Italo Svevo

Ettore Schmitz

Profilo autobiografico

Edizione di riferimento:

Italo Svevo, Tutte le opere, edizione diretta da Mario Lavagetto, vol. II “Racconti scritti e autobiografici”, Edizione critica con apparato genetico e commento di Clotilde Bertoni, saggio introduttivo e cronologia di Mario Lavagetto, Collana “I Meridiani”, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2004.

Per comprendere la ragione di un pseudonimo che sembra voler affratellare la razza italiana e quella germanica, bisogna aver presente la funzione che da quasi due secoli va compiendo Trieste alla Porta Orientale d’Italia: funzione di crogiolo assimilatore degli elementi eterogenei che il commercio e anche la dominazione straniera attirarono nella vecchia città latina. Il nonno d’Italo Svevo era stato un funzionario imperiale a Treviso, dove sposò un’italiana. Il padre suo, perciò, essendo vissuto a Trieste, si considerò italiano, e sposò un’italiana da cui ebbe quattro figliole e quattro maschi. Al suo pseudonimo "Italo Svevo" fu indotto non dal suo lontano antenato tedesco, ma dal suo prolungato soggiorno in Germania nell’adolescenza.

Il padre d’Italo era già un assimilato quando giovanetto intraprese a Trieste un attivo e lucroso commercio di vetrami. Non si poteva vivere a Trieste appartandosi dal movimento delle idee che in questa città laboriosa fu sempre attivissimo e fecondo. In molte circostanze accanto ai nomi dei più fattivi patriotti liberali italiani, si può trovare il nome del padre di Italo. Più tardi si vedrà, al posto suo, quello del figlio. Italo fu direttore della «Lega Nazionale», della «Società Triestina di Ginnastica» e della «Società Patria». Nel 1918, alla vigilia della rivoluzione del 30 Ottobre, lo si vede nelle conventicole preparatorie in casa del deputato Edoardo Gasser.

Nato il 19 dicembre 1861, Italo Svevo trovò nella casa paterna un’infanzia felicissima. Tuttavia essendo la madre sua di carattere dolce e nuli’affatto autoritaria, al padre parve necessario di sollevarla dal peso di dover dirigere tanta figliuolanza; a dodici anni Italo, insieme a due fratelli, fu inviato in un collegio presso Würzburgo ove doveva prepararsi alla carriera che al padre pareva la più felice, quella del commerciante. L’insegnamento in quel collegio non era certamente dei più perfetti, ma, appresa in pochi mesi la lingua tedesca, il giovinetto aiutato da qualche insegnante, assieme a varii compagni di scuola e soprattutto uno dei fratelli, Elio (morto a 22 anni) si dedicò appassionatamente allo studio della letteratura. Conobbe i maggiori classici tedeschi e in primo luogo amò i romanzi di Friedrich Richter (Jean Paul) che certamente ebbero una grande influenza nella formazione del suo gusto. Oltre ai classici tedeschi potè conoscere in traduzioni perfette lo Shakespeare e qualche scrittore russo, in primo luogo il Turgheniew.

Tornato a Trieste a 17 anni frequentò per due anni l’Istituto Superiore di Commercio fondato nel 1868 dal barone Pasquale Revoltella (che doveva divenire il nocciolo dell’attuale R. Università di Scienze Economiche). Furono due anni di lavoro intenso che intanto servirono a chiarire ad Italo il suo proprio animo e a fargli intendere ch’egli per il commercio non era nato. Quel gentiluomo ch’era suo padre gli avrebbe concesso di ritornare agli studii, ma improvvisamente ed inaspettatamente capitò la catastrofe. Per alimentare il suo commercio il padre aveva intrapresa una grande industria vetraria che finì coll’assorbire tutta la sua sostanza, ed Italo dovette immediatamente entrare piccolo impiegato di corrispondenza alla sede triestina della Banca Union di Vienna. Era pagato secondo gli usi di una quarantina d’anni fa, cioè male, ma ormai il padre precocemente invecchiato dalla sventura non avrebbe saputo riportare il suo commercio alla floridezza, ed era necessario che in famiglia tutti lavorassero.

La vita d’Italo Svevo alla Banca è descritta accuratamente in una parte del suo primo romanzo Una Vita. Quella parte è veramente autobiografica. Ed anche le due ore serali di ogni giorno passate alla Biblioteca Civica vi sono descritte. Si trattava finalmente di conquistarsi un po’ di cultura italiana. Per varii anni passò quelle ore con Machiavelli, Guicciardini e Boccaccio. Poi fu introdotto nei suoi studii un qualche ordine dalla conoscenza delle opere di Francesco De Sanctis. Ed intanto anche i contemporanei ebbero grande influenza su lui: il Carducci specialmente. Forse per l’influenza del Carducci – e se ne dichiarò amaramente pentito – non amò in quell’epoca, quando si sentiva abbastanza giovanile per apprendere ancora, il Manzoni. Ma anche la passione per il romanzo francese non gliene lasciò il tempo. Una Vita è certamente influenzato dai veristi francesi. Lesse molto Flaubert, Daudet e Zola, ma conobbe molto di Balzac e qualche cosa di Stendhal. Nelle sue letture disordinate si fermò lungamente al Renan. Però il suo autore preferito divenne presto lo Schopenhauer, e forse fu al grande filosofo che si deve il pseudonimo di Italo Svevo che per la prima volta apparve sulla copertina di Una vita. Alfonso, il protagonista del romanzo, doveva essere proprio la personificazione dell’affermazione schopenhaueriana della vita tanto vicina alla sua negazione. Da ciò forse la conclusione del romanzo secca e rude come il membro di un sillogismo.

Trieste era allora un terreno singolarmente adatto a tutte le coltivazioni spirituali. Posta al crocevia di più popoli, l’ambiente letterario triestino era permeato dalle colture più varie. Alla «Minerva» (la Società letteraria triestina) non si trattavano soltanto argomenti letterari paesani o nazionali. Le persone colte di Trieste leggevano autori francesi, russi, tedeschi, scandinavi ed inglesi. E nel piccolo ambiente si coltivava assiduamente e musica e pittura. Italo Svevo si trovò naturalmente attratto da tutti i cenacoli artistici e letterari della sua giovinezza.

Un pittore di sei anni più giovane di lui, Umberto Veruda, già celebre, si legò a lui di un’amicizia intima che doveva durare fino alla propria morte. Silvio Benco («Piccolo della Sera» 8 Sett. 1927), facendo la recensione alla seconda edizione di Senilità, si arresta a considerare la figura dello scultore Balli (e Benco aveva conosciuto intimamente lo Svevo e il Veruda) in cui riconosce il Veruda e sintetizza il modello e la copia con le parole seguenti che per la loro precisione non si possono sostituire e che danno una perfetta idea della decisiva influenza che il pittore dovette avere sullo scrittore allora già piegato dalle sventure (la morte del fratello, la rovina e presto, dopo, la morte del padre): «La figura dello scultore Balli (che nel romanzo è un po’ il mito solare dell’arte) baldanzosa, avventurosa, scettica, ribelle a ogni vita morale, ma capace d’ogni bontà, d’ogni pietà e perfino d’ogni assennatezza...». Il libro non contiene del Veruda soltanto quel robusto ritratto, ma ne ripete il modo di vedere le cose, una certa giustezza e rettitudine di coscienza pittorica. E se lo Svevo ebbe dal pittore il grande dono di apprendere l’arte di ridere della vita, invece che morirne, anche il Veruda trasse qualche vantaggio da quella grande intimità: Infatti il capolavoro del Veruda Ritratto dello scultore (Gall. d’Arte moderna, Palazzo Pesaro, Venezia) riproduce evidentemente una scena di Senilità.

Italo Svevo per lunghi anni fu collaboratore assiduo dell’«Indipendente». Prima ancora di pubblicare Una Vita, godette di una certa rinomanza di critico letterario nel piccolo ambiente cittadino. Potè onorarsi dell’amicizia di Riccardo Pitteri, Cesare Rossi ed anche Attilio Hortis. Nell’«Indipendente» pubblicò anche una lunga novella ch’egli poi ritenne di scarso interesse.

Una vita, che il Crémieux considera quale il parallelo italiano dell’Education sentimentale del Flaubert, fu pubblicato nel 1893, presso l’editore Vram di Trieste. L’edizione era del tutto esaurita, ma l’autore riteneva che non fosse ancora giunto il momento di farne una seconda edizione. Certo l’autore, pur già trentenne, dimostrava in esso una certa immaturità. Eugenio Montale («L’Esame» del Novembre–Dicembre 1925) ne diceva: «È un grosso romanzo dominato e percorso da parecchi temi fondamentali dei quali nessuno sembra avere il predominio: v’ha qui una educazione sentimentale doublée di un saggio su un disastroso caso d’inurbanamento. Ma c’è insieme e diffusa una precisa analisi della vita degli impiegati. Come se ciò non bastasse l’autore ci dà un interno di famiglia povera piccola–borghese e un dettagliato “ritorno di figliuol prodigo” al paese nativo. Se si aggiunge che il protagonista, Alfonso Nitti, è dominato da cose più grandi di lui che lo traggono alla rovina, apparirà chiaro che Una vita è prima di tutto un libro coraggioso».

Certo, per l’autore la relazione di Alfonso con Annetta, la ricca figliuola del banchiere Mailer, è la parte importante del romanzo che dapprima portava il titolo Un inetto, titolo che poi fu cambiato in seguito al rifiuto di Emilio Treves di pubblicare un romanzo «con un titolo simile». Dimostrazione del grande senno di un editore tanto importante! Alfonso è evidentemente il fratello carnale dei protagonisti degli altri due romanzi dello Svevo. È abulico come il Brentani e Zeno. Soltanto che qui, oltre alla descrizione di tanta debolezza, c’è evidente il tentativo d’inquadrarla in qualche teoria, in certo modo sublimarla. Enrico Rocca («La Stirpe» anno V Sett.;) scrive: «Le ansie, i patemi e le ossessioni di Alfonso Nitti son motivi troppo familiari allo Svevo perché già qui non s’enuncino con naturalezza e sufficiente trasporto comunicativo. D’altra parte il grigiore della vita burocratica e la miseria finanziaria e morale della famigliuola decaduta sono espressi con un rilievo che ci ripaga di molte romantiche slavature».

Una Vita ebbe un certo successo sebbene non vasto e privo di eco. Domenico Oliva nel «Corriere della Sera» disse che questo romanzo non era dovuto «al primo venuto». Con qualche asprezza gli rimproverò il titolo preso da un capolavoro del Maupassant che, in verità, allora lo Svevo non conosceva. La stampa triestina fece una bella accoglienza al nuovo romanzo, ma l’edizione di mille copie fu pian pianino smaltita in doni che l’autore fece ad amici e conoscenti. (Quest’anno apparirà in seconda edizione coi tipi dell’editore Morreale di Milano.) Del resto i pochi critici che del romanzo s’occuparono dedicarono molte parole (purtroppo giustificate) a rimproveri per la povertà di lingua infarcita di solecismi e di formazioni dialettali. A scusa dello Svevo valga la storia del suo destino. Non v’è dubbio che se Una vita fosse stata accolta meglio, già allora lo Svevo avrebbe potuto abbandonare i suoi affari tanto mal retribuiti e rifare un poco la sua educazione letteraria tanto trascurata.

Senilità fu pubblicata sei anni appresso dallo stesso editore Vram (poi 1927, in seconda edizione dall’editore Morreale). È il racconto dell’avventura amorosa che il trentenne Emilio Brentani si concede cogliendola di proposito sulle vie di Trieste. Emilio è un impiegatuccio che gode nei circoli cittadini di una piccola fama letteraria e si duole di aver sprecata (e di non aver goduto) tanta parte di vita. Vorrebbe vivere come fa lo scultore Balli, suo amico, ch’è indennizzato dell’insuccesso artistico da un grande successo personale, con le donne specialmente. Finora ad Emilio era sembrato di non aver saputo imitare l’amico per le grandi responsabilità che su lui incombevano, la sorte di una sorella, Amalia, che vive accanto a lui nella stessa inerzia, non più giovine e affatto bella. Subito la sorella è agitata vedendo che il fratello senza alcun ritegno si dedica al giuoco pericoloso e proibito dell’amore, ma presto si convince in seguito all’esempio del fratello e alle teorie del Balli, ch’essa fu ingannata e che l’amore dovrebbe essere il diritto di tutti. Per Emilio intanto la piccola avventura cui aveva voluto abbandonarsi si fa importante proprio in sproporzione al valore morale di Angiolina. Anzi ogni scoperta di una bassezza o di un tradimento di Angiolina non ha altro effetto che di legarlo meglio a lei. Egli sente il suo attaccamento e la sua soggezione a quella donna quale un delitto. Non sapendo imitare il Balli ne invoca l’aiuto. L’intervento del Balli fra i due amanti ed anche tra il fratello e la sorella ha degli effetti disastrosi. Tutt’e due le donne s’innamorano di lui. Inutilmente Emilio tenta di allontanarlo da Angiolina, perché costei gli si attacca, ma con facilità l’allontana dalla sorella che ora dovrebbe ritornare alla sua prima inerzia e invece segretamente si procura l’oblio con l’etere profumato. Un giorno Emilio trova la sorella nel delirio della polmonite. Richiama il Balli e i due uomini aiutati da una vicina assistono la moribonda. Ancora una volta per aver scoperto un nuovo tradimento di Angiolina, Emilio lascia sola la sorella, ma poi ritorna a lei e le resta accanto finché chiude gli occhi.

Questo romanzo dapprima non fu pensato per essere pubblicato. Sei anni prima molti suoi capitoli furono scritti con l’intento di preparare l’educazione di Angiolina, quell’educazione di cui nel romanzo tanto spesso si parla. Angiolina fu la prima che conobbe il romanzo di cui ella era la protagonista. Del resto a Trieste si sanno i nomi di tutt’e quattro i protagonisti di Senilità. Qui non ci sono propositi di filosofia, né le debolezze umane, quella del Brentani in primo luogo, sono sublimate da teoremi. E fu specialmente a proposito di Senilità pubblicata quando il Proust che conosciamo noi non era ancora nato, che si fece il nome di quell’autore d’eccezione. Fu anche scoperta una certa analogia fra i rapporti di Emilio con Angiolina e quelli dello Swann con Odette. Certo il paragone fra i due scrittori non dev’essere condotto troppo oltre. Lo provò Marcel Thiébaut nella «Revue de Paris» (del 15 Novembre 1927) da pari suo: «Il y a en effet dans les livres de Proust beaucoup d’éléments étrangers au roman lui–meme, des reflexions philosophiques, psychologiques qui dominent le récit, attestent l’étendue de sa signification et affirment à chaque instant l’existence d’un Proust penseur place si nettement et si aisement au dessus de tous les genres, qu’il semble assez arbitraire de rapprocher de lui, fut il excellent, un écrivain dont l’activité intellectuelle s’exerce dans un domarne moins étendu. Ajoutez à cela que Svevo est dans la tradition des romanciers du XVIII siècle, lucide, sèche.

.... Le roman de Svevo n’est pas indigne de certains points de vue d’ètre rapproché de telles grandes oeuvres de Dickens et de Tolstoi, qui, par la densité de leur atmosphère, le nombre, la variété, l’intensité de vie des personnages qui y circulent, prennent dans notre esprit la valeur d’univers autonomes véritables». Bisogna anche ricordare che la frase ch’è tutto propria del Proust, con i suoi luminosi incisi e le sue sapienti complicazioni che ricordano una sintassi germanica, non trovano alcuna corrispondenza nella frase breve e brusca e disadorna dello Svevo. Senz’alcuna malizia né per il Proust né per lo Svevo sia ricordato qui che ad ambedue si rimproverano scorrettezze di lingua.

Senz’altro si può asserire che Senilità, dacché fu pubblicata la seconda edizione, è preferita anche alla Coscienza di Zeno. Già il Montale, nell’articolo sopra ricordato nell’«Esame»: Omaggio a Italo Svevo, quando la seconda edizione ancora non esisteva, esprimeva chiaramente tale preferenza. S’associava a lui Umberto Morra di Lavriano («Baretti» del Giugno 1926) e recentemente Sergio Solmi («Convegno» del Gennaio 1928) che credeva degne di stare accanto a Senilità solo poche cose della Coscienza. Molti altri splendidi articoli furono non è molto pubblicati in Italia su Senilità specie da giovini critici. Sarebbe interessante studiare la ragione di tale preferenza che non si conforma al gusto dei critici francesi. Certo è che Senilità nel suo tessuto è un romanzo come disse il Montale – quasi perfetto. Ogni sua parte è in equilibrio perfetto e sta in relazione una all’altra come un giorno della stessa vita sta all’altro.

Ma ritornando ancora per un istante al 1898 devesi raccontare che il successo del romanzo in Italia fu nullo del tutto. Nessun giornale italiano se ne occupò, fuori dell’«Indipendente» che lo aveva pubblicato nelle proprie appendici. Persino a Trieste, il giornale più importante non ne volle parlare proprio perché il romanzo era stato pubblicato nelle appendici del giornale concorrente.

Pochi anni prima di pubblicare Senilità Italo Svevo s’era sposato e aveva avuto una figlia. Il romanzo che a lui allora tuttavia piaceva gli era venuto fatto quasi senza fatica e lo pubblicò animato da un’ultima speranza. Scrivere dell’altro era difficile perché allora per poter corrispondere un po’ meglio ai proprii impegni lo Svevo occupava tre impieghi: la Banca, poi quello d’insegnante di corrispondenza commerciale all’Istituto Revoltella e infine passava una parte della notte nella redazione di un giornale a «spogliare» i giornali esteri.

Derivava la necessità della rinunzia. Il silenzio che aveva accolto l’opera sua era troppo eloquente. La serietà della vita incombeva su lui. Fu un proposito ferreo. Gli fu più facile di tenerlo perché in quel torno di tempo entrò a far parte della direzione di un’industria alla quale era necessario dedicare innumerevoli ore ogni giorno. In complesso finì con l’avere una vita più felice di quanto avesse temuto. In gran parte si vide esonerato dal tedioso lavoro d’ufficio e visse coi suoi operai in fabbrica. Dapprima a Trieste, poi a Murano presso Venezia, e infine a Londra. Restavano certamente delle ore libere e lo Svevo racconta volentieri che non poteva dedicarsi al piacere di scrivere, perché bastava un solo rigo per renderlo meno adatto al lavoro pratico cui giornalmente doveva attendere. Subentrava subito la distrazione e la cattiva disposizione. Trovò il modo di occupare anche quelle ore eliminando ogni pericolo. Si dedicò con grande fervore allo studio del violino che nella giovinezza aveva suonato discretamente. Presto potè avvedersi degl’irrimediabili impedimenti che il suo non più giovine organismo offriva ad un suo sviluppo quale esecutore. Tali impedimenti sono descritti con qualche tristezza nella Coscienza di Zeno. Ma allora non lo rattristavano perché certo dal violino non domandava di più di quanto gli era concesso. Trovò un posto di secondo violino in un quartetto di buoni dilettanti e così almeno ebbe il vantaggio di conoscere ampiamente la musica classica per quartetto.

I suoi amici possono testificare ch’egli mai ammise che i suoi romanzi valessero poco. Sapeva chiaramente dei loro difetti ma non si decideva d’attribuire a questi il suo insuccesso. Era perciò vano un suo sforzo ulteriore. Credette sempre che anche a chi ha il talento di fare dei romanzi spetti una vita degna di essere vissuta. E se per ottenerla bisognava rinunziare all’attività per cui si era nati, bisognava rassegnarsi. D’altronde egli ben sapeva che la sua lingua non poteva adornarsi di parole ch’egli non sentiva. Non si può raccontare efficacemente che in una lingua viva e la sua lingua viva non poteva essere altra che la loquela triestina, la quale non ebbe bisogno di attendere il 1918 per essere sentita italiana. Il suo sentimento trovava conforto in espressioni simili che gli pervenivano da altre provincie. Ricordava con venerazione e gratitudine un Faldella (senatore del Regno) che scriveva un italiano nel quale egli intendeva di mettere tanta parte del dialetto piemontese quanta ce ne poteva capire.

È sperabile che il dialetto triestino s’affini o addirittura scompaia. Lo Svevo s’associava volentieri a tale speranza, ma pensava che prima che tale speranza si compia i suoi romanzi saranno stati dimenticati. I suoi successori alle rive di quell’estremo lembo dell’Adriatico sapranno rimpiazzarli abbondantemente con minor sforzo e dolore. Intanto nell’ora presente due dei suoi romanzi vengono letti e intesi in tutte le parti d’Italia. Ciò che non era da mettere in dubbio in un paese ove ogni piccolo racconto che al pubblico viene offerto gli porta anche – voluto o no – qualche campione di lingua vivente.

Lo Svevo continuò a vivere fra violino e fabbrica fino allo scoppio della guerra. Però prima gli capitarono, non voluti da lui, due avvenimenti veramente letterari ch’egli accolse senza sospetto non sapendoli tali.

Intorno al 1906 egli sentì il bisogno per i suoi affari di perfezionarsi nella lingua inglese. Prese perciò alcune lezioni dal professore più noto che ci fosse a Trieste: James Joyce. James Joyce già allora si trovava in condizioni letterarie un po’ (ma non molto) migliori di quelle dello Svevo. Molto migliori in quanto a stato d’animo: il Joyce si sentiva in pieno rigoglioso sviluppo mentre lo Svevo s’accaniva ad impedire il proprio. Era persino riluttante a parlare del proprio passato letterario ed il Joyce dovette insistere perché gli fossero consegnati per la lettura i due vecchi romanzi. Una Vita gli piacque meno. Invece ebbe subito un grande affetto per Senilità di cui ancora oggidì sa qualche pagina a memoria. Delle sue lunghe care relazioni col Joyce lo Svevo parlò al «Convegno» di Milano nel 1927. Sia detto qui d’incidenza che un solo giornale di Milano parlò di tale lettura: il «Secolo».

Il secondo avvenimento letterario e che allo Svevo parve allora scientifico fu l’incontro con le opere del Freud. Dapprima le affrontò solo per giudicare delle possibilità di una cura che veniva offerta ad un suo congiunto. Per vario tempo lo Svevo lesse libri di psicanalisi. Lo preoccupava d’intendere che cosa fosse una perfetta salute morale. Nient’altro. Durante la guerra, nel 1918, per compiacere un suo nipote medico che, ammalato, abitava da lui, si mise in sua compagnia a tradurre l’opera del Freud sul sogno. La compagnia del dotto medico (che però non praticava la psicanalisi) rese quella traduzione più interessante. Fu allora che lo Svevo talora si dedicò (solitario, ciò ch’è in perfetta contraddizione alla teoria e alla pratica del Freud) a qualche prova di psicanalisi su se stesso. Tutta la tecnica del procedimento gli restò sconosciuta, cosa della quale tutti possono accorgersi leggendo il suo romanzo.

Dal 1902 in poi fino al 1912, per i suoi doveri professionali, lo Svevo soggiornava annualmente per qualche mese in un sobborgo di Londra. Anche tale soggiorno gli alleviò il suo destino e lo fortificò nelle sue risoluzioni. In complesso gli parve che nel paese delle grandi avventure l’avventura fosse più che altrove respinta. Ognuno in quel sobborgo lavorava tranquillo al proprio posto inserito nella propria classe in cui s’adagiava più o meno attivo ma poco incline a ribellioni o ad avventure. E credette di scoprire che la forza di un paese fosse dovuta piuttosto a tali elementi e che anzi le intraprese di un Lord Clive, o di un Rhodes o di un Nelson non potessero produrre tanta ricchezza se l’avventura non fosse nella nazione un fatto eccezionale, un innesto che nobiliti il vecchio tronco di un’attività giornaliera, tranquilla, regolata. L’avventura letteraria ch’egli aveva tentata non era già una diminuzione della sua forza quale cittadino comune e utile? Certamente la vita nella fabbrica inglese fu una cura, un tonico per lo Svevo, e la sua rassegnazione si fece anche più lieta.

Allo scoppio della guerra italiana lo Svevo si trovò chiuso a Trieste. Quale soggetto austriaco era stato incaricato dal proprietario della fabbrica (e cittadino italiano) di custodire i suoi beni e di continuare l’attività della fabbrica. Ma la fabbrica fu chiusa d’ordine dell’autorità e in quegli anni terribili per tutti, lo Svevo, specialmente dal principio del 1917, godette di una grande tranquillità interrotta dalle bombe che giornalmente piovevano sul distretto industriale di Trieste. In quei due ultimi anni di guerra fu anche dimenticato dalla I. e R. Polizia.

Non c’era più dunque la fabbrica, e il violino restava molto diminuito per il fatto che mancava il quartetto. Era impossibile di grattare tutto il giorno, anche per riguardo ai nervi del prossimo già tanto provati dalla guerra. E lo Svevo s’accinse ad un’opera quasi letteraria, un progetto di pace universale suggerito dalle opere dello Schücking e del Fried. Naturalmente a questo mondo non si può mai pensare niente senza arrivare al padre di ogni letteratura, l’Alighieri. Con un certo ribrezzo lo Svevo si adattò. L’opera che ne risultò, non esiste più.

E venne la redenzione. Dalle adunanze che prepararono l’accoglienza alle truppe italiane fu anche decisa la creazione di un giornale veramente italiano: «La Nazione». A direttore di tale giornale fu designato Giulio Cesari, un antico intimo amico dello Svevo. Veramente un amico letterario, un autodidatta che a forza di studii implicanti veri sacrifici s’era elevato dal posto di tipografo (lui ch’è uno dei pochi cui scorra nelle vene il sangue di nobili antichi triestini) a quello di giornalista. Nell’entusiasmo dell’ora lo Svevo promise la propria collaborazione. Dapprima volle occuparsi di politica, ma subito avvenne che la sua penna trascese: fu già opera letteraria la sua satira sul tramway di Servola (il più lento tramway del mondo) con otto piccoli articoletti che condussero infatti al miglioramento della linea. Subito dopo vennero varii lunghi articoli su Londra nel dopo–guerra. La macchina aveva avuto l’olio. Nel diciannove la sua collaborazione fortemente diminuì. Egli s’era messo a scrivere La Coscienza di Zeno. Fu un attimo di forte travol–

gente ispirazione. Non c’era possibilità di salvarsi. Bisognava fare quel romanzo. Certo si poteva fare a meno di pubblicarlo, diceva. Finalmente gli abitanti della sua casa ebbero gli orecchi salvi dall’increscioso rumore del suo violino aritmico.

Zeno è evidentemente un fratello di Emilio e di Alfonso. Si distingue da loro per la sua età più avanzata e anche perché è ricco. Potrebbe fare a meno della lotta per la vita e stare in riposo a contemplare la lotta degli altri. Ma si sente infelicissimo di non poter parteciparvi. È forse ancora più abulico degli altri due. Passa continuamente dai propositi più eroici alle disfatte più sorprendenti. Sposa ed anche ama quando non vorrebbe. Passa la sua vita a fumare l’ultima sigaretta. Non lavora quando dovrebbe e lavora quando farebbe meglio ad astenersene. Adora il padre e gli fa la vita e la morte infelicissima. Rasenta una caricatura, questa rappresentazione; e infatti il Crémieux lo metteva accanto a Charlot, perché veramente Zeno inciampa nelle cose. Ma fu già riconosciuto che abbandonando Zeno dopo di averlo visto moversi, si ha l’impressione evidente del carattere effimero e inconsistente della nostra volontà e dei nostri desiderii. Ed è il destino di tutti gli uomini d’ingannare se stessi sulla natura delle proprie preferenze per attenuare il dolore dei disinganni che la vita apporta a tutti. «E scoprendo tanto imprecisa la nostra personalità piuttosto oscurata che chiarita dalle nostre intenzioni che non arrivano ad atteggiare la nostra vita, finiamo col ridere dell’attività umana in generale.» Ma Zeno si crede un malato eccezionale di una malattia a percorso lungo. E il romanzo è la storia della sua vita e delle sue cure.

Questo romanzo fu pubblicato nel 1922, (se ne sta preparando la ristampa). Meno che a Trieste trovò un’incomprensione assoluta ed un silenzio glaciale. A Trieste si occuparono di esso il Benco e il D’Orazio. Il prof. Ferdinando Pasini, in un giornale di Trento, gli dedicò subito tanta ammirazione come il romanzo non ne trovò che dopo il successo. Questo dev’essere qui detto ad onore del Pasini e della critica italiana in genere.

Lo Svevo diceva che ad onta della sua lunga esperienza tale insuccesso lo stupì e lo addolorò tanto profondamente da danneggiare la sua salute. Aveva 62 anni e scopriva che se la letteratura era nociva sempre, a quell’età era addirittura pericolosa. Scrisse ad Ettore Janni del «Corriere della Sera» pregandolo di leggere il libro che, seppure difettoso, doveva contenere qualche cosa che ad un critico come lui poteva rivelarsi importante. Il Janni non rispose. Nel 1924 un comune amico raccomandò lo Svevo a Giulio Caprin da cui gentilmente fu ricevuto a Milano. Il Caprin però allora dichiarò al vecchio signore che il «Corriere della Sera» non disponeva di abbastanza spazio per occuparsi del suo libro. Tuttavia più tardi il Caprin gli dedicò due righe fra i «Libri ricevuti» per notare che il romanzo era abbastanza interessante, ma scucito. Non era più il silenzio, ma la vera ostilità. Fu un atto di ribellione dello Svevo quello di appellarsi al Joyce. Con poca speranza. Nei lunghi anni i due vecchi amici avevano conservato una reciproca benevolenza che però non si manifestava che nello scambio di biglietti d’augurio a capo d’anno. Lo Svevo seguiva con simpatia l’inaudito successo del Joyce, ma chissà se l’artista tanto differente da lui avrebbe trovato nel proprio cuore un po’ di simpatia per il confratello meno fortunato?

Il resto del caso Svevo è stato raccontato ad esuberanza nella prefazione alla seconda e recente edizione di Senilità.

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Ultimo aggiornamento: 23 gennaio 2013