Jacopo Ferrazzi

Torquato Tasso

ed Eleonora d'Este

1533-1581

Edizione di riferimento:

Jacopo Ferrazzi, Torquato Tasso, Studi biografici critici, bibliografici - Tip. S. Pozzato - Bassano 1880

Dal primo ingresso in Ferrara a Sant'Anna.

Il dì ultimo d'ottobre del 1565, Torquato Tasso, poco più che ventenne, veniva raccolto alla corte di Ferrara, qual gentiluomo del card. Luigi d'Este. Fervevano a quei dì i grandiosi preparativi per le imminenti nozze del duca Alfonso con l'arciduchessa Barbara d'Austria; e la prima volta che Torquato vide Ferrara, gli parve che tutta fosse una meravigliosa e non più veduta scena dipinta e luminosa, e piena di mille forme e di mille apparenze (Il Gianluca, Dial. iii, p. 13). Ma com' ei mise il piede nella corte, al vedervi celesti dee, ninfe leggiadre e belle, nuovi Lini ed Orfei, si credette di essere in un palagio incantato. Alto della persona, di belle e meditative sembianze, incarnagione bianchissima, di favellare piacente, cui non togliea grazia un lieve impedimento della lingua, contegno onestamente altero, cuor schietto ed aperto, e in così giovani anni acclamato poeta, ben tosto attrasse a sè gli sguardi di tutti, e venne fatto segno della simpatia di quanto di più grande, di più bello, di più gentile accoglieva quella corte. — Il duca Alfonso lietamente lo riceve, e lo tiene più come compagno che come gentiluomo; gli mostra affetto non di padrone, ma di padre e di fratello (L. 123); lo conduce seco a Caselle; ne ascolta il Goffredo, ne prende infinita soddisfazione, l'onora con ogni sorta di favori (L. 32, 123, p. 26); ed or lo vuole a Belriguardo (L. 32); ora a Copparo (L. 46); gli manda in dono una botte di vino preziosissimo (L. 33); e Torquato lo seguita continuamente a caccia per le lagune di Comacchio, per selve, per campagne, con invidia degli emuli, e allegrezza dogli amici (L. 36). – La principessa Eleonora gli dà continue prove di non ben celato affetto. – Lucrezia, con la sua grazia, si fa incontro alla sua servitù; gli dà quell'ardire che non avrebbe preso da se stesso, l'accarezza più di tutti i nuovi e non meno d'alcun altro antico servidore, nè mai gli è data ripulsa nell'entrare o nel supplicare. Già duchessa d'Urbino, giunge favore a favore, cortesia a cortesia, liberalità a liberalità (L. 351); e si offre, non richiesta, di spendere per lui quanto ha di autorità col fratello (L. 62). Ed è a lei che Torquato conferisce il disegno di andare a Roma: Lucrezia non l'approva; ella giudica che non debba partirsi di Ferrara anzi l'edizion del libro; se non fosse solo per andare seco a Pesaro, che ogni altra andata sarebbe discara e sospetta. Ricondottasi ella a Ferrara, a togliere l'acqua della Villa, ha bisogno il giorno di trattenimento, o Torquato le vien leggendo il suo poema, ed è con lei ogni giorno molte ore in secretis (L. 41). Onde non può tenersi dal dirle: «S'io vivo, s'io spiro, s'io scrivo o penso di scrivere verso o prosa, che non dispiaccia, è tutta concessione e dono particolare suo» (L. 351).

Oltrechè la Bendidio ne' Machiavelli (la Licori nell'Aminta) la Peperara, la co. Sanvitale nei Thiene, dal labrotto quasi all'austriaca, la co. di Sala, dalla conciatura della chioma, in forma di corona (L. 55), la Marzio, mirabili tutte per giovinezza, brio e leggiadria, cresceano ornamento a quella corte: aggiungansi musiche continue, canti, danze, tornei, tempii di amore. Fra tante vaghezze allettatrici e lusinghiere, tra quell'incognito indistinto di profumi, di luce e d'armonie, il giovine poeta vi si abbandona troppo fidente: ne riman inebbriato. Come il Titiro virgiliano, all'odorata orezza dei mirti e degli allori, leva a cielo il Dio che gli fu cortese d'ozii sì dolci e tranquilli, e che gli permette, a sua voglia, di cantare le sue Amarillidi, e tutto ciò che più gli torna bello. E quelle sirene, destre nell'arti più fine della seduzione, gli si stringono attorno, il blandiscono co' languidi sguardi e con le parolette sorrise; ed egli, inesperto affatto degli accorgimenti e delle coperte vie cortigiane, trae all'esca d'ogni beltà; e, quasi farfalla, posa l'instabile volo or su l'uno or su l'altro fiore: di questa loda la man bianca e il cantar che nell'anima si sente; di quella il labbro che molle si sporge e tumidetto; invola all'una un bacio; ringrazia l'altra d'una treccia di capelli donata. Tutte gli chieggono versi, quasi un raggio della sua musa, credendosi passar sull'ali d'un sonetto o d' un madrigale all'immortalità: perfino damigella Olimpia, bruna ma bella, qual vergine viola, ha le sue rime; ed ei canta rapito:

Cogliam la rosa in sul mattino adorno

Di questo dì, che tosto il seren perde;

Cogliam d'amor la rosa; amiamo or quando

Esser si puote riamato amando.

Se non che questo, direi, monopolio di vezzi e di vagheggiate preferenze, non potea non ingelosire i Pigna, i Guarino, emuli di poesie, di grazie e d'amori; quindi sapea lor amaro la tacita intimazione: veteres migrate coloni; quindi un puntare al petto dell'ardito poeta i gomiti per mandarlo indietro e farsi avanti; un sordo giocar d'ingegni per dargli la pinta, e condurlo a perdizione; quindi motti maligni, dispetti, umiliazioni. L'instabilità degli affetti era bastante ad accendere la gelosia delle posposte: si cominciò a sussurrare di amori troppo alto, insolentemente, locati: si presero a mordere, ne' convegni di quella corte, dissoluta e bacchettona ad un tempo, i suoi versi liberi e lascivi troppo. Di queste primo avvisaglie infinge di non addarsi. «Molti, scriveva egli il 21 marzo 1575 a Scipione Gonzaga, molti mi molestano, ma nessuno me ne caccia: io però sono risoluto di cedere quel luogo cbe non credo che facilmente mi fosse tolto: e perchè non mi contento interamente d'esso, e perchè mi pare troppo gran fatica star sempre sullo schermo: né gli utili, gli onori, o le speranze.... sono tante, che meritino tante difese; che già, per cosa che il meritasse, non mi rincrescerebbe il combattere» (L. 22). E nell'aprile del 1576 allo Scalabrino: «Studio le mie ore: il resto del tempo me lo spendo ridendo, cantando, cianciando, praticando, ma però con pochissimi; perochè vi so dire che sto sulla mia. E non v'è barone, né ministro del duca, per grande che sia, che mi trovi pronto all'ossequio: e non ch'altro l'Altissimo, accortosi del nostro sussiego, molto spesso mi previene con le sberettate; ed io gli rispondo con tanto sussiego e con tanta gravità, che par che sia allevato in Ispagna. Le genti dicono: donde fronte così allegra, e donde tanta riputazione? ha costui trovato un tesoro? Due volte sono stato, da che tornai da Roma, a disnar fuora di casa; e vi so dire che m'ho fatto pregare: e poi senza alcun contrasto ho accettato la scranna in capo di tavola » (L. 62).

Finché Torquato sentì nel proprio cuore l'impeto della poetica creazione, ben scrive il Crepuscolo, finché in una affettuosa corrispondenza di vita egli potè scordare la sua povertà, la cagionevole salute, la gelosia de' mediocri, l'invidia e le altre male arti de' cortigiani, che non eran degni d'esser detti emuli suoi; finché il suo spirito s'ingagliardiva nella contemplazione del sublime suo tema, ed egli stesso viveva, per così dire, della vita splendida e ardente de' suoi crociati, parve del tutto straniero alle miserie de' suoi tempi, alle guaste passioni d'un'età che poteva ammirarlo, ma non comprendere la profonda significazione del suo genio. Quei pochi anni nei quali egli amò e creò gl'immortali suoi versi, furono tutta la scarsa e fuggitiva dolcezza di sua vita. E l'anima si riconforta, scorgendo qua o là nelle sue lettere di questo tempo, la confidenza del genio che sente la propria voce, e la speranza ingenua del poeta che ancor non diffida degli uomini, dell'amicizia e di se medesimo. Ma non appena egli ebbe posto fine all'opera sua, tutto diviene per lui argomento di tristezza, di sospetto e di disperazione.

Nel 1575, anno santo, invitato dal Gonzaga, si condusse a Roma. E fu in quell'occasione che si strinsero le pratiche col card. de'Medici perchè avesse a passare ai servigi del Granduca di Toscana. Larghissimo r invilo, ed ei vi si legò con promessa. Ma Torquato voleva avere un onorato pretesto per togliersi dalla corte Estense, dalla quale era stato tanto favorito. Queste pratiche però non si tennero sì secrete, che Alfonso non ne venisse a conoscenza. Nè poteva essere altrimenti. « Io sono, scriveva di sé, il più loquace uomo del mondo; so mal tacere i miei propri secreti» (L. 72); ed anche ne' più tardi anni: « la fortuna non ha potuto insegnarmi ancora a tollerare ed a dissimulare quanto sarebbe necessario: di questa dottrina sono ancor poco istrutto » (L. 1288). E il duca ne fu sdegnatissimo; tanto più che le due corti non se la dicean punto; pure mostrò di non saperne nulla. Torquato chiese l'ufficio d'istoriografo, per la morte del Pigna vacante. E l'offerta venne accettata, con suo grandissimo dispiacere, anche perchè vedeva troncate l'ali alla sua fortuna (L. 58), che forse mai più le rimetterebbe. Il card, de' Medici lo sollecita a mantenere il patto. Irresoluto, come sempre, è intra due: l'impresa assunta gli par troppo grande e fastidiosa, e che debba tornar a detrimento de' suoi studii: ma appena gli si scrive da Roma che sarebbe troppo debole a sostenerla, vi si sente attissimo; molto volentieri sottentra ad essa, studia storie continuamente (L. 81); ma subito dopo promette d'abbandonarla, seguane che ne può.

«Nessuna cosa, scriv'egli, può o deve qui ritenermi, altroché un dono: questo, se sarà presto, sarà picciolo, e non proporzionato alle mie fatiche; s'avesse ad esser convenevole, saria tardo. Io rifiutavo il dono picciolo, e non aspettare il grande, prevenendolo col chieder licenza. Dono presto e convenevole, sarebbe mostro e portento nella natura di questo mondo di qua; e però, come di cosa impossibile, non occorre farne consulta: e per accrescere questa impossibilità, v'userò io ogni artificio » (L. 58). E il giorno appreso: « Non mi risolvo di venire ad una risoluta promessa.... S'assicuri ch'io non mi legarò con nuovo nodo così forte, ch'io non mi possa con buona occasione disciorre. Questa dilazione.... mi porge speranza che possa in questo mezzo nascere occasione che m'agevoli la strada a doppio trapasso» (L. 59). Ma l'un dimane dimanda l'altro dimane; né mai piglia partito. Questo il principio, questa la cagione d'ogni sua infelicità (L. 1232): ei si nimica [1] tutte e due le corti (L. 114). I cortigiani malevoli, il Giraldini, il Montecatino, sapendolo già in disgrazia del duca gli si mostrano incontinenti ne ir odio, smoderati neWacerbità. L'aspettavano essi a questo trapasso» (L. 59). Ma l'un dimane dimanda l'altro dimane; né mai piglia partito. Questo il principio, questa la cagione d'ogni sua infelicità (L. 1232): varco per dargli la stretta (L. 101). Torquato promette a sè di accortigianarsi in tutto e per tutto, di mirare a tutte quell'apparenze alle quali fino a quel punto non avea avuto riguardo così particolare (L. 73). Se non che, ben scrive il D'Ovidio, il pesar tutte le azioni, il dominar perpetuamente so stesso, era cosa troppo contraria alla sua natura: fa di tutto per rendersi guardingo e diviene sospettoso e ombroso. – Con le sue incerte imaginazioni dubita di tutti coloro ne'quali ei deve maggiormente confidare (L. 112); del Gonzaga (L. 84, 93), e del card. Albano. I servitori gli si son scoperti manifesti nemici (L. 08): son essi che gli rubano le scritture più care (L. 95), e gli recan notabili danni; vorrebbe a' suoi servigi un urbinate che non potesse essere agevolmente corrotto (L. 95-97); agli amici del sospetto antico se ne aggiungono sempre di nuovi (L. 86); Brunello, l'uom dai cento tradimenti, nuovo Martano, entra di notte col magnano nelle sue stanze e gli manomette ogni cosa (L. 86); Maddalò, con chiave falsa, apre la cassetta delle sue scritture, apre le lettere e ne spia i secreti; in breve, aombra di tutto e di tutti; da per tutto vede persecutori crudelissimi mortalissimi; da per tutto vede insidiata la vita, velemi, provocazioni.

E quasi ciò non bastasse, si è fitto in capo d'esser accusato di miscredenza: denunziatoli, lo Scalabrino, uno de' suoi più caldi amici ed ammiratori, ed il Giraldini, di nascimento ebreo, ma nobilitato per la servitù ch'egli ha col duca di Ferrara (L. 133). Non ha più quiete; tormenta confessori: si appresenta in Bologna al tribunale dell'Inquisizione; scrive al Gonzaga, ai cardinali del Sant'Offizio, al duca Alfonso: l'inquisitore lo rimanda spedito; vi ci è più intricato: dice invalida la sentenza; farnetica sovra il de levi ed il de relapso; vuole il duca si faccia mostrare il processo; vuol conoscere il nome dei testimoni; gli si concedano le difese, gli si dia il giuramento; elegge di purgar gl'indici, se occorra, col fuoco; ove non dica il vero, lo si faccia squartar in piazza come traditore, o tenagliare in un fondo di torre (L. 101-102). Ogni dì più divien irrequieto, fastidioso, irritabile: i nemici ne profittano, usano verso lui ogni sorte di male creanze (L. 154). – Un cortigiano di nome Maddalò, gli dà una mentita; insolentissimamente ed impertinentissimamente gliela replica; e Torquato, a tutta risposta, uno schiaffo. Ed il Maddalò, di bel mezzogiorno, a tradimento, nella piazza di Ferrara, assale lui, solo e disarmato; e Torquato lo pone in fuga; torna, il Maddalò, accompagnato da molti, a dargli dietro: e nuova fuga pria quasi lo toccasse (L. 85). – Un altro dì, nelle stanze della duchessa Lucrezia è tutto accalorato a parlarle dell'inquisizione (L. 101); entra in sospetto che un servitore si stesse all'uscio ad origliare, e gli tira addosso un coltello. Vien chiuso nelle prigioni del castello: dà nelle furie, minaccia di torsi la vita: si fan dormire con lui due facchini [2] . Pochi giorni appresso il duca lo conduce seco a Belriguardo; né però l'animo perturbato si rasserena: il duca, non ne potendo aver bene, lo rimanda a Ferrara, e lo fa restringere nel convento dogli Angeli; ma quivi pure, nella purga impostagli, vi ha veleno, complici i frati stessi: lo si vuol spacciare (L. 101): l'indomani si ricrede, e vuol farsi frate; il giorno dopo fugge dal convento e da Ferrara.

La prima sosta è a Poggio de' Lambertini; trascorre dipoi di luogo in luogo, e trova dovunque fraudi, pericoli, violenze. Anche nella sorella teme disfavore; e le si presenta in abito di pastore (L. 920): quasi in sicura stanza si ferma a Sorrento alcuni mesi. Di là comincia a trattar del ritorno con Alfonso, e con le duchesse: nessuna risposta: madama Leonora non lo può favorire. Disperato, con la febbre addosso, per la strada d'Abruzzo, in pessima stagione, con tutti i disagi, con molti pericoli, e con anima piena di vane speranze (L. 1422) si mette in camino per Ferrara. Ma raggravatosi a Roma il male, ripara in casa del Masetto (L. 109). Fa pietà il leggere le lettere che di là indirizza ad Alfonso, e lo supplica di perdono ed a raccoglierlo di nuovo nella sua grazia : — « Io pagherei una mano d'esser in Ferrara.... La mia lontananza da V. Alt. cagionerebbe la mia morte, o almeno lunghissima infermità di corpo et inquietudine d'animo; e s'io arrivassi a Ferrara semivivo, spererei che la vista sola di V. A. bastasse a risanarmi.... Ma se il signor Gualengo mi lascia qui o per istrada, metto la mia vita per perduta; bench'io son risoluto che non mi lasci qui; perchè voglio avviarmeli dietro, se non posso in altro modo a piedi» (L. iv, 4 marzo 1578, ediz. Lanzoni). — E il 2 aprile: « E quando il signor Gualengo troppo indugiasse a partire, io sollecito importunissimamente questi signori che mi mandino con rimedii o senza, solo o accompagnato, in quel modo ch'essi credono che sia più grato a Vostra Altezza » (L. v). — «Ardo di desiderio di venire, in qualunque modo sarò mandato; e quanto si ritarda la mia venuta, tanto si prolunga l'infermità del corpo e l'inquietudine dell'animo mio, e tanto ancora si prolunga l'adempimento d'una mia giustissima voglia, la volontà, dico, di servire V. A. e di rendermele non discaro con tutti que' modi che o da Lei mi saranno mostrati, e che io saprò imaginarmi più efficaci » (L. vi). — « Acceso di carità di signore, più che mai fosse alcuno d'amor di donna, e divenuto quasi idolatra », ei sollecita il ritorno; se meglio questi effetti di affezione e di osservanza e quasi di adorazione non erano rivolti, in suo cuore, a segno di maggior desìo.

E vi tornò di fatti col Gualengo, senza invito: ma nessuna consolazione né di fatti né di parole. Nell'animo del duca erasi altamente impresso ch'egli fosse pazzo; e Torquato, per soverchio desiderio di renderselo grazioso vi s'infinge: non gli si parla più; ma l'altrui volontà gli vien significata a cenni, a guisa di muto e di bestia (L. 104, 109, 123); ed egli con risoluta ed intrepida obbedienza a' cenni altrui si move: si sforza di ridurre i cenni a parole, e gli si risponde con parole vane e fatti cattivi (L. 109). Pare che Alfonso si ricreda; e i cortigiani sussurrano all'orecchio del duca, che la troppa tensione di mente non può non aggravargli il male: esser mestieri che smetta lo studio, che la mente si divaghi: laude d'ingegno e fama di lettere averne già di molta: tornar meglio che fra gli agi e i comodi e i piaceri meni una vita molle e delicata ed oziosa, e per qualche tempo trapassi dal parnaso, dal liceo dall'accademia agli alloggiamenti di Epicuro (L. 109). Se ne sdegna Torquato con viso aperto e con lingua sciolta: chi altrui la sua propria gloria concedesse non si ritrovò giammai (L. 125). La sua pazienza è vinta; lascia libri e scritture, e fugge di nuovo.

A Mantova i Gonzaga non gli son più cortesi degli Estensi; poverissimo, vende di necessità per venti scudi un rubino, dono della duchessa Lucrezia, stimatogli settanta; la collana quattro scudi meno di quel che pesava l'oro (L. 182); si tramuta a Padova, appresso a Venezia, ivi ancora gli animi indurati: di Venezia si tragitta a Pesaro, e lascia, in casa del Giordani, postillata la Divina Comedia, il Convito di Dante e il Canzoniere del Petrarca; in riva al Metauro, piccolo ma glorioso fiume del grande Apenino, detta alcuni versi, i più belli che uscissero da quell'anima mesta: con faticoso viaggio, fatto a piedi, per fanghi, per acque (L. 124), male in arnese, giunge alle porte di Torino, e n'è ributtato da' gabellieri, qual cencioso paltoniere: gli si fa malevadore l'Ingegneri. Ospitato dal marchese Filippo d'Este, orrevolmente da tutti accolto, si allieta alquanto, gli si raccende l'estro, e canta in versi soavissimi le più leggiadre gentildonne di Torino.

Ma come gli giunge all'orecchio essere già imminenti le nozze del duca Alfonso con la principessa Margherita Gonzaga è sulle brage: con la mente e col cuore è a Ferrara: ei sogna accrescimento di provisione, più larghi favori o per lo meno alcun luogo eguale al primo, d'esser accomodato di stabile alloggiamento. Invano il marchese d'Este, che gli voleva bene, ne lo dissuade (L. 116): per tranquillarlo gli promette di condurvelo ei stesso più tardi. A nessun patto si arrende. Le famose desideratissime nozze doveano esser dal povero Tasso celebrate col pianto e co' lamenti miserabili (L. 124, 138, 139, 142). Ei giunge a Ferrara il 21 dec. 1578: le difficoltà sopraccrescono: trova l'animo del duca assai indurato (L. 119): i volti de' cortigiani atteggiati a scherno: s'accorge ch'egli ò uno di più, un intruso: sente qua e là suonar le parole: il matto, il matto! lo si cacci tra' matti. Questa è, grida egli, la data fede? son questi i miei bramati alti ritorni? Allor prega, per carità, che gli si rendano almeno i suoi libri, le sue scritture (L. 118, 119) e se ne andrà [3] . A tutta risposta, sogghigni amari e crudeli. «E nell'impeto di grandissimo e giustissimo sdegno, fra la disperazione di non poter fare le cose non possibili, e fra la confusione di tutte le cose, e fra l'agitazione di mille speranze e di mille sospetti, non può por freno o modo alla pazzia (L. ii, p. 6), e si butta a dir ogni vitupero di quanti credeva o causa o ministri della sua sciagura, maledice la passata servitù, ritratta le lodi date al principe alle principesse a quanti sono e furono gli Estensi [4] . E l' invocato stabile alloggiamento, per comando d'Alfonso, ei si ebbe; ma in Sant'Anna.»

La meretrice, che mai dall' ospizio

Di Cesare non torse gli occhi putti

Morte comune, e delle corti vizio,

Infiammò con tra me gli animi tutti,

E gl' infiammati infiammar sì Augusto.

Che i lieti onor tornaro in tristi lutti. ! !

OPINIONI INTORNO LE CAUSE

DELLA PRIGIONIA DI TORQUATO TASSO.

Muratori Lodovico Antonio, Lettera ad Apostolo Zeno (del 25 marzo 1736) intorno al motivo perchè Torquato Tasso fu confinato nello spedale di S. Anna. Tasso, Opere, Venezia, Monti, 1739, vol. x, p. 240.

Giacomazzi Stefano, Intorno agli amori di Torquato Tasso, Dialogo primo. Sopra le cagioni della prigionia di Torquato Tasso, Dialogo secondo. Giacomazzi, Dialoghi, Brescia, Cavalieri, 1827, p. 1-135.

Guasti Cesare, Della prigionia di Torquato Tasso, Lettera al dott. Gaetano Milanesi, preposta al vol. iii dell'Epistolario. Firenze, Le Monnier, 1853, i-xxxv.

De Capitani dott. Giambatista, Dell'intelletto del Tasso cercato a fondo ne' suoi scritti. Milano, Bernardoni, 1869.

Cibrario Luigi, Degli amori e della prigionia di T. Tasso, discorso fondato su documenti inediti dell'Archivio Estense. Scritti vari. Torino-Firenze, Botta, 1868, p. 59-85.

Bresciani P. Antonio, La prigione del Tasso. Il selvaggio Wattormihka, aggiuntevi Lettera narrative e descrittive. Milano, Muggiani, 1872, p. 79-83.

D'Ovidio Francesco, Il carattere, gli amori e le sventure di Torquato Tasso. Rivista ital. di scienze e lettere ed arti, Milano, Lombardi, 1873, a. I, vol. 2, fasc. 4 e 5. — Saggi critici, Napoli, Morano, 1879, 186-271.

Il Manso, nella vita del Tasso, non si perita d'attribuire le traversie del poeta all'amore per Leonora: arse d'alto e nobilissimo amore, scrive quel fidato e liberale amico di lui, molto più che alla sua condizione, se risaputo si fosse, non avrebbe paruto richiesto. – Il Tiraboschi, il Muratori, il Goethe, il Goldoni, Molière, Voltaire ed il card. de Bernis non si dipartono dal Manso. E il Muratori si fece per di più a raccontare l'aneddoto, ormai volgare, del bacio, e riferì l'arguto detto che si vuol pronunziato da Alfonso, e da lui mantenuto col trattare veramente da pazzo l'incauto poeta. Il Litta, nella storia della famiglia d'Este, non dissente dalla presunzione del Muratori, ma è d'avviso che il duca, col far prigioniero il Tasso nello spedale dei matti, risparmiava a se stesso il disonore di punire in altro modo un uomo sì grande. – Il Zuccala osserva come al duca Alfonso, più che tutto, doveva premere, che il poeta non avesse commercio con altri principi d'Italia, ch'egli poi non fu nè mentecatto nè forsennato mai. E dalla severa virtù di Eleonora argomenta che l'amor del Tasso fu rattenuto e puro; non dubita di affermare che l'unico suo delitto fu quello di aver sfogato lo sdegno dell'animo veggendosi maltrattato; onde il duca entrò in sospetto di lui, e lasciossi da malvagi ministri aggirare.

A gelosa cura d'onore offeso attribuisce la causa il Corniani. La prigione è un arcano eguale a quello dell'esiglio d'Ovidio, e forse della medesima indole.

Secondo il Serassi, le troppo imprudenti e temerarie parole che il Tasso si lasciò uscir di bocca contro il Duca, furono la sola cagione della sua prigionia, e ritiene mera favola ed impostura tutto ciò che diversamente è stato affermato e scritto in tale proposito.

Il Giacomazzi è d'avviso che gli amori veri o supposti con la duchessa d'Urbino, e non già con Leonora, abbiano dato colore ai nemici di lui d'accusarlo e calunniarlo al Duca.... L'averlo accettato l'ultima volta in corte, fu un lacciuolo che la vendetta del Duca (maturatasi in tutto questo tempo per l'opera incessante degl'invidiosi del Tasso) gli ebbe posto fra i piedi, onde poterlo avere in sua balìa e trattarlo poi, come il Tasso ha fatto conoscere a tutto il mondo.

« Il carattere di Torquato, conchiude la Canonici Facchini, sommo in ogni suo rapporto, tale non era che potesse facilmente piegarsi alla fredda politica di una corte: e quindi dal caldo cuore e dall' ardente imaginazione tratto fu in quegli errori, ne'quali altri più astuto o malvagio non sarebbe incappato giammai. E forza è confessare, che non perciò Alfonso in suo cuore lo stimò meno; ma alla ragione di sovrano e di benefattore offeso opponendo pure un certo grado di rispetto, volle che solo fosse Torquato colà dove doveva espiare la pena, siccome unico era nello specchiato candore dell'animo, e nel portentoso sublime ingegno. Sicché per lui fu preparata quella prigione che niuno abitò da prima, né più abitare doveasi da altri mai, poiché il genio di Torquato Tasso illustrandone e sublimandone la memoria, ogni altro profano ne bandiva. »

Il Quadrio volle finta la pazzia del Tasso; e colorata dalla simulazione, per coprire gli errori amorosi, la ritennero pure il Baruffaldi seniore e il Wilde. Il prof. Giov. Rosini, in un apposito Saggio su questo tema, meditato per dodici anni, pone che il Tasso fu condannato e costretto dal duca Alfonso a fingersi pazzo, imponendogli siffatto sacrificio por salvar la convenienza e l'orgoglio di sua schiatta, e punirlo de' versi amorosi dettati per madonna Leonora.... All'assunto del Rosini rispondeva l'ab. Cavedoni nella continuazione delle Memorie di religione e di morale di Modena: e di qui un aspro litigio, una guerra ridicola di penne, un seguito di opuscoli, di apologie, di repliche, di proteste, di poscritte. Alle quali saltò in mezzo il manifesto del marchese Capponi annunziando un'opera in cui avrebbe mostrato, incontrovertibilmente, che la causa dell'infelicità del Tasso, fu il trattato aperto con la corte Medicea, per trasferirsi ai servigi di lei, ma non già i creduti amori con la principessa Eleonora. Ed ecco nuove lettere, e risposte, e dialoghi, e discorsi, onde nulla si potè ricavare di ben certo, come di solito avviene in simiglianti controversie, tanto che la varietà delle opinioni dura e durerà chi sa fino a quando.

Il Cibrario ritiene che il Tasso preferì ad ogni altra donna Eleonora d'Este, per cui ebbe un amore trilustre, e ne fu corrisposto nel modo che lo consentiva il grado principesco e la purezza della sua onestà, ma che amò pure Lucrezia Macchiavella Bendidio, gentildonna di vaghissimo sembiante, di splendido ingegno, soave cantatrice, dama di Eleonora, presso la quale avea frequenti occasioni di vederla. Che per questa dama gli si levò contro l'inimicizia del Pigna, principal ministro d'Alfonso II, e, ciò che fu peggio, l'odio del cardinale d'Este, suo signore e preferito rivale; e però questi prima cercò d'impedirlo di trovarsi con Lucrezia, e per cagion di Lucrezia con Eleonora. E poiché l'arti maligne dei persecutori del Tasso pervennero a logorargli in tal modo la salute, che anche la fantasia, stata sempre assai calda, si scatenasse e trascorresse a vere aberrazioni di mente, e talora anche a furiose dimostrazioni, allora ch'egli vide il duca stanco di quegli umori e di quella ostinazione a non lasciarsi curare, offeso da suoi perenni sospetti, punto al vivo delle pratiche iniziate coi nemici del nome Estense, delle pazze false e temerarie parole in cui s'era udito prorompere contro alla casa d' Este, egli (il card. Luigi) a baldanza del duca lo fè rinchiudere a Sant'Anna; egli prescrisse e tollerò quei rigori, coi quali da principio fu trattato; rigori non maggiori al certo di quelli con cui si trattavano ancora i pazzi in tempi da noi poco lontani; ma troppo indegnamente adoperati contro ad un uomo che non era forsennato, ma allucinato, il cui cuore generoso accoglieva i più teneri e religiosi affetti, la cui mente nudriva in mezzo a turbamenti ed a false imaginazioni un ampio tesoro di mirabili filosofiche dottrine e di sublimi ispirazioni, e che perciò dovea onorarsi come un'eletta scintilla della gran mente di Dio.

Il Guasti, riassunte le incertezze di tanti scrutatori d'una vita troppo travagliata e d'un'anima troppo grande per essere da ognuno compresa, dice che il voler dalle rime e dalle lettere medesime di Torquato trarre certezza di argomenti è folle impresa. Egli pure, del resto, non dubita dell'affettuosa corrispondenza che passava tra lui e le due principesse di casa d'Este; nega però apertamente il supposto di coloro che interpretando quel sonetto:

Negli anni acerbi tuoi purpurea rosa

ritrovarono in questa lode di una ancor graziosa maturità un argomento per credere il Tasso amante della duchessa d'Urbino. In quanto a Leonora, virtuosa amica degli studi e de' placidi ozii, e tale veramente qual fu senza alcun dubbio dipinta in Sofronia, è credibile che Torquato potesse amarla e ne fosse riamato; ma rifiuta l'aneddoto del bacio, del quale dissero testimonio lo stesso duca, che per alcuni specchi annicchiati a sbieco nella parete del salotto potè vedere il balcone dietro a cui stavano la sorella sua e il poeta. – Che dunque la cagione dell'insaziata ira del duca fosse l'incauto abbandonarsi di lui alle troppo audaci speranze d'un amore forse timidamente corrisposto, pare ormai innegabile. Il principe, istigato per avventura da chi sospettava più in là del vero, o timoroso che il dubbio e il susurrar discreto diventassero certezza agli occhi di tutti, o fieramente adirato che altri potesse presumer vero ciò che a lui doveva parere un'incancellabile macchia all'onor del sangue, non seppe ritrovare espediente più acconcio, per vendicarsi insieme e soffocare ogn'insolente supposto, che quello di far credere da tutti pazzo il poeta.

Eleonora d'Este

Il nome di Leonora d' Este non può andar più scompagnato da quello di Torquato Tasso, come andran sempre uniti quelli di Dante e Beatrice, di Francesco Petrarca e di Laura. L'Agricola, in un suo egregio dipinto, ci ritraea pur insieme i nostri quattro poeti più sommi, unitamente alle lor leggiadre inspiratrici, dipinto che meritò d'esser degnamente uniti quelli di Dante e Beatrice, di Francesco Petrarca e di Laura. L'Agricola, in un suo egregio dipinto, ci ritraea pur insiemo i nostri quattro poeti più sommi, unitamente alle lor leggiadre inspiratrici, dipinto che meritò d'esser degnamente interpretato in una mirabile canzone di Vincenzo Monti. — Dante, in memoria del suo primo amore, del primo e più ineffabile de' suoi dolori, dettò la Vita Nuova, fece divina nella Cantica immortale la sua Beatrice, e le assegnò, nel più alto dei cieli, un seggio luminoso, lungh'esso Rachele. – Il Canzoniere del Petrarca è tutto per la sua Laura: lei sola canta viva, lei sola piange morta. – In quello del Tasso a mala pena sappiam sceverare le rime per la sua Eleonora, da quelle dirette alle molte altre da lui celebrate: un'ombra di mistero copre tuttavia quell'amore, e par si voglia involare alle ricerche di chi vuol saperne oltre quello che non ci volle dire. Noi abbiamo un'Eleonora ideale, leggendaria; l'Eleonora dei poeti, dei romanzieri, l'Eleonora che ci ritrasse lo scalpello dei Canova, dei Sala, dei Mochi, dei Terzaghi e dei Betti. In questo articolo non presumo aggiunger nulla che non si conosca: lascio agli altri il fantasticare; ricercherò Leonora sulle brevi orme segnateci dal Tasso: a chi mi legge il giudicio sulle deduzioni.

Eleonora sortì i natali nel 1533, Lucrezia nel 1534, di Ercole II, e Renata, figlia di Lodovico XII, re di Francia, madre, donna di alto intelletto, e di coltura squisitissima, fin da'primissimi anni, volle tutta sua l'educazione delle figlie. Il celebre Bartolommeo Riccio, a più sicuro avviamento, dettò un bel libro, ricco di saggi consigli e di utili ammaestramenti. E splendida ne fu la riuscita; che, a venti anni, sapean di greco e di latino, di canto e di suono, peritissime in tutti gl'ingegni feminili, e in tutte quell'arti che fan bella e gentile la vita. Il Giraldi nel suo Ercole, il Valvasone nella sua Tebaide le ricordarono onorevolmente. In amendue, scrive Torquato, è in guisa accompagnata la prudenza con l'ingegno, e la maestà e la piacevolezza, che lasciano in dubbio per qual parte sieno più laudabili (Il Forno primo, II, 170). — Amendue, tali sono nell'intelligenza delle cose dello stato e nel giudizio delle lettere, che niuno che l'ode favellare si può da loro partire, se non pieno d'altissimo stupore (Della virtù fan. e donnesca, II, 213).

Ma sventuratamente la madre si lasciò adescare alle dottrine de' novatori [5] : fu Calvinista chiusa: per tanti anni nessun n'ebbe sentore: solo nel 1554 addatosene il marito ne fu sdegnatissimo; rilegò in alcune stanze del Castello Renata, rimandò in Francia la sua corte; Lucrezia ed Eleonora allogate tra lo monache del Corpo di Cristo, perchè si rimettessero nel buon filo, se dal materno esempio disviate.

Entrò Torquato a' servigi del card. d'Este nell'ottobre del 1565: Ferrara era tutta in feste per lo nozze del duca Alfonso con Barbara, arciduchessa d'Austria. Non v'intervenne Eleonora; era ammalata. Contava ella trent'anni; poc'oltre i ventuno Torquato. Non appena la vide, ne fu preso. L'aria del bel volto cui crescea grazia una tinta di dolce mestizia, quel non so che di mistero in che le piaceva di avvolgersi, quel tenersi appartata dalle feste e dai solazzi della corte, aguzzava il desiderio, scrive il P. Tosti, di saper addentro nel suo cuore. E questo desiderio è sempre precursore dell'amore affocato e gli fa via. Diffatti amore spira, ed a quel modo che gli detta dentro ei vien significando in tre canzoni sorelle. Non venne alla luce che la prima: forse ad Eleonora increbbe che il suo nome cominciasse correre nelle bocche di tutti: ne fe' dolce richiamo al poeta: le altre due furon soppresse. Che Eleonora, buonissima, di pietoso cuore, di fino e delicato gusto, non fosse incurante degli omaggi del suo poeta, che pigliasse tosto a volergli bene, che spesso il venisse confortando di qualche parola amorosa d'incoraggiamento, lo credo benissimo; ma Eleonora, se non m'inganno, confidava meglio correggere quella fantasia irrequieta troppo e troppo ardente; presidiar, de' suoi consigli, la mal accorta sua inesperienza; in breve, tenergli luogo di madre; in ciò benevola sempre, severa nel resto.

E chi non conosce l'episodio di Sofronia e di Olindo? Torquato lo compose con appassionato affetto, vi trasfuse tutta l'anima sua; era quello il suo canto prediletto, e del quale ne'geniali convegni, a preferenza degli altri, gli venia richiesta la lettura. Invano la revisione romana lo proscrive, perchè troppo vago, troppo tosto introdotto (L. 31), lirico troppo, e poco connesso (L. 61). Più e più volte è lì lì per reciderlo; ma gliene piange il cuore, vuol con esso indulgere genio et principi (L. 25); e, ad onta dei chetini, l'episodio sopravvive, omai reso popolare per la doppia glorificazione che si ebbe e da' versi immortali del poeta, e dal pennello del Narducci, del Sabatelli, del Podesti, dello Schiavoni, del Masini e del Morelli. – Ma Sofronia è vergine di verginità matura; di sua bellezza sol si cura, perchè onestà se ne fregi; schiva di lodi e di sguardi, si toglie a tutti i suoi vagheggiatori.... Olindo brama assai, poco spera e nulla chiede, né osa scoprirsi.... ed ella o lo sprezza o nol vede o non s'avvede. – Anche Silvia fa la rustica, la selvaggia col suo Aminta; non vuol punto sapere de' piaceri di venere; ed un dì che il povero amante le sussurra trepido all'orecchio: io per te ardo, via s'invola, nè più vuol vedere, nè udire. Son questi due intimi drammi in che a maraviglia ci son ritratti i due attori. Tale volle essere Leonora con Torquato, e tale si mantenne sempre.

Nel 1570 ei deve seguire in Francia il cardinale suo signore. Il pensiere che una modesta tomba ancor non serrasse le ossa paterne, gli rendea più dolorosa la partenza. Nella memoria che diede al Rondinelli (L. 13), lo prega a vendere le poche robicciuole rimastegli, e di far scolpire in S. Polo l'epigrafe ch'ei stesso scrisse. Ma teme che il sopravanzo non basti; tanta era l'angustia d'ogni suo avere!, onde vuole il sig. Ercole ricorra, con affetto confidante, al favore dell'eccellentissima madama Leonora, nella speranza che per amor suo gliene sia liberale.

Ma che al Tasso piacesse, oltre il dritto, aliàre intorno alle belle, è già noto. Una delle prime fiamme di che andò acceso fu la Bendidio, nel suo Aminta adombrata in Licori, amata dal Pigna, ch'era ne' segreti del Duca, o cosa tutta sua. E Leonora gli è subito allato; lo fa accorto che assai infida era l'acqua che volea correre; il consiglia a raccogliere le vele: e Torquato disconfessa un amore, non compreso dall'intelletto: pone freno non solo alle rime ma a' pensieri ancora; per comandamento e conforto di lei s'abbassa all'ufficio d'interprete, stende le considerazioni sulle tre sorelle dell'emolo suo in deificazione della Bendidio.

Ma ne' vezzi e nelle seduzioni di quella sirena amaliatrice rimase pur impigliato il cardinale Luigi d'Este, di rotti costumi, come lo mostrano ad evidenza i documenti raccolti dal Campori. Lucrezia, ambiziosa de' favori di sì alto principe, gli si abbandonò ben tosto. In te, scriveva ella, riposto ogni mio fine, in te viverò tutto il tempo della mia vita. — Oh potessi io trasformarmi nella lettera che ti mando, acciò con la desiatissima vista tua potessi rallegrare la molta afflizione in cui mi trovo! – ch'io son cosa tua più che qualunque altra cosa di questo mondo – io disprezzo tutto il mondo per viver tua serva non attenderò mai ad altro che a satisfarti così lontano, come da presso. – Se non che il cardinale era altamente geloso e del Pigna, chiamato dalla Bendidio lo sposo dalla barba bianca, e di Torquato, il buon uomo che compone versi, il quale avea facile accesso presso la principessa, ove, per ragione di servizio dovea sovente condursi la Bendidio. Lo che era una spina al cuore del cardinale; onde ogni suo sforzo perchè non vi fosse più ricevuto. Ei scrisse dapprima alla sorella delle sinistre voci che correano sulla troppa famigliarità concessa al poeta; ne le fece scrivere da Alfonso; ed ei, tutt'occhi, a spiarne i passi, aiutatrice accorta la Bendidio. Se ne tenne offesa Eleonora, e la lettera che su questo proposito mandò al Cardinale è alteramente sdegnosa. Ciò nondimeno si mostra a Torquato men condiscendente, s'armò di rigore, ed una volta che le si presentò dinanzi (è Lucrezia che ne dà parte al cardinale), ella si levò, ed andammo di compagnia fuor di casa. Io stessa, proseguo in altra lettera, « mi trovai un giorno dalla mia compagna, ci venne quell'uomo che compone, e gli dissi ch'io voleva fuggir tutte le occasioni di ritrovarmi mai in loco ove fusse lui, per non dar ragionare al mondo fuor di proposito, et in particolare a suo patrone.»

Certo che ad Eleonora, donna di specchiatissimo costume, d'alti pensieri e regi, non potean piacere sì incostanti amori; ch'ei stesso menasso vanto, che non fossero mai stati cocenti, ed il suo cuore mai dei più ostinati; o meno le potea piacere che talora inlascivisse troppo nelle sue Rime, onde non è meraviglia se non gli nascondesse il suo cruccio e gli si mostrasse talora regalmente proterva. Ed è assai curioso il documento prodotto dal Guasti, tolto dalla Parmense, e che ha cera d'essere autentico, perchè provata l'identità del carattere del Tasso e di quello d'Eleonora d'Este. Le parole Dubio crudele, o le postille messe di contro ai versi, e qui collocate a modo di nota, sono tutte di mano di Leonora: le righe sottoposte all'ultima di esse postille sono di colui che fu incaricato, come dice, di sequestrare le carte di Torquato; di cui mano è il sonetto.

DUBIO CRUDELE

All'Illustrisma et Eccellentma Sigra D. Leonora d'Este.

Io vidi un tempo di pietoso affetto (a)

La mia nemica ne' sembianti ornarsi,

E l'alte fiamme in cui di subit'arsi (b)

Nudrir colle speranze e col diletto, (c)

Ora non so perché (d) la fronte e il petto

Usa di sdegno a di furore armarsi,

E con guardi ver me turbati e scarsi

Guerra m'indice ond' io sol morte aspetto, (e)

Ah non si fidi alcun perchè sereno

Volto l'inviti e piano il calle (f) mostri

Amor, nel regno tuo spiegar le vele

Così l'infido mar placido il seno

Scopro a' nocchier incauti: (g) e poi crudele

Gli affonda, e perde fra gli scogli e i mostri, (h)

 (a) Indicio che allora lo meritava.

(b) come paglia che presto arde et presto si estingue

(c) di che appunto si pento assai

(d) et osa dire di non saperlo

(e) solite istantie delli amanti

(f) ciò accade a chi devia da quello indicatoli

(g) come il poeta che non sa gover. se stesso, et meno frenare cioè, la lingua et penna

(h) ingiusto è il poeto, attribuendo ad altri ciò ch'è tutta sua colpa

« Mentre il signor Torquato corteggiava la Sanvitale scrisse questo sonetto: sembra che lo respingesse la siga D. Leonora, colle osservazioni che vi si leggono scritte di sua man propria, giacchè fra le carte sequestrate al Tasso, io rinvenni il presente. »

Dopo questi primi disdegni, nell'estate del 1573, si riduce a Pesaro, presso la duchessa Lucrezia; legge il suo Aminta, da quella corte onorato e plaudito. Ma anche tra i molli ozii di Casteldurante il suo pensiero è tutto ad Eleonora; dopo tanti mesi di silenzio, ei non sa tenersi dallo scriverle (3 sett, L. 16): se tacque, fu piuttosto per difetto di soggetto che di volontà: trasceglie astio introduttore un sonetto, nell'intento di adempiere la promessa di mandarle tutto ciò che gli venisse fatto di nuovo: il sonetto è povero d'arte e di concetti, com'ei di ventura, o certo assai men bello di quelli ch'è solita molto spesso ad udire dal Pigna e dal Guarino. Venne esso fatto a requisizion d'un povero amante; il quale essendo stato un pezzo in collera con la sua donna, ora, non potendo più, bisogna che si renda e che domandi mercè. – Questa lettera mista d'amarezza, di pentimento e di gelosia ci rivela abbastanza lo stato del suo povero cuore. Ben fu detto che fiamma chiusa si fa più ardente. – Amare, ed esser certi di amare senza speranza; sentirsi ardere tutta l'anima, e dover comprimere dentro il foco, sicchè un sospiro solo non n'esali; dover sempre stare in sui convenevoli dinanzi al primo ed unico oggetto dei nostri pensieri; dover misurare non solo le parole, ma gli sguardi ed ogni movimento della persona; vedersi spiato ogni passo, e per infino astretto a far tacere la propria musa, perchè mal cauta non erompa in qualche espressione che riveli e tradisca il celato affetto; anzi il sapere che così pur si voleva da lei, altamente gelosa di sua onestà; che, com'ei pur avea cantato, mai non debbe da magnanima donna esser negletta, era tale un'agonia di cuore da disperare non che da impazzire.

Se non che Eleonora, di cuor buono, si rappacciò con Torquato, e proseguì affettuosa il compito che si avea prefisso. A lui piaceva spendere un po' largamente; ma con la provisione di marchesane lire cinquantotto e soldi dieci il mese, che tanto ne avea alla corte di Alfonso, poteva scialar ben poco. Oltre le spese richiestegli dall'orrevolezza della persona, volle la camera estiva fornita di corami, e nobile trabacca; crebbe ed ornò la libreria, spese per vero dire soverchie (L. G2); onde non è meraviglia se le provisioni mensili, come cel provò il Campori, fossero tratto tratto sequestrate da mercanti manifattori e prestatori, per conto di robe vendutegli, di lavori eseguiti e di pegni scossi. E fu appunto in questo torno che Eleonora fuor d'ogni occasione, resa più comoda per l'eredità materna, prometteagli che sarebbe venuta in aiuto alle sue strettezze (L. 62).

Dopo la seconda fuga da Ferrara, scrive da Sorrento al duca e alla duchessa Lucrezia: nessuna risposta; asciutta asciutta la ebbe da Eleonora; non poteva favorirlo (L. 109). Reduce a Ferrara, gli è interdetta l'udienza. Rinchiuso in Sant'Anna, in una pietosa canzone, espone alle sorelle l'acerba istoria de' suoi dolori [6]: tutte e due mute: non un conforto, non una parola in suo favore. Non ne seppe più nulla. Ed Eleonora si era affatto affatto dimenticata di lui? O non piuttosto, nel silenzio della sua stanza accorata dall'impotenza di poter accorrere efficacemente in suo aiuto, non si sentia piangere l'anima nel core, e via via le venia disconfiggendosi la debile vita? Lo credette la Canonici Facchini, ed io sono con lei; giacché subito dopo si pose giù ammalata, nè più si riebbe [7]. Certo un tale silenzio non poteva non pesare duramente allo sfortunato recluso, e se ne rammaricava con queste parole: «E son sicuro che se colei che così poco alla mia amorevolezza ha corrisposto in tale stato ed in tale afflizione mi vedesse, avrebbe alcuna compassione di me » (L. 124, p. 61). – Egli però, il 20 nov. del 1580 dedicava a Lucrezia ed a Leonora le sue rime, «lieto, di numerar fra' premi maggiori, che passino sotto la protezione del lor nome glorioso alla luce degli uomini e del mondo » (L. 140). – A' primi di gennaio del 1581, scriveva al P. Francesco Panigarola: «Se madama Leonora migliorerà, come mi giova credere e molto desidero, Vostra Paternità molto reverenda le baci umilissimamente le mani in mio nome, facendole sapere che m'è molto incresciuto del suo male, il quale io non ho pianto in versi, non so per qual tacita ripugnanza del mio genio» (L. 143). Parole notevoli, e non senza riposta significazione! Il Panigarola non ebbe forse tempo di fare l'ambasciata, che indi a pochi giorni, finita da lenta infermità, moriva il 11 febbraio del 1581. – I poeti la piansero alla lor maniera, e di quelle lacrime, scrive C. Guasti, si fece un volume [8] dove non una lacrima, non un sospiro del Tasso. La qual cosa al buon Serassi parve strana, e nulla più.

Note

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[1] E il 31 marzo del 1575 scriveva Torquato al Gonzaga: I Medici per patroni non gli vo' in alcun modo, né ora né poi (L. 22). – « Delle rotte trattative lo stesso granduca Francesco scriveva il 4 febr. del 1576 al suo ambasciatore L. Canigiani: « Ridicolo fu il principio, e così è seguito il mezzo et il fine della favola di quello non sappiamo se dobbiamo dir matto o piacevole et astuto spirito: ma sarà stato meglio che sia di così svanita la cosa; affine che, doppo l'esser parsa la pratica di Pollonia di qualche prejudizio e disgusto a principi supremi, il turco, come desideroso della discordia de' cristiani, non ne avesse con quest'altra di Jerusalem intricati con chi ne porta la pretensione et il titolo» (V. Capponi, Saggio, p. 139). Poteva sì, aggiunge C. Guasti, con più leggerezza, o piuttosto dispregio, parlare di un uomo infelicissimo e di un nobilissimo poema?

[2] In tal occasiono scrisse al duca Alfonso la seguente, ch'è la prima delle xii pubblicate dal Lanzoni: « Dal conte Ant. Bevilacqua e dal signor Lanfranco, V. Alt. potrà intendere con che animo e con che volto lieto e ridente io mi sia confortato e riconosciuto de' miei capricci e sono per continuare fermissimamente in questo proposito. Ma V. Alt., per l'amor d'Iddio, non mi voglia far dormir accompagnato; che quando ben volessi non posso serrare occhio e questo l' ho provato già per tre volte ch'avendo fatto ogni mio sforzo per dormire non ho possuto. So che m'ama e so ch'è sua intentione di guarirmi; non voglia colla vigilia farmi affatto divenir matto. In quanto ch'io sia per fuggire V. Alt. non dubiti più di questo; ho fatto quel che voleva, cioè son corso alla signora Duchessa e conosco d'haver fatto male e quando ne dubitasse si può in molti modi provvedere. La supplico per l'amor che porta a Dio e per quel che porta a me consolarmi di questo favore che mi sarà caro a paro della sanità che aspetto: avrei volentieri ragionato coi medici, pur mi rimetto al parere di Vostra Altezza. – Giugno, 1577. Il medico Caprilio, che lo ebbe in cura, il 1 luglio del 1577 dice d'aver annunziato al Tasso le grazie del duca, che gli apportarono tanto sollevamento che tutto hieri stette molto in squadro. Questa mattina si è confessato e comunicato molto divotamente.

[3] Il card. Albano, fin dal 30 nov. 1577, supplicava il duca Alfonso, a far ricapitare al Tasso le robe e le scritture lasciate a Ferrara, in questi termini: «Prego similmente V. A., che gli voglia far restituire le sue robe, e particolarmente le scritture che dimanda, avendo animo di finir l'opera sua.... Di questo favore, ch'io chiedo instantemente in beneficio di persona tanto meritevole, e per cagione della patria o per molti altri rispetti a me carissima, resterò a V. A. infinitamente obligato.... » E il duca il 11 genn. 1578 rispondeva all'Albani: « lo non ho risposto prima alla lettera che V. S. illustriss. mi scrisse, già molti giorni sono, intorno al particolare del Tasso, perchè volevo in un istesso tempo mandarle lo sue scritture. Ma la grave indisposizione della signora duchessa d'Urbino, mia sorella, non ha consentito che sin ora si sieno potute aver tutte, perciocché esso Tasso ne avea lasciato alcune in mano di S. Eccel., che tuttavia si vanno raccogliendo, e tosto saranno tutte insieme. Il che ho voluto far sapere a V. S. Illustriss.; ed anche che avendo scritto la sorella di detto Tasso alla signora duchessa ed a me, con far particolare istanza a Sua Eccellenza di queste scritture, come prima sieno in termine se le manderanno, facendole capitare in mano propria di V. S. illustriss., oppur del Tasso medesimo: e non si mancherà anco di cercar d'aiutarlo non meno con parole, di quel che si è fatto per il passato con gli effetti.... » Ed agli ultimi decembre del 1578 le carte promesse non erano ancor rese!!!

[4] « Nè giudico men degno di perdono le parole ch' io dissi, perchè fur dette da uomo non solo iracondo, ma in quella occasione adiratissimo: o vuole Aristotele, che chi offende altrui per ira o per altro umano affetto faccia cosa ingiusta sì, ma non perciò si possa dire uomo reo e ingiusto; perciochè l'ira è senza maturo consiglio, e non ha nullo in sè nè di insidioso nèdi maligno; e molte fiate ove l'ira piùabbonda, ivi è maggior abbondanza d'umore ». L. 123, II, p. 31.

[5] La principessa Renata, di Valois, sposò a Parigi li 28 giugno 1528 Ercole II, figlio primogenito del duca Alfonso I e di Lucrezia Borgia. Di lei cantò l'Ariosto:

Non voglio che in silenzio anco Renata

Di Francia, nuora di costei, rimagna,

Di Luigi duodecimo re nata,

E de l'eterna gloria di Bretagna.

Ogni virtù ch'in donna mai sia stata,

Di poi che 'l fuoco scalda o l'acqua bagna,

E gira intorno il cielo, insieme tutta

Per Renata adornar veggio ridutta. (Fur. xiii, 72)

E  fu nel 1536 che Calvino, sotto il nome di Hepeville, si condusse a Ferrara, e trovò ricetto nel Castello, nelle stanze stesse di Renata, e vi tenne molti convegni, e fece parecchi proseliti alla sua Riforma. Morto nel 1560 il marito Ercole, Renata fe'

ritorno in Francia, e si ritirò nel suo castello di Montargis, dove morì nel 1573.

[6]                       A voi parlo, in cui fanno

Sì concorde armonia

Onestà, senno, onor, bellezza e gloria;

A voi spiego il mio affanno, E della pena mia

Narro, e in parte piangendo, acerba istoria;

Ed in voi la memoria

Di voi, di me rinnovo.

Vostri effetti cortesi

Gli anni miei tra voi spesi,

Qual son, qual fui, che chiedo, ove mi trovo,

Chi mi guidò, chi chiuse,

Lasso! chi m'affidò, chi mi deluse!

Queste cose piangendo

A voi, rammento, o prole

D'eroi....

Cetre, trombe, o ghirlande

Misero, piango, e piagno

Studi, diporto od agi.

Mense, logge e palagi,

Ov'or fui nubil servo ed or compagno;

Libertade e salute

E leggi, Oimè! d'umanità perdute....

Merto lo pene: errai,

Errai, confesso; e pure

Rea fu la lingua, il cor si scusa e nega.

Chiedo pietade omai;

E s'alle mie sventure

Non vi piegate voi, chi lor si piega?

Lasso! chi per me prega

Nelle fortune avverse.

Se voi mi sete sorde? ....

A tanti e sì egregi

Titoli di sue glorie

A tanti suoi trofei, tanti suoi fregi,

Questo s'aggiunga ancora:

Perdono a chi l'offese, ed or l'adora.

[7] Nel 1579 già soffriva molto (di malattia di cuore), ed era stato chiamato a curarla il medico Franchi. Questi dissimulò così poco la gravità del caso che Madama ebbe a dirgli ch'era stato troppo diligente darle avviso del suo male. Al Franchi, troppo sincero, fu surrogato il Caprilio. Il dì 28 maggio 1580 essendo a visitare le sue possessioni di Madelana, vi fu sorpresa da gravissima palpitazione... Tornò pochi giorni dopo a Ferrara, ove languì fino al novembre. Allora uno spaventoso accesso di batticuore la ridusse all'estremo. Domandò l'Eucaristia, e l'ebbe dal vescovo di Ferrara. Poi desiderò la estrema unzione, e rispondendo il duca ch'era troppo presto, ella replicò: Sento l'approssimarsi della mia ultima ora. Fu compiaciuta. Poi volle valenti teologi che la confortassero al gran passo, e le furono inviati il vicario vescovile, e due francescani, oltre il vescovo di Ferrara e di Comacchio che l'assistevano dì e notte. Pregò lo Zonca, servitore del cardinale, che nulla scrivesse a monsignore, per non affliggerlo, e che non gli si consentisse di vederla in quello stato. Pure, da quell'imminente pericolo di vita Leonora si riebbe, ma per soffrire altri tre mesi, e morire il 19 di febbraio 1581, giorno di domenica in sul mattiuo. — Orazio Urbani, ambasciatore del granduca di Toscana presso la corte di Ferrara, in questi termini il 20 febr. ne dava parte al suo signore: «siamo hoggi qua tutti in grandissimo cordoglio e corrotto, essendo finalmente piaciuto al signore Dio di cavare madama Leonora eccellentissima del suo sì lungo e lravaglio per darle la vita eterna; il che seguì hier mattina, pocho doppo le 17 ore. » E sotto il 27 dello stesso mese: «Mi sono condoluto, al solito, come da per me della morte di madama, felice memoria; il corpo della quale fu sepolto di notte privatissimamente nel coro del Corpus Uomini), essendo stata così la sua volontà; della quale pregò il signor duca in voce; et anche, che il corpo non dovesse essere sparato, sì come non è stato. »

[8] De Gottis Mad., Il Tasso e la Principessa Eleonora, Romanzo storico trad. da Alesa. Magni. Milano, Pirotta, 1812; Milano, Barbini, 1870.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011