Italo Svevo

Ettore Schmitz

Continuazioni

[UMBERTINO]

Edizione di riferimento:

Italo Svevo, Tutte le opere, edizione diretta da Mario Lavagetto, vol. I Romanzi e «continuazioni», Edizione critica con apparato genetico e commento di Nunzia Palmieri e Fabio Vittorini, saggio introduttivo e cronologia di Mario Lavagetto, Collana “I Meridiani”, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2004.

Io sono un uomo che nacque proprio a sproposito. Nella mia giovinezza non si onoravano che i vecchi e posso dire che i vecchi di allora addirittura non ammettevano che i giovani parlassero di se stessi. Li facevano tacere persino quando si parlava di cose che pur sarebbero state di loro spettanza, dell’amore p.e. Io mi ricordo che un giorno si parlava dinanzi a mio padre, da suoi coetanei, di una grande passione ch’era toccata ad un ricco signore di Trieste e per la quale si rovinava. Era una compagnia di gente dai cinquantanni in su, che per rispetto a mio padre m’ammettevano fra di loro qualificandomi della carezzevole designazione di puledro.

Io, naturalmente, portavo ai vecchi il rispetto che l’epoca imponeva e ansioso aspettavo d’imparare persino l’amore da loro. Ma avevo bisogno di un chiarimento e, per averlo, gettai nella conversazione le seguenti due parole: – Io, in un simile caso... – Mio padre subito m’interruppe: – Ecco che ora anche le pulci vogliono grattarsi.

Ora che sono vecchio non si rispettano che i giovani, così che io sono passato per la vita senza essere stato rispettato mai. Da ciò dev’essermi derivata una certa antipatia per i giovini che vengono rispettati ora e per i vecchi che si rispettavano allora. Sto solo a questo mondo io, visto che persino la mia età fu per me sempre un’inferiorità.

E davvero io credo che amo tanto Umbertino perché è tuttavia fuori dell’età. Adesso ha 7 anni e mezzo e non ha ancora nessuno dei nostri vizii. Non ama e non odia. La morte del padre fu per lui piuttosto un’esperienza curiosa che un dolore. Lo sentii io, alla sera del giorno stesso della morte di suo padre domandare alla sua bambinaia, pieno di sorpresa e di curiosità: – Ad un uomo morto si può dunque dare persino un calcio senza che s’arrabbi? – Non aveva alcuna intenzione, lui, di dare dei calci al padre per vendicarsi delle lunghe lezioni ch’egli gli aveva propinate. S’informava. Tutta la vita per lui non era altro che un panorama ben staccato da lui, da cui non poteva provenirgli né male né bene se non gli si buttava addosso proprio a lui, ma solo delle informazioni.

Certo, io cominciai ad amarlo solo quando mi limitavo a guardarlo di tempo in tempo. Andavo una volta al giorno da mia figlia e mio genero e vedevo crescere il piccolo eroe, bello e biondo, che aveva due qualità negative simpatiche: In presenza d’altri non voleva dire certi versetti che gli avevano insegnato a memoria, né voleva lasciarsi baciare da stranieri. Io non lo baciavo né m’importava di sentire le sue poesie. Gli portavo ogni giorno la stessa piccola scatolina di dolci. Non gli volevo ancora abbastanza bene per cercare di sorprenderlo con doni nuovi e andando da lui macchinalmente mi fermavo per un istante nella stessa vicinissima bottega. Vidi che aspettava abbastanza ansiosamente il dono. Un giorno sorprese Antonia facendole vedere che si potevano mettere insieme quelle scatoline in modo da fare una casa, la casa del nonno che vi potrebbe capire se gli si tagliasse via una parte del corpo, anzi tutto il corpo meno la testa. E il piccolo omino guardava la mia testa eppoi la casa per stabilirne il rapporto. Antonia obiettò: – Vuoi davvero il nonno morto? Con la testa non potrebbe respirare.

Il piccino mi guardò studiandomi: – Non vedi che respira con la sola testa?

La grande fantasia del piccolo uomo m’inquinò. Ebbi una notte dell’affanno e tale affanno ricreò in un sogno orrendo l’idea di Umbertino. M’avevano portato via tutto il corpo e non restava di me che la sola testa poggiata su una tavola. Parlavo anche, e sopportavo tutto come se volessi eseguire il volere di Umbertino. Ma la respirazione era necessariamente breve e mi lasciava l’affannosa sete dell’aria ed io pensavo: “Quanto tempo dovrò respirare così fin che il corpo mi ricresca?”.

Soffersi tanto che tutta una giornata non seppi dimenticare l’incubo. Tanto che pensai: “Non si dovrebbe vivere una vita in cui si possa immaginare una cosa mostruosa simile”.

Eppure era stata pensata da quella testina bionda.

Non saprei ridare uno solo dei suoni di Umbertino per dare un’idea della loro proprietà e grazia, s’intendono ma non si ricordano. Si ricorda solo il proprio sorriso. Quello che so è una mia scoperta: La faccia di Umbertino si fa molto espressiva quando gli manca la parola. I suoi occhioni di un azzurro intenso si aprono allora a dismisura per veder meglio si rinchiudono per un intenso raccoglimento eppoi guardano obliqui dando al suo roseo faccino un aspetto da traditore per cercare la parola in qualche cantuccio, e in alto per cercarla nel cielo. Sì! La mancanza di parola inventa il gesto espressivo. Ed io amo molto tutto quello ch’io scopro. Io a poco, a poco, scopersi Umbertino che non tutti sanno vedere, e perciò lo amo tanto. Intorno a me – io me ne accorgo perché vedo tutto – brontolano ch’io veda, ch’io senta e intenda meno. Può essere ma quello che vedo e sento m’adduce sempre a scoperte interessanti.

Dacché sta con me Umbertino mi diede qualche noia. Nella vasta casa non aveva trovato nessun soggiorno più gradevole del mio studio e me lo trovavo sempre frai piedi. I miei libri finalmente venivano usati e gli servivano per fabbricare delle piramidi. Un disordine enorme. Vuole in movimento il grammofono ma contrariamente al gusto di tutti gli amatori il disco gli sembra troppo lungo. E se riesce a mettervi su le manine lo arresta e, se ci arrivasse, lo fracasserebbe. Quando io glielo impedii la prima volta mi domandò con piena ingenuità: – Ma nonno, perché non vai di là? – Tanto gli pare ingiusta una diminuzione della sua libertà che crede la mia presenza accanto a lui casuale, illegittima. Ma quel bambino è una vera protesta contro il padre suo. Io credo sinceramente che anche l’eredità talvolta non sia altro che un gesto d’impazienza per cui la razza vecchia viene dimenticata e ne viene inventata una del tutto nuova.

In casa io non amo di restare solo con Umbertino. Quando il bambino è solo e disoccupato si fa molto aggressivo. Io non so raccontargli delle storie. Il povero Valentino (con quella fantasia!) sapeva parlargli per delle ore. Io assistetti talvolta a tali racconti. Il bambino era tra le braccia del padre e guardava immoto la bocca da cui colavano le invenzioni che lo beavano. E Antonia che, rapita anch’essa, stava ad ascoltare, mi disse: – È già la quinta volta che sente la stessa storia –. La voleva lui quella storia, quella della fata che va da tutti i bambini per scegliere il migliore, e scopre che tale era uno di essi che si credeva il peggiore. Noi adulti quando ci viene detta per la seconda volta la stessa storia, la interrompiamo impazienti. Ma il mio bambino domandava la ripetizione dell’avvenimento. Come la fata attraversava il bosco le piante s’inchinavano a salutarla. E il bambino salutava divertito una pianta anche lui. Era notte o era un giorno dal sole vivo, e il bambino di notte apriva grandi gli occhi per saper evitare gli ostacoli o li socchiudeva per non lasciarli ferire dalla grande luce. Era poi lui il bambino che tutti credevano cattivo ed era invece pieno di una bontà di cui nessuno s’accorgeva e per scoprire la quale occorreva una fata. Ma la povera parola di Valentino era necessaria. Privato di essa i nervi di Umbertino non agivano. Tutta la sua efficacia aveva quella povera parola. Come la grossa bocca di Valentino s’apriva ne uscivano le parole tanto importanti che subito si materiavano in cose e persone.

Quando Umbertino capitò da me egli aveva scoperto un modo di supplire alla mancanza del padre. Le storie le raccontava lui. Ne sapeva – credo – due soltanto che io non saprei ridire perché non stetti mai a sentirle. Quando ne avevo sopportata una guardando i gesti interessanti del bambino in lotta con la parola, egli mi guardava per vedere come avessi goduto del suo racconto e mi domandava: – T’è piaciuta? Vuoi che te la racconti di nuovo? –. Io proponevo ch’egli la raccontasse di nuovo intanto ch’io avrei letto, scritto o suonato il violino.

No, dovevo starlo a sentire altrimenti egli non sentiva la realtà del racconto. Io mi provavo di star a sentire ma subito nel mio petto sorgeva il temporale solito: “Come sono buono, come sono buono” e per poter attendere ai fatti miei consegnavo il bambino a Renata.

Renata è una cara ragazzina bruna, una friulana. È orfana. Si trova in casa nostra da quattro anni e non ha che 18 anni. È di quelle bambine che, arrivate alla maturità durante la guerra non ebbero bisogno di allungare le gonne corte che altre volte non appartenevano che alle fanciulline. Non era una dotta e non faceva come me delle scoperte, ma forse perché si trovava più vicina al bambino, essa sopportava meglio le sue chiacchiere. E dalla mia stanza da cui l’ostinato bambino non voleva allontanarsi di troppo, sentivo che la vocina infantile che raccontava, era interrotta di tempo in tempo dallo scoppio di riso fresco, sincero, irrefrenabile della giovinetta.

Ma poi fra me e Umbertino si arrivò ad un accordo. Ci vedevamo in casa solo a pranzo ma egli usciva con me ogni giorno per un’ora prima di colazione. Ciò corrispondeva anche ad una prescrizione che m’era stata fatta dal dottor Raulli di movermi ogni giorno per un’oretta. Quando aveva da camminare Umbertino non raccontava delle storie ma procedeva mettendo la sua cara soffice manina nella mia grossa e ruvida. E dovevo io stare attento di tener bene afferrata quella manina perche Umbertino frequentemente incespicava perché egli vedeva molte cose, un muro lontano o mezzo distrutto, i carrozzoni del tramvai col loro bravo numero ch’egli sapeva leggere e il treno o vicino o lontano con la macchina sbuffante, ma non gl’impedimenti, non gli acquitrinii in cui egli avrebbe sprofondati i piedini se io non fossi stato attento.

Ma quante cose vedeva quel bambino! Sempre le stesse perché per la debolezza dei miei polmoni le gite in questa città nella quale quando si va in campagna si va subito in montagna non potevano essere molto lunghe. Io credo che ogni notte di sonno rinnova in tale modo Umbertino che alla mattina tutte le cose per lui sono nuove. Tanto nuove che le vedo nuove anch’io. Un binario! Perché lo guardava tanto, perché voleva seguirlo? Finché non implicava uno sforzo, per compiacerlo, lo seguivo anch’io. Ma quando bisognava camminare sulla ghiaia fra le due rotaie e le traversine erano troppo distanziate per poter saltare dall’una all’altra, io mi spazientivo e trascinavo via il bambino. Ma egli continuava a guardarle, Erano la base del grande treno che su di esse scivolava in modo tanto misterioso. Ed era importante scoprire dove cominciavano perché ogni principio è tanto importante ed era tanto doloroso che non si potesse vedere quell’altra parte importante la fine del binario. Io risi e proposi ch’egli vedesse in quell’estremo binario invece che il principio dello stesso la sua fine. Fu una rivoluzione cui il fanciullo dovette sottoporsi e lo lasciò esitante. Poi vide, vide! Sì questa era la fine del binario.

Arrampicati su di un muro assistemmo un giorno ad una scenetta. In un cortiletto c’era un cavallo libero imbizzarrito inseguito da un ragazzone che tentava di condurlo alla stalla. Il cavallo s’impennava e dava all’aria dei calci. Umbertino dal suo posto sicuro si divertiva un mondo e urlava dal piacere. La sua gioia rumorosa mi piace molto ma pur mi pare un segno dell’isterismo che imperversò sui suoi antenati. La sua gioia questa volta non poteva ferire nessuno perché il povero diavolo ch’era laggiù alle prese col cavallo non poteva né vederci né sentirci. Ebbe una risoluzione. Disparve da una porta del cortile e ne riuscì con un mucchio di fieno in mano. Il cavallo annusò e quando l’uomo si ritirò verso quella stessa porta, lo seguì docile allungato dalla fame e scomparve dietro l’uomo. Umbertino urlava: – Non seguirlo! Sei uno stupido! Ti prenderà –. Ed ogni volta che poi passammo per quel posto egli guardò quel cortile: “Il cortile del cavallo stupido”. Ma non rivedemmo mai più né il cavallo né l’uomo. E Umbertino pensava: “Forse se la cosa si ripetè, il cavallo non si lasciò più prendere e arrivò a dare qualche calcio e a quest’ora va libero, lontano lontano su qualche pascolo”.

Chissà perché mi dà tanta gioia assistere alle fanciullaggini di Umbertino? Adesso che sto raccogliendomi su questa carta, causa Umbertino che vedo camminarmi accanto col suo piccolo passo malsicuro, analizzo come la gioia irragionevole sempre, venga irragionevolmente distribuita fra gli umani. Arriva abbondante e quella lì unica – abbastanza ragionevole ai bimbi che nulla intendono. Poi quando nell’infanzia si comincia a studiare la macchina colossale che ci è consegnata, la vita, i binari che finiscono dove cominciano, non vediamo ancora la relazione che c’è fra noi e lei e la studiamo con oggettività e gioia interrotta da lampi di grande spavento. Terribile è l’adolescenza perché si comincia allora a scoprire che la macchina è fatta per addentarci e non si vede dove in mezzo a tanti ordigni si possa mettere sicuri il piede. Nella mia vita la serenità arrivò tardi forse perché causa la mia malattia – la mia adolescenza si prolungò oltre il limite normale, mentre intorno a me i miei coetanei ci vivevano già senza vederla come il mugnaio che dorme sereno accanto al suo molino che gira stridendo.

Ma la serenità – fatta di rassegnazione e curiosità sempre viva – arriva a tutti ed io cammino accanto ad Umbertino molto simile a lui. Procediamo benissimo insieme. Il suo debole piede gl’impedisce di trovar troppo lento il mio passo ed io resto associato a lui dalla debolezza dei miei polmoni. Lui è sereno perché la macchina lo diverte, io poi, non perché pensi ch’essa non possa più farmi male perché la morte prossima me ne libererà – in verità la morte finora non è che fuori di me, ravvicinata talvolta da un ragionamento, – ma perché io alla macchina sono oramai tanto abituato che mi spavento quando talvolta penso che la gente possa essere migliore di quanto io abbia sempre pensato o la vita più seria di quanto mi sia sempre apparsa. Il sangue mi sale alla testa come se stessi per ribaltarmi.

Povero Umbertino! Gl’improvvisi spaventi interrompono la sua gioia e la sua curiosità. È celebre in famiglia una manifestazione sua di tale spavento, di anni fa. Tarda sempre ad addormentarsi nell’oscurità e sua madre un giorno volle convincerlo che non c’era ragione di spaventarsi perché i leoni non vivono nel nostro clima eppoi perché in casa le porte e finestre sono chiuse ermeticamente. Ma lui dichiarò che aveva paura degli uomini che passano per le fussure (fessure). Era una grande scoperta quella che le porte e le finestre non sono mai chiuse abbastanza per impedire l’ingresso al pericolo.

Talvolta esagera persino i mali di questo mondo. Una volta gli furono regalate delle scarpine nuove, molto lucide, adornate da una fibbia. Per quietarsi a letto volle avere le scarpine nei piedi ed io non dimenticherò mai il piccolo omino accaldato nel sonno, supino, con le scarpine sui piedi nudi frontati sul letto. Neppure il sonno arrivava a diminuire la sua sorveglianza. È evidente che la vita è migliore di quanto egli allora se la figurasse tant’è vero che tutti serenamente depongono gli stivali quando si coricano.

Così un fanciullino di tre anni è una macchinetta con cui tutti amano di giuocare. Si tocca un bottoncino ad un’estremità e c’è subito la reazione all’altra. Ho il rimorso di aver turbato anch’io una volta col mio intervento il regolare procedere di quella macchinetta.

Invitato a cena da Valentino arrivai da lui tanto di buon’ora che trovai Umbertino che mangiava, dopo la sua cena una mela. Subito ne presi dal canestro della frutta un’altra, finsi d’averla tratta dal suo collo e gli feci credere che fosse quella ch’egli già aveva mangiata. Stupito e spaventato il piccolino si mise a mangiare anche quella visto ch’era la sua, ed io glielo permisi come fosse cosa sottintesa. E quando gli trassi dal collo anche la seconda mela avrei permesso ch’egli si mangiasse anche quella. Ma il bimbo non ne volle sapere visto che il suo piccolo stomaco non sentiva il sollievo che sarebbe dovuto derivargli dalla mia operazione.

Io non ci pensai più fino tardi quando con Augusta m’accinsi a rincasare. Antonia volle che vedessimo dormire il piccino. Dormiva in un lettino in cui era chiuso da una rete. Fu girato senza riguardo il commutatore della luce perché si sapeva che quando Umbertino aveva preso sonno sul serio, non c’era il pericolo di destarlo. Lo scorgemmo gettato contro la rete sulla quale, anziché sul guanciale poggiava la testa. Aveva le guancie in fuoco, e – o mi parve – la respirazione più celere del solito. Antonia s’accinse a drizzarlo e il bambino si lasciò fare mormorando però: – La mangio... ecco... è di nuovo intera –. Antonia rise: – Un delirio che gli proviene dal nonno –. Ma io ebbi il cuore un po’ pesante.

Sì! È un po’ ansioso Umbertino. Nella sua breve esistenza fu già minacciato ed anche punito. Ma poi è certo che la paura è una qualità della carne. È come una protezione che la involge già quando arriva all’aria. La travia ma certamente la protegge. E nel piccolo Umbertino c’è la paura dei leoni che non ci sono e anche dei carabinieri che di lui mai si curarono e speriamo non abbiano a curarsi mai. Quando li vede procede più silenzioso. Sa che sono incaricati di una sorveglianza e sa ch’è una sorveglianza più dura di quella cui fu sottoposto lui, assidua, un po’ noiosa ma accompagnata di carezze e di dolci. Non è mai sicuro che i leoni non arrivino una volta o l’altra anche a Trieste e che i carabinieri s’avvedano di questo bambino che talvolta provocò l’ira del padre e del nonno e anche le lacrime della madre.

Le ire del nonno furono sempre brevi e subito dopo accompagnate da dolci spiegazioni, rimproveri indirizzati tanto a lui che a me stesso ma questi in un soliloquio che mi dava bontà ma non vergogna. Si camminava tanto bene insieme per tutte le vie della città, io molto meno distratto di lui perché richiamato alla realtà da una minaccia d’automobile o dall’ammirazione per quel bambino dalla testa ingombra da sciocchezze. Perciò gli somigliavo meno, solo perciò, solo perché non ero libero essendo incatenato ad una sorveglianza. Altrimenti saremmo proceduti insieme, molto simili, spesso silenziosi perché Umbertino è già abituato a non dire tutto. L’ultima volta che fummo insieme si ficcava all’ombra di un albero per ammirare come egli allora restava privo di ombra. Si restringeva per essere tutto coperto dall’albero, ritirava un braccio che ne sporgeva. Gli riusciva e procedeva silenzioso. Forse trovava troppo infantile il suo pensiero per rivelarlo ad altri.

Con Antonia e Umbertino capitò spesso in casa un’altra noia ma una speranza: Il signor Bigioni. Non Baglioni e non Grigioni come si chiamavano due altri amici ch’ebbimo familiari anni addietro ma Bigioni. Quando mi rivolgo a lui egli deve suggerirmi il suo nome perché io sono sempre esitante fra i tre nomi, ciò che rende più difficili le nostre relazioni. Non mi è simpatico perché ha qualche qualità di Valentino. Quando ha un’opinione è molto sicura; la dichiara, la commenta, la illustra con le immagini più materiali, talvolta offensive. Quando si confidò a me dovette scusarsi ch’egli subito alla morte di Valentino, per piangerlo, non aveva trovato di meglio che di voler sposarne subito la moglie, egli mi spiegò che veramente egli riconosceva che così si dimostrava meno amico di Valentino, ma ciò era compensato dall’enorme generosità che Valentino aveva dimostrata per lui, proprio come quel marinaio che trovandosi per varie settimane solo con un amico su una zattera alla deriva sull’Oceano, morì a tempo per divenire pasto e salvezza all’altro. Aveva trovato l’immagine atroce e come la disse a me l’avrebbe detta ad Antonia stessa. Spiegava tutto tale immagine ed egli aveva la massima che a questo mondo era importante d’intendere tutto.

Io sono stato il primo ad accorgermi di tanta speranza. Ne parlai subito a Carlo ch’è più spesso con me. Carlo col suo fare sicuro mi disse che i miracoli a questo mondo non potevano ripetersi.

– Quali miracoli? – domandai io stupito.

– Il miracolo di Valentino che sposò Antonia.

Io fui offeso. Che miracolo occorre per sposare una delle più belle donne di Trieste? Era stata la gioia della nostra famiglia quella bella bambina, il gioiello nostro, l’ammirazione di tutti i nostri amici, e ancora adesso quando si parla di lei, la si qualifica di bella, bella come la zia Ada, mentre la figlia di Ada che è a Buenos Ayres è brutta com’era brutta la mia cara Augusta. Ogni essere è composto di bruttezza e bellezza; bisogna lasciargli il tempo per manifestarsi tutto.

E per ritorcere l’offesa raccontai a Carlo della proposta del Bigioni al quale avevo promesso di non parlarne che con Antonia. E Carlo rimase tanto stupito che lasciò cadere la sigaretta a terra. Si mise a ridere: I miracoli si ripetono. Da allora compreso Carlo, tutti noi sopportammo meglio la compagnia del Bigioni. Tutti lo circondammo della nostra protezione, tutti lo sopportammo ed amammo, meno Antonia ed Umbertino.

Il Bigioni (che buona idea di annotare più volte tale nome) agì da quella persona ch’è, cieco per tutte le cose meno che per il proprio desiderio.

Si era ritornati dal cimitero dopo aver sepolto il povero Valentino, io, Carlo, Alfio e il Bigioni. In vettura il Bigioni si comportò benissimo. Parlò solo della sua lunga amicizia con Valentino e compianse vivamente la sua fine immatura. Aggiunse anche l’osservazione: – Che farò io ora senza di lui? –. Qui però io sono sicuro ch’egli sorrise. Ne sono sicuro. Allora mi parve una contrazione nervosa della bocca perché non supponevo che fosse quello il momento di sorridere. Pioveva dirottamente ed eravamo tutti bagnati. Valentino era appena sotto terra. Anch’io avevo un po’ sorriso figurandomi Valentino il quale arrivato nella cripta assaltato subito dai morti che lo avevano preceduto, col gesto che gli era abituale avrebbe detto: – Adagio, ve ne prego –. Ma in me tali sorrisi fuori di posto non possono essere messi in alcuna relazione con un malanimo. Mentre il Bigioni dopo di aver sorriso si lisciò con grande voluttà la grossa barba bionda e si passò la mano sulla testa calva. Gesti molti simili a quelli delle fiere dopo la soddisfazione di un buon pasto e che io non seppi interpretare finché il Bigioni non scelse proprio me a confidente. Egli voleva sposare la moglie del morto e perciò aveva cominciato col mettersi nella carrozza della famiglia.

E da parte sua fu una cosa ridicola di raccomandarmi tanta discrezione al momento di confidarsi in me visto che prima di mettermi a parte dei suoi propositi li aveva comunicati per svista nientemeno che ad Umbertino subito quel giorno stesso, ancora tutto bagnato dall’acqua presa al funerale del padre. Veramente quella vasta casa pareva vuota. Era stata invasa poco prima del funerale da una folla di parenti ed amici che ci avevano abbandonati al cimitero e ci avevano lasciati rincasare soli. E il Bigioni guardava serenamente intorno a sé. Quanto spazio v’era là per lui, anche troppo. Si sentiva tanto sicuro che forse meditava di subaffittare una parte di quel quartiere non appena fosse stato suo.

E vedendo piangere Umbertino che Antonia era riuscita a rattristare proibendogli di giuocare il giorno dei funerali del padre, lo trasse a sé e lo baciò ad onta che il fanciullo facesse del suo meglio per sottrarsi a quel barbone a dire il vero ben pettinato e non ispido, e gli disse ch’egli doveva essere contento perché pioveva. Era un segno che il Cielo s’apriva largo a ricevere il povero padre suo. Io conosco un altro detto triestino secondo il quale è segno di buon’accoglienza in Cielo per il morto anche il bel tempo. Piena di buona gente la mia città. In quanto dipende da loro tutti i morti trovano una buona accoglienza in Cielo.

Il fanciullo si fece molto serio. Intravvedeva una nuova macchina da studiare quella del Cielo come gli veniva presentata dal Bigioni. E vedendolo tanto serio il Bigioni volle consolarlo anche meglio e gli disse tutto: – Eccoti senza padre. Come ti piacerebbe di avere un altro padre, me per esempio? –.

Anche questa era una parola che Umbertino non poteva dimenticare. S’allontanò da quel barbone intanto. Ma potè, in presenza di sua madre e senza ch’essa se ne accorgesse giuocare proprio anche il giorno del funerale del padre. Giuoco con quel Cielo. Rimaneva chiuso per giorni e giorni e i morti aspettavano di fuori finché non pioveva. Alle prime goccie ecco s’apriva e tutti entravano in folla.

Ma ebbe un dubbio e domandò alla madre: – E se non piove quando uno muore, resta perciò escluso per sempre dall’entrare nel paradiso o aspetta solo all’ingresso? –. La madre si destò dal torpore in cui l’aveva gettata la disperazione e domandò delle spiegazioni. Le ebbe e potè anche apprendere chi avesse sconvolte le idee a quel modo al povero bambino. Si rivolse allora con bontà al Bigioni e lo pregò di non dire cose simili al fanciullo. Con grande bontà perché fino ad allora il Bigioni non le era apparso quale aspirante all’eredità di Valentino ma quale il suo più intimo amico e perciò era trattato meglio di tutti, meglio del padre, della madre[,] del fratello e del cugino.

Umbertino eliminò quella storia del Cielo e della pioggia. È la grande facoltà dei fanciulli quella di saper eliminare. Ah! così! Non c’è relazione fra le porte del Cielo e la pioggia? Quel signor Bigioni s’era sbagliato e non occorreva parlarne altro.

Ma gli restava un altro giocattolo: Quello del secondo padre. Al momento di coricarsi s’informò dalla sua bambinaia: – Quanti padri poteva avere ciascuno a questo mondo? –. La vecchia bambinaia disse che se ne poteva avere uno solo a meno che non si volesse rinascere. Questo di nascere una seconda volta era anche un pensiero grazioso col quale si poteva giuocare. Umbertino ci dormì su ma non dimenticò. E alla mattina Antonia ebbe un bel da fare per levare da quella testina tante originali trovate. Ma così, con facilità apprese quella frase incauta del Bigioni.

E non gliela perdonò. Il Bigioni non fu più considerato l’amico di Valentino ma il suo nemico e perciò anche il nemico di lei, della superstite moglie. Essa me lo disse la mattina appresso. Interruppe il suo lungo pianto fra le mie braccia urlando: – E questa mia sventura enorme, la maggiore che sia mai toccata ad una donna viene aumentata da offese d’ogni genere –. E mi raccontò quanto le era stato riferito abbastanza esattamente da Umbertino.

La sua frase condensava molte esagerazioni. Offese d’ogni genere? Non c’era stata da parte del povero Bigioni che un’offesa sola: Quella di proporle così subito il matrimonio. Lasciamo andare quell’altra esagerazione di qualificare la sua sventura quale la massima che sia mai toccata ad una donna. Bisogna permettere a qualunque dolorante la soddisfazione, diciamo pure la gioia, di esaltare il proprio dolore. Anche quando lessi una frase simile di Giobbe io ammirai quel grido quale un grido di superba gioia.

Adesso io m’aspettavo che il povero Bigioni sarebbe stato gettato fuori di casa a furia di calci. Non avvenne nulla di simile. Era il nemico ma era stato anche l’amico del povero Valentino e perciò bisognava rispettarlo. Tutto quello che aveva avuto una qualunque relazione con lui restò immoto in casa e perciò anche Bigioni che fumava con me, assisteva Alfio nella pittura, Carlo nella medicina, Augusta nella cura per le bestie. Gli era anche concesso di parlare di Valentino con Antonietta ma di nient’altro e non gli era concesso di occuparsi troppo di Umbertino. Del resto io stesso lo sopportavo mal volentieri quale compagno nelle mie escursioni. Con noi il vecchio e il giovine sognatore si fondeva difficilmente per quanto lo tentasse. Arrivammo un giorno con lui al disopra della galleria che s’apriva nella montagna in cui un giorno Umbertino vide sparire un treno. Eravamo poco prima passati vicinissimi a quel buco e Umbertino l’aveva appena guardato. Ora dall’alto egli s’era arrampicato sul muricciuolo e guardava immoto quella bocca aperta che vedeva per la prima volta da quel posto. Bigioni non capiva e sbadigliava. L’aveva visto poco prima da vicino e non lo aveva interessato. Che scopo c’era di restare ora in posizione tanto incomoda e persino pericolosa che obbligava me ad una sorveglianza tanto intensa per vederlo da lontano? Ma Umbertino ebbe fortuna. Una locomotiva col suo tender uscì fischiando da quel buco. Umbertino si mise ad urlare dal piacere e Bigioni spaventato lo afferrò anche lui per la giubba dicendo: – Ecco che ora s’aombra –. Praticava? i cavalli il povero Bigioni prima di dedicarsi ad Antonietta.

Insomma egli non fu gettato fuori di casa. Antonietta piangeva: – Non posso maltrattare l’amico – per quanto traditore – di Valentino –. E lo sopportava. Il curioso era che come ci si allontanava dal giorno della morte del povero Valentino il suo contegno con l’amico dello stesso si faceva più duro. Rispondeva oramai appena appena al suo saluto. Talvolta fingeva persino di non accorgersi della sua presenza. Pareva facesse delle esperienze per scoprire con esattezza il punto a cui poteva giungere senza buttarlo fuori. Io non vorrei dire troppo male della mia unica figliuola, ma qui devo essere sincero se queste annotazioni possono conservare un qualche valore e dichiarare che, secondo me, la presenza del Bigioni era comoda ad Antonietta per poter allargare e prolungare le sue manifestazioni di dolore per la morte del povero Valentino. Si facevano facilmente più violente quando egli con la sua presenza la turbava.

E debbo dire che tutti noi seguimmo il suo esempio, cercando cioè il punto a cui potevamo arrivare con lui senza buttarlo fuori di casa. Prima di tutti io. Pochi giorni dopo la morte di Valentino egli venne a confidarsi in me e a domandarmi il mio consiglio. Stetti a sentirlo con curiosità e interesse e finsi di non aver già appreso tutto da Antonia che l’aveva saputo da Umbertino. Ero stato istruito di comportarmi così da Antonia la quale pensava che quando egli si fosse dichiarato non avrebbe potuto sottrarsi all’obbligo di gettarlo fuori di casa.

Non mi dispiaceva di star a sentire la storia di un uomo che voleva sposare a questo mondo una sola donna, quella e nessun’altra. Antonia aveva dissipato in me il dubbio che il Bigioni avesse potuto attaccarsi a lei per interesse: No, egli era ricchissimo, molto più ricco di Valentino stesso che aveva avuto affari seguiti con lui e conosceva perciò esattamente le sue circostanze. Il Bigione col fiato corto cominciò col racconto ch’egli in sua vita non aveva amato mai. Io subito finsi di credergli perché è una cosa che talvolta dissi di me stesso trovando ch’erano molto cortesi coloro che m’avevano creduto. Ma poco dopo, avendolo conosciuto meglio, gli credetti sul serio. Egli addirittura non s’accorgeva che a questo mondo vi fossero altre donne fuori di Antonia. Bastava camminare con lui per le vie per accorgersene. Non vedeva le tante gambe nude che vi erano esibite abbellite dalla seta.

E mi raccontò: Lui e Valentino (di poco più giovine di lui) avevano stretto un’intima amicizia che durava dalla loro infanzia. Erano uniti dallo sforzo egoistico di arricchire e pareva che dalla loro vita la donna compromettente e costosa fosse esclusa. Mai la esclusero formalmente ma non ci pensarono neppure. Ridevano di coloro che s’abbandonavano all’amore senza alcun riguardo a se stessi e al proprio avvenire. Come si poteva fare una cosa simile? Ambedue vivevano da orsi e rifiutavano di frequentare società. Evidentemente ci voleva la morte prematura del fratello perché Valentino arrivasse ad una sposa ed ora la morte sua perché al Bigioni toccasse un’avventura simile. E costui mi raccontò con piena ingenuità l’effetto che gli fece il matrimonio di Valentino. Intanto la legge, quella che aveva retto la vita di loro due era stata spezzata. Egli si sentiva libero come colui che s’associò ad un altro per non fumare e costui rompe il patto. Ma come usare di tale libertà? Il Bigioni non sapeva risolversi a frugare nel vasto mondo per trovarvi la moglie continuando a moversi fra ufficio e casa propria e quella di Valentino, pur avendo deciso di sposarsi stette ad aspettare. Naturalmente presso Antonia non trovò alcuna compagna sua. E fu aspettando ch’egli s’innamorò di Antonia.

Giurava ch’egli mai aveva pensato che Valentino potesse morire né mai avesse augurato che morisse. Egli era perfettamente innocente di quella morte, ma, quando avvenne, amò il suo amico molto meglio che da vivo. Era vissuto fino ad allora nell’ammirazione della felicità dell’amico. Ed ora diceva ch’egli voleva sposare Antonietta perché essa aveva dato prova di essere la vera moglie di un uomo laborioso e modesto. Viceversa poi mi fu facile di scoprire che in lui c’era tutto l’amore ed anche un desiderio reso frenetico dall’ostacolo. Ricordo che qualche cosa di simile avvenne anche a me. Naturalmente oggidì, data la mia lunga pratica, m’è difficile d’intendere una pazzia simile. Magari averne di donne delle più varie qualità, grandi, piccole, bionde o brune. Parlo per quelli cui spettano, i giovani, i forti, i belli che da esse possono essere amati.

Ma causa il Bigioni io lungamente pensai a quella donna unica che poteva soddisfare il desiderio di un uomo, fatta in quelle date dimensioni, munita di quel sorriso, di quel suono di voce, di quel modo di vestire che l’accompagna anche quando essa è nuda. E si vede che non sono tanto vecchio se seppi intenderlo.

Perciò la mia prima intervista col Bigioni fu abbastanza simpatica. Lui mi studiava come se da una mia parola potesse dipendere la sua vita. Ed io studiavo lui intendendolo tutto, scoprendo in lui anche una certa umiliazione di dover tanto dipendere dal volere altrui, umiliazione cui si sottoponeva con rassegnazione senza neppur sognare una ribellione, come ad un destino triste. E nello stesso tempo studiavo me stesso con una certa ansietà. Davo prova di giovinezza intendendo o di bestiale vecchiaia di sordità e di cecità non capendo nulla? Credetti d’intendere tutto. Era più difficile per me perché io non potevo pensare – per associarmi a lui – alla stessa sua donna ch’era mia figlia, ma dovevo scoprire per fare l’esperimento un’altra donna. E pensai ad una donna bella e grande – come diceva l’Aretino che se ne intendeva – che incontro talvolta e per la quale m’assoggetto persino ad inforcare gli occhiali per veder meglio da lontano: Tutta un’armonia, una forza, un’abbondanza di forme senz’eccesso, il piede non piccolo però ben calzato e la caviglia piccola in proporzione. Insomma una donna che può apparire unica per più o meno lungo tempo.

Intendevo tutto e le confidenze del Bigioni perciò mi fecero piacere. Dovetti moderare la sua impazienza, spiegargli che in una famiglia come la nostra, i lutti si tenevano per lungo tempo. Poi sarebbe stato l’affare di Antonietta di decidere. In quanto a me io volentieri e amichevolmente gli stringevo la mano e gli promettevo il mio soccorso.

Ma poi le sue confidenze si ripeterono troppo di frequente. Egli veniva a cercarmi ogni qualvolta Antonietta lo trattava troppo freddamente. Io anche per qualche tempo mi prestai: Mi pareva ch’egli definitivamente volesse abbandonare la nostra casa ed io avevo le mie buone ragioni per trattenerlo. Fermavo il grammofono se giusto lo avevo fatto andare e mi rassegnavo. A dire il vero seguivo il pensiero musicale che avevo dovuto interrompere e lasciavo che l’altro continuasse a parlare. Io sono capacissimo di star ad ascoltare una persona che mi parla senza sentire una sola parola di quanto mi dice. Andò benone. Certo le cose ch’egli m’aveva raccontato io le sapevo già. Per risposta gli diedi quello cui s’attendeva cioè una buona stretta di mano e una parola di commiserazione. Ma poi le sue visite nel mio studio si fecero troppo frequenti. Ogni atto d’indifferenza da parte di Antonietta me lo gettava fra le braccia. Entrava e s’aspettava ch’io subito cessassi di suonare o di leggere. Un giorno entrò proprio nel momento in cui con grandi sforzi ero riuscito ad allontanare Umbertino che s’era pensato di voler scoprire perché il grammofono gridasse. Spazientito proposi ch’egli parlasse senza ch’io dovessi interrompere la musica. Stavo eseguendo la nona sinfonia che mi concedevo una volta per settimana e non era permesso d’interrompere una musica simile. Lo invitai a parlare a bassa voce e promisi che sarei stato ad ascoltarlo sentendo ogni sua parola. Egli stette zitto aspettando che terminasse il disco e quando io m’apprestavo di cambiarlo egli incominciò a parlare. Non ne poteva più. Ecco che Antonietta spariva dalla casa quando lui ci arrivava. Perché? Se oramai egli non domandava altro che di aver il permesso di piangere con lei il suo defunto marito?

Nel breve spazio di tempo che m’occorse per mutare il disco arrivai a dirgli che aveva commessa una grave imprudenza confidandosi in Umbertino e cessai di parlare quando la musica riprese. Avevo l’intenzione di starlo a sentire ma assolutamente non di parlare come la musica procedeva. Ed egli presto se ne andò. Era il degno amico di Valentino in fatto di musica. Solo che Valentino era sordo come una campana e poteva ascoltare musica per delle ore senza dar segno di alcuna impazienza. Fumava il suo lungo sigaro con fumate che s’accordavano al ritmo della m[usica]. Il Bigione invece era come un cane dall’orecchio delicato. Si faceva subito nervoso e finiva con lo scappare. Accarezzai con gratitudine il mio grammofono.

E il Bigioni non se ne andò ad onta che anche tutti gli altri facessero con lui gli stessi esperimenti. Augusta lo trattò sempre con dolcezza ma abusò di lui. Mandò con lui a spasso la sua cagnetta Musetta e una volta l’obbligò persino di ungere la bestiolina che aveva preso la rogna. Con ciò Augusta credeva di accordare come un privilegio. E neppure questo privilegio arrivò a scacciare il Bigioni. E fu buono con Musetta che lo considerò come uno di famiglia.

Alfio com’è fatto lui non fece degli esperimenti ma si lasciò andare a manifestazioni che sarebbero bastate ad allontanare di casa qualunque oggetto anche di quelli attaccati alle pareti ma non una persona viva a modo di Bernardo Bigioni. Un giorno in uno slancio di dolore Antonietta in presenza del suo corteggiatore parlò anche di Alfio che procurava a tutti tanto dolore con le sue stranezze e la sua pittura incomprensibile. Ecco finalmente l’opportunità di dimostrarsi utile in famiglia e il Bigioni intraprese la conversione di Alfio con lo slancio che metteva in tutte le intraprese destinate ad avvicinarlo ad Antonietta. Io non so quello ch’egli abbia detto ad Alfio ma, per caso, lo trovai, nel piccolo corridoio dinanzi allo studio di Alfio, subito dopo la loro intervista, che s’asciugava il sudore dalla fronte. Quella sua testa, nuda al vertice, ma munita di tanto pelo alla base sino al collo, aveva una grande inclinazione al sudore.

Alfio non ci pensò di cambiare la sua pittura, ma il Bigioni s’affrettò a cambiare di gusto. Voleva comperare a tutti i costi un dipinto di Alfio. Sempre più si convinceva della bellezza di quei lavori. Ma Alfio teneva duro. Egli voleva essere sicuro che chi comperava un suo dipinto (che io qualificavo di pittura a sguazzo) sapesse anche apprezzarlo. E un giorno il Bigioni venne da me a pregarmi non più di procurargli l’amore di Antonietta ma solo l’amicizia di Alfio e pregare questi di vendergli un quadro. Non si poteva più dire che il Bigioni fosse monotono. Ed io non m’annoiai a starlo a sentire. Tutt’altro. La sua proposta mi cacciò il sangue alla testa all’accorgermi come io ero privo di ogni influenza in casa mia. Non potevo procurargli l’amore di Antonietta e a questo dovevo adattarmi perché evidentemente non era l’ufficio mio, ma non potevo neppure indurre Alfio a trattare meglio il povero Bigioni. Nulla potevo io e, sentendomi tuttavia gravato da una certa responsabilità, per rabbonire il Bigioni gli promisi qualche cosa che con ingenuità incredibile a me per un momento parve’ potesse compensarlo del rifiuto di Alfio: Gli proposi cioè di vendergli io il quadro di Alfio, quello che tenevo nascosto nel mio cassetto, allo stesso prezzo a cui era stato venduto a me. Ma il Bigioni neppure volle vedere il quadro e scappò come se io avessi intonata la nona sinfonia guardandomi con l’aria di chi cessa una discussione per paura di essere truffato. Questa volta fu lui ad apparirmi scortese e gli guardai dietro pieno di risentimento. Poi mi ravvisai: Il Bigioni voleva comperare Alfio stesso e non il suo quadro. Se comperava da me il quadro correva il rischio che Alfio s’arrabbiasse anche di più con lui.

Ma io credo che il Bigioni sarebbe scappato da quella nostra casa ch’era per lui una vera casa di pena se non ci fosse stata Clara, la sorella di Valentino. Dopo la morte del fratello essa, ch’era di qualche anno più vecchia di Antonia, veniva ogni giorno a tener compagnia ad Antonia per due ore nel pomeriggio. Dapprima io non sapevo amarla. Prima di tutto non mi piaceva, così grassa e quadra, con quelle gambe carnose sulle quali sarebbe stata tanto bene una gonna pulitamente lunga come si usava ai miei tempi. Aveva degli occhi belli, vivi, talvolta nel sorriso maliziosamente velati, ma non erano degli occhi che a quel corpo appartenessero e perciò vieppiù lo abbruttivano dandogli un rilievo maggiore. Poi, avendola conosciuta tanto buona e dolce, l’amai anch’io. Augusta poi le portò un affetto fatto soprattutto di riconoscenza. Per lei quella figlia sempre piangente era un vero ingombro e quando veniva Clara, essa ne era liberata per intere due ore. Io non lo so per averlo constatato io ma Augusta m’assicurò che Antonia, quand’era in compagnia di Clara, piangeva molto meno. Capisco: Si propongono di spargere quella data quantità di lacrime e in due la raggiungono più presto.

Io l’amai specialmente per il suo contegno col Bigioni. Io m’aspettavo che come sorella di Valentino avrebbe aiutato a gettarlo fuori di casa. Invece essa fu con lui ferma ma cortese. Si confidò ad Augusta e le raccontò che sinceramente essa pensava che prima o poi una giovine donna come Antonietta avrebbe finito con lo sposarsi. E allora era meglio lo facesse col Bigioni ch’era stato un sincero amico di Valentino che con un altro. Ma il Bigioni sbagliava di certo volendo avere tanto presto quello che non gli spettava. Ora il compito suo e di tutti noi era di tenerlo a bada e riservarlo per epoche migliori.

Ne fui incantato. Come era più pratica di quella povera Antonietta che del mondo non intendeva nulla. Così bisognava agire. Anch’essa soffriva certamente della morte del fratello ma coi suoi begli occhi chiari e troppo forti restava prudente e accorta. Già, bisogna abituarsi a quegli occhi perché gli occhi non sono mai troppo forti. Questi qui poi vedevano chiaro anche attraverso alle lacrime.

Da allora fu la nostra compagnia prediletta. Quando Antonietta dava in escandescenze di mattina prima dell’arrivo di Clara la noia era meno forte perché si sapeva che presto sarebbe arrivato il conforto. Ed arrivava immancabile. Allora, avvisati del suo arrivo, in pieno sollievo, Augusta ed io andavamo ad incontrarla e l’accompagnavamo come in processione fino alla stanza di Antonietta. Essa ci precedeva stando ad ascoltarci, e interrompeva le nostre lagnanze ricordandoci la gravità della perdita subita da Antonietta. Era molto attenta nel concedere ad ognuno la giustizia che gli spettava. Ed ogni giorno avevamo da ricorrere a lei per mettere a posto Antonietta che s’era arrabbiata perché nell’epoca del lutto avevamo dato un pranzo a vecchi nostri amici, oppure a subire i suoi ammonimenti perché avremmo voluto che pian pianino Antonietta cominciasse a liberarsi dei tanti veli che le sarebbero stati tanto pesanti nell’estate che s’avanzava. Un giorno la ragione era tutta nostra, un altro la bilancia era piuttosto favorevole ad Antonietta. E tutti noi ci sottomettevamo volonterosi al suo giudizio.

Ci pensavo spesso a quella fanciulla brutta che mi chiariva come in nessun caso i nostri istinti possono essere aboliti ma tutt’al più deviati a mete per le quali non erano fatti. In fondo per quanto attaccata alla memoria del fratello – attaccamento dimostrato con tanta assiduità col pianto ch’essa ogni giorno gli dedicava in compagnia di Antonietta – essa non poteva fare a meno di oltraggiarla favorendo l’amore del Bigioni. E semplice: Quando a qualcuno è tolta la possibilità di fare all’amore per proprio conto è costretto dall’istinto imperioso a farlo per conto altrui.

Raramente i nostri dissapori con Antonietta riscoppiavano subito nel pomeriggio. Pareva che l’influenza benefica di Clara arrivasse ad estendersi sicuramente fino al mattino appresso. Solo bisognava stare attenti alle parole ciò che nella mia vecchiaia m’è un po’ difficile. La gaffe proprio mi perseguita nei miei vecchi anni.

Eravamo seduti nella veranda dopo cena nell’ora in cui di solito echeggiava il canto del mio ubbriacone. Avevamo un po’ chiacchierato e, causa il paragone con le altre sere, oso dire allegramente, per quanto quell’allegria fosse stata impiegata a lagnarmi con qualche amarezza di mio nipote Carlo, il figlio di Guido, che mi pareva, quella sera, pieno di difetti, poco affettuoso e poco serio. Antonietta m’aveva appoggiato e ciò contribuiva a rendere la mia loquela più facile ed abbondante. Era un conforto grande quello di sentirmi appoggiato dalla mia figliuola. Sono tanto solo sempre! Mi pareva di procedere appoggiato al suo braccio, o il suo lieve peso sostenuto dal mio.

La mia distrazione provenne da una mia passeggiata alla cinta della villa sul viottolo per vedere se, per rendermi più lieto ancora, non fosse passato il mio ubbriaco. Quella sera non venne. Risi pensando che forse potesse avere bevuto più della sua solita misura e cantasse ora la sua dolce canzone sdraiato su qualche banco in un giardino. Certo anche se non poteva cantare senza musica non sarebbe stato capace di addormentarsi.

Era tardi e volevo coricarmi. Ma prima volli ringraziare Antonietta di avermi procurata una bella ora. Baciandola in fronte mormorai: – Grazie, figliuola mia. Abbiamo passato insieme una bella serata.

La sua faccina subito si oscurò. Restò un momento silenziosa eppoi disse lentamente come se avesse studiato se stessa: – Sì, la stessa serata come se Valentino non fosse morto –. Rimase ancora per un istante esitante, Poi scoppiò in singhiozzi e corse via verso la sua stanza. Augusta subito la seguì ma Antonietta vedendola entrò e vi si chiuse dentro. Augusta restò dinanzi alla porta pregandola a bassa voce di aprirle. Antonietta non rispose e allora io indignato volsi le spalle a quella porta e m’avviai a letto. Ero oltreché indignato anche molto offeso. Dio mio! E difficile a settantanni non risentirsi di una mancanza di rispetto.

E durò lungo tempo la mia ira. Io m’ero coricato ma non trovavo il sonno. Tardi trovai qualche cosa d’altro: Il sospetto di aver sbagliato io. Perché avevo sentito il bisogno di constatare ch’essa s’era lasciata svagare dalle mie chiacchiere sul carattere di Carlo? Essa provava un rimorso quando abbandonava anche solo per qualche ora il suo dolore e il pensiero al defunto ed io lo sapevo, e avevo sentito io il bisogno di farla subito avvisata che deviava così? E intravvidi la possibilità che un discendente mio fosse fatto così incline a dedizioni totali e a voti. Mi rivedevo in Annetta benché contorto e ancora meno amabile. Fu un piccolo incubo. E allora anche la pittura di Alfio poteva essere mia? Ora che col grammofono io avevo corretto la mia musica ricordavo come, finché avevo suonato il violino, essa era stata composta di suoni approssimativi e di ritmi sbagliati qualche cosa di analogo alla pittura di Alfio. Mi ribaltai nel letto pieno di rimorsi.

Quando Augusta venne a raggiungermi a letto tentai di riavermi e di ribellarmi a quel giudizio sul mio contegno e anche a quella visione d’essere io – benché innocente – la fonte di tutte le bestialità che inquinavano la mia casa. Domandai ad Augusta: – Che ti disse? – fingendo di destarmi allora per dar prova dell’innocenza assoluta, quella che è tanto vicina al sonno.

Ma quando essa mi raccontò che Antonietta le aveva raccontato che sentendomi vantare la gioia di quella serata, le era parso che addirittura le fosse pervenuto un rimprovero dalla bocca stessa di Valentino, io ricaddi sul guanciale vinto. Lottai! Io avevo solo voluto dire che quell’ora era stata tanto gradevole che subito m’ero sentito meglio disposto al sonno. Non si trattava mica di una gioia che potesse oltraggiare il lutto.

Con un sospiro Augusta si adagiò nel suo letto dopo di aver avvicinata la poltrona su cui dormiva ben coperta la sua cagnetta. Mormorò: – Sai bene come è fatta.

Mi parve volesse rimproverarmi di averla fatta io così. E stetti zitto. Per quella sera non seppi protestare. E vidi della mia vita tutta la parte ch’era stata dedicata ai rimorsi e ai rimpianti mentre a dire il vero non sapevo scorgerci dei delitti. Forse c’erano stati ma io non li ricordavo come non li ricordava Antonietta cui era spettata la parte meno gradevole dell’eredità. Tanti ereditano dal padre il naso lungo mal disegnato e lasciano ai fratelli la sua bella statura o gli occhi espressivi. A lei toccavano i miei rimorsi da lei tanto più insopportabili perché del tutto irragionevoli.

Presto la respirazione di Augusta – fattasi più rumorosa con gli anni – m’annunziò ch’essa già dormiva. Nell’oscurità le tirai la lingua come un ragazzo male educato. Tanta innocenza mi parve poi eccessiva. Restavo proprio solo a soffrire coi miei rimorsi. Abbastanza giusto quello che mi derivava dall’aver parlato fuori di posto. Grave, insopportabile, quello di veder rinascere nei miei figliuoli i miei più gravi difetti.

Carlo è veramente una persona tanto divertente che si può svagarsi già mettendosi a parlare di lui. Anche lui apparentemente non avrebbe nulla del padre suo. Forse la sicurezza, la sicurezza di Guido nel suonare il violino. Io vado a cercare l’analogia più lontana. Soltanto che Carlo non suona alcun istrumento e la sua sicurezza la dimostra nel saper vivere e godere. Vivere accortamente non facendo alcun errore che lo danneggi, e godere abbondantemente della vita. Talvolta appare stanco ma fuori che la sua salute (di cui non si cura molto benché sia studente in medicina ciò che farebbe dubitare della bontà dei suoi studii) non compromette nient’altro. Riceve da casa sua un mensile non eccessivo che però gli basta perfettamente. È contrario alla rivalutazione della lira che non gli converrebbe perché riceve il suo mensile in valuta estera ma del resto di politica non si occupa. Forse è allontanato dalla nostra patria dalla sua nuova, di cui però credo poco si occupi. Adesso che parla perfettamente l’italiano mi pare la sua parola abbia una maggiore vivacità di quella dei suoi coetanei. La parola nella bocca del maggior numero di noi è un po’ vizza per il lungo uso. Chi di noi si sforza d’inventare? Lui, invece, traduce allegramente modi di dire dal suo spagnuolo argentino e tutto in bocca sua si rinfresca senza sforzo. Studia tutto quello che gli occorre. Sa anche a memoria degli squarci di greco e di latino, che cita con grande ira al ricordo della fatica che gli costarono per ricordarli. So per sua propria confessione che il suo corpo s’è fatto tanto sottile a forza di passare al ginnasio e al liceo di classe in classe per il buco della chiave.

Ama le donne deciso e convinto. Anzi per quanto si diverta a qualunque specie di giuochi (di carte specialmente), proclama ad alta voce che c’è un solo godimento a questo mondo. E non sa astenersi dal fare delle continue allusioni a quel godimento, tali, che se non fossero sempre molto spiritose, ci offenderebbero. Se la prende talvolta con Augusta che non sa mai indovinare i suoi sensi reconditi. Noi due, maliziosi, ridiamo molto ma mai quanto lei quando ha finito con l’intendere. Quando finisce con l’intenderli minaccia di crollare dalla sedia dal ridere. Una lieta serenità si estende a tutt’un’adunanza quando egli vi interviene, naturalmente se nell’adunanza non vi sono degli ostacoli troppo grandi come, in casa nostra, un Alfio offeso nella sua pittura o un’Antonietta in lutto profondo.

Ma la sua serenità non è diminuita da alcuna preoccupazione. Ci raccontò d’essere stato perseguitato per varii giorni dall’avversità a giuoco: – La disgrazia non è grande – disse con l’aria di scoprire una cosa straordinaria – quando le carte son cattive. A Poker la perdita grossa è prodotta dalle carte buone. Sono stato fortunato in questa settimana, disgraziatamente –. Perdeva raramente perché sapeva sempre giuocare un po’ meglio di tutti i suoi avversarii. E sapeva giuocare tutti i giuochi. Da pochi anni io so ch’esiste un giuoco difficilissimo che si chiama Bridge. Ma ne appresi l’esistenza simultaneamente alla comunicazione che in città il miglior giuocatore di tale giuoco appena arrivato dall’Inghilterra era Carlo. – Figlio di un cane – pensai io (ma senza ricordare ch’egli era il figliuolo di Guido) – sa tutti i giuochi costui. Ed è persino superiore a me nell’unico giuoco a carte ch’io tuttavia pratico, quello di un solitario non troppo complicato. Con un colpo d’occhio egli m’avvisava di un errore. M’abbandonava poi per dedicarsi al suo giornale e ripiombava nel mio giuoco con un accenno opportunissimo che mi serviva moltissimo e che a me che fissavo continuamente le carte perveniva come un aiuto necessario. Però benché non lo facessi vedere il suo intervento mi seccava e turbava perché io amo il solitario perché è solitario. Poi mi rassegnavo: Già è noto che chi è fuori del giuoco lo intende meglio del giuocatore ch’è distratto dallo stesso sforzo cui si costringe. Tutti gli altri giuochi io da molti anni lasciai. Quando negli ultimi anni mi sedevo ad un tavolo di giuoco, mi sentivo subito condannato ciò ch’era un sentimento tanto penoso che dovetti smettere. Curioso! Mi sento tanto giovine e sono tanto differente da quello ch’ero nella mia giovinezza. Che fosse la vera, la grande vecchiaia cotesta?

La sua compagnia m’era graditissima. Io ero sempre in cura del dottor Raulli ma a quest’ora il purgante che giornalmente prendevo era prescritto da Carlo, da un mese a questa parte è suo anche l’espettorante (che a dire il vero dapprima mi parve una cosa miracolosa e adesso meno)[.] Infine la mia dieta, sempre per suo consiglio, si fece sempre più esagerata. Dimagrai e mi sento, a dire il vero, meglio ora che anni addietro. Se continuassi così chissà che salti farò a ottant’anni. Basta lasciare il tempo necessario alla dieta per agire perché è d’effetto lento.

Ma perciò sono attaccatissimo a lui. Quando mi sento abbattuto invece che incoraggiarmi con parole, mi tocca il polso eppoi mi deride. La sua bella faccia bianca ha una derisione ch’è abbastanza affettuosa. Del resto non c’è da arrabbiarsi perché in quella faccia c’è stampata sempre una lieve derisione nel labbro superiore, rasato accuratamente, che un po’ pende, un leggero rigonfiamento che si scorge subito in mezzo a quei tratti dal disegno preciso, nitido.

Eppoi c’è anche qualche cosa d’altro che m’attacca a lui. È la prima persona con cui, dacché vivo, dunque nel corso di interi settantanni, ho saputo essere sincero. Ed è un grande riposo la sincerità, un enorme riposo dopo tanta mia fatica. Dio sa quello che mi portò a tanto. Forse anche la necessità di non ingannare il mio medico. Fui sincero con Carlo benché non interamente. Non è indiscreto ma intelligente per cui gli fu possibile di un mio lieve cenno per intendere tutto. Non fu nominata né Carla, né le altre ed anzi le donne del sobborgo non le sospettò neppure. Si divertì enormemente ed io con lui. Lui menava vanto dei suoi trascorsi ed è una cosa tanto lieta quel vanto ch’io non seppi non goderne anch’io. Perciò fui un po’ meno sincero perché finii con l’esagerare un poco. Non molto però e non spesso. Solo nel numero delle donne. Più spesso esagerai le loro qualità. Però mai le dichiarai principesse del sangue. Una designai come duchessa per non dire che si trattava della moglie di un commendatore. Avrei potuto dirla moglie di un cavaliere e non ci sarebbe stata indiscrezione, ma che farci? Amavo di apparire importante a Carlo. Eppoi mi sentivo tanto bene nella sincerità che mi pareva ch’eccedendo fossi ancora più sincero. Così forse scoprivo quello che avrei fatto se gli altri me lo avessero permesso. La confessione diventava più sincera ancora.

E Carlo fu molto discreto.

Ogni domenica egli era a cena da noi. Per me era quella la cena migliore della settimana. Egli era tanto tetragono alla bestialità altrui che non sentiva il malumore di nessuno finché non era proprio gridato e perciò era capace di ridere molto anche se seduto accanto al lutto di Antonietta. Non lo offendeva perché assolutamente non lo vedeva. Ed io lo seguivo finché potevo. Certo non c’era nessun momento in cui io sapessi dimenticare il lutto di Antonietta e il rancore di Alfio come faceva lui. M’era più facile se poi c’era il Cima. Eravamo più forti in tre contro la musoneria di due e la tristezza imbarazzata della povera Augusta capace di lagnarsi più tardi a quattr’occhi con me ma incapacissima di ribellarsi alla propria figliuola.

Ora una sera si parlò della fedeltà dei mariti. Naturalmente capitò subito fuori quella di Valentino e non capisco con quale senso perché oramai era assoluta. Augusta ebbe il cattivo gusto di menzionare la mia fedeltà e se ne parlò abbastanza a lungo perché allora Antonietta s’avvide che il suo fedele era morto e pianse quella fedeltà morta mentre Augusta era stata tanto fortunata che il suo marito dolce, buono e fedele era tuttavia vivo.

Improvvisamente Carlo scoppiò a ridere ed io passai un momento veramente atroce. Non poteva parlare dal ridere e perciò il mio imbarazzo si prolungò tanto ch’io stavo preparandomi alla difesa. Avrei continuato a difendere con le mani e coi piedi la felicità del mio matrimonio come avevo saputo farlo nel corso di tanti anni. Trovai! Ero pronto a dichiarare ch’io avevo ingannato Carlo per ridere con lui. Lui era l’ingannato, ingannato da me, e nessun altro. Per Augusta bastava questo. Ma come sarebbe stato per Alfio e per Antonietta più giovini e più maliziosi?

Quando Carlo potè parlare mi domandò: – Da quanti anni non sei più fedele?

Io balbettai: – Non capisco –. Non protestai la mia innocenza perché intanto capivo che Carlo non poteva voler parlare dei miei recenti tradimenti che forse non c’erano e di cui, certo, lui non poteva saper nulla. Se avesse domandato invece da quanti anni io fossi fedele, allora avrei subito protestato: – Sempre lo fui e ho deriso e ingannato solo te, birbante.

– Perché – spiegò Carlo – lo stato attuale dello zio non può più esser qualificato di fedeltà. Volevo perciò sapere da quanti anni non fosse più fedele.

Egli toccava un tasto alquanto delicato, ma meno delicato di quello che prima aveva minacciato. Io ficcai il naso nel piatto per celarvi il viso che poteva essere segnato dalla confusione. Poi volli ridere: – Toccherà anche a te di arrivare alla fedeltà per forza.

Ma Carlo e qui si dimostrò la sua discrezione, rispose: – In me si chiamerà altrimenti perché non sarà stata preceduta dalla fedeltà voluta.

Io respirai ma avevo passato un quarto d’ora tanto brutto che mi proposi che quando Carlo sarebbe finalmente ritornato a B[uenos] Aires, io avrei per sempre rinunziato alla sincerità per quanto potesse dolermi. Perché abbandonarmi ora per amore di una stupida chiacchiera ora che non correvo altri pericoli?

Già allora si parlava di una sua relazione con una donna sposata e doveva essere questa che lo tratteneva a Trieste perché già son sicuro che neppure a Buenos Aires mancano gli ammalati che abbisognano di cure. Sua madre aveva scritto per richiamarlo a sé ma egli aveva fatto le orecchie di mercante. Aveva dei riguardi per quella madre che viveva proprio per lui rimasto il solo figliuolo per la morte dell’altro gemello e le scriveva una breve cartolina postale ogni giorno. Ma non le stava accanto volentieri. Pare ch’essa lo tormentasse con troppe manifestazioni d’affetto e lo trattasse sempre come un bambino che abbisognasse di carezze e raccomandazioni. Io ridevo di quelle cartoline postali che dovevano arrivare in cumulo a Buenos Aires. Carlo, rassegnato, mi spiegava ch’essa era fatta così. Avrebbe ordinato quelle cartoline postali, rivisto se ce ne fosse una per giorno e si sarebbe anche lagnata se non avessero combaciato coi giorni del calendario. – Capisco – soggiungeva con un sospiro – che dovrò finire col raggiungerla. – Eppoi: Già, anche a Buenos Aires ci sono delle donne –.

L’esagerazione di Ada m’interessava anzi, un po’, mi sollevava. Purtroppo là io non ci entravo affatto. Dunque alle esagerazioni nella mia famiglia aveva collaborato anche la famiglia Malfenti.

E un bel giorno volli provarlo ad Augusta. Scoprii per la prima volta come essa pensava di me. Sorridendo mitemente e affettuosamente me lo confessò. Io somigliavo ad Alfio. Fisicamente e anche moralmente. Le donne sono sempre povere di parole precise. Essa non sapeva dare la prova di quanto sentiva. Ma vedeva, sentiva e soprattutto voleva bene a lui e anche a me, nella stessa maniera. Poi anche Antonietta mi somigliava. E non sapeva darne la prova. – Ma c’è qualche cosa fra di voi di simile. Qualche cosa che a me non piace, allo stesso modo non piace, ma che in te destò una mia compassione, un dispiacere, per te, per te, sai, e in lei invece un po’ d’ira. –

Si correva in automobile verso Miramare. Il sole era tramontato da poco ed era una beatitudine posare gli occhi sull’immensa distesa di acqua su cui si baloccavano miti colori riposanti che non sembravano trasformati da quelli abbacinanti che li avevano preceduti. Io m’abbandonai a tale riposo e cercai di dimenticare la mite donna che mi stava accanto e che m’aveva indovinato meglio di quanto io e, come spero, lei stessa lo sapessimo.

E vidi per un momento i caratteri umani ereditarsi l’uno dall’altro, perfettamente deformi ma sempre trasparentemente identici – in modo che persino Augusta se ne potesse accorgere con un’ispirazione non basata sulla ragione. Ma poi mi ribellai: A che cosa serviva la legge dell’eredità se tutto poteva risultare da tutto? Tanto fa non saperne niente se si doveva ricercare come Carlo sia disceso da quella bestia di Guido e quei bestioni di Antonietta e Alfio da me.

Ma Carlo aveva già allora in città la posizione di un giovine dottore di qualche nome. Sapeva trattare con tutti lui, risparmiando la dignità di coloro di cui gl’importava, niente affatto quella delle persone da cui non dipendeva, ma anche sempre la propria. Anche il Raulli lo stimava ma credo, un poco, lo temesse. Pare che nei primi giorni della sua ammissione all’ospedale Carlo abbia osato fra colleghi una diagnosi un po’ azzardata. Il Raulli lo tacciò davanti ad altri dottori d’ignoranza. E Carlo si difese con una frase che prima girò fra’ medici e poi trapelò fra il pubblico creandogli una fama come se avesse salvato la vita ad un moribondo. Ancora adesso quando si nomina il dott. Speyer la gente si mette a ridere: – Ah, quello dell’ignoranza e dell’errore! –. Infatti era lui. Carlo aveva dichiarato al Raulli che certo i giovani dottori si trovavano nell’ignoranza, ma che, com’era provato dalla stessa storia della medicina, i vecchi si trovavano tutti nell’errore. Il Raulli restò senza parole e rispose, a bassa voce sapendo di aver torto: – Questo si poteva dire fino a mezzo secolo fa, ma non ora, eh, giovinotto.

E adesso qualcuno mi vada a scoprire somiglianze con Guido in Carlo. Guido ch’era petulante finché poteva aggredire, ma che perdeva la parola non appena sentiva sul proprio corpo la pressione dell’aggressore.

Certo tutto questo istinto di buon affarista di quel magnifico medico, ed era quella la qualità che in lui più mi seduceva, poteva venire dal nonno Giovanni Malfenti. Ma prima di tutto io so che in mio suocero l’istinto degli affari si sviluppò tardi, anzi insieme alla sua grossa pancia. Ma poi come sarebbero pervenute al fine Carlo della qualità di quel grosso e grezzo uomo ignorante, qualità ch’io m’ero abituato a considerare proprio connaturate a quel suo adipe, alla meditazione che naturalmente in lui si faceva sedata e tranquilla?

Carlo era vivo e un po’ nervoso ciò che aumentava la sua vivacità. Si sentiva se ti era seduto accanto. Una vera, una grande compagnia. Non stava mai fermo e batteva spesso e rapidamente col tacco il pavimento: – Trillo del tacco — egli diceva sorridendo rassegnato. Fuma molto ma molto volentieri e sempre delle sigarette squisite. Alfio fuma anche lui ma rabbiosamente il suo puzzolente sigaro toscano. Neppure nel fumo non ha ereditato nulla dame.

* * *

Tale mia affezione a Carlo si spiega un po’ con la solitudine in cui ero lasciato dai miei figliuoli. Lo prova il fatto che Augusta tanto più bisognosa di affetti di me cercò dapprima il suo Carlo fra le bestie e, non bastandole, si associò a Renata che oramai è la sua compagna inseparabile. Renata entrò in casa di Antonietta quattr’anni or sono per sostituire la vecchia nutrice di Umbertino ritiratasi nel suo villaggio. Venne da noi quando Antonietta da noi si trasferì e passò al servizio di Augusta quando Umbertino di lei non ebbe più bisogno perché cominciò ad andare a scuola. Renata continuò solo a tenergli compagnia di sera perché egli non sapeva addormentarsi nella solitudine popolata per lui di tanti animali aggressivi e Antonietta dopo cena restava con noi.

Così Renata ebbe una vita facilissima ma abbastanza complicata. Non aveva molto da fare (attualmente non fa altro che pulire la stanza da pranzo, il salotto di ricevimento e il mio studio) ma il suo ozio la lega per tutto il giorno. Prepara il pane che viene offerto giornalmente sulla terrazza ai passeri, tiene in ordine due gabbie di canarini ed è adibita anche al servizio di Musetta. Pare che tutto ciò la diverta enormemente perché è sempre di buon umore ed è tanto bello d’essere serviti da gente sorridente. Se ne ha tutta la comodità e nessun rimorso! Per andare al mio studio debbo passare davanti alla cucina e immancabilmente sento echeggiare da lì il suono un po’ roco del riso abbondante e sincero di Renata.

Come seppi associarmi all’amore per le bestie di Augusta, così mi fu facilissimo di accompagnarla anche nell’amore a Renata. Certo in me non si muove altro che un amore paterno vecchio come sono. Ma mi piace di vederla così giovine, ben messa, la piccola figurina su quelle gambe un po’ lunghe, svelta e nervosa. Ha una testina che non è una perfezione, ma graziosissima con quei capelli bruni ricciuti, gli occhi vivi, i denti bellissimi. È una friulana e andava a passare ogni anno 15 giorni di permesso presso la madre sua, ma ne ritornava sempre un po’ dimagrita.

Augusta volle vedere come la sua Renata vi fosse trattata e andammo con l’automobile al suo villaggio presso Gorizia. Fu avvisata della nostra venuta e ci aspettava sulla via principale del paese, abbastanza linda e pulita. Disse arrossendo che ci era venuta incontro perché la sua casa giaceva su una viuzza nella quale non c’era accesso per l’automobile.

Augusta avrebbe voluto insistere: – Ma io avrei voluto conoscere tua madre.

– Eccola là – disse Renata, rossa, rossa, col suo solito riso un po’ spezzato.

Ad un cenno di Renata una vecchietta che stava seduta solitaria su un banco sotto a un grande ippocastano, si levò e s’avvicinò a noi. Era evidentemente messa di festa, molto all’antica, le gonne lunghe, il fazzoletto di colore annodato elegantemente sulla testa. Ma tutto, lei compresa grigia e sdentata, molto sbiadito. Volle baciare la mano ad Augusta. Parlava quasi perfetto il friulano e né io né Augusta comprendemmo niente di quei suoni che uscivano scomposti ora a destra ora a sinistra di quella bocca mancante degli organi che regolano il suono.

L’intervento di Fortunato, il nostro chauffeur rese l’intervista più lieta. Egli era di quei paesi e disse alla vecchia, in friulano, delle cose che la fecero sganasciare dal ridere. Il riso la costringeva a piegarsi in due. Eccessivo, forse per celare l’imbarazzo che in lei tuttavia persisteva. Augusta le consegnò i doni che aveva portati e Renata la indusse a lasciarci e andare a casa ove c’era un uomo, il fratello, che presto sarebbe ritornato dal lavoro a domandare il suo pasto. La vecchia protestò: Il pasto era già pronto dalla mattina pur già avviandosi per obbedire alla figliuola.

– Stimo io, – rise Fortunato – la polenta sa aspettare. È il cibo più paziente del mondo.

Insomma si capiva che Renata non desiderava noi vedessimo la sua casa e dovemmo rassegnarci e partire senz’averla vista.

Domandai a Fortunato come egli avesse fatta la conoscenza della madre di Renata. Il falsone mi rispose che loro di quei villaggi si conoscevano l’un l’altro come se avessero abitato la stessa città. E invece, poco dopo, fu noto a tutti che lui e Renata facevano all’amore.

Dapprima la cosa ci dispiacque. Ci pareva che implicasse una diminuzione di dignità per Renata, For[tunato] era divenuto chauffeur da poco tempo, dopo la morte del povero Hydran un magnifico cavallo fattosi bolso due anni dopo ch’era stato comperato e che, per una falsa bontà, avevamo lasciato esaurirsi fino all’ultimo. Poi, per la grande impressione che ci aveva lasciata la sua morte, non ne volemmo più saperne di cavalli e per il nostro grande affetto per un cavallo rifiutammo ogni contatto con la razza ch’ebbe tanta pazienza con l’uomo finché l’uomo frettoloso non ne ebbe più con essa.

Così Fortunato da cocchiere dopo una lunga istruzione che mi lasciò per varii mesi senza carrozza e senz’automobile, assurse alla dignità di chauffeur. Era lento nell’intendere le cose ma quando le aveva intese non le dimenticava più. Dapprima non si arrivava mai alla meta, mentre ora si va prestino talvolta anche troppo perché dopo ogni gita un po’ un po’ più lunga, mi vengono imposte da tutte le parti delle multe. Fortunato asserisce che non c’è modo di accontentare le guardie per le quali pare che la multa sia un cespite di rendita. E questo può essere vero. Di Fortunato come chauffeur si può anche dire che certe panne lo sorprendono e lo indignano e non sa vincerle. Da vecchio cocchiere vorrebbe applicare la frusta. Una volta dovemmo abbandonarlo in mezzo alla campagna per fortuna non lontano dalla città e ritornare a piedi. Egli arrivò a casa a notte tarda e, a quanto mi dicono, bestemmiando. Aveva dimenticato di guardare l’indicatore della benzina e tardi, molto tardi, s’era accorto che [il] serbatoio era asciutto. Vero è che da allora quando la macchina s’arrestava, automaticamente il suo occhio correva all’indicatore della benzina. Tutto apprese a forza di panne ed io ne avevo le ossa rotte. – Ma noi vecchi – diceva Augusta rassegnata – non amiamo di vedere delle faccie nuove. E così Fortunato restò sempre in casa. Funge anche da giardiniere, senza un grande gusto, ma con un certo amore. E non ha troppo da fare. Tant’è vero che trovò il tempo di sedurre la nostra piccola amica.

La quale lo trattava già come un marito, cioè con poco amore. Amava chiamarlo quello delle panne ciò che mi faceva ridere maliziosamente dopo che Carlo m’aveva spiegato come si potesse farlo. C’era anche fra di loro qualche differenza per i lavori. Essa avrebbe voluto ch’egli fosse incaricato anche dell’ordine nel salotto perché c’erano delle piante, e quand’egli protestava essa rideva: – Non è tuo tutto quello che è mio? –.

Era tanto più lento di lei ch’era rapida e intendeva prima che si fosse finito di parlarle. È vero che Renata poi spesso dimenticava mentre Fortunato non sbagliava più dopo di aver fatto sprecare una quantità di fiato prima di afferrare esattamente quello che gli si diceva. Era curioso poi come prima d’intendere studiasse anche dei dettagli privi d’importanza per lui. Veniva p.e. incaricato di dire qualche cosa ad Augusta quando sarebbe andato a prenderla con l’automobile da una sua amica. – Io dunque riepilogava Fortunato – ho da essere alle 6 alla porta di casa Guggenheim, e quando la signora Augusta scenderà... – Faceva un’analisi approfondita del movimento di tutti. Ed io, spazientito urlavo: – Ma lascia che la signora scenda da sola dal secondo piano perché grazie al Cielo sa camminare da sola –. Egli si scoteva tutto come se stesse per perdere l’equilibrio e allora capivo che bisognava lasciarlo parlare, dire tutte le parole che occorrevano per ordinare il suo pensiero.

E alla sera, coricandomi, dicevo ad Augusta: – Come saprà vivere quella bambina con quell’uomo tanto poco intelligente? –.

E Augusta rispondeva: – Ma io non credo che l’intelligenza occorra per la felicità –.

Io mi facevo pensieroso: – Dio sa a quale scopo serva l’intelligenza –.

Ma il povero Fortunato correva un bel rischio. Noi si aveva deciso di tenere più vicina a noi che fosse possibile la piccola inserviente. Bisognava allargare un poco la casa già occupata da Fortunato. Io proposi una camera di più che sarebbe stata utile in avvenire per i bambini che potrebbero venire. Ma Augusta mi raccontò una sera ch’essi avevano deciso di non aver dei bambini. Accettavano però una camera di più... per il grammofono, una cosa che gridava solo quand’era caricata.

E poche sere dopo mi raccontò che quella sfacciatella di Renata aveva dichiarato che se avesse sentito il bisogno di avere dei bambini se li sarebbe fatti fare da qualcuno un po’ più svelto di Fortunato.

Ridemmo molto io e Augusta. Lei perché riteneva fosse una parola scherzosa priva d’importanza, io perché realmente mi piacque e non m’importava di sapere se fosse detta sul serio o meno. Anche Renata pensava alla legge dell’eredità?

Carlo cui raccontai come al solito tutto per sottoporre al commento della generazione presente quello che io sapevo intendere meno, mi disse: – Ma tu sbagli, zio. Essa non pensa affatto all’eredità. Pensa ai bisogni dell’ora presente –.

Io non subito intesi. Finsi però di ridere e quando intesi risi sul serio molto. Poi ci pensai ancora: Forse Carlo aveva ragione ma, nello stesso tempo, potevo aver ragione anch’io. Che cosa sono i bisogni dell’ora presente? Non sono dettati da un’imposizione imperiosa che vuol preparare il futuro?

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011