Anonimo

Storia di Stefano

figliuolo d'un Imperatore di Roma

Versione in ottava rima del libro dei sette savi

Note di Giuseppe Bonghi - Tutti i diritti sono riservati

Edizione di riferimento:

Storia dei sette savi, ed. Commissione per i testi di lingua, Gaetano Romagnoli, Bologna 1880, pubblicata per la prima volta a cura di da Pio Rajna.

* Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna

Questo libro trata di Stefano,

fiolo de uno inperador di Roma;

el qual trata de beli amaistramenti.

CANTO XXIII.

1.

Stefano alora, con ardita ziera

dise: « Caro pare, el fo un marcadante,

ch’ aveva un suo fiolo, in tal maniera;

e a schuola avea mandato quelo fante

za longo tenpo, la persona altiera;                                      5

e questo gioveneto in quelo estante

tanta sienzia inparato aviglia [1],

che zaschadun se fazea gran meraviglia

2.

delo inteleto aguzo de chostui.

Hora intendete quanto l’era doto:                                      10

lo chanto deli uzeli intendeva lui,

ed ogni suo verseto, ed ogni moto.

Ma lo pare, che lo amava ora fui [2],

gran marchadante lo volea far di boto,

e con secho lo menò in un viazo                                         15

per l’ alto mare salso, come ve dirazo.

3.

E navichando per lo salsso mare

pluxor zornate, come azo trovato,

uno grande hoxelo [3], per cotal afare,

sopra l’ alboro dela nave fo volato.                                     20

Alo suo caro fio dise lo pare:

– Za pui fiate a me l’ è sta narato

che al mondo se ritrova molti scolari

che ’l canto di uzeli intende e so parlari.

4.

Li sa·tu intender, fiol mio? ‒                                                       25

Dise lo filio: – Io l’intendo bene. –

Respoxe el pare: – O charo lo mio zio [4],

quelo uzelo che al prexente ene

sopra quel alboro, ho dileto fio,

lo suo canto che sentenzia tiene? –                                     30

E lui dise: – Dapoi che sapere lo volete,

mal volentiera vel dico, ora saperete.

5.

El dize che anchora in sì gran stato veroe [5],

che a voi sarà de sumo piazer e grazia

di darme del’ aqua ale man, lui parloe;                              35

e la mia cara madre anchora non si sazia

di tenere la tovalia, e sugeroe [6]

le mie bianche mano con gran audazia;

e che in sì gran stato io sarò montato [7],

che de grazia averete de starme dalato. –                          40

6.

Alora lo pare, inniquitoxo molto

per le parole che dizea lo so fiolo,

e molto se turbono nelo volto, dizendo:

– Adeso ti darò molto dolo!

Quèlo zorno non vederai, o fiol stolto,                                45

che questo avegna! – E poi brancholo

chon molta aspreza, e per cotal afare

lo suo unizenito fiol butò in mare.

7.

E fato questo, lo padre crudele

con le vele alzate andò al suo viazo.                                   50

Ma come piaque a Dio, dolze più cha mele,

de aiutare questo putino sazo,

le honde del mare di suo pani [8] fazeva vele,

e butò quel gioveneto senza dalmazo [9]

sano e salvo sopra de un lito;                                               55

e lui ieri tuto bagnato a tal partito.

8.

Promesse Dio e la sua alta ventura

che in questo ponto de lì el fo pasato

un marcadante bruzexe [10] con so figura.

E lui, vegiendo sto gioveneto bagnato,                               60

adomandolo con sua dolze nattura,

se con lui el voleva esere stato.

E lui alora, per quel suo dimando,

respoxe: ‒ Miser sì, al vostro comando. ‒

9.

Vedendo lo marcadante lo suo zentil aspeto,                            65

a chaxa sua lo menò di prexente;

e per suo fante tegniva el gioveneto,

ma lui lo tratava molto piazevelmente.

Lo avene poi per vero efeto

quelo che aldirete, se poneti mente.                                    70

Lo re che signorizava quelo paexe,

fo molto doto, savio e chortexe.

10.

Avene, come promese la fortuna,

che suxo la balconada delo palazo

di questo re, ahora se aduna                                               75

tre grandi corbi davanti lo re sazo.

Con la so voze cridava molto bruna

questi tal corbi nelo suo lenguazo;

e pui fiate questo al dì fazia.

Lo re alora gran paura avia.                                               80

11.

Non sapiando zo se volese dire,

credea che la morte li anonziase;

fra lui medemo zitava [11] gran sospiro,

e ben dolente alora lui chiamàse.

Pensose alora lo valoroxo sire                                              85

di zerchare chi questo a lui dechiarase;

e di prexente lui sì chomandone

che bandito el fose a tute le persone:

12.

a chi tal cossa sapese dichiarare

lui li doneria per molie la so fia,                                          90

e quela a lui sì faria spoxare,

e mezo lo so regname ancora li daria.

Hora l’avene, signor, come mi pare,

che quelo burgexe ala zità vegnia                                      95

per potere vendere he conprare:

sto gioveneto secho ebe a menare.

13.

Esendo alo palazo costoro agionti,

ecote li tre corbi aora vegnire

nelo palazo, e queli si fo monti [12]

sopra lo chapo delo re, alto sire;                                          100

molto cridava li corbi con suo conti [13],

lo re da paura ben volea morire;

e subito al suo tronbeta lui comandava

che l’ anonziase el bando; e quelo sì cridava

14.

al modo uxato, a chi sapese dechiarare                                     105

la sentenzia di corbi e ’l suo volere,

colui la filia del re aria a spoxare,

e doneriali mezo lo suo gran tenere.

Lo gioveneto avia ad ascoltare

quela tal crida, come era dovere,                                        110

e bene aveva intexo quelo bando;

molto lo gioveneto se vegnia alegrando.

15.

Avea intexo con sua sotil sienzia

quelo che li corbi con sua voze à cridato.

Stava lo gioveneto con molta reverenzia;                           115

e poi al burgexe lui ebe parlato:

‒ Charo misiere, menatime ala prexenzia

di questo alto signor e re inchoronato,

che quelo dize li chorbi li averò dechiarito. ‒

Piaze al marchadante questo aver audito.                         120

16.

Menolo ala prexenzia di quelo rene;

e quando lo giovene li fono davanti,

gran riverenzia a quel signore fene;

poi li dise con suo alti senbianti:

– La vostra crida, signor, mantignerene [14],                    125

ch’ io me oferiso, per Dio e per li santi,

se vui me prometete quela di mantegnire,

lo cridare di chorbi vi aveò a dechiarire. –

17.

Disse: ‒ Ho amicho, se questo tu farai,

e io, che son signor de sto paexe,                                        130

te zuro che la mia fiola averai

per tua sposa con tute so prexe [15],

e mezo lo paexe tu dominerai. –

Alora lo gioveneto, che questo intexe,

disse: – Signore, a vui m’ azo oferto,                                  135

che lo suo cridare ve dechiarirò aperto. ‒

18.

E quelo re sto giovene guardava,

vedendolo sì belo e aparisente,

ben acostumato e savio parlava,

e molto a lui el stava riverente.                                            140

O, quanto la sua maniera li talentava [16]!

E poi li dise: ‒ O fiolo piazente,

se questo me dechiari, sopra la mia corona

tuto quelo ò promeso t’ atende mia persona. ‒

19.

Alora a parlar prexe lo francho gioveneto,                                 145

prexente lo re e la sua baronia,

dizendo: – Sacra maiestà, in suo deto,

ahora noto a tuti voi sia

che de questi corbi do è per efeto

mascoli, e lo terzo femena fia;                                             150

o de queli mascoli, l’un è giovene.

l’ altro è vechio: me aldite mone.

20.

E quela chorba prima fo moiera

di quelo vechio e maor corbone;

e queli do esendo a una riviera,                                           155

una gran carestia in quel paexe fone

per tenpo passato, intendi sta maniera;

lo corbo vechio la moiere abandonone,

perchè a lei non poteva far le spexe

per la gran carestia che iera nel paexe.                               160

21.

E di quela lui non churando, lasò stare.

E per non morire da fame quela corba

chol corbo giovene s’ebe aconpagnare,

e da quel tenpo in qua di mangiar non fo orba [17];

senpre le spexe li à abuto a fare                                          165

lo chorbo giovene, intendi questa sorba [18];

e ala sua posta senpre lo l’à tegnuta,

e anchora la tiène, e zià non la refuta.

22.

E mo che l’è venuta gran abonda[n]zia

de biava da vivere et ogni vitualia,                                     170

lo chorbo vechio la voria a suo instanzia.

Lo giovene non la vuol dar, e sì se abalia ;

e dize che la raxon vuol per ogni stanzia

che, avendola azetata con sua valia [19]

e fatoli le spexe in tenpo de carestia,                                   175

e mo che l’ è abondanzia ancora sua la sia.

23.

E loro, chognosandove, o alto signore,

quanto vostra signoria ama iustizia,

e ben cognose lo vostro seno e valore,

e che raxone fate a gran divizia,                                         180

in voi solo li à meso lo so chuore,

che sentenziati, senza nula tristizia,

la chorba ch’io v’ò dita, de chi diè esere mone

del corbo giovene, over delo vechione.

24.

E secondo che per voi fia data                                                   185

la vostra sentenzia iustamente,

zascun se ne contenterà in quela fiata,

e tignerase contenti aliegramente.

La sua quistion a voi he’ ò contata,

o signor mio tanto ezelente;                                                190

e aldito che loro averà vostra sentenzia,

presto li partirà dala vostra prexenzia.

25.

E a voi non darano più molesto

nè briga alguna, e via arà a volare. –

Alora lo re, intendendo questo,                                           195

la sua difinitiva sentenzia ebe a dare,

che ’l corbo giovene deba avere presto

la corba gioè [20] a tuto so dominare,

e lo corbo vechio despotestato sia

da quela corba, e sua più non fia.                                       200

26.

E data questa sentenzia tanto iusta,

lo corbo vechio solo via volava,

e le suo pene [21] e ale molto frusta [22],

e in lutane [23] parte lui andava.

Lo corbo giovene e la corba industa [24],                            205

con lo giovene corbo se aconpagnava [25];

e mai al palazo queli fo venuti.

Contenti di tal sentenzia ne fo tuti.

27.

E questo in prexenzia de tuti quanti fia.

Ho, quanto lo re di zo ne fo contento!                                210

Alora al giovene spoxar feze la fia,

e mezo lo so regname di bon talento

a lui sì donono tuta via.

E grande alegreza feze, come sento,

corte sbandita [26] tenendo e gran festa;                            215

e tuti contenti fo di tal inchiesta.

28.

Costui sì chortexe mente se portava

contra [27] lo re e tuta la baronia,

che zerto tuti l’amava e honorava;

o, quanto contenti tuti di zo fia !                                        220

che, se lo re quelo ingienerava [28],

amato pui non l’ averia zia.

Lo re a tuto el populo comandò, lo sire,

che come la sua persona lo deba obedire.

29.

E un gran tenpo dapoi questo pasato                                       225

quelo bon re a morte fo vegnuto;

e per lo suo testamento ebe ordinato

che lo gienero del suo reame tuto

con la fiola el fosse inchoronato.

E chusì fo fato, come azo saputo;                                      230

e tuti gran festa di questo fazendo,

e con grande letizia tuti dimorendo,

30.

e stando questo giovene in tanta signoria,

un comandamento a tuti hordinone,

che chadauno che ala zitade zia                                         235

di prexente fose scrito lo so nome,

 e lo pronome, e dove nato fia,

e a che albergo dimora, e ’l che, e ’l come,

tuto per hordine, lui si comandava;

e questo statuto bene se horservava.                                   240

31.

Avene, chome molte volte adviene,

che in le contrade dove dimora el pare

di questo re, gran charestia pervene,

e grande fame, e biava non s’ à trovare,

e molta giente da fame perine ;                                           245

o, quanto a loro male questo pare!

Avene che ’l pare e la mare de costui,

per canpare la fame, partiti de lì fui.

32.

E per lo mondo andavano mendicando,

per potere schanpare la sua vita.                                        250

Volse Idio che costoro vene arivando

ala zitade dove ve azo dita,

dove lo so fiolo andose incoronando;

i nomi loro quivi si fo scrita,

e lo pronome, e la zità, e lo albergo                                    255

dove li temorava quivi con tergo [29].

33.

Portato fo a chorte la sera lo quaterno

dov’ è scrito lo nome de zascun forestieri;

lo re al’ uxato modo fè dizerno [30],

cognobe lo pare e la mare alo nome altieri;                       260

chiamò un schudieri, come io dizerno [31],

e dise a lui: ‒ Hor va con tuo manieri

presto presto ala tale hostaria:

guarda se i tali forestieri son ziti via.

34.

E se li è nel’ albergo, fa chomandamento                                  265

a quelo ostiero, che doman da matina,

drieto terza, senza nessun spavento,

de vegnire al palazo zià non refina

queli duo forestieri di ardimento. ‒

Via va lo meso e forte chamina;                                          270

a l’ ostaria lui si arivava;

i duo forestieri ivi atrovava.

35.

Poi al’ostiero lo fato hordinoe;

e lui respoxe, che ’l sarà obedito.

Intanto la note scura trapasoe,                                            275

vene lo zorno chiaro e polito.

Su l’ora dela terza l’osto se ne andoe;

con li duo forestieri al palazo fo ito;

e davanti dalo re queli à prexentato,

e come a pelegrini lo re li à azetato [32].                             280

36.

E bona ziera a loro dimostrando,

intanto le tavole fono apariate.

Lo re alora, in quelo luoco vignando,

solo per solo, senza altra brigate,

dove lo pare e la mare andava dimorando,                       285

di l’aqua ale man adimandò, sapiate.

Alora lo suo padre con gran riverenzia

tolse lo bazil e ramin in sua prexenzia [33],

37.

e de l’ aqua ale mano li ebe dato;

e la sua madre la tovalia piglia;                                          290

zascun di loro stavano inzenochiato

con grande umilitade e basa ziglia.

E quando lo re le man s’ ebe lavato,

lo suo charo pare per la mano el piglia,

e in capo dela tavola lo feze sedere;                                    295

e poi li se asentò arente [34], come è dovere.

38.

E poi la tenera madre anchora piliava,

alato a lui volse che la sentase;

poi a manzare insieme comenzava

in molta charitade e grande pase [35].                                300

Li suo baroni forte se meraveiava

di questo che lo suo re aora fase.

E quando tuti loro ebe disnato,

lo re ali baroni ebeno parlato.

39.

E racontoli tuto quanto el modo                                                 305

delo padre e dela madre ch’ era quie,

e come anegar lo volse con poco lodo,

(e tuto el fato lui sì narò lie)

per lo cantare di quelo oxelo sodo,

lo qual al padre lui sì dechiarie.                                          310

‒ E perchè tanta cosa al mondo non fose venuto,

con le so man anegare mi volse al tuto.

40.

Ma l’alto Dio, che de tuto è signore,

non volse consentir a questo fato,

e scapolome da tanto furore.                                               315

Come sapete, qui fu arivato,

e alo re di corbi dechiarai lo cuore.

In questo stado Dio m’ à exaltato;

ed àme dato grazia di trovare

lo mio pare e la mia chara mare. ‒                                     320

41.

E dito questo, da tavola levava,

lo re el pare e la mare ebe abrazati.

O, quanta alegreza a loro sì mostrava!

E loro delo so fiolo stava stupefati;

ma grande alegreza al cuore li montava,                           325

regraziando Dio de tale fati.

Lo re dise alo so pare molto presto:

– La verità ch’ io ve dissi vi fo molesto.

42.

Ma ch’ elo sia seguito, Dio l’ à voluto,

e chiara mente lo poteti vedere;                                          330

ma perchè me fazesti ato sì bruto,

per questo anperò non voiati temere.

Guardame Dio d’ofenderve in tuto!

Ma per charo pare senpre vi vo’ avere,

e voi anchora per chara mare mia;                                     335

dove serò, senpre starete quia.

43.

Serviti e honorati da tuti quanti

sareti a vostra vita a gran honore.

Laudato ne sia Dio e li santi,

che a voi e a me acontenta lo chuore!                                 340

Con me signorizereti homeni e fanti,

grandi e picoli, e da tute l’ore

stareti mecho la signoria a galdere,

e tuto lo reame con mecho posedere. ‒

44.

E chusì feze questo bon fiolo;                                                     345

lo pare e la mare tene senpre siecho

e mai se aricordò delo pasato duolo,

nè mai ala sua volontà non feze niecho:

e dapoi la so morte con tuto lo so stuolo

li feze sopelire, e non fo ziecho.                                           350

E a tal modo andò quelo fato

come a voi, charo pare, e’ ò contato. »

45.

E chusì, Stefano dise alo suo pare,

‒ o signor mio, senpre voio star tiecho,

e li tuo comandamenti tuti oservare,                                  355

e come amerò te, tu amerà mecho;

infina che la vita mi averà a durare

ala tua hobedienzia mai non sarò ciecho

ed io esere volio lo tuo charo filio,

e tu lo meo amato pare e charo zilio [36]. »                        360

46.

Lo inperatore, che lo fiolo àno aldito

parlare con tanto seno [37] e sì modesto,

abrazò lo suo fiolo in quelo sito

e molto lo baxò qui presto presto,

regraziando Dio, lo signor ardito,                                       365

che ’l fiolo di parlare zià non resto;

e ben se acorzeva nela sua prexenzia

che ’l suo fiolo aveva molta sienzia.

47.

E poi li disse: – O charo fiol mio,

intendo come me tu se’ signore                                           370

de tuto lo inperio, o charo lo mio fio,

come primozenito e tuto lo mio chuore. –

E poi comandò con gran desio

a tuto lo puovolo [38], grando e minore,

che obedischa lo fiolo quanto lui.                                        375

O, quanto amato da tuti fo costui!

48.

A Stefano parla lo suo pare:

‒ Vendeta e’ voio far dela meretrixe

la qual a torto t’ à ’buto a chaxonare;

questa è la verità, dicho, per S. Felixe;                                380

ma mai al mondo la si potrà laudare

la femena malvaxia con sua arnixe [39],

la qual tegniva per mia moiera,

che inganato me abi in tal maniera.

49.

E di prexente, senza induxiare,                                                  385

mandono per la falsa inperarixe.

E lei ne vene con gran lacrimare.

L’ inperador a tal modo li dixe:

– O falsa femina, tu non te poi schuxare

d’ aver incolpato lo mio fiol palexe;                                    390

e quelo che dizevi che voleva costue,

era l’ opoxito, e tu rechiedevi lue. –

50.

– Misericordia, o sacro inperatore,

d’ ogni mio falo e delo mio pecato!

Tuto lo falo fo mio e lo erore,                                               395

la verità volio avere confesato;

degna io son de morir in quest’ ore,

e nelo focho lo mio chorpo bruxato;

e questo e’ so che non po schapolare,

perchè tropo è stato lo mio grieve falare. ‒                        400

51.

Lo inperator comandò di prexente

che in sula piaza mazore di Roma

fosse bruxata la dama dolente.

E ivi fo apariato ogni soma.

Poi la fo metuta nelo fuocho ardente,                                 405

e in quelo la sua persona sì se doma.

Lo inperator con li filosofi stava,

e queli molto reveriva e amava,

52.

perchè lo suo fiolo sì ben amaistrato

avea in ogni sua dreta sienzia;                                            410

e con Stefano senpre li ebeno dimorato

in grande stato e in gran clemenzia.

Lo puovolo di Roma, forte avea amato

Stefano, lo quale iera di tanta loquenzia.

O, quanto l’inperadore se chiamava contento                   415

del suo charo fiolo di gran valimento !

53.

E in quante sienzie pui potia

lo inperatore fazeva studiare

senpre lo so fiolo a ogni via,

e molto lo feva servir e onorare;                                          420

e zià moiere lui pui non prendia,

ma lo so fio siecho avea a stare.

E longo tenpo vive lo inperatore;

e poi morite, e foli fato gran honore.

54.

Per inperatore Stefano eletto                                               425

fo dal populo romano tutto quantto.

O, quanto lui lo inperio ebeno retto

con gran iustizia e del mondo avantto!

Poi morite, e non zià zovenetto

dapoi che venuto el fo vechio tamantto [40].                      430

Poi morite Stefano inperator romano

lo suo alto nome per lo mondo alzàno.

55.

E qui, signori, io sì fazo fine a voi

a questa vaga e diletevele instoria;

e se falatto vi avesemo noi [41]                                             435

nelo rimare, lo qual per vanagloria

non avemo fato, ma per descriarir [42] poi

le dite cosse e per farne a voi memoria,

perchè alguni noma [43] rima lezer li piaze,

per sastifar a loro l’ò fato ben audaze.                                440

56.

E priegove, signori, cortexe mente,

che ogni falo che voi atrovarete,

che d’ aconzarlo ve sia ala mente;

o mio che sia, o d’ altri, amendarete ;

color che li rescrive, lizier mente                                         445

fano di fali, e voi lo antivederete.

Regrazio Jesù Cristo e tuti i santi

che di questa instoria ò conpito li chanti.

Finito è lo libro de Stefano fiolo delo inperador di Roma,

lo qual dapoi la morte del pare fo anchora lui i[n]perador romano;

lo qual libro à stanzie 706, et ancora depenture 34.

FINIS

Note

________________________

 

[1] aviglia: aveva (terminazione inventata per esigenze di rima)

[2] Per quanto assurda, la lezione, può essere genuina (Rajna) (ma potrebbe ben essere: pui)

[3] hoxelo: uccello

[4] così nel testo, ma il significato porta a correggere zio in fio  (figlio) anche se è ripetitivo

[5] veroe: raggiungerò

[6] sugeroe: asciugherà; asciugherà le mie bianche mani con grande coraggio

[7] avrò raggiunto una così elevata condizione che considererete una grazia lo starmi vicino

[8] pani: panni, vestiti

[9] dalmazo: danno (francesismo)

[10] bruzexe: abruzzese

[11] da zitare, gettare, emettere

[12] si fo monti: si posarono, salirono sul capo

[13] col loro canto (loro linguaggio)

[14] Il vostro bando, signore, manterrete

[15] con tutta la sua dote

[16] li talentava: gli andava a genio

[17] orba: priva

[18] sorba: apologo dalla morale amara (Battaglia)

[19] valia: balia

[20] Così è scritto, vale a dire gioe: e parrebbe da intendere cioè. Ma forse questa parola non è che un riflesso del giovene del verso antecedente. (Rajna)

[21] pene: penne

[22] frusta: sbarre

[23] lutane: lontane

[24] industa: sagace, avveduta

[25] Qui il codice soggiunge un verso manifestamente interpolato:  jn sembre tuti do love andando

[26] corte sbandita: corte bandita: banchetto a cui il re invitava per pubblico banco; popolarmente dicesi anche di casa in cui tutti possono andare a mangiare e a bere

[27] contra: nei confronti di

[28] che anche se il re l’avesse generato, non avrebbe potuto amarlo di più

[29] con tergo: con la provenienza

[30] fè dizerno: dare un’occhiata

[31] da dizernere, decernere, oggi discernere: fece al modo usato (come sempre), credo,

[32] azetato: accolti

[33] Il re allora, giungendo da solo, senza alcuna compagnia, in quella stanza dove il padre e la madre stavano aspettando, chiese dell'acqua per lavarsi le mani. Allora suo padre con una gran riverenza prese una bacinella e una brocca di rame

[34] arente: vicino

[35] pase: pace

[36] ciglio (la persona più cara delle pupille)

[37] seno: senno

[38] popolo

[39] arnixe: arti (magiche)

[40] tanto

[41] e se avessimo commesso qualche errore nello scrivere i versi

[42] chiarire

[43] noma: soltanto

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Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 06 gennaio 2008