Italo Svevo

Ettore Schmitz

Continuazioni

[LE CONFESSIONI DEL VEGLIARDO]

Edizione di riferimento:

Italo Svevo, Tutte le opere, edizione diretta da Mario Lavagetto, vol. I Romanzi e «continuazioni», Edizione critica con apparato genetico e commento di Nunzia Palmieri e Fabio Vittorini, saggio introduttivo e cronologia di Mario Lavagetto, Collana “I Meridiani”, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2004.

4 Aprile 1928.

Con questa data comincia per me un’era novella. Di questi giorni scopersi nella mia vita qualche cosa d’importante, anzi la sola cosa importante che mi sia avvenuta: La descrizione da me fatta di una sua parte. Certe descrizioni accatastate messe in disparte per un medico che le prescrisse. La leggo e rileggo e m’è facile di completarla di mettere tutte le cose al posto dove appartenevano e che la mia imperizia non seppe trovare. Come è viva quella vita e come è definitivamente morta la parte che non raccontai. Vado a cercarla talvolta con ansia sentendomi monco, ma non si ritrova. E so anche che quella parte che raccontai non ne è la più importante. Si fece la più importante perché la fissai. Ed ora che cosa sono io? Non colui che visse ma colui che descrissi. Oh! L’unica parte importante della vita è il raccoglimento. Quando tutti lo comprenderanno con la chiarezza ch’io ho tutti scriveranno. La vita sarà letteraturizzata. Metà dell’umanità sarà dedicata a leggere e studiare quello che l’altra metà avrà annotato. E il raccoglimento occuperà il massimo tempo che così sarà sottratto alla vita orrida vera. E se una parte dell’umanità si ribellerà e rifiuterà di leggere le elucubrazioni dell’altra, tanto meglio. Ognuno leggerà se stesso. E la propria vita risulterà più chiara o più oscura ma si ripeterà si correggerà si cristallizzerà. Almeno non resterà quale è priva di rilievo, sepolta non appena nata, con quei giorni che vanno via e s’accumulano uno eguale all’altro a formare gli anni, i decenni, la vita tanto vuota, capace soltanto di figurare quale un numero di una tabella statistica del movimento demografico. Io voglio scrivere ancora. In queste carte metterò tutto me stesso la mia vicenda. In casa mi danno del brontolone. Li sorprenderò. Non aprirò più la bocca e brontolerò su questa carta. Io non sono fatto per la lotta e quando mi fanno intendere che non capisco più bene le cose invece che negare e cercar di provare che sono ancora capace di dirigere me stesso e la mia famiglia correrò qui a rasserenarmi.

Avrò la sorpresa di trovare me che qui descrivo molto differente da colui che descrissi anni or sono. La vita, benché non descritta, lasciò qualche segno. Mi pare che col tempo un po’ si rasserenò. Mi mancano quegli sciocchi rimorsi, quelle spaventose paure del futuro. Come potrei spaventarmene? È quel futuro quello ch’io vivo. Va via senza prepararne un altro. Perciò non è neppure un vero presente, sta fuori del tempo. Manca un tempo ultimo nella grammatica. È vero che la storia dell’operazione di ringiovanimento mi parve tanto importante. Ma decisa in un momento di bizza io mi vi avviai poco convinto, stralunato, sempre pronto a ricredermi, sempre con l’orecchio teso per sentire se mia moglie, mia figlia o mio figlio si fossero messi all’ultimo momento a strillare per fermarmi. Nessuno fiatò probabilmente tutti desiderosi di assistere ad un’esperienza tanto strabiliante che a loro non costava nulla. Ed io m’adattai soffrendo e celandolo. M’ero compromesso dapprima con mia moglie e mia figlia cui avevo gridato il mio volere per spaventarle o per punirle, poi, al telefono anche col dottore sempre allo scopo di spaventarle e punirle meglio, e finii contro ogni mio desiderio sul tavolo d’operazione. Poi venne quella foruncolosi che mi tiene in camera da un mese.

Ma del resto la vecchiaia è il periodo calmo della vita. Tanto calmo ch’è difficile registrarlo. Da quale parte afferrarlo per descrivere quello che precorse all’operazione? Dopo è facile. L’aspettativa della giovinezza voluta dall’operazione fu una specie di giovinezza, qualche cosa ch’ebbe la facoltà di creare un periodo tant’è vero che io so descriverlo coi suoi grandi dolori e grandi speranze. Ed io vedo ora la mia vita iniziarsi con la mia fanciullezza, passare alla torbida adolescenza che un bel giorno s’acquietò nella giovinezza – qualche cosa come una disillusione – la quale poi piombò nel matrimonio una rassegnazione interrotta da qualche ribellione, e passò alla vecchiaia di cui la caratteristica principale fu di farmi entrare nell’ombra e togliermi la parte di protagonista. Per tutti, per noi pure io oramai vivevo perché gli altri, mia moglie, mia figlia, mio figlio e mio nipote avessero maggiore rilievo. Poi venne l’operazione e tutti mi guardarono con ammirazione. Io m’agitai, ritornai a qualche tratto di vita, molto simile a quelli ch’erano i miei proprii, voglio dire quelli di quella vita che non aveva avuto bisogno di operazioni, la naturale quella che hanno tutti e l’agitazione finì col portarmi a questa carta che mi pare non avrei mai dovuto abbandonare. Questo rimprovero che mi faccio mi pare fondato, ma in fondo non è più ragionevole di quello che si faceva quell’altro vecchio che credeva d’essere appassito perché aveva lasciate le donne. Io ora scrivo perché devo mentre prima la penna in mano m’avrebbe fatto sbadigliare. Perciò io penso che l’operazione abbia pur avuto un effetto salutare.

I

E dovrei cominciare con la storia al punto a cui la lasciai: La guerra finita come tutti sanno, io aspettavo di associare al trionfo di tutti anche il mio particolare: Aspettavo di vedere il vecchio Olivi per fargli vedere quello ch’io avevo saputo fare senza di lui nei miei affari. Ma il vecchio che mai ne aveva voluto sapere di me, per non dovermisi inchinare morì a Pisa di grippe quando già m’aveva avvisato il suo arrivo ed io gli avevo scritto quali sarebbero state d’ora in avanti le sue mansioni. La direzione degli uffici, mentre sarebbe stata mia incombenza la direzione degli affari. Lo aspettavo con qualche ansietà: Se lui fosse arrivato in tempo, forse mi sarebbe stata risparmiata una grave perdita: L’acquisto di tutti quei vagoni di sapone a Milano ove si aspettava l’apertura delle frontiere per fare un affare colossale. Di fronte a tale affare io mi trovavo con la mia pratica degli affari di guerra, mentre l’Olivi aveva pur tuttavia anche un’altra pratica che ad armistizio concluso poteva aver valore. Io acquistai quella parte della partita che mi parve ingentissima e, secondo il costume di guerra, credetti di non aver urgenza della sua vendita. Se tutti avevano bisogno di lavarsi! Bastava andare in una tranvia a Trieste per sentire una puzza intensa che io fiutavo con delizia perché mi rassicurava sull’esito della mia operazione. Quando appresi della morte dell’Olivi mi arrabbiai un pochino: S’era sottratto alla sua disfatta! Più tardi ne ebbi piacere perché del mio sapone a Trieste non ne volevano sapere: Non si lavavano più? E sarebbe stato triste veder arrivare l’Olivi per constatare che gran parte degli utili di guerra erano andati a finire nell’operazione fatta durante l’armistizio. Rimasi sempre solo nella liquidazione di quell’affare. Non potevo rimproverarmi nulla. Il mondo s’era evoluto tanto rapidamente ch’io ne ero caduto fuori e navigavo in un paese ignoto. Il sapone comperato a Milano non aveva il contenuto di grasso prescritto a Trieste dalle leggi austriache che qui reggevano tuttavia il paese ad onta della presenza delle truppe italiane. Allora vendetti il sapone a fido a tre mesi ad un austriaco che partì per ritirarlo a Vienna. Colà non so se per bisogno urgente o perché la merce non corrispondeva il sapone fu subito confiscato. Passò per le mani di un ufficio che finì poi per pagarlo integralmente. Ma le corone arrivarono qui quando non si potevano più cambiare. Ritornarono in Austria riscattate per poche lire.

È l’ultimo affare ch’io m’abbia fatto e ne parlo ancora talvolta. Non si dimentica né il primo affare, fallito per troppa innocenza, né l’ultimo, la catastrofe della furberia troppo grande. E non lo dimentico neppure perché vi si associò un po’ di rancore. Poco prima della liquidazione di quest’affare era ritornato dalla guerra il giovine Olivi. Il giovine occhialuto era tenente e aveva il petto fregiato da qualche medaglia. Accettò senz’altro di riassumere nel mio ufficio il suo posto antico, alle mie dirette dipendenze. Io subito m’abituai ad un posto molto comodo di regnante che non governa. E presto dei miei affari non seppi più niente. Leggi e decreti piovevano ogni giorno in Italia scritti con uno stile impossibile: Di ben preciso non c’era che il numero che designa il nostro re. Lasciai che di bolli (fu allora che la nazione si mise a leccare tanti bolli) e documenti si occupasse il solo Olivi. Poi quell’uomo mi divenne molto antipatico e perciò evitai quell’ufficio. Parlava molto dei suoi meriti e delle sue sofferenze di guerra e non trascurava alcun’opportunità per rimproverare me di non aver collaborato alla vittoria.

Parlando sempre del sapone e delle corone rincasate troppo tardi, io dissi un giorno: – Ma ci sarà qualche cosa da fare contro quei viennesi? La guerra non l’abbiamo vinta noi? – Egli si mise a ridermi in faccia. Ed io sono convinto che per provarmi che la guerra io non l’avevo vinta egli non fece alcun passo per costringere gli Austriaci a indennizzarmi del mio sapone.

Del resto egli continua con tutta la sua onestà ad attendere ai miei affari. Ama anche mio figlio Alfio il quale quando aveva cessato di frequentare il ginnasio andò qualche volta nel mio ufficio a farvi la pratica. Poi cessò quando cominciò a dedicarsi alla pittura, ma era evidente che all’Olivi una sorveglianza non era dispiaciuta.

E non gli dispiacque neppure la sorveglianza di mio genero Valentino. Quello era un lavoratore! Attendeva tutto il giorno alla direzione dei suoi affari ed ogni sera dedicava più di un’ora alla revisione dei libri dell’Olivi. Poi, purtroppo, ammalò e morì, ma intanto, in conseguenza dell’opera sua, io devo avere per il figlio dell’Olivi la stessa fiducia che io e mio padre avevamo dedicata al padre suo. Anzi, si può dire, maggiore, perché in fondo il vecchio Olivi non fu sorvegliato in alcun’epoca della sua vita tanto esattamente. Mio padre, credo, non abbia saputo niente di computisteria, [io] poi andavo di tempo in tempo in ufficio, ma piuttosto per attendere agli affari miei che per sorvegliare quelli degli altri. Eppoi, evidentemente, io non sono mai stato un revisore. So fare, immaginare cioè e anche condurre a termine degli affari, ma quando gli affari sono già fatti si sciolgono in tanta nebbia ed io non so registrarli. Credo sia questo ciò che avviene a tutti i veri uomini d’affari, che altrimenti, dopo fatto un affare non saprebbero immaginarne un altro. Intanto non andai più in ufficio. Sono qui pronto. Se capita un’altra guerra mi rimetterò al lavoro.

E giacché lo nominai parlerò di Alfio. Mi fa bene di raccogliermi perché io davvero non so come trattare con lui. Mi capitò a casa dopo la guerra, un ragazzone di 15 anni tutt’altra cosa di quel fanciullino ch’era partito allampanato, lungo, trascurato nel vestire. Vidi subito una distrazione in lui, l’incapacità di continuar fare oggi quello che aveva iniziato il giorno prima, delle qualità insomma ch’io conoscevo e che in me erano state curate radicalmente dal grande uragano. Pensai che sarei stato attento di non cadere nei difetti di mio padre e che avrei saputo trattare altrimenti mio figlio. Ma Dio mio! Guai se a mio padre fosse toccato un figlio simile. Io ero tanto meglio preparato di lui dalla mia cultura e dalla mia vita attiva a sopportare delle novità eppure non sapevo come guardarlo, come sopportarlo. Io gli lasciavo fare tutto quello che voleva. Abbandonò il Ginnasio subito dopo la riforma Gentile che poco gli si confaceva ed io non protestai con una sola parola. Gli dissi solamente che così egli perdeva la possibilità di acquistare un rango accademico con tono un po’ commosso; perdevo anch’io una speranza. Gli parve un’intromissione inammissibile e disse che fra me e lui c’era non solo una differenza d’età ma molto di più. La guerra ci divideva. Ci trovavamo oramai in un mondo nuovo cui io non appartenevo perché nato prima della guerra. A me pareva di essere al caso d’intendere tutto a questo mondo e al sentirmi dare dell’imbecille m’arrabbiai.

A dire il vero il nostro dissidio fu fomentato da altri. Scoppiò tale dissidio una domenica dopo pranzato. Eravamo riuniti insieme, mia moglie, mia figlia Antonia, Valentino e Carlo, il figlio di Ada e Guido che studiava la medicina a Bologna e si trovava da noi per le vacanze. Cominciò Carlo che voleva dissuadere Alfio dall’abbandonare il Liceo asserendo con semplicità che Ginnasio e Liceo erano alquanto grevi ma che poi l’Università era più gradevole. – Vi si studia – diceva Carlo – ma non è il caso di accorgersene –. Io ero alquanto di malumore. La dieta vegetariana impostami dal dottor Raulli, m’è più ostica di domenica quando vedo intorno a me divorare delle carni di pollame scelto. Ma sono sicuro di non aver messo nella discussione il tono amaro dell’uomo sacrificato. Fui il più mite di tutti. Solo non m’era possibile di respingere tanti alleati che volevano tenere Alfio nella direzione che avrei voluto anch’io e alla quale io solo non sapevo costringerlo. Subito Valentino, un burocrate che credeva che a questo mondo sia facile di dare la prova di ogni cosa e che quando s’è fatto un conteggio preciso si è arrivati a capo di tutto, fu troppo aggressivo. Disse che ognuno a questo mondo doveva saper sacrificarsi, per il proprio futuro, per la propria dignità, per la propria famiglia. Era così, non v’era dubbio. Chi non sapeva acconciarsi ad una cosa simile, l’avrebbe poi rimpianto. Egli lo sapeva perché l’aveva visto spesso. Non era della propria esperienza che poteva parlare perché lui, da bel principio, aveva inteso tutto e aveva dalla sua prima giovinezza fatto tutto quello che occorreva per garantire il proprio futuro.

Carlo canzonò un po’ Valentino: – Certo è possibile di trovare a questo mondo della gente che invece di pensare sempre al futuro preferisca il presente. Sono due tempi di cui uno vale l’altro in grammatica. Libero ognuno di preferire l’uno o l’altro.

Fu uno scherzo ma credo abbia avvelenata la discussione. Alfio non si associò a Carlo – da cui era tanto differente – ma volle allontanarsene di più e perciò cadde più pesantemente addosso a Valentino: – Non tutti a questo mondo possono intendere tutto. Si capisce che un impiegato non possa intendere un artista. E neppure un medico lo può.

In quanto a Carlo che aveva ereditato da suo padre Guido tanti difetti ma non la mancanza di spirito che lo rovinò, capace com’era stato di fare i bilanci più ridicoli senza saperne ridere, se la cavò con indifferenza nell’atto di portare il bicchiere alle labbra: – Certo, noi medici degli artisti non possiamo intendere che gli accidenti che li colpiscono di tempo in tempo. È vero che allora finalmente non sono più artisti e non rompono le tasche al prossimo.

Valentino tacque. Era un timido. Da qualche giorno s’era occupato dei miei bilanci e credeva proprio di essere stato delegato a sorvegliare il buon andamento di tutta la famiglia. S’era ingannato ed era dispostissimo a ricredersi dopo una timida protesta rivolta ad Alfio: – Io non posso dire altro che i consigli che mi sono suggeriti dalla mia esperienza.

Ma Antonia fu terribile. Di solito essa era abbastanza materna per Alfio, ma ora vedeva attaccato il proprio marito. Le pareva un atto di disprezzo verso il proprio marito anche la leggerezza superficiale con cui Carlo parlava della cosa cui Valentino s’era dedicato con tanta gravità. Si fece violenta perché rimproverò me che lasciavo tanto libero di fare delle sciocchezze al mio figliuolo (io alzai le braccia in alto come per invocare l’aiuto di Dio) e rimproverò Alfio di credersi superiore a qualcuno a questo mondo: Una presunzione di cui prima o poi ci si doveva pentire. Perché non voleva finire almeno i suoi studii medii? Sarebbe stato inferiore a tutti per tutta la vita. Eppoi quando si trovava qualcuno disposto a dare dei buoni consigli non si poteva e doveva rispondere villanamente.

E da questa questione in cui io ci entravo come i cavoli a merenda risultò proprio un rancore di Alfio per me. È vero che io non seppi appoggiarlo, anzi è vero ch’io non seppi astenermi dall’associarmi agli altri. Dio mio! È una cosa grave vedere il proprio figlio rinunziare da bel principio alla via che percorrono quelli che lo possono. D’altronde non potevo correre il rischio di aggravare la posizione di Valentino già dolorosa per Antonia. M’ero proposto da tanti anni di fare in modo che non si ripetessero fra me e mio figlio le relazioni che c’erano state fra me e mio padre, ed ecco che si accennava proprio a passare per di là. A quello scopo avevo fatto in modo che non ci fossero fra di noi eccessive manifestazioni d’affetto come quella dolorosa ansietà manifestata da mio padre al momento di morire per il mio avvenire, in quel momento, quando già tanto soffriva, equivalente ad un bacio appassionato che poi, certamente, aveva provocato quella mia dolorosa lunga malattia, una malattia che anche dopo guarita, m’aveva fatto vedere il sole meno chiaro, e sentire l’aria pesante.

A questo scopo m’ero proposto di evitare fra me e mio figlio le grandi effusioni d’affetto, e, da parte mia, le imposizioni da patriarca. Le effusioni furono evitate con grande facilità nella sua prima infanzia tanto più che io non seppi mai sopportare i rumori incomposti dei bambini. In quanto alle imposizioni non si potè evitarle del tutto. Quando Augusta non ne poteva più invocava il mio aiuto ed io intervenivo con un grosso urlo che tagliava ogni questione. Ma era una cosa breve di solito rivolta a lui e alla sorella senza discriminazione come il rimprovero di un generale a un corpo d’esercito e che cancellavo subito con una parola di scherzo che dimostrava la mancanza di ogni rancore. M’astenni sempre, religiosamente, dal domandare loro degli atti di contrizione. Per Antonia sono sicuro di aver raggiunto lo scopo: Essa potrà vedermi morire con piena serenità e continuare la sua vita accanto a suo marito e a suo figlio come se io non ci fossi mai stato. E verrà anche lieta a portare sulla mia tomba dei fiori ad ogni anniversario con la convinzione di darmi tutto il piacere cui ho diritto.

Ma per Alfio lo sono meno. Io so che non fa una grande stima di me. Per lui, artista, un buon commerciante è un bestione di cui non va tenuto conto. Sono proprio questi i giudizi che poi la morte rettifica. Eppoi mentre sarebbe stato tanto facile di avere dei rapporti chiari con mio padre col quale vivevo solo e le complicazioni non potevano essere molte perché derivavano solo da me e da lui, qui una folla di gente si frammette ad oscurare i nostri rapporti. Per citare un solo caso restiamo alla discussione di quella domenica. Una volta alzai le braccia con un atto che, come nessun altro, è del patriarca e lo feci per calmare Antonia. Poi non seppi lasciare che mio figlio provvedesse alle cose sue perché intervenni con un ammonimento che scusai col mio affetto mentre era un riguardo per Valentino.

Insomma Alfio è un giovine ch’è per me molto più difficile di quanto sia stato mai io per mio padre. Mio padre mi rimproverava di ridere di tutte le cose ed anche mio figlio mi rimprovera la stessa cosa. Lasciando stare l’amarezza che deve provocare in me tale accordo l’imposizione di mio figlio mi è molto più dura di quella che mai fu quella di mio padre, che in fondo mi faceva ridere, mentre quella di mio figlio è proprio efficace, dura. Io mi faccio serio e quando mi capita una bizzarria in testa faccio del mio meglio per eliminarla. Sparisce ed io le guardo dietro con rimpianto. Taciuta perde ogni efficacia e la vita trascorre più monotona e triste.

Io credo in verità che mio figlio ce l’abbia con me e anche con sua madre. Ad ogni lieve dissidio si sente stridere un risentimento nella sua voce un po’ debole. Subito dopo la guerra ce l’aveva con noi in nome del comunismo. Egli non era affatto comunista ma trovava sinceramente che noi eravamo dei malfattori perché occupavamo tanto spazio a questo mondo (tante stanze nella nostra casa) e perché sequestravamo tanta parte di patrimonio che sarebbe stata utile a tutti. Augusta tremava all’idea che forse un giorno egli sarebbe arrivato a casa con degl’inquilini nuovi. Ma egli non conosceva a questo mondo alcun operaio. Camminava per le vie solitario in quella volta occupato della giustizia sociale, poi subito dopo con lo stesso passo dell’arte, della personalità.

E fu là ch’io un poco risi di lui, ed ebbi torto. Si parlava solo di teorie perché egli ancora non dipingeva. Questa storia della personalità mi pareva un eccesso, una presunzione. Bisognava tendere alla personalità amabile, alla personalità seducente, per dire qualche cosa. Ma personalità sola! Si mettevano talora all’ergastolo ed erano vere personalità. – Che personalità – dicevo del nostro Giacomo, un guardiano notturno che recentemente avevamo preso per avere meglio sorvegliata la nostra villa in epoche tanto torbide. Giacomo era una personalità vera, in complesso. Quando era pieno di vino era bestia come un ubbriaco ma sapeva costringersi ad eroiche finzioni: Appariva bestia ma non ubbriaco. Non traballava e il suo incedere era il solito, un po’ rigido ma su una linea retta.

Non volli mai mandarlo via. Faceva il suo dovere, sempre desto. Del resto non ebbe mai nulla da fare e ci lasciò sempre dormire tranquilli perché mai avvenne nulla di speciale. Una vera personalità.

Ma Alfio s’arrabbiò e, come al solito, per spiegarsi più chiaramente m’insultò. Io mi feci un po’ selvaggio anch’io e minacciai di diseredarlo. Il dissidio durò per molti giorni e Augusta corse più volte dall’uno all’altro per spiegare, attenuare, accordare. A me l’ira era già passata ma Alfio finì, per compiacere la madre, col domandarmi scusa, ma poi non me la perdonò più. A dire il vero io sono sempre molto occupato e non ci avrei pensato tanto, ma mi dispiaceva di vederlo turbarsi quando mi vedeva. La morte incombeva sempre più vicina su me e compiangevo Alfio al pensiero che gli sarebbe potuto toccare l’avventura che aveva offuscata la mia giovinezza. D’altronde compiangevo me, se l’unico mio figliuolo al vedermi morto avesse dovuto dare un suono di sollievo e detto: Uff! E Alfio era di una radicale sincerità di quelle che esigono la parola precisa. Mentre io avrei voluto morire compianto, benché con la moderazione voluta.

Augusta mi raccontò che Alfio si dedicava solitariamente alla pittura. Usciva alla mattina di casa con la sua mappa sotto il braccio e i suoi colori a tempera. Si portava con sé qualche cosa da mangiare. Non aveva nessuno che gl’insegnasse per paura che un maestro riuscisse a falcidiare la sua personalità. Quando il sole era calato ritornava a casa stanco morto. Tuttavia usciva ancora una volta e andava a discutere di pittura coi suoi amici al caffè. Aveva ereditato da me solo questa parte della sua giornata. Il resto non era mio, ma non era neppure del nonno che gli avevo scelto e neppure della nonna. Dove era andato a fornirsi di quella sua pittura, e di quella sua solitudine? La personalità? Io che avevo invano tentato di somigliare agli altri non ci avevo mai pensato. La ribellione? Quando ne sentii il desiderio me ne pentii subito. E suo nonno Giovanni non seppe che cosa fosse, lui che tanto comodamente, grosso e grasso come era, sedeva sulla schiena degli altri. Sentire innata la ribellione, come avveniva ad Alfio, è un vero segno di debolezza.

E anche la sua figura egli la aveva inventata perché nessuno dei suoi antenati l’aveva avuta. Lungo, allampanato, una linea curiosa dal tronco che tende a retrocedere, si pente più in su e per avanzare forma una rotondità che non è una gobba, mandando la testa in avanti che perciò non è mai bene eretta e costringe i suoi occhi a volgersi in alto per guardare in faccia l’interlocutore della sua stessa statura. Non è bello ed io lo so perché altri me lo disse. Ma io ed Augusta ammiriamo la sua faccia bianca e dolce. Già è tutt’altra cosa conoscere intimamente un individuo che vederlo passare per una volta tanto con le sue imperfezioni evidenti. Noi sapevamo la forza e la debolezza di Alfio. Le sue gambe lunghe portavano non solo delle forme. E parlavamo spesso con Augusta della magnifica espressione degli occhi intensamente azzurri di Alfio di cui uno era un po’ fuori di posto ma non tanto come quello di sua madre, degli occhi azzurri che domandavano aiuto e appoggio poverini, fuori di posto, costretti a uno sforzo per vedere anche quando la sua bocca inventava delle brutte parole, tolte dai libri di Marx ch’egli non aveva letti e in cui non credeva.

Mi parve urgesse fare la pace con lui. Un giorno mi sentii peggio del solito: Mi minacciava un colpo, una di quelle avventure che tolgono la parola, l’udito, la vista, quando non si portano via l’intera vita. Il colpo s’annunciava per certi rumori negli orecchi. Se una volta m’era stata consta[ta]ta una pressione di 230 mm! E mi commossi all’immaginare il povero Alfio davanti al mio cadavere mormorare come feci io a suo tempo: — Ecco, oramai, la mia vita è finita –.

Andai da lui di sera non appena seppi ch’era rincasato e si vestiva per andare al caffè. Aveva uno studiolo all’altro lato della casa, povero di luce, ma messo da Augusta civettuolmente.

– Si può? – domandai esitante dopo di aver aperto a metà la porta. Vidi subito Alfio dinanzi allo specchio che si annodava la cravatta e si guardava da sotto in su. Una grande espressione di sincerità è quella di guardare se stesso nel medesimo modo in cui si guardano gli altri.

Egli si volse a me con la cravatta pendente sulla camicia non fresca. Parve stupito ed ebbe un atto di riguardo:

– Ti sei disturbato papà? Non potevi chiamarmi? Sollevato mi misi a ridere: – È per un affare ed è meglio lo trattiamo da soli. Io so da tua madre che tu ogni giorno arrivi a finire un intero quadro. Non potrei averne uno?

Mi guardò dubbioso, diffidente col suo occhio pur sempre supplichevole: – Ma padre mio! È un’arte che non è per tutti. È un’arte nuova. Bisogna intenderla. Essendo nuova, è rude, è la raccolta di segni quasi non sorvegliati di un’impressione.

– E  che mi fa questo? – risi io. – Arte che sia vecchia o nuova si può comperare. Si fa per venderla. Vendi a me un tuo lavoro. Sarò il primo tuo cliente.

Parve fosse in procinto di protestare e invece, dopo una breve riflessione, annuì. Poi timidamente disse qualche cosa che doveva essere una cifra.

– Quanto? – domandai forzando un po’ la voce. Egli mi guardò esitante, rosso fino alle orecchie. Intesi ch’egli credeva io volessi discutere la sua cifra. Proprio mi spaventai. E se egli adesso avesse ridotto il suo prezzo per compiacermi e gliene fosse derivato il rancore che resta a tutti coloro che sono costretti di ridurre i prezzi? Dove si andava con la conciliazione?

Mi feci supplichevole: – Io sono vecchio e non sento bene. Dimmi quanto vuoi. Io pago tutto quanto desideri per avvicinarmi a te, alla tua arte. Appenderò il tuo lavoro sulla parete del mio studio e lo guarderò ogni giorno. Finirò coll’intenderlo anch’io. Io sono meno cretino di quanto mi credi. Sono vecchio, questo è certo. Ma perciò ho qualche esperienza. È vero che di pittura mai mi occupai. Ma di musica. Arrivai recentemente persino a sopportare Debussy. Non ad amarlo. Mi pare faccia delle cose che sono esplose poco prima per lo scoppio di una bomba. Fumano quei frammenti ancora ma fra di loro non c’è altra analogia.

Io credo ch’egli si sia deciso a compiacermi in seguito al mio sproloquio su Debussy.

Risoluto fece la sua cifra: Ottocento lire.

Io trassi dalla tasca una carta da mille e con l’aspetto dell’uomo d’affari accurato gli dissi: – Mi devi duecento lire. – Poi simulando una certa impazienza: – E il lavoro?

Mi diede le duecento lire. So, che coi denari egli ha un’accuratezza che non sta in relazione alle sue idee scomposte sulla ricchezza. In questo mi è superiore di molto ed io mi compiaccio di tale sua superiorità ch’è molto ammirata da sua madre. Non spende nulla ciò che potrebbe avvicinarlo ai suoi simili poveri, ma ha il portamonete sempre ben fornito ciò ch’evidentemente ne lo allontana.

In quanto al lavoro non ancora si decise di darmelo. Me l’avrebbe portato di lì a dieci minuti. Voleva scegliere il miglior lavoro che avesse. Evidentemente per pudore non voleva farmi vedere i suoi imparaticci.

Andai alla porta, ma poi ritornai a lui. – Vedi – incominciai – noi due siamo soli a questo mondo –. Mi fermai spaventato di aver [detto] la stessa parola che con tanta maggior verità era stata detta da mio padre e mi corressi: – Voglio dire che siamo i soli uomini dello stesso sangue in questa casa. Perché non avremmo da intenderci? Io farò sempre ogni sforzo per avvicinarmi a te. Vuoi imitarmi? Non posso insegnarti più nulla e non voglio avere l’aria di un precettore. Io sono troppo vecchio per insegnare e tu sei troppo vecchio per apprendere. Hai la tua personalità, tu, e devi fare del tuo meglio per asserirla.

Lo baciai sulla guancia ed egli, confuso, baciò l’aria. Sì, babbo – disse commosso.

Gaiamente m’avvicinai alla porta: – Devi portare dei chiodini per affiggere subito il tuo lavoro alla parete. Sai che una cosa simile io non so farla per bene.

Ma un dipinto ha bisogno di una cornice – disse egli. – La compererò io domani. Piccolina, modesta, per il piccolo modesto lavoro.

Sta bene – dissi – ma intanto voglio cominciare subito a studiare il tuo lavoro. Tu saprai affiggerlo senza danneggiarlo.

Nei dieci minuti nei quali attesi Alfio fui molto agitato. Mi pareva di aver compiuta una grande cosa, importante per me, per lui, per la famiglia. E pensai anche che mio padre non avrebbe saputo fare altrettanto. Eppure fra me e lui non c’era stata la grande guerra! Macché guerra! Era questione solo d’intelligenza per saper raggiungere l’altra generazione.

Ma della guerra mi ricordai quando vidi il dipinto un quadratino di carta. Lo guatai oltre le spalle di Alfio ch’era intento ad inchiodarlo sulla parete. – Grazie, grazie tante – dissi. Egli stette a guardarlo per un istante, ammirando. Ed io imitai il suo atteggiamento. Poi egli se ne andò col suo passo molle.

Ritornato al dipinto, pensai: “M’ha truffato. Mi diede il peggiore dei suoi lavori”. Non è mica un brutto sentimento quello di scoprire nel proprio figliuolo un abile commerciante. Mi rassegnai.

Dapprima fu una cosa spiacevole avere dinnanzi agli occhi quello sgorbio. Prima di averlo veduto avevo pregato Alfio di appenderlo in modo ch’io potessi scorgerlo quand’ero seduto al mio tavolo. In questo Alfio fu abilissimo. Non soltanto lo vedevo quando ero seduto, ma anche quando mi sedevo per leggere con la lampada dietro alla schiena ed anche quando mi sdraiavo sul sofà per riposare se non m’adattavo a posare sul fianco sinistro – ciò che non sopporto come non lo sopportava mio padre – e mettere il naso contro il muro. Ma anche allora sentivo la presenza del mostricciatolo in camera.

Davanti a quel dipinto arrivai alla convinzione che nella nostra famiglia (composta da me, mio padre e mio figlio) io ero proprio un’eccezione per il mio equilibrio assennato.

Il quadro non si poteva rimovere senza correre il pericolo di disgustare di nuovo Alfio. Venne la cornice e il quadro rimase al suo posto per quanto io avessi timidamente proposto di spostarlo per farlo fruire di una luce migliore. Alfio, con aria di competenza, dichiarò che apparteneva proprio a quel posto. Lo guardò ancora una volta con affetto ammirandolo nell’isolamento in cui lo metteva la cornice e uscì.

Certo, la cornice era come un commento. Io credo che qualunque cosa quando si circonda di cornice acquista un nuovo valore. Bisogna isolare una cosa perché diventi una cosa sola. Altrimenti viene offuscata dalla maggiore evidenza di quanto le giace accanto. Anche il quadro di Alfio divenne qualche cosa. Lo guardai dapprima con ira, poi con compatimento incominciando a intendere quello che Alfio aveva voluto fare e infine con ammirazione scoprendo tutt’ad un tratto ch’egli veramente aveva fatto qualche cosa.

Intanto era evidente che Alfio aveva voluto fare una collina. Non v’era dubbio. I colori non s’erano alterati né per la lontananza né per l’altezza ma quando compresi e amai quel dipinto arrivai veramente a conclusioni che mutavano tutto l’aspetto dell’aria di questo mondo. Sulla collina erano state costruite o si aveva avuto l’intenzione di costruire tre file di case parallele. E studiando ebbi il sentimento gradevole di collaborare attivamente con Alfio. Dipingevo anch’io. In basso la via era segnata da qualche pennellata di color viola. Non era il solito colore del suolo. Ma insomma era facile intendere che quello doveva essere il suolo. Al di sopra c’era la prima fila di costruzioni: Un lungo muricciolo giallo e in un canto una sola casa, con la sua parte più alta gialla anch’essa, di sotto lasciata nuda bianca il colore della carta. Ma questa casa era la più abitabile di tutte. Le mura veramente perpendicolari, era esattamente quadra, col solo difetto di aver poche finestre, due al secondo piano ed una al primo, ma quelle munite di regolari persiane di un color grigio che più tardi veramente amai. Questa certamente era la casa domenicale. Al di là di questa prima fila c’erano delle altre pennellate di quel color violaceo che – come risultava dalla chiave fornita dal quadro stesso – segnava di nuovo una strada. E c’erano poi altre due file di case divise dallo stesso color violaceo che per la distanza, cioè per esser visto meglio si rinforzava. Ma che case, mio Dio! C’era dentro tutta la compassione di un poeta per delle povere case derelitte, un pianto contenuto. Quasi tutte le mura erano perpendicolari ma le case mancavano di finestre e dove le avevano erano decisamente nere e informi proprio per denotare che quelle povere finestre mancavano di persiane e anche di lastre. Invece che riverberare la luce di fuori, ne usciva la tetra oscurità dell’interno.

Non si ha un’idea come ci si possa abituare a tutto a questo mondo. Io amai quel quadro e quando alzavo la mia faccia dal libro (riprendevo allora la mia coltura filosofica e studiavo Nietzsche) proprio mi faceva piacere di trovarmi dinanzi alla sintesi della vita come l’aveva sentita Alfio. Popolai quelle case. Nella casa domenicale misi dei padroni rozzi come la loro abitazione che sfruttavano gli abitanti delle case dalle finestre nere. Soltanto che in fondo, molto lontano, in alto, c’era un’altra casa ben piantata, quadra, benché dalle finestre nere che avrebbe potuto essere anch’essa una casa domenicale. Mi faceva pensare che essendoci due case domenicali la sorte delle altre case fosse peggiorata. Povere casine miti, pericolanti, in cui si soffriva! E c’erano anche dei tratti che segnavano che le case della poveraglia avrebbero potuto ancora moltiplicarsi: v’erano certe torricciuole sbandate che col tempo si sarebbero potuto adattare ad abitazioni.

Fu un periodo molto gradevole nelle mie relazioni con Alfio. Io, sinceramente lo ammiravo. Come facendo le sole persiane di una casa m’aveva indotto a costruire tutto un paesaggio! Era veramente un’arte la sua. Un’arte moderna, e intendendola io ringiovanivo.

Con una profonda soddisfazione ne parlai ad Alfio. Egli stette ad ascoltarmi. Però con la vigoria giovanile che lo distingueva interruppe le mie lodi che così andarono perdute: Il suolo visto da un dato posto e a quell’ora aveva proprio quel colore e non occorreva il coraggio ma l’occhio analizzatore del pittore per attribuirglielo. – Guarda guarda meglio – mi disse.

Io volli riprendere la mia analisi e mi misi a parlare proprio di quelle case che non c’erano ancora, ma che si vedevano in formazione.

Egli protestò ridendo: – Ma quelle sono case, vere case e basta guardarle per indovinarle. Saperle guardare. Bisogna ricordare che la luce non sempre rivela ma talvolta nasconde, offusca. Guarda su quella casa che tu dici non esserci ancora un lieve segno bruno che accenna all’esistenza di una finestra.

Mi parve più sopportabile il quadro che il commento. Continuai a guardarlo con piacere ma quando se ne parlava, usavo delle stesse parole che diceva Alfio e non mi curavo di dire esattamente quello che ne pensavo io. Era però certo che finì che io su quel paesaggio avrei potuto mettermi a camminare con sufficente sicurezza senz’aver da temere di smarrirmi. E il periodo aggradevole delle mie relazioni con Alfio continuò per lungo tempo. Un po’ turbato dal fatto che Alfio un giorno volle regalarmi un altro suo lavoro che io non volli appendere alla parete della mia stanza. Lo misi in un cassetto ed assicurai Alfio che ogni giorno lo guardavo. Non era vero: Io non potevo passare il mio tempo a popolare le casette sbilenche di mio figlio. Eppoi non c’era scopo di lavorarci intorno tanto, poiché m’era poi interdetto di dire esattamente il mio parere e m’era anzi imposto di ripetere quello che ne diceva Alfio. Perciò era più facile di non guardare i suoi quadri.

Il periodo felice finì inaspettatamente. Proprio in un momento di grande gioia e proprio quando non me lo sarei aspettato. Avevo invitato a pranzo un mio vecchio amico, certo Cima che non avevo visto da quasi mezzo secolo. Nella vecchiaia tali incontri sono come in un libro stampato le parole messe in corsivo; hanno un rilievo tutto proprio. Per varie ragioni non avevo mai dimenticato Cima. Era un meridionale latifondista ch’era venuto giovinetto a Trieste a studiarvi il tedesco. Erano errori che si facevano allora nell’Italia Meridionale e il giovinetto apprese con facilità il triestino. Impiegò poi le sue giornate a fare la corte alle donne e andare a caccia e a pesca. Era più ricco allora di quanto lo fosse stato mai più nel corso della sua vita.

Non potevo averlo dimenticato perché aveva rappresentato nella mia vita varii insuccessi ma anche un successo. Ed io che nel giudizio sulla mia vita intendo di essere severamente oggettivo, non dimenticai né gli uni né l’altro.

Il successo fu d’osservazione. Io, allora, studiavo economia politica. Ossia era l’epoca in cui studiavo legge ma ero arrivato a forza di diligenza di studiare troppa economia politica che doveva restare uno studio accessorio.

Questo latifondista era evidentemente un assenteista di cui la figura è tanto ben precisata nei libri di testo. Ed un giorno Orazio in mia presenza ricevette una lettera dal suo fattore. – Dal fattore – mormorò. Ancora adesso da vecchio egli mormora le parole che pensa, certo per movere meglio il suo cervello preciso ma lento. Poi, dopo letta la lettera, mormorò: – No –. Ed io gli dissi: Scommetto che il tuo fattore ti propose delle migliorie che tu rifiutasti –. Ed egli confermò con sorpresa: – Come lo sai? – Io seppi indicargli il testo da cui l’avevo appreso.

Gl’insuccessi sono tanti che tutti naturalmente non ricordo. Una volta lo indussi a cessar di fumare con me. Io naturalmente subito m’arresi. Egli invece nel corso di una settimana sopportò tutte le avventure di caccia possibili, le buone e le cattive, e non mollò. Un giorno camminò sul Carso per 10 ore senza prendere una sola bestia e il giorno appresso in poche ore ne prese tante che dovette scendere in città per non caricarsi di troppo e il suo proposito rimase il medesimo. Una cosa sorprendente per me che dicevo che non arrivavo a cessar di fumare, perché i miei propositi si rammollivano per notizie belle, per notizie brutte o per mancanza assoluta di notizie.

Aveva una forza di volere che somigliava ad un’inerzia, ad uno stato d’essere, alla volontà dell’acqua di scendere dalla montagna. Quando gli si manifestava un proprio desiderio, se non collimava col suo, si faceva sordo. Una volta – lo ricordo come se mi fosse avvenuto ieri perché le grandi rabbie non si dimenticano più – io ero atteso da una donna che s’era potuta far libera per me alle sei di sera per un’ora soltanto. Alle tre commisi la leggerezza di montare in un calesse guidato da lui ed egli mi condusse a Lipizza. So ch’era una magnifica, chiara giornata autunnale ma io la ricordo oscura, piena di rabbia.

A una data ora si sarebbe potuto arrivare con comodità in tempo a Trieste, ma ad onta delle mie esortazioni egli, senza dirmelo, mi condusse a passeggio per il Carso, di cui io so tanto poco che credevo d’essere avviato verso Trieste. Quando arrivammo a Trieste io mi trovai in mezzo alla piazza ove egli mi sbarcò rammaricato dal desiderio e dal rimorso. E pieno d’innocenza Orazio mi disse: – Avresti potuto avvisarmelo al momento di partire –. Io gliel’avevo detto ma era una di quelle cose per cui egli era sordo. Il tutto era avvenuto – come lo seppi poi – perché il veterinario gli aveva detto che il suo cavallo aveva bisogno di fare un dato numero di chilometri al giorno.

Ora ch’era ritornato a Trieste m’assicurò abbattuto che dopo tanta vita e tanti dolori mancava assolutamente di volere. Io l’assicurai dal canto mio ch’io non ero più l’uomo debole ch’egli aveva conosciuto. Io non seppi credergli perché quel giorno stesso mi parve d’essere ritornato con lui a Lipizza ma trottando io stesso invece che facendomi portare dal cavallo. Volle l’accompagnassi di qui e di là. – Ti accompagno poi a casa – mi diceva e intanto andammo da una Società d’Assicurazione ove egli doveva fare la dichiarazione che aveva cambiato domicilio, da uno speditore che aveva ancora in deposito qualche suo mobile e infine m’inflisse il vecchio Ducei. Il vecchio Ducei era rimasto sempre a Trieste come me, ma dalla nostra uscita da scuola a 18 anni non avevamo scambiato una parola. Io mi ricordavo che l’ultima volta che ci eravamo visti egli m’aveva detto che voleva andar a cercar fortuna al Giappone. Poi nella nostra piccola città ci eravamo visti quasi ogni settimana e ci eravamo salutati senza mai scambiare una parola. Inoltrandoci negli anni il nostro saluto si fece sempre più gentile. Creava fra di noi una certa intimità il fatto ch’eravamo soli in città a conoscerci da tanti anni. Ed io trovai naturale avesse rinunziato al Giappone avendo trovato la fortuna a Trieste. Ecco che ora eravamo in tre su quel marciapiedi su cui gravavano circa due secoli d’età. Ci guardavamo con simpatia negli occhi fattisi un po’ vitrei ed io dimenticai per un momento la mia impazienza. Si rifece viva solo quando appresi che Ducei non si ricordava di aver mai avuto il proposito di recarsi al Giappone. Dio mio! Tutto si ribaltava a questo mondo per me che per tanti anni quando m’ero imbattuto in quell’uomo avevo pensato: “Ecco l’uomo che quasi andò al Giappone”. Che ci fosse stato errore da parte mia e che qualcun altro, cinquantanni or sono, m’abbia detto di voler emigrare? Ma poi avendo rivisto più volte il Ducei finché il Cima rimase a Trieste scopersi ch’egli faceva dei grandi progetti. Anelava di fare un viaggio in Norvegia. Certo era possibile che facendo tanti progetta, di qui a 50 anni egli potesse aver dimenticato anche quello della Norvegia, mentre io che evito i progetti perché m’inquietano, avrei potuto – campando – ricordarmi del suo tanto strabiliante.

Ma la prima volta che Cima fu a pranzo da me raccontò una storia antica della nostra giovinezza ch’egli non sapeva tutta, ch’io completai e che ci ubbriacò addirittura dal ridere e che m’indusse nell’abbandono della gaiezza ad offendere il mio povero Alfio in modo addirittura irreparabile.

Bisogna ricordare che quando il giovinetto Cima arrivò a Trieste io stavo guardandomi attorno per trovare degli esempi di forza e di risoluzione che mi guarissero della debolezza di cui cominciavo a soffrire tanto. Dove trovare un esempio migliore del Cima? Lui che aveva sempre quell’aspetto di padrone dove andava e, sebbene tanto meno intelligente di me, non conosceva imbarazzi e dubbi, poteva pur giovarmi. Certo aveva anche l’aspetto della giovinezza e della forza con quel suo barbino alla spagnuola, quegli occhi neri e quei suoi capelli abbondanti e ricciuti. La bellezza e la forza non potevo imitare, ma non credevo che da quelle dipendesse l’ascendente ch’esercitava e che gli dava tanta tranquillità, tanta sicurezza, tanta felicità. Era il padrone perché si sentiva tale.

Intanto mi parve che la pratica di ammazzare delle bestie dovesse aver contribuito a creare la forza del Cima. Era veramente una mia debolezza – la più forte quella di non saper ammazzare delle bestie. Arrivava questo mio ribrezzo al punto – lo ricordo facilmente visto che qualche cosa di simile, attenuata, la sento tuttora – che una volta, di sera, prima di coricarmi, arrivai a dare un lieve colpo ad una mosca che mi tormentava. La bestiola, ferita, arrivò a sfuggirmi, ed io invano la cercai volendo finirla per compassione. Non la trovai e durante la notte più volte pensai al povero animaluccio che doveva agonizzare in qualche canto recondito della stanza pieno di dolore e di rancore. Allora, guidato dal Cima, risolsi di abituarmi a tali rimorsi. Pagai la forte tassa per il diritto di cacciare e tutto un bel costumino come si usava allora, da cacciatore con un cappellino piumato. Lo schioppo mi fu prestato dal Cima.

Si cominciò con una caccia in palude. Si andò a certe paludi presso Cervignano. Durante il viaggio io avevo tentato di riempire il mio cuore di odio per le bestie. In fondo quegli uccelli che io andavo ad uccidere erano predatori essi stessi. Vivevano di animali più piccoli di loro. Dicevasi anche che quando avevano da fare con una bestia pericolosa erano capaci di sollevarla in alto e lasciarla ricadere per ucciderla. Avevo poi scoperto che se io ammazzavo della selvaggina restavo tuttavia migliore del Cima il quale come un vero cane da caccia non gustava la selvaggina. Io almeno potevo poi soffocare i miei rimorsi con un buon boccone. Tuttavia ero molto agitato e mi pareva tanto importante la prima mia azione violenta contro gli animali che fumai una quantità di sigarette dicendomi che poi conquistato il forte volere – quello dell’assassino – non ne avrei fumate altre.

Volevo raccontare avventure di poche settimane fa e mi ritrovo tanto lontano. Grande importanza hanno le cose lontane in confronto a quelle di poche settimane prima. Un odore di vino antico dagli elementi equilibrati che si ricordano tutti non appena avvicinano il naso. E c’è mia moglie che pretende che non ricordo nulla. Certo se mi si domanda ove ho lasciato la penna d’oro o gli occhiali, resto sorpreso che mi si domandi uno sforzo simile, ma le cose antiche vengono a me da sole, in quantità, adorne da tutti i particolari.

Ed eccoci in palude nascosti ciascuno in una botte immersa nel fango a certa distanza uno dall’altro. Orazio m’aveva raccomandato di tenermi tranquillo e di non dar segno di vita perché ci sacrificavamo a tante ore di soggiorno nell’umidità di quella botte per truffare gli uccelli sospettosi che molto prima di moversi esaminano la strada che devono percorrere coi loro occhi piccoli ma potenti. Un’altra ragione per odiarli, tanta prudenza. Al di sopra delle lontane montagne mi parve che il cielo cominciasse a sbiancarsi. Era l’alba? Ed io mi facevo inquieto. I processi lenti mi spazientano. Come potevo accelerare quello durante il quale dovevo restare là in piedi in un posto tanto incomodo? Quel Cima! Avrebbe potuto procurarmi una botte più grande e metterci dentro almeno una sedia. Tentai di guardare il mio orologio. Era quello un modo di far camminare più presto il tempo. Ma tutto il chiarore di quelle stelle immote che mi guardavano, esempio enorme di pazienza, non bastava ad illuminare il piccolo quadrante. E mi venne un’idea: Potevo cessar di fumare ad un’ora che non conoscevo. Era un proposito del tutto nuovo e ch’era più difficile di rompere. Non più calcoli, non più termini. Si partiva da un punto ignoto per arrivare ad un altro punto ignoto lontanissimo.

Studiai da quale parte venisse il vento e m’appoggiai su quella parte della botte. Accesi con sicurezza il zolfanello.

E allora avvenne una cosa enorme. Il Cima mi tirò addosso. Sentii il fischio dei pallini intorno alle mie orecchie. Mi colse un’indignazione enorme. In quell’epoca tale indignazione colpiva tutti coloro che cercavano d’impedirmi l’ultima sigaretta. Si può figurarsi come mi sentii dinanzi ad un intervento simile. Non ci pensai due volte. Invece che rispondere alle insolenze che ora il Cima mi lanciava, gli gridai: – Io t’ammazzo –. Puntai lo schioppo su lui e sparai.

– Imbecille – urlò il Cima – che fai?

– E tu che facesti? – risposi io.

– Ma io so tirare.

– Se non chinavo a tempo il capo avrei avuto un pallino nell’occhio.

– Io ho il cappello forato – e saltò dalla botte per portarmelo a far vedere.

Mi dispiacque. Avrei potuto dire che avevo mirato al cappello e non alla testa, ma lui non m’avrebbe creduto.

– Mi dispiace – dissi – ma m’hai fatto arrabbiare. Egli diede un’occhiata di rimpianto alla vasta palude e s’avviò.

Ma tu puoi restare – dissi io immusonato e fumando con rabbia. – Me ne vado io.

Per far che cosa? – disse lui accendendo una sigaretta. – A quest’ora tutti gli uccelli dei dintorni sanno che qui ci sono dei fucili. Eppoi tu non sapresti uscire dalla palude da solo. Non vedi che sei nel fango fino ai ginocchi? – Mi volse il dorso e s’avviò.

Era un modo per costringermi a seguirlo ed io tentai di non obbedirgli. Ma veramente correvo il rischio di annegare. Con uno sforzo saltai dal fango e arrivai al viottolo ch’egli seguiva. Non c’era altro da fare che rassegnarmi per l’ultima volta alla sottomissione. E feci un voto: Quando in futuro egli andasse al Boschetto io m’avvierei a Servola. Là si tratta di suolo duro.

Camminammo per un dieci minuti, poi, tutt’ad un tratto, egli s’arrestò e scoppiò a ridere. – Sei un bel tipo tu! – Il riso, poi, quasi lo ribaltò. Arrivava a smozzicare qualche parola: – Io tiro... tu tiri... come se fosse la stessa cosa –. E dopo aver acceso un cerino: – E adesso sei tu ad averla con me –. S’appiccò al mio braccio accarezzandolo. Ed anch’io finii col ridere con lui. Sarebbe stato sciocco di cessar di fumare ad un’ora ignota.

Una risata, quella sì, non è mai perduta. Tanto più che ora la ritrovavamo intera, aumentata. Nel vecchietto magro, dalla piccola figurina sempre bene eretta ma non per vigoria che vi fosse insita ma perché non c’era bisogno di alcuno sforzo di tenerla così debole e lieve com’era finché qualcuno per svista non l’avrebbe abbattuta con un urto, la testa ancora parzialmente coperta di capelli bianchi, molto meglio della mia, ma non abbastanza per celare il rossore della pelle di sotto io trovavo il mio amico addolcito, meno pericoloso. Certo non aveva l’attrazione che aveva avuta in gioventù di maestro ed esempio ma piuttosto proprio quella di un maestro che non ha più da insegnare nulla e che può dirsi contento di essere trattato da pari a pari. E si rideva della mia bestialità di aver voluto andare a caccia e della sua di avermici condotto. Poi si rise solo della mia bestialità perché Augusta cominciò a parlare dei miei lunghi sforzi per svezzarmi dal fumo. Si concluse, a mia lode, col convenire che la malattia era guarita visto che mai ne parlavo benché sempre fumassi. Stimo io! Avevo pur dovuto costringer la malattia a non manifestarsi altro che in un soliloquio ch’era subito dimenticato, propositi non scritti e non detti, non inseriti con alcun segno né nel calendario né nel quadrante dell’orologio, che mi lasciavano in uno stato abbastanza aggradevole di libertà. Diamine! Vivendo tanto si guarisce di tutte le malattie.

Ora io a quel pranzo non avevo bevuto e m’ero persino astenuto dalla buona carne che tutti avevano mangiato. Niente che lo riscaldasse era stato gettato nel mio povero sangue. Bolliva dal ridere. Ridevo di me ch’ero partito per ammazzare delle bestie e che tiravo tanto bene da non aver colpito con un solo pallino il povero Cima. Poi per offendere Cima mi corressi: Ero partito per tirare sulle bestie e le bestie avevano finito col tirare su di me. E Cima trovò anche lui qualche cosa che non ricordo, della quale tutti risero meno me perché era una povera cosa per ridere della quale avrei avuto bisogno di farmi il solletico. Ma non ci fu risentimento alcuno fra di noi. Soltanto com’era naturale non si rise altro mentre io avrei avuto il desiderio che continuasse continuasse ancora. Era un esercizio sano, e fra gli esercizi violenti l’unico che fosse permesso ai vecchi.

E per prolungarlo mi misi a parlare dei quadri di Alfio, una cosa di cui avevo riso in passato benché amaramente, di cui poi sorrisi per il mio sforzo di mettere io su quella carta tutto quello che non c’era e che avevo finito con l’amare pur sempre ridendone. Si parlava tanto di terremoti in quei giorni ed io, scoppiando dal ridere, raccontavo ch’ero corso a quella carta per vedere se tutte quelle casette fossero crollate: – No, non lo erano. Parevano crollate ma erano esattamente come prima.

Non mi trattenne neppure il pallore che subito scolorì la già bianca faccia di Alfio. L’attacco era stato così inaspettato ch’egli aveva lievemente alzata la testa dal piatto per figgermi in faccia i suoi dolci occhi che mi studiavano per intendere se sotto all’apparente derisione non ci fosse stata tutt’altra intenzione. Io non intesi nulla. Mi sentivo innocente: Avevo voglia di ridere e a questo scopo qualunque soggetto era buono.

Ma Alfio scoppiò: – Senti, se lo vuoi io ti restituisco il denaro che mi desti e riprendo il mio lavoro.

Ma io protestai: – E chi mi pagherà il lavoro che ci misi io? – E visto che il Cima con la sua mente lenta non arrivava ad intendere quello ch’io volessi dire spiegai che io, con uno sforzo grande e continuato avevo completate e popolate le case di mio figlio e che ora ch’erano messe in ordine non volevo più restituirle. Adesso, completato da me, il quadro mi piaceva. E non appena mi fossi trovato nel pieno possesso della mia salute (già da un mese prendevo a questo scopo un tonico) mi sarei dedicato all’altro quadro che ancora tenevo celato per non essere indotto a tanto sforzo.

Alfio tentò di attaccarmi: – Sai, quello che tu devi conquistare con uno sforzo, altri, meglio preparati di te all’arte lo fanno senza sforzo alcuno, guardando, come si guarda la natura stessa.

Io m’arrabbiai e negai che lo sforzo fosse reso necessario dalla mia debolezza. M’arrabbiai tanto che dimenticai ogni mio buon proposito e diedi a mio figlio dell’imbecille. Me ne pento e me ne vergogno. Com’è strano il rapporto fra padri e figli! Non vale a migliorarlo nessuno sforzo. Io che sempre avevo confessato di non intendere nulla di pittura m’arrabbiavo perché mio figlio gridava d’essere del mio stesso parere,

E gli altri fecero peggio. Valentino con quella sua lentezza di buon amministratore disse: – È certo che un artista non va la vera via se non piace a molti.

Alfio disprezzava tanto l’opinione di Valentino che non rispose. Ma Antonia spiacente del secondo intervento del marito dopo che il primo era finito tanto male tentò di avvisarlo del pericolo tirandogli la manica. Valentino, poco accorto, si drizzò la giubba esaminando con curiosità perché si tendesse. E Alfio dopo una piccola esitazione disse alla sorella: – Ma lascialo parlare. Che vuoi che mi faccia?

Una nuova offesa cui s’aggiunse presto un’altra gravissima. Orazio, dopo pranzato, volle vedere il dipinto. Alfio dichiarò che non voleva assistere a tale esame e s’avviò alla sua stanza. Ma poi non seppe sottrarsi allo strazio e quando Orazio dinanzi a quelle case si mise a ridere tenendosi la pancia che non aveva, Alfio apparve alla porta del mio studio, s’appoggiò allo stipite della porta e stette a guardare intento, ben lontano dal riso, ma domatosi tanto che non parve soffrisse. – Delle case a cavallo – disse Orazio e infatti scoperse sotto ad una di quelle case qualche cosa che somigliava al ceffo di cavallo.

Ma io sentii che da quel giorno le mie relazioni con Alfio furono peggiorate. Io feci di tutto per migliorarle, soltanto non seppi dirgli che la sua pittura mi piacesse. M’aveva dato della bestia, sia pure solo in pittura. Non potevo mica dirgli: – Sì, io sono una bestia sia pure solo in pittura –. Gli feci la corte, gli diedi del denaro, lo accarezzai, innumerevoli volte lo baciai sulla guancia mentre egli baciava l’aria. Non servì a nulla perché mai più osai di parlargli della pittura. – Hai dipinto bene? – un giorno gli domandai avendolo incontrato con la sua cassetta e la sua mappa [che] ritornava a casa. – Faccio quello che posso – e corse via. Aveva proprio paura gli domandassi di vedere qualche cosa dei suoi lavori.

Mi parve duro a sopportare il suo contegno. Tutte le teorie ch’io avevo tratte dai miei rapporti con mio padre qui non servivano più perché io, con mio padre, m’ero comportato tutt’altrimenti. Tuttavia continuai ad essere dolce, cortese. A tavola quando c’era una discussione io ero sempre dalla parte di Alfio. Quando mi domandava del denaro gliene davo senza batter ciglio. Gli dicevo solo delle parole dolci. Certo dovevo avere un aspetto strano poco affettuoso. Intanto che l’accarezzavo urlavo dentro di me: “Come son buono, come son buono!”. Il sentimento di essere tanto buono minaccia di portarci ad essere meno buoni.

Io credo anche che non si sia ritornati a migliori rapporti con lui perché egli veramente dava poco peso ai suoi rapporti con me. Tante volte l’avevo pregato di tenermi compagnia. Scappava non appena poteva. Si accendeva di amicizie appassionate ora per uno ora per l’altro dei suoi colleghi. Per un certo tempo dedicò tutto il suo affetto ad un pittore che faceva sul serio dei ritratti bellissimi. Ed io gli dissi con rabbia: – Ah! Si può anche dipingere le cose come esistono? – Egli impallidì come sa impallidire lui e mi rispose: – Ognuno ha la sua personalità –. A lui, cioè a noi era toccata quella personalità sbilenca dai colori disordinati. Non c’era da far altro che sopportarla. Egli si vendicò in tutte le occasioni. Ma così dovetti arrivare alla conclusione che se la mia agonia e la mia morte avessero dovuto essere una grossa punizione per Alfio, egli la punizione l’aveva veramente meritata. Potevo avviarmi alla morte con grande tranquillità. La morte era l’avventura di tutti e bisognava ch’io mi rassegnassi anche alla mia. Avevo ora delle buone ragioni per credere che anche le sue conseguenze non sarebbero state troppo gravi: Augusta m’avrebbe pianto in pieno equilibrio, Antonia non avrebbe pianto affatto e Alfio avrebbe potuto fare come avevo fatto io o tutt’altrimenti che sarebbe stato lo stesso per me.

II

Mia figlia è stimabile come lo fu sua madre e anche di più, è troppo stimabile. Somiglia fisicamente ad Ada nella figurina eretta, nell’eleganza della testina e di tutto il corpo. Io so che piace molto agli uomini da quanto ne appresi da Augusta, ma essa fece già da giovinetta un proposito forte di virtù cui restò fedele con ogni suo atto ma anche con ogni sua parola e persino con ogni suo sguardo. E allora la virtù è eccessiva. Ciò può esser dovuto al fatto che una parte della sua educazione fu fatta da monache, ma io credo che ci sieno nel suo stesso organismo per eredità delle cellule che crearono tanta esagerazione. Amo di figurarmi ch’essa abbia ereditato dalla madre la grande virtù e da me l’esagerazione. Son qui solo su questa carta che forse nessuno vedrà: perciò non se ne potrà ridere né pensare ch’io sia un presuntuoso. Da me la virtù non fu grande, ma il desiderio ne fu eccessivo. Mi pare di aver fatta una grande scoperta sulla legge di eredità che si potrebbe verificare studiare e verificarne l’esattezza con facilità. Da Antonia la cosa si verifica evidente: Dalla madre essa ebbe una qualità e dall’eredità del padre fu stabilito in quale misura quella qualità si manifestasse. In fondo sono di una modestia eccessiva. È stata una disgrazia che le buone qualità di Augusta sieno state dosate per Antonia da me.

Già da giovinetta la sua vita divenne una serie di doveri. È vero che gli studii non furono il suo forte. Non apprese alcuna lingua straniera, né alcuna scienza. Ma era una santa. Le monache l’amavano e le facevano la vita più comoda che fosse possibile. Ci fu un periodo in cui Antonia manifestò il desiderio di dedicarsi alla vita monastica. Passammo, Augusta ed io, delle brutte ore perché sospettavano che ciò fosse anche il desiderio delle monache e che esse fossero invincibili. Se si parla sempre del grande interesse che hanno gli ordini monastici di attirare a sé degli adepti! Invece quelle buone monache non ne vollero sapere e ci aiutarono efficacemente a dissuadere Antonia da un passo simile. Adesso che scrivo scopro che forse esse avevano indovinato Antonia e avevano scoperto ch’essa sarebbe stata nel convento la stessa seccatura ch’è proprio ora in casa nostra.

In fondo da giovinetta era la nostra gioia una gioia aumentata da ammirazione per tanta purezza e, da parte mia, un sorriso di sorpresa al vedere il prodotto strano che dal mio sangue aveva saputo evolversi.

Antonia reagì con tutta decisione ai costumi liberi concessi alle nostre signorine nel dopo guerra. Non solo non volle il ballo, ma non uscì di casa sola. Doveva essere sempre accompagnata dalla madre o da una fantesca, ciò che costituiva in casa tutto un problema per la distribuzione di tanto lavoro di sorveglianza cui ella volle condannarci. Talvolta dovetti anch’io uscire di casa tardi per andarla ad accompagnare o a prendere. Insomma essa era come una piccola balla di merci che aveva bisogno dello speditore per moversi.

E sapeva difendere questa sua schiavitù elettiva come Alfio la sua pittura. Quando parlava delle altre fanciulle era maligna come una vecchia disillusa e, sentendola, si arrivava a dimenticare il suo musettino fresco e i suoi occhi brillanti di giovinezza.

Ma questo desiderio di sentirsi posta in uno scrigno sigillato, dimostrava ch’essa si considerava qualche cosa di prezioso, un gioiello. Infatti dedicava delle grandi cure all’adornamento della propria personcina e i suoi vestiti costituirono una spesa abbastanza importante nel nostro bilancio familiare. Sospetto che Augusta sapesse celare una parte di tale spesa e le è facile perché io di questioni di denaro non mi occupo che quando sono molto di malumore ed ho bisogno di sfogo. Certo Augusta era anch’essa come me e cambiava d’umore a seconda del giro del vento. Se credeva di aver bisogno del mio appoggio per educare e dirigere Antonia, era capace di essere la prima a lagnarsi delle sue spese. Se invece m’accadeva di parlarne io per primo, mi trovavo di fronte alla sicura asserzione che Antonia era molto modesta e non spendeva più di altre fanciulle della sua condizione. Era una cosa che m’indisponeva contro Antonia e contro Augusta perché pareva fatta apposta per mettermi sempre dalla parte del torto. Dacché sono tanto vecchio m’è duro trovarmi dalla parte del torto per mio errore o svista, ma mi rende furente di trovarmici senz’alcuna mia colpa per artifizio altrui che mi sembra nemico.

Ma tutte queste cose sono da molto tempo dimenticate e ne parlo solo per intendere meglio quello che ci sta succedendo ora.

A 15 anni Antonia aveva una sola amica una ragazza alquanto brutta, tozza e mal costruita con una sola bellezza, degli occhi neri di uno splendore strano messi in quell’organismo per guardare, ammirare e invidiare la bellezza altrui, certa Marta Crassi che doveva divenire in tutti i casi sua cognata. Dico in tutti i casi perché Antonia s’era messa in una posizione tanto strana nella nostra società che non c’era per lei altra probabilità che di sposare uno o l’altro dei due fratelli di Marta: Innamoramento di tutta una casa che, a dire il vero, nella nostra famiglia non era nuovo. Non molto ma qualche pallido tratto della mia fisionomia sopravvive nella mia famiglia.

Io credevo ne sopravivesse qualche tratto anche più importante e quando da Firenze ricevetti la notizia che Eugenio uno dei fratelli di Marta quando si trovava in licenza andava a trovare Antonia e le dimostrava sempre un maggior affetto pensai che il povero giovine andasse incontro ad una brutta avventura. Si vedrà poi come io non conoscessi affatto il mio proprio sangue.

Quel povero Eugenio l’avevo amato anch’io. Generoso incurante del proprio interesse, acceso per le idee di umanità e di patria allo scoppio della guerra era scappato da Trieste e s’era arruolato nell’esercito italiano. Finché era stato a Trieste la sua simpatia per Antonia non s’era rivelata a nessuno. Io mi figuro che poi, quando poteva liberarsi dalla vita della trincea e correre a trovare la sorella presso la quale trovava Antonia, facilmente se ne innamorò, perché certamente il salotto di Antonia era tuttavia preferibile alla trincea. Non so se fra i due giovini si sia parlato d’amore. Augusta che conosce la propria figlia lo esclude. Essa pensa che per parlare di amore, Antonia avrebbe prima preteso si parlasse di matrimonio e ciò è quasi sicuro.

Ma l’amore c’era stato sicuramente. Io lo so per il fatto che alla morte di Eugenio, Antonia subito accettò di fidanzarsi col fratello Valentino che ne era tanto meno amabile. Tale rapida decisione era un’evidente dichiarazione d’amore per il defunto. Povera Antonia! Di quale surrogato dovette accontentarsi!

Eugenio era corso in Italia, aveva cessato di pensare a se stesso per dedicarsi alla patria. Aveva deposto i suoi titoli austriaci da poco ereditati dal padre presso una Banca e non ci aveva pensato più. Così che quando le trincee nemiche, anche per opera sua, cedettero, senz’accorgersene aveva distrutto anche la propria sostanza. Magnifico esempio di eroismo e di distrazione. Però pochi giorni prima dell’armistizio inciampò su una bomba che lo dilaniò orrendamente e lo uccise.

Il povero Valentino (poverissimo perché a quest’ora è morto anche lui) si presentò anche lui volontario ma non pare che la trincea gli piacesse e trovò il modo di retrocedere fino a Milano ove trovò un buon impiego presso una Società d’Assicurazioni. Dio sa che non voglio dirne male, ma è certo che non era il marito adatto per la mia povera figliuola. Grasso e non d’aspetto perfettamente sano io ebbi una tale impressione di lui quando lo vidi dopo la guerra, cioè prima del matrimonio, che dissi ad Augusta: – Ma è questo il marito per la nostra bella Antonietta?

Augusta fece un gesto di rassegnazione per significare che non era stata lei a sceglierlo. Ma poi mossa dal desiderio di essere d’accordo con tutti e viver quieta aggiunse: – Promise però d’imprendere una cura dimagrante. È, se lo guardi bene, non brutto.

Io feci del mio meglio per abituarmi a lui. Era cattedratico sicuro del proprio giudizio. In bocca sua la più bella notizia diveniva noiosa non so se per il suono nasale della sua voce o per l’aria d’importanza che assumeva quando imprendeva a raccontarla. E la sapeva quella notizia! Se la sapeva! La sapeva da tutti i lati, con tutta precisione. Così che finiva, per ogni notizia, col dare delle lezioni. Io, poi, m’abituai a stare ben attento alla sua voce alla quale dapprima sfuggivo. Per non dover sopportarla troppo a lungo bisognava accoglierla volonteroso dal bel principio, studiarla, ricordarne ogni suono. Egli non mi mollava che quando avevo capito tutto.

Ma non vorrei dirne troppo male. Prima di tutto è il padre del mio Umbertino eppoi lasciò ad Antonia una bella sostanza.

Volevo soltanto dire che non intendevo bene perché Antonia si fosse innamorata di lui. Eppoi non intesi perché Antonia restasse tanto attaccata a lui, e non pensasse a tradirlo benché la cura di dimagrimento ch’egli aveva intrapresa non fosse riuscita. Insomma l’evoluzione della carne è un grande mistero. Quando mi dicono che la storia umana si ripete m’è facile di crederlo: Si ripete ma non si sa dove. Là è la sorpresa. In casa mia potrebbe oggi nascere un secondo Napoleone ed io non me ne sorprenderei affatto. E tutti gli altri direbbero che la storia si ripete quando invece non c’è stato niente che la preparasse.

Tutt’ad un tratto un anno fa il grosso corpo di Valentino si raggrinzò senza dimagrire la sua faccia si fece più livida e cominciò a respirare sempre come un pesce fuori d’acqua, ma in certi momenti tumultuosamente quasi urlando. Il dottor Raulli subito s’accorse della gravità della cosa e diede un grido d’allarme. Antonia s’accoccolò presso il letto del marito e di là non si mosse fino alla sua morte.

Carlo, mio nipote, ci spiegò di quale malattia si trattasse: Un invecchiamento precoce. – Improvvisamente, in poche settimane, il suo organismo si fece come è ora il tuo, caro zio. Ma quello che tu puoi sopportare, caro zio, a 70 anni suonati, lui a 40 non potè. Tu, caro zio, hai bisogno di meno aria, di meno circolazione, tutto in te, caro zio, è meno vivo. Perciò puoi vivere... tuttavia.

A me tutto questo non parve molto logico. Ma non fiatai, anzi mi ritirai in me stesso, nel mio vecchio organismo, per proteggerlo da tanti scongiuri e vivere... tuttavia. Che cosa ne sanno costoro della vita? Il mio pensiero è ora più vivo di quanto mai fosse stato quello del povero Valentino. Non a me arriva d’ingarbugliarmi in un avvenimento d’importanza minima e analizzarlo più di quanto lo meriti per abbandonarlo solo quando tutti intorno a me sono mezzo morti dalla noia. Ciò dovrebbe pur provare che la mia respirazione è più abbondante di quanto fosse stata mai la sua. Ora mi rimproverano la mia distrazione, la mia incapacità di ricordare nomi e persone. Ma più o meno marcati tali difetti li ebbi sempre e se sono difetti da vecchio allora è provato ch’io seppi sopportare la vecchiaia non appena nato mentre Valentino ne fu ucciso a 40 anni.

Valentino morto, restammo a bocca aperta dinnanzi alle manifestazione di dolore di Antonia. Dapprima l’ammirammo tutti. Ci commoveva fino alle lacrime, e l’opera sua fu tale ch’io posso dire che mai piansi sì a lungo un morto come m’avvenne per il povero Valentino. Persino Carlo e Alfio i due giovani che più avevano deriso la pesantezza e lentezza del defunto, dimenticarono la loro antipatia per amarlo nel dolore di Antonietta. Chi ricordava più di chi fosse vedova? Il destino l’aveva abbattuta orrendamente. Ognuno era pronto ad assisterla e compiangerla.

Ma dopo una settimana Carlo protestò per primo vedendo che il dolore di Antonietta invece che mitigarsi andava sviluppandosi nelle forme e nelle parole, cioè faceva sì che il lutto copriva tutti, oltre ad Antonietta ed Umbertino sul quale il color nero si faceva gaio gaio per accompagnarsi alle sue capriuole anche me Augusta ed Alfio e la mia automobile, e che Antonietta scopriva ogni giorno nuove ragioni per piangere più dirottamente e costringerci a torturarci per spremere delle lacrime da vasi oramai asciutti. Carlo era stato tanto buono nella prima settimana, tanto dolce che ad Antonietta poi mancò e non vedendolo più gli serbò un rancore cui dapprima anche Alfio s’associò. Ma subito dopo anche Alfio non seppe più accompagnarsi a tanto dolore e restammo soli a piangere il povero Valentino io, Augusta e Antonietta. Per sostituire i due assenti Antonietta urlò di più. Inventò parole nuove per descrivere con maggior efficacia la grave inaudita sventura toccatale ma con una di tali invenzioni mi ferì profondamente. Ogni giorno, come mi vedeva, esclamava: – Il destino, prima di ucciderlo, lo disonorò invecchiandolo –. Io mi ritirai anch’io, offeso. La vecchiaia un disonore! Doveva esserci stata la guerra mondiale per inventare una cosa simile. Dovetti poi spiegare ad Augusta la ragione della mia assenza e Augusta la riferì ad Antonietta la quale, poi, invece di attendere ch’io andassi a piangere con lei, trovò il buon pretesto per raggiungermi e ricoprirmi del suo lutto. Fu una tragedia che a lei, certo, servì di sfogo utilissimo ma lasciò me come uno straccio sconvolto in modo che non sapevo più dove avessi la testa e dove i piedi. Si gettò alle mie ginocchia, tutta nera e coperta di veli e piangendo e urlando mi spiegò che la vecchiaia nella quale io prosperavo aveva subito ucciso Valentino. Evidentemente per questa ragione si poteva anche dire che la vecchiaia mia non fosse disonorevole e fosse un’onta quella di Valentino.

Io fui ancora una volta commosso come se Valentino fosse morto in quel momento. La sollevai, l’abbracciai e stetti poi con lei per varii giorni desideroso di aiutare quella povera bambina, tanto innocente e disgraziata. Ebbi anzi proprio una rinascita di viva paternità e nutrivo ansiosamente nel mio animo per nettarmi dal rimorso di averla ferita, il dolore e la compassione. Mai amai tanto come in quei giorni il povero Valentino tanto disgraziato che dopo di esser vissuto morto a mezzo, ora era morto proprio del tutto, ma tanto prima che dopo aveva saputo destare un tale vivo affetto.

La scena che non dimenticai più si svolse una sera, dopo cena, tardi. Eravamo nei primi giorni del Settembre. Faceva tuttavia un grande caldo ed Augusta, Antonia ed io eravamo sotto la pergola dinanzi alla mia villa, là donde una volta si vedeva la città e il porto ed ora solo qualche barlume del mare lontano, del resto coperto dalle squallide grandi caserme. Dopo di aver data la sua originale teoria della vecchiaia onorata e di quella disonorevole, Antonia continuava a singhiozzare, il capo abbandonato sulla mia spalla. Il suo pianto era un’arma molto migliore della sua parola. Anche Augusta piangeva ma io sapevo ch’essa si trovava molto lontana da noi. Essa non piangeva Valentino come noi due. Poco prima le avevo ancora una volta spiegato come Antonia ci offendesse ambedue e turbasse i miei ultimi anni di vita. Essa non poteva ancora accorgersi ch’io m’ero ora riavvicinato ad Antonia e non trovavo il modo di avvisarnela. Essa non piangeva nient’altro che il dissidio in sé. Così aveva pianto non per la pittura di Alfio ma per il dissidio fra me e lui ch’essa aveva provocato. Odiava il dissidio, il dissidio che fra gli umani e specie fra padri e figli era inevitabile e che lei aveva saputo eliminare dalla numerosa compagnia dei suoi cani, gatti e uccelli bestie cui dedicava la miglior parte della sua vita.

Un ubbriacone passava cantando solitario per il viottolo adiacente alla mia villa, che conduce alla montagna. Io conoscevo quell’ubbriacone. Lo avevo spiato tante volte. Il vino vivificava in lui l’istinto musicale ed egli vi si abbandonava intero procedendo senza malizia e senza fretta. Cantava solo due vecchie canzoncine, un repertorio molto ristretto, introducendovi delle lievi variazioni, tanto lievi che la sua ispirazione non poteva dirsi disordinata. Neppure la sua voce era disordinata, ma mite, debole, molto stanca. Com’era buono, contento del vino tracannato. E modesto! Cantare tanto senza pubblico.

E intanto che Antonietta piangeva io pensavo a quell’ubbriacone che aveva sciolto con tanta facilità il problema della vita. Di giorno il lavoro e la sera – non la notte musica! Le lievi note s’allontanarono e sparvero.

– Poverino! – singhiozzò Antonietta.

Chi? – domandai io temendo essa parlasse ancora di Valentino.

Quel poverino che canta con tanta tristezza sul viottolo – mormorò lei. – Deve aver perduto qualcuno e si consola col vino.

A me sembrò esagerato di credere che tutti quelli che si ubbriacano lo facciano perché hanno perduto qualcuno, per quanto non sarebbe impossibile di crederlo con le tavole statistiche alla mano. Ma le fui molto grato di aver parlato del povero musicante solitario e non del defunto Valentino. Mi poggiai anch’io più dolcemente su lei e con uno slancio generoso le proposi di abbandonare la sua casa derelitta e venir a stare da noi con Umbertino. Dapprima Antonia rifiutò con tanta violenza ch’io non osai d’insistere. Ma Augusta aveva levato la testa, e mostrava la sua faccia netta d’abbattimento: Vedeva enunciarsi un accordo e ciò era per lei lo scopo principale della vita. Soffriva che tutti abbandonassero Antonia mentre avrebbe desiderato che tutti si fossero seduti al medesimo tavolo per piangere eternamente con lei. Qualche mese dopo anche lei si ribellò ma non mica perché le mancassero le lacrime con cui associarsi alla figliuola ma perché questa non voleva saperne di tutte le bestie cui Augusta si dedica e intendeva di allontanarle dalla casa. Le odiava quelle bestie perché una delle cose che ad esse manca del tutto è il lutto. Come un cane annusa con curiosità la carogna di un compagno. Pare un momento stupito eppoi salta via giocondo che una simile cosa non gli sia capitata.

Per quella sera non si arrivò che a far piangere e protestare Antonia: Mai essa avrebbe abbandonata la casa dove egli era morto. Poi dove essa avrebbe potuto porre nella nostra villa i mobili ch’egli aveva acquistati con tanto amore e dai quali non si sarebbe staccata giammai?

Ma Augusta non disarmò. Essa dapprima mi convinse che il pianoterra che in passato avevamo usato per ricevimenti a noi non serviva più e che potevamo, dopo di averlo debitamente riattato, regalarlo ad Antonia. Io non avevo niente in contrario tanto più che m’ero già compromesso con la mia profferta fatta nella commozione di quel canto commovente di quel caro ubbriaco. Augusta fece delle misurazioni per vedere se tutti i mobili di Valentino, grossi, mastodontici, potevano capire nella nuova abitazione. Ci stavano ma restava meno spazio alla gente per muovercisi.

Antonia rifiutò con testardaggine inaudita qualunque proposta ed ogni offerta fu nuova occasione a pianti e grida che riempivano la casa.

Poi esattamente il 19 di un dato mese il terzo o quarto mese dalla morte di Valentino essa cambiò di parere. Alla mattina eravamo stati avvisati ch’essa voleva andare con noi al cimitero. Andammo a prenderla con l’automobile. Fu stupita di non vedere Alfio con noi. Le spiegai che Alfio non si sentiva molto bene. Augusta aggiunse che oltre a stare poco bene Alfio era anche obbligato di rimanere in casa per attendervi un amico. Una doppia ragione per non accompagnarci che riempì Antonia di tale amarezza da diminuire per quel giorno le manifestazioni del suo dolore. Si diede da fare intorno alla tomba recente e a spargervi fiori. Aspettammo Carlo che aveva promesso di venire se avesse potuto farsi libero dall’ospedale ma aspettammo invano. Quando ogni speranza di vederlo sparì, Antonia cessò di occuparsi dei fiori e si dedicò tutta al suo dolore fra le nostre braccia.

Era una giornata un po’ nebbiosa autunnale di quelle giornate a mezzodì molto chiare ma veramente color di calce perché non apertamente luminose. Mi pare che in tali giornate si veda tutto meglio, i cipressi, le tombe, con le loro scritte e le loro immagini, il muro di cinta, la cappella oscura. Mi colpì tale evidenza e prima di scrivere qui ne parlai ad Alfio che in quella stessa giornata dipinse: – Luce tutta indiretta – egli disse brevemente – che bellezza! – Ed io non dimenticai più la mia bambina che si dibatteva fra le braccia di mia moglie solo perché io dopo un poco per stare più comodo m’ero allontanato da loro. Sotto ai suoi veli la sua bella faccina pur pallida brillava ancora fresca di forza e di gioventù. Piangeva tanto e noi dovevamo sostenerla ma non v’è dubbio che stava meglio di noi. S’avanzava dall’ingresso qualcuno che a me parve fosse Carlo. Proprio il suo modo di moversi tenendosi diritto e dimostrandosi tuttavia negligente col suo passo lento e il suo naso per aria, gli occhiali lucidi. – Carlo, – gridai. Per un istante Antonia cessò di piangere e guardò anche lei. – No, non è Carlo, – disse. Infatti il giovinotto passò oltre guardandoci con qualche curiosità.

Antonia si quietò e poco dopo abbandonammo il cimitero. Nella vettura essa lungamente stette silenziosa, gli occhi arrossati rivolti alla via ch’essa certamente non vedeva. Poi improvvisamente si volse ad Augusta e le domandò dove sarebbe stata posta in casa nostra, quando ella vi si fosse trasferita, la stanza da letto della sua servitù. Augusta glielo disse. Di nuovo Antonia rivolse per qualche istante i suoi begli occhi sulla via fuggente e quando ritornò a noi mormorò: – Io vorrei provare. Già se avessi da trovarmi male o m’accorgessi d’incomodarvi, ritornerei a casa mia.

Ed è così che decise a venir a stare con noi. E quando io la ricordo in quella luce di calce con quel suo musino che l’infanzia non del tutto abbandonò, con quella fossetta al mento, io penso: “Cara, bella, piccola megera che vuol piangere tanto, ma non vuol piangere sola”.

Ma è anche così che Umbertino mi si avvicinò di più e si fece sempre più importante nella mia vita.

 

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011