Anonimo

Storia di Stefano

figliuolo d'un Imperatore di Roma

Versione in ottava rima del libro dei sette savi

Note di Giuseppe Bonghi - Tutti i diritti sono riservati

Edizione di riferimento:

Storia dei sette savi, ed. Commissione per i testi di lingua, Gaetano Romagnoli, Bologna 1880, pubblicata per la prima volta a cura di da Pio Rajna.

* Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna

Questo libro trata di Stefano,

fiolo de uno inperador di Roma;

el qual trata de beli amaistramenti.

XIX.

1.

Malchidas in piè levato fone,

e dise: « Signor, el fo tre meretrixe,

ch’ avea marito, e contra raxone

meseno un pegno, Filocolo dixe.

A colei che fazea pui bela gabaxone [1]                                 5

vinzese el pegno, l’ una al’ altra redixe.

Et el pegno a questo avendo stabelito,

zaschuna si pensava lo suo partito.

2.

Una di quele se fezeno da malata,

e acordata la iera con un medicho;                                     10

venendo lo marito a chaxa, la sventurata

cridava: – E’ moro ! Andati per lo clericho;

e chiamati maistro Teofilo a sta fiata,

ch’ è savio, e guarirame col nericho [2]. –

El medico a chaxa presto fo venuto;                                   15

la femina in lo studio l’à metuto.

3.

Esendo lo marito a chaxa tornato,

adimandò: – Come stai, sorela? –

Ed ela dise: – Lo medico à ordinato

una cosa che ponto nonn’ è bela.                                        20

Lo [3] dize che voi m’ avete ingravedato,

e nasuta [4] me è ala schena asai renela;

e ’l voria che la mia schena con la vostra fregase;

e a questo modo la mia sanità farase.

4.

Ma questo mai non averia a consentire                             25

se li ochi prima non ve abindase [5];

e zerto avanti me laseria morire,

cha vui le mie brute cose vardase.

E’ so ch’ aveti pur molto desire

ognora de guardarme le cosse base;                                   30

cognosco quanto vui sete maledeto!

li ochi metete per ogni vile buxeto. –

5.

Dise el marito: – Questa è pocha faticha:

fare se vuol sta cossa molto presto;

maistro Teofilo à sienzia anticha,                                        35

creder io volio a ogni suo deto. –

Poi despoioxe; e lei presto lo licha,

abindoli li ochi, e nudo stava resto [6];

e nuda poi se spoliò la moiera:

saltoli sopra la schena molto liziera.                                   40

6.

Schena con schena sopra una bancha stando,

presto chiamò Teofilo lo medicho;

e lui spoliato presto ivi andando,

con secho avendo lo suo conpagno clericho,

chazolo [7] in la prixone oschura, e dèli bando,              45

ed elo volentiera ne intrò lo fisicho;

volendo al suo signor in tuto servire,

stavali reverente, e fea se no languire.

7.

E lo bon medicho, con la sua medizina,

la schena alo marito pur frevava,                                       50

adoperando tuta la sua dotrina.

Al bon homo di soto pur li pesava;

sentivase adoperar tanta ruina,

e ale fiate lui sì forte biastemava.

Dizeva la moiere: – Tazete in mal’ora                                55

quando me ingravedavi, el ve piazeva alora!

8.

Ahora el piaze a me, e zoxo state,

non parlate pui, che ve darò el malano;

guarire io mi sento aora che zanzate [8]. –

E’ stando un pocho, el marito cridano:                              60

– Tuto mi bagno! non so se pisiate. –

Respoxe lei: – Un onguento e’ ò in mano,

lo quale rende molta umilitade

e fa guarire la mia infermitade. –

9.

Fornito ch’ ebe qui lo suo lavoriero,                                           65

lo medico s’ascoxe di prexente.

Suxo levò lo marito con so moiero,

asugavase lo becho presto inmantinente.

Poi oliva quelo bagno sì fiero,

e dizeva ala moier: – Dona piazente,                                  70

sto tuo onguento me sa da tal desire,

che zerto me vergonzo a doverlo dire. –

10.

Respoxe lei: – Zià mi sento guarita,

abia l’ onguento che odor se volia.

Ma io ve dirò ben un’ altra partita:                                     75

ogni negreza di dente quelo despolia;

fregativi li denti, ch’ ala vostra vita

bianchi li parerà come neve di solia [9]. ‒

E questa fo la befa che feze alo marito

questa tal femina, come aveti udito.                                   80

11.

L’ altra, che ’l pegno volea pur guadagnare,

feze andare lo so marito a solazo,

e in un bel prato costoro s’ ebe a trovare,

dov’ era un bel pomaro, e non salvazo [10].

Soto quelo alboro li ebeno a disnare;                                  85

e poi che manzato ebe zascun ad aio,

dise la molie: – O charo mio marito,

suxo sto pomaro voio andar a sto partito.

12.

Dise ’l marito: – S’ andare el te piaze,

andarne ala tua posta tu ne poi. –                                      90

E lei a salirne ne fo audaze;

e montata che fo suxo la dona moi,

con voze a cridar comenzò molto rapaze:

– Ai, tristo homo, mo che fate voi?

La tua putana qui ài fato venire;                                        95

perchè me dai aora questo martire? –

13.

E pui forte aora a cridar comenzava:

– che fate vui? che fate vui? – dizeva.

Tal cosa vituperoxa e’ non pensava;

– levate su, levate su! – e non rideva.                                  100

– La vostra vorgonza e’ vedo, – sì parlava,

e quela meretrixe che là steva,

– se de qui desmonto, zuro a Dio sire

che voi e lei io farò pentire. –

14

Nula vedeva quela dama vezoxa                                               105

di quelo ch’ela incolpava el so marito,

ma come femina falsa e vizioxa,

avanti trato li dava l’ invito.

E poi dismontò come rabioxa;

lo marito de tal cridare stava smarito,                                110

e non sapea quelo che la dizese;

ed ela vene a lui con suo parole esprese:

15

– Dove hè la putana ch’ aveti vergonzato? –

Dise el marito: –  Non so quelo che dizi.

Nesuno ò visto ozi su questo prato.                                    115

Che crides–tu tanto? tu par de Dio i nemizi ! –

Respoxe lei: – Se l’ alboro n’ è incantato,

ozi aveti adoprato li vostri mali vizi. –

Respoxe lui: – Per santo Zuane,

altra femina che te ozi non tochò mie mane. -                   120

16.

– Creder vorove, se la prova farete

di quelo che mi ò fato al prexente.

Suxo quel pomaro ve ne anderete;

se nuova cosa ali ochi dela mente

ve avignerano, e quele vederete,                                         125

dirò che incantato è l’ alboro zerta mente.

Montò lo marito alora sul pomaro:

la molie lo suo drudo sì chiamaro.

17.

E in prexenzia dilo suo marito

churar se feze bene lo so zardino;                                       130

e ’l povero becho si stava screnito;

parlare non osava, e poi desendìno.

La molie lo domandò: Ai tu nula udito?

Ed elo respondeva come un fantino:

– Veduto ò cose, che non me piaze el fato. –                      135

E lei respoxe: – L’ alboro hè incantato.

18

E questa fono un’ altra gran solia [11]

che la seconda femina feze al so marito.

La terza asotiliava la sua volia

d’ averlo mazor mente costei screnito [12].                         140

Lo marito per andar in piaza se despolia;

poi se mise un manto incholorito.

Andò ala piaza con li altri a stare;

a chaxa tornendo a ora de disnare,

19.

trovò dela sua chaxa una bastìa,                                                145

fraschade e zerchio come una taverna,

e molte tavole drezate tuta via;

chi beve vino, e chi truova lanterna,

chi de gran spedi menava tutavia,

e chi le tavole in qua, in là governa.                                   150

Intrò in chaxa, e vide la moiere

ivi con un homo in leto giazere.

20.

Costui la moiere forte inzuriava:

adoso li saltò tre compagnoni,

e questo so marito sì bastonava,                                         155

e fuora dela chaxa loro lo cazoni.

Lui per li suo parenti el se ne andava;

intanto la moiere la caxa disbratone [13];

zaschuno presto andò ala sua via.

al ela sola in chassa si rimania.                                           160

21.

Intanto azonse lo marito e li parenti,

nula trovò di quelo li avea dito

lo povero becho neli suo parlamenti;

e lui stava alora come homo smarito;

e dise ala moiere con suo forti talenti:                                 165

– Dov’ è choloro ch’ io viti a tal partito? –

Disse la dona: – Vui seti zavariado [14],

overa mente ve l’ aveti insuniado.

22.

Per li parenti de costui fono terminato

che dele do cosse zerto fosse l’ una:                                    170

o che de chaxa a chaxa l’ avese radegato [15],

overa mente la note lui se insuna;

questo che l’ à veduto, el s’ abia insuniato [16];

e abandonato el fo da ogni persona,

dizendo che mato l’ iera a non falire [17];                           175

e lui medemo non saveva che dire.

23.

Radegato da chaxa a chaxa lui credea,

e del tuto la sua aver smarita. »

Melchidas nel suo parlar cusì dizea:

‒ Non crediate a vostra molie, ch’ è perita [18]                   180

innel mal fare, inperator di nomea;

la verità hozi voi saperite drita. ‒

E dito questo, lui se asentàno [19].

Questo canto è finito. Dio ne dia el bon ano.

 

Note

________________________

 

[1] gabaxone: beffa

[2] bastone nodoso; da nerbo (nervo) > nerchia (simbolo fallico)

[3] Lo: Lui (dice che m’avete messa incinta)

[4] nasuta: nata

[5] ve abindase: vi bendassi

[6] da correggere in lesto

[7] lo cacciò (chazare: cacciare)

[8] zanzate: fate discorsi vuoti

[9] solia: nel doppio significato di soglia e beffa: la beffa è quella che la moglie perpetra contro il marito troppo credulone, la soglia è quella di casa su cui cade la neve restando più pulita di quella che cade in strada; i due significati si integrano.

[10] salvazo: selvatico

[11] solia: beffa

[12] screnito: schernito

[13] disbratone: sbarazzò, ripulì di tutto

[14] seti zavariado: avete delirato

[15] radegato: sbagliato

[16] insuniato: sognato

[17] a non falire: sicuramente

[18] perita: esperta

[19] lui se asentano: lui si sedette

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  Sette Savi canto XIII

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Ultimo aggiornamento: 06 gennaio 2008