Salvatore Betti

Due poesie di Torquato Tasso

intorno all'amor suo con la principessa Eleonora d'Este,

pubblicate ora per la prima volta.

Edizione di riferimento:

Giornale arcadico di scienze, lettere ed arti, tomo XXXVI, ottobre-novembre-dicembre 1827, Roma, nella stamperia del giornale presso Antonio Boulzaler, con licenza dei superiori.

Al chiarissimo sig. prof. Giovanni Rosini

Io non saprei a chi meglio che a voi, mio buon amico, donare il titolo di due preziose poesie di Torquato Tasso novellamente trovate; a voi che le opere di quel sommo avete carissime, fino a darcene con egregio amore e con ispesa veramente signorile la più esatta, la più compiuta, la più bella edizione. Nuovo titolo che acquistato vi siete, oltre a tanti altri che tutti sanno, alla stima ed alla gratitudine eterna di chiunque pregiasi di letterato. Dissi preziose poesie; e tali ve le confermo, parendomi che un'altra più apertamente ci palesi le occulte ragioni, per le quali l'autore dell'Aminta e della Gerusalemme fu condotto (miserabile ricordanza!) ad essere guardato per ben otto anni in un carcere come uomo al tutto privo del senno. Nè vogliate prender sospetto sulla loro autenticità, che ognuno può a bell'agio vederle, avendole per carissime, ma non per misteriose, il loro possessore sig. conte Mariano Alberti: il quale ha di più voluto farle approvare con pubblica testimonianza di tale, che fra tutti gl'italiani siede principe di queste cose, cioè del celebre monsig. Angelo Mai prefetto della libreria vaticana: nella cui gravissima autorità tutti volentieri si quieteranno. E qui mi verrebbe molto in acconcio il dire alcuna lode di esso sig. conte Alberti e del suo amore per le lettere, e della sua corte sia con tutti, e massimamente con me, s'io non temessi offendere troppo la sua modestia. Piacciasi però il nobil signore di permettere almeno che qui gli renda i miei più vivi ringraziamenti per l'onore che mi ha compartito singolarissimo concedendomi di pubblicare questi versi prima di ciascun altro.

Sa ognuno che Torquato Tasso amò di fervente amore due gentili donne, le quali parimente si chiamarono Eleonora: la principessa d'Este, e la Sanvitale contessa di Scandiano. Della Sanvitale s'innamorò il poeta nel 1576, e comechè grandissimo fosse codesto amore (essendo la donna e bella e cortese, ed inoltre di elegantissime lettere), non è tuttavia noto che gli fruttasse niuna grave molestia, da qualche piccola invidia in fuori, della quale parla il Serassi. Non così avvenne però dell'amor suo con Eleonora d'Este: la quale avendo egli incominciato a conoscere nel 1567 fin d'allora la ricevette così caramente nell'anima, che negli anni seguenti non sapeva quasi più pensar d'altro. Molti hanno dettato su tale amore assai vaghi romanzi: e molti anche hanno preso con singolare studio a provarci, ch'esso non trapassò mai il confine d'una rispettosa inclinazione di animo dalla parte del poeta, e d'una benevola protezione dalla parte della virtuosissima principessa. Nondimeno le notizie di queste amorose fiamme del primo ingegno italiano che allor fiorisse, ed una signora delle più leggiadre ed illustri che tenessero corte in quel secolo, volarono, com'era, bene da credersi, per tutta Italia: nè si tennero di sonare fino nell'Inghilterra [1]: e da Giambatista Manso, amico di lui, furono qual cosa certissima ricordate, benché regnasse il nipote d'Eleonora: e dopo il Manso l'ebbero per lontane da ogni dubitazione il Brosoni, Gregorio Leti ed altri più antichi. Il Serassi però tolse fortemente a impugnarne la verità, e pretese mostrare contra la comune opinione di due secoli e più che quel fuoco non arse mai tanto, quanto è fama che ardesse: e che non fu colpa d'amore quella che strascinò l'infeliceTorquato ad esser chiuso nello spedal di S. Anna, ma colpa fu delle troppo acri parole dette imprudentemente dal fervido poeta in onta del duca Alfonso. A confermare la qual sentenza con argomenti ch'egli reputa potentissimi, reca parecchie lettere del Tasso medesimo, dove parlasi di tali suoi motti inconsiderati, e nulla dicesi dell'amor suo: quasi che il Tasso potesse manifestamente accusarsi di un fatto ch'egli pregiandosi di gentile cavalleria doveva tener segretissimo nel proprio cuore non permettendo che niuno lo avesse mai per possibile, nonchè lo nominasse: che merito di leal cavaliere fu sempre l'intendere più al decoro della donna amata, che a qualunque incontro di miseria e di persecuzione. Che il Tasso in un momento di sdegno dicesse alcune parole contra la riverenza dovuta al duca, è fuor di dubbio: che potesse ciò essere fra le genti un pretesto per colorire i motivi della sua carcerazione (benché la pena soverchiasse inestimabilmente la colpa) è assai probabile: ma che ardentissimo non fosse il poeta nel piacere d'Eleonora d'Este, e che da ciò non traesse origine la miserabile e lunga sua prigionia, parmi essere opinione piuttosto benigna che vera: e le poesie che ora pubblicherò ne porgono valido testimonio. Il Tasso però, nato ad ogni maniera d'umana infelicità, fu anche e doveva essere infelicissimo in questo amore, nè da alcune affabilità infuori potè altro impetrare dal pudore e dal senno in tutta Italia celebratissimi dell'Estense: e le poesie stesse, le quali rendono così gran fede dell'ardore immenso del Tasso, abbastanza svelano il costume onestissimo della donna. Il che basti a chi all'amore di Torquato oppone la virtù specchiatissima d'Eleonora: come se potesse una gentil signora essere colpevole delle troppo ardite cupidità di colui che interpretò per amore l'affabilità delle parole, le beneficenze, e le nobili cortesie.

La prima poesia è una quartina scritta in una piccola carta lacerata nel mezzo: e dice così :

Quando sarà che d'Eleonora mia

Possa goderne in libertade amore

Ah pietoso il destin tanto mi dia

Addio cetra, addio lauri, addio rossore

Invece di amore il poeta aveva scritto da prima il core: e così pudore invece di rossore. Ora chi leggerà questi versi, e non gli avrà per dettati in uno di que' momenti, ne' quali all'anima cieca e perturbata parla violentemente l'amore, e fa tacer la ragione? Vedete come sono gittati lì senz'altra ispirazione, che quella gagliarda del cuore: e ciò che più monta, col solito difetto di ortografia, di cui lo stesso Torquato usava spesse volte, accusarsi. “Perciocché”, dice l'amico nostro Giulio Perticari d'immortale memoria [2] “troviamo che Torquato Tasso medesimo, nato in età più gentile, e allevato in corte, e figliuolo del più celebre dei segretari, scriveva per tal guisa, che in tutti i suoi manoscritti è grandissima copia d'errori d'ogni generazione. Ond'egli ebbe a dire, scrivendo al signor Scipione Gonzaga [3]: che gli altri, giudicandolo dalle sue scritture, lo potrebbero giudicare un grande ignorante.„ E consolavasi d'aver letto che Plotino, di cui non uscì mai alcuno più dotto e più eloquente dalle scuole platoniche [4], scriveva senza punto di correzione nè sapeva leggi d'ortografia. E il Perticari disse qui egregiamente: e chi ha qualche pratica delle cose manoscritte del Tasso, come certo l'avrete voi e come l'ho io, non potrà muoverne dubbio. Talché se altri avesse dovuto scrivere questa quartina, l'avrebbe scritta così:

Quando sarà che d'Eleonora mia

Possa godermi in libertade amore?

Ah pietoso il destin tanto mi dia!

Addio cetra, addio lauri, addio rossore.

Nella faccia opposta della carta, con carattere che parmi del principio del secolo XVII, sono scritte queste parole: Si crede che il presente, ritrovato fra gli scritti di Tasso, o strappato dalle sue mani, e presentato al duca, fosse la causa del duello e delle sue disgrazie. Il che stimo anch'io essere una mera opinione: ma, Rosini amatissimo, un'antica opinione, che maravigliosamente consuona colle parole dell'altra poesia, la quale trovasi accompagnata con questa. Imperocchè serrato che fu il Tasso nella sua trista prigione, qual cosa scrisse intorno a tanta sciagura? Come prese a sfogarsi dell'interno cruccio dell'anima? Accusando forse la sua imprudenza di aver voluto semplice e povero gentil uomo contrastare a un potente? E morso con dispettose parole il suo principe? Non già: ma sì querelandosi della troppo impetuosa fiamma, che il petto vanamente gli divorava di amore. E questa bellissima stanza, che è la seconda delle poesie inedite delle quali io vi parlava, e che certamente fu scritta nello spedal di S. Anna, abbastanza ne rende fede.

Fiamma d'amor, che mi divori il petto,

Spegni una volta il tuo fatale ardore:

Libertade perdei, e d'intelletto

Privo mi vò l'irato mio signore

D'Eleonora ottener non poi l'affetto

Dunque che giova un disperato amore.

Vanne lungi da me, vanne in eterno

Il foco ad aumentar giù nell'Averno.

La quale, secondo le leggi della buona ortografia, dovrebbe porsi così:

Fiamma d'amor, che mi divori il petto

Spegni una volta il tuo fatale ardore:

Libertade perdei, e d'intelletto

Privo mi vuol l'irato mio signore!

D'Eleonora ottener non puoi l'affetto:

Dunque che giova un disperato amore?

Vanne lungi da me, vanne in eterno

Il foco ad aumentar già nell'Averno.

Il Tasso sulle prime avea scritto :

Fiamma vorace, che mi accendi il petto

Calma una volta il tuo fatale Ardore

ma cancellate poi le parole fiamma vorace, accendi , e calma, sostituì loro con felicissima emendazione fiamma d'amor, divori e spegni, le quali mirabilmente, aggiungono forza ed efficacia ai versi dell'ardente poeta.

Che, l'Eleonora qui nominata sia la Estense, parmi cosa cotanto chiara, che io perderei tempo ed opera a dimostrarla. Imperocché quale altra Eleonora poteva essergli di sì gran prezzo? Quale altra commovere a sì rigorosa vendetta il Duca Alfonso, uomo non corrente all'ira, e magnanimo e generoso e stato sempre protettore del Tasso? Quale altra essere reputata di condizione sì alta, che dovesse chiamarsi pazzo un gentiluomo chiarissimo di nobiltà, com'era Torquato, il quale in lei avesse posto l'amore? Certo non altra che una gran principessa: sì una principessa tale, quale si fu Eleonora d'Este figliuola d'Ercole II Duca di Ferrara, e di Renata di Francia? Quell'Eleonora di cui doveva mostrarsi maggiormente sollecito il duca Alfonso, siccome di tale che dimorando in corte senza essersi voluta mai legare a marito, era all'onestà ed alla discrezione di lui, qual fratello e signore, più particolarmente raccomandata.

Ecco, dunque, se io pure non erro, ecco le vere cagioni della prigionia del Tasso, e dell'essere lui stimato non pur folle, come scriveva al cardinale Albano, ma forsennato.

Libertade perdei, e d'intelletto

Privo mi vuol l'irato mio signore!

D'Eleonora ottener non puoi l'affetto

Dunque che giova un disperato amore?

Così l'infelice con versi da mettere una grande pietà, cercava di temperare in parte, la vampa cocentissima ond'era preso: così contra il tiranno amore vivamente rammaricavasi. Nè forse mi apporrò in fallo stimando che questi versi sieno stati gli ultimi che Torquato scrisse per amore di Eleonora: la quale indi a poco infermatasi, dopo molte e lunghe pene finalmente ai 10 di febbraio del 1581 passò di questo secolo. Perdita da tutti avuta per acerbissima e irreparabile: tanto belle ed a ciascuno graziose erano le virtù della mente e del cuore d'Eleonora: sicché non fuvvi morte che a quel tempo più dolorosamente sonasse dall'una all'altra parte d'Italia. Notate però che solo il Tasso si tacque, serrando profondamente nell'anima il suo immenso cordoglio: né assicurossi di porsi anch'egli nella schiera di que' gentili, che in tale occasione gareggiarono d'onorare co' loro versi il sepolcro dell'inclita donna. Il che da altro non dovette procedere che da un sano consiglio. E certo se fossero stati così puri e semplici come il Serassi vuole, gli affetti del Tasso per Eleonora, questi, che mai non cessava in mezzo le sue strettezze di cercar modo a riacquistare la perduta grazia del Duca, avrebbe allora ben colta l'opportunità di compiangere il caso di una donna così giustamente cara all'anima del fratello. Ma egli credeva seco (non essendo già scemo dell'intelletto) che le sue lagrime sarebbero state anzi un oltraggio, che una grata medicina, al dolore di Alfonso.

Non sono io tuttavia così pertinace nelle mie opinioni, che non mi piaccia di sottoporle anche al giudizio altrui: siccome fo di questa al giudizio vostro, il quale secondo il merito ho in altissimo pregio. Seguitate ad amarmi Rosini carissimo, state sano e fiorite lunghi anni alle lettere ed alle cortesie.

Note

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[1] Vedi i versi latini di Scipion Gentili riferiti dal Serassi, vita del Tasso pag. 284, nota.

[2] Scrittori del trecento, lib. ii cap. 3.

[3] Tasso, Lettere poet. c I.

[4] Ivi cap. 144.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011