Giambattista Manso

Vita di Torquato Tasso

MDCCCXXXII

Edizione di riferimento:

Opere di Torquato Tasso colle controversie sulla Gerusalemme poste in miglior ordine, ricorrette sull’edizone fiorentina, ed illustrate dal Professore Gio. Rosini. Volume XXXIII. Pisa presso Niccolò Capurro MDCCCXXXII

Giambattista Manso, La vita di Torquato Tasso, Tipografia di Alvisopoli, Venezia 1825

LIBRO SECONDO

CAPITOLO I.

Fattezze, costumi e qualità di Torquato

Conosco esser a me in questo luogo richiesto, dopo l’istoria del nascimento, della vita e della morte di Torquato Tasso, aggiungere un breve raccontamento prima delle fattezze e della statura del suo corpo, appresso delle qualità dell’animo e de’ costumi, e alla fine della eccellenza dell’ingegno, e delle molte cose da lui notabilmente scritte e dette altresì.

Fu adunque Torquato Tasso di così alta statura che fra gli uomini di corpo grandi si poteva annoverare co’ maggiori e meglio proporzionati. Le carni aveva bianchissime, ma prima gli studj e le vigilie, e poscia i disagj e le infermità le feciono alcun poco pallide divenire, il color dei capelli e della barba fu mezzo tra ’l bruno e ’l biondo per siffatta maniera che quegli appressavansi alquanto più all’oscuro e questi al chiaro; e gli uni e gli altri erano sottili, morbidi e piani. Aveva il capo grande e così nella fronte come nella parte di dietro (che i Greci chiamano occipizio) elevato, ma nel mezzo, sopra l’una e l’altra tempia, anzi depresso che tondo; la fronte ampia e quadra, la quale sollevandosi nel mezzo veniva poi ad inchinar verso i capelli, di cui poscia l’età lo rese in gran parte calvo; le ciglia in arco piegate, nere, rare, e fra loro disgiunte; gli occhi grandi a proporzione del capo, e ritondi in se stessi, ma lunghetti negli angoli, le cui pupille erano di mezzana grandezza e di color ceruleo e vivace, quali da Omero furono a Pallade attribuiti, e di movimento e guardatura grave e che talora in su amendue si volgevano, quasi seguendo il moto della mente che per lo più alle cose celestiali era innalzata; le orecchie mezzane e le guance anzi lunghe che tonde, e non men per naturale disposizione magre che per indisposizione scolorite; il naso grande inchinato verso la bocca, grande altresì e lionina; le labbra sottili e pallide; i denti bianchi, larghi e spessi; la voce chiara, sonora e che nella fine del parlare si rendeva di suono più grave; la lingua speditissima, ma nondimeno il suo favellare era anzi tardo che veloce, e soleva assai sovente ripetere le ultime parole; rideva assai di rado e senza alcuno strepito, e anzi dissipitamente che no; il mento aveva quadro e la barba folta, e di colore che al guscio della castagna somigliava; il collo mezzo tra ’l lungo e ’l grosso, e che sosteneva il capo elevato; aveva petto e spalle larghe e piane, e braccia lunghe, nervose e sciolte, e mani assai grandi, ma morbide e delicate, e dita che agevolmente si ripiegavano all’insù; le gambe e piedi parimente lunghe e di proporzionata grossezza, ma più nerborute che carnose; e tutto il busto eziandio, come che fosse convenevolmente ripieno a proporzione dell’altezza della persona, era tuttavia di poca carne coperto. Era così abile in tutte le membra che negli esercizj cavallereschi riusciva assai prode della persona, come colui che nell’armeggiare, nel cavalcare, nel giostrare non avea che invidiare ad alcuno; ma nondimeno tutte queste cose faceva con maggiore attitudine che grazia, perciocchè si poteva in lui desiderare altrettanta vivacità di spiriti naturali quanta n’aveva negli animali; anzi per questa cagione nei pubblici ragionamenti ch’egli talvolta fece in diverse accademie e in presenza di principi grandi, molto più maravigliose parvero agli uditori le cose dette da lui che grazioso il modo ond’egli le proferiva; forse perchè la mente chiamando con le continue speculazioni la miglior parte degli spiriti nel sommo del capo, non ne lasciasse tanti per le rimanenti membra vagare, che fossero a vivacemente sostenere e movere il suo corpo bastevoli; nondimeno in ogni sua operazione, ed anche niente operando, mostrava fin dal primo incontro una virile bellezza e avvenenza, e spezialmente nel volto, in cui risplendeva tanto di maestà che induceva chiunque il riguardava, senz’altro conoscimento dei meriti suoi, per lo solo aspetto, ad averlo in grandissima riverenza.

Ma colla eccellenza dell’animo egli superò di gran lunga la bellezza del corpo, conciossiacosachè i suoi costumi e le virtù fossero veramente Socratici, non meno in temperare gli affetti concupiscibili, ed in fortificare i movimenti irascevoli, che in regolar la ragione a’ compassi della prudenza, e ’l valore con la stadera della giustizia, figli principalmente fu e in se medesimo e a rispetto dei maggiori e in verso gli altri tutti, così grande amatore del diritto, che non pure in niuna sua operazione, ma nemmeno nel discorrimento della volontà gli accadde giammai cosa che avesse altrui potuto parer discordante dalla ragione; anzi da questa feconda radice gli germogliarono copiosi rampolli d’obbedienza, d’osservanza, di veracità, d’amicizia, d’affabilità, di beneficenza, e di così grande liberalità che trapassò in magnanimità eziandio. Tosto ch’ebbe la lingua e le mani snodate alle parole e alle operazioni, perfettamente compiè ogni debito di obbedienza a’ maggiori, non porgendo mai cagione in quella tenerissima età nè a’ genitori, nè a’ balj, nè a’ maestri di batterlo o di agramente riprenderlo. Nell’età di nov’anni, per obbedir al padre, lasciò gli amati riposi del materno seno e gli agi della cara patria e della propria casa, esponendosi a perpetuo esilio e a continui pellegrinaggi. Nel principio della giovanezza, quando altrui par che si faccia men disdicevole il trasandare, egli, anche in assenza di tutt’i suoi, fu obbedientissimo osservatore degli ammaestramenti di Maurizio Cataneo in Roma, alla cui custodia l’aveva suo padre raccomandato. Quindi ad un suo cenno se ne andò in Lombardia, ove, superando col zelo dell’obbedienza paterna la sua natural inchinazione, vacò molti anni agli studj delle leggi, mentr’ era dal proprio genio a quelli della poesia rapito.

Fu oltre a ciò cotanto osservatore delle pubbliche leggi, che qualora se ne stava in studio a Padova ed in Bologna, e poscia in corte del duca Alfonso in Ferrara, parve in ogni sua operazione anzi canuto filosofante che giovanetto scolare, o cortigiano. Imprigionato poi per cagion della zuffa ch’egli ebbe in Ferrara, tutto che conoscesse non esser per quella in alcuna colpa caduto, perciocchè egli fu e nelle parole provocato e al combattimento sfidato, nondimeno sofferse volontariamente il severo carcere, sinchè avendo giusta cagione di temere d’ingiusta morte se ne sottrasse, conoscendosi per rigor di giustizia obbligato di conservare la vita a se stesso, uomo innocente, com’egli medesimo vivacemente nel trattato della Virtu’ Eroica, paragonando la sua carcere a quella di Socrate, dimostrò. Poco appresso, avendo per lettere di madonna Leonora da Este ricevuto sicurtà del ritorno, volle, siccome aveva per addietro soddisfatto a quel ch’era giusto per sè con salvare la sua vita, così per lo innanzi soddisfare eziandio all’ apparente giustizia delle leggi e del volere d"Alfonso, andandosene per lungo e spontaneo viaggio a rinchiudersi in volontaria prigione.

Quest’amore del giusto, come rese Torquato in ogni età obbediente a’ suoi maggiori e diligente osservatore delle leggi, così lo fece parimente apertissimo amatore del vero, per sì fatto modo che non pure non fu nella sua lingua giammai ritrovata menzogna alcuna, ma nemmeno gli cadde nell’animo di colorare o simulare, o di ricovrire la verità. E qualora gli succedette quella tenzone nella quale rimasero due de’ suoi assalitori da lui feriti, ed egli ne fu d’ordine del duca Alfonso sotto custodia ritenuto, giudicando un avvocato suo amico ch’esser dovesse dal giudice sopra questo caso esaminato, consigliavalo del modo onde dovesse alle dimande di quella esaminazione rispondere; e dicendo Torquato quelle tali risposte non essere conformi alla verità: Sta bene, rispose l’avvocato, ma bisogna così dire per ischifar la pena. – E quale sarebbe la pena? soggiunse Torquato. A cui l’avvocato: Vi è pena la vita. Dunque, rispose il Tasso, non è meglio perder la vita che dire una menzogna? Tanto era l’animo suo veritiero, lontano da qualunque bugia, eziandio nell’estremo bisogno, che meglio avrebbe amato di morire che di mentire, onde soleva affermare di aver in egual riverenza Dio e la verità, perciocchè la verità e Dio sono la medesima cosa; e appresso l’amicizia, perciocchè è figliuola della verità. Quindi è che egli fu così leale osservatore delle sacre leggi dell’amicizia, che le sue operazioni verso gli amici furono al trettanto vivace esempio della vera amistà, quanto perfetta si fa l’idea che egli in un suo Dialogo ne formò. E quanto egli fu dal suo lato fedelissimo amico, altrettanto pazientemente sofferse i mancamenti fattigli dagli amici, dei quali si doleva più per la colpa da loro commessa, che per lo suo medesimo danno, come confesso, dicendo ad ano che tradito l’ebbe ;

Perfido, io t’amo ancor benchè trafitto,

E piango il feritor, non le ferite;

Che l’error tuo più che ’l mio mal mi pesa.

E fu Torquato non solamente fedele e sofferente verso gli amici, ma soprammodo affabile ed avvenente con ciascheduno; e tutto ch’egli tra per la sua condizione anzi amica della solitudine che no, e per gli studj ch’assai sovente il facevano astratto dagli altri uomini divenire, avrebbe le più volte ogni conversazione fuggita, nondimeno era a ciascuno lecito, e in ogni tempo, d’interrompere i suoi silenzi e le speculazioni, e d’introducerlo a varj ragionamenti o di lettere o di piacevolezze. Anzi nelle brigate dove stato fosse da alcun amico condotto, quasi tralasciata la gravità della sua natura e superata la malinconia dell’infermità, diveniva oltre ogni credenza festante, motteggevole ed allegro, non perciò trapassando i termini dell’onestà, nè traboccando in quelli della maldicenza, della quale fu capitalissimo nemico: non essendo giammai dalla sua lingua, nè dalla penna per veruna cagione, nè per ischerzo, nè per vaghezza di dire, nè per incitamento, uscita parola che si fosse nell’altrui detrazione o vergogna o danno prender potuto. Esempio veramente singolare de’ tempi nostri, e spezialmente a’ poeti, ad alcuno de’ quali non pare di poter esser piacevole senza essere maldicente. Ma Torquato, per lo zelo ch’egli ebbe del giusto, non pure si guardò dell’offendere altrui con la lingua, ma fu oltracciò sollecito in giovar con le opere a ciascuno, e fu larghissimo in distribuire i beni ch’egli possedette. De’ quali, come che fossero pochi, era nondimeno in donare e in soddisfare altrui per sì fatta maniera liberale, che quando si ritrovava più denari che alle necessità che presenti avea bisognassero, incontanente ai poveri gli dispensava, e non ritrovandone a sorte per la città, se n’andava al dilungo al luogo degl’imprigionati (de’ quali per la memoria di se stesso era divenuto compassionevole), e quivi tutti intieramente fra loro gli divideva. Perciocchè a lui pareva di ritener ingiustamente, e a danno altrui quello ch’a sè non faceva per allora mestiere; come quegli che soleva dire, tutti i beni di fortuna dover essere comuni, e i ricchi non esserne più che gli altri posseditori, se non in quanto ne fossero a’ poveri dispensatori. Per la qual cosa di rado, o non mai, egli era sollecito dell’avvenire, e qualora gli fosse uopo d’alcuna picciola cosa sopravvenuto (perciocchè delle maggiori la sofferenza delle cose avverse e ’l non curar di quelle che ’l volgo stima felici, l’assicurava) liberamente ricorreva ai più domestici amici, che lo avessero, non largamente concessi desideravano, ma a misura delle sole sovrastanti necessità, com’egli richiedeva, sovvenuto; nel che, se si dee credere ad Aristotele, nientemeno dimostrava la sua natural liberalità, che se si facesse nel largamente donare. Fra gli amici più confidenti, de’ quali soleva con maggior sicurtà valersi, furono i fratelli d. Angelo e Paolo Grilli, come si vede in molte delle sue lettere, e spezialmente in quelle onde dimandò loro uno smeraldo, che fu la maggiore richiesta ch’egli facesse ad alcuno e la men necessaria, se non è che ’l prendeva per rimedio da rallegrare la sua invecchiata malinconia. In una di queste lettere a Paolo scriveva: « Si contenti di donarmi uno smeraldo, poichè io l’ho desiderato lungo tempo, nè mai ho potuto cavarmi questo desiderio, o piuttosto quest’umore; ma non avanzi la liberalità de principi nella sua medesima, della quale ho veduto altri cortesi effetti, perchè in altra maniera mi costringerebbe a rifiutarlo così prontamente, come forse prosontuosamente l’ho dimandato ». Al padre d. Angelo in altra lettera: « Ma prima dovrà arrivare il padre a. Basilio, per cui V. P. mi potrà mandare sicuramente lo smeraldo, e me ne farà molto piacere; perch’ è una di quelle voglie di molti anni, la quale non ho mai potuto cavarmi: così picciolo obbligo ho alla mia fortuna! Scriverò poi al signor Paolo suo fratello ringraziandolo, com’io debbo benchè le grazie quanto meno si mostrano fuori, tanto più sogliono rimanere nell’animo grato». Così soleva ne’ suoi bisogni Torquato de’ più sperimentati amici valersi, talora non avendone alcuno pronto alle mani (perciocchè assai pochi eran coloro de’ quali in sì fatte bisogne si confidava) prima che richiedere altri che suo fidato non fosse, tutto che certissimo di dover essere da lui soccorso, eleggeva di dare gli scritti suoi agli stampatori, che di continuo gliene facevano istanza, e di ricevere da loro alcun picciolo sovvenimento, come si legge in molte delle sue lettere scritte al Licino, che soleva in ciò di mezzano le più volte servirlo.

Soleva anche ben sovente la soprabbondante liberalità degli amici con la sua singolar modestia modificare, o ricusandola in tutto, o prendendone quella sola parte che a supplire strettamente le sue presenti necessità fosse bastevole, il che si vede sino in tempo de’ suoi maggiori bisogni aver fatto. Ad Orazio Feltro, mentre stava dagli sbanditi in Castiglione assediato, così scriveva: « Mi dolsi di ricusare alcuna parte della cortesia del signor Giambatista Manso, ed ora più me ne doglio perchè l’occasione di spendere è presentissima ». In altra: « Grande errore fu il mio a non pigliare tutto quello che mi voleva donare il sig. Giambatista Manso, perchè non ho danari che mi bastino per andare innanzi; e tornar indietro non debbo, nè voglio ». Ad Annibale Ippoliti: « Ringrazio V. S. di quel che mi offerisce, e so che gli effetti cortesi corrisponderebbero alle parole, ma una parte delle mie robbe è venuta; l’altra aspetto; laonde non ho bisogno di cosa alcuna » .

CAPITOLO II.

Magnanimità e perseveranza .

Lo stesso zelo del giusto come lo rese liberale di ciò ch’egli ebbe, lo fece altresì magnanimo in dispregiare quello che non ebbe, ed in tollerare anche lietamente la sua povertà: la quale tutto che fosse grandissima, perciocchè alcuna terrena facoltà non possedette giammai, avendogli ogni paterno retaggio la ribellione del principe di Salerno tolto, e poste le materne doti fin’alla morte in litigio, e tutto che per cagion del lungo carcere, delle continue infermità e degli spessi viaggi molte fiate strettissima necessità sofferse, nondimeno non volle giammai accumulare danaro alcuno, com’avrebbe agevolmente potuto fare, avendogliene assai sovente molti e gran principi, ed in ispezieltà nella sua giovinezza Carlo re di Francia, e nella vecchiezza Clemente VIII, voluto largamente donare. Ma egli ebbe da ciò l’animo per sì fatto modo lontano, che non pure odiò i mezzi di poter arricchire, i quali per lo più sogliono essere a’ magnanimi cuori a sdegno, ma le ricchezze eziandio per loro stesse ricusava e schifava. Scrivendo al Cataneo, in tempo di grande suo bisogno, e che fin da’ medici stato era per cagion della sua estrema povertà abbandonato, disse: « Non so adunque ciò che si dicano i medici, o almeno questi, i quali io vedo poche volte; forse perchè io non ho danari da pagargli; sicchè non accetterei niun consiglio più volentieri di questo d’arricchire, se fosse approvato dai teologi; ma sapete quanto sia difficile al ricco l’entrare nel regno del cielo. A’ liberi credo senza fallo che sia più facile l’entrarvi perchè possono far molte buone operazioni, che sono impedite dalla prigionia ».

Mentre Torquato nel liberalmente distribuire e dispregiare le ricchezze fu giusto, si mostrò insieme nel sofferire e nell’eleggere magnanimamente la povertà altrettanto forte eziandio. Ma in qual altra spezie di fortezza, oltre a questa, fu egli da chi che sia superato, o per avventura agguagliato giammai? Certo, per quel che io me ne creda, da niuno, come apertamente conosceremo se la sua franchezza, la fidanza, la pazienza, la costanza, la perseveranza andremo fra noi medesimi rammemorando. Chi mostrò mai più franco valor di Torquato, quando a singolar battaglia sfidato da tale che gli avea mancato una volta di fede, e che poteva anche mancargli agevolmente la seconda per esser nella sua patria ricco di parenti e d’amici, egli nondimeno, tutto solo e forastiero, e senza altr’armi che una spada, e senz’altra sicurtà di campo, se ne uscì per la porta di S. Leonardo fuori della città, e quivi assalito da quattro fratelli insieme, con tanto coraggio da tutti e quattro si difendette, che non solamente ne rimase salvo, ma due di coloro se ne andarono gravemente da lui feriti? O pur quando, avendo egli onde temere del duca stesso, fece nondimeno quella fortissima deliberazione, con la quale conchiuse il sonetto Odi Filli, che tuona :

Che se terra sarò, terra ancor fui.

Chi maggior confidanza di lui, ch’essendosene da Ferrara fuggito per sospetto che gli avessero voluto la vita torre, poscia, per una lettera di madonna Leonora, volontariamente n’andò a sottoporsi o a certo rischio di morte, o di lunga prigione, siccome addivenne ed egli aveva antiveduto? E ciò con tanta fidanza in Alfonso quanto che egli medesimo scrisse al duca d’Urbino: « Confidai in lui, non come si spera negli uomini, ma come ai confida in Dio, e poneva la vita mia a tal rischio ch’ogni picciolo accidente che fosse sopravvenuto, avrebbe potuto torlami di leggieri, e pur mi pareva, che mentre io era sotto la sua protezione non avesse in me alcuna ragione nè la morte, nè la fortuna ». Chi maggior pazienza di lui in sei anni di carcere, diciotto d’infermità, trentadue di esilio e in continua povertà e avvertita per tutta la vita, anzi nell’incertitudine della vita stessa? iscrivendo ad Ascanio Mori diceva: « Al signor degli astrologi do solamente fede, a’ medici credo alcun poco, ma le ragioni senza l’esperienza alcuna volta non m’appagano. Faccia qualche pruova quest’uomo mirabile, o medico o astrologo ch’egli sia, perchè in me può farla, perciocchè sono simile a coloro che sono dannati a morte, ne’ quali è lecito a far tutte l’esperienze ». Chi maggior costanza di lui in tante e sì varie persecuzioni? Bene a ragione così ne scrisse ad Annibale Ippoliti: « Lasci me ne’ miei soliti pensieri amari e nella mia costanza: Quam nulla redarguet aetas » neppure all’avverse fortune, ma nelle seconde altresì. Il duca Alfonso, spinto da’ gavillatori di Torquato, in ammenda del lungo carcere da lui sostenuto, gli proponeva le dilicatezze e l’ozio, ma avrebbe voluto (userò le stesse parole ch’egli scrisse al duca d’Urbino) « ch’io non avessi e aspirato a niuna lode d’ingegno, a niuna fama di lettere, e che tra gli agi e i piaceri menassi vita molle e delicata, trapassando quasi fuggitivo dall’onore e dall’Accademia agli alloggiamenti di Epicuro, ed in quella parte ove nè Virgilio nè Lucrezio albergaron giammai ». Così scrisse e stette così costante nel dovuto proponimento dell’amore delle virtù, che (com’egli nella stessa lettera soggiunse) quel pensiero del duca, o piuttosto di altri, non solo nol torse dal diritto cammino, ma ’l mosse a tanto e sì giusto sdegno, che più volte con viso aperto, e con lingua sciolta odia verbis aspera movi.

Chi ebbe maggior perseveranza di lui, ch’avendo eletto Alfonso per suo signore, tutto che da lui fosse (com’egli almeno stimava) ingiustamente oltraggiato, non volle però giammai lasciare il titolo di suo servidore; nè meno le operazioni, in quanto dalla varietà degli accidenti gli fu conceduto, rifiutando di servir qualunque altro eziandio principe di lui maggiore? Questa medesima perseveranza, ch’egli ebbe nella servitù del suo signore, mostrò anche di vantaggio nell’acquisto e nell’abito di tutte le altre virtù, avendole sempre di gran lunga preposte, non pure a’ piaceri, alle dilicatezze e agli ozi, come pur ora diciavamo, ma all’utile, agli onori e alle dignità parimente. Le quali cose potendo egli ampiamente ottenere da Vincenzo Gonzaga, e mentre era principe e poscia che fu duca di Mantova, e alle quali ricevere era dall’abbate d. Angelo Grillo per lettera confortato, egli nondimeno ricusò di accettarle, temendo non forse contradicessero all’amore e allo studio della filosofia, come allo stesso abbate rispondendo disse: La riputazione i principi possono darla meglio di molti altri, ma a me non può piacere alcuna riputazione scompagnata da quella degli studi e delle lettere, e non so se da questo nuovo duca mi sarà conceduta maggior commodità d’attenderci senza impedimento. L’amor della filosofia ha fatte in me tante radici che non si possono stirpare, e ha gran torto chi cerca d’impedire che non nascano i frutti: dell’utile io non sono tanto sollecito, e se non fossi per attendere un giorno con animo quieto alla contemplazione, o almeno al poetare, mostrerei quanto io ne sia sprezzatore». Così Torquato; e altrettanto fece col gran duca Ferdinando de’ Medici, e col pontefice Clemente VIII e con l’uno e con l’altro nipote di lui, in modo che ben si può con verità raffermare che nel preporre la virtù a qualunque altra cosa, tutto l’intiero corso della sua vita altro non fosse che una continua perseveranza.

CAPITOLO III.

Della temperanza, umiltà e continenza osservate sempre dal Tasso

La quale, come per cagion della lunga continuanza si dee attribuire a fortezza, così, rispetto al moderamento dell’affetto in raffrenare l’appetito nelle cose per loro medesime da ciascuno desiderate, si dee certamente a singolar temperanzia recare. E a ragione, perciochè queste due virtù (dico la fortezza e la temperanzia) tutto che a prima vista paiano l’una dell’altra nemiche, come quelle che l’una cerca di rinvigorire la parte irascevole e l’altra di rintuzzare la concupiscibile, sono fra di lor nondimeno così care compagne che di rado o non mai l’una può senza l’altra ritrovarsi, o almeno durare in istato. Laonde ben ne dee la fortezza di Torquato essere della sua temperanzia altresì certo e necessario argomento. Del quale non rimarremo a patto alcuno ingannati, conciossiacosachè egli insin dal fervore degli anni più giovenili fosse così misurato osservatore della temperanzia, che maraviglia non è se poscia nella più matura gioventù l’ebbe della modestia, del silenzio, dell’umiltà, della mansuetudine, della clemenza, dell’onestà, della continenza, dell’astinenza, in ciascuna sua operazione così buone e fedeli compagne. Fu egli in ogni suo atto singolarmente modesto, e in ispezieltà nell’abito, perciochè sempre gli piacque, ancor nell’età puerile, il vestire di color nero e di semplici drappi, senza lavoro o fregio alcuno, e con assai minor pompa di quello che alla sua nobiltà e alla fortuna altresì convenuto sarebbe. Nè delle vesti volle giammai aver più di quell’una sola che continuamente adoperava, la quale dovendo, o per lo mutamento delle stagioni, o perchè fosse logorata lasciare, incontanente donava a’ poveri e prendeva l’altra. I panni lini parimenti usava semplici e senza ornamento di trapunti, nè di merletti, quantunque amasse di tenerne molti e bianchissimi, perciochè tutti i suoi vestimenti, come che pomposi non gli volesse, si compiaceva nondimeno che fossero puliti e bene assettati, nel che solamente cortegiano si dimostrava.

Questa stessa modestia usò sempre Torquato e nel favellare e nel tacer parimente, tutto che quella sì debba più propriamente ad umiltà attribuire, e questa alla virtù del silenzio. Del quale egli per sì fatta maniera si compiacque, che per se medesimo niun ragionamento avrebbe mosso giammai, se la necessità dell’addimandare, o la convenevolezza del rispondere non lo avesse richiesto; e sarebbesi volentieri continuamente taciuto, non pure nelle solitudini, delle quali era vago, perciocchè esse ancora sono del silenzio amiche, ma nelle conversazioni altresì, se la sua piacevolezza e avvenenza non l’avesse (come poco sopra dicemmo) a favellare sovente e anche talora a motteggiare e a scherzare condotto. Quindi avvenne che nel quistionare non fu mai contenzioso, o lungo nel ragionare, o non limitato nel discorrere da una in un’altra materia, come alcuni fanno, i quali travalicando di questo in quel sermone, quasi rivo che per luoghi vallicosi discenda, non par che possano ristarsi dal cinguettar cominciato. Anzi in ogni malagevole quistione, in ogni avviluppato ragionamento che avesse altri mosso, soleva con semplice e breve risposta manifestar la sua opinione e tacersi. Nè perchè da alcuno degli uditori il suo parere approvato non fosse, egli, se di nuovo richiesto non era, solea replicare; nè all’incontro perchè eglino vi si acquetassero e’ trapassava ad altro ragionamento se stato da loro proposto non fosse; perciocchè, sempre che acconciamente poteva farlo, vie più volentieri ascoltava che favellava.

L’umiltà in lui fu a misura della dottrina, ma non a quella che suole nella propria stima il volgo de’ dotti usare, de’ quali a gran ragion si disse che la scienza li gonfia, là dov’egli fu non pure altrettanto umile quanto scienziato; ma di vantaggio vie più, pesando i suoi meriti con la stadera del mugnaio e gli altrui con la bilancia dell’orafo. Perciochè quantunque si fosse in tutte le scienze e nelle più nobili professioni di tempo in tempo avanzato tant’oltre che appena giunto alla sua mezzana età fu da tutte le nazioni con general grido stimato un miracolo di natura, così per l’altezza e per la universalità della dottrina, come per la eccellenza e per la varietà delle opere da lui scritte, nondimeno ebbe così depresso concetto di se medesimo, e che non attribuì giammai parte alcuna al testimonio del suo proprio giudizio; anzi in tutte le sue cose volentieri si sottometteva all’autorità di tale, a cui nel sapere e nell’opinione universale altresì egli era di gran lunga superiore. Quindi nacque che le sue parole furono sempre lontane d’ogni grandigia e d’ogni vanto di se medesimo, e le sue disputazioni d’ogni ostinazione del proprio parere e da qualunque dispregio dell’altrui, e ’l conversare d’ogni ritrosia e d’ogni alterezza, rendendosi molto più difficile a ricevere le lodi dovute alla sua virtù, i titoli convenienti al suo sapere, e la maggioranza de’ luoghi che gli erano attribuiti, che a concedere a tutti in qualunque di queste cose vantaggio. Perciochè a tutti era lecito di volgere i suoi ragionamenti, di contradire alle sue opinioni, di tralasciar con esso lui le debite cerimonie e di preporglisi eziandio; sofferendolo egli, non dico pazientemente, ma stimando quel che altri superbamente operava che fosse dovere non arroganza, come colui che non aveva di così fatte cose alcuna stima e molto meno di se medesimo. Laonde pervenne a tal dispregio di sè e delle cose sue che malagevole non gli fu il superare con l’umiltà dell’animo e delle operazioni il lividor dell’invidia che gli aveva generato il sovrastare con la fama a tutti gli altri.

Da questa così profonda umiltà di Torquato se gli ingenerò nell’animo un’incredibile mansuetudine (a chi per prova non l’avesse sperimentato), perciochè egli per niuna delle cagioni, che molte e sovente gliene furon date, si lasciò giammai nè in atti, nè in parole tant’oltre trasportare dall’ira, che se gliene alterasse nè meno il suono della favella; fuorchè quell’una sola volta ch’ebbe col fellone amico tenzone, alla quale confessava egli non essersi mosso per conto dell’ingiuria a sè fatta col violar la fede del commesso segreto, ma per quel che s’avrebbe potuto la sua donna ad onta ragionevolmente recare se egli l’avesse senz’alcuna giusta punizione sofferta. La qual sofferenza ebbe in tutto il rimanente della sua vita con animo così mansueto, che per molto che stato fosse perseguitato e lacerato e nell’operazioni e negli scritti da’ suoi gavillatori, egli non pure non ne volle giammai nè vendetta, nè gastigamento prendere in fatti, ma nè meno si dolse a parola d’alcun di loro. E quando talvolta mestier gli fu di rammaricarsi e difendersi dell’altrui malivoglienza e maldicenza, ciò fece tacendo e iscusando gli offenditori e discoprendo e accusando solamente le offese; sì veramente che quantunque in molte dell’opere sue e ne’ versi e nelle prose, e spezialmente fra le lettere, si ritrovino soventemente sparse le sue lamentanze (perciochè continuamente fu molestato e trafitto dagli emuli della sua virtù) non si legge però in alcun luogo giammai ch’egli nelle sue giustissime querele nominasse persona. E oltre a ciò quanto fu alla sua mansuetudine difficile l’adirarsi per le offese ricevute, altrettanto si rese facile alla sua clemenzia il perdonare a coloro che l’offendevano; il contrario di quello che veggiamo le più volte avvenire, perciochè coloro che di leggieri si turbano, sogliono con la stessa leggierezza di mutamento anche rasserenarsi; ma quegli allo ’ncontro che di rado, o con difficoltà si sdegnano, quando talora s’accendono in ira, malagevolmente sogliono racchetarsi.

Ma Torquato fu nell’una e nell’altra di queste virtù egualmente da commendare, e nel rattenersi dall’ira quand’era offeso, e nel perdonare con agevolezza a chi l’offendeva, come si vede in ciò che scrisse a Cristoforo Tasso: Nondimeno perchè io, il qual ho peccato come uomo, offeso ingiustamente ho perdonato come cristiano, non desidero vendetta di loro, ma l’emenda, la qual io fo dal mio lato, quanto posso, mentre dalla parte loro è l’istessa perseveranza. Così Torquato con incomparabile clemenzia perdonava a’ suoi nemici eziandio mentre essi perseveravano nell’offenderlo: anzi se loro dell’offese a lui fatte fosse alcun sinistro avvenuto, gliene rincresceva e dolevasene com’egli medesimo testimoniò al duca d’Urbino in quel luogo della sua lunga lettera, dove del suo principal persecutore favellando diceva: Nè con animo men composto desiderava io la pena del nemico, parendomi bastevole quella ch’egli pativa per le furie della sua coscienza e per lo scorno d’esser caduto dall’opinione di altissimo valore, e bontà. E poco dopo: E questa sua pena non solo saziava ogni mio giustissimo sdegno, ma mi mosse anco talora a compassione della sua vergogna, e cercai con ogni ufficio di cortesia e di umanità di consolarlo. Tale ebbe l’animo verso i suoi nemici.

Ma quanto egli fu nel perdonare e nel compatire altrui mansueto e clemente, altrettanto divenne contra i suoi propri affetti severo, e aspero, e spezialmente nel raffrenare le carnali concupiscenze. Conciosiacosachè fosse così rigido servatore dell’onestà che ben si può in tutte le parti a Socrate pareggiare, e in molte preporre altresì, come colui ch’ebbe non pure gli atti e le parole, ma i pensieri eziandio da ogni bruttura lontani; e quantunque fosse naturalmente inchinato e quasi da spezial genio rapito all’amor del bello, nondimeno ciò faceva con tanta candidezza di mente, che in quella non se gli rappresentavano giammai imagini di cose men che pudiche, nè sentiva fatica di non farvi penetrare i movimenti del concupiscibile appetito; onde visse fin dagli anni suoi giovanili con maravigliosa pudicità, e di ciò n’è testimonio chi in Padova e in Bologna fra gli altri scolari il conobbe e chi poscia negli anni più maturi vide con tranquilla pace i suoi sensi, per lungo sovrastare, intieramente sottoposti. Nelle parole fu sempre schifo non solo d’ogni disonestà,

L’umiltà in lui fu a misura della dottrina, ma non a quella che suole nella propria stima il volgo de’ dotti usare, de’ quali a gran ragione si dice che la scienza li gonfia, là dov’ egli fa non pure altrettanto umile quanto scienziato; ma di vantaggio vie più, pesando i suoi meriti con la stadera del mugnajo e gli altrui con la bilancia dell’orafo; perciocchè quantunque si fosse in tutte le scienze e nelle più nobili professioni di tempo in tempo avanzato tant’oltre, che appena giunto alla sua mezzana età fu da tutte le nazioni con general grido stimato un miracolo di natura, così per l’altezza e per la universalità della dottrina, come per la eccellenza e per la varietà delle opere da lui scritte, nondimeno ebbe così depresso concetto di se medesimo, che non attribuì giammai parte alcuna al testimonio del suo proprio giudizio; anzi in tutte le sue cose volentieri si sottometteva all’autorità di tale, a cui nel sapere e nell’opinione universale altresì gli era di gran lunga superiore. Quindi nacque, che le sue parole furono sempre lontane da ogni grandigia e da ogni vanto di se medesimo, e le sue disputazioni da ogni ostinazione del proprio parere e da qualunque dispregio dell’altrui, il conversare da ogni ritrosia e da ogni alterezza, rendendosi molto più difficile a ricevere le lodi dovute alla sua virtù, i titoli convenienti al suo sapere, e la maggioranza de’ luoghi che gli erano attribuiti, che a concedere a tutti in qualunque di queste cose il vantaggio; Perciocchè a tutti era lecito di volgere i suoi ragionamenti, di contraddire alle sue opinioni, di tralasciar con esso lui le debite cerimonie e di preporglisi eziandio; sofferendolo egli, non dico pazientemente, ma stimando quel che altri superbamente operava, che fosse dovere non arroganza, come colui che non aveva di così fatte cose alcuna stima e molto meno di se medesimo. Laonde pervenne a tal dispregio di sè e delle cose sue, che malagevole non gli fu il superare con la umiltà dell’animo e delle operazioni il lividor dell’invidia che gli aveva generato il sovrastare con la fama a tutti gli altri.

Da questa così profonda umiltà di Torquato se gl’ingenerò nell’animo un’incredibile mansuetudine, perciocchè egli per niuna delle cagioni, che molte e sovente gliene furon date, si lasciò giammai nè in atti, nè in parole tant’oltre trasportare dall’ira, che se gliene alterasse nemmeno il suono della favella; fuorchè quell’una sola volta ch’ebbe col fellone amico tenzone, alla quale confessava egli non essersi mosso per conto dell’ingiuria a sè fatta col violar la fede del commesso segreto, ma per quel che s’avrebbe potuto la sua donna ad onta ragionevolmente recare se egli l’avesse senzalcuna giusta punizione sofferta. La qual sofferenza ebbe in tutto il rimanente della sua vita con animo così mansueto, che per molto che stato fosse perseguitato e lacerato e nell’operazioni e negli scritti da’ suoi gavillatori, egli non pure non ne volle giammai nè vendetta, nè gastigamento prendere in fatti, ma nemmeno si dolse a parole di alcun di loro. E quando talvolta mestier gli fa di rammaricarsi e difendersi dell’altrui malivoglienza e maldicenza, ciò fece tacendo e scusando gli offenditori e discoprendo ed accusando solamente le offese; sì veramente che quantunque in molte dell’opere sue e ne’ versi e nelle prose, e specialmente fra le lettere, si ritrovino soventemente sparse le sue lamentante (perciocchè continuamenze fu molestato e trafitto dagli emuli della sua virtù) non si legge però in alcun luogo giammai, ch’egli nelle sue giustissime querele nominasse persona. E oltre a ciò quanto fu alla sua mansuetudine difficile l’adirarsi per le offese ricevute, altrettanto si rese facile alla sua clemenza il perdonare a coloro che l’offendevano; il contrario di quello che veggiamo le più volte avvenire, perciocchè coloro; che di leggieri si turbano, sogliono con la stessa leggerezza di mutamento anche rasserenarsi; ma coloro all’incontro che di rado, o con difficoltà si sdegnano, e quando talora o s’accendono in ira, malagevolmente sogliono racchetarsi.

Torquato fu nell’una e nell’altra di queste virtù egualmente da commendare, e nel rattenersi dall’ira quand’era offeso, e nel perdonare con agevolezza a chi l’offendeva. Scriveva a Cristoforo Tasso: Nondimeno perchè io, il qual ho peccato come uomo, offeso ingiustamente ho perdonato come cristiano, non desidero vendetta di loro, ma l’emenda, la qual io fo dal mio lato quanto posso, mentre dalla parte loro è l’istessa perseveranza. Con incomparabile clemenza perdonava a’ suoi nemici eziandio mentr’ essi perseveravano nell’offenderlo; anzi se a loro dell’offese a lui fatte fosse alcun sinistro avvenuto, gliene rincresceva e dolevasene. Così testimoniò al duca d Urbino in quel luogo della sua lunga lettera, dove del suo principal persecutore favellando diceva: Nè con animo men composto desiderava io la pena del nemico, parendomi bastevole quella ch’egli pativa per le furie della sua coscienza e per lo scorno d’esser caduto dall’opinione di altissimo valore e bontà; e poco dopo: questa sua pena non solo saziava ogni mio giustissimo sdegno, ma mi mosse anco, talora a compassione della sua vergogna, e cercai con ogni ufficio di cortesia e di umanità di consolarlo. Tale ebbe l’animo verso i suoi nemici.

Ma quanto egli fu nel perdonare e nel compatire altrui mansueto e clemente, altrettanto divenne contra i suoi proprj affetti severo, aspro, e specialmente nel raffrenare le carnali concupiscenze, conciossiacosachè fosse così rigido osservatore dell’onestà, che ben si può in tutte le parti a Socrate pareggiare, e in molte preporre altresì, come colui ch’ebbe non pure gli atti e le parole, ma i pensieri eziandio da ogni bruttura lontani; e quantunque fosse naturalmente inchinato e quasi da special genio rapito all’amore del bello, nondimeno ciò faceva con tanta candidezza di mente, che in quella non se gli rappresentavano giammai immagini di cose men che pudiche, nè sentiva fatica di non farvi penetrare i movimenti del concupiscibile appetito; onde visse fin dagli anni suoi giovanili con maravigliosa pudicità, e di ciò n’è testimonio chi in Padova e in Bologna fra gli altri scolari il conobbe, e chi poscia negli anni più maturi vide con tranquilla pace i sensi suoi, per lungo sovrastare, intieramente sottoposti. Nelle parole fu sempre schifo non solo d’ogni disonestà, e del favellarne in distesi ragionamenti, ma ne’ brevi motti altresì, ne’ quali talvolta pare men disdicevole il trasandare alcun poco. Anzi nemmeno nell’altrui lingua gli piacquero giammai le men che oneste parole, e come che non sempre a lui paresse convenevole il ripigliare l’altrui soverchia licenza, nondimeno solea imporre silenzio con un modesto rossore che su le guance incontanente gli compariva, onde faceva coloro che troppo liberamente favellavano,vergognare e per conseguenza tacere. E dolevasi di Aristotile che avesse insegnato a doversi dalle disoneste cose recare il riso e il diletto nelle commedie; il che per avventura cagione fu che Torquato, tutto che avesse in ciascuno degli altri generi della poesia scritto diversi poemi, non si condusse però giammai a comporre alcuna commedia, perciocchè non si affidava di piacere altrui senza quello ch’egli naturalmente abbominava. Nè cred’io già che alcuno sia che’ sua reputi quella commedia, che sotto suo nome falsamente va attorno, per ciò che la diversità degli stili non lascia veruno ingannare; senza che faccia mestiere di recare il testimonio di Torquato stesso, il quale più si doleva di questa bugiarda imputazione, che di molti furti che gli erano stati de’ suoi componimenti già fatti. Negli atti poi fu così grande la sua continenza, ch’io quantunque non osassi accertare lui essersi del tutto da’ carnali congiungimenti sempre astenuto, nondimeno non potrei affermare di saper cosa in contrario; eppure pochissimi stimo io che sieno coloro che ne possano più sapere di quel che io ne so. Ma questo ben posso con sagramento testimoniare, ch’egli naturalmente nemicissimo fu d’ogni atto ingiurioso alle sacre leggi del matrimonio, e altrettanto schifo di ravvolgersi nelle sozzure di femmine vili, onde con niuna ebbe in tutto il corso della vita a dimesticarsi. Oltre a ciò fui da bocca di lui medesimo rassicurato, che dal tempo del suo ritegno in sant’Anna, ch’avvenne negli anni trentacinque della sua vita e sedici avanti la morte, egli intieramente fu casto: degli anni primi non mi favellò mai di modo ch’io possa alcuna cosa di certo qui raccontare.

E che diremo noi dell’astinenza? dovremola annoverare fra le altre virtù di Torquato? Certo io non so s’egli, quantunque astenentissimo fosse, in ciò virtuosamente operasse, o se pure per trascuraggine non gliene calesse, perciocchè egli era non solamente mortal nemico d’aver cura delle cose a’ piaceri della gola appartenenti, ma nello stare anche a tavola si vedeva sempre svogliato e pensieroso, e con l’animo dalle vivande, per saporite che fossero, tutto diviso; e parevagli che niun tempo fosse più di quello che si spende nella mensa perduto. Ma quello ch’io dico del mangiare non intendo però del bere, nel che non fu per avventura sì sobrio, che a paragone del cibo ch’egli temperatissimamente prendeva, non avesse potuto altrui soverchio parere. Senza che, egli quel gusto che non aveva nelle vivande, delle quali non curava nè la dilicatezza, nè il sapore, sentiva nondimeno ne’ vini, amandoli, come confessò scrivendo a Gio. Batista Licinio, dolci e piccanti, quali in Mantova gli aveva ritrovati, e come a suo padre erano ancora piacciuti. Da questo presero opportunità i suoi nemici di riprenderlo, come bevitore (simili in ciò a’ malvagi Ebrei), perciocchè agevol è in quelle cose che sono necessarie alla natura il dare a credere che altri ecceda. Torquato, scrivendo al duca d’Urbino, da questa cavillazone s’ebbe a difendere: Non so però se intemperanza si possa dir quella, negli atti della quale niuna dilettazione riceve il senso del gusto o del tatto; i quali non da cupidigia, ma da consiglio sono derivati; che certo tutto quel ch’io prendeva di soverchio di cibo, o di bevanda, il prendeva con noia e con sazietà. E poco più oltre: Nè men pasciuto, che sobrio, nè men a mensa, o tra i bicchieri, che nello studio e fra i libri, era uso di poetare e di filosofare, e credeva io, e lo raccoglieva in molte verisimili conghietture, o piuttosto da molti certissimi argomenti che al duca fosse caro questo mio disprezzo della sanità; non solo acciocchè io, che sino a quel tempo era vissuto dilicatamente, m’avvezzassi alla sofferenza, ma anche perchè con notabil confidenza emendassi l’errore della prima diffidanza. Così purgossi da un’opposizione fattagli da’ suoi nemici, laonde a noi non fa qui mestiere che di nuovo il difendiamo, perchè resti appo ciascun manifesto, ch’ egli niente men sobrio fosse di quel che abbiamo veduto essersi in tutte le altre virtù della temperanza avanzato.

CAPITOLO IV.

Prudenza, e religione.

Ma veggomi ormai giunto a quel passo dov’è gran pezza che per avventura altri m’attende, perciocchè avendo favellato della temperanza, della fortezza e della giustizia di Torquato, par che successivamente in questo luogo si debba della sua prudenza eziandio ragionare. La sua virtù parrà forse ad alcuno che male in lui ritrovar si possa, che anzi diede talvolta in alcuna sua operazione altrui cagion di sospettare ch’egli mentecatto non fosse. Ma sovviemmi avere altrove di largo mostrato, che la sua infermità non trapassò giammai i termini del delirio cagionato da malinconia, per la quale elevandosegli torbidi e neri vapori al capo, questi gli offuscavano per brevissimo spazio solamente la fantasia, perciocchè per la loro leggerezza e sottigliezza assai velocemente trapassando, non potevano la sostanza del celabro, nè altro stordimento dell’immaginativa guastare (il che di necessità interviene nella pazzia), ma tantosto il lasciavano dalla passata turnazione intieramente libero e franco, come per appunto a coloro che patiscono di vertigine, o di epilessia, e anche agli addormentati addiviene: i quali tutto che abbiano nell’infermità e nel sonno quasi legate le potenze e gli stromenti dell’animo, nondimeno, tosto che liberati sono dalla indisposizione e dalla sonnolenza, incontanente rimangono pronti e abili come prima a qualunque operazione. Onde si cagionasse che questo delirio di Torquato da molti fosse un tempo tenuto pazzia, ne assegnammo già tre principali cagioni; l’ignoranza del volgo, che non sa per appunto tra queste infermità far differenza: l’iniquità de’ suoi nemici, che malvagiamente sparsero di lui questa falsa voce; e la sua propria elezione che artatamente volle quest’opinione, quantunque bugiarda, nutrire per ischifare i pericoli dello sdegno d’Alfonso con ricovrire sotto il finto mantello della pazzia i giovanili errori dell’amor suo. La qual simulazione di follia è tanto lontana di dar indizio d’essere mentecatto, che anzi grandissima prudenza stimarsi dee, come in Solone e in Bruto riputavasi: laonde io non veggo ragione per la quale Torquato non debba prudentissimo esser tenuto, e com’egli medesimo disse, un terzo fra questi due. Tanto più rispondendo a ciò quell’occhiuta e maravigliosa prudenza che mostrò in tutte le operazioni quant’egli fu lungo il corso della sua vita: onde fu maturo nel considerar le cose, considerato nel deliberarle, deliberato nelle dubbiose, e niente dubbioso nell’antiveder le future, nel farsi incontro alle buone e nel deviar dalle cattive; avveduto nel valersi de’ passati esempj nelle presenti necessità e vigilante e sollecito nel mandar quello ad esecuzione che saviamente aveva determinato. Le quali cose ottimamente si conobbero in qualunque suo atto, e primieramente dell’acquisto ch’egli fece della grazia di molti principi, nell’amicizia di tanti uomini per valore e per lettere ragguardevoli, della benevoglienza universale dei popoli; e oltre a ciò nel molto accorgimento ch’egli ebbe in conversando con tante e sì differenti qualità di persone conforme a’ meriti diversi e con sommo soddisfacimento di ciascheduna: il che senza esquisita considerazione non avrebbe a patto alcun potuto acquistare. Appresso nella cautela ond’egli celò per alcun tempo gli amori suoi, e nella sagacità con che antivide il pericolo, che dall’esser per altrui colpa scoperto gli soprastava; nella provvidenza in ischifargli con la fuga; nell’artifizio in celarsi per tanti viaggi ch’egli sconosciuto fece in Torino, in Roma, in Sorrento, in Urbino, e nel simular che usò nel suo ritorno a Ferrara; nella maturità che in lui si vide pazientemente sofferendo il lungo carcere; nella destrezza che usò nell’esserne liberato e nell’aver licenza d’uscire da Ferrara e poi da Mantova con permissione, ma non volontaria dell’uno e dell’altro duca; nel senno che gli bisognò usare nella corte di Roma in diversi tempi e pontificati; nella discrezione che gli fece mestiere in Napoli, e come cortigiano fra tanti signori ond’ ella è piena, e come piatitore fra’ giudici, fra gli avvocati e fra notaj, de’ quali è forse più ch’altra città impacciata; ed ultimamente nell’avvedimento che, già oppresso dagli anni e dall’infermità, ebbe nel temporeggiare fra’ due cardinali Pietro e Cintio Aldobrandini. Nelle quali cose tutte, s’egli prudenza, e molta, abbia mostrato o no, può ciascuno per sè agevolmente stimare. Ma molto più apertamente per avventura scorger si può dal bello e lodevol ordine ch’egli continuamente usi ne’ lunghi ragionamenti, nelle sottili disputazioni e nell’altezza del poetare; eziandio nel tempo ch’era dalla sua infermità maggiormente aggravato; ove sempre scoperse non pure varietà, e profondità di dottrina, ma dovizia di senno e di discrezione altresì, e spezialmente nel favellare e nell’assegnare le cagioni della sua favoleggiata pazzia; sì che non avrebbe alcuno scemo di cervello potuto fare. Della qual cosa rendono vivacissimo testimonio anche dopo la sua morte le sue tante e divine composizioni, le quali, non che scrivere sapute non si sarebbero da alcun folle, ma nemmeno intendere oggidì compiutamente si possono da chi non sia di molto senno fornito. Non fu adunque mentecatto egli, anzi non men prudente di quel che veduto abbiamo, che giusto, forte e temperato altresì stato sia; ed a ragione, perciocchè essendo le virtù fra di loro con sì forti abbracciamenti congiunte, che l’una senza l’altra ritrovar non si può, ed essendo già ampiamente dimostrato che in lui tutte le altre compiutamente si ritrovarono, di necessità par che siegua, che non potesse in così nobile compagnia la sola prudenza a patto alcuno mancare.

Ebbe adunque Torquato di tutte le morali virtù universale ed intiera possessione, alla quale siccome creder si può che la sua naturale inclinazione, e l’amor della filosofia gli agevolasse grandemente il sentiero, così allo incontro dubitar non si dee che lo studio della teologia, e il lume soprannaturale della grazia divina non gli avesse all’acquisto delle teologiche virtù altrettanto e maggiore giovamento recato. Perciocchè egli ebbe, per ispecial dono di Dio, dal vero splendore della santa fede per sì maraviglioso modo illuminata la mente, che nè per debolezza di giudizio nell’età puerile, nè per acutezza d’ingegno nel calor della gioventù, gli cadde giammai nel pensiero dubitazione veruna intorno, a’ misterj della nostra cristiana religione; anzi n’ebbe continuo tanto ferma e costante credenza, che quantunque vago soprammodo fosse d’investigare le varie opinioni degli antichi filosofanti, prepose nondimeno ogni semplice decreto de’ Padri a qualunque e più certa dimostrazione delle naturali scienze, e rese la filosofia stessa (come nelle sue disputazioni s’udì e si legge tuttodì ne’ suoi scritti) fedelissima ancella della teologia. E tale fu la riverenza e la divozione ch’egli ebbe continuamente a santa Chiesa ed a’ suoi ministri, che giammai ne favellò motteggiando, o scherzando, com’alcuni fanno, ma nemmeno sofferse che altri in sua presenza ridendo o gabbando ne ragionasse, quantunque le loro parole per altro leggiadre e piacevoli ad udir fossero. E quel che per beffa non tollerò, molto meno ne’ severi ragionamenti permise, ed in ispezieltà quando nel viaggio di Francia s’ abbattè con eretici assai sovente a favellare e a disputare, ove si dimostrò sempre agrissimo difenditore delle cattoliche verità. Nè men zelante ne fu nella penna che nella lingua stato ne fosse; laonde per la medesima cagione rifiutò ne’ suoi poemi d’intromettere i favolosi dii de’ gentili, come che l’uso universale dei poeti gliene concedesse ampia licenza; ed in quella vece introdusse (e spezialmente nella Gerusalemme) i più alti sagramenti e le più notabili solennità della nostra fede con somma pietà descritte. E per sì fatta maniera fu della purità di quella osservator scrupoloso che non solamente schifò d’intendere i riti delle false religioni, e gli ammaestramenti dell’ arti dannate, ma rifiutò eziandio di apprendere le vere discipline da’ libri, o da persona o per modo non conceduto da santa chiesa, raffrenando in ciò l’ardentissimo desiderio ch’era in lui di sapere, come scrisse a Maurizio Cataneo in quella lettera, ove andava raccontandogli le apparizioni e le beffe che soleva de’ folletti patire, così dicendo: « Laonde io non posso difendere cosa alcuna da’ nemici, o dal diavolo, se non la volontà, con la quale non consentirei d’imparar cosa da lui, o da’ suoi seguaci, nè d’avere seco alcuna famigliarità, o co’ suoi maghi, i quali, come dice il Ficino, posson muover l’immaginazione, ma senza lo ’ntelletto, in cui non hanno alcuna autorità o alcuna forza, perch’egli dipende da Iddio immediatamente; e lo stesso si può raccogliere da molti altri filosofi, non solamente platonici, ma peripatetici ». E poco dopo soggiunse: « Nè lessi libri d’eretici, o di negromanzia, nè d’altra materia proibita; nè mi piacque la conversazione loro, nè di lodare la dottrina, anzi biasimai con le parole e con gli scritti ogni opinione contra la santa Chiesa cattolica, quantunque io non neghi di aver alcuna volta prestato troppa credenza alla ragione de’ filosofi, ma non in guisa ch’io non umiliassi l’intelletto sempre a’ teologi, e ch’io non fossi più vago d’imparare che di contraddire ». A queste parole di Torquato furono sempre molto conformi le operazioni; e non solamente nella certezza della fede, nella riverenza delle cose sacre, nel zelo della religione, nell’osservanza de’ comandamenti di santa Chiesa, come detto è; ma nella pietà eziandio verso i misteri e sagramenti di quella, de’ quali fu grandemente divoto. E sopra tutt’altri della salutifera Incarnazione del Figliuol di Dio nel chiostro verginale di Maria, e del prezioso corpo di lui nella sagrata Ostia dell’altare, perciocchè e’ diceva, che in questi due si conteneva il principio e ’l compimento della nostra intiera salute; onde volentieri amendue, il primo meditando e l’altro frequentando, riveriva, come chi ebbe con lui famigliarità agevolmente il può ricordare, e gli altri possono da molte delle sue rime raccogliere, ed in ispezieltà dal sonetto che scrisse al cardinal S. Carlo Borromeo, con cui mostrò il suo desiderio di ricevere il SS. Sacramento :

Carlo, che pasci in sì felice mensa

Di dolce ambrosia le devote menti,

Il cibo, che nel ciel può far contenti

Gli spirti gloriosi, a me dispensa.

E ’l digiuno mio cor, che brama, e pensa

Al mio tardo pentire, a’dì correnti

Vie più che strali, o fulmini, o torrenti ,

Riempi e sazia la mia fame immensa.

Nudri quest’ alma sì pensosa ed egra, ec.

Com’egli per bene apparecchiarsi a riceverlo ricercasse un ottimo confessore, dei quali in sant’Anna avea minor dovizia di quel che egli desiderava, mostrò chiedendolo al padre Panigarola, poscia vescovo d’Asti, in quel Sonetto:

Francesco, inferma entro le membra inferme

Ho l’alma:

ove confessando le proprie colpe, scopre insiememente gli affetti della sua divozione, e gli affetti della credenza che illuminandogli lo intelletto gli accendeva in uno stesso tempo il volere.

Bellissimo è il seguente sonetto, in cui prega Iddio che gli mostri il sentiero di ritornare alla patria celeste:

Padre del ciel, or ch’atra nube il calle

Destro m’asconde, e vie fallaci io stampo

Per questo paludoso instabil campo

Della terrena e lacrimosa valle,

Reggi i miei torti passi, ond’io non falle,

E di tua santa grazia il dolce lampo

In me risplenda: e di securo scampo

Mostra il sentiero a cui voltai le spalle.

Deh! pria che ’l verno queste chiome asperga

Di bianca neve, e di sì breve giorno

Copran tenebre eterne il debil lume,

Dammi ch’ io faccia al tuo cammin ritorno.

Quasi vestito di celesti piume,

Signore, e tu mi pasci, e tu m’alberga.

La confidenza ch’egli nella Provvidenza divina continuamente teneva fu così grande e così ferma, che gliene faceva sovente cose miracolose sperare ed ottenere, come si legge nel sonetto:

Signor, da questo lagrimoso Egitto,

il qual conchiude :

Ma che non lice ad uom ch’in te si fida?

Tu i miracoli in me pur rinnovelli,

Onde in te me ne glorio, ’n me me ’n vanto.

E questa confidenza allogò spezialmente nella vergine madre, e ricevettene più evidenti e maravigliose grazie, come fu nella riavuta salute da quella sua mortalissima infermità che ’l soprapprese in Sant’Anna; il qual miracolo egli molto paratamente spiegò in un sonetto ed in un madrigale da noi di sopra rapportati.

Non perciò potrà recare altrui maraviglia, che in Torquato sì fattamente risplendessero tante altre e sì pregiate virtù, se andremo anche considerando quanto grande fosse l’ardore della sua ferventissima carità, dalla quale, quasi da vivo ed inestinguibile fuoco, sogliono, e non altronde, tutte le altre virtù scintillare. Questa così fortemente nel suo petto s’accese, che come per più d’una parte vi s’appresero le sue ardenti facelle, così per più di una via parimente apparvero fuora le cocenti fiamme che quindi uscirono; moltiplicandole a vicenda, dall’una arte il doppio principio ond’erano mosse e dall’altra il doppio oggetto ov’andavano a terminare. Conciossiacosachè egli per se medesimo fosse a questa virtù per sì fatta maniera dalla natura inchinato, che ogni caritativa operazione soleva senza veruna difficoltà, anzi con intrinseco diletto esercitare; e poscia essendogli di tempo in tempo da’ raggi della celestial grazia maggiormente rischiarata la mente, ciò che da prima per una cotal naturale inchinazione adoperava, ricominciò per osservanza del divino comandamento molto più perfettamente a mettere ad esecuzione. E come nell’età giovanile soleva per propria elezione alla caritatevole affezione del prossimo, com’a naturale oggetto, agevolmente esser tirato, così poscia nell’età più matura raccolse ogni suo affetto, e indirizzollo intieramente in Dio, come in singolar oggetto di ciascun suo pensiero, e quindi quasi reflettendo alle creature, a loro com’ ad opere del medesimo facitore volgevalo, e non altramente. Laonde sentivasi in lui, a guisa di vicendevole coro, la continua armonia delle sue virtuose operazioni, regolate sempre mai dalla misura della doppia sua carità. E siccome la natia carità gli fece larghissimo dono d’un ardente zelo di giustizia verso il prossimo generalmente con ciascheduno, così la soprannaturale gliene concedette un altro vie maggiore dell’obbedienza e dell’osservanza de’ superiori e de’ loro statuti. Se la natural carità gli diè particolar inclinazione alla verità, all’ amicizia, all’affabilità, la soprannaturale gli diede abbominazione della menzogna, delle lusinghe e della maldicenza; se la naturale per se stesso liberale il rendette, la soprannaturale per sì fatto modo limosiniero il fece, che sovente per sovvenire a’ poveri non lasciò a se medesimo danaio alcuno; e se la naturale il fece magnanimo, la soprannaturale allo ’ncontro lunganimo il rendette. La carità naturale con la innata fortezza il rendè valoroso, la soprannaturale confidente; la naturale tollerante e costante, la soprannaturale paziente e perseverante; la naturale con la natia temperanza fecelo modesto ed amatore del silenzio, la soprannaturale dall’altra parte umile e non curante di sè medesimo e delle umane grandezze; la naturale mansueto, la soprannaturale clemente; la naturale onesto e vergognoso; la soprannaturale continente ed astinente insieme. La carità naturale con ispezial disposizione alla prudenza, il rendette maturo negli atti, accorto nel giudicare le cose passate e provvido nell’antiveder le future, e la soprannaturale grave nelle operazioni, discreto nelle elezioni, ordinato nelle esecuzioni. Oltre a ciò quanto l’innata carità lo rendette riverente della religione, altrettanto la soprannaturale lo fece certo e sicuro nella credenza della nostra fede, e quanto la naturale lo fece fermo e costante nella speranza in Dio, altrettanto la soprannaturale il rendette spregiatore d’ogni terreno aiuto, attendendo solamente dalla divina provvidenza soccorso in qualunque sua più grave opportunità. E come la natural carità con l’innato affetto verso le cose celestiali ’l rendè amante della prima cagione, e creatore del tutto, Iddio, così la soprannaturale col celestial ardore della divina grazia lo fece del suo ricreatore ferventissimo innamorato, ed a lui maravigliosamente il ritrasse ed unillo, compiendo in così perfetta consonanza d’unione, questa doppia e soavissima melodia. La qual unione procurò egli continuamente di restringere vieppiù ciascun dì con tre fortissimi nodi, tutti e tre assai evidenti segnali della sua ardentissima carità; primieramente con allacciare il suo volere a quello della divina legge, intieramente osservando i suoi comandamenti; onde nacque in lui tal purità di coscienza che ’l suo confessore ben potè dopo la sua morte far piena fede di non avere (come narrammo) per molti degli ultimi anni della sua vita riconosciuto in esso colpa di peccato mortale: secondamente con lo stretto legame delle sue continue orazioni, che far soleva meditando i divini misterj ed in ispezieltà quelli dell’Incarnazione e della Passione del nostro Signor Gesù Cristo, de’ quali era principalmente devoto, e nella cui meditazione per sì fatta maniera soleva sopra se stesso elevarsi che alcune volte, divenendo da ogni altro pensiero astratto, pareva essere dal divino amore con soprannaturali forze rapito: ultimamente con la frequente unione di se stesso al santissimo Sagramento dell’altare, come ad un breve ma intierissimo raccoglimento di que’ misterj ch’egli sommamente riveriva a certissimo pegno della futura congiunzione a Dio, ch’egli sopra tutte le cose desiderava, siccome aperto dimostrò nel mirabile fine della sua vita, in quell’amoroso affetto a disciogliersi dai lacci corporali per unire inseparabilmente il suo amante spirito all’eterno amore.

CAPITOLO V.

Dell’ingegno maraviglioso e delle opere scritte in versi e in prosa.

Sarebbe oggimai tempo, dopo avere descritte le fattezze del corpo di Torquato e narrate le qualità dell’animo, di venire all’ultima fatica da noi promessa, e ciò è di far un breve raccontamento dell’eccellenti doti del suo ingegno e delle cose da lui in versi ed in prosa scritte, e di alcuna eziandio delle più notabili ch’egli ne’ privati ragionamenti domesticamente favellando disse. Ma chi potrà giammai convenevolmente rappresentare la grandezza dello ingegno di colui, il quale per universal opinione fu ed a ragione stimato una maraviglia, un miracolo, un estremo sforzo di natura, che volle in un sol uomo raccogliere ed accumulare le innumerabili ricchezze e le più preziose gioie di quei tesori, di cui appena una piccola parte avea per addietro fin dal principio del mondo tra tutti gli altri uomini distribuito? Certo sì, come io credo, niuno; perciocchè mal si possono i pregi dello ingegno agguagliare a parole, se non fosse da Torquato stesso, a cui solo fu conceduto per ispezial privilegio e nell’intelletto e nella lingua e nello stile essere sempre mai a se medesimo uguale ed insieme superiore a tutt’altri. Per la qual cosa riconoscendomi io troppo disuguale a così fatto paragone, vinto dall’ampiezza del soggetto, mi contenterò di far a guisa di dipintore, che con brevi linee di variati colori suole in picciol campo accennare più tosto alla mente che agli occhi altrui la grandezza de’ lontani paesi. Fu dunque grandissimo argomento della divinità dell’ingegno di Torquato quel che s’ebbe fin dal primo degli anni suoi, quando appena uscito del sesto mese cominciò, fuor dell’uso degli altri fanciulli, non pure a snodar la lingua, ma a favellare altresì ed a rispondere alle altrui domande per sì fatte modo, che nell’infantile età si vide in lui manifesto segnale anzi principio della sapienza virile. Ed altrettanto qualora, non eccedendo ancora il terz’anno, frequentava con tal desiderio e con tanto profitto la scuola che sogliono in simile età gli altri fanciulli abominare, che andandovi fin dalla mattina di notte tempo, bramava tutt’il giorno ora leggendo ed ora scrivendo dimorarvi; laonde giunto al settimo anno aveva nella lingna latina e nella greca, e nel versificare fatto incredibile avanzamento. Ed oltre a ciò quando non ancora compiuto il dodicesimo anno compiè lo studio della poetica, della rettorica, della loica, e delle morali con maraviglia di tutta Roma, come con istupore di Padova poscia nell’anno diciassettesimo, quivi ricevè grado nelle leggi, nella filosofia e nella teologia in un medesimo giorno. Le opere sue, senza fallo mirabili, in verso ed in prosa scritte, e così fra di loro per l’invenzione, per la maniera e per gli soggetti diverse, egli insin dal diciottesimo degli anni suoi cominciò a mandar fuori piene di tant’ordine, di tanta eloquenza e di tanta dottrina, che non si vide nella maturità de’ suoi firutti la fertilità di quell’ingegno, nella cui acerba primavera sarebbero paruti anche i fiori maraviglisi. Scrisse in tutte le maniere e di verso e di prosa; delle quali ancor che noi abbiamo altrove ragionato, ed in ispezieltà de’ versi, nel paragone tra Socrate e Torquato, e delle prose negli argomenti dei suoi Dialoghi; nondimeno a maggiore dimostrazione della grandezza dello ingegno di lui, ne soggiungeremo in questo luogo di tutte una compendiosa raccolta. Scriss’egli in tutti e tre i generi della poesia, e ciò sono l’epica, la drammatica e la melica. Nell’epica compose la Gerusalemme, nella quale ne diede la forma del poema eroico non prima conosciuta, o almeno non ricevuta nella nostra lingua, la quale sviata dietro alle favole de’ romanzi non pareva che fosse atta a ridursi all’osservanza delle regole, all’unità dell’invenzione, all’ordine della disposizione, alla gravità della sentenza, al numero della locuzione e nè meno alla grandezza del verso alla epopea richieste: le quali cose tutte furono con maraviglia del mondo da Torquato in questo suo poema perfettamente adempiute. Scrisse anche il Rinaldo ad imitazione dell’Odissea di Omero, come la Gerusalemme fu a somiglianza dell’Iliade composta; ed in quello ne diede anche la regola della seconda maniera dell’epopea, la quale conciossiacosachè sia imitazione d’una sola azione, o quest’è unita a’ luoghi, come fu l’azione fatta in Ilio ed in Gerusalemme, o veramente è unita alle persone, come fu l’azione del viaggio d’Ulisse e di Rinaldo. Laonde Torquato, come nella Gerusalemme ne diè l’esempio della prima maniera delle azioni terminate da’ luoghi, così nel Rinaldo ne mostrò la forma della seconda maniera delle azioni alle persone assegnate.

Scrisse ultimamente le Sette Giornate della Creazion del Mondo, ancorchè prevenuto dalla morte non avesse compierle potuto, delle quali prese il soggetto da Mosè e l’imitazione da Esiodo, arricchendo di questo terzo genere d’eroico poema, e del verso sciolto la nostra lingua, che stata n’era senza nel tempo addietro, se non se in alcuni poemi trasportati da’ Latini, e quegli assai poco felici. Nella drammatica compose l’Aminta e il Torismondo: e nelle prima novellamente n’insegnò l’invenzione della favola boscareccia, della quale fu primiero autore, come a suo luogo dicemmo; e nel secondo ne mostrò la perfezione della tragedia, che nella nostra lingua non l’avea ancor ricevuta, e tutto che il fine di questo suo poema non rispondesse al principio per le molte sue sciagure ed infermità, e per la fretta degli amici e degli stampatori, che togliendoglielo dalle mani non gli dierono luogo di poterlo compiere nel modo ch’egli aveva determinato. Di niuna infatti dell’opere sue si ritrovò egli peggio contento, come scrisse ad Annibale Ippoliti in una sua lettera: « Picciola cagione avrà V. S. di rallegrarsi per le mie allegrezze, perch’elle tardi vengono e tosto trapassano; ma se fra le allegrezze numera la Tragedia unita, il suo piacere sarà tutto meno di malinconia, com’è quello ch’io ne sento ». In questo genere scrisse molti altri piccioli poemetti e dialoghi, quali sono quelli di Venere, di Amore fuggitivo, dell’Amore, dell’Amante e dell’Amata, del Cavaliero, della Gelosia, e del Tempo; de’ quali perciocchè parte furono e parte possono essere rappresentati sul palco, gli annoveriamo qui tra le sceniche composizioni.

Fu Torquato nella melica eziandio altrettanto maraviglioso e per la sentenza e per lo stile sempre vario e proporzionato ed alla diversità de’ sonetti, e delle canzoni e de’ madrigali ch’egli compose. Perciocchè ne’ sonetti fu il primo che introducesse concetti grandi tolti da’più sublimi luoghi delle scienze, e spiegati con tanta leggiadria e gravità, che non ha di che invidiare nè in quella il Petrarca, nè in questa il Casa, a ciascuno de’ quali si potrà nello stile agguagliare, ma si dovrà nella sentenza senza fallo anteporre; se però prenderemo le rime da lui scelte ed ammendate, non quelle involategli e falsamente attribuitegli dagli impressori. Nelle canzoni avanzò Pindaro di maestà, Orazio di proprietà, e dell’una e dell’ altra e d’Invenzione eziandio, i due Toscani ch’ora abbiam nominati. Ne’ madrigali non ritroveremo a chi poterlo degnamente paragonare, conciossiacosachè i greci epigrammi, lodati di sentimento nella brevità, e quei di Marziale di acutezza ne’ motti, rimangono poverissimi d’ornamenti e di lumi a comparazione di questi del Tasso; e nella lingua nostra egli fu il principe e l’inventore insieme, se non della tessitura delle rime, ch’era in gran parte usata, almeno nel modo di proporzionatamente comporgli con acutezza di concetti, proprietà di parole, vivacità di spiriti, brevità di sentimenti e condimento di sale; e di lui furono poscia imitatori, e sono oggidì tutti coloro che di questo genere di poemi hanno scritto con grandissimo ornamento del nostro secolo. Per la qua cosa se prenderemo le poetiche composizioni del Tasso a considerare una per una, ritroveremo il suo ingegno in ciascuna d’esse maraviglioso e da potersi preporre o almeno agguagliare a quello di qualunque sia degli antichi o greci o latini o nostrali in ciascuno de’ tre generi della poesia. Chè se tutte unite insieme vorremo considerarle, non potrà certamente pregio d’umano intelletto venirgli se non di gran lunga dietro, perciocchè se pure in alcun genere di poema fosse Torquato da verun o antico o moderno pareggiato, poscia negli altri due rimanenti, egli avanzerà tutti senza fallo un per uno, conciossiacosachè niuno infino ad ora stato sia ch’abbia in più d’un genere della poetica scritto con ugual lode.

Nelle prose non è stato Torquato niente minor di se stesso nè per la novità delle invenzioni, nè per la maniera del trattamento delle cose, nè per la nobiltà e varietà de’ soggetti da lui trattati. Nella invenzione è stato così maraviglioso il suo ingegno, che quantunque fosse in altissime contemplazioni della naturale e della divina filosofia, continuamente rapito, nondimeno ritrovò modo di far inchinare l’altezza delle divine speculazioni alla bassezza delle umane operazioni, concordando in guisa l’uno e l’altro di questi due per se stessi lontanissimi generi di filosofare, che niuna cosa è a’ costumi ed alle operazioni degli uomini appartenente, nella quale egli non abbia aperto il sentiero, ond’ei medesimo ha ritrovate, e altri può tutto dì ritrovare nuove e maravigliose, ma facili e sicure regole da poter le nostre operazioni per naturali e specolative ragioni alla civile felicità dirizzare. Onde veggiamo, che Torquato non pure naturalmente filosofò del governo delle cose pubbliche e delle cose private e de’ costumi degli uomini, particolari altresì (quel che porge meraviglia e diletto e utilità inestimabile), egli ha sino delle operazioni minutissime, come de’ giuochi, delle paci e degli atti di cortesia, delle maschere, del siniscalco e delle altre simili, per via di naturali ragioni moralmente filosofato: modo non intrapreso, nemmeno inteso in sin ad ora da alcuno.

Nella maniera poi del trattamento di queste cose fu Torquato fuor d’ogni paragone nella nostra età singolare, e niente meno nelle antiche, salvo se un solo Platone se ne eccettuasse, il quale egli si prese per maestro e per esempio insieme, risvegliando nella memoria degli uomini quella veneranda maniera di filosofare dallo stesso Platone nell’Accademia statuita, e cotanto da’ primi filosofi e da’ primi padri di santa Chiesa pregiata e celebrata; la quale nella passata età sembrava quasi addormentata nelle menti de’ mortali fra le piume dell’ozio e dell’obblio. Per la qual cosa scrisse assai volentieri in dialogo ad imitazione di Platone, e i suoi Dialoghi con sommo artificio compose, non come hanno tutti gli altri fatto nella nostra lingua, e gli più anche nella latina, i quali introducendo i favellatori, l’uno a dimandare e l’altro a rispondere, rappresentano piuttosto i semplici insegnamenti usati da’ maestri nelle scuole co’ loro discepoli, che le sottili disputazioni nell’Accademia tra’ filosofanti avute; ma scelse il modo ne’ Socratici ragionamenti tenuto per via di dimanda; e ciò è quando colui che rappresenta la persona del maestro, non afferma egli opinione veruna, ma richiedendo a colui che propose la quistione, fa sì che dalla sua risposta medesima egli venga per se stesso a chiarirsi de’ suoi dubbj, e a ritrovare la verità che prima non conosceva: il qual modo, com’è più difficile e artifizioso, così è anche vieppiù pellegrino e più commendato dagli intendenti. Di questa sorte furono la maggior parte delle prose scritte da Torquato, nelle quali tutte si vede tanta scelta nelle voci, tanta copia nelle parole, tanta ricchezza negli ornamenti, tanta proprietà nel significato, tanta vivacità negli spiriti, tanto splendore ne’ lumi, tanta dolcezza nel suono, tanta gravità nella sentenza, tant’ordine nella disposizione, che come non resta niente più che potervisi da chi legge desiderare, così non può giammai nè lodarle nè maravigliarsene a pieno chi bene le intenda. Ma s’aggiunge a queste lodi e a queste maraviglie un’altra molto maggiore dell’ingegno di Torquato, e ciò è la varietà e l’altezza de’ soggetti di cui scrisse, e l’universalità e la profondità della dottrina onde ne scrisse, così nella naturale e nella divina filosofia intorno a’ principj, alle idee, alle anime, alle intelligenze e a Dio stesso, com’in tutti e tre i generi della morale, dell’etica, dell’economica e della politica, e ultimamente nelle più nobili parti della razionale, quali sono la poetica, la rettorica e la logica.

Prima di compiere questo ultimo raccontamento, acciocchè noi più altamente e a maggior ragione dobbiamo maravigliarci della grandezza dell’ingegno di lui, non voglio in questo luogo tacere, che quanto egli investigò e scrisse, tutto fu per incredibile sforzo del suo intelletto, non avendo egli avuto in ciò alcuno straniero aiuto, ma bensì grandi e continui impedimenti. Impedirono gli studj suoi con vicendevoli e continue noie la infermità le nimicizie, i sospetti, i tradimenti, la perdita de’ suoi genitori, l’esilio della patria, la carcere, i viaggi e la povertà sua perpetua compagna. Non gli recarono all’incontro alcun giovamento nè la natura, nè la fortuna, nemmeno la virtù stessa; non la natura, perciocchè quantunque egli fosse d’altissimo e divino ingegno dotato, nondimeno fu così naturalmente impedito, e sterile nel comporre, che quanto egli fece (e spezialmente in versi) fu più per isforzo di continuo studio che per attitudine di naturale inchinazione; il che confessò al conte Giovan Paolo Calepio così scrivendogli: « Io sono quell’infelice gentiluomo, che per dissimulare la mia infelicità non posso celarla, e non è necessario che la manifesti perchè è nota a ciascuno, benchè niuno n’abbia compassione; e benchè in tutte le cose io sia infelice, lo sono particolarmente nel comporre». E a Curzio Ardizio: « Chi mi domanda sonetti o canzoni, o altri componimenti, mi chiede il più caro prezzo della sua benevolenza ch’io possa dare; e pare che me la voglia vendere a suo modo, perchè questa sola è quella moneta che mi rimane da spendere, nè altro mi ha lasciato la fortuna di mio padre e la mia, o sia d’oro o d’argento come volete, perchè di rame voi non la stimereste; ma si può assomigliar più tosto al metallo che alla moneta, laonde prima che sia cavato dalle miniere del mio sterile ingegno, prima che sia battuto e stampato con la immagine del principe, ci duro molta fatica e molto tempo ci perdo ». E molto meno egli era aiutato dalla fortuna, la quale avendogli le più volte negate le cose opportune al vivere, gli fu spezialmente avara di quelle che son allo scrivere necessarie, sicchè assai sovente gli mancarono i libri, e talora la carta e l’inchiostro e anche infino alla luce di notte tempo. Il bisogno de’ libri si conosce da quello che scriveva ad Ascanio Mori: « Prego V. S. che mi trovi un Sofocle e un Euripide ;» e poco appresso soggiunge: «La serenissima signora principessa mi disse, ch’io facessi intendere a S. A. s’io aveva bisogno d’alcuna cosa; fra i bisogni sono questi due libri ed una Politica; non sono sì vergognoso che non osassi di scriverlo io medesimo a S. A. Serenissima, ma ora ne ho voluto dare avviso a V. S. acciocchè s’incomodi di darle noia ». È che assai sovente componesse senza i libri che mestieri gli facevano, scrisse al patriarca di Gerusalemme in quelle parole. « Ora le rimando il Dialogo del Messaggiero e alcune altre mie operette legate insieme, nelle quali ho fatte molte mutazioni e di molta importanza, come potrà vedere; perchè ora ho molti libri, e quand’io li composi non ne aveva quasi alcuno; laonde la mia memoria, debil molto o piuttosto indebolita, non poteva servirmi abbastanza ». Mentr’egli stava ristretto in sant’Anna, la carta e l’inchiostro non gli furono per alcun tempo conceduti, e mancogli anche, volendo scrivere, talvolta la luce, di che scherzando si doleva con una delle gatte dello spedale, chiedendole che co’ raggi delle sue lucide pupille gli facesse fra le tenebre della notte a compiere i suoi versi lume, come si legge nel sonetto:

Come nell’Ocean se oscura e ’nfesta

Procella il rende torbido e sonante;

nel qual conchiude

Fatemi, luce a scriver questi carmi.

Ma quello che può maggior maraviglia e sdegno insieme recare si fu, che nemmeno la virtù porse a’ componimenti di Torquato alcun aiuto, perciocchè gli stessi amici, che dovevano essere o favoreggiatori o ministri della virtù, gli dierono maggior noia che tutti gli altri, togliendogli dalle mani le sue composizioni, non solamente prima che fossero state da lui rilette ed ammendate e ridotte all’ultima perfezione, ma prima eziandio che ne fosse fornito il primo schizzo; e le mandavano incontanente alle stampe, il che recava a lui stesso grandissimo dispiacere ed alla sua fama non picciolo detrimento: ond’egli lasciò molte fiate di scrivere, perchè gli scritti suoi non andassero così a male, e molt’altre acerbamente se ne dolse, com’a suo luogo lungamente abhiam raccontato. E nondimeno così senza alcuno aiuto, e con tanti impedimenti quanti diciamo aver Torquato sofferti, tuttavia con la sola grandezza del suo ingegno scrisse tante e tali cose che chi pon mente alla brevità della sua vita, ed alle poche ore che in essa ebbe da poter fra le mani regger la penna, non può se non rimaner sopraffatto dalla soprannaturale altezza del suo maraviglioso intelletto. Senza che egli molt’altre ne compose, oltre a quelle che vanno per le mani degli uomini attorno, le quali o per ingiuria del tempo, o forse per altrui malvagità si sono con irreparabile nostro danno miseramente isperse: tra’ quali fu il Civile, di cui pur testè io ebbi così fresca memoria che ne potei scrivere l’argomento, e parimente il Dialogo della Crudeltà, del quale egli così al Licino scriveva: « Facciate in tutt’i modi stampare il Dialogo della Crudeltà, e quello della Dignità, con le dedicazioni ch’io ho fatto ultimamente all’illustrissimo patriarca di Gerusalemme ». Queste ed altre opere sue si lasciano da noi senz’ alcuna speranza desiderare.

CAPITOLO VI

Cento pensieri, motti e sentenze da Torquato in varie occasioni espresse.

Viene a noi in questo deretan luogo richiesto che alle cose scritte da Torquato Tasso aggiugniamo alcuna delle altre notabili da lui medesimo dette, che molte certamente ne furono degnissime che sieno per tutte l’età avvenire nella memoria degli uomini conservate; perciocchè quantunque egli, tra per la sua naturale gravità e per la quasi continua malinconia assai poco festante e motteggevole esser solesse; e quantunque assai mal volentieri, per l’abbominazione ch’egli aveva ad ogni sorte di maldicenza, assaggiasse quei sali che si condiscono con gli altrui difetti, nondimeno ebbe per sì fatto modo gravida la mente, parte di varia e profonda dottrina e parte di matura esperienza degli atti umani che i pensieri che indi nascevano e le voci che aiutavano a partorirli erano tutte continuamente di nuovi ed altissimi sentimenti ripiene. Per la qual cosa ciascuna sua parola, ancorchè detta per ischerzo, conteneva in sè tanto di singolarità e d’accorgimento che destava negli animi degli uditori più insegnamento che riso; e se pure talora a sorridere gli avesse commossi, ciò piuttosto a maraviglia che da piacevolezza si cagionava, sì fattamente che si potrebbero i suoi più sollazzevoli detti, anzi sentenze, che motti chiamare.

I. Tale appunto fu quello, quand’egli trapassando d’assai poco il decimo anno, essendogli rapportato che state era in Napoli per la sua fuga e quella del padre col principe di Salerno per pubblica sentenza riputato ribello e privato di tutt’i beni, egli senza punto alterarsi e con forte viso disse: « Ti ringrazio, fortuna, che togliendomi i beni tuoi mi dai cagione di cercare quelli della filosofia ».

II. Ed essendoglisi replicato, che quella sentenza di ribellione l’aveva non solamente di tutt’i beni spogliato, ma condannato eziandio alla morte; laonde gli faceva per l’innanzi mestiere di guardarsi a non entrare in alcuno degli stati del re cattolico se non voleva perder la vita, egli francamente soggiunse: « Se il vicerè ha condannato me alla morte, la natura ha condannato lui ».

III. Mentr’egli, dimorando in Padova, cominciava ad intermettere lo studio delle leggi, attendendo a quello della filosofìa, udito ciò da suo padre, vi accorse e ripiglionnelo agramente, e forse con maggior rigidezza che il fatto non richiedeva; nondimeno Torquato pazientemente tacendo il sofferiva; onde riscaldandosi maggiormente Bernardo, e rincalzandolo con più acerbe parole, gli dimandava: «che cavi tu da cotesta tua filosofia?» Torquato modestamente rispose: « il ricevere con lieto animo le ingiurie che voi mi dite ».

IV. In Bologoa, passeggiando un capitan forastiero, il quale aveva una gran coltellata su ’l viso, s’abbattè con un gentiluomo sulla piazza che n’aveva un’altra alla sua somigliante; laonde l’uno si pose a riguardar l’altro, e dal guardarsi vennero alle parole e dalle parole a trar fuora le spade. Torquato, allora assai giovanetto, che quivi era, si pose fra mezzo perchè non si ferissero, e richiese la cagione della lor briga; a cui ciascuno d’essi rispondeva, che l’altro si voleva prender gioco di lui. Allora Torquato: « Deh! fate patto a questo gioco, perchè tra voi parmi di vedere i punti uguali.

V. Mentre il cardinal da Este e ’l duca Alfonso procuravano ciascuno d’essi a gara di trarre a’ suoi servigi Torquato, un giorno, volendo il cardinale tentare l’animo di lui, gli addimandò dove più volentieri dimorava, se in casa de’ soldati o de’ cortigiani? Rispose: « Dove è maggior pace ». Allora il cardinale con lieto viso soggiunse: « Dunque voi date la sentenza in nostro favore. » - « Non mi attribuisco », replicò Torquato, « tanto di senno che possa d’improvviso una cotal quistione terminare, perciocchè se i soldati hanno battaglia co’ nemici palesi, i cortigiani l’hanno con gli occulti, nè so quale sia più pericolosa tenzone ».

VI. Dimorava a’ servigj del duca di Ferrara, e desiderando questi di ritenerlovi con più saldo nodo, pensò di dargli tal moglie che per nobiltà e per ricchezza fosse a quel suo presente stato di gran vantaggio; ma non conoscendo l’animo di lui molto inchinato alle nozze, diè cura ad un suo segretario, che giammai moglie non aveva avuto, che gliel persuadesse. Pose il segretario con ogni sforzo in esecuzione i comandamenti del duca, ma invano, perciocchè Torquato ciascun dì più deliberatamente ciò ricusava; onde non cessando colui di dargliene noia, alla fine gli rispose: « Io allora mi contenterò di menar moglie quando voi mi darete una delle vostre figliuole ». Questo motto fu da alcuni ad Epitteto attribuito, ma non è meraviglia che il medesimo pensiero caggia nella mente e nella lingua di molti, e perciò agevolmente potrà avvenire, anche nelle cose che appresso soggiungeremo, che molte di quelle che Torquato disse fossero da altri e prima e dappoi state dette; nè perciò dovrà chi legge prenderne ammirazione.

VII. Passeggiando per un giardino il duca Alfonso e la duchessa Barbara d’Austria, co’ quali erano solamente Torquato e un picciol nano della duchessa, entrò quivi un buffone del duca, e riguardandoli tutti e quattro, cominciò a fare grandissime risa; laonde richiesto dal duca della cagione, rispose: « E’ mi pare di vedervi a giocar a scacchi, perciocchè voi e la duchessa siete il re e la dama, il Tasso mi sembra un rocco e questo nano una « pedina ». A cui Torquato: « Venite a tempo, che per compiere il gioco facea mestieri d’un cavallo. »

VIII. Giunto col cardinal d’Este nella corte di Carlo IX re di Francia, fu da lui, che umanamente il raccolse e famigliarmente il carezzò, un dì richiesto chi giudicasse più di ogni altro felice? Aspettava per avventura il re che Torquato affermasse essere Carlo medesimo quel desso; ma egli, infingendosi di non intenderlo, rispose: «Iddio.» E replicando il re: « Ma fra gli uomini, quale? » Torquato soggiunse: « Chi più a Dio si rassomiglia ». Addimandò Carlo di nuovo: « In qual cosa a Dio più ne rassomigliamo, nel signoreggiare, o nel giovare altrui? » Torquato non accettando veruna delle due, disse: « Nella virtù ». Fuggì l’uomo, spregiatore della fortuna, quell’incontro onde voleva il re, come s’intese, la sua magnificenza con ricchissimi doni mostrargli.

IX. All’incontro, essendosi un altro giorno lungamente in sua presenza da più valent’uomini favellato delle molte e gravi infelicità della nostra vita, richiesto quale egli stimasse fra tutt’altre maggiore, rispose: « Un Vecchio impaziente e povero; perciocchè aspra battaglia s’apparecchia dove la fortuna raddoppia gli assalti, e alla natura e alla virtù mancano le difese ».

X. Era in Parigi incorso un uomo, per avventura più scienziato che costumato, in un vergognoso fallo, e n’era perciò condannato alla morte; ma Torquato compassionevole della fragilità di lui, e mosso dal comune studio della poesia, determinò di chiedere la sua vita in dono a Carlo. Ma volendo da lui entrare, intese il re aver già ordinato ohe si mettesse contro il reo ad esecuzion la sentenza, e per non istornare il suo comandamento aveva eziandio giurato di fare il contrario di quanto gli venisse in favor di lui supplicato; nondimeno Torquato non perciò sbigottì, ma presentandosi innanzi al re, fatto buon viso, gli disse: « Sire, io vi supplico che fate tostamente colui morire che con le sue cattive operazioni v’ha dimostrato poter più l’umana fragilità che gli ammaestramenti della filosofia. » Il re, mosso dall’avvedimento di Torquato e dalla rimembranza della nostra natural debolezza graziosamente al reo donò la vita.

XI. Separata la briga ch’ebbe in Ferrara fuor della porta di S. Lionardo, perciocchè tuttavia vi accorrevano molti parenti e partigiani de’ suoi nemici, un capitano amico di Torquato il consigliava a ritirarsi per dubbio di alcun nuovo assalto, conciossiacosachè si dicesse che l’uno dei quattro fratelli sarebbe morto della ferita che ’l Tasso gli aveva data. A cui egli rispose: « Non vogliate, capitano, mettere nel cuor mio quel timore che voi  discacciaste dal vostro ».

XII. Il duca di Savoia in Turino gli dimandò, come potesse fare per non rimanere ingannato dalle varie passioni e lusinghe dei suoi consiglieri? Rispose: « Che s’apprendesse al consiglio de’ morti » (intendeva de’ libri) perchè senza rispetto e senza interesse alcuno dicevano il vero ».

XIII. Condotto ad udire una ornata orazione d’Amore che in un’accademia si recitava, e parendogli il contenuto d’essa men che onesto, domandato dopo la fine che gliene fosse paruto? Rispose: « Un veleno melato ».

XIV. Richiesto in Vinegia da persona molto ragguardevole, in che modo si potesse buona opinione acquistare, rispose con Socrate: « Essendo negli effetti tale, quale desiderate d’esser tenuto ».

XV. Passava per istrada in Vinegia una gentildonna assai bella, ma smoderatamente alta della persona, onde tutti gli occhi della brigata, nella quale era Torquato, si rivolsero a riguardarla; e dimandando l’un l’altro chi ella era, fu detto che il suo nome era Speranza; laonde Torquato disse: « Di ragione costei dovrebb’essere mia donna, che così lunghe sono le mie speranze! »

XVI. Addimandato dal gran duca di Toscana, perchè a Giunone fosse attribuito il pavone? Rispose: « Perciocchè ella è la dea delle ricchezze, e quell’animale ottimamente spiega le condizioni de’ ricchi: il pavone ha la voce risonante ma spiacevole, i ricchi hanno gran nome ma non glorioso; il pavone cerca sempre la cima de’ tetti, i ricchi s’usurpano i primi luoghi; il pavone ha vaghe le piume e bruttissimi i piedi, i ricchi hanno bella l’apparenza e viziosi gli affetti.

XVII. In Firenze, ragionandosi lui presente del suo poema, e non restando un berlingatore ignorante di rincalcarlo con vani e tediosi argomenti, dappoi ch’egli ebbe a sufficienza risposto e più che sufficientemente sofferto, non lasciando colui di replicare presontuosamente le medesime cose, sorridendo Torquato gli disse: « Veggo che sarà più facile a me l’udire che a voi il tacere, perciocchè non par che siate voi così padrone della vostra lingua come io sono delle mie orecchie ».

XVIII. Dimandato, che gli pareva di un giovanetto di poca età, ma che intorno ad ogni materia che se gli proponeva, pronta e largamente favellava, rispose: « S’egli sapesse molto parlerebbe meno ».

XIX. Andando con alcuni gentiluomini in Roma fuori della porta di Belvedere a spaziar per li prati, ed avendo fatto buona pezza di via senza favellar punto, fu richiesto da uno de’ compagni, perchè camminasse con tanto silenzio? « Perciocchè (rispose) temo meno di sdrucciolar coi piedi che con la lingua ».

XX. Addimandato dalla principessa di Galiano, ora marchesa di Caravaggio, per qual cagione egli così sovente tacesse? Rispose: « Io non ho giammai parlato sì poco, che le più volte non mi sia pentito d’aver ragionato soverchio » .

XXI. Volendo alcuni giovanetti gentiluomini sorrentini darsi con grand’animo allo studio delle belle lettere, richiesero Torquato di quello che lor facesse per ciò mestiere. Rispose: « Di perseveranza ». E soggiungendo essi, « e appresso? »Torquato di nuovo disse: « Perseveranza ». E replicando la terza volta i giovanetti: « ma pure, che di più? Anche la terza volta rispose: « Niun’altra cosa che perseveranza ».

XXII. Era a caccia col signor duca Alfonso, il quale aveva con l’archibugio ammazzato un ferocissimo cignale, e dimandato se avesse mai veduta bestia più fiera? Rispose: « Molte », e richiesto dove, replicò: « in corte « di V. A. ». E dicendogli di nuovo il duca, « e quali? Soggiunse: « I mormoratori ». Diogene disse, che delle bestie selvagge il più fiero morso era quello del maldicente, e delle domestiche il lusinghiero.

XXIII. Essendogli rapportato che i suoi gavillatori nella corte di Ferrara dicevano male di lui, rispose: « Ch’egli ne riconosceva quel l’obbligo che insegnava Plutarco potersi da’ nemici trarre: perchè, se essi dicevano il vero, egli se ne ammenderebbe, e se all’ incontro dicevan menzogna, il mondo non presterebbe loro fede.

XXIV. Rapportato al Tasso che quel suo gavillatore in corte d’Alfonso era già così sfacciato in dir male di lui, che pubblicamente in presenza di tutti lo biasimava, egli senza niente turbarsene, piacevolmente rispose: « Meglio è che un solo dica di me male a molti, che molti ad uno».

XXV. Aveva così moderato l’animo verso i nemici, che non solamente non li odiava, ma pareva che gli amasse con un particolar affetto; e dimandato da monsignor Panigarola vescovo d’Asti della cagione di ciò, rispose: « Perchè noi siamo a’ nostri nemici particolarmente tenuti, in ciò ch’ essi sono i primi che rimproverando ne avvisino de’ nostri errori ».

XXVI. E richiesto perchè dicesse continuamente bene di costoro, rispose: « Perchè non potendo giovar loro con le opere, vorrei farlo con le parole ». Anzi soleva dire, che in una sola cosa egli era discordante all’opinion di Platone, il qual diede per ammaestramento, che del nemico si dovesse parlar e pensar poco per ributtarlo affatto dalla memoria; là dov’egli credeva, che se ne dovesse parlare spesso e sovente ancor ricordarsene per fargli o desiderargli del bene.

XXVII. Andava Torquato col duca Alfonso in una stessa barchetta per lo lago di Comacchio, ed eravi quel suo continuo gavillatore, il qual essendo nello smontar della barchetta stato il primo, e volendo mostrare ad Alfonso ch’egli non aveva gara alcuna, ma piuttosto famigliarità col Tasso, gli porse con lieto viso il braccio per aiutarlo a discendere. Torquato, che ben s’avvide dell’ingannevole astuzia dell’avversario, a lui rivolto disse: « Non vorrei aiuto a discendere, ma a farmi salire.»

XXVIII. Essendo già discoverta al duca Alfonso medesimo la fraude degl’invidiosi di Torquato (com’era per addietro stata alla maggior parte della corte palese) che s’erano ingegnati di farlo dalla grazia del duca e dall’opinione degli nomini insiememente cadere, molti degli amici suoi gli dicevano, allora essere il tempo ch’egli potesse de’ suoi nemici prender vendetta, e tor loro ogni grado ed ogni pregio che con sì malvagio artificio s’avevano nella corte acquistato. Ma Torquato, che aveva l’animo da ciò assai lontano, rispose: « Vorrei a’ miei nemici torre la mala volontà, non le dignità, nè gli onori.

XXIX. E continuando tuttavia gl’inimici suoi a perseguitarlo con non minore malvagità che ostinazione, fu alcun principe di grande virtù e di pari valore che si proferse a Torquato di farli occultamente morire ; ma egli, « Dio il tolga (rispose), che io vorrei potere anzi far che  i morti resuscitassero, che morire i vivi » .

XXX. Mentre egli dimorava a’ servigi del duca di Ferrara, gli fu per parte di un grandissimo principe offerta notabil somma di danari, forse con isperanza ch’egli lasciando la corte d’Alfonso avesse voluto nella sua ritirarsi. Ma Torquato addimandando al messaggiero per qual cagione dal suo signore, col quale egli non aveva servitù alcuna, così gran dono gli veniva proferto? E replicando colui che ciò avveniva per la fama che quel principe aveva inteso della sua virtù; rispose: « Consenta adunque il vostro principe, ch’io tal sia nelle opere quale me gli ha descritto la fama ». Non volle nè men picciola parte prendere de’ suoi doni.

XXXI. Richiesto dal duca d’Urbino: quali dovessero essere le parti d’un principe per tirar a se gli animi dei suoi vassalli? Rispose: « La liberalità con gli amici e la clemenza co’ nemici, perciocchè con queste virtù può render fedeli anche gl’infedeli, amorevoli eziandio gli stranieri, e se stesso somigliante a Dio, il cui proprio è ’l perdonare e ’l giovare a ciascuno.

XXXII. Dimandato alcuna volta delle cagioni del suo ritegno in sant’Anna, soleva rispondere: « Che Aristone giudicava niun vento esser più noioso di quel che toglieva altrui d’attorno la cappa»; conciossiacosachè credesse il segreto essere mantello della prudenza.

XXXIII. Ristretto tuttavia in sant’ Anna, e sofferendo nel suo lungo ed infelice ritegno con incredibil fortezza d’animo, fu richiesto, come facesse a tollerare così avversa fortuna con tanta pazienza? Rispose: « Considerando gli altri che sono più infelici di me ».

XXXIV. Consigliato, mentr’egli era ritenuto in sant’Anna, a doversi di quindi fuggire, com’egli avrebbe agevolmente potuto fare, e sotto la protezione d’alcun altro principe ricoverarsi, rispose: « Che aveva per addietro molti luoghi tentato, e che non aveva ritrovato alcun altro castello più sicuro che la rocca della costanza».

XXXV. Aveva in un giardino fuor di Mantova il principe Vincenzo fattosi venir tre sorelle per udirle cantare al suono de’ loro strumenti, il che maravigliosamente facevano, delle quali ciascuna era di forma bellissima, ma di poco onesta vita, onde il principe per età e per natura inchinato a’ sollazzi, volendo scherzar con Torquato, o rallegrarlo nelle sue malinconie, gliele menò tutte e tre nella stanza dov’egli stava, e dopo alcun poco di piacevole conversazione gli disse che delle tre se ne ritenesse l’una, qual più gradisse, ch’egli le altre due si menerebbe. Torquato rispose, che « nè meno a Paride era stato sicuro scegliere delle tre l’una, e che perciò, con sua licenza, tutte e tre intendeva per sè ritenersi », si com’e’ fece, e ciò perciocchè gli pareva men onesto e più pericoloso condursi con una da solo a sola. Ma partito il principe, con piacevoli parole e con doni tutte incontanente le accomiatò.

XXXVI. In Vinegia da alcuni amici troppo compassionevoli delle sue indisposizioni, fu persuaso che volesse per rallegrarsi alquanto dalle sue continue malinconie tralasciare gli studj e andarsene con esso loro ad alcuna delle brigate de’ gentiluomini, in casa certe femmine di mondo (com’è uso di quella città) dove si radunavano a sollazzarsi, protestandogli che altrimente avrebbe potuto per sì fatta maniera gravargli il male che ne fosse divenuto forsennato. Severamente rispose col detto d’Antistene: μανέυν  H" υοϑείνεν, amando meglio d’impazzare che di effemminarsi.

XXXVII. Litigando egli in Napoli con un signore di alto affare sopra la metà del suo retaggio materno, ed essendogli il notaio della causa sospetto (come in quella corte si dice) pregava il giudice che gliene desse un’altra più confidente; ma costui che per avventura era niente men partigiano dell’avversario di quel che ne fosse il notaio, come colui che essendo nato in una picciola villa temeva molto più la potenza di quel signore che non amasse la virtù di Torquato, procacciava scusarsi dicendo: E dove troverem noi un altro notaio meglio intendente? Torquato, conoscendo la sua malvagia intenzione, rispose: « Nelle ville di questo regno si trovano agevolmente uomini che possono essere buoni giudici, ed in una città come Napoli non ritroveremo un sufficiente notaio »?

XXXVIII. Piatendo quivi, e sofferendo molte dilazioni e gavillazioni intorno alla sua lite disse: « Oh sì ch’io potrei divenir un uomo compiuto, poichè delle tre cose che possono altri render accorto, e ciò sono un innamoramento, una nimicizia, una lite, Comacchio me ne insegnò la prima, Ferrara l’altra, e Napoli ora la terza ». Forse in Comacchio cominciarono gli amori ch’egli seguitò poscia in Ferrara.

XXXIX. Erano stati sospesi in Napoli dal loro officio due giudici per ordine di un visitatore del re cattolico, essendo amendue sospetti d’aver torto il dovere della giustizia, l’uno corrotto dal denaro, l’altro dall’amore di alcuna donna; del che favellandosi in presenza di Torquato, egli disse: « Che il primo meritava molto maggior pena, perciocchè per sentenza di Pitagora l’oro si pruova col fuoco, la donna con l’oro, e l’uomo con la donna ».

XL. Intendendo con quanta costanza aveva in Napoli sofferto asprissimi tormenti il Mangone, famoso sbandito, dopo ch’egli condotto vi fu da Alessandria della Paglia, dov’era stato riconosciuto ed imprigionato, e come non aveva confessato alcun altro consapevole de’ suoi misfatti, mezzo tra maravigliato e dolente disse: « Quanto magnanimamente è scellerato costui che ha riposto la somma virtù ne’ maggiori vizii »!

XLI. Mentr’egli era in Napoli indisposto, concorrevano i medici a visitarlo, e fra gli altri Giovan Bernardino Lungo, nella medicina e nella filosofia assai famoso, ed avendogli ordinato alcune confezioni ed altri ristorativi buoni contro la sua infermità, si prese eziandio cura di farli da una sua figliuola monaca di gran valore condire, avendoli in dodici scatole riposti gliele mandò; ma il portatore volendole assaggiare, e trovandole buone se ne tolse due, e ne recò dieci solamente al Tasso. Questi bene s’avvide dello scherzo, onde in risposta dell’ambasciata replicò: « Dite al signor Bernardino che io gli rendo grazie delle dieci scatole: dell’altre due ringraziatelo voi ch’io non gliene dirò parola ».

XLII. Essendo nel mio giardino su la spiaggia del mare ed in una loggia così elevata che quindi si scopriva un amplissimo orizzonte, egli volgeva attorno attentamente gli occhi, quasi riconoscendo i luoghi onde a noi vengono i rarj venti, i quali in quel giorno, ch’era di primavera, facevano spesso mutamento d’uno in altro; per la qual cosa io sorridendo gli addimandai, s’egli voleva divenir nocchiero. Ed egli: « A confessar il vero io andava meco stesso considerando che siccome il vento non è più che uno solo, perciocchè in ogni luogo altro non è che un movimento dell’aria, ma perchè a noi viene da diverse bande ha sortito sì diversi nomi di seffiro, di scirocco, di rovaio, così appunto gli stati dell’umana vita, che paiono sì diversi, altro non sono che un solo movimento di fortuna; ma rispetto de’ nostri diversi affetti paiono differenti di nomi e di qualità, essendone alcuno chiamato povertà, altri ricchezza, questo dignità e quello servitù ».

XLIII. Altra volta nel medesimo luogo, un dì che il mare stava fieramente da’ venti commosso, e con ispaventevole suono percuoteva con l’onde gonfiate l’arena, gli disse d. Scipione Belprato mio cognato (quasi presago di ciò che gli dovea avvenire): « Grand’è l’ardimento di coloro che si assicurano di commettere la vita in luogo dove tanti tutto dì ne periscono ». A cui Torquato: « E pur alcuno non è che ciascuna sera non vada al letto dove ogn’ora ne muoion tanti! La morte ne giunge in ogni luogo, e niuno ve n’ha che da quella ne renda sicuri ».

XLIV. Favellavasi innanzi al conte di Miranda vicerè del regno della comparazione dello stato dell’Italia dal tempo de’ Romani a quello d’oggi, ed avendo il principe di Conca e i due fratelli marchesi di Trevico e di sant’Agata detto diversi loro pareri, io richiesto del mio negava potersi due stati così differenti tra loro paragonare. Ma Torquato: « Anzi (rispose) la differenza in questo caso è l’istesso che il paragone: ed è ch’io stimo ciò essere perchè i Romani avevano il comune ricco e le case private povere, laddove gli Italiani per arricchire le case private hanno impoverito il comune ».

XLV. Dolevasi con Torquato, e di lui medesimo, un giorno il Cortese di nazione greco, e che nel pubblico studio di Napoli con onorato salario la greca lingua leggeva (della quale e de’ suoi scrittori intendentissimo egli era) dicendo che nella Gerusalemme aveva Torquato la Grecia in quei versi oltraggiata:

Or se tu sei vil serva , è ’l tuo servaggio

Non ti lagnar, giustizia , e non oltraggio:

e che in ciò non aveva ragione, perciocchè della Grecia erano uscite tutte le virtù. Sorridendo rispose: « E di che  modo ne sono uscite, che non ve n’è rimasa pur una! »

XLVI. Qualora andando col procaccio di Napoli a Roma furono dallo Sciarra assediati, come dicemmo, alcuni che gli cavalcavano buona pezza innanzi, avvedutisi dalla lungi degli sbanditi, voltarono a tutta briglia fuggendo, ed incontrandosi con Torquato e con altri che al loro passo andavano egli dimandò per qual cagione fuggissero e rispondendo essi, che gli sbanditi eran vicini, replicò Torquato col motto di Leonida: « Non temete, noi anche siamo vicini a loro ».

XLVII. Trattatasi tra i cardinali Pietro e Cintio Aldobrandini ed altri prelati e cavalieri di molta stima, di ritrovar modo d’imporre freno alle molte pasquinate che quasi ciascuna notte erano di que’ tempi attaccate alla statua di Pasquino e con le quali fieramente veniva ad esser punta la riputazione delle cose pubbliche e l’onore delle case private, e vi fu chi propose doversi quella statua stritolare e gittar nel Tevere, per togliere il luogo a’ maldicenti dove poter le loro carte appiccare; intorno a che dimandato Torquato del suo parere, rispose: « No, di grazia, signore » perciocchè dalle costui polveri nella riva del fiume nasceranno infinite rane, che gracchieranno la notte e ’l dì ». Volendo con queste parole significare, che non si possono i pensieri, nè le lingue, nè le penne de’ maldicenti impedire.

XLVIII. Essendo poscia il cardinal Pietro col Papa, e occorrendogli favellare intorno alla stessa materia, gli ridisse ciò che Torquato detto gliene aveva; onde il pontefice volle dal Tasso medesimo un giorno udirlo, e richiestonelo, rispose Torquato: « Verissimo, padre santo, ma se Vostra Beatitudine vuol che le statue non favellino male, faccia che gli uomini ch’ella pone ne’ governi operino bene ».

XLIX. Ad un prelato che in presenza di Clelia Farnese si scemava smoderatamente gli anni e voleva che Torquato, che anticamente il conosceva, confermasse che non giungevano a trenta quelli che per avventura trapassavano i cinquanta, contra al testimonio che ne rendevano molti capei canuti ch’aveva sul capo, rispose in atto d’acconsentirgli: « Verissimo, o signore, perchè è ormai ventanni che lo stesso mi diceste in Padova mentre colà eravamo allo studio» .

L. Ragionavasi in Roma fra molti cortigiani quale fosse il più ricco prelato di Roma. Ritrovandovisi Torquato, e tacendo tuttavia, fu richiesto del suo parere. Disse: « Socrate addimandato chi fosse il più ricco di ciascun altro, rispose: chi si contenta del meno » .

LI. Avendo il conte di Aversa mio cognato, nel tempo ch’egli andò a baciar i piedi a Sisto V, ritrovato in Roma Torquato, ed intendendo per mio avviso ch’egli sentiva alcun non picciolo bisogno, pensò di volergli qualche tanto in assegnati tempi costituire, ond’ egli avesse potuto con certezza alle sue ordinarie necessità provvedere per la qual cosa entrato con lui in domestici ragionamenti, gli addomandò di quanto gli sarebbe stato mestiere per poter vivere in Roma senza uopo dell’altrui aiuto. Torquato, che ottimamente intese il suo pensiero, e che volontariamente abbracciava la povertà, rispose: « Io non vorrei divenir ben agiato con accrescimento di nuove ricchezze, ma con iscemare le voglie o i bisogni, conciossiachè questo stimo io il miglior modo e il più certo dell’arricchire ».

LII. Lodandosi in Roma la magnanima liberalità del cardinale Montalto in una nobilissima brigata, un signore che per avventura era altrettanto avaro quant’il cardinal liberale, disse: « Ciò può fare molto bene Montalto, perciocchè quel che egli ha non è proprietà di casa sua, ma il possiede in vita »; ma Torquato, non potendo sofferire che si scemassero le lodi a quel gran principe meritamente dovute, rispose: « E voi, signore, quello che avete per quante vite il possederete? »

LIII. Dimandato in Napoli da Giulio Cortese, uomo di molta e varia dottrina e d’altiero ingegno, perchè Torquato si contentasse della sua men che moderata fortuna, avendo più volte avuto modo di sollevarsi a vie maggiore stato: « Perciocchè, rispose, come sarebbe disdicevole dimandare ad un amico, che volontariamente n’ha convitati, oltr’alle vivande ed a’ vini che n’appresenta, il fagiano o le lamprede, il greco o la malvagia, così non è per avventura convenevole voler da Dio questa o quell’altra fortuna, migliore di ciò ch’e’ ci dona » .

LIV. Pregato da due comuni suoi amici, che volesse essere arbitro in una lor differenza, egli ricusò, dicendo: « Che avrebbe amato meglio d’essere giudice fra due nemici, perciocchè avrebbe avuto speranza d’acquistar e l’amicizia dell’un dei due, laddove fra gli amici non poteva se non temere di perdere quella d’alcuno di loro, o per avventura di amendue ».

LV. Era naturalmente nemico di tutti i vizj, ma in ispezieltà abbominava la bugia; e richiesto un giorno della cagione di ciò, rispose: « Perchè la bugia è come moneta falsa, laddove gli altri vizj sono somiglianti alla moneta scarsa, nella quale quel che rimane è buono, ma nella falsa niuna cosa è che punto vaglia ».

LVI. Favellandosi fra alcuni mercatanti in lode della virtù, e preponendo tutti lo studio delle lettere all’esercizio della mercatanzia, uno solo fuvvi che difendeva il contrario parere, e recava per ragione di ciò, che per lo più gli uomini scienziati non sono ricchi. Dimandato sopra ciò il parere di Torquato, ch’ era presente, rispose: « Gli uomini veramente dotti non possono arricchire, perchè non sanno nè mentire, nè ingannare altrui ».

LVII. Sofferiva con tanta pazienza i disagi e le necessità, che quantunque avesse potuto ritrovar a molti suoi bisogni rimedj opportuni, nondimeno non voleva nè chiedergli, nè accettargli; laonde addimandato per qual cagione si fosse così amico della povertà, rispose: « Perchè ell’ è ministra della filosofia, conciossiacosachè quello che l’una persuade a volere, l’altra ci sforza ad operare ».

LVIII. Come che solesse le più volte patire strettissimo bisogno delle cose anche più necessarie, era nondimeno Torquato assai renitente a ricevere i doni, che molti e di molto valore gli venivano continuamente proferti. Avendo una tra le altre volte negato di prender una buona somma di danari che un signore, tenuto allora per prodigo, gli aveva mandati, e richiesto da lui medesimo della cagione perchè avesse i suoi doni rifiutato: « Perciocchè  (rispose) la vostra soverchia cortesia ha fatto le Grazie, che sono vergini, diventar femmine di mondo ».

LIX. Un gran gentiluomo più riguardevole per sangue che per costumi, rimaso dopo la morte del padre men fornito di senno che di facoltà, tutto che fosse ricchissimo, aveva nondimeno molti debiti contratti, e favellando un giorno con Torquato, e quasi schernendo ogni scienza, come colui che picciolo o niun conoscimento n’aveva, gli disse: Che guadagno avete voi riportato dai vostri lunghi studj? A cui egli rispose: « Il non aver debiti ».

LX. Ad un gentiluomo ch’ era e si pregiava di essere riputato avaro, e che dolevasi che gli fossero state rubate alcune centinaia di fiorini d’oro ch’egli teneva riserrati in un’arca, ed in quella vece postivi alcuni altri di rame contraffatti e dorati, disse in modo di consolarlo : « Non ve ne caglia, perchè ad ogni maniera, non valendovene ad altr’uso che a tenergli racchiusi, tanto giovano le monete vere quanto le finte ».

LXI. Fu Bernardino Telesio uomo di acuto ingegno, di profonda dottrina e di Socratici costumi, ma nondimeno sentì acerbamente la morte di un suo figliuolo che gli fu senza colpa ucciso. Torquato, per volernelo consolare, gli addimandò: « Se quando il figliuolo non era al mondo egli si doleva che non vi fosse ». Il Telesio rispose, che no. « Dunque, soggiunse il Tasso, perchè vi dolete ora che non vi sia? » Volle contra un filosofo dispregiatore degli antichi valersi degli argomenti dei sofisti.

LXII. Ad un cavaliere milanese suo amico, ch’era per valore e per nobiltà assai riguardevole, ma così per costume altiero che quasi di ciascuna persona gli venia del cencio, ammonendolo disse: « Avvertite, signore, che e quando la superbia cavalca, la vergogna le va sulle groppe ».

LXIII. Un giovanetto, che rimaso perdente col suo rivale nella contesa dell’acquisto che ciascun d’essi aveva procurato di fare dell’amore di assai bella fanciulla, ma così disonesta vita che vendeva se stessa a chi maggior prezzo gliene offeriva, consolò egli dicendogli: « Non ti dolere, figliuolo, che non si può chiamare vinto chi si libera dal tributo » .

LXIV. Ed allo stesso proposito soleva dire, che non gli avrebbe mai sofferto l’animo d’avere dimestichezza con donne fra cui e sè non corresse una stessa moneta; volendo in ciò significare non potersi di quell’amore intieramente godere, il cui prezzo fosse il danaio: onde ragionevolmente si dice: « che amore non si può pagare se non con Amore ».

LXV. Quantunque fosse a Torquato, per le sue continue infermità, abituata addosso un’ardentissima sete, non trapassava egli però nel bere i termini della continenze, ed essendo convitato in Turino da alcuni gentiluomini, fra’ quali ve n’erano anche degli oltramontani, e sollecitandolo essi, com’è loro usanza, a bere molto più di quello ch’a lui non pareva essere alla sua condizione richiesto, si scusava con brievi e modeste purole: ma importunandolo coloro di vantaggio, disse: « A’ filosofi il soverchio parlare è vergogna, ma il troppo bere è sfacciatezza ».

LXVI. Essendo Alfonso Piccolomini allora in istato, e dando di sè, tra per la prodezza della persona e l’altezza dell’animo, certissimo indizio di non comunale riuscita, e ritrovandosi un dì domesticamente a favellare con Torquato, gli chiese alcun utile ammaestramento per doverlosi ritenere a memoria. Rispose: « Ricordatevi, che o « picciuol uomo o grande che voi siate, alla fine sete uomo ». Parve ad Alfonso che Torquato per aver voluto sopra il suo cognome scherzare, non avesse detto gran cosa, ma poscia rammentandosene nella sua misera fine, conobbe che gli sarebbe stato salutiferissimo avvertimento, s’egli ben inteso l’avesse, come fece Torquato, che dalla soverchia vivacità degli spiriti del giovanetto, e dallo smoderato desiderio di gloria, antivide la ruina dov’egli scapestratamente correva.

LXVII. Trattavasi nella corte del duca di Urbino dei rari mestieri che gli uomini esercitano in questa vita, e della malagevolezza nell’adoperarvisi, e richiesto Torquato qual egli stimasse il più facile, rispose: « Il consigliare altrui ».

LXVIII. Alcuni gentiluomini esaminavano innanzi a Torquato le più artificiose stanze della sua Gerusalemme, e adducendo chi l’una e chi l’altra, contendevano fra di loro quale fosse la più bella, fra’ quali Salvator Pasqualoni, intendentissimo delle cose della poesia non meno che della legge, recitò quella che comincia:

Giunto alla tomba, ov’al suo spirto vivo,

Dolorosa prigione il Ciel prescrisse;

la cui sentenza fu confirmata dal Tasso. Allora uno di coloro, così dolce di sale, che si recava a vergogna il tacere tutto che non sapesse di che favellare, scioccamente gli addimandò quale stimasse più bello dei Versi del Petrarca? A cui egli rispose con quello :

Infinita è la schiera degli sciocchi.

LXIX. Era assai noto lo monsignor vescovo di Sulmona prelato d’altissima dottrina e virtù in Bisaccio, città anticamente posseduta da casa mia, ond’egli si fece sempre non Francesco, ch’era suo nome, ma il Bisaccio chiamare, di che alcuni forte il biasimavano, parendo loro che più riguardevole nome fosse quello di Sulmona. Torquato, cui fu sempre l’umiltà a cuore, rispose: « A noi, che tutti siam peregrini di questo mondo, fa mestiere di aver le bisacce della memoria, l’una continuamente è innanzi con la rimembranza degli altrui benefizj, e l’altra sempre dietro con la dimenticanza de’ proprj meriti ».

LXX. Soleva dire, che da’ suoi lunghi studj non aveva altro appreso salvo che di saper meno di Socrate, il quale sapeva quell’una cosa almeno di non saper nulla; laonde egli nemmeno questo sapeva, perciocchè avendo mote cose apparato, nè si assicurava di saperle, nè era certo di non saperle.

LXXI. Avvedutosi in una brigata, dov’egli era e dove aveva lunga e dottamente favellato, che alcuni pianamente dicevano: come può egli stare che costui sia stato giammai tenuto per mentecatto? rivolto a loro piacevolmente disse: «Non vi maravigliate, signori, perciocchè parve a Seneca che in questo mondo si dovesse nascere o re, o pazzo, e non potendo io provarmi nel primo stato, volli tentare se poteva riuscir nel secondo ».

LXXII. Ritrovandosi, una tra le altre volte, in compagnia di più gentiluomini, se ne stava, com’egli sovente soleva, in lungo silenzio, onde alcuno de’ circostanti tacitamente affermava ciò essere segnal di follia; il che udito da Torquato, senza punto adirarsene, sorridendo rispose: « Niuno stolto seppe giammai tacere ».

LXXIII. Un cavalier giovanetto milanese, che venuto di fresco in Roma, soleva andare molto ben vestito e assettato della persona, e usava ornarsi di molte catene nel collo e nella cintura vaghissimamente lavorate, come ottimamente nella sua patria si fa; la prima volta che vide il Tasso, il quale egli conosceva per nome, e avea udito il vario grido sparso della sua follia, disse maravigliando: « Costui è quel grand’uomo, che si diceva essere impazzato? » E avendo così alto favellato che ’l Tasso lo intese, gli replicò: « Sono desso, ma non mi bisognò giammai nemmen una sola catena »

LXXIV. Entrando nelle stanze di alcuni cortigiani in Roma, e ritrovandoli a giocare a primiera, domandò di che cosa giuocassero? uno di loro rispose, per volerlo motteggiare, sopra la fama malignamente sparsa della sua matteria, che andava una pazzia di vada, ed un’altra di resto. Egli, accortosi della puntura, rispose: « State voi bene avvertito, perchè mi pare che abbiate gran resto ».

LXXV. Era di fresco venuta in Napoli una copia del Pastor Fido, e lettasi in presenza di Torquato, di Ascanio Pignatelli e di Vincenzo Toraldo, fu egli richiesto che volesse dirne il suo parere. Ed egli: « Mi piace soprammodo, ma confesso di non saper la cagione per che mi piaccia ». Ond’io soggiunsi: « Vi piacerà per avventura quel che vi riconoscete del vostro ». Ed egli: « Nè può piacere il vedere il suo in mano d’altri ».

LXXVI. Favellavasi in casa il principe di Conca del vantaggio che gli scienziati tengono sugl’idioti, e alcuno rapportò l’ opinione di Socrate che disse, che se ’l dotto e l’ignorante fossero amendue mandati ignudi a gente straniera, si sarebbe agevolmente il maggior valore dell’uno riconosciuto. Altri addusse il parere di Aristippo, che affermò essere quel paragone tra loro ch’ era tra un cavallo indomito ed un altro ammaestrato. Altri ridisse la sentenza di Platone, che volle essere quella differenza tra l’uno e l’altro, ch’è tra ’l medico e l’infermo. Richiesto Torquato del suo parere, rispose: « Stimo che sieno differenti, quanto l’uomo vivo e ’l dipinto » .

LXXVII. Ricercando il principe dell’Ariccia (allora giovinetto di sì alto spirito e nell’armi e nelle lettere parimente, che ben faceva ritratto de’ grandi avoli ond’egli è nato e presagio del singolar valore dove è poi venuto) la cagione perchè fosse nell’Iliade finto che de’ sogni i veraci escono della porta del corniolo, e i menzogneri di quella dell’avorio, disse Torquato: « Che ’l cornio per somiglianza del colore rappresenta gli occhi, e l’ avorio per la bianchezza i denti; onde volle Omero avvisarne, che quelle cose si possano solamente tener vere che veggiamo con gli occhi proprj, ma quelle che udiamo dall’altrui bocca, dobbiamo pensare che possano esser fallaci; quindi Talete, richiesto quanto la verità fosse lontana dalla bugia, rispose: Quanto gli occhi dagli orecchi » .

LXXVIII. Richiesto da un amico che dovea maritar una figliuola, di consiglio a chi avrebbe dovuto darla di due che la desideravano, amendue nobili, ma l’uno più ricco) l’altro più savio, rispose: « Al più saggio e men ricco, perciocchè questi andrà sempre arricchendo, e quegli impoverendo».

LXXIX. Ad uno che volendo prender moglie addimandava di qual condizione torla dovesse, rispose: « Menala picciolina quanto più puoi ».E replicando colui che vantaggio si avrebbe? egli sorridendo soggiunse: « Perchè de’ mali, come disse Leonida, si dee torre il minore » ;

LXXX. Esaminandosi con che buon costume s’avesse Enea, nella fuga che fece da Troia, recato sulle spalle il padre e menatosi dietro la moglie che perciò disavvedutamente perde, e adducendosi diverse ragioni, quale a suo favore e quale contra, Francesco de’ Pieri, col quale conferiva i suoi studj Torquato (perciocchè quantunque allora giovanetto, dava nondimeno col suo elevato e maturo ingegno certissima arra dell’avanzamento che nelle lettere e nella prudenza ha poscia fatto) disse, che molto meglio s’erano portate le donne di Monaco verso i mariti, qualora nell’assedio della loro patria per le guerre dell’imperadore Corrado, detto il Ghibellino e Guelfo duca di Baviera, avendo avuto dall’imperadore grazia di potersene uscir salve con tante delle loro robe quante ne potessero addosso portare, elleno, lasciato ogni altra cosa, condussero fuora sulle spalle i mariti i quali Corrado voleva tutti mandare a taglio di spada. Il cui atto, come piacque siffattamente all’imperadore che ne perdonò e alle donne e agli uomini la vita e a Monaco il sacco, così anche dichiara esser maggiore l’amore di quelle verso i mariti che di questi verso le moglie. A cui Torquato disse: « Sì bene, se non fosse più malagevole a’ mariti sostenere le mogli che non fa a loro portare i mariti ».

LXXXI. Essendo ito a visitare un gran prelato per rallegrarsi con esso lui d’un arcivescovado concedutogli da Sisto V, e ritrovandolo in maggior alterezza di quello che avrebbe creduto, gli disse; « Monsignore, io mi rallegro della dignità che avete ottenuto, ma mi dolgo meco stesso daver perduto un amico ».

LXXXII. Addimandato dal gran contestabile Marcantonio Colonna il giovinetto, per qual cagione i principi apprendessero con maggiore studio l’arte del cavalcare che altra nè di pace, nè di guerra? Rispose: « Perchè i cavalli non sono lusinghieri, e se i principi non sapessero cavalcare li getterebbero per terra, il che non fanno gli schermitori, i lottatori, i torneatori e gli altri, i quali comportando l’ignoranza dei principi, si lasciano volontariamente da loro, quantunque mal esperti, superare ».

LXXXIII. Quei giorni ch’ egli fu con esso me in Bisaccio, solevamo sovente uscire alle cacce, ed una tra le altre volte, avendo alcuni cignali uccisi, n’andammo di buon talento in un praticello a desinare, e quivi lietamente mangiando ne fa un picciol fiasco d’ottimo vino recato da uno di que’ miei buoni uomini, e molto da lui lodato dicendo, ch’era un greco di cinque anni. A cui Torquato, mostrando di maravigliarsi, dimandò: « Or come in tanti anni è così poco cresciuto! »

LXXXIV. Dimandato da donna Giulia Orsina principessa di Bisignano, che vuol dire che gli uomini smoderatamente lunghi sogliano essere sciocchi? Rispose: « Perchè le case troppo alte dal mezzo in su o sono vote, o abitate da gente inutile ».

LXXXV. Dolendosi un cortigiano romano, il quale aveva pubblica conversazione con una donna di poco onesto nome, e di cognome della Vigna, ch’egli era molto aggravato da un fiero catarro, Torquato ridendo disse: « Or che gran fatto è se voi tutte le notti dormite alla vigna? l’un male è pena dell’altro».

LXXXVI. Ne’ lati d una di quelle croci, che per ordine di S. Carlo Borromeo furono piantate nel tempo delta pestilenza in Milano, v’erano due alberghi o osterie aperte, l’uno dalla man destra e l’altro dalla sinistra; di che accorgendosi alcuni gentiluomini che in compagnia di Torquato passavan oltre, disse uno di loro: « Bene sta la croce in mezzo di due ladroni ». Ciò udito dall’ uno degli osti, egli grandemente se ne rammaricava. A cui Torquato: «Di che ti duoli, fratello? anzi procura, e pregiati d’esser tu il buono ».

LXXXVII. In corte d’un principe aveva un suo auditore perduto a primiera una buona quantità di danari, ed entrando Torquato nella stanza dove aveva giocato, ritrovò, ch’ egli tuttavia stava mirando le carte . Sorridendo gli disse: «Voi studiate il processo dopo letta e messa ad esecuzione la sentenza ».

LXXXVIII. Sentiva assai male de’ giuocatori, e addimandato della cagione da Cesare Capece mio cugino, giovanetto di molto valore e scrupoloso osservatore d’ogni picciolo neo che potesse la sua nobiltà macchiare, rispose: « Perciocchè in poco mostra di tener l’onor suo colui che si pone a continuare una cotale operazione, dove gli fa mestieri d’udire quello che non si dovrebbe dire, e di dire quello che sconviene ad udirsi » .

LXXXIX. Un’ altra volta richiesto di nuovo perchè gli dispiacesse così grandemente il giuoco, essendo in se medesimo atto per sì fatto modo indifferente che secondo le diverse condizioni può così talora esser buono, come talora esser reo, rispose: « Perciocchè a me non piace di commettere per volontaria elezione niuna mia operazione alla fortuna ».

XC. Era per lunghe sue infermità infastidito di prendere medicamenti, onde persuaso da un di coloro che vanno attorno a vender segreti a chi men conosce, che volesse una sua acqua stillata adoperare, egli modestamente si scusava, affermando che de’ molti rimedj che aveva presi niuno gli aveva giovato e molti nociuto; al che replicò colui, s’egli aveva giammai la sua acqua sperimentato? e rispondendo Torquato che no, colui fuor di ogni proposito, soggiunse: Dunque perchè ne dite male senza farne esperienza? A cui Torquato: « S’io ne facessi esperienza dubiterei di non poterne dir male ». Temeva non forse se ne fosse potuto morire.

XCI. Richiesto Torquato della cagione perchè in Macerata, nel dare il grado di dottore a’ medici, sia costume fra le altre solennità di armarli cavalieri a speroni d’oro, rispose: « Perciocchè con l’uno movono guerra alle infermità, e con l’altro alla vita degl’infermi ».

XCII. Stava fieramente aggravato da un flusso Carlo Loffredo marchese di sant’Agata, il quale io per la strettezza del sangue e dell’amore teneva in luogo di padre, e vedendomi Torquato di mala voglia, egli stimava che la qualità del male non richiedesse quei rimedi caldi che i medici, avendo riguardo alla debolezza dell età, adoperavano per conservazione dello stomaco, ma più tosto de’ contrarj per dover il fegato rinfrescare. Egli conferì di ciò con un medico il più giovane, che alla cura di lui continuamente dimorava; a cui parendo buona la ragione di Torquato, prese a mutar l’ordine de’ medicamenti, dal che cominciò a seguire tantosto nell’infermo notabile miglioramento, e poscia anche intiera salute. Allora biasimarono alcuni il giovane medico, che senza parer dei più vecchi avesse osato in persona di tanta qualità adoperare nuovi rimedi, ma Torquato in sua difesa rispose: « Tacete, che se la scienza stesse nella barba, noi ne faremmo medicare dai becchi ».

XCIII. Diceva il cardinal Mondovì a Torquato di maravigliarsi, com’essendo egli per la fama del suo poema divenuto glorioso per tutto il mondo, non avesse se non in una sola Corte e in una sola Accademia sentito i morsi dell’invidia; a cui rispose Torquato, con quella modestia ch’era singolar ornamento delle sue singolari virtù: « Che le case basse non sono molto offese dal fuoco ». Ma il cardinale: « Anzi, soggiunse, siccome ’l fuoco quando presto risplende non manda gran fumo; così la gloria quando subitamente risuona non dà molto luogo all’invidia».

XCIV. Pregato da Curzio Ardizio, che volesse da lui larciarsi ritrarre, nol consentì l’uomo singolarmente modesto, rispondendo: « Non basta ch’io rappresenti altrui questa figura ch’io porto di me medesimo, che volete ancora che l’immagine della mia immagine vada attorno?» Stimò con Pitagora, che ’l corpo altro non sia che figura dell’anima; la quale opinione ottimamente si confà con la dottrina degli Accademici, e da quella dei Peripatetici non è punto discordante.

XCV. Ancorchè nella sua gioventù stato fosse Torquato continentissimo, fu nondimeno di lungo e ferventissimo amore acceso, ma poscia negli anni più maturi, avendo affatto spento quei primi ardori, n’era divenuto del tutto schifo; e richiestone della cagione, poichè l’amore in se stesso non è atto contrario alla virtù; disse: « Chi ha la farina del suo frumento data al mondo con sì buona derrata, non dee negar a Dio almeno la crusca quanto più si possa men intrisa col loglio».

XCVI. Entrato nel cinquantesimo degli anni suoi cominciò a dispregiare non pure i piaceri e gli agi, ma la cura della propria salute, e ripigliato di ciò dagli amici, rispondeva : « Che a quell’età si conveniva anzi attender la morte che attendere alla vita ».

XCVII. E a questo proposito, l’ultima volta che partì di casa mia, accommiatandosi da mia madre, le disse; « Che non doveva renderle alcuna grazia per quelle che fatte gli aveva in onorarlo e carezzarlo, conciossiacosachè altro non fosse che fargli parer la morte più rincrescevole ».

XCVIII. Vicino al morire, avendo chiesto di grazia al cardinal Cintio che ’l lasciasse rimaner solo, e partendosi il cardinale, e dietro lui tutti gli altri amici piangendo, disse con lieto viso Torquato: « Voi credete lasciarmi, ed io v’andrò innanzi ».

XCIX. Aggravato dall’ultimo sonno, che Gorgia, apprendendolo da Omero, chiamò fratello della morte, e tenendo perciò gli occhi serrati, gli disse con alta voce il Rinaldino: « Perchè, sig.Torquato, tenete chiusi gli occhi? » Egli, senz’aprirli, rispose: « Per avvezzarvegli».

C. Disse nello stremo della sua vita questa memorabilissima sentenza: « Che se la morte non fosse, niuna cosa sarebbe nel mondo più dell’uomo infelice; perciocchè convenendo che gli uomini fossero costituiti in diversi stati, e non potendosi alcuno contentare del suo (come fanno gli animali bruti che sono privi dell’intelletto, o gli angeli che sono puri intelletti) ne seguirebbe necessariamente che vivessimo in continua guerra ed infelicità, da cui può la morte sola deliberarne, e aprirne oltre a ciò la strada all’eterna beatitudine ».

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011