Italo Svevo

Ettore Schmitz

[In Serenella]

Edizione di riferimento:

Italo Svevo, Tutte le opere, edizione diretta da Mario Lavagetto, vol. II “Racconti scritti e autobiografici”, Edizione critica con apparato genetico e commento di Clotilde Bertoni, saggio introduttivo e cronologia di Mario Lavagetto, Collana “I Meridiani”, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2004.

Nota: Il testo, inedito alla morte di Svevo, è stato pubblicato per la prima volta da Umbro Apollonio in Corto viaggio sentimentale ed altri racconti inediti (Mondadori, Milano 1949)

Nelle mie lunghe peregrinazioni a piedi traverso le campagne del Friuli io ho l’abitudine d’accompagnarmi a chi incontro e di provocarne le confidenze. Io vengo detto chiaccherone ma pure sembra che la mia parola non sia tale da impedire l’altrui perché da ogni mia gita riporto a casa comunicazioni importanti che illuminano di vivida luce il paesaggio per cui passo. Le casette nel paesaggio mi si palesano meglio e nella verde campagna ubertosa scorgo oltre che la bella indifferenza che ha ogni manifestazione di una legge, anche la passione e lo sforzo degli uomini dai quali la legge non è tanto evidente. Venivo da Torlano e camminavo verso Udine quando m’imbattei in Giacomo un contadino circa trentenne vestito anche più miseramente dei soliti contadini. La giubba era sdruscita e la maglia di sotto anche. La pelle che ne trapelava aveva qualche cosa di pudico anch’essa, quasi fosse stata un altro vestito così bruciata dal sole. Per camminare meglio portava le scarpe in mano e i piedi nudi non pareva evitassero le pietre. Ebbe bisogno di un zolfanello per una sua piccola pipa e la conversazione fu avviata. Non so che cosa egli abbia appreso da me ma ecco quello che io sentii da lui. Preferisco di raccontare la storia con le mie parole prima di tutto per farla più breve e poi per la ragione semplicissima che non saprei fare altrimenti. La sua durò fino a Udine e anche oltre perché finì dinanzi ad un bicchiere di vino che io pagai. Non trovo che la storia mi sia costata troppo.

Giacomo, nel suo villaggio, era detto il poltrone. Ben presto, già nella sua prima gioventù fu noto a tutti i proprietarii per due qualità: Quella di non lavorare e quella d’impedire il lavoro anche agli altri. Si capisce come si faccia a non lavorare; più difficile è intendere come un uomo solo possa impedire il lavoro a ben 40 altri. Vero è che fra quaranta è possibile di trovare degli alleati quando si propugni di non lavorare. Ma si trovano anche degli avversarii perché v’è più gente che non si creda che ha la malattia del lavoro e che vi si accinge con la bava alla bocca vedendo dinanzi a sé una sola meta: Quella di finire, di finire tutto, di finire bene. Diamine! L’umanità lavora da tanti anni che qualche poco di una tale benché innaturale tendenza deve essere entrata nel nostro sangue. Ma nel sangue di Giacomo non ve n’era traccia. Egli sa bene il suo difetto. Dovette accorgersene nel suo povero corpo dimagrito e maltrattato e ritiene che la poca voglia di lavorare sia da lui una malattia. Io mi feci un’altra idea della sua tendenza e penso ch’egli dovrebbe somigliare me che lavoro tanto ma altra cosa. C’è un’affinità fra me e lui ed è perciò che la gita da Torlano ad Udine ed oltre fu per me tanto piacevole.

Per impedire ad altri di lavorare Giacomo esplicava un’attività di pensiero incredibile. Cominciava col criticare le disposizioni prese per il lavoro. Si trattava di calare del vino in una cantina. Vi lavoravano solo lui e il padrone. Come impedire di lavorare al padrone stesso? Il primo tinozzo aveva viaggiato con una certa lentezza passando dal carro sulla strada, attraverso un corridoio della casa e giù in cantina. Giacomo, tutto sudato, rifletteva. – Vuoi venire? – chiese minaccioso il padrone. – Stavo pensando – disse Giacomo – che si porta il vino prima in là e poi in qua; il corridoio va in là e la scala riporta sotto la strada. Perché non fare un’apertura dalla strada alla cantina e calare il vino direttamente al tinozzo? – La proposta non era di certo troppo stupida ed il padrone si mise a discuterla. Prima di tutto la cantina non era posta direttamente sotto la strada ove c’era il carro ma traverso un’apertura vi si poteva accedere solo da un campo laterale. Giacomo rispose che con certe prudenze il carro poteva benissimo transitare sul campo. E andarono a vedere. Il dislivello non era grande e lo si poteva colmare. E il padrone diceva di no e Giacomo di sì. E ambedue avevano accesa la pipetta. E poi il padrone a corto di argomenti dichiarò che riteneva che una cantina con l’apertura sulla via sarebbe stata danneggiata nella frescura. E Giacomo citò le cantine dei paesi circonvicini le quali l’apertura sulla via ce l’avevano. Tutte citò, non dimenticandone una! Intanto il sole sulla via scaldava il vino e il padrone finì con l’arrabbiarsi. E Giacomo anche. Poco dopo egli andava all’osteria con in tasca i soldi di un quarto di giornata mentre il padrone chiamava in aiuto le donne di casa e i passanti per salvare il suo vino. Giacomo all’osteria non riposava no! Egli continuava a discutere sulla necessità di dare una diretta comunicazione con la via ad ogni cantina. E tale fu la sua propaganda che ora nel paesello non c’era cantina che non avesse tale apertura. Ora che ha ottenuto un tanto si dedica attivamente ad un’altra propaganda. Vuole che davanti ad ogni apertura ci sia una gru per calarvi e estrarne ogni sorta di merci pesanti. Voleva convincerne anche me ma io, grazie al Cielo, non ho cantine. Un giorno Giacomo fece un affare d’oro. Una quarantina di loro lui compreso avevano assunto a contratto la falciatura di un vasto campo. Doveva esserci lavoro per una quindicina di giorni. Avevano eletti dei capi ma i poteri di costoro non erano ben definiti. Giacomo non mancava di puntualità e alle quattro del mattino era sul posto. Cominciò col protestare contro la scelta della parte da cui si doveva cominciare. Di mattina si doveva volgere la schiena al sole. Aveva ragione ma i quaranta uomini dovettero così camminare per un buon quarto d’ora per portarsi al lato opposto ch’era il più distante dal villaggio. Poi cominciò a rifiutare la falce che gli era stata attribuita. In genere egli le preferiva a manico singolo e faceva propaganda perché anche gli altri le preferissero. Poi, presto, troppo presto sentì il bisogno d’aguzzare la falce. Propose diversi istituti del tutto nuovi su quei campi. Due dovessero essere adibiti il giorno intero ad aguzzare le falci. Quando egli non lavorava s’adirava che i suoi vicini a destra e sinistra continuassero il lavoro. Nascevano irregolarità che non potevano essere utili al buon andamento del lavoro. Quello era notoriamente un lavoro che bisognava fare insieme o non farlo. Altrimenti il povero diavolo che restava indietro, senza sua colpa, poteva falciare le gambe del suo compagno troppo zelante. I capi guardavano esterrefatti la faccia di Giacomo magra, mai sbarbata, arrossata dal sole e da una sincera indignazione. Era un uomo in buona fede costui e non c’era verso di arrabbiarsi con lui! Gli offrirono tutta la sua participazione, pronta, in contanti, se accettava di non comparire il giorno appresso. Perché se lui c’era, non v’era dubbio che la falciatura non sarebbe finita mai. Quando essi sarebbero giunti alla fine l’altra parte avrebbe già riprodotta tutta l’erba medica falciata e i mietitori sarebbero morti di fame condannati com’erano alla paga contrattuale di 15 giorni. Giacomo esitò! Egli aveva spesso incassati dei salari senza lavorare ma mai era stato pagato per non lavorare. – E se venissi ogni giorno per un paio d’ore per darvi qualche buon consiglio? – Così oltre che la paga ebbe la minaccia che se nei 15 giorni seguenti passava per di là sarebbe stato lapidato. S’adattò ma la sua fama era distrutta e nessuno lo volle più. Il contratto da cui era stato allontanato era finito male; la falciatura aveva abbisognato di interi 30 giorni. I capi dicevano ch’era bastata una giornata di convivenza con Giacomo per creare fra quei 40 mietitori una decina di Giacomi, cavillosi come lui e pareva alla fine un’assemblea legislativa tante erano le nuove proposte che pullulavano per regolare la falciatura di un campo.

Giacomo divenne nomade. Solo a questo patto egli poteva trovare lavoro. Aveva le tasche piene di certificati perché tutti gliene davano pur di liberarsi di lui al più presto. Così passò tutto il Friuli la Carnia e il Veneto sognando sempre di trovare un lavoro bene organizzato. S’era però talmente specializzato nella critica che non sapeva tacere la critica sull’organizzazione del lavoro neppure quando lui non c’entrava. Così non passava carro senza ch’egli non criticasse il modo com’era caricato. Veniva mandato a quel paese ed egli continuava le sue peregrinazioni senza abbadarci troppo. Se però credeva d’aver ragione allora era capace di farsi fare in due ma le sue ragioni doveva dirle. Egli aveva dovuto passare accanto ad un carro caricato tanto in alto ch’egli avrebbe potuto esserne schiacciato. Allora alzava la voce ed il suo sonoro dialetto celta pigliava delle andature epiche. Era capace d’appellarsi anche ai carabinieri. E gli serviva0 solo di pretesto il pericolo da lui corso. La ragione intima che lo animava era l’odio per il lavoro male organizzato. E mi raccontava: – Quando si nasce disgraziati! Io non feci mai del male a nessuno e tutti mi odiano perché voglio mettere ordine e perché non posso soffrire un lavoro male iniziato! – Non era la prima volta che veniva a Udine; era la seconda. Ci venne la prima volta in cerca di un po’ di riposo: Udine era una città abbastanza popolosa ed egli avrebbe potuto riposare prima che tutti l’avessero preso in odio.

Fu l’offerta di un posto straordinario che gli venne dal suo paese natio per cui lasciò la prima volta Udine. – Si trattava di un lavoro – mi confessò candidamente – in cui non c’era niente da fare. Ora a me il lavoro piace ma pensavo che se trovavo un lavoro pel quale non occorreva lavorare doveva certo essere un lavoro ben organizzato e perciò lo accettai con entusiasmo. – Lasciò Udine e con dieci ore di buon cammino raggiunse il suo paese natio. Amava di camminare. – Altri può credere – diceva – che il moversi sulle ruote sia un perfezionamento in confronto al moversi sulle gambe. Io no! Credo sia un modo di riposare quello di moversi. – Impiegò tre giorni per fare quelle dieci ore di cammino. Ricordava che a Chiavris una grossa pietra lanciata da qualcuno celato dietro un muro gli era passata dinanzi al naso. Se ne fosse stato colpito la sua testa benché dura sarebbe andata in pezzi. Eppure io a Chiavris non ho lavorato mai. C’è tanta cattiva gente a questo mondo. Forse non mi conoscevano. Eppure io ho un sospetto. Lavorai una volta con un operaio che dovrebbe abitare a Chiavris. Ma non credo sia stato lui... perché io feci per suo bene. Era impiegato permanentemente da un droghiere e presero me come avventizio perché invece di un molinetto che lavorava di solito a macinare pittura bisognava per qualche giorno lavorare in due. Dio mio! Era un lavoro che faceva schifo! Impiegare un’anima umana a far girare, girare una ruota per produrre un filo di pittura male impastata. Non era facile prendere un motorino elettrico ora che la forza elettrica non costa quasi nulla? Restai un giorno e mezzo a quel molino e tanto disprezzo avevo per il mio lavoro ch’esso non poteva procedere. Il mio compagno stava ad ascoltarmi estatico. Anche lui cominciava a capire come un motorino avrebbe girato, girato senza pensarci tanto su. Mi mandarono via quando feci chiamare il padrone per spiegargli la mia idea. Mi trovò dinanzi alla mia ruota sgangherata che fumavo. Io avevo il braccio addolorato e aspettavo il padrone e il motorino. Chi avrebbe potuto indovinare che il padrone era tanto occupato che ci avrebbe messo due ore per corrispondere alla mia chiamata? Appena venuto mi mandò subito via e gridando anche perché tutti a questo mondo hanno la mania di diffamare la povera gente. Diceva che il valore della merce macinata non copriva la mia mercede. Dev’essere roba che costa poco allora dissi io. Ora in quella drogheria ci hanno il motorino ma io della mia buona idea non ebbi alcun vantaggio e neppure il mio compagno perché fu mandato via pochi giorni dopo di me –. Così anche il povero Giacomo ebbe a subire un attentato. – Come un re – disse egli con qualche compiacenza. – Eppure il re dissi io – non rifiuta di sovraintendere a dei lavori male organizzati.

Insomma Giacomo ritornò al suo paese natio beato che ve lo avevano richiamato perché avendo tanto tempo da pensarci su, soffriva talvolta di nostalgia. Non era chiamato ad una posizione troppo splendida. Non avrebbe avuto alcun salario solo un letto e sufficientemente da mangiare. Quel sufficientemente significava sola polenta o quasi. Ma l’amor patrio e la curiosità di conoscere un lavoro in cui non c’era bisogno di lavorare indussero il povero Giacomo alla lunga camminata.

A un tiro di schioppo dal suo luogo natio, su un colle, il più alto dopo Udine verso la Carnia, c’era la casa del signor Vais un piccolo villino elegante ove abitava il vecchio signore, sua moglie e alcune fantesche. Il figliuolo era agli studi a Padova. Poco appresso nascosti alla vista di chi passava la strada maestra c’erano i vasti stallaggi e più lontano ancora, in mezzo ai campi una vasta casa colonica, vecchia decrepita quella

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011