Bordiga

 

Intervento di Bordiga al congresso socialista a Livorno 1921

 

 

 

Articolo per Ordine Nuovo del 20 gennaio 1921.

Trascritto dai compagni del Partito Comunista Internazionalista (Battaglia Comunista)

edizione elettronica di riferimento, riveduta e corretta:

http://www.marxists.org/italiano/bordiga/1921/1/20-inter.htm

 

 

 

Bordiga - affronta immediatamente la questione fondamentale dell’esistenza della concezione socialdemocratica e della sua opposizione irriducibile alla concezione comunista marxista.

Egli fa ciò analizzando lo svolgimento del movimento politico ed economico del proletariato nella seconda Internazionale, ricordando l’opposizione continua dei marxisti al revisionismo e al riformismo. La Seconda Internazionale - egli dice - aveva sostituito al principio della lotta di classe l’illusione di poter conciliare la funzione della classe operaia con la classe borghese, di conseguenza il Partito socialista e i Sindacati erano venuti sviluppandosi solo per le piccole conquiste immediate.

La concezione socialdemocratica

Il movimento revisionista, sostituitosi alla concezione marxista, aveva diffuso l’opinione che il mondo capitalistico si sarebbe modificato attraverso le iniezioni di socialismo che a poco a poco si venivano facendo nei suoi strati. Ma è venuta la guerra a dimostrare la fallacia di questa dottrina revisionista che accarezzava l’illusione di una trasformazione pacifica escludendo l’urto rivoluzionario fra le due avverse forze. I socialisti della Seconda internazionale accettando la guerra furono quindi coerenti con se stessi. Essi, che avevano predicato e attuato il programma della pacificazione tra le classi non potevano allo scoppio della guerra battersi il petto e diventare rivoluzionari. I capi sindacali e parlamentari, che erano alla testa del movimento proletario, alla vigilia della guerra avevano creato un meccanismo che per la sua natura stessa e per lo spirito che lo animava si trovò impotente ad opporsi alla borghesia, con la quale aveva collaborato sino ad allora. È per questo che le Organizzazioni operaie, nella maggior parte dei paesi, divennero strumento di guerra nelle mani della borghesia.

Ma ora che la guerra è passata lasciandoci se non altro un insegnamento, quale deve essere il nostro comportamento? Il vecchio errore e il vecchio metodo esistono ancora nel mondo malgrado la catastrofe, la quale ha aperto gli occhi dei proletari. La sinistra marxista vuole invece troncarla definitivamente con gli errori della Seconda Internazionale, vuole ritornare alla sua concezione originaria rivoluzionaria e preparare la classe operaia alla conquista del potere con i soli mezzi possibili. Ma quali sono questi mezzi? Il proletariato non può liquidare la guerra che con la rivoluzione. Noi vogliamo prepararlo e renderlo capace di compierla. I revisionisti invece, i partigiani della graduale evoluzione, tentano di opporsi alla rivoluzione. Essi costituiscono quindi un pericolo che minaccia l’ascensione al potere del proletariato, perché vogliono impedire che dalla guerra tra gli Stati nazionali si passi alla guerra civile tra le classi, soltanto con la quale il proletariato potrà realizzare la conquista del potere.

La prova, anzi l’esempio concreto della realtà di questo sviluppo storico ce l’ha dato la rivoluzione russa. Essa ha iniziato l’effettiva liquidazione della guerra e mostrato che il proletariato non può sostituire se stesso alla borghesia se non spezzando tutte le istituzioni che la borghesia ha creato per il suo governo.

I riformisti, i socialdemocratici, essi pure dicono di voler conquistare il potere, ma la loro tattica li portò a mantenere in vita l’apparato politico, amministrativo, militare e poliziesco che la borghesia ha creato per il suo dominio.

La contraddizione dei principi costringe la socialdemocrazia a fallire anche in pratica. Ovunque essa è andata al potere, in Ucraina, in Georgia, in Germania, e non solo parzialmente, ma ereditando tutto il potere dallo Stato borghese, è stata obbligata a ricorrere alla violenza e alla dittatura. Ma mentre la dittatura e il terrore in Russia sono stati applicati contro la borghesia, nei paesi socialdemocratici la dittatura e il terrore vengono applicati contro il proletariato.

Un altro indizio della mentalità del riformismo si ha nel modo di considerare la rivoluzione. Noi vogliamo prepararla e propagandarla in mezzo alle masse, mostrandone la sua inevitabilità. Il riformismo non ha mai avuto una visione storica di questa inevitabilità e si è sempre perduto nei problemi contingenti.

Non sono volontaristi i comunisti, ma volontaristi furono e sono i riformisti, per cui il fine è nulla e il movimento è tutto, per cui tutti i problemi devono essere risolti di giorno in giorno senza la guida di una ferrea teoria che non è vana chiacchiera ma è l’interpretazione di uno sviluppo e di una necessità storica.

Mancando della bussola sicura di questa dottrina è chiaro che i riformisti ondeggiano continuamente di fronte alle possibilità di azione, continuamente trovano che il momento della rivoluzione non è giunto ancora. Così prima della guerra la conquista del potere non sembrava loro possibile perché la società capitalista era troppo forte e troppo ricca. Oggi che la borghesia è stremata, il potere non si può prendere perché la baracca è sconquassata, l’eredità troppo pesante. Così durante la guerra i riformisti dicevano che la rivoluzione aveva un valore se avveniva in tutti i paesi. Oggi che la rivoluzione è iniziata, essi si tirano indietro, hanno paura del blocco e non si avvedono che queste paure e queste preoccupazioni sono vane e dannose nel momento in cui la Russia da tre anni resiste e chiede l’aiuto dei proletari del mondo intero. Tutte queste aberrazioni sono la conseguenza della mancanza di una visione generale della lotta del proletariato.

Oggi no, domani sì

Contro il rinnovarsi del pericolo riformista, sorge la Terza Internazionale. Il suo Congresso si è preoccupato quindi in special modo di tracciare delle norme che serviranno a distinguere in tutti i paesi i comunisti dai riformisti. A questo scopo debbono servire le tesi e i ventun punti proposti dall’Internazionale a tutti i partiti che vogliano aderire ad essa, proposti con lo scopo esplicito di allontanare dal movimento internazionale gli opportunisti ed i riformisti. Perciò contro i 21 punti e contro le tesi i riformisti e gli opportunisti sono insorti in ogni paese ed in ogni paese dicono la stessa cosa, dicono che essi sono giusti in linea di principio, ma non sono applicabili al loro paese per speciali sue condizioni. In questo modo, facendo delle restrizioni per mantenere l’autonomia dei singoli movimenti nazionali, si tende a permettere a tutti di entrare nella terza Internazionale. Ma il fatto stesso che l’autonomia e le differenze ambientali sono l’argomento di tutti riformisti di tutti i paesi, ne stabilisce il valore puramente dilatorio e sofistico. La parte che i socialdemocratici dicono essere inapplicabile agli altri paesi, è invece proprio quella che rappresenta l’esperienza più preziosa della rivoluzione. I socialdemocratici sono coscienti di ciò e perciò, ripetono come mercanti in bolletta: Oggi no, domani sì.

 


La crisi del P. S. I.

L’oratore, che prosegue tra la più viva attenzione del Congresso, il quale è afferrato e tenuto avvinto dalla sua oratoria appassionata e stringente che supera facilmente le forti interruzioni e frena in pari tempo gli applausi dei comunisti, comincia ad esaminare la situazione della nazione e del Partito socialista italiano. Anche fra noi - egli dice - il dibattito e la lotta tra la sinistra marxista e il riformismo, produssero contrasti. Tra il 1900 e il 1914 la sinistra ebbe il sopravvento nella organizzazione politica, ma le mancò il tempo di sviluppare effettivamente la sua azione, soprattutto nei sindacati e nel campo della politica parlamentare e amministrativa. Il nostro Partito entrò nel periodo della guerra col suo vecchio meccanismo colla sua antica struttura, lasciando i capi parlamentari e sindacali riformisti ai loro posti. Quindi la stessa opposizione alla guerra non ebbe un carattere esclusivamente rivoluzionario e di classe, fu determinato da motivi di vario genere: sentimentali, umanitari, utilitari e così via.

Finita la guerra doveva avvenire la frattura tra le due tendenze che non aveva potuto avvenire alla sua vigilia. Le due anime alla vigilia erano da una parte rappresentate da coloro che avversavano la guerra perché avrebbero voluta trasformarla in guerra civile tra le classi, dall’altra gli avversari alla guerra per pacifismo e per orrore del massacro.

Ma le due anime si sono palesate ancora più chiaramente nel dopo guerra. Il Partito si è ritrovato allora in una situazione che aveva caratteristiche rivoluzionarie. Ma non si può risolvere immediatamente il problema della conquista del potere. Questo problema si è presentato a noi per la revisione universale imposta dalla rivoluzione russa, mentre i Partito si valeva dell’avversione alla guerra soltanto per lanciarsi nella grande baraonda elettorale.

Riferendosi alla tradizione intransigente del Partito, l’oratore afferma in seguito che se ieri per intransigenza si poteva limitarsi a intendere il negare la collaborazione con un ministero borghese, oggi per intransigenza deve intendersi conquista integrale del potere dal proletariato. Questo programma fu approvato dal Congresso di Bologna. Ma dopo l’approvazione di quel programma, troppa gente non ha fatto altro che aspettare che esso fallisse. Orbene oggi che il programma di Bologna è fallito, si sente dire da questi stessi che vi hanno aderito: “Se il massimalismo ha avuto un insuccesso, questo è stato l’insuccesso dell’unitarismo”.

 


Socialisti di guerra

Bordiga - Io non sono un socialista di guerra e nego che fra i comunisti ci siano molti socialisti di guerra. Con noi ci sono giovani e vecchi; ma con gli altri vi sono i socialisti di prima della guerra, quelli che durante la guerra hanno taciuto e poi sono andati ai comizi ad urlare: Siamo stati contro la guerra! A questi, preferisco i giovani che attraverso l’esperienza del sacrificio della guerra, son tornati colla nuova fede nel cuore.

Chiusa questa breve parentesi, Bordiga esamina la mozione che gli unitari hanno definitivamente concordata e che presenteranno al voto del Congresso.

Rileva ancora una volta l’incertezza e l’equivoco contenuti nel comma in cui si dichiara l’adesione alla Terza Internazionale. Tutti cercano di sfuggire all’applicazione dei 21 punti per non essere vittime. Ma l’unico modo serio e degno di venire alla divisione è quello indicati, dalla mozione di Imola: tagliare fuori la frazione che è consciamente socialdemocratica. Gli unitari invece vogliono tenere questa frazione in seno al Partito cui vogliono dare bandiera rivoluzionaria.

Mentre fanno ciò gli unitari stessi dicono che la rivoluzione non si può farla per mancanza di preparazione. Noi vogliamo compiere questa preparazione e compierla nel modo più efficace, preparando gli animi. I socialdemocratici e gli unitari ci oppongono che gli organismi economici e politici attualmente posseduti dal Partito sono i migliori strumenti per la conquista del potere politico. Ma ciò è erroneo. Essi parlano in questo modo dei Comuni delle provincie e Cooperative come di fortilizi utili alla causa della rivoluzione. Questo concetto è errato. Questi organismi sono strumenti di conquista solo in quanto sono nelle mani di un Partito che si sappia servire di essi per poter abbattere il potere della borghesia. Se questa condizione non si avvera, questi sforzi diventano nuove catene per il proletariato. Ed è questa un’altra ragione perché da un partito rivoluzionario si deve escludere la parte socialdemocratica.

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 21 dicembre 2005