Anonimo

Storia di Stefano

figliuolo d'un Imperatore di Roma

Versione in ottava rima del libro dei sette savi

Note di Giuseppe Bonghi - Tutti i diritti sono riservati

Edizione di riferimento:

Storia dei sette savi, ed. Commissione per i testi di lingua, Gaetano Romagnoli, Bologna 1880, pubblicata per la prima volta a cura di da Pio Rajna.

* Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna

Questo libro trata di Stefano,

fiolo de uno inperador di Roma;

el qual trata de beli amaistramenti.

CANTO XVI.

1.

Lenziles, molto savio e doto,

dise : « Signore, zascaduna femina

che a putanezo [1] lo so corpo à condoto,

di giotonia la sua gola semina [2].

Uno artisano dal marcado fexe rivolto [3];                             5

conprò nuove tordi, come lo mio dire zemina [4];

portoli a chaxa, e deli [5] a so moieri,

la quale dieze zoveni amava volentieri

2.

pui cha uno, ch’ era lo so marito;

e volentieri ancora pui vintizinque                                     10

cha queli dieze, a cotal partito;

e tuti quanti voleva aver propinque,

e gustar qual di lor era pui savorito ;

e se bene in un mazo n’ avese abuto zinque,

a tuti ad un trato aria tolto a prova;                                   15

e zià a lei non averia parso cosa nova.

3.

Dise el marito a questa sua moiera :  

‒ A zena sti nove tordi coxerai.

Insieme manzeremo, in tal maniera. ‒

Respoxe lei: ‒ Mo foseli pur asai! [6] ‒                                20

Fuora di chaxa andò lo marito con lieta ziera;

a rostirli la moiere andò hora mai.

Parevali mile ani dover stare

avanti che de queli la potese gustare!

4.

El spedo sì voltava molto forte                                                   25

costei, sangiozando molto speso;

speso spudava con suo gote torte;

dizeva: ‒ I se cotti adeso adeso. ‒

Le bronze sbraxava con ziera acorte [7],

e speso li nonbrava, dizendo a eso:                                     30

A mio marito quatro ne vigneria,

e quatro a mi, e uno avanzeria.

5.

E coto queli, de spedo li chavone [8],

e queli sì coverse molto bene.

E poi sì dise : – Zià non aspeterone                                     35

se ’l mio pravo marito che non viene,

la mia parte io sì manzerone;

e’ so che quatro a me apertiene. –

E quatro tordi presto la manzava;

non me adimandate se le dede se licava [9].                      40

6.

E poi sì dizeva la giotonessa:

– Sti altri quatro è de mio marito.

L’uno avanza; e so che serò dessa:

a me lui lo daria, a tal partito;

e chusì io me lo torò mi instessa:                                         45

dirò ch’ aspetar non poso lo zio fiorito. –

E ’l quinto tordo presto la manzava.

Di quatro che romaxe lei parlava:

7.

– E’ so, se ’l mio marito a chaxa viene,

do de questi tordi lui me vorà dare;                                    50

l’ è melio che li manza adeso bene,

dapoi che invidata [10] e’ son al manzare. –

E de manzarli pui non se retene;

queli manzò, e do n’ ebe a restare.

Poi si pensò costei a tal partito:                                           55

– Aimè, che ’l me criderà lo mio marito!

8.

Sete tordi, meschina, e’ ho manzato,

e do soli è romasti vera mente;

l’ è melio ch’ io dicha per questo mal fato

che la gata li à manzato di prexente.                                  60

L’ è melio, l’ è melio ! – E chusì li à divorato,

questi do tordi romaxi ultimente.

– Lo mio marito verà afamato, – lei pensoe.

E presto dela fava al fuogo mese moe.

9.

E quela non foe meza chota,                                                      65

che ’l povero becheto [11] vene a chaxa.

La molie li dise : – Marito, per sta volta

la vostra gata à la panza raxa [12].

Tuti i tordi l’ à manzato quela stolta!

Per voi mi recrese, marito. – E paxa                                   70

via; e un baston ave piato,

e lo suo gato ave ben bastonato.

10

E lo marito dise : –Che bolie al focho? –

– Dela fava, – rispoxe ; – aimè meschina! –

E di quela i manestrò uno catin sporcho,                           75

e lui per la fame di manzar non refina.

Poi ala zena con lui la invocho.

A lui respone quela pura fantina:

– Marito, è lo stomaco sì pieno di pene e di guai;

hor manza tu, che io son fo[r]nito ora mai. –                    80

11.

Zià non la intexe quelo isventurato,

credea che per li tordi l’avese dolore.

Sì che, alto inperatore, guardati dalato,

che conpagnia con voi fia d’amore;

lo vostro fiolo hè huomo aprexiato,                                    85

non averia comeso algun erore. »

Asentose Lenziles aprovo i so conpagni [13] ;

finito ebe el suo dire, e a voi i non lagni.

 

Note

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[1] putanezo: lussuria

[2] semina: riempie

[3] rivolto: ritorno

[4] zemina: racconta

[5] deli: li diede (a sua moglie, che amava dieci giovani più di quanto amasse suo marito, e ancora ad altri venticinque più che a questi dieci, e tutti quanti voleva aver vicino, e di loro gustare ciò che era più saporito)

[6] Mo foseli pur asai: Magari fossero tanti

[7] accortamente  rigirava le braci ardenti

[8] R dopo averli cotti li sfilò dallo spiedo

[9] non mi chiedete se si leccava anche le dita

[10] invidata: invitata

[11] becheto: povero cornuto

[12] raxa: piena

[13] Si sedette Lenziles vicino ai suoi compagni

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Ultimo aggiornamento: 06 gennaio 2008