Il Vendemmiatore

DEL SIGNOR LUIGI TANSILLO

Per l’addietro con improprio nome intitolato:

STANZE DI COLTURA SOPRA GLI ORTI DELLE DONNE.

CASERTA.

M.D.CCLXXXVI. Con Licenza de’ Superiori.

Di nuovo riveduto, e di più stanze accresciuto

Edizione di riferimento:

Archeologia Greca dell’Abate Domenico Mancini. TomoI. Il Vendemmiatore del Signor Luigi Tansillo, Per l’addietro con improprio nome intitolato: Stanze di coltura sopra gli orti delle donne. Caserta. M.D.CCLXXXVI. Con Licenza de’ Superiori. Di nuovo riveduto, e di più stanze accresciuto

N.B. Sul piano grafico abbiamo trascritto il “quì” del testo con il “qui” moderno. Ripristinare l'originale è molto semplice.

IL VENDEMMIATORE

Del Signor LUIGI TANSILLO

1510-1568

Quaerenti mihi quanam re possem prodesse

quamplurimis , nulla major visa est, quam

si traderem civibus meis vias optimarum artium.

Cic. de div. I. 2.

I.

Giovani donne e belle, che sovente

Date aì versi d’amor benigne orecchie

Perchè voi siate a le mie voci intente,

Ed io negli occhi vostri ognor mi specchie.

Nè di cosa, ch’io veggia, mi sgomente;

Le vostre e mie guerriere orride vecchie

Cacciate, prego, suor del vago stuolo,

Ed io con voi mi resti, ed Amor solo.

II.

Gran maraviglia avrete, com’io sia

Satto di mitico uom nobil Poeta,

Senza ber di quell’acqua, che solia

Sar l’uom repente diventar poeta:

Bacco, ed Amor volgon la lingua mia,

E san d’altro liquor la mente lieta;

E perchè dal mio dir dolcezza versi,

L’un dà il suror, e l’altro detta i versi.

III.

Oltra il savor, che ho de’ due Numi santi,

Il qual vo’ che ’n Parnaso m’accompagne ;

Quel ch’attendo da voi, può sar, ch’io canti,

Senza che sonte le mie labbra bagne:

Purch’abbia, Donne belle, voi davanti,

Non chieggio altre sontane, altre montagne;

Guidate voi la lingua, che a dir move

Cosa, che insieme a voi diletti e giove.

IV

Voi troverete nel mio dir senz’ arte

Ed utile, e diletto non mai scritto;

Volgansi pur le più lodate carte,

Che Italia scrisser mai, Grecia, ed Egitto;

Scorte dal mio sermon verrete in parte

Ov’ è del viver vero il cammin dritto;

E, cangiando sentiero in un momento.

Cangerete in piacer lungo tormento.

V.

Chè troppo con ragion, s’io ben discerno

Si adira il Ciel con voi Donne superbe,

Che negli orti, ond’ ei diede a voi ’l governo

Languir lasciate i siori, e morir l’erbe :

Non vi dovreste lamentar del verno,

Quando voi stesse a voi siete sì acerbe:

Non si doglia d’altrui, nè si lamenti

Chi dà cagione a’ suoi proprj tormenti.

VI.

Godon le Donne, che son grate al Cielo,

E i cor non han, qual voi, rigidi e crudi

Le stagion liete, e poi che neve, e gelo

Cadon su i colli e d’erbe, e di sior nudi,

Non han di che dolersi; ancor che pelo

Cangiando e volto, cangin vita e studi.

Non ha l’agricoltor di che si doglia,

Purchè al debito tempo il srutto coglia.

VII.

Ma chi del proprio ben nimica altera

Ne mena il tempo sterilmente tutto,

E passa Autunno, e passa Primavera,

Senza coglier giammai nè sior, nè srutto;

Giunta a’ suoi chiari dì l’ultima sera,

Quai penitenze, quai sospir, qual lutto

Pensate che asalir debban cosstei?

E trista dice: Oimè quanto io perdei!

VIII.

Credete a chi può sarven giuramento,

Che slato tristo non ha il Mondo, ch’ aggia

Pena, che vada a par del pentimento,

Poichè ’l passato non è chi riaggia:

E bench’ ogni pentir porti tormento,

Quel, che più ne combatte e più n’oltraggia,

E piaghe stampa, che curar non lece,

È quando uom potèo molto, e nulla sece.

IX.

Potrei narrarvi e mille e mille esempi

Per sarvi accorte più de gli error vostri?

E senza ire a cercar gli antichi tempi

Molti ne potrei dir de’ giorni nostri.

Lasso! io so ben quai dolorosi scempi,

Benchè ’l contrario ne la sronte mostri,

Abbia avuto, ed avrò del pentir mio:

Intendami chi può, che m’intend’io.

X.

Sortuna, alato il piè, calva la testa,

E con un crin davanti si dipinge,

E un vecchio zoppo, che con quei si resta,

Ch’ella si lascia a dietro, anco si singe;

Per mostrar ch’ è sugace, e che se presta

La man, quand’ uom la trova, il crin non stringe,

Ella sen va leggiera più che ’l vento,

E ’l zoppo vi riman, ch’ è ’l pentimento.

XI.

Ha quel vecchio duo volti ; l’un sospira

Guardando in dietro il ben perduto, e gli anni;

E l’altro piagne, che dinanzi mira

Non men suturi, che presenti danni :

Ne la cittade, ove il desio mi tira

Que’ giorni, ch’uom sa tregua con gli assanni,

Dipinta vidi in piazza quella istoria,

Che scolpita terrò sempre in memoria.

XII.

Porta dunque il pentir troppo gran pena

A chi del sallo suo tardi si pente :

Ma quella via, ch’ a tanto error vi mena,

E sa la vita vostra al sin dolente, -

È l’empia ingratitudine, che piena

V’ha del suo soco l’orgogliosa mente,

Quel soco, Donne mie, ch’ arde qua giuso,

E secca il mar de la pietà là suso.

XIII.

E qual ingratitudine si vede

Nel Mondo, che tra noi non sia maggiore?

La terra, ch’ a sar srutto il Ciel vi diede,

Con la pioggia del dolce nostro umore,

Per colpa vostra secca arida siede,

E nel suo seno ogni erba, ogni sior muore:

Oh ! quanto spiace a donator gentile

Veder, che nobil don si tenga vile!

XIV.

E con lei vien, qual rea compagna mista,

L’alterezza, ch’a Dio tanto è nojosa:

Quella inasprisce voi, le genti attrista,

E nel regno d’Amor turba ogni cosa:

Onde non pur del cor, ma de la villa

Vedo alcuna di voi scarsa e ritrosa

Ch’avendo di sue grazie il Ciel sì largo

Bramar devria, ch’ in terra ogni uom suss’argo.

XV.

Or che saria, se le richiede e i prieghi

Toccasser, Donne d’oggi, innanzi a voi,

Perchè al voler de l’un l’altro si pieghi,

Come toccar già tanti tempi a noi?

Quando vi grava, che mercè vi preghi

Un uom, che v’ama sopra gli occhi suoi?

Per non piegar quei cuori aspri e selvaggi

Voi sareste a Natura mille oltraggi.

XVI.

L’alterezza di voi sera tiranna

Nel regno del cor vostro usa l’impero;

E s’or del sumo suo gli occhi v’appanna,

Sorse vedrete qualche tempo il vero:

Non pur il corpo a servitù condanna,

Ma donne non vi sa pur del pensiero;

Qual Donna un’ora dal pensar dispensa

A chi mai d’altro, che di lei non pensa?

XVII.

Se sete al Cielo ingrate, a voi superbe,

Al Mondo, ed a color, che nascer denno.

Non siate sempre avare e sempre acerbe,

Date lor voi quel ben, ch’altri vi denno.

Avranno dunque, o Donne, i siori, e l’erbe

Via più che voi ragion, pietade, e senno?

Sinirà dunque in voi la beltà vostra,

Per cui si gloria il Mondo, e l’età nostra?

XVIII.

Il candido ligustro, il bel giacinto,

E tanti altri be’ sior sì cari a noi,

Come Aprile ornerian, se a l’uno estinto

Non succedesse l’altro? Così poi

Che bench’or vince, sia da gli anni vinto

Il Mondo, che s’adorna oggi di voi.

Qual rimarrà, s’ognuna steril passa,

Nè del bel volto il successor ci lassa?

XIX.

Non vi maravigliate, che parlando

Di voi, Donne leggiadre e valorose,

Vada vostre bellezze comparando

Ad erbe e sior via più ch’ ad altre cose.

Quai sior vostre bellezze van mancando,

E son, quai sior, soavi e dilettose»

Del vago April dai sior nascono i srutti;

E da voi, Donne mie, noi siam produtti»

XX.

Erbe son dunque, e sior vostre bellezze,

E Primavera gli anni, ch’or menate;

Voi sete gli orti, che le lor vaghezze

Ne’ dolci grembi vostri riserbate,

Acciò ch’ogni uom vi brami, ogni uom v’apprezze.

E perchè ne l’Autunno, e ne la State

Suo convenevol Srutto ogni sior porti,

Noi siamo gli ortolan, voi sete gli orti.

XXI.

Quelli son que’ begli orti, e questi soro,

Che raccontan gli antichi, ombrando il vero,

Che gli arbor carchi avean di poma d’oro,

E che le Donne, che ne avean l’impero,

Acciò ch’uom non togliesse i srutti loro,

Vi tenean chiuso un drago orrido e sero:

Che s’alcun mai d’entrarvi s’arrischiava,

O il ponea ratto in suga, o il divorava.

XXII.

E che per sorza vi si vide entrare

Guerrier di valor pieno e di sortezza,

Ercole credo, che si sea nomare,

Che ’l drago uccise, e tolse ogni ricchezza.

Le poma d’or son le bellezze care,

Donne, ch’avete; il drago è la sierezza,

Che dentro a’ vostri cor chiusa dimora,

Ed ogni bel piacer caccia e divora.

XXIII.

Prima che ’l tempo d’Ercole più sorte

Abbia di voi vittoria, e la beltade

Ne porti via, per sarne dono a morte.

Cogliete il srutto de la verde etade,

Aprite a’ be’ desir le chiuse porte,

Cacciatene di suor la crudeltade,

Che le vostre bellezze in guardia tiene,

E non vi sa gioir di tanto bene.

XXIV.

Prima che imbianchi il crin, la carne arrughe,

E de’ begli occhi annubili il sereno,

Ogni Donna del cor Bandisca e sughe

Il siero orgoglio, che la tiene a sreno:

Onore e castità son ciancie e nughe

Trovate da color, che potean meno,

Perchè con le paure e co i rispetti

Coprisson l’altrui sorze, e i lor disetti.

XXV.

Ne l’età d’or, quando la ghianda, e ’l pomo

Eran del ventre uman lodevol pasto,

Nè semina sapea, nè sapeva uomo

Che colà sosse onor, che viver casto;

Trovò debil vecchion, da gli anni domo,

Queste leggi d’onor, che il Mondo han guasto.

Stazio del dolce, già vietato a lui,

Volle dar legge a le dolcezze altrui:

XXVI.

Non avea il Mondo allor nè mio, tuo,

Siera semenza, ond’ogni mal nascese:

Potea darsi a più d’uno, a più di duo

Donna onorevol, senz’ altrui ’nteresse ;

Perchè non avendo uom, che nomar suo,

Non si potea doler, ch’altri il togliesse;

Nè gìan mai di piacer donne digiune,

Poich’ogni cosa era tra lor comune.

XXVII.

Sean palese a lor voglia uomini e donne

Quel che ’n secreto a pena si conclude:

Non eran veli ancor, non eran gonne,

Onde il bel corpo, e l’aureo crin si chiude:

Il sianco, come il volto, e le colonne

Del bel giardin d’Amor si vedean nude;

Non si temean le srode, nè gl’inganni,

Ch’or giaccion sotto tele, e sotto panni.

XXVIII.

Oh quanto un uom, com’ io saria beato,

E voi Donne in amor sorse più serme,

S’a me sosse dal tempo, e da voi dato

Vedervi io nude, e voi nudo vederme!

Che tal par uom gagliardo e ben armato,

Che poi li trova debile ed inerme;

Tal donna bianca rosa e molle sembra,

Che ha d’olivo il color, d’elce le membra.

XXIX.

Se quel tempo sì lieto e sì selice

Non può da voi nel Mondo rinovarse,

A questo, ch’ è sì tristo e sì inselice

Cerchi ogni saggia, quanto può, sottrarse.

Del ben, che toglier qualche volta lice,

Non siate sempre a voi medesme scarse :

Togliete, o Donne, il ben, ch’ è sì sugace,

E sopra ogni altro a voi diletta e piace.

XXX.

Se, mentre il corpo è vivo, non godete,

Sperate di goder quando egli è morto?

Quel paradiso, onde voi tanto ardete,

Che pensate che sia altro ch’un orto?

E ae quest’orto in grembo a voi tenete,

A che cercate altrove ir a diporto?

A che loco cercar da voi diviso,

Se ’n voi stesse trovate il paradiso?

XXXI.

Se non togliete il ben, che v’ è d’appresso,

Come torrete. quel, che v’è lontano?

Spregiare il vostro, mi par sallo espresso

E bramar quel che sta, ne l’altrui mano.

Voi sete quel, ch’abbandonò, se stesso,

La sua sembianza desilando in vano;

Voi sete il veltro, che nel rio trabocca,

Mentre l’ombra desia di quel che ha in bocca.

XXXII.

Lasciate l’ombre, ed abbracciate il vero,

Non cangiate il presente col suturo:

Io di goder là su già non dispero;

Ma, per viver più lieto e più sicuro,

Godo il presente, e del futuro spero.

Così doppia dolcezza mi procuro;

Che avviso non saria d’uom saggio e scaltro

Perder un ben per acquistarne un altro.

XXXIII.

Anzi chi perde l’un mentre è nel Mondo,

Non speri dopo morte l’altro bene;

Perchè si sdegna il Ciel dare il secondo

A chi ’l primiero don caro non tiene.

Così, credendo alzarvi, gite al fondo,

Ed a’ piacer togliendovi, a le pene

Vi condennate, e con inganno eterno,

Bramando il Ciel, vi state ne l’Inferno.

XXXIV.

Voi sete al Mondo, voi, chi ben misura,

E non il tempo, le nemiche vere :

Il tempo rende al Mondo ciò che fura;

Quel che furate voi, non può riavere.

Oh! quanto, più che voi, deve Natura

Amar gli augelli, i pesci, i buoi, le fere;

Nè quelli pur, ma, più che voi, le piante,

Che eterne servan le sue leggi sante.

XXXV.

Coi fidi amanti lor volan gioconde

Le semplici colombe, in ciò ben sagge;

Segue l’accesa femmina per l’onde

Il maschio pesce, e dove vuol la tragge;

Mugge la vacca, ed al torel risponde,

Che chiamando la va per boschi, e piagge;

L’empia leonessa al suo leon si piega,

E voi più dure sete a chi più priega.

XXXVI.

Io non vo’, Donne, ch’ egli è troppo ingiusto,

Voi tanto attente al ragionar che aggrada,

Che a danno del Signor, che attende il musto,

L’uva per terra già calcata vada;

Date gli orecchi al dir, gli occhi a l’arbusto,

Sì ch’ uva fuor di fescina non cada.

Che son quest’ uve, se non gemme, e gravi

Di liquori sì santi e sì soavi?

XXXVII.

La fèscina vien giù, come avesse ala,

Prendila, Donna, innanzi che s’atterri:

Dimmi, giovane bella, s’unqua mala

Vecchia, che ’n guardia t’abbia, uscio non serri.

Quando nel sen la fèscina ti cala,

E tu con ambe man lieta l’afferri,

Ancor che il sen ti gravi, e ti percota,

Non ti piace ella piena più che vota?

XXXVIII.

Non vi crediate, voi Donne leggiadre,

Che la fèscina sia di poca stima:

Solea lodarla, e raccontar mio padre,

Ch’era in gran pregio a quell’età di prima;

E che i poeti si vedeano a squadre

Far di lei versi (allor non avean rima)

Onde nomar que’ popoli latini

Da la fescina i versi fescinini.

XXXIX.

E fescina il canestro, che adopriamo

A raccor quelle gemme dolci e fine ;

Fescinaja è la Ninfa, ch’ io tant’ amo,

E le rime, ch’ io canto, Fescinine:

Tutti dunque la Fescina onoriamo,

Dovunque sia, o vada alto, o giù decline:

Ecco che vien; deh prendila con ambe

Due man, mia Donna, e pontila tra gambe.

XL.

Se la fescina mia nel grembo vostro

Non entra tutta, l’uva di fuor n’esce,

Ch’ avanza di color perle, ambra, ed ostro,

E ’l buon liquor, ch’ è quel, che più m’incresce.

Ma torniamo a seguir il lavor nostro,

Ch’ad or ad ora tra le man ne cresce :

Dico in somma che ’l Mondo non ha cosa,

Che non sia più di voi saggia e preziosa.

XLI.

Ciò, che d’intorno a voi, Donne, miriamo,

Par che l’esempio del suo amor n’additi

A che le selve, il Cielo, e ’l mar cerchiamo?

Riguardate quelli olmi, e quelle viti,

Che noi degli onor lor lieti spogliamo,

Come in silenzio lor par, che n’inviti

Sempre a la vera gioja, al ver diporto

Dov’ io con le mie voci oggi v’esorto.

XLII.

Se a l’acqua, che dal Ciel per grazia viene,

La terra il grembo suo chiuso tenesse ,

Quest’ arbor verde, che qui su mi tiene

Converria che seccando giù cadesse;

E sè l’amata vite, ch’ ei sostiene,

Tra le sue braccia e notte e dì non stesse,

Questo bel frutto o nulla, o tal saria,

Che di corlo ogni man si sdegneria.

XLIII.

Così voi, se i bei grembi non spiegate

A l’acqua che d’amor piove e discende,

Cader vedrete a terra la beltate,

Che v’alza ove altrui pregio non s’intende:

E se a le braccia altrui non v’appoggiate,

Frutto gentil da voi nessun s’attende:

Sian di nostre acque vostri grembi colmi;

Siate le viti voi, siamo noi gli olmi.

XLIV.

Quest’ uva, che l’altrier pendea sì acerba,

Ora è più dolce, che del mel le canne;

Fu dura, ed ora è molle; sembrava erba,

Ed or sembra auro, ch’uman petto affanne:

Se sempre stesse al ramo, ov’or si serba,

Come ’l liquor daria, che lieti fanne ?

Per quetar col suo frutto l’altrui speme,

Prima da voi si coglie, e poi si preme.

XLV.

Rendavi la stagion dolci e benigne,

O voi che un tempo foste acerbe e dure ;

Insieme con gli arbusti, e con le vigne

L’agro de’ bianchi petti si mature:

Del color, onde Amore i suoi dipigne,

Sparga le vostre angeliche figure ;

Colgasi il frutto, ch’altrui man non scema,

E dolcemente in seno a voi si prema.

XLVI.

Voi vedete quest’uve se son vaghe,

Che avanzan di beltà le gemme e l’oro :

Oimè! che in dirlo par, che ’l cor m’impiaghe

La pietà, che ho di voi sì, che mi moro.

Se del futuro quelle man presaghe

Non le cogliesser, che saria di loro ?

Putride e marcie vedrian farsi in breve

Dal vento, da la pioggia, e da la neve.

XLVII.

O Donne troppo belle e troppo scempie,

Credete voi, qual jer, tali esser oggi?

Ciascuna ne lo specchio si contempie,

Vedrà se il bello in lei decline, o poggi:

Pria che il verno vi fiocchi su le tempie,

E l’acqua, e ’l vento sfiori e sfrondi i poggi,

Cogliete que’ bei fiori, e que’ bei frutti,

Che tosto si faran languidi e brutti.

XLVIII.

Perchè credete, o Donne, che si nome

L’uva gentil, quand’ ella è vecchia, passa?

Se non per farvi accorte col suo nome,

Che ogni vostra beltà, com’ella, passa:

Beltà, che a tempo non s’adopra, è come

Uva, che sovra vite ora si lassa,

Che qui marcisce; dove, allor che verna,

L’altra col buon liquor quali si eterna.

XLIX.

Quando l’altre dal verno son corrotte,

Questa nettar di vino a noi dispensa,

Che si ripon ne l’urna, e ne la botte,

Come tesor, ch’è di valuta immensa;

Perchè d’ogni stagione e giorno e notte

Or questa onori, ed or quell’altra mensa,

L’uom vil faccia gagliardo, e ’l miser lieto,

E svella d’altrui petto ogni secreto.

L.

Questi arbor carchi, ch’ or s’inchinan tutti,

Quali la terra ringraziando e ’l Cielo,

Chi gli ha col tempo a tanto onor condutti?

Se offesi in sul fiorir da freddo gelo

Appresso i fior non produceano i frutti,

Che pregio avrian? Tal l’ha colei, che zelo

D’amor non sente ne l’età sua verde,

E senza frutto il fior de gli anni perde.

LI.

Non siate, Donne, ingrate e neghittose,

Dove cortese e presto il Ciel v’ è stato;

Se sete del ben vostro desiose,

Fuggite e l’uno e l’altro empio peccato:

Sian le campagne rase, siano erbose,

Trovi ciascuna al suo giardin beato

Chi notte e dì s’ingegni, e s’affatighi,

Il terreno lavori, e l’erbe irrighi.

LII.

Ed io, come un di lor, che di quest’arte

Fui vago da che nacqui, e sono ogni ora,

E come usar si debba a parte a parte,

A qual guisa, a qual loco, ed a qual ora

Per prova so, non per voltar di carte?

E che per vostro amor contento fora

Andar, s’uopo vi fosse, al regno Stigio,

M’offro ed al vostro, ed a l’altrui servigio.

LIII.

Benchè ad un uom, che pregio ed onor brama,

Di sè stesso parlar molto sconvegna,

Perchè la lingua, ove il cor teme ed ama,

Non è nel suo parlar di sede degna:

L’esser altri precon de la sua fama

Pur qualche volta par, che si convegna,

Quando vien a parlar per un di dui,

Per fuggir biasmo, o per giovare altrui.

LIV.

Per giovar dunque a voi, la cui salute

Via più, che ’l proprio ben, Donne, desio,

Io stesso canterò la mia virtute,

Senza ch’io tema biasmo al canto mio.

E forse poi ch’intese e conosciute

Le forze avrete, e le prodezze, ond’io

Mi dò più d’altri vanto a’ tempi nostri,

Vi farà grazia avermi a gli orti vostri.

LV.

Ma se per mia fortuna iniqua e fera

A tanto onor voi non mi degnerete,

Pur di quest’arte la dottrina vera

Ne le parole mie coglier potrete;

E sia vostro piacer più che non era,

Quando i begli orti a coltivar darete;

Sapendo che bisogni a’ buon cultori

Per far vostri terren vie più migliori.

LVI.

Io dico, che convien primieramente

A chi quest’ inclit’ arte oprar desia,

Che d’ogni tempo ed abbondevolmente

De gli strumenti suoi guernito sia;

Che ’n altra guisa il faticar sovente

Util ben poco al bel terren seria:

Zappa, vomero, e pal sodi e sicuri,

Che quanto più s’adoprin, più sian duri,

LVII.

Chiunque brama con quest’ arte oprarsi,

Convien che membri abbia robusti e sani;

Che per molto chinar, per spesso alzarsi,

Stanco del bel lavor non s’allontani:

E perchè possa, ovunque vuol, girarsi,

Il corpo abbia leggier, destre le mani;

Colme midolle abbia di caldo umore,

Acciò che sudar possa a tutte l’ore,

LVIII.

Di queste e d’altre cose, s’io n’abbondo,

Non credete a mia lingua, ma a’ vostri occhi;

E se ’l veder non basta, io vi rispondo,

Che sarò qui, che ’l ver con man si tocchi,

E cose troverete rare al mondo.

Non fate voi l’error, che fan gli sciocchi

A rimaner contente del pensiero:

L’esperienza è il paragon dei vero.

LIX

Fortunato il terren, che ha il mio governo,

Chè più ch e ’l giorno, vi sto su la notte;

Nè per molto zappar la state, e ’l verno,

L’integre forze mie cadder mai rotte:

Tra l’uno e l’altro mar, Reggio e Salerno,

Aspro villan non dà, qual io, le botte,

Tal che non pure il ferro a dentro caccio,

Ma l’asta ancor vi mando insino al braccio.

LX.

Io do il mio colpo a terra e raro e forte,

Non spesso e debil, come molti fanno;

E però giova che sian grosse e corte

Le verghe, che al zappar entro si stanno:

Lunghe e sottili, in breve si fan torte,

Che per rizzarle vi si perde l’anno:

Empie il pugno il baston, ch’ è qual che ho ditto,

Si adopra meglio, e si mantien più ritto.

LXI.

Vi son genti talor cotanto ingorde

Di finir tosto, che non zappan bene;

Onde a pena il terren da lor si morde,

Che vorria il ferro sin dentro le vene.

Escon le zappe di sotterra lorde,

Però sorbirle spesso si conviene:

Bisogna ancor, perchè s’arrenda il frutto,

Che sia il terren, quando si zappa, asciutto.

LXII.

Con tanta agevolezza il palo adopro,

Che mai sospir di bocca non esalo,

Pria con la falce in man la terra scopro,

Indi nel grembo suo lieto mi calo,

E col mio corpo tutta la ricopro

Piantando nel bel sen tutto il buon palo;

Cava, nè mai d’in sui terren si tolle,

Sin che del mio sudor so il fossso molle.

LXIII.

E se di sete avvien ch’ io m’arda e strugga

Pe ’l sovejjchio sudor che dal corpo esca,

Non vi credete, che al buon vin risugga,

O mi attuffi ne l’acqua pura e fresca;

Solo un ciregio, che premendo io sugga,

O un pomo; a l’opra ratto mi rinfresca;

Addolcisce la sete, e non l’ammorza,

E i miglior membri m’erge, e mi rinsorza.

LXIV.

Vedo apparir sovra un destrier feroce

Un Cavalier ben grande e ben possente,

Or che ’l Mondo sta in pace, e l’aria coce,

Tutto di ferro e d’or grave e lucente:

S’io fussi scarso a lui de la mia voce,

Sarei rustico troppo e sconoscente :

Dite, Signor, poichè n’andate adorno,

Qual più vi preme il capo, l’elmo, o ’l corno?

LXV.

Rispondete, vi prego, o Cavaliere,

Non siate sì villan, deh rispondete!

Le corna, ond’ coraposto il bel cimiero,

Dite, è lavor di Monaco, o di Prete?

Al mio parer voi sete un gran gnerriero,

Quando col capo, e con la man valete:

Chi sia, che innanzi a voi vinto non cada,

Avendo in fronte il corno, e in man la spada?

LXVI.

Forse dolor di capo vi molesta,

O bel guerrier, per l’elmo, ch’ è sì greve?

Onde il cimier, ch’avete in su la testa

Non è di penna, o d’altro che vi aggreve?

Donne mie saggie, è pur gran cosa quella,

Che ’l corno sia più che la penna lieve:

Son le corna sì lievi, che sovente

Chi più n’ha sopra il capo, men le sente.

LXVII

Or s’avess’ io, qual voi, le corna in fronte,

Starei tra folti rami, e viti torte;

Ma voi, se qui sorgesse chiara fonte,

Vedreste che le avete, e non son corte.

Ecco che viene, e par che i passi oonte

Un di color, che ho in odio più che morte:

Bell’ordin certo, e convenevol parme

Il monaco venir dopo l’uom d’arme!

LXVIII.

Così il guerrier col Monaco confassi,

Come il Leon col Lupo si conface:

Ah! superbo poltron, perchè ten passi,

Nè degni altrui di dir: Dio vi dia pace?

Vai forse cheto e mesto, perchè lassi

Quella diletta, che d’amor ti sface?

Ah! lusinghier sfacciato, ch’un di dui

Fai d’ogni tempo, o incorni, o scorni altrui.

LXIX.

L’abito, che ti copre o bianco, o nero,

O bigio, o del color de le castagne,

Molti anni e molti ha già celato il vero,

Onde l’Umanità tardi ne piagne;

Or ben si sa, ch’ è un manto menzognero,

Che serve a coprir mille e più magagne:

Il basso volgo ignaro ancor ti crede,

E tu in tuo cor ti ridi di sua fede.

LXX.

Con tardo patto, e con il collo torto,

A chiuse labbra, e con dimesse ciglia,

Passi come uom fra pensier gravi assorto,

Che a Dio sol pensa, e con lui si consiglia;

Ma pensi al come travagliar ne l’orto

Possi di qualche bella donna, o figlia;

E speri ben, che voglia offrirti a pieno

Più d’una Penitente il bel terreno

LXXI.

Qualora avvien, che la donna, fedele

Più che l’uom a la legge, che la guida

A dir sue colpe innanzi a te, ti svele

Il tristo fallo, che la rende infida;

Con parolette allor dolci qual mele

La riconforti, ond’ella poi s’affida,

E ben le fai capir a suo conforto,

Che si può travagliar là, dove è un orto.

LXXII.

Tu sai, che Donna è fragil per Natura,

E che docile a l’uomo si sommette;

Tu sai, che ’l fallo non le fa paura,

Se facile il perdon tu le promette;

E l’accoglienza tua la rassecura,

Poi che non hai con lei le man sì strette :

E ben s’accorge, che lontan dal coro

Sei uom com’altri, ed ami il bel lavoro.

LXXIII.

In fatti se la trovi bionda e bella

E fresca, tu gli dì: Figliuola mia,

Sapete, che non posso in chiesa o in cella,

Come pur il bisogno vi saria,

Parlar di più su questa cosa o quella,

Che al vostro bene vantaggiosa sia:

In vostra casa, con buona licenza,

Terrem spirituale conferenza.

LXXIV.

Ed ella astuta, che prevede il gioco,

Risponde, ch’ è per lei un alto onore:

Si finge inferma, e d’un suon mesto e roco

Dice che bisogno ha del Confessore.

Non ti fai aspettar molto, nè poco,

Ma tosto corri con allegro core :

Da lo spirto a la carne, in buon sermone,

Si fa la conferenza, in stretta unione.

LXXV.

Lungi da lei tosto che hai messo il piede,

Ella è guarita, e già, lasciato il letto,

Corre al marito suo, che a pena crede

A gli occhi suoi, e dice: Ah! mio diletto,

Mio dolce ben, non è no la mia fede,

Che operò tal miracolo perfetto,

Ma il merto del mio santo Religioso

M’ha svelta dal mio stato doloroso.

LXXVI.

Ha dette sopra me, dolce mia vita,

Calde preghiere con divota faccia;

E supplicando la Bontà infinita

Per me, tenea levate ambe le braccia.

La sua preghiera a pena fu finita,

Ecco da me tutto il mio mal discaccia;

In paragon de’ suoi, vaglion ben meno

I rimedj d’Ippocrate, e Galeno.

LXXVII.

Il buon marito credulo e devoto

Bacia, e si stringe al sen l’indegna moglie,

E viene al tuo convento, e porta in voto

Quel che più satisfar può le tue voglie;

E poi che ’l merto tuo gli è sì ben noto,

Lascia che la sua sposa ognor t’accoglie;

E così avviene per uman destino,

Che sian più giardinieri in un giardino.

LXXVIII.

Ipocrito maligno, e sin a quando

Sotto modesto viso, abito santo,

E celesti parole andrai celando

L’ardente voglia, che ti cruccia tanto?

Ti vanti il Mondo d’aver messo in bando,

E vive la passion sotto il tuo manto,

E sei, più tosto che Predicatore,

Giardiniere, Ortolan, Vendemmiatore.

LXXIX.

Se a’ tuoi parenti hai dato un crudo addio,

Che forse in te aspettavano un sostegno;

Se la patria lasciasti in nero oblio,

Che in te sperava un cittadin ben degno;

Se hai promesso con voto al sommo Dio

D’avere il Mondo, ed il piacere a sdegno,

Perchè ingrato, ribelle, e al fin spergiuro

Ne gli orti altrui vuoi porre il piede impuro?

LXXX.

Suda il guerrier ne l’armi, e ’l Magistrato

Suda su i libri de la dotta legge;

Suda il villan su i campi, e già lo Stato

Chi più, chi men, ciascun sostiene e regge:

Ben v’è, senza di te, chi guida al prato,

Al colle, a l’ombra, e a pure sonti il gregge :

Tu sol t’aggiri ne gli altrui soggiorni

Cogliendo frutti, e seminando corni.

LXXXI.

Non è senza grandezza, e senza pompa,

Che ’l Monaco il guerrier segua per strada ;

Perchè, s’avvien che ’l bel cimier si rompa,

Abbia tra via chi ’l conci pria che cada;

O perchè il suo cammin non interrompa,

A farne un altro da la moglie vada . . . . .

Torniamo al palo, or che garrito ha molto,

E il Monaco, e ’l guerrier di man m’han tolto.

LXXXII.

Rigido, acuto, grasso, duro, e tondo

È, Donne, il pal, ch’io pianto ne la terra,

E di tanta lunghezza, e di tal pondo,

Quanto par si richieda a simil guerra:

Sinchè la punta sua non preme il fondo,

Mai non s’arresta di passar sotterra;

E mentre in su, ed in giù cade, e risorge,

Ove più fere, più dolcezza porge.

LXXXIII.

Tanto talora nel cavar m’accendo,

Che trasformarmi in pal tutto vorrei;

E tal piacer ne la fatica prendo,

Ch’altro riposo mai non chiederei:

Nè vinto dal sudor stanco mi rendo

Per aver fatte cinque cave, o sei;

Anzi, s’avvien che buon terren ritrove,

A sette passo, e non m’arresto a nove.

LXXXIV.

Ma se m’incontro a terren duro troppo,

Non mi vergogno di adoprar gli aratri:

Non di tronco, o di pietra ascoso intoppo

Può ritardarmi, ch’ io noL rompa e squattri,

Anzi più sorte vo, quanto più intoppo:

E benchè soglian dir, che i terreni atri

Sian più secondi, dove il seme cada,

Il bianco a me vie più che ’l nero aggrada.

LXXXV.

Con un vomero tal la terra sveno,

Ch’ egual nel campo Cerere non solce;

Tal che contenta, quando l’ha nel seno,

Nol vorria mai lasciar, tanto egli è dolce!

Piaga rigidamente il bel terreno,

E con la stessa piaga il sana e molce!

Quanto più il solco fa profondo e largo,

Tanto più dolce il seme entro, vi spargo».

LXXXVI.

I buoi, che danno al vomero vigore,

Stan notte e giorno sotto il giogo a prova;

Nè per soverchio sparger di sudore

Ne la lor pelle piega unqua si trova;

Anzi il trar de l’aratro a tutte l’ore

Tanto invaghisce lor, tanto lor giova,

Che vorrian tutti entrar col vomer dentro,

E passar de la terra insino al centro.

LXXXVII.

Alcune invece di giardini, e d’orti

Han brevi teste, e pargoletti erbari;

O perchè ancor la poca età nol porti,

O perchè i padri lor sian troppo avari.

Qui debbon gli ortolani esser accorti,

Che i modi del governo non son pari:

Sopra quei può l’uom far quanto gli aggrada;

Con più riguardo sopra quelli vada,

LXXXVIII.

La man ch’erbari e teste talor cole,

Seminar l’erbe, e non piantar vi deve:

Innaffiar ben si ponno, quanto uom vuole,

Che non sempre il terren l’acqua si beve;.

Palo, nè zappa oprar non vi si suole,

Ma zappolin menarvi lieve lieve;

Sì che del bel terren morda le guancie,

Ma non che il ferro dentro vi si lancie.

LXXXIX.

De’ miglior dì, de le miglior stagioni,

Che arar si debba, e sementar la terra,

Varie son più che i fior le opinioni;

Chi giunge al ver, chi si dilunga ed erra:

Io, che cercar non vo’ tante ragioni,

Dico che in ogni tempo de’ far guerra

L’uom con quel loco, onde tor frutto brama:

E però quel terren Campo si chiama

XC.

Ogni opra, ogni fatica, ove si accende

Destro cultor, fia nulla al suo disegno,

Senza quell’acqua, che la terra rende

E tumida e seconda, e dà sostegno

A l’erbe, che son nate, e le distende:

Onde a parlar di lei lieto ne vegno,

E vo’, ch’il modo ver, Donne, si mostri,

Come irrigar il debban gli orti vostri.

XCI.

Più che mel dolce, e più che latte pura

Sia l’acqua, che spargiamo agli orti noi;

E perchè il bel terren spesso s’indura,

Cavar si deve prima, e bagnar poi;

Acciò che l’acqua corra con misura,

Porti per canal dritto i rivi suoi;

E tanto util maggior al terren lassa,

Quanto più a dentro penetrando passa.

XCII.

Da la lingua de’ vecchi empia e villana

Non si lasci ingannar Donna gentile;

Che si bagnino gli orti a settimana

Dicono, e non d’Agosto, ma d’Aprile.

Fallace è la sentenza iniqua e vana,

Conveniente ad uom debile e vile:

Spargansi d’acqua gli orti entro e dintorno

Almen tre volte fra la notte e ’l giorno.

XCIII.

Chi non sa quello, iniquamente pecca,

Ed è quasi ministro del suo danno;

Che l’erba verde al miglior tempo secca,

Nè frutto alcun promette al fin de l’anno.

Mirate come sugge, e come lecca

La terra quello umor: di qui l’inganno

Si può veder, si può di qui far prova,

Com’uom, che più la bagna, più le giova.

XCIV.

Ecco di vaghe donne nobil calca,

Di cui spiacevol vecchia è guida e capo

Pon mente a una donzella, che cavalca

L’animal, ch’è sacrato al Dio Priapo;

Che par, mentr’ella gli omeri gli calca,

Che ’l buon asino allegro rizzi il capo:

Dimmi qual pensi ch’abbia più del fiero.

Il tuo, giovane bella, o il mia destriero?

XCV.

Guarda quante altre belle su i tappeti

Da gli stessi animai si san portare !

Par, che conoscan gli animai discreti

Le some che hanno addosso dolci e care;

Onde van ritti il capo, e gli occhi lieti,

E fan di grida l’aria risonare.

Credo, che dica ognun nel suo idioma:

Avess’io satto come ho su, la soma.

XCVI.

O vecchia de le fiere, e brutte streghe

la più fiera che viva e la più brutta,

Che hai sui volto infernal più rughe e pieghe.

Che non ha solchi in sen la terra tutta,

Col capo omai sui piè t’incurvi e pieghe,

E pur vaga d’udir qui sei condutta:

A te potessi, ed a mille altre vecchie

Appannar gli occhi, ed otturar le orecchie.

XCVII.

Quanto a le fiere vecchie maladette

Io di chiuder le crecchie oggi desio,

Tanto a voi bramo aprirle, o giovanette,

Acciò che v’entri tutto il sermon mio.

Oh! se una volta dentro vi si mette,

Più di due poi ve ne verrà desìo;

Parrà duro a sentir la prima volta,

Ma più diletta, come più s’ascolta.

XCVIII.

Altro ventaglio, che non è cotesto ,

Io ti vo’ porre in man, purchè tu ’l prenda;

Ma sotto condizion, Monna, tel presto,

Che spennato da poi tu non mel renda;

Nè di piè, nè di penne il tuo con quello,

Nè di beltà, nè di virtù contenda:

Il tuo è fatto ad arte, il mio qual nacque,

Il tuo, scosso, fa vento, il mio versa acque.

XCIX.

Il meglio io non ho visto, or veggolo: Ecco

Tra vaghe giovani orrido vecchione.

Arbor che sei da la radice secco,

Qual voglia tra le fiamme oggi ti pone ?

Tornati al chiuso ovil, tornati becco ....

Ma no, non vi tornar: non è ragione,

Quando a l’aprir del dì la mandra s’apre,

Che vadan senza un becco tante capre.

C.

Che gatto è quel, ch’a guisa di monile

Hai sul candido collo, o Donna, attorto?

Or non ischifi tu così gentile

Al bel viso appressar cuojo di morto?

Girti onorata man cosa sì vile;

Prendi un vivo animal, che meco porto;

Che ha sì bel pelo, e pelle sì leggiadra,

Ch’ogni gran donna ne sarebbe ladra.

CI.

Ha l’animal, ch’ io porto qui rinchiuso

Più caldo il tatto, e più soave il pelo,

E mostra ben, che ’l dettino qua giuso

A servir Donne, e non ad altro, il Cielo:

È sempre bello in vista, e buono ad uso,

O regnin l’uve, o i fiori, o ’l caldo, o ’l gelo

Nè temer, se ben muor, che mai si lasce;

Che quante volte muor, tante rinasce.

CII.

Ma donde vien cotal varietate,

Che questa ha il pelo e quella ha in man le penne?

Par che ad un tempo l’una con la state,

L’altra col verno a far battaglia venne:

Ma se schermirvi d’amenduo bramate,

Senza che bue v’impeli, o uccel v’impenne,

Ecco qui dentro l’animal, che serve.

E quando il terren gela, e quando serve.

CIII.

Voi mi potreste dir: perchè s’asconde?

È forsè perchè graffia, o perchè morde?

Oh! s’ei non si coprisse almen di fronde,

Troppo il vederlo vi sarebbe ingorde:

Che giova, se al mio dir nulla risponde,

Ch’ io stanchi me gridando e gli altri assorde?

Orsù, pria ch’ altri venga a darne briga,

Dicansi l’ore, che il giardin s’irriga.

CIV.

L’ore de l’irrigar, benchè alcun volle,

Che la sera e il mattin sian le migliori,

Che a nona l’acqua sparsa in terra bolle,

Ed ardon l’erbe gli scaldati umori;

Io vo’ che ’l mio giardin stia sempre molle,

Senza dar tante leggi a’ miei sudori:

Giova a tutte ore, acciò che l’erba cresca,

Far, che la terra sia bagnata e fresca.

CV.

Deh! se quell’acqua, di che lieto ogni ora

Bagno la terra, ove vo’ far semenza,

Voi provaste un sol giorno, solo un’ora,

Forse vi doleria di starne senza:

Voi del mio dir tutte ridete, ancora

Ne bramereste far l’esperienza?

Oh! se la fate, un’acqua proverete,

Che quanto più si bee, più doppia sete.

CVI.

Quando io vi posi innanzi gli strumenti,

Che de’ begli orti adopro a la coltura,

Il miglior mi scordai, ch’abbia a le genti

Mostro mai arte, o dato mai Natura:

Poco le stelle, e poco gli elementi,

E poco gioverebbe umana cura,

Senza questo, ch’ io dico, illustre ordigno,

E sia pur il terren grasso e benigno.

CVII.

Nomar possente e generoso ed almo

Questo strumento, come il Sol si debbe;

Ed onorarlo or d’inno, ed or di salmo

Ogni poeta, ogni cantor dovrebbe.

Quasi sempre d’altezza è men d’un palmo,

O tanto poco più, qualor più crebbe,

Ma tosto innanzi men d’un palmo appare

Ciò che Natura, ed arte, e ’l Ciel puon fare.

CVIII.

Questo è quel vago, o Donne, e bel legnetto,

Che si caccia sotterra, e fa la fossa:

Per dir sue lodi un altro dì v’aspetto,

Che dal mattino incominciar si possa;

Non or che il Sol quasi ne l’onde ha il petto,

Onde il Ciel qui s’imbruna, ivi s’arrossa:

Sol oggi vi dirò qual esser deve,

Poich’il tempo mi sforza ad esser breve.

CIX.

In dir l’altrui quanto esser deve, e quale,

Stimate che il mio stesso si dipinga:

Sia lungo, qual dicea; sè più, più vale,

E grosso tanto ch’ altrui man non cinga:

La punta abbia di ferro, e qual pugnale

la guardia, e ’l pomo al piè, dove si stringa,

E duro sì, che torto non si faccia,

Perchè sotterra e notte e dì il giaccia.

CX.

Oltre la zappa, il pal, l’aratro, e l’acque,

E le stagion d’oprargli, il modo, e l’ora,

De’ quali il men si disse, e ’l più si tacque;

S’io vi vo’ dir tutte quelle arti ancora,

Che usar da voi si ponno, e da cui nacque

Meglio al terreno, e meglio a chi lavora,

E parlar d’ogni pianta oggi a bastanza,

Via più de l’opra, che del giorno avanza.

CXI.

Ma perchè rare volte uman desìo

Di suo molto sperar buon frutto prende,

Senza soccorso d’alcun Nume pio,

Che ’l ben, che si desìa, dona, o contende ;

Onde ciascun sa maggior preghi al Dio,

Che ha più poter ne l’opra, ov’ egli intende:

Di qui nacquero i Tempj, e i Sacerdoti,

L’offrir degli olocausti, e ’l dar de’ voti.

CXII.

Perchè de’ campi folta spica mieta,

Dà Puglia a l’alma Cerere i suoi prieghi;

A Bacco Nola, perchè d’uva lieta

Grave ogni vite l’amato olmo pieghi;.

Chiama Febo, o ( qual io ) Bacco il poeta,

Perchè il chiuso pensier in versi spieghi;

Marte il gnerrier, Nettuno il pescatore,

Vulcano il fabbro, e colui, ch’ ama, Amore.

CXIII.

Così molti altri e molti onora il Mondo

Numi benigni e presti a i desir nostri:

A chi più porge, ed a chi men, secondo

Più largo, e meno altrui par, che si mostri.

Acciò che, Donne mie, frutto giocondo

Il soave lavor de’ terren vostri

Dopo tanti sudori a noi riporti,

Bisogna che onoriate il Dio degli orti.

CXIV.

A la madre d’Amor Venere bella

La tutela de gli orti il Mondo diede,

E non senza cagion, sì come a quella,

Onde il principio d’ogni ben procede :

Ma poi che quella Dea, già nova stella,

Se ne portò nel Ciel sua ricca sede,

Perchè non sia qua giù da’ ladri offesa,

Lasciò de gli orti al figlio la difesa.

CXV.

Non ad Amor, conm’è il parer d’altrui

(Ancor che sotto il Ciel cosa nessuna

Nè nascer può, nè viver senza lui)

Ma a quei, che da le fasce e da la cuna

Ella amò più che gli altri figli sui;

Il qual, senza cercar miglior fortuna,

Nato si giace, ove nascendo giacque,

Vago sol di morir là dove nacque.

CXVI.

Bila il produsse, e Bacco generollo,

Onde spesso da lui toglie ’l vigore:

Priapo il nominò chi pria chiamollo,

Benchè ’n più voci il Mondo ancor l’onore.

Non arco in mano, nè faretra al collo

Porta, come il crudel germano Amore;

Con lunga falce in man finger si suole,

Ma l’arme, con che nacque, adopra sole.

CXVII.

Non Flora, nè Pomona, ma Priapo

Bisogna, che da voi dunque si onori.

Cingete il sacro e venerabil capo

Di liete e dolci erbette, e di be’ fiori;

Non di ruta, o d’assenzio, o di sinapo,

Ma di quell’erbe, che han miglior sapori,

Ed a’ vostri giardin nascon d’intorno,

Fate ghirlande a lui di giorno in giorno.

CXVIII.

Se così pie, religiose, e sante

A quello dolce Dio vi inoltrerete,

Oh! che bell’erbe, oh! che leggiadre piante

Ne’ bei colti terren sorger vedrete,

Che nascer già non vi potero innante.

Così cangiando stil, Donne, sarete

(Acciò ch’ uom mai di voi non si lamenti)

Gli orti fecondi, e gli ortolan contenti.

CXIX.

Ma non vo’, Donne belle, che vi taccia

La molta fè sì gli animi sicuri,

Ch’ aperto ogni orto e notte e dì si giaccia

Sì, ch’ogni uom vi depredi, ogni uom vi furi.

Acciò che ’l Mondo non vi vada a caccia

Arminsi d’uscio, e cingansi di muri;

Purghinsi ancor, che non divengan selve,

Nè fian nidi a gli augei lustre a le belve.

CXX.

Non abbia il giardin vostro ampie le porte,

Ma gli usci, a guisa di fortezza, stretti.

Non vi paja, da uom grosso, o Donne accorte,

Ch’orto, e giardin confonda ne’ miei detti:

Perchè ne’ bei terren dativi in sorte

Vi sono orti, giardin, selve, e boschetti,

Paludi, monti, pian, tugurj, e logge,

E tutto, ove uom si vada, ove si allogge.

CXXI.

Guarda verso il cammin, che ne la valle

Sempre asciutta e fiorita entra di lauro,

Tre altre donne assise in su le spalle

Non di monton, che nuoti, non di tauro,

Ma d’asinel, che trotta; verdi e gialle

Le gonne han tutte tre, conteste d’auro:

Io non le posso salutar sì lunge,

Che la mia stanca voce non vi aggiunge.

CXXII.

Se ben son lunge, salutar le voglio,

Ancor ch’io getti le parole in vano;

Griderò ben più forte ch’io non soglio:

Oh dal giallo, oh dal verde ite pian piano,

O venite ver qua, ch’io vi raccoglio

Ancor che ’l grido si oda di lontano,

Son tanti gli urli de’ destrier, che han sotto,

Che de le voci mie non odon motto.

CXXIII.

Volete, belle Ninfe, ch’io vi mostre

Onde nacque il costume santo e bello,

Che ogni alta donna ne le parti nostre

Non sdegna andar, su l’umile asinello?

Vecchio uso fu de le prime Ave vostre;

Nè credere, cjie sia tra voi novello:

Più de l’antico ha, Donne mie, quest’uso,

Che non ha quel de l’ago, e quel del fuso.

CXXIV.

Un tempo al gran Priapo desir prese

Di guadagnar, peregrinando, fama,

Si mise in alto in Grecia, e in Puglia scese,

Ove il suo nome ancor si onora, e s’ama.

Bramoso di vedere il bel paese,

Che ogni altro peregrin cotanto brama,

Varcò l’Aufido, indi varcò il Calore;

E venne qua raccolto a grande onore.

CXXV.

Tanto onor gli fer qui, tante carezze,

Che più non n’avrian fatte al sommo Giove,

Sì per le naturali sue bellezze,.

Come per le mirabili sue prove,

I poderi, le case, e le ricchezze

Offriano a lui, perchè, non gisse altrove;

Ei d’onor vago, che l’avea qua addutto,

Deliberava il Mondo veder tutto.

CXXVI.

Ma perchè questo loco al Ciel sì caro

Era regno del padre, Dio del vino;

E perchè belle donne assai ’l pregaro,

Per più dì si ritenne dal cammino.

Spesse volte a diporto cavalcare;

Beata chi avea sotto il suo ronzino!

Che ’l pose sotto a mille donne e mille,

Entro, e fuor, per le selve, e per le ville.

CXXVII.

Vi giunse in tempo per maggior ventura

Che si spendean, com’or, l’uve dal Sole:

Allor nacque l’usanza, che ancor dura,

Che a donna l’uom può chieder ciò che vuole;

E parlar, come detta altrui natura,

Senza velame, o giri di parole:

Il piè si dice piè, le chiome, chiome,

Ogni membro s’onora del suo nome.

CXXVIII.

Malgrado de l’onor, de la vergogna,

E de la gelosia, che se ne rode,

Ciascun domanda quel, che gli bisogna,

E non gli cal, se il Mondo tutto l’ode.

La donna di ascoltar non si vergogna,

Nè l’uom paventa de l’altrui custode:

Sia maladetta la Regina avara,

Che fè per noi sì dolce usanza amara.

CXXIX.

Dicon, che un tempo qui regnasse poi

Del buon Priapo una Regina amica,

Che irata, per punir sudditi suoi,

Che non servar con lei l’usanza antica,

Pose il fio, che si paga oggi da noi,

Acciò ch’ogni uom liberamente dica;

Onde se ben tal libertà non cerca

Del suo per forza, ognun di noi la merca.

CXXX.

Giva a diporto la Regina bella

Con nobil compagnia per la foresta;

Ogni sua donna, ed ogni sua donzella

Su da’ vendemmiator d’amor richiesta:

Grida ciascun, chi questa vuol, chi quella,

Niuna di lor senza il suo invito resta;

Per viltà, credo, a la Regina sola

Nissun di quei villan disse parola.

CXXXI.

Non ho, turbata la Regina disse,

Dunqu’io, com’elle, orecchie ed altre cose?

Degna era, ch’un di voi mi riverisse

Con vostre ingiurie dolci ed amorose.

L’usanza allor tra le sue leggi scrisse,

E ’l fio d’un Grosso ad ogni scala impose:

Se stato a quella età fuss’ io nel Mondo,

Quei d’oggi addotto non avrian tal pondo.

CXXXII.

Pagan le scale il fio, ma la licenza

Vuol che del dire a tutta gente tocche,

Han l’orecchie d’udir la pazienza,

Come han di dir la libertà le bocche.

Chi fesse a questa legge resistenza,

Il che sanno talor le genti sciocche,

Oltre che fora altrui mostrato a dito,

Come di grave error n’andria punito.

CXXXIII.

Che gloria era a veder questo paese,

Quando Priapo vi facea soggiorno!

Il qual vi s’indugiò via più d’un mese,

Che parve a quelle donne men d’un giorno:

E l’ore tutte a lor diletto spese

Per questi vostri campi entro e d’intorno;

E se talor dal dritto suo mancava,

Scornato innanzi a lor ne lagrimava.

CXXXIV.

Qiando talor mancava dal suo dritto,

(Che a tutti, e sempre, soddisfar non puossi)

Ne rimanea per qualche spazio afflitto,

Sì, che, qual era, non parea che fossi:

Come uom, che colto sia sopra il delitto,

Gli occhi avea molli, e i fior del volto rossi,

Nè si vedea mai lieto ne l’aspetto,

Sinchè non ristorava il suo difetto.

CXXXV.

Ogni umil donna si stimava Dea,

Mettendo il piè Priapo entro il suo arbusto;

E benchè uom grande, a sdegno non avea

In ogni loco entrar, quantunque angusto:

Conoscendo il buon uom quanto mal fea

Lasciar le belle donne al miglior gusto,

Finchè lor uva in tutto non si colse,

Scostarli dal lor sen giammai non volse.

CXXXVI.

Ma, poi che di partir tempo gli parve,

Lasciò la terra, ove il suo nome accrebbe.

Donne mie, lungo fora a raccontarle

Quanto la sua partita a tutte increbbe.

Pianse a le braccia lor, quando egli sparve,

Sì, che ciascuna del suo pianto n’ebbe;

Vi fu donna, che tanto se ne dolse,

Che con Priapo in bocca morir volse.

CXXXVII.

Ne fu per divenir più d’una folle,

Quando sparir sel videro davanti.

Qual donna non restò bagnata e molle

Il seno e de l’altrui, e de’ suoi pianti?

Come uom, che a forza dal suo ben il tolle,

Con le voci, e con gli occhi al fin tremanti

Dal grembo lor si svelse il bel Priapo,

Lagrimose le guancie, e chino il capo.

CXXXVIII.

Ogni donna riman vedova e sola,

Che sposo, e compagnia seco sen porta;

Chi la vista perdèo, chi la parola,

Chi giacque lungo tempo a terra morta;

Ma molte la memoria ne consola,

E molte la speranza ne conforta:

Ciò, che di lui, partendo, qui rimase,

Quel sacro si guardò ne le lor case.

CXXXIX.

Da indi in qua sur gli asinelli suoi

Sopra ogni altro animal tenuti in pregio

Da voi qui, Donne, e di gir sotto a voi

Lor fè Capua, e Nola privilegio:

Che non aveva allor, com’ebbe poi

Napoli la corona, e ’l titol regio;

Ma le città maggior quelle due foro,

Che davan legge a Terra di Lavoro.

CXL.

Come moglie di amato pastorello,

Che ’l verno dietro al gregge altrove è gito,

Che ogni monton gradisce, ed ogni agnello

Per la dolce memoria del marito:

Così le donne fer de l’asinello

Da poi che ’l buon Priapo fu partito;

Il qual per dritta, e per obliqua strada

Cercò d’Italia bella ogni Contrada.

CXLI.

Dal mar d’Adria al Tirren, da Leuca a i monti,

Che fan siepe tra noi e l’Allemagna,

Non trovò luoghi ad onorar più pronti,

Che i lieti campi sua persona magna.

Dove Sebeto, e Serno han soci, e fonti,

E de la terra, che ’l bel Mincio bagna,

Ove tanto onorar quell’uom divino,

Che nomar se ne volle cittadino.

CXLII.

Dopo la sua partita altari e Tempi

Gli alzò divoto il popol Mantovano,

Ove de l’opre si vedean gli esempi,

Che fatte avea col capo, e con la mano;

Ed un grand’ uom di Mantoa, ch’ a que’ tempi

Cantava l’arme d’un Baton Trojano,

Scrisse de’ ratti suoi famose istorie,

E sparse Italia, e ’l Mondo di sue glorie.

CXLIII.

Stavan le mura di que’ Tempj assise

Tutte su due colonne, o due pilastri,

Ch’ eran di più colori, e di più guise,

E di tofi, e di selci, e di alabastri;

Parea, che fusser da Natura excise

Nel natio monte, e non da man di mastri,

E tutti avean dinanzi a gli usci belli

Folti boschetti, o teneri pratelli.

CXLIV.

Le late mura, gli archi, e le colonne

Tutte eran di miracoli coperte;

Pendean mille camiscie, e mille gonne.

Che avean per voti le donzelle offerte;

E mille altre tabelle de le donne,

Affisse, che, dal medico deserte,

Il buon Priapo avea guarite affatto

Con la sola virtute del suo tatto.

CXLV.

V’eran le guerre, e le discordie pinte,

Ch’ egli avea in pace, e in amicizia volte,

E le battaglie col suo auspicio vinte,

Le Rocche prese, e le bandiere tolte;

V’eran trofei di zone a forza scinte,

Ed arme da riparo insieme avvolte,

E stocchi, e lancie d’uman sangue asperse,

Che la vittrice turba al Tempio offerse.

CXLVI.

V’era scolpito ogni amoroso fatto,

De’ guerrier di quel tempo ogni conflitto;

Notato il nome, e ’l volto era ritratto

Tanto del vincitor, quanto del vitto.

Colpo nissun si discernea di piatto,

Nè di rovescio qui, nè di man dritto;

Ma tutte eran di punta le ferute

Dal mondo e da la gente più temute.

CXLVII.

V’erano li Ministri, e i Sacerdoti,

Che di que’ Tempj avean governo e cura,

A cui velati il capo, o le man voti,

Non licea mai d’entrar le sacre mura:

Le cerimonie, i sacrificj, e i voti

Non si facean, se non in parte oscura;

Benchè in ogni angol del beato loco

Dì e notte ardesse inestinguibil foco.

CXLVIII.

Giurato avrei, ch’ eri uom fatto di stucco,

O tu, che sotto noi sì saldo passi,

Se non gridavi. Taci ignobil cucco,

A che la voce alzar, se i vanni hai lassi?

Non credo, ch’oncia si trarria di succo.

Per far di te quel che de l’uva fassi

E pur n’assordi. Va al tuo nido, e cova

Di strano augel con le tue piume l’uova.

CXLIX.

Non vi crucciate, Donne, se interrotto

Ho il bel lavor, dove più fresco torno:

M’han quasi il capo que’ che passan, rotto;

Chi col grido l’introna, e chi col corno:

Se passasser più schiere qua di sotto,

Che non han uve i campi, che ho d’intorno.

Io non mi vi torrò, Donne, di sopra,

Finchè non rechi a fin la mia dolce opra.

CL.

Potrammi qualche pura verginella,

Che mal esperta ad ascoltar ne vegna,

Qual pianta domandar, qual erba è quella,

Che a gli orti nostri meglio si convegna,

O seminar si possa, che sia bella,

E vie maggior virtù seco ritegna:

Dirovvi di quai piante, e di quali erbe

Vo’, che vostro terren s’adorni, e inerbe.

CLI.

L’amaraco odorato, il buon serpillo,

L’erba, che col suo fior vagheggia il Sole,

Il basilico amaro a chi nutrillo,

L’aspra borrage, le crespe scaruole,

L’eruca a Vener sacra, il petrosillo,

Che ciascuna di voi tanto ama, e cole,

E le molte erbe, ch’usa il viver nostro,

Non ponno aver radice al terren vostro.

CLII.

E retti giglj, fiessitosi acanti,

Vermiglie rose, pallide viole,

E narciso, e jacinto, e croco, e quanti

Sior generò mai ne la terra il Sole,

Quando di varj odor, di color tanti

Lieta le guancie si dipinge, ed ole;

Benchè ogni loco faccian lieto e bello,

Non giovano al giardin, di che io favello.

CLIII.

L’arancio, il cedro, e gli altri arbor felici,

Che imitan ne i color gemme e metalli,r

Ancor che volentier prendan radici

Ne’ giardin, come i vostri, chiusi in valli,

E teman le montagne, e le pendici,

Come legno, che ’l freddo oltraggio falli,

Benchè abbian frondi sempre, e frutti, e fiori,

Vostro terren non vo’ ch’unqna gli onori.

CLIV.

Non ci vo’ verde lauro, o bianco moro,

Che tessa ombra co’ rami a chi gli è sotto;

Non noce Indiana, o pomo Perso, o Moro,

Ch’ empia di gemme il sen, quand’egli è rotto;

Non fico, ancor ch’io me ne struggo, e moro,

E più che ’l mondo tutto ne son ghiotto,

Perchè senza che ’l fico vi sia merlo,

Il giardin tutto è fico per sè stesso.

CLV.

Un’erba sola è quella, che de’ porre

Ogni donna, e donzella al suo bell’orto;

I frutti, che ne pon dì, e notte côrre,

Avanzan tutti gli altri di consorto:

Ma il sugo, che premendola, ne scorre,

Potria quasi dar vita a un corpo morto.

Vidi io sanar sovente con quest’ erba

Donne, ch’ eran già presso a morte acerba.

CLVI.

Io son, dirà tal un, d’opinione,

Che l’erba, a cui tu dai lodi cotante,

È la zucca, o il cocomero, o ’l pepone;

Qual sia, s’una non è de le tre piante ?

Io non vi nego, che sian belle e buone ,

E che si debban porre a molte innante,

E che ne gli orti vostri eran gradite,

Ma vi dirò come ne fur bandite.

CLVII.

Crescean le zucche, e gli altri due compagni

Ne’ primi tempi, e si fean quasi a paro

De gli abeti diritti, duri, e magni;

Allor ne gli orti vostri il piantaro

Più ch’erba, che ’l Sol scaldi, e l’aria bagni:

Ma poi ch’ a lungo andar troppo invecchiaro,

E si fer molli, e pargoletti, e torti,

Allor banditi fur da’ be’ vostri orti.

CLVIII.

L’erba, che nasce ne l’Egitto, e porta

Oblio d’ogni tristezza ne le foglie;

Quella, che spezza il ferro, apre ogni porta,

E da’ laghi, e da’ fiumi l’acque toglie;

Quella, che asciuga il sangue, e riconforta.

E qualunque erba oggi da noi si coglie,

O si colse d’altrui nel tempo antico,

Non si pareggia a l’erba, di ch’io dico.

CLIX.

Voi non la troverete, Donne, in tasca

D’erbolajo., che sperto a voi si mostri;

Non crediate, che generi, o che nasca

In altra parte, che ne gli orti nostri;

Da noi si mangi o da animal si pasca,

Come si sa de l’altre a’ lidi vostri;

Anzi ella è tal, che non può donna alcuna

Tenerne dentro al suo giardin più ch’una.

CLX.

Quando la notte cresce, e ’l giorno manca,

Ed ogni pianta le sue foglie perde;

Quando s’apre il terren, quando s’imbianca,

Sempre quest’erba si sta integra e verde;

O, se divien talor languida e manca,

Si ristora in un punto, e li rinverde:

Quant’ ombra più l’adugia, e calor preme,

Tanto più spiega i fiori, e manda il seme.

CLXI.

Or chi potria la lingua a fren tenere?

E pur gridate, Donne: taci, taci;

Ciascun, che passa, mi provoca, e fere,

Par, ch’ io sia il gufo, essi gli uccei rapaci:

Quelli olmi, e quercie omai non pon tacere

Udendo tante grida e sì mordaci:

Voi gite sì superbi e sì protervi,

perchè v’arman le corna o tori, o cervi.

CLXII.

Oh vergogna, e disnor di questa etate!

A che batter sì sorte le calcagna ?

Col rauco corno strepito mi fate,

Acciò che di risponder mi rimagna:

Sonate pur: gran cosa è in ver ch’abbiate

Sì pretta l’armonia, sendo in campagna;

Non è gran fatto, ch’or l’abbiate presta,

Avendo sempre gli strumenti in testa.

CLXIII.

Ecco un Dottor, che finge il Salomone,

Che sotto un gran capel mi sembra un fongo.

Io non vo’ fare ingiuria a la stagione,

Ma a dargli un fiero assalto mi dispongo.

O tu, che sai di legge, e di ragione,

Solvi il gran dubbio mio, ch’in man ti pongo:

Deh! dimmi, è buona, o rea l’usanza d’oggi,

Che vuol, che sopra l’uom la donna poggi?

CLXIV.

Dimmi Dottor de gli uomini a la forca,

Qual più di voi, tua moglie, o tu n’appende?

Tua moglie ha men del reo, che benchè torca

Il collo al malfattor, pur vivo il rende.

Il Sol, più tosto che non suol, si corca;

Qualche donna di là forse l’attende:

Pria che nel grembo altrui tutto si gette,

Bisogna per concluder ch’ io m’affrette.

CLXV.

Donzella, che solinga abbia paura

Di notturno santasma, o d’orrida ombra,

O di strega, o di magica fattura,

Quando la cieca notte il Cielo adombra,

Tenga quest’erba in seno, e sta sicura.

A chi tanta tristezza il petto ingombra,

Che la trae quasi di sè stessa fuore,

Mangi quest’erba, che rallegra il core.

CLXVI.

E se stomaco avesse freddo e stanco,

Lo scalda, e lo rinforza al digerire;

A chi rinchiuso umor notasse il fianco,

Il sugo di quest’erba nel fa uscire;

Feconde fa le sterili, empie il manco,

E fa le brutte subito abbellire:

E quel, che par cosa più rara e nova,

Che tanto a fredde, quanto a calde giova.

CLXVII.

Chi gli occhi avesse molli, e ’l viso smorto,

Ella rasciuga quei, quello incolora;

Chi piagne il suo Signor lontano, o morto,

Quella la trae d’ogni cordoglio fuora.

A che vie nel parlar più vi trasporto

Per dir quanta virtute in lei dimora?

Il Mondo tutto, e ciò ch’eterno serba,

Spento in breve saria senza quest’erba.

CLXVIII.

M’accorgo agli occhi, che ciascuna brama

Saper quest’erba, che cotanto io lodo:

Dirolla per saziar l’ardente brama,

E de le dubbie menti sciorvi il nodo.

Quella non mi sovvien come si chiama

Da gli ortolan di Roma a certo modo,

Che vien Menta piccina a dir tra nostri,

È l’erba degna de’ begli orti vostri.

CLXIX.

Non vi spaventi il nome di piccina,

Che in picciol corpo regna gran virtute.

Ogni lodata gemma è picciolina,

E in tanto prezzo al Mondo son tenute;

Bench’ io tenga di lor poca dottrina,

Come uom, che poche n’ho tocche, o vedute;

Le gemme, Donne, ond’ io talor vo ricco,

Son l’uve, ch’oggi da quest’ olmo spicco.

CLXX.

Io vi vedo ne gli occhi, e ne la fronte

Segno apparir di nova maraviglia;

Come se cosa strana io vi racconte,

Voi mi guardate con rugose ciglia.

O Febo, a cui son tutte l’erbe conte,

Onde ogni uman languor rimedio piglia,

Per gli amor tuoi cangiati in erbe, e in fiori,

Fa testimon, che la mia lingua onori.

CLXXI.

E se pur Febo acceso di disdegno

Nega di farlo, e di profan mi accusa,

Che al cominciar de l’opra, onde al fin vegno,

Nè lui volsi onorar, nè sacra Musa;

Purchè vi venga un Dio pur di sè degno,

Che sappia la virtù ne l’erba infusa:

Fal tu, Priapo a quelle Donne, e mostra

Quant’ ha forza, e virtù quest’ erba nostra.

CLXXII.

Tu Dio de gli orti vedi, e siuti, e palpe

Non pur l’erbe, che crescon su la terra;

Cui nè chiuso vallon, nè rigida alpe,

Uscio o salita il gir mai vieta, o serra;

Ma sotto errando qual coniglj, o talpe,

Cerchi quante radici van sotterra:

Poichè tutte le sai, quest’una insegna,

Onde ciascuna al suo giardin la tegna.

CLXXIII.

È dunque la miglior de l’altre piante,

O Donne mie, la menta pargoletta;

E con ragion va posta a tutte innante,

Com’ erba, che più giova, e più diletta.

Quella ciascuna al suo giardin si piante,

Piante, io vo’ dir, che di sua man la metta,

E nutrimento di sua man le porga,

Perchè felice ad ogni tempo sorga.

CLXXIV.

Domandate a color, che ne le scole

Tormentan con le verghe i fanciulletti,

E fanno il sugo trar da le parole,

Sì come voi da l’erbe e da i fioretti;

Quest’ erba, che così nomar si suole,

È cosa ella, che gravi, o che diletti?

Essi il diranno: ma per farvi liete,

Io ve la mostrerò, se voi volete.

CLXXV.

Ogni alma trista il Sol mirare allegri,

Ed ogn’infermo corpo il gusto sana:

S’alcuna tra voi fosse e trista, ed egra,

Ratto sia con quest’ erba e lieta, e sana.

Lo stipe ha rosso, la radice ha negra,

Non la spregiate come cosa vana;

Se non avesse in sè molta vaghezza,

Stimate la virtù, non la bellezza.

CLXXVI.

Il desio non si appaga col parlare,

Per quanto io scorgo; orsù sciolgasi il laccio

Di quella tasca, ove si suol serbare.

Mentre per trarla fuor l’apro, e dislaccio,

Se vi volete più maravigliare,

Una di voi dentro vi metta il braccio;

Che da lei tocca in un momento cresce,

E caldo latte, e mel da la cima esce.

CLXXVII.

Voi Donne belle rivolgete il viso,

Chiaro mostrando, che ’l mio dir vi spiace,

S’io vo’ mostrarvi il vostro paradiso,

Perchè il mirar, qual prima, or non vi piace?

Chi con le fronde il volto copre, e ’l riso,

Chi si fa in dietro, e chi ridendo tace:

Or non siate sì schive e vergognose;

Chè il fin s’attende ne l’umane cose.

CLXXVIII.

Deh! quanto errai nel cominciar del canto,

Giovani, a cui ’l mio dir vo’ che sol piaccia;

Qiando le vecchie vi levai d’accanto

Perchè con lor non vi levai di faccia?

Quella, ch’ è avvolta di sanguigno manto,

Vi batte ne le guancia, e vi minaccia:

E per far onta a noi, gioja a le vecchie,

A me chiude la bocca, a voi le orecchie.

CLXXIX.

Vattene via vergogna, vatten via,

Ch’altro color, che ’l tuo vo’, che ne copra.

Seguite il suon de l’alta voce mia

Voi, che di Bacco sete meco a l’opra:

Cacciam da noi quella malvagia e ria,

Ch’i vostri, e miei tesor non vuol ch’io scopra:

Vattene via vergogna aspra e severa,

Cagion, ch’ogni piacer nel Mondo pera.

CLXXX.

Vergognar tu vergogna ti dovresti

D’apparir qui tra noi nel tempo, quando

Le parole, e i pensier gravi ed onesti

Son da noi relegati, o posti in bando.

Dovevi udir, se non sei sorda, questi,

Che ti van con lor grida via scacciando:

Nè puoi scusar, che ’l grido non s’intende,

Che ogni uom, per farli udir, ne l’aria pende.

CLXXXI.

I tanti tuoi timor, tanti rispetti

Ai giorni sacri, non a questi serba;

Or con lascive voci, e con bei detti

Ciascun le sue fatiche disacerba.

Trova dunque o vergogna altri ricetti,

Mentre per addolcir la vita acerba

N’empion de’ frutti lor canestro, e sacco

Non Giove, e Palla, ma Venere, e Bacco.

CLXXXII.

Poi ch’ andar non sen vuol questa importuna,

Che partir si devria, partendo il giorno;

Sì come quella, che a splendor di Luna

Suol raro ir a turbar l’altrui soggiorno;

E perchè credo, che di voi ciascuna

Voglia forse a la villa far ritorno,

Salvo chi restar meco desiasse,

Per veder s’al mio dir l’opra agguagliasse.

CLXXXIII.

Itene in pace, e que’ piacer, che l’ora

N’ha tolti, e la vergogna oggi da i petti,

Io prego Amor, cui la mia lingua onora,

Che li serbi, e riponga a’ vostri letti.

Tosto ch’ aprirà il Ciel la bell’ Aurora,

S’alcuna trae dolcezza de’ miei detti,

Di libera prontezza il volto s’armi,

E torni un’altra volta ad ascoltarmi.

 

 

 

Indice Biblioteca Progetto Leopardi

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 13 giugno 2008