cagione dell’infelicità di Torquato fu nel 1575, se v’ebbe colpa Scipion Gonzaga (dovrà credersi al Tasso che nel 1590, confermava in libertà e spontaneo quanto avea scritto undici anni avanti), principio e cagione della sua infelicità, non furono i creduti amori con la Principessa Leonora, che tanto dopo si sognano scoperti; e se nel 1579 (più ancora che per le temerarie e minaccevoli parole, di che terrò discorso nel saggio) per quest’istessa cagione, dicea gemer prigione in S. Anna, e lo rinfacciava egli stesso al Gonzaga, questi creduti amori non furon dunque cagione della sua prigionia ».

Non essendo provate, anzi essendo assolutamente smentite le premesse; cade da sè la conseguenza. E che smentite esse siano, l’abbiamo veduto nella Prima Lettera del Tasso al Gonzaga. In quanto ai creduti amori, che tanto dopo si sognano scoperti, (ringraziando l’Avversario del Sognatore di che m’è cortese), Voi sapete meglio di me, che non fu Tanto Dopo che si sognarono, poichè il Guarini ne diede un cenno nel Sonetto alla Laura Peperara: si propagarono dalla tradizione: li confermò il Muratori, benchè al servizio fosse della Casa d’Este; e non li negò il Serassi, dandoci la notizia, che due Canzoni del Tasso non furono stampate fra le Rime degli Eterei; forse perchè troppo chiara indicavano la sua inclinazione per la Principessa. Chi è dunque quello che sogna?

MANIFESTO

« E io dimostrerò che favola sono i supposti amori di Torquato con la Principessa Leonora; favola il supposto ordine nel 1577 in pena di quelli, di fingersi pazzo; favola il supposto decreto, che lo condanna, nel Luglio di quell’anno, ad esser trasportato qual demente nello Spedale di S. Anna. »

Ab ungue leonem dicevano i Latini.

Di questi vanti hanno i lettori sicurissimo pegno in quanto hanno toccato con mano sin qui. Nè si tratta di dialettica: ella è geometria semplice e piana.

MANIFESTO

« Torquato accolto dal Cardinal Luigi nel 1565, quindi da Alfonso, più come amico che come protetto, e da Alfonso ricolmo sempre d’onori, di beneficenze e d’ affetto; da Alfonso che lo trattò come padre e fratello (son sue parole); Torquato dico, il distinto suo gentiluomo, il desiato compagno indivisibile, il Poeta, il Geometra, l’Istorico suo, fra le dolcezze della mensa comune, fra i comuni diporti, all’ombra sacra ospitale dell’invocato comun ricetto, non Violò per un istante, e molto meno per più anni, con diuturno tranquillo tradimento, la Sorella di que’ Magnanimi che lo ritolsero al furor di fortuna ».

Io ho riletto tre volte, sempre temendo di male aver letto, questo ultimo periodo. Pur finalmente è convenuto credere all’evidenza.

Lasciando dunque alla saviezza dell’Avversario tutto il merito della verecondia e della convenienza del bel concetto (che svela piuttosto i suoi pensamenti di quel che combatta gli altrui); e ristringendomi alla ricerca se, cogli amori suoi, violò il Tasso i doveri ospitali, rispondo :

Egli non credè di violarli; perchè sperò (quantunque vanamente sperasse ) di divenir segreto consorte della Principessa: speranza, che abbandonò, pare, in Sant’Anna; come fede he fanno i seguenti versi del Sonetto 100, fra gli Eroici, diretto alle Principesse :

Nacqui di cigno, e pur non ebbi in sorte

Fratel che ’l dolce lume e ’l viver lieto

Meco comparta ; e indarno esser Admeto

Felici spererei d’ALTA CONSORTE.

Lo invano spererei, per chi sa leggere, indica che avea sino allora sperato. Non v’ha passione, che nutra più illusioni della passione d’amore. E se un Gentiluomo privato ed oscuro non solo sperò, ma giunse anco a sposare Madamigella d’Orleans della Real Casa di Francia; perchè non poteva sperare il Tasso una simil sorte? Il Tasso Gentiluomo non oscuro, ma famoso al pari dei più grandi del Secolo? I versi d’altronde son chiari; e, in caso contrario, non avrebbero senso.

Ma lasciando anco a parte tal replica, che non è peraltro di poco peso; qual fu la mia Tesi rispetto agli amori del Tasso colla Principessa?

Null’ altro che la seguente; Che cioè l’amò di amore ferventissimo, e ch’essa gradì l’amor suo. Questo è innegabile, perchè risulta dalle Rime del Poeta; questo non si può distruggere dalle altrui opinioni; nè da quante Lettere di Ministri si vuole: sicchè tutto il rimanente son ciarle.

MANIFESTO

« Poteva esser reo di tal violazione Torquato, che nell’anno 1577, divenuto oggi di tante chimere fecondo, gridò quasi profeta, (mi sia lecita l’espressione) scrivendo ad Orazio Ariosti: – Io vi prego per le leggi dell’amicizia, le quali non sono state mai da me violate, nè colle opere, nè colle parole, nè col pensiero – (e, amicizia in eccellenza, chiamava egli la relazion col suo Principe); gridò scrivendo del Duca Alfonso nell’ istesso mese a Scipion Gonzaga – Io gli ho tant’obbligo, che quando spendessi la vita per lui, non avrei appieno soddisfatto al debito mio; – gridò (scrivendo nel 1578 alla sorella) – Iddio è giusto, ed io sono non solo innocente, ma tale che non ho molti pari?»

« Non vi è empio (e sia pur qual si voglia), che avesse potuto, Iddio invocando, asserirsi innocente, se fosse stato il violatore di tutti i più sacri doveri».

« Io credo alle parole di questo grande Italiano ».

Ed io più di tutti vi credo; ma non confondo i Trojani coi Greci.Ch’ei fu reo di falli amorosi lo ha dichiarato nella Lettera Prima al Gonzaga, quella saltata bravamente a piè pari dall’Avversario: ch’ei fu reo di parole, proferite contro al Duca, lo dichiara in varj luoghi; ma particolarmente nella Stanza 6 della Canzone alle Principesse, con quei Versi:

Merto le pene ; errai.

Errai, confesso:

e nel Sonetto al Duca :

Generoso Signor, se mai trascorse

Mia lingua sì ec.

sicchè nè ai falli amorosi, nè alle irriverenze verso il Duca può alludere quella protesta d’innocenza. Da ciò deriva naturalissimo il dilemma, o che quella protesta riguardava qualche accusa d’un fatto che tuttora ignoriamo; o che il Tasso, dichiarandosi ora innocente, ora reo, sarebbe uno spergiuro, e un ipocrita.

A questa bella conseguenza portano le Indubitate scoperte del valente Avversario.

MANIFESTO

«È credo italiana e santa opera .... »

Santa opera è principalmente non dire il falso, nè celare il vero: non dir che in una Lettera si contengono rimproveri, allorchè di rimprovero non v’ha sillaba; e quindi non recare i sensi di una Seconda lettera, dissimulando quelli della Prima, che dicono tutto il contrario. – Opera italiana è dare esempio alle straniere nazioni di Rettitudine, non assalendo i suoi confratelli con male arti, e non sostenendo i proprj assunti con simulazioni e dissimulazioni, che non son certo nè italiane, nè sante.

MANIFESTO

«Il difenderne il violato sepolcro.»

Insorga dunque contro il Guarini e contro il Muratori; e se quei veri grandi non crederono, così pensando, di violarlo; egli, che grande si crede (come i suoi vanti dimostrano) ma che forse lo è un po’ meno di loro, tema di udirsi ripetere da tutta Italia la terribil sentenza di Virgilio : Non his auxiliis, con tutto quelle che segue.

MANIFESTO

« E poichè nell’Opera di Torquato Tasso non v’è linea, non v’è parola, che non smentisca sì calunniose asserzioni, io sull’Opere di Torquato fo sacramento di vendicarlo.»

E siccome dalle Opere del Tasso risulta anzi tutto il contrario, a chi non vuol chiuder gli occhi alla luce, e la mente alla ragione; dando altrui per la testa del calunniatore, (anco senza mia colpa) potrebbe udirsi tornare indietro dell’imbecille.

MANIFESTO

«Non celerò (perchè io non scrivo panegirici), che non fu senza errori Torquato, ma dirò che v’ebbe gran parte quella prepotente melanconia, che lo trasse fin da primi anni, come io dimostrerò, a vaneggiare: narrerò com’ ei fu chiuso, e da chi, nel 1579 nelle prigioni dello Spedale di S. Anna, e proverò inoltre che non lo fu come pazzo; non lo fu tra i pazzi (che non i pazzi soltanto si chiudevano in quello Spedale); e riferirò le moltiplici concordi testimonianze del Tasso, che sole, e non mai l’opinion mia, mi sono state di guida».

E accettiamo pure le testimonianze del Tasso. Aprite l’Appendice delle Lettere Inedite, a pag. 59, e leggete al Card. Albano; il 23 Maggio del 1584, cioè 5 anni da che era in Sant’Anna: « Nuova e inaudita sorte d’infelicità è la mia, che io debba persuadere a V. S. Reverendisima di non esser forsennato, e di non dover come Tale esser custodito dal Sig. Duca di Ferrara.»

Andate più là, pag. 65, e ugualmente leggete:

« E il Sig. Duca di Ferrara ... mi tiene come matto prigione, non mi facendo dare se non le cose necessarissime»

Sono, o non sono queste Testimonianze del Tasso? Ci vuole una bella fronte, per attendere..... quel che avverrà.

Al solito poi salta a piè pari qui lo spazio di due anni. Pazzo il Tasso fu dichiarato a Bel Riguardo il dì 11 di Luglio del 1577, e come tale da uno de’ Segretarj del Duca fu mandato al Coccapani, con lettera (recata dal Serassi ) che tale lo dichiarava. Di là scrisse al Duca, implorando la sua clemenza, e ricordandogli che gli aveva perdonato il suo fallo [5] . E questo aggiungo, per crescer prove al dilemma sull’innocenza citata di sopra, che ai calci fa col perdono, che il Tasso medesimo aveva implorato, e ricevuto. – Voi vedete in somma, che queste non sono discussioni ma perditempi; e il cielo remuneri chi n’è causa.

MANIFESTO

« E, oh! (com’io l’invoco) potesse questa causa Italiana meritar sentenza da imparzial Consesso di dotti. »

E volesse pure il cielo! ma la difficoltà in ogni caso starebbe nel significato di quell’Imparziale. Intanto però che il Consesso si cerca, che direste Voi, se (lasciando l’esordio come Lisia, per l’uccisor dell’adultero) cominciassi dalla narrazione seguente:

Visse nel secolo XVI un Principe, che da quindici anni aveva un Uomo al suo servigio. Non era nè Ambasciatore, nè Ministro, nè Segretario, nè suddito.

Un giorno lo fa prendere, e metter prigione.

Senza imputargli delitto, senza formargli processo, ve lo ritiene per circa sett’anni Come Pazzo.

Là gli son negate da primo anzi per 14 mesi perfino le medicine e i Sacramenti! [6]

La prigione era eguale a un sepolcro [7] .

Là patì la sete, i disagi, fra ’l sucidume ed il lezzo [8] .

Là non solo fu trattato con severità non usate, ma nuove maniere di gastighi s’immaginarono contro di lui [9] sino al punto di straziarlo.

E tutti questi orrori, sapete perchè? – Perchè quattro anni innanzi quell’Uomo avea tentato d’andare a servire un altro padrone.

A una narrazione sì fatta, che rispondereste Voi? – Mi par d’udirvi, benchè da trecento miglia lontano: Andate pur là, che siete un bel matto!

E avreste ragione. Ma se vi aggiungessi che quell’Uomo era il Tasso, e che l’impeto dell’ira contro al Poeta era nel Duca Alfonso giunto sino all’eccesso di voler far ardere la Gerusalemme, come da lui stesso sappiamo [10] . . . . e sempre per la stessa ridicola causa . . . . senza ricorrere al Consesso dei dotti, ogn’uom di buon senso è di per se capace a rispondere, che conviene credere o mentecatti, o rimbambiti quanti sono letterati in Italia, per aver il coraggio di venir loro a contare di tali frottole.

MANIFESTO

« Nè io temo, in quel ch’io narrerò, d’ esser colto in errore, mentre io non traggo le mie prove da apocrifi documenti, ma dall’opere di Torquato, e degli amici suoi, che son di pubblico diritto, e che il consenso universale ha sancite. »

E chi è, che trae prove da apocrifi Documenti? Io non già; che, quantunque persuaso che opera fosse del Tasso il famoso Madrigale

Soavissimo bacio [11] ,

poichè non n’era sicuro, dichiarai che non intendeva di trarne veruna conseguenza. – Non io, che citando solo per erudizione i Versi pubblicati in Roma dal chiarissimo Signor Salvator Betti, aggiunsi [12] che nulla più nè meno ci dicevano di quello, che per le indagini da me fatte era noto. – Non io, che ogni argomento trassi dall’Opere stampate. – Non io finalmente, che, in quanto Documenti in questione, anco in mezzo alla persuasione generale, mi sono astenuto dal darne pubblico assenso. –

E tutto ciò, malgrado l’autorità inappellabile di Tale, all’assenso di cui doveva io prestar intera fede: di Tale, che m’ eccitava a comprarli per la bagattella di Cinquecento [13] Scudi: di Tale, che mi assicurava il 23 Novembre 1831, (cioè pochi mesi avanti la pubblicazione del mio Saggio ) che non era dubbio sulla verità di Tutti quelli autografi del Tasso. E sapete Voi chi era questo Tale? – Il Signor Marchese Gaetano Capponi [14] . – Sicchè, concludo e ripeto con asseveranza, che quel Manifesto non è suo.

Ho il piacer d’abbracciarvi [15] , e di dirmi

Dalle Colline di Pisa, 16 Ottobre 1837.

Tutto Vostro

Giovanni Rosini.

LETTERA II.

AMICO PREGIATISSIMO

Se gran maraviglia vi ha fatto la mia Lettera; pensate qual esser dovè quella che a me fece il Manifesto. Credo che da grandissimo tempo la Letteratura non abbia veduto due più disparati contrarj: un tuono di burbanza e di sicurezza, che mal sarebbe convenuto anco ad Ennio Quirino Visconti (quel Varrone dell’età nostra); e quindi l’annunzio d’una Discoperta, che da cinquant’anni sta nel Serassi; e di una Causa, finora ignota, ch’è un notissimo nonnulla.

Conobbi allora che si era pur troppo avverato un mio prognostico; che si era avverato al di là d’ogni umana previsione: nè chiunque mi conosce potrà dubitare che io non ne fossi dolente per l’Autore.

Ma giunta la vostra Lettera, e avendo, per compiacervi, dovuto rileggere colla possibile attenzione quell’incomprensibile Scritto, a dubitar cominciai che non fosse dettato dal Marchese Gaetano Capponi: crebbe il mio dubbio per la slealtà con cui si recano le due Lettere ai Gonzaga: e cominciò la persuasione quando vidi sì scarsa la dottrina dell’Autore, che nè pur si mostra inteso d’aver il Tasso scritto al Car. Buoncompagni che gli erano stati negati (come a pazzo) i Sacramenti per quattordici mesi [16] ; e di aver confermato al Cardinale Albani, che come pazzo in S. Anna ritenevalo il Duca Alfonso da cinque interi anni [17] .

La persuasione in fine divenne certezza per le considerazioni seguenti.

L’Autore del Manifesto pone per base del suo assunto, che « Favola sono i supposti amori del Tasso con D. Eleonora, per la ragione che fu egli amico, protetto, e ricolmo d’onori da Alfonso», con tutto quello che segue a pag. 116 della Lettera prima.

Ma questa, sei anni fa, non era l’opinione del Marchese Capponi. Egli sei anni fa conosceva certo le due Lettere del Tasso a Scipione e a Fabio Gonzaga: conosceva le mie opinioni sugli amori del Poeta colla Principessa, perchè trovansi esposte nelle Avvertenze [18] alle Rime del Tasso a lui dedicate: e sei anni fa, nella stessa Lettera m’eccitava a pubblicar presto la mia Dissertazione sugli amori di Torquato, e a comprare i MSS. del Conte Alberti, che sono i Documenti, che quegli amori confermano.

Ciò chiaramente significa, che nel 1831 le nostre opinioni erano conformi: e non credo, nè crederò mai che un uomo leale ed intero, dopo avere professata un’opinione sino a cinquant’anni, la cangi da cinquanta in poi senza un prepotente Perchè?

Nè questo possono esser le Lettere dei varj Ministri; sapendosi, che in così fatte materie, arcane, delicate, e coperte, il linguaggio dei Ministri non è che l’eco di quello del proprio Signore; e che Alfonso fu su questo particolare di tal riserva, che il Tasso medesimo scrivendo al Duca d’ Urbino gli dice: « E conoscendo il Sig. Duca che questo suo non era giusto desiderio.... vergognandosi di significarlomi con parole procurò farlomi conoscer con cenni [19]. »

Il Sig. March. Capponi adunque conosceva la Lettera a Scipione, conosceva la Lettera a Fabio Gonzaga nel 1831; sapeva nel 1831 che il Tasso era stato l’amico, il protetto e l’ospite di Alfonso: e null’ostante mi eccitava a pubblicare il mio Saggio, che parlava de’ suoi amori, e comprar quei Documenti che li confermano: egli perciò credeva nel 1831 a quegli amori; e così essendo non può aver cambiato opinione nel 1837, perchè nella mente di un uomo sensato due brani di Lettere non possono riguardarsi di niun valor sei anni avanti, e divenire una Scoperta sei anni di poi.

Di più; come un animo gentile, come un Letterato d’onore, conoscendo le fatiche da me impiegate a dilucidare quest’oscura e misteriosa questione; e vedendo la lealtà somma che vi ho posta; senza provocazione, o pretesto, avrebbe potuto servirsi degli epiteti di sognatore, di favoleggiatore, e, in quanto alla Principessa, per fin di calunniatore? Volendo anco combattermi, usato egli avrebbe frasi diverse.

No, dunque ripeto, il Sig. Marchese Gaetano Capponi non è, non può essere; nè in quanto a me sarà mai l’Autore di quel ridicolo Manifesto.

E di questa assoluta credenza tanto più mi compiaccio, in quantochè la materia, che oggi svolger vi debbo, appartiene più alla morale che alla letteratura.

Ma veniamo al soggetto della vostra. Voi mi chiedete spiegazione di alcune frasi usate a proposito delle due Lettere del Tasso a Scipione e a Fabio Gonzaga. Ed io vi rispondo col dirvi, e con rammarico vero, che l’accozzo di quelle due Lettere costituisce una di quelle manovre, che il Monti chiamava col pittoresco vocabolo, che tutti sappiamo. Di proposito non ho voluto trattarne nella passata mia, e perchè troppo in lungo mi avrebbe portato, e perch’io voleva che apparisse, e chiaramente apparisse, che, anco ammesso in tutta la sua latitudine il Trattato Mediceo, esso non era che un’inezia, riguardato come causa degli orrori, che si praticarono contro alla persona del Tasso. La colpa era lievissima e passeggiera, e la pena fu lunghissima ed efferata.

Ora, prescindendo anco da questo, voglio che pur tocchiate con mano, aver la Tesi per se stessa un vizio irrimediabile, poichè dipende dall’intelligenza di una sola Parola, che nel luogo dov’ è posta, non significa quel che l’Avversario vorrebbe far credere.

Conviene di nuovo riportare le due citazioni, acciò vediate su quali stecchi posti sono i fondamenti di questa mal accozzata baracca. Ecco le parole del Tasso, nella Lettera del Maggio 1579 al Gonzaga.

« Ma voi anco non potete negare di non avermi offeso, e di non aver porta alcuna occasione ed alcuna quasi necessita’ ai miei errori, sicchè sarebbe opera degna della vostra virtù, che se contra il vostro volere mi avete nociuto, volontariamente mi giovaste, e che non voleste che i miei falli, e la vostra (siami lecito a dirlo) poco considerata amorevolezza, fosse stata materia della mia miseria e dei vostri comodi, i quali io desidero anco in parte col mio discomodo, ma non già con alcuna mia infelicità. »

Lasciamo a parte questa per un momento, e udiamo l’Autore del Manifesto. Eccone le parole : « Ma non men solenne è la dichiarazione che Torquato indirizzò da Roma nel 9 Marzo a Fabio Gonzaga, rammentandogli che il principio e la cagione della sua infelicità’ fu la sua venuta a Roma nell’Anno Santo, invitato?! dal Signor Scipione Gonzaga. E ciò fu all’oggetto che il Tasso si conducesse in Roma come fece a stringere il trattato col Cardinal de’ Medici: e quindi in Firenze presso il Granduca Francesco I. Ecco le parole di Torquato: Io non ho voluto rimproverare a S. A. o agli altri del medesimo sangue la mia infelicità

Qui soffermatevi un poco, e m’udite. Voi credete naturalmente, dopo le osservazioni dell’Avversario, che quel S. A. significhi il Granduca di Toscana, e gli altri del medesimo sangue, i Principi Medicei. Il contesto è chiaro: e chiunque legge senza diffidenza, lo crede.

Or sappiate, che quel S. A. non è il Granduca di Toscana, ma il Duca di Mantova: e gli altri dei medesimo sangue, i Gonzaghi, fra i quali il Signor Fabio, a cui scrive, e il Sig. Scipione allor Cardinale, di cui principalmente si lagna. Eccovene la prova.

La Lettera è del 1590: è scritta da Roma al Signor Fabio Gonzaga maggiordomo del Duca di Mantova, e comincia: « Con molto minor dolore io posso tollerare, che da V. S. Illustr. mi sia negata la risposta, essendomi già stata negata la grazia del Signor Duca»: (Egli era dunque in disgrazia presso il Duca di Mantova) «e per mio giudicio non era conveniente ch’ella mi rispondesse, se le sue risposte dovevano di nuovo accrescere quella malinconia, nella quali le io vivo già da molti anni; e le mie speranze sono state fallaci come le sue promesse: » (e questi son chiari rimproveri a Fabio Gonzaga) «ma perchè il Costantino mi scrive che V. S. m’accusa di quelle cose, delle quali io non posso essere incolpato, nè debbo non incolpare chi n’ è cagione; non ho potuto ritenermi di scriverle una lunga lettera) benchè fosse più savio consiglio il passar sotto silenzio tutte le mie sciagure, se elle non possono muovere a pietà il Signor Duca, o alcuno de’ miei antichi amici e signori.» (Tutto questo, che serve a stabilir l’argomento della Lettera, è lasciato indietro dall’Avversario; che comincia da quel che segue). – «Io non ho voluto rimproverare a S. A. o agli altri del medesimo sangue» ( e qui notate che gli altri del medesimo sangue erano fra i suoi antichi amici e signori, come Ferrante, Pirro, Ridolfo e altri Gonzaghi ) « la mia infelicità: perchè a’ magnanimi si deono ricordare piuttosto i beneficj ricevuti, che le ingiurie. »

Siccome il Trattato colla Corte Medicea non era certo un’ingiuria fatta al Tasso; siccome gli antichi amici e signori nulla ci avevan che fare; così quell’infelicità, di cui parla, non ha relazione colla sua prigionia, ma significa miseria e sventura, come il seguito e il contesto della Lettera chiaramente dimostrano.

« Ma se io avessi avuto altro proponimento, poteva ridurre nella memoria di Ciascuno » ( notate bene, del Duca e degli altri Gonzaghi ) « che il Principio e la cagione della mia infelicità fu la mia venuta a Roma nell’anno Santo, invitandomi il Sig. Scipione Gonzaga, ora Cardinale: » ( perchè disobbedì alla Duchessa d’Urbino [20]; e lasciò libero il campo alle trame de’ suoi nemici ) « L’accrescimento fu il mio ritorno a Ferrara nelle nozze della Signora Duchessa ». – E qui l’Avversario fa punto; e termina la citazione.

Or Voi mi dimanderete, che può aver che fare Ciascuno dei Gonzaghi col ritorno a Ferrara, coll’andata a Roma, e col Trattato Mediceo? Di più mi farete osservare che dopo aver parlato il Tasso di Principio, e di decrescimento, dovrebbe parlare della Continuazione, o della Fine di quella sua infelicità. Ed io sarò costretto con dispiacere a rispondervi che l’Avversario non solo ha usato di sopra l’artifizio di porre le sue frasi in quella maniera, onde far credere che il Tasso intendesse del Granduca di Toscana e dei Principi Medicei (quando intende del Duca di Mantova e dei Gonzaga suoi parenti ), ma qui ha bravamente fatto punto, dove non è che punto e virgola; e, staccando due terzi del periodo, che servono a spiegare l’antecedente, ha usate le medesime slealtà di chi l’ha preceduto in questa poco onorata carriera.

Eccovi il periodo intero: «L’accrescimento (della infelicità ) fu il mio ritorno a Ferrara nelle nozze della Signora Duchessa; e quest’ultimo mio ritorno in casa del Signor Cardinale Scipione, che doveva essere declinazione ed atteggiamento della miseria, è stato simile ad un nuovo accidente sopraggiunto».

E il nuovo accidente fu che da Giorgio Alario si vide cacciato di casa Gonzaga, e dopo varj tratti ribaldi [21] costretto a rifugiarsi allo spedale dei poveri Bergamaschi dove [22] languì sino al Novembre 1589.

E prosegue, la Lettera, « tanto s’è accresciuta la mia infermità e l’Infelicità (notate le due parole che si spiegano l’una coll’altra) colla poca stima della mia persona e col disprezzo della mia non pacifica fortuna [23]. » E qui solo termina il senso e il contesto; spiegandosi chiaramente dall’infelicità posta di sotto quello che intendeva per l’infelicità posta di sopra. Cambiato il senso a quella parola, tutta la baracca ruina.

Sicchè la lettera dice: Mi dolgo con Voi, signor Fabio, perchè mi avete dato false promesse: e mi dolgo col Duca, perchè mi ha tolto la sua grazia; e non voglio rimproverare a Lui e agli altri Gonzaghi la mia infelicità, che cominciò quando andai a Roma (chiamatovi da un Gonzaga;) che si accrebbe quando tornai a Ferrara nelle nozze della Duchessa Margherita Gonzaga (nelle quali nozze mi era stato [24] fatto sperare di rientrare in grazia del Duca Alfonso) e che s’è compiuta ora, che fui ribaldamente cacciato di casa del Cardinal Gonzaga medesimo. – Questo è il senso dell’intera lettera del Tasso, la quale ha che fare colle cause della sua prigionia come la Luna coi granchi.

E se mi domanderete la ragione, per la quale il Duca di Mantova gli avea tolta la sua grazia, vi risponderò che il Duca Alfonso lo avea fatto liberare di prigione, ma in qualche modo avealo relegato a Mantova: da dove il Tasso se n’era senza espressa permissione partito [25]. E la sola considerazione (dove altre non ve ne fossero) di questa custodia della persona del Tasso imposta dall’uno all’altro Duca; questa specie di timore ch’egli non fosse interamente libero, basterebbe a provare quello, che invano si nega .

Or, che pensate, Gentilissimo Amico, del bel modo di recare i Documenti Storici? Conviene aver la freddezza e la saviezza di Nestore, per trattenersi da dire all’Autore quello che merita; .... ma che io non gli dirò, perchè le armi non sono uguali. Passiamo ad majora.

Vi ricorderete che Walter Scott scrive nei Puritani di Scozia che il segreto delle lettere delle signorine Inglesi è racchiuso sempre nel Poscritto.

E’ pare che l’Avversario abbia preso questa per un assioma storico; sicchè, saltando diciotto pagine, delle 20 di cui è composta la Lettera del Maggio 1579 a Scipione Gonzaga, non ne riporta che 11 versi. Tornate vi prego a rileggerli, sopra a pag. 7, v. 6 sino a 17.

Siccome là nulla è di esplicito, si possono interpetrare in mille modi, ed in mille modi intendersi la necessità degli errori, e l’avergli nociuto, senza volere, e l’amorevolezza poco considerata ec. : ma io voglio esser generoso, e concedere all’Avversario per un istante, che gl’interpetri a modo suo. Ecco la sua spiegazione .

I. « Che il Tasso gli rinfaccia i comodi che godeva, come prezzo delle ottenute ricompense per il Mediceo Trattato. »

II. Che il Tasso parla chiaro, « (per fare intendere che la prigionia in cui languiva era l’effetto dei suoi consigli) dovendo celare il segreto del Gonzaga, che pure era il segreto delle due Emule Corti ». Va benissimo.

Per confessione dunque dell’ Avversario, la Corte di Toscana doveva essere stata lieta del Trattato col Tasso, poichè aveva ricompensato il Gonzaga, che ne fu il mediatore. Articolo I.

Per sua stessa confessione le due Corti erano Emule; dunque nemiche; e, rispetto alla sorte del Tasso, affatto contrarie. Articolo II.

Or vediamo se le 18 antecedenti pagine di quella Lettera corrispondono agli undici versi della fine. È il Tasso, che scrive :

A pag. 321. leggo: «Presupponendo che i due « Serenissimi » (e sapete Voi chi sono questi due? il Duca Alfonso e il Granduca Francesco di Toscana) sieno pieni verso di me di mal talento, e che non siano in alcun modo inclinati alla grazia ». (E che aveva che far colla grazia del Tasso, l’Emulo Granduca Francesco? – (pag. 324.) « E se addimandar non la vogliono nè il Cardinal d’Este, nè quel dei Medici, nè le Principesse di Ferrara, come partecipi delle offese de’ fratelli :») .... Dunque il Tasso gli aveva offesi ambedue.

E di che genere era l’offesa? Questo sarà difficile a rinvenirlo: ma potremo ben ricercarne la misura.

E chi ce la darà? Il Tasso, che invocando il perdono, aveva in questa speranza, già detto (Pag. 322.) « Si perdona ai ladri, agli assassini, ai ribelli, agli eretici, ai traditori »: (debbe dunque perdonarsi anco a me). Parla il Poeta per iperbole è vero; ma la comparazione che fa, lascia una latitudine immensa. Dunque l’offesa era gravissima.

E come gravissima la riguardavano, o dobbiam credere che la riguardassero, i Principi stessi, perchè dal Tasso più sotto intendiamo (pag. 332, v. 6) che rigorosamente lo castigavano .

Amico, – burliamo noi, o diciam da senno? – Altro che Trattato Mediceo ! Altro che l’andare a fare il Gentiluomo a Firenze, piuttosto che a Ferrara! Qui è nascosto un altro arcano e profondissimo e importantissimo: .... ma che non è questo il luogo d’indagare.

L’Avversario però, che questa misteriosa rivelazione avea ben considerata, come non ha avuto rossore di tacerla, comprendendo bene quel che importava?

Come ha osato 1.° – Di lasciar 18 pagine intatte della Lettera? 2.° – Di pescarne undici versi nella penultima, equivoci, vaghi, ed incerti; e suscettibili di qualunque spiegazione? 3.° – Di andare almanaccando, per ispiegarli, e sulla ricompensa che poteva aver avuta il Gonzaga, per un trattato non riuscito; e sul segreto delle Corti Emule, le quali per conto del Tasso eran emule sì poco, che rigorosamente lo gastigavano? 4.° – D’appiccarvi otto versi d’un’altra Lettera, che parla del Duca di Mantova e dei Gonzaga, non del Granduca di Toscana e dei Medici? 5.° – E per dare a questi un’ombra di verisimiglianza (e far credere che al subietto si colleghino) spiccar di netto due versi del periodo; .... E così mostrare ai balordi la testa di Pulcinella, che nel casotto cammina, senza il torso e le gambe?

Voi ridete e n’avete ben d’onde: ma se continuare io volessi sul serio, dopo aver dimostrate con tanta evidenza quel che ha osato di far l’Avversario, ci sarebbero nella lingua voci e frasi bastanti, onde esprimere l’indignazione che desta un sì fatto procedere? – La verità, Amico, è una: e, quand’è chiara e palpabile, o convien confessarla.... o ... per disperati batter la testa nel muro.

L’Avversario si è tenuto al secondo espediente: – e buona notte al suo povero senno. Ne volete la prova?

Se gli fosse rimasto un terzo solo (ma che dico un terzo?) una minima parte di senno, non avrebbe riflettuto, che colto in fallo in sì aperta maniera sui Documenti stampati e pubblici ch’ei riporta; nessuno sarà per credergli quando ne riporterà dei manoscritti e segreti?

Rifletteteci: e son certo che m’applaudirete, se prendo questa nuova guerra per una ciancia; e non ciancia sonora ome cantò il Monti con bella ed elegante imagine [26] ; ma ciancia misera e roca.

Un uomo che tronca Documenti stampati, e li reca per prova, è più degno di commiserazione che d’ira.

Ma quello, da cui senza contrasto risulta, che la sua mente è offesa, o allucinata, è l’avere osato di scrivere: No il Tasso non violo’ ... la Sorella di quei magnanimi.

Dimando se può una tal frase, non dirò perdonarsi, ma in qualunque modo scusarsi in uno scrittore, a cui sia rimasto un’ombra sola di senno ?

E come mai, in una così aperta infermità, o allucinazione di mente: se Egli per sè non lo poteva, non han considerato almeno gli Amici che, questo concetto posto in luce; ne veniva non solo per diritta, ma per necessaria conseguenza, che se la baracca della Causa finora ignota traballava; nascea nell’animo dei lettori la persuasione di quel fatto stesso ch’ ei nega: e vi nascea per sola sua colpa? – Chi avanti di lui ha mai osato pensarlo, non che pubblicarlo e discuterlo? [27]

Dopo una sì manifesta ed evidente prova di mente inferma, non mi resta che avvertirne gli Amici, onde seriamente provvedano alla sua fama.

V’abbraccio al solito, e sono

Dalle Colline di Pisa, 30 Ottobre 1837.

Tutto Vostro Giovanni Rosini.

LETTERA III.

Così è, mio riverito Amico: in data del 25 novembre 1837, si vide comparire nella Gazzetta di Firenze il seguente Avviso: «Essendochè mercoldì 22 del corrente pervenissero in Firenze due Lettere del Professore Gio. Rosini, pubblicate in Pisa da Capurro contro il Manifesto del Marchese Gaetano Capponi, il medesimo credendosi in dovere di far costare dell’intera verità delle sue asserzioni previene il pubblico che quanto prima darà alla luce una Replica alle accennate due Lettere». Siamo ai 25 di Aprile, nè il sig. M. Capponi, nè chi per lui, diedero per anco segno di vita.

Siccome la CRUSCA per qualche cosa è interessata in tal disputa, son ricorso al suo Dizionario per vedere qual lasso di tempo significasse quel Quanto Prima; ed essendo stato rimandato al Quam primum dei Latini: ho veduto che spiegasi Quanto più presto sia possibile. Or non sapendo su qual metro misurare il possibile della prestezza, o la prestezza del possibile; convinto, che venti e più settimane non erano state bastanti nè alla prestezza, nè alla possibilità: per far parte al Pubblico di quanto restavami a dire sull’argomento della Causa Ignota delle sventure di Torquato Tasso, non pareami rimanere altro compenso, che imitar l’esempio di quel Francese del secolo scorso, il quale intitolò un suo scritto: Risposta al silenzio del sig. Fontenelle.

Fuori di burla: il Prospetto della mia Storia della Pittura Italiana esposta coi Monumenti, or or pubblicato vi dirà che son richiamato a cose più importanti; sicchè intendo che quanto sono per iscrivervi serva d’anticipata replica alla Tesi dell’Avversario, ch’è la seguente: « La causa dell’infelicità di T. Tasso fu il Trattato aperto con la Corte Medicea, per trasferirsi ai servigi di lei: trattato proposto al Tasso nel marzo 1575 con larghissime offerte da Scipion Gonzaga ».

Questa è la Tesi: e le Prove dall’Avversario promesse, onde sostenerla, sono : « Le dichiarazioni del Tasso medesimo ... e quelle tanto pubblicate che inedite dei Toscani Ministri, ed alcuna dell’istesso Granduca Francesco I ». Nessun’altra cosa promise l’Autore.

Riassumendo dunque tutto quello, che in punta di penna dovei scrivere nello scorso decembre ad un Letterato di Napoli, che me ne dimandava; e ristringendomi alla sola questione del Mediceo Trattato, liberamente consento ed ammetto, che replicatamente i Toscani Ministri abbiano e scritto, e ripetuto a Francesco I « Il Tasso è stato arrestato e posto in sant’Anna; e il duca Alfonso ha ciò fatto per punirlo del trattato aperto con V. A. d’entrare al Suo servizio ».

E ammetto di più, che il Granduca Francesco rispondesse alcuna volta ai suoi Ministri: « anche noi sappiamo che il tasso è detenuto in sant’Anna per la causa, che allegate ».

Per quanto voglia immaginarsi forte la prova dipendente dalle dichiarazioni dei Toscani Ministri, e dall’alcuna di Francesco I; certo nol sarà maggiormente di queste parole, che a loro pongo in bocca.

E bene: ancora che tali fossero in lungo ed in largo, nulla proverebbero contro le dichiarazioni del Tasso: perchè e i Ministri Toscani e Francesco I, per compiacere ad Alfonso, avevano interesse a mentire, e dovevano farlo, acciò si nascondesse la causa vera sotto il velame dell’apparente. Ed Alfonso era su tale argomento di sì gran riservatezza, che sappiamo dal Tasso (nella Lettera celebre al Duca di Urbino) che vergognandosi di significarli con parale (il suo non giusto desiderio) procurò di farglielo intender con cenni.

Or di contro alle dichiarazioni dei Ministri, vediamo quali sono quelle del Tasso. Il Gonzaga innanzi al Viaggio di Roma gli propose nel marzo 1575 d’andare a servire i Medici. L’epoca è notata dall’Avversario; e non può esser controversa. Che cosa rispose Torquato? e precisamente il 31 marzo di detto anno? Ricusò Apertamente . Ecco le sue parole: « In Roma vo’ vivere in ogni modo, o con buona, o con mediocre, o con cattiva condizione, se sarà più potente la malignità della mia fortuna, che il favor di V. Signoria, o d’altri miei Signori. – I ..... per Patroni non gli vo’ in alcun modo nè ora, nè poi; però V. S. tronchi ogni occasione [28] . Or chi sono quegl’I, tolti dalla stampa? Si potrà sofisticar quanto vuolsi; ma è certo che quegl’I sono I Medici; perchè non sappiamo che altri Principi da servire a lui fossero proposti; perchè l’Avversario dice che il Trattato Mediceo fu dal Gonzaga offerto al Tasso in marzo 1575: e perchè la risposta di lui è del 31 del mese medesimo.

E questa sua svogliatezza, per non dire antipatia, vien confermata dai fatti seguenti.

Giunge il Tasso a Roma nel novembre del detto anno 1575. Il Serassi dice « che il Cardinal Ferdinando de Medici gli fece intendere . . . . che lo avrebbe molto di buon grado ricevuto per suo gentiluomo, o fattolo ricevere dal Granduca Francesco suo fratello: » e cita la Lettera del Tasso a lui stesso, divenuto Granduca, dal 22 Decembre 1589. Il Serassi prese equivoco. Cercate la Lettera, che è la 167 delle inedite; ci leggerete molte parole; ma non prove di tale offerta in quell’epoca. La cosa è di fatto, nè si può impugnare.

Ciò poco monta; ma quel che importa moltissimo è il sapersi che il Gonzaga non pare che nei varj abboccamenti avuti col Poeta in Roma, gli osasse parlare del servizio Mediceo: perchè il Tasso partito da Roma, gli scrisse: «Ch’io desideri sommamente di mutar paese, e ch’io abbia intenzione di farlo, assai per se stesso può esser manifesto a chi considera le condizioni del mio stato. Assai credo che V. S. il conoscesse nel mio volto, che non copre sotto contrario manto gli affetti suoi [29] ».

Or se il Gonzaga dovè conoscerlo nel volto del Poeta, è chiaro che non n’ era stato tenuto proposito fra loro colle parole. Nuova prova che il Tasso a tal servizio non era propenso.

Venne quindi l’offerta dei Principi Medicei; lo che non ho mai impugnato, nè impugno Ma il Tasso, sempre ondeggiando per mesi e mesi, che cosa in fine risolve nel gennajo 1577? Udite le sue precise espressioni: «Mi sono finalmente risoluto di non poter partirmi dalla servitù del sig. Duca » E pochi giorni di poi: «Finalmente mi son risoluto e di prendere ogni persecuzione, che mi sia fatta in pazienza e di fermarmi perpetuamente ai servigi del sig. Duca » [30] .

Or si dimanda, se può entrar ne’ possibili, non che nei probabili, che l’anno 1579, cioè due anni dopo, si punissero con 7 anni di carcere, di tormenti e di orrori, non le intenzioni di andare a servire un altro Principe; ma i rifiuti di andarvi?

Debbono venire quante Lettere si vuole di Ministri e di Granduchi, nessuno crederà mai l’incredibile: sicchè quando anco la vera causa della prigionia del Tasso s’ignorasse, non potrebbe mai credersi che una pena sì lunga e crudele inflitta gli fosse dal Duca Alfonso d’Este per aver voluto andare a servire un altro Principe: molto meno può credersi che inflitta gli fosse per non averlo voluto.

Che più? voglio anche che portiamo la questione ad una latitudine immensa: e dire che il Tasso poteva essere stato punito dal Duca Alfonso nel 1579 per quella, che chiamasi criminalmente Non rivelazione. E bene, anco in caso di tale stranissima ipotesi, vi ha la prova in contrario, ed havvi chiara ed esplicita; perchè risulta dalla Lettera del Tasso medesimo al Duca, riportata dal Serassi, del mese di luglio 1577, quando era in San Francesco, nella quale si legge: « Voglio anche dirle, che io compresi, ch’era stato da’ miei persecutori fatto intendere al Duca di Fiorenza, che io aveva rivelato parte dei trattamenti passati a V. A. per la qual cosa quel Signore s’accese di molto sdegno contro me». Dalle quali parole resulta che il Duca Alfonso n’era inteso fino da quell’epoca. Dunque non poteva nel 1579 punire il Tasso per non rivelazione di quanto avevagli rivelato nel 1577.

Nè qui mi arresto colle ipotesi: e voglio pur ammettere, che il Duca, riguardando il Tasso come reo, lo abbia voluto punire nel 1579 d’ un fallo, che a lui noto era nel 1577. Ma in nessuna storia del mondo si troverà, (meno in quella dei più feroci tiranni) che un Principe abbia punito un fallo, del quale aveva già conceduto il perdono.

Ora il Trattato, o per dir meglio il rifiuto del Tasso d’andare a servire i Medici, fallo certamente non era; ma dato anco che tale fosse, il Duca Alfonso è innegabile che lo conosceva nel luglio 1577: e in quell’epoca (quando fallo fosse stato) lo aveva già perdonato. Ecco le parole del Tasso nella Lettera medesima: « L’infinita clemenza di V. A. mi ha perdonato il mio fallo » [31] .

Sicchè il Duca conosceva il Trattato Mediceo nel luglio 1577: e se lo avesse in qualunque ipotesi riguardato come fallo, avendoglielo già perdonato nel mese medesimo; ne vien per necessaria conseguenza, che nel 1579 sul famoso Trattato Mediceo, le partite tra il Duca e il Tasso erano saldate.

Ma quel fallo, di cui Torquato si confessa reo nel 1577, era, o no il Trattato Mediceo?

Nell’incertezza, convien indagare nella Lettera stessa, se alcun lume si scorge, che ci porti a una più compiuta certezza del vero. E Voi sapete, che per chi lo cerca con buona fede e coscienza, raro avviene che l’esame accurato dei Documenti non conduca presto, o tardi a qualche nuova scoperta.

Or questo è quello che è avvenuto a me nell’ esame di questa Lettera; dove il Serassi, sia a caso, sia ad arte, ha lasciato un membretto (che chiude il periodo) degno della più gran considerazione.

Ritornate un istante addietro. Rileggete le parole: «Linfinita clemenza di V. A. mi ha perdonato il mio fallo ec. » E qui fa punto il Serassi.

Mi è venuto curiosità di vedere, che cosa contenevasi dopo quell’ec. Credea di leggervi qualche periodo di nessuna importanza, forse troppo lungo, e quindi lasciato per brevità. Ho avuto ricorso alle Lettere del Tasso [32] , e con mia gran maraviglia ho trovato, che sotto quell’ec. nascoste stavano quattro sole parale, ma queste della importanza più grande.

Trattandosi dello spazio soltanto di due pollici in un verso, se il Serassi le ha soppresse, non le ha soppresse certo senza un perchè. Queste quattro parole dicono Fallo veramente degno di pena . E prosegue: Voglio anche dirle che io compresi ch’era stato (e prosegue come sopra pag. 63 v.10).

Or quell’Anche, che precede la narrazione dei trattati passati pel servizio Mediceo; e che, nel luglio 1577, vien dopo il perdono del fallo veramente degno di pena, è la prova la più convincente della Vacuità (vocabolo pretto del Trecento) di quanto sarà per esporre il mio valente Avversario: perchè nessun argomento, dichiarazione, testimonianza, o prova, potrebbe infirmare la dichiarazione del reo, che dice d’aver commesso un fallo, che il fallo era veramente degno di pena; e che con quell’Anche, che disgiunge il senso de’ due periodi, esclude che quello fosse il gran fallo Mediceo.

Ponete cinquanta Testimonj che dicano No: quando il Reo dice Sì, e lo dice in suo danno; i Testimonj si hanno per fallaci. Molto più aver si debbono nel caso nostro, dove i Testimonj son Ministri interessati a nascondere la verità.

Ma qui nasce un corollario. Il fallo glielo aveva il Duca perdonato; ma colla condizione ch’egli si recasse in San Francesco a purgarsi per umore melanconico: e ciò chiaramente apparisce dalle seguenti espressioni della Lettera medesima: « Confesso d’esser degno di pena per i miei falli ( e non erano i falli Medicei, come si è veduto ) e ringrazio V. A. che me ne assolve: confesso d’esser degno di purga per lo mio umor melanconico, e ringrazio V. A. che mi fa purgare ec.

Questa lettera scriveva il Tasso da San Francesco nel luglio 1577, come si è detto. – Ma in San Francesco, come ci era andato? – Chi ce lo aveva mandato? – In qual modo ci era tenuto? – Rispondo, o piuttosto per me risponde la storia:

Ci era andato perchè dava in pazzie :

Ce lo aveva mandato il Duca Alfonso:

Ci stava onde farsi purgare pel suo umor melanconico.

La prova delle due prime sentenze trovasi nella Lettera del Segretario del Duca al Coccapani, da Bel Riguardo degli 11 di luglio, dove si dice senza circonlocuzioni, che gli manda il Tasso, che deve andare in San Francesco « perchè è solito dire ogni cosa in confessione, e trascorre in un monte di pazzie » [33] .

La prova della terza risulta da quanto in quello stesso giorno (cosa notabilissima) il Tasso scrive al Gonzaga: O io sono non solo di umor melanconico, ma quasi matto, o io sono troppo fieramente perseguitato.

Da tutti questi documenti irrefragabili risulta, che il Gonzaga offrì al Tasso di entrare al servizio Mediceo: e che egli negò, dicendo che i Medici per Patroni non li voleva in verun conto. Che stimolato di nuovo, dopo avere ondeggiato per vario tempo, Rifiutò apertamente in gennajo 1577.

Che il Duca era istruito di questa offerta del Gonzaga, nel luglio dell’anno stesso.

E che ugualmente in luglio il Tasso era reo presso il Duca d’un fallo, per sua stessa confessione veramente degno di pena: fallo che il Duca gli avea con alcune condizioni perdonato.

Questi fatti sono impugnabili, a meno che ad impugnare non imprendasi o il moto della Terra, o la luce del Sole.

Ma se non vuolsi considerare Alfonso II di Este o come un pazzo, o come un tiranno peggiore di Ezzelino, di Ali Pascià, e di quanti ne furono e antichi, e moderni; è forza di credere, che se punì il Tasso nel 1579, e con pene severe e crudeli dopo avergli perdonato; il Tasso o debbe aver commesso un altro fallo o aver mancato alle condizioni del perdono.

E questo è quello, che sarà da me svolto nell’Appendice al mio Saggio, sugli Amori del Poeta, che ho dovuto sospendere di dare in luce sino all’intera pubblicazione dei Documenti del Conte Alberti, sui quali mi propongo di dire apertamente e lealmente quello che penso. Nè da ciò fare mi rimoverà l’opinione altrui; dedotta dalle perizie di calligrafi: non essendoci cosa più incerta delle perizie nelle Scritture: e trovandosi nel Giornale dei Dibattimenti del 1.° aprile 1838 corrente una nuova prova irrefragrabile della loro fallacia.

I Magistrati di Parigi hanno dichiarato nullo o falsificato un Testamento, che Tre Periti dichiarato avevano vero e interamente scritto e firmato dalla mano del supposto Testatore.

Ma intanto non sarà fuor di luogo di farvi osservare quanto segue.

L’Avversario del Manifesto, scrive che i creduti amori (del Tasso) con la Principessa Leonora tanto popo si sognano scoperti.

Burla, egli, o dice da senno? Che sostenga esser falsi, alla buon’ ora: ma il dir che si sognano tanto dopo, quando sino in Inghilterra n’era giunta la fama poco dopo la sua prigionia, è cosa incomportabile; e che sola basterebbe a screditare un Critico; se per me non fosse questa una delle tante prove che quel famoso Manifesto non è opera almeno intera del Marchese Capponi.

Egli non può ignorare (poichè a tutti noti sono) quei versi pubblicati da Scipion Gentili nel 1584 a Londra, in fronte della sua Versione latina de’ due primi Canti della Gerusalemme :

Mutis abditus oc nigris tenebris,

In quas prcecipitem dedere caeci

Infans Lydius Antiique Diva, Torquatus etc.

Sicchè gli amori sognati Tanto Dopo si propagavano da un capo all’altro dell’Europa, e si propagavano anche per mezzo della stampa, pressochè subito dopo la prigionia del Tasso.

E qui confesso che non intendo quale sia lo scopo di queste denegazioni del vero, quando il vero è così manifesto .

Ciò essendo, quante più in numero saranno le dichiarazioni dei Toscani Ministri (che il Tasso ritenuto era in Sant’ Anna pel trattato Mediceo ) tanto più cresceranno le prove, che volevasi nascondere la vera causa sotto il velame di quel pretesto.

E le prove, che sovente si nasconda una causa vera nella manifestazione di una falsa, non mancherebbero, come non mancano anche ai nostri giorni. Per tacer di molte altre, e nella storia contemporanea risalendo al 1822, prendete il Monitore di quell’epoca, e ci troverete che le armate francesi, che si adunavano sotto i Pirenei, e che destinate erano ad invadere la Spagna, stavano là come cordone sanitario.

Ho detto di sopra, che la verità tosto, o tardi si scopre a chi la cerca lealmente.

Nella mia seconda Lettera a Voi indiritta (come or usa scriversi) vedeste, che la Lettera a Fabio Gonzaga, (nella quale l’Avversario annunziava con baldanza una Dichiarazione Solenne del Trattato Mediceo) parla di quel Trattato, come la mia presente parla d’Astrologia. Or solo rimane ad esaminarsi la Lettera a Scipione Gonzaga, o per dir meglio, le poche linee di quella Lettera: nelle quali, poichè non presentano un senso abbastanza chiaro, il valente Avversario (come il Curato di Fontenelle [34] il quale vedeva nella Luna un campanile ) ha veduto al solito il Trattato Mediceo.

Il modo, con cui ce lo vede, apparisce dal Manifesto, e a quello vi rimando; per non tornare a ripetere tante volte le cose stesse. Or veniamo ad esaminarlo.

Avete già notato, che il Tasso parlò al Duca nella Lettera del luglio 1577 dei trattamenti passati col Duca di Fiorenza .

Dunque, per difendere l’uscurità del senso delle parole del Tasso, più non potrà dir l’Avversario, come dice nel Manifesto: «Che il Tasso, dovendo celare il segreto del Gonzaga, che pure era il segreto delle due emule Corti, non gli potesse dir più chiaramente che la sua miseria, la prigionia, in ch’ei languiva, era l’effetto de’ suoi consigli ».

Il Duca Alfonso n’era inteso, il Gonzaga n’era stato l’autore, dunque non ci era bisogno di celar segreti di sorte.

Cercherò nell’Appendice di spiegare come credo che spiegar si possa unicamente quell’Oscuro periodo di lettera: per oggi mi basterà di provare, che l’espressioni - Non potete negare di avermi offeso avete porto necessità ai miei errori mi avete nociuto – desidero i vostri comodi ec. nulla han che fare col Trattato Mediceo: e lo proverò con Tre argomenti semplici e chiari.

I.° Il Tasso qui confessa d’aver commesso degli errori (avete porto necessità a’ miei errori): ma nella Lettera del luglio 1577 al Duca, gli parla del Trattato Mediceo apertamente, e senza dimostrare la minima ombra di timore d’aver commesso un fallo: anzi dice al Duca di Ferrara che il Duca di Fiorenza era in collera seco, perchè gli era stato fatto credere ch’ei gli avesse rivelato quei trattamenti. Questo non è certamente il linguaggio d’uno che si creda colpevole.

Se il Tasso dunque non riguardava quel Trattato come un errore nel 1577, molto meno poteva riguardarlo nel 1579. Questi errori dunque, che ei confessa, ed ai quali il Gonzaga porto aveva necessità, non alludono al Trattato Mediceo.

II.° Il Tasso scrive al Gonzaga che desidera i suoi comodi; che li desidera anco con qualche suo discomodo; ma non già con alcuna sua infelicità.

L’Avversario per i comodi del Gonzaga intende le ricompense dei Medici.

Or farò un dilemma. La proposizione d’andare a servire i Medici era del 1575: ed il Tasso scrive nel 1579. Aveva o non aveva avuta, in quei quattro anni, una ricompensa il Gonzaga? – Se l’aveva avuta, non gli si poteva togliere: e se non l’aveva avuta, non poteva più ottenerla, dopo il rifiuto del Tasso.

L’Avversario dice, che l’aveva ottenuta: perchè il Tasso gli rinfaccia (sono le sue parole) perfino i comodi, che egli godeva come prezzo delle ottenute ricompense (gli Accademici della Crusca ci diranno poi, come un comodo può essere il prezzo [35] d’una ricompensa) per il Mediceo Trattato.

Ma perchè una conseguenza sia giusta, convien provare la premessa. Spetta dunque all’Avversario a provare che il Gonzaga ottenne una ricompensa dai Medici; che l’ottenne per l’offerta fatta al Tasso di andarli a servire; che l’ottenne, malgrado i suoi rifiuti; e spiegar di più come il Tasso poteva desiderare i comodi del Gonzaga; quando il Gonzaga già li godeva.

Passiamo all’ ultimo argomento.

III.° Il Gonzaga era stato il promotore, il consigliere, l’istigatore, e come altre volte dicevasi il vero diavolo tentatore per quel famoso Trattato. Tra il Tasso e lui, certamente (se colpa vi era) il più colpevole, anzi il solo colpevole era il Gonzaga.

Ora udite quello che nella Lettera medesima del maggio 1579,

(Ch’ è par la gran Colonna a cui s’appoggia

Ogni speranza di sì cara gente )

il Tasso scriveva all’Amico, a pag. 335. «. . . Particolarmente vostra questa cura dovrebb’essere, (di raccomandarlo alla Regina di Francia) perch’io singolarmente v’ho riverito, e voi singolarmente m’avete amato. Ma diranno che «m’amavate, mentre buono mi giudicavate: e che ora non mi giudicando più tale, Ragionevolmente avete l’amicizia disciolta ec. »

Io vi dimando se il Gonzaga poteva giudicar il Tasso non buono, e discioglier seco l’amicizia, e discioglierla con ragione, perchè aveva aderito ad un Trattato, ch’ei medesimo gli avea proposto? – Dunque in quella Lettera, e nei rimproveri che fa al Gonzaga, e nel rinfacciarli i comodi che gode, parlasi d’altra cagione che del Trattato Mediceo.

Ma di che vi si parla dunque? – E come di sopra vi ho detto, tenterò di darne spiegazione nell’Appendice . . . . bastami ora d’aver mostrato senza sofismi, che il Mediceo Trattato in quella Lettera non entra per niente: come dimostrai che per nulla entrava nella Lettera a Fabio Gonzaga; e come con la presente vi dimostro, che, anche ammesse le Dichiarazioni dei Toscani Ministri in tutta la lor latitudine, quali le ha promesse l’Avversario; non per questo sarebbe provato che la causa delle sventure del Tasso fu il Trattato Mediceo; perchè quelle Dichiarazioni vengono smentite dalle dichiarazioni, confessioni, e impegnabili testimonianze di lui.

E qui anderò più innanzi, e dirò che quando anco non solo i Ministri Toscani e il Granduca Francesco I, sia lo stesso Alfonso II avesse scritto: «Ho creduto di far ritenere il Tasso in sant’Anna, per punirlo del trattato mediceo»: non per questo gli si dovrebbe credere, perchè il solo fatto, ch’egli conosceva quel Trattato nel luglio 1577 (e che lo conosceva per la libera manifestazione a lui fattane dal Tasso), basterebbe a provarci, che se nel 1579 dava questa cagione alla prigionia di quel Grande sventurato, non era la cagione vera, che Alfonso voleva nascondere, ma il pretesto, ch’ei volea propagare.

In fine, tutte le ciarle, le Lettere, gli Archivj, e quanti Volumi, e grandi Opere si scriveranno su tale argomento; come il Colosso delle Sacre Carte, che al tocco ruinò d’un sassolino, rovineranno e precipiteranno nell’abisso della Verità (detto avrebbe un Secentista ) di contro alle poche parole del Tasso (recate dal Muratori) a nella Lettera già stampata [36] al Duca d’Urbino, «dove implora la sua protezione con dire: Acciocchè io possa uscire da questa prigione di Sant’Anna, senza ricever noja delle cose, che per frenesia ho dette, e fatte in materia d’amore ».

E ciò basta, perchi’io concluda, che se l’Autore del Manifesto non mi avesse apertamente preso di mira, con poca gentilezza, e meno riguardi, e datomi del favoleggiatore, del sognatore, e in quanto alla Principessa del calunniatore, io l’avrei lasciato sostenere il suo assunto, senza mostrarmene inteso. Poichè diversamente operò, fui costretto a difendermi, e sostenere quello, che, rispettando tutte le sociali convenienze, io avea presso a poco provato. Ma poichè

« Il tempo fugge e non s’arresta un’ora,

e passarono già cinque mesi da ch’ei prepara la risposta a due Lettere (a cui colla ragione alla mano, rispondesi in cinque giorni) fin d’ora gli protesto, che se le sue prove deriveranno da documenti del Tasso, e che mi pajano veri, sarò il primo a ricredermi; ma se, come promette, consisteranno in Lettere sole di Ministri Toscani, e in quell’alcuna di Francesco I; avendone, come parmi, mostrata l’insussistenza, io non perderò più tempo a combattere delle ombre; e terrò l’Alcuna e le Molte in quel conto che meritano, cioè di

« Passere, e beccafichi magri arrosto,

come cantò il nostro Poeta. Vi auguro ogni felicità, e sono

Pisa 25 Aprile 1838.

Vostro affez. Giovanni Rosini.

RISPOSTA

DI GIOVANNI ROSINI

ALLA LETTERA DEL SIG. M. GAETANO CAPPONI

Pisa, 19 maggio 1838, a 2 ore pomeridiane.

Fino ad ora sono stato nella incredulità ch’Ella fosse l’Autore del noto Manifesto: non posso rimanere più in dubbio dopo la Lettera fattami son pochi momenti rimettere per consegna. Sicchè nell’istante prendo la penna per rispondere, e lo farò periodo per periodo.

LETTERA

DEL SIG. M. GAETANO CAPPONI

« Nel Manifesto da me pubblicato in Firenze nel 25 Settembre 1837 per la Tipografia all’Insegna di Clio, io annunziai, che la Causa finora ignota delle Sventure di Torquato Tasso, fu il Trattato aperto con la Corte Medicea ad insinuazione di Scipione Gonzaga; che favola erano i supposti amori con la Principessa Leonora; favola il supposto ordine del 1577 di fingersi pazzo; favola il supposto decreto, che lo condannava nel Luglio di quell’anno, ad esser trasportato qual demente nello Spedale di S. Anna; »

RISPOSTA

Ella, Signor Marchese, comincia subito con una svista solenne. Io non ho mai scritto la bestialità che nel Luglio dell’anno 1577 il Tasso fosse condannato ad esser trasportato qual demente nello Spedale di Sant’Anna. Dissi che fu mandato in San Francesco; perchè dava in un monte di pazzie: e queste sono l’espressioni della lettera d’un Segretario del Duca Alfonso al Coccapani, riportata dal Serassi a pag. 280, T. I.

LETTERA

« Dissi, che quando il Tasso fu chiuso nel 1579, nelle prigioni di detto Spedale, non vi fu chiuso tra i pazzi, nè come pazzo »

RISPOSTA

E se Ella lo ha detto, desidero che trovi chi glie lo creda, di contro alla dichiarazione del Tasso che scrive al Cardinale Albani da Sant’Anna (Lett. Ined. pag. 65 ): Il sig. Duca di Ferrara.... mi tiene come matto prigione.

LETTERA

« Tutto ciò io annunziai principalmente in quel Manifesto, e tutto ciò (con quanto altro ivi è detto, e che saria lungo il ripetere) tutto pienamente e solennemente confermo, e dimostrerò, voglio sperarlo, con lo scritto, che in parte è in ordine, e che darò alla luce, come al Pubblico ho promesso, con quella sollecitudine, che è conciliabile con gli Scritti sopraggiunti dopo il mio Avviso posto in Gazzetta, e col desiderio, che è pur mio dovere, di presentarlo, per quanto potranno le deboli mie forze, meno indegno agli occhi di tanto giudice. Ella, benchè non sia in quel Manifesto nominata, o indicata sotto alcun rapporto, si mosse ad attaccarmi in due Lettere indirizzate al Ch. Sig. Defendente Sacchi, e quindi in una terza indirizzata al Ch. Sig. Vincenzio Torelli » :

RISPOSTA

Se io non fui nominato nel suo Manifesto fui talmente indicato, che non potea dissimularlo. Ella senz’essere provocato in verun modo, sempre da me rispettato, riguardato sempre con affetto e con stima, Ella cominciò a prendermi di mira sino dal Frontespizio, intitolandolo della Causa finora Ignota – quando io solo in Italia avea scritto un Saggio sulle cause della prigionia del Tasso, dov’erano le opinioni ch’ Ella combatteva.

Ella poteva dire della Causa Incerta e stava bene: ma quell’Ignota era una personalità, e una dimenticanza. Personalità, perchè andava a ferire il mio Saggio: Dimenticanza, perchè stava in contradizione con quanto Ella mi scrisse il 23 Novembre 1831, con queste memorande parole: Gli Autografi del Tasso (del Conte Alberti) pongono fuor di questione a mio parere la cagione delle sue disgrazie, ( cioè gli amori con Eleonora ) e ne determinano il modo.

Malgrado l’autorità di questo suo parere, (contro il quale oggi Ella medesimo insorge) quali furono l’ espressioni mie, trattando quella problematica questione?

Ecco le mie parole a pag. 4 del Saggio: « In materia sì nascosta ed arcana ciascuno intende come il vero si discopra e la convinzione si formi».

E più sotto: il mio Scritto prende a rischiarare una questione non men famosa, e ugualmente oscura della causa dell’esilio d’Ovidio.

Questo io diceva con modestia, dubitazione, e misura: e lo diceva quando Ella sosteneva che la causa era fuor di questione. Questa gran differenza la prego di notare, perchè verrà presto a bisogno.

LETTERA

« Con quai modi lo decida il Pubblico, ed esso apprenderà poi dai fatti chi sia di noi due in questa Causa l’offensore ».

RISPOSTA

I modi da Lei usati meco sono i seguenti:

Gli amori del Tasso, che tanto dopo si Sognano scoperti ...

Io era dunque il sognatore.

Dimostrerò che Favola sono i supposti amori....

Io era dunque il favoleggiatore.

Nelle opere del Tasso non v’ha parola che non smentisca sì calunniose asserzioni...

Io era dunque il calunniatore.

E credo italiana e santa opera il difenderne il violato sepolcro.

Io era dunque il violatore del sepolcro del Tasso, perchè aveva scritto che dalle Rime appariscono i suoi amori per la principessa Eleonora.

Se onesti sieno questi modi, coi quali Ella ha creduto trattare una persona, che non solo non l’ha mai offesa, ma che le ha dato un pubblico contrassegno di stima, lascerò agli animi retti a deciderlo. L’attacco fu intero dalla sua parte; fu senza equivoco; fu senza causa: la difesa dunque portar dovea naturalmente il color dell’accusa.

Ma veniamo ad altro. – Io aveva l’onore di dedicarle le Rime del Tasso nel 1821 ; quelle Rime, dove a pag. 227, v. 35 sono esposte le mie opinioni sugli amori del Poeta, con queste chiare parole : È pur forza vedere in questo la prima prova degli amori men che Platonici del Tasso con Donna Eleonora. Se Ella era tenero dell’onore del Tasso, e se credeva che alla fama del gran Poeta queste mie opinioni nuocessero, allora doveva inalzar la voce; allora troncar meco ogni legame d’amicizia, come reo di averne violato il sepolcro.

Si era allora nel 1821, cioè 10 anni prima che si conoscessero i MSS. del Conte Alberti.

Perchè nol fece? qual ne fu la cagione? – Perchè allora divideva meco le opinioni stesse, ch’Ella ha continuato a dividere sino al 1832, come costa dalla sua lettera, e ch’Ella non può impugnare.

LETTERA

« Ora con una quarta Lettera, la terza però di quelle da lei indirizzate al Ch. Sig. Defendente Sacchi, Ella mi rimprovera il silenzio di cinque mesi dopo la promessa risposta, ch’Ella dice potevasi dare in cinque giorni».

RISPOSTA

Non rimprovero il silenzio a Lei, ma espongo che in cinque mesi Ella non ha risposto, dopo aver fatto annunziare che risponderebbe Quanto Prima.

LETTERA

« Io non risponderò a questo rimprovero, che io doveva supporre non essere in lei alcun diritto di farmelo, mentre col mio Avviso a lei non m’era indirizzato; per lo che neppure oggi io credo essere a me conveniente, o di dovere, l’addurre davanti all’autorità, ch’Ella si arroga, giustificazioni, o motivi personali ».

RISPOSTA

Espongo un fatto e non m’ arrogo autorità.

E se Ella a me non si era indirizzato per dire che risponderebbe, io a Lei non m’indirizzava per dire al sig. Sacchi che in cinque mesi non aveva risposto.

LETTERA

«Nè risponderò che se il mio Manifesto, ch’Ella chiama ridicolo, potè render necessario, ch’Ella, e chi per Lei, continuassero ad assalirmi con cinque attacchi, quanti sono questi scritti, e ciò benchè io rimanessi in silenzio »....

RISPOSTA

Lo chiamai ridicolo, perchè nol credeva di Lei; nè credeva capace un Letterato della sua vaglia, e che confessa d’aver passato la vita sugli scritti del Tasso, di annunziare, come causa ignota, e come scoperta un avvenimento, che trovasi indicato nel bel mezzo della Vita del Serassi.

Questo ha fatto ridere quanti han letto quel Manifesto: ma or ch’ Ella dice esser suo; per non mancare a veruno dei civili riguardi, aggiungerò che mi duole d’averlo chiamato ridicolo.

In quanto ai cinque attacchi, le due Prime Lettere pubblicate insieme fanno Uno; non sono attacchi ma repliche agli attacchi suoi: l’Articolo della Poligrafia, fu l’Annunzio di esse: e la Terza Lettera al Sig. Sacchi la recapitolazione di quella al Sig. Torelli; sicchè il Cinque diventa Due.

LETTERA

« E s’Ella si è creduta nel bisogno d’investigar generoso (dovrà riputarsi con profetico lume), quant’io sarò per esporre, potrebbe Altri concluderne, che il solo mio Manifesto, e l’istesso mio silenzio, erano armi bastanti contro di Lei, mentre Ella se n’ è si caldamente occupata,

Trattando l’ombre come cosa salda.

RISPOSTA

Anzi chi ha letto la Terza Lettera debbe aver ben inteso che fu appunto scritta, per esporre tutto quello, che rimanevami a dire sulla questione: nè occuparmene più. Or veda quant’Ella ed Altri s’ingannino.

In quanto al profetico lume, la prego di tornare un istante sul suo Manifesto, e se lo ha dimenticato, vi leggerà : Dimostrerò (la sua Tesi) colle dichiarazioni del Tasso medesimo... con le dichiarazioni tanto pubblicate che inedite dei Toscani Ministri e con alcuna dello stesso Granduca Francesco I. Null’altro Ella ha promesso. Lasciando quelle del Tasso (che dicono il contrario) io ho ammesso in tutta l’estensione e rettitudine le dichiarazioni dei Toscani Ministri, e quelle di Francesco I: ed ho recato le autorità del Poeta, che a quelle dichiarazioni si oppongono. Non ci era bisogno di profetico lume, per ammettere in tutta la loro estensione le prove da Lei promesse, mostrandone l’insussistenza. E ciò ho fatto, perchè come scrissi, ed ora le ripeto, se vedrò documenti irrefragabili del Tasso, sarò il primo a ricredermi (noti bene, che non la scrivo adesso) ma le dichiarazioni de’ Ministri le terrò in quel conto che meritano. Il Pubblico ne giudicherà.

LETTERA

« Ma risponderò che libera io credeva esser la scelta della difesa, e liberi i modi di quella, e che possono incontrarsi circostanze che la ritardino al di là della concetta opinione. Potrebbe per esempio (nuovo forse e strano caso io suppongo, ma non impossibile, e da questo altri consimili possono offrirsi al pensiero), potrebbe uno Scrittore affidato alla sua coscienza, e alla bontà non impugnabile del Soggetto, ch’Egli sostiene, promettere di dar quanto prima l’opera sua, non credendo dover superare nello scritto nemico altri ostacoli, che l’equivoco o l’imperizia gli opponessero; e doversi poi trattener di continuo a confrontar coi legittimi i Documenti artificiosamente mutilati e guasti, e a distruggere di continuo argomenti ove non fosse orma di vero. In questo caso sarebbe un tale Scrittore rimproverabile per la sua tardanza e pel suo silenzio »?

RISPOSTA

La sola, replica che possa darsi a tutto questo, sono per ora le pagg. 132, 133 e 134 della mia Seconda Lettera al sig. Sacchi.

LETTERA.

« Ma dalle non inutili parole si passi ai fatti: Ella nelle quattro sue Lettere, ha negato che il Trattato Mediceo, proposto al Tasso da Scipion Gonzaga, fosse la causa delle sventure di questo Grande; ha sostenuto veri gli amori di Torquato Tasso con la Principessa Leonora, che il Tasso nel 1579 fosse chiuso come pazzo, e fra i pazzi nello Spedale di S. Anna; che si usassero acerbità contro di lui per i versi lascivi, confermando così quanto Ella aveva detto nel Saggio, che i versi lascivi fossero la causa della sua condanna.

Tutto questo dunque, tutto io la cito a provare dinanzi alla Reale Accademia di Torino; alla Reale Accademia di Scienze, Lettere, ed Arti di Modena; o all’Imperiale e Reale Istituto di Milano; insomma davanti a quello dei tre Istituti che più le piace. In fin d’ora dichiaro di rimettermi al giudizio motivato, che dietro alle stampate nostre difese, venga dato ai termini di rigore da quel Dotto Consesso, che sarà da lei scelto. A quest’oggetto ho depositato Zecchini cento presso il Banchiere Sig. Francesco Borri, e la invito a fare altrettanto. Se Ella rimarrà vincitore, il mio denaro sarà suo, e se avverrà il caso contrario, saranno i suoi cento Zecchini distribuiti ai Parrochi di questa Città per erogarsi a favore dei poveri, e le ne sarà mandata la ricevuta. Le do tempo a tutto il prossimo Giugno a farmi conoscere la sua scelta, per via di Scrittura-stampata. E perch’Ella non possa addurre scusa d’ignoranza, le sarà spedita quest’oggi la presente per consegna e senza spesa alcuna».

RISPOSTA

Fino da quando lessi nel Manifesto, che ora dirò suo, quelle espressioni: Ed oh! potesse questa causa Italiana meritar sentenza da imparzial Consesso di dotti; vidi già quello che si macchinava, e già preparato avea la risposta che le do nelle ventiquattr’ore.

Ella sig. Marchese, senza accorgersene forse, cambia i termini della questione. E questo, le dimando perdono, non si chiamerebbe disputare, ma bisogno avrebbe d’ un’altra denominazione.

Il mio Saggio e le opinioni mie tutte sul Tasso furono esposte al Pubblico con dubitazione, e modestia.

Furono precedute dalla dichiarazione che la materia era nascosta ed arcana: oscura al pari della causa dell’esilio d’Ovidio; e susseguite dalla conclusione, che vorrei confidarmi d’avere aggiunto una pagina alla storia del cuore umano.

Con questa riserva io scriveva, quand’Ella apertamente, e senza un dubbio al mondo mi diceva di tenere per autografi del Tasso tutti i MSS. del Conte Alberti, ed esser fuor di questione la causa delle sue disgrazie, cioè gli amori colla Principessa.

Con qual coscienza ora dunque, con qual fede può Ella stessa intimarmi a provare come inconcusso quello che ho dato per incerto; e a dimostrar chiaro quello, che ho annunziato per oscuro? Ci è di più. Nell’ultima Lettera al sig. Sacchi non ho anche dichiarato d’esser il Primo a ricredermi, ove mi si rechino documenti, che io creda veri del Tasso?

Ella dunque, finchè ci saran regole della più grossa dialettica, non ha diritto veruno di chiamarmi innanzi a nessun tribunale a sostenere come Tesi quello che ho esaminato, ed esposto con tante restrizioni e tanta misura: ma io bensì ho tutto il diritto di chiamarvi Lei; sicchè Le dico:

Una Questione storica non è Questione nè matematica, di fatto da esser soggetto di giudizj: ma poichè Ella così vuole, così sia.

Ella, compagno delle mie opinioni dal 1821 al 1832, senza nessun motivo, nè provocazione, è insorto contro il mio Saggio, ed ha asserito, che la causa vera dell’infelicità di Torquato Tasso fu Indubitatamente il trattato aperto con la Corte Medicea, per trasferirsi ai di lei servigi. Io l’affermo con animo franco perchè posso dimostrarlo colla maggiore evidenza. E quando Ella dice Infelicità s’intende della prigionia.

Questa è la sua Tesi; ed in essa è la questione che s’agita. A Lei dunque incombe di provarne la verità, e provare che quella fu la Sola Causa ad esclusione d’ogni altra.

A me, che son l’attaccato, si spetta il combatterla.

LETTERA

« Nè Ella può con onore ricusarsi a quest’invito, mentre Ella asserì in altra occasione che ne fu dato il primo esempio nel 1791; che si trattava d’una questione di Scienze; e che onore grandissimo fece a chi propose il giudizio».

RISPOSTA

E questo si chiama andare sulle mie pedate; ma quella era questione di fatto. Pure applaudisco all’imitazione; ed accetto in tutto e per tutto l’Esempio datone nel 1791.

LETTERA

« Io vo superbo di poter chiudere questa mia Lettera con le parole istesse di questo Illustre Italiano, maggior d’ogni lode, ed ornamento e decoro della Toscana, dirette in occasione di egual deposito a chi gli dava in debita molestia.

Con queste parole (ove io non farò che sostituire il nome del mio Avversario) io intendo di manifestare al Pubblico la mia solenne protesta, che dato alla luce il mio scritto, che al Pubblico ho promesso, io non sarò mai più per rispondere ad ulteriori attacchi »

RISPOSTA

Qui sta la differenza; che non io a Lei, che ho sempre rispettata; ma Ella a me venne a dar indebita molestia colle denominazioni di sognatore, di favoleggiatore, di calunniatore, e di violator del sepolcro del Tasso: Ella che non si richiama delle mie opinioni nel 1821, quando l’esposi io un libro a Lei dedicato; Ella, che le divideva meco nel 1831; Ella, che voleva farmi comprare, e mi assicurava essere Autografi del Tasso tutti i MSS. del Conte Alberti, che quelle opinioni confermavano.

LETTERA

« Noi ci lusinghiamo di mostrare con tale progetto che desideriamo di trovare la verità, e non di questionare; onde prevenghiamo il Sig. Rosini, [37] che quando egli nonostante voglia difendersi con Scritture e Risposte di qualunque specie, noi non risponderemo nulla giammai; tanto più, che quando egli abbia veracemente ragione, non vorrà scansare d’autenticarla agli occhi di tutti, col voto pubblico di tre Accademie, [38] e non ricevere una gratificazione di cento Zecchini » .

RISPOSTA

In ciò siam d’accordo; e l’illustre Italiano ci sia d’esempio.

Egli propose per Giudici all’Avversario il Marchese di Condorcet con altri dodici Matematici, e l’invitò a nominarne altrettanti, onde convenire nella scelta di Tre. I Giudici così si eleggevano dal consenso d’entrambi.

Ella propone Tre Accademie : ragion vuole che Tre io pure ne proponga; e queste saranno l’Archeologica di Roma; l’Arcadica; e la Pontaniana di Napoli.

Ella una fra le mie ne trascelga : come una io ne indicherò fra le sue.

Dinanzi ad entrambe Ella esporrà la sua Tesi quale nel Manifesto si trova; e sosterrà che la causa Vera e Sola della Prigionia del Tasso fu il Trattato aperto colla Corte Medicea per trasferirsi ai di Lei servigi.

Io la combatterò: ed entrambe giudicheranno se di contro alle mie obiezioni Ella l’avrà pienamente, e Indubitatamente provata. Dietro la sua risposta, depositerò i 100 zecchini, i quali saranno da Lei, o da me guadagnati per ugual sentenza d’entrambe.

Ove fosse discorde, Ella sarà in arbitrio di ritirare il suo deposito, o di appellarsi a qual più Le piacerà delle Tre Classi del R. Istituto di Francia.

Questa è la mia risposta; che a schiarimento della materia potrà meritare un Poscritto.

Giovanni Rosini.

POSCRITTO

ALLA RISPOSTA DI GIOVANNI ROSINI

ALLA LETTERA DEL SIG. M. GAETANO CAPPONI

Pisa, 29 Maggio 1838

ILLUSTRISSIMO SIGNORE

La sollecitudine, colla quale dovetti rispondere alle parti più importanti della sua Lettera, mi fecero, Signor Marchese, trascurare alcuni particolari, che non è mio solito di lasciare senza replica. Ma vi supplirò, come Le annunziai, con questo PS. Comincerò da dirle che, a risparmio d’indugi , sino da una settimana eseguir feci in Livorno il deposito dei 100 zecchini; [39] sicchè or non manca per compiere i suoi desiderj, fuorchè la scelta di quella che le piacerà fra le tre Accademie da me propostele.

Or veniamo a quanto restò senza risposta nella sua. Là si trova, che il Pubblico apprenderà poi dai Fatti chi di noi due sia in questa Causa l’offensore.

Tra noi direttamente, Signor Marchese, dal 1834 in poi nessun Fatto è passato: per interposta persona n’è passato un solo. E siccome pare ch’ansioso Ella sia di farne parte al Pubblico, non troverà strano che glie lo rammenti.

Mi fu poco dopo l’epoca sopr’indicata, scritto da Firenze ch’Ella disponevasi a combattere acremente il mio Saggio.

Io risposi ciò essere impossibile, perchè teneva in mano una sua lettera, ultroneamente scrittami, dalla quale appariva che le sue opinioni erano sugli amori del Tasso infinitamente più derise delle mie; poichè, a suo parere, gli amori del Poeta erano, e fuor di questione, la causa delle sue disgrazie. Conclusi dunque che quella esser doveva una calunnia di qualche personale suo nemico, come tutti pur troppo ne abbiamo.

In replica, mi fu mandata la copia di certo suo Rapporto sui MSS. del Tasso posseduti dal Conte Alberti. Dopo la lettura di quello, che produsse un gran senso di dispiacenza non solamente in me, ma in quanti Letterati la stimavano, e che lo lessero; incontrato a Pisa un Amico suo, gli commisi dirle, che non prendesse a sostenere in istampa quelle sue nuove opinioni, perchè si farebbe . . . . . burlare.

Questo è il solo fatto tra noi passato: e se offensivo possa chiamarsi com’Ella scrive; e se in questa ambasciata possa riconoscersi un’offesa, chiunque mi legge lo dica. Ma se Ella volle vedere (come sembra) in quella un segno di malanimo, piuttosto che l’avvertimento di chi aveva studiato quanto si può la materia; Signor Marchese, io non ne ho colpa.

Io desiderava farle intendere che prendeva a trattare una causa, dalla quale vincente non potea venirlene gran lode; perdente, ne avrebbe avuto biasimo grandissimo. Non lode nel primo caso, perchè non è merito di sorte, nel leggere e pubblicare le carte degli Archivj chiusi agli altri, Aperti a Lei solo: e biasimo nel secondo, perchè la Critica c’insegna di rigettare altamente, in moltissimi casi, anche le testimonianze delle antiche carte. – Ma fosse pure quella un’offesa, era però lieve, e in parole: nè alle parole si risponde mai colle stampe; com’Ella far volle, e che lo ha, secondo l’espressione di Molière, fatto imbarcare in una tal galera [40] , dalla quale molti son curiosi di vedere come Ella discenderà.

Passo sopra i Cinque attacchi co’ quali, per iscusarsi del sì lungo silenzio, vuol far credere che gli è stato da me impedito di rispondere. Ma certi lettori indiscreti, che ne’ loro giudizj sulle scuse degli autori procedono coll’Abbaco alla mano, sanno che la mia Lettera al signor Torelli comparve nei Giornali Napoletani nel Decembre: e che quindi Ella ha avuto ben diciotto intere settimane per poter mantenere al Pubblico, che n’era desideroso, la promessa del quanto prima.

Ella dica pure: Io non ho risposto, perchè non mi è piaciuto di rispondere: ma non citi attacchi, che non esistono; non converta in attacco un breve Articolo di Giornale, che annunzia le prime due Lettere, nè aggiunge argomenti: e sopratutto non dissimuli, che la mia terza Lettera al signor Sacchi, è una dichiarazione manifesta che richiamato a cose più importanti (sono le mie espressioni) quello sarebbe stato, poichè Ella non rispondeva, l’ultimo mio scritto sulla questione.

A Lei è piaciuto di far credere altrimenti; e di spiegare modestamente a se stesso, che il solo suo Manifesto, e il suo silenzio erano armi bastanti contro di me.

Risoluto, poichè a Lei direttamente debbo scrivere, di non mancare a verun riguardo, Ella mi permetterà di rispondere all’ armi del suo silenzio con un umil sorriso del mio.

In fine ( e questo non è bagattella) si scusa colla dichiarazione d’aver dovuto perder gran tempo innanzi di rispondere, a confrontar di continuo coi legittimi i documenti artificiosamente mutilati e guasti.

Per andare procedendo con regola, Guastare secondo la Crusca vale alterare, cioè render una cosa differente da quel che essa è: Mutilare, nell’antica Crusca non trovasi, ma da un passo delle Lettere del Segneri si deduce che significa troncare , mozzare.

Ella dunque, senza mistero e velo, mi accusa d’aver troncato, e alterato i Documenti, che ho recati del Tasso? E di quest’accusa si fa scudo pel silenzio di cinque mesi, dopo l’apparizione del quanto prima?

E bene: io la sfido a provar tanta accusa. Sarebbe questo il caso d’un nuovo deposito di Cento Zecchini: ma v’è una pena d’assai superiore alla perdita del danaro. La sfido dunque di dimostrare che in quanti Documenti del Tasso ho recati, io abbia artificiosamente, e coll’intenzione di cangiarne il senso, modificata una sola frase, variata una sola parola, e tolto, o aggiunto un sol monosillabo.

Le concedo per tal dimostrazione tutto il mese di Giugno: trascorso il quale, intendo d’avere il dritto di dire, scrivere e stampare quello che ne viene di conseguenza.

Giovanni Rosini.

REPLICA

DI GIOVANNI ROSINI

alla risposta del Sig. Marchese Gaetano Capponi

Pubblicata il 14 luglio 1838.

Illustrissimo Signore

Pisa, 16 Luglio 1838.

Mi è stata rimessa la Risposta alla mia Lettera, da Lei pubblicata Sabato; e nell’istante ci replico.

Le parole della sua sfida nella Lettera a me diretta il 17 Maggio son precise, e sono le seguenti: « Ella ha nelle quattro sue Lettere negato, che il Trattato Mediceo, proposto al Tasso da Scipion Gonzaga, fosse la causa delle sventure di questo grande ....

Contro questa mia negativa sta il cartello della sua Sfida; – e questo è quello che accetto.

Quest’è la sola questione fra noi. – Gli amori del Tasso; i versi lascivi; e ogn’altra questione storica, son corollarj: sicchè tutto quanto Ella ha ravvolto in 50 pagine di stampa, svanisce come la nebbia alla luce delle sue proprie parole.

Io accetto la sfida espressa in quelle; e non accetto le altre parti, che seguono, perchè sono estranee alla nostra disputa.

Questo intendo, che si sappia da un capo all’altro d’Italia: e se Ella vuol ritirarsi, padrone.

Chiunque ha senno ha già veduto che tale è lo scopo delle sue 50 pagine; ma non scriva, che io ho VARIATA (pag. 26) la sua intimazione; che ciò non è. Io l’ho accettata tal quale Ella l’ha espressa nel suo Cartello di sfida; e chiunque ha occhi può giudicarne. Ogni rimanente è accessorio. Quindi aveva io ogni dritto di fare annunziare che ho accettato ed accetto la sfida ai termini del suo Manifesto. Le altre aggiunte furono da Lei poste per imbarazzar la questione; la quale non è, e non è mai stata fra noi sugli Amori, o sui Versi lascivi, o sulla finta follia del Tasso; ma solo sul Trattato Mediceo, ch’Ella afferma essere stato causa della sua prigionia: e ch’io lo nego. Ella mi sfida a provare una tal denegazione: ed io l’accetto; e quindi sostengo che il Trattato Mediceo non può essere stato la Causa di quella prigionia; cosa ch’Ella ha annunziato come Tesi, e con le seguenti parole nel suo Manifesto :

« Dalla morte di Torquato Tasso fino a questo giorno l’Italia, anzi l’Europa fu desiosa di penetrare il mistero, che involse le travagliate sorti dell’Epico famoso, e per circa due secoli e mezzo ondeggia indecisa fra le ipotesi ed i sistemi. Alfine è dato d’appagarne i voti; e d’assicurarne Indubitatamente la Vera cagione.

Sì: dopo le indagini infruttuose di tanti illustri, io spero di poter aggiunger questa alle letterarie Scoperte, e far io noto il Primo, che: La causa [41] dell’infelicità di Torquato Tasso fu il trattato aperto con la Corte Medicea, per trasferirsi ai di lei servigi, abbandonando quello di Alfonso II, Duca di Ferrara; trattato proposto al Tasso nel Marzo 1575 con larghissime offerte da Scipion Gonzaga, poi Cardinale ».

Contro a questa sentenza io sono insorto, l’ho negata, ed ho aggiunto, pag. 109 che « il Tasso mal fece a trattare colla R. Casa di Toscana: peggio fece perchè ne lo sconsigliava la Duchessa d’Urbino. Il Duca Alfonso dovè forse adirarsene; ma non potè esser quella la causa vera della sua prigionia ».

Questi sono i termini precisi della nostra disputa; e me ne rimetto a chiunque ha senno, mente, e coscienza.

Sicchè dentro Luglio io la intimo a dichiarare in istampa, se Ella accetta, o no di provare, che la Causa della prigionia del Tasso, fu indubitamente il Trattato Mediceo, secondo le surriferite parole del suo Manifesto; come io accetto di combatterla, secondo le parole della sua sfida. Il suo silenzio starà per negativa.

In quanto alla scelta dell’Accademia, che dee giudicarne; quantunque facil sarebbe di ribattere tutti quanti i suoi argomenti; per troncare ogni questione, e toglierle ogni pretesto, interamente me ne rimetto alla saviezza e al giudizio della Classe di Belle Lettere della R. Accademia di Torino.

Passando ad altro, Ella (pag. 12) scrive «Deciderà in seguito il Pubblico se io manco al vero, o se dal vero va lungi il sig. Avversario, asserendo nelle sue Lettere, che io gli proponessi in altra epoca i MSS. Albertini, come provanti gli amori del Tasso con Leonora. Sì lo deciderà ec. »

Mi rincresce; ma dopo questa sua mentita, Ella mi obbliga forzatamente a pubblicar la Lettera da Lei scrittami sino dai 23 Novembre 1831, ch’è la seguente :

« Pregiatissimo Amico.

« Nell’occasione d’essere io stato a Roma in quest’autunno ho ammirato presso il sig. Conte Mariano Alberti varj Manoscritti Autografi del Tasso d’un interesse il maggiore che immaginar si possa, giacchè pongono fuori di questione, a mio parere, la cagione delle di lui disgrazie, e ne determinano il modo. Il cultissimo signor Alberti pubblicò mesi sono per mezzo del chiarissimo sig. Betti un’ottava e una quartina, ch’ei possiede autografa, del Tasso, in cui questi palesa l’ardentissimo suo amore per Eleonora ch’ei nomina. E così volle il sig. Alberti interrogare l’opinion pubblica, che gli fu favorevolissima in patria, e altrove, su tanto ritrovato, e trattò quindi in Roma con tale, che si era offerto di acquistare e stampare tutti i detti Autografi; ma alla proposizione che glie ne fece giustamente irritato, e venuto in animo di farne trattato fuori di patria, avendomi conosciuto in Roma nel mio soggiorno caldissimo ammiratore di quel Grande Infelice, fu a trovarmi quand’io era per partire, e mi « onorò di tanta e sì cara incombenza:

« Possiede il sig. Alberti fra gli altri inediti ex autografi Componimenti del Tasso, un Sonetto, in cui dichiara quello Sventurato il modo violento col quale un infedele amico gli strappò a di mano il foglio (l’accennata quartina) cagione d’ogni sua disgrazia,

( La quartina è la seguente :

Quando sarà che d’Eleonora mia

Possa godere in libertade amore?

Ah! pietoso il destin tanto mi dia!

Addio cetra, addio lauri, addio rossore! )

e al Duca rivolto glie ne chiede scusa e perdono; ma non l’avendo ottenuto, gl’indirizza altra ottava Serissima [42] , in cui tutto riepiloga, dichiarandosi pentito del pentimento suo.

REPLICA ALLA. RISPOSTA

« Tiene il sig. Alberti anche un Virgilio con numerosi commenti del Tasso. E questo pure è veramente un tesoro (giacchè i detti commenti si potrebbero chiamar sovente una poetica del Tasso); e di più sono spessi sfoghi del suo Amore, e dell’altrui Tirannia, talchè confermano e la Quartina e gli altri due amorosi Componimenti [43] .

L’ esistenza di questa sua Lettera fu la causa della mia incredulità sul suo Manifesto;

E questo sia suggel ch’ognuomo sganni.»

Gio. Rosini.

Replica

di Giovanni Rosini alla risposta

Del Sig. Marchese Gaetano Capponi

pubblicata il 31 luglio 1838.

Illustrissimo Signore

Pisa, 6 Agosto 1838.

« Se da un canto, ho da dolermi assai di molte frasi, che si trovano nella sua Risposta alla mia Replica del 16 Luglio: non ho parole abbastanza per ringraziarla di quanto Ella scrive nell’Appendice colle seguenti:

E come potrei io mai acconsentire, che avanti la R. Accademia di Torino si agitasse la sola questione del Trattato Mediceo, escluse le altre quattro, cioè; sui supposti Amori di Torquato con la Principessa Leonora; se fosse, o no, tenuto nelle prigioni dello spedale di S. Anna come pazzo; se vi fosse tenuto fra pazzi; se i versi lascivi furono causa della sua prigionia?

Per tal modo, ancor quando la R. Accademia di Torino giudicasse a me favorevolmente sulla questione del Trattato Mediceo, rimarrebbero sempre vive le altre quattro, e resterebbe al Ch. sig. Professore, e a chiunque volesse seguirne l’esempio, aperta sempre la strada a molestare il mio Manifesto, e la mia persona su questi articoli, con quanti scritti piacesse loro di pubblicare, conditi dei medesimi non attici sali [44] .

Non è per ciò ch’ io intimai la sfida del 17 Maggio decorso.

Assalito da chi non aveva mai offeso [45] , cercai con civil modo un mezzo, che troncasse per sempre ogni questione sui casi dell’Epico immortale.

Invocai la decisione di un dotto Italiano Consesso su tutte cinque le mie proposizioni; a questa dichiarai di sottopormi; di questa volli farmi scudo contro i novelli attacchi.

Follia sarebbe l’affaticarsi ad ottenere una pace parziale, per viver poi sempre coll’armi alla mano, onde sostener gli altri oggetti ugualmente impugnati.

Alla qual dichiarazione, io rispondo.

Siccome spero, che certi malevoli, i quali, senza ch’ Ella se ne accorga, credo, che siano in questa matassa [46] , non vorranno farle rinnegare una così solenne dichiarazione, d’aver cioè preposta la sfida, per troncare per sempre ogni questione: (e che per questo solo ha riunite quelle Cinque Proposizioni) godo che Ella abbia trovato il modo, acciò sia nell’istante troncata.

Le prometto per ciò sull’onor mio; che qualora la R. Accademia di Belle Lettere di Torino, secondo le seguenti testuali parole del suo Manifesto:

« Dalla morte di Torquato Tasso fino a questo giorno l’Italia, anzi l’Europa fu desiosa di penetrare il mistero, che involse le travagliate sorti dell’Epico famoso, e per circa due secoli e mezzo ondeggiò indecisa fra le ipotesi ed i sistemi alfine è dato d’appagarne i voti; e d’assicurarne Indubitatamente la Vera cagione .

« Sì: dopo le indagini infruttuose di tanti illustri, io spero di poter aggiunger questa alle letterarie Scoperte, e far io noto il Primo, che: La causa dell’infelicità di Torquato Tasso fu il trattato aperto con la Corte Medicea, per trasferirsi ai di lei servigi, abbandonando quello di Alfonso II, Duca di Ferrara; trattato preposto al Tasso nel Marzo 1575 con larghissime offerte da Scipion Gonzaga, poi Cardinale ».)

dichiari con sua sentenza, che:

Il Trattato Mediceo fu INDUBITATAMENTE la CAUSA VERA dell’ infelicità’ del Tasso; ( e quando dico Infelicità s’intende dei 7 Anni della sua prigionia ) non solo ora per allora mi do per soggiogato e per vinto; ma di più ancora le prometto di non scrivere, nè fare scrivere, sillaba che riguardi gli amori del Tasso: di abbruciare la nuova edizione del mio Saggio; e di sopprimere l’Appendice, che ne avea preparata.

Dopo una Promessa cotanto larga e leale, mi confido che non solo il Pubblico, ma Ella stessa, signor Marchese, riconoscerà che nelle mie trattazioni può essere stato errore; ma non mai certamente Artifizio [47] . Di quello, ch’io scrivo, son convinto. La R. Accademia di Torino giudicherà da che parte sia l’inganno.

Spero ch’ Ella vorrà essermi cortese di risposta dentro il mese di Agosto: e questa mia le sarà rimessa per mano di un Amico comune, poichè fu smarrita la mia ultima Replica, lasciata in sua casa la mattina dei 18 Luglio dalla persona, che da me n’ebbe l’incarico [48] .

Giovanni Rosini.

AVVISO

Le ultimee parole, da me scritte al Sig. Marchese Capponi, giungevano a Firenze il 9 agosto 1838. Pareami in vero che le mie dichiarazioni fossero sì larghe, franche e leali; e le mie proposizioni sì strettamente giuste; che la cosa meritasse un altro scioglimento.

Pure, fino a Febbrajo nulla veduto avendo in replica; presi il mio partito, e feci pubblicare nel Solerte, Giornale di Bologna; che, non avendo il Sig. Marchese Capponi replicato alla mia de’ 6 agosto, dopo sei mesi di silenzio, riguardava l’affare come terminato; ritirava il Deposito dei 100 zecchini, e rimetteva interamente al giudizio del Pubblico la risoluzione della cosa.

A questa breve protesta, replicò il Sig. Marchese una lunga Dicerìa nella Gazzetta di Genova, che ciascuno che n’abbia desiderio, può leggere; ma che non importa omai più, da che nell’Aprile del 1840 pubblicò il Primo Tomo della sua Opera, sulla Causa Finora Ignota delle Sventure di Torquato Tasso, promettendo in istampa che nel Luglio successivo sarebbe in luce il secondo.

Ricevuto il volume in Maggio, aspettava il Luglio per veder comparire il Secondo, e rispondere ad ambedue; ma essendo già scorsi or ora otto mesi, e non essendo per anco comparso, dopo tanto aspettare, ho risoluto dare in luce lo Scritto seguente; nel quale si troveranno varie cose già dette, ma che l’Avversario mostra di non aver udite.

CONFUTAZIONE

DEL PRIMO VOLUME DELL’OPERA.

DEL SIGNOR M. G. CAPPONI

Il Guicciardini usa, in molti luoghi della sua Storia, la favorita espressione, che fu, o era fatale che tale, o tale altra cosa fosse avvenuta o avvenisse. A me conviene, oggi 29 Marzo 1841, ripetere la frase stessa, e dire: fu veramente per me fatale di scrivere nel 1832 sugli Amori del Tasso, perchè mi condannano a perdere un immenso tempo, per dimostrare che quattro e quattro non fan diciassette. Ma poichè contro il Fato non è ragione, o appello; poichè il Sig. Marchese Gaetano Capponi protesta esser suo veramente uno Scritto, che io non avrei creduto, benchè corra sotto il suo nome; cerchiamo di perdere il minor tempo possibile; siamo brevi, e rispondiamo.

Al principio del I. Volume, come se fosse cosa nuova, egli stabilisce, ch’era inimicizia fra gli Estensi ed i Medici, cominciata fin dal passaggio di Carlo V. – E chi l’impugna? Perchè sprecar carta per provar quel che è noto? E dirò di più, che questa inimicizia dovè crescere a dismisura per la morte di Maria de’ Medici figlia del Granduca Cosimo, prima sposa di Alfonso II; e chi conosce la Storia ben ne intende la causa.

Ma, perchè due Famiglie sovrane erano nemiche, ne vien la conseguenza che un Gentiluomo, il quale è al servizio di una, e non suo suddito, se si trova malcontento, non possa trattare di condursi al servizio dell’altra, senza rischiar di stare sette anni prigione, pel fatto semplice del Trattato, che poi non ebbe effetto? qui è la questione.

Una pena sì crudele, per sì lieve mancanza, non solo passa i limiti della credenza e della probabilità, ma quelli stessi della possibilità.

Il Sig. Marchese avea promesso però nel suo Manifesto di provarlo; – e provarlo Indubitatamente ,

I.° Colle dichiarazioni numerosissime del Tasso.

II.° Colle dichiarazioni tanto pubblicate che inedite dei Toscani Ministri.

III.° Con alcuna dell’istesso Granduca Francesco!

Le quali dichiarazioni, ancorchè esistessero, nulla concluderebbero, perchè l’incredibile non dee credersi: ma il fatto sta, che dopo tre interi anni, come scrive il Signor Ambrosoli dandone conto nella Biblioteca Italiana, venuti al momento di cominciar le prove, il Sig. Marchese ci porta non le dichiarazioni del Tasso; non quelle dei Ministri; non quelle del Granduca; ma le sue sole induzioni.

E manco male, se derivassero queste da fatti chiari, e certi; ma esse cominciano dal partirsi (sit venia verbo) da una petizione di principio; stabilendo, senza provarlo, che fino al 1568, il Tasso non amò la Principessa Leonora d’Este: dal che poi tenta di far derivare le conseguenze, che vedremo.

E siccome nella Biblioteca Italiana (N. CCXCII) l’egregio Sig. Ambrosoli ha esposto con esattezza somma gli argomenti principali di questo primo Volume del Sig. Marchese Capponi: scrupolosamente io li andrò riportando; e così nessuno potrà sospettare che li dissimuli, li tronchi, o li oscuri. Pag. 13, e segg.

« Il Tasso, (così il Sig. A. ) nel 1562 dedicò il suo Rinaldo al Cardinal d’Este, che riconoscente alle lodi, delle quali non era indegno, lo ricevè nel 1565 tra i suoi gentiluomini; e il giovine poeta giunse alla Corte di Ferrara nell’ottobre di quell’anno .... ivi stette sino alla primavera del 1566; quando per essere il Cardinale andato a Roma, nella morte di Pio IV, egli si recò a Padova, a Milano, a Pavia ed a a Mantova; d’onde il Marchese Capponi argomenta ch’egli allora non fosse innamorato di Leonora, dalla quale senza necessità non avrebbe voluto allontanarsi per tanti mesi, dopo sì breve tempo ».

Prima di cominciare a rispondere a questa veramente incredibile opposizione, credo dover di nuovo posar bene la mia Tesi, esposta già nel Saggio, cioè: Che il Tasso amò d’amore ferventissimo Leonora, e ch’essa gradì l’amor suo. Null’ altro ho detto, e null’ altro dirò. Ciò posto, rispondo alle asserzioni del Sig. Marchese.

I. Il Tasso si accese della Principessa subito al suo giungere in Ferrara. La prova sta nella Canzone, che comincia

« Mentre che a venerar movon le genti;

e più nel Sonetto scritto innanzi alla sua prima fuga da Ferrara (che fu nel 20 luglio 1577), Sonetto, che nessuno ha mai impugnato essere stato scritto per la Principessa, e dove leggiamo

« Perchè ’n giovenil volto Amor mi mostri

Tal or, DONNA REAL, rose e ligustri;

Oblìo non pone in me de’ miei trilustri

Affanni; o de’ miei spesi indarno inchiostri.

Il Tasso venne alla Corte di Ferrara nel 1565; e ne partì nel 1577: dal 65 al 77 passano 12 anni; dunque se il Poeta dice d’aver amata la Principessa per tre lustri, ciò significa che se n’invaghì subito. E se ciò non basta, si aggiunga l’autorità del Serassi, che dopo aver riportato i Versi della citata Canzone Mentre che a venerar ec. aggiunge che questa era la prima di tre Sorelle, due delle quali « non sono mai comparse alla luce, forse perchè troppo chiara indicavano la sua inclinazione per la Principessa ».

Queste cose, che nessuno ignora fra gli studiosi delle Opere del Tasso, non si dovevano dunque dissimulare dal Sig. Marchese Capponi; ma riportarle, e confutarle.

Vien poi l’altro Sonetto famoso, che comincia

Nel tuo petto Real, da voci sparte

Della mia laude, nacque il chiaro ardore;

E la Damma che a me distrugge il core,

Dallo spirar di colorite carte ec.

Come si fa ad impugnare che il Tasso qui asserisca di aver destato amore nel petto d’una Principessa? Si potrà cavillare quanto si vuole, petto Reale significherà sempre quello d’una Principessa, finchè vi saranno dizionarj al mondo.

Di contro a queste due prove vanno a rompersi tutti gli argomenti, nessuno escluso nè eccettuato, tra quanti ne furono riportati sin qui: perchè queste non sono induzioni, nè congetture ma chiare ed impugnabili dichiarazioni del Poeta stesso.

II. Provato l’amore: che cosa rileva l’assenza? Cento potevano essere le ragioni, per obbligarlo a quel sacrifizio: e il san bene gli amanti. Ma il Tasso partì di Ferrara, perchè la Principessa lo fece partire: e chi nol sa, nè lo crede, legga il Sonetto seguente, scritto nel 1566, poichè fu stampato l’anno dopo fra le Rime degli Eterei [49] .

Comando nel partire

Sentiva io già correr di morte il gelo

Di vena in vena, ed arrivarmi al core;

E folta pioggia di perpetuo umore

M’involge gli occhi in tenebroso velo.

Quando vid’io con si pietoso zelo

La mia Donna cangiar volto e colore;

Che non pare addolcir l’aspro dolore,

Ma potea fra gli abissi aprirmi il Cielo.

Vattene, disse; e se il partir t’è grave,

Non sia tardo il ritorno; e serba intanto

Del mio cor teco l’una e l’altra chiave.

Così il dolore in noi forza non have,

E siam quasi felici ancor nel pianto.

O medicina del languir soave!

Or io, modestamente, dimando :

Conosceva il Signor Marchese Capponi questo Sonetto? Sì, o No. Se nol conosceva, quale scusa può addurne? e se lo conosceva, perchè lo ha dissimulato? Nè può dirsi, e supporsi, che il Sonetto fosse fatto dopo e in altra occasione, perchè nel 1567 era già stampato.

E bastasse anco? – Che, prendendo in mano l’edizione delle Rime del 1592, diretta dal Tasso medesimo, nelle Illustrazioni scritte da lui, al verso 9, fattene disse ec. si legge, come dicevano i nostri antichi, a lettere di Scatola: Quasi volendo intendere, perchè è necessario.

Ma perchè era necessario partire? Naturalmente per far cessare i sospetti, che potevano essere incominciati sulla segreta lor corrispondenza.

Per proseguire adunque il suo ragionamento, conviene che il Sig. Marchese Capponi cominci da distruggere la Canzone

Mentre che a venerar movon le genti ec.

conviene, che provi la falsità del fatto indicato dal Serassi, che altre due Canzoni aveva scritte il Tasso, le quali furono soppresse, forse perchè, troppo chiara indicavano la sua inclinazione per la Principessa: convien che distrugga il Sonetto Perchè in giovenil volto; dove trovasi la Donna Real, Sonetto stampato sempre col titolo a Donna Leonora: convien che distrugga l’altro: Nel Tuo petto Real, e poi quello Sentiva io già ec. e quindi faccia sparire quel Vattene, perchè è necessario. E quando avrà tutto ciò posto al nulla; sarà come non fatto; perchè rimarrà sempre il Sonetto, composto in Sant’Anna, il quale comincia Ciò, che scrissi e dettai, (Son. 431 ) dove, sul timore che si perdessero le sue Rime, leggesi quello che segue:

Talchè cinta d’oblìo la nobil Laura

N’andrebbe, e l’Altra mia gioja e tormento,

Per cui servii molti anni, ed or men pento;

Poichè mia liberta tardi restaura.

Dalle quali espressioni si deduce aver egli AMATO per molti anni una Donna, che poteva, e forse (come credeva il Poeta) non voleva restaurare la sua libertà. – Penso che non sia necessaria una gran dialettica per dimostrare, che qui si parla di Leonora.

Dopo tutto questo, ormai notissimo a chi sa, dimando, come si può avere animo di continuare con quello che segue.

« Nel 1568 si accese di Lucrezia Bendidio: e tanto era lontano dal essere amante di Leonora, che anzi ebbe il consiglio d’illustrare alcune Canzoni del Pigna, innamorato egli pure della Bendidio, a fine di levargli ogni sospetto e di farsi benevolo un uomo, che avrebbe potuto nuocergli assai presso il « Duca ».

Tutta questa novella dell’amore del Tasso per la Bendidio è del Serassi: amore al quale nessuno ha creduto, perchè i pochi Versi scritti per Lei non hanno nè calore, nè affetto. Chi se ne vuol convincere legga il seguente :

Tu che in forma di Dea, vera Sirena

Nel mar del pianto di chi t’ama vivi,

Cui tributo già dan quasi due rivi,

Questi occhi, ch’altrui fallo a languir mena;

Mentre alla voce di dolcezza piena,

Alla voce, onde al Cel l’ira prescrivi,

Le belle perle e i bei rubini aprivi,

Sfidando i cuori all’amorosa pena:

Legata all’armonìa l’alma ed accesa

Sentimi ai lampi di quel Sol sereno

De’ tuoi lumi, cui presso unqua non verna,

Misero! e quale aver potea difesa,

Se non pregarti? Deh! men grave almeno

Sia la prigion, poich’esser deve eterna.

Può un lettore di buona fede, nella sua coscienza, non riconoscere l’immensa distanza, che passa tra un componimento dettato dalla mente (com’è questo) ed uno (com’è l’altro) ispirato dal cuore? Chi non vede adunque che questo preteso amore non era dalla parte del Tasso che cortesia; e più probabilmente un artifizio? Prosegue il Sig. Ambrosoli :

«La qual cosa già da molti affermata l’egregio Autore avvalora trascrivendo la lettera con cui il Tasso dedicò alla Principessa Eleonora le sue Illustrazioni ».

E qui mi scusi il dotto Scrittor dell’Articolo, se gli faccio notare che quell’avvalora indicherebbe che la lettera del Tasso alla Principessa fosse poco nota, mentre non solo è tutta intera nel Serassi (pag. 158 e segg. del T. 1. ) ma per quel che importava, fu già da me riportata, e confutata (Saggio pag. 32. e segg.); e nessuno v’ha risposto.

Ma prescindendo ancora, che quel preteso amore verso la Bendidio, o tale non fosse, o fosse un artifizio, come tutto porta a credere; subito che abbiamo la prova dell’amore del Tasso per la Principessa nel 1565, che cosa rilevano i fatti posteriori, ancorchè fosser veri?

Molto più dunque nulla non rilevano, se sono falsi, come andremo vedendo .

« Risultano dunque (B. It. pag. 15. e Capponi pag. 31,) da tutto ciò che ho narrato, le seguenti istoriche verità: 1. che il Tasso nel 1568 amava ferventemente Lucrezia Bendidio, e che perciò non amava la Principessa» .

Ritorcerò l’ argomento: e dirò: siccome ho provato che egli amava, e struggevasi per la Principessa: perciò non amava la Bendidio. Ma v’ è tra noi la gran differenza; che io ho veramente provato l’amore (e l’amore che lo struggeva) per Leonora; mentre l’avversario non solo non ha provato l’amore; ma riportando la Lettera del Tasso, che precede le Illustrazioni alle Canzoni del Pigna, ha provato il contrario; non essendovi in tutta quella Lettera una sola frase, che indichi affetto. Essa è stampata, e chiunque può leggerla, e chiarirsi della verità. 2.a Che chiesto su questo amore consiglio alla Principessa, per comandamento e conforto di Lei illustrò le Rime del potente suo rivale il Pigna: e che poco dopo, mal frenando l’immenso affetto che nutriva per la Bendidio, volle darne pubblica testimonianza, colle cinquanta Conclusioni per Lei sostenute».

Alle persone di buona fede, rispondo: Provato, come io ho, l’affetto del Tasso per la Principessa, e il gradimento di lei; si vede chiaro che com’Essa lo consigliò a partire per un tempo, qui consigliavalo a scrivere per un’altra, acciocchè gli occhi de’ Cortigiani gelosi fossero deviati da invigilare su quello, che forse sospettavano. La prova, che le Conclusioni non furono sostenute in onore della Bendidio, si ha dalla dedica di esse, che a Lei non fu fatta, ma bensì a Ginevra Malatesta. Ciò basta per le persone di buona fede, che m’hanno inteso e m’intendono.

Ma venendo a tutti gli altri, replico, senza riserve, che ammetto largamente avere il Tasso amato e la Bendidio e quindici dopo. Ciò proverà mai, che non abbia amato la Principessa per circa tre lustri? E per coloro, i quali non ammettessero (non conoscendo abbastanza i costumi di quei tempi) la simultaneità di tali amori, non v’è l’autorità del Tasso medesimo, che ce lo dichiara? Chi non conosce il Sonetto 115, fra gli amorosi ? esso è intitolato :

Nuovo Amore, che non spenge l’antico.

Udiamone il principio :

L’incendio, onde tai raggi uscir già fuore,

Rinchiuso è ben ma in nulla parte spento;

E per nova beltà nell’alma sento

Svegliarsi un novo inusitato ardore.

Concludendo poi:

Due (gioghi) io porto: e s’un lacciuolo io sciolsi,

Quegli ordìo novo nodo e ’l vecchio ei strinse.

Queste non sono induzioni, ripeto, ma prove derivanti dalle parole stesse del Poeta.

3. Che di questo ardentissimo amore del Tasso « per la Bendidio è riprova maggiore d’ogn’altra l’esser egli caduto per essa in palesi follie; e ciò, che non fa minor maraviglia, l’averle egli stesso nel 1573 descritte nell’Aminta » .

E tutto ammetto, come buono e vero, per non perder tempo. E che rileva ciò? Non sono io stato il primo a indicargli amori del Tasso per la Laura Peperara? Non si tratta di provare che il Tasso amò, o non amò altre: ma che non amò la Principessa Leonora. E questo è quello, che il Sig. Marchese non ha provato, e che probabilmente non proverà mai.

4. « Che rimane da ciò assolutamente escluso che il Tasso avesse potuto giammai amare la Principessa Leonora ed esserne da Lei amato avanti il 1568.»

E da quanto dissi i lettori han toccato con mano, ch’egli l’amò subito nel 1565 e quindi continuò ad amarla; e che in un momento di dispetto, se ne pentiva, in S. Anna. Avendo ciò dimostrato, (siccome, nel I. Tomo del Sig. Marchese Capponi, d’altro non si tratta se non che di provare la non esistenza di tale amore ), potrei chieder licenza ai lettori; e prender da loro commiato. Ma rimane ancor qualche cosa, e di più serio da considerarsi.

Prima peraltro voglio dir due parole sulla Laura Peperara.

Si parla (pag. 16) dell’amore del Tasso per Lei. Il Sig. Marchese si confonde, e spreca pagine e pagine a provare ch’era essa l’amor suo; cosa che io aveva mostrato, prima d’ogn’altro; e conclude al solito che tale essendo, non poteva amar la Principessa.

Riandando sui primi anni passati alle Scuole, io mi ricordo che quando così ragionavasi, il maestro di dialettica ci tirava gli orecchi, e avea ragione. Da quando in qua, l’amar una donna esclude dialetticamente la prova, che uno non ne abbia amato un’altra?

Lascio a parte che ciò avviene tutto giorno: ma,n ella specialità del caso, vi sono i Versi del Tasso riportati di sopra:

Talchè cinta d’oblìo la nobil Laura

N’andrebbe e l’ Altra mia gioja e tormento:

che rispondono altamente a queste vere inezie, inezie sì per chiunque intende alcun poco i segreti del cuore umano.

Sicchè ho provato, colle testimonianze del Tasso medesimo:

I. Ch’egli amò la Principessa Leonora fino dal 1565. Il Serassi e il Muratori furono della stessa opinione: e della stessa opinione fu anche il Sig. Marchese Gaetano Capponi a tutto l’anno 1831.

Il che, anche quando il Tasso amato avesse veramente la Bendidio, il che viene escluso dalla freddezza delle frasi usate, quando scrive di Lei; ciò nulla proverebbe di contro alle dichiarazioni del Poeta, pel Real Petto, dove avea destato amore, e per la Real Donna, che amato avea per tre lustri.

Che l’amore per la Peparara, nato avanti a quello per la Principessa, non può escluderlo; tostochè da lui stesso si dichiara il desiderio che le due Donne da lui amate, e per le quali scritto avea tante Rime, vadano insieme alla posterità.

Che il Sig. Marchese Capponi, avendo saltata a piè pari tutti i Documenti, da me indicati, e non risposto agli argomenti, che comprovano questo amore: non ha mostrato di voler cercare la verità con quello zelo che debbe usare uno storico. Chi la cerca di buona fede comincia dal riportare gli argomenti contrarj, e li confuta; indi passa ad esporre i proprj.

Il fatto poi del Trattato Mediceo, nessuno l’impugna. La difficoltà consiste nella prova, che questo Trattato aperto, e non concluso dal Tasso, fosse la cagione di sette anni di crudel prigionia! Ma passiamo a quello, che più vale.

Uno degli avvenimenti più importanti della vita del Taaso è la partenza da Ferrara per condursi a Urbino; e la lettera e il Sonetto, che di là scrisse a Leonora (Ved. Saggio, pag. 43 e segg.) Quello che dice a questo proposito il Sig. Marchese Capponi non solo è privo d’ogni probabilità; ma lo stesso Signor Ambrosoli così si esprime dandone conto, pag. 20 in nota: « Noi confessiamo d’avere un’opinione diversa dall’egregio autore. Con quelle armi rintuzzate e frali dallo sdegno potè il poeta voler significare che sentivasi inetto a seguitare lo sdegno contro la potente passione d’amore che lo soverchiava ec. » Ciò posto, scendo a quello, che ben pochi crederanno possibile.

Su questo viaggio ad Urbino, ecco quello, che dal Sig. Ambrosoli si riporta (pag. 18) colle parole stesse del Sig. Marchese :

«Certo è che Torquato amò la Principessa d’Urbino.... nè pare ch’ella sgradisse l’omaggio dei versi e dell’affettuose cure di lui, ed io convengo col Giacomazzi (autore di tal opinione) perchè al vero non si può far resistenza».

Dunque (lode al Cielo ) habemus confitente reum. Il Tasso amò la Duchessa d’Urbino, sorella di Alfonso II: la dichiarazione del Sig. Marchese è chiara, patente, innegabile.

Ma se il Signor. Marchese gridò già nel suo Manifesto: « Credo italiana e santa opera il difenderne il violato sepolcro »!!...., per aver io detto che amò la Principessa fanciulla; quali espressioni userà contro se medesimo, che qui conviene d’avere il Tasso amato la Principessa maritata? Era la Duchessa Lucrezia meno sorella d’Alfonso, di quel che fosse Leonora? e non v’era di più il vincolo del matrimonio, che dovea con riverenza maggior rispettarsi? E il Duca d’Urbino, sposò di Lucrezia, non era suo amico! suo condiscepolo! suo ospite! suo protettore?

Questa sarebbe sì la vera macchia pel carattere onorato del Tasso, violando la fede, la gratitudine, e l’ospitalità con sì mascherata perfidia. E di questa iniqua macchia il laverò ben io; pregando la Provvidenza che mi conceda tanto di vita, da veder comparire in luce i cinque Volumi promessi dal Signor Marchese Capponi.

Note

_____________________________

[1] La prima fu pubblicata dal Muratori; ed è la seguente: l’altra sta nel T. I delle Lettere, a pag. 358. Quindi non han meno di cento anni di pubblicità.

[2] Lettere, T. IV ; pag. 337.

[3] Il Mercoledì Santo del 1579 cadde nel giorno 24 di Marzo, cioè 10 o 12 giorni dopo ch’ei fu chiuso in S. Anna.

[4] Così Rinaldo nella Gerusalemme, c. 16.

. . . . Son colpe umane, e colpe usate,

Scuso la natia legge, il sesso e gli anni :

espressioni, che pajono prese ad imprestito nella lettera. Questi due luoghi mi erano sfuggiti quando dettai il Saggio. La verità, per chi la cerca con buona fede, ha soprattutto questo di proprio, che sempre più si conferma quanto più si riguarda e si esamina.

[5] Serassi. T. I. pag. 283.

[6] Lo nota il Serassi, T. II, pag. 36, e cita la Lettera del Tasso al Card. Buoncompagni. V. Lett. T. V, pag. 33.

[7] « Questa è tomba di vivi, ov’io son chiuso. » — Son. al Gonzaga.

[8] Vedi sopra, [pag. 111 del testo di riferimento, ndr].

[9] Son le sue proprie parole nella Lettera al Gonzaga, E nel Sonetto 48 già citato:

Né fine avrà mai questo strazio indegno?

Che m’ inforna così tra morte e vita?

[10] Nel Son. 26 fra gli Eroici, che comincia

Tolse alle fiamme il glorioso Augusto.

[11] Riportato a carte 97 del Saggio.

[12] A pag. 100. Vedasi anco pag. 1 e 2, 24 e 25. (I nn. riguardano l’ed. di riferimento, ndr)

[13] Le copie, s’intende; le quali comprendevano al più venti pagine di stampa. Ma questa esagerazione nel prezzo, che a lui non parea tale, indica la sua intera convinzione sull’autenticità di quei Documenti, di cui fu Egli il primo banditore, ed assertore in Toscana.

[14] La Lettera m’offro di mostrarla a chi piace.

[15] Nel rimanente del Manifesto non ho nota che mi riguardi .

[16] Serassi, T. il. pag. 36. Lettere, T. V. pag. 33.

[17] Ib. Suppl. pag. 65.

[18] Moltissime esse sono, ma basta quanto dicesi a pag. 227, T. 1. delle Rime, Son. 134.

[19] Lettere T. I. pag. 304. Sicché potranno i Ministri, potrà lo stesso Alfonso, e Francesco e quanti si vuole avere scritto, che il Tasso si puniva pel Trattato Mediceo; chiunque avrà un grano di buon senso, paragonando quegli orrori a una cagione sì futile, dirà che quello era il pretesto, all’ombra del quale si volea nascondere, ma non era, nè poteva essere la vera causa di tanta crudeltà.

[20] « Le ho conferito il mio disegno (alla Duchessa di Urbino) di venire quest’Ottobre a Roma. Non l’ha approvato e giudica ch’io non debba partirmi di Ferrara anzi l’edizion del libro ec. » — Lettera al Gonzaga del 20 Luglio 1575 T. III. p. 167.

[21] V. Serassi T. II. pag. 195.

[22] V. Serassi T. II. pag. 198.

[23] Lettere T. I. pag. 359

[24] Eccone la testimonianza nel Serassi, T. II pag. 30 e 31 « Fece (il Cardinale Albano) intendere al Tasso, che essendosi conchiuso appunto in quei giorni il maritaggio del Duca Alfonso con Margherita Gonzaga.... s’egli si fosse portato a Ferrara nella ben avventurata occasione di queste nozze, avrebbe ottenuto da S. A... molti favori, e il modo di trattenersi onoratamente in quella corte.

[25] Conviene che il Duca di Ferrara si fosse doluto con quello di Mantova, perchè avesse contro le condizioni lasciato il Tasso in libertà ec. Serassi, T. II. pag. 175.

[26] Per chi non se ne ricordasse, ecco il luogo :

E le minacce una sonora ciancia.

Un lieve insulto di villana auretta.

D’abbronzato guerriero in sulla guancia.

[27] Si veda il mio Saggio, a pag. 24 dove si trovano queste parole:

– «E qui sorgerebbe la questione se la Principessa corrispondesse alle fiamme ardentissime del Poeta .... ma per chi ben riflette, non potrebbe esser questa che un’oziosa ricerca...

Quindi non prenderemo ad esame se ella, come desiderava, gli corrispondesse; ma se gradì l’omaggio del suo onore, e più quello ancora della sua Musa. Ciò basta per le nostre ricerche ec. » –

[28] Lettere, T. III. pag. 35, 36.

[29] Serassi, T. 1. pag. 239, in nota.

[30] Lettere del 7 e 11 gennajo del 1577 al Gonzaga. Serassi, T. I, pag. 272.

[31] Serassi T. I, pag. 283.

[32] Lett. T. V. nel Supplemento a pag. 21.

[33] Serassi, T. I, pag. 280.

[34] Nella pluralità dei Mondi.

[35] Il M. Gaetano Capponi avrebbe scritto frutto delle ricompense.

[36] Lettere, T. IV, pag. 121.

[37] Qui nella citata Opera era scritto: Ferroni ( Matematico ).

[38] Qui come sopra era scritto tre Matematici.

[39] Livorno, 21 Maggio 1838. « Dal Sig. Prof. Gio. Rosini ho ricevuto francesconi dugento effettivi, pagatimi per tenersi a sua libera disposizione: avendomi dichiarato che rimarranno in mia mano sino al giudizio che sia per pronunziare il R. Istituto di Francia nella questione tra lui e il Sig. Marchese Gaetano Capponi.

Angelo Uzielli.

[40] Nelle Furberie di Scapino.

[41] Qui non è detto in lettera che fa Sola, ma è sottintesa ; perchè dall’ Avversario si sostiene che il Trattato Mediceo fu la Causa non una delle cause, e il frontespizio porta Della Causa finora Ignota.

Sotto è una misera Querela sulle Quattro e non Tre Classi dell’Istituto di Francia; quasichè non fosse a tutti noto, che è diviso in IV Glassi, ma che (trattandosi di cose letterarie) non poteva esser luogo alla IV composta di soli Artisti.

[42] Questa è l’ottava riportata pel Saggio, a pag. 101, 102.

[43] Segue l’enumerazione di varj Autori postillati dal Tasso: l’offerta di vendere le copie dei MSS, (16 pagine circa) per 500 scudi, e la notizia, che Gli Attestati del sig. Mai e altri autenticano la verità di tutti questi autografi del Tasso ».

[44] Colpa dello scarso ingegno di chi non ha saputo far meglio.

[45] Vedi sotto, pag. 188, v. 20, e la mia Risposta dei 19 Maggio, di sopra, pag. 162.

[46] Eccone quattro Dimostrazioni.

Prima . Io aveva scritto nella mia Terza Lettera al sig. Sacchi: che « se le prove, le quali sarà per recare il sig. M. Capponi, deriveranno da Documenti del Tasso, che mi pajano veri, sarei il primo a ricredermi (e qui per incidenza faccio notare che dopo questa larga ed ingenua promessa, il sig. Marchese fece la sfida) – ma che se consisteranno in Lettere di Toscani Ministri, e in alcuna di Francesco I, avendone mostrata come parevami l’insussistenza, terrei l’Alcuna e le Molte in quel conto che meritano, cioè di

Passere e beccafichi magri arrosto,

come cantò il nostro Poeta.

Or si consideri la bella Nota fatta apporre a questo luogo: e si giudichi dell’intenzione che l’ha dettata – Pag. 21 della Risposta antecedente. L’Europa dovrà in tal modo apprendere che i Documenti del Toscano Mediceo Archivio (che a quell’Archivio appartengono le Lettere dei Toscani Ministri e del Granduca Francesco I) meritano di tenersi in conto di Passere e beccafichi magri arrosto.

L’Europa, senza bisogno d’apprenderlo, sa che nel Toscano Mediceo come in tutti gli Archivj del mondo sono Documenti d’importanza, come di poco e di niun valore: sa che l’esistenza dei Documenti nei Pubblici Archivj prova la derivazione, non la Veracità del loro contenuto, la quale resulta dalla fede che meritano le persone che li scrissero. Questo l’Europa sa, perchè ciascuno l’intende: come intendo e credo io che l’animo retto del Sig. Marchese Capponi non può essere stato capace della lealtà e della malignità di questa nota. –

Seconda . Chiunque ha occhi legge che nel Manifesto è detto d’assicurare indubitatamente che la vera Cagione dell’ infelicità del Tasso, fu il Trattato Mediceo. Vedasi sotto pag. 190, v. 17, e 8.

E bene, a pag. 13, v. 17 dell’ultima sua Risposta si trova la strana accusa che io ho aggiunto Vera, e Indubitatamente alla sua Tesi, quasichè queste due parole me le sia levate dal cervello.

Ma se l’avessi fatto, non sarebbe una mala azione? E di una malazione mi accusa il signor Marchese Capponi, senza che questa sia vera? Ma egli non può esser capace di una calunnia, dunque ci è qualche malevolo che lo istiga, e l’induce a far quello, che di per sè non farebbe.

Così, poco sotto mi rimprovera, che in vece d’infelicità ho posto prigionia, e dee ben intendersi prigionia, perchè di quella si disputa; e non d’un’ infelicità, d’una disgrazia, o di una tribolazione qualunque, come tutti pur troppo n’abbiamo: fra le quali non è piccola la mia d’essere stato offeso sino dal frontespizio di quel Manifesto; e poi udirmi dire a viso franco, che sono io l’Attore e l’Offensobe : ma a Berlino ci son Giudici, diceva il Mulinaro di Sans-Souci. In Italia ci sono occhi ed orecchi, aggiungerò io; quindi anderò per la Crusca.

Terza. Io aveva detto nella mia Replica, che degli Amori del Tasso ne avea trattato come Corollari della Question Principale. Or come si oppugna? Con un tuono di scherno mi si manda a scuola del Boti a imparare che Corollario significa Conclusione. E in tal maniera mi si espone al ridicolo di non sapere nè pure il significato dei Vocaboli. Or che pone la Crusca?

Corollario, Aggiunta ... Boez. Varchi» Ed. 3, 10. Ed io, quest’è, risposi, un bello e prezioso, o porisma, o corollario, o Giunta , o vantaggio che tu tel vogli chiamare

Di tal Vocabolo dunque i significati son due. Questa è per conseguenza una falsa accusa: non può esser fatta per ignoranza: e un uomo d’onore, come il signor Marchese Capponi, non n’è capace di farla per malizia e per frode. Qual conseguenza dedurne? Che altri (come dice il Varchi) fe’ fuoco nell’orcio per lui.

Quarta, A pag. 20, si legge ... Oggi il sig. Rosini scrive, che non è, e non è mai stata (questione) fra noi sugli Amori. – Così scrivendo si va all’immortalità.

E di galpppo, io rispondo; ci si va. Resta solo a vedersi in qual compagnia.

Or per vederlo, è necessario l’esame seguente:

Ho io detto veramente che non è stata questione degli amori del Tasso fra noi? cioè che non se n’è mai trattato (poichè questo è il significato di non essere, o non essere stato questione d’una cosa)? Se l’ho detto, ho mentito scioccamente. Ma le stampe esistono, e cancellar non si possono. NO, io non ho scritto Questione, ma LA Questione; e la differenza è infinita. Ecco le mie parole, a pag. 180 della mia Replica « Le altre aggiunte furono da Lei poste, per imbarazzar LA Questione; LA quale non è, e non è mai stata fra noi sugli Amori, o sui Versi lascivi, o sulla finta follìa del Tasso; ma solo sul Trattato Mediceo, ch’ Ella afferma essere stato causa della sua prigionia, e che io lo nego.

Quel LA dunque è stato tolto di mezzo per variare il significato della frase, e farmi dir quello, che non dico.

Si vide mai in persone onorate manovra simile a questa? Far volare una parola per stravolgere il senso del discorso!!!

Il signor Marchese Capponi non n’ è capace.

[47] La Risposta del signor Marchese alla mia del 19 maggio fu pubblicata in Firenze il sabato sera 14 luglio: una persona, che veniva ai bagni di Livorno (e posso anco nominarla) la comprò, e me la recò la domenica mattina 15. Io scrissi subito la Replica, e la mandai già stampata la sera del 16 alla censura. Pongo ciò, perchè non resti ne pure il dubbio che mi sia pervenuta furtivamente, come traspare a pag. 4 della Risposta del signor Marchese: alla quale avrei replicato pagina per pagina, se quella sua Appendice venuta non fosse a sciogliere ogni nodo, e porci felicemente d’accordo.

[48] Il sig. Leopoldo Rossi.

[49] V. sopra pag. 18, Son. 25.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011