Italo Svevo

Ettore Schmitz

[Incontro di vecchi amici]

Edizione di riferimento:

Italo Svevo, Tutte le opere, edizione diretta da Mario Lavagetto, vol. II “Racconti scritti e autobiografici”, Edizione critica con apparato genetico e commento di Clotilde Bertoni, saggio introduttivo e cronologia di Mario Lavagetto, Collana “I Meridiani”, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2004.

Nota: Il testo, inedito alla morte di Svevo, è stato pubblicato per la prima volta da Umbro Apollonio in Corto viaggio sentimentale ed altri racconti inediti (Mondadori, Milano 1969)

Roberto Erlis era nato di buona ma non ricca famiglia. Aveva raggiunto e oltrepassato il trentesimo anno d’età in posizione piuttosto umile. Poi – come soleva dire lui s’era arrabbiato, aveva abbandonato ubbie e sogni e s’era gettato nella vita degli affari con la risolutezza di chi non vuol perdere tempo. Fece degli affari buoni da prima dovuti ad una bella fortuna e più tardi ad un’astuzia voluta e pratica. In complesso egli divenne milionario a forza d’affari di cui ognuno gli dava l’impressione di non essere stato abbastanza accorto. Si capisce che con un maestro talmente incontentabile egli doveva arrivare lungi. Si sposò, possedette dei cavalli, una casa sontuosamente arredata e gli parve di aver sciolto il problema della sua vita. Si sa che la ricchezza non scioglie un problema simile ma la conquista della ricchezza e la soddisfazione del successo sanno riempire la vita più vuota.

A 40 anni egli aveva sciolto anche il problema di guadagnare sempre di più lavorando di meno. Aveva un corpo d’impiegati che eseguivano i suoi ordini. Non era per poltroneria che aveva abbandonato l’uso di rivedere lui stesso la sua corrispondenza e la sua contabilità ma la convinzione che l’occuparsi di un dettaglio gli toglieva la visione di tutte le possibilità che per lui s’aprivano sul mercato. In passato egli aveva sognato filosofia e letteratura. Ora sognava affari ma li realizzava subito. Non si ha generalmente l’idea come un buon sognatore possa divenire un grande uomo d’affari. Il rischio resta nel sogno e il sodo viene nella realtà. Così sognando il rischio lo si vede e prevede meglio e lo si evita. Erlis non ebbe le dure lezioni della realtà. Sognò la rovina troppe volte per aver a subirla. Anche certe abitudini di letterato gli furono utili. Nel listino si scoprono gli affari come nel vocabolario le idee. Eppoi volendo lungamente attentare al capolavoro ci si abitua certamente alle abitudini della formica e quelle sono molto utili negli affari.

Camminava molto solo le vie come quando correva dietro alle immagini. Aveva nella bellissima moglie una dolce compagna che amava sentirlo parlare dei suoi affari. Da buon letterato egli non diceva mai la precisa verità e perciò l’esposizione dei suoi affari era meno noiosa. Parlandone egli li rivedeva ancora una volta e spesso, dopo di averli svisati con la moglie, correva a correggerli avendoli capiti meglio. Ma non è del suo successo che voglio parlare. Volevo soltanto dire che essendo stato molto povero era ora molto ricco e che se ne compiaceva.

Non è da credersi che un successo che cambia la vita di una persona dia una gioia di piccola durata. Questa gioia si rinnova ad ogni tratto. Per Erlis la gioia si rinnovava ogni qualvolta poteva salutare dall’alto in basso delle persone delle quali in passato aveva ambito il saluto; ogni qualvolta si vedeva capitare quale petente umile un amico che in passato s’era creduto suo uguale o superiore. Erlis faceva abbondanti carità senz’affatto ricercare la pubblicità. Era un modo di sentire meglio la sua riuscita. Prestava dei denari ai suoi vecchi amici poveri senza domandare alcuna ricevuta. Il gesto generoso sottolineava ed accentuava il suo successo.

Aveva un bambino di cui s’occupava poco ma che amava molto. Mutatosi in uomo d’affari gli era rimasto l’egotismo del letterato. Non aveva tempo per altri e non poteva derivargliene un rimprovero perché egli era buono con tutti. Aveva elaborato delle idee di libertà per sua moglie e per suo figlio per le quali era esonerato d’intervenire troppo intimamente nel loro destino. Egli vedeva il bambino una volta al giorno. Non tollerava che giuocasse accanto a lui perché le sue idee erano turbate dai rumori puerili incomposti. Amava il figlio augurandogli tutto il bene possibile facendolo accuratamente sorvegliare e curare ed istruire dagli altri.

Erlis aveva conservato un’altra abitudine dell’antico letterato. Camminava molto le vie. Il suo pensiero amava il ritmo del passo: Così era spinto e trattenuto e meglio analizzato.

Un giorno, in Corso guardava distrattamente intorno a sé e calcolava come il prezzo di certi imballaggi in certi istanti modificavano il prezzo di una merce. Egli ritirava certe merci in vagone, le faceva imballare sul posto e le riesportava. Ora l’imballaggio era aumentato ma ciò non poteva avere altra conseguenza che di spingerlo alla ricerca di un utile maggiore ed egli sorrideva vagamente al suo utile e al suo successo.

– Tu a Trieste? – gli disse qualcuno ch’egli aveva forse guardato ma non ravvisato. Lo riconobbe: Il vecchio Miller. Non lo aveva visto forse da dieci anni. Eppure era[no] stati molto intimi molti anni prima quando Erlis era un ragazzo e il vecchio che ora doveva contare oltre i 70 anni un uomo molto maturo. Miller era il padre di un cognato di Erlis. La sorella di Erlis era morta giovanissima di parto lasciando una bambina che pochi anni appresso era morta anch’essa di difterite. Il vedovo abbandonò la città, si sposò un’altra volta e così avvenne un totale distacco fra le due famiglie quando i genitori di Erlis erano ancora vivi. Anche il vecchio Miller doveva aver passato parecchi anni lontano da Trieste in casa del figliuolo. Un po’ bizzarro ed esigente – come Erlis aveva appreso da certi amici comuni – il vecchio non aveva saputo andare d’accordo con la nuora ed era ritornato a Trieste ove viveva di una pensione non grande ma sufficiente ai suoi bisogni. I Miller erano stati importanti nella vita giovanile di Erlis. Quel vecchio da uomo pratico lo aveva qualche volta stimolato ad abbandonare i suoi sogni di letteratura e dedicarsi alla vita pratica. Anche il giovine cognato lo aveva spinto a maggiore serietà nella vita. Egli aveva tollerato le loro istruzioni che allora credeva sbagliate sapendo che lo amavano. Dal canto suo egli li aveva assistiti fraternamente nelle loro tante disgrazie. L’ultima, la morte della bambina aveva fatta un’enorme impressione ad Erlis e l’aveva descritta ed analizzata più volte in certi abbozzi di novelle che non aveva mai terminate e che giacevano tuttavia indistrutte in un suo cassetto la cui esistenza era ignorata persino dalla moglie. In allora non si era conosciuto ancora il medicinale potente che oramai rende tanto meno pericolosa la difterite e non si era ancora trovato il modo di rendere possibile la respirazione all’ammalato senza imprender quella grave operazione della tracheotomia. La bambina mezza soffocata aveva dovuto attendere per delle ore l’arrivo del medico. Il vecchio Miller correva per la città urlando come un pazzo: Otteneva la promessa che il medico sarebbe venuto subito e ritornava a casa nella speranza di trovare che la bambina si sarebbe riavuta da sé. Non sopportava di vederla in quello stato e ritornava a destare qualche altro medico. Finalmente alle due di notte l’operazione fu fatta ed Erlis tenne in braccio la bambina mentre le aprivano il collo. Subito la piccola condannata si riebbe e sorrise allo zio. Aveva sei anni e avendo vissuto sempre in compagnia degli adulti che per lei vivevano era un po’ chiaccherina e donnicciuola veramente precoce. Ora non poteva parlare essendo stata resa afona dall’operazione e quella sofferenza muta e composta non fu più dimenticata da Erlis. Morì alla mattina con una smorfia che poteva aver voluto essere un sorriso o un pianto. Poi Erlis aveva fatta buona compagnia al vecchio e al cognato e aveva pianto con loro.

La vita era passata su tutto ciò ed oramai fra lui e i Miller non v’era più alcun punto di contatto. Tuttavia trovandosi dinanzi al vecchio Erlis provò una lieve emozione: Non ricordava molto il vecchio ma vedendolo ricordava se stesso come era stato in altra epoca. Ricordava la propria gioventù.

Il vecchio parve commosso di rivederlo e ad Erlis riuscì facile di aver un aspetto simile. Si strinsero lungamente la mano e si guardarono negli occhi. L’età aveva veramente imperversato su quell’organismo altre volte tanto solido. Era piccolo e straordinariamente esile mentre anni prima era stato piuttosto forte. Aveva il viso dalla pelle asciutta e solcata e gli occhi un po’ troppo umidi. La grande età è una malattia che provoca più di tutte la nostra compassione e Erlis dimenticò la quistione che tanto lo preoccupava del rapporto fra la sua merce e l’imballaggio.

Camminarono uno accanto all’altro. Il vecchio aveva raccontato di aver avute buone notizie del figliuolo e s’informava: – Ti sei sposato? Quanti bambini hai? –. Eppoi tutt’ad un tratto un po’ sardonico: – E la letteratura? –. Erlis sorrise. La letteratura non gli doleva più. Raccontò con modestia voluta dei suoi affari lagnandosi di aver troppo da fare. La sua firma non portava il suo nome ed egli lo disse al vecchio che essendo stato commerciante ne capì subito l’importanza e diede un balzo. – Tu sei il proprietario di quella firma? – L’ammirazione era evidente ed Erlis l’assaporò. Così ritrovò facilmente l’antico affetto e camminarono lungamente insieme. Il vecchio si lagnò della nuora che lo aveva allontanato dal suo figliuolo. Viveva ora solo della piccola pensione che i suoi antichi principali gli avevano assegnata. Il figliuolo lo aiutava abbondantemente.

Si era di festa ma tuttavia Erlis fu fermato sulla via da amici d’affari. Li congedava dopo di aver risposto con sicurezza alle domande che gli erano rivolte. Il vecchio evidentemente lo ammirava. – Sei divenuto un vero uomo tu! – esclamò. – Se tuo padre ti vedesse come se ne compiacerebbe. – Anche Erlis sembrò di credere che il defunto suo padre si sarebbe compiaciuto nello scoprire nel figliuolo un tale uomo d’affari. Veramente, negli ultimi anni, il vecchio Erlis s’era lasciato convincere dalle ambizioni di Roberto ed aveva sperato di vederlo conquistarsi un grande nome nelle belle lettere. Ma da quel buon morto ch’era non protestava e Miller certo parlava in buona fede. Eppoi non v’era dubbio che al vecchio Erlis sarebbe bastato di sentire che Roberto era un uomo forte. La riuscita era l’importante e in qualunque campo sia. Avevano così parlato di tutto quello che li legava e ciò bastava per riannodare i nodi che la stessa vita aveva annodati e sciolti. Il vecchio gli dava del “tu” e ritornato alle abitudini puerili egli continuava a dare del “lei” al vecchio amico. Né l’uno né l’altro s’accorgeva della stranezza del costume. Eppure ambedue sapevano che il forte fra di loro era il solo Erlis. Miller era stato un buon impiegato ed ora percepiva una rendita che – come diceva lui – gli bastava. Aveva lavorato tutta la sua vita diretto e sfruttato dagli altri e solo nei più tardi anni aveva rimpianto d’essere stato troppo debole e inerte. Stavano per dividersi quando Erlis ebbe un’idea. – Perché non verrebbe a pranzo da me? – Il vecchio esitò. Lo aspettavano a pranzo dalla cosidetta sua padrona, quella cioè che gli dava a fitto la stanza e gli faceva da pranzo. Poi accettò. Erlis era molto insistente e al vecchio venne la curiosità di conoscere quella casa del giovine suo amico ch’egli considerava quale un milionario. Si andò al centro della città. Erlis amava di non perdere del tempo per recarsi ai suoi affari

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011