Giambattista Manso

Vita di Torquato Tasso

MDCCCXXXII

Edizione di riferimento:

Opere di Torquato Tasso colle controversie sulla Gerusalemme poste in miglior ordine, ricorrette sull’edizone fiorentina, ed illustrate dal Professore Gio. Rosini. Volume XXXIII. Pisa presso Niccolò Capurro MDCCCXXXII

Giambattista Manso, La vita di Torquato Tasso, Tipografia di Alvisopoli, Venezia 1825

LIBRO PRIMO

CAPITOLO I.

Intenzioni dell’autore in pubblicare questa vita.

Torquato Tasso, assai chiaro e famoso per la dottrina e per gli scritti suoi, fu da tutti coloro che ’l conobbero altrettanto, e per nobiltà di sangue e per virtù di proprie operazioni, ragguardevole e glorioso eziandio giudicato. Ma le cose ch’egli e in versi e in prosa scrisse, sono già per se stesse celebri divenute, e saranno sì, com’io credo, immortali: perciocchè col volo della sua penna medesima hanno immantinente corsa e ripiena, non solamente l’Italia dove sono state con tanta cupidità tante volte trascritte e ristampate, ma tutto ’l mondo altresì, non essendo quasi lingua alcuna, per barbara e straniera ch’ella sia, nella quale state non sieno le opere di lui da eccellentissimi autori trasportate, e con lode universale rilette. Il suo nascimento all’incontro, e le cose da lui operate e sostenute, tutto che per loro stesse sieno (come detto s’è) degne di altrettanto onore e maraviglia, nondimeno, perciocchè hanno bisogno dell’altrui inchiostro pervenir col mezzo delle carte all’universal conoscenza del mondo, e perciocchè in sin ad ora non è alcuno stato, ch’io sappia, che si sia a scrivere di loro compiutamente messo, quinci è ch’esse non vanno, così comunemente per le mani e per la lingua degli uomini come sarebbe ragione che andassero. E quel che non è in fino a qui fatto, si renderà per l’innanzi, non pur maggiormente difficile quanto più si ritarda, ma pressochè impossibile eziandio; per ciò che la morte ne toglie tutto dì l’una dopo l’altra quelle persone che possono queste cose sapere, e ’l tempo ne confonde la memoria, e il caso co’ fortunosi accidenti ne priva delle scritture stesse donde si possono in alcun modo raccogliere. Per la qual cosa avendo io (il che reco a mia spezial ventura) avuto minuta e fedelissima informazione del linguaggio, de’ natali, de’ costumi e di tutto il corso della vita di lui, essendo a ricercare tutto ciò spinto da ardentissimo affetto, col quale insin dal punto ch’io primieramente vidi e ammirai gli scritti suoi, mi sentii fortemente acceso della divinità che in lui risplendeva, e invaghito d’aver intiera certezza degli atti suoi e degli avvenimenti succedutigli insin alla morte; poscia che m’è stato conceduto di poterne avere la raccolta, che nelle presenti carte si conserva, ho giudicato essere a me sommamente richiesto di far sì, che le cose con tanto studio adunate non istieno più lungamente ascose, nè a rischio che sieno dimenticate o divorate dal tempo, ma che pubblicamente manifestandosi, col lor molto pregio e splendore ornino e arricchiscano oggimai l’universo. E tanto più che io stimo non ad altro fine nè senza particolar provvidenza di Dio, essersi in me questo ferventissimo desiderio destato e aver insieme avuto così maravigliosa opportunità d’adempierlo, il che forse a niun altro sarebbe potuto così di leggieri avvenire; perciocchè avendo io infino da’ miei primi anni così fatta domestichezza avuta con Giovambattista Manso (che fra lui e me sono tutte le cose continuamente state comuni) ed essendo egli all’incontro così stretto amico del Tasso, come i suoi versi e le prose in molti luoghi e spezialmente la Gerusalemme e ’l Dialogo dell’Amicizia, ch’egli intitolò il Manso, feciono fede; ebbi nelle mani tutte le sue lettere e le scritture ch’egli a lui in diversi tempi aveva lasciate, come a fedelissimo servatore che n’era e come a consapevole di tutte le sue operazioni e de’ più riposti pensieri che continuamente, anche in assenza, per iscritto gli comunicava. Potei avere eziandio una intera relazione della vita, de’ costumi, degli studi e de’ detti di Torquato dallo stesso Giovambatista descritta, nel modo che in queste carte si leggerà. Le quali scritture se per negligenza, o per isciagura si perdessero, io non dubito punto che la perdita di loro sarebbe affatto senza riparo alcuno, perciò che niuno fu o sia per esser giammai, che nè prima nè con maggior ardore, o con più destra ventura e agio, vaglia o voglia intraprendere questa impresa; ond’ è ch’io manifestamente conosca dovermi tanto maggior fretta dare a mandar fuori questa raccolta, e per render a lui stesso quelle cose, ch’essendo più sue che mie non sono, io non potrei con buona ragione lungo tempo ritenere; e perchè egli medesimo vegga, e sia testimonio al mondo se sono fedelmente state da me trascritte e pubblicate: alla veduta del quale io non avrei ardimento mentire, sapendo ch’egli ne sa il vero e che non suole sofferir mensogna. E per la medesima cagione non ho voluto le cose scritte da lui nè meno d’una picciola paroletta mutare, perche ’l suo stile conosciuto da molti, e che pochi potrebbero per avventura contraffare, sia da lui medesimo è da tutti gli altri riconosciuto. La qual mia, più diligenza dirò che fatica, spero che sia per essere grandemente cara al mondo, rappresentandogli un vivo ritratto delle virtù di colui, dalla cui dottrina sommo diletto e giovamento tutto dì riceve; acciocchè, come dagli scritti di lui siamo a ben operare ammaestrati; così dall’esempio eziandio siamo mossi a doverlo nelle sue operazioni parimente imitare.

CAPITOLO II.

Onorevolezza della famiglia Tasso.

Ma per cominciare oggimai a favellare de’ natali di lui, nacque Torquato per conto di padre e di madre, non pur d’antico e nobilissimo sangue, ma da illustrissimi avoli e da rami delle più famose famiglie dell’Italia, che furono nella sua e nella materna casa per continui maritaggi innestate. Bernardo fu il padre fu de’ Tassi, una delle più riguardevoli famiglie di Bergamo, dove trasportati furono in stato privato dappoi che per molti anni sotto il cognome della Torre, erano stati liberi signori di quella e di più altre città della Lombardia, che insieme col ducato di Milano avevano posseduto; dal quale discacciati poscia da’ Visconti, e ricoverati ne’ più forti luoghi della montagna del Tasso ch’è posta tra Bergamo e Como, furono ultimamente di Torreggiane chiamati Tassi, come nelle storie del Gorio e del Moriggia, nel poemi di Achille Muzio e nelle Croniche stesse di Bergamo si racconta. Quindi poscia si diramò non pure in Napoli, in Roma, in Vinegia e in altri luoghi dell’Italia, ma nella Spagna e nella Fiandra altresì, ove i conti di Villamediana e altri potenti signori di questo legnaggio fioriscono tuttavia. Ma tra tutti gli altri rami quello che più diritto surse dal suo antico pedale fu egli questo, onde discendeva Bernardo, e in molta stima tenuto, come dal parentado che aveva colle illustrissime case si può raccogliere, essendo Bernardo nato da una de’ Cornari chiarissima famiglia veneziana. Accrebber all’antica onorevolezza della sua casa e del parentado non picciolo ornamento le qualità e le virtù di Bernardo, come di colui che non solamente fu chiaro per le molte scienze che possedette, e per li molti scritti che in verso e in prosa ne lasciò (de’ quali, come fu glorioso padre, così sarebbe eziandio stato d’immortal fama, s’egli altri figliuoli non avesse avuti), ma per la prudenza, per la fedeltà, per la costanza e per lo valore altresì ch’egli dimostrò in gravissime opportunità d’altissimi affari, e in ispezieltà nella caduta della potentissima casa di Ferrante Sanseverino principe di Salerno; di cui egli era segretario; onde fu dal suo padrone e da molti altri principi d’Italia e da grandissimi re e pontefici sommamente fregiato e avuto caro. Egli per questa cagione venuto in Napoli, e fattovisi per lunga abitazione napolitano, vi prese in moglie Porzia figliuola di Giacomo dei Rossi, soprannominati di Pistoia per lo dominio ch’ebbero in quella città; donde cacciati vennero in Regno, e possedèronvi molte ricche baronie; la cui madre era Lucrezia dei Gambacorti già signori di Pisa e ora marchesi di Celenza, amendue nobilissime famiglie napolitane e onorevolissimamente imparentate; conciossiacosachè Ippolita de’ Rossi, sorella di Porzia, avesse prima in marito Onofrio Curiale de’ conti di Terranova, e poscia Giambatista Carafa, non men per la nobiltà del sangue che per le istorie ch’egli scrisse del regno di Napoli, illustre; e Diana Gambacorta sorella di Lucrezia avesse Giambatista Caracciolo, soprannominato Ingrillo, da’ quali tanti signori e principi nati sono. Della nobiltà e dell’ottime qualità della sua moglie si vede quel che Bernardo ne scrisse a Francesco della Torre in una lettera, che va nel primo libro dell’altre sue, con queste parole: « Del corpo (la Dio mercè) son sano, nell’animo sanissimo, poichè nè ambizione di vani onori, nè cupidità di umane ricchezze non albergano con esso meco; de’ beni della fortuna mediocremente abbondante, con la compagnia d’una nobilissima ed onorata moglie ». Così Bernardo scrisse di Porzia. Ma di lei e insieme de’ figliuoli che da lei ebbe ne scrive a Vittorio de’ Franceschi queste stesse parole: « E perchè il medesimo credo di voi, misurando dal mio l’animo vostro, acciocchè delle mie consolazioni io vi faccia partecipe e al vostro desiderio soddisfaccia, vi dico, che mia moglie è sana e bella d’animo e di corpo, e sì conforme al desiderio e al bisogno mio che d’altra qualità non la saprei desiderare. Amola quanto la luce degli occhi miei, e altrettanto da lei esser amato mi godo sommamente. Io ho la mia prima figliuolina bellissima (se l’affezion paterna il giudizio non mi toglie) la quale con molti lumi di virtù e d’ingegno mi dà speranza di grandissima consolazione. Questa, dopo la madre, è l’anima mia e tutto il mio bene. A nostro Signore piacque di tormi un figliuolo, che donato m’aveva, quasi nell’entrar delle porte di questa vita: beato lui, egli sta in cielo, e conoscendo l’amor che io vi porto, il Signore prega per le vostre felicità e per le mie. Porzia è gravida di sei mesi: che ne nascerà vi sarà amico e servidore » . Così scrisse Bernardo; e questi in cui egli diceva la moglie esser gravida, fu Torquato. Perciocchè dopo questo tempo, ch’era il sesto mese della sua gravidanza, essendo Ippolita de’ Rossi sua sorella maritata, come s’è detto, ad Onofrio Curiale cavaliere sorrentino, ella tirata colà dall’amorevolezza della sorella, e Bernardo dalla piacevolezza della città (la qual credettero i Romani, e credesi tuttavia esser la più dilettevole dell’Italia) e per compiere alcuni suoi studi, quivi stettero gli ultimi mesi della pregnezza di lei. Le quali cose scriv’egli a donn’Affra de’ Tassi sua sorella monaca in Bergamo, in una lettera che così comincia: « Le vostre lettere piene d’una fraterna affezione e d’una cristiana carità sovra modo gratissime state mi sono. L’apportatore d’esse, nostro cugino, non ho io potuto vedere; nè però era tanto di strada da Napoli a Sorrento, dove al presente per dar fine ad alcuni miei principiati studj per alcuni giorni ritirato mi sono, che in tre ore non vi potesse venire ». E più sotto soggiunse: « Io ho la mia prima figliuolina, la qual essendo bellissima, grandissima speranza mi porge d’una virtuosa e onorata vita. Il maschio, devoto innanzi al Signore creator mio, prega per la vostra salute. Porzia mia è gravida di sette mesi; ciò che nascerà nasca con timor di Dio, che, o maschio o femmina che a lui piacerà che sia, mi sarà sommamente caro».

CAPITOLO III.

Nascita di Torquato in Sorrento, e non in Napoli nè in Salerno.

Per queste cagioni adunque dimorando Bernardo Tasso e Porzia de’ Rossi in Sorrento per que’ pochi giorni dello stremo della gravidanza di lei, quivi ella partorì e dienne Torquato negli anni della fruttifera incarnazione 1544 nell’undecimo giorno di marzo, mentr’era il sole nel più alto meriggio asceso. Del qual tempo del suo nascimento fa egli medesimo fede in una sua lettera che scrive ad Ascanio Mori, nella quale sono queste parole: « io nacqui del 1544 gli 11 di marzo, nel quale è la vigilia di S. Gregorio ». Così scrisse Torquato, e pochi giorni dopo questo, fu nel duomo arcivescoval di Sorrento battezzato altresì; e impostogli quel nome che dovea molto più esser famoso nell’avvenire per lo volo della sua penna che non fu nella francesca collana quell’altro dell’antico Manlio. Quindi, poco stante dopo nato, fu da Bernardo con la madre menato in Napoli, dove fu per tutti gli anni della sua fanciullezza nudrito. Ma parrà per avventura ad alcuno, che noi nelle cose dette contraddiciamo all’universal opinione di tutti coloro che hanno di Torquato Tasso favellato o scritto; e ciò è che in Napoli e’ fosse nato, perciocchè egli di se medesimo così scrisse, e napoletano si fece sempre mai nominare. Così in quel sonetto:

Morì Virgilio in grembo a le Sirene,

Nacque tra’ cigni: in me l’ordin si volga,

E me tra onesti in tomba il Po ravvolga

Che pianser quelle nato in su l’arene.

E colà in quell’altra canzone non finita:

Sassel la generosa alma Sirena ,

Appresso il cui sepolcro ebbi la cuna.

E nelle prose eziandio, in molti de’ suoi Dialoghi, come nel Cataneo, nel Manso, nel Beltramo, nel Rangone, e in quegli altri in cui trattò della Poesia toscana, dell’Amore, dell’Imprese, delle Maschere, se medesimo introdusse sotto nome di Forestiere Napolitano a ragionare; del qual nome parimente intendendo di se stesso, intitolò il Dialogo, nel qual della Gelosia favellò. Il che anche più manifestamente scrisse al conte Ercole Tasso in una lettera, che va nel secondo volume impressa, così dicendo: « Io sono in una città ch’essendo mia patria dovrebb’essere il termine e la meta de’ miei viaggi e il riposo delle mie fatiche; se non volete che Bergamo fosse mia patria, e ch’io possa riconoscerla a’ segni a’ quali l’altre son riconosciute». Ma quantunque Torquato napoletano si chiamasse e si facesse dagli altri similmente chiamare, e che napoletano veramente e’ fosse, come diremo, non è egli però che intendesse dire che in Napoli fosse nato; perciocchè nel Dialogo, dove egli descrive il buon Padre di Famiglia, introducendo l’oste suo a dimandargli di qual patria e’ fosse, egli così rispose: « Son nato nel regno di Napoli città famosa d’Italia, e di madre napoletana ». Nelle quali parole chiaramente dimostra, ch’egli non nella città stessa, ma presso quella era nato, sì come fu, essendo e’ nato in Sorrento. Della qual cosa, oltre all’universal testimonianza, che ve n’è per la fresca memoria che n’ebbero i padri di tutti coloro che di presente si vivono, molti eziandio oggidì ne sopravvivono, da’ quali, come da testimoni di veduta, io stesso ho udito molte volte raccontare Torquato Tasso essere nato in Sorrento nel palagio che ora è de’ Mastrogiudici (nobilissimi cavalieri, e già duci di quella repubblica), il quale è lungo la chiesa di S. Francesco; e ho voluto essere intromesso nelle stesse camere dov’egli nacque, perciocchè, per accertarmi con gli occhi proprj di queste cose, non mi è rincresciuto di andar personalmente in Sorrento e dimorarvi alcun dì. Ma tutto che egli fosse, per l’opportunità che detta s’è, nato in così antica e nobil città, qual è Sorrento, come quella che conserva fin ora le reliquie non men delle ammirabili magnificenze che del più chiaro sangue romano, e che ne’ suoi passati tempi, prima che ’l reame di Napoli fosse soggetto ai re, fu anch’ella repubblica assai famosa, avendo soggiogate le circonvicine città e mossa talvolta guerra alle più lontane; nondimeno, perciocchè di madre napoletana e di padre, che tale eziandio era per lunga abitazione divenuto, e in Napoli fu generato e quivi poscia continuamente allevato, volle egli sempre nell’avvenire napoletano e non sorrentino chiamarsi. E a ragione, conciossiacosachè il tempo della generazione molto più che del nascimento attender si debba, come ottimamente conchiuse Ulpiano: Tempus enim conceptionis spectandum; e molto più quando la concezione è con l’abitazione e con l’allevamento congiunto, onde lo imperador Diocleziano determinò; Originis ratione et domicilii voluntate ad civilia munera quempiam vocari. E per questa ragione Francesco Petrarca, tutto che in Arezzo nato egli fosse, avendo nondimeno riguardo alla patria onde trasse l’origine e dove fu ne’ primi anni allevato, se stesso fiorentino appellò in quel sonetto:

S’io fossi stato fermo alla spelunca

Là dove Apollo diventò profeta,

Fiorenza or forse avrebbe il suo poeta.

È Giovanni Boccaccio da se medesimo e da tutti gli altri cittadini fiorentino chiamato, perciocchè se in Fiorenza allevato fu, nacque nondimeno in Certaldo Castel di Val d’ Elsa, com’egli nell’Amorosa Visione affermò là dove disse :

Quel che vi manda questa visione

Giovanni è di Boccaccio da Certaldo.

Puossi adunque napoletano chiamar Torquato, ancorchè egli nato sia in Sorrento.

Ma mentre io stava queste cose scrivendo fummi recato un autentico testimoniale fatto da alcuni padri religiosi di molta dottrina e bontà, i quali fan fede che Torquato fosse nato in Salerno mentre Bernardo suo padre quivi ai servigi di quel principe dimorava. E in vero a prima vista m’ha fatto non poco rimaner sospeso dall’una parte l’autorità di così degni testimoni, e dall’altra la forza della verità così evidente che non lascia luogo alcuno di potersene dubitare. Nondimeno maturamente considerate le cose, vo meco medesimo determinando, che questo figliuolo di Bernardo, ch’essi dicono esser nato in Salerno, dovett’essere quel fanciullino del quale favellò egli nella sopr’addotta lettera scritta a Vittorio de’ Franceschi in quelle parole: «A nostro Signore piacque di tormi un figliuolo che donato m’aveva, quasi nell’entrar delle porte di questa vita» e quel che segue. Nè è stato gran fatto prender in questo caso l’uno per l’altro, dando di somigliante scambio non picciola cagione la partita che fecero poco dopo Bernardo e Torquato da questo regno, dove l’uno non ritornò più mai, e l’altro se non in età cosà matura che non poteva essere riconosciuto alle fattezze per colui che se n’era già tant’anni partito. Ma per maggior chiarezza del vero, oltre alle sopraddette cose non mi rincrescerà d’ aggiungere quest’altre. Bernardo Tasso in una sua lettera, che va stampata nel secondo volume dell’altre sue, scritta da S. Germano, borgo di Parigi, nell’anno 1553 e dirizzata ad incerto, perciocchè essendo egli già sbandito dal regno (come narrerem poco stante) era pena capitale il ricevere le sue; favellando del luogo dove Porzia sua moglie doveva in quell’assenza di lui ritirarsi, dice queste parole: « Io certo più contento sarei ch’ella si ritirasse in Sorrento, sì per essere ivi nato Torquato ed avvezzo i primi mesi della sua età a quell’aere, e per averci lasciati degli amici che gli tornerebbono alle volte a comodo ed a piacere ». Così scrisse Bernardo; e Torquato stesso in una delle sue lettere raccolte nel primo libro, la quale egli da Mantova scrisse a Maurizio Cataneo, dice così: « Desidero di venire a Roma, non so se per fermarmi, o per passare oltre, ma se l’aria d’uno di cotesti colli non mi giovasse, penserei d’andare a Napoli e a Sorrento con isperanza di risanare sotto quel cielo sotto il quale io nacqui ». E poscia giunto in Roma così scrisse a Giovambatista Manso: « Verrò, nè senza speranza di riaver la salute in cotesto mio patrio cielo, ove ebbi il principio della vita, oppure nell’aria natia di Sorrento, ma molto più nel veder voi mio illustrissimo padrone e singolarissimo amico, per non dimenticarmi nè il debito della mia servitù, nè il dono che m’avete fatto della vostra amicizia ». Questo disse Torquato, ma s’è chi nè a lui, nè al padre voglia prestar credenza, non potrà già negarla al processo intiero che sopra ciò è formato nel real Consiglio di Napoli, conciossiacosachè domandando Torquato la restituzione delle doti materne, che per cagione della ribellion di suo padre gli erano da altri state occupate; perciocchè per riaverle era mestiere che apparisse a’ giudici lui essere di Porzia de’ Rossi figliuolo, si esaminarono sopra ciò molti testimoni, per li quali fu provato alla corte, ch’egli era da lei stato partorito in Sorrento. Della quale testimonianza essendo quel Consiglio, che chiamano Sacro, rimaso appagato, niun cred’io che possa per l’avvenire dubitarne giammai, e tanto più potendosi questo processo da chiunque voglia nel banco del Figliuola, dove tuttavia si conserva, vedere. Nacque adunque Torquato in Sorrento, ancorchè Napoli per la generazione e per l’allevamento, e Salerno per l’abitazione di suo padre, e Bergamo per l’origine della paterna famiglia studino parimente a questa loda concorrere, d’esser patria di lui giudicate. Ed è ragione che queste quattro famose città contendano d’aver per loro cittadino l’Omero de’ tempi nostri, poichè dell’altro antico sette altresì già nobilissime n’ebber fra loro sì lungo contrasto che ancora ne pende lite:

Septem urbes certant de stirpe insignis Homeri,

Smyrna, Rhodos, Colophon, Salamin, Chios, Argos, Athene.

CAPITOLO IV.

Fanciullezza di Torquato, suoi primi studi, e sua fuga da Napoli.

Essendo già da’ suoi genitori condotto in Napoli Torquato, come dicemmo, che fin dal primo degli anni suoi manifestò saggio della divinità dell’ingegno. Perciocchè appena uscito dal sesto mese, cominciò fuor dell’uso degli altri fanciulli, non pure a snodar la lingua, ma a favellare eziandìo; e per siffatta maniera che non fu mai avvertito ch’egli balbettasse, come fanno tutti i fanciulli, ma sempre formò le sue parole intiere e con perfetto suono, e quel che vince ogni umana credenza, con sentimenti altresì al proposito delle cose che gli erano domandate, o ch’egli esprimer voleva. Ed emmi stato ridetto da coloro che l’udirono dalla stessa nudrice di lui con giuramento confermare, che non s’udì nelle sue parole cosa giammai che paresse del fanciullesco sentire, se non era la delicatezza, della sua tenera voce; laonde si può senza sospetto di menzogna affermare, ch’egli avesse prima nella lingua le parole che lo scilinguagnolo, e nelle parole prima il sentimento che ’l suono. Altrettanta o per avventura maggior maraviglia potrebbe recare ciò che dagli stessi veracissimi testimoni ho molte fiate udito, e ciò è che Torquato nella sua infanzia non si fosse giammai veduto sorridere, come sogliono i fanciulli per nonnulla fare; anzi di rado piangere eziandio, conciossiacosachè non dava in alcun atto cagione, nè al padre, nè alla balia, nè meno a’ maestri di gastigarlo nè per ritrarlo d’alcun disordinato costume, nè per ispronarlo ad apparare che che da loro gli veniva insegnato. Perciocchè i suoi costumi ancora a quella tenerissima età furono sempre ragguardevoli, gravi e severi; e nell’apprendere qualunque cosa ebbe non pure abilissimo lo intelletto, ma ne fu naturalmente sì vago che fin dal terzo annocominciò ad andare a scuola, ed a frequentarla con tanto diletto che in niun’altra parte avrebbe egli voluto gl’intieri giorni dimorare. Egli ebbe in quell’età per maestro don Giovanni d’Angeluzzo, uomo di somma bontà e di più che mezzana dottrina, sotto la custodia del quale il lasciò Bernardo, mentr’egli andò col principe di Salerno in Germania alla corte dello Imperador Carlo V. Perciocchè avendo voluto don Pietro di Toledo vicerè di Napoli introducere in quel regno il tribunale dell’Inquisizione all’uso di Spagna, e nol volendolo quella città a patto alcuno ricevere, mandò per duo ambasciadori a Cesare il principe; sopra la cui andata si leggono quelle due bellissime orazioni che Torquato scrisse nel suo dialogo del Piacer onesto. Ma Bernardo quando diede all’Angeluzzo la cura di Torquato, cred’io che ’l facesse più per lasciarlo sotto la custodia di quel valent’uomo per lo lungo spazio che doveva esserne assente, che perchè potesse sperare che in quella così tenera età dovesse dal suo maestro apprender lettera alcuna. Il che si può agevolmente comprender da quello ch’egli giunto in Angusta scrisse a Porzia de’ Rossi sua moglie, con lettera del gennajo dell’anno 1547, che va stampata con l’altre sue, nella quale sono queste parole: « E perchè la ragione dell’educazione si divide in due parti, cioè ne’ costumi e nelle lettere, l’una delle quali è cura comune del padre e della madre e l’altra più propria del padre, parlerò con voi solo de’ costumi, riserbandomi, se pur piacerà a Dio di darmi vita, la cura degli studi di Torquato nostro, il quale l’infantile età non consente che si ponga tuttora sotto il giogo della disciplina. » Così scrisse Bernardo; ma egli conobbe incontanente essersi di gran lunga ingannato, conciossiacosachè per avviso del medesimo Angeluzzo gli fosse, tosto dopo la sua partita, certificato del molto che ’l fanciullo nello imparare s’avanzava: di che gliene rese grazie per un’altra sua dalla medesima città d’Augusta e dello stesso anno, pregandolo a continuare a dargliene minuta informazione, acciò dicendo: « Con la vostra diligenza accrescete l’obbligo ch’io vi sento e dategli particolare avviso di tutto ciò che fa Torquatino mio, che non potrete credere il diletto ch’io ne prendo. » Ma ritornando Bernardo in Napoli ritrovò che ’l fanciullo aveva tant’oltre nello studio della Grammatica proceduto, che gli parve già divenuto atto a poterlo far esercitare nelle pubbliche scuole. Era di quei tempi venuta novellamente in Napoli la Compagnia de’ Padri di Gesù, la quale come che poscia abbia con maraviglioso processo scorso tutto il cristianesimo; ed illustratolo con chiarissimi lumi di sapienza e di santità, co’ quali ha penetrato ancora le più lontane contrade infedeli, e predicatovi il glorioso nome di Cristo, allora nondimeno essendo tuttavia picciola famigliuola e di poco tempo prima ragunata, e non avendo molta fama, fu ricevuta da quella città (madre d’opere sante e magnifiche) nella vietta che chiamano del Gigante, dov’eglino aprirono in prima una picciola chiesetta e le loro usate scuole, nelle quali cominciarono con maraviglioso frutto a seminare e nelle prediche e nelle lezioni, santa e profonda dottrina. Nelle costoro scuole adunque Torquato, menando ancora il quarto degli anni suoi, fu dal padre mandato a compire gl’incominciati studi delle lettere umane, abitando egli allora nel palagio de’ Gambacorti suoi avoli, da’ quali, il redò poscia Giovambatista Caracciolo, e da cui il possiede oggi il principe di Avellino suo pronipote, assai presso alla contrada che detta abbiamo del Gigante. Il che fece il fanciullo con tanto ardor d’animo, che non si lasciò giammai cogliere dal nascente giorno nel letto; anzi assai sovente s’alzava di notte tempo, ed aveva così gran fretta di esser menato al maestro che fu mestieri talora alla madre di mandarlovi innanzi dì co’ doppieri accesi per vedere la strada.

Quivi fece egli così felici avanzi che in altri quattro anni apparò pressochè perfettamente la lingua latina ed in gran parte la greca, e per siffatto modo le regole intorno all’arte del favellare e dello scrivere acconciamente ed in prosa ed in verso, che compiuto il settimo anno dell’età sua compose e recitò pubblicamente orazioni e versi con nuova maraviglia di chi l’udiva. E sovviemmi aver veduto un sonetto scritto nello stesso tempo da lui a sua madre, con istile via più che di fanciullo, nella partita ch’egli fece da Napoli col padre seguendo il principe di Salerno che ne fuggiva, conciossiacosachè ritornando il principe ottimamente espedito dalla ambasceria per cui egli fu dalla città di Napoli contro il vicerè mandato, all’imperadore siccome dicevamo, egli ne crebbe perciò in tanto favore del popolo napoletano, ed allo incontro in tanto odio del Toledo, che l’uno e l’altro furono in picciol tempo cagione della famosa ruina di quel miserabile signore. Perciocchè il Toledo dalla stessa aura popolare prese cagione di rappresentarlo a Cesare per ambizioso e vago di cose nuove, ed autor di tumulti affine di avanzarsi in istato: laonde volendo egli ritornare allo imperadore per iscolparsi di ciò che gli imponevano, e temendo tuttavia della molta potenza che in corte aveva il Toledo e i suoi partigiani, volle prima di giungervi mandar Tommaso Pagano suo auditore, a domandare salvocondotto allo imperadore di farlo stare a sentenza nella sua corte di quanto gli veniva apposto e di non rimandarlo a Napoli sottoposto all’arbitrio di un suo nemico; ma Carlo rispondendo, ch’egli non doveva pattuire con un suo vassallo in campagna die’ cagione che ’l principe che aspettava la risposta in Roma, rivolgesse il preso cammino da Spagna in Francia, avendo prima rinunziato gli stati suoi all’imperatore, e scioltosi dal giuramento d’omaggio. Per la qual cosa determinando Bernardo di seguir nell’avversa fortuna il suo principe, che aveva sempre nella prospera seguitato, si fece da Napoli menare in Roma Torquato, stimando che mal potesse il fanciullo in quella patria rimanere, della quale prevedeva dover lui (ch’era suo padre) fra breve esser riputato nimico; sì come poco stante nell’anno 1552 succedette, essendo per pubblica sentenza il principe, e tutti coloro che l’avevano seguito, ed in ispezieltà Bernardo e Torquato dichiarati ribelli. A ciò fare il persuase eziandio il maraviglioso e maturo giudizio del fanciullo, perciocchè oltre alla vivacità dello ingegno, che mostrava nell’intender le lingue e le discipline e nel compor delle prose e de’ versi che fin da quegli anni aveva a scrivere incominciato, erano le sue operazioni così gravi e considerate che i Padri del Gesù, e in ispezieltà il suo confessore e ’l maestro l’avevano in quella tenerissima età di otto anni stimato capace di ricevere il santissimo Sacramento dell’Altare, e glielo avevano assai sovente comunicato. Di questa sua partita, o fuga che vogliam dire, favellò Torquato nella sopraddetta canzon non finita, così dicendo:

Me dal sen de la madre empia fortuna

Pargoletto divelse. Ah di que’  baci

Ch’ ella bagnò di lagrime dolenti,

Con sospir mi rimembra, e degli ardenti

Preghi che sen portar l’aure fugaci,

Che io non dovea giunger più volto a volto

Fra quelle braccia accolto

Con nodi così stretti e sì tenaci.

Lasso! i’ seguii con mal sicure piante,

Qual Ascanio, o Cammilla, il padre errante,

E che ciò gli fosse per malvagia imputazione addivenuto se ne dolse nel sonetto che scrisse a Giulio Cesare Brancaccio perseguitato da somigliante sventura:

Qual dura sorte a la città ti tolse

Tua madre, e d’altri gloriosi figli.

Il qual conchiuse :

Me caso non ugual, ma pur sembiante,

Trasse dal dolce loco, e mi sospinse

Di lido in lido peregrino inerme.

CAPITOLO V.

Educazione di Torquato in Roma ed altrove sin all’età di diciassette anni.

Giunto Torquato in Roma, e dovendo di là partire Bernardo in compagnia del principe in verso Francia, non parendogli che i pochi anni del fanciullo consentissero a doverlo con lui menar per sì lungo pellegrinaggio, deliberò di lasciarlovi raccomandato a Maurizio Cataneo, gentiluomo bergamasco di virtuosi costumi e di vita innocente (con cui oltre al legame della virtù e della patria comune aveva egli alcun parentado e molta amistà) perchè quivi apprendesse appo lui lettere e costumi insieme. Faceva Maurizio in Roma continua stanza, conciossiacosachè seguitasse di lungo la romana corte, dove per lo molto che valeva e nelle lettere e ne’ grandi affari, e molto più per la singolar bontà e per la provata fede, fu in grandissimo pregio tenuto, e spezialmente dal cardinale Albani, di cui fu segretario lunghi anni. A questa deliberazione fatto seguir l’effetto, continuò Bernardo col suo principe il cammin preso di Francia, ma di quindi ritornato poscia in Italia (dopo la ultima caduta di quello sventurato signore ) si ritrasse in corte di Guglielmo Gonzaga duca di Mantova, dal quale fu con molta istanza richiesto e con molto onore ricevuto. Quivi gli fu, non guari dopo, per lo colmo delle sue sciagure rapportata dolorosa novella della morte di Porzia de’ Rossi sua moglie, la quale egli pianse amaramente, e fu cagione ch’egli determinasse di farsi da Roma rimenar Torquato (che con altrettanto dolore aveva la perdita della cara madre lagrimata), perciocchè, essendo cessate amendue le cagioni per le quali egli il faceva presso Napoli rimanere, e per la vicinanza della madre e per la lontananza di lui mentre se n’era in Francia dimorato, non permetteva l’amor paterno ch’egli lasciasse da se quell’unico e amato suo figliuolo lontano; conciossiacosachè Cornelia sua prima figliuola, avesse Porzia de’ Rossi poco prima della sua morte data in moglie a Marzio Sersale nobilissimo cavalier sorrentino, e de’ beni della fortuna mezzanamente agiato: onde a Bernardo pareva avviso di non aver altri figliuoli che Torquato, il quale già compiuti insieme col dodicesimo anno intieramente gli studi della latina e della greca favella, e della rettorica e della poesia e delle discipline dialettiche parimente, aveva oltre a ciò mirabilmente appreso lodevoli e onorati costumi, non pure dalle morali d’Aristotile, ch’egli con grandissimo fervor d’ingegno aveva studiato, ma dagli ottimi ammaestramenti di Maurizio e dal vivo esempio delle sue nobilissime maniere. Del che rimase nell’animo del giovanetto impressa così salda memoria, che poscia per tutto il corso della sua vita conservò verso di lui, come d’un suo secondo padre, continua riverenza; ed egli all’incontro ne ricevette sempre da lui respondenti affetti di paterno amore, e non meno di fedeli consigli che d’opportuni aiuti nel tempo di suoi maggiori bisogni, come manifestamente si vede dalle molte lettere e dalle rime che Torquato gli scrisse (che noi a suo luogo ricorderemo), e dal Dialogo degli Idoli ch’egli dal suo cognome Cataneo intitolò. Ma giunto Torquato in Lombardia, come Bernardo ebbe con inestimabil letizia veduti gli avanzamenti ch’egli fatti aveva nella dottrina e nelle virtù, ed eziandio nella persona, della quale veniva assai bello e grande, rispetto all’età, e di maestevole aspetto) determinò di mandarlo in Padova allo studio delle leggi in compagnia di Scipione Gonzaga, che fu poi cardinale, il quale essendo anch’egli giovanetto che non trapassava se non di poco più d’un anno quegli di Torquato, v’era per la stessa cagione d’apprendere le scienze tenuto dal marchese di S. Martino suo padre. Quivi adunque Torquato fu dal Gonzaga con grand’amore ricevuto, che poi per la parità dell’età e degl’ingegni e de’ comuni esercizi divenne così stretta vicendevole amicizia che non si disciolse più mai se non con la morte, del che fanno molte sue lettere e alcuni sonetti fede, come quello :

Scipio, mentre fra mitre e luci ed ostro

che compose ne’ suoi più felici tempi, e quell’altro che gli scrisse nel tempo delle sue sciagure:

Scipio, o pietade è morta, od è bandita

Da’ regi petti.

Ora in così buona compagnia fece Torquato tanto profitto negli studj così delle leggi e umane e divine ch’egli apparava, come dicemmo, per voler di suo padre, come in que’ di filosofia e di teologia (a’ quali fu per natural disposizione inchinato) che nell’anno suo diecisettesimo fece in tutte e quattro queste scienze pubblica professione con universal lode e stupore di quel dottissimo collegio.

CAPITOLO VI.

Scrive in Padova in età di 18 a anni il poema il Rinaldo,

e lascia lo studio delle leggi.

Ma con istupore molto maggiore intese e ammirò nell’anno seguente Italia tutta il primo suo poema eroico, che fu il Rinaldo, nel quale agguagliò fin d’allora, e in qualche parte superò i migliori poemi che in quel genere erano stati nella nostra lingua composti. Nè già si conveniva men lucente aurora a quel sole, che poco dopo surger dovè con nuova e maravigliosa luce a dimostrare nella Gerusalemme l’intiero splendore dell’epopeia, come diremo. Torquato compiè questo suo primo poema non avendo ancora compiuto il diciottesimo degli anni suoi, come si raccoglie dalle stanze ch’egli pose nella fine dell’ultimo canto:

Così scherzando io risonar facea

Di Rinaldo gli ardori e i dolci affanni,

Allor che ad altri studi il dì togliea

Nel quarto lustro ancor de’ miei verd’anni.

Il qual poema mandò egli fuori per volere del cardinal Luigi da Este; e con poco piacer di suo padre, il quale non avrebbe ciò per due ragioni desiderato. Primieramente perciocchè Bernardo non rimaneva appagato che l’animo del giovanetto s’appigliasse alla piacevolezza della poesia, perchè non deviasse (come addivenne) dallo studio delle leggi, dal quale egli sperava maggiori comodi, con l’esempio in contrario di se medesimo, che per molto e per bene ch’ avesse e in versi e in prosa saputo scrivere, non potè giammai però avanzare la mezzanità della sua fortuna, nè difendersi dalla rea: nella qual cosa malagevolmente Torquato l’obbediva, tirato altrove dal proprio genio, come ne’ versi, che seguono dietro a que’ che detti abbiamo, si legge:

Ad altri studij, onde poi speme avea

Di ristorar d’avversa sorte i danni:

Ingrati studj, dal cui pondo oppresso

Giaccio ignoto ad altrui, grave a me stesso.

Appresso, a Bernardo dispiaceva che ’l Rinaldo uscisse alla luce del mondo sotto il nome del cardinal da Este, a cui l’avea Torquato dedicato; perciocchè stando egli ai servigi del duca Guglielmo, di cui era maggior segretario, ed essendo da lui sommamente pregiato e guiderdonato, gli pareva che stesse male a suo figliuolo di prendere con altri signori novella servitù. Ma Torquato, divenuto già nell’animo suo emulo di Lodovico Ariosto, e conoscendo i luoghi dove si poteva il suo Orlando superare, ed affidandosi d’avanzarlo non meno nella costituzione della favola, secondo gl’ insegnamenti poetici, che nella favella e nella sentenza e nel costume; volle ancora in questa parte contender con lui, e ciò è nella dedicazione del poema ad un altro cardinale da Este sì come fece. E quasi per iscusa della disobbedienza, che a lui pareva commettere in mandar fuori quell’opera contro voler di suo padre, la conchiuse con quelle stanze :

Pria che di quel Signor giunga al cospetto

Ch’ho nel cor io, tu ne la fronte impresso,

Al cui nome gentil, vile e negletto

Albergo sei, non qual compensi ad esso;

Vanne a colui che fu dal cielo eletto

A darmi vita co ’l suo sangue istesso

Io per fui parlo e spero e per lui sono,

E se nulla ho di bel, tutto è suo dono,

 Ei con l’acuto sguardo onde le cose

Mirando oltra la scorza al centro giunge,

Vedrà i difetti tuoi ch’a me nascose

Occhio mal san, che scorge poco lunge,

E con la man ch’ ora veraci prose

A finte poesie di nuovo aggiunge,

Ti purgherà quanto patir tu puoi

Aggiungendo vaghezza a’ versi tuoi.

Ma Torquato già col divulgamento di questo suo primo poema divenuto per tutta l’Italia famoso, ed essendo perciò da tutte le Accademie e da’ più nobili ingegni onorato e provocato insieme ora con lettere ed ora con versi, che a ogn’intorno continuamente gli venivano scritti, parte spinto dalla gara degli emuli e parte allettato dalla dolcezza delle proprie lodi, e molto più tirato dalla natural inchinazione, si distolse affatto dalla professione delle leggi, e tutto allo studio della poesia e della filosofia si rivolse. Forse non senza l’esempio degli altri due gran lumi della nostra lingua, Francesco Petrarca e Giovan Boccaccio, de’ quali il primo, avendo per obbedir a’ comandamenti del padre vacato ne’ suoi giovani anni alle leggi, se ne ritolse poi dandosi alla filosofia ed alla poesia intieramente, onde in persona d’Amore di se medesimo disse :

Questi in sua prim’età fu dato all’ arte

Di vender parolette, anzi menzogne.

E l’ altro avendo per la medesima cagione di secondar i comandamenti di Boccaccio suo padre, cominciato, mentre egli era giovanetto, ad apprender ragion civile da Cino da Pistoia, se ne pentì dappoi, come scrisse allo stessa Gino, e morto il padre si diede alla poesia ed alla filosofia anch’egli: onde nel Labirinto quello spirito così gli diceva: « Gli studj alla sacra filosofia appartenenti infino dalla tua puerizia più assai che tuo padre non avrebbe voluto ti piacquero, e massimamente a quella parte che a poesia s’appartiene ». Così scrisse egli, ed in vero di ciaschedun di loro tre si potrebbe dire ciò che Ovidio, posto nel medesimo contrasto col padre, disse :

Nec me verbosas leges ediscere, nec me

Ingrato voces prostituisse foro,

Mortale est quod quaeris opus; mihi fama perennis

Quaeritur ut toto semper in orbe canar.

CAPITOLO VII

Viaggj e studi di Torquato sin all’età di 22 anni.

Da questo mutamento adunque di Torquato presero opportunità i signori della città e del collegio di Bologna di chiamarlo colà per mezzo di Pier Donato Cesi, che allora v’era vicelegato, e vi fu poi legato e cardinale altresì, il quale gliene fece grandissima istanza; ed egli vi andò volentieri, così per mostrarsi arrendevole e grato alla richiesta di quel signore, ed al desiderio comune di quella nobilissima e dottissima città, come per avanzarsi negli studj, già compiuti, con nuova e più isquisita contezza delle più riposte e minute particolarità che intorno alle scienze ed alle arti appararsi possono ed investigare. Il che fece egli ottimamente in conversando e disputando con altre nuove e diverse persone, non meno scienziate che esperte, ed in esercitandosi nelle accademie e nelle pubbliche scuole, dov’egli lesse molte volte con soddisfazione e lode universale varie ed altissime materie intorno alle più sottili questioni di tutte le discipline, ed in ispezieltà della poesia, com’egli medesimo al prime de’ libri ch’ei compose del Poema eroico ci lasciò scritto in quelle parole: « Però delle molte cose ch’io ho dappoi lette e considerate in questa materia, ho aggiunte quelle solamente delle quali aveva ragionato pubblicamente in Bologna, e privatamente in Ferrara ». Così scrisse il Tasso, ma intanto Scipion Gonzaga, allora principe degli Eterei in Padova, parendogli d’aver troppo gran perdita fatto con la partita di Torquato da quella città, procurò di farlovi ritornare coll’autorità che gli concedeva l’antica loro amicizia fin dalla fanciullezza, e coll’invitarlo a quella famosa Accademia, pigliando cagione da’ tumulti che allora erano in Bologna grandissimi, e per i quali il Tasso, naturalmente amator di pace, mal volentieri vi dimorava. Ed al suo pensiero seguiron incontanente gli effetti, come si vede nel Sonetto che a quei signori accademici scrisse:

Poichè ’n vostro terren vil tasso alberga,

Dal Ren translato, ond’empia man lo svelse.

Là ’ve par ch’ egualmente omai l’eccelse

Piante e le basse orrida pioggia asperga;

S’egli già fu negletta ed umil verga,

A mercè di colui che qui lo scelse

Fra’ suoi bei lauri, e propria cura felse,

Tosto avverrà ch’al ciel pregiato s’erga,

e quel che segue.

Essendo il Tasso adunque con grandissimo piacere di tutti quei signori nell’Accademia ricevuto, si prese il nome di Pentito, quasi dimostrar volesse sè esser dolente del tempo che dietro alle quistioni civili aveva consumato e perduto. Onde come per riacquistarlo diessi di nuovo con tanto ardore allo studio della poesia e della natural filosofia parimente, che non solo divenne e nell’una e nell’altra in breve perfettissimo maestro, ma quelle, che fra loro diverse e discordanti parevano, concordò insieme e felicemente unì, temperando con sì giusta misura la piacevolezza dall’una con la gravità dell’altra, che ne formò poscia quella singolare e maravigliosa composizione che ne’ suoi Poemi e ne’ Dialoghi ugualmente ammiriamo. Nella qual mistura egli per sorte ebbe non pure tutti i nostrali, ma i latini e i greci eziandio superati; insegnandoci un nuovo e perfetto modo, ed insieme giocondissimo e giovevolissimo di poetare e di filosofare in un tempo stesso .

Quivi determinò egli di comporre il suo divino poema della Gerusalemme, e primieramente rinvenne la favola e dispose le parti sue, e scelse le persone che doveva introducervi, e dirizzò tutto il filo dell’opera a lodare le grandezze di casa da Este. Ma tra ’l cardinal Luigi ed Alfonso II, ultimo duca di Ferrara il qual veramente fu in que’ tempi lo splendor dell’Italia e l’Alessandro degli uomini di valore e di dottrina, era fra questo mentre surta una fratellevole e magnanima contesa, di quale di loro due con maggiori dimostrazioni d’ amore e d’onore favoreggiasse e careggiasse Torquato. Perciocchè dall’un canto il cardinale poneva ogni studio a mantenersi la giusta possessione che a lui pareva d’aver già presa sopra gli studj del Tasso per l’altra ch’egli medesimo gliene aveva dato con la dedicazione del Rinaldo; e dall’altro Alfonso, veggendo che il cardinale n’aveva già ricevuta la primiera parte, procacciava d’acquistarsi l’altra che a lui stimava di dovere di ragion venire. Torquato mantenendosi ugualmente ad amendue amorevole e divoto, lasciò trapassare lo spazio di ben tre o quattro anni senza mostrare inchinazione alcuna di volere più l’uno che l’altro di lor servire; ma finalmente nell’anno ventiduesimo de’ suoi e 1565 della nostra salute, a chiamata d’amendue i fratelli, che istantemente il richiesero ch’ egli volesse fermare la sua abitazione in Ferrara, egli vi andò, e vi fu dal duca con tanto onor ricevuto e con tanti comodi appo sè ritenuto, che avrebbero agguagliati i meriti della singolar virtù di Torquato, se la sventura di lui con l’infermità, ora del corpo ed ora dell’animo, non vi si fosse troppo crudelmente frapposta. Gli furono adunque nel palagio ducale assegnate le stanze e tutti gli altri opportuni provvedimenti ond’egli potesse con ogni agio, e fuor d’ogni cura alle Muse, e contemplando e scrivendo parimente vacare, sì come e’ fece tirando tuttavia innanzi il poema della Gerusalemme, già consacrato al duca Alfonso, e scrivendo quella parte delle Rime e delle Prose, che fu la prima ad essere con tanta cupidità e maraviglia, del mondo veduta.

CAPITOLO VIII.

Passa in Francia; è già inoltrato nel componimento della Gerusalemme;

torna in Ferrara e vi scrive L’Aminta.

Non lasciando Torquato anche di servire, nelle opportunità che gli s’offerirono, il cardinal Luigi, ciò addivenne spezialmente nell’ andata che quel principe fece in Francia, mandatovi da Gregorio XIII sette anni dopo; e ciò fu nel 1372, dove Torquato l’accompagnò come suo gentiluomo, avendolo il cardinale grandemente desiderato, sì per ornamento della sua corte e particolar soddisfacimento di sè, come per consolazione de’ cavalieri e de’ baroni francesi, sì che per la fama dell’incominciata Gerusalemme, e per quel poco che n’avevano infin allora veduto, lui quasi un nuovo miracolo miravano ed ammiravano per dovunque passava. Egli in quest’ anno, ch’era il suo ventisettesimo, aveva già composto sei canti del suo poema, siccome scrisse al conte Ercole Tasso, poco prima della sua partita da Italia col cardinale, così dicendo: « Se desiderate essere ragguagliato del mio stato, sappiate ch’io mi trovo a’ servigi del cardinal da Este, e che ora sono in Padova per alcuni miei negozj particolari, e che andrò fra pochi giorni a Mantova, ove aspetterò che ’l cardinale torni di Roma. Si stamperanno fra pochi giorni le Rime degli Eterei ove saranno alcune mie Rime non più stampate. Sono arrivato al sesto canto del Gottifredo, ed ho fatto alcuni Dialoghi ed Orazioni, ma non in istile così famigliare e plebeo com’ è quello di questa lettera ». Così disse Torquato, ma nel viaggio stesso accrebbe di più altre stanze il suo poema, perciocchè eziandio fra’ tumulti del cavalcare, e le vanità del corteggiare, quasi un nuovo Senofonte nel marciare degli eserciti, ed un nuovo Aristotile in corte di Filippo, compose così per istrada molte fiate insino a dieci e più stanze per volta, senza che vi rimanesse luogo di mutamento, se non menomissimo o nullo.

Giunto col cardinale in Parigi fu il Tasso sommamente onorato dalla Francesca nobiltà e dal collegio parigino; ma più che da ciascun altro da Carlo IX, allora re di Francia: perciocchè oltre alla divinità che in lui ammirava per la profondità e varietà della dottrina e per l’eccellenza delle antiche lingue, e molto più per la felicità del poetare, pareva a lui essergli spezialmente obbligato per l’onorata memoria che nel Goffredo faceva delle operazioni e del valore della sua nazione; onde non si vedeva mai contento di replicar le sue lodi e di raddoppiare le grazie ogni giorno maggiori. Quivi dimorando egli scrisse in risposta al conte Ercole Contrari nobilissimo cavalier ferrarese, che gliel’ aveva richiesto, quella non meno artificiosa che dotta lettera, nella quale paragonò l’Italia alla Francia; e che va col volume dell’altre operette sue. Partendo poi di Francia il cardinale, con esso lui ritornò in Italia Torquato colmo degli onori e de’ favori ricevati dal re e da’ suoi baroni; e giunto in corte di Ferrara fu ricevuto dal duca con segnali di nuovo accrescimento d’amore e di pregio. Quivi nel verno seguente compose e fe’ rappresentare il suo Aminta, ch’egli cognominò Favola boschereccia, con general lode e maraviglia di ciascheduno, che allora l’udì, e che l’ha poscia letto; così per l’eccellenza del componimento giudicato per ogni sua parte perfettissimo in se medesimo, come per l’invenzione del poema eziandio, perciocchè quantunque sia secondo le universali ed antiche regole della poetica composto, nondimeno, quanto alla scena ed alle persone in essa rappresentate ed a’ loro costumi, non se n’era fino a quel tempo nella nostra lingua, e nemmeno nella latina o nella greca veduto un altro tale; onde se ne può senza fallo chiamarlo inventore. Conciosiacosachè coloro fra gli antichi che introdussero nelle scene boscherecce le buccoliche rappresentazioni, e le persone de’ pastori e delle ninfe (come furono tra’ greci Teocrito, e tra’ latini Virgilio, e tra’ nostrali il Sannazzaro ed alcuni altri scrittori d’egloghe), non composero favole perfette, nè d’una intiera azione, nè del richiesto spazio di tempo, o di convenevole ligamento e scioglimento, e molto meno con le parti necessarie della quantità e della qualità, senza le quali niun poema si può chiamar regolato, ma v’introdussero a semplicemente favellare quel che loro veniva a grado, senza sottoporsi ad altra regola che all’osservanza del costume (onde i loro componimenti si potrebbero più tosto una radunanza di molte scene che una favola scenica chiamare), avendo essi le altre regole lasciate alla commedia ed alla tragedia, che loro parvero maggiormente capaci delle drammatiche osservazioni. Ma Torquato, facendosi scena dei boschi e ritenendo le persone pastorali, si sottopose non meno al costume dell’egloghe che alle regole della commedia e della tragedia parimente, facendo di tutte e tre una maravigliosa ma vaghissima e regolatissima composizione; perciocchè dall’egloga prese, come ora dicevamo, la scena, le persone pastorali e ’l costume, dalla tragedia le persone divine, le eroiche, i cori, il numero del verso, la gravità della sentenza; dalla commedia le persone comunali, il sale de’ motti, e la felicità del fine più proprio alla commedia che all’altre due. La composizione poi di questo mescolamento, quanto all’unità e integrità della favola ed al suo circuito, e quanto alla protesi e alla catastrofe e all’altre parti, quali e quante elleno devono essere, dispose egli secondo le regole e alla tragedia e alla commedia ugualmente comuni, delle quali fu così diligente osservatore che in tutto quel poema non ha potuto l’invidia stessa ritrovare mancamento alcuno, se non se per avventura, che ad altri parve assai breve, il che fece egli a volontà del duca Alfonso, e forse ad imitazione degli antichi compositori dell’egloghe. La quale sua nobilissima invenzione è stata in modo dagli altri begli ingegni dell’età nostra approvata, che siccome egli fu il primo che a scrivere di questa sorte di poemi si fosse messo, così molti poscia stati sono coloro che incontanente imitandolo hanno con somma loro lode la nostra lingua di altri tali vaghissimi componimenti arricchita. In questo poema Torquato fingendo se medesimo, sotto nome di Tirsi, commendò artificiosamente l’umanità d’Alfonso, così del modo ond’egli dapprima lo invitò a’ suoi servigj ed alla sua real casa, come dell’ozio e de’ comodi che continuamente gli concedeva perch’egli potesse a suo bell’agio vivere solamente alle Muse. E del suo benigno invito così cantò:

Passai per là, dov’ è il felice albergo;

Quindi uscian fuor voci canore e dolci ,

E di cigni e di ninfe e di sirene,

Di sirene celesti; e n’uscian suoni

Soavi e chiari, e tanto altro diletto,

Ch’attonito godendo ed ammirando

Mi fermai buona pezza . Era su l’uscio,

Quasi per guardia delle cose belle,

Uom d’aspetto magnanimo e robusto,

Di cui, per quanto intesi, in dubbio stassi

S’egli sia miglior duce o cavaliero,

Che confronto benigna insieme e grave,

Con regal cortesia m’invitò dentro.

Sì grande e in pregio, me negletto e basso.

O che sentii? che vidi allora? E vidi ....

E quel che segue. Ma dell’ozio e degli agi concedutigli dal duca così, sotto nome dell’istesso Tirsi, favellava a Dafne:

O Dafne, a me questi ozj ha fatto Dio,

Colui che Dio qui può stimarsi, a cui

Si pascon gli ampj armenti e l’ampie gregge

Da l’uno a l’altro mare, e per li lieti

Colti di fecondissime campagne,

E per gli alpestri dossi d’Appenino.

Egli mi disse, allor che suo mi fece,

Tirsi, altri scacci i lupi e i ladri, e guardi

I miei murati ovili; altri comparta

Le pene e i premj a’ miei ministri; ed altri

Pasca e curi le gregge; altri conservi

Le lane e ’l latte; ed altri le dispensi:

Tu canta, or che se ’n ozio; ond’è ben giusto

Che non gli scherzi di terreno amore,

Ma canti gli avi del mio vivo e vero

(Non so s’io lui mi chiami Apollo o Giove)

Che nell’opre e nel volto ambo somiglia.

Stava Torquato, quand’egli scriveva queste cose, nell’anno 29 dell’età sua, siccome Dafne stessa ne’ versi poco prima a questi ch’ora abbiamo recitati aveva detto :

Ma non vogliamo noi parlar alquanto

Di te medesmo: orsù, Tirsi, non vuoi

Tu innamorarti? sei giovane ancora,

Nè passi di quattr’anni il quinto lustro ,

Sebben sovviemmi, quando eri fanciullo.

CAPITOLO IX.

Amori e dissimulazioni perchè restasse ignoto l’oggetto della sua fiamma.

Ma questo scherzar di Dafne fu o cagione o augurio o effetto almeno del vero e dell’intrinseco del cuor di lui che per Tirsi era figurato, perciocchè intorno a quei medesimi tempi cominciò ad esser Torquato acceso di alto e nobilissimo amore, e molto più che alla sua condizione, se risaputo si fosse, non avrebbe paruto richiesto, come accennò in quel sonetto:

Se d’Icaro leggesti e di Fetonte,

Ben sai come l’un cadde in questo fiume

Quando portar da l’Oriente il lume

Volle de’ rai del Sol cinger la fronte.

E l’altro in mar, che troppo ardite e pronte

A volo alzò le sue cerate piume;

E così va chi di tentar presume

Strade nel ciel, per fama appena conte.

Ma chi dee paventare in alta impresa

S’avvien ch’Amor l’affide? e che non puote

Amor, che con catena il cielo unisce?

Egli già trae da le celesti rote

Di terrena beltà Diana accesa,

E d’Ida il bel fanciullo al ciel rapisce.

Ond’ egli artatamente procacciò di tenerlo a tutti celato. Ma di questa amorosa ed ardentissima sua passione, e del voler egli oltremodo nasconderla e seppellirla nel segreto del suo petto, quasi novello Ovidio, nacquero que’ primi inconvenienti, da’ quali poscia dipendettero, l’una dopo l’altre, tutte le sue sciagure. Egli è ben vero che con questo suo silenzio e dissimulazione pose sì fattamente in dubbio il mondo della verità de’ suoi pensieri, che nè in quel primo tempo degli amori suoi, nè poi nel seguente de’ suoi travagli, e nemmeno dappoichè egli uscito ne fu, se ne potè giammai risaper l’intero, nè almeno la certezza di chi fosse la donna da lui cotanto amata: quantunque in molti luoghi delle sue rime ne palesasse artificiosamente il nome, il qual fu Leonora, e specialmente nel sonetto che comincia :

Rose, che l’arte invidiosa ammira

nel quale così conchiude :

Ma con tropp’acut’ago il guardi, ah stolto!

Se ferir brami, scendi al petto, scendi,

E di sì degno cor tuo strale onora :

dove con l’ultima sillaba della voce strale, e con la seguente onora compose il nome di Leonora; e in assai altri luoghi eziandio, ne’ quali scherzando con le voci di ora, e d’aura, va celatamente scoprendo il nome della sua donna, come in quel madrigale che incomincia;

Ore, fermate il volo

e dell’ altro che segue :

Ecco mormorar l’onde

e più chiaramente in quell’altro

Cantava in riva al fiume

Tirsi di Leonora,

E rispondean le selve e l’onde: onora,

e nel sonetto altresì :

Quando l’Alba si leva e si rimira

nella sposizione del quale il Tasso medesimo dichiarando la parola aurora, dice: Scherza vagamente sul nome dell’aurora, e della sua donna; ed in mille altri luoghi.

Ma qual fosse questa Eleonora da lui amata, perchè molte in quel tempo ve n’ erano in Ferrara, che ’l valevano, sarebbe malagevole e forse impossibil cosa affermare; pure non cessarono le sottili investigazioni de’ curiosi, e particolarmente de’ cortegiani, per loro propria inclinazione vaghi di risapere gli affari altrui, e molto più degl’innamorati, d’osservar diligentemente i pensieri di Torquato: ma intorno agli amori suoi furono in tre varie opinioni divise; conciosiacosachè essendo allora in corte del duca tre dame di questo nome, e tutte e tre per bellezza e per valore ciascuna verso di se medesima singolare, quantunque di condizione e di stato fra di loro assai disuguali, altri credeva che il Tasso fosse divenuto amante d’una, e altri d’un’altra di quelle tre; e ciascuno adduceva a pro della sua credenza valevoli ragioni e manifesti segnali. Alcuni credettero che la dama da lui sovra ogn’altra amata ed esaltata fosse madama Leonora da Este sorella del duca Alfonso, la quale non avendo giammai voluto chinare l’altezza dell’ animo a sottoporsi ad alcuno, e perciò rifiutato sempre di tor marito, se ne stava donzella in compagnia di donna Lucrezia sua maggior sorella, che maritata col Duca d’Urbino, e da lui poscia separata, dimorava altresì in casa il duca Alfonso; mossi dalla particolar servitù e riverenza ch’egli sempre verso quell’altezza mostrato aveva, e dalla singolar grazia e protezione in ch’ella continuamente l’ebbe, ed in cui continuò poscia a tenerlo nel tempo seguente eziandio delle sue sciagure, e argomentando dalla sovrana beltà e dalle rare qualità dell’ animo di lei, non meno per la prudenza, per la magnanimità, per la costanza, per la onestà, che per l’universale e più che mezzana notizia delle scienze e delle più nobili arti, giudicata per comune consentimento senza pari in Italia. Avendo il Tasso, per la molta famigliarità, intiero conoscimento di tutte queste chiarissime sue doti, non era possibile ch’egli, illustrato da così vivace lume, avesse voluto o potuto dirizzar in altra parte gli occhi del suo intelletto, nè per conseguente volgere ad altro segno gli affetti del suo volere; ed in testimonio di ciò addicevano le rime stesse da Torquato scritte di madama Leonora, nelle quali, oltre alle dovute lodi di lei, apertamente si conosce la divozione dell’animo suo essere molto maggiore e più ardente di quello ch’avrebbe potuto riscaldarla qualunque sia semplice contezza di merito, o gratitudine di beneficio ricevuto; ma dover essere oltracciò acceso da’ raggi della bellezza di lei, ancorchè di fiamma così pura e sincera che solamente gl’illuminasse lo intelletto e gl’innalzasse la volontà, senza però accendergli le virtù sensitive, come ad amatore di così alta e divina principessa si richiedeva. Questa medesima ragione per appunto addusse Torquato stesso nel sonetto :

Non fia mai che ’l bel viso a me non reste

Sculto, ec.

il quale scrisse egli a certo suo amico che in una festa, ove erano molte belle donne raccolte, tentava di farlo di altra dama invaghire; dicendogli non esser possibile che egli giammai rivolgesse gli occhi ad alcun’altra terrena bellezza conciofossecosachè tutte gli paressero caduche e vili a paragone di quell’angelica e celestiale della sua donna. E che costei altra non fosse che madama Eleonora da Este si legge chiaramente nel sonetto ch’egli scrisse nella grave infermità di lei, nella quale i medici le avevano proibito il cantare. Incomincia

Ahi, ben è reo destin, ch’invidia e toglie

e spezialmente in quei versi:

E basta ben, che i sereni occhi e ’l riso

N’infiammin d’un piacer celeste e santo.

E più ampiamente in quella gravissima canzone ch’egli compose nel rilevarsi che madama Leonora cominciò a fare dalla sopraddetta infermità:

Mentre ch’a venerar movon le genti.

Nella quarta stanza della quale così favella:

E certo il primo dì, che ’l bel sereno

De la tua fronte agli occhi miei s’offerse,

E vidi armato spaziarvi Amore;

Se non che riverenza allor converse,

E meraviglia, in fredda selce il seno,

Ivi peria con doppia morte il core.

Ma parte de gli strali e de l’ardore

Sentii per anco entro ’l gelato marmo,

E s’alcun mai per troppo ardire ignudo

Vien di quel forte scudo

Ond’io dinanzi a te mi copro et armo,

Sentirà ’l colpo crudo

Di tue saette; ed arso al fatal lume

Giacerà con Fetonte entro ’l tuo fiume.

E colà nel commiato :

Canzon, deh sarà mai quel lieto giorno

Ch’in que’ begli occhi le lor fiamme prime

Raccese io veggio, e ch’arda il mondo in loro,

Anch’io purgherei l’alma: e le mie rime

Foran d’augel canoro,

Ch’ or son vili o neglette, se non quanto

Costei le onora col bel nome santo.

E forse più chiaramente in quell’altra canzone, ch’egli tutto geloso scrisse qualora essendo madama Leonora richiesta al duca in matrimonio da un grandissimo principe, Torquato, temendo che si conducesse ad effetto, si formava nella mente le temute nozze, e quasi presenti le si fingeva. E come di cosa già avvenuta se ne doleva dicendo:

Amor, tu vedi, e non n’hai duolo o sdegno,

Chinar madonna il collo al giogo altrui;

Ami ogni tua ragion da te si cede!

Lasso, se ’l bel tesoro, ond’io già fui

Sì vago, altri s’ha tolto. Or qual può degno

Premio il merto adeguar de la mia fede?

Qual più sperar ne lice ampia mercede

Da la tua ingiusta man, s’in un sol punto

Hai le ricchezze tue diffuse e sparte?

Anzi pur chiuse in parte,

Ove un sol gode ogni tuo ben congiunto.

E tutto il rimanente insin’alla fine, ma in ispezieltà nell’ultima stanza:

Nè la mia donna , perch’or cinga il petto

Di novo laccio, il laccio antico sprezzi,

Che di vedermi al cor già non le increbbe;

Od ella, che l’avvinse, ella lo spezzi,

Chè sciorlo omai, così è intricato e stretto,

Nè la man stessa, che l’ordio potrebbe;

E se pur anco occultamente crebbe

Il suo bel nome ne’ miei versi accolto,

Quasi in fertil terreno arbor gentile,

Or segua in ciò suo stile,

Nè prend’a sdegno esser cantato e colto

Da la mia penna umile;

Che forse Apollo in me le grazie sue

Verserà dove scarso Amor mi fue.

La qual temenza, ch’egli non per gelosia d’altro avesse che delle nozze della principessa Leonora, tutto che marito giammai non prendesse, ci si conferma da quel sonetto ch’a lei scrisse dicendo:

Vergine illustre, la beltà che accende

I giovinetti amanti ’

il qual conchiuse con quel verso :

Oh felice lo sposo, a cui t’adorni!

Ma ella incontanente da questo timore il liberò, fermatasi nel suo costante pensiero di non sottoporsi a marito, onde le Muse di Torquato (s’egli è pur vero, che lei amasse) poterono per l’innanzi, senza sospetto di gelosia o di lontananza, gli onesti favori di così gran dama e tanto sua favoratrice godere: com’egli mostrò in quel madrigale:

Perchè di gemme t’incoroni e d’oro ,

Perfida Gelosia,

Turbar già tu non puoi la gioia mia.

E quel che segue: la qual felice tranquillità godè Torquato molt’anni appresso, come descrive in quel sonetto:

Perchè in giovenil volto Amor mi mostri

Talor, donna real rose e ligustri,

Oblio non pone in me de’ miei trilustri

Affanni, o de’ miei spesi indarno inchiostri:

il quale scrisse alla principessa Leonora mentr’ella già cominciava ad esser vinta dal tempo: mostrando che non perch’andasse in lei oggimai languendo il fiore della giovanil vaghezza, perciò menomava in lui alcuna scintilla dell’antiche fiamme, come quelle che erano anzi dalla luce delle virtù che dallo splendore della bellezza di lei state accese.

La seconda Eleonora, che altri credettero esser dal Tasso singolarmente amata, fu la contessa Sanvitale, figliuola del conte di Sala già moglie di Giulio Thiene, allora conte e poi marchese di Scandiano, la quale in quei tempi dimorava in corte di Ferrara col nome d’una delle più belle e delle più valorose d’Italia. Con costei aveva Torquato assai particolare familiarità, onde coloro che stimarono non potere i pensieri suoi sormontar tanto in su, che presumesse, come amante, d’appressarli all’ altezza di madama Leonora, e veggendoli pure ad ogni modo essere altissimi, immaginavano ch’egli all’amore di quest’altra anche nobilissima dama dirizzati gli avesse, portando eziandio altre rime di Torquato stesso a confirmazione di questa lor credenza. E in ispezieltà quel sonetto che incomincia:

Donna, qual vital succo, o qual celeste

Dolce rugiada ec.

 nel qual andò vagamente sopra il suo cognome di San Vitale così scherzando:

Se tu non sei tu santa ed immortale,

Non pur vital, ma vita, onde Amor vive.

E quell’altro in cui con molt’ arte e con molto affetto loda le labbra di lei, dicendo:

Quel labbro, che le rose han colorito

Molle si sporge e tumidetto in fuore,

Spinto per arte, mi cred’io, d’Amore

A fare ai baci insidïoso invito.

Amanti, alcun non sia cotanto ardito

Ch’osi appressarsi ec.

e particolarmente in quei versi

Io che altre volte fui ne l’amorose

Insidie colto: or ben lo riconosco.

E con maggior chiarezza in quello altresì nel quale descrive la medesima contessa, mentre negli specchi si vagheggiava, e che dall’immagine loro non era così vivamente rappresentata, come da quella d’una sua fanciullina di poco anzi nata, dicendo:

Si specchiava Leonora, e ’l dolce riso,

E ’l vago lume, ch’immortal parea,

Vinti, ma stanchi no, gli specchi avea

Co’ lieti raggi del sereno viso.

La qual somiglianza egli più felicemente per avventura in quell’altro sonetto descrisse, che incomincia:

Non potea dotta man ritrarci in carta

De’ tuoi lumi e de’ crini i raggi e l’oro

e quel che segue. Nè minor affetto pare che dimostrasse verso la medesima contessa colà in quel sonetto, nel quale descrisse lei che andava in maschera, e che comincia:

Bell’angioletta, or quale è bella imago

Di coprir degna il dolce avorio e terso

Del vostro volto del color cosperso

Che rende il cielo sul mattin più vago?

Il quale ardente affetto non pareva a coloro possibile, che egli verso la contessa finto conservasse, e che non l’amasse.

L’ultima poi delle tre Leonore, che fu secondo alcuni stimata esser dama del Tasso, una fu delle damigelle della principessa Leonora da Este [1] anch’ella dello stesso nome chiamata; perciocchè costoro credettero l’amor di lui non esser dissimile da quello degli altri amanti, che sperano dalle lor donne l’ultimo fin godere dei loro desii; mossi da quello ch’egli medesimo mostrò in quel sonetto:

Odi, Filli, che tuona; odi che ’n gelo

Il vapor di lassù converso piove!

Me che curar dobbiam che faccia Giove?

Godiam noi qui s’egli è turbato in cielo.

E conoscendo all’incontro che una cotale speranza non sarebbe potuta cader nella mente di lui, s’egli alcuna delle due già dette avesse ad amare intrapreso, per l’onestà e per la grandezza di ciascheduna a esse, ne venivano per conseguente conchiudendo, che quest’ultima, la qual sola tra tutte le altre di questo nome rimaneva in quella corte degna d’un tanto amatore, fosse colei che veracemente avesse Torquato amata. La qual loro opinione andavano essi dal testimonio che ’l Tasso medesimo par che ne faccia nelle sue rime raccogliendo e riconfermando; ed in ispezieltà nella vaghissima canzone ch’egli a questa damigella scrisse, volendola persuadere od ammaestrare ne’ modi ch’ella doveva tenere per muovere madama Leonora sua signora a pietà di lui (che non si nascondeva esser della principessa parimente innamorato), così dicendo:

O colle Grazie eletta e con gli Amori, [2]

Fanciulla avventurata,

A servir a colei che Dea somiglia.

Poi che ’l mio sguardo in lei mirar non osa

i raggi e gli splendori,

E ’l bel seren degli occhi e delle ciglia,

Nè l’alta maraviglia

Che ne discopre il lampeggiar del riso,

Nè quanto ha di celeste il petto e ’l volto,

Io gli occhi a te rivolto

E nel tuo vezzosetto e lieto viso

Dolcemente m’afiso:

Bruna se’ tu, ma bella

Qual vergine viola; e del tuo vago

Sembiante io sì m’appago,

Che non disdegno signorìa d’ancella.

E in tutto il rimanente della canzone, sin al fine, nella quale dimostra sè esser primieramente di madama Leonora innamorato, ma che per la rigidezza e per l’altezza di lei disperando di poter la sua grazia acquistare, si fosse ad amare la sua damigella rivolto, senza potersi però dall’amor della principessa restare: in modo tale che coloro eziandio ch’ebbero, credenza esser il Tasso di questa damigella stato amatore, non possono però negare ch’egli non avesse insiememente la principessa amata, e per conseguenza amendue. Laonde se fosse ancbe vera l’opinione di quegli altri che credettero lui avere alla contessa di Scandiano altresì portato altrettanta affezione, ne seguirebbe esser certo che egli tutte e tre queste Leonore amate parimente avesse, o almeno che amandone veracemente l’una, ad amar le altre due eziandio s’infingesse. La qual cosa, s’io non fallo, è da lui medesimo confirmata:

Tre gran donne vid io, ch’in esser belle

Mostran disparità , ma somigliante;

Sì che negli atti e ’n ogni lor sembiante

Scriver natura par: Noi siam sorelle.

Ben ciascuna io lodai, pur una d’elle

Mi piacque sì, ch’io ne divenni amante,

Ed ancor fia ch’io ne sospiri e cante,

E ’l mio foco e ’l suo nome alzi a le stelle.

Lei sol vagheggio; e se pur l’altre io miro,

Guardo nel vago altrui quel ch’è in lei vago,

E negl’idoli suoi vien ch’ io l’adore.

Ma cotanto somiglia al ver l’immago,

Ch’erro, e dolc’è l’error; pur ne sospiro,

Come a ingiusta idolatria d’Amore.

E per qual cagione egli commettesse quest’amorosa idolatria, che amandone una sola volesse dimostrare d’amarle tutte e tre, lo dichiarò in quell’altro sonetto; nato ad uno stesso parto con questo, ed è :

Vuol ch’io l’ami costei, ma un duro freno

M’impone ancor d’aspro silenzio.

dove conchiude, che avrebbe egli osservato il silenzio impostogli dalla sua donna, tacendo di esser di lei innamorato, ma che celar le fiamme che l’accendevano per siffatto modo che non ne tralucesse al di fuori negli atti alcuna favilla da cui potesse scoprirsi lui essere amante, questo era a lui impossibil cosa ad operare; onde seco determinò poscia di nascondere con nuova cautela di cui egli ardesse, col mostrarsi di più d’ una dama di questo medesimo nome in uno stesso tempo invaghito. Il che succedette così per punto, com’egli aveva divisato, che fin ad oggi (come da principio dicevamo) non se n’ ha potuto risapere l’intiera certezza, ma qualunque fosse la dama da lui con tanto segreto amata, egli è nondimeno certo che fra questi tempi, e per alcuni altri anni seguenti, furono gli amori suoi assai felici, e cagione de rallegrargli l’ingegno e di raddolcirgli lo stile, che per natura avea malinconioso ed aspro, come confessò in quel madrigale;

La mia tenera Iole

Duri chiama i miei carmi;

Ma che? Son duri, e pur son belli i marmi.

E nel rimanente; ed in quell’altro eziandio:

Ardiccio, se ben miri,

Molle e dura è costei?

Così son duri e molli i versi miei.

Molle è in lei quel di fuori,

Dentro ha marmi e diaspri;

Sol nella scorza i versi miei son aspri.

Ma senti come spiri

Da’ loro interni amori

Spirto gentil che intenerisce i cori?

CAPITOLO X.

In età d’anni 30 pubblica la Gerusalemme Liberata. Opposizioni fattegli

dagli accademici della Crusca e da altri. Morte di Bernardo suo padre.

In questi medesimi anni che furono i più tranquilli ed i più lieti della sua vita, egli compiè la sua Gerusalemme liberata, la quale io non saprei se dovessi piuttosto dire che fosse da lui pubblicata al mondo, oppure essere a lui dal mondo stata imbolata, Conciossiacosachè con tanto desiderio fosse da tutta l’Italia, e da gran parte de’ paesi d’oltre monti attesa, e con tanta istanza da ciascheduna condizion di persone richiesta, che non ebbe Torquato spazio non che di soprastare alcun giusto tempo a rivedere ed ammendare il tutto, o di frastornare e d’abbellir le sue parti (come nella composizione d’un tanto poema stato sarebbe mestiere), ma nemmeno di fornirlo intieramente, nè di farlo dopo i primi lineamenti trascrivere; anzi, com’egli ne andava alla giornata componendo i canti, così gli erano, parte da’ preghi degli amici e parte dai comandamenti de’ padroni, tolti, e poscia trapassando per diverse mani pervenivano a quelle dei stampatori, dai quali erano incontanente impressi e mandati fuora. Quindi fu che da principio ne comparvero solamente i primi quattro canti, e poscia altri due; e così di mano in mano fin che uscirono tutti e venti; e la prima volta assai pieni d’errori e scemi di versi e di stanze intiere, pubblicati da Angelo Ingegneri, che si scusò d’averli così imperfetti mandati alle stampe, perchè tali gli erano nelle mani capitati. I quali nondimeno furono non pure per l’Italia tutta in brevissimo spazio di tempo sparsi e letti e commendati con grido e meraviglia universale, ma per le strane e lontanissime regioni dell’Europa e dell’altre due parti del mondo ancora, nelle cui molte e varie lingue, non pure nella latina, ma nella francese, nella spagnuola e nelle altre più barbare eziandio, fin nell’arabica e nella turchesca, sono stati, con somma gloria di lui, molte volte trasportati e ristampati. Laonde ha (s’io non fallo) nella presente età maggior pregio da questo solo poema la nostra favella acquistato, che da quantunque altri fin dal suo principio in quella stati sono composti; avendo noi per suo mezzo ricevuto nel Tasso, per l’opinione dell’universo, l’Omero e il Virgilio del nostro idioma, ch’è quella sola perfezione che si poteva in esso desiderare. Senza che in questo paragone ardirei io non solamente d’agguagliare la Gerusalemme all’Iliade ed all’Eneida, ma di preporgliela altresì, se Paolo Beni, uomo per profondità di dottrina, e per varietà di belle lettere a’ nostri dì singolare, non avesse ciò, nella comparazione ch’ egli ha scritto fra costor tutti e tre così manifestamente dimostrato il vantaggio che porta il poema del Tasso agli altri due, che a me non fa mestieri di porlo ora di nuovo in quistione.

Ma il piacere che di questa sua nascente gloria e della felicità degli amori suoi Torquato sentiva, gli fu primieramente turbato dalla morte di suo padre, che seguì nell’anno trentunesimo de’ suoi, mentre Bernardo dimorando tuttavia ne’ servigj del duca Guglielmo, ed essendo suo segretario, stava in Ostia sul Po governator di quella città. Quivi egli infermò, e quivi accorse Torquato; il servì sollecitamente nell’infermità, il pianse amaramente nella morte, e lo accompagnò con lugubre pompa alla sepoltura, com’ egli scrisse nella canzone

O del grand’Apennino

e spezialmente in quei versi:

Padre, o buon padre, che dal ciel rimiri.

Egro e morto ti piansi, e ben tu ’l sài,

E gemendo scaldai

La tomba e ’l letto; or che negli alti giri

Tu godi, a te si deve onor, non lutto

A me versato il mio dolor sia tutto,

Ma della morte di Bernardo non prima ebbe il duca Guglielmo novella, che come Colui che sommamente amato l’aveva in vita, volle eziandio onorarlo dopo la morte; onde fece incontanente il suo corpo condurre in Mantova nella chiesa di S. Egidio, e riporlo in un’arca di marmo rilevata da terra con queste sole parole:

Ossa Bernardi Tassi

Fece anche il duca nella sua guardaroba conservare due portiere di Bernardo con l’armi de’ Tassi e de’ Rossi, le quali tuttavia con grandissima diligenza vi si custodiscono oggidì, e fra le più rare e pregiate cose di que’ principi si mostrano a’ forestieri. Ma non ebbe pari fortuna la tomba di lui, conciossiacosachè essendo pubblicato ordine del pontefice, che tutte le sepolture che stanno alte sopra la terra, per riverenza degli altari, si disfacessero, fra le altre molte che ne rimasero rovinate questa di Bernardo fu l’una, e le sue ossa furono in luogo sacro nella medesima chiesa seppellite. Di che Torquato si dolse col cardinale Albano in quel sonetto:

Alban, l’ossa paterne anco non serra

Tomba di peregrini e bianchi marmi.

Di prosa adorna o di leggiadri carmi;

Ma in alto sen l’involve oscura terra;

e nel rimanente, dov’egli mostrò quanto desiderasse di poter le ceneri paterne con magnifica tomba onorare. Conciofossecosachè egli avesse amato e riverito sommamente suo padre, così per soddisfar il debito di natura a colui che generato l’aveva, come per la fede, per la prudenza e per la dottrina di lui, e per la buona cura eziandio ch’egli ebbe in lasciargli ereditare queste sue virtù, poichè gli altri beni di fortuna, che dovevano essere suo retaggio, la ribellione del principe di Salerno (della quale egli fu falsamente imputato), gli aveva già tolti buon tempo prima.

Seguirono poscia, dietro al dolore che Torquato sentì per la morte di suo padre, gl’impacci che gli dierono le molte e varie opposizioni che furono contro la Gerusalemme fatte e pubblicate; le quali avvenga che fra breve spazio di tempo ritornassero tutte a sua maggior lode, essendo quasi per sottilissima esaminazione ed in istrettissimo giudicio ricercata e conosciuta, e per universal sentenza approvata l’altezza del suo intelletto, la profondità della scienza e la maggioranza del suo poema a paragone dogli altri, non è egli però che non gli fossero di non piccola noia sostener cagione, e d’accrescergli la sua grave malinconia; alla quale egli era per natural disposizione e per continue indisposizioni grandemente soggetto. Sursero queste opposizioni per cagione di un dialogo di Camillo Pellegrino gentiluomo capuano, e non meno per bellezza d’ingegno che per varietà di dottrina riguardevole; il quale essendosi per avventura ritrovato sovente ad udire ed a favellare altresì in materia della comparazione, che, in que’ prim’anni del comparire della Gerusalemme, si faceva tra Torquato Tasso e Lodovico Ariosto in tutte le città d’Italia dove fosse conoscimento di poesia e di belle lettere; e avendo egli o da’ ragionamenti altrui, come narra, o pure dal suo proprio ingegno raccolto molte cose che intorno a ciò stimava degne d’ esser vedute e considerate, le spiegò a modo di dialogo, e sotto nome del Carafa, le palesò con le stampe.

E perciocchè in esse assai chiaramente si recava la vittoria al canto del Tasso, i signori Accademici della Crusca, o per mostrar la grandezza de’ nobilissimi ingegni loro con l’appigliarsi alla difesa della più debole parte, o pure perchè a loro era paruto che Torquato nell’orazione scritta da lui nel dialogo del Piacer onesto in persona di suo padre, e dirizzata al principe di Salerno in risposta dell’altra recitatagli dal Martelli, avesse con poco pregio favellato de’ Fiorentini, presero a favor dell’Ariosto a chiosare il dialogo del Pellegrini, e in quelle chiose a biasimare molti luoghi della Gerusalemme, come presso al medesimo tempo Bastian de’ Rossi loro accademico fatto aveva, scrivendo contro il detto dialogo del Piacer onesto. Rispose Torquato all’ uno ed agli altri, come si vede nella sua Apologia, a cui replicò l’Infarinato accademica della Crusca, ed all’Infarinato di nuovo a favor del Tasso risposero Malatesta Porta accademico ardente e Giulio Guastavini, l’uno separatamente dall’altro, come all’incontro a pro dell’Ariosto furono i pareri di Francesco Patrici e d’Orazio Ariosto insiememente veduti fuori. Quindi quasi in uno stesso tempo, e da varj luoghi nacquero tanti e sì vaghi e così dotti componimenti d’uomini letterati, e del Tasso medesimo, e in ispezieltà i suoi cinque libri del Poema eroico, e le lettere che gli vanno dietro, che ben si dee reputare avventurosa e felice questa contesa; che ne ha non pure con sì chiaro splendore fatto rilucere la gloria del Tasso, ma con altrettale chiarezza eziandio ha illustrata questa nostra età per tanti e sì vivaci lumi di scienze e d’ingegni, clienti, e quali son quelli che nell’oscuro campo (che tale da principio apparve) nella loro tenzone hanno in molte parti subitamente scintillato.

CAPITOLO XI.

Tradimenti e ingiurie sofferte; sua carcerazione in Ferrara; sua fuga e suoi viaggi.

Ma quanto la virtù e la verità spiegavano più gloriosamente le insegne loro a vittoria del Tasso, altrettanto la fortuna e la perfidia celatamente aguzzavano nuove e fraudolenti armi per assalirlo; e in cero strano e malvagio fu il modo onde sollecitarono a movergli contro il primiero assalto, che fu nell’anno trentatreesimo della sua vita, e 1576 della nostra universale salute.

Si era Torquato, mentr’egli in corte di Alfonso dimorava, in istrettissimo nodo di amicizia congiunto con un gentiluomo ferrarese che nel palagio ducale spesso usava, e che per chiarezza di sangue e per nobiltà di costumi a lui pareva riguardevole quanto alcun altro, col quale aveva tutte le sue cose e anche insino a’ pensieri fatto comuni, e da cui non del tutto guardava ogni segreto de’ suoi amori. Costui, o per malvagità di natura, o per discorrimento di lingua, o che che se ne fosse la cagione, ridisse un giorno alcuna particolarità degli amorosi segreti di Torquato; ond’egli risaputolo e venutone con esso lui a parole, non apportando colui in sua difesa nè ragione, nè scusa che valesse, nè mostrando pentimento, nè ammenda della commessa fellonia, commosso Torquato da giusto sdegno gliene diede perciò nella stessa sala del duca [3] con una mano una gran percossa sul viso. L’ingiuriato, non osando in corte di por mano all’armi, cheto si partì, ma incontanente manda a sfidar Torquato che uscisse fuora della porta di S. Lionardo a mantenergli l’offesa che fatto gli aveva. Accettò Torquato l’invito, e amendue andarono nel luogo determinato, e tratta fuora la spada cominciarono a tirarsi l’uno contra l’altro fierissimi colpi; e mentre la zuffa, pericolosa per amendue, in onesti termini stava, vi accorsero tre altri fratelli del perfido amico, che intesa l’ingiuria ch’egli aveva ricevuto, e da cui e come e dove s’ erano sfidati, vennero tatti e tre armati a favoreggiarlo: i quali veduti da Torquato venire, e crescendo in lui per lo manifesto pericolo l’ardire (il che è proprio del valore), strinse per siffatto modo il nemico che gravemente ’l ferì; la qual cosa fu cagione che con tanto maggior empito tutti gli altri fratelli gli fossero attorno per ucciderlo; ma egli così valorosamente si difese da tutti e quattro, che non pure non fu da loro nè morto, nè ferito, nè fatto ritrarre nemmeno un passo addietro, ma anzi egli ne percosse un altro e piagollo; quando sopravvenuta molta gente al romore gli dipartirono. Di questo coraggioso fatto di Torquato rimasero non meno appagati che stupefatti i Ferraresi, appo i quali era egli in opinione di gentiluomo sì, ma anzi usato negli studi e fra libri che nelle armi e ne’ combattimenti; onde ciò si diceva per Ferrara quasi in proverbio:

Con la penna e con la spada

Nessun val quanto Torquato.

Egli della malvagità del falso amico così si dolse io quel sonetto:

Più non potea stral di fortuna o dente

Velenoso d’invidia omai noiarmi,

Che sprezzar cominciava i morsi o l’armi,

Assicurata alfin l’alma innocente.

Quando tu del mio core e della mente

Custode, a cui solea spesso ritrarmi,

Quasi a mio scampo in me trovo che t’armi,

Lasso, e ciò vede il cielo e lo consente?

Santa fede, amor santo, or sì schernite

Son le tue leggi? omai lo scudo io gitto,

Vinca e vantisi pur d’egregia impresa.

Perfido, io t’amo ancor, benchè trafitto,

E piango il feritor non le ferite,

 Che l’error tuo più che ’l mio mal mi pesa.

I quattro fratelli intanto per non essere d’ordine del duca fatti prigioni, fuggiron via fuori di Ferrara, o perchè temessero lo sdegno d’Alfonso, per aver eglino sfidato un suo così gradito gentiluomo e poscia violate le leggi del duello, o perchè non sentendosi aver soddisfatto all’onor loro, volessero prender tempo a farlo, nell’avvenire; onde rimasero per comandamento della giustizia sbanditi, e furono i loro beni al fisco recati. Ma Torquato, non sentendosi aver in alcuna cosa fallito, nè di dovere in alcun’altra a coloro soddisfare, si ridusse nelle sue stanze, dove fu per voler del suo padrone fatto arrestare, non già per modo di castigamento, ma per custodirlo (com egli diceva) dagli agguati che coloro avrebbero potuto tenergli contro, [4] se attorno ito fosse per la città, dov’essi erano nobili e potenti uomini. Ma egli prese questo suo ritegno in sentimento assai lontano dall’intenzione d’Alfonso, perciocchè vergendosi ristretto e quasi prigione, e perciò parendogli che il duca fosse contro lui sdegnato molto più fortemente di quello che per conto di cotal zuffa dovea, cominciò seco medesimo a ripensare, non fosse la cagione della stessa briga, già risaputa dal duca, l’avesse contra lui commosso a sì grande sdegno. Conciossiacosachè essendo il segreto, scoperto dal fellone amico, appartenente agli amori suoi, e questo essendo (come detto abbiamo) verso dama della stessa corte ducale, a lui si facesse assai verisimile il sospettare che Alfonso (s’egli avesse voluto più alla malvagità de’ nemici che alla purità della sua intenzione dar luogo) avrebbe potuto fieramente turbarsene, e per avventura aspramente punirnelo eziandio. E quantunque da questo sospetto poteva sufficientemente la sua coscienza e la sua fede rassicurarlo, e molto più il maturo giudizio e la magnanimità di quel grandissimo principe, appo cui non potevano gli amori del Tasso esser tolti in iscambio, non per altro che per un semplice compiacimento di sincerissima volontà (il che prender a mala parte non si dovea, per quell’ampia e general licenza conceduta di special privilegio agli uomini consumati nelle scienze, i quali ne’ loro affetti desiderano solamente la bellezza dell’ anima come filosofi, e nelle speranze si pascono delle cose astratte come specolativi, ancorchè alle volte scrivano come poeti); nondimeno si fissò questo pensiero con sì forti radici nella mente del Tasso, la quale, poco è, dicevamo esser già, per la perdita delle facoltà, per la morte del padre, per le opposizioni fatte al suo poema e per la natural malinconia, divenuta gravemente inferma, che non fu poscia giammai possibile a diradicarnela; e fe’ per tutto il rimanente della sua vita vivere in continua noia e paura, e fare molte di quelle cose onde fu poi tenuto per mentecatto. E che lo sdegno ch’ egli si persuadeva aver il duca verso lui, credesse altronde non esser nato che per cagione de’ suoi amori, e che insieme questi fossero così puri, che se dal duca fosse stata risaputa la loro sincerità egli avrebbe perdonato alla sua candida fede l’ombra d’ogni altro difetto, così vagamente spiegò in quel sonetto

Già il can micidiale, e la Nemea

Belva:

il quale con questi versi conchiuse, rivolto a favellare ad Astrea :

Vergine bella, il mio Signor in terra

Ha bilance a le tue ben somiglianti;

Tu gliele desti, e non le torse affetto.

Ma se vedesse ciò che ’l mio cor serra,

Diria: chi non perdona a’ fidi amanti

In cui per fè s’adempie ogni difetto?

E ’l primo segnale ch’egli desse di non sana mente fu da alcuni stimato di partirsi dall’amorevole prigione, o com’essi dicevano, dalla paterna custodia dove il duca accortamente per gli rispetti che tocchi abbiamo lo riteneva, dalla quale egli fuggì nel principio dell’autunno del seguente anno [5], prendendo, sotto abito e nome non conosciuto, il cammino verso la corte del duca di Savoia in Torino, com’egli medesimo narra nel suo dialogo del Padre di famiglia, così dicendo: « Era nella stagion che il vendemmiatore suol premere dall’uve mature il vino, e che gli arbori si veggono in alcun luogo spogliati de’ frutti, quand’io che in abito di sconosciuto peregrino » e quel che segue; e poco stante soggiunge : « Il nome e ’l cognome mio vi taccio, ch’ è sì oscuro, che perch’ io pure lo vi dicessi, nè più nè meno sapreste delle mie condizioni. Fuggo sdegno di principe e di fortuna, e mi riparo negli stati di Savoja ». Così scriss’egli, ed arrivato in Torino continuò a starsene quivi il più che poteva nascosto, facendosi Omero Fuggiguerra chiamare. Ma per molto che di ciò fare si studiasse, non potè però gran pezza rimanervi occulto, perciocchè primieramente le sue stesse rime, l’altezza del cui stile non poteva ad altri che a lui solo attribuirsi, cominciarono a palesarlo, e quindi alcuni a raffigurarlo; ed alla fine Filippo da Este (che in Ferrara aveva seco di continuo conversato) manifestamente il riconobbe, e disselo al duca, dal quale fu incontanente con grandissima allegrezza fatto ricercare e a sè venire; e poscia rassicuratolo e nel suo palagio ricevutolo, fu con manifeste dimostrazioni d’amore e di pregio sommamente da lui per molti mesi carezzato, ed onorato da tutta la corte, e dalla città parimente e dai circonvicini luoghi eziandio frequentemente visitato e quasi uomo divino riverito. Ma la malinconia e ’l sospetto già divenuti della sua mente troppo neri tiranni agitandolo continuamente con nuove paure per gli rispetti che tra principi sovente sono, ed in ispezieltà di essere ne’ cibi avvelenato, nol lasciarono lungamente godere i favori di quel generoso signore, anzi lo spinsero a fare dalla sua corte improvvisa partenza ed a rivolgere i passi alla volta di Roma, dove, come in patria comune, pensava di potersi con minor pericolo dimorare.

Postosi adunque in via ebbe a far lungo o malagevolissimo viaggio, perciocchè essendo più che mai tormentato dalla sua infermità e camminando solo e disagiato e sconosciuto, gli convenne molte fiate soffrire gravissimi incomodi e dispiaceri altresì; pure alla fine pervenuto in Roma si ridusse in casa del cardinal Albani e nelle stanze di Maurizio Cataneo, dove aveva già felicemente menata la sua fanciullezza, e fu dal magnanimo signore e dall’antico amico con paterno affetto ricevuto e abbracciato, e stettevi in gran parte tranquillamente. Perciocchè risaputasi la sua venuta, non altrimenti che noi veggiamo intervenire quando alcuna stella cometa improvvisamente nell’aria apparisce, che tutte le genti a quella si rivolgono e colà concorrono ove la possono rimirare, così tutta la corte, e non meno i cardinali e prelati e dotti e scienziati uomini, che eziandio le genti comunali e la plebe facevano a gara, quegli ad onorarlo ed a visitarlo, e questi a conoscerlo ed a mostrarsene lieti; in modo che su quel principio le strade per le quali egli camminava si riempievano dalla moltitudine delle genti che d’ogni parte s’affrettavano per vederlo; e Roma, avvezza a maravigliosi spettacoli, ed a non moversi punto nell’entrate de’ grandissimi principi, tutta si commosse nella venuta di Torquato Tasso: tanto può la virtù, quand’ella è singolare , negli animi di coloro eziandio che intieramente non la conoscono!

Viveva quivi Torquato assai men travagliato da’ suoi pensieri, che non faceva altrove, e tra questo mentre gli sopravvenne natural vaghezza di riveder la patria ov’era nato, e Cornelia sua sorella, che (come da principio abbiam detto) era stata maritata a Marzio Sersale cavalier sorrentino; ma la sua malinconìa, già divenutagli inseparabil compagna non lasciò far senza lei questo picciolo viaggio; anzi al continuo sospetto del veleno gli aggiunse nuovo timore de’ magistrati napoletani, da’ quali era egli, nella partita che fece da Napoli seguendo con suo padre il principe di Salerno, stato, come narrammo, riputato ribelle. Onde fattosi reo nella sua mente della colpa non sua, nè scusando la sua tenerissima età che non trapassava il nono anno nel tempo di quella fuga, nè fidandosi nell’innocenza di tutta la rimanente sua vita, deliberò di far questo viaggio improvviso ed occulto non meno alle persone ond’egli partiva che a quelle alle quali andava, ed anche alla stessa sorella. Per la qual cosa andatosene per via di diporto nel fine della primavera a Frascati, quindi una sera tutt’a piè e solo si partì indirizzandosi per non conosciuta via alle montagne di Velletri, dove poco stante lo sopraggiunse la notte, la qual egli fuggì sotto la capanna d’alcuni pastori che gli dierono cortese, ma povera cena e disagiato albergo. Quivi, tra per lo disagio e per l’indisposizione, non prendendo molto sonno e crescendogli i malinconiosi sospetti, pensò di travestirsi per più certamente andare in abito di pastore; onde nel mattino su l’alba, richiesto a’ suoi osti un loro vestimento, ed avutolo in cambio del suo, che lasciò loro, molto migliore; e forse sovvenendogli di Apollo qualora nello stesso abito guidava gli armenti d’Ameto, se ne rivestì e si pose la via tra’ piedi. Ma come colui che d’andar a piede non era avvezzo, nè ad avvezzarsi avea salute e vigore, appena potè a Gaeta dopo quattro giorni tutto stanco e tutto pesto arrivare; dove ritrovata per buona ventura una barca di Sorrento, che a quella volta facea vela, in essa insieme con altri passeggieri montò, e felicemente navigando per tutta notte, la seguente mattina, senza toccar Napoli, com’egli per la temenza che aveva de’ ministri reali desiderava, all’uscire del sole vi giunse e smontovvi.

Entrato nella città e nella casa di sua sorella, ritrovò lei con le sue fanti tutta sola, perciocch’era già rimasta vedova del suo primo marito, e due figliuoli, ch’ella n’avea senza più, erano a quell’ora fuori di casa; ond’egli fattosele innanzi ed infingendosi d’esser un messo, le porse alcune lettere, dicendole esser del fratello di lei, le quali contenevano Torquato ritrovarsi in gravissimo pericolo di vita s’ella per lo fraternale amore tostamente nol soccorreva, con procacciargli alcune lettere di favorire che gli facevano mestiere, rimettendosi nel di più al portatore di quelle. Rimase ella tutta sbigottita e dolente per questo fiero avviso, e volendo dal messo intender più distintamente il caso, accresceva Torquato il favoleggiato pericolo di se medesimo raccontandole una assai verisimile novella, ed accompagnandola con compassionionevoli parole; per la qual cosa condusse l’afflitta sorella a tale che per soverchio dolore, occupandosele il cuore, tutta svenne. Ond’egli, parte assicurato dal grand’amore della sorella, e parte doglioso di vederla per cagion di e lui quell’angoscia patire, cominciò primieramente a consolarla, ed indi a discoprirsele pian piano, per non porla in nuovo pericolo di perdere per troppo allegrezza la vita se subito le si fossa manifestato; come a lei i medesima disse poi scusandosi della noia che data le aveva, perchè egli, consapevole dello smisurato piacer ch’ella avrebbe sentito nel rivederlo, temette che se stata non fosse da quel sospetto del finto pericolo rattemperata, avrebbe potuto di leggieri correre a rischio a improvvisamente morirne, come nelle grandi e non pensate allegrezze suol sovente avvenire. Ma ella con la riconoscenza di lui intieramente d’ogni passata noia si ristorò, come colei che teneramente amava quest’unico suo fratello e di alquanti anni di sè minore; conciossiacosachè siccome la riverenza spezialmente ne rivolge verso coloro che ci sono superiori d’età, così all’incontro l’amore più propriamente ne inchina verso quelli che dal nostro sangue da poi noi sono discesi, forse per industria della natura, che farne voglia con simil arte la conservazion della nostra spezie maggiormente desiderare e procacciare.

Essendo adunque Cornelia tutta racconsolata, e udita dal fratello più compiutamente la primiera cagione dell’occulto suo venire, determinando ella, per maggior soddisfacimento di lui, di tenerlo celato, si fece incontanente i figliuoli e alcun altro più stretto parente chiamare, a’ quali scoverto il segreto e imposto silenzio delle cose che tacer si dovevano, fece per gli altri pubblicare, esser da Bergamo un suo cugino in Napoli per suoi affari, e in Sorrento per visitarla venuto; ed egli di questa cautela soddisfatto con lei si rimase, dove per lo rimanente di quella state lietamente dimorò godendo gli agi della propria casa, che infin allora assaggiati non aveva, se non se in età che ricordare non se ne poteva. Godè Torquato della bellezza e varietà di que’ piacevolissimi luoghi, i quali come che in ogni tempo porgano giocondissima stanza e spezialmente alle Muse, nondimeno in quella stagione, che altrove gli estremi caldi si rendono intollerabili, sono più che mai sollazzevoli e felici sopra ogni credenza, perciocchè la verdura delle frondi, l’ombra degli alberi, il continuo ventilare dell’aure, la freschezza delle chiare acque che scaturiscono non meno nelle pendenti valli che ne’ rilevati colli, la fertilità delle spaziose campagne, il sereno dell’aria, la tranquillità del mare, i pesci e gli uccelli ed i saporosi frutti in moltitudine e diversità, tante delizie così insieme unite altro all’occhio e all’ intelletto non offrono che un grande e maraviglioso giardino disegnato con sommo studio dalla natura e coltivato con ispezial diligenza dall’arte stessa. A prendere in questi dilettevoli luoghi vari sollazzi furono al Tasso continui compagni i suoi nipoti, de’ quali l’uno Antonina e l’altro. Alessandro erano e ancora sono chiamati; che amendue fin da quella loro tenera giovanezza davano evidentissimi segnali della virtù e dell avvenenza che ora così cari e riguardevoli gli resero appresso ciascuno. Ma spezialmente il primo di loro, Antonino, gli si rese molto più familiare, o fosse per la maggior età ch’egli aveva più atta a confarsi con la gravità de’ costumi, di lui e a sopportare la sua malinconia, o per la maggior somiglianza dell’aspetto che le più volte suol essere della convenienza degli animi argomento, o pure per l’innata inclinazione agli studj della poesia e per la prontezza al versificare: la qual familiarità fu cagione ch’egli potesse molte delle sopraddette particolarità, e altre eziandio che al lor luogo narreremo, come testimonio di veduta sapere, e ora a me raccontarle.

CAPITOLO XII.

Ritorno a Ferrara; sue stranezze, e persecuzioni de’ suoi emuli.

Intanto di là verso a tre mesi della dimora di Torquato in Sorrento gli vennero lettere di madonna Leonora da Este che, come abbiam detto, era sua particolar signora e favoratrice (e perciò consapevole di tutt’i suoi andamenti) per le quali gli persuadeva che dovesse ritornarsene a Ferrara [6] ; ma egli stette saldo a questo primo assalto, e determinando di non partire, rispose scusandosi con la sua infermità, e fece alla principessa da Cornelia sua sorella scrivere, pregandola ad avere al mal di lui e alla solitudine di lei compassione, a cui nè marito, nè altro fratello era rimaso, e che le concedesse, dopo tanti anni che veduto non l’avea, di poterlo almeno in quella infermità servire, acciocchè dappoi ch’egli guarito ne fosse con maggior soddisfazion di sè, e maggior servigio di Sua Altezza avesse potuto restituirglielo. Scrisse anche Torquato al duca e alla duchessa di Ferrara, ed a madonna Lucrezia duchessa d’Urbino; ma a queste sue non ritornò risposta alcuna, se non di madama Leonora, com’egli se ne dolse dappoi col duca d’Urbino per un’altra sua, che quindi a poco rapporteremo, nella quale, ancorchè egli facendo menzione di queste lettere della principessa Leonora sembri in qualche parte diverso da quel che poi qui diciamo, non perciò se ne dee chi legge maravigliare, perciocchè Torquato, tutto che uno di que’ pochi si fosse in cui non fu ritrovata giammai menzogna, sapeva nondimeno non doversi sempre ed a tutti manifestar ogni verità. Ma certissima cosa è che madonna Leonora con più stretto comandamento di nuovo gli scrisse che ad ogni modo se ne dovesse in corte del fratello quanto prima ritornare; per la qual cosa Torquato, quasi costretto dalla suprema autorità che con lui aveva la principessa, deliberò d’ubbidirla, e incontanente si pose in viaggio, dicendo alla sorella ch’egli andava a mettersi in volontaria prigione. Drizzò egli il suo cammino per la via di Roma, dove si fermò alquanti giorni in casa di Masetto agente del duca Alfonso, ove gravemente infermò di terzana, e donde non ancora ben risanato, per volere e in compagnia del cavalier Gualengo, ambasciadore parimente del duca, che fornita l’ambasceria era in punto per ritornarsi, si ripose in via.

Giunto finalmente Ferrara, fuvvi da tutte quelle Altezze e dalla corte e da’ cittadini con grandissima allegrezza ricevuto; e così pure per diversi rispetti, dalla città, perchè l’ammirava, da’ cortigiani, perchè l’amavano, dalle principesse e dalla Duchessa, perchè prendevano della sua dotta ed esemplare conversazione singolar diletto ed ottimi ammaestramenti, e dal Duca, perchè gli pareva col ritorno di lui aver ricuperata la più preziosa gioia del suo tesoro; che suo tesoro stimava quel magnanimo principe i suoi virtuosissimi cortigiani. Ma picciol tempo giovò a Torquato la festa con la quale egli fu ricevuto, perciocchè nuove cagioni, e forse dipendenti dalle prime e accresciute dall’usata invidia cortigiana, gli rinnovarono le antiche infermità e malinconie, e gli aprirono ampia porta a nuove disavventure, delle quali, perchè difficile e incertissima cosa sarebbe penetrar nella più intrinseca radice, stimo che più agevole e più sicuro sarà ch’ io rapporti quel ch’egli medesimo sopra ciò diffusamente scrisse al duca d’Urbino, in una sua lunghissima lettera, che va stampata nell’ultimo volume delle altre sue, ove così dice:

«Dopo la mia fuga di Ferrara, la quale fu altrettanto onesta quanto necessaria, trascorrendo di luogo in luogo e trovandoli tutti (salvo che ’l vostro stato) pieni di fraudi e di pericoli e di violenza, giunsi finalmente a Sorrento in casa di mia sorella, ove, come in sicura stanza, mi fermai alcuni mesi; e di là cominciai a trattar per lettere col serenissimo signor duca di Ferrara, e con le serenissime sorelle, procurando d’esser restituito nella grazia del signor duca, con la quale io credeva, ed era ragionevole che ’l credessi, non solo di ricuperare ogni mio primo comodo ed ornamento di fortuna modesta, ma di avanzarmi ancor molto, se non nell’utile almeno nella riputazione. Ma, qual se ne fosse la cagione, dal signor duca e dalla signora duchessa vostra moglie, io non impetrai mai risposta: da madama Leonora l’ebbi tale, che compresi che non poteva favorirmi; dagli altri tutti mi era risposto in maniera che senza speranza di quiete mi accrescevano la disperazione. Sì ch’io giudicai consiglio, non solo necessario, ma generoso, il ritornare colà ond’era partito, e la mia vita nelle mani del duca liberamente rimettere. E dappoi varj impedimenti, caduto in pericolosa infermità mi condussi a Roma, e mi riparai in casa del Masetto, agente di Sua altezza Serenissima, perciocchè io conosceva il duca per naturale inclinazione dispostissimo alla magnanimità, e pieno d’una certa ambiziosa alterezza, la quale egli trae dalla nobiltà del sangue e dalla conoscenza eh egli ha del suo valore, del quale in molte cose non si dà punto ad intendere il falso, giudicai di far accortamente, se in quel modo seco procedessi, che co’ grandi e co’ magnanimi si suol procedere. Perciò con l’esempio di Tetide, non rammemorando la servitù mia ed i meriti miei (de’ quali poteva pur dir alcuna cosa senza menzogna), ma numerando e accrescendo i favori da lui ricevuti, procurava di renderlomi favorevole, così ragionando con altri come scrivendo a lui medesimo. Oltre che non solo tutti i miei ragionamenti erano ripieni delle suoi lodi, ma di quelle in particolare che ne’ paragoni l’altrui depressione e ’l mio proprio biasimo rinchiudevano. Perciocchè sapendo io che nell’animo suo s’erano impressi, altamente due falsi concetti di me, l’uno di malizia, l’altro di follia, quella non rifiatava, ma con una tacita dissimulazione sopportava i morsi dell’altrui maldicenza: e questa liberamente confessava: nè tanto il faceva per viltà d’animo, quanto per soverchio desiderio di rendermegli grazioso. Oltre ch’io stimava che l’esser terzo fra Bruto e Solone non fosse cosa d’esempio vergognoso, sperando massimamente con questa confessione di pazzia aprirmi così larga strada alla benivolenza del duca, che non mi mancherebbe col tempo occasione di sgannar lui e gli altri, se alcun altro vi fosse stato che avesse portato di me così falsa ed immeritevole opinione. Questo desiderio dunque di compiacerlo, accompagnato dalla speranza della sua grazia, tant’oltre mi trasportò, ch’io ad ogni cenno fattomi dal signor cavalier Gualengo suo ambasciatore per significarmi la sua volontà, così prontamente mi moveva come altre fiate mi sarei mosso a’ suoi espressi comandamenti. E certo quella buona relazione ch’ io posso dar in questo caso della fede e della sincerità di quel valoroso gentiluomo, quella medesima, credo che ci possa dare della mia risoluta ed intrepida obbedienza; alla quale non ha per avventura alcuna istoria dei Gentili che paragonare, e solo credo che si possa assomigliare (in quel modo però che le cose profane possan venir in comparazione con le sacre) all’ubbidienza di Abramo ...... Acceso dunque di carità di signore, più che mai fosse alcuno d’amor di donna, e divenuto, non me n’accorgendo, quasi idolatro, continuai in Roma ed in Ferrara (ove mi condusse il signor Gualengo, salvo, benchè stanco) per molti giorni e mesi in questa devozione ed in questa fede, e con mille effetti d’affezione, d’osservanza e di riverenza, e quasi d’adorazione, passai tant’oltre, che a me avvenne quello che si dice: che il corsiero è tardo per troppo spronare; che col volere la sua benevolenza verso me troppo intensa, venni a rallentarla. E siccome questo cattivo effetto nacque da buona cagione, così a altro buon seme altro cattivo frutto fu generato; perchè sapendo il duca ch’ io di molte cose era stato calunniosamente incolpato e certificandosi di giorno in giorno più coll’esperienza, che in me non era stata nè pazzia, nè malizia, e che v’era più costanza e più senno di quello ch’egli per l’addietro aveva giudicato, nacque nell’ animo suo nobilissimo un pensiero veramente indegno della sua grandezza, o piuttosto vi fu da maligno consigliero infuso ed instillato, il quale con falsa immagine di riputazione il disviò dal suo primo veramente nobile ed onorato proponimento, vorrei con la medesima verità e simplicità di parole procedere oltre, narrando e ragionando, ma una improvvisa, non so se rustica o civil vergogna, mi sforza ad interrompere alquanto il corso del ragionamento; perciocchè io stimo che non meno sia odioso il vanto che la calunnia; ed a me è convenuto, e forse converrà favellare di me stesso, e più magnificamente di quel che usi fare o l’ipocrita o ’l cortigiano. E conosco che gran vantaggio hanno i miei calunniatori, perciocchè di due cose, l’una piacevole e l’altra noiosa ad udirsi, essi hanno occupata la dilettevole, ed hanno a me lasciata la molesta. Piace ordinariamente a ciascuno l’udir gli altrui biasimi; perchè ne’ biasimi, paragonando l’auditor se stesso a colui di chi si parla, il più delle volte si conosce superiore di bontà e di virtù, ed in questa superiorità, tanto cara alla superbia degli uomini, si compiace grandemente: ove nelle lodi non suole per lo più riconoscere in se medesimo alcuna maggioranza. E se avviene che nell’altrui bocca non risuonino altre laudi che quelle di se stesso, tanto più l’ascolta mal volentieri quanto che pare che ’l favellatore voglia a coloro che l’ascoltino farsi superiore. Ma certo che a gran ragione è non solo noioso ma stomachevole il ragionamento di colui che per vanità fuor di proposito laudi se stesso; ma chi viene necessitato a lodarsi non potendo ribattere la calunnia altramente, e la verità ascosa manifestare, deve esser ascoltato se non con diletto almeno con pazienza e senza sdegno: e tutto l’odio che porta seco la laude di se stesso, deve esser torto e riversato su ’l capo di colui che, falsamente calunniando, è cagione che altri si laudi veramente. Sicchè io non solo chiedo, che ’l maledico nemico mio sia odiato per la sua calunnia, ma anche con istanza addimando, che sia per lo mio vanto mal voluto, se pur è mio vanto quello che non si scompagna dalla verità. E tanto più arditamente l’addimando, quanto che io son consapevole a me stesso, che sebben talora con alcun mio intrinseco amico dissi di me quello che io credeva, nondimeno le parole e le scritture mie, che dovean pubblicarsi, fur sempre ripiene di quella modestia che ’l maledico nemico mio ricerca ne’ miei detti, non l’avendo egli nell’animo e nell’azioni sue. E s’io avessi così a parlar con Vostra Altezza come ho a scrivere, non senza molto rossore potrei ragionare; ma la scrittura non s’arrossisce, e con Vostra Altezza posso laudare me stesso senza noiar lei in alcuna parte; perciocchè ella è così ricca dell’eccellenze e delle laudi convenevoli a principe, e a principe formato di filosofo, che udendo le laudi de’ privati non ha che invidiare e di che rammaricarsi. Dico adunque, ch’essendosi il duca accorto, che s’era molto ingannato nell’opinione che aveva portata della mia pazzia o della mia malvagità, ed avvedutosi insieme, che in quella parte che appartiene alla sufficienza avea fatto concetto inferiore a’ meriti miei, pensò che si convenisse alla sua grandezza il riconoscere largamente quello che tardi avea riconosciuto, e contrappesando la tardanza del conoscimento, con la soprabbondanza del riconoscimento, e ricompensando con favori e con comodi tutti i disprezzi e tutti i disagj, che per sua mala informazione o per altrui pessima natura avea sopportati. Della qual sua deliberazione io avvedutomi, se ben molto mi compiacqui della buona volontà, non mi compiaceva però dell’effetto; ed andava rivolgendo fra me stesso, che se ’n mediocre stato, che pendea all’umiltà, io era stato così fieramente soggetto agli strali dell’invidia cortigiana, maggiormente sarei sottoposto a’ medesimi, se dopo così gran caduta con subito ed inaspettato rivolgimento di fortuna io passassi dall’uno all’altro estremo di favore e di condizione. E oltre che ’l desiderio di quiete e l’amor degli studj mi ritiravano dalle grandezze cortigiane, mi ci faceva anco restio una mia naturale, non punto finta nè affettata modestia, e la conoscenza che ho d’alcune mie imperfezioni; per le quali io non mi credeva essere intieramente capace di quei favori che voleva il duca versare in me con sì larga liberalità. E desiderava io più tosto ch’egli con quella giustizia che comparte i premi secondo i meriti di ciascuno, onorasse me di favori dicevoli alle mie qualità; i quali fossero da me ricevuti, non come ricompensa de miei affanni sofferti, nè come guiderdone de’ miei meriti, ma come dono della sua liberalità: e quella medesima azione che da lui fosse proceduta come giusta e come grata, da me fosse gradita come cortese e come liberale. Nè con animo men composto desiderava io la pena del nemico mio, parendomi bastevole quella ch’egli pativa per le furie della sua coscienza, e per lo scorno d’essere caduto dall’opinione d’altissimo valore e di bontà non minore, in cui prima l’aveva il duca e la duchessa, e quella parte della città e della corte che ’l misurava dalla fama divulgata con molto artificio da’ suoi seguaci, a da alcuni de’ suoi molto prima pensati e molto maturati ragionamenti. A’ quali egli si lasciava condurre quasi sprovveduto, gonfiandosi dell’applauso de’ cortigiani e dell’aura popolare, e sopra tutto della severità del ciglio filosofico, sovra ’l quale, non altrimenti che ’l cielo sopra Atlante, pareva che l’onor del duca e del ben pubblico fosse appoggiato. E questa sua pena non solo saziava ogni mio giustissimo sdegno, ma mi mossi anco talora a compassione della sua vergogna, e cercai con ogni offizio di cortesia e d’umiltà di confortarlo; e se avesse in lui trovata alcuna corrispondenza di mutua volontà, l’avrei ricevuto nel primo luogo d’amicizia e di benevolenza. Or questo mio desiderio manifestato in tutti i segni, in tutte le parole, in tutte le azioni mie, potè dare alcun pretesto alla mutazione dell’animo del duca, o più tosto al maligno di farlo mutare: conciossiacosachè il duca, giudicando che la mia modestia fosse alquanto superba, fu persuaso che alla sua riputazione si convenisse trattarmi sì, ch’ io fossi grande e onorato, ma di quell’onore che poteva solamente dipendere da lui, non di quello ch’io con gli studj e con l’opere poteva procacciarmi; anzi, se alcuno n’avea acquistato, o era per acquistarne, tutto consentiva che fosse oscurato e macchiato di vergogna e d’indegnità. Sicchè in somma l’ultimo suo pensiero fu d’ammantellare la scelleraggine del suo ministro col mio palese vitupero, e nobilitare poi e far adorna la mia vergogna con gli ornamenti del suo favore. Onde avvenne che tutte le mie composizioni, quanto migliori le giudicava tanto più gli cominciavano a spiacere; ed avrebbe voluto ch’ io non avessi aspirato a niuna laude d’ingegno, a niuna fama di lettere, e che tra gli agi e i comodi e i piaceri menassi una vita molle e delicata e oziosa, trapassando, quasi fuggitivo dall’onore, da Parnaso, dal Liceo e dall’Accademia agli alloggiamenti di Epicuro, ed in quella parte degli alloggiamenti ove nè Virgilio, nè Catullo, nè Orazio, nè Lucrezio stesso albergarono giammai.Il qual pensiero suo, o più tosto d’altri (perciocchè così era suo, come ne’ corpi gentili sono l’infermità non nate per malignità d’umori, ma per contagioni appigliate), fu non dubbiamente conosciuto da me; e mi mosse a tanto e sì giusto sdegno, che dissi più volte con viso aperto e con lingua sciolta, che avrei meglio amato d’esser servitore d’alcun principe nemico suo, se ve n’ ha che gli sia nemico, che consentire a tanta indegnità; ed in somma odia verbis aspira movi. Sicchè il duca consentì ch’altri s’usurpasse la possessione delle mie composizioni già a lui dedicate, acciocchè non perfette, non intere e non viste uscissero in luce e fossero censurate da quel sofista (filosofo dir volli; sempre qui erro) che già molti anni sono andava apparecchiando arme contra me, e raccogliendo veleno e infettandone mezza Italia; acciocchè tutto da tutti fosse contra me in un tempo medesimo vomitato, e fossero censurate per lo più con quelle ragioni delle quali parte avea apprese dalle lettere mie, che con industria degna di filosofo era solito d’aprire e di riserrare, falsificando così forse il sigillo, come già la filosofia avea falsificata Ben vorrei che, o per cortesia Sua Altezza cedendo ogni sua ragione si contentasse di privarsene e renderlemi, o se per sue le vuole, come sue le amasse, e a loro e a me desiderasse pregio ed onore, che già l’onor del servo non è che non si possa accoppiare con quello del signore; anzi l’onor del buon servo non si può scompagnare da quello del buon signore, nè questo da quello nell’azioni che all’uno ed all’altre comunemente appartengono. Comunque sia, se bene io non credo che nè le mie composizioni, nè le opposizioni si leggano se non scritte a mano e da pochi, desidererei nondimeno che quelle mi fossero restituite, acciocchè con libera elezione potessi mutarle o migliorarle secondo il mio primo proponimento, e disporne a mio pro e a mia voglia, e queste manifestare per risponder loro, come meglio sapessi. Che se non hanno recato altro contra me, che quello che da me è stato lor detto, non estimo che sia grande difficoltà il rispondere, nè a quello istesso diffiderei molto di contraddire. Ma (per ritornare onde mi son alquanto allontanato) conoscendo il signor duca, che questo suo non era giusto desiderio, e volendo che fosse posto ad effetto da me, nè potendo essere posto se non era inteso; e vergognandosi di significarlomi con parole, procurò di farlomi conoscere con cenni; siccome prima altre cose con cenni m’avea significato. Ed io che da prima poteva verisimilmente infingermi di non intendere, non avealo fatto; perchè, siccome per mio danno era stato troppo sottile e acuto intenditore, così avea troppo desiderio d’ubbidire ancora a’ cenni de’ suoi comandamenti. E, se bene io mi sforzai di ridurre il negozio dai cenni alle parole, non potei, perchè alle parole non era risposto se non con parole vane e con fatti cattivi. E perchè tuttavia dalla lor parte, se non dalla mia, continuavano i cenni, tentai di parlare alla signora duchessa e a madama Leonora, ma mi fu sempre chiusa la strada dell’udienza, e molte fiate senza rispetto e senza occasione alcuna i portieri mi vietarono d’entrare nelle camere loro. Volli parlarne a Sua Altezza, ma compresi ch’egli abborriva d’udirmi in questa materia. Ne parlai al suo confessore, ma indarno; sicchè, non potendo io viver in così continuo tormento, ove niuna consolazione di parole o di fatti temperava l’infelicità del mio stato, fu vinta finalmente quell’infinita mia pazienza, e lasciando i libri e le scritture mie, dopo la servitù di tredici anni, continuata con infelice costanza, me ne partii, quasi nuovo Biante, a piedi, e me n’andai a Mantoa, ove fu proceduto meco co’ medesimi termini co’ quali si procedeva in Ferrara; salvo che dal serenissimo signor principe, giovinetto d’età e di costumi eroici, di quei favori che alla sua tenera età era conceduto di farmi fui consociato graziosamente. Da Mantoa passai a Padoa e a Vinezia, e ivi ancor trovando indurati gli animi, perchè l’interesse e il desiderio di compiacere a’ principi serrava le porte alla misericordia, feci tragitto nel vostro stato, in ogni tempo onorato ricetto dell’innocenza e della virtù travagliata.

Ha inteso Vostra Altezza veramente la narrazione degli accidenti avvenutimi dopo la mia fuga, e le cagioni che mi mossero, prima a tornare a Ferrara senza invito, e poi a partirmene senza commiato; con la quale quelle ragioni che appartengono a provare la falsità della calunnia sono in guisa per natura congiunte, che senza alcun mio studio per se stesse appaiono facilmente ».

CAPITOLO XIII.

Parte di nuovo da Ferrara; vi ritorna, ed è fatto rinchiudere

nella prigione di s. Anna. Suoi lamenti e suoi sfoghi.

Così come s’è veduto scrisse Torquato al duca d’Urbino mentre pensava ricoverarsi nella sua corte, dove fu da lui con gratissime accoglienze ricevuto, come si vede nel sonetto che incomincia:

In questi colli, in queste istesse rive.

Poscia persuaso da quel prudentissimo principe, che ’l consigliava a non perdere la lunga servitù ch’egli con tante fatiche e di tant’anni s’aveva acquistata appo ’l duca suo cognato, determinò di ritornarsene a Ferrara, sì come ei fece. Ma colà di nuovo pervenuto, persuaso il duca che Torquato ogni giorno maggiormente fosse gravato dall’infermità e dalla nera malinconia (il che tanto poteva essere più vero, quanto egli men lontano stava alle medesime cagioni onde i suoi mali ebbero origine) pensò di far opera degna della sua umanità in procurando con l’aiuto de’ medicamenti di poterlo all’intiera sanità restituire. E perchè a ciò si potesse da’ medici con maggiore provvedimento vacare, gli fece assegnare ottime ed agiatissime stanze in sant’Anna e tuttociò che a ricoverare la salute poteva fargli mestiere o giovamento; ma non forse egli, che mal volentieri soleva a rimedj sottoporsi, di nuovo tacitamente si dipartisse, gli fu per ardine del duca vietato di quindi uscire, ed imposto alle guardie che non glielo consentissero. Le quali cose avvennero nel tempo che Margherita Gonzaga, terza moglie del duca Alfonso, venne in Ferrara a marito, come Torquato medesimo scrisse a Marcello Doni, così dicendo: « Vivo, o signor Marcello, nello spedale, e ci fui posto nella venuta (che non voglio chiamar nozze) della Serenissima signora Margherita Gonzaga a Ferrara quando io credeva che le mie miserie dovessero aver fine », e quel che segue. Nondimeno quello che l’amorevolezza del Duca aveva ordinato a sollevamento della salute di Torquato, a lui fu cagione di notabile peggioramento nell’infermità; perciocchè prendendo esso ad altro fine questo così stretto ritegno, gli crebbero a molti doppj la malinconia ed i sospetti, onde si diede primieramente per mezzo della sua penna e in prosa ed in versi, e poscia per interposite persone a supplicare al duca per la sua liberazione; e talvolta, impaziente di quello ch’egli stimava suo carcere, a dolersene aspramente e quindi poi a pentirsi d’essersene doluto, ed a dubitare che il duca non fosse dalle parole di questi suoi lamenti rimaso offeso. E dal dubbio di questa nuova offesa generavansi nuovi sospetti, e da’ sospetti nascevano nuove querele e dalle querele ritornavano i sospetti: per la qual cosa in una continua ruota di malinconiosi pensieri gli si girava, senza aver mai quiete, la mente. Ma il duca fatto (com’egli pubblicamente diceva) per la compassione maggiormente desideroso della salute di lui, a guisa di buon medico che riguarda al bisogno e non al corrotto gusto dell’ammalato, stava fermo nel suo proponimento di farlo ritenere e curare con somma diligenza in sant’Anna.

Sarà per avventura in questo luogo richiesto, che noi dell’infermità di lui e della cagione e delle qualità e delle varie opinioni, che intorno ad essa state sono, più distintamente alquanto favelliamo. Cominciando adunque, dalla cagione, quella senza fallo fu la primiera che noi abbiamo poco accennata, cioè il vedersi dall’amico tradito e ’l secreto de’ suoi amori scoperto, per lo pericolo che di ciò doppiamente e dagli amici e da’ nimici gli pareva che nella vita gli si minacciasse, ma sopra tutti dal duca medesimo, nella cui disgrazia per la stessa cagione temeva d’essere incorso. Per la qual cosa fu soprappreso da cosiffatta ansietà e sospetto d’animo insieme, che agevole cosa fu ch’egli ne cadesse in fiera malinconia ed in continue paure, come gli avvenne. E che di ciò fosse stata la cagion primaria il palesare che il falso amico fece degli amori suoi, confessò egli medesimo nel sonetto da lui in questo proposito scritto, e da noi a suo luogo rapportato:

Più non potea stral di fortuna o dente.

E spezialmente in quei versi

Santa fede, amor santo, or sì schernite

Son le tue leggi, omai lo scudo io gitto,

Vinca e vantisi pur d’egregia impresa.

E che questi suoi amori malvagiamente palesati temesse Torquato poter esser presi in sinistro sentimento dal duca, e che incitassero l’animo di lui a dovernelo aspramente punire, mostrò egli apertamente nella lettera che scrisse al duca d’Urbino, prendendolo per mezzano della sua libertà, in quelle parole: « Acciò ch’io possa uscire da questa prigione di sant’Anna senza ricever noia delle cose che per frenesia ho dette e fatte in materia d’amore ». Così diceva al duca d’Urbino. E nel sonetto che scrisse in paragone, oppure in contrapposizione ed in ammenda di quell’altro da noi sopraddetto, comincia col medesimo principio

Odi, Filli, che tuona, e l’aer nero

Vedi come di lampi orrido splende:

Giove turbato è in ciel; folle chi prende

divi a scherno e ’l gran celeste impero,

E colà su (non t’ingannar) pensiero

De le cose mortali, e non discende

Ogni folgore indarno e i monti offende;

Sannolsi quei che scala al ciel ne fero.

Laonde egli accusava in parte le sue colpe, confessando d’aver errato, come nella canzone:

O magnanimo Figlio

D’Alcide glorioso.

E specialmente nel principio della quarta stanza:

Ma che Giove s’offende,

Ed offeso co’ voti

Si placa, onde dipon poi l’armi e l’ire.

Ma all’incontro scusava gli errori suoi dicendo, non essere in loro colpa di volontà, nè mancamento di lealtà, ma trapassamento d’affetto e rapimento di divozione, regolato però da fede e da riverenza, come disse ne’ sopra allegati versi scritti al duca:

Ma se vedesse ciò che ’l mio cor serra,

Diria: chi non perdona a’ fidi amanti

In cui per fè s’adempie ogni difetto?

A questa parte del timor di Torquato s’aggiunse quell’altra ch’egli aveva de’ medesimi suoi nemici, già offesi da lui, e nel palagio ducale, e fuor della porta di S. Leonardo, e poscia per cagion di lui medesimo, quantunque senza sua colpa, dalla giustizia collo sbandeggiamento e colla perdita de’ loro beni che furono al fisco recati, dei quali doveva tanto maggiormente temere quant’egli men si rendeva della grazia del duca sicuro, e quanto più vedeva, che per cagion di lui, o per valersi di quella opportunità, gli sorgevano tutto dì nuovi nemici contro. Delle quali cose avvenga che Torquato con molti scritti in verso ed in prosa sovente si dolesse, e spezialmente col duca d’Urbino, come in quella sua lunga lettera che abbiamo poco anzi addotta, tutte nondimeno, quasi in un fascio raccolte, egli scrisse a Cristoforo Tasso, così dicendo:

“La mia innocenza ed i miei errori sono congiunti insieme di maniera, che non debbe aver luogo il castigo dove ha luogo la clemenza; e se pur il rigore della giustizia non volesse che restassero le colpe impunite, dovrei sperar che la mia pena fosse minore che quella de’ nemici, perciocchè le offese fattemi da loro sono state volontarie, ed i miei falli quasi necessarj. Nondimeno perchè io, il quale ho peccato come uomo, offeso ingiustamente ho perdonato come cristiano, non desidero la vendetta di loro, ma l’emenda; la quale io fo dal mio lato quanto posso, mentre dalla parte loro è la stessa perseveranza: laonde è ragionevole ch’ io speri la grazia, non solo perchè m’è stata promessa, ma perchè m’è stato promesso quello che si doveva concedere senza promessa”.

Nelle quali parole apertamente mostrò Torquato, come il principio della sua malinconia e del timore, stata fosse l’offesa del tradimento fattogli e la perseveranza de’ nemici in volerlo offendere; e il vedersi perciò ritenuto prima in prigione e poscia in sant’Anna; conciossiacosachè conoscendo egli di non meritare così lungo ritegno per colpa da lui commessa, nè prendendolo in luogo di rimedio (come se gli affermava) destinato dal duca alla sua salute, ma di crudele ed ingiusto carcere, ne cadde perciò in molto più forte e più continua malinconia che prima, come si vede per quel ch’egli ne scrisse a Gio. Vincenzo Pinelli, in quelle parole: « Acciò ch’io possa col suo favore pensar d’uscire in alcun modo da questa prigionia dello Spedale, dove io sono, e dall’estrema presente miseria e infelicità »; e come anche nella lettera che scrisse a Pier Giovanni Martino, alla quale fe’ il commiato Dalle prigioni di sant’Anna; le quali di quanta strettezza fossero si conosce da quel ch’egli ne scrisse a Cristoforo Tasso, pregandolo che scrivesse (son queste le stesse sue parole), « all’illustrissimo signor cardinal Albano così caldamente, che mi sia conceduto l’uscir fuora per confessarmi e udir la messa ». E più apertamente al Cataneo, così esclamando: « O signor Maurizio, quando sarà quel giorno ch’io possa respirare sotto il cielo aperto, e ch’io non mi veda sempre un uscio serrato davanti, quando mi pare aver men bisogno del medico che del confessore »; e nell’altro che segue. Anzi non solo stimò questo suo ritegno in sant’Anna crudelissima prigione, ma perpetua altresì temendo di non dover giammai uscirne più vivo, come si conosce da quel che ne scrisse ad Ascanio Mori, dicendo: « Ai medici credo poco, e le ragioni senza le esperienze alcuna volta non mi appagano. Faccia qualche prova questo uomo mirabile, o medico, o astrologo ch’egli sia, perchè in me può farla, perciocchè io son simile a coloro che sono dannati a morte, ne’ quali è lecito a far tutte le esperienze ». Così Torquato dolevasi col Mori d’una sì ristretta custodia, ch’egli chiamava carcere; ma più leggiadramente nelle rime che alla duchessa ed alle principesse di Ferrara scrisse, ed a’ principi Gonzaghi, ch’egli stimava buoni mediatori appo il duca a dovernelo liberare: e spezialmente in quei due alla duchessa Margarita, l’uno che incomincia:

Alma real, che per leggiadro velo

Splendi.

E l’altro

Se pietà viva indarno è che si preghi

Sorda com aspe a quel ch’in pianto io dico,

e quel che segue insin alla fine. E più aspramente in quell’altro:

Sposa regal già la stagion ne viene,

Il qual finisce:

Suonano i gran palagi , e i tetti adorni

Di canto; io sol di pianto il carcer tetro

Fo risonar. Quest’è la data fede?

Son questi i miei bramati alti ritorni?

Lasso! dunque prigion, dunque feretro

Chiamate voi pietà, Donna, e mercede?

Ed alle principesse di Ferrara altresì, ancorchè più piacevolmente dolendosi, come in quel sonetto:

Figlie d’Alcide, ad immatura morte,

Ch’importuna n’assai, chi fa divieto?

Chi rompe o vince questo, o sia decreto

De’ regi, o sia del Ciel, sì duro e forte?

E molto più in quell’altro, nel qual dice contentarsi delle sue carceri, pur che fossero i suoi tormenti da quelle principesse (come gli era stato ridetto) onorati d’alcuna lagrima:

Figlie del grande Alcide, ed è pur vero,

O ’l creder nostro è pronto a quel che piace,

Ch’Amor pietose del mio duol vi face?

Duol fortunato! altro piacer non chero.

Altrettanto faceva scrivendo al duca di Mantova, come si vede nel sonetto:

Glorioso Guglielmo, in cui l’antica

De’ grandi avi virtù, si rinnovella,

e negli altri tre che seguono dietro a questo. Ciol principe di Mantova Vincenzo, allora giovanetto, e suo singolarissimo signore, si lagnava in quel sonetto:

Chiaro Vincenzo, io pur languisco a morte

In carcer tetro, e sotto aspro governo.

E più dolcemente nel madrigale seguente allo stesso principe indirizzato:

O nipote d’Augusto ,

Se pietate è nel Cielo, o fra gli eroi;

Scaldi e commova omai gli spirti tuoi,

Sì che la voce del tuo cor si spieghi

In sì soavi preghi,

Che possano addolcire

Del mio irato signor gli sdegni e l’ire;

E fornito il mio scempio,

Egli idol mio si faccia, io gli sia tempio.

Al cardinal Scipion Gonzaga, più apertamente forse che ad alcun altro, indirizzò il sonetto seguente :

Scipio, o pietade è morta, od è bandita

Da’ regi petti, e nel celeste regno

Tra’ divi alberga, e prende il mondo a sdegno,

O fia la voce del mio pianto udita:

Dunque la nobil fè sarà schernita,

Ch’è di mia libertà sì nobil pegno?

Nè fine avrà mai questo strazio indegno

Che m’inforsa così tra morte e vita?

Questa è tomba de’ vivi, ov’io son chiuso,

Cadavero spirante, e si disserra

Solo il carcer de’ morti. Oh Divi, o Cielo!

 S’opre d’arte e d’ingegno, amor e zelo

D’onore, han premio, ovver perdono in terra,

Deh non sia, prego, il mio pregar deluso.

In questo modo doleasi della sua prigione Torquato, ma non valendogli (come a lui pareva) nè le proprie preghiere, nè le altrui interposizioni, mentre continuava pure lo star tuttavia ritenuta in Sant’Anna, perciocchè così il duca esser alla sua infermità più profittevole giudicava; e non prendendolo egli in questo sentimento, ma quel contrario, cioè di castigamento, ne cadde in molto maggiore e più fiera malinconia. Stimava egli dunque di aver la grazia del suo signore del tutto perduta, il che fu una delle cagioni principali della sua infermità, come si conosce dalle parole di quella lettera che sopra ciò scrisse a Maurizio Cataneo, così dicendo: « Si ricordi nostro Signore ch’io ho quarant’anni e più, venti de’ quali ho spesi tra la servitù della casa da Este e la prigione; onde sarebbe tempo di por fine alle speranze o con la disperazione o con la grazia, come più converrebbe alla grandezza loro, ed alla qualità mia e de’ miei falli.» Così scrisse al Cataneo, il che a lui medesimo confermò anche dappoi ch’egli uscito fu da Sant’ Anna in quell’altra sua lettera, dove disse: « Io son disperato d’ogn’altra servitù dappoi che ho perduta quella che prima cominciai con tanti anni della più bella età; » e quel che segue. Ma più apertamente ne scrisse a Cornelio Bentivoglio: « Io credo che le mie preghiere non possano più aggiungere alcuna cosa alle raccomandazioni del signor Conte Giovan Domenico Albano, ma prego volentieri V. E. acciocchè ella sia certa di far non solamente piacere a quel cavaliero, ma d’obbligar me perpetuamente, e ritornandomi nella servitù ch’ io aveva col signor duca, e procurando ch’io sia liberato; il che, se pur dee essere, vorrei che fosse senza indugio, perchè la infermità mi fa la vita quasi intollerabile». Così scriveva Torquato, ed al duca medesimo così ripeteva nelle sue rime, nelle quali doleasi che l’avesse deposto dalla sua grazia, e lo pregava a restituirlo nel primiero luogo della sua servitù; ed in ispezieltà nel sonetto:

Me, novello Ission, rapida aggira

La ruota di fortuna:

il qual conchiude :

O magnanimo Alfonso, a me si muti

Non sol prigion, ma stato e se mia sorte

Mutar più vuole, intorno a voi mi rote .

nell’altro sonetto :

Io pure al nome tuo dolce rischiaro

La lingua;

leggendosi ne’ ternarj :

Piango il morir, nè piango il morir solo,

Ma il modo e la mia fè, che mal rimbomba,

Che col nome veder sepolta parmi.

Nè piramidi, o mete, o di Mausolo

Mi saria di conforto aver la tomba ;

Ch’altre moli innalzar credea co’ carmi.

E più liberamente in quello che scrisse all’anima del duca Ercole dolendosi di suo figliuolo:

O di valor non già, ma voi secondo

Di nome, Alcide glorioso e forte,

Che mentre al mortal corpo eri consorte,

Facei bella la terra, e lieto il mondo;

Manda dal Cielo un messaggier giocondo,

Che d’Astrea la bilancia in terra porte,

Che l’altre popolari or son sì torte,

Che in lor virtù non si conosce al pondo.

Quivi l’antica colpa, e ’l già sofferto

Castigo in un si libri, e dall’un lato

Stian gli error miei, dall’altro ogni mio merto.

Poscia il tuo figlio, e mio signor laudato,

Pesi col bene il mal, col dubbio il certo,

Qual Giove in Ciel pesa il volere e ’l fato.

Ed altrettanto là dove rivolge al favoleggiato Ercole [7] le sue gravi querele:

Alma grande d’ Alcide, io so, che miri

L’aspro rigor della real tua prole,

Che con insolite arti, atti e parole

Trar da me cerca, onde ver me s’adiri.

Dal gran cerchio di latte, ove ti giri

Sovra l’erranti stelle, e sovra il sole,

Un messaggier di tua pietà se ’n vole,

E spirto in lor d’umanitade inspiri.

E suoni sovra il cor: perchè traligni

Da me, mio sangue? e perchè sì discordi

Da quel valor, onde ten vai sì altero?

Tu clemente, tu giusto, al dritto, al vero,

A’ messaggi del Ciel aver vuoi sordi

Gli orecchi sempre, ed al cantar de’ cigni?

Accorto poscia d’essersi troppo liberamente doluto d’Alfonso ed essendo tuttavia acceso (com’egli disse scrivendo al duca di Urbino) più di carità del suo signore, che mai fosse alcuno d’amor di donna, cominciò a pentirsi delle querele fatte di lui, e ad accusarsene e a domandarne perdono. Leggasi il sonetto:

Magnammo signor, se mai trascorse

Mia lingua sì, che ti noiasse in parte,

Non fu mossa dal cor, che ad onorarte

Devoto intende ec.

nella canzone scritta alle principesse, che incomincia:

O figlie di Renata,

e spezialmente in quei versi :

Merto le pene, errai,

Errai, confesso; e pure

Rea fu la lingua, il cor si scusa e nega:

e poco appresso :

Quell’armonia sì nova

Di virtù, che vi face

Sì belle, or bei per me faccia concenti,

Sì ch’ a pietà commova

Quel signor, per cui spiace

Più la mia colpa a me, che i miei tormenti,

Lasso! benchè cocenti;

Ond’a tanti e sì egregi

Titoli di sue glorie,

A tante sue vittorie,

A tanti suoi trofei, tanti suoi fregi,

Questo s’aggiunga ancora:

Perdono a chi l’offese, ed or l’adora.

CAPITOLO XIV.

Suoi studi durante la carcerazione. Opposizioni

fatte alle sue opere. Stravaganze di sua infermità.

A’ narrati avvenimenti, che quasi in un gruppo legati, tirandosi l’un dietro l’altro, furono cagione dell’ infermità di Torquato, s’aggiunse anche l’ultima; e ciò furono le varie opposizioni fatte all’opere sue, e quelle in ispezieltà che venivangli cagionate per colpa degli stampatori, che facendogliele imbolare non solamente prima che fossero state da lui rilette ed ammendate e ridotte all’ultima perfezione, ma prima eziandio che ne fosse fornito il primiero schizzo, le mandavano poscia fuori piene di tanti e sì gravi errori e così mal conce e travisate dalla stampa, ch’appena erano da lui medesimo per sue composizioni riconosciute. Di ciò si doleva egli sovente, come si vede per molte delle sue lettere, e particolarmente in quella che scrive a Curzio Ardizio, ove sono queste parole: « In tutte le altre composizioni, o nella maggior parte, io sono stato così maltrattammo dagli stampatori, come da’ principi che consentono che possano farmi questi dispiaceri, io aveva pensato di lamentarmene col senato veneziano, e con gli altri, ma aspetto di veder quest’altra parte che va attorno, e mi immagino che sia così mal concia come le altre. » Scriveva al marchese di Castiglione: « Nè so che abbiano voluto fare gli stampatori e correttori, se non obbligarmi a ricorreggerle e a stamparle di nuovo; » e quel che segue. Anzi intorno a ciò si lamentava anche degli amici, come fece con Claudio Albano: « Il signor Maurizio continua nella sua ostinazione di voler con la stampa delle mie opere accrescere le mie male soddisfazioni; mi hanno negato tutti gli aiuti e tutte le promesse; vogliono stampare le mie opere contra il mio volere; prego V. S. che faccia officio, acciocchè il Licino rimandi le mie scritture tutte, perchè io desidero di rivederle ». A Gio. Batista Licino in un’altra sua: « Vorrei adunque che venisse a vedermi, e che non facesse stampar più cosa alcuna senza mostrarlami, altrimente io sarò costretto di supplicare Sua Santità, che faccia provvisione sovra gli stampatori che lacerano e stroppiano le mie composizioni e me che sono l’autore ». Ciò scriveva Torquato delle sue rime e spezialmente della Gerusalemme a Lorenzo Malpigli: « Non mi ricordo d’averle detto alcuna cosa degli errori del mio poema, perciocchè non ho letto se non piccola parte d’alcuni canti dappoi ch’egli è stampato ». E al cardinale Albano: « La prego adunque che mi favorisca in questo negozio della stampa, della quale sarà informata dal signor Maurizio, e che temperi con la sua grazia il dispiacere che ho preso di vedere tutte le opere mie sì maltrattate». In questi ed in simili altri luoghi delle sue epistole di ciò si dolse Torquato, le quali perciocchè vanno anch’esse, quantunque contro voler di lui, stampate attorno per le mani di ciascheduno, non fa qui mestieri di rapportare. Ma sopra tutte le altre opposizioni fatte alle opere sue, quelle accrebbero sconciamente la sua malinconia e l’infermità, che furono per malvagità e con frode de’ suoi nemici pubblicate; e ’l non essere a lui stato all’incontro permesso di potersi da quelle ingiuste difese rispondendo purgare, come avrebbe voluto e saputo fare s’egli avesse potuto, e come potuto avrebbe, se la libertà, o almeno l’opportunità stata gli fosse conceduta.

Dell’inganno col quale i suoi nemici sottrassero dagli scritti di lui medesimo le opposizioni che fecero poscia contro il suo maggior poema pubblicare, si dolse egli in due lettere a Scipione Gonzaga non ancora cardinale, nella prima così dicendo: « L’amico del sospetto antico, la cui lettera mandai alcuni mesi sono a V. S. è senza dubbio disleale. Me ne sono chiarito chiaritissimo con sottile avvedimento. Or dica messer Luca ch’io son troppo sospettoso! Non posso tacere una delle prodezze di Brunello. Egli, sempre che io andava fuori, mi dimandava la chiave delle mie stanze, mostrando di volersene servir in fatti d’amore, ed io gliele concedeva, serrando però la camera ove io teneva i libri e le scritture, nella quale era una cassetta in cui, oltre le mie composizioni, io riserbava gran parte delle lettere di V. S. e di messer Luca quelle particolarmrnte che contenevano alcun avvertimento poetico. Ragionando poi con lui, e con alcuni altri, sentiva far al mio poema, ch’essi non avean visto, alcune delle opposizioni fatte dal signor Barga; onde cominciai ad entrar in sospetto; e tanto più quanto io, conoscendo gli uomini, sapeva ch’essi per sè non erano atti a dir quelle cose. Con questo sospetto cominciai ad andar pescando, e intesi finalmente da un servitore del conte Luigi Montecucoli mio vicino, che quand’io era questa quaresima in Modena, vide entrare con Brunello, essendo già notte, un magnano nelle mie stanze; e tanto andai poi cercando che trovai il magnano, il quale mi confessò d’essere stato in corte ad aprir una camera, della quale diceva il conduttore d’aver perduta la chiave. V. S. argomenti il resto. Questa è una delle sue frodi, ma ce ne son molt’altre non meno belle, e credo che ve ne siano alcune di molta maggior importanza, ma io non me ne posso accertare. Mi consola ch’io stracciava tutte le lettere di V. S. o di messer Luca, nelle quali era detto liberamente alcuna cosa; trattene quelle dei particolari dello Sperone ». Nell’altra lettera ne favella in questo modo: « Frattanto le confermo quel che per l’altra mia le scrissi, la quale non so pero se riceverà innanzi questa. Dico che si scrive contro il mio poema, e forse contro ad altre mie cose; lo scrittore è o sarà l’Ariosto, al quale credo però, anzi son sicuro, che da altri saranno somministrate le armi ch’egli mi lancerà contra. Io sopporto questa e ogn’altra offesa da lui con animo non sol paziente, ma amorevole verso lui; sol mi rincresce d’aver parlato seco troppo spesso, o troppo addentro d’ogni mia opinione e d’ogni opposizione che mi possa esser fatta; e più mi peserebbe, ch’egli alcune se n’attribuisse, che non farebbe se tutte le impugnasse. È degno di riso il vedere che non ostante questi sospetti, o queste certezze, siamo tutto il giorno insieme. Oh gran bontà de’ cavalieri antichi! » E più chiaramente scriveva al Gonzaga e della fraude de’ nemici e dell’agio toltogli dagli amici, sicchè non gli era permesso di potere alle opposizioni fattegli convenevolmente rispondere. Si è già riferita la lettera al duca d’Urbino, dove leggasi spezialmente dopo quelle parole: Odia verbis aspera movi. Allo stesso duca indirizzò anche il sonetto seguente :

Tolse a le fiamme il gloriato Augusto

La Pietà, che d’Achille agguaglia l’Ira,

Onde ancor vive, e cresce, e luce, e spira

Fama, l’incendio d’Ilion vetusto.

Il mio signor, che ’l Mauro e l’Indo adusto

Sovra chi vinse, o resse il mondo, ammira,

Vorrà ch’accenda una medesma pira

Fido parto innocente, e padre ingiusto?

Errò il padre; il figliuol la fè scolpita

In fronte porta, e se ne gloria e vanta,

Come servo fedel, di note impresso.

L’un piange anco il suo fallo, e l’altro canta

Il suo signor; se l’una e l’altra vita

S’innesta, ah vivan ambo al ben promesso.

Anche col marchese Filippo da Este dolevasi che ’l duca col torgli la sua grazia, e ’l modo di poter difendere e purgare le opere sue, veniva eziandio a torgli l’immortalità della fama, ch’egli da’ scritti suoi s’avrebbe promessa, dicendo:

Aspirava, signor, nuovo Fetonte

A gir su ’l carro della luce adorno

Della mia gloria, e da portar il giorno

Per l’alte vie del Cielo, a me non conte,

Quand’ecco vidi fulminar la fronte

Di Giove irato, e ’l Ciel turbarsi intorno.

E con maggiore ansietà a Giovan Batista Guastavini, così ringraziandolo: « Già rispose V. S. all’Accademia della Crusca, ora risponde al Talentone; laonde conosco d’averle doppio obbligo dell’una e dell’altra risposta; perchè io sono occupatissimo, e in dubbio della vita, della libertà, dell’onore, della robba e di tutte le altre cose che possono fare un uomo incerto e irreresoluto ». In quella lettera in fine ch’egli scrisse a Maurizio Cataneo, altre volte da noi ad altro proposito rapportata, quasi raccogliendo tutte le cagioni delle sue infermità, diceva: « Ma dopo sette anni di prigionia, nove d’infermità, trentadue d’esilio, se così debbo chiamarlo, dopo mille inquietudini e mille dolori e continuo affanno di veder lacerate le opere mie, ricuserei s’io potessi tutte le altre fatiche, le quali possono impedirmi di ricorreggerle, di accrescerle e di abbellirle ». In mille altri luoghi apertamente dimostra quanto queste sue continue sciagure l’avessero nella salute danneggiato.

La grave malinconia di Torquato, fin dal suo nascimento a lui naturale per propria complessione, e poscia fattaglisi abituata, parte per la perdita delle facoltà, della patria e de’ genitori, e parte per i continui studj, ond’egli, sovente specolando, dagli uomini molto astratto esser soleva, accrebbero ultimamente tutte le altre accidentali, ma potentissime e raddoppiate cagioni che dette abbiamo, delle quali ciascheduna da per se stessa avrebbe potuto ogni festante e lieto uomo infermare, non che tutte e cinque insieme lui, che per proprio temperamento e per continuo abito era già divenuto malinconioso. Onde se fra le cose somiglianti è facile il trapassamento dall’una all’altra, facilissimo certamente fu che il Tasso gravissimamente per soverchio di malinconia s’infermasse, siccome avvenne. Ma di qual sorte questa sua malinconia stata fosse non sarà egli per avventura così agevole il determinare, conciossiacosachè anche a’ medici fosse tanto malagevole l’osservarla, che fra tutt’i più famosi dell’Italia niuno fu che intieramente la conoscesse; laonde io rapporterò quello che dagli scritti di lui medesimo e dalle relazioni de’ suoi più fidati e veritieri amici ho raccolto; i quali per la dimestichezza ch’ebbero col Tasso poterono le cose che ridette m’hanno ottimamente sapere, e per la loro conosciuta ed approvata virtù non si può dubitare che abbiano cosa men che vera affermata.

Ora io comincerò a favellarne con quelle parole, ch’egli medesimo usò nel dimandare rimedio per la sua infermità allo stesso medico, chiamandola umor malinconico, e così scrivendo al Cavallara: « Ho conosciuto che V. S. si ricorda di me, benchè io abbi picciola cagione di raccordarmi di lei, perchè la sua gran dottrina non ha dato alcun aiuto alla mia debil memoria; me ne ricordo nondimeno, perchè le sue condizioni il meritano. Credo che V. S. sappia le cagioni del mio umor malinconico ». Così scrisse al medico, e più confidentemente a Maurizio Cataneo: « Ma io vorrei esser compiaciuto sempre, perchè sempre è infinita la malinconia che mi tormenta; e tutto quello ch’io ne dicessi avanzerebbe ogni credenza, ma non agguaglierebe la verità ». Per questo suo umor malinconico se gli sollevavano alcuni fumi alla testa che gli perturbavano la memoria e la fantasia, e a Gio. Vincenzo Pinelli scriveva: « Preghi il signor Mercuriale a mandarmi la ricetta della conservativa, la qual vorrei che fosse giovevolissima e buona per la memoria, ed a rimediare a’ fumi della testa; e tutte queste cose aspetto conformi alia nostra antica amicizia ».Da questi fumi, ch’egli pativa, gli fu sì fattamente offesa la immaginazione, che in breve la malinconia trapassò a delirio; il che suole assai sovente avvenire a coloro che patiscono di quella sorte di malinconie che da’ Greci è detta ippocondriaca, dagli Arabi mirarchia, e da’ Latini levamento di flati, e cagionasi o per la nerezza dell’umor malinconico, come parve a Galeno, o per la qualità degli spiriti che da quello s’elevano al capo, come meglio piacque ad Avverroe e ad Avicenna. E conciossiacosachè questa infermità non guasti la sostanza del celabro, nè d’altro membro stromento della immaginativa, ma solamente l’offuschi con la presenza di quei neri fumi o di quei torbidi spiriti che rappresentano false immagini; quindi è che trapassandosene essi per la lor leggerezza assai velocemente, l’infermo rimane non pure intieramente libero dalla patita falsa immaginazione, ma consapevole eziandio del passato errore, e se ne ricorda e ne favella, come faceva Torquato, che di questo suo medesimo delirio assai sovente ragionò e scrisse sotto nome di frenesia. E non già perchè fosse tale, conciossiacosachè la frenesia esser non possa senza ardentissima febbre, la qual egli patì di rado, ma perciocchè questa sua spezie di delirio non ha fra’ medici particolar nome onde possa con una sola parola propriamente significarsi; il che fece egli per quella di frenesia, ch’è per avventura la più vicina, come quella che col delirio ippocondriaco convengono in questo, che amendue nascono da sollevamento di vapori che non guastano la sostanza del celabro, ma in breve tempo se ne trapassano: tuttochè siano in ciò differenti, che la frenesia cagionandosi da’ vapori più accesi suole infiammare il cervello e uccidere le più volte. Ma Torquato, non guardando così minutamente a queste differenze, e bastandogli di farsi brevemente da’ medici intendere, chiamò per più il suo delirio frenesia, come fece con lo stesso Cavallara, così scrivendogli: « Ma il maggiore di tutti gli altri mali e il più spiacevole mi pare la frenesia, perchè sempre son perturbato da molti pensieri noiosi e da molte immaginazioni e da molti fantasimi. Con la frenesia è congiunta una debolezza di memoria grandissima; però prego V. S. che nelle pillole che ordinerà per me, abbia riguardo all’uno ed all’altro male particolarmente, e pensi di confortar la memoria, perchè farà operazione degna della sua eccellenza e della nostra amicizia ». Prese Torquato queste pillole, e di esse e delle sue infermità così scrisse ad Ascanio Mori: « Io ho preso due volte delle pillole mandatemi dall’eccellentissimo signor Cavallaro. Sono passati gli otto anni ch’io sono infermo, e presto, se non m’inganno, sarà compiuto il nono. Ma in questi ultimi quattr’anni mi s’accrebbero nuova infermità e nuove malinconie, laonde sarà gran meraviglia dell’arte sua, ch’io sia risanato, e gran lode ancora della sua eccellenza. Il maggior di tutti i mali è la frenesìa, per la quale sono malinconichissimo; ed è accompagnata da grande smemorataggine ». Lo stesso scrisse al Cataneo: « Sono ancora infermo, come io le scrissi, e la frenesia è il « maggior male ch’io abbia, dal quale io sono impedito in tutt’i miei studj, e particolarmente nel comporre; laonde spesso avrei fatta deliberazione di lasciargli tutti da parte ». Questa frenesia cominciatagli da Ferrara, seguillo poscia a Mantova, di dove in questo modo scrisse a Giovambatista Licino: « Sono ancora frenetico, come io era in Ferrara, e ho tutti gii altri mali ». Ma questo delirio di Torquato crebbe per sì fatto modo, che egli medesimo confessò esser talvolta stato assai, presso a divenir pazzia, come scrisse al Gonzaga patriarca di Gerusalemme, in queste parole: « Sono frenetico, come io le scrissi, e sono smemorato; ho la vista debolissima e molti altri mali, a cui sarebbero necessari molti rimedi, ma mi rincresce che messer Giorgio non sia in Mantova, o ch’io non sia in Roma, perchè aveva sperato di fare in questa stagione qualche miglioramento, ma peggiorando, dubito che il primo avviso che abbia V. S. Illustrissima, non essendo della mia morte, sia almeno della pazzia, e mi meraviglio che finora non le siano state scritte le cose che dico fra me stesso, e le soddisfazioni e gli onori e i favori e le grazie delli imperadori e de’ re e de’ principi grandissimi, i quali io mi vo fingendo e formando e riarmando a mia voglia. E se fosse vero che ciascun fosse fabbro della sua fortuna, io avrei fatta la mia fin’ora, se non d’oro o d’argento, almeno di legno o di terra; ma non dee esser vero, e poichè non posso divenire in modo alcuno fortunato, vorrei almeno esser savio, ma non posso senza il consiglio del medico, o per aiuto dello speziale o di messer Giorgio ». Così scriveva al Patriarca, ma ch’egli non fosse mai divenuto stolto, come altri disse, raccogliesi chiaramente da quanto egli fin dal principio di questa falsa opinione scrisse al duca d’Urbino nella lettera che incomincia: « Se con alcuna mia azione ho confermata la fama malignamente vulgata della mia pazzia, certo è stato col dirizzare dopo la mia fuga il viaggio ad altra parte, che alla corte di V. A. » Nelle quali parole si vede, che Torquato saviamente favellava della sua pazzia, il che non avrebbe potuto in verun modo alcun mentecatto fare. Ma che si fosse questa maligna fama, com’egli diceva, sparsa di lui, fu parte per l’ignoranza del volgo, che non discerneva le differenze che tra la frenesia e la pazzia molte sono, e parte per la malvagità de’ suoi nemici, che maliziosamente spargevano i semi di questa falsa opinione; e ultimamente per volontà di lui medesimo, o per volontaria necessità, parendogli che questo solo mezzo ci fosse per fuggire i maggiori mali dei quali temeva, e per iscusar le colpe di cui falsamente era stato appresso il duca imputato. Pare che anche mezzo tra dissimulasse e confessasse questa sua finta pazzia, scrivendo a Cornelio Bentivoglio in questo modo: « Pentito d’aver vaneggiato in questa nuova sorte di malattia, cercherò che le ammendue sien tanto maggiori del fallo, quanto debbono esser più stimate le cose fatte consideratamente, che quelle che son mandate fuori dall’impeto e dalla frenesia, per le quali son degno di scusa e di perdono ». Così al Bentivoglio; e ad Ippolito Capilupi: « Per alcuni miei errori di pazzia, cagionati in parte da mala informazione del clementissimo signor duca di Ferrara, per la quale fui quasi astretto dalla necessità a commetterli, fui imprigionato, nè ho avuto alcuna speranza di libertà ». Con tal cautela dissimulava il Tasso la finta pazzia, e con sì aperta confessione si doleva della sua lunga frenesia, alla quale se gli aggiunse, o parvegli se gli aggiungesse, di esser per arte di alcun malizioso affatturato, come accennò in quel sonetto al duca Alfonso:

Lasso! chi queste al mio pensier figura

Ora torbide e meste, or liete e chiare

Larve, colle quai spesso (o che mi pare)

Inerme ho pugna perigliosa e dura?

Opra è questa d’incanto, o mia paura

È la mia maga, e ’ncontro a quel ch’appare

Pur quasi canna, o giunco in riva al mare

Rende l’alma tremante, e mal sicura?

E a Maurizio Cataneo: « V. S. dee sapere ch’io fui ammaliato, nè fui mai risanato, e forse ho maggior bisogno dell’esorcista che del medico, perchè il mio male è per arte magica. Del folletto voglio scrivere alcuna cosa ancora. Il ladroncello m’ha rubati molti scudi di moneta, nè so quanti siano, perchè non ne tengo il conto come gli avari, ma forse arrivano a venti: mi mette tutt’i libri sottossopra, apre le casse, ruba le chiavi, ch’io non me ne posso guardare; sono infelice d’ogni tempo, ma più la notte, nè so se il mio male sia di frenesia o d’altro. »

Queste cose scriveva Torquato stando egli ritenuto in sant’Anna, e poscia uscito dalla prigione allo stesso Cataneo del medesimo folletto così scrisse: « Oggi, ch’è il penultimo dell’anno, il fratello del reverendo Licino m’ha portato due lettere di V. S., ma l’una è sparita da poi ch’ io l’ho letta, e credo che se l’abbia portata il folletto, perchè è quella nella quale si parlava di lui; e questo è uno di quei miracoli ch’io ho veduto assai spesso nell’ospedale; laonde son certo che sian fatti da qualche mago, e n’ho molti altri argomenti, ma particolarmente a un pane toltomi d’innanzi visibilmente a ventitrè ore, d’un piatto di frutte toltomi d’innanzi l’altro giorno che venne a vedermi quel gentil giovane polacco, degno di tanta meraviglia; e di alcune altre vivande, delle quali altre volte è avvenuto il medesimo in tempo che alcuno non entrava nella mia prigione, d’un paio di guanti, di lettere, di libri cavati dalle casse serrate, e trovatili la mattina per terra, e altri non ritrovati, nè so che ne sia avvenuto, ma quelli che mancavano in quel tempo ch’io sono uscito, possono essere stati tolti dagli uomini, i quali, com’io credo, e hanno le chiavi di tutte le mie casse, laonde io non posso difendere cosa alcuna da’ nemici o dal diavolo, se non la volontà con la quale non consentirei d’imparar alcuna cosa da lui ». Ma non perciò volle nè chiarirsene, nè darne per via degli stessi maghi rimedio, come gli persuadevan gli amici, perciocchè egli fu zelante osservatore della religione e de’ comandamenti della chiesa.

A queste noie che gli dava il folletto, oppure a lui pareva che gli desse, s’aggiunsero alcune apparizioni ch’egli stimava d’avere d’un altro spirito assai simile a quello ch’egli finse nel Messaggero. Dico assai simile, perciocchè non esser quel desso chiaramente scrisse nella sopra addotta lettera a Maurizio Cataneo in quelle parole: « Nel dialogo del Messaggero mostrai di favellare con uno spirito, quel che non avrei voluto fare quantunque avessi potuto. Ma sappiate che quel dialogo fu da me fatto molti anni sono per obbedire al cenno d’un princine, il quale forse non aveva cattiva intenzione, nè io stimava gran fallo o gran pericolo trattar di questa materia poeticamente, ma dappoi i miei nemici hanno voluto prendersi giuoco di me, e m’hanno fatto esempio d’infelicità, facendo riuscir in parte vero quel ch’io aveva finto; e chi volesse esaminare diligentemente quei gentiluomini, nella casa de’ quali era albergato, potrà ritrovare facilmente ch’io non era allora sottoposto a così fatta miseria ». Peraltro la malinconia di Torquato, oltre al suo proprio temperamento, crebbe sì fattamente per gli studj, per le noie e per le infermità (come abbiamo detto), che bene spesso, molto astratto dalle persone e da se stesso eziandio il facea divenire; e quindi talvolta solo per se medesimo favellava, e tal’altra dissipatamente senz’alcuna cagion sorrideva, e sovente in alcun luogo teneva così fitto lo sguardo, che indi per buona pezza non lo stoglieva; ed in questi luoghi egli diceva di vedere lo spirito, che diciamo, in forma d’un giovanetto assai somigliante a quello ch’egli nel Messaggero descrisse.

Di questi apparimenti egli niuna cosa apertamente scrisse, e con pochi ne favello, nè con alcuno più che con Giambatista Manso, il quale fra i suoi più stretti e più fidati amici, o il primo fu, e a niun altro secondo, com’io dalla voce viva dell’uno, e dalle segrete lettere dall’altro ho udito, e il mondo stesso ha già conosciuto da quello che Torquato medesimo nelle Lettere, nelle Rime, ne’ Dialoghi e nella Gerusalemme lasciò di lui scritto. Ond’io per maggior certezza di quel che dovrò dire, rapporterò una lettera, che lo stesso Manso sopra ciò scrisse al principe di Conca grande ammiraglio del regno, mentre Torquato era seco nella sua città di Bisaccio.

« So che la presenza del sig. Torquato mi fa ricevere maggiori grazie delle lettere di V. S. Illustrissima ch’io per me stesso non meriterei, e la rende più sollecita del nostro ritorno, ch’ella non sarebbe s’io fossi qui solo; perciò le darò maggior conto di lui che di me, di cui dirò solamente aver finito di accomodare le differenze di questi miei vassalli, e rimaner solo che sieno rimessi alla mia corte coloro che sono stati sbanditi dal commissario di campagna, di che per avanzar tempo Supplico V. S. Illustrissima che resti servita parlar al signor vicerè, che per iscrittorìa gliel comandi. Il sig. Torquato è divenuto grandissimo cacciatore e supera anche l’asprezza della stagione e del paese. Le giornate cattive e le sere trapassiamo in lunghe ore udendo sonare e cantare, perciocchè a lui diletta sommamente sentir questi improvvisatori, invidiando loro quella prontezza nel versificare, di cui dice essergli stata la natura così avara. Tal volta caroliamo, di che anche molto si compiace, con queste donne, ma il più ce ne stiamo presso il fuoco ragionando, e siamo caduti molte volte in ragionamento di quello spirito ch’egli dice apparirgli, e me ne ha favellato in modo che io non so che me ne dica, nè che me ne creda, ma dubito sì bene che la sua frenesia faccia me diventar matto. Io che vorrei cavarlo da questa, ch’io stimo infermità, gli ho alcuna volta fra i più severi ragionamenti dimostrato che queste sue visioni, non possono esser vere, ma più tosto finte dalla sua stessa immaginativa, perturbata da fumi malinconici, che rappresentandogli quei vani fantasmi, gli danno a divedere le cose che non sono, e che in gran parte eziandio esser non possono; poichè: questo suo spirito non è cattivo, conoscendosi da mille contrassegni, i quali sono il favellargli di cose religiose e divote e ’l persuadergliele, e oltre a ciò il nominare i santissimi nomi di Gesù e di Maria, il riverire le croci e le reliquie de’ santi, com’egli medesimo afferma, e più di ogni altra cosa la consolazione e ’l conforto che gli lascia quando da lui si diparte, contraria a quello che sogliono i rei spiriti fare. All’incontro gli dico, che angelo nemmeno dee essere, perciocchè tutto ch’egli sia cristiano e virtuoso uomo, ed anche da più anni in qua molto spirituale, nondimeno queste grazie di apparizioni di angeli non sono concedute agli uomini di comunal bontà, ma a’ perfetti e a’ santi, in modo che sarebbe arroganza credere che questo suo spirito fosse un angelo, come se gli farebbe ingiuria a stimare c’h’egli fosse un demonio. Laonde non essendoci di alcun’altra sorte di spiriti che angioli o demonj, nè potendo questo suo essere ne l’uno nè l’altro, per conseguente ne viene che alcun reale spirito non sia quello che gli apparisce, ma piuttosto un inganno della fantastica virtù, che verisimile gliele rappresenti , come ad altri molti è avvenuto, e a coloro spezialmente che sono di mirarchia infermi, com’egli fu. A queste cose mi risponde egli, che ciò non esser vero manifestamente si raccoglie dal lungo tempo che egli ha queste apparizioni vedute, e dalla conformità che sempre in esse ha osservato, la quale non potrebbe continuare se le cose da lui vedute non fossero per se stesse reali, ma da folle immaginazion della sua fantasia figurate. Nè potrebbero essere i ragionamenti l’uno all’altro rispondenti, conciossiacosachè nelle fantastiche visioni le potenze dell’animo non operino regolate dalla mente, e per conseguente non possano fra loro aver corrispondenza nè ordine veruno, come nelle apparizioni che hanno gli stessi miriarchiaci, e ne’ sogni de’ febbricitanti e nei pensieri degli ubbriachi avvenire si vede. Appresso dice, che se le cose ch’egli ode e vede fossero fantastici apparimenti dalla sua stessa immaginativa composti, non potrebbero essere tali che sopravanzassero il suo sapere; perciocchè l’immaginativa si fa col rivolgimento degli stessi fantasmi, o delle spezie che nella memoria si conservano delle cose da noi in prima apprese; ma ch’ egli ne’ molti e lunghi e continuati ragionamenti che con quello spirito ha tenuti, ha da lui udite cose che giammai prima nè udì, nè lesse, nè seppe che altr’uomo abbia giammai saputo, laonde conchiude, che queste sue visioni non possano essere folli immaginazioni della fantasia, ma vere e reali apparizioni d’alcuno spirito, che, qualunque se ne sia la cagione, se gli lasci visibilmente vedere. Alle quali cose contraddicendogli io, e contrastandogli, e replicando egli all’ incontro, ci conducemmo un giorno a tale ch’egli mi disse: “ Poichè non posso persuadervi con le ragioni, vi sgannerò con l’esperienza, e farò che voi con gli occhi stessi veggiate quello spirito, di cui prestar fede non volete alle mie parole ”. Io accettai la proferta, e ’l seguente giorno stando noi tutti soli a seder presso al fuoco, egli, rivolto lo sguardo verso una finestra, e tenutolovi buona pezza fìtto, sì che appellandolo io nulla mi rispondeva, alla fine: “ Ecco (mi disse) l’amico spirito che cortesemente è venuto a favellarmi; miratelo, e vedrete la verità delle mie parole ”. Io drizzai gli occhi colà incontanente, ma per molto ch’ io gli aguzzassi, null’altro vidi che i raggi del sole, che per gli vetri della finestra entravano nella camera. E mentr’io andava pur con gli occhi attorno riguardando e niente scorgendo, ascoltai che Torquato era in altissimi ragionamenti entrato con chi che sia; perciocchè quantunque io non vedessi nè udissi altri che lui, nondimeno le sue parole, or proponendo e or rispondendo, erano quali si veggono essere fra coloro che a alcuna cosa importante sono a stretto ragionamento; e da quello di lui io agevolmente comprendeva con l’intelletto le altre che gli venivano risposte, quantunque per l’orecchio non l’intendessi. Ed erano questi ragionamenti così grandi e meravigliosi per le altissime cose in essi contenute, e per un certo modo non usato di favellare, ch’io rimaso da nuovo stupore sopra me stesso innalzato, non ardiva interrompergli, nè addomandare Torquato dello spirito a che egli additato m’aveva, ed io non vedeva. In questo modo ascoltando io, mezzo tra stupefatto e invaghito, buona pezza, quasi senza accorgermene, dimorammo, alla fin della quale partendo lo spirito, come intesi dalle parole di Torquato, egli a me rivolto: “ Saranno oggi mai, disse, sgombrati tutti i dubbj della tua mente ”. Ed io: “ Anzi ne sono di nuovo accresciuti, perciocchè molte cose ho udite degne di maraviglia, e niuna veduta ne ho di quelle che per farmi da miei dubbj cessare mi prometteste di mostrarmi ”. Ed egli, sorridendo, soggiunse: “ Assai più veduto e udito hai di quello che forse.... ”. E qui si tacque. Ed io non osando d’importunarlo con nuove dimande, ponemmo fine a quel ragionamento, dal quale altro finora comprender non posso, se non quello che da principio diceva, e ciò è, che queste sue visioni o frenesie anzi faranno me da cervello uscire ch’ io possa toglier lui dalla sua, o sia vera o pure immaginata opinione ”.

Queste medesime cose ho poscia udite io sovente da lui medesimo a voce viva con altre molte particolarità raccontare, delle quali s’io qui scrivessi alcuna, rimarrebbe dall’un canto sotto maggior dubbio, se questi apparimenti avuti da Torquato fossero fattura della sua propria immaginazione, o se pure stati sieno da lui con gli occhi esteriori veduti: e dall’altro canto senz’alcun dubbio si chiarirebbe, che se vero spirito fu quello che gli appariva, certamente esser rea cosa in verun modo poteva. Ma quel ch’io me ne so non potrei senza mancar di fede a lui, che sotto condizion di silenzio mel disse, ora palesare. Pur bene potrà chiunque di ciò sia vago più partitamente dal Manso medesimo udirle racconfermare, conciossiacosachè io per questa principal cagione mi sia tanto più affrettato a pubblicar le cose nelle presenti carte da me raccolte e trascritte, perchè i testimoni in esse citati, sopravvivendo tuttavia, possono della verità in questa mia narrazion contenuta intiera e fermissima testimonianza prestare.

CAPITOLO XV.

Lettere da Torquato scritte a protettori, a principi

 e a personaggi diversi per ottenere la sua liberazione.

Tali adunque furono le cagioni, e tali le infermità di Torquato, nate da naturale malinconia e pervenute nel maggior colmo a delirio, ma non mai a pazzia, come per le ragioni che addotte poc’anzi abbiamo è manifesto: se però altri non giudicasse follia il dissimulare così vivamente d’esser mentecatto per salvar la vita da’ sospetti di sopra accennati, o perchè non prendessero opportunità i maligni di far sì che il mondo rimanesse in forse della verità, e ch’egli perciò se ne ritrovasse, di comandamento del duca, ritenuto in Sant’Anna. Il qual ritegno sofferendo egli malagevolmente, e veggendo che non gli giovavano le preghiere che al duca per mezzo delle sue rime, o della duchessa e delle principesse e degli altri suoi più congiunti parenti porgeva; vinto finalmente dalla lunghezza del carcere, divenuto impaziente per le infermità e confuso per la detrazione della fama, stimando ingiustizia quello che ’l duca diceva esser fatto a fine di sua salute, cominciò a rivolgere le umili preghiere in gravi querele, e le piacevoli rime in lamentevoli lettere, dirizzate a molti principi e maestrati d’Italia, e fuori, e fin alle corti dell’imperadore Rodolfo, e di Gregorio XIII pontefice. Egli si rivolse primieramente a’ più stretti congiunti di Alfonso, scrivendo a Guglielmo Gonzaga, e a Giovanna d’Austria duchi di Mantova molte lettere, alcune delle quali vanno stampate con altre sue, e in ispezieltà quella dirizzata al duca in nome di Alessandro suo nipote, la quale finisce con queste parole: « E perchè le parlerà della sua libertà, particolarmente la supplico che si contenti ch’e’ parta consolato, e le bacio umilissimamente le mani. Di Sant’Anna. » Alla duchessa scrisse l’altra che incomincia: «Io che nella morte di Barbara, » colla quale lungamente la prega, che gli impetri la sua libertà per gli meriti della duchessa Barbara d’Austria sua sorella. Altrettanto fece anche col duca d’Urbino, come s’è veduto, e particolarmente in quella il cui principio scopre tanto più di necessità, quanto ha men d’ornamento nella semplicità di queste parole: « Supplico V. A. Serenissima che mi voglia favorire col signor duca mio signore, e col signor cardinale, acciocchè io possa uscire di questa prigione di Sant’Anna. » Parimente con tutti gli altri parenti della casa da Este per lo spazio di ben tre anni s’affaticò acciocchè gli impetrassero col loro mezzo la grazia del duca e la libertà; ma tutto indarno, come leggesi nel sonetto alle principesse di Ferrara:

Suore del grand’Alfonso, il terzo giro [8]

Ha già compiuto il gran pianeta eterno,

Ch’io dallo strazio afflitto, e dallo scherno

Di fortuna: crudele, egro sospiro:

Lasso! vile ed indegne è ciò che miro

A me dintorno, o che in altrui discerno, ec.

Onde fu che non piegandosi Alfonso alle costoro preghiere, e stimando il Tasso ciò addivenire perchè per la confidenza che tra cognati e più stretti congiunti esser suole, affidasse il duca di Ferrara di negar senz’alcun rossore a quei di Mantova e d’Urbino, e dagli altri questa grazia quantunque giusta, pensò di valersi del favore degli altri principi d’Italia meno congiunti d’Alfonso, e spezialmente dei duchi di Savoja, di Toscana, col primo, che fu Filippo Emanuele, adoperò il mezzo del marchese da Este, e delle sue stesse lettere, una delle quali comincia: « Io non so, s’io abbia maggior bisogno di protezione o maggior desiderio d’esser protetto in particolare dalla Reale V. A., perchè l’amor della quiete e dell’onor mio, e l’ammirazione della maestà e virtù Vostra, e la benevolenza che umilissimamente le porto come al primo e al più valoroso e più glorioso principe d’Italia, van così di pari ch’io sono altrettanto suo per affezione e riverenza, quanto mio per natura » con quel che segue. Col secondo, e questi fu il gran duca Francesco, si valse di più mezzani, e ultimamente di D. Cesare da Este ora duca di Modena, nel tempo ch’egli andò a Firenze a nozze, come si vede nella lettera che gli scrisse dolendosi di non esservi potuto con lui andare, e pregandolo ad impetrare il favore del gran duca e del cardinal Ferdinando (a cui parimente scriveva per la sua liberazione); la qual lettera comincia: « Quantunque sia passata quella occasione, nella quale V. E. mi poteva far grazia maggiore » E avevane anche molto prima richiesto lo stesso gran duca per altre lettere, delle quali (tutto che non vadano stampate) ho vedute io in casa il Manso le copie scritte a penna; e raccogliesi da quel ch’egli accenna nella lettera che va innanzi al secondo dialogo della Nobiltà, l’obbligazione ch’ egli si sentiva avere al gran duca per la procurata sua libertà in quelle parole: « Ma quel che allora non mi fu conceduto scrivere della casa de’ Medici, ora non debbo tacerlo, perchè la grandezza sua m’invita e l’umanità di questi principi m’assicura, e all’obbligo di manifestar il vero s’aggiunge quello ch’io le ho »: e nel rimanente della pistola, dove rammenta gli eroi (che così gli chiama ) di quella serenissima casa. Nè a questi soli ma a più altri principi d’Italia e di santa chiesa ricorse altresì, i quali come sarebbe troppo lunga narrazione il voler tutti annoverare e ridire ciò che con essi loro passò , così fra tanti non posso tacere quello ch’ egli scrisse alla città di Bergamo patria di suo padre; perciocchè quinci assai vivamente se ne rappresenterà la miseria dello stato suo infelice. Tralascierò bene le lettere scritte da lui intorno a ciò a molti gentiluomini di quella città, cioè a Cristoforo Tasso, all’abate Albano, a Marc’Antonio Spino, a monsignor Gio. Batista Licino, e ad altri assai, che tutte si leggono impresse nel primo volume dell’altre sue, e mi contenterò d’accennar solamente quella scritta da lui agli Anziani di Bergamo (che così quivi chiamano i capi del pubblico Consiglio), alla quale andava congiunta la supplica del seguente tenore:

« Torquato Tasso, bergamasco per affezione non solo ma per origine, avendo prima perduto l’eredità di suo padre e la dote di sua madre e l’antifato, e da poi la servitù di molti anni e le fatiche di lungo tempo e la speranza de’ premj ed ultimamente la sanità e la libertà, fra tante miserie non ha perduto la fede, la quale ha in cotesta città, nè l’ardire di supplicarla che si mova con pubblica deliberazione a dargli aiuto e ricetto, supplicando il signor duca di Ferrara, già suo padrone e benefattore, che il conceda alla sua patria, ai parenti, agli amici, a se medesimo. Supplica dunque l’infelice, perchè le SS. VV. si degnino di supplicare a S. A. e di mandare monsignor Licino, ovvero qualch’altro a posta, acciocchè trattino il negozio della sua liberazione, per la quale sarà loro obbligato perpetuamente, nè finirà la memoria degli obblighi con la vita ».

« Di VV. SS. affezionatissimo servitore.

«Torquato Tasso prigione e infermo nell’ospedale di sant’Anna in Ferrara».

Tale è stata la supplica, la quale fu nel pubblico Consiglio con lagrime di tenerezza udita, e ottimamente secondo il desiderio di Torquato espedita: perciocchè quella città elesse monsignor Licino ambasciatore appresso il duca Alfonso a pregarlo per la liberazione di un tanto loro cittadino. Andò il Licino, e fu graziosamente ricevuto dal duca e rassicurato ch’ egli non riteneva Torquato salvo che per maggior giovamento e custodia della salute di lui, ma posciachè vedeva quella città volere con tanto affetto prendersene lei cura, egli non pure il concederebbe loro volentieri, ma rimaneva eziandio di così amorevole officio molto fra se medesimo soddisfatto, e altrettanto verso loro obbligato. Dalla qual buona risposta del duca prese Torquato così ferma speranza della sua libertà, che per molto tempo ne aspettò l’esecuzione di giorno in giorno, come si vede in quella lettera sopra ciò scritta allo stesso Licino, ove dice: « Io v’aspettava oggi con la spedizione del negozio, credendo che monsignor Maffetto dovesse esser venuto ». Nondimeno nè a questa speranza di Torquato, nè alla buona intenzione che mostrava il duca seguirono poscia gli effetti, per molto che il Licino e sollecitasse e temporeggiasse, e più fiate fosse da Bergamo a Ferrara andato e ritornato (come nelle stesse lettere si legge) con la medesima richiesta per condurla a fine. Laonde disperato il Tasso di vedersi per questa via, nè per mezzo d’altro principe d’Italia giammai riposto nella desiderata libertà, deliberò di ricorrere allo ’mperatore Rodolfo, come a sovrano principe e legittimo giudice del torto che a lui pareva che se gli facesse in quel suo così lungo ritegno; da cui non potendo esser prosciolto per grazia, dimandava ultimamente esser sottratto per debito di giustizia, come scrisse al padre abate don Angelo Grillo, il quale a procurargli la libertà con non minor prudenza nel maneggiare il negozio che con grandezza d’animo in curar poco ogni altro rispetto e impedimento molti anni s’affaticò, e alla fine con lunghissima costanza e continua sollecitudine felicemente, tuttochè per altra strada, l’ottenne. E per avventura fu questa sua così gloriosa operazione, che quantunque egli fosse per l’antichità del suo nobilissimo sangue assai chiaro in fin da che nacque, e poscia per le proprie e singolari virtù e per l’altezza della dottrina, e nella voce e negli scritti riverito e commendato per tutta Europa, e oggidì per lo valore, ond’ ha governato tant’anni la sua religione (che tanti secoli governò la chiesa di Dio) generalmente stimato uno de’ più ragguardevoli prelati ch’oggi vivano nell’Italia, nondimeno io sicuramente ardirei affermare, che molto maggior gloria se gli dee per aver serbato, anzi donato a se stesso e alla presente età ed a quegli che dopo noi per lunghissimi ravvolgimenti d’anni verranno, la vita e l’opere di così divino uomo, chente fu Torquato Tasso; che da tutte quest’altre maggiori sue doti, quantunque senza fallo di maggior conto elle siano per se medesime. Al padre adunque don Angelo Grillo scrivendo egli, come dicevamo, aver deliberato di richiedere per giustizia a Rodolfo quanto gli veniva da Alfonso per grazia negato, di questa sua deliberazione assegnò così fatta ragione: « Il rispetto tra i principi non suole esser eguale dove non è eguale lo stato o la condizione, laonde non è verisimile che Sua Maestà debba aver alla casa da Este il medesimo riguardo che hanno avuto gli altri principi di pari o di minor grado, e pur che vi sia alcuno ch’ardisca di ricordargli ch’io sono ancora nel mondo, e se nella corte si sa del mio stato, quanto V. P. scrive, si dovrebbe ancor saper cosa, per la quale il rigor della grandezza potrebbe porgere minore spavento a me ch’agli altri». Così scrisse all’abate Grillo intorno alle cagioni della sua dimanda allo imperadore: la qual fu dal padre indirizzata per mezzo di Ottavio, ch’altri chiamano Ottaviano, Spinola suo stretto parente che allora risedeva appresso Cesare, e da lui sommamente favoreggiato, per le cui mani passavano tutti gli affari della sua repubblica, e gran parte de’ maggiori d’Italia. Fu dallo Spinola con molta efficacia proposta l’istanza del Tasso, e con molta benignità da Cesare ascoltata, onde in Torquato di nuovo sursero grandissime speranze di libertà, e a Paolo Grillo scrisse: « Intesi dal padre don Angelo fratello di V. S. in qual termine fosse il negozio trattato per la mia liberazione alla corte di S. Maestà Cesarea: ma sono passati dappoi molti mesi e molte difficoltà, nè posso ora saperne altro di quel ch’egli me n’accenna: ma i fatti saranno le Naiade. Prego V. S. che non voglia essere scarso di raccomandazioni, poich’è stato liberale dei suoi doni, ma raccomandi al signor Ottaviano Spinola il negozio in modo ch’egli non si raffreddi, e s’io potessi ricordarle alcuna cosa le ricorderei che le tepide dimande insegnano a negare ». Così scriveva all’un fratello delle sue concepute speranze; e all’altro degli effetti che cominciavano a partorire disse in altra sua: « E poichè la pratica si stringe, e la prigione si allarga, passerò questo tempo che rimane fin alla conchiusione meno infelicemente, e vorrei che fosse brevissimo; tal che ringrazio V. S. M. R. che rinnovi gli ufficj, raddoppi le preghiere, e rinfreschi la memoria, dov’ella manca ». Tanto era allettato da queste sue speranze Torquato! Ma il verde di esse non fiorì molto tempo, od i nascenti frutti nel principio del germogliare cominciarono ad inaridire, come mostrò in una sua lettera ad Alessandro Spinola, che incomincia: « V. S. mi loda più ch’io non merito, e mi promette meno che non desidero, ma perchè il lodarmi è nella sua podestà e la mia libertà nell’altrui, la ringrazio di quello che mi concede, e la prego dell’altre cose che mi pone in dubbio, perchè vorrei grandissima certezza d’esser liberato, e non potendo questa grazia esser negata allo imperadore, se la chiede S. Maestà mi pare assai facile che dalle preghiere del signor Ottaviano sia mossa a dimandarla; e io prego quel signore e V. S. che mi facciano questo favore». E segue raccontando le speranze avute dall’imperadore, le quali fra breve tempo vedendo Torquato secche dalle radici, si rivolse ultimamente a’ piedi del romano pontefice, come si vede nella stessa lettera che di sopra dicemmo scritta al padre Angelo Grillo in quelle parole: « Oltre a ciò non so perchè dandomi la vita e rendendomi la sanità si portasse poco rispetto a S. A., o agli altri della casa da Este. E se a loro non è piaciuto darmi la morte, non dovrebhono gli altri fare quel ch’ essi hanno ricusato, come cosa troppo crudele; e non è convenevole che si permetta al giudizio del popolo, che dovrebb’esser solamente conceduto al giudizio di S. B., alla quale è ragionevole che l’imperadore e tutt’i re del mondo portino grandissimo rispetto, fondando così nel papa le speranze di quella libertà che non aveva potuto per mezzo degli altri principi racquistare. E questo suo pensiero pose egli in opera per mezzo di molti cardinali, tutto che le lettere da lui sopra ciò a loro scritte non fossero per convenevoli rispetti palesate con le altre sue. Ma si legge in molte di quelle pubbliche la rimembranza delle altre secrete, come in una scritta a Cristoforo Tasso: « Mandai a V. Signoria la lettera del padre Licino, e la pregai che governasse questo negozio col suo parere; non perchè io non sia volonterosissimo! uscir di prigione, ma perchè la strada di Roma e ’l mezzo del signor cardinale portano seco maggior lunghezza che non fa mestieri; nondimeno se non può spedirlo prima, la prego che pigli questa strada senza fallo. » In altra sua più lunga lettera a Maurizio Cataneo dice: « Nè si dee dar la colpa di tanto male alle prime cagioni, perchè nelle prime non è colpa nè imperfezione, ma nelle seconde, o nella materia; e se in questa sfera, ove par che regni la fortuna, il papa è quasi una prima cagione e un motor primo, non può esser colpa in Sua Santità, nè difetto in Sua Beatitudine, in cui è abbondanza di tutt’i beni e pienezza di tutt’i tesori; e s’egli è un sole di giustizia, a simiglianza di Dio che fa nascere questo che si vede sopra i giusti e sopra gli ingiusti, può scacciar le mie tenebre e far piovere in me le sue grazie. Nè si dimandano più favori, ma grazie, non d’alcuno errore che non sia fatto, ma de’ commessi; perchè la pazienza di questi dee esser cagione che per l’avvenire non se ne commetta alcun altro. » In ciò prese il Tasso tanto di speranza la terza volta, che parendogli di già essere nella desiderata libertà intieramente riposto, discorreva, scrivendo allo stesso Cataneo, del modo dell’uscir di S. Anna e di Ferrara, e di riavere e condur seco i libri e gli altri suoi arnesi in Roma: « Quantunque V. S. non abbia potuto rispondere a quella parte delle mie lettere ch’è di maggiore importanza, nondimeno tanto il ringrazio di quello che ha fatto per mia soddisfazione, quanto è ’l desiderio che ho della libertà, della quale la sua lettera mi par quasi un principio e una promessa. Cercherò adunque d’ avere l’udienza di S. A. senza la quale sarebbe meglio il partirsi che ’l fermarsi, ma io non posso partire se non v’è alcuno che mi conduca fino a S. Benedetto, o a S. Domenico, o al convento degli Angeli, e mi faccia portare una valigia e una piccola cassetta; oltre la quale lascio in sant’Anna quattro casse di libri e d’altre robbe, ed in corte rimangono razzi e corami da fornire una camera e un camerino, e altri fornimenti: laonde io non dimando se non picciolissima parte di quelle robbe che sono miserabilissimo avanzo della fortuna di mio padre e mia.» Vedesi da questa lettera ch’egli avea così ferma la speranza di dover esser disciolto dalla prigione, che la sua maggior sollecitudine era solamente intorno alle circostanze, tenendo come cosa già impetrata la libertà.

Ma ciò non addivvenne così tostamente com’egli pensava (e forse per la morte di papa Gregorio XIII, che seguì in que’ tempi), se non si è in quanto gli fu in modo allargata la carcere, che sovente gli era conceduto, in compagnia di persone confidenti, l’uscirne fin ’l giorno, per dover nondimeno ritornarvi la sera, come si legge nella medesima sopraddetta pistola scritta al Cataneo; « Ma dappoi me l’ha dimandato il signor Ippolito Giovan Luca, al quale non si può negar alcuna cosa, perchè egli solo mi cava alcuna volta di prigione ». E più ampiamente ne scriveva ad Antonio Sersali in questo modo: « Signor nipote carissimo: Io non soglio mai aver piacere che non sia accompagnato da maggior dolore, come ho sentito nel vostro ritorno, perchè più mi dispiace il vostro male, che non mi piace la venuta, e se a me non fosse più difficile l’uscire di prigione che a voi il levarvi di letto, sarei venuto senz’alcun indugio a vedervi; ma voi potete sapere quante difficoltà e quanti impedimenti io soglio avere, i quali non potrei superare senza l’aiuto di monsignor Licino. Fate adunque che egli mi cavi in tutti i modi, come ha fatto delle altre volte, e mi conduca a vedervi ». Così scriveva del suo talvolta uscir di sant’Anna; dove tuttavia dimorando s’aggiunse, fra questi tempi, alle sue continue infermità una repente ed ardentissima febbre, la quale per sì fatto modo lo assalì, che nel quarto giorno del male i medici cominciarono a temere, e nel settimo a diffidare della sua vita; perciocchè avanzandosi ciascun dì l’ardore della febbre « scemandosi continuamente le vitali e le naturali virtù, pervenne a tal debolezza che nè porgeva alcuna speranza alla natura di poter contrastando alle infermità sollevarsi, nè meno di tollerare alcun medicamento, onde potesse prendere aiuto per discacciarla. Ma mentr’egli in tale stato, mezzo tra vivo e morto giacea, come colui che in niuno de’ suoi membri mostrava segno di vita, salvo che nella lingua che sola obbediva all’imperio della mente ancor sana; fu miracolosamente dalla Vergine nostra Signora, che visibilmente gli apparve, risanato e quasi resuscitato, com’egli narrò nel seguente sonetto:

Egro io languiva, ed alto sonno avvinta

Ogni mia possa avea d’intorno al core;

E pien d’orrido gelo, e pien d’ardore

Giacea con guancia di pallor dipinta;

Quando di luce incoronata e cinta,

E sfavillando del divino ardore,

Maria, pronta scendesti al mio dolore,

Perchè non fosse l’alma oppressa e vinta.

E Benedetto fra que’ raggi e lampi

Vidi alla destra tua; nel sacro velo

Scolastica splendea dall’altra parte.

Or sacro questo core e queste carte.

Mentre più bella io ti contemplo in Cielo,

Regina, a te, che mi risani e scampi.

Parimente un madrigale compose risentitosi e riconosciutosi sano, e prima che uscisse di letto:

Non potea la natura, e l’arte omai,

Più dare alcuna aita

Alla mia fragil vita,

Quando a te mi rivolsi e’n te sperai.

Tu pregasti per me l’Eterno Figlio,

Vergine gloriosa,

Del mio dolor pietosa,

Che mi sottrasse a sì mortal periglio.

Così morte scampai.

Che se pur tarda non perdona mai.

Da questo miracoloso aiuto, che dalla pietosa Vergine ricevette Torquato, come in un subito fu nell’intiera salute restituito, così pare che indi a poco ricevesse eziandio la sua lungamente desiderata e richiesta libertà. Il che avvenne nel principio dell’anno 1586, e fine del quarantaduesimo dell’età sua, com’egli afferma in quella sua lettera che scrisse ad Ascanio Mori dall’antica sua camera del palagio ducale, dopo liberato da sant’Anna, in quelle parole: « Io nacqui del 1544, gli 11 di marzo, nel quale è la vigilia di S. Gregorio, e mi fu predetto che quest’anno, nel quale finirò il quadragesimo secondo, avrò molti beni e molte grazie da’ principi ». Così scriveva nel cominciar a godere i principi della sua libertà.

CAPITOLO XVI.

Escito di prigione passa a Mantova, indi a Napoli per occasione

di liti domestiche; indi ritorna a Mantova e passa poi a Bergamo.

Si celebravano solennissime feste in Ferrara nel tempo che d. Cesare da Este vi condusse d. Virginia de’ Medici sua novella sposa, alle quali concorsero molti signori congiunti di quelle serenissime case, e spezialmente d. Vincenzo Gonzaga principe di Mantova, allora giovanetto di sì alte speranze, che sin dal primo fiore degli anni suoi, che allora non erano oltre a 24, cominciò a produrre maravigliosi frutti di valore e d’ingegno, avanzandosi tant’oltre in tutti gli esercizj cavallereschi ed in tutti gli studj delle belle lettere, che ne riportava il vanto fra quanti principi e cavalieri erano nel tempo suo. Laonde per lo conoscimento ch’egli aveva delle scienze e delle più nobili arti, scorgendo negli scritti di Torquato il pregio d’ogni dottrina e l’esempio d’ogni virtù cavalleresca, e di pace e di guerra, cominciò per sì fatta maniera ad amarlo, che sommamente bramava di potere strettamente e per lungo tempo goder della sua conversazione. Al qual desiderio aggiungendosi le persuasioni del padre Grillo, allora abate in Mantova (che come abbiam detto vegghiava alla liberazione di Torquato), determinò il principe di chiedere in grazia al duca Alfonso di poter seco condurre in Mantova il Tasso, promettendogli tenerlo colà sotto la medesima custodia, ch’egli faceva in Ferrara; e con questa condizione ottenne la sua dimanda.

Fu adunque Torquato da S. Anna menato al palagio, dove stette tutto quell’autunno nelle sue antiche stanze (come poco è dicevamo), mentre durando tuttavia le feste, il principe dimorò in Ferrara e poscia con lui medesimo se n’andò in Mantova, dove fu graziosamente ricevuto dal duca Guglielmo, e grandemente dal principe carcerato, e presso che in libertà riposto, ma non intieramente, com’egli scriveva a monsignor Licino: « Sono in Mantova per favor ricevuto dal serenissimo signor principe, e mi ci potrei fermare con la sua grazia, perchè a niuno avrei più volentieri quest’obbligo che a Sua Altezza, la quale avendo cominciato potrebbe finire, e non lasciar che altri edificasse sui fondamenti ch’egli ha fatti; ma in tutti i modi ho voluto salutar V. S. parendomi che ora, ch’io son mezzo libero, la sua volontà non possa avere alcun impedimento. Se le pare può supplicare il serenissimo sig. duca di Ferrara, che si contenti ch’io viva in libertà, perchè vivo men infelice, benchè non sia più sano. Il signor principe ha fatto molto; m’ha liberato, m’ha alloggiato, m’ha fatto vestire, mi fa servire, e potrebbe far il resto, ma s’egli tardasse a farlo, prego V. S. che il faccia subito» . In altra poco dopo scritta al medesimo dice: « Della mia libertà non posso scrivervi altro di quel che sapete; io posso andar per tutta Mantova » . Parimente al Cataneo: « Ho grande obbligo per la libertà quasi ricuperata al serenissimo principe di Mantova; delle altre cose non posso volere se non quel che piace a S. A. » Così scriveva Torquato, perciocchè non voleva che il principe mancasse della parola data al duca Alfonso di ritenerlo sotto custodia presso di lui, ma che per sue nuove preghiere ottenesse la sua intiera libertà. E ciò avvenne, com’egli scrisse allo stesso Cataneo: « Io conservo quella memoria che debbo all’obbligo ch’ io ho a questi serenissimi principi per la libertà ricuperata; e non consentirò mai che la presente età o la futura possa riprendermi d’ingratitudine, perchè io tanto più schiverò questo vizio quanto è men punito dalle leggi, acciocchè si conosca che non il timor della pena, ma l’amore della virtù m’è guida nelle operazioni». E più ampiamente scrisse a Cornelia sua sorella dicendo: «Io sono libero, per grazia del serenissimo signor principe di Mantova, e benchè la fortuna m’abbia privato di tutt’i suoi beni, non ba potuto privarmi di quelli di natura, onde se mai vi rallegraste ch’io vi fossi fratello, ora non dovreste dolervene, o dolervi solamente de’ miei infortunj, i quali sono stati varj e grandi, e lungo tempo m’hanno tenuto soggetto a varie infelicità. Omai dovrebbono aver fine; e sarebbe stata maggior felicità la mia se dopo tanti anni io v’avessi potuto far qualche piacere, o qualche giovamento ». Di questa sua intiera liberazione rese egli alla Madonna delle Grazie (chiesa non molte miglia lunge da quella città, ma in lontanissime contrade fumosa) con quell’affetto le dovute grazie che si conosce da quanto ne scrisse al Licino, dicendo: « Non posso rispondere a V. S. cosa alcuna della risoluzione del serenissimo sig. principe di Mantova, perchè io non gliele chiederei sin che non fossi andato a visitar la Madonna delle Grazie, dove feci voto d’andare quel giorno che fui liberato ». Ma l’ottenuta sua libertà dal duca Alfonso non fu senza condizione, che Torquato non potesse ( che che se ne fosse la cagione ) ritornare a Ferrara, com’egli accennò in una sua risposta a Niccolò Spinola, nel fin della quale disse: « Ringrazio V. S. che si rallegri della libertà impetratami dal serenissimo sig. principe di Mantova, alla quale nulla manca se non il passo libero per gli stati del serenissimo sig. duca di Ferrara, e allora stimerò di essere esaudito quando non mancherà cosa alcuna ». Se poscia Torquato ottenesse anche questo di poter ritornare a Ferrara, o no, io non oserei affermare, conciossiacosachè dall’un canto mi si faccia verisimile dall’innocenza di lui e dalla magnanimità di Alfonso che ciò gli fosse conceduto, dall’altro io non ritrovo ch’egli più mai dimorato vi fosse; anzi che si solesse continuamente rammaricare d’aver perduta la grazia del suo antico signore, tutto che per ogni altra cagione fosse lietissimo d’aver acquistata quella del principe di Mantova, dal quale, oltre all’obbligo della libertà, ciascun dì riceveva nuovi e grandissimi favori; e ciò confessava scrivendo al Licino: « Io sono in Mantova alloggiato dal serenissimo signor principe, e servito da’ suoi servidori, come io medesimo avrei saputo eleggere; e nel rimanente accarezzato, come a S. A. è piaciuto. Qui ci son buone carni, buoni frutti, ottimo pane, vini piccanti e raspanti, come piacevano a mio padre, e buoni pesci ancora » . Così de’ favori e de’ soddisfacimenti che dal principe riconosceva. Ma oltre a questi, che potevano in Torquato svegliare affetto di volontaria obbligazione, era egli mosso dalla divinità che nel volto e negli atti del principe vedeva continuamente risplendere ed era quasi da occulta ma violenta inchinazione rapito ad amarlo e riverirlo per sì fatto modo che divenne delle sue singolari virtù ardentissimamente invaghito, come allo stesso Licino confessò: « io mi vo immaginando che subito che la fama divulgatrice delle buone e delle cattive novelle vi avrà apportato agli orecchi la partita del serenissimo signor principe, voi ve ne verrete qui con la carrozza del sig. cavaliere Enea; o manderete qualche . . . . . acciocchè io possa venire per altra strada. Che volete ch’io faccia qui poi che sarà sparito il lume degli occhi miei? Tantum si potui spectare dolorem et perferre potero?» il che dimostrò più apertamente nelle sue rime, ed in ispezieltà in quel gravissimo sonetto :

Amor alma è del mondo, Amor è mente,

nel quale, favellando col principe Vincenzo, conchiuse che Amore

Posto ha la seggia sua ne’ dolci giri

De’ bei vostri occhi, e ’l tempio ha nel mio core.

Onde non altrimente che il severo e castissimo Socrate volentieri soleva della bellezza d’Alcibiade favellare, così Torquato, tutto che per natura lontano fosse d’ogni corrotto costume, e rigidamente pudico, nondimeno la beltà di questo principe assai sovente lodava nelle sue rime, come in quel sonetto :

Lucid’oro talvolta, e lucid’ostro.

Egli lodò il suo crine in quell’altro:

La già vinta Germania, or vincitrice.

Lodò ’l volto in quei due che scrive al dipintore Ardiccio, de’ quali l’uno incomincia:

Sovente, Ardiccio, l’arco e la faretra

e l’altro :

Ardiccio, ardita man certo movesti.

Lodò la corporale attitudine in quello :

Siccome fior in fior germoglia e nasce.

Lodò sino il languire nelle sue infermità, qualora disse :

Langue Vincenzo, e seco Amor che seco

Mai sempre è vivo, e seco e per lui spira.

Lodò in somma ciascuna delle parti e delle qualità di lui, come si vede nella canzone:

Chi descriver desia le vaghe stelle.

Ma mentre Torquato tra le passioni del proprio affetto e i favori dell’umanità del sovrano un’assai lieta vita menava, ammalò di grave infermità il Duca Guglielmo e non molto dopo morinne: onde il nuovo principe occupato nel nuovo governo del suo antico stato, e sollecito tra per gl’intendimenti e le gelosie con gli altri principi, e per le molte cure a cui sogliono, soggiacere le libere signorie, aveva assai minor tempo di consumare nella conversazione di Torquato di quel che da prima soleva, e l’uno e l’altro avrebbero desiderato. Per la qual cosa il Tasso, che in Mantova non aveva altra cagione che ritenerne ’l potesse, parendogli che questa cessasse, cominciò a dar luogo a varj pensieri, che gli sursero nella mente intorno al deliberare della futura sua vita. E tanto più ancor volentieri, quanto alcun sospetto non picciolo il soprapprese, che il novello duca volesse di lui valersi per segretario, come aveva il duca Guglielmo fatto di Bernardo suo padre: la dovè egli e per la molta età e per la poca salute ricusava ogn’altra servitù, dopo che perduto aveva quella che prima cominciò con tanti anni della sua più bella età, com’egli scrisse al Cataneo, così soggiungendo: « Ora non ricerco occupazioni, ma quiete; non obbligo, ma trattenimento; non padroni, ma amici. E prenderei volentieri licenza del servizio di questo serenissimo principe, poichè mi pare d’esser quasi escluso dall’amicizia. So quel che si conviene alla sua grandezza e alla modestia d’un gentiluomo ch’abbia sempre fatto professione di lettere; conosco le occasioni e i modi e i tempi dell’onorare e del portar rispetto, e vorrei piuttosto di essere chiamato tra gli ultimi che di pormi fra i primi; ma dopo sette anni di prigionia, nove d’infermità, trentadue di esilio, se così debbo chiamarlo, dopo mille inquietudini e mille dolori, e con continuo affanno di veder lacerate le opere mie, ricuserei s’io potessi tutte l’altre fatiche le quali possono impedirmi di correggerle, d’accrescerle e d’abbellirle ». Questo scriveva Torquato, poichè egli andò in Mantova con pensiero di rimanervi appresso il duca, ma non già a’ suoi servigj. E perciò all’abate Grillo, che ’l confortava a rimanervi, rispose per sì fatto modo: « Il consiglio che mi dà sarebbe ottimo, se io fossi certo della grazia di questo Principe (il duca Vincenzo) o potessi sperarla con le mie fatiche ; ma a queste io non sono attissimo; e s’ella fosse conceduta a’ meriti non sarebbe grazia. La riputazione i principi possono darla meglio di molti altri, ma a me non può piacere alcuna riputazione scompagnata da quella degli studj e delle lettere, nè so se da questo nuovo duca mi sarà conceduta maggior comodità d’attenderci senza impedimento. L’amore della filosofia ha fatto in me tante radici, che non si possono estirpare, e, ha gran torto chi cerca d’impedire che non nascano i frutti. Dell’utile io non sono tanto sollecito, e se non facessi per attendere un giorno con animo quieto alla contemplazione o almeno al poetare, mostrerei quanto io ne sia sprezzatore ». Ed al Cataneo, in risposta d’un’altra di lui onde il persuadeva a continuare in Mantova la medesima servitù, disse: « Nell’ultima lettera di V. S. ho conosciuta la rara sua virtù e la singolarissima affezione che m’ha sempre portata e ora mi porta in quello stesso modo: della quale la ringrazio quanto posso, poichè non posso lodarla quanto vorrei, perchè rimanendo a Mantova e confermando la servitù con questo serenissimo principe, non sarebbe agevole, nè forse onesto, prender occasione di chieder licenza. V. S. sa in gran parte le cose passate, dalle quali può argomentar le presenti e le future. Io non potrei sostener di vivere in corte con peggior condizione, o con minor favore di quello che non avuto nella mia gioventù, e quest’ è quella deliberazione ch’io non posso, nè voglio, nè debbo mutare, benchè mutassi tutte le altre ». Così favellava il Tasso della cagione del suo dover partire da Mantova, e più apertamente in quell’altra pure allo stesso Cataneo, che incomincia: « Con l’ultime vostre lettere avete voluto tentarmi di pazienza ». La qual lettera, perciocchè ridice quasi le medesime cose già da noi accennate, non fa qui mestiere di rapportare; com’anche tralascerò a bello studio molti altri luoghi, dov’egli delle medesime particolarità favella.

Ritraevalo oltreacciò da Mantova un’assai ragionevole sua antica speranza, ch’ora novellamente in Napoli il sospingeva a riaver le doti materne, che parte furono al real fisco insieme con gli altri beni di Bernardo recate, allora ch’egli ebbe seguito il principe di Salerno, che ribellando partì dal Regno (il che raccontammo a suo luogo), e parte trapassarono alle mani de’ suoi congiunti, essendone egli, a cui appartenevano, stato sempre per diverse cagioni lontano. E in ispezieltà il palagio de’ Gambacorti, posseduto da Cammillo Caracciolo principe d’Avellino, signore tra per lo valore e per la prudenza di grande stima, al quale ne veniva solamente l’una metà per retaggio di Diana Gambacorta sua bisavola, siccome l’altra dirittamente toccava a Torquato per conto dell’avola di lui Lucrezia Gambacorta, perciò che elleno (come da principio dicemmo) furono sorelle. Il Tasso, che sempre aveva dubitato di condursi a Napoli, ora per agevolare a queste sue speranze la via, aveva, stando in Mantova, procurato dalla imperatrice lettere favorevoli al vicerè del regno, così per potervi senza timor di disconcio dimorare, come perchè quivi resa gli fosse giustizia con più brieve spaccio. E ciò procacciò egli col mezzo degli stessi d. Angelo Grillo, Ottaviano e Niccolò Spinola, come si vede per due lettere a costui scritte. In una comincia: « Benchè io sia più vicino a V. S. ch’ io non era in Ferrara, ho minor ardire di pregarla ch’io non aveva; perciocchè non avendo tanto bisogno d’aiuto e di favore, non vorrei parere o di soverchio timido, o soverchiamente volonteroso: nondimeno ristringerò le molte preghiere ch’io aveva pensato di porgere, e le molte dimande in una supplica sola, la quale vorrei che fosse appressata dal signor conte Ottaviano alla imperatrice ». Nella seconda soggiunge: « L’angelo vostro e nostro non solamente dee portare, ma riportare liete novelle, e tanto più da cotesto parte, quanto più si può assomigliare al cielo, dal quale vengono le grazie; e perchè niun’altra mi si apre al negozio della corte Cesarea, vorrei che m’apparisse quell’angelo che venne in terra col decreto della molt’anni lacrimata pace. Io sempre mi confermo nella mia opinione; però alcuna volta consento che la speranza mi persuada e mi lusinghi. Il beneficio che V. S. può farmi è grandissimo; la grazia ch’io domando giustissima; il tempo ch’io l’ho aspettata lunghissimo, e l’obbligo ch’io avrò al signor conte Ottaviano sarà immortale ».

E che questa grazia dal Tasso dimandata alla imperatrice altro non fosse che il potersi ritrarre in Regno, e ricovrare le materne doti, si conosce da ciò che ne scrisse al patriarca di Gerusalemme in quelle parole: « Perch’io vorrei ritrarmi a Sorrento, quasi in porto di quiete e a di pace, ed ivi cercar con la grazia di S. M. di ricuperare alcuna parte delle doti di mia madre, perchè altrimente non so come vivere ». Ottenute poscia le lettere desiderate, le dirizzò Torquato in Napoli a Giambatista Manso, per lo cui mezzo impetrò dal conte di Miranda, allora vicerè, sicurtà di potervi senza alcun impedimento andare, e anche certa intensione di dover alla sua lite presto e intero compimento sperare. Delle quali cose la prima seguì per appunto come il Manso aveva dal Miranda ottenuto; ma la seconda non così felicemente, perciocchè egli v’ebbe a patire più lungo tempo che mestier non faceva al suo bisogno. Ma intanto a questa cagione che ’l traeva a Napoli, e alla prima che ’l rimoveva da Mantova, se gliene aggiunse un’altra eziandio vieppiù potente a farlo quindi quasi a viva forza partire, e ciò fu l’aria di quella città, la quale, come che a prima giunta a lui fosse grandemente piaciuta, nondimeno al variare delle stagioni se gli scoverse per sì fatto modo contraria, ch’egli fermamente credeva (come scrisse al Licino) di non potervi a patto alcuno risanare.

Torquato adunque sopra questi pensieri se ne stette in Mantova per tutta la primavera dell’anno seguente per potersi in quell’opportuna stagione diligentemente curare, come scrisse al medico Cavallara: « I piaceri di quest’autunno hanno trattenuta la purga e differitala fin’a primavera, nella quale è tutta la speranza della mia salute. Sono infermo, come V. S. sa, di quella infermità ch’io portai a Mantova assai noiosa, alla quale la libertà è d’alcuno alleviamento, ma oltre questo non mi pare di trovarne alcun altro. Ma seguita la cura, e non seguendone in Torquato alcun miglioramento, determinò egli di mutar l’aria di Mantova ed andarsene a quella di Bergamo assai più pura, ed a questa deliberazione fece con buona licenza del duca nella fin della state vegnente seguir l’effetto, ma con promessa di quindi non dovere per altro luogo partire, come scrisse al p. Abate Grillo: « Il desiderio delle vostre lettere cresce in me di pari con quel della libertà, e non mi pare ancora d’esser libero, benchè io sia in Bergamo mia patria molto accarezzato; perchè non posso avere ancora licenza dal signor principe di passare più oltre. Io non gli dissi di voler venire a Genova per timore che non mi negasse di venire a Bergamo; ora aspetto che si contenti ch’io speri nelle mie fatiche, poichè fin’ora invano ho sperato nell’altrui benignità, o almeno ch’io tenti col mutar dell’aria ricuperare la sanità ». Soleva in fatti non libero chiamarsi, ma quasi libero, come disse scrivendo al marchese da Este: « Tutti i segni e tutte le dimostrazioni di servitù o d’affezione o di riverenza, tanto deono essere stimati quanto sono fatti in maggior libertà ed in più felice fortuna, però mi persuado che Vostra Signoria Illustrissima non si sdegnerà ch’io le ricordi l’antica mia servitù da Bergamo, patria di mio padre e mia, dove sono quasi libero». Dimorava adunque Torquato anche fuori di Mantova sotto la medesima servitù e protezione del duca Vincenzo; in testimonio della quale gl’intitolò egli, stando in Bergamo, la sua tragedia del Torrismondo, come si vede nella pistola che le va innanzi. E perciò dovendo egli partir di quindi per andar in Roma, e di là a Napoli per le cagioni già dette, pregò il patriarca d’Alessandria che gl’ impetrasse di ciò licenza dal duca Vincenzo, dicendo: « Io non ho voluto dimandar grazia alcuna a V.S. Rev., la quale a lei non fosse così facile di concedere, come a me onesto di richiedere. Ora ch’io sono in Bergamo, dove ho tanti amici e tanti parenti e tanta autorità, io le chiedo libertà ed aiuto di venire a Roma, e la prego che scriva in mia raccomandazione al rev. vescovo di questa città, perchè m’agevoli il viaggio, e sia intercessore appresso il serenissimo signor principe della grazia, acciocchè io non perda in un giorno quanto a pena ho acquistato in molti anni, benchè io reputi ogn’altro acquisto minore di quello del poter andare intorno senza impedimento ». Al cardinal Albano scriveva: « Io godo in  Bergamo l’ombra d’una immaginata libertà; laonde non so nè posso chiamarmi contento, e desidero dopo tant’anni di prigionia e di tenebre venirmene a Roma, dove si può viver nella luce degli uomini ».

CAPITOLO XVII.

Viaggio in Romagna per la terza volta, di dove passa di nuovo a Napoli.

Così scriveva Torquato del suo viaggio a Roma e a Napoli, nel quale ebbe pensiero di valersi della compagnia di Annibale di Capua, arcivescovo di Napoli, che dovea ritornar di Polonia, dov’era stato nunzio di papa Gregorio XIII e di Sisto V, ed in Padova fermarsi alcun dì. In esso molto si confidava sì per lo valore e per la bontà di quel principe, che fu uno de’ più riguardevnli prelati del suo tempo, che per la domestichezza ch’egli ebbe con esso lui nella detta città, quando vi stettero amendue giovanetti allo studio. E per mandare il suo desiderio ad effetto interpose l’opera di d. Niccolò degli Oddi abate di Monte Oliveto in Padova, il quale alla nobiltà de’ suoi maggiori e all’eccellenza della dottrina e della virtù, agiunse anche quest’altra non minor lode di esser amico di Torquato, non men fedele nelle avversità che sollecito ne’ suoi maggiori bisogni, ed in questo particolarmente dell’intiera sua liberazione e del ritorno alla patria. Intorno a ciò gli scrisse molte lettere. In una si legge: « Il tempo è buono ed invita al viaggio, e io mi rodo in questo riposo, e non ho pazienza di aspettar la primavera in questo paese, la quale si dice ch’è sempre in Napoli, et alienis mensibus aestas. Qui è la state di S. Martino, la qual ci dà licenza, ma non posso averla dagli altri senza il favore dell’arcivescovo di Napoli. Di nuovo scrivo a V. S. Illustrissima che non voglia negare il suo favore: non posso lasciar la speranza di ricuperar la dote materna senza diffidar della giustizia e dell’amicizia, anzi dell’umanità degli uomini; però è necessario ch’io torni a Napoli: avvisatemi della deliberazione dell’arcivescovo», e quel che segue. Ma prolungandosi il passaggio dell’arcivescovo stette Torquato in forse di far la strada di Genova, dov’era già stato dalla dottissima accademia degli Addormentati sin da ch’egli in Mantova si ritrovava invitato, come si vede da una sua risposta sopra ciò a Bartolommeo della Torre eccellentissimo medico; e forse molto più, perchè ivi allora il padre abate Angelo Grillo dimorava, il cui amore ve lo avrebbe potuto agevolmente tirare: « Aspettava in Mantova risposta da V. S. molto Reverenda; ma non essendovi mandata a tempo, son venuto a Bergamo, perchè ’l trattenersi in casa de’ principi, mentre si cerca altro trattenimento, è cosa piena di pericolo, o almeno di gran difficoltà. Da Bergamo verrei volentieri a Genova, se mi fossero agevolate le malagevolezze che m’hanno trattenuto sinora». Alla fine prevalse in lui, oltre ad ogni altro rispetto, la divozion ch’ebbe di visitare quella santissima casa dove Iddio prese la nostra carne mortale, e perciò per la strada di Loreto finalmente nella fine dell’autunno dell’anno stesso 1587 si condusse, con saputa del duca Vincenzo, in Roma, nella casa di Maurizio Cataneo suo usato ricetto, ma non senza sofferir per istrada molti disagj. Scriveva all’abate Grillo: « Io a giunsi in Roma con molti pericoli e molte difficoltà, come volle la mia fortuna, la quale non è ancora stanca, e giunsi veramente a tempo; laonde ogni altra occasione mi sarebbe paruta men opportuna. Aspetto nondimeno lettere da Napoli, senza le quali non posso acquetarmi » . E questo desiderio di dover quanto prima trasportarsi a Napoli, lo fece star men contento in Roma di quello che altre volte soleva, come accennò allo stesso padre Grillo in altra sua, che pur di Roma gli scrisse: « Io porto meco in tutte le parti le mie sollecitudini e le mie noie, o pur le ritrovo». Che ciò in Torquato nascesse dalla voglia che aveva di quanto prima esser in Napoli, si conosce dal fine della medesima lettera: «Bacio a V. P. le mani, come le bacierò presenzialmente in Napoli al sig. Paolo vostro fratello, se avrò tanta fortuna; » e più chiaramente in quell’altra che comincia: « Tanti sono i capi delle due lunghe lettere di V. P. » specialmente in quelle parole: « La ringrazio molto dell’avviso che mi dà del sig. Paolo suo fratello, perchè sono tanti anni ch’io desidero di andar a Napoli, che omai non mi può parer più per tempo ». Mentre Torquato scriveva queste cose, aveva già dal Manso ricevuta certa novella della sicurtà, che poco è dicemmo aver lui ottenuta dal Miranda allora vicerè; onde incontanente nel principio dell’anno 1588, lietissimo si pose in viaggio per Napoli, verso dove camminava con quell’affetto di allegrezza e di desio che si scorge dal sonetto, che egli, così fra ’l cavalcare, compose nel giungere a’ confini del Regno:

Del più bel regno, che ’l mar nostro inonde,

O d’altro più lontan, che ’l Sol illustri,

Veggio, lasciate valli ime e palustri,

Lieti colli, alti monti e rapid’onde.

Veggio i termini suoi marmorei, e donde

Partii fanciullo, or dopo tanti lustri

Torno per far a morte inganni illustri,

Canuto ed egro, alle native sponde.

Giunto ch’egli fu poscia in Napoli, il suo contentamento a molti doppj moltiplicò, perciocchè egli rimase sommamente soddisfatto e maravigliato insieme del sito e dell’ampiezza di tutta la città nel suo pieno aspetto da lui riguardata, e della bellezza e della magnificenza di qualunque sua parte per se stessa considerata; e altrettanto appagato e sopraffatto dalle cortesie e dagli onori fattigli universalmente da ciascheduno.

Aggradiva sopra modo a Torquato la benignità del cielo, che anche nell’asprezza del mezzo verno non si rendeva giammai così freddo che al fuoco l’obbligasse, nè così nuvoloso ch’in uno stesso giorno, quantunque piovoso, non traspirassero fra’ nuvoli i tiepidi raggi del sole. Vagheggiava la pianura dei campi e parimente la piacevolezza dei colli, ov’ella è posta con sì mirabile artificio della natura, che essendo tutta piana, è nondimeno l’una parte d’essa per tal modo superiore all’altra che da ciascuno de’ lati suoi gode la veduta del mare che le apre il mezzo giorno; la spalliera de’ colli che la difendono dalla tramontana; l’ampiezza de’ piani che le scuoprono l’oriente, e la verdura del celebrato Posilippo che all’occidente le siede: le quali parti siccome per la varietà ch’ è fra di loro e per l’eccellenza di ciascuna in se stessa porgono opportunissimo sito a diverse e piacevoli uscite dalla città, e a molti e vaghissimi luoghi di sollazzo, secondo le differenti stagioni di tutto l’anno, così erano da Torquato con suo incredibil piacere assai sovente rimirate e frequentate. Si spaziava egli per i dilettevoli liti del mare, che fanno alla città ampissima coppa, circondata alla man destra dalle piagge e dalle pendici, gloriose per la sepoltura di Virgilio e del Sannazzaro, per la grotta di Lucullo, per la villa di Cicerone, per le acque stagnanti e per le bollenti di Cuma, per i fuochi di Pozzuoli; le quali piagge sono difese da’ monti di Baia, dal promontorio Miseno, dall’isola d’Ischia, non men chiara per le favole di Tifeo che per la propria fertilità, e alla sinistra mano dalle pendici famose per lo sepolcro di Partenone, per gli sotterranei condotti di Aretusa, per gli orti Pompeiani, per le correnti e fresche acque del Sebeto, per gl’incendj del Vesuvio, e racchiuse dal monte Gauro, dal promontorio di Minerva e dall’isola di Capri, che asconde le delicatezze non meno che le oscenità di Tiberio. Lodava l’altezza delle mura, le quali spaventarono già il vittorioso Annibale, la fortezza delle castella, mirabili di sito e d’arte, sovrastandone quale alla cima del monte, quale all’aperto piano e quale spingendosi addentro nel profondo del mare. Ammirava nel cerchio di città così grande, che non la può alcun occhio da parte veruna quantunque elevata, intieramente capire, la dirittura delle lunghissime strade, l’ampiezza delle piazze, la diversità delle copiose fonti, la magnificenza de’ pubblici e de’ privati edificj, il concorso delle straniere genti, la frequenza dell’innumerabile popolo, la pompa dei cavalieri, il numero dei principi, onde par che a ragione s’abbia usurpate per proprio il nome e lo splendore della nobiltà. Mirava con grandissimo diletto la copia delle paesane e delle forestiere mercatanzie, e la dovizia di tutte le cose necessarie e soprabbondanti al delicatamente vivere, e fra tutt’altre la moltitudine e la varietà de’ vini e de’ frutti, e nel maggior rigore del verno, se pur verno, diceva egli, si può colà dir che sia, le rose e i fiori germogliarvi tutto l’anno, e le frutte nuove e le vecchie, serbandosi nello stesso tempo, rendere continua la primavera e perpetuo l’autunno. E con più meraviglia e piacere risguardava la eccellenza delle discipline e delle arti, ed in ispezieltà delle cavalleresche di cui egli era sempre stato vaghissimo, e vi si era volentieri ma con malagevolezza esercitato; onde quello che a lui era paruto difficile ad operare, soleva in altrui, veggendolo, sommamente ammirare. Per la qual cosa Torquato, per gli molti soddisfacimenti che ritrovava in quella maravigliosa città, onde d’aver tratta la propria e la materna origine si pregiava e per lo pregio in che vedeva essere universalmente tenuto, al quale acquistavano fede le tenere carezze dei parenti e degli amici, la pubblica letizia del popolo, l’accoglienza de principi, i favori de’ maestrati, la grazia del vicerè, vi dimorava egli, com’esso medesimo confessava, più che giammai in altra parte felice. Scrisse al padre Basilio Zaniboni: « Alla mia felicità sol potrebbe mancare in Napoli la presenza sua, e del padre Angelo Grillo ». A Maurizio Cataneo, che per sue lettere il consigliava a ritornarsene a Bergamo, per sì fatto modo rispose: « Io sono in una città la quale essendo mia patria, dovrebb’essere il termine e la meta de’ miei viaggi e il riposo delle mie fatiche; » onde deliberato di qui fermarsi, e richiesto da’ congiunti e dagli amici e da molti signori che desideravano ciascuno d’essi di ritenerlo appo sè, egli non potendo soddisfare a tutti, e non volendo mancare ad alcuno, determinò di albergare co’ padri del monastero di Monte Oliveto, da’ quali era stato per opere dell’abate Niccolò degli Oddi lungamente atteso, e fuvvi con somm’onore e amorevolezza ricevuto.

In Monte Oliveto egli procurò con l’aiuto dei medici di restituirsi all’intiera salute, ma nè per assai ch’eglino si adoperassero, nè perchè la bontà dell’aria natia e la proprietà di quei salutiferi bagni molto ve l’aiutassero, potè egli se non in picciola parte della invecchiata malinconia migliorare, ma non affatto guarirne; del che si doleva non tanto per la noia che gli dava quella sua infermità, quanto perchè gl’impediva di andare attorno godendo le delicatezze di Napoli, come scrisse a Claudio Albano. «Le due di Vostra Signoria mi hanno trovato in Napoli con poca voglia di scrivere, perchè io vi giunsi infermo, e non sono mai risanato: così m’offende la mia fortuna, la quale non ha voluto ch’io intieramente goda di questa bellissima città, in cui tutte le cose mi piacciono, fuor che la malattia ». Ma non tralasciò egli intanto di dare alla sua lite per mezzo e degli avvocati e degli amici principio, da’ quali insin dal cominciamento ebbe ottime speranze di felice fine, com’egli scrisse a Pietro Grassi: « Tutti gli avvocati mi promettono ch’io la vincerò senza fallo. Io, per fuggire ogni pericolo di spesa e d’altro, tento d’aver la grazia del re, laonde sempre i miei dialoghi e le altre scritture arriveranno a tempo ed aspettati ». E desiderava Torquato le copie di quelle opere sue, parte per valersene in quell’opportunità della lite, e parte per rivederle ed ammendarle, non avendo egli giammai avuto per addietro alcun agio di potere ciò fare; di che assai sovente (come di sopra abbiam raccontato) si soleva dolere. Onde ora che gliene era qualche parte conceduta, qualora dalla sua lite e dalle altrui visite rimaneva sgombrato, la maggior sollecitudine in ciò solamente poneva. Per la qual cosa in assai breve spazio rilesse e ricorresse molti de’ suoi Dialoghi, e quelle due parti delle sue Rime che uscirono poscia da lui medesimo commentate; ed oltre a ciò diede alla riformazione della sua Gerusalemme cominciamento, e principalmente col parere di Giambatista Manso, al quale molto in tutte le cose, ed in questa in ispezieltà, si atteneva, tutto che in molti luoghi fossero tra di loro d’assai differente opinione, com’io ho veduto per lettere dall’uno all’altro scritte, dopo che Torquato se ne ritornò in Roma, come poco stante diremo. Le quali lettere io non saprei per qual cagione abbia lasciato il Manso di communicare al mondo per lo mezzo delle stampe, potendosi da quelle assai convenevolmente raccorre le ragioni di tutt’i mutamenti fatti nell’ultimo suo poema; cosa s’io non fallo, assai più desiderata che conosciuta dai più.

CAPITOLO XVIII.

Suo quarto viaggio a Roma, indi a Fiorenza,

di dove si restituisce a Roma, e poi di bel nuovo a Napoli.

Ma mentre Torquato parte nell’ammendamento delle opere sue, e parte nella spedizione della sua lite si ritrovava con isperanza di miglioramento di fortuna e di fama, occupato, avvenne che Matteo di Canna conte di Paleno, giovanetto di grande e generoso animo e di chiaro e sottile intelletto dotato, s’invaghì fortemente della sua dottrina e de’ modi suoi, e cominciò con grandissimo affetto a desiderar di godere con maggior agio e familiarità la sua dimestichezza, e quindi ad investigar modo, onde il facesse rimaner contento di esser almeno per alquanti mesi suo oste. E a questa impresa con tanto ardore si mise, e per sì fatta maniera e per tante vie combattè Torquato, ch’egli alla fine se gli rendè vinto, e promisegli di dover per alcun tempo con lui rimanere. Il conte, lietissimo di questa promessa, e tanto più quanto meno ciò era stato ad alcun altro insin allor conceduto, incontanente diede ordine che se gli apprestassero comodissime stanze, ed alle sue assai vicine, per tenerlosi più d’appresso, il che udito dal principe di Conca suo padre signore di già maturata età, ma di vieppiù maturo giudizio, fece sopra ciò molto diversa considerazione da quella che suo figliuolo avea fatta, e l’ebbe a male.

Era il principe per antica nobiltà, per signoria di stato e per grandezza di parentado assai riguardevole fin dalla sua giovanezza, ma aggiungendosegli poscia con gli anni più gravi opinione ai savio, di valoroso e di forte , forse più che altri del tempo suo, era venuto in così fatta stima dei nobili e del popolo parimente, che nelle pubbliche e nelle private opportunità solevasi a lui, come a singolar rifugio da tutti ricorrere; ed eragli per sì fatte cagioni talvolta avvenuto di dover contrapporsi con alcuno de’ ministri reali, e di essergliene per ciò divenuto odioso; laonde sovvenendo all’uomo prudente, che questi, o somiglianti principj erano stata cagione della miserabil caduta del principe di Salerno, non lodava che Suo figlio volesse rinnovare la stessa memoria con ritenere appo sè i partigiani di quella casa, qual era stato Torquato; e perciò gliel vietò. Nè per molto che il conte con argomenti e con preghiere procacciasse di superar questa sua determinazione, potè distorlo giammai, come nemmeno potè all’incontro il principe nè con la sua autorità, nè con le sue ragioni distorre il figlio dal suo desiderio, tanto divenuto maggiore, quanto più si vedeva vicino a doverlo ottenere, Per la qual cosa era per succedere fra ammendue non picciola contenzione se, risaputosi da Torquato, non avesse a ciò con la piacevolezza della sua natural bontà e con la maturità della prudenza di presto rimedio provveduto; conciossiacosachè subitamente gli sovvenisse di tor se stesso di mezso per levar in un punto la cagione de’ loro dispareri, e prese opportunità d’irsene con Giambatista Manso nella sua città di Bisaccio, dov’egli andava per non molti giorni, a rassettare alcune gravi discordie nate fra quei suoi vassalli, come il medesimo scrisse al conte nella lettera da noi sopra addotta, quando favellammo dello spirito che a Torquato pareva di vedere.

Quivi egli se ne stette lietamente tra’ diporti delle cacce e delle danze (come nella stessa lettera si racconta), e molto più dell’improvviso poetare di quegli che colà chiamano apponitori, e altrove improvvisatori si dicono; i quali sopra qualunque materia che loro sia data, al suon di lira o d’altro strumento pianamente cantando, compongono repente i versi loro a gara, con premj stabiliti a sentenza di giudice, a ciò eletto per chi più attamente di loro verseggia. Di questi improvvisatori produce gran dovizia la Puglia, onde molti ne concorsero dal Manso, assai amato in quella provincia, e di essi Torquato prendeva mirabil piacere, invidiando loro quella prontezza nel versificare, di cui diceva egli assai essergli stata avara la natura.

Ma essendosi nella fine dell’autunno ritornato col Manso in Napoli, e avendo ritrovato il conte fitto nel medesimo pensiero di prima, ed ostinato in richiedergli l’osservanza della parola datagli, Torquato per divellere dalle radici ogni semenza di discordia che quindi a nascer avesse tra ’l padre e ’l figliuolo, s’infinse d’essere costretto di ritornare a Roma, spezialmente per riavere per via di Maurizio Cataneo molte delle opere sue rimaste in Bergamo in mano di Ercole Tasso, del Licino e del Crasso; le quali quantunque per più lettere avesse richieste, avevano essi sempre negato, o prolungato il mandarle. Nè ciò del tutto era finto, perciocchè Ercole, dubitando di commettere quelle preziose carte alla fortuna, e non forse si smarrissero per istrada, voleva per assicurarsi da ogni sinistro farle innanzi tratto scrivere. Ma Torquato, impaziente della dimora, se n’era con lui doluto in una lettera: « Lodato sia Iddio, poichè i parenti e gli amici miei, fra’ quali V. S. per sua virtù e per mia volontà è principalissimo, hanno tanta cura delle mie scritture, ma non la dovrebbono aver maggiore che della salute, nè mostrarsi più teneri della gloria che della vita. Ma forse in questo caso non si potrebbe perder l’una cosa senza l’altra, perchè, cessando ogni altra considerazione, il dispiacere e ’l dolor dell’animo potrebbono darmi la morte ». Così Torquato delle opere sue, per le quali riavere essendosi infinto di dover personahnente esser in Roma, deliberò di quanto prima fare (alle parole seguir l’effetto, e d’andarsene colà almeno per breve tempo. Il che faceva egli anche tanto più volentieri, quanto men poteva questa sua assenza nuocere allo spaccio della lite, nella quale faceva mestieri di lasciar trascorrere molti mesi, acciocchè si adempiessero tutte le necessarie solennità (che in quella città sono forse più che in altra lunghissime) prima che potesse esser in termine di doversi espedire. Laonde, affinchè ciò si avacciasse con la maggior fretta commise la cura, fra tutti gli altri suoi avvocati, principalmente a Fabrizio Feltro, uomo per antichità di sangue assai chiaro e altrettanto per dottrina e per virtù, onde tra per queste sue doti e molto più per essere fratello di Orazio Feltro suo singolare e confidentissinio amico, di già gran tempo gli lasciò sopra i suoi piati ampissima podestà; e altrettanto allo stesso Orazio di potere (il che avrebb’egli grandemente desiderato) convenirsi col principe d’Avellino in quell’accordo sopra le medesime differenze che a lui fosse paruto migliore.

Ciò fatto, compiendo per appunto l’anno delta sua venuta in Napoli, partissene nel principio del seguente 1589 nè senza alcun suo dispiacere nel separarsi dagli amici, e da quella città ch’egli riputava sua vera patria; il che altrove non gli era insin allora avvenuto, perciocchè ogni, sua partita era stata da lui lungamente desiderata e con grande istanza richiesta. Giunto tn Roma si racconsolò col rivedere i più vecchi amici, da’ quali fu tanto più caramente raccolto, quanto egli lor sopravvenne meno sospettato, ed altrettanto da tutta la corte, e sopra ciascheduno fu benignamente ricevuto dal pontefice Sisto, il quale, come che non fosse gran fatto amico di poesia, pregiava nondimeno sommamente Torquato, ammirando in lui la profondità e la scelta della platonica e della peripatetica filosofia, e i fiori dell’una e dell’altra così vagamente sparsi nelle sue rime; onde fu, ch’egli grandemente l’onorasse, e ’l facesse da’ suoi parimente onorare, come si conchiuse in quel sonetto, ch’egli allo stesso pontefice scrisse:

Tanto più di tua grazia a me comparti.

Quanto ho men di valore e di possanza.

Questi medesimi favori dal papa ricevuti furon cagione ch’egli vi si trattenesse più di quello che nell’andarvi non aveva creduto di dover fare; e che vi scrivesse alcuni Dialoghi e Rime, e spezialmente quello delle Imprese con l’opportunità dell’obilisco trasportato per opera del pontefice in Laterano; come nel trasportamento dell’altro al Vaticano scrisse il sonetto:

Signor, tanto inalzarsi al cielo io scerno.

E in lode dell’Acque Felici quelle vaghissime stanze :

Acque, che per cammin chiuso e profondo.

E sopra la cappella dedicata al Natale del nostro Signor Gesù Cristo la canzone:

Mira divotamente, alma pentita.

E per tutte l’opere di Sisto quell’altra molto più grave :

Come poss’io spiegar dal basso ingegno

Le vele in alto.

E quelle stanze che cominciano:

Te, Sisto, io canto, e te chiamo io cantando,

Non Musa, o Febo, alle mie nove rime.

Così se ne stava Torquato celebrando e nelle prose e nelle rime le opere immortali di Sisto, quando il gran duca Ferdinando, che la possessione novellamente aveva preso della Toscana, dopo la morte di Francesco suo fratello, e che fin da quel principio per saggio delle grandi e magnifiche sue operazioni (che poscia fra breve tempo con maraviglioso grido riempirono l’universo) cominciò a raccorre da lontanissime parti uomini e nell’armi e nelle lettere singolari, s’accese d’ardentissimo disio d’aver nella sua corte Torquato Tasso; il quale egli, essendo già cardinale, aveva in Roma familiarmente conosciuto e grandemente ammirato. E adoperando a ciò molti mezzi sopra ogn’altro l’autorità del papa medesimo, che gliel persuase, Torquato non potendoglielo negare, si contentò d’andarvi, ma per picciol tempo, conciossiacosachè (com’egli a somigliante proposito, ma a rispetto d’altre persone scrisse) fosse disperato d’ogni altra servitù, poichè aveva perduto quella che prima aveva cominciata con tanti anni della sua più bella età, nè voleva perciò tentarne alcun’altra nuova. Andò adunque con questa deliberazione in Firenze nella primavera dell’anno 1590, e fuvvi sommamente careggiato dal gran duca e da tutt’i nobili della corte e della città, e spezialmente da’ signori della Crusca, i quali onorarono altrettanto la sua persona quanto avevano prima le opere di lui biasimato. Ma egli per la cagione che detta s’è, e perchè pensava di raccorsi in Napoli come a porto sicuro di tutte le sue passate tempeste, dove sperava di poter vivere con la propria fortuna e senza uopo dell’altrui, e con minor paura dell’avversa ch’altrove non avrebbe fatto, quivi dimorava di mala voglia, e quasi di passaggio, come si conosce da ciò che ne scrisse ad Orazio Feltro: « La mia fortuna mi condusse a Fiorenza, ma nè la bellezza di questa città, nè la cortesia del gran duca, nè le speranze datemi, nè le promesse fattemi possono esser cagione che io mi scordi dell’amor della patria, e di quel mio antico desiderio, il quale

Venuto è di dì in dì crescendo meco,

E temo ch’un sepolcro ambidue chiuda.

Laonde ho voluto ricordare a V. S. ch’io le sono quel suo amico obbligato, il quale avendo molti obblighi « alla sua cortesia, e pochi alla mia fortuna, non penso di continuar meglio l’amicizia, o di confirmarla più stabilmente, che ricevendo da lei sempre nuovi favori. Però vi priego che m’avvisiate se la lettera al vicerè fu presentata dal signor conte di Paleno, o dal signor Giambatista Manso, e se v’è speranza di grazia o di giustizia ».

Così Torquato del desiderio che aveva di Napoli e della speranza della sua lite; che furon cagione di non farlo trattener in Firenze più là del seguente autunno quando egli con buona licenza del gran duca se ne partì molto onorato da lui con pubbliche dimostrazioni e con ricchissimi doni, i quali però egli non volle se non in piccola parte, come era suo costume, ricevere. Ritornossi in Roma, e quivi riceveva più d’appresso e più sovente avviso degli andamenti de’ suoi piati, ed aspettava che venissero a termine di sentenza per arrivarvi opportuno e aver cagione di potere, nella propria casa dimorando, dalle richieste del conte di Paleno acconciamente scusarsi. Essendo intanto il vecchio principe di Conca passato da questa vita, la primiera cosa che il conte (già presa l’eredità degli stati paterni e dell’officio del grand ammiraglio) per la mente si rivolgesse, altro non fu che di procurare con ogni sforzo che Torquato se ne ritornasse in Napoli e a casa sua; e dubitando non forse egli fosse renitente a venirvi, come per addietro, volle che alle sue lettere s’aggiugnessero quelle del Manso, ch’egli ben sapeva essere appo lui potentissime, e che con un suo gentiluomo (ch’egli mandò ad accompagnarlo per lo viaggio, e a provederlo delle cose che per quello gli potevano esser d’uopo) ve ne andasse un altro eziandio dello stesso Manso perchè alle lettere potesse bisognando aggiugnere le ambasciate e le preghiere di vantaggio. E tutto ciò fece mestiere: conciossiacosachè Torquato, come che fosse disposto da per se stesso di ritornare a Napoli, nondimeno non pensava dover essere in casa il novello principe, perciocchè stimava egli che, ancor morto il padre, fossero vive quelle medesime cagioni che avevano il vecchio saviamente mosso a così giudicare, com’egli deliberò. Ma le lettere e le persuasioni del Manso lo indussero ad altramente fare di quello ch’egli pensato aveva, come a lui medesimo scrisse nella lettera che incomincia: « In me possono più i comandamenti di V. S. che i prieghi di qualunque altro, e più le sue persuasioni che l’altrui ragioni, quantunque accettate e credute da me; ma niuna cosa credo più certamente di questa, che V. S. sia tanto prudente per se stessa quanto amorevole verso di me, ch’io non posso errare nell’ubbidirla. Verrò dunque quanto prima, e perciò ho trattenuto insieme col suo Campora il Piccoli gentiluomo del signor principe, cui V. S. farà favore assicurare delta mia venuta ».

CAPITOLO XIX.

Soggiorno tranquillo di Torquato in Napoli,

dove scrive la Gerusalemme Conquistata, e le Sette Giornate.

Conforme a ciò che Torquato scritto n’aveva, tra pochissimi giorni si pose in via e nell’autunno del 1581 a Napoli giunse, e fu dal principe non pur lietissimamente ricevuto, ma con isplendido apparecchiamento altresì: perciocchè gli furono stanze a pari della maggior sala apprestate, e quelle riccamente fornite, e molti famigliari assegnatigli, che delle cose opportune ed in casa e per fuori compiutamente il dovessero provvedere e servire, e tuttociò ordinato che al ricevimento di qualunque persona di grande affare avesse potuto richiedersi. Delle quali cose rimase Torquato soprammodo soddisfatto, ma più che di tutt’altre della famigliarità con la quale il principe con lui trattava, e della libertà con che voleva che Torquato con esso lui avesse trattato, laonde egli si ritrovava in una tranquillissima quiete di mente, e per appunto qual egli l’aveva desiderata per vacare [9] a’ suoi studj. Il che fece con tanto ardore, che dimenticatosi quasi affatto della lite, che prima con sì ardente affetto avea impresa ( se non se in quanto i Feltri con somma fede per loro medesimi vi badavano) e dato di piglio al suo maggior poema, in piccolissimo tempo quasi compiè la riformazione della Gerusalemme, ch’egli chiamò Conquistata. Ora di questo poema prendeva il principe di Conca così smisurato piacere, e tanto si pregiava che dovesse nella sua casa aver compimento e mai uscire alla veduta dal mondo, che divenendone geloso più che per avventura non sarebbe stato mestieri, fu cagione che, quando egli men ne temeva, per quella medesima cautela onde pensava assicurarsi di non perderlo, disavvedutamente si lasciasse e ’l poema e l’autore uscire insiememente di mano. Perciocchè dubitando, che che se ne fosse la cagione, che gli scritti suoi potessero alcun sinistro patire, impose al più fidato de’ suoi ch’erano al servigio del Tasso deputati, che d’un certo volume, dov’era la Gerusalemme ligata, si prendesse continua cura, e che guardasse dove Torquato ’l riponeva e non lasciasse fuor di casa condurlo. Il famigliare volendo al suo signore ubbidire, tutto che ciò assai discretamente procurasse di fare , non potè però porlo sì destramente ad esecuzione che Torquato, ch’era molto più avveduto ch’egli sagace, non se ne venisse accorgendo, e fra se stesso primieramente non se ne meravigliasse, e poscia rammaricasse. Ma poichè la continuanza degli stessi modi per più dì ferono in lui scemar la meraviglia e crescere il dispiacere, deliberò di comunicare la cosa col Manso, siccome fece, dolendosene e quasi chiedendo quella libertà ch’egli alla fede delle sue lettere e dell’ambasciate aveva commessa, e parevagli d’aver perduta mentre non poteva degli scritti suoi liberamente disporre: i quali egli come parto dell’animo molto più della sua persona stessa pregiava, il Manso anch’egli da meraviglia e da dispiacere soprappreso, volle per se medesimo del fatto accertarsi, e indi con l’osservanza di alquanti chiaritosene, prese seco medesimo e col Tasso deliberazione di ciò che fare intendeva; onde il dì seguente, andatosene alle stanze di Torquato, lui prese con una delle mani e con l’altra la Gerusalemme, e uscissene fuora, non avendo il famigliare ardimento di contrapporgli; e l’uno e l’altra a sua casa se ne condusse. Il principe, che a quel tempo fuor di casa si ritrovava, ritornato che fu, e informato di ciò che seguito era, mostrò, come accorto, o s’infinse di non averlosi a dispiacere recato; anzi per tor via ogni sospetto che di ciò prendere si fosse potuto, nella mattina seguente andossene a casa il Manso e con lui e col Tasso a desinar si rimase: affermando non far differenza alcuna tra quella casa e la sua, e che mentre Torquato dimorava col Manso non istimava che fosse da lui partito. Piacque ciò sommamente a Torquato, come colui che avrebbe acerbamente sentito che fra due singolari suoi amici fosse per conto di sè nata cagione di poco soddisfacimento, onde lietissimo quivi se ne rimase continuando d’esser sovente a casa il principe a visitarlo.

Dimorava allora il Manso nella dilettevolissima piaggia del mare in un bel casamento alquanto sopra gli altri elevato e attorno attorno di bellissimi giardini circuito, i quali dalla vegnente primavera di nuove frondi e di variati fiori tutti rivestiti, con la verdura e col soave odore di quelli, e molto più con la purità dell’ aria, per siffatto modo Torquato dalla sua invecchiata malinconia ricrearono, che tra per questo e per la libertà ch’egli si prendeva in quella casa, che non pure d’un singolar amico, ma sua propria stimava, incominciò a sentire notabil miglioramento nella persona, e a riputarsi presso che sano. Per la qual cosa godendo egli tranquillità nella mente e salute nel corpo insieme, e perciò conoscendosi maravigliosamente dalle sue continue e noiose cure alleviato, ripigliò incontanente con grandissimo ardore e allegrezza i suoi più severi e faticosi studj; onde quivi diede compimento alla Gerusalemme Conquistata che non molto poi fu, per volere del cardinal Cintio Aldobrandino, stampata in Roma; e diè insieme principio alla disposizione dell’altra Gerusalemme, ch’egli pensava che dovesse essere l’ultima a pubblicarsi la più perfetta, e ch’egli poscia non ebbe tempo di poter distendere in versi. Questa in gran parte dispose le sere favellando col Manso e prendendo un certo che di mezzo fra la Liberata e la Conquistata , ma non è più uscita alla luce degli uomini, nè sarà forse per uscire giammai se il Manso stesso non ne ha tanto nelle mani che quindi si possa raccogliere il vero disegno dell’ Autore. Quivi egli diede parimente principio al suo divino poema del Genesi, e funne cagione la famigliarità ch’egli, dimorando in casa lo stesso Manso, prese con la madre di lui, matrona non pure di gran valore e di santissimi costumi, ma oltre a ciò di maraviglioso ingegno dotata, e più che mezzanamente dotta in iscrittura; ond’ella grandemente si compiaceva degli alti e nobili ragionamenti di Torquato, ed egli (che religiosissimo uomo fu) allo ’ncontro niente meno si edificava della pietà e della divozione di lei. Per la qual cosa, avendo tra loro spesse fiate lunghi ragionamenti di cose spirituali, delle quali Torquato favellava con profondità di scienza e tenerezza d’affetto, ella talvolta l’inanimò a scrivere alcun poema sacro; ed egli, a ciò persuaso, cominciò a comporre le Sette Giornate, che non potè poscia intieramente compiere, tutto che compiutamente siano dopo la sua morte state da Angelo Ingegneri mandate fuori. Quivi eziandio a scrivere incominciò il Dialogo dell’Amicizia, che poscia fornì e pubblicò in Roma, nel quale introdusse lo stesso Giambatista Manso a favellare, e del cognome di lui l’intitolò, prendendolo quasi per forma della vera amicizia ch’aveva in lui per molti anni e per molte prove fedelissima sperimentata, e in ispezieltà in ciò che ultimamente col principe di Conca gli era avvenuto, come accennò in quella pistola medesima, onde il dialogo gli dedicò: « Laonde vorrei con questo dover giovare non solamente al signor Giambatista, ma a tutti quei principi e cavalieri co’ quali potrà esser fatto comune. Rimetto pure al suo arbitrio, o il ristringere il dono e l’amicizia tra pochi, com’è parer d’Aristotile, o ’l farne parte a molti, come fu opinione di Plutarco; acciocchè niuna cosa manchi alla sua virtù, benchè molto potesse mancare all’altrui promesse o alle mie medesime speranze ».

Così se ne stava Torquato sano e lieto nell’autorevole casa dell’amico, e per siffatto modo ne’ suoi studj impegnato, che da loro cosa del mondo non avrebbe potuto distorlo, quando la fortuna, che in altri tempi con tante e così varie e così fiere battaglie lungamente combattuto l’aveva, sdegnosa che vincere non l’avesse potuto, ultimamente sotto falso aspetto di lusinghevole speranza gli mosse contro un ascoso e improvviso assalto per ritrarlo dal tranquillo porto della quiete ch’egli allora godeva e risospingerlo nell’alto mare delle cortigiane tempeste. Perciocchè in quei tempi fu creato a sommo pontefice il cardinale Ippolito Aldobrandino chiamato Clemente VIII, suo molto particolar signore, il cui nipote Cintio Aldobrandini, giovane di mezza età ma di più che mezzana dottrina e virtù (nella quale il papa mostrava di dover gran parte appoggiare del grave peso ch’egli sosteneva del governo di santa chiesa), mandò con grandissima istanza a richieder Torquato, e a pregarlo che volesse ritornarsene in Roma e a casa sua; nè già a servire od a corteggiare (il che ben sapeva non esser a lui all’animo) ma a poetare e a filosofare solamente; al che gli avrebbe tutto quell’ozio e quei comodi conceduti che da lui fossero stati richiesti o desiderati. Aveva Torquato con questo principe alcuni anni prima non picciola domestichezza avuto, onde gli erano ben noti il suo sapere, il valore e l’umanità, e altrettanto aveva fin da quel tempo in lui conosciuti apertissimi segnali di grand’affezione verso di sè, a’ quali aggiugnendosi quest’ultimo datogli in sul principio della sua esaltazione, cominciò ad esser gravemente dubbioso di quello che far si dovesse; conciossiacosachè dall’un canto sarebbe volentieri andato a rispodere con prontezza di gratitudine alla buona volontà quel signore dimostrato gli aveva, e dall’altro sommamente gli rincresceva di turbare la tranquillità della sua presente quiete; onde in questo combattimento di pensieri deliberò il suo volere nel consiglio degli amici intieramente riporre. A’ quali, fatto sentir tottociò, parve loro che ’l rifiutare così grazioso invito fosse un mostrarsi ingrato alla benignità di quel principe, un essere sconoscente del suo debito e un mancare a se stesso, perciocchè assai grandi erano gli onori e beneficj che avrebbe il cardinale potuto fargli, i quali egli non doveva dispregiare, massimamente ricevendoli in premio della sua virtù, e da chi molto bene la conosceva. Onde Torquato inteso il loro consiglio, determinò di porlo ad effetto, al che ebbe tanto minore indugio, quanto più era ciascun dì con nuove richieste sollecitato da Cintio; sicchè nel fin della primavera del 1592 partissi alla volta di Roma.

CAPITOLO XX.

Sue avventure viaggiando da Napoli a Roma,

dov’era inviato ricevere la coronazione.

Pertanto per istrada fu per molti giorni il viaggio di Torquato dagli sbanditi interrotto, i quali sui confini del Regno tenevan la strada rubando chiunque vi capitava, sotto la guida dello Sciarra per la sua nerezza e per le sue ruberie assai famoso, come colui che co’ suoi masnadieri non pure discorreva a suo arbitrio tutte le campagne di Terra di Lavoro, e le montagne di Abruzzo, ma anche penetrando fin dentro la Puglia, aveva poco prima per forza d’armi preso Lucera, e con la morte del vescovo e d’altri molti messala a saccomano. Per tema adunque di costoro il procaccio di Napoli con sue brigate se ne stava in Mola e in Castiglione, ville di Gaeta, rattenuto e presso che assediato, e con esso Torquato, come scrisse ad Orazio Feltro: « Siamo trattenuti in Mola per timor di Marco di Sciarra, il quale è in questi confini con gran numero di sbanditi, come dicono, e ieri uccisero molti uomini di questa terra, altri condussero prigioni; laonde si dovrebbe far subita provisione, acciocchè questa non fosse simile alla guerra di Spartaco. Mi dolsi di ricusare alcuna parte della cortesia del signor Gio. Batista Manso, e ora più me ne doglio perchè l’occasione di spendere è presentissima ». In altra sua lettera allo stesso Feltro e dal medesimo luogo scrisse: « Questa comincia a prender forma di guerra, perchè Marco di Sciarra non vuol disloggiare, e ogni giorno si scaramuccia, e, come dicono, con qualche occisione de’ nostri; laonde l’altra sera questa terra risonava tutta di gridi e d’ululati femminili, però che a quelli di Castiglione era tocco il primo danno. Io voleva andar innanzi e insanguinar la spada donatami da V. S. ma fui ritenuto. La guerra potrebbe andar a lungo e io restarmi qui con molto disagio alloggiando a discrezione non mia, ma de’ commissari, i quali non mi hanno escluso, anzi, non mi voglion lasciar andare fin che il paese sia assicurato ». Osservabile cosa si è che lo Sciarra, sentendo quivi esser il Tasso, mandògli ad offerire non pure il passo sicuro e compagnia e albergo per lo viaggio, ma tutto ciò che da lui imposto gli fosse, a’ comandamenti di cui sè e tutti i suoi prontissimi prometteva. Di che Torquato gli rese grazie, ma non volle però tener l’invito, sì perchè sconvenevole per avventura giudicò l’accettarlo, come perchè non gliele avrebbero a patto alcuno gli stessi commissarj conceduto. Di ciò avvedutosi lo Sciarra, mandògli dicendo, che per lo servigio di lui voleva quindi ritrarsi per quella volta, siccom’e’ fece: tanto vale negli animi quantunque fieri l’opinione della virtù! Onde Torquato, essendo già rimaso libero il passo, incontanente riprese l’interrotto viaggio, e andonne a Roma. Quivi giunto, fu non pure da Cintio Aldobrandini caramente ricevuto, e altrettanto benignamente dal pontefice, ma con più particolar dimostrazione da Pietro Aldobrandini, nipote altresì di Clemente e di minor età di Cintio, ma non già di minor valore.

Era fra questi due nata una fratellevole e religiosa contenzione, sforzandosi ciascuno d’essi a gara di vantaggiarsi nel servigio del zio comune; e nell’agguaglianza dei meriti grandissimi d’amendue era alcuna disparità e maggioranza, così nell’una, come nell’altra parte, perciocchè Cintio superava Pietro nella maturità degli anni e nello studio delle scienze, e questi allo incontro avanzava lui nella vivacità dello ingegno e nell’ attitudine al maneggio di grandi affari: per la qual cosa rimanendo tutta la corte, e per avventura il pontefice stesso sospeso a qual di loro si dovesse il primo luogo concedere (come dimostrò col crear amendue in uno stesso giorno a cardinali) si nutriva fra loro questa virtuosa e magnanima contesa e concorso nelle cose lodevoli, e in ispezieltà nell’onorare e careggiare Torquato. Il quale ben s’avvisò, che la poca salute di Cintio sarebbe stata a lungo andare vinta dal molto vigore di Pietro, e che in seguitare la costui fortuna avrebbe senza fallo d’assai potuto la sua migliorare; ma quell’animo per natura così generoso, e per abito di filosofia avvezzo a virtuose e magnanime operazioni, non poteva a patto alcuno inchinarsi a preporre il profittevole all’onesto: dal quale sentendosi per lo debito dell’antica amicizia e del novello invito molto più a Cintio ch’al cugino obbligato, deliberò di posporre qualunque altro rispetto, e lui in ogni tempo e in ogni stato principalmente seguire; e poscia secondamente servire anche Pietro sì veramente che al servigio dell’altro contraddir non potesse. E questa sua deliberazione, da lui per l’avvenire fermamente seguitata, cagione fu ch’egli per volere di Cintio avesse, contro il suo medesimo proponimento, consentito che si pubblicasse la Gerusalemme Conquistata nella maniera come era stata da lui primieramente ammendata, senza prender più tempo a riformarla nella guisa che dicemmo esser ultimamente da lui stabilita: conciossiacosachè a quel signore non paresse di rimaner sicuro del primo luogo appo Torquato mentre egli prolungava il mandar fuori quel poema, che diceva aver destinato al suo nome. Ond’egli incontanente, per torgli dall’animo questo sospetto, volle anzi dispiacere a se stesso lasciandolo comparire così imperfetto come stava, che mancare di dare a lui e al mondo insieme quel testimonio della sua costanza: pensando di poter poscia col pubblicar l’ultima correzione (nella quale stava continuamente faticando) questo suo necessario errore quanto prima ammendare. E allo ’ncontro al cardinal Pietro dedicò i dottissimi Discorsi del Poema Eroico, che sono quasi le misure e la regola della sua Gerusalemme, volendo in ciò dimostrare che siccome e ’l disegno e l’opera ch’a misura di quello si dee fere sono nello intelletto dell’artèfice quasi una medesima cosa, nondimeno l’opera il primo luogo vi occupava. Così nella sua mente quantunqu’egli amendue quei principi sommamente riverisse, tutta fiata si riconosceva alla prima servitù e alla spontanea richiesta di Cintio, per debito di gratitudine, di serbar le prime parti obbligato. Ma non perciò fu bastevole questa sua pubblica dichiarazione di far sì ch’egli si potesse dalla gara de’ due cugini mantenere in disparte: la qual crescendo ciascun dì maggiormente, e per avventura più nell’opinione de’ partigiani che negli animi loro, pareva a molti ch’una delle cose per le quali eglino gareggiassero, fosse il volersi l’uno acquistare, e l’altro mantenere appo se la persona del Tasso. Onde infiniti erano coloro, che parte mossi dal buon zelo del giovamento di lui, e parte per far cosa grata chi all’ uno e chi all’altro di que’ due principi, continuamente gli erano attorno, con diverse e valevoli ragioni persuadendolo, questi a darsi alla divozione di Pietro, e quegli a mantenersi nella fede di Cintio. Con ciò aspramente l’animo di lui liticavano, conciofossecosachè quella sua deliberazione gli avesse fitte nel cuore così ferme radici, ch’all’uno ogni persuasione era vana, e all’altro ogni ricordanza soverchia; per la qual cosa sentendo di ciò tutto giorno nuove e continue molestie, se ne turbava fieramente la tranquillità dell’animo suo; sì perchè a grandissima noia se le recava, come perchè a lui pareva d’essere in qualche parte della contesa de’ due cardinali cagione; onde se gli rinnovarono i torbidi pensieri della sua antica malinconia, nè ’l lasciavano nell’ozio degli studj suoi ad alcun modo star quieto.

Ricordandosi allora della pace che in Napoli goder soleva, primieramente per alquanti mesi la sospirò, e poscia pensò di voler ritornarvi a goderla; di che avuto stretto consiglio con don Scipione Belprato, fratello del conte d’Aversa (amendue cognati di cui grandemente si confidava ), seco deliberò di mettere ad ogni modo questo suo pensiero ad effetto; ma per aver di ciò più giusto pretesto scrisse ad Orazio Feltro, che vedesse ad ogni modo di compor la lite ch’egli aveva col principe d’Avellino, per qualunque accordo potesse, ancorchè di suo disavvantagio lo giudicasse. Il Feltro usò molta diligenza per condurre la cosa ad alcun onesto partito, ma parendogli che le proferte de’ procuratori del principe non s’appressassero a convenevole condizione, sovrastava alla conchiusione del negozio ancora contra gli ordini di Torquato; il quale tutto che commendasse il giusto zelo dell’ amico, nondimeno stimando assai meno il danno del vile accordo che la perdita della quiete, alla quale non pareva che se gli potesse aprir altro sentiero, deliberò d’accettarlo ad ogni modo; e mostrando che a ciò la sua persona fosse mestieri, presa dal pontefice e da’ due nipoti licenza, a Napoli se ne ritornò nel principio della state del 1594.

Albergò nel monastero di san Severino de’ padri di S. Benedetto, parendo a lui che quivi fosse più libero che in altro luogo, perciocchè veniva così sazio d’aver a pensare all’altrui soddisfacimento, che ogni picciola obbligazione sarebbe a lui sembrata dispiacevole servitù, e là era all’incontro da quei venerandi monaci con somm’onore e libertà caritatevolmente ricevuto e trattenuto.

Erasi adunque Torquato di nuovo ricoverato nel sicuro porto della sua quiete, avendo fitto nell’animo di quindi per niun accidente giammai partire, quando il cardinal Cintio, parte per ritrovar modo di farlo in Roma di nuovo ritornare, parte per adempiere quello a che si riconoscerà essere per debito di convenevolezza obbligato, e così per gli meriti del Tasso come per la protezione ch’egli di lui s’aveva presa, richiese al papa ed al senato Romano che dovessero concedere al Tasso il trionfo e la corona dell’alloro in Campidoglio. Il che essendo graziosamente dal papa conceduto, e da’ Conservatori per pubblico decreto stabilito, il cardinale ne diede avviso a Torquato, sollecitandolo a ritornarsene quanto prima in Roma per compiere le cose necessarie a quella solennità. Ma egli giudicando (come sovente soleva dire) molto maggior gloria essere il meritare gli onori che ’l riceverli, poco si faceva dall’aura di quest’ambizione sospingere, e nulla muovere si sarebbe lasciato, se non che gli amici gli furono incontanente attorno, e non solamente ’l consigliavano ad andare, ma ’l ripigliavano che si mostrasse trascurato a ricevere un testimonio così dovuto alla sua virtù, e così glorioso per la maniera e per le persone dalle quali e come gli veniva proferto. Nondimeno Torquato, fermo nella sua natural maturità e stanco de’ viaggi e sazio delle corti, era alla lor opinione renitente; ma vedendosi ciascun dì più con nuove e valevoli ragioni convincere, non volendo rendersi a’ loro consigli ostinato, nè fidarsi del suo parere, determinò di rimettersi in quello di Giambatista Manso, ed a deliberar con lui se n’andò a ritrovarlo nel suo picciolo ma piacevole e bel castello di Pianca, dove allor dimorava. Quivi ritrovatolo della stessa opinione che gli altri amici, dopo lungo contrasto alla fine se gli rese vinto, quant’era all’andar a Roma, ma quanto al dovervisi coronare, disse al Manso, che com’egli andava per suo consiglio, così l’assicurava che non sarebbe giunto a tempo per quello a che fare il persuadeva che andasse; e con molta tenerezza, quasi chiedendo da lui l’ultimo commiato, partissi e prese verso il sacro monte Cassino la strada per visitarvi il glorioso corpo di S. Benedetto, del qual era spezialmente divoto, e quasi tuttavia preparandosi a maggiore ed irrevocabile viaggio.

In questo sacro monastero dimorò egli le feste del Santo Natale del Signor nostro, e quinci nel principio dell’anno 1595 pervenne a Roma, dove fu dalle famiglie dei due cardinali, e da gran parte di quella del papa, e da molti prelati e cortigiani insin fuori della città incontrato presentandogli quasi un principio del trionfo che gli avevano già apparecchiato. Entrato poscia in palagio a baciare le mani de’ cardinali Cintio e Pietro, e con amendue i piedi del papa, gli fu da lui con lieto e benigno volto detto: che aveva determinato ch’egli con la sua virtù onorasse la corona dell’alloro, quant’essa aveva per l’addietro gli altri onorato. Egli per queste parole baciò di nuovo i piedi a Clemente; e d’allora in poi si attese a far l’apparecchiamento grande e magnifico, non solamente nel palagio papale dove Torquato albergava, e nel Campidoglio dove coronar si doveva, ma per tutt’i luoghi della città per gli quali la trionfal pompa aveva a passare. Ma egli, non so da qual presagio commosso, o se pure sia privilegio de’ poeti (come la voce latina ne insegna) l’esser parimente profeta, mostrò sempre negli atti e talora con aperte parole, che quegli apparecchiamenti stati sarebbono indarno, e spezialmente quando gli fu presentato il sonetto d’Ercole Tasso,

Oh come, altera Roma, or ne dimostri,

Che da te stessa non discordi mai,

E generosa, antico premio dai

Al novello valor de’sacri inchiostri.

Ecco ora il Tasso in lieta pompa mostri,

Ecco ora il Tasso coronando vai,

Il Tasso trionfante or veder fai,

Tal che co’ duci tuoi di gloria ei giostri.

Ode ciò il mondo, e di lor dice a scorno,

Che coll’ottenebrar l’altrui splendore,

Alle tenebre lor procaccian luce.

Ben fosti sempre, o Roma, in dando onore,

Tu magnanima in ver, ma in questo giorno

Giustizia a ciò, non equità t’induce.

In risposta del quale altro non disse, salvo che quel verso di Seneca :

Magnifica verba mors prope admotu excutit.

E così appunto addivenne, conciossiacosachè mentre s’attendeva che tra le nuvolose giornate di quel piovoso verno si mostrasse alcun giorno sereno, conforme facea mestieri per condurre a fine con soddisfacimento del popolo le molte cerimonie di quel desiderato trionfo; prima che alcun n’apparisse, il cardinal Cintio cadde in una vieppiù lunga che perigliosa indisposizione, la quale essendo durata quasi tutta la quaresima, e per conseguente prolungata la pompa dell’aspettata coronazione, non prima cominciò il cardinale a migliorare che Torquato gravemente infermò.

CAPITOLO XXI.

Sua ultima infermità e morte.

Aveva egli compito l’anno cinquantesimo dell’età sua, ma si ritrovava per gli studj, per i viaggi, per i dispiaceri, per la carcere, per le infermità grandemente indebolito, ed in ispezieltà dalla mirarchia e da’ flussi che sin da alcuni di questi ultimi suoi anni aveva patito, e molte volte con sangue; laonde, sentendosi tutto dì che la forza del male superava la debolezza della natura, e giudicando che non poteva più lungamente farle contrasto, deliberò d’andarsene a viver quelli ultimi giorni (ch’egli o per la gravezza dell’indisposizione, o per altra congettura che se n’avesse stimava esser pochissimi) su nel monastero di santo Onofrio tra’ frati del beato Pietro Gambacorta da Pisa, de’ quali era molto familiare e divoto. E fecevisi nel primo giorno d’aprile condurre.

Cadeva quella mattina una foltissima pioggia con fiero vento, sicchè vedutasi da quei padri la carrozza del cardinal Cintio colà su di quel tempo salire, immaginarono non dover ciò senza cagione avvenire; perlochè il priore con molti degli altri si feciono all’uscio, dove Torquato assai disagiato della persona smontava, e veggendoli disse, che quivi era venuto a morire fra loro. Il priore e i frati con grandissima tenerezza e carità ricevendolo, come coloro che sommamente lo amavano e ’l riverivano, in una buona stanza il condussero, dove attesero con varj argomenti a ristorarlo e rallegrarlo; ma tutto ciò era nulla, conciofossecosachè la natura si ritrovasse per siffatto modo vinta dall’infermità che più non poteva da alcun estrinseco medicamento ricever soccorso. Onde nel decimo dì d’aprile, compiendo un mese per appunto dopo il giorno del suo natale, i medici ritrovarono che gli era sopraggiunta la febbre, forse per cagione d’aversi d’alquanto latte (che a lui sommamente piaceva e solevagli talora giovare) gravato lo stomaco; e quinci vennero in gran sospetto della sua vita, al cui timore s’aggiungneva l’opinione dello stesso Torquato, che quantunque nelle altre sue infermità esser di fortissimo animo solesse, questa nondimeno riputò sin dal primo giorno mortale. E come che tutti i medici di Roma adoperassero ogni arte ed ogni sollecitudine per la sua salute, niente però montarono, perchè egli peggiorando di giorno in giorno, nel settimo della febbre non sapendo eglino che di più farsi, cominciarono a diffidare della vita ai lui. Di che risapendolo egli non solamente non ebbe spavento alcuno, ma ’l Rinaldini medico del papa ed antico suo conoscente, che con amichevole confidenza gliel disse, egli con tranquillo volto lietamente abbracciandolo, ringraziò di cosiffatta novella, e poscia incontanente riguardando fisso nel cielo rese con maggior affetto umilmente al misericordioso Iddio grazie che ’l volesse dopo sì lunghe tempeste condurre a porto. Da quest’ora in poi non favellò più di cosa che sentisse di questa vita, nè di fama dopo la morte, ma tutto rivolto alla gloria celestiale altro non pensava salvo che d’apprestarsi per quel sublime e gran volo che sperava di fare: al quale cominciò ad innalzarsi sollevandosi quasi sopra due velocissime e forti ali, l’una della diffidenza di se medesimo e l’altra della confidenza in Dio e nella sua pietosa madre, di cui era sommamente divoto. E scaricandosi d’ogni gravezza mondana con la grazia dei santissimi Sacramenti, che la seguente mattina volle in tutt’i modi colà giuso nella chiesa ricevere, dove trattenendo a viva forza le deboli membra si fece con l’altrui aiuto condurre; e presavi la benedizione penitenziale per mano del sacerdote e poscia la santissima ostia nel sacro altare, quindi ricondotto fra le braccia de’ frati nel letto, fu dal priore in loro presenza richiesto se intendesse di far testamento. A cui egli rispose, che de’ beni di fortuna aveva così poca cura e così pochi comodi avuto in vita che nemmeno teneva di che prender briga dopo la morte, onde a lui non faceva alcun uopo di testamento. Replicogli il padre: dove dopo la morte voleva essere seppellito? ed egli disse, che in quella loro chiesa, se di tanto degnavano onorar le sue ceneri. Ripigliò il priore: che i padri ciò s’avrebbono a molto onor loro recato, e che perciò il pregavano che di questa sui volontà lasciasse alcuna memoria per iscritto, e che amerebbero da lui medesimo aver l’epitaffio per soprapposto alla sepoltura. Sorrise Torquato, e disse, ch’alla sua fossa basterebbe una sola tavola per coperchio. Poscia, rivolto al padre Gabriello Toritti suo confessore, disse: « Padre, scrivete voi, ch’io rendo l’anima a Dio che me la diede, il corpo alla terra, onde ’l trassi, in questa chiesa di santo Onofrio, e fo de’ beni di fortuna erede il signor Cardinale Cintio, cui priego che faccia al signor Giambattista Manso quella picciola tavoletta restituire, dov’egli mi fece dipingere, e che dare non m’ha voluto se non in prestanza; ed a questo monastero dono la sacra immagine di questo mio amorosissimo Redentore». E ciò dicendo, prese egli nelle mani un crocifisso di metallo che teneva a capo al letto, opera di singolar artificio, donatagli da Clemente, insieme con molte indulgenze che aveva a quella divota immagine conceduto; il quale tuttavia in quel monastero con molta riverenza oggidì si conserva. Ma Torquato tutto intento a quel pericoloso passaggio che far doveva, se ne stette per gli altri sette giorni che seguirono, sin al quattordicesimo della sua infermità, continuamente col suo Cristo di ciò trattando, cotanto astratto dalle cose umane e con tali sentimenti delle divine, che tutt’i circostanti, che ogni giorno ve n’eran molti e di molto affare, ne rimanevano in un medesimo punto consolati e compunti. Ed in ispezieltà il padre suo confessore, il quale dopo la morte di lui ad alcuni amici testificò, che per molti degli ultimi anni della sua vita non aveva in lui colpa di peccato mortale ritrovato. Pervenuto intanto al quattordicesimo giorno della sua infermità e penultimo della sua vita, conoscendosi oggimai venir meno, ed esser già in punto dell’ultimo della sua partita, volle di nuovo rinvigorirsi col viatico del santissimo corpo del Signor nostro Gesù Cristo, il quale, non potendo egli per la debolezza delle membra levarsi dal letto, quivi gli fu dal priore recato, e nell’entrar della stanza, egli in veggendolo con alta voce esclamò: Expectans expectavi Dominum. E poi divotemente ricevutolo con tanto affetto ed umiltà se gli unì, che ben parve a’ circostanti, che con meraviglia il riguardavano, un certo pegno della sua futura beatitudine. Poscia volle ungersi, quasi accorto lottatore, con la estrema unzione del Santo Olio per rendersi pronto e forte ad ogni assalto che se gli potesse dall’infernal inimica movere contro; il che fece con tanta fede che meritò di non esser in questo suo felice fine da veruna spaventevole o noiosa visione turbato.

Intanto risaputo il cardinal Cintio da’ medici, che a Torquato rimanevano poche ore di vita, andò a visitarlo ed a recargli in nome del pontefice la sua santa benedizione, la qual non suole se non a’ cardinali ed a persone di grandissimo affare a questo modo concedere; ed egli con somma divozione ricevutala, l’uno e l’altro riverente ringraziò dicendo, che questa era quella coronazione la quale era venuto assai volentieri a prendere in Roma, sperando con essa dover trionfare nel dì seguente nel celestial Campidoglio, dove avrebbe a Sua Santità, ed a lui reso prieghi in vece di tanta grazia. Dimandato poi dal cardinale se gli lasciava imposto alcuna cosa dover fare per suo soddisfacimento, egli rispose, che per l’anima non rifiutava grazia alcuna che stata gli fosse o da lui o da Sua Santità conceduta, ma per lo corpo bastavagli che fosse privatamente nella stessa chiesa di santo Onofrio seppellito. Del rimanente avrebbe dovuto i suoi figliuoli raccomandargli, che tali egli stimava gli scritti parti della sua mente, da che altri non ne aveva giammai voluti, ma poichè il Signor Iddio giustamente non aveva voluto concedere alla sua lingua profana di fornire rincominciato canto delle divine operazioni (intendeva delle Sette Giornate), egli supplicava il cardinale, che quello e tutte le altre opere sue, ed in ispezieltà la Gerusalemme (la quale più di ciascun’altra riputava imperfetta) avesse fatto senza meno bruciare, e che per quelle stimato avrebbe la grazia maggiore, ch’essendo per le mani di molti sparse, stato fosse mestieri di maggior fatica a raccorle, il che nondimeno sperava non dover essere cosa impossibile, s’egli avesse con intiero sforzo degnato d’imprenderlo. E ciò disse con tanto affetto, che ’l cardinale, temendo di turbarlo se contraddetto o negato gliel avesse, rispose per siffatto modo ch’egli stimò che sarebbe il suo desiderio ad esecuzione mandato. Laonde tutto lieto soggiunse, che poscia ch’ egli aveva in questa vita ricevuto quanto avrebbe saputo desiderare con la visitazione del cardinale e con la benedizione del pontefice che recata gli aveva, giacchè non poteva sperare in questo mondo altra cosa maggiore, supplicava che per lo innanzi quel breve spazio che a viver gli rimaneva col suo Cristo da solo a solo (il quale egli fra le mani riprese), e con coloro solamente che tra le sue gravi colpe e la infinita misericordia di lui potessero essere mediatori, il volessero insin al seguente mezzo giorno lasciare. E così fu fatto, perciocchè chiedendogli il cardinale commiato e riteneno a fatica le lagrime, le quali nell’uscir della stanza egli e tutti gli altri circostanti sparsero per gli occhi copiosamente, niuno più vi fu poscia lasciato entrare salvo che il suo confessore ed alcuni altri padri di profonda dottrina e di santissima vita, i quali vicendevolmente fra loro salmeggiavano, e con essi talvolta Torquato, per quanto il mancante spirito sosteneva; tal’altra col suo Cristo si volgea amorosamente a favellare. Così se ne stette tutta la notte e fin al mezzo del seguente giorno venticinque di aprile al vangelista san Marco dedicato, quando sentendosi già venire del tutto meno, col suo Crocifisso strettamente abbracciatosi, cominciò a proferire quelle parole, In manus tuas, Domine; ma non potendo intieramente compierle finì il breve ma glorioso corso della sua vita mortale, ricominciando l’altro (come sperar si dee ) immortale dell’eterna gloria nella celestial Gerusalemme.

Fu adunque nella medesima sera il corpo di Torquato, com’egli morendo avea detto, nella stessa chiesa di santo Onofrio con private esequie condotto, e sotto un semplice picciol marmo seppellito, pensando il cardinal Cintio di dovervi quanto prima un magnifico e splendido sepolcro innalzare: il cui pensiero non venne però giammai, o per le maggiori cure, o per le continue indisposizioni di lui ad effetto, trasportandolo di giorno in giorno, il che suole sovente i più savj eziandio ingannare; in modo che essendo ito di là a dieci anni Giambatista Manso in Roma, nella sedia vacante dopo la morte di Clemente VIII, ed andando a visitare le ossa del morto amico, nè ritrovando in quella chiesa memoria veruna, procurò di fargli alcuna onorevole sepoltura, la qual cosa tutt’i frati avrebbono sommamente desiderato, ma non fu dal cardinal Cintio permesso, come che ’l Manso istantemente ne ’l pregasse, e da molti cardinali nel conclave stesso (al quale era stato dal vicerè di Napoli per non piccioli affari mandato) ne ’l facesse molte fiate eziandio ripregare; perciocchè quel signore diceva di voler per se stesso adempire quest’uffizio a lui di speziale obbligazione richiesto. Laonde appena potè il Manso ottener dai frati di fare sullo stesso marmo scolpir solamente:

HIC IACET TORQUATUS TASSUS

acciocchè i peregrini e gli stranieri, che molti da ogni parte continuamente venivano a veder la sua tomba, potessero almeno il luogo ritrovare dove fosser le ceneri di lui state riposte. E così se ne stettero finchè la buona intenzione del cardinal Cintio dalla morte fu prevenuta, dopo la quale Bonifacio Bevilacqua, cardinale e principe non men di meraviglioso ingegno che di animo generoso e stato, incontanente gli fece un risguardevole sepolcro dirizzare, in cui è questa memoria scolpita:

TORQUATI TASSI POETÆ

HEU QUANTUM IN HOC UNO NOMINE

CELEBRITATIS, AC LAUDUM !

 OSSA HUC TRANSTULIT, HIC CONDIDIT

BONIFACIUS CARD. BEVILAQUA

NE QUI VOLITAT TUTUS PER ORA VIRUM

EIUS RELIQUIÆ PARUM SPLENDIDO LOCO

CELEBRENTUR QUERERENTUR

ADMONUIT VIRTUTIS AMOR, ADMONUIT

ADVERSUS PATRIÆ ALUMNUM, ADVERSUS

PARENTUM, AMICUM PIETAS,

VIXIT AN. LI NATUS MAGNO PHLORENTISS. SAC. BONO

AN. MDXLIV.

VIVET HAUD FALLIMUR ÆTERNUM IN HOMINUM

MEMORIAM  ADMIRATIONE CULTU

Note

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[1] Vedi Saggio del Rosini.

[2] idem

[3] Fu nel cortile, come dicono gli altri storici.

[4] Fu liberato dopo 10 giorni, condotto a Bel Riguardo.

[5] Qui erra l’Autore. Il Tasso fuggì 2 volte: e questa fu la seconda. Vedi Saggio pag. 54 e segg.

[6] Il Serassi lo nega, ma senza prove.

[7] Non all’Ercole della favola, ma al Duca Ercole padre di Alfonso.

[8] Sbaglia il Manso. Fu scritto dopo 3 giorni, poichè la Duchessa Eleonora morì 22 mesi dopo il suo imprigionamento ne’ 10 Febbrajo del 1581.

[9] vacare: finire, completare, portare a termine. (ndr)

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011