Anonimo

Storia di Stefano

figliuolo d'un Imperatore di Roma

Versione in ottava rima del libro dei sette savi

Note di Giuseppe Bonghi - Tutti i diritti sono riservati

Edizione di riferimento:

Storia dei sette savi, ed. Commissione per i testi di lingua, Gaetano Romagnoli, Bologna 1880, pubblicata per la prima volta a cura di da Pio Rajna.

* Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna

Questo libro trata di Stefano,

fiolo de uno inperador di Roma;

el qual trata de beli amaistramenti.

CANTO XXI.

1.

Esepe alora in piè se fo levato,

dizendo: « Inperatore mio saputo,

e’ vedo chi de Romani a vui à parlato,

quelo tal dire v’ à molto piazuto.

Anchora io vi averò qui bene aricordato                            5

uno costume de Romani, che iera bruto:

che quando l’omo a sesanta ani era zonto,

convegnivase esere morto e difonto.

2.

E questo per propio hordene, dicho, universale

fato per lo senato contra di zaschuno:                                10

l’opinione sua ierano tale,

che l’ omo vechio pui non fose buono

da cossa alguna, e però ogni uno

morire convegnia. Ai, quanto male

 fazeva coloro, come io te sòno, io!                                      15

Lo aricordo delo anticho è di gran disio.

3.

Era un zita[di]no romano saputo [1],

cortexe e piazente e molto doto,

gran zitadino da tuti tenuto.

Uno fiolo aveva, come dinoto,                                            20

giovene fante, ed era molto arguto.

Vedendo che ’l padre presto era condoto [2]

a sesanta ani, e convegnia morire,

di cotal cosa languiva lo gioveneto sire.

4.

Secreta mente feze far el fiolo                                                     25

soto la sua chaxa una abitazione

molto asiata, per trarse di quel dolo,

che morto non fosse lo suo padre vechione.

E poi li dentro lo mese solo solo,

levando fama che morto l’era mone;                                  30

e lui medemo, con le suo propie mane,

al padre, per zibare, portava del pane,

5.

Non era alguno dela sua famelia

che questo fato sapese per lo zerto;

e ogni zorno con aliegra zilia                                              35

lo fiolo dalo padre s’avia oferto;

e con lui molto parlava e besbilia.

Dizeva el padre: – Fiol mio asperto,

nel vostro conseio che se à a tratare?

A lui rispondeva: Cotal e tal afare.  –                                  40

6.

Arquanto ripensando questi fati,

dizeva el padre: Chusì responderai

sopra la renga [3] con tuo arditi ati,

e i tali esenpli tu arecorderai,

che stato sono per tenpi posati;                                           45

e ancora le tale raxone tu dirai.

Li esenpli e le raxone li contava,

e alo tuto lo suo caro fiolo amaistrava.

7.

Per modo tale, che, quando nel consilio

era el fiolo, con sua loquela pronta                                    50

aricordava nelo suo alto besbilio [4]

cosse posate, quando in renga [5] monta.

Zaschuno stava a ’ldirlo a meravilio,

e le raxone suo, poi la zonta [6];

tuto era prexo quelo c’ avia arecordato                              55

lo fiolo di questo vechione aprexiato.

8.

Se l’ avegniva, come speso ochore,

de tuore guera, overo lasar stare,

con alguna provinzia over signore,

lo fiolo col padre s’avea a consiare [7];                                60

e con le suo raxone qui d’ ogn’ ore

la mior parte avevano a piare;

con lo parlare poi di questo caro zilio,

prexo era el partito ch’ arecordava el filio.

9.

Et anchora di zerto voio che sapiate,                                         65

che tuti li partiti ch’ era prexi

per lo conselio suo, intendiate,

di fare guera, ho no, a quei paexi,

tuto seguiva in bona veritate

quelo che ’l giovene con suo anemi azexi [8].                    70

Lo suo conselio era tanto discreto:

la sperienzia seguia d’ ogni suo deto.

10.

E zerto lo conselio di Roma divenuto

si era a tanto, che altro partito

non averia prexo nè averia voluto,                                      75

salvo quelo che costui avea dito;

tanto aprexiato da tuti era tenuto,

che sopra a ogni uno l’era riverito;

da multi costui erano invidiato

per esere in tanto stato lui montato.                                   80

11.

Hora avene ch’ alguni di prinzipali

de queli zitadini alti e romani,

che per invidia voleva molti mali

a questo giovene, ch’ era nele suo mani,

inmaginose alora con suo pensier mortali                          85

de darli morte, con suo pensieri vani;

alo so inperatore in secreto andone,

e in cotal modo a lui sì parlone:

12.

‒ Ho alto inperatore, non vedete voi

quanto costui sì se viene alzando [9]?                                 90

Ora intendeti quelo dizemo noi:

pui de vui lo vien ascoltato parlando.

Questa è una tale semenza, che poi

che forsi forsi v’ anderà discazando [10].

Però a bon’ ora partito prenderete,                                     95

e a tal pericolo vegnire non vi laserete. ‒

13.

Dise lo inperatore: – Voi dite el vero.

Come fare sto fato mai potria

con qualche raxone, con l’ animo senziero,

azò che ’l populo mormorare non fia? –                            100

Coloro li respoxe: – O alto inpero,

comanda a lui con tua dizeria

che fra tre zorni a te el sia venuto

toto spoliato e ben vestito tuto.

14.

Tu sai che questo a tuti è inposibele,                                          105

come in un ponto vestito e spoliato

potese vegnire, ho andar invesibele,

e questo lui non porà avere oservato;

questa tal cossa a vui sarà fatibele;

e per sta caxon l’areti bandizato [11]                                   110

de tuta Roma e delo suo distreto. –

Dise lo inperatore: – Bene aveti deto. –

15.

E presta mente lui mandò un donzelo

a dire a costui che, fin tre die [12],

nudo e vestito dovere vegnir a elo,                                      115

dicho, in un ponto [13] a so prexenzia lie.

Questo intendendo, quelo giovene belo

al vechio padre andò, dizendo: ‒ Chusie

lo inperatore a me ano comandato

che a un ponto vada vestito e spoliato.‒                             120

16.

Respoxe el padre: ‒ Questa è gran invidia

che sopra di te costoro sì ano;

repareroti dala sua azidia [14],

e chaveroti da ogni rio afano.

Costoro di te voria far homezidia [15],                                125

e lo tuo stato voria c’andase in vano.

Sapi, fiolo; che questo è bon signale:

el gran homo è invidiato senpre tale.

17.

Riparo e’ volio dar al tuo perilio [16],

non dubitare, che ò trovato el modo.                                  130

Pilia un rede [17], o charo lo mio filio,

pui sotile che poi, con suo nodo,

e quelo te vesti con tuo zentil artilio [18];

poi tu te sarai spoliato tuto

deli tuo pani, e vestirai lo rede;                                            135

e a tal modo sazierai la tua sede [19]. ‒

18.

Venuto el zorno a lui diputato,

el giovene un rede sì piliava;

e quelo se vestì, poi che ’l s’ ebe spoliato,

e a tal modo a l’inperador andava.                                     140

Zaschuno lo guardava, e àse meraveiato:

che questo si poteso fare, non pensava;

l’ inperatore disse: ‒ Ho fiol mio,

e’ vedo ben che savio tu è, per Dio. ‒

19.

E fezeli gran festa e grande honore,                                   145

e poi de richi pani lo feze vestire,

e molto in grazia fo alo inperatore,

e pui cha prima se alzava lo sire [20].

Un tenpo si pasò, parla lo autore;

l’ invidia mai non potè morire;                                            150

tanto fastidio a l’ inperator fo dato,

e nuova fantasia s’ ebe pensato.

20.

Mandò a dire a questo homo acorto,

che con lui menase lo mazor amicho,

ala sua prexenzia, che l’abia, e lo più scorto,                     155

aconpagnato con lo suo nemicho [21];

e tuti tre insieme a lui sia condoto.

Lo meso a lui andò molto mendicho,

e recontoli quela tale inbasata;

lo zovene se spaurì a sta fiata.                                             160

21.

Andò dal padre, e ’l fato li contava;

e lui disse: ‒ Fiol, non dubitare;

lasa pur far a me ‒, li raxonava. ‒

Fa che adeso a l’ inperador tu abi andare,

e fati dare termine un mexe, e non li grava.                      165

Poi una grazia tu abi a dimandare,

che quando lo suo voler arai adinpiuto,

la grazia a te sì abiano conzeduto [22].

22.

E quantonque la grazia fose contra legie,

overo contra uxanza fin qui oservata,                                170

a te sia conzeduta, con suo alte gregie,

quela grazia che per te serà dimandata.

Zià non crederà lui nele suo segie

che la sua dimanda per te fose fata,

che lo amicho tuo col tuo nemicho                                     175

li meni insenbre; e aldi quel ch’ io dicho. [23]

23.

Prometerati la grazia di fare;

e poi a me tu farai retorno,

e io del tuto t’averò a consiare. ‒

Da lui se partì lo fiolo adorno;                                             180

andò al’ inperador a dimandare,

come dal padre informato lo fono.

L’ inperadore tuto li ave conzeduto;

e ’l fiolo dal padre poi se fu reduto.

24.

Lo padre disse: – Fiolo, tu anderai:                                            185

prendi un porcho, e quelo secretamente,

fiolo charo, tu lo alziderai,

e in un sacho lo liga stretamente;

e in secreto to moier chiamerai,

dili che tu à morto un homo di prexente;                           190

fate aiutare a lei a sopelire

innel zardino lo porco, aldi lo mio dire.

25.

Poi mostra a lei di fare gran chareze,

azò che secreto la t’ abi a tenere.

Pasando arquanti zorni, poi per le dreze [24]                    195

la pilierai alora senza temere,

e donali un bufete con aspreze;

e poi de lei vederai le maniere.

E quando el termene, fio, sarà venuto,

con techo mena to moier al tuto.                                         200

26.

La sperienzia arai che nemicha

maore te sia cha persona alguna.

Poi a piare lo to chan non te sia faticha;

con techo lo mena, tuti do ad una:

fornita averai la sua gran rubricha [25];                             205

e per me poi grazia domanderai buona,

che per algun modo io non sia morto,

quantonque ala gran etade e’ sia scorto [26]. ‒

27.

Amaistrato lo fiolo molto bene,

partì dal padre e lo porcho amazava,                                 210

e in un sacho streto quelo sì retene.

E poi la moiere sì chiamava,

e sì li dise: ‒ Un homo ò morto con pene:

aiutame a sotorarlo, ‒ lo la pregava [27].

E lei respoxe : – Marito, volentieri. –                                   215

E innel so zardino lo sopelì a tal manieri.

28.

Dizea la molie: – Ai, trista me dolente,

fati che questo fato sia secreto!

Non lo dite [ad] amizi nè a parente;

a me sola lo lasati nel peto! –                                               220

E lo marito li dizeva prexente:

– E’ chusi te ne priego, amore mio perfeto. –

E pasato alguni zorni con letizia,

lo marito si mostrò pien de niquizia [28].

29.

E per zerta sua pichola chaxone,                                        225

con la moiere lui se corozava [29].

Con questo corozo un bufeto li donone;

e per sta chaxone la moiere presto andava

alo senato, e diseli sua raxone,

e lo marito d’omezidio lo incolpava;                                   230

per la qual cossa el fo posto in prixone.

Alora lo giovene lo fato apalentone [30]:

30.

come tal cossa lui aveva fata

per provare quanto l’ ama so moiera.

Andò ala fossa, e quela ebe cavata,                                    235

trovò che ’l porcho sopelito i era;

 de prixon fo lasado in quela fiada.

Poi, zonzendo el termene [31] in tal maniera,

la molie e lo suo chane costui piava,

e davanti delo inperatore se ne andava.                             240

31.

Vedendo lo inperatore costui venire

con tale conpagnia, se fo meraveiati;

fra sè medesimo dizeva lo sire:

‒ Questa mi pare conpagnia da mati. ‒

Dise lo giovene alora con ardire:                                         245

– O sacro inperator, per sastifarti,

questo chagnolo son el mazor amicho

ch’ io abia al mondo. Aldi quelo ch’ io dicho.

32.

Dame un bastone, e mostreroti el fato,

e aperta mente lo porai vedere. ‒                                        250

Lo bastone a lui presto fo aprexentato,

e lui bastonò lo can con suo sapere;

e bastonandolo, quelo fo scanpato;

e poi lo chiamò, come è dovere;

lo chane a lui tornava festigiando,                                      255

e al suo misiere gran careze fazando.

33.

Parlò alora quel zovene discreto:

– Qual padre e madre, overo fiolo,

moiere, fratelo, dizeva el gioveneto,

eh’io avese bastonato con tanto dolo,                                 260

che a me ritornase col cuore sì perfeto

con tanta festa, in un propio volo?

Sichè, inperatore, aldi quelo ch’ io dicho:

sapi che questo è lo mazor mio amicho.

34.

E costei, che zià spoxai per mia moiera,                                    265

ala qual senpre ò fato tanto bene

più che a me, e costei, come liziera,

la cruda morte m’ à voluto dar con pene;

per un picolo bufeto e mala ziera [32]

m’ a achuxato de homezidio, e l’acuxa ne ene;                 270

la quale per la gola se mentia;

che, per provarla, un porcho sopelia.

35.

Adoncha costei per mia nemicha

t’aprovo ed ò provata zerta mente

esere la magiore ch’ io abia e rustìcha [33],                        275

e del ben fare molto negliente [34].

Fornito e’ azo ogni tua rubricha [35]:

fame la grazia, signor mio piazente,

la quale a voi azo adimandata. –

Respoxe l’ inperador: – La grazia te sia fata. ‒                  280

36.

Avendo al giovene la grazia conzeputa,

dise: – Signor, in grazia te adomando

che alo mio padre la vita sia conzeduta,

lo quale in chaxa mia va dimorando;

e sì te dicho con la ziera arguta                                           285

che lo suo conselio senpre e’ adimando;

in ogni chossa lui m’ à conseliato,

e senpre ala mior parte m’ à maistrato [36]. ‒

37.

Aldendo questo lo gran inperatore,

prexe gran meraveia del suo dire;                                       290

che la grazia li avea promeso ebe dolore,

ma pur quela li convene consentire.

Mandò per lo vechio, e lui usite fuore

di quela chava col suo fiol d’ ardire,

e davanti delo inperator se aprexentone:                            295

tuti a riguardarlo stava artenti mone.

38.

Aveva otant’ ani quelo vechio.

Alora lo senato sì deliberoe,

vedendo sora zo lo chiaro spechio,

de non amazare niun vechione moe,                                  300

nè a quelo dare male di soperchio,

perchè lo suo conselio molto aprexioe.

E roto [37] fo in quel tenpo tal statuto,

e senpre poi lo vechio è da charo tenuto.

39.

Chusi farà Stefano tuo fiolo,                                                        305

lo tuo conselio senpre artignerane [38];

per lui mai non rezeverai dolo;

hozi ala tua maiestà lo parlerane [39]. »

E dito questo, abasò la testa con lo cholo [40],

e con i altri filosofi lui se asentàno,                                      310

e tuti laudono lo suo dire.

Al vostro honor sto canto e’ vo’ finire.

 

Note

________________________

 

[1] saputo: saggio

[2] era condoto: sarebbe arrivato

[3] renga: pulpito, balconata da cui parlavano i senatori

[4] alto besbilio: elegante modo di parlare, forbito eloquio

[5] da arenga, arengaria: balatoio da cui parla l’oratore

[6] le ragioni sue e le conclusioni (zonta da zonzere, giungere e quindi anche giungere a conclusione. Non dimentichiamo che parecchie parole sono di difficile decifrazione, come afferma il Rajna, perché inventate dall'autore)

[7] consiare: consigliare

[8] anemi azexi: animo acceso

[9] se viene alzando: diventa sempre più importante

[10] più di voi egli viene ascoltato quando parla. Questo è un principio che può portarlo a scacciarvi dal trono

[11] bandizato: bandito, cacciato da tutta Roma

[12] fin tre die: entro tre giorni

[13] in un ponto: nello stesso tempo

[14] azidia: accidia, cioè pigrizia che porta a commettere azioni malvage

[15] homezidia: omicidio: costoro vorrebbero farti uccidere

[16] perilio: pericolo

[17] rede: rete

[18] prendi una rete, caro figlio mio, coi suoi nodi più sottilie che puoi, e quella indossa  con gentilezza e intelligenza (artilio)

[19] sede: sete

[20] e più di prima fu stimato il re

[21] Mandò a dire a questo uomo intelligente che andasse davanti a lui portando con sè il miglior e più saggio amico e il suo peggior nemico: e tuttti e tre insieme si presentassero davanti a lui

[22] Poi una grazia tu dei chiedergli, quando avrai adempiuto al suo volere, una grazia che  ti venga concessa

[23] E la grazia, che tu chiedi, ti sia concessa anche se fosse contro la legge o contro l'usanza finora osservata. Egli non crederà che tu porrai porgli la domanda perché non crede che tu potrai portare con te l'amico e il nemico insieme.

[24] dreze: trecce

[25] avrai così portato a termine ciò che t'era stato richiesto

[26] quantunque io abbia superato l'etàdi 60 anni  prescritta dalla legge

[27] "Ho ucciso un uomo con gran fatica: aiutami a sotterrarlo", lui la pregava

[28] nequizia: cattiveria, malvagità

[29] se corozava: si corrucciava, si adirava

[30] apalentone: rivelò

[31] zonzendo el termine: arrivando la fine del mese che aveva chiesto

[32] mala ziera: brutto atteggiamento

[33] rustìcha: villana

[34] negliente: negligente, incurante

[35] io ho adempiuto ad ogni tua richiesta

[36] e sempre mi ha ammaestrato per il meglio

[37] roto: cancellato

[38] artignerane: si procurerà, raccoglierà

[39] oggi egli parlerà alla tua maestà

[40] abasò la testa con lo cholo: abbassò la testa e il collo, si inchinò

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  Sette Savi canto XIII

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Ultimo aggiornamento: 06 gennaio 2008