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Note su LUIGI TANSILLO

1672-1750

I

Ritratti poetici di alcuni uomini di lettere 

antichi e moderni del Regno di Napoli

del Marchese di Villarosa

Edizione di riferimento:

Marchese di Villarosa, Ritratti poetici di alcuni uomini di lettere antichi e moderni del Regno di Napoli, parte prima, In Napoli dalla Stamperia e Cartiera del Fibreno, Largo san Domenico Maggiore n° 3. 1834,  pp. 215-226

Perchè fai del mio don sì tristo abuso

Dir non saprei se più sfrontato, o stolto,

E perchè rendi il mio desir deluso,

D'onestade e di onore il fren disciolto ?

Di virgineo rossor coperte il volto,

Ti han le Camene da i lor cori escluso;

Di viP edera e mirto il crine avvolto

Resta tra impuro stuol misto e confuso.

Sì disse Apollo sbigottito e afflitto

Col Divo Galileo Tansillo plora,

E nell’altrui ravvisa il suo delitto.

Nè invan perdono col suo plettro implora,

Che seguendo il sentiero a lui prescritto,

Di eterno lauro il crin canuto infiora.

 Luigi Tansillo nacque in Venosa, città della Puglia, verso l’anno 1510 , e morì in Teano Sedicino al primo Dicembre 1568.

È cosa assai deplorabile che molti, dotati di un estro vivace e di una fervida fantasia ben adattala ad esser seguaci delle Muse, che la Mitologia dipinge per caste e pudiche, seguano un sentiero totalmente opposto alle medesime, battendo le lubriche vie dei sozzi Adoni e delle impudiche Veneri. Fra ’l numero di cotesti sciagurati annoverar si dee disgraziatamente Luigi Tansillo. Nato per distinguersi fra i seguaci di Apollo per felicità d’ingegno e per una spontanea inclinazione a scriver versi pieni di melliflua venustà, come di se parlando egli dice :

Forse son io, siccome Ovidio era 

Che non sapea parlar se non in verso,

Sebben parlasse da mattina a sera,

dando troppo libero corso alla sua non casta immaginazione, ruppe il freno della decenza e dell’onestà, scrivendo versi da cantarsi nelle orgie di Bacco, e che tuttavia si nominano con indignazione. Che se giusta l’insegnamento di Flacco (da lui per altro non sempre seguito),

Et prodesse volunt , et delectare Poetae

non può capirsi qual giovamento e qual diletto possa produrre negli animi ben formati le oscenità e le laidezze. Nella patria ove l’istesso Flacco ebbe la culla, cioè in Venosa, nacque il Tansillo da nobil famiglia stabilita molti anni prima in Nola, città antichissima del Regno di Napoli, e da una tale origine si è creduto che fosse egli ancora colà nato. Ma da un capitolo che il Tansillo indirizzò al Viceré D. Pietro di Toledo per indurlo ad esentar Venosa da’ militari alloggi, pubblicato nel l551, si rileva di esser nato in Venosa. Eccone le parole :

Mio Padre a Nola, io a Venosa nacqui 

L’una origin mi diè , l’altra la cuna, 

E che ne’ versi miei talor non tacqui.

È nobil patria l’una e l’altra; e l’una

E l’altra un tempo fu possente e grande;

Ma così regge il mondo la fortuna.

(Ramondini Stor. Nolana Tom. 3. fol. Nap. 1757. p.238). Il Ghilini, nel Teatro d’uomini letterati ( Vol. 1. p. 159) e Nicola Amenta ne’ Rapporti di Parnaso ( Rap. 1. p. 2 ), lo chiamano Napoletano, e l’Ammirato (Opusc. Tom. II. Ritratti p. 256) pose in dubbio se fosse nato in Nola o in Venosa. L’istesso Tansillo però in molte sue poesie dice chiaramente di esser Nola patria di suo padre, nella qual città i Tansilli, o Tancilli, erano gentiluomini, essendo divisi in due rami fin dal secolo XVI, come lo attesta Ambrogio Leone (De Nola lib. 3. cap. 3. pag. 45. edit. Venet. 1514 fol.). La qual cosa vien confermata da’ seguenti versi del mentovato capitolo:

Io ebbi ardir raccomandarvi Nola ec.  

Se pregando esauditi fur miei prieghi

Per la terra ove nacque il padre mio,

Prima che a Voi di servitù mi leghi;

Or che a Voi servo, e inchino dopo Dio,

Quanto è più, giusto che esaudito io sia

Pregando per la terra ove nacqui io?

Perchè il padre di Luigi Tansillo si fosse portato in Venosa è ignoto, come altresì l’anno preciso della nascita del poeta; ma congetturasi che fosse avvenuta verso il 1510 dalla canzone che indirizzò al S. P. Paolo IV, nella quale duolsi di aver composto il suo vituperevole poema il Vindemmiatore non avendo ancor finito il quarto lustro. Eccone le parole :

Error fu giovanile

Quel che attempato oggi riprendo e scuso,

Che ’lquarto lustro ancor non avea chiuso.

Or avendo egli pubblicato la prima volta il Vindemmiatore nel 1534, la sua nascita dovè seguire , come si è detto, nel 1510. In Napoli fu per molti anni al servizio del Viceré di quel tempo D. Pietro di Toledo Marchese di Villafranca, e di D. Garzia suo figliuolo (poscia Viceré in Catalogna, ed indi in Sicilia sotto il Regno di Filippo II), che ebbe in gran pregio il Tansillo, non volendolo da sè lontano, per cui lo condusse in Sicilia, allorché nel 1559 in Messina accolse splendidamente D. Antonia Cardona figliuola del Conte di Collesano, che volea prendere in moglie. Fra le feste che il Toledo ivi fece per sollazzare la pretesa sua sposa, vi fu la rappresentazione di una commedia pastorale scritta dal Tansillo. Fu intitolata Tirsi, che fu la prima favola in tal genere, come dice M. Giusto Fontanini nel libro dell’Eloquenza Italiana con queste parole: Peraltro già si mostrò (nel suo Aminta difeso) che la prima favola pastorale messa in iscena con la durata di tre ore fu il Tirsi di Luigi Tansillo per quanto osservammo dalla storia Siciliana di Francesco Maurolico, nè si dee badare al Crescimbeni, ove con debolezze e sofismi della sua falsa dialettica oppone che se questa del Tansillo si dice commedia, quando per lo contrario Giano Nido Eritreo a tutte le più insigni commedie e tragicommedie e favole pastorali e piscatorie dà il nome di egloghe, essendo l’egloga una piccola pastorale, e la pastorale una grande egloga al dire dei Guarini ec. La descrizion della festa, e l’argomento della favola suddetta vengono riferiti dall’Abate Francesco Maurolico in uno de’ luoghi tralasciati nel lib. VI dell’opera che ha per titolo Rerum Sicanarum compendium, stampata in Messina nel 1562, e che furon pubblicati da Stefano Baluzio nelle sue mescolanze (Tom. II. pag. 337). Non solo il Tansillo coltivò le lettere, ma fu addetto anche al mestier delle armi. Ortensio Laudi, ne’ suoi Cataloghi (Ven. Giolito 1552. 8), lo chiamò Poeta valoroso, e soldato ardito. Il nominato D. Garzia di Toledo, essendo stato scelto dall’Imperator Carlo V Generale delle armi Spagnuole per l’impresa dell’Africa insieme con Gio. di Vega, condusse, seco il Tansillo, che diede pruove del valor suo in quella spedizione dalla quale venne l’Africa espugnata. L’Ammirato, il Ghilini ed il Crescimbeni credono che ciò seguisse sotto il Regno di Filippo II in tempo che D. Garzia era Viceré della Catalogna, cioè nel 1564; in cui questo Principe guadagnò con l’armata del Re Cattolico il castello di Villez. Il Ruscelli, nell’opera delle Imprese (C. 217 e 218), è di contrario avviso, dicendo: Fece poi insieme con Giovanni di Vega quella importantissima impresa d’Africa. In tutto quel viaggio egli volle aver seco Luigi Tansillo, il quale essendo di profession d’arme, Cavaliere e Continuo del Viceré, s’ha poi degnamente guadagnato dal mondo nome de’ più leggiadri ed eccellenti ingegni e scrittori dell’età nostra. Scipione Ammirato, ne’ Ritratti (Opusc. Tom. II. pag. 259), parlando del Tansillo, dice che andando in Roma fu albergato dal medesimo in Gaeta, ove esercitava giustizia in luogo del Re. Ma all’infuori di tale scrittore, tutti gli altri che han parlato del Tansillo non fanno di ciò menzione.

La prima opera che il Tansillo pubblicò fu quella che ha per titolo Il Vindemmiatore, che fu bastante a fargli meritamente acquistare il titolo di licenzioso poeta, del qual fallo egli poscia si pentì amaramente. È questa scritta in ottava rima, e le stanze sono in numero di 160 circa, nelle quali sotto metafore sono nascoste le più nefande oscenità, Furon composte mentre era in villa nell’Autunno dell’anno 1534, e le indirizzò a Jacopo Carafa Cavalier Napoletano suo amico, dicendo nella lettera dedicatoria di aver preso tale argomento da un antico uso della sua patria. Non aveva però in mira di pubblicarle, dicendo nella stessa lettera al Carafa di tenerle nascoste tra le tine, tra le vasche e tra gli arbusti. Ma in vece di eseguirsi un tal divieto dell’autore, o di darsi alle fiamme, come sarebbe stata miglior cosa, si vider pubblicate per le stampe in Napoli nel 1534 in 4°. Fu un tal poema altre volte stampato col titolo di Stanze di coltura sopra gli orti delle donne, e così fu pubblicato in Venezia presso Gio: Andrea Vavassore detto Guadagnino e Florio suo fratello nel 1550. In questa edizione mancano alcune stanze impresse in quella di Napoli, e molti versi assai liberi interamente cambiati. Diverse altre volte un tal osceno poema è stato riprodotto col primo e col secondo titolo, ed in questo vi si veggono aggiunte alcune stanze in lode della menta, anche separatamente pubblicate iu Venezia nel 1540, delle quali altra ragione non si ha per crederle del Tansillo, se non perchè sono scritte dell’istesso stile del Vindemmiatore. Tanto è vero che il bene trova pochi che lo propaghino, mentre il male acquista sempre facili e pronti spontanei imitatori.

Le opere del Tansillo furono meritamente proibite in Roma dalla Congregazione dell’Indice, forse per cagione del Vindemmiatore. Se ne addolorò pertanto l’autore molassino, e si pentì del commesso fallo, indirizzando al Pontefice Paolo IV una canzone, che comincia :

Eletto in Ciel possente, e sommo Padre ec.,

nella quale, dopo aver lodato il Pontefice, lo scongiura a togliere la proibizione di tutti i suoi versi, domandandogli infine perdono in questi termini :

Peccai, me stesso accuso, a Dio rivolto 

Ho lingua e mano; amendue tronche o secche 

Porrei più tosto, ch’ esser qual già fui, 

Cagion talor d’obbliqui esempi altrui.

........

Prendi in grado il mio pianto. 

Le note, che il mio dir dannan per sempre, 

Sian casse, prego, o il tuo rigor si tempre. 

Egli abbia eterno e vergognoso esiglio.

( Il Vindemmiatore )

Ma chi non porse a lui forza e consiglio ,

Né seco a parte andò d’ alcun suo accento,

Non sbandir, Pastor giusto, dal tuo gregge ec.

Per dimostrar sempre più quanto egli fosse pentito del suo giovanile ed incauto errore, cominciò a scrivere la sua maggior opera, cioè il poema in ottava rima diviso in XV canti, che ha per titolo Le lagrime di S. Pietro, che compì dopo anni 24, non avendolo ancor terminato quando tutte le sue poesie furon proibite. Lodando in una stanza del detto poema il Pontefice Pio IV della casa de’ Medici di Milano, egli si esprime così :

O Pastor Santo, e successor di Piero, 

Uscier del Cielo in terra, e terren Dio,

Volgi qui per pietà gli occhi e 'l pensiero,

Sii qual è il nome tuo, Medico e Pio.

E dopo sette altre stanze, spiega chiaramente l’anno nel quale occupavasi a compire il suo poema :

Il mille cinquecento sessant’uno

Anno chiude oggi il Ciel girando intorno.

Ma in che anno lo terminasse non si può con certezza affermare. Dopo la morte sua, essendo il poema rimasto disordinato in mano de’ suoi eredi, i Nolani, per onorar la memoria di uno che traea l’origine dalla loro città, diedero il carico di metterlo in ordine e mandarlo alle stampe a Gio. Battista Attendolo Capuano, uomo fornito di vasta letteratura. Il medesimo sentir volle il parere di Tommaso Costo Napoletano suo amico, che con lettera in data de’ 25 Giugno 1584 gli suggerì alcune cose, e con altra lettera posteriore molti altri consigli gli somministrò riguardo all’edizione del poema, specialmente che non chiamasse Pianti quelli che da Tansillo si erano chiamati Canti. Ma l’Attendolo poco si curò di tali avvertimenti, e stampò il poema a modo suo. La prima edizione fu fatta in Vico Equense presso Gio. Battista Cappello nell’anno 1585 in 4, nella quale vi corsero molti errori. Tre altre ristampe se ne fecero in Venezia. Ma la migliore di tutte è quella fatta nell’istessa città di Venezia da Berozzo Berozzi nel 1696, la qual edizione è accresciuta di quasi 400 stanze cavate dal proprio originale, con la divisione in 15 canti, e con gli argomenti ed allegorie di Lucrezia Marinella Veneziana, ed in fine un discorso di Tommaso Costo, nel quale dà ragguaglio come un più corretto codice del poema fosse capitato nelle mani del Berozzi, e della diligenza usata nel riscontrarlo con le altre edizioni fatte prima. E con tutto che dicea di aver riprodotto il poema come il Tansillo l’avea lasciato, cioè migliorato e corretto, pure si vede dal discorso medesimo che in altri luoghi era stato dal Costo mutato così nell’ortografia che ne’ versi. In diverse raccolte, e specialmente nella 1.a parte di quella di Genova del 1582, si leggono alcune stanze del

Tansillo, che non esistono nell’edizione di Bologna, ove sono solamente i sonetti, i madrigali, i capitoli e le canzoni di esso. Un tal poema , diviso, come si è detto, in 15 canti (una parte del primo de’ quali fu falsamente attribuita al Cardinal Pucci ), dal Crescimbeni fu dichiarato maraviglioso e incomparabile, e fu tradotto in francese dal Malherbe, ed in lingua spagnuola da Gio. Gerardo e da Damiano Alvarez. Il Marchese Maffei, nel Discorso su la storia, e sul genio de’ migliori poeti italiani, recitato nell’apertura della nuova Colonia degli Arcadi in Verona, pubblicato nella Biblioteca Italiana, tom. 1. c. 4 e 9, e poi tradotto in francese, dice che il Tansillo ha eguagliato i più celebri poeti co’ suoi sonetti, e gli ha tutti superati con le sue canzoni. Gio. Matteo Toscano, nel suo Peplus Italiae c. 104, parlando del Tansillo , dice così:

Aloysius Tansillus 

Arguto qui te superava Carmine , nullum

In lucerti lellus Parthenopea dedit, 

Ut numeros Tansille tuos qui perlegat optet

Tarda sit ut libro meta futura tuo 

Quarti simul oc studio tetigit properante, revolvit

Lecta: suo semel fallit, et ipse dolo.

Tansillo Neapolitano, cui numerorum facilitatem indulsit Musarum favor, idem tantum addidit sententiarum acumen, ut lector a se tam argutas excogitari non posse ingenue fateatur. Scripsit Hetrusco idiomate non pauca, quae a nullo Poeseos studioso ignorantur. La Raccolta delle poesie di Tansillo, stampata in Bologna nel 1711, fu fatta da Domenico Bagneri di Massa, Accademico Abbandonato. Parlano delle vicende e delle produzioni Tansilliane l’Haym, nella Biblioteca de’ libri rari, il Catalogo della Biblioteca Capponi, le Biblioteche Smithiana ed Hulsiana, il Vogt, T. VII. part. III, il P. Niceron, nelle sue memorie, tom. 19. p. 349 , e l’accuratissimo Tiraboschi, tom 7 part. 3. Altri due poemetti compose, il primo che ha per titolo il Podere in terza rima, nel quale prescrive tutte le regole e dottrine agrarie, ed il secondo la Balia, che fu la prima volta pubblicato in Vercelli nell’anno 1767 con annotazioni di Gio. Antonio Ranza, ed in questo esorta le madri di non far lattare da altre donne i proprj figliuoli. Lasciò anche molte poesie inedite, fra le quali un Capitolo giocoso in lode del tingersi i capelli, diretto a Simone Porzio, e che la prima volta noi pubblicammo nel 1820 in 4° per le nozze de’ Conti Marcantonio e Benedetto Baglioni Oddi con le Signore Lavinia ed Agnese Vermiglioli (amendue di patrizie famiglie Perugine), nipoti del nostro dottissimo amico, e tanto benemerito della letteraria repubblica, Gio. Battista Vermiglioli, a cui il detto Capitolo fu intitolato. Il diligentissimo, e tanto benemerito della italiana letteratura, Signor Bartolomeo Gamba ha pubblicati in occasion delle nozze di Gio. Nachich di Zara con Marina Meneghini di Padova, Venezia 8. 1832, alcuni Capitoli inediti del Tansillo. Il primo di essi è indiritto al Barone Fontanarosa, dandogli conto di una sua navigazione. Il secondo al Principe di Bisignano, lodando le sue liberalità. Il terzo a D. Pietro di Toledo, mandandogli un barilotto di Vino Moscatello. Altri ne pubblicò anche in Venezia nel 1833 nelle nozze del Zotto-Tiepolo. Il primo di essi è diretto a Mario Galeota a Napoli, scrivendo da Nola, dandogli conto dello stato in cui trovavasi dopo una ferita riportata nella testa dal calcio di un cavallo. Il secondo a Giulio Cesare Caracciolo, con cui loda le belle donne di Nola, e confessa di essersi allontanato da Napoli per fuggir lo strepito de’ cocchi e delle carrette, contro i quali si scaglia.

Morì il Tansillo in Teano nel 1.° Dicembre dell’anno 1568, come apparisce dall’apertura del testamento negli atti di notar Grande di Teano, che seguì ad istanza della moglie di lui chiamata Luisa Puzzo, gentildonna dell’istessa città di Teano, dalla quale ebbe un figliuolo chiamato Mario Antonio, e quattro femmine Vincenza, Laura, Maria e Caterina. Portossi colà per avervi maritata una sua sorella di nome Geronima con Gregorio Silvestre Caracciolo nobile della nominata città. Lasciò tutore de’ suoi figli Monsignor Scarampa Vescovo di Nola, e Baldassarre de’ Torres Maggiordomo del Duca di Alcalà, allora Viceré di Napoli, a’ quali raccomandò l’intestazione della carica di Continuo, ch’ egli avea posseduta, e l’officio che aveva nella dogana di Napoli. Fu sepolto nella chiesa dell’Annunziata della città stessa nella cappella del Presepe del Signore, come indica una lapide sepolcrale ivi posta, che rimossa forse per la restaurazione della chiesa, vi fu di bel nuovo riposta da un tal Orazio de Garano nel 1629. L’inscrizione risente della barbarie di quel tempo, ed è la seguente:

Tansillus quem nosti hospes, cui blanda melodis

Calliope Siren, et bene munda Charis,

Hic situs, hic suspensa Dei lira , signa tubaeque

Caesaris ambobus Dis comis, inque fide est.

Hinc ille ad superos remeavit, ubi omnia terris

Implevit. Jam abi, et his gratiam habe oculis.

Piarum Lacrymarum Vati Tansillo

Da Pius Viator Lacrymas

Ceu Delitescentem Inscriptionem Instaurans

Tanti Viri Memoriae Memor

Horatius De Garano Cum Lacrymis Restituit

Anno Domini MDCXXIX.

In Napoli nella R. Biblioteca Borbonica esistono inedite le seguenti rime di Luigi Tansillo cavate da un MS. dell’età del Tansillo, che fu salvato dal Dot. D. Francesco Miglio:

6 Sonetti alla Burchiellesca – 11 Canzoni, tra le quali le tre in morte della Dama del Vasto – 4 Sonetti raccolti da stampe difficili a vendersi Terzine sotto i quadri a fresco, che rappresentano la storia di S. Onofrio Frammenti due di canzoni 10 Sonetti, la più parte ineditiStanze per alcuni intermedj di commedia rappresentata nel teatro della Marchesa del Vasto a Chiaja Un Capitolo mancante de’ primi versi Altro al Baron Fontanarosa— Altro a D. Pietro di Toledo Viceré di Napoli Altro al Sig. Simon Porzio in lode di tingersi i capelli (da noi prodotto ) — Altro al Principe di Bisignano — Al Signor D. Garzia di Toledo. Capriccio contro Vaglio Capriccio al Sig. Bernardino Martirano Segretario di S. M. in laude dell’aglio Al Viceré di Nap. come vorrebbe la moglie Capriccio in laude di una nuova foggia di bicchieri da lui dati al Viceré di Nap. Capriccio contro le carrette ed i cocchi al Sig. Luise CarmignanoAll’ Illustr. Sig. D. Ferrante Gonzaga capriccio in laude della galera Altro simile all’istesso Capriccio recitato una notte quasi all’improvviso da un gentiluomo ammaestrato innanzi al Viceré di Nap. Capriccio in laude del gioco del malcontento al Sig. Sanseverino, nano favoritissimo del Signor Principe di Bisignano Al Sig. Duca di Sessa, nel quale si loda la gelosia Capitolo II Capriccio partito in due satire nel quale si prova che non si debba amar donna accorta. Al Sig. Mario Galeota Satira seconda all’istesso Satira terza , nella quale si dice il contrario di ciò che si è detto nelle due antecedenti Lettera al Sig. Cola Maria Rocco Satira al Sig. Mario Galeota Sonetti 6 Canzoni 4 Canzoni Piscatorie 3 — Altre Canzoni 9. Canzoni 3 in morte di Cintia, nana dell’Illustr. Marchesa del Vasto Capitolo del moscatello mandato al Viceré di Nap. Capitolo del cavallo. 

 Maria Teresa Imbriani

II

Edizione elettronica di riferimento:

http://www.consiglio.basilicata.it/pubblicazioni/Appunti%20Letterat/appunti_letter_indice.htm

http://209.85.135.104/search?q=cache:xk60JQlQwU8J:www.consiglio.basilicata.it/pubblicazioni/Appunti%2520Letterat/Appunti%2520Lett%2520Parte%252004.pdf+%22Pietro+di+Toledo%22&hl=it&ct=clnk&cd=26&gl=it

 LUIGI TANSILLO

PER VENOSA

L’incredibile fioritura di intellettuali e poeti nella Venosa del Cinquecento, favorita da un lato dalla diaspora degli Umanisti napoletani alla caduta degli Aragonesi e alla successiva venuta degli Spagnoli da più parti avversati, e dall’altro dal mecenatismo delle famiglie dei Gesualdo e dei Del Balzo, si apre proprio all’alba del nuovo secolo con la nascita di Luigi Tansillo. La gloria di aver dato i natali nel 1510 allo straordinario artefice del manierismo poetico petrarchesco fu a lungo dibattuta tra due città meridionali, Nola e Venosa. Il ritrovamento di un manoscritto tansilliano, pubblicato per la prima volta da Francesco Fiorentino (1882), chiarì definitivamente la questione: si tratta infatti di un capitolo in terzine, preceduto da una lettera datata 30 settembre 1551, in cui Tansillo esorta il viceré don Pietro di Toledo, del quale, come vedremo, era sodale, a liberare Venosa dalle truppe stanziali, che la occupavano dal 1547, dall’anno cioè della rivolta delle plebi meridionali al Vicereame. Qui, Tansillo intercede chiaramente per la città che gli ha dato i natali:

Mio padre a Nola, io a Venosa nacqui:

L’una origin mi diede, e l’altra cuna:

Il che ne’ versi miei talor non tacqui.

È nobil patria l’una e l’altra; e l’una

E l’altra un tempo fu possente e grande;

Ma così regge il mondo e la Fortuna.

La lettura delle terzine ci porta proprio nel cuore della città, vivace per la presenza di grandi personalità e celebre per esser stata la patria di illustri poeti, primo fra tutti, naturalmente, il latino Orazio, di cui si osserva in questi versi un continuo richiamo, un’imitazione quasi letterale

Io non so se Lucani, o se Pugliesi

Siam noi; però ch’il venosin villano

Ara i confini d’ambi duo paesi

(cfr. Hor., Satyr., II, 1).

La rassegna dei venosini celebri si apre appunto con Orazio e prosegue con Eustachio, in cui si deve riconoscere l’Eustachio da Matera, di cui abbiamo parlato, per approdare a Bartolomeo, il più noto dei fratelli Maranta. Ma è l’atmosfera, l’aria di Venosa ad avvicinare gli uomini, anche i più umili, alla poesia:

Non pur la gente nobile e civile,

Usa a le scole, ha qui i poeti suoi,

Ma la plebe più rustica e più vile.

Vedrete uom, che ara, o zappa, o guarda i buoi,

Componer versi, e non toccò mai penna,

Che stupir farian Febo, non che voi.

L’ultima informazione, che proviene dal Capitolo tansilliano è importante per la sua biografia: attesta cioè che la madre, Laura Cappellana, risiede ancora a Venosa, ed egli, che manca dal luogo natale da quattro anni, vorrebbe finalmente recarsi da lei:

Tempo è, ch’io vada a riveder la Donna,

Nel cui ventre ebbi io casa; e del cui sangue

Fu a l’alma mia tessuta la sua gonna.

Che di desio di rivedermi langue;

E se or, che mutano aria anco i corpi egri,

Io non vivo, son più crudel che un angue.

Non mi ha visto ella, ha già quattro anni integri [...]

VERSO LA NUOVA POESIA

Luigi Tansillo passò l’infanzia tra Venosa, Nola e Napoli: era un giovinetto «biondo, leggiadro, di spirito vivacissimo». Nel 1532 entrò a servizio del viceré don Pietro di Toledo, che lo accolse nella sua guardia d’onore.

Alla corte spagnola conobbe Garcilaso de la Vega, che avrebbe imitato la sua poesia, e si innamorò di Laura di Monforte, dama di compagnia della Marchesa del Vasto, alla quale è dedicato il Canzoniere, rimasto inedito e pubblicato nella sua edizione integrale solo nel 1996, con il ritrovamento, da parte di Tobia R. Toscano, delle carte preparatorie e dei manoscritti di Erasmo Pércopo, che nel 1927 aveva pubblicato il primo volume, rimasto per lustri unico, delle liriche tansilliane.

A quarant’anni, Tansillo sposò Luisa Puccio di Teano dalla quale ebbe molti figli.

Ammesso all’Accademia degli Umidi, che sarebbe poi diventata Accademia Fiorentina, ebbe rapporti con Annibal Caro, Antonio Minturno e Benedetto Varchi. Alla morte di don Pietro, nel 1553, Tansillo abbandonò Napoli e la corte per un ufficio a Gaeta; morì a Teano, dov’è seppellito, il primo dicembre 1568.

Negli anni passati alla corte rinascimentale del Toledo, Tansillo visse un’intensa stagione di scambi intellettuali anche a livello nazionale: noto fuori di Napoli, si impose con la sua poesia nell’Italia manieristica e fu figura dominante, per tanti aspetti anticipatrice del gusto «artificioso» del periodo successivo, ammirato anche da Tasso. L’imitazione, il canone di base da cui parte il venosino, si dilata in un complesso rifrangersi e spezzarsi del discorso, che si allarga e si moltiplica a dismisura in un continuo e sapiente mescolarsi di oggetti diversi. La poesia del Tansillo nasce sempre da uno spunto reale, da un fatto casuale; è spesso encomiastica, cioè celebrativa dei fasti della corte, a volte didascalica. 

L’ OPERA

Negli anni di Venosa, Tansillo aveva già composto I due pellegrini (1527) e il poemetto erotico Il Vendemmiatore (1532), più volte stampato senza la sua autorizzazione con il titolo Stanze di cultura sopra gli horti delle donne, che gli costò più tardi l’inclusione nell’Indice dei libri proibiti dall’Inquisizione (1559). Si vedano le seguenti ottave, che hanno per protagonista un «religioso» di boccaccesca memoria, intento a corteggiare e conquistare una bella e «bionda» signora: vi si nota il misoginismo tipico delle narrazioni erotiche, ma appare in tutta evidenza la freschezza e la libertà del poeta nel trattare una materia al discrimine tra il serio e il faceto: 

Tu sai, che Donna è fragil per Natura

E docile a l’uomo si sottomette;

tu sai, che ’l fallo non le fa paura,

Se facile il perdon tu le promette;

E l’accoglienza tua la rassecura,

Poi che non hai con lei le man sì strette:

E ben s’accorge, che lontan dal coro

Sei uom com’altri, ed ami il bel lavoro

In fatti se la trovi bionda e bella

E fresca tu gli dì: Figliuola mia,

Sapete, che non posso in chiesa o in cella,

Come pur il bisogno vi saria,

Parlare di più su questa cosa o quella,

Che al vostro bene vantaggiosa sia:

In vostra casa, con buona licenza,

Terrem spirituale conferenza

Ed ella astuta, che prevede il gioco,

Risponde, ch’è per lei un alto onore:

Si finge inferma, e d’un suon mesto e roco

Dice che bisogno ha del Confessore.

Non ti fai aspettar molto, né poco,

Ma tosto corri con allegro core:

Da lo spirto alla carne in buon sermone,

Si fa la conferenza in stretta unione.

Lungi da lei tosto hai messo il piede,

Ella è guarita, e già, lasciato il letto,

Corre al marito suo, che a pena crede

A gli occhi suoi, e dice: Ah! Mio diletto,

Mio dolce ben, non è no la mia fede,

Che operò tal miracolo perfetto

Ma il merto del mio santo Religioso

M’ha svelta dal mio stato doloroso […]

Il buon marito credulo e devoto

Bacia, e si stringe al sen l’indegna moglie,

E viene al tuo convento, e porta in voto

Quel che più satisfar può le tue voglie;

E poi che ’l merto tuo gli è sì ben noto,

Lascia che la sua sposa ognor t’accoglie;

E così avviene per uman destino,

Che sian più giardinieri in un giardino.

Per invitare il viceré a visitare Chiaia nel 1547, Tansillo pubblica il poemetto Clorida, la ninfa del luogo, che anima la bellezza di un idillio naturale in un pezzo di rara bravura tecnica. Nel 1552 uscì il poemetto La balia, per esortare le donne ad allattare i propri figli e a non mandarli a balia; il motivo, ricavato da una fonte classica (Aulo Gellio) deriva da un episodio reale: la moglie, infatti, si era gravemente ammalata per non aver allattato il suo secondo figlio. La vena bucolica di Tansillo si concretizza nel poemetto Il podere del 1560, eco di Virgilio, Plinio, Columella e dell’ideale oraziano dell’aurea mediocritas. Destinate a uscire postume, invece, come gran parte del canzoniere, Le lagrime di San Pietro, il poema sacro, cui Tansillo pensava di affidare la sua fama e riconquistare l’approvazione ecclesiastica. Il lungo poema inventa un genere, che prima non esisteva: Tansillo traspone in sede epico-letteraria l’antico planctus Virginis, a sua volta sviluppo e ampliamento delle Lectiones del Venerdì Santo e della prosa mariana dello Stabat Mater; egli fornì il modello a numerose altre Lagrime, di cui le più note sono Le lagrime di Maria Vergine Santissima et Giesu Christo Nostro Signore di Torquato Tasso; il poema generò inoltre due rifacimenti in musica, tra cui i Madrigali a 7 voci del 1595 di Orlando di Lasso. Il successo delle Lagrime di San Pietro dimostra che la poesia tansilliana incontrava, anzi anticipava, il gusto decadente della fine del Cinquecento. Si vedano, qui di seguito tre stanze, tratte dalle Lagrime di San Pietro, in cui si riporta il lamento della Vergine alla morte di Gesù:

Chi mi ti rende figlio? ove gli ardenti

Miei prieghi drizzo? e ’n chi debbo por fede?

Per gli estinti fratelli le dolenti

Sorelle, talhor caddero al tuo piede;

E l’orbe madri per li figli spenti;

E pregando, di vita, hebber mercede:

Hor per te (lassa) chi pregar poss’io,

Frate, e figlio, e Signore, e padre, e Dio?[...]

Così la croce, onde pendesti, aspersa

Fosse stata del sangue d’ambedue:

Deh perché teco, da la turba aversa

Offerta anch’io per vittima, non fui?

Ma dove il sangue tuo, figlio, si versa,

Huopo non è del mio, nè de l’altrui:

Che di quel liquor santo una, o due stille

Salvar potriano mille Mondi, e mille. 

Ma spargendosi il tuo, il mio si sparse;

Non va l’un senza l’altro. Non è questo,

Del qual la tua bell’Alma degnò farse

La veste sua; più mio, che sia cotesto

Onde tue membra io vedo tinte, e sparse;

E viva, oltre il dover tuttavia resto:

Che s’io de la tua vita mi nudriva,

Com’esser può, che tu già morto, io viva?

La musicalità superficiale delle sue composizioni, la molle sensualità, la descrizione minuziosa e dettagliata del particolare, il colorismo pittorico, i giochi di parole e, insieme, la naturalezza del fare poesia, il tono quasi discorsivo, il richiamo alla tradizione antica e moderna, l’esplicito rifarsi a Sannazaro, la «locuzione artificiosa» ancora non del tutto consapevole: tutto ciò pone Tansillo ben al di sopra di un fenomeno regionale e gli consegna un ruolo ben definito nel passaggio da Ariosto a Tasso.

Non a caso, Giulio Cesare Capaccio amava riferire un aneddoto sul rapporto Tansillo-Tasso: una volta «Tasso si diffuse per sì fatto modo negli encomj di questo valoroso Rimatore, che non dubitò di affermare, non essersi da molti anni veduti in Italia più leggiadri componimenti dei suoi». E Tommaso Stigliani affermava altresì che Tasso stimasse Luigi Tansillo poeta lirico superiore allo stesso Petrarca.[1]

III

CIRO RUBINO

La Poesia Di Luigi Tansillo

Edizione di riferimento:

Ciro Rubino, La Poesia Di Luigi Tansillo, estratto da “Impegno e dialogo/10”, Biblioteca diocesana S. Paolino, Seminario-Nola, Incontri Culturali 1992-93

Lassate l’ombre, et abbracciate il vero,

non cangiate il presente pel futuro:

anch’io d’andare in ciel già non dispero,

ma per vivere più lieto e più securo,

godo il presente, e del futuro spero,

così doppia dolcezza mi procuro;

ch’avviso non sarìa d’uomo saggio e scaltro

perdere un ben per aspettarne un altro

Le lagrime, i sospiri e le querele

Il Rinascimento, seguito alla grande corrente artistica e letteraria dell’Umanesimo, fu un grandioso movimento di rinnovamento che si affermò in Italia tra il XV e il XVI secolo e si diffuse poi in tutta l’Europa.

Caratteristica di questo movimento fu il rifiorire degli studi sulla cultura greco - latina e lo sviluppo delle varie discipline in senso autonomo, mentre una nuova realtà si realizzava, soprattutto nel modo di scrivere in versi, con la originalità delle espressioni e con la imitazione delle opere degli antichi, imitazione che non era soltanto “il ritrovarsi attraverso l’altrui modello, ma per affermarsi in una individualità che risulta più vera proprio in quel rapporto e in quel raffronto”. L’imitazione quindi, secondo questo nuovo modo di intendere la poesia, non doveva limitarsi a riportare frasi, immagini ed idee dei classici antichi e del Petrarca, ma doveva necessariamente essere la ricerca di una propria personalità ed originalità, rifacendosi a quei modelli. Pietro Bembo, nelle Rime, manifesta il modello del poetare seguendo il principio della imitazione.

Questo modello si rifà naturalmente al Petrarca che per il Bembo è il poeta al di sopra di tutti nella scelta dei vocaboli, nella eleganza degli aggettivi, nella proprietà dei sostantivi e dei verbi. E proprio attraverso il Bembo il petrarchismo diventa legge dominante dello scrivere in versi. Il personaggio più caratteristico di questo nuovo modo di intendere la poesia fu Luigi Tansillo. Egli nacque a Venosa, in provincia di Potenza, nel 1510, da padre nolano, Vincenzo medico e filosofo, e da madre venosina Laura Cappellana. Quando il poeta non era ancora nato, il padre morì a Nola.

I primi anni della sua vita li trascorse a Nola in casa di una zia. In seguito visse a Venosa con la madre fino agli anni dell’adolescenza. Di là partirà per ritornare a Nola ed essere accolto, in seguito come paggio nella casa dei nobili Sanseverino a Napoli. La sua “nobil patria”, così come era solito chiamare la città di Nola, gli stava sempre nel cuore e nei pensieri. A volte aveva tanta fretta di tornarvi, che quando le circostanze lo permettevano vi ritornava.

Nel 1536 fu nominato “Continuo” dal vicerè di Napoli Don Pedro di Toledo. Il corpo dei “Continui” rappresentava la guardia personale del vicerè. Esso era composto da gentiluomini spagnoli e napoletani. Al seguito di Don Garzia, figliuolo del vicerè, navigò nel Mediterraneo per combattere contro i Turchi che infestavano le coste italiane con le loro scorrerie. Il poeta soffriva il mal di mare per cui provava un atroce tormento durante la navigazione. Il Tansillo era biondo, di bello aspetto, prode guerriero e illustre poeta per cui non mancarono mai amori di donne.

Ortensio Lando nei suoi “Cataloghi” lo definì: “poeta amoroso e soldato ardito”. Amò di un amore senza speranza la bella ed altera Maria d’Aragona, consorte del marchese del Vasto. Nel 1550 sposa una gentildonna di Teano, Luisa Puzzo. Da questo matrimonio nacquero cinque figli: Mario Antonio, Vincenza, Laura, Maria e Caterina. Luigi Tansillo era soprattutto un sentimentale. Aveva affetto sincero per la madre lontana, amava teneramente la moglie e i figli. Era buono, di carattere mite ed aveva orrore per la guerra e per le stragi anche se, dalle circostanze fu costretto a combattere. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse, in malferma salute, tra Gaeta e Napoli. Verso la fine del 1568 si recò a Teano per cambiare aria e lì si spense, nella casa del suocero, il 1° dicembre di quell’anno, all’età di 58 anni. Fu sepolto nella Cappella del Presepe nella Chiesa dell’Annunziata in Teano. Durante il corso della sua vita Luigi Tansillo scrisse: “Il Canzoniere” composto da 186 sonetti, 17 canzoni, 31 poesie di metro vario (secondo la raccolta del Fiorentino, 1882). In seguito una più rigorosa ricerca effettuata da Erasmo Percopo (1926), portò alla scoperta di altre preziose liriche, le quali anch’esse, purtroppo, non completano il quadro definitivo della produzione poetica del Tansillo; l’egloga pastorale “I due pellegrini”; i poemetti: “Il vendemmiatore”; “Le stanze a Bernardino Martirano”; “La Clorinda”; “La Balia”; “Il podere”. Inoltre scrisse il poema “Le lacrime di San Pietro” in 15 canti. 24 “Capitoli giocosi e satirici” che dedicò ad eminenti personaggi del suo tempo, e il Capitolo per Venosa, scoperto dal remondini. In questo sonetto, che è una delle liriche più belle della poesia italiana, egli raggiunse le vette più alte dell’arte. E’ mosso dal desiderio di raggiungere il cielo, sfidando i pericoli del difficile volo, disposto a morire ma soddisfatto di averlo tentato. E’ per la donna amata, lontana e irraggiungibile. Manifesto, in esso, il pericolo che corre per aver guardato tanto in alto.

Poi che spiegat’ho l’ale al bel desio,

quanto più sotto ‘l pè l’aria mi scorgo

più le superbe penne al vento porgo,

e spregio il mondo, e verso ‘l ciel m’invio.

Né del figliuol di Dedalo il fin rio

Fa che giù pieghi, anzi via più risorgo:

ch’io cadrò morto a terra ben m’accorgo;

ma qual vita pareggia il morir mio?

La voce del mio cor per l’aria sento:

ove mi porti temerario? China,

che raro è senza duol troppo ardimento.

Non temer, rispond’io, l’alta ruina,

fendi sicur le nubi, e muor contento,

se ‘l ciel sì illustre morte ne destina.

Esordì giovanissimo con l’egloga pastorale “I due pellegrini, nel 1526 o 27, la quale certamente non brilla di pregi particolari. E’ composta di 1180 versi in ottave, terzine, rimalmezzo ed altri metri ancora. Si avvertono in essa reminescenza della poesia del Petrarca, ma non mancano tuttavia tratti affettuosi e immagini gentili, soprattutto quando parla della sua Nola, per bocca della defunta amante di Filauto, uno dei due pellegrini.

Alla prima esperienza giovanile seguì, nel 1532, il poemetto licenzioso “Il vendemmiatore”, che doveva destare, in seguito, l’ira del Papa Paolo IV, e fu messo all’indce dei libri proibiti. Ebbe una rapida diffusione dopo che fu dato alle stampe nel 1534. A questo canto è legato, immeritatamente, la fama ed il nome di Tansillo. E’ un poemetto di indubbio valore poetico anche se non mancano richiami alle “Stanze” del Bembo, a Ovidio, ai canti carnascialeschi.

Dopo “Il vendemmiatore” scrisse, nel 1540, il poemetto “Stanze a Bernardino Martirano”, durante un suo viaggio sul mare al seguito di Don Garzia di Toledo. E’ composto di 61 ottave. Questo poemetto è da considerarsi, insieme alla “Clorida”, il suo capolavoro. Alle “Stanze al Martirano”, fece seguito, nel 1547, la “Clorida”. Con quest’opera il Tansillo aprì la strada a quella poesia eroica che si affermò per tutto il cinquecento, prendendo spunto dalle guerre contro i Turchi. Nel 1552 compose il poemetto didascalico in terzine “La Balia”, nel quale esorta le madri ad allattare esse stesse le loro creature.

Nel 1560 scrisse “Il podere”, anch’esso in terzine e composto in tre libri, l’ultimo dei quali veramente pregevole. Il poema “Le lacrime di San Pietro”, che era stato iniziato nel 1539, fu ripreso dal poeta nel 1559, quando il Papa Paolo IV mise all’indice il suo “Vendemmiatore”. L’opera non fu portata a termine, né riveduta perché subentrò la morte del poeta. A tutte queste opere si accompagnò la composizione di numerose liriche, “il Canzoniere”. In esso il Tansillo celebra fatti illustri di guerrieri e di artisti, lodi per i poeti e amici suoi contemporanei, tristi spettacoli di morte e di stragi, paesaggio sconvolti da orrendi fenomeni naturali, ma soprattutto l’amore di una donna dei suoi sogni, amore travagliato e triste perché senza speranza, roso dal tarlo della gelosia e che perciò fu troncato.

Sulla poesia di Luigi Tansillo si sono alternati, nel tempo, discordi giudizi di poeti e letterati. I suoi contemporanei espressero pareri molto lusinghieri, annoverandolo tra i poeti più illustri del suo tempo. Un grande poeta quindi, non ancora ben conosciuto, non ancora valutato nel giusto merito. Il sentimento che s’impone nelle sue liriche; l’originalità dei contenuti in molte delle sue opere; la bellezza delle espressioni a volte velate di malinconia; la freschezza, la grazia e la musicalità dei suoi versi; il colore che impera e che dà la misura esatta della sua fantasia d’artista, attestano senza riserve il valore di questo poeta che non è soltanto un “discorsivo”, un artista della parole, come lo definisce Croce. Siano finalmente riconosciute le virtù poetiche del nostro Tansillo, il quale, in alcuni suoi capolavori, ha dato ampie, inconfutabili prove di possedere quelle quattro virtù “forza, canto, schiettezza e bellezza”, così come le definisce Giulio Cesare Scaligero, le quali costituiscono l’essenza della grande ed imperitura poesia e tutte insieme danno vita alla poesia perfetta.

Nota

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[1] Pierantonio SERASSI, La vita di Torquato Tasso, Bergamo, Locatelli, 1790 2 , vol. II, p. 252: «Oltre al detto Ambasciatore, trovo, che Torquato fu talora a pranzo anche da altri amici; ed una volta in ispecie da Giulio Cesare Capaccio, Segretario della Città di Napoli, uomo di molta dottrina, ove essendo caduto il ragionamento sopra il merito nell’Italiana Poesia di Luigi Tansillo da Nola, scrive esso Capaccio, che il Tasso si diffuse per sì fatto modo negli encomj di questo valoroso Rimatore, che non dubitò di affermare, non essersi da molti anni veduti in Italia più leggiadri componimenti dei suoi. E certamente il Tasso per la novità e bellezza dei concetti stimava il Tansillo sopra tutti i moderni, siccome per la maestà e l’eleganza dell’espressione preferiva di gran lunga il Casa a qualunque altro; e si vede in fatti, ch’egli particolarmente ne’ Sonetti si studiò di seguire la grave e dignitosa maniera di quest’ultimo»; ivi, nota 3 : «Il Tasso veramente avea molto in pregio la maniera di poetare del Tansillo, come si vede da più luoghi delle sue Opere. Non saprei tuttavia indurmi a credere esser vero ciò, che in questo proposito afferma lo Stigliani a cart. 118 delle sue Lettere, impresse in Roma dal Bernabò 1664, in 12, cioè che il Tasso stimava miglior poeta lirico il Tansillo che il Petrarca, benché egli non comunicasse a tutti tale suo sentimento, ma solo ad alcune persone confidenti. Forse qualcuno fece questa congettura dal sentirlo commendar tanto il Tansillo».

Indice Biblioteca Progetto Cinquecento

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Ultimo aggiornamento: 14 giugno 2008