G. COMPAGNONI

VEGLIE DI TORQUATO TASSO

1672-1750

Edizione di riferimento:

Veglie di Torquato Tasso, scoperte e pubblicate da G. Compagnoni, coll’aggiunta del canto di Lord Byron tradotto da Michele Leoni, presso Borroni e Scotti, Milano 1854.

 

PREFAZIONE

di Giuseppe Compagnoni

ALLA PRIMA EDIZIONE ITALIANA

 

Queste Veglie, della cui autenticità non si può più formare alcun dubbio, videro la prima volta la luce in Parigi l’anno VIII.

Non si può dire abbastanza che entusiasmo immantinente eccitassero tra i Francesi, presso i quali il Tasso è fra i nostri poeti quello di cui sogliono essi parlare più spesso. Tutti i giornali le annunziarono a gara, tutti si occuparono in magnificarle in ogni maniera.

Il cittadino Mimaut, uno de’ più colti fra i giovani scrittori di quel paese, ne fece la traduzione che si vede in fronte all’originale nella edizione parigina. Un altro uomo di lettere valentissimo, per dare a quella edizione un conveniente corredo scrisse una Notizia della vita di Tasso, che per più riguardi può preferirsi ai grossi volumi del biografo bergamasco, commendato altamente dalla plebe degli antiquari e degli eruditi, e letto da pochissime persone di buon senso, siccome suole ordinariamente accadere ai biografi che scrivono grossi volumi.

Dopo due anni i Parigini eransi dimenticati ancora delle Veglie del Tasso. Il cittadino Guichard il dì 10 fiorile anno X, recitò con molto applauso alla Società filotecnica una libera traduzione in versi della Veglia XIV. Altri Francesi hanno tentato e tentano anche di presente, sia in versi, sia in prosa, di innalzare la loro lingua al livello della prosa poetica del Tasso, divenuta fra loro un soggetto sommo di studio e di emulazione[1].

Era tempo, che queste Veglie fossero restituite all’Italia, ove sono nate e a cui appartengono per titolo di origine. Prevenuta della scoperta di esse fino dal 1796[2] non ne aveva avuta fin qui altra idea, che quella che poteva darne qualche rara copia della edizione parigina, che l’accidente ha fatto giungere fra noi, o l’articolo di un giornale poco sparso, che per alcuni mesi si stampò in Milano, e che ne parlò brevissimamente riportandone qualche tratto[3].

La presente edizione, nella quale si è omessa la traduzione francese, siccome cosa inutile per gl’Italiani, ha sopra la prima diversi vantaggi.

In quella intrapresa, due mesi dopo la celebre giornata di Marengo, tempo in cui l’editore ritornava in Italia, furono lasciate fuori quattro Veglie; e dove originalmente esse sono trentaquattro, trenta sole ne vennero pubblicate.

Più , furono in quella edizione soppressi qua e là diversi passi del testo.

In questa edizione hanno luogo tutte le trentaquattro Veglie, e vengon pubblicate senza interpolazione veruna. L’editore ha voluto servire pienamente all’amore dell’ordine, e ai riguardi di quella concatenazione d’idee, che la natura comanda anche ne’ deliri stessi della frenesia. Parve a lui, che la seguita interpolazione nuocesse appunto e a quell’ordine e a questa concatenazione.

A lui non istà il dimostrare i titoli, pe’ quali queste Veglie possono interessare tanto le anime buone, quanto gli uomini letterati. Egli non debbe nè prevenire, nè sollecitare l’opinione altrui.

Sembra però potersi dire francamente, che queste Veglie abbiano una singolarità tutta nuova, e tutta loro propria; ed è che per esse noi intendiamo per la prima volta parlare un matto. E, o si ammetta che il Tasso abbia veramente gittati già egli stesso a diverse riprese i vari sensi, che queste Veglie esprimono, siccome sembra non potersi porre in dubbio, dopo che pei confronti fatti apparisce, che il manoscritto è precisamente simile alle altre scritture del Tasso, da nessuno contrastate[4], o si voglia che qualcheduno abbia data una certa forma ed estensione ai deliri di quell’uomo sommo e sfortunatissimo, come cercheranno di persuadere alcuni increduli, i quali però ci dovranno dire in tal caso chi fosse colui, che ai tempi del Tasso, e molto più ne’ prossimi susseguenti usasse lo stile in cui queste Veglie sono scritte: certo è che questa è la prima volta, in cui ci si presenta degno della letteratura il linguaggio di un uomo, da malinconica fissazione tratto fuori di mente. Così dopo che le greche, le latine e le italiane lettere, e quelle più moderne, che usate sono da altre colte nazioni, hanno trattata ogni morale affezione dell’uomo, ed egregiamente espressone ogni grado, singolar merito è delle nostre l’aver dipinta co’ suoi veraci colori la più infausta situazione, nella quale V uomo possa trovarsi, e l’averla dipinta in tale per altezza d’ingegno e per forza di cuore non tanto celebre, quanto per sè stesso valente, il che vuol dire colla scelta la più felice.

Non è difficile prevedere, che in breve tempo, questo genere troverà imitatori. Probabilmente sarà allora che le Veglie del Tasso compariranno in tutto il loro splendore. Allora sarà perfettamente estimata la cura che l’editore si è data di pubblicarle.

MEMORIE STORICHE

SOPRA TORQUATO TASSO

SCRITTE DALL’EDITORE PEB L’INTELLIGENZA

DELLE VEGLIE

Torquato Tasso fu Sorrentino di nascita, e Bergamasco di origine. Egli nacque nel 1544, ed ebbe per padre Bernardo Tasso, gentiluomo al suo tempo di affari e di lettere.

Si sono raccontate meraviglie della infanzia di Torquato. Si è detto, che di sei mesi parlava il latino. Codeste sono puerilità stoltamente ripetute a proposito di parecchi illustri uomini.

Certo è che di buon’ora si applicò agli studi, primieramente in Roma sotto la direzione di Maurizio Cattaneo, a cui fu di otto anni affidato; poi in Padova, dove egli giovinetto accompagnò Scipione Gonzaga. A diciassette anni il Tasso sostenne con applauso tesi di filosofia, di teologia e di diritto civile e canonico, siccome portava l’uso de’ tempi.

Più che gli studi severi, amava egli però la poesia. Ne fa prova il suo Rinaldo, poema ch’egli compose allora e che dedicò al cardinal d’Este.

Questo poema gli diè nome presso i letterati d’Italia, i quali da quel primo saggio facilmente compresero i progressi, dei quali egli sarebbe stato capace. Alcuni d’essi lo invitarono a Bologna. Però poco si trattenne colà, e ritornò a Padova. Incominciò ivi a gittare le prime fila dell’alto poema, che doveva poi renderlo sì celebre. La fama, che allora godeva l’Ariosto, fu lo stimolo potente che lo eccitò. Dicesi che affettasse un certo disprezzo per quel poeta sommo; e che dimostrasse molta stima per Camoens. Se ciò è vero, due cose fa d’uopo inferirne: una è ch’egli giudicasse con severità degli argomenti dell’epica; l’altra che la rivalità difficilmente ci permette d’essere giusti.

Il cardinal d’Este lo chiamò a Ferrara. Meraviglioso spettacolo presentava allora quella città, fatta sede di coltissimi principi e principesse, e di uomini valentissimi in ogni genere di scienze, di lettere e di arti. Il Tasso vi fu trattato con tutti i segni di stima, e con tutte le prove di generosità.

Poco dopo, il cardinal d’Este passò in Francia a trattarvi gli affari di Gregorio XIII. Egli menò seco il Tasso, il quale ne’ dotti uomini del paese, prevenuti già del merito di lui, trovò il più lusinghevole accoglimento. Lo stesso re Carlo IX lo distinse sopra modo. Imperciocchè essendosi espresso di non volere in conto alcuno ascoltare nè istanze, nè suppliche a favore di un rinomato poeta suo suddito, il quale secondo le leggi doveva morire, condannato già per nefando delitto commesso, pure a riguardo di Tasso mutò pensiero. È singolare il mezzo termine che adoperò il Tasso per commovere il re. — Sire, gli disse, io vengo a supplicarvi di far morire irremissibilmente un miserabile, che colla sua scandalosa caduta ha fatto sì chiaramente vedere, che l’umana fragilità si fa giuoco delle lezioni della filosofia.

Allora la lingua italiana era famigliare alla corte di Francia; e i letterati di quel paese intendevano i nostri scrittori. Era stato questo l’effetto del passaggio di due donne Medici nella famiglia reale. Dopo che non vi passarono più che spagnuole o tedesche, i Francesi non ci hanno che rare volte indovinati. Il Tasso lasciò in Parigi un nome, che vi è onorato ancora. Se fin da quel tempo prevedesse veramente il rivolgimenlo tremendo, succeduto colà a’ tempi nostri, è difficile asserirlo. Certo è però, che lo predisse siccome è chiaro a chi legge la sua Gerusalemme conquistata.

Fu dopo il suo ritorno di Francia, che il Tasso scrisse l’Aminta; genere di poesia nel quale non ebbe propriamente, che il Guarini, che poi gli contendesse la palma. E tanto fu l’entusiasmo, che quella pastorale suscitò, che la duchessa di Urbino pregò Alfonso II a mandarlene copia, la quale il Tasso in persona portò a Pesaro. Ma le delizie di quella corte non impedirono a Torquato di continuare il suo poema, e ne lesse vari canti alla duchessa, donna capace di giudicarne.

Il Tasso finì l’opera nel 1575, e la dedicò ad Alfonso, come a colui ch’era ad un tempo e il suo protettor principale, e l’eccitator del lavoro, ed in alcun modo ancora il suo consigliere. Imperciocchè nel particolare delle cose militari, non essendo stato mai il Tasso uomo d’ armi, aveva dati a lui tutti i lumi necessari il duca, il quale con non mediocre fama militato aveva in Francia al tempo di Enrico II contro Carlo V.

Il Tasso prima di pubblicare il suo poema volle sottoporlo alla critica de’ più valenti uomini del suo tempo. Egli ne mandò copia a Scipione Gonzaga, principe che conservato aveva per il Tasso l’antica amicizia, e che teneva allora in Roma un posto distinto. Scipione Gonzaga, chiamati a sè quanti uomini di lettere godevano celebrità in quella metropoli, con essi lesse ed esaminò il poema del Tasso, e furono poste in iscritto le osservazioni, che parvero di proposito. Di alcune di esse Tasso approfittò, altre lasciò cader vane; e non certamente perchè si sdegnasse del libero giudizio, imperciocchè indefessamente cercò nuovi censori per tutta Italia.

Era egli occupato in queste cure, quando il duca lo incaricò di continuare la storia di casa d’Este incominciata dal Pigna. Fu questo poi il principio del mal umore in cui Tasso cadde, accresciuto vie più dalle cagioni che siamo per dire.

Imperciocchè non solamente il nuovo impiego in cui entrò, gli impedì di proseguire la correzione del suo poema; unica cosa che veramente gli stesse a cuore; ma di più accadde primieramente, che venne fatta una stampa furtiva del Poema sopra copie infedeli; sicchè parve a lui compromessa la propria gloria: poi perdette il padre, da lui amato con singolarissima pietà: poi la gelosia di mestiere gli si mosse contro e in privato ed in pubblico; così che dovette soffrire quanto il dispetto dell’ invidia è capace di macchinare a danno di chi, inteso tutto nel tranquillo esercizio degli studi, sa che dalla perfezione sola dell’arte debbe trarre la rinomanza alla quale aspira; ed ignora intanto o disprezza il vile intrigo e l’arrogante ciarlatanismo, rifugio miserabile della vana mediocrità.

Ma tutte codeste cose, per sè stesse bastanti a disordinare lo spirito di un uomo, il quale, per mobile delicatezza della fibra essendo irrequieto, si lascia dalla propria immaginazione condurre, anzichè condurla egli, presero maggior forza da altri funesti avvenimenti.

Vivendo egli da lungo tempo sì ben veduto in corte, giovine caldo, e dagli stessi oggetti de’ suoi studi innalzato alle idee grandi di eroi, e di gloria, non seppe di buon’ora interdire al suo cuore un affetto, che o nascesse grande improvvisamente, o tale divenisse a gradi, tutto infine lo penetrò e comprese con tanto maggior veemenza, quanto alto e difficile era il soggetto, e quanto lusinghevoli forse furono per lui le apparenze, innamorossi dunque, a quel che pare, della sorella del duca, e ciò che fu peggio, sembra che confidasse l’amor suo e sì pericoloso oggetto ad un amico, il quale poscia non conservò il segreto. Di qui nacque rissa tra il Tasso e costui, quindi duello. E siccome i fratelli dell’indiscreto amico vennero ad assaltare il Tasso contr’ogni principio dell’onore, ne furono sbanditi; temendo il duca, che l’animosità e la vendetta di una famiglia potente nuocessero al Tasso, fece guardar lui assai lungo tempo.

Nè allora forse fu creduto, nè certamente poi può credersi oggi, che la lunga detenzione di Tasso procedesse dal desiderio del duca di preservarlo dai pericoli, ai quali era esposto per l’accaduto caso. Imperciocchè considerando per una parte le dicerie, alle quali quel caso potè facilmente dare occasione in corte, e le laudi somme che in parecchie poesie aveva egli prodigate ad una Leonora, e i contrassegni di benevolenza che la principessa di questo nome aveva dati al poeta, v’è ragione di pensare, che il duca prendesse a pretesto per far guardare Tasso l’inimicizia eccitatasi contro lui, ma che veramente il muovesse poi una più forte e secreta cagione.

Tutti coloro, che delle cose del Tasso hanno scritto, mostrano apertamente di avere, anche dopo due secoli, ricopiate le dissimulazioni cortigianesche, mettendo in dubbio i fatti, e parlandone, come si parlerebbe di un secreto di stato. Alcuni di essi suppongono, che non si trattasse se non che della contessa di Scandiano, gentildonna, che alla corte di Ferrara in quei dì era assai distinta per le grazie della persona, per la finezza dello spirito e per soavi maniere. Pensano altri che la Leonora dal Tasso amata fosse una damigella della principessa; tanto più che in una sua canzone manifestamente ei dice, avere in addietro collocato con pessima fortuna troppo alto il suo amore, e rivolgersi poi con migliore speranza a donna di condizione pari alla propria. Noi troviamo di fatti nelle Veglie indicata una Leonora, damigella o donna della principessa. Ma egli è però vero, che non è essa che un personaggio accessorio.

A che dunque tanti sforzi, per occultare ciò che di per sè è manifestissimo? Nè per questa damigella, nè per la contessa di Scandiano, nè per altra, che stata non fosse della famiglia regnante sarebbesi indotto il duca a trattare sì aspramente un uomo, che in addietro gli era carissimo.

Come Tasso si stesse di animo, e come il suo spirito restasse alterato per tanti colpi accumulati sopra lui, egli è più facile immaginarlo, che dirlo. Tutti i suoi organi furono scomposti e tutte le sue potenze offese. Ogni suo pensiero non ad altro fu più rivolto, che a togliersi dallo stato miserabile in cui languiva.

Volle la sua buona fortuna che gli si aprisse mezzo alla fuga. Errò qualche tempo incognito, poi si trasse a Torino, ove riconosciuto da Filippo d’Este, che lo aveva già veduto in Ferrara, per mezzo di quel principe generoso fu presentato al duca di Savoia.

Alloggiato in corte, assicurato della benevolenza del principe, onorato dagli uomini più distinti della città, avrebb’egli potuto tranquillarsi. Ma lo premea il timore che il duca di Ferrara domandasse che gli fosse consegnato, e dubitando della fede del nuovo protettore per la funesta sperienza che aveva di quella del protettore antico, secretamente partì di Piemonte volgendosi a Roma; Roma sola pareva a lui un asilo sicuro.

Fu ivi accolto dal cardinale Albani con ogni genere di cortesia. Rivide Maurizio Cattaneo suo primo istitutore, suo parente ed amico. Ebbe dai grandi e dagli uomini più celebri, che in quella città dimoravano, ogni prova di stima. Anche il popolo pubblicamente l’onorò, correndo tutti in folla a vedere un uomo già per fama sì illustre.

Ma il Tasso non era più padrone del suo spirito, Roma nol contentò; cedette al desiderio venutogli di gire a Sorrento per vedere quel suo luogo natale, ed una sorella che ivi egli aveva. Il modo con cui si presentò a lei mostra più che finezza di sentimento, alterazione di testa. Travestito in guisa da non essere conosciuto le comparisce dinanzi in qualità di uomo, che ha una lettera del fratello di lei da consegnarle. In quella lettera diceva come trovavasi in grande pericolo di vita, se essa non gli procurasse una protezione potente. Spaventata a tale annunzio, la donna chiede conto del caso. Egli lo particolarizza con sì vivi colori che Cornelia (così chiamavasi la sorella) per dolore cadde tramortita, il che vedendo il Tasso, immantinente cercò di richiamarla ai sensi manifestandosi, e per sua scusa dicendole: così aver egli fatto per assicurarsi dell’affetto di lei, mentre dappertutto temeva nemici ed insidie.

Ma la solitudine di Sorrento non era fatta per il Tasso. Inasprivansi ogni dì più le piaghe del suo cuore: imperciocchè intera in esso lui bolliva ancora la doppia passione e dell’ amore e della gloria. Nè altro avea in mente mai che Ferrara, sentendo più ciò che di bene goduto aveva in quella città, che ciò che vi avea sofferto di male. Scrisse pertanto al duca, scrisse alla principessa, ed impegnò in favor suo la duchessa di Urbino. Non ebbe però risposta da nessuno.

Disperato abbandona Sorrento e la casa di sua sorella, per gire a qualunque costo a Ferrara. I suoi amici di Roma cercarono di dissuaderlo da sì imprudente passo. Non fu caso di fargli mutar pensiero. Allora si limitarono a procurargli buon ricevimento e sicurezza da ogni sinistro incontro. Alfonso infatti lo accolse con amicizia, e lo ristabilì nel posto che dianzi aveva tenuto in corte. Ma riguardandolo come un uomo più ammalato nello spirito, che alterato nella salute, negò di restituirgli, siccome chiedeva, i manoscritti che, lui fuggito di Ferrara, erano stati messi sotto buona custodia. Erasi insinuato al duca che Tasso non fosse più in caso di correggerli, siccome egli diceva di voler fare, e che li avrebbe anzi guastati. Tasso reclamò invano al duca, e invano scrisse di ciò alla duchessa di Urbino. Irritato quindi e disperato, partì una seconda volta di Ferrara cercando per l’Italia un principe, che con buon esito interponesse gli uffici suoi presso Alfonso. Ma non riuscì nel suo pensiero.

Ben ebb’egli in Maffio Veniero, gentiluomo veneziano, un amico, il quale si prese cura di lui, e gli procurò le buone grazie del duca di Firenze, dove avrebbe potuto ritirarsi, e starsi tranquillo, e tutti avere i riguardi e gli ajuti che lo stato suo addomandava. Nè Veniero dissimulò al duca Medici le inquietudini abituali del Tasso, e i deliri del suo spirito, nè gli tacque che calunniavanlo coloro, i quali avevano sparso che il suo valore poetico fosse indebolito.

Ma il Tasso non aveva aspettata la risposta del Medici, ed era ito presso il duca di Urbino, in cui assaissimo sperava. Nè s’ ingannò. Imperciocchè quel principe il trattò per ogni maniera sì bene, che già aveva omai ricuperato e la tranquillità dello spirito e la sanità del corpo.

"Non si sa bene quale circostanza d’improvviso venisse ad agitarlo di nuovo. Quello che si sa è, ch’egli improvvisamente sospettò del duca di Urbino, e fuggì, andando di bel nuovo in Piemonte.

A Torino trovò in Filippo d’Este, e in Maria di Savoia sua moglie la stessa cordialità che gli avevano dimostrata prima: e se fosse stato possibile, ch’egli avesse goduto della buona fortuna, codesti principi glie l’avevano offerta, e sarebbe stato bene presso loro.

Il cardinal Albani gli scrisse in quel tempo una lettera, nella quale gli faceva sentire tutte le conseguenze della sua condotta, e la irragionevolezza de’ suoi timori. Gli dava inoltre de’ buoni consigli, e gli parlava con sensi di viva amicizia. La quale lettera produsse in lui, a dir vero, qualche buon effetto: conciossiaccè si calmò, e ripigliò le sue occupazioni ordinarie; e scrisse diverse composizioni, tanto in versi, quanto in prosa e singolarmente i due dialoghi della nobiltà e della dignità, i quali fanno vedere che non altro che ad intervalli soffriva alterazione di spirito.

Ma il pensiero de’ suoi manoscritti gli stava troppo fitto in mente. Che gli stesse altrettanto fitto quello del suo amore, è facile cosa presumerlo. Quindi si mise in testa di andare un’altra volta a Ferrara.

Filippo d’Este nel dissuase quanto potè; e non essendogli riuscito di fargli ascoltare ragione, volle almeno procurargli dal duca Alfonso il permesso di ricomparire a corte. Il quale permesso ottenne però col patto, che vi sarebbe come semplice particolare e che sopra tutto si adatterebbe alla cura della quale egli aveva bisogno.

Il Tasso arrivò a Ferrara nel momento in cui festeggiavansi le nozze del duca con Margherita Gonzaga. Credeva egli di poter avere udienza dal duca, ed essere, come altre volte, introdotto dalle principesse. Ma le cose erano mutate; non fu ammesso in alcun modo, e i cortigiani stessi, e gli uomini in carica nol trattarono meglio dei principi. Laonde non dubitando più della sua disgrazia, vedendosi abbandonato da’ suoi vecchi amici, ed esposto più che mai alla rabbia de’ nemici, incollerito, esasperato, si trasportò un giorno a dire del duca e della corte tutto ciò che il cuore esulcerato e la esaltata mente potevano mai suggerire. Le quali cose riferite al duca, e forse malignamente avvelenate dal mal animo, indussero il principe a far condurre il Tasso come frenetico allo spedale di S. Anna, ordinato avendo che fosse curato e guardato a vista.

Un tale procedere doveva necessariamente accrescere gli accessi di una malattia, che l’esaltata immaginazione di Tasso aveva prodotto, che la meditazione continua aveva nudrito, che ingrandito aveva la negativa costante de’ suoi manoscritti, che finalmente un amor sfortunato alimentava, e che rendeva insanabile il totale abbandono in cui si vedeva.

Sequestrato dal mondo intero, e ridotto a sì misera condizione, credettero i suoi nemici che fosse giunto il tempo di torgli ciò, di che nè la potenza del duca, nè gli artificj de’ cortigiani potevano assolutamente disporre: io voglio dire la gloria, che il suo poema gli assicurava per tutti i secoli. Allora dunque furono impegnati gli Accademici della Crusca a metter fuori la loro critica della Gerusalemme. Se poi fosse cura di amico, o nuovo ingegno de’ nemici suoi medesimi il fargli giungere il libello fiorentino, difficile cosa è il dirlo. Bene è vero, che oltre essere stato il Tasso con molto valore difeso da parecchi letterati, egli difese da se stesso la propria causa con tanto giudizio, che sembra incredibile come, veduto il modo con cui e ragionava, e scriveva, si sostenesse poi essere lui mentecatto, e giustamente ritenersi nel luogo ai mentecatti riservato.

Il Tasso scrisse a Gregorio XIII, scrisse all’imperador Rodolfo del crudel trattamento che gli si faceva. Tutti i principi d’Italia presero parte nel suo infortunio, e domandarono al duca che il lasciasse libero. Il duca fu inesorabile. Vinsero però finalmente presso lui le calde istanze di Vincenzo Gonzaga il quale condusse seco Tasso a Mantova.

Ma l’aria di Mantova era nociva a Torquato; le sue malattie rinnovavansi, nè i rimedi producevano buon effetto. Domandò ed ottenne di passare a Bergamo, ove da’ suoi parenti ed amici fu in ogni miglior maniera accolto e festeggiato. Ivi finì la sua tragedia del Torrismondo, già incominciata in Ferrara, quando la prima volta dimorò colà, e da lui dedicata poi per grato animo a Vincenzo Gonzaga.

Le corti intanto non gli piacevano più. Pareva che solo lo allettasse l’indipendenza, sentimento sì naturale all’uomo, e necessaria all’uomo di lettere. Quindi andò nel regno, e parvegli di poter vivere quieto a Monte Oliveto. Infatti ivi si diede a curare la sua salute con ogni genere di diligenza. Ma di tratto in tratto rinnovavansi in lui gli esaltamenti del vapor malinconico, al quale andava già da lungo tempo soggetto, e crebbe questo per tal modo, che cadde in persuasione di avere famigliare uno spirito, siccome fu detto di Socrate, il quale venisse a fargli visita di tempo in tempo, e con cui s’intrattenesse poi, ragionando di astruse materie. Il Manso, suo amico, che ne scrisse la vita, racconta, come burlandosi egli di codesto spirito, il Tasso gli promise di farglielo vedere. Accadde dunque un giorno, che, presente lui, il Tasso si pose a dialogizzare sopra materie sì alte e con sì viva eloquenza, che il Manso non ardì interromperlo mai. Al quale improvvisamente troncando il discorso il Tasso disse, credere egli non dovesse più dubitare dello spirito di cui gli aveva parlato. Se non che il Manso rispose, dubitarne anzi più, conciossiachè aveva ben egli udito un dialogo per ogni aspetto sorprendentissimo; non però avere veduto lo spirito che gli si era promesso di fargli vedere.

Del resto l’inquietezza abituale, che tormentava il Tasso, non gli permise di godere a lungo delle delizie di Monte Oliveto. Egli ne partì ritornando a Roma, ove Sisto V poco amico de’ poeti, pur l’onorò e lo distinse. D’onde nacque, che il Tasso celebrò poi e in prosa e in versi le magnificenze di quel pontefice.

Il Tasso trovò in Roma il duca di Firenze, da cui era stato particolarmente conosciuto, mentre quel principe era cardinale. Questi lo invitò a fissarsi presso di lui in Toscana, e per riuscire nel desiderio suo impegnò il papa ad interporre i suoi offici.

Breve però fu la fermata del Tasso in Firenze, memore sempre di quanto gli era accaduto alla corte di Ferrara. Da Firenze pertanto passò a Napoli, e si ricoverò presso il Manso, il quale seppe sì ben trattarlo, che la nera malinconia che l’opprimeva, si dileguò. Ivi si pose a correggere e a rifare il suo poema, adattandosi a tutte le critiche che erano state fatte. E siccome aveva prima convertito il Goffredo nella Gerusalemme liberata, allora convertì questa nella Gerusalemme conquistata. Ma il genio ha delle regole sue proprie, e non può farsi schiavo di tutte quelle che i freddi trattatisti prescrivono. Perciò la Gerusalemme conquistata non ha potuto prendere il posto dell’altra.

Intanto era salito al pontificato Clemente VIII, e il cardinal di S. Giorgio, suo nipote, amico delle scienze e delle lettere, chiamava presso di sè quanti in Italia erano uomini celebri por talenti e per virtù. Aveva egli conosciuto il Tasso in addietro: cercò di lui allora, e lo invitò con ogni maniera di proferte a passare a Roma. Il Tasso non ebbe forza di resistere. Sentì però viva pena abbandonando il tranquillo e lieto soggiorno, in cui era. Il papa, i suoi nipoti, e tutta la corte fecero al Tasso un’accoglienza capace di fargli dimenticare quanto perdeva.

Ma perocchè alcun tempo appresso nacquero in corte intrighi, pe’ quali era pericolo che si turbasse la buona armonia della famiglia papale, ed egli n’era una innocente cagione, deliberò di andarsene di là, prendendo a pretesto affari domestici e liti pendenti, che uopo gli era finire.

Fu allora che temendo il cardinal di S. Giorgio di non godere più della conversazione del Tasso, propose allo zio d’incoronarlo in Campidoglio, come in addietro erasi praticato con Petrarca. Si fanno i preparativi di questa grande e rara solennità, che i valentuomini di quel tempo non avrebbero certamente immaginato mai, che si dovesse prostituire un giorno da nipoti degenerati, siccome s’è fatto al tempo nostro. Il Tasso ritorna. Ma la malattia, che sordamente logorava le fila della sua vita, ad un tratto scoppia, ed egli muore la vigilia della sua festa. Ciò accadde il di 23 d’aprile del 1595.

Tale fu la vita miserabile di uno dei più begl’ingegni che l’Italia e il mondo abbiano mai avuto. La quale quanto per la stirpe umana sia mortificante, ognuno può vederlo da sè.

G. Compagnoni.

VEGLIE DEL TASSO

VEGLIA PRIMA.

Ohimè!... Oh come io ardo. – Che è mai questo fuoco! – Non è già quello che m’inspirò il canto di Rinaldo e di Goffredo. Quello operava nella mia immaginazione: questo mette in fiamme il mio cuore.

Lo struggimento è grande. Mancami lena a dirlo. Sì gagliarda forza ha esso preso sopra di me!

Torquato! ve’ però se t’inganni! – In mezzo a questo struggimento penoso nasce un nascosto diletto, che tu non muteresti in altra cosa qualunque. Ah! è il diletto dell’amore!

Ohimè! che parola ho mai pronunciata? Chi ne spiega il senso? Parlai d’amore altre volte. Assai ne scrissi eziandio. Tutto è meno di ciò che sento.

Erminia! Clorinda!... Dicesi che le donne sentono più di noi. Ah! quello che sento io, è più di quello che sentir possono insieme tutte le donne. Finsi, oh come lungi dal vero! quando immaginai gli amori di Clorinda e di Erminia. L’amore è ben altra cosa!

Ho ragione. – Chi negherammela! Chi? Chi non conosce l’oggetto dell’altissimo amor mio.

Oh! tu, che non ardisco ancor nominare! Oh! quando fia mai, che tu sappia l’immenso incendio, che di tua mano hai acceso nel mio cuore! – Se tu fossi qui! o se potess’io con forza eguale venirti liberamente dinanzi, e liberamente dirti il tormento dolcissimo che tu mi dai!... – Potrò io dirtelo un giorno?

Torquato! non nudrirti di sì folle speranza!

VEGLIA SECONDA.

Io l’ ho veduta. – Ah! troppo forse l’ho veduta io. – Que’ lunghi e neri capelli, que’ nerissimi e grandi suoi occhi; quelle tumidette labbra dilettose; quei bianchissimi denti; quel collo bianchissimo!...

Stolto! sono queste le menome parti di sua beltà. Quella luce soave e viva; quel placido sguardo e clemente quel sorriso celeste!..

Di’ piuttosto, o Torquato, quella voce.... Ah! quella voce mi suona ancora nell’orecchio. Con che parola potrei esprimerla? Vi sono parole per esprimere la voce di lei ?...

Ma che bisogno ho io di esprimere con parole quella sua voce? Essa ondeggia ancora intorno a me: ancora l’odo; e il cuor mio la beve tutta e l’assapora.

Hai tu udito, Torquato! Essa ripeteva gli accenti lamentevoli di Erminia.

Ah! no! Lascia a me sì crudo tema: o se pure il canti, rammenta che tu non fai che riferire il dolor vero del tuo poeta, io l’avvertirò...

Ma come? Quando potrò io dirle... una sola parola? Oh il tristo luogo ch’è mai la corte? I più grandi di essa sono bene infelici, se non possono ascoltare i sensi di coloro che gli amano. Gli adulatori sono ascoltati. Gl’ipocriti hanno libero accesso.

Io andrò lungi dalla corte. La sua aria contaminata avvelena i cuori. Andrò nei boschi. La vita semplice e pastorale de’ primi uomini doveva essere un fedecomesso per tutti i loro posteri. Ebbene! lo sarà per me. Torquato, andiamo...

Sventurato! La rivedrai tu nei boschi? Vedrai tu colà un’orma sola stampata da’ suoi piedi? – Mi rimango.

O cagion sola di questi vaneggiamenti miei! almeno ti fossero noti.

VEGLIA TERZA.

Ho passeggiato que’ lunghi viali de’ giardini. Ho cento volte misurata cogli occhi l’ampiezza del superbo castello, ove soggiorni. La speranza mi andava dicendo di soppiatto, che vedrei una almeno delle tue donne.

Oh! perchè non hanno esse il mio cuore? il mio cuor solo starebbe lor bene in petto, giacchè debbono servir te, primo ed ultimo oggetto d’ogni mia cura. Invano la speranza mi ha lusingato. A quelle finestre tante volte da me contemplate, non m’ è avvenuto di veder segno umano.

Che faceano esse dunque chiuse nelle camere? Sciagurate! t’interdicono il beneficio della fresc’aria della mattina... persino la luce!

Ah! no. Aria più balsamica è quella che spiri tu, e vogliono goderla tutta esse sole. Hanno ragione. Chi non ne sarebbe avaro?

Oh! di questo dono una menoma parte io desidero da tanto tempo. N’ebbi un dì troppo e perdei la quiete del cuore. Troppo poca n’ebbi di poi, e non potei appagare il cocente amor mio.

Deh! la mia preghiera possa giungere fino a te! Io la raccomando all’aura, al vento. Solo il vento, solo l’aura possono giungere all’altezza del tuo soggiorno. Ma non usa a tali messaggieri, non consapevole de’ loro incarichi, tu non sarai pronta ad ascoltare il rapporto che verranno a farti.

Torquato! e di chi parli? Misero! il vaneggiamento è troppo. Cessa. Tu non fai che alimentare il tuo tormento. Cantiamo di Rinaldo. In questo luogo non altro t’è omai conceduto.

VEGLIA QUARTA.

Il mio delirio è al colmo. – Ho veduto – Sì, ho veduto Leonora. – Non sognava io già! Ebbene! Madonna, mi recate voi una parola di vita?

Mi figurava ch’ella mi chiamasse a sè e mi dicesse: « Torquato! tu sei il primo cantore dell’universo. Per te andrà immortale il nome del signor nostro, e di chiunque tu onori ne’ tuoi poemi. A te, che a tuo grado distribuisci la gloria, sì appetita dagli uomini, chi negherà affetto? Non v’è altezza  cui tu non uguagli...

Leonora! sì. – Virgilio, nato di un villaggio sul Mincio, è ito misero a Roma per reclamare poche staia di terra, diventò l’amico di Mecenate, ed il convitato di Augusto. Soprattutto, Leonora, non era interdetto a Virgilio di veder Livia, di parlare con Giulia e di recitare ad ambe i suoi versi. – Ah! il signor nostro è degno del cuor d’Augusto, nè indegno son io della sorte del cantore di Enea.

Che dico io! perchè sventurato m’affanno tanto a ragionare? Leonora appena ha volti di fuga gli occhi sopra di me. Giurerei che non mi ha forse nemmen ravvisato. – Ah! in quelle alte torri, ov’è tutto ciò che m’è caro, in quelle torri... non v’è anima che pensi a me.

Cuori di fiera! Qual cosa è che in fin de’ conti poi vaglia? Può sparire in un attimo la vostra potenza. Le vostre ricchezze dipendono dalle mani per le quali vi pervengono. Spogliatevi di quanto v’accordano gli uomini insensati, – possono non essere sempre tali: resterete allora nudi scheletri da far pietà. L’ingegno s’alza al di sopra di tutto. Esso non è soggetto ad alcuna vicenda. Raggiro, violenza, forza, non gli nuocono. Vivrò immortale io nella memoria degli uomini. Di voi il tempo, struggitor d’ogni cosa, annichilerà ben presto il nome, se nol sostenga, se nol redima io.

Chi mi rinfaccerà dunque arroganza? Chi dirà che collocai troppo in alto la mia fiamma?

Oh! età vile e corrotta! Eppure mi tocca aver legge da essa!...

Ma tale è il candor di quell’anima, a cui amore mi ha fatto servo, che non pensa ella già sì basso. No. Se giunge un giorno ad udirmi, ella certamente dirammi. « Torquato! v’è ne’ cuori umani un affetto che uguaglia tutte le condizioni: e sì grande sei tu, che non puoi paventar di un rifiuto. Una stessa fronda corona i re e i poeti: e questi immortalano i re. »

Ed io non amerei un’anima sì nobile e schietta! io!... Sempre.

VEGLIA QUINTA.

Cortigiano, vien qui. Dimmi, e sii sincero. Segui tu il signor nostro, spinto soltanto dalla ingordigia di strappargli di mano qualche beneficenza? –

Io lo seguo per sentimento devoto. Alfonso è tal uomo che, non principe dovizioso e possente, pur s’amerebbe. –

Dunque tu l’ami!

Io, sì. –

E che fai tu per questo amor tuo ?

Io presto ogni opera mia qualunque volta gli giovi.

Sei onesto. – Di te meno cortigiano, io fo di più. Gli preparo uno stabile posto nel tempio eterno dell’immortalità accanto agli eroi.

Ma lo prepari prima a te stesso.

Una differenza io veggo: ed è grande. Tu segui il tuo signore, e lo servi: ma primieramente perchè da lui attendi fortuna. Io potrei non ammetterlo a quella che preparo a me stesso. Egli non mi paga ciò: e tutti i suoi stati non salderebbero il nostro conto.

A me pare che molto cara t’abbi tu questa merce. E che non ne chiedi compenso? –

Maligno! io feci male chiamandoti a dialogo. Tu non puoi essere giudice mio. Vattene. Teco mai più cambierò io parole.

Egli è partito. – Spontaneo è il mio servizio. Non chieggo dignità, non averi. Che bisogno n’ho io? Io non ho che un bisogno: quello che il dolente cuor mio ogn’istante mi ricorda; quello senza del quale, venutami già da lungo tempo a fastidio la vita, io mi sarei ito fra i più...

Tu sola m’arresti, o soave pena dell’anima mia, e tu spezialmente sei quella, per la quale m’è carissimo il mio signore.

Ma l’orgoglio de’ grandi sprezza questa sorta d’omaggio. – Misero me! se mi dichiarassi un affare di stato... un delitto... Un delitto il puro affetto, il sentimento!

Credete voi che si possa ottenere colle armi o coll’oro? O non ne sentite il bisogno? Siete folli.

La natura diede a tutti de’ sensi ed un’anima. Le fallaci istituzioni alterarono le cose. Ma le forze sole della mente e del cuore ci distinguono.

Oh! perchè costei nacque in un secolo sì corrotto? perchè l’innocente suo spirito dovrà abbeverarsi a fonti si impure! Io chiedo al cielo un istante propizio per rivederla, per dichiararle...

Ah! infelice. Quando verrà questo istante, essa non sarà più qual me la fingo. Le grandezze e gli adulatori avranno violata l’innocenza dell’anima sua. Essa amerà; e non sarà più degna dell’amor mio.

Giusto cielo! qual maligno demonio m’inspirò sì nero sospetto? La sua virtù è incorruttibile. Così possa venire l’istante che io chiedo!

VEGLIA SESTA.

I nemici della mia gloria si sono scatenati furiosamente contro di me. L’Arno risuona de’ loro clamori, e li propaga omai per tutta Italia, io vincerò nella lotta: gli strammazzerò. Conosco la mia causa. La mia Gerusalemme trionferà della invidia e del tempo.

Ma ohimè! ben altra perdita mi sovrasta. Il mio cuore varrebbe assai più d’ogni ingegno e d’ogni poema. In questi tempi è tanto difficile trovare un cuor come il mio, quanto era difficile scrivere un poema, degno rivale della Eneide.

Chi tiene in pregio un cuore come vorrebbesi? – V’ha perfino chi anzi lo insulta! Miseria de’ tempi! Domandasi con arroganza a che serva; sopra tutto se non è un principe, e se col requisito di un cuor tenero, amorosissimo, si pretende la grazia di alta donna, i maligni cortigiani ti chiaman matto.

Ah Torquato che farai tu ? Non certamente scenderai a contrasto. Troppi pericoli ti circondano, e la tua causa non può esporsi che dentro te stesso. Gli uomini sono adoratori feroci delle divinità che si sono fabbricate di loro capriccio.

Essa è una divinità anche per me. Ma il mio culto non è come quello del vil cortigiano.

Dio del cielo! fammela diventare una villanella di campagna. Quelli che oggi mi minerebbero perchè l’adoro, la sprezzeranno, sfacciatamente domani la sdegneranno, la lasceranno in un totale abbandono.

Nel mio cuore essa però non perderà nulla. Un nuovo pregio acquisterà piuttosto, perchè fuori d’ogni pericolo di corruzione più liberamente si assicurerà in sua virtù.

Oh! come allora splenderebb’essa più bella in mezzo alle ingenue attrattive della semplice natura! Sotto a’ suoi piedi spunterebbero i fiori di ogni stagione: i ruscelletti limpidi e cristallini s’arresterebbero nel loro corso ondeggiandole vicino avidi pur d’esser tocchi da lei: le fresche aure di primavera le alierebbero intorno quasi seco lei corteseggiando. A lei parlerebbero cantando gli uccelletti della siepe: a lei belando innocentemente correrebbero le pecorelle fatte amorose di sì leggiadra creatura. La rispetterebbero, l’amerebbero, l’adorerebbero gli uomini del villaggio, e ne sarebbero gelosi. Ripetuto il suo bel nome di bocca in bocca, penetrerebbe nella città fastidiosa e nella corte. Gli uomini della corte si dimenticherebbero allora di quell’orgoglio insensato, che oggi è loro idolo; e chi sa, che dall’alba, della opulenza e della boria, il grande fastoso, che riguarda come un nulla tutto il resto del mondo, non si degnasse allora d’essere amato da questa villanella! I cortigiani bugiardi applaudirebbero tosto alla scelta. Direbbero... Che non direbbero per lusingare la passione del grande i bugiardi suoi cortigiani?

Ma invano! Questa donna è mia, tutta mia! essa non conosce i fumi della vanità: non se ne inebriò mai. Essa non conosce, che la rettitudine del cuore, che il candor degli affetti, che la purità del sentimento. Avete voi di questa merce da porre in contratto? Se non l’avete, itene, sciagurati. E non l’avete certamente. Io lo so; ho vivuto fra voi; vi conosco. Ed oh! quanto! – E vi conosce ella pure che educata fra voi, con isdegno e ribrezzo si ricorda de’ vostri vili insegnamenti.

Che se foste mai in istato di metter fuori virtù degne di lei, tremate nondimeno. Voi avete un grande confronto, il mio. Io, sì, mi farò innanzi, e vi disputerò la vittoria. Io aborrii sempre le vostre arti, io non seppi mai far mercimonio del cuore, io non cerco nell’amore che l’amor solo. – Voi fate servire l’amore ad altri fini, e se violenza d’affetto un qualche momento vi domina, voi non tardate a contaminarlo.

Ma ohimè! non scende essa dal palagio del mio signore: non s’invola ai prestigi della grandezza, in cui nacque! ed io, no, non avrò la consolazione che chieggo. Me sfortunato!

Frattanto, ve’ disastro crudele! La guerra mossa alla mia gloria diventa fatale al mio amore. Udirà essa i dubbi e le censure; e chi sa forse che non si unisca co’ miei nemici a ridere di me? –

No, non ha bassa l’anima. – Dubiterà non per tanto. – Cacciamoci da attorno questo sciame di calabroni. Vendichiamo, o Torquato, la gloria nostra. Vendicheremo fors’anco il nostro amore. Scriviamo.

VEGLIA SETTIMA.

No, medico. Non è della tua arte il guarirmi di questa febbre. Tu travedi, o son fallaci i suoi sintomi. Grande è il fuoco che m’arde. Per mitigarlo non credere che basti bevanda.

Tu dici, che da questa febbre vengono gli accessi, a’ quali si abbandona di tratto in tratto la mia mente. E che? Parti forse che io sia vaneggiatore? Tu calunnii. Mia mente è ferma quanto possa mai mente d’uomo. Essa contempla un oggetto... Ah tu non sai che oggetto contempli, e con quanta intensione.

Fissa gli occhi nel sole a mezzodì di luglio; fermativi contro: accogline entro le tue pupille l’immenso chiarore. Tu traballerai poco dopo: non vedrai più le altre cose d’intorno.

Ecco qual mi sono io. Pieno, riboccante del caro oggetto, per cui vivo; non infermo di mente, qual mi dici tu. – Serba dunque pei meschini che giacciono, e la tua scienza, se ne hai, e le tue cure. Più sano di me non vedesti mai uomo.

E come un uomo non sano amar potrebbe come amo io? Sono tutto in lei: non veggio che lei: d’altri non cerco: non voglio altri.

Lasciatemi, crudeli, nella mia felicità. Un passo indietro che facessi, allora forse l’arte tua avrebbe luogo di accorrere. – Ma sarebbero inutili i tuoi soccorsi. Io morrei.

VEGLIA OTTAVA.

Io non sono indocile. Ascolto ragione, e la seguo. Cambierò titolo. Il mio poema sarà lo stesso anche dopo tal cambiamento. Ho esaminate questa mattina le obbiezioni fattemi. –

Non credere però, divina donna, che tanto mi sia occupato dello studio, che tu nella mente mia non abbi poi ritenuto il tuo posto. Quale forza potrebbe mai trarli di là, ove siedi signora e sola ?

No: nè mentisco, nè esagero. Esagerano gli amatori volgari perchè accesi di fiamma volgare. Celeste è l’affetto mio. Dio della natura! tu, tu stesso, la tua mano potente lo ha scolpito nell’anima mia. I tratti ne sono profondissimi: essi hanno messa radice dentro le più cupe latebre del cuore. – Perirà questo cuore: ma prima d’esso non perirà certamente il mio affetto per lei.

Quando mi fermo a meditare sopra l’opera mia sento riaccendermi vie più. Te veggo in Sofronia, te in Erminia, te in Clorinda; e perdonami, di te mi ricorda Armida stessa. Armida è fallace: ma essa ha bellezza e cuore e questo cuore e questa bellezza bastano al caldo mio affetto.

Io poi sorgo, e domando a me stesso, onde le varie immagini traessi mai di sì vaghe donne. Domando: e se tanto vaghe son esse, che non sarà quella, di cui non ritrass’io che brevissimi lineamenti ed un’ombra? –

S’abbian altri, qualunque esse sieno, le forme, che la mia immaginazione delineò. A me debbesi il celeste modello. Sì, a me. Chi omai può contrastarmelo? V’è forza in terra per ciò? Non la conosco. Io sono superiore ad ogni forza. E se mai violenza venisse...

A che s’attiene il filo di mia vita? Un colpo... e posso avventurarlo ad ogni momento. Credi tu che me ne manchi l’animo? Toglimi la Speranza, e vedrai.

La gloria poteva reggermi in vita. È possente la gloria sopra alcune anime elevate, io credo già d’averla ottenuta: e se l’invidia me ne contende oggi il frutto, domani essa avrà consumate tutte le insidie sue. Io trionferò.

Tu sola pertanto sostieni oggi il mio spirito. Il pensier di vederti, di parlarti, di commuoverti: questo solo pensiero è la mia vita. Mi starà fitto immobilmente, ovunque o caso o volere altrui mi condanni. Chi può mettere la mano entro l’anima mia, e toglierne questo pensiero? Ogni sforzo lo avviverebbe maggiormente. Sfido tutti i tiranni e tutte le avversità.

Ma se tanto atroce attentato avesse luogo, di tu: – con che animo potresti tu sostenerlo?

Ohimè! sa ella tutte le disgrazie che mi sovrastano ? Sa ella, che di lei, di lei sola io son pieno; che non vivo se non per lei? Ahi ella nol sa.

Oh amor sommo e miserabile! A che mi struggo io dunque? Possono almeno gli altri col soffrir lungo rinfacciare ad una ingrata donna la sua crudeltà. Il pentimento di lei, o la congettura di un rimorso sta loro in luogo di qualche compenso. Infierita l’anima dal rifiuto si conforta colla vendetta del disprezzo; estremo rimedio di un affetto sfortunato e indomabile, io non otterrò questo compenso; non godrò di questo rimedio. No. –

Ma la sorte de’ comuni amanti non debbe essere la mia. L’oggetto, che regna nel mio cuore è sì alto, che simil mai non regnò in cuor di uomo. Tutto è nuovo; tutto è grande.

Questa idea mi dà nuove e grandi forze. –

VEGLIA NONA.

I poeti sogliono calunniare le donne. Le frequenti loro querele lo provano. – Essi hanno un altro vizio. – Profanano i misteri dell’amore. – Sai tu perchè queste cose? Perchè essi ebbero bassi affetti. –

Non è così di Torquato; nè tu paventar un tal rischio, o alta donna. Deh! conoscimi bene, ed ardisci.

Io mi son mosso di buon mattino. Voleva penetrare fino a te. Chi potrebbe contrastarmi il passo? Avrei chiesto di Leonora; avrei detto a questa donna... quello che uomo disperato può dire. Ha essa poi sì cruda l’anima? « Leonora! sono mesi molti, molti assai che le mie palpebre non si chiudono. Il mio cuore palpita sempre, una inquietezza, una smania... Che crudeli cose, o Leonora! Io non posso, non so dirtele. Poi m’ascende dal petto alla testa un fuoco... V’è questi occhi infiammati! V’è quest’arsura tormentosa!»

Ah! è dessa?... Questo strepito... Taci, che non si scomponga, che non retroceda per uomo che sospetti qui! – Lo so: nissuno debbe qui porre il piede. Ma siffatta legge non è per me, Leonora. Sai tu il cocente amor mio! Sai che non ho fibra in cuore, nella quale l’amor non abbia stampata la cara immagine di lei? – Dille... Va, Leonora, va. Io attenderò qui fino a sera; un intero giorno, un anno... un secolo purchè essa venga, infine, purchè io la vegga e le parli. »

« Leonora! non ti rassomigliar tu ai tiranni: non renderti rea di un sacrilegio! Paventa, che amor non si vendichi. Tu guasteresti la migliore sua opera. »

Leonora ha pietà di me. Ella entra. Oh come la segue l’occhio!

Il cuor mi batte: ogni lieve rumore mi scuote, mi fa tremare. – Mi accendo – gelo. –

Ritorna! – No, non è Leonora. –

Un servitore importuno scende da una scala secreta, che mette alle stanze di lei che adoro. – Oh potessi io indossare quella tua livrea, uomo non consapevole del ben che godi! Che facesti tu per meritare di viverle appresso? Tu sei veramente fortunato. Di tratto in tratto tu ne vedi le celesti sembianze; tu n’odi la soave voce; tu le presti cento servigi, se a lei piace di chiederli. Cedimi il posto tuo.

Il servitore trapassa muto; e Leonora non compatisce. Ohimè! fino a quando ho da perdermi in vani desideri ? Fino a quando mi ha da essere nemica la sorte! Ognuno rigetta le mie domande! ognuno alle mie preghiere è sordo! Ed io – io – dove sto io vaneggiando!

Deh! vieni tu in mio soccorso, o alla cagione del dolor mio! A te sta l’opera. Con che ragione potrei lagnarmi di Leonora, se conoscesse già essa, che non è per lei il mio affetto. Tu che lo possedi tutto, tu, che sola il possedi, devi moverti tu. – La grandezza della culla ti esentò forse dalla gratitudine? Cielo! ch’essa abbia già appresa la morale inumana dell’orgoglio? No. Ma l’orgoglio l’incatena. E che importa che d’oro sieno i suoi ceppi? Sono essi meno lo strumento della violenza ?

Sommo Dio! ti ringrazio di non avermi fallo nascere in culla sì alta. Non sarei che uno schiavo: non potrei disporre nemmen del mio cuore. Nemmeno del cuore!

VEGLIA DECIMA.

Perchè se veleno sì acuto alimentavi, o sleale contro di me, non passarmi piuttosto il cuore con uno stilo, quando essendo soli, pieno del sentimento dell’amicizia io ti abbracciava tenendoti per parte di me stesso? Nen saresti stato che un assassino allora. A me non sarebbe avvenuto che di morire. Barbaro! Tu hai oltrepassata la sfera del potere, che sulla terra fu accordato agli scellerati fin qui, e l’hai oltrepassata tutta a mio danno.

No, divina donna. Il mio labbro non profanò mai il tuo nome, mai non profanò il mio amore. – Chi fia degno di tanto secreto? L’amicizia ha de’ grandi diritti. – Sì: per tutto, fuorchè per l’amore. E superbo io di quello, che sì alto mi pone sopra i mortali, come sospettar tu, che in tale bassezza fossi poscia caduto da metterne a parte alcun uomo! menzognero è chi il disse: – e perfido. E simulava amicizia costui, e dicevasi osservator del secreto – ed ha impallidito al balenargli sulla fronte l’ acciaro, a cui era affidata una giusta vendetta; e non ha avuto riparo che da una nuova viltà... retaggio infame del suo sangue! Che però giova! – Tolto dal consorzio degli uomini.... gittato in questo ricetto dell’ultimo infortunio! Ludibrio e scherno de’ cortigiani vili... scopo dell’ira di un potente, che dianzi era il protettor mio.... Nulla è tutto questo. – Essa.... Essa è sdegnata meco.... Meco! – tu!

Oh! ben li perdono. Strano è il fatto. Vedi colmo della mia sventura! Il labbro tacque: io sono calunniato. Ma il cuor arde; e la calunnia non ha mentito. Vieni: sì vieni. Io mi starò muto innanzi a te. Nè un minimo moto faranno le mie palpebre, nè un palpito sentirassi nel cuor mio. . . . Oh! morirti a’ piedi. . . . espiare in tuo cospetto la mia colpa, se n’ho. . . .

Ma quale ne ho io? – Una sola. – Donna! darai tu a colpa l’amarti? – a Tasso!

Ah! ben altri sensi certamente alimenti tu nel tuo cuore, e ritornerà sereno quello sguardo, che solo regge la mia speranza. Se fia che quello sguardo ritorni sereno, in mezzo alle crudeli miserie mie sarò il più fortunato degli uomini.

Essa muove. – Oneste più frequenti battute del cuore sono il certo presagio della sua vicinanza.

Ah! siamo disgraziati entrambi, e a grandi prove ci ha messi il cielo. Non disperare però, allo oggetto dell’immenso amor mio –. Cambierassi ordine sì terribile. Inasprire di più come potrebbe mai il destino che oggi ci opprime?

Cielo! ohimè! – Pallida... scapigliata... convulso il labbro... gli occhi... oh! che occhi!... No, non posso sostenerne la vista.

Va. – Intesi abbastanza. Ebbene: domani sarai tranquilla. Domani non troverai più sulla terra l’infelice cagione delle tue pene. – È giusto.

Che poi la pace ritorni nel tuo cuore! che essa richiami al primo loro aspetto le divine tue forme! Esse sole giustificheranno l’infelice.

VEGLIA UNDECIMA.

Non ho più un filo di speranza. – Crudeli! interdirmi perfino la vista del castello! Sapete dunque a che altezza io mirava.

Eppure nel mio disastro io godo di un grande compenso. Si è temuto. – Non era io dunque un oggetto d’indifferenza al cuore di lei! Ah! sì: i miei voti erano penetrati fino alle sue orecchie. Conosc’ella il mio amore, il mio trasporto. – Se lo conosce, ne avrà pietà.

Io non bramo di più. Starò lungi da quelle mura. Ma fra quelle mura vivrò trionfante nella memoria di lei. Dirà essa: Torquato misero! E forse, mentre qui mi abbandono al desiderio di lei, con eguale affetto al desiderio mio essa risponde. – Oh! fa coraggio. Grandi cose supera amore. Chi sa quali accidenti favorevoli stanno nel futuro apparecchiati!

Forsennato! ove ardisco io trasportarmi colla immaginazione? Che pretendo? che spero? Nulla, nulla. – Io non la rivedrò più. Non le parlerò mai. Essa ignora e i miei sentimenti e le mie disgrazie. Chi potrà parlargliene? Chi? Havvi amico in corte? Seguono tutti il vile interesse, tutti nascondono la verità, e se v’è uno sventurato, tutti gli volgon le spalle. N’ho veduti mille esempi. Non posso ingannare me stesso.

Pur troppo sono perduto.... irreparabilmente! Non ho più un filo di speranza. Or che faremo noi? – Torquato!

VEGLIA DUODECIMA.

La mia disgrazia è l’effetto di una cabala de’ miei nemici. – Ma non hanno potuto abusare del mio amore: essi nol conoscono. Come lo conoscerebbero, quando io l’ho custodito entro il mio petto gelosamente? Torquato! n’hai tu affidato il deposito a uomo alcuno? Guardati! in ogni uomo sospetta un traditore e non t’ingannerai di molto. E che merito non si farebbe chiunque giugnesse a penetrarlo per assassinarmi? Sì, per assassinarmi, il barbaro! – Io sento la voce del pallido ipocrita. Susurra all’orecchio del mio signore. Bastano i primi accenti per accenderlo d’ira. – Si cerca tosto, si domanda... Io sono perduto!

Ebbene! perirò. Chi perì mai per più bella cagione? Fuor di corte un milione d’uomini compassionevoli e retti farà giustizia al mio cuore. Ei sorse primo tra’ poeti dell’ età sua: diranno. Diede alla moderna Italia un monumento d’ingegno col quale può essa gareggiar coll’antica. Se poi collocò in alto il suo affetto, ebb’egli ragione. Il suo cuore doveva pareggiare l’altezza di sua mente.

Satelliti iniqui! Venite ad arrestarmi. Io non farò forza contro la violenza vostra. Tutta la mia forza sarà concentrata nel cuor mio per sempre più amare l’oggetto rispettabile e caro de’ miei pensieri. – Eccoli gl’ iniqui. Aprono l’uscio.

Oh! vedessi almen tu, innocente cagione de’ miei mali, il governo indegno che si fa dell’uomo che ti adora!

VEGLIA DECIMATERZA.

Io sbalzo di letto, levo il chiavistello alla porta. Non voglio perdere un momento; quella porta dee aprirsi libera al primo apparire di lei.

Oh! Torquato! che le dirai tu, quando metterà piedi in questa camera?

Che dirò io! io! – Me le gitterò ai piedi: le morrò dinanzi. – Sì: morire. – Che altro potrei fare? Che far di meglio? Io allora non avrò più bella avventura da sperare. Morrò. Oh! il giocondo morire dopo un piacer sommo!

La ringrazierò. Quante volte ho implorato dal cielo questo momento! Divina donna! ed hai tu sentita pietà del fido tuo adoratore? Chi ti parlò dell’amor mio?

Che dico? Chi le ne parlò?

E non è impresso questo mio amore in tutto ciò che mi circonda? Non è scritto nella mia fronte, ne’ miei occhi, in ogni mio atteggiamento? – Le mie parole, i miei sospiri, il mio silenzio stesso, quel muto silenzio mio sì profondo, sì lungo, non lo esprime? L’aria, l’aria, testimonio da tanto tempo consapevole de’ miei sensi, de’ miei voti, de’ miei lamenti; l’aria, sì, ondeggiando sino all’altezza di sua dimora, le ha recato l’annunzio dello stato mio.

Ah! se tardavi ancora, divina donzella, io non vivrei più.

Ella scioglie il labbro. Mi dice... Acchetatevi, susurroni invidiosi! Lasciate che io gusti il suono soave di ogni sua parola.

Ohimè! la porta è chiusa ancora. Questo chiavistello è immobile. Chi la fece retrocedere? Chi le impedì d’entrare! Ohimè! ohimè! Più non la veggo! Non la vedrò più. Che silenzio!

VEGLIA DECIMAQUARTA.

Io morrò, morrò, ne son certo... Gettatemi... ove volete voi. Che m’importa?

No, no.... Seppellite queste misere spoglie nella chiesa di corte. Ite al signor vostro. Ditegli: di tanto si raccomandò il Tasso. Ascolterà i miei voti. I voti degli estinti sono sacri.

Colà voglio esser sepolto, colà. Essa è pia; essa è solita recarsi alla tribuna, d’onde senza essere osservata può osservare tutto ciò che sta sotto. Ebbene, osserverà il luogo, ove mi avranno deposto. QUI GIACE IL TASSO. Le lettere saranno maiuscole. Dite allo scultore che le faccia sì grandi da leggersi anche dall’alto.

Sai tu chi fosse il misero che giace costì? Lascia di rammentare i suoi versi. Rammenta piuttosto il suo amore, quell’amore infausto che lo trasse alla tomba. Tu n’eri l’oggetto, tu! altro non amò mai. Te sola amò ed egli, oh! quanto!... sino a morire.

Deh se pietà ti parla; se t’inspira alcuna preghiera di pace... Guarda!...

Quale pace può avere un misero che in terra non n’ebbe nessuna? Dicesi che lo spirito reca seco i sensi ultimi, ne’ quali lo sorprese la morte, e che sta poi fisso immobilmente in essi... Vederti, dirti dell’affetto mio, questi furono i miei ultimi sensi. Il mio spirito non ne avrà dunque altri. Ed io, che non sarò più, non potrò più nè vederti nè parlarti. Invano mi pregherai pace.

Ah! io vaneggio. Oh! sì, sì, pace. La tua pietà me l’implori. Solo per mezzo tuo l’avrò io... L’avrei pure avuta in vita sol che un benigno sguardo m’avessi tu volto.

Giusto cielo! ascolta i voti dell’anima sua. Dammi ciò di che ella ti prega. La mia fedeltà sarà coronata.

VEGLIA DECIMAQUINTA.

Dimmi, tu che mi fai la guardia, come a prigioniero serbato a pubblico supplizio; dimmi: sai tu s’ella mi ami? Io amo lei. L’amo oltre l’umana possa.

Tu te ne sei avveduto. Quando mi stai chiedendo, se alcuna cosa mi abbisogni ed io non ti rispondo, allora io contemplo il suo volto; allora mi beatifico in quegli occhi divini che a lei sola furono conceduti.

Tu fai l’uomo sorpreso! O saresti forse indifferente? Miserabile! tu non l’hai veduta mai.

Tu non ne conosci gli alti pregi. Tu non hai anima capace d’innalzarsi fino a lei. Manco male! Il cielo ne fece due... due sole: l’anima di lei, e l’anima mia. Sono fatte entrambe per intendersi, per amarsi.

Che diss’io? – Si amano. La mia è tutta in lei.

Non parlarmi d’altra cosa. Non chiedermi d’altri bisogni. Io non ho che un bisogno solo, quello d’esser sicuro dell’amor suo.

L’ importuno parte. Egli fa bene. La sua presenza cominciava ad attediarmi. Non è degno costui d’essere consapevole della mia fiamma.

Ora ch’egli è ito, sta lieto, Torquato, e liberamente apri il cuore. Qui non hai testimoni che ti possano tradire.

Oh! se pur uno vi fosse, vero amico e pietoso! Ohi se vedendo il doglioso mio stato a lei lo riferisse umanamente! Ma andrò io a parlarle. – Vedi? – Questo petto non s’allargava dianzi siccome fa oggidì. Queste costole non isporgevano in fuori come al presente. Io non soffriva palpitamenti sì spessi, sì mortali. Per te tutto questo. Sì, per te, e ne sono lieto, e sarei sventurato se così non fosse e non fosse per te... –

Or dimmi, non hai già tu a sdegno la mia preghiera? Non rigetti già tu il mio cuore? –

Come si rigetterebbe un cuore quale è il mio ?

VEGLIA DECIMASESTA.

Abbandono le rive del Po. – Andiamcene, Torquato, in altro cielo meno funesto dell’amor nostro. Questo non fu mai che un luogo di sventure. Forse non è favola ciò che i poeti n’han detto.

Andiamcene dunque da una città bugiarda, da una corte bugiarda, da una donna bugiarda... Sì, è bugiarda anch’essa... Anch’essa! Mi promise... L’intesi io, l’ udii io. – Io era lì... essa... qui – Ci guardavamo entrambi... Io con occhi di fuoco, essa con modesti o benigni occhi quali convengono ad una vergine e divina bellezza.

Io le credetti, prestai fede al mio desiderio. – Non alle parole sue, che furon brevi e furon basse così, che il suono non potè giungermi all’orecchio. Ma il cuor mio supplì all’udito. Tutto raccolse, intese il cuor mio.

Povero cuore? Ve’ com’ella ti ha tradito? Ah! no, no, non è dessa che m’ha tradito; io ho tradito me medesimo. Non doveva pensarci prima? Non doveva io sapere, non doveva ripensare che negli alti palagi v’è un’anima, una fede ben diversa da quella delle nostre case? Quell’aria è avvelenata, ed essa la respirò dacchè nacque, io dovea saperlo. M’affidai... incauto!

Ma ne farò vendetta. Saprassi il tradimento, sì, saprassi di qui a un secolo, a due, a dieci. Essa, i suoi cortigiani saranno polvere, ed io vivrò, annunzierò la sua perfidia all’universo.

Addio, soggiorno iniquo! Io non dovea mai porre qui il piede. Mia è la colpa. Ma l’emendo. Non ritornerò mai più.

Forse, quando io sarò lontano, si bramerà d’avermi. Brama inutile. Avrò discacciato allora dal cuor mio questa serpe crudele che or me lo lacera. Osserverò il mio presente dolore come un naufragio in sogno ricordato in lieta compagnia la sera. Ho risoluto. Non cambio.

Aprite l’uscio. Debbo andarmene lungi.... sì, lungi... ove non senta più parlare di lei: ove non ne abbia memoria mai più. – Aprite.

VEGLIA DECIMASETTIMA.

Ho fatto un sogno. Che sogno tremendo! che mai non si avveri! Preghiera inutile.

Eccola freddo cadavere, stesa sul cataletto. Ahimè! dove sono i suoi occhi, quegli occhi scintillanti di luce, che davano la vita ovunque fissavansi? – Sono chiusi per man della morte! Essi non si riapriranno più. – Lasciate che io li bagni colle mie lagrime. Le mie lagrime potranno forse... Non è questa la prima volta che l’amore abbia fatto prodigi.

Ah! – Le mie pupille sono secche. Il dolore ne ha consumato il pianto.

E con che dunque potrò io richiamarla alla vita? A chi parlo! La mia voce s’abbassa più che io tento di alzarla. Una mano di ferro mi stringe il petto, una mortale ansietà mi soffoca. Ah! niuno m’ode.

O caro oggetto del caldo amor mio! Tu non vivi più! E sì presto? e in sì fresca età mi sei tolta!

Stendi dal sepolcro la mano. Sii meco benigna almeno ora. Eccomi pronto a scender teco.

Gli uomini hanno in orrore la morte: io no, se m’accompagna a te che sola amai, per cui sola m’era dolce la vita.

I morti non odono, e una forza sovrumana mi respinge.

Eterno Iddio! chieggo la morte. Chieggo quello a cui inesorabilmente sottoponi tutte le creature. Possibile che tu mi nieghi perfino la morte! Non sei dunque tu più per Torquato in alcun modo.–

Mi risveglio. – I miei capelli sono ritti, la mia fronte è bagnata tutta di un freddo sudore; i miei occhi... il mio petto. A questo segno si può soffrire nel sogno!

Torci lo sguardo da me, tu che mi stai d’incontro taciturno e sorpreso. Ah! non sai l’angoscia del mio cuore! Non sai a che colmo di miseria io sia giunto! Va.

No, no, restati. A me tocca la terribile prova. Andrommene io. Chiederò io. Troverò chi saprà rendermi conto di lei.... Guai se questo sogno fatale... Ohimè mi mancano le forze... Non posso...

VEGLIA DECIMAOTTAVA.

Che lieto giorno! Che sole risplendente! Oh! come superba da questa altezza comparisce oggi al mio sgardo Ferrara.

Torquato! così lieto fu il giorno in cui tu vedesti lei, che il tuo cuore sospira, così il sol risplendeva!

Tutta la città era quel giorno in festa. Il mio signore passeggiava per l’ampie strade sopra un superbo destriero venutogli da lidi lontani. Immenso era il corteggio, e tu n’eri non ultima parte.

Andammo nelle alte stanze. Era colà raccolto il fiore delle belle donne di corte. Quante! Beltà, vezzi, grazie... Tutto era seducente.

Una io ne distinsi fra tutte, una che tutte le superava. Una soavità ineffabile mi sentii d’improvviso inondare l’anima. I miei occhi non sapevano torcersi un sol momento da lei.

Giusto cielo! m’ingannai forse? O non è vero che se n’avvide essa? Come poteva io nascondere la mia sorpresa e il suo trionfo?

D’allora in poi un alto tumulto ha regnato ne’ miei sensi. Oh! quali inquietezze! Quali ondeggiamenti di misti affetti.

Oggi finalmente sono in calma. Oggi tutte rammento le variazioni affannose, dalle quali è stato combattuto il mio spirilo. Io l’amo, lo sento, ne son certo.

Ebbene! è delitto l’amarla? E perchè il cielo la fece sì amabile? – No, non è delitto, non può esserlo.

Celebriamo la memoria di quel giorno. Cantiamo un inno degno di lei, degno della immortalitàa. Il cuore lo detti, l’inno a lei debb’essere dettato dal cuore.

Ohimè! la grandezza del soggetto mi opprime. I miei sensi smarriscono. – Calma.

Che nera nube! Che venti procellosi si scatenano! Oh! Il buio cielo. – Soccorso.

Da chi lo implorerò io? Da questa angusta camera le mie voci lamentevoli non possono alzarsi fino a lei, ed ella sola potrebbe soccorrermi.

Deh! ascolta la tua pietà e i miei voti! Guarda che larga piaga m’hai aperta nel seno! Vedi che nero sangue ne gronda. Ah! il dolor mio, il mio dolore è sommo. Da te m’aspettava d’essere felice... e sono sventurato.

VEGLIA DECIMANONA.

Ho rinunciato alla gloria de’ versi. – Ariosto, Camoens, Virgilio, Omero sono nomi per me indifferenti. Passò il tempo in cui credetti all’onore il competere con essi. La mia gloria è di vivere per lei che è il mio tutto.

Celeste vergine! una se’ tu forse di quelle donne volgari...? – In che inganno sono io vivuto fin qui! Credeva di accrescere la tua gloria facendo ad essa servire la mia. No, tu non hai bisogno di questo soccorso. Tu fai la gloria di te, di quanti t’appartengono, e tu farai anche quella di Tasso.

Perisca la mia Gerusalemme, se la divorino, se voglion così i pedanti dell’Arno e i cortigiani di tuo padre. Io non muovo parola. Per essere il primo fra gli uomini dell’età mia, per essere un grande oggetto d’invidia a tutto l’universo, basta il mio amore.

Se ne sono avveduti i tiranni. Ecco, ecco come mi perseguitano, ecco come vorrebbero distruggere la mia gloria, la mia felicità. Non mi giungeranno. Essa è riposta in alto luogo, me le loro mani sacrileghe non arriveranno giammai. – Essa è riposta nel tuo cuore e nel mio.

Ma che luogo è questo, ove son chiuso? Che fo qui? – Sono de’ giorni parecchi dacchè mi è dato ad ospizio. Chiedo, interrogo, non mi risponde nessuno.

Vieni tu a liberarmi!... Oh! li racconterò tutti i miei mali.... I miei mali tu non li sai tutti. Te li dirò io. Io solo posso dirteli.

Verrà. – Aspettiamola, Torquato.

Che miserabile condizione è quella di una figliuola di un principe! Non ha parte di sè che libera sia. Mille catene la cingono, mille occhi le stanno sopra. Inosservato non le uscirebbe dal petto un sospiro.

Spioni maligni! da un sospiro di lei forse traeste voi la materia del mio infortunio. Ma vi sorprenderà essa, si involerà alla vostra guardia.

Questa notte... Questa notte , sì, l’aspetto. L’amore le sarà scorta.

Ardisci!.... Affretta!.... Io ti attendo. Non uscirò di qui certamente prima che tu venga. Silenzio.

VEGLIA VENTESIMA.

Chi m’intima di partire di qui? No, non parto. Altrove nulla mi chiama. Qui all’opposto mi trattien tutto. Tutto qui mi trattiene.

Ma lo chiedea io stesso. – Io? Torquato, a tal segno è smarrita la tua ragione? Tu congiuri contro la stessa tua felicità!

Sì, felicità è questa. – Che importa di quell’ uscio chiuso, di quelle spranghe di ferro opposte al balcone? – Di lei sola m’ importa. Essa sparge un celeste lume in questo luogo: essa ne imbalsama l’ aria che respiro; essa riempie di soave contentezza l’anima mia.

Oh! degna di tutto il mio cuore, perdona se pensai d’uscirmi di qui, Un genio malefico mi pingeva in nero tutte le cose, confondeva i miei sensi, tiranneggiava la mia ragione. Oggi sono padrone di me. Oggi mi riconosco.

I miei nemici credono di aver trionfato. Sciagurati! a me avete voi dato il trionfo. In Ferrara da molti giorni dirassi: Il Tasso non è più in corte. Il Tasso non passeggia più, nè dinanzi al castello, siccome usava fare, nè pe’ giardini, siccome usava fare più spesso.

No, non sono più in corte. Io sono in ben miglior luogo... Nel cuore di lei che è l’ornamento più bello e della corte e del mondo.

Voi non pronunciate il mio nome, senza che il suo cuore ingenuo e dolcemente amoroso non si senta d’improvviso palpitare per me. Il tacer vostro stesso, il mio non comparirle dinanzi, migliore officio con lei mi rendono.

Lasciatemi qui dunque, lasciatemici perfino che giunga il giorno, in cui l’amor mio sia coronato. – Verrà questo giorno, verrà certamente.

Custode, serra poi a quante chiavi ti piace quest’uscio. Non dirò parola, non lamenterommene. Io sto qui placido, contento. Non ne uscirò, se tu pur lo spalanchi. –Morommi qui piuttosto.

Le grandi prove dimostrano l’amor grande. Una io ne do restando qui chiuso. E se amor si merita in terra sostenendo aspra fortuna, io avrò meritato questo amor che sospiro; questo in cui solo tutta la mia felicità è riposta.

VEGLIA VENTESIMAPRIMA.

Son oggi gli anni. Sì, gli anni son oggi. La corte era a Belriguardo e v’era anch’io Giambattista! ten rammenti tu? Eravamo insieme ambidue, e tu mi parlavi assai dell’Aminta. Ad un tratto vien fuori una lunga schiera di donne. Si affollano i cortigiani. Tu prorompi sdegnoso in questi accenti: È qui forse un miracolo! – Il luogo, ov’eravamo noi, era alquanto alto. Senza sforzo, senza importunità potevano veder tutto. Oh! come ben mi ricordo e quella finestra e quella inferriata! quella inferriata che sola mi rattenne, e tu mi rattenesti pure, sicchè per l’improvviso rimbalzo non dessi addietro.

Un’ora restai fuori di me. Più non ti vidi, non intesi più ciò che venivi dicendo.

Due saette furono per me quei due occhi ch’io mirai, due saette che più viva riaccesero nel mio cuore la fiamma... Ah! che fiamma riaccesero! essa mi consuma dì e notte. Sento il crudo ardore divenuto per me un tormento di morte – No, dissi falso. Questo ardore è in me l’elemento della mia vita. Mille volle sarei morto senza il mio amore.

Ma tu non m’ascolti. Tu forse ti ridi delle mie parole e del cocente affetto che mi strugge. Oh! spietato amico! Va, scrivi qualche freddo endecasillabo, qualche madrigaletto svenevole, e poscia...

Giambattista non è qui. Poco importa. E s’egli è cattivo giudice dell’amor mio, che meraviglia? Non ha costui i miei occhi, molto meno poi egli ha il mio cuore.

La natura ha innanzi due urne immense. In una stanno i nomi degli uomini ch’ essa chiama alla vita, quelli delle donne nell’altra. Colla destra tira fuori dalla prima un nome, uno ne tira fuori colla sinistra dalla seconda. Il destino gli scrive sulla stessa linea tutti e due nel libro della vita. Non v’è forza che possa più disunirli. Come spiegheremo noi altramente le incredibili combinazioni che congiungono sotto gli occhi nostri due cuori, i quali pareano fatti per essere eternamente divisi l’uno dall’altro? Non li veggiamo noi talora cercarsi a vicenda con orrendi sforzi in mezzo alla folla immensa della moltitudine? Si è detto che regna nelle anime una simpatia secreta. Tutto è vero. La natura ha preordinate le sorti e gli affetti. Essa ha assegnato il suo luogo ad ognuno. Il posarvisi è la sola felicità.

La mia è nell’amore di lei che sempre ho presente, che veggio sempre, senza della quale tutto è per me tenebre, orrore.

Oh! egregia creatura! Lo sai tu? Te l’ha detto ancora l’interno presentimento del tuo cuore? i nomi nostri furono tratti entrambi ad un tempo. Amare è forza. Invano però ti lusingheresti tu dell’amore di alcun altro, il mio t’è destinato, – e lo possedi.

Essa lo saprà. – Lo saprà sicuramente. Natura nol può tenere a lei nascosto più a lungo.

Torquato! rinforza il tuo cuore. La piena della gioia potrebbe farti perire. Io mi preparo al bellissimo istante. Già dell’alta ineffabile gioia qualche sorso vado or io lentamente gustando – oh un sorso solo quanta dolcezza contiene! – Che fia poi dell’intera piena? – Cielo! dammi forza a capirla, e frattanto dammi alcun tempo a prepararmivi.

VEGLIA VENTESIMASECONDA.

A S. Benedetto suona mattutino. Io non ho ancora preso sonno. Oh! quanto tempo egli è mai dacchè io non chiudo questi occhi. Ma perchè debbo chiuderli? Verrà, sì, verrà pur troppo il giorno in cui li chiuderò e per sempre! – Ah! se debbe pur venire tal giorno, cielo! non avermi tu in odio tanto da non farmi prima vedere anche una volta colei per cui sola mi dorrei oggi altamente, se per sempre dovessi chiuderli. –

Io credo che il suono della campana che odo, penetrerà fino alle orecchie di lei. Ah! se questo suono la desta, possa ella almeno risovvenirsi del suo Tasso! Possa dire : In questo istante egli veglia, egli pensa a me, egli ragiona di me. Poveretto! chi sa in che angustie si trova! chi sa che neri pensieri lo tormentano! Torquato, fa cuore. Tu non sei già sventurato come alcun crede. Tu vivi in me, come in te spero pur io di vivere. Io compatisco il dolor tuo, l’ingiusto trattamento che si fa di te. Ma cangerà il tuo stato, la nostra disgrazia cangerà. Se siam oggi separati, verrà un dì che saremo congiunti. Se oggi non t’è lecito profferire il mio nome, verrà un dì...

Ah! prosegui, donna adorabile. Credi tu che verrà questo giorno? Dimmi, lo credi tu veramente? – Ma quando? puoi tu accelerarlo? Possono accelerarlo i miei voti? Io stanco il cielo co’ voti miei. Proseguirò a stancarlo. Aggiungi i tuoi. All’ardente preghiera di due anime innamorate il cielo si muoverà a pietà; tienlo per certo. Ma sia pur sordo il cielo, siano crudeli, barbari, ingiusti gli uomini.... Sappi che sfido e uomini e cielo, che non mi umilio più a pregare. Che bisogno n’ho io? il mio amore è puro, come puro è l’oggetto a cui è rivolto. Esso è soddisfatto, se tu l’hai caro. – Me l’hai dichiarato, sono certo che rispondi all’affetto mio. Non altro io chieggo di più.

Il sole incomincia a gittare i suoi raggi sopra l’opposta muraglia, finisci, o amica lucerna la tua fatica. Riposati. Io solo non riposerò per lungo tempo. Ma nella inquietezza che mi tormenta, un secreto piacere mi conforta, il piacere della speranza. Coloro che la fortuna collocò in alto luogo, coloro la cui anima ebbra d’ogni soddifazione, non ha più che bramare, essi tremino. Che resta loro omai che di precipitar in opposto stato?

Il misero è a miglior condizione. Ogni cambiamento che sopraggiunga lo avvicina alla sua felicità.

Torquato! confortati. Tu sei misero.

VEGLIA VENTESIMATERZA.

Ohimè! che vuoto mi trovo oggi nell’intelletto! Che sterilità di pensieri! – Niun senso. Torquato! sei tu fra vivi! Mi tocco la testa.

Essa è pur qui! Qui ho pure gli occhi. – Com’è? Non veggo nulla! non intendo nulla!... nulla, nulla!

Moviamoci. – Ebbene! questo è il mio tavolino, lo tocco... Questo è il mio letto...

Oh! letto! oh! misero testimonio degli affanni di un uomo più misero! Sì, sei tu su cui mi stendo , non per giacere in riposo, non per chiamare il sonno sì dolce agli stanchi corpi, ma per abbandonarmi in ogni cruda positura al dolor disperato che mi opprime.

Io vivo, sì, vivo. Il mio dolore me ne accerta piucchè questo tavolino e queste scranne, e questo letto stesso.

Che dissi? Di che parlavo poc’anzi ? – Non me ne ricordo più...

A che m’avete ridotto! Io non era così. No, non era così. Lo sa il cielo. Io lo so quanto il cielo. – Che bisogno d’invocarlo, ove io basto?

Ah! ma sa ben anche il cielo ch’io non meritava d’essere ridotto a questo misero stato. Ma se lo sa, e perchè non mi vendica? Il cielo è giusto. La vendetta di un innocente oltraggiato è parte della giustizia. Mi vendicherà. Sì, mi vendicherà, n’ho fermo pensiero.

E che farà per te il cielo, o Torquato. È lungo tempo che tu lo invochi, e invano. Invano! Non bestemmiare, sciagurato. Il cielo è il più fido amico, l’unico che t’abbia...

Ah! d’amici n’ebbi stuolo!... D’amici?... Di finti. Il vero amico non ci abbandona quando siamo sventurati. Sa dividere con noi le pene, come gusta la sua porzione della gioia quando siamo felici. Io, dacchè caddi in disgrazia, non ne vidi uno; uno non ne vidi più. Temono di accomunarsi il mio disastro. Vili! – Dispiacerebbero al duca! Ite ad adularlo. Ditegli ch’egli è giusto, che fu cosa laudevole che il Tasso... Gli uomini sono tutti congiurati a’ miei danni. Ma il cielo mi ascolta esso ?... Nol so.

Ah! se il mio intelletto mi servisse come faceva altre volte! Se avessi limpida e svelta la mia mente come l’ebbi dinanzi!... Ma un gran buio mi veggo intorno... Una tenebra!... Dove son io! Ho inteso dire che i moribondi perdono l’uso de’ sensi, che a poco a poco mancano. Sarei per avventura in tale stato?... Ohe freddo! che ruvidezza in queste mani! La penna ricusa di servirmi... Facciamo forza. Se non raccomando a questo foglio i miei pensieri, perderassene bentosto la traccia.

Non posso più. Prendiamo riposo! Ah! Torquato, che riposo è quello mai che ti attende! L’ultimo... il riposo degli infelici... La morte.

VEGLIA VENTESIMAQUARTA.

Ho dormito. – Le forze mi ritornano.

Domani dunque uscirò di qui!... Domani sarò padrone di girmi a Sorrento, a Roma, ovunque io voglia. – A Firenze, no... No, non temete.

Cielo! fia dunque vero? Essa va... Va nelle braccia di uno sposo – e non è Torquato!

Ho pensato... Farò cosi... così. Scriviamolo.

« Amore ti fece mia. Lo sei, lo sarai persin che io viva. Di tradimento... di perfidia; non ti accuso io già. Bensì ti compiango. Vittima infelice dell’ambizione che regge da tiranna i cuori di tua famiglia e la sorte tua! Altre nozze da quelle che stabilite avea l’affetto mio, or ti sovrastano e ben altra fortuna! Meco libera, con altri sarai schiava sempre e madre di prole schiava. Non t’illudere. Libertà, in casa di tuo padre, ne vedesti tu mai? no. – Una corte... ricchezze... Fanciulla sventurata! Per te, no, non sono già tali cose. Per vivere hai tu forse bisogno di ampie camere, di ampissime sale, piene tutte di vili adulatori, d’ingordi epuloni, di sgherri sanguinari? Hai tu per vivere bisogno di tantissimi pranzi divorati dagli altri? Dimmene una, una sola delle magnifiche cose, vedute in casa di tuo padre, che alla pace dell’anima, ai liberi offici della tenerezza sia necessaria. La figliuola del tuo giardiniere – la figliuola di un padre più meschino, non ha nulla di ciò, e li sfida non di meno ad essere lieta e contenta al pari di lei. Tu sei dunque tradita  Sì, sei tradita. Tuo padre, il tuo sposo sono perfidi, che hanno congiurato insieme per immolarti. Ebbri della vile grandezza nascente dalla prepotenza, contrattano entrambi fra loro col sangue tuo l’oppressione di mezza Italia. – Va, va sposa, in braccio ad un uomo che ieri avrebbe tratta al suo letto qualunque donna, la quale assicurata gli avesse uguale fortuna. Va in braccio di un uomo, che ieri tuo padre avrebbe ricusato per genero, se un altro più potente di lui ti avesse richiesta. – Tu non gusterai dunque le dolcezze dell’ amore! Ah! le dolcezze dell’amore, non si gustano che in mezzano stato, lungi dal timore, lungi dal rimorso. – Dove il cuor sceglie, dove il sentimento guida, dove... »

Io non reggo a questo assassinio. Ah! darò io un esempio nuovo nella storia... Ma... Ov’è questo rivale, questo sposalizio? Non v’e nulla. Grazie al cielo; io ho vaneggiato fin qui.

Laceriamo questo foglio. Non rimanga traccia de’ miei dubbi. – No, no. Sussista pur questo foglio. Un giorno essa lo leggerà. Vedrà a che segno mi accuorava per lei.

VEGLIA VENTESIMAQUINTA.

Cielo! cielo!... Ah! non v’ è più speranza. I traditori hanno vinto. – Fermatevi. È vano. La fiamma lo ha divorato...

Ecco pochi fogli trasportati per l’aria dal vento attraverso del nero fumo!

Vent’anni di fatica! un milione d’anni di gloria! Tutto è perduto in pochi istanti!

Tutto? No. Non otterranno questo vanto i miei nemici. Otterranno infamia bensì... Infamia eterna... Zoili insensati! Più accanita è la vostra persecuzione, maggiore sarà la mia gloria. Voi sì, perirete. Non andranno due generazioni che i nomi Vostri saranno dimenticati.

Ah! restino codesti vili nomi; ripetansi per ogni età, per ogni secolo, ed abbiano qual loro è dovuta, la detestazione d’ogni età e d’ogni secolo.

Io mi sono misurato cogl’ingegni del mio tempo, e non mi sono perduto di coraggio. La stessa fermezza mia è una grande prova per me... Ariosto...

Grande è l’Ariosto. Ferraresi! quando le città d’Italia gareggeranno superbe dei valentuomini, ai quali hanno data la nascita, voi lasciate a parte la lunga lista dei vostri: non nominate che il cantor del Furioso. A questo nome taceran tutte.

Ma ne’ campi del capriccio folleggiò egli non dissimile dal suo eroe. Meschiò basso e sublime, stravaganze e prodezze; e nuovo Dedalo creò un labirinto da cui non per altro forse ottenne poi gloria che per aver saputo uscirne!

Servo di una corte corrotta, pensò soltanto al diletto di un grande superbo che poi gli fu ingrato. Così profanò egli l’opera migliore delle muse. Rincrescimento dell’alto suo ingegno ha lasciato alla età venutagli dietro.

Torquato! a miglior meta aspirasti tu , e otterrai miglior fama.

Un solo in questa età è il rivale che può disputarmi la palma. – Ah! dimmi : sei tu al par di me sventurato, o virtuoso cantore della più grande impresa che i tuoi compatiotti abbiano mai ideata? Fama sino a noi ne giunse. Misero! ma non quanto me al certo. L’imperio delle Indie uscirà di mano ai nipoti di Emanuello; non più la superba Lisbona vedrà approdare al suo porto i tesori dell’Asia e dell’Affrica, ma la gloria delle sue immense conquiste splenderà tuttavia viva e raggiante nei versi di Camoes. Le ultime generazioni vedranno nella Lusiade il coraggio incredibile di un pugno d’uomini. Che domando infinite genti e lottando contro pericoli tremendi, immensi e nuovi, portarono alle estremità del mondo le loro virtù e la religione de’ loro padri.

Una grande impresa, la maggiore che i popoli dell’Europa abbiano eseguita, tolta ho io ad argomento del mio poema. La mia Gerusalemme sarà per tutte le genti cristiane quello che fu pe’ Greci l’Iliade, l’Eneide pe’ Romani, quello che pei Portoghesi è la Lusiade.

Un sacro entusiasmo metteva da ogni parte popoli e re in desiderio di levar dalle mani degl’infedeli i luoghi dalla religione consacrati. La politica fin d’allora cambiò in Europa. Il lume delle arti sorse, e gli errori del fanatismo diedero nascimento ad una rinnovazione felice di costumi, di leggi, di usi.

Gli storici accenneranno questa epoca per la più celebre ne’ fasti delle moderne nazioni. Essa è come per le nazioni antiche il passaggio de’ Greci a Troia, io ho fatto di più. L’ ho co’ miei versi eternata.

Ah! domanderassi però qual fosse il destino del poeta...! Camoens, noi siamo sventurati entrambi! E chi noi fu mai, se meno meritò d’esserlo? Ma l’ingiustizia non regna  che un momento, di poi sparisce, e seco spariscono i suoi autori ed i suoi ministri.

Deh! così presto ancora sparissero dalla mente del signor mio le fatali ombre che me l’hanno renduto avverso. Se fatto più ragionevole considera la purità de’ miei affetti...

E di che parlo io? Come mai ragionevole l’ambizioso potente?

Da brevi esordi, sostenuti dai tempi, dall’altrui debolezza e dal proprio ardimento, estendendo ognora fra le civili discordie la loro potenza, fatti ora sostegno della pania, ed ora flagello, per diventarne infine i tiranni, crebbero all’altezza, in che l’Italia li vide.

Sono dunque i tempi che mettono differenza nella sorte degli uomini? Mentr’essi non avevano a piè degli Euganei che un castello diroccato, uno de’ miei padri, che tolta avesse una sposa di loro famiglia, sarebbe riputato da essi un uomo illustre, degno di lor parentado. L’ avrebbero forse ricercato essi come un acquisto. Degno della persecuzione di un loro nipote oggi divento io per aspirare a tai nozze! Che travolgimento!

Ebbene! starommi in privata fortuna. Mi contenterò del mio amore sventurato. Almeno ne lascerò traccia al mondo.

A doppio titolo sarà caro il mio nome. Quello di chi mi perseguita, oh quanto sarà detestato!

VEGLIA VENTESIMASESTA.

Oh! questo pane è pur cattivo. Incrudisce nel mio stomaco e si cangia io veleno. Via... non men recate più. Conosco la mano perfida da cui mi viene. Può dar la perfidia altro mai che veleno?

Questo pane mi vien dato, perchè questa misera vita, consunta dal dolore ogni giorno, ogni giorno ripigli forza per sostenere il dolore. – Crudeli! questa è barbarie di nuovo genere. Farmi morire ogni dì...

Due ampie strade mi stanno aperte dinanzi per deludere finalmente questo disegno sacrilego. O ricuso questo pane venefico, e sottrarrò ai tiranni la vittima, o fomento in me la dolce speranza di rivedere un giorno colei, per cui oggi soffro, e assorto in sì bella idea renderò vani gli attentati de’ miei nemici... Per quale, o Torquato, di queste due strade vuoi tu avviarti? una al certo t’è uopo scegliere. Grande.... sommo vuolsi coraggio in ambedue.

Scegliamo la prima. – Eccoti dunque, o Torquato, all’ultim’ora.... Ma lei, la cui immagine t’è ognora presente, lei il cui nome con tanta gioia pronunci: lei , che ti è in conto di tutto... lei ? – tu non la vedrai più, non la rammenterai più.... Sarai morto a lei.

No, no. Infelice sempre, perseguitato... lacerato da quanto ha l’odio di più crudele. Ma vivo, ma capace di ricordarla, di nominarla, di mettermene dinanzi l’immagine divina. Essa è la mia vita.... il mio tutto.... Come rinunciare a lei?... Non muoio, no.

Duriamo dunque in questa misera vita. Cibiamoci ogni dì del dolore, e prepariamoci col soffrir d’oggi al soffrir domani, e domani l’altro e l’altro, e sempre, finchè l’istante arrivi del cambiamento.

Ahi è molto aspra l’impresa.... è aspra. Ma v’è un compenso. Mi vorrebbero morto, questi crudeli, e non l’otterranno. Vivrò, sì, nel dolore, per isfidarli, per provar loro che malgrado i loro sforzi non posson nulla, che maggiore è Torquato di tutta la lor potenza.

Quanti interessi insieme composti sopra una idea sola! – Mi vendico, ed amo.

Si arrovelleranno i perfidi a tanta costanza, e un balsamo celeste mi pioverà nel cuore, un balsamo d’ incredibil virtù, per cui ristorate le stanche forze, più atto sorgerò ad adorar la mia donna.... quella donna divina, la quale ben merita il soffrir che si vuole da me.

Scelgo dunque di vivere.

VEGLIA VENTESIMASETTIMA.

La gloria mi chiamò in Campidoglio. Sarò coronato primo poeta del mio secolo. Andiamo. Non ho più nemici. Non ho più ostacoli all’amor mio. Potrò parlarne, potrò parlarne liberamente, ampiamente, quanto desidera di parlarne questo cuore che n’è pieno.

Il duca non isdegnerassene allora! allora i suoi cortigiani invidiosi non me ne faranno più un delitto. – Vi tacerete alfine, e il vostro livore, statomi fin qui sì fatale, diverrà veleno per voi, argomento di trionfo per me.

Torquato! coraggio. Soffri il presente infortunio. Presto verrà la tua redenzione, la vittoria, la felicità.

Che ostacolo ho fin’ora sofferto? Quello d’essere un uomo privato. Le figliuole de’ principi deggiono andare a nozze reali. Così l’umana razza si classifica dall’orgoglio.

Ebbene: sia così. Io non sono più un uomo nè oscuro, nè privato. Me pure cinge una corona, la quale è tutta frutto mio, non retaggio immeritato e venuto per caso. Ove mi porrete voi? Con chi mi pareggerete? Diverrò superbo anch’io, se superbia pur vuolsi.

Oh! divina donzella! oh! sola che possa dar pregio al mio innalzamento! No, non avrai ad arrossire dell’amor mio. La storia avrà due donne rendute immortali dai loro amatori. Chi è colei che non invidii la sorte di Laura? Tu sarai la seconda per ragione del tempo, ma la prima certamente per vero stato felice.

Sì. Meco unita sarai felice tu. Sposa di principe oh! quanti affanni avresti a temere! Ah! non sai che cuore abbia un principe, e per chi se l’abbia. Crudel desio di dominar tutti: ecco l’anima sua. Egli non vuole che schiavi, e il primo d’essi è la sua sposa.

L’invidia degli altri ambiziosi potenti, le congiure, la guerra, possono facilmente rapire il consorte a te, a’ tuoi figliuoli lo stato, Sforza e Bentivoglio non sono nomi troppo vecchi ne’ fasti de’ principi sciagurati; tua cugina.... Hai in casa tua gli esempi. Con che feste, con che speranze non andò essa a Bologna! Essa ha veduto morir prigioniero in Milano lo suocero, andar esule il marito, interdetto a’ figliuoli fin l’appressarsi a molta distanza della città, che esser dovea il loro retaggio.

Le grandezze de’ principi hanno un periodo. Ma tu sposa a Torquato godrai sicura della mia gloria, e intera la vedrai trasmessa a’ tuoi figliuoli. Nessuno potrà nè a te, nè ad essi rapirla; nessuno può rapirla a me.

Essa ha udito. Affrettiamoci. Il tempo dell’allegrezza è vicino.

VEGLIA VENTESIMAOTTAVA.

Dacchè m’hanno chiuso in questo luogo, io più non veggo alcuno dei miei amici. Ingrati! non venirmi a trovare mai, mai! – Che amicizia è la vostra! – L’ amicizia degli uomini.

Non precipitare, o Torquato, il giudizio. Forse avranno voluto venire. – Chi sa quante volte l’hanno tentato. – Ma sarà stato loro permesso?

Oh! miei amici! se voi sapeste in che misero stato è il vostro Tasso. Egli sta male... male assai! notte e giorno sono per me la stessa cosa. Non chiudo mai occhi la notte.

Il giorno mi scorre lento lento dinanzi con lume sì pallido, che in vece di rallegrarmi, come suol fare ad ogni vivente, m’aggiunge tristezza, m’empie d’umor nerissimo e mi colma d’affanno.... Oh! che brutti fantasmi sorgono nella mia mente per atterrirmi! io cerco cacciarli, ed essi ostinati ritornano, e a’ miei nuovi sforzi ingigantiscono. La speranza stessa, che pure è il conforto de’ miseri, la speranza diventa per me un flagello. Come posso mai arrendermi alle sue lusinghe! Qual fondamento m’è dato per credere che troverò infine se non giustizia fra gli uomini che mi perseguitano, pietà almeno in colei ch’è sola cagione de’ miei travagli!

Oh! dolci amici! Oh! voi, che tante offerte negli andati tempi mi faceste! voi, a cui ho tanto creduto in addietro, fatemi voi quest’officio. Non sapete, no, il sublime suo pregio! –Ite a lei. Voi la vedrete volendo: che non siete vegliati siccome il Tasso.

Nessuna donna ispirò mai tanta fiducia. Vedrete nel volto suo dipinta la bontà. Il tuono della sua voce vi conforterà a parlare, e a sperar bene di me.... Ditele, Madonna! ov’è il vostro Torquato?

Abbasserà gli occhi all’ istante, udendo il mio nome. Osservatela bene. Si cambierà di colore.

Gli occhi forse le s’ inumidiranno, diverran rossi. Parlate allora con coraggio. Dite: Torquato è chiuso in luogo d’alta miseria. Ma non crediate, Madonna, che sia uscito di senno. Questa è calunnia. Egli pensa a voi  continuamente. A voi sola egli pensa. Di voi sola ragiona. Non altro chiede, non sospira altro che voi. Voi siete il suo tutto....

Talora in mezzo a’ suoi patimenti va lieto perchè patisce per voi. E talora, o Madonna, si abbandona alla sua sciagura e perde lena, perchè nè un raggio pure entra in lui di consolante speranza. Che debb’essere dell’amico nostro? Noi lo desideriamo libero; egli libertà non cura, se non possa veder voi, voi sola di che è piena sua mente, il cuor pienissimo. Dice che vi fu caro, e all’accento, con cui lo dice, perdonate. Madonna, non iscopresi, no, follìa nel suo intelletto, ed arroganza nel suo spirito. Troppo egli forse lusingò sè medesimo. Ma non potete voi essere virtuosa troppo.

No, tacete voi. Questo discorso non è quale io il voleva. Non sapreste parlare conforme richiede l’alto suo cuore, o l’amor mio. Amici deboli! – Itene. Godete di vostra libertà e di vostra fortuna. Lasciate me nella mia miseria; me, più grande al certo nella miseria di voi in alta fortuna. – Itene!

VEGLIA VENTESIMANONA.

Il sole nasce. I vicini artigiani sono al lavoro: e da più ore il laborioso contadino gli ha preceduti. – Ah! voi, per quanto sudore vi grondi dalla fronte, non siete già miserabili. La sera vi annunzia e il compimento dell’opera vostra, e il rifocillamento del riposo.

Miserabile ben mi son io! Un tempo anche io m’alzava sollecito al par di voi, e spesso pure vi preveniva. Io scuoteva l’estro, caro e fatal presente che il cielo mi fece nascendo; e dettava lieto de’ versi... que’ versi che faranno la mia gloria quando non vivrò più, e faranno la gloria d’Italia in tutti i tempi. – Mai non mi prendeva stanchezza. Non vedrassene traccia ne’ miei versi. M’arrestava bensì; ma per ripurgare, per riabbellire quanto l’entusiasmo subitaneo mi avea ispirato. Veniva poi mezzogiorno. – Oh quante volte non me n’accorsi io; e proseguii rapito in dolce estasi il mio lavoro, che poi non interrompeva che al sopravvenire della sera.

Allora in mezzo ai cari amici ripeteva ad alta voce il sonoro canto, che nel silenzio del ritiro io avea creato. Non più bello era per me alcun giorno di quello, in cui avanzato avessi d’assai nella mia carriera.

Oh cambiamento! Da mesi parecchi chiuso qui, più di tai giorni raggio non veggio risplendere; più non sento in me nè forza al canto, nè desiderio di averne. Un muto squallore, un silenzio freddo mi circonda. I miei sensi sono ottusi, l’anima mia fredda, dormigliosa...

Dormigliosa! lo fosse pure! Direi: – molto spazio hai già scorso; e più sola facesti tu, che migliaia insieme d’uomini più cari alle Muse. Riposati. È giunto il tuo tempo.

Ma ohimè! quest’anima in ben altro stato è caduta. Scherzo infelice di una troppo bella sfortunata passione ondeggia incerta in un mar vorticoso, che la perfidia gonfia, e sconvolge ognor più senza che raggio apparisca presagitore di calma. Ammonticchiati l’uno sull’altro i flutti s’incalzano, si accavallano, e fischiando minacciosi seco mi trasportano a rompere. Cielo! tu sai dove; io no, che sbalordito dal fragor procelloso, perduto nella notte orrenda della tempesta, nè lido veggo, nè scoglio; e morte che sovrasta, pur sembra che s’allontani anch’ essa, paga d’avermi atterrito.

Ah! sino a quando durerà questo? Eppure v’è stella in cielo di chiaror mirabile, un breve raggio della quale se fia che le dense nubi gli diano il passo, illuminerà, non che la mia via, l’universo tutto, e nuovo ridente aspetto di cose riaparirà tosto, e serenità durevole e giorno.... giorno di vita e di gioia.

Oh stella, che con tanta fidanza invoco! Oh! tu, speranza sola, e solo bene di quest’anima afflitta, io ti conosco. Io so, che sorgesti già dal tuo oriente, e che molta parte hai tu corsa del cielo, e fitta nel luogo a te destinato ivi splendi di te sicura, e in te chiudi la mia fortuna. Passeggieri senza dubbio sono i nembi che a te mi tolgono. La tua luce, quando che sia, brillerà di bel nuovo. Io ritornerò alla vita, all’allegrezza.

Chi allora più beato di me? Pochi istanti in addietro ti vidi, ben rammento quanta felicità mi piovve nell’anima. Eppure allora non altro che forza del tuo bello vigor mi dava e ragione. Estasi grande è quella, in cui sommo oggetto rapisce: necessario è l’affetto che poi ne nasce.

Or da te lungi tratto son io, e sol perchè t’amo. Di questa lontananza, comandata crudelmente da voler tiranno, tutta sento l’acerbità. Tutta perciò la gioia sentirò io di vederti, quando fia che aperto l’uscio di questa infame dimora, possa, siccome il cuor desioso sospira, giungere a te. E il subito entusiasmo mio, e il tramortimento in che cadrommi, a te faranno chiarissima fede dell’immenso mio soffrir presente e dell’amore... Oh! dell’amore, che in terra, no, pari non ebbe fin qui, nè avrà mai.

Torquato! verrà, sì, verrà il momento in cui la notte ch’or ti circonda, cedendo al lume della benigna tua stella, dileguerassi. Rivedrò allora giorni belli e sereni, quali ebbi in addietro. Più sereni e più belli io li rivedrò: e tornerammi l’usato estro, e intuonerò canti degni della celeste mia donna, degni dell’amor mio.

O sole!  accelera il corso e va sollecito ad incontrare il momento che attendo. – Sai tu con che ardore io lo attendo ?

Io parlo al sole! Misero!...

Ohimè! la natura è sorda alle mie invocazioni.

 VEGLIA TRENTESIMA

Ho salvato l’onore: ho travagliato per la gloria. – L’infortunio non m’ha risparmiato: n’ho colpa io? – I miei nemici non hanno potuto perdonarmi i doni che la natura mi ha fatti. Guai a colui al quale vien dato sì funesto perdono.

I rivolgimenti del paese... i casi di un principe sfortunato... Ah! padre mio, tutti abbiamo avuta la fortuna nemica.

Separato da te fino da’ miei anni più teneri... congiunto per brevi istanti, e condannato poscia a star sempre lontano!... Lasciata in un mar tempestoso senza nocchiero che la regga una navicella, presentando or l’un fianco, or l’altro agli aspri venti che infuriano, galleggerà per qualche tempo tra i flutti; ma come, se pur non rompe infine contro a uno scoglio, come potrà essa mai prender porto sicuro?

Vedi in questa navicella tuo figlio. Oh! lungi, lungi da me un lamento. Ma tu non hai potuto ignorare la mia pietà. Tu, nella luce eterna in cui vivi, la vedi intera. Oh! padre mio, Torquato tuo è infelice, ma non colpevole.

Ardii troppo... Non io fabbricai nel mio cuore l’ardimento infausto. Una forza più potente di me lo creò. Mi fu d’uopo obbedirle.

Alzati, celeste donna. Tocca a te la mia difesa, a te, che non ti offendesti del mio ardimento.

E sa alcuno fin dove lo spigness’io? – Ecco l’immensa carta, in cui sono descritti i vaneggiamenti degli uomini. I miei pure vi sono segnati. Ebbene: qual dito indicherà la linea oltre la quale non m’ era permesso estendermi?

Sacro è l’alto subbietto. L’avrei profanato io? Padre! padre! pronuncia tu colle sante tue labbra...

Ah verrà il dì che raggiungendoti nel celeste soggiorno in cui vivi immortale, udrò la sentenza. Io attendo, e invoco quel dì. Deh! se ponno cosa alcuna a pro d’un figlio i tuoi voti, affrettalo. Io sono tua parte: e come lasciarmi alle spalle nell’incerto e fatal cammino, in cui omai son perduto se tardi a soccorrermi! Vedi l’orribil mio caso. Vedi i mali tanti che rovesciati si sono addosso a Torquato tuo. Non ti parlo del cuore. Misero! a quante saette è barsaglio! Di mia mente ti parlo. E che resta all’uomo a cui la mente si tolga!

Impostura è questa. L’ha architettata un tiranno. – Ma in Italia n’è diffusa la fama. Io stommi disgraziatamente in luogo riserbato a coloro, che non sono più consapevoli di se stessi.

Infami! con sì vile pretesto coprite la nera trama.

Oh! se v’è in cielo cura de’ buoni, perchè tarda la giusta vendetta che chieggo? E se parte di questa cura è liberarmi dal trattamento indegno che soffio, perchè, Dio potente, non trarmi a te?

Tasso! spera. La speranza rattemprerà le tue angosce.

VEGLIA TRENTESIMAPRIMA.

Torquato! ove sei tu! – Ove? – Io dianzi era in corte... Desiderio di conoscere uomini, e d’esser conosciuto; ambizione d’esser in pregio; sete di avvicinarmi ai grandi, e d’ottenere favore.... Favore de’ grandi!...

Sì, tutta Italia esaltava gli Estensi. Colà, dicevasi, regna in minor fortuna un Augusto, non macchiato della infamia di proscrizioni. La sua casa è piena de’ migliori ingegni del tempo. Egli gli accarezza, gli favorisce, gli onora. Andiamvi. Siamo il Virgilio di tale Augusto.

Io ci venni. – Oh! come l’uomo è soggetto a sedursi! Magnificenza, profusione, lealtà.... Che non mi parve di vedere! Qui trovai cento valentuomini, due soli dei quali basterebbero a dar nome al loro secolo. Di altri cento trovai qui la memoria. – Saranno ingannati anche i posteri, e diranno del tempo nostro, che fu bello come quello di Pericle.

Non so la storia della corte di Pericle. Ma certo non lessi mai che filosofo, oratore, poeta ito in Atene per celebrare la virtù di quel principe, fosse da lui fatto porre in prigione. – E non è prigione, misero! questa, in che sei? Escine, se tanto puoi.

Ohimè! prigione è dunque! – Perchè?... Tentai forse un tradimento? Congiurai? – io? Nulla meditai di tali cose.

Di sua famiglia una... vid’ io... una vergine donna, la più bella. – È vero. – Ah perchè la vidi io! È delitto il vederla? Ma tutti la videro i cortigiani al par di me.

Io ardii amarla. L’amarla è delitto? Non debbe ella dunque essere amata? Ah! perciò la fece il cielo sì bella. – Cortigiani! non l’avete amata anche voi? No, no; io solo l’amai, io solo. Ecco il mio delitto.

Arrestatemi, legatemi, tormentatemi, uccidetemi, io sono ostinato in questo delitto; io l’amai.... l’amo.... Perirò, ma l’amerò finchè abbia anima. E se vuolsi abbreviarmi la vita, perchè ne cessi, raddoppierà l’amor mio, onde in meno spazio di tempo tutto assorba e contenga il sentimento di lunghi anni. Amore è fuoco. Provocherò entro il mio seno un incendio. Vedransi uscir fiamme da questo petto, alzarsi intorno, riempierne questa camera, tutto il luogo. Io resterò cenere, e chi verrà di poi a contemplar questa cenere leggeravvi entro l’amor mio immenso, e la guarderà con sacro timore: che fredda non potrà supporla giammai anche dopo un secolo.

Ma che! finirai tu dunque, Torquato! Finirà il tuo amore! Che negro pensiero! L’amore tende all’eternità. Per un cuor prevenuto che è mai un’idea di morte! ben peggiore della morte si è l’idea che il suo amore possa aver fine...

Il mio non lo avrà certamente. È in me parte, che vincerà tutti i tempi. Sciolta dalla spoglia fragile, che or la circonda, volerà nell’immenso seno d’eternità, ove uguale costantemente a sè stessa, ed immobile nel suo senso, nè misura, nè gradazione conoscerà essa più. Un solo pensiero sarà sua vita, un pensier solo a niun altro misto, non rotto da alcun altro, perenne, continuo, unico; il pensiero della eccelsa donna che amo. Questo pensiero sarà affetto: e la mia vita sarà un sentimento, o qualunque altra migliore cosa che sia, formante vita, contentezza, beatitudine, formante tutto il mio tutto – e sempre.

Aggravate dunque i miei mali presenti, o crudeli. Toglietemi l’aria che respiro, siccome barbari! tolto m’avete la vista che mi rendeva sì lieto. Voi non fate che affrettare il momento della mia felicità. Ne contemplo già la grandezza.

Oh tu, alto oggetto de’ miei desiderii!... Ma prima di andare a contemplarti nel luogo, ove l’archetipo d’ogni tenera bellezza deh! possa vederti ancora una volta! T’ho presente , è vero, ogn’istante, i tuoi divini lineamenti, le tue celesti fattezze, il volto sovrumano, gli atteggiamenti, le grazie, i vezzi, tutto mi sta dinanzi, ancorchè mi sii lontana, ma il rivederti ancora una volta fia pure per me un gran bene! Scolpirommi in cuore, più addentro in cuore scolpirommi e le forme leggiadre e le soavi maniere.... e quei moti spiranti celestiale natura, dai quali un rimbalzo sì vivo, un sì dolce fremito, dacchè ti vidi, concepì quest’anima, che gli ondeggiamenti ancor durano in me, ancora ne sento la ripercossa.

Ohimè! non la rivedrò.... mai più non la rivedrò. –

Corte ingannatrice! Ecco quello che venni a cercare in Ferrara! Chi mi suggerì l’esecrabile pensiero ?...

Oh! voi, che dalla natura otteneste cuor tenero, lungi da questa terra. Essa è nemica degli uomini e dell’amore.

VEGLIA TRENTESIMASECONDA.

Non corre per tutti gli uomini a passi uguale il tempo misuratore dei giorni. Il cortigiano trova le ore brevi e fuggenti. Odi le sue querele. Vorrebbe a sorsi a sorsi gustar lentamente le delizie della sua fortuna, e intanto trema presentendo il picchiar vicino di quell’istante fatale, in cui dall’alto, in che il pose fortuna, volgendo la ruota lo getterà crudelmente in basso.

Per me però a passi tardi procede il tempo nella sua carriera. Lunghi sono i giorni, lunghe le ore. Ed oh! quanto mai indugia il momento della mia liberazione!

Liberazione! Cielo! di questa parola e forza adunque che l’innocente faccia uso nel paese della tirannide! Io ho fatto de’ voti.... Ogni mio respiro n’è uno, e quel momento non giunge. – Che farommi dunque ormai! Morirmi... morirmi.

Che nere ombre mi circondano intorno! che fantasmi orrendi ho davanti! La morte è qui. Essi ne sono i forieri. Torquato! stenditi giù. – La giacitura è conveniente al tuo dolore. Queste mani debbono starti sul petto. No! no! a manca. Qui ove il cuor palpita. La testa penda anch’essa a quella parte. Ma tienla d’incontro all’uscio, e possa tutta la persona vedersi da chi metterà piede qui dentro.

Io m’ immagino quel momento primo, in cui verranno qui per vedermi... Verranno, sì, alla nuova.

Cielo! non permettere che io sia uno di quei morti che non hanno espressione. – Eh! no, non sarò uno di quelli.

La mia fisonomia, tutto che sbiavata, presenterà, ne son certo, i lineamenti vivi del dolore. Si dirà: i morti non dolgonsi, e come costui ha tuttavia increspata la fronte, convulse le gote e fremebonde le labbra? Ve’ l’atteggiamento suo!

Ed ignorate voi dunque il martirio crudele che consumò quest’anima? Non sapete che amò egli sopra la forza dell’uomo; che amò come amano le intelligenze spoglie d’inviluppo mortale, e che a lui il mortale inviluppo non servì che ad irritare lo stesso amor suo, il quale, tradito dagli uomini, e dal cielo stesso tradito, si volse poi in tal dolore che l’uccise?

Si trasporta il mio cadavere. – Allora si affetterà pietà di me. Che pompa di funerali! quanti ceri accesi: quanto corteggio! Ferrara tutta accorre. Andiamo a veder il Tasso.

Si ricorderà che fui gentiluomo onorato alla corte del duca, che in molta estimazione io vissi e in questa e in altre città d’Italia; che fui riputato felice per l’ingegno, che accrebbi splendore alle lettere, che illustrai il mio secolo.

Poi si dirà che mai non nocqui ad alcuno, che feci bene a molti, che se pronto fui talora allo sdegno, pronto fui però sempre alla calma, che i deliri dell’immaginazione furono innocenti....

Tacete. Non ho bisogno degli inutili vostri elogi. Nè uno men fate voi che sia degno di me. E che! non parlate della perversità de’ nemici miei? Non parlate del crudele assassinio che m’ha condotto alla morte?

Adulatori! anche cogli estinti usate voi l’ingiustizia?

Via, calatemi nella cieca fossa ove hanno da perdersi le mie membra. Toglietemi da quest’aria avvelenata. In quelle tenebre non vedrovvi più, non udrovvi più. Ivi se non avrò pace, non avrò insulto almeno.

Oh! Torquato. Eccoti giunto al tuo eterno albergo. Infelice! a che vivesti tu dunque?

Una voce mi risveglia. – Ah! non sono ancor morto. Sento una voce. – È languida però, e male articolala. – Alzati di più, benigna voce, e fatti sonora. – La voce amica si avvicina. – Gran Dio! fa che non m’ inganni. – Sarebbe dunque vero che io avessi toccato il colmo della miseria per sorgere poi d’un tratto a quello della felicità!

Che odo! I miei occhi non distinguono l’oggetto che m’ è dinanzi... – Lo distingue il mio cuore.... Oh!... sei tu!... tu! – Mi manca il respiro. – Stendimi la mano. – Oh! come in questo punto è soave la morte!

VEGLIA TRENTESIMATERZA.

Va, rendine testimonianza al mondo. Tu sei stato colpito dalla immensa luce, che improvvisamente ruppe le tenebre della notte passata. Tu hai veduto. – O i volgari tuoi occhi forse, e i sensi bassissimi tuoi... miserabile! non t’hanno conceduto di partecipare del divino spettacolo?

Ben l’ho presente io, che tutto il contemplai e ne fui parte.

Il Dio tutelare del Tasso, dissi allora, ha infine pur avuto vergogna dell’abbandono in cui giaccio!

Un braccio sovrumano mi strappa dal letto, sordo testimonio ed inutile de’ miei sospiri e del mio pianto. Tutto mi si muta d’intorno: le pareti di questa camera dileguansi come mollissima cera. Una luce mi circonda, splendida cento volte, più che quella del sol di luglio, e attemperata e soave così, che dolcemente blandendo i miei sensi di una voluttà ineffabile li riempie e gl’inebbria.

Vieni. – Io sono assiso sopra un carro di fuoco. Ferrara, sì superba del suo vasto circuito e delle sue torri, non apparisce più all’occhio. Il Po orgoglioso, che ardisce lottar col mare, il Po per un momento prende le forme di una bianca striscia sottile, poi si perde nell’ombra. Il carro frattanto s’alza rapidissimo fra le nubi; io sono negli immensi spazi dell’aria. – Oh! solo elemento, degno degli alti spiriti.

Andiamo ove un miglior destino ci chiama. Dovea infine spuntare, o Tasso, il giorno del tuo trionfo. – Sì, l’ho presso, è il cielo che mi ha data sì fausta sorte, desiderata da sì lungo tempo; e ben tu il sai se meritata da me.

Essa mi volge lo sguardo, l’anima le vien agli occhi... tutta l’anima! – Oh! fuoco vero è quello di che mi abbruci, mentre delle tue braccia mi cingi, o divina donna! In terra, ove arsi molto sì acuto senso non provai giammai, nè sì delizioso. Pace! Si salga ancora, e il respirar molto dell’aura di queste celeste regioni purificherà quanto di terreno ancor resta al tuo amante.

L’arco de’ bei colori dell’iride è presso. I bianchi cavalli condottieri del carro vibrano più stese verso quell’arco le ali. Un vortice di nuova luce scoppia improvviso dal centro del medesimo, e la rotta nube presenta nell’aperto seno un nuovo prodigio.

Ecco, ecco il termine della lunga corsa. Paese miglior ci attende, ove i puri affetti non nera diffidenza contamina, nè intorbida invidia, nè orgoglio perseguita. Ve’ le ridenti piagge e gli ostelli sicuri, ove fra l’olezzar de’ mirti sacri all’amore, l’amor nostro si pascerà di sè stesso, e a sè stesso basterà l’amor nostro... Amica turba si muove all’incontro... Scendiamo. – Oh infelicità!... Tutto il passato si annienta nel mio pensiero. Non ne resta al cuore l’oscillazione di un punto. Oh mia! mia, sì che non mi verrai contrastata mai più, abbracciami. E un dio che mi ti dona, o sei tu – tu sei il mio dio.

Ah!.., Muori – muori e togliti alla vergogna di te stesso. Che altro ti resta ? o di che altro hai bisogno tu ?... Oh! è tempo assai dacchè questo infausto bisogno mi tormenta, e non ho forza... No... non ho forza... nemmen di morire.

Sognai forse io ? Come creder sogno ciò che vedeva con questi occhi... ciò, che con queste mani ?...

Io avea già messo il piede in terra. A lei, che s’ era levata in atto di scendere, porgea la mano allora. Di queste cose mi ricordo sì bene, che il concepirne dubbio sarebbe stoltezza.

Ah! doveva, scendendo, appoggiarmela al fianco. I maledetti corsieri, ripigliando la via dei venti, non me l’avrebbero involata. È mia la colpa.

Ma tu... Oh flagello esecrabile e caro! come mai creato per conservar la natura, per dare ai cuori la vita, li muti si spesso in veleno e ti fai peggior della morte? – Che nessuno parli più dell’ amore. Sbanditelo dalla terra. Non è questo il suo posto. Nell’ inferno.... là è il posto suo.

Ma tu, che infine io possedeva... dove sei!... a chi sei stata conceduta?... vedrotti io più?

Parlatemi di lei.... solo e sempre di lei... Nè d’altro può questo cuore sventurato occuparsi, nè vorrebbe occuparsi d’altro, se pure il potesse.

Oh! tutto si oscura. Il suolo traballa. Non mi reggo. – Ecco il fine de’ miei infortuni!...

VEGLIA TRENTESIMAQUARTA.

Io libero! – No, non deliro. L’uscio è spalancato. Chiare sono le parole che mi disse costui. Sono libero.

Oh! cielo! che feci io mai? Che pensai dunque sin qui? – Non men ricordo. Un sogno... che lungo sogno! – Ah! Torquato! possibile? In tanta miseria eri caduto tu... Disponiamoci a partire.

Ma che fogli son questi!... I depositarii de’ miei vaneggiamenti. – Ite lacerati in mille pezzi, scherzo de’ venti, o testimoni sciagurati della mia debolezza. Che memoria non resti nè di voi, nè della mia vergogna!

Ma no, restate. Onta non fu mai l’amore di altissimo oggetto; e sacra esser debbe ad ognuno l’espansione innocente a cui si abbandonò l’anima mia. Restate dunque.

Ho scorsi questi fogli. Che malattia tremenda è l’amore! Non vorrei esserne attaccato mai più.

È vano però il dissimularlo. Molto ha in sè di che sedurre un’anima codesta malattia tremenda. Questi stessi fogli, in cui non è accolta che qualche lieve scintilla del cieco fuoco a cui scampo, questi fogli stessi mi destano un certo dolce commovimento... Ah! saprete ben compatirmi voi che conoscete l’amore! Ma v’ è non picciol numero d’uomini esercitati nella severità. Essi udranno malvolentieri che il Tasso sia stato morto alla ragione per alcun tempo. Nascondiamo questi fogli a costoro. Ne trarrebbero argomento troppo funesto per me .  .   .   .   .   .   .   .   .   .   .[5]  Ma verranno un giorno alla luce, io non sarò più fra’ viventi. Saranno allor letti con avidità. – Io desidero sopra tutto che sieno letti con profitto. Grande ammaestramento ho dato io con questi deliri!

Fine delle Veglie.


 

 

[1] In conferma di quanto è qui detto, giova aggiungere , che nell’ anno XIII, il sig. Barrere pubblicò una nuova versione di queste Veglie con alcune ricerche letterarie sul Tasso.

Il sig. Bonaventura Incisa, gentiluomo piemontese, ha messo in musica molte di queste Veglie.

[2] Vedi il Mercurio d’Italia del 1790.

[3] Giornale senza associati.

[4] Vedi l’Avvertimento nell’ediz. di Parigi.

[5] Non è stato possibile leggere intero questo passo nel manoscritto.

 

Indice Biblioteca Progetto Pirandello

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011