Italo Svevo

Ettore Schmitz

Continuazioni

[PREFAZIONE]

Edizione di riferimento:

Italo Svevo, Tutte le opere, edizione diretta da Mario Lavagetto, vol. I Romanzi e «continuazioni», Edizione critica con apparato genetico e commento di Nunzia Palmieri e Fabio Vittorini, saggio introduttivo e cronologia di Mario Lavagetto, Collana “I Meridiani”, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2004.

La cosa avvenne quest’anno, nell’Aprile che ci apportava uno dopo l’altro dei giorni foschi, piovosi, con brevi interruzioni sorprendenti di sprazzi di luce e anche di calore.

Rincasavo di sera in automobile con Augusta dopo una breve gita a Capodistria. Avevo gli occhi stanchi di sole ed ero incline al riposo. Non al sonno ma all’inerzia. Mi trovavo lontano dalle cose che mi circondavano e che tuttavia lasciavo arrivare a me perché nulla le sostituiva: Andavano via prive di senso. S’erano fatte anche molto sbiadite dopo il tramonto, tanto più che oramai i verdi campi erano stati sostituiti dalle grigie case e le squallide vie, tanto conosciute che arrivavano previste, e guardarle era poco meno che dormire.

In piazza Goldoni fummo fermati dal vigile e mi destai. Vidi allora avanzarsi verso di noi e, per evitare altri veicoli, accostarsi al nostro fino a rasentarlo, una fanciulla giovanissima vestita di bianco con nastrini verdi al collo e striscie verdi anche sulla leggera mantellina aperta, che in parte copriva il suo vestito pur esso di un bianco candido interrotto come sulla mantellina da lievi tratti di quel verde luminoso. Tutta la figurina era una vigorosa affermazione della stagione. La bella fanciulla! L’evidente pericolo in cui si trovava la faceva sorridere mentre i suoi grandi occhi neri spalancati guardavano e misuravano. Il sorriso faceva trapelare il biancore dei denti in quella faccia tutta rosea. Alte teneva le mani, al petto, nello sforzo di farsi più piccola e in una di esse c’erano i guanti morbidi. Io vidi esattamente quelle mani, la loro bianchezza e la loro forma, le lunghe dita e la piccola palma che si risolveva nella rotondità del polso.

E allora, io non so perché, sentii che sarebbe stato crudele che l’attimo fosse fuggito senza creare alcuna relazione fra me e quella giovinetta. Troppo crudele. Ma bisognava fare presto e la fretta creò la confusione. Ricordai! C’era già tale relazione fra me e lei. Io la conoscevo. La salutai piegandomi verso la lastra per esser visto, e accompagnai il mio saluto di un sorriso che doveva significare la mia ammirazione per il suo coraggio e la sua giovinezza. Subito poi cessai il sorriso ricordando che scoprivo il tanto oro che c’era nella mia bocca e restai a guardarla serio e intento. La giovinetta ebbe il tempo di guardarmi con curiosità, e rispose al saluto con un cenno esitante che rese molto compunta la sua faccina da cui era sparito il sorriso e che così cambiò di luce come se fra lei e i miei occhi si fosse frapposto un prisma.

Augusta aveva portato l’occhialino agli occhi subito quando aveva temuto di veder finire la giovinetta sotto ad un’automobile. Salutò anche lei per associarsi a me, e domandò: – Chi è quella giovinetta?

Io proprio non ne ricordavo il nome. Ficcai gli occhi nel passato col vivo desiderio di ritrovarcela e passai presto di anno in anno, lontano, lontano. La scoprii accanto ad un amico di mio padre. – La figlia del vecchio Dondi – mormorai malsicuro. Ora che avevo fatto quel nome mi parve di ricordare meglio. Il ricordo della giovinetta portava con sé quello di un giardino piccolo e verde attorno ad una piccola villa. E vi si accompagnò anche il ricordo di parole con le quali la giovinetta aveva fatto ridere tutti i molti presenti: – Perché da un tetto non cade mai un gatto solo ma sempre due? – Così essa allora aveva gettato in faccia a tutti la sua sfacciata innocenza come ora in piazza Goldoni. Ed allora ero stato tanto innocente anch’io da ridere con tutti gli altri invece che prenderla fra le mie braccia tanto bella e tanto desiderabile. Voglio dire che tale ricordo mi ringiovanì per un istante e ricordai di essere stato capace di afferrare, di tenere, di lottare.

Augusta fece cessare tale sogno sconvolto con uno scoppio di riso: – La figlia del vecchio Dondi a quest’ora ha la tua età. Chi dunque salutasti tu? La Dondi era di sei anni più vecchia di me. Ah! Ah! Ah! Se fosse capitata qui, invece di sorridere del pericolo, come faceva quella giovinetta, traballando e zoppicando sarebbe finita sotto alle nostre ruote.

Anche ora la luce di questo mondo si alterava come se mi fosse improvvisamente pervenuta attraverso ad un prisma. Non subito m’associai al riso di Augusta. Ma bisognava! Altrimenti avrei rivelato l’importanza della mia avventura e sarebbe stata la prima volta ch’io ad Augusta mi sarei confessato. – Già, già, non ci pensavo. Tutto si sposta ogni giorno un pochino ciò che in un anno fa molto e in settanta moltissimo –. Poi ebbi una parola sincera. Fregandomi gli occhi come chi ha dormito aggiunsi: – Dimenticavo di essere vecchio io stesso e che perciò tutti i miei contemporanei son vecchi. Anche quelli ch’io non vidi invecchiare e anche quelli che restarono celati e non fecero mai parlare di sé, non sorvegliati da alcuno, ogni giorno pur invecchiarono —. Stavo diventando infantile nello sforzo di celare quel lampo di gioventù che m’era stato concesso. Bisognava cambiare d’intonazione e con l’aspetto più indifferente domandai: – Dove vive ora la figlia del vecchio Dondi? – Augusta non lo sapeva: Non era mai ritornata a Trieste dopo di essersi sposata con uno straniero.

Ed io perciò ora rividi la povera Dondi, nelle sue gonne tuttavia lunghe, moversi in qualche cantuccio della terra, sconosciuta, cioè fra gente che mai l’aveva vista giovine. Me ne commossi perché era il mio stesso destino benché io mai mi fossi allontanato da qui. La sola Augusta dice di ricordarsi di me esattamente con tutte le mie grandi virtù giovanili e con qualche difetto, primo dei quali la paura d’invecchiare ch’essa ancora non mi perdona per quanto a quest’ora potrebbe accorgersi quanto fondata essa sia stata. Ma io" non le credo. Di lei io non ricordo molto all’infuori di quello che vedo. Eppoi essa conobbe la mia giovinezza solo in parte, voglio dire molto superficialmente. Io stesso ricordo meglio le avventure della mia giovinezza che l’aspetto e il sentimento suo. In certi istanti insensati mi pare essa ritorni e debbo correre allo specchio per mettermi a posto nel tempo. Guardo allora quei tratti deformati sotto al mio mento da una pelle troppo abbondante per ritornare al posto ch’è il mio. Una volta raccontai a mio nipote Carlo, ch’è medico e giovine e perciò s’intende di vecchiaia, di queste illusioni di gioventù che talora mi colgono. Sorridendo maliziosamente Carlo mi disse ch’erano sicuramente un sintomo di vecchiaia perché avevo del tutto dimenticato come ci si senta da giovine e dovevo guardare alla pelle del collo per ravvisarmi. Ridendo poi clamorosamente aggiunse: – E come il tuo vicino, il vecchio Cralli che crede sul serio d’essere il padre del bambino che la sua giovine moglie sta per mettere al mondo. Questo poi no! Sono ancora abbastanza giovine per non commettere degli errori simili. Io non so movermi abbastanza sicuramente nel tempo. E non dovrebbe essere tutto per colpa mia. Ne sono convinto ad onta che non oserei dirlo a Carlo che non comprenderebbe e mi deriderebbe. Il tempo fa le sue devastazioni con ordine sicuro e crudele, poi s’allontana in una processione sempre ordinata di giorni, di mesi, di anni, ma quando è lontano tanto da sottrarsi alla nostra vista scompone i suoi ranghi: Ogni ora cerca il suo posto in qualche altro giorno ed ogni giorno in qualche altro anno. È così che nel ricordo qualche anno sembra tutto soleggiato come una sola estate e qualche altro è tutto pervaso dal brivido del freddo. E freddo e privo di ogni luce è proprio l’anno di cui non si ricorda proprio niente al suo vero posto: Trecentosessantacinque giorni da ventiquattr’ore ciascuno morti e spariti. Una vera ecatombe.

Talvolta in quegli anni morti si accende improvvisa una luce che illumina qualche episodio nel quale allora appena si scopre un fiore raro della propria vita, dal profumo intenso. Così mai la signorina Dondi mi fu tanto vicina come quel giorno in piazza Goldoni. Prima, in quel giardinetto (quanti anni addietro?) io quasi non l’avevo vista e, giovine, le ero passato accanto senza scorgerne la grazia e l’innocenza. Ora appena la raggiunsi, e gli altri vedendoci insieme si misero a ridere. Perché non la vidi non l’intesi prima? Forse nel presente ogni avvenimento è oscurato dalle nostre preoccupazioni, dal pericolo che su noi incombe? E non lo vediamo, non lo sentiamo che quando ne siamo lontani, in salvo?

Ma io qui nella mia stanzetta posso subito essere in salvo e raccogliermi su queste carte per guardare e analizzare il presente nella sua luce incomparabile. E raggiungere anche quella parte del passato che ancora non svanì. Descriverò dunque il presente e quella parte del passato che ancora non svanì non per serbarne memoria ma per raccogliermi. Se l’avessi fatto sempre sarei stato meno stupito e sconvolto da quell’incontro in piazza Goldoni. A quella fanciulla non avrei attribuito un nome che, quasi certo, non le appartiene. L’avrei semplicemente guardata come può colui cui il signor Iddio conservò la vista. Da capo a piedi.

Io non mi sento vecchio ma ho il sentimento di essere arrugginito. Devo pensare e scrivere per sentirmi vivo perché la vita che faccio fra tanta virtù che ho e che mi viene attribuita e tanti affetti e doveri che mi legano e paralizzano mi priva di ogni libertà. Io vivo con la stessa inerzia con cui si muore. E voglio scuotermi, destarmi. Forse mi farò anche più virtuoso e affettuoso. Appassionatamente virtuoso magari ma sarà virtù veramente mia e non esattamente quella predicata dagli altri che quando l’ho indossata m’opprime invece di vestirmi. O smetterò cotesto vestito o lo saprò foggiare per il mio dosso.

Perciò lo scrivere sarà per me una misura d’igiene cui attenderò ogni sera poco prima di prendere il purgante. E spero che le mie carte conterranno anche le parole che usualmente non dico, perché solo allora la cura sarà riuscita.

Un’altra volta io scrissi con lo stesso proposito di essere sincero ed anche allora si trattava di una pratica d’igiene perché quell’esercizio doveva prepararmi ad una cura psicanalitica. La cura non riuscì ma le carte restarono. Come sono preziose! Mi pare di non esser vissuto altro che quella parte di vita che descrissi. Ieri le rilessi. Purtroppo non vi trovai la vecchia Dondi (Emma, sì, Emma), ma tante altre cose vi scopersi. Anche un avvenimento importante che non vi è raccontato ma che viene ricordato da uno spazio rimasto vuoto in cui naturalmente s’inserisce. Lo registrerei subito se ora non l’avessi dimenticato. Ma non va perduto perché rileggendo quelle carte certamente lo ritroverò. Ed esse sono là, sempre a mia disposizione, sottratte ad ogni disordine. Il tempo vi è cristallizzato e lo si ritrova se si sa aprire la pagina che occorre. Come in un orario ferroviario.

È certo ch’io feci tutto quello che vi è raccontato ma, leggendone, mi sembra più importante della mia vita che io credo sia stata lunga e vuota. Si capisce che quando si scrive della vita la si rappresenti più seria di quanto non sia. La vita stessa è diluita e perciò offuscata da troppe cose che nella sua descrizione non vengono menzionate. Non vi si parla del respiro finché non diventa affanno e neppure di tante vacanze, i pasti e il sonno, finché per una causa tragica non vengano a mancare. E invece nella realtà ricorrono insieme a tante altre tali attività, con la regolarità del pendolo e occupano imperiose tanta parte della nostra giornata che non vi resta posto per piangere e ridere eccessivamente. Già per questa ragione la descrizione della vita dalla quale una grande parte, quella di cui tutti sanno e non parlano, è eliminata, si fa tanto più intensa della vita stessa.

Insomma, raccontandola, la vita si idealizza ed io m’accingo ad affrontare tale compito una seconda volta, tremando come se accostassi una cosa sacra. Chissà come nel presente guardato attentamente ritroverò qualche tratto della mia giovinezza che le mie gambe stanche non mi permettono d’inseguire e che cerco di evocare perché venga a me. Già nelle poche righe che stesi la intravvidi[,] m’invase in modo da arrivare a diminuire nelle mie vene la stanchezza della mia età.

C’è però una grande differenza fra lo stato d’animo in cui altra volta raccontai la mia vita e quello attuale. La mia posizione s’è cioè semplificata: Continuo a dibattermi fra il presente e il passato, ma almeno frai due non viene a cacciarsi la speranza, l’ansiosa speranza del futuro. Continuo dunque a vivere in un tempo misto come è il destino dell’uomo la cui grammatica ha invece i tempi puri che sembrano fatti per le bestie le quali, quando non sono spaventate, vivono lietamente in un cristallino presente, ma per il vegliardo (già, io sono un vegliardo: è la prima volta che lo dico ed è la prima conquista che debbo al mio nuovo raccoglimento) la mutilazione per cui la vita perdette quello che non ebbe mai, il futuro, rende la vita più semplice. Ma anche tanto priva di senso che si sarebbe tentati di usare del breve presente per strapparsi i pochi capelli che restarono sulla testa deformata.

Ed io, invece, m’ostino a fare qualche cosa d’altro in tale presente e se c’è, come spero, lo spazio per svolgervi un’attività, avrò dato la prova ch’è più lungo di quanto sembri. Misurarlo è difficile e il matematico che vorrebbe farlo si sbaglierebbe di grosso e darebbe la prova che non è cosa per lui. Io penso di sapere almeno come alla misurazione si dovrebbe procedere: Quando la nostra memoria ha saputo levare dagli avvenimenti tutto quello che in essi poteva produrre sorpresa, spavento e disordine si può dire che essi si sono trasferiti nel passato.

Ho pensato tanto a lungo a questo problema che persino la mia vita inerte mi diede l’occasione ad un’esperienza che potrebbe chiarirlo se altri volesse ripeterla con istrumenti più precisi cioè mettendo al posto mio un uomo meglio di me educato a registrazioni esatte.

Un giorno della passata primavera Augusta ed io fummo tanto coraggiosi da varcare con la nostra macchina Udine e fare colazione in una celebre locanda ove ancora si conservò l’arte lenta ed infallibile dello spiedo. Poi procedemmo ancora un po’ verso la Carnia per vedere più vicine le grandi montagne. Presto fummo presi dalla stanchezza dei vecchi quella che proviene loro dall’inerzia in posizioni troppo comode. Abbandonammo la macchina e sentimmo tanto forte il bisogno di sgranchirci le gambe che ci arrampicammo su una breve collina boscosa che sorgeva accanto alla strada maestra. Lassù ebbimo una sorpresa che fu un premio. Non vedemmo più la strada e neppure i campi ai piedi della cima cui eravamo arrivati ma soltanto innumerevoli dolci, verdi colline che ci impedivano di vedere altro che le vicine enormi montagne dalle cime di roccia azzurra che ci guatavano molto serie. A piedi eravamo riusciti di mutare di contorno più presto che con la macchina ed io trassi un profondo sospiro di sollievo: una gioia che non dimenticai più. Era dovuta quella gioia alla sorpresa o all’aria balsamica priva della polvere della strada o alla nostra solitudine che pareva completa? La gioia mi rese intraprendente e su quella cima arrivai ad accostare l’altra parte opposta a quella della strada donde eravamo venuti. Una via facile, un sentiero segnato nell’erba alta. Da quella parte scorsi una casetta ai piedi della collina e dinanzi ad essa un uomo che con colpi vigorosi di un maglio piegava su un’incudine un pezzo di ferro. E come un bambino ammirai che il suono metallico di quell’incudine arrivava al mio orecchio quando il maglio da lungo tempo s’era risollevato per prepararsi a ripetere il colpo. Vero bambino io ma anche molto infantile madre natura che inventa di tali contrasti fra la luce e il suono.

Quella gioia di quei colori e di quella solitudine fu ricordata da me lungamente e perciò il dissidio fra il mio orecchio e il mio occhio anche. Poi intervenne la serietà del ricordo, la logica della mia mente a correggere i disordini della natura e quando ora ripenso a quel maglio, immediatamente come esso raggiunge l’incudine sento echeggiare il suono ch’esso provoca. Certo, nello stesso tempo, qualche cosa dello spettacolo si falsò. Al disordine del presente si sostituì il disordine del passato. Quella famiglia di colline si fece anche più numerosa e furono tutte più ricche di boschi. Anche le roccie delle montagne divennero più fosche ancora e più serie forse anche più vicine, ma tutto era regolato e intonato. Il male si è che non annotai di quanti giorni quel presente avesse abbisognato per tramutarsi così. E se lo avessi notato non avrei potuto dire che questo: Nella mente del settantenne Zeno Cosini le cose si maturano in tante ore e tanti minuti. Quante altre esperienze si sarebbero dovute imprendere sui più varii individui e nelle più varie loro età per arrivare a scoprire la legge generale che fissa la frontiera fra il presente e il passato!

E così terminerò la mia vita con un libretto in mano come il mio defunto padre. Come avevo riso io di quel libretto. È vero che ne sorrido anche ora ricordando ch’egli lo destinava proprio al futuro. Vi annotava i suoi compiti, la data per visite periodiche e così via. Io posseggo tuttavia un suo libretto. Molte annotazioni cominciano con una raccomandazione: Non dimenticare di fare il giorno tale quella tale e tale cosa. Egli credeva nell’efficacia delle raccomandazioni che seppelliva in quel libretto. Io ho la prova che la sua fiducia era messa male.

Ne trovai una che dice: Assolutamente (e questa parola è sottolineata) non devo dimenticare di dire all’Olivi quando se ne presenti l’occasione che mio figlio alla mia morte dovrà apparire verso tutti quale il vero padrone benché tale non sarà mai.

Bisogna supporre che l’occasione di parlare con l’Olivi non si sia presentata più. Ma già ogni sforzo per trasferirsi da un tempo nell’altro è vano e ci voleva un ingenuo come mio padre per credere di saper dirigere il proprio futuro. Può essere che il tempo non esista come asseriscono i filosofi ma esistono certamente i recipienti che lo contengono e sono quasi chiusi. Spandono solo poche goccie dall’uno nell’altro.

Io vorrei ancora guardarmi d’intorno per chiudere questa giornata memoranda tramandando a domani quest’ora durante la quale scrivo. Del mio studio comodo e bello rinnovato da Augusta parecchie volte nel corso degli anni con grave mio disturbo ma senz’apportarci delle grandi novità, poco ho da dire. È circa quale era subito dopo il nostro matrimonio ed io già una volta lo descrissi. Da poco c’è una novità per me veramente penosa. È scomparso da pochi giorni dal suo posto il mio violino ed anche il leggìo. È vero che così fu conquistato al grammofono il posto che gli occorreva per espandere più vigorosa la sua voce. Acquistai il grammofono un anno fa e costò parecchio come costano molto anche i dischi che continuamente acquisto. Io non rimpiango la spesa ma avrei voluto lasciare il suo posto al violino. Non lo toccavo da quasi due anni. S’era fatto nelle mie mani oltrecché aritmico anche malsicuro e la mia cavata pareva diminuisse. Ma amavo di vederlo lì al suo posto in attesa di tempi migliori mentre Augusta non comprendeva perché dovesse ingombrare la mia stanza. Essa certe cose non intende né io so spiegargliele. Finì ch’essa un giorno spinta dalla sua mania di fare ordine lo allontanò assicurandomi che se lo avessi domandato essa in pochi istanti me l’avrebbe fatto riavere. Ma è sicuro ch’io non lo domanderò giammai mentre non è altrettanto sicuro che se fosse rimasto al suo posto io un bel giorno non l’avrei ripreso in mano. È di tutt’altra natura la decisione che ora occorre. Devo cominciare dal pregare Augusta di riportarlo prendendo l’impegno di suonarlo non appena lo avessi riavuto. Ma io di tali impegni a lunga scadenza non so prenderne. E perciò eccomi staccato definitivamente da un’altra parte della mia giovinezza. Augusta non ha ancora compreso quanti riguardi bisogna avere con un vecchio.

Ed altre novità in questa stanza non ci sarebbero se giusto ora non fosse inondata da suoni che non hanno nulla da fare con quelli del grammofono. Due volte per settimana (non alla domenica ma al lunedì e al sabato) sul viottolo erto che costeggia la mia villa passa un ubbriaco melomane. Dapprima mi seccò, poi ne risi e infine lo amai. Spesso lo spiai dalla mia finestra dopo di aver spento ogni luce nella stanza e lo scorsi sul viottolo sbiancato dai raggi lunari, piccolo, esile, ma eretto, la bocca levata verso il cielo. Procede lento non per la difficoltà della via ma per poter dedicare il suo fiato intero alle note che allunga con fervore. E anche s’arresta talvolta quando arriva a qualche nota ch’esita di emettere perché gli sembra specialmente difficile. Io sento l’assoluta innocenza di quel cantore anche nel fatto che la sua canzone è sempre la stessa. Lungi da lui l’intenzione di inventare. Son sue certe appoggiature dalle quali striscia al suono giusto, ma non saprebbe farne a meno: gli facilitano la nota. Forse egli non sa di avere alterato la musica, e a quest’ora l’ama come è costretto di farla. È privo d’ambizione e perciò di malizia. Perciò se m’imbattessi in lui di notte su quel viottolo, sapendo l’alta sua disinteressata umanità, non avrei paura ma m’accosterei a lui e gli domanderei il permesso di cantare con lui. Canta sempre Il Ballo in Maschera. Sarebbe una grande sorpresa per lui se un vigile gl’ingiungesse di tacere. Quando canta: Alzati! La tua figlia a te concedo riveder. Nell’ombra e nel silenzio là..., parla proprio ad Amelia. Se qualcuno lo sta a sentire fa male.

Certo, sotto a quella musica c’è molto vino ma mai il vino ebbe un ufficio più nobile. Il mio cantore vive in quell’antichissima storia. Rinasce quella storia per lui due volte alla settimana e gli dà tutta la sorpresa e la commozione della cosa nuova. Come fa ad astenersi tutte le altre sere da quel vino che gli procura tanto gaudio? Quale esempio di moderazione!

Il mio chauffeur Fortunato lo conosce. Dice ch’è un falegname che abita lassù in una casetta modesta. È ammogliato. Non ha ancora raggiunto i quarant’anni ma ha già un figliuolo di venti. Perciò si crede vecchio e pensa al passato anche più lontano di quello che io ricerco. Quanta moralità in quell’uomo! Ci vollero i settantanni suonati a me per staccarmi dal presente. E ancora non sono contento e cerco di raggiungerlo anche adesso su queste carte.

Io non tenterò mai di fare la sua conoscenza. La sua voce fioca pare provenga da tempi lontani. Me ne apporta l’emozione, essa stessa essendo un rimpianto. Non c’è il disordine che dà un’avventura intera. Quella voce solitaria ed io qui al mio tavolo che ne analizzo le esitazioni e il fervore. Un ordine perfetto! Le ore venienti non potranno alterare per me quella voce. Rivedrò queste annotazioni la prossima volta che la sento per vedere se il nuovo presente potrà correggere il ricordo e provarmi ch’io mi sbaglio.

Sono stanco di scrivere per questa sera. Augusta che poco fa mi chiamò oltre il corridoio a quest’ora si sarà addormentata nel suo letto ordinato, la testa legata in quella rete allacciata sotto al mento ch’essa sopporta per domare i suoi capelli bianchi tagliati corti. Una stretta, un peso che a me impedirebbe di chiuder occhio.

Il suo sonno è tuttavia leggero ma più rumoroso che in passato specialmente alle prime respirazioni nel primo abbandono. Sembra addirittura che tutt’ad un tratto altri organi che non erano pronti sieno stati chiamati a dirigere la respirazione e, tolti improvvisamente al riposo, rumoreggino. Orrenda macchina questa nostra quando è vecchia! Se ho assistito allo sforzo di Augusta, pavento quello che incombe a me e non raggiungo il sonno se non mi concedo una doppia dose di sonnifero. Perciò faccio bene di non coricarmi che quando Augusta già dorme. È vero che la desto, ma allora essa riprende il sonno più silenziosamente,

E qui mi faccio una raccomandazione ad imitazione di quelle di mio padre: Ricordati di non lagnarti troppo della vecchiaia in queste annotazioni. Aggraveresti la tua posizione.

Ma sarà difficile non parlarne. Meno ingenuo di mio padre so subito che questa è una raccomandazione vana. Essere vecchio il giorno intero senz’un momento di sosta! E invecchiare ad ogni istante! M’abituo con fatica ad essere come sono oggi e domani ho da sottopormi alla stessa fatica per rimettermi nel sedile che s’è fatto più incomodo ancora. Chi può togliermi il diritto di parlare, gridare e protestare? Tanto più che la protesta è la via più breve alla rassegnazione.

Italo Svevo

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011