Anonimo

Storia di Stefano

figliuolo d'un Imperatore di Roma

Versione in ottava rima del libro dei sette savi

Note di Giuseppe Bonghi - Tutti i diritti sono riservati

Edizione di riferimento:

Storia dei sette savi, ed. Commissione per i testi di lingua, Gaetano Romagnoli, Bologna 1880, pubblicata per la prima volta a cura di da Pio Rajna.

* Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna

Questo libro trata di Stefano,

fiolo de uno inperador di Roma;

el qual trata de beli amaistramenti.

CANTO XVIII.

1.

Lentulis i[n] piè se livò rito,

dizendo: « A Roma zià fo un asedio,

grande oltra mesura a loro stabelito,

che al scanpo de’ romani non iera remedio.

Andò al senato un giovene molto ardito,                           5

amator dela patria, e non aveva a tedio

per lo ben universale dover morire,

e per lo senato roman mile morte patire.

2.

Dise quel giovene: ‒ Altissimo senato,

io vedo esere Roma a tal pericolo,                                       10

che forte me ne dubito delo suo stato,

el quale aprovo me zià nonn’ è picolo.

Piazave aldirme zo averò parlato:

o morirò, o trazerò di questo articolo [1]

questa zità, ch’ è tanto manna e alta [2],                            15

che da nemizi vuol esser disfata.

3.

Io farò simele che fa el bon pescatore,

che mete l’ anguela per piare

lo gran pesone [3], e chusì ci fa d’ ogn’ ore.

Overo cho ’l marcadante e’ volio fare,                                20

che un fiorino arixega [4] tal’ hore

per poterne zento milia guadagnare.

O quanto diè esere sto marcadante laudato,

quando un fiorino mete a sì gran barato!

4.

La mia persona, ch’ è pese picolino,                                          25

volio meter a segurtà di questo stato,

e spiero in Apolo, alto dio divino,

di franchare [5] Roma, over sarò amazato.

Se morto sarò, a Roma n’ è un lupino,

e da tuto el mondo ne sarò laudato ;                                  30

e per raxone pui alzerà mia fama,

cha lo benefizio che a Roma posa far mia alma.

5.

Però delo guadagno io son zento,

ch’ a niun modo non poso perdère ;

per uno zento milia me à oferto                                          35

lo chuore mio, che nonn’ à a temere;

se lo dio Apolo, ch’ è tanto discreto,

prometerà che vitoria posa avere

lo benefizio considerate vui

ch’ io farò a Roma e a tuti nui.                                            40

6.

Se vera mente non porò adinplire [6]

la mia volia, e ch’ io rezeva morte,

la fama alguno non mi porà rapire.

Tuti me intendiate, ch’ io dicho forte:

pui me valerà questo e ’l mio desire,                                   45

cha chi me donase Roma con le porte.

Stative con Dio. – E un pugnal pïàno,

fuora di Roma insì lo bon romano [7].

7.

Andò nel campo deli suo nemizi,

e presto intrò nel mazor padilione,                                     50

dov’era lo gran signor con suo amizi,

che di suo fati conselio pione.

Nelo padilione asentava filizi [8]

lo canzeliero delo signore mone,

lo quale era vestito d’un manto d’oro:                                55

zugava a schachi senza far dimoro.

8.

In sezo [9] stava costui molto degno,

perchè pocho avanti col signore

zugato avia lo canzelier belegno.

Lo bon romano intrò dentro alore:                                     60

vide costui de sì alto segno:

prexe el puguale suo con gran furore,

e nel peto al canzeliero ebe dato,

e da l’un canto al’altro trapasato.

9.

Morto cascone quel savio canzeliero;                                         65

prexo sì fo alora sto bon romano;

menato ei fo al grande inperiero,

lo quale soto quel padilione stano.

Con alta voze parlò el signor altiero:

– Sozo ribaldo, che Dio te dia el malano!                           70

Lo mio canzeliero ài morto, sì zentile.

Perchè ài fato questo, ho giovene vile? –

10.

E ’l bon romano, intendendo el parlare

che a lui fazeva quelo alto signore,

o, quanto a lui li à parso di falare,                                      75

dapoi ch’ el nonn’ à morto lo signor mazore!

E dise a lui senza induxiare:

– Tu dizi el vero ch’ i’ ò fato gran erore;

ma se tu, signor, me contentar vorai,

farò portar la pena a chi de zo falato ài [10].                      80

11.

Fame arechare un testo [11] di focho,

che vederai far nova iustizia. ‒

E quel signore, non intendendo el zocho,

dise fra lui: – Che sarà sta divizia [12]? –

Poi comandò, sorastando [13] un poche,                            85

che ’l foche sia arechato; e avea tristizia

del morto suo savio canzieliero.

E ’l foco fo aprexentato alo roman altiero.

12.

E ’l giovene alora, con ardito chorazo,

la mano che ’l canzeliero aveva morto,                              90

sul focho la mise, lo gioveneto sano,

forte tenendola per cotal diporto.

E ’l foco aora, che è di gran parazo,

ardeva quela, e ’l cuore avea torto [14]

a zaschaduno che questo vedea;                                         95

gran meraveia a tuti sì parea.

13.

E questo giovene, ch’era tanto costante,

che infina a ozi zascun fa stupefare,

bruxose [15] la man quel gioveneto fante,

e tuta quanta la lasò consumare.                                        100

Col zonfo poi voltose innestante

alo signore, che staxea a guardare,

dizendo : – Questa man sì à falato,

e ponita la ò del so gran pecato.

14.

Zià lo tuo canzeliero non volea far morire,                               105

ma zertamente a te criti aver morto [16];

la pena l’ à portato delo suo falire.

Per questo anperò [17] non prendere conforto,

che ben zinquanta gioveni, a non mentire,

in Roma avemo zurato, a tal diporto,                                 110

di darte morte, non churando nostra vita.

Ben che a me aora la sia venuta falita,

15.

per questo anperò non te realegrare;

scapolar non potrai questo pericolo;

de li romani tu non cognosi lo afare [18]:                            115

questo ch’ ai veduto, son ato molto picolo [19]

a quelo che i farà senza tardare;

per la nostra patria se meterano in mazor articolo,

pui da charo avendo la morte cha la vita,

pur che la exaltazion di Roma abi stabelita. –                   120

16.

Rimaxe quel signor ispaventato,

vedendose a tal pericolo eser condoto,

e intendando di suo conpagni, che con tal ato

la sua morte zercava di boto,

quelo romano in Roma ave rimandato;                             125

acordose con Romani a pato roto,

e da torno di Roma presto levò l’ asedio;

e scapolata la fo da cotal tedio. »

17.

Dise Lentulis: – Lo tuo charo filio

faria per te come fè sto romano;                                         130

però atendi al nostro consilio. –

E dito questo, zoxo [20] se asentàno.

Lo inperatore a lui drizò lo zilio,

e lo filosofo molto regraziàno,

molto comendando questo suo dire.                                   135

Al vostro onore sto canto vi ò a finire.

 

Note

________________________

 

[1] articolo: pericolo

[2] questa città, che è grande e famosa

[3] pesone: accrescitivo di pese, pesce

[4] arixega: rischia

[5] franchare: affrancare, salvare dalla schiavitù

[6] adimplire: adempiere, realizzare

[7] E un pugnale prese, e fuori di Roma uscì il buon romano

[8] filizi: felice

[9] in sezo: vestito da gran gala (aveva appena finito di giocare con il re Porsenna)

[10] falato ài: ha sbagliato

[11] testo: vaso, recipiente di terracotta

[12] divizia: sacrificio

[13] sorastando: standoci a pensare un po' su

[14] torto: stretto

[15] bruxose la man: si bruciò la mano

[16] criti aver morto: credetti aver ucciso

[17] anperò: tuttavia

[18] afare: la forza, il coraggio

[19] questo che hai veduto, è un atto molto piccolo

[20] zoxo: giù

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Ultimo aggiornamento: 06 gennaio 2008