Italo Svevo

Ettore Schmitz

[Favole]

Edizione di riferimento:

Italo Svevo, Tutte le opere, edizione diretta da Mario Lavagetto, vol. II “Racconti scritti e autobiografici”, Edizione critica con apparato genetico e commento di Clotilde Bertoni, saggio introduttivo e cronologia di Mario Lavagetto, Collana “I Meridiani”, Arnoldo Mondadori editore, Milano 2004.

[L’ASINO E IL PAPPAGALLO]

In un molino c’era oltre all’asino che menava la ruota un pappagallo che sapeva dire poveretto e il nome del padrone e tante altre cose. S’ammalarono ambidue e venne il medico.

È per me! – disse il pappagallo. – Si curano di me perché ho delle piume belle.

Ma no! – rispose l’asino – Il medico è stato chiamato per me perché son io che meno la ruota.

Ma io so dire poveretto.

Ma io meno la ruota.

Ma io saluto il padrone quando passa.

Ma io meno la ruota.

Il medico curò l’asino e lasciò crepare il pappagallo.

È fatto così il mondo ed è da meravigliarsi che il grigio della pelle dell’asino non ricopra tutta la terra e non scompaiano del tutto le vaghe piume colorate.

I

Un professore di zoologia spiegava ai suoi alunni la discendenza del colombo tomboliere dal torraiuolo. Diceva che il capriccio dell’allevatore aveva, durante lunghi secoli, prescelti per la riproduzione gl’individui che avevano questa strana qualità di fare delle capriole. Così aveva potuto prodursi lo strano animale tanto accanito nel far capriole da ammazzarsi.

– Oh! quale infamia! – disse uno degli alunni. – Non è un’infamia, – osservò il professore. – È la vita! Anche la selezione fra gli uomini è fatta oggidì in modo che non sono i migliori che sopravvivono ma bensì quelli che meglio sanno fare delle capriole. Se le cose continuano così chi sa quale pazzo animale ne risulterà.

II

Un malfattore che dalla propria malvagia natura era stato spinto fino ad uccidere un inerme, ebbe conscienza dell’enormità di tanta colpa; si pentì e andò in una chiesa a pregare.

Fu distratto dalla sua fervente preghiera da un predicatore che dal pulpito gridava – Siate lieti che vi sono i deboli e i poveri perché beneficandoli potete conquistarvi il regno dei cieli.

“Oh! mentitore!” pensò il peccatore. “I poveri e i deboli sono la nostra sventura. Se la mia vittima non fosse stata debole, difendendosi avrebbe potuto impedirmi d’ucciderla, di perdere la pace dell’anima mia.”

III

Il signor Iddio si fece socialista. Abolì l’inferno e il purgatorio e pose tutti in posizione uguale in paradiso. Vi si stava bene in un’eterna beatitudine.

Morì giusto allora un Creso e fu stupefatto d’essere accolto in paradiso. S’abituò però subito alla novella esistenza ed anzi, presto, cominciò a lagnarsi.

Che cosa ti duole? – domandò il Signore adirato.

Ah! Signore! Rimandami in terra! Qui non è il paradiso vero; qui non si vede soffrire nessuno.

IV

Un eroe salvò una fata da un grave pericolo. La fata riconoscente gli disse: – Domandami quello che vuoi e ti sarà concesso.

Pronto, l’eroe rispose: – Dammi la gloria!

La fata gli offerse dell’oro: – Con questo ti sarà facile di procurartela.

L’eroe rifletté e poi disse: – Allora dammi l’amore.

La fata replicò lo stesso gesto: – Questo ti procurerà amore quanto ne vuoi.

Se gloria e amore sono oro – dichiarò l’eroe, – non voglio né gloria né amore. Mi basterebbe la quieta felicità, la vita contemplativa. Assicurami questa.

Pazzo! – esclamò la fata sorridendo. – Prendi quest’oro perché occorre anche per la sola contemplazione.

V

Senz’alcuna propria colpa un uomo perdette le proprie sostanze e cadde nella più dura indigenza. Già avanzato in età non aveva speranza di rialzare mai più testa. Eppure visse. Spesso desiderò la morte, mai, però, la disperazione fu bastante ad armargli la mano contro se stesso.

Un giorno s’imbattè in Erberto Spencer che gli spiegò come la sua sventura fosse evidentemente la conseguenza della sua incapacità e come non meritasse né compassione né aiuto perché l’aiuto dato a lui avrebbe corrotta la legge sociale che vuole la soppressione del vinto.

Allora appena, in via di conclusione, il povero uomo si uccise.

[MADRE NATURA]

È certo che dopo di aver fatto tutto madre natura s’immobilizzò. Stette a guardare neppure sempre guardò. Però mi consta che interpellata non rifiutò di rispondere.

Un giorno un uomo che trovava tutto ingombro da altri uomini e non poteva procedere in alcun modo urlò a madre natura: – Perché non provvedi a me un posto?

Madre natura guardò e fu sorpresa dello stato di fatto: – La tua specie ingombra tutto. Figurati che se essa non fosse tanto ingombrante tu non saresti neppure nato. Perciò se anche mi decidessi ad intervenire, a te non gioverebbe!

Un altro le urlò: – Perché mi creasti? –. Ed essa rispose: – Io creai il tutto che a mio sapere tranquillamente si evolve. Se tu dal tutto ti senti differente, io, davvero, non so chi qui t’abbia mandato. A me non appartieni.

Un terzo le gridò: – Voglio riposo, voglio calma.

[FAVOLA PER LETIZIA]

FAVOLA

La porticina della gabbia era rimasta aperta. L’uccellino con lieve balzo fu sull’uscio e da li guardò il vasto mondo prima con un occhio e poi con l’altro. Passò per il suo corpicino il fremito del desiderio dei vasti spazii per cui le sue ali erano fatte. Ma poi pensò: “Se esco potrebbero chiudere la gabbia ed io resterei fuori, prigioniero”. La bestiola rientrò e poco dopo, con soddisfazione, vide rinchiudersi la porticina che suggellava la sua libertà.

[FAVOLE BREVI]

(A)

[11]

 Ad una lucertola all’ombra di una montagna mancava il fiato per mancanza del calore del sole mentre un vertebrato alla cima della montagna stessa moriva pel grande caldo. Morirono di una morte abietta ambedue invidiando l’un l’altro.

[2]

– Se l’uomo ci è tanto pericoloso con le reti che getta dall’aria, che sarà se riuscirà a penetrare nelle nostre acque? – domandò un’orata.

E il pescecane che aveva esperienza rispose: – Un buon pasto.

[3]

Un augellino fu strangolato da uno sparviero. Non gli fu lasciato il tempo che di fare una protesta molto ma molto breve. Un lieve grido. All’augellino tuttavia parve di aver fatto tutto il suo dovere e la sua animuccia volò superba verso il sole.

[4]

Una stupida lepre vide passare un’automobile. – Oh! – gridò. – Gli uomini hanno inventata la ruota.

(B)

[La formica morente]

Una formica muore e morendo pensa: “Il mondo muore.”

ARTE

Nacque un artista e si guardò d’intorno alla ricerca d’idee. Ma – curioso – oltre alle idee ebbe subito l’esperienza e concluse: “Prima debbo avere i denari sufficenti eppoi avrò l’arte”. Continuò a guardare il mondo, ma anziché trarne immagini e colori, con l’occhio della volpe studiò il proprio interesse. Poi, quando ebbe il denaro, pensò fosse giunto il momento di lasciar agire l’anima d’artista ch’egli sapeva di avere e attese le immagini, i colori e le idee. Ma nulla venne a lui ed egli rimase solo e sconsolato col suo denaro, mentre il desiderio della sola vita animata, quella del pensiero, non gli permetteva più di goderne. E allora pensò: “Forse questo denaro pesante mi tiene giù, giù come una catena”. Ne fece subito getto e attese ancora che il suo destino si vivificasse. Ma neppure allora fu esaudito perché il suo pensiero era ancora sempre pieno del ricordo del denaro ch’egli aveva conquistato e di quello ch’egli aveva gettato. Quando morì, accorato domandò al suo Creatore: – Perché mi facesti credere di avermi data un’anima d’artista?

E il Creatore gli rispose: – L’anima che ora ritorna a me, è quella di un artista ma dimenticasti di portare con te il tuo organismo perché veda perché la tua anima ne fu soffocata.

Puzzava tanto – disse l’artista – che non m’era possibile di portarlo con me.

Io credo puzzasse anche prima – disse il Creatore.

PICCOLI SEGRETI

Il passero è un piccolo augello come peso probabilmente per niente differente dalla rondinella. Se a qualcuno si domandasse se i due piccoli animali ci sieno ugualmente lontani, parlo lontani dagli uomini, senza dubbio esso risponderebbe che alati come sono e parlanti delle lingue più belle ma egualmente indistinte a noi i due animalucci sono di noi egualmente diversi. A varie riprese della mia vita io m’occupai di passeri e di rondinelle ma devo dire che a queste non seppi avvicinarmi giammai mentre della psiche dei passeri io so qualche cosa. Voglio anzi dire subito questo qualche cosa perché i miei lettori non abbiano a soffrire nell’attesa. La rondinella mangia volando e solo volando. Ciò costituisce una tale differenza da noi che io credo non ve ne sia maggiore in natura. Non mi pare neppure maggiore il vezzo dei pesci di respirare con le branchie. Certo è maggiore di quello del pescecane che per mangiare deve coricarsi sulla schiena perché con un po’ d’esercizio ciò potrebbe riuscire anche a noi.

Intanto con la rondinella manca il contatto principale perché non siamo al caso di offrirle da mangiare. A forza di offrire da mangiare ai passeri io ne indovinai l’anima ossia vi scoprii delle simiglianze con l’anima nostra anzi delle identità. Ora secondo me l’anima rudimentale è tanto semplice quanto una linea retta. Quando si complica non è più l’anima. E allora se di questa linea retta trovo che più di un punto combacia la linea potrà essere più o meno lunga ma la sua direzione sarà identica.

Quando c’è la neve il passero diventa molto ma molto coraggioso. In luoghi da essi frequentati non potrete lasciar cadere una briciola di pane senza vederla asportata prontamente. Basta che la neve si sciolga e vi sia la probabilità di trovare altrove qualche cosa di che sfamarsi e allora il passero al minimo rischio lascia stare qualunque cibo gli offriate quando lo deponiate in vicinanza di una casa donde potrebbe venire il pericolo. C’era la neve e i miei passeri mangiavano quasi dalle mie mani omicide. Io me ne beavo e pensavo che sarebbe un’amicizia stabilita definitivamente. Invece la neve andò via e per quanto l’inverno continuasse e il cibo fosse scarso quell’intimità non si potè ristabilire. Oh! I grandi affamati sono molto confidenti e affettuosi.

Ma io riseppi qualche cosa d’altro di quell’animuccia perversa e mi fece veramente schifo.

Ero stato spostato in una casuccia isolata con tutta la famiglia mia e avevamo una grande abbondanza di pane in casa. Da una finestrella che guardava verso un boschetto io gettavo agli uccelli delle briciole di pane. Fui scorto da un quattro o cinque passeri ma erano troppo pochi per il mio pane che ammuffiva sul terreno. Io non sapevo come fare per attirarli e per lungo tempo venivano solo quei cinque che quando avevano fame si degnavano ad attingere dal grande deposito.

Il caso m’aiutò. Fui colto da un’influenza che mi tenne a letto per una settimana. Quando ritornai alla mia finestrella col mio pane vi fui accolto da grida di gioia. Centinaia di passeri vi si erano adunati. Dapprima la cosa mi parve strana ma a forza di pensarci e ricordare l’esperienza della mia vita intesi: Finché il pane arrivava i miei cinque passeri avevano gelosamente conservato il segreto e si dividevano fra di loro il lauto bottino. Quando il pane mancò il dolore li rese ciarlieri. Quando ci si lagna si grida. Avevano raccontato a tutti che il pane c’era stato e non c’era più. Perciò la mia finestrella divenne celebre fra di loro e quando il pane ritornò fu raccolto da tutti.

RAPPORTI DIFFICILI

Una corte chiusa dall’altissimo vecchio fabbricato. Al terzo piano un terrazzino sporge fuori di posto e di linea e dalla sua ringhiera pende intristita una pianta arrampicante. Probabilmente quel luogo fu abitato da qualcuno che amava le piante e che partì o neglige di curare la vita ch’egli provocò in luogo tanto disadatto.

Per molte ore al giorno, v’è sul terrazzo un uomo seduto su una seggiola, un libro in mano. Ha le tempie grigie e l’aspetto triste. Ebbe anche gli occhi rossi nei giorni passati; ora non piange più. Non fu distratto dal suo dolore né dal libro né dal piccolo lembo di cielo che gli è concesso. È incantato ad osservare la vita in un piccolo nido di rondini sotto il tetto. Le rondini portarono nella triste corte un po’ di vita e nella faccia dell’uomo un po’ di letizia. Capitarono inaspettate e per varii giorni l’uomo le vide venire e andare senza intendere che cosa volessero. Poi in un dato punto sotto il tetto si profilò il nido; dapprima una linea che lentamente si gonfiò gettando un’ombra sul muro di calce e che finì col creare la parete concava che chiude ora il breve spazio.

E l’uomo era sempre sorpreso dal progresso dell’opera. Non pareva che lavorassero i due uccelletti. Si rincorrevano il giorno intero. Apparivano e sparivano nello spazio a loro tanto leggero; pareva giocassero. Certo, lavoravano, ma solo negl’intervalli che lasciava loro l’amore.

E all’uomo triste la cosa parve nuova. Egli sapeva che il pensiero umano con sforzo faticoso aveva scoperto che l’amore non era altro che la volontà di riprodursi. Ma da questi animali che nello stesso tempo amavano e lavoravano per la protezione del frutto del loro amore non occorreva fatica per scoprire quella legge. Procreavano e preparavano la casa della prole con la stessa gioia. E guardando quei saggi pezzettini di velluto alati l’uomo triste ragionò e pensò che doveva compiangerli per quella loro vita più sciocca dell’umana perché più trasparente. Ma finì per ammirarli alla loro evidente sicurezza e alla soddisfazione che avevano da ogni loro atto. Quel piccolo nido divenne per lui sempre più importante. Alzava la faccia dal libro – un libro che spiegava come l’uomo dovesse essere per divenire forte e felice – e si trovava dinanzi a quegli animalucci che erano come erano e vivevano degli organi che avevano senz’augurarsene altri. E lo stanco uomo ammirò e amò quella cristallizzazione dall’aspetto tanto vitale e giocondo.

Presto la femminuccia si segregò nel nido. Trascorreva quasi l’intera giornata nascosta. E l’uomo pensò che neppure quello poteva essere un sacrificio. Come avrebbe potuto capire un sacrificio in quella vita? Sarebbe stata un’ombra in quel limpido cristallo. E se ci fosse stato sacrificio l’animale avrebbe potuto progredire, mutarsi e soffrire in nuovi conati. Eppure il maschietto si fermava a lungo presso il nido. Sentiva il sacrificio della compagna e cercava di alleviarlo? Si poggiava su una sporgenza del muro – sempre la stessa – e mitemente trillava. Erano delle note? Ma non era un canto perché il canto non è tanto modesto. Il maschietto diceva. E l’uomo che per spiare quella famigliuola si celava dietro la soglia del suo terrazzino, con l’ironia ch’era la sua eredità, pensava che per distrarre la sua femminuccia il maschietto le raccontava le ciarle delle rondinelle quando si libravano insieme nell’aria. Forse dicevano lassù che quella tale rondinella non covava come avrebbe dovuto; quell’altra abbia fatto il nido e non abbia avute delle uova o abbia avute le uova prima di aver fatto il nido. E l’uomo però finì col ridere di se stesso: In quella vita non v’era sacrificio e non v’era errore, perciò non poteva esserci critica.

Nella sua completa inerzia l’uomo s’impose un compito: Rassicurare i suoi vicini e star loro accanto senza che scappassero. Col maschietto ciò non gli riuscì. Non appena egli usciva sul terrazzino l’uccellino abbandonava il suo posto d’osservazione sulla sporgenza del muro, e, spiccando il volo, emetteva il suo bisillabo grido d’allarme. Se ne andava nel facile volo e pareva tenesse le spalluccie alte per disprezzo o per uno sforzo di coprire la sua fuga. Il grido d’allarme era un ordine alla femina che obbediva subito celandosi nel nido. Era difficile d’indurla a sporgersi. Ma l’uomo era paziente. Sufolava le arie più dolci e più pensate: Beethoven e Wagner. Finiva ch’essa, vinta dalla curiosità, sporgeva la testina dal nido. Scorgendo tanto vicino il grosso pesante animale, essa si ritraeva subito nell’oscurità del nido per non vedere e non essere vista.

Talvolta l’uomo s’indugiava sul terrazzino e gli uccellini avevano ambedue lasciato il nido. Quando la madre ritornava al nido a volo spiegato e vedeva sul terrazzino l’uomo che pareva impedirle il passo, fuggiva emettendo il suo eterno suono d’allarme. Poco dopo ritornavano in due. Il maschietto disegnava dei cerchi nell’aria, certo per attirare a sé l’attenzione mentre la feminuccia risoluta andava al nido e vi si celava. E l’uomo sorrideva della tattica di quelle piccole menti. Egli offriva della bontà e loro non l’intendevano e lo ritenevano uno stolido malvagio ch’era facile imbrogliare.

Finalmente la madre non restò più relegata nel nido e venne fuori alla caccia del cibo per i neonati. Restava anche per minuti poggiata all’orlo del nido ma non s’induceva ancora a restarvi quando il suo nemico appariva sul terrazzino. Ora che la vita era garantita nel nido, quando la paura ne la scacciava, essa non vi faceva tanto

presto ritorno. Un giorno però essa era intenta a scaldare i piccini e dal nido sporgevano le sole rettrici. L’uomo venne e a lungo guardò senz’essere scorto. Poi essa si mosse e sporse la testa. Certo comprese che se l’uomo avesse voluto o potuto farle del male l’avrebbe fatto prima quando essa gli volgeva il dosso; e non fuggì. Animale e uomo si guardarono lungamente e alla rondine, certo, il piccolo cuore batté forte. Nella sua testina nera gli occhi si indovinavano solo per un lieve luccichio ma si capiva che lo guardavano intenti. E l’uomo fantasticò ch’essa studiasse a quale razza di uomini egli appartenesse: A quella che amava e proteggeva gli uccellini o a quella che li perseguitava e ne distruggeva i nidi? Quale sforzo per quella piccola mente il tentativo d’indovinare la funzione dell’uomo dal suo aspetto!

Pochi giorni appresso i piccini guatavano fuori del nido. Dapprima si scorse solo il loro beccuccio. Poi, nei giorni seguenti, rapidamente ingrossarono e si scorgevano le loro testine che nella parte inferiore erano gialle. E quando la madre arrivava quattro grandi bocche (erano tutto bocca quelle testine) si spalancavano fino agli occhi e gridavano: – A me! A me! –. Mentre la madre non sapeva portare che un boccone alla volta.

I piccini erano nati diffidenti. L’uomo fischiettava per vederli sporgersi e invece proprio quando sentivano i suoi suoni si ritiravano zitti, zitti, per far credere di non esserci. E l’uomo per consolarsi filosofava: “I rapporti con gli altri uomini erano solo in apparenza più facili che quelli con le rondinelle”.

S’alzò un vento fresco insolito per la stagione. Nel nido doveva regnare la miseria. La madre arrivava al nido ad intervalli più lunghi e veniva accolta da un gridìo sempre più violento. L’uomo acquistò delle uova di formiche e ne espose un grosso mucchio sul terrazzino. Gli parve che la cara bestiola che non sapeva afferrare che al volo avesse lasciato un solco nel mucchietto. Ma il cibo

non doveva essere di suo aggradimento perché poi la provvista non diminuì affatto.

Pur si arrivò ad un’intesa relativa con la femminuccia. Essa aveva fatte varie esperienze e non poteva più credere che occorresse volar lontano per salvarsi da quell’uomo. Restava ma lo sorvegliava. Finché lo vedeva sul terrazzino restava appesa al nido senza osare di occuparsi dei suoi abitanti. Lo sorvegliava ma non fuggiva. E il maschietto volava via urlando l’allarme; ma essa non gli ubbidiva. Chissà a che punto si sarebbe potuto arrivare con lunga pazienza!

Ma una notte l’uomo impaziente sognò il compimento del suo desiderio. Fu dapprima una fantasia magnifica! S’intendeva con le rondinelle in un linguaggio di cui poi non ricordò più nulla. Era quel linguaggio tanto musicale che sonava come un canto a chi non lo sapeva. Ed egli raccontava alle rondinelle l’ammirazione e l’affetto che loro portava. Le rondinelle adulte erano sorprese della sua bontà, ma le giovani non si sorprendevano di nulla perché imparavano da lui a conoscere la vita. E la vecchia rondinella diceva: – Com’è che un uomo possa essere tanto buono? –. Ma le giovani bisbigliavano: – È un uomo e perciò è buono –. Poi il sogno volse all’incubo: Le giovani rondinelle andavano a poggiarsi nel grembo di altri uomini i quali subito torcevano loro il collo ridendo orrendamente lieti che l’affetto di un altro procurava loro sì facile preda. E il dormente credeva di urlare: – No! Diffidate! Non sono come me! Sono bestie malvagie –. Ma le rondinelle non avevano spazio nel cervello per contenere due concezioni della vita e correvano alla rovina.

L’incubo fu interrotto da un brusco risveglio. In casa si urlava: – Al fuoco, al fuoco! –. Si picchiava anche alla stessa porta della sua stanza. L’uomo subito desto ebbe la gola offesa dall’acre odore della combustione. Gli mancava il fiato, ma tuttavia corse alla porta che conduceva al terrazzino e la spalancò. Spuntava il mattino. Dal cortile saliva un denso fumo che doveva aver già soffocati i piccoli nel nido. Ma i genitori volavano vicini incapaci d’aiutare o di allontanarsi. Quando videro comparire sul terrazzino l’animale la cui vicinanza aveva inquietato il loro amore e il loro lavoro, perdettero ogni speranza e, con un ultimo grido di terrore, svanirono nello spazio verso l’aere puro. Quel grido, certo, significava: – Ecco l’assassino!

[IL VECCHIO AMMALATO]

Un vecchio dall’aspetto molto giovanile si fa visitare da un medico. Il medico si dimostra malcontento, torce il naso perché trova stranamente indebolito il cuore e enfisematico il polmone. L’ammalato indovina che si sta per enunciare una prognosi non favorevole. Nel corso della visita è poi indotto a dire la sua età: Avanzatissima.

Il volto del medico si rischiara ed il paziente infatti ha la gioia d’udire: – Va bene, benissimo.

E, ancora dubbioso, domanda: – Ma non c’è la debolezza cardiaca e l’enfisema?

– Ma non fa nulla, non importa – dice il medico.

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Ultimo aggiornamento: 28 agosto 2011