Italo Svevo

Ettore Schmitz

Pagine di diario

Edizione di riferimento:

Italo Svevo, Tutte le opere, edizione diretta da Mario Lavagetto, vol. II “Racconti scritti e autobiografici”, Edizione critica con apparato genetico e commento di Clotilde Bertoni, saggio introduttivo e cronologia di Mario Lavagetto, Collana “I Meridiani”, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2004.

(A)

19.12.89.

Oggi compisco 28 anni. Il malcontento mio di me e degli altri non potrebbe essere maggiore. Noto questa mia impressione perché forse di qui a qualche anno potrò darmi una volta di più dell’imbecille trovandomi anche peggio, o, potrò consolarmi ritrovandomi migliorato. La questione finanziaria va divenendo sempre più acuta, non sono contento della mia salute, non del mio lavoro, non di tutta la gente che mi circonda. Sta bene che non essendo io stesso soddisfatto del mio lavoro non posso esigere che altri lo sia. Ma con le smisurate ambizioni che a suo tempo si nutrirono non aver trovato nessuno ma nessuno che pigli interesse a quanto pensi e a quanto fai; trovarsi sempre costretto di fare come se si pigliasse interesse alle cose altrui perché l’unica via di guadagnarsi un po’ di quella considerazione cui volere o volare si ambisce. Due anni or sono precisi cominciai quel romanzo che doveva essere Dio sa cosa. È invece una porcheria che finirà col restarmi sullo stomaco. La mia forza era sempre la speranza e il male si è che anche quella va affievolendosi.

(B)

30.9.99 pagina scritta nella nuova stanza.

Scribacchiature. Quasi tutti gli uomini quando credono di conoscere la donna scoprono di non averla conosciuta nella forma sua più perfetta, più conforme a tutta la vita precedente che a questa forma l’aveva preparata: Quella di moglie. Intanto la prima sorpresa è quella di vederla tanto affezionarsi agli oggetti della casa e alla casa stessa. Dico cose antiche ma sono convinto che colui cui toccano ne è sempre sorpreso. So che certi uomini somigliano in questo rapporto tanto alle donne che quando vi si avvicinano non hanno alcuna sorpresa fuori di quella di trovarsi compresi, perfettamente, fino in fondo ed oltre. La moglie troverà delle sorprese nel matrimonio – non voglio metterlo in dubbio. Ma l’uomo ne trova di più. La casa ch’egli abita è la casa di sua moglie. L’uomo quando vuole il matrimonio vuole la donna; la donna ricerca nel matrimonio la casa, l’oggetto, la stanza, la padronanza... insomma tutto ciò che costituisce la casa. E il bello si è che quando non è fatta così, è meno moglie, meno donna, in un certo senso meno onesta. Non parlo di disonestà nel senso comune della parola, ma è certo che più onesto di tutti è l’animale che essendo castoro abita sulla riva dei fiumi, essendo elefante nei boschi, essendo talpa, sotterra, ed essendo donna accanto ad un marito in una casa sua da ordinarsi, da regolarsi magari da rovinarsi. Le altre quelle che quasi per autoironia si chiamano femministe sono rispettabili ma tanto poco conformi alla loro natura come se un orso del polo nord volesse cambiar dimora e andare al polo sud passando per l’equatore.

 

2.10.99

Io credo, sinceramente credo, che non c’è miglior via per arrivare a scrivere sul serio che di scribacchiare giornalmente. Si deve tentar di portare a galla dall’imo del proprio essere, ogni giorno un suono, un accento un residuo fossile o vegetale di qualche cosa che sia o non sia il puro pensiero, che sia o non sia sentimento, ma bizzarria, rimpianto, un dolore, qualche cosa di sincero, anatomizzato, e tutto e non di più. Altrimenti, facilmente si cade, – il giorno in cui si crede d’esser autorizzati di prender la penna – in luoghi comuni o si travia quel luogo proprio che non fu a sufficenza disaminato. Insomma fuori della penna non c’è salvezza. Chi crede di poter fare il romanzo facendone la mezza pagina al giorno e null’altro, s’inganna a partito. Ma d’altronde questa paginetta scritta sotto l’impressione di un dato momento, del colore del cielo, del suono della voce di un proprio simile, non diverrà mai altro di quello ch’è; la pagina più sincera ma di un’impressione troppo immediata e violenta. Non bisogna pensare di rappezzare con tali pagine qualche cosa di maggiore. Napoleone usava notare quanto non voleva più dimenticare su un foglietto di carta che poi stracciava. Stracciate anche voi le vostre carte oh! formiche letterarie. Fate in modo che il v[ostro] pensiero riposi sul segno grafico col quale una volta fissaste un concetto, e vi lavori intorno alterandone a piacere parte o tutto, ma non permettete che questo primo immaturo guizzo di pensiero si fissi subito e incateni ogni suo futuro svolgimento

 

10.10.99

Strano che il fatto della nascita implichi il dolore e la morte e più strano ancora che io, quasi quarantenne me ne meravigli. È una prova che v’è in me ancora qualche cosa d’ingenuità puerile e ne sono lieto. Iersera ero sul punto d’addormentarmi allorché quest’idea macabra mi colpì. Ricercai affannosamente in me se ci fosse già questo conato al dolore e alla morte. Un dolore cupo, ardente, continuo, irrimediabile, senza sollievo né tregua giunsi ad immaginare. Compresi come la capacità d’aspirare un po’ d’aria sia un bene che non si possa pagare con beni che stieno a nostra disposizione. Poi giunsi ad immaginare la morte dell’occhio. Ecco! La notte cupa chiude lo specchio nel quale finora si percossero e luce e colori e dietro a lui la vita, ritirandosi, ha ancora lo sforzo che diminuisce, certo, ma che dovrebbe dare lo strazio ultimo del conato vano. E immaginai che per la morte dei sensi esterni, prima che il corpo fosse sepolto in terra in esso si trovasse sepolta la vita, tale vita da manifestarsi nel solo dolore, nient’altro che il dolore, immobile perché in un organismo del tutto rassegnato, visto che le parti che finora avevano potuto ribellarsi erano già morte. Non più braccia da levare al cielo, non piedi per fuggire, non occhi per piangere, né mobilità di fisonomia. Il dolore in solitudine perfetta senza la coscienza per cribrarlo senza speranza. Nei sensi ottusi si asside trionfante e il sollievo – la morte della bestia – capita inaspettato. Ultimo ricordo della vita resta il dolore solitario.

 

12.10.99

Degenerazione. Una commedia. Dovrebbe esserci qualche cosa nei manoscritti e cercherò. Giacomo Peirera ricchissimo, quarantenne, poeta viene ai bagni X accompagnato dal suo medico e da sua madre. Si trova anzi già ai bagni da parecchio tempo e si circondò di una compagnia pari sua di degenerati.

Lui stesso soffre di una grande ambizione insoddisfatta. Lavorò, lavorò, poi ad un tratto s’accorse che la sua salute ne aveva sofferto e cessò. Con rimpianto! Si cura da cinque anni, ma la salute non viene. Ha tutti i vizi del bere, del fumare, del bere caffè neri. Scommette continuamente con tutti che non fumerà più e finisce sempre col ricaderci. Al primo atto è il pasto a table d’hòte. Ha detto di non voler bere che acqua e finisce coll’ubbriacarsi. È venuto al luogo di bagni con l’idea di trovare una moglie. Cura drastica. Soffre d’insonnie orribili con incubi. Inappetenza. Si lagna della monotonia del proprio pensiero. Una volta pensava a tante cose ora a niente. Dice nel dialogo d’amore: Vorrei trovare qualcuno che mi curasse senza dirmelo. Vorrei sentirmi curato, accarezzato, ma che nessuno mai mi ricordi la mia cera. Se sapeste come è diabolica la preoccupazione della propria salute. Vi si pensa poi continuamente. Teresa Morfi è la prescelta. S’innamorò di lei principalmente perché s’accorse che accanto a lei s’annoiava meno anche parlandole della propria salute. Oppure bastava la vista della sua faccia per rendere meno noioso qualsiasi discorso? (Ecco una malattia da evitarsi!) (Amicizia perché gli si apprese la cura Kneipp) Il dottore ch’è con Giacomo è anche lui un nevrastenico e osserva: – Quest’imbecille mi tiene con sé come se sapendo curare la sua nevrastenia non comincerei col curare la mia –. Fumatore e beone come il suo padrone.

(C)

Dicembre 1902

Noto questo diario della mia vita di questi ultimi anni senza propormi assolutamente di pubblicarlo. Io, a quest’ora e definitivamente ho eliminata dalla mia vita quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura. Io voglio soltanto attraverso a queste pagine arrivare a capirmi meglio. L’abitudine mia e di tutti gl’impotenti di non saper pensare che con la penna alla mano (come se il pensiero non fosse più utile e necessario al momento dell’azione) mi obbliga a questo sacrificio. Dunque ancora una volta, grezzo e rigido strumento, la penna m’aiuterà ad arrivare al fondo tanto complesso del mio essere. Poi la getterò per sempre e voglio saper abituarmi a pensare nell’attitudine stessa dell’azione: In corsa, fuggendo da un nemico o perseguitandolo, il pugno alzato per colpire o per parare. Sono similitudini queste che

(D)

19.1.1905

Dio li fa e li accompagna! Ma in quale strano modo! Essa una poetessa, che passò di quelle gioventù (comunissime) nelle quali il sogno di gloria è il protagonista. Perciò uno sviluppo d’egoismo che si manifesta in atteggiamenti, in ricerche sulla propria personcina di cui il primo prodotto è l’insistenza di un dato colore nel vestire o di una piega voluta nei capelli. E accanto a tutto ciò un grande disdegno per la vita di tutti i giorni: Nella maternità tutta la poesia ma un certo schifo per gli obblighi che subito ne risultano. Al marito un amore sconfinato ma l’incapacità di creargli d’intorno l’ambiente in cui si possa vivere e lavorare. Pur troppo due parole bastano a designare intero il tipo tanto è comune e ogni parola di più è sprecata.

Lui invece è meno solito. Appartiene alla piccola schiera di uomini coltissimi che pur sanno conservare inalterato l’amore, anzi la passione alla lotta per la vita. Un bell’uomo! Alto, forte, elastico. Sembrerebbe l’equilibrio in persona. Un bel giorno s’imbatte nella piccola poetessa la quale da qualche anno attendeva l’anima sorella ch’ella immaginava come un verso che con lei rimasse, e ne cadde morto innamorato. Fu un periodo nel quale tratto dalla sua natura, egli obliò la lotta e la cultura. Si dice che persino abbia fatto uso di morfina per dimenticare e per dormire. La poetessa di lui non ne voleva sapere. Essa sentiva meglio quello che le sarebbe abbisognato pel suo uso. Ci volle la rovina della sua famiglia per rassegnarsi di sposare il bell’uomo giovine, forte, attivo che l’amava. Ma poi subito dopo di avergli detto di sì, gli scrisse dei versi ch’egli subito più non comprese. Egli oggidì è uno splendido tipo d’uomo che lavora per guadagnare tutto il denaro che gli occorre e trova anche il tempo necessario per dedicarsi alla vita pubblica. Lavora 12 ore al giorno. Ben poche gliene rimangono per dedicarle alla vita comune ch’egli con tanta passione aveva desiderata Ma non voglio fare della maldicenza! Fuori di quest’indizio non v’è altro segno

Conobbi un grande uomo d’affari. Tutta la sua vita è stata dedicata agli affari, tanto che l’uomo in lui non trovò altra espressione di vitalità che nell’imaginare continuamente nuovi mezzi per accumulare denari. Intorno a lui causa tale fenomenale sua attività dilagò molta felicità; i figliuoli, la moglie furono portati addirittura in una classe superiore a quella nella quale erano nati ed egli accumula ancor oggi con fortuna e bravura egualmente invariate. Mi trovai con lui al funerale di un nostro comune amico e per la prima volta lo udii parlare di qualche cosa che non fossero affari. Mi disse: – Io ho sempre pensato alla morte e credo che tutta la mia attività sia risultata dal mio sforzo di sfuggire a quel pensiero doloroso. Ricordo che da giovine credevo nella vita futura e allora il pensiero della morte era molto più gradevole. Non so come, questa credenza disparve e rimase quell’immagine della morte misteriosa... relativamente. Devo confessare ch’io sono un uomo felice perché fuori di quel dolore non ne ho altri e quel pensiero occupa nella mia giornata uno spazio molto ma molto ristretto. Quando siedo a tavola accanto a mia moglie, vedo subito me e lei morta. La guardo pieno di compassione per me e per lei ed essa ha sempre creduto che fossero fatti così i miei sguardi d’amore. Dio mio! Io non ebbi mai tanto tempo per amare. Ma per pensare alla morte, sì! Per quel pensiero si trova pur troppo sempre tempo. Quando mi stendo nel mio letto che con la mia attività riuscii a rendere sempre più sontuoso, io provo sempre come le mie membra si comporranno nell’ultimo sonno. Resto stupito di vedere tutta la gente andare ad un funerale con le faccie composte a tristezza. Io credo di aver sempre la stessa faccia. Io anzi ho il sentimento di prendere parte al mio stesso funerale. Non è una cosa molto allegra ma si vive e si lavora tuttavia.

Ebbe una risata ironica: – Io so come faccio io per dimenticare. Ma non so bene come facciano gli altri. Divertirsi? Ma cessato il divertimento e sia pur stato un divertimento onesto e bello, non resta niente. Gli affari invece perseguitano chi li fa senza sosta. Guardate! Anche adesso che, parlandovi, mi dedico proprio di mia volontà, all’increscioso pensiero, anche adesso, se cesso di parlare, io ritorno a quello strano movimento di ribasso del caffè cui assistiamo da tanti mesi e che non mi danneggia causa la mia prudenza di uomo che non aspetta la ricchezza dall’azzardo ma la vuole da una continua faticante attività che lo distragga.

(E)

I Annotazione

4 Febbr. 1905

Scrivania nuova pensieri nuovi. Mi pare sia un po’ troppo alta e che i pensieri risultino un po’ sforzati.

Il giovine Pfan maltrattato dai suoi superiori s’è ammazzato. Che cosa resterà a Brisker? Io sempre vidi Brisker vivere per gli altri. Vent’anni or sono viveva immerso fino agli occhi nella felicità della sorella madre di 8 ragazze e di un ragazzo. Parve per un istante ch’egli si preparasse a vivere per se stesso quando il cognato improvvisamente morì. Già esitante per se stesso ad addentare la vita, gli parve di non poter più lasciare la sorella. Visse per tutte le nipoti ma’prima di tutti per il nipote alla cui educazione contribuì col proprio esempio. L’altro addestrato dal primo, certo inconsapevolmente a vivere poco, alle prime traversie della vita si ammazzò.

5 Febbr. 1905

Tentativo di descrizione: Domenica fosca con una leggera nebbia in alto la quale aumenta l’impressione di bianco mite e freddo che copre il paesaggio. Gli alberi spogli di foglie si ergono scheletriti, nella campagna brulla. Quanta quiete! E la montagna priva di neve guarda sconsolata la valle sconsolata; lassù al disopra degli sterpi grigiamente rosseggianti v’è la bianca nuda pietra ed è la cosa più viva fin dove l’occhio arrivi. Con le sue sporgenze, i piani frastagliati da incavature bizzarre, interrotti da massi, ergentisi violentemente, la schiena arrotondata o spezzata, pare il residuo di una lotta titanica oppure una lotta attuale.

12.2.1905 Copie

Vi sono dei giorni in cui tutte le sciocchezze che ho commesso in mia vita mi si affacciano alla mente come rimorsi.

Se l’uomo, senza ricorrere a pistola o veleno, potesse annientarsi per solo istantaneo effetto della sua volontà la miglior parte dell’umanità sparirebbe giovanissima.

L’uomo che apporta meno danno ai suoi simili è quelli ch’è il meno amato.

È un uomo che scrive troppo bene per essere sincero.

Voi avete ragione ma siete un imbecille.

Parlando con R., impiegato e dottor in legge, chiacchierino sempre con l’evidente sforzo di dire, dire per guadagnar tempo e farne perdere agli altri, pensai: “Ma perché vive costui?”. Dopo, vedendo la vecchia madre che l’ascolta beandosi: “Adesso capisco. Ma perché poi vive costei?”. Oh! buon Dio! La vita non si capisce se non è accompagnata da una grande sofferenza o da grandi gioie.

Schopenhauer disse che la sola contemplazione dia la felicità. Potrebbe ingannarsi. Il nostro organismo può compiacersi, in idee, movimenti, anche sforzi, tutte e tutti fonte di felicità. Per dire di conoscere un carattere bisogna saperne predire l’estrinsecazione. È un’operazione simile a quella che potrebbe essere imposta ad un artista cui sarebbe consegnata una parte della testa della Venere di Milo perché la ricostituisca.

14.2.1905

Ammettiamo dunque che il «Piccolo» non si possa pubblicare perché il mondo fosse divenuto troppo quieto.

Non esiste maggior somiglianza di quella che corre fra il pascolo e il pascolatore.

(F)

4.1905

IV viaggio a Londra

Eccomi di ritorno dal mio quarto viaggio a Londra. Finora di 4 simili viaggi non fissai nulla mentre prima nei tanti miei lenti movimenti fra il Corso e la Barriera Vecchia osservai tante e tante cose. Oh! giovinezza! Eppure io credo che dal mio pensiero svanì una sola cosa importante: L’ammirazione di se stesso. Oggidì ho il medesimo metodo; nella mia mente gli oggetti si riflettono con la stessa vivacità ma passano via e a me non importa più affatto di ritenere le immagini che in me destarono. Avviene ciò forse perché sentendomi portato a commerciare in altre cose, mi senta alieno dal commerciare o dal tentare di commerciare in idee? In fondo tutto il viaggio, come in genere tutta la mia vita, fu abbellito da osservazioni curiose che dissi ai miei più prossimi vicini con la parola più efficace che ricercai ma perché tramandare l’osservazione e la parola ai posteri per dare loro ancora la fatica di eliminarle? E di tutto il viaggio in quanto mi concerne – non ricordo altro che l’impressione forte che ebbi correndo attraverso l’Italia, la Francia e l’Inghilterra. Attraversando tanta vita che io non amo pur mi commossi e a tutti i campi vicini e lontani augurai di cuore di dare doppia messe affinché i popoli sieno ricchi e buoni.

Il pianto deve essere una manifestazione naturale del nostro organismo. Forse alla nascita aiuta i primi" movimenti degli organi respiratorii che dovrebbero essere dolorosi. Poi per quella stupida

(G)

10.1.1906

Perché, diavolo, parlo tanto della mia vecchiaia? Non certo per paura della morte che non mi desta né curiosità né paura. Io penso che effettivamente la mia vita sia stata troppo corta. Fu molto piena di sogni che io non notai né ritenni. Non rimpiango di non aver goduto abbastanza ma sinceramente rimpiango di non aver fissato tutto questo periodo di tempo. Del resto, guai se ci fossero molti altri che sentissero come me! Povera umanità! Quante autobiografie!

Letizia crebbe ed io non conservo della sua prima infanzia altro che delle pallide fotografie! Tutto a me d’intorno muore giornalmente nell’oblio perché io sto estatico a vedere frastornato da un mondo di gente che mi grida nelle orecchie. Siora Livia aveva vent’anni ed ora ne ha 31 passati. A me pare come se essa avesse avuto sempre questa età. E se arriverò all’età cadente tutti noi saremo stati sempre sempre vecchi.

La razza superiore è quella a piccole natalità e mortalità.

(H)

I

25.10.1910

Io credo che la fedeltà del cane sia basata su un malinteso. Certamente egli ci crede tutt’altro animale. So che nell’America del Sud viene allevato con le pecore. Così quando viene attaccato da animali selvaggi si crede appoggiato da pari suoi e combatte anche contro forze preponderanti. Ad ogni modo questo malinteso è più complesso di quanto si creda perché nella pecora “sua pari” vede un animale che deve obbedirgli, nel cane “suo pari” vede un animale col quale bisogna battersi e nell’uomo un animale cui s’abitua ad obbedire. Il mondo dell’olfatto dev’essere altrettanto complesso quanto quello della vista. La parte del corpo del cane che si spiega più chiaramente è la coda e quella ci dice troppo poco.

Mi meraviglia sempre di vedere che il cane non è troppo stupito quando l’uomo lo picchia o l’uccide.

II

X... un uomo molto religioso mi diceva: – La bellezza del mondo di là consisterà principalmente nella giustizia. Tutti gli esseri che lo abitano devono avere un giusto concetto di sé, di Dio e di tutti.

Poco dopo io feci un sogno. Morivo e me ne andavo al di là. Subito all’ingresso m’imbattevo in mio cugino Giacomo il quale mi diceva: – Prima che tu entri devo avvisarti che il paradiso l’ho riparato tutto io. Quando arrivai era impossibile starci.

III

X ha detto che l’aumento dei boschi farà diminuire il terremoto. Ne ho gusto. Se dicessero che l’aumento dei boschi allontanerebbe il pericolo del colera io ne avrei anche gusto. Perché non si potrebbe addirittura attribuire al Dio delle Battaglie oltrecché il desiderio delle preghiere anche la compiacenza ai boschi?

IV

Effettivamente gli addetti ai servizii pubblici non debbono scioperare. Io propongo si crei una legge di Stato che disponga che quando gli addetti ai servizii pubblici abbisognano di uno sciopero si faccia scioperare un’altra categoria di operai.

Non bisogna mai parlare di male di pancia eccettuato in epoca di colera perché solo allora tutti si spaventano e nessuno s’indigna.

VI

Il marito di Clelia: – Io lavoro per te; sono tutto ai miei affari. Clelia: – E dove saresti se io non ci fossi.

VII

Clelia ritorna a suo marito per la disperazione di poter trovare di meglio.

VIII

La medicina è certamente l’arte che conta più fiaschi. Figurarsi! Ogni uomo che muore ha l’ultimo pensiero rivolto a lei: Che fiasco!

IX

10 12 1912

Un amico mi domandò se non mi dolesse di non aver raggiunta la gloriola letteraria cui in gioventù ambivo. Per un istante nella mia grama vita fui grande: – Ora che la mia vita volge alla fine io dal mio nome so essere distaccato e la gloria di altri è anche mia. – Ma – insistette l’amico – la tua parola non la dicesti! – Per amare la propria parola bisogna averla detta e sia proprio la mia e non l’altrui.

(I)

23.5 [1915]

Una signora, nostra congiunta, arriva semisvenuta alla nostra villa: La guerra è dichiarata, essa racconta. Noi ne dubitiamo. Sono tanti mesi che stiamo attendendo tale notizia e la ebbimo tante volte che ora crediamo di poterla senz’altro negare. La stessa signora che la notizia ci diede dopo poco è dubbiosa e rimessa. Ecco come ebbe la notizia: Si trovava in Tramvia seduta accanto ad un ufficiale austriaco accompagnato dalla moglie. La moglie sospirò: – Un’altra guerra! –. E poi: – Chissà se avrai tempo di accompagnarmi fin laggiù! –. La nostra congiunta che ha un figliuolo in Galizia e per la quale perciò, pur troppo, la guerra è divenuta una questione anche sua privata domandò spiegazioni già tremando. La moglie dell’ufficiale indovinò di trovarsi dinanzi ad un dolore simile al suo e le raccontò: In quell’istante era arrivata a Trieste la notizia della dichiarazione di guerra da parte dell’Italia. Sul palazzo del luogotenente era stata già issata la bandiera di guerra. L’ufficiale doveva trovarsi un’ora dopo alla caserma ed approfittava di quella minuscola dilazione per fare l’ultima passeggiata in compagnia della moglie. Le due donne parlarono durante tutto il tragitto ed alla loro conversazione partecipò anche l’ufficiale. Parlavano l’italiano discretamente e da loro non fu detta una sola parola contro l’Italia. Anzi la nostra congiunta vide negli occhi della giovane donna al momento di dividersi il desiderio di baciarla. Nessuna delle due osò. Sarebbe stata quasi una dimostrazione contro la guerra. L’austriaca non poteva accanto al marito che voleva farsi vedere disinvolto e tranquillo. L’italiana poi davanti a questa guerra sentiva pesare la propria coscienza. Se l’aveva desiderata dalla prima gioventù questa guerra! L’aveva desiderata fino a dieci mesi addietro. Quegli ultimi dieci mesi della sua non breve esistenza le avevano data una nozione più precisa della guerra. Ora – che non osava più invocarla – la guerra veniva. Ma come avrebbe potuto maledirla lei? Le due donne si guardarono negli occhi lagrimosi e si divisero.

Poco dopo abbiamo un’altra conferma della notizia. Non v’è più a dubitare. Solo uno di noi crede che l’Austria abbia ora 24 ore di tempo per rispondere. E soggiunge con un buon umore che ci parve fuori di posto: – A Roma non trovano la formula per la dichiarazione di guerra. Temono che qualunque cosa esigano con l’ultimatum l’Austria lo conceda ciò che sarebbe un bell’imbarazzo per l’Italia. Io suggerirei questa clausola: Io esisto, tu esisti e perciò ti faccio la guerra.

Ci attacchiamo al telefono. Sono le 18 e al telefono deve esserci una grande confusione. Non si arriva ad avere nessuna comunicazione. Finalmente la signorina del telefono mi dà lei le notizie che volevo avere dai conoscenti. La guerra è dichiarata. In città la folla si agita. Avevano tentato d’incendiare il «Piccolo» ed avevano devastato il caffè Chiozza ch’era un luogoove s’adunavano dei giovanotti liberali. Decidiamo d’accompagnare la nostra visitatrice in città con la carrozza tanto più che da mezz’ora non si sente più passare le carrozze del tram.

Poi le signore esitano ancora: Sarebbe meglio restare in villa tutti quanti e arrangiarsi per la notte come si può piuttosto che correre dei pericoli in città. M’attacco di nuovo al telefono ed ottengo dalla signorina che interpelli la direzione di polizia. Questa mi fa dire che se le signore vanno diritte per la loro strada non corrono alcun pericolo. Io domando alle signore: – Sapete andar diritte per la vostra strada? –. In base alla loro risposta si monta in carrozza.

Il passeggio di S. Andrea è vuoto più del solito e il sobborgo di S. Giacomo è meno del solito affollato. Dicono che tutto il sobborgo si sia riversato sulla città. Dobbiamo discendere dalla carrozza dopo aver passata la galleria di Montuzza. Il «Piccolo» che giace al suo sbocco è in fiamme. Nella chiara sera lunare le fiamme rosse gigantesche lambiscono ora le case dalla parte della Barriera Vecchia ora il tetto del Monte di Pietà che giace dall’altra parte. Capisco subito che non occorre neppure andar diritti per la propria strada per non correre alcun pericolo. I saccheggiatori e gl’incendiarii sono di buonissimo umore. Nessuno li impedisce. Sono occupati con la roba e non hanno alcun rancore per le persone. Nella folla non c’è dissenso o chi dissente tace. Vedo d’intorno degli operai che guardano alla distruzione del giornale che da tanti anni è il loro cibo quotidiano e tacciono. Una donna affannata e dalle mani sucide dal fronte madido ci si avvicina. Uscì allora dal nucleo di gente che operò la distruzione. Penso che qualche cosa s’agiti nella sua coscienza perché mi si accosta e sente il bisogno di avere la mia approvazione: – Noi semo tuti Italiani. Ma i’ ne la ga fata tropo sporca. Farne la guera dopo che sofrimo tanto da diese mesi.

Era una cosa che si poteva aspettarsi. Dacché cominciò la precipitosa leva degli uomini dai 42 ai 50 anni si disse al popolo a voce e in stampa che questa leva era imposta dall’attitudine dell’Italia. E il popolo dimenticò di aver già consegnati tutti gli uomini fino ai 42 anni per sentire più cocente il livore per quest’ultima separazione. Venivano allontanati gli ultimi uomini che potevano aiutare e questa era la colpa dell’Italia. Vidi dei carri dei pompieri ancora inoperosi. Volli stimolarli. Dissi ad un pompiere: – O che fate? Aspettate che arda tutta la città? –. L’uomo divenne subito furioso. Mi disse di provarmi io a spegnere. Non vedevo come la folla non permetteva il libero movimento che occorreva per affrontare un incendio? Dover io dar prova del mio potere e allontanare la folla. Mi aveva certo preso per persona dell’autorità. Poi seppi che il pompiere cui avevo parlato era uno studente in legge che da 10 mesi senza retribuzione per servire la sua città faceva il pompiere volontario. Mi aveva affrontato con tanta immeritata violenza che io lo avevo creduto un comunissimo facchino.

Il tetto del Monte di Pietà cominciava ad ardere. Una guardia di pubblica sicurezza a cavallo s’avvicinò al capo dei pompieri. Lo invitò ad intervenire subito per evitare dei guai maggiori. Anche il capo dei pompieri masticò delle parole che mi parvero insultanti. La guardia fingeva di non intendere l’insulto ma pur tuttavia cercava di spiegare: – Semo in pochi e no la vedi come che i xe indiavolai? –. Partì di carriera per dare gli ordini. Fra i pompieri si rideva alle sue spalle. Pareva impossibile che oramai fosse possibile di domare quella folla. Invece in pochi istanti fu conquistato lo spazio necessario. Un pelottone di guardie a cavallo sgominò la folla e la sospinse in piazza Goldoni. Cominciò l’opera di spegnimento ma il palazzo era condannato. Era in fiamme il tetto e dalla parte dove mi trovavo io tutte le finestre parevano bocche di forni. Il palazzo Tonello era condannato. I Tonello che fabbricarono il palazzo erano di famiglia marinara. Crearono l’antico cantiere Tonello convertitosi poi in Stabilimento Tecnico Triestino ove si fabbricarono le Dreadnoughts austriache.

Io credo che gli stessi individui furono dappertutto i caporioni delle devastazioni. Poche devastazioni avvenivano contemporaneamente. Si susseguivano. Naturalmente che i caporioni che condussero la folla all’assalto del «Piccolo» erano tanti che potevano dirigere con facilità più di una devastazione dei negozii non tanto ampli del Corso. Più tardi la folla potè anche fare a meno dei direttori e se ne ebbe la prova quando non si presero più di mira gli stabilimenti appartenenti ai regnicoli ma si colpì anche degli austriaci di cui la roba fosse a portata di mano. Si sa che la folla in frangenti simili perde presto certi istinti per acquistarne degli altri. È la maledizione di chi grida per la via per adunare una folla che lo segua. Si può dire che i più colpiti furono i negozii di calzature e quelli di commestibili; pochi liquoristi e quelli veramente regnicoli. A me parve che i caporioni non fossero dei ladri. La violenza durava fino al compimento della distruzione delle saracinesche. Poi un mondo di donne si divideva pacificamente il bottino che alcuni passavano per le porte e le finestre infrante. Pareva una distribuzione pacifica in un bazar. Apprendo che fu appiccato l’incendio al negozio Di Leonardo. È in via Niccolò Machiavelli. È il maggiore deposito di agrumi della città. Occupa tutto il pianoterra di un casone vastissimo. Lo spettacolo è meno imponente che al «Piccolo». Fu acceso troppo presto e perciò i pacifici ladri che seguono i violenti scassinatori e incendiarii non arrivarono in tempo. E pensare che c’era già penuria di agrumi in città. Un nero fumo denso esce dalle finestre infrante. Da poche finestre s’intravvede il chiarore dell’incendio

(L)

13 giugno 1917

Un uomo vecchio è necessariamente un uomo ordinato. Adesso a 56 anni io devo badare a tre qualità di occhiali e ciò m’abituò all’ordine. Perciò con piena fiducia di condurlo a fine ricomincio il mio libro di ricordi.

Morirono definitivamente tante cose e persone che furono sì importanti per me, che me ne rammarico intensamente. Come sono pallide quelle cose e quelle persone! Son ridotte a concetti astratti e forse sbagliati. Io stesso finirei col credere di essere stato sempre come sono oggi, mentre pur ricordo degli odii e degli amori che non ho più. Ho il dubbio però che mutando di desideri non mi muto essenzialmente. Forse l’essenziale è il modo. Ma avendo annotato tanto poco, non posso verificarlo. Certo ricordo violenti desideri e violente ripulsioni, ma non so più se le cose annotate mi sfuggirono per mia inerzia o per destino e se le cose che odiavo m’accompagnarono finché vissi perché troppo inerme o perché esse erano troppo forti. Napoleone doveva saper meglio della sua vita, anche se non l’annotò che quando la sua vera vita era cessata. Quattro anni or sono, poco prima della guerra mondiale, intrapresi un grande viaggio che mi fece attraversare l’intera Europa. Ricordo che, passando, augurai che tutti i campi dessero buoni frutti e che i contadini vestiti nelle più varie foggie avessero il premio dovuto al loro lavoro. E mi parve di avere fatta una grande cosa e che Napoleone avrebbe potuto invidiarmi. Poi, quando scoppiò la guerra mondiale, io ebbi dolore per ogni disfatta perché io, certamente, per liberarmi dall’odio non avevo avuto bisogno della guerra.

(M)

25 ottobre 1917

Dev’essere l’abitudine della tutela nella quale perennemente viviamo che ci fa sentire meglio fra le persone che trattiamo da più anni. Le altre sono da noi designate come «non conosciute», mentre delle prime diciamo di conoscerle. In complesso abbiamo il bisogno di tutelare o di essere tutelati. Altrimenti la nostra mente non vede uno scopo della vita. Con le persone che «non conosciamo» c’è una sola difficoltà: Siamo ancora meno sinceri del solito. Così in viaggio io mi pensai contro la mia migliore coscienza, di parlare contro i ladri. Il mio interlocutore s’offese perché stava scappando con la cassa. Ciò naturalmente non m’avviene con le persone che conosco. Con le persone che «non conosciamo» si potrebbe invece essere più sinceri del solito perché manca la compromissione. Sarebbe un buon esercizio. Io mi ci provai ma non vi riuscii per il semplice fatto che dopo le prime parole «io conosco» il mio interlocutore. Uno sguardo, un’esclamazione, bastano ad indicarmi il suo desiderio che io sia fatto in un dato modo e ne deriva subito il mio desiderio di compiacerlo. Così nelle relazioni annodate nel modo più originale subentra presto, troppo presto, la solita convenzione. Forse quando usciremo dallo spazio e dal tempo ci conosceremo tanto intimamente tutti che sarà quella la via alla sincerità. Ci daremo subito del «tu» e c’irrideremo a vicenda come meritiamo. Morirà finalmente la letteratura che fa purtroppo tanta intima parte del nostro animo e ci vedremo tutti fino in fondo. Prospettiva macabra.

(N)

31.12.1925

Viaggio Londra

Un signore più vecchiotto con una signora sottile ancora ma certo non di prima gioventù. Egli potrebbe essere suo padre o suo marito.

Venendo dalla pianura friulana, dopo Monfalcone il viaggio assume tutt’altro ritmo. Il treno sale per un centinaio di metri al disopra del livello del mare e cammina sotto le colline del Carso che hanno il colore dell’alta montagna. Nebbia ma il mare s’indovina profondo.

All’accorgersi del furto tutto il sentimento della libertà del viaggio sparve. Egli era ritornato alla vita sedentaria, gretta. Vedeva tutto. Le cave di pietra di Nabresina ecc. Perciò corse a Torlano. A riconq[uistare] la sua serenità.

Monfalcone

Il suo vagone era quasi aderente al fabbricato che gl’intercettava ogni vista. E fu lungo il soggiorno. Solo rancore! Era stato spiato dal ladro. Spiato tanto bene che perciò era passato dalle diecimila alle quindicimila lire.

Una casetta dalle finestre verdi giacente molto prima della stazione] portava l’indicaz[ione] M

Pieris–Turiaco

Un magazzino merci s’era formato lontano dalla stazioncella coperta di reclame.

Un’adunanza di cornacchie.

Cervignano un fabbricato lungo giallo.

Il Judri un rigagnolo fra due filari d’alberi, l’antica frontiera.

Torre di Zuino una casetta solitaria. Il piccolo caseggiato non povero a mezzo chilometro di distanza. Un’alta chiesa massiccia, delle case non piccole che la circondano.

Anche i colombi sono di Venezia. Ce ne sono dappertutto di simili. Sono più netti che altrove o il loro colore è un altro perché riflettono quello di Venezia?

Anche Padova ha una stazione che non è sua. Vasta la via per cui ci si arriva la campagna lotta prima di lasciarsi convertire in città.

Livia si desta e le duole un p[iede]. Deve levarsi la scarpa. Che abbia camminato in sogno?

Caldiero molto prima di Vicenza. La stazione sola! In lontananza un borgo.

Verona P.V.

Un lungo fabbricato con tantiportoni uno accanto all’altro.

Prima di P.V. un cimitero con tanto posto ancora libero.

P.N. Vasta bella stazione, l’unica bella di tutta la linea, divisa in due fabbricati] uniti da un ponte (?) sotto al quale corre una larghissima strada.

Livia sta facendo un regalo di poco a della gente che ha ereditato parecchi milioni. Io le dico: – Con tanti milioni dovresti fare un regalo maggiore.

Povero Spier! Adesso che a lui penso egli giace sottoterra tranquillo. Ed io, quassù, anche tranquillo. Egli fece quello che potè ed è quello che faccio anch’io ora.

Romano. Alla destra al di là lontano un treno merci su un binario morto. Un castello, una chiesa sovrasta il paese.

Brescia. Vasta oscura staz[ione]. Un po’ rude.

(O)

29.3.26

S.d.t.d.s. che considerai possibile ma sentendone tutta la mostruosità. E da questo sentimento mi restò una profonda amarezza. Non poteva esserci quella testa incapace di moversi ma il fatto che si poteva pensarla e soffrirne provava già il grave danno di vivere.

(P)

5.6.1927

Chi legge un romanzo deve avere il senso di sentirsi raccontare una cosa veramente avvenuta. Ma chi lo scrive maggiormente deve crederci anche se sa che non in realtà mai si svolse così. L’immaginazione è una vera avventura. Guardati dall’annotarla troppo presto perché la rendi quadrata e poco adattabile al tuo quadro. Deve restare fluida come la vita stessa che è e diviene. Quando è, non sa come diverrà, ma quando è divenuta ricorda come è stata, ma non col medesimo sentimento di quando fu. Allora appena si crea l’intonazione, e l’immaginazione e la vita egualmente si fanno armoniche ricordando. Bisogna credere nella realtà della propria immaginazione. Non bisogna però intervenire con alcuno sforzo per regolarla perché allora si diviene un incredibile Dio che in natura manca, e allora appena l’immaginazione differisce totalmente dalla realtà dove manca una regola e le cose nascono dalle cose impensabilmente, sorprendentemente conformi ad una legge che nessuno avrebbe potuto predire e che appena allora si rivela. L’immaginazione è meno monotona della realtà solo perché vi si movono le creature che dalla realtà nacquero ma isolate dal nostro desiderio, dalla nostra passione

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011