Anonimo

Storia di Stefano

figliuolo d'un Imperatore di Roma

Versione in ottava rima del libro dei sette savi

Note di Giuseppe Bonghi - Tutti i diritti sono riservati

Edizione di riferimento:

Storia dei sette savi, ed. Commissione per i testi di lingua, Gaetano Romagnoli, Bologna 1880, pubblicata per la prima volta a cura di da Pio Rajna.

* Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna

Questo libro trata di Stefano,

fiolo de uno inperador di Roma;

el qual trata de beli amaistramenti.

CANTO XV.

1.

Parla l’ inperatrize ultima mente,

dizendo: – Inperator, el fo un filio

d’ un richo zitadin zertana mente:

nato in Ravena fo lo fresco zilio [1].

E questo zitadino sola mente                                              5

amava questo suo fiolo a meravilio:

e altro fiolo el non avea ne fia:

norbeda mente ognora lo tegnia.

2.

Era sto gioveneto adorno e belo,

literato asai, ne parla l’autore ;                                            10

ai vinti ani di etade vene elo [2],

lo padre lo volea maritare con honore.

Molto era richo sto zitadino isnelo [3]

de chaxe e de posisione [4] ch’avea fuore

dala zità e dentro da Ravena:                                              15

molti dinari per lui se traficha e mena.

3.

Per modo che in tuto el suo avere,

posesione, moneta e zolie [5] asai,

zinquanta milia fiorini avea a tenere.

Lo suo fiolo li era rechiesto ormai                                       20

di maritare, come era dovere.

Lo padre era vedovo da zinque ani pasai,

e de etade zercha [6] de zinquanta ani;

homo buono e savio era senza ingani.

4.

Questo suo fiolo per le so gran vertue                                        25

da tuti per parente iera rechiesto;

e lo suo padre, che antiveduto fue,

altri lui rechiedeva a so sesto.

Era una gioveneta, dico a tuti vue,

bela e honesta, e di parentà honesto,                                  30

che del padre sola era rimasta erieda;

vintizinque milia fiori[ni] aveva la pieda [7].

5.

Lo padre di questo nobele gioveneto

feze rechieder quela richa fanzula

per lo fiolo suo, ve azo deto.                                                35

Li parenti dela giovene nol cura una brula [8];

perché sola mente li aveva sospeto

che ’l padre suo con molie non se trastula,

e che con lei n’ avese altro fiolo;

la redità [9] a costui non vigneria [10] solo.                         40

6.

Uno parente di quela gioveneta,

streto amicho e conpagno charo

del padre di sto giovene, che vide streta

stare la cosa solo per sto disvaro [11],

ali parenti a parlare s’infreta [12]:                                       45

– L’intenzion del mio conpagno so, e dechiaro,

che mai lui non si vuol maritare.

Aldite quelo che vi volio aricordare.

7.

Se a vui piaze, li porzerò partito [13]

se per nuora li piaze sta mia parente,                                 50

che lo suo dona libero e despedito

alo suo fiolo tuto intiera mente;

dicho che in vita questo l’abi seguito:

e so che lui lo farà zertana mente,

perchè lo fiolo lui ama sì forte,                                            55

per lui ancora rezeverebe mile morte.

8.

Se questo el fa, areti ben a fare

sto parentado con grande avantazo. ‒

A tuti piaque questo suo parlare;

la libertà dete alo parente sazo [14].                                    60

E lui lo so compagno ebe a trovare,

tuto lo fato li dise davantazo.

Respose el padre, ch’amava lo fiolo,

e da exaltarlo zercava senza dolo . . .

9.

Parlò alo conpagno: – Amicho charo,                                       65

te piaze altro a me voler pui dire?

A questo fato non farò disvaro [15];

la tua volontade in tuto arò a seguire.

Al mio fiolo donerò posesion e dinare,

e per me zerto niento arò a tegnire.                                    70

Quelo ch’ è del mio fiolo mio sì fia:

cognosco lo mio fiolo di gran cortexia.

10.

Che zerto avere per me in questo mondo

non volio altro, cha sole le spexe. ‒

E dito questo, lo so conpagno iocondo                               75

la donazione feze fare palese,

dicando inter vivos la scritura al tondo.

Poi le noze fo fato con suo dolze prexe;

la spoxa vene a chaxa e la festa fo grande;

un tenpo si pasò co ’l vero si spa[n]de [16].                         80

11.

Naque un fiolo al giovene spoxo ;

e la moiera iera molto vixitada

per lo suo parto, come io vo chioxo [17].

Mo sapiati che in quela fiada

lo vechio padre stava axioxo [18]                                         85

in una zanbra bela e axiada,

la prinzipale che in caxa fone:

stava lo padre come vuol raxone.

12.

La nuora disse alo suo caro marito:

– Dal parto vedeti che qui tanta zente                                90

me vien a vixitar da ogni sito.

Lo vostro padre abita la zanbra parisente:

voriala avere per me a tal partito.

Ora i lo dite, marito mio piazente. –

E lo marito de dirlo i prometia,                                           95

e presta mente dal padre andasia.

13.

E la sua zanbra li ebeno rechiesta.

Lo padre volentiera l’ à conzeduta.

La sua moiera, femina rube[s]ta [19],

nela sofita una zanbra à veduta                                          100

senza fogolaro, ed era molto streta,

con povera coltra e cortina tesuta.

Quela camereta feze apariare,

e mandò lo vechio in sofita abitare.

14.

Al vechio questo non parve bel iocho,                                       105

ma pur tazeva e stavano paziente ;

e la so nuora, con gran festa e zuocho,

con lo marito in la camera aparixente

ivi abitava, e fazeva gran focho.

Lo vechio padre non ne sente niente;                                 110

tuto l’inverno stavano tremolando,

e con gran stente molto fredo portando.

15.

Avene che ’l padre n’avea pui mantelo

d’andar in piaza, overo ala messa.

Un zorno lui dise: – O fiol mio belo,                                   115

fame un mantelo, se a te non recresa.

E la sua nuora, che aldite elo,

dise al marito: io corerò in pressa,

e porteroli el vostro mantelo churtto

che per vechieza li par tuto el tesutto [20].                          120

16.

E quelo sì aduse a suo misiere [21],

el qual intorno se l’ ebe adobato;

zià non ve dicho delo suo pensiere,

che zerto li paria eser mal arivato.

Un tenpo si pasò, come è dovere;                                       125

la coltra ch’ al bon vechio sì fo dato

era strazata e aora pui non se tiene;

la note e lo zorno da fredo portava pene.

17.

Un zorno, con sua voze mansueta,

molto tremando, dise: – Fiol mio,                                       130

te priego che me dagi una coltreta [22],

che la note me coprisa, per l’ amor de Dio;

ch’ io porto tanto fredo in quela camereta! ‒

La moiera del fiolo respose con desio:

‒ Sapi ch’ io li darò quela schiavina                                   135

che le femene non vuol pui in chuxina. ‒

18.

Una schiavina vechia e refudata

sì fono data a quel bon vechione,

la qual in verità era tuta squarzata;

dentro dormiva un suo can zafone.                                    140

E lo bon vechio l’ebe riguardata:

altro non disse, e ’l chapo inchinone:

e zià vendeta a Dio non domandava,

anzi, tuto ’l dì a Dio lo fiol recomandava.

19.

Hora, a tanto lo povero vechio fo venuto,                                 145

che ala tavola col fiolo non hosava

disnare nè zenare, tanto s’avea temuto,

ma da fame doloroxa mente lo stentava.

La moier al marito parlò al tuto,

dizendo: – Tu me fa cosa molto prava.                              150

Cotanti dinari io ho aduto [23] in caxa tua,

e costui tu me tien in caxa con la vechieza sua.

20.

Tuto lo zorno per chaxa ci va tosendo,

che zerto el me fano stomichare;

dele volte zento per lui rendendo                                        155

e’ te inprometo ch’ ili ò abuto a fare,

e pezo li mie fioli el vien baxendo,

che tuti lo li farà, dico, intisegare [24].

Tu ài colà una tua caxa vuota,

dexafitada, ed eno meza rota.                                             160

21.

Quela li dai con tre duchati a l’ ano

a questo vechio, in la sua malora,

che tanto el vive ancora con mio afano;

maledeta la morte, che tanto dimora! –

Alora lo fiolo al padre sì parlàno,                                        165

e dela propia chaxa el mese fuora

quel povero vechio, ch’era molto dolente,

ma deli suo afani iera asai paziente.

22.

Io non ve dicho come in quela chaxa

vechia e rota stava questo vechieto.                                    170

Solo soleto, e de vituaria la iera raxa [25],

e molte stente l’avea, ve inprometo;

e tute quante con pazienzia paxa [26].

Vene dela pasqua granda lo dì benedeto;

lo povero vechio n’ aveva da disnare;                                 175

in fra lo so chuore el s’ebe a inpensare:

23.

– A chaxa e’ volio andar del mio fiolo;

qualche vianda el me darà per Dio. –

Alora el se ne andò solo solo,

a l’usio del fiolo sì batio.                                                       180

Lo famelio, che dal balcon guardolo,

dise: – Misiere, l’ è quel vechio rio

del vostro padre, che vol dentro intrare. –

– In so malora, – li dise, – falo aspetare. –

24.

Nara l’ instoria che l’ iera a tola andato                                     185

per dover disnar con so brigata;

uno capone aveva, saginato,

coto, in un piatelo, a cotal derata,

lo qual sula tavola era aprexentato.

A so moiere el dise a sta fiata:                                             190

– Questo capone presto fa alogare,

e noi induxiemo de disnare

25.

infina che da sto vechio siamo spaiati;

poi a nostro asio noi sì disneremo. –

Lo capon fo ascoxo; e poi con so ati                                    195

parlò a tuti e dise: – Suxo chiameremo

questo rio vechio, che ne à inbratati. –

E suxo fè chiamare lo vechio estremo.

E lui con umel voxe tuti li benedia,

e adimandava come tuti staxia.                                          200

26.

Dise el fiolo: Vedeti che stamo bene;

sentati a tavola, c’altro non voleti. ‒

Ste tal parole al padre fo gran pene;

di soto se asentò, credere doveti,

dala sinestra parte, e zià non si conviene;                          205

e manestrare li fe zerti brudeti.

De queli el ne manzò una manestra [27];

li altri non manzava, e guardava la festa.

27.

Lo savio vechio bene si pensava,

come sta el fato tuto conprendia;                                        210

ed a manzare lui se apresava [28];

aconbiatose, e de lì se partia.

Lo crudo fiolo presto comandava

che lo capone arechato li sia,

forte dizendo: Di questo capone                                         215

questo rio vechio non manzerà bocone.

28.

Aldi, miracolo che Dio ebe mostrato,

el qual non dorme, ma ben va simulando.

Quel capon una bisa fo diventato;

e come lo piatelo andò descoprando                                   220

per manzare quelo capon salvato,

e quela bisa subito andò corando

ala gola del filio, e strenzelo a tal partito,

che lui se vedea tuto smarito.

29.

E la moiera levò un gran pianto,                                                225

per la paura e per lo gran dolore,

che la vedeva lo so marito afranto.

Per la zità se sente questo remore.

Aveva in quela uno vescovo santo,

el quale a chaxa andò con gran frevore;                            230

con lui menono molta chieresia [29].

Vedendo sto fato, molto se smaria [30].

30.

E quelo giovene sapeva manifesto

che questo iera per lo suo gran pecato

c’ al padre aveva fato sì rubesto.                                         235

Davanti el vescovo se fo inzenochiato,

e lo suo pecado sì se confesò presto.

E ’l vescovo alora, intendendo sto fato,

per lo vechio padre presto fè mandare

e lui presto ne vene senza dimorare.                                   240

31.

Pianse per lo filio, che ’l vede a tal partito.

E ’l vescovo santo parlò in tal maniera:

– Se voi esere liberato e da Dio espedito,

lo tuo padre restituirai nel suo stato che l’ iera;

e lui, se lo vorà, el t’averà guarito. –                                   245

Respoxe lo filio a lui di bona ziera,

che ’l padre l’ azeteria di bon volto.

Alora lo vescovo sì l’ ebeno asolto.

32.

E poi al padre dise: – Amicho mio,

se a te piaze, libera el tuo fiolo;                                           250

la libertà a te solo à dato Dio

de liberarlo, o lasarlo con dolo. –

Quando lo vechio pare questo intendio,

con le suo mano sì li trase dal colo

quelo serpente, che forte el tormentava;                             255

e dapoi liberato, lo fiolo abrazava.

33.

E fato questo, con gran devozione

el vescovo a la sua giexia fo tornato.

E quelo giovene recognosente fone

a Dio e al padre, che l’ aveva liberato;                                260

feze retornar el padre in so masone,

e la prima so camera li ebe dato;

poi li apresentò la casa dalo avere,

e tuto lo feze liberamente posedere.

34.

Lo vechio padre solo la nezesitade                                             265

per se tegnia, e tuto al suo fiolo,

come de prima, mese in podestade.

Lo filio ala tavola lo volea servir solo,

e in leto lo copria per ogni fiade.

Vestilo degna mente e senza duolo.                                    270

Lui e la molie con li suo chari figli

de servir e onorar lo vechio meteva suo artigli [31].

35.

E chusi feze fina [32] el bon vechio visse.

Ma pezo a te farà lo tuo fiolo;

perchè ale fine costui par se pentisse:                                 275

lo tuo non se pentirà, e darate dolo,

se a bon’ ora non provedi, – costei li disse. ‒

Ma raxonare d’ un altro ancora te volo,

dicho fiolo, che tratò mal el padre;

hor aldirai se questo fè cosse ladre.                                     280

36.

In brieve mente e’ te dirò de costui, –

dise l’ inperarixe al suo marito. –

Anchora un altro padre simele fui

in la zità di Roma, a tal partito,

che tuta la sua facultà el dona lui                                       285

a uno suo fiolo, quelo vechio ardito;

e ’l fiolo, esendo signore dela caxa,

dove lo padre avea scudela colma, li dava raxa [33].

37.

Di la sua bona camera a poco a poco lo discazone

in simele maniera come l’ altro feze.                                  290

Costui aveva molie e un fiol mone [34],

ch’ aveva diexe ani, nele instorie si leze [35].

Questo putino lo misiero molto amone,

e lo vechio lui, e bene lo choreze.

Aldite [36] miracolo che Dio ebe mostrato,                        295

e con la sua maieta [37] lo nepote ebe amaistrato.

38.

E però questa è sentenzia universale

data da Dio a tuti queli fioli

che alo padre o ala madre farà male,

che batere hosase li vechi, over dar duoli,                          300

over in altra cossa esere a queli disliale.

Zerto indizio s’à veduto per monti e coli,

che li fioli loro di quela propia moneta

pagerà li loro padri; e questo zerto aspeta.

39.

Avene che questo vechio fo discazato                                        305

dala mensa del fiolo, dico mazore,

e in un cantone avea disnato e zenato,

con pocha riverenzia e manco onore;

niente di buono zià n’ avea manzato;

pane negro e duro da tute ore,                                            310

tuto iera arcolto e dato a sto vechione.

Lo nepote guardava questo, ch’ era garzone.

40.

E ogni vivanda trista he refudata

vegnia data al vechio poverelo,

de do e de tre zorni rescaldata,                                           315

e la maor parte freda portava a elo;

e ogni picola vizilia volea che reguardata

e zunata [38] sì fosse, dico a quelo;

e oltra zo tre dì ala setemana

fazea zunar el vechio; e lui se ne condana                         320

41.

a fare questo, che altro non po fare.

Tuto portava el vechio paziente;

lo suo fiolo non osava lui guardare,

nè ’l fio al pare nol guardava niente ;

se pur per caxa s’ aviano a scontrare,                                 325

lo vechio salutava lo fiolo dolze mente,

e lui mostra de non lo aldire;

non li respondeva, guardando in là, lo sire.

42.

Avene che sto vechio pui mantelo

n’ aveva in dosso, perchè tuto squartato [39]                     330

era quelo che prima aveva elo;

e gran nezesità n’avea lo vechio adato.

Con lo nepote molto conversava quelo,

e uno zorno li ebe parlato :

– Caro nepote, alo tuo padre dirai                                      335

che me dia un mantelo, e quelo m’ adurai.

43.

Non aveva ardire questo bon vechio

al propio fiolo dover aver parlato,

perchè el vedeva in tuto e de soperchio

che di mal ochio lui iera guardato.                                     340

Andò lo putino al pare, che fo spechio [40],

e per lo misiere un mantelo à dimandato.

Lo padre li cridò e forte manazolo [41]:

non resteva [42] el putino, e pur adimandolo.

44.

Per gran fastidio che li dava el fiolo                                           345

per lo misiere d’ avere un mantelo,

ognora lo stimolava aconpagnato e solo,

non per lo vechio padre, mo per lo tedio elo,

d’ un famelio prese un mantelo con duolo,

et al putino presto dete quelo,                                             350

lo qual in verità era tuto squarzato,

e dalo propio famelio era sta refudato.

45.

Aldite iudizio del sumo Fatore,

aldi sentenzia de l’alto Dio superno;

zascun esenpio qui sì abia a tuore,                                     355

e leza [43] speso questo mio quaterno;

aldirete come amaistrò Dio Signore

questo putino, come io dizerno;

non zià per tanto seno che nel puto sia,

ma la vertù de Dio operar lo fazia.                                     360

46.

Questo putino quel mantelo à prexo,

e in una sua chasela l’ebe serato,

andò in la camera del padre,

tuto azexo, e uno suo mantelo qui ebe furato;

pluxor manteli avea el padre, azo intexo,                          365

algun di questo fato non se ne fo adato [44]

e quelo portò alo vechio so misiere;

nula sapea lo vechio di cotal maniere.

47.

Prexe el mantelo, et asai contento

di quelo chiamose, Dio regraziando;                                  370

perchè asà buono era, come sento,

lo mantelo che ’l nepote li andò portando.

Pasando alguni zorni con argumento,

lo misiere al nepote andò parlando:

– Charo fiolo, dì al tuo padre che me manda                    375

un per de calze, che ò nezesità granda. –

48.

Andò lo putino dalo suo caro padre,

dizendo: – Dame calze per lo mio bon misiere. –

O, quanto al putino cridò la so madre!

e manazato dal padre fo ben, che dovere                          380

zià non fosse a fare ste cosse ladre.

E ’l putino di zo non avea a temere,

dizendo al padre: – Non m’ aveti intexo ?

Datime ste calze, e non m’aver reprexo [45].

49.

Tu non me respondi, e pur credo me intendi                           385

dame ste calze, e non induxiare [46]. –

E ultimate per lo mantelo lo prende,

dizendo: ‒ Fuora di chaxa non ti laserò andare

se non me dai ste calze senza amende [47]. –

Di questo se la ridea, e ora tedio [48] li pare;                     390

e per levarse el fastidio da sto putino,

prexe do calze e dise: – Tuoli, fantino.

50.

Porta a quel vechio, e se altro adimandi

zerta mente dele bote averai. –

E lui i espoxe : – Non temo i tuo comandi                       395

in questa cossa, ma dicote ora mai,

se altro vorò, con li mie cridi grandi,

o vorai tu, ho no, tu me la darai. –

Forte ridea de tal parole el padre,

in piazere piliando le parole lizadre.                                400

51.

Era le calze molto dolente e triste,

di color beretino [49], tute squarzate;

e lo putino, che quele ebe viste,

nela sua casela [50] le ebeno serate.

Al padre ne robò un paro di asai aviste,                          405

e quele al bon vechione ebe portate.

Alguno cotale afare zià non sapea,

nè ’l propio potino non lo intendea.

52.

Ma amaistrato dalo Spirito Santo

era el putino per nostro amaistramento.                          410

Un tenpo in questo mezo pasò tanto;

lo vechio al nepote dise con argumento:

– Charo fiolo, lo fredo è tamanto,

e coltra nonn’ò [51]; hora guarda ch’ io stento;

dì alo tuo padre che una coltra me manda;                     415

tu vedi che fuogo nonn’ ò in questa banda. –

53.

Andò el putino al padre, e dise: – Dame

una coltra ch’ io porta al nostro vechio,

che coltra lui nonn’ à, e pecato fame [52];

s’ tu non mel credi, guarda col tuo spechio. –                 420

Dise el padre: – Ora tazi, e lievate da-me,

che zerto al tuo maistro dirò di soperchio

che un bon chavalo [53] hozi t’ abi donato. –

Respoxe lo fiolo: – Hora ch’ àstu parlato?

54.

Lo mio maistro è tanto discreto,                                              425

che zià per questo non me baterane;

io li dirò che per mio misiere ài deto

queste parole, e lui scuxerane. –

Vedendo lo padre lo garzone discreto,

grande alegreza allora lui àne;                                          430

non per lo vechio che tal cosa li adimamdava,

ma per lo garzoneto, che asperto se mostrava.

55.

De subito sì andò, e una schiavina

prexe lo padre, e donola al fiolo,

la quale iera trista e asai meschina,                                   435

e dise: – Questa li porta con so duolo

a quelo vechio, che di domandar non refina [54]. –

Lo gioveneto la prexe e in un volo

nela sua casa [55] quela sì serone:

e poi andò a un grando casone [56],                                   440

56.

lo qual di coltre, iera tuto pieno :

tolsene una asai choveniente,

e poi la portò alo vechio sereno;

e lui sì l’azetò [57] cortexe mente.

Un mexe si pasò, e niente meno;                                       445

lo vechio al nepote disse aparisente:

– De ninzuoli [58], fiolo, averia di bixogno:

a dirlo a tuo padre molto mi vergogno. –

57.

Disse el putillo: – Perchè ve vergonzate

a dimandare la vostra gran bixogna?                                450

Vergonza vi è che chusì dichate:

la chaxa è vostra, e tuta la roba bona. –

Quando lo vechio intexe, or m’ascoltate

molto stupefato stete la sua persona;

e sì li disse: – O dolze fiol mio,                                            455

chi t’ à dito questo, charo lo mio disio?

58.

– Mia madre pui volte in chaxa à raxonato

queste parole, ora l’ ài saputo. –

Dise lo vechio : – Fiolo mio adato,

tazi per Dio, che questo non sia intenduto.                        460

Tuo padre al tuto m’ averia discazato [59]

fuora di casa, se zo averà persentuto.

Tazi, per Dio, del tuto sto parlare:

ma li ninzuoli arai a domandare. –

59

Che mi bixogna tanto andar narando?                                     465

Ebe li ninzuoli a l’uxatto modo,

e molte altre cose che l’andò adimandando;

ma quele incanbiava per modo sodo:

le strazate robe lui zia salvando,

e dele bone li arechava con lodo.                                        470

Ma l’ alto Dio volse ch’ a ponetenzia

venise lo fiolo, al vechio in prexenzia,

60.

come colui ch’ è nostro padre e signore,

e ben amava lo fiol del vechione;

e trare lo volse di cotanto erore.                                          475

Un zorno, trepando [60] col suo fiol garzone,

una chiave di fuore dal zubone miore

del suo fiolo [caze], e a sè lo chiamone:

e diseli: – De, dime, te priego, per Dio;

che salve–tu soto sta chiave, fiol mio ? –                            480

61.

E Dio el puto e ’l suo parlar guidava;

rispoxe al padre con parlar ardito:

‒ Per voi, padre, algune cose, io salvava. –

Dise lo padre: ‒ Hora m’ abi dito

che cose è queste [61]. ‒ E sì lo adimandava.                     485

E lui non lo volea dire a nesun partito,

ed era gramo [62] di quelo che dito avea;

e lo suo padre di questo se acorzea.

62.

Prese la chiave dalato a quel fanznlo,

aprì la chasa, che non iera picolina,                                    490

e vide quele robe, che non mancava nulo,

ch’ avea mandato al padre, e la schiavina.

A questo a lui non parve zià trastulo;

e poi a domandar lo fiolo non refina:

– Che cossa è questa? abimelo dechiarato. ‒                    495

E lo putino, che era da Dio amaistrato,

63.

dise: – Queste tal cose, o charo padre,

a te le manderò quando sarai vechio;

e ancora le darò ala mia madre,

come ài fato tu: questo a me è spechio [63]. –                    500

Aldando lo fiolo, che con suo squadre

questo dizeva, per suo gran comerchio [64],

Dio li averse li ochi dela mente,

et a parlare comenzò di prexente:

64.

‒ Non volia Dio che questo vero sia.                                          505

E quele straze subito à piliato,

in aqua tute le zitano via,

e poi dal vechio padre fo andato.

In zenochioni a lui el se metia,

perdonanza adimandò del suo pecato ;                             510

e lo bon vechio l’ abraza e benedisse;

lo fiolo el vechio nel suo stato remisse:

65.

per modo che lui e la molie e familia

servia lo vechio padre, come è dovere;

infina ch’el vise, con la chiara zilia,                                    515

per charo padre lo ebe a tenere.

Ora ài aldito de Dio la meravilia,

di duo fioli, che s’è abuto a pentere,

dicho di bon cuore e divota mente:

dirotti d’un altro che ’l fe doloxamente.                             520

66.

El fo un padre, ch’ aveva un fiolo,

lo quale lo suo tuto li ave donato,

ezeto un scrigno li romaxe solo,

dove suo povere robe avea salvato.

Pasando un tenpo, zascun avea dolo                                 525

di questo vechio che in caxa è stato [65];

lo filio, la molie e la famelia tuta

fazeva a questo povero vechio ziera bruta [66].

67.

E mal aveva da ber he da manzare,

lo suo leto mai aconzo [67] li iera;                                        530

mancho servito, e bezo l’ à a onorare,

zaschuno li fazeva bruta ziera.

Aveva sto vechio un suo conpagno chare:

un zorno che in conpagnia lui iera,

lo padre vechio un gran sospiro zitone [68],                       535

e lo suo charo conpagno lo adimandone:

68.

‒ Che ài tu, o charo fratel mio,

che tanto sospiri e stai sì dolente? ‒

Ed elo dise: ‒ Niente non ho io:

aspeto de morire, e questo m’è ala mente. ‒                      540

Lo suo conpagno li disse: ‒ Per Dio,

dime la verità senza zelare [69] niente.

Za lungo tenpo cognosco tua natura:

qualche melinconia ài tropo dura.

69.

Ma perché me dizi ch’aspeti la morte?                                      545

Za longo tenpo di zo ne sei zerto;

e tu e io anderemo per quele porte,

e zascun che naque; e questo sai aperto.

Ora me parla con tua voze forte,

che affino al cuore ora t’a oferto.                                        550

Se aiutorio, o consilio, te dicho,

se ’l ti bixogna, dimelo, amicho.

70.

Tu sai ch’io son richo he potente,

e pui de sesanta ani e’ t’ ò amatto,

e amo pui cha nesun parente,                                             555

e so che tu a me simele ài fato;

li tuo secreti è stati nela mia niente,

e senpre li mie a te ò confesato;

e mo che sei vechio non mutar nattura:

a me dirai hogni tua volia dura. ‒                                      560

71.

Rispoxe alora lo suo conpagnone :

– Zerto per altro, fratelo, non son restato,

che a darte melinconia; aldi lo mio sermone.

Da mio fiolo mi vedo mal tratato. –

E tuto el fato a lui sì raxonone                                             565

de ponto in ponto, niente à falato,

dizendo: – Contra lo tuo conseio questo ebi a fare

quando tuta la mia facultà li ebi a donare.

72.

Intexo che ebe lo suo fidato amicho

la chaxon delo suo gran languire,                                       570

forte lo sospirò, lo bon omo anticho,

e dise: – Quantonque fazesti contra el mio dire

questa tal cosa non apreziar un ficho.

In do maniere ti saverò scremire [70].

L’ una si è, se con meco vorai stare,                                    575

in questa chaxa come me porai comandare.

73.

L’ oro e l’ arzento tuto in to libertade

zerto ti fia di zo che ò al mondo;

pui amo te cha roba in veritade;

vieni da me, e non star in sto pondo;                                  580

io cognosco la tua gran lialtade;

servito tu sarai de tuto, al tondo al tondo.

E se pur questo non vuoli avere fato,

aldi, fratelo, quelo che m’ ò pensato.

74.

Io ti darò adeso e di prexente                                                      585

dieze milia fiorini, che ò aparechiati,

e in piui fiate li porta pianamente

nela tua chamera, e queli abi serati

nelo tuo scrigno che ài, inmantinente,

che pui volte ti ò visto a tal barati;                                      590

e spese volte in chamera te sererai,

e questi fiorini speso tu conterai.

75.

Queli di chaxa averà gran sospeto

delo serarte che speso in camera farai;

e so ch’ i guarderai per ogni buxeto,                                  595

dela qual cossa bene te n’ adarai [71].

In quela volta numera lo gran sacheto,

e tuti li fiorini tu roverserai ;

e se pur uno dela famelia l’ à veduto,

fate sto conto, che tuti l’ abi saputo.                                   600

76.

E non restar però de numerare,

azò che tuti sia zertiticati.

Tu li vederai le suo volie mutare.

Farai poi che li fiorini sia salvati;

la chiave del tuo scrigno abi a salvare:                               605

poi li fiorini averai rescovrati [72];

la casa di pietre averai a chalcare moe,

azò che quela eba ben a pesare poe [73].

77.

E fato questo, ho, quanto honore

dalo fiolo con tuta la famelia                                               610

ti sarà fato! E mostrali bon chuore;

e chusì te ne viverai a meravelia. –

Dise lo vechio: – Ben ai dito ahore ;

la tua raxone nel cuore me besbilia.

Non volio con teco per ora in chaxa stare,                         615

ma molto di tal oferta te ò a regraziare.

78.

Ma se li fiorini tu me inpresterai,

farò in la maniera che m’ ài dito. –

Lo suo conpagno, aldendo sti lai,

insieme a chaxa andò molto ardito,                                    620

e di fiorini mostroli purasai;

e in pui fiate ne prexe l’omo anticho

tanti, quanti parse a lui bastare;

e secreti in lo so scrigno li ebe a logare.

79.

E fato questo, speso sta serato                                                    625

l’ antico vechio in camera contando i fiorini.

Una fantescha, che zo ebe guardato,

chiamò la madona por cotal latini [74],

e per un buxo guardava malto adato.

E ’l vechio ben s’acorse di tal latini:                                    630

tuti i sacheti ahora lo huodava.

La molie lo marito sì chiamava.

80.

E tuti loro vide chiare e aperto

lo gran montone [75] de questi duchati.

Lo vegio li logò molto asperto                                             635

nelo suo scrigno, con suo arditi ati.

Lo fiolo el fato tuto vide zerto:

la sera a zena, esendo tuti adunati,

feze lesare al padre un bon capone,

e quelo davanti tuto i lo aprexentone.                                640

81.

Lo savio vechio ne prexe una ala,

quanto a lui a zena fo bastante;

lo resto poi al fiolo desvala [76],

e cortexe mente i lo mese davante.

Di pensarse nela so mente non se chala:                            645

Questo non fa per me, ma per lo bexante.

Dapoi arquanti zorni riportò li fiorini

al suo amico, ed elo dise in so latini [77]:

82.

– Amicho mio, or chome sei tratato

dal tuo fiolo e dala sua famelia? –                                       650

E lui respoxe : – Bene e dilichato,

e son servito a gran meravelia.

La mia nuora ogni sera m’ à discalzato,

e de boni zibi manzo, – a lui besbilia.

– Ben va el fato, – li dise lo so conpagnone; ‒                    655

in questo stato sapite conservare mone [78].

83.

E sapiati che quando li fiorini portone,

per ogni sacheto che lui fuora tolia,

in quela chasa una pietra alogone,

per modo che la chassa di pietre inpia.                              660

E poi una maza lui sì arecone,

su quela scrise, he chusì dizia:

Chi questa maza averà a trovare

con esa instesa se deza discopare [79].

84.

Le pietre e la maza sì aserava                                                     665

nel forte scrigno, e le chiave logone;

e lo fiolo speso speso la casa alzava,

sentivala pexare, e molto se contentone;

e pur el padre senpre honorava,

e quelo ancora molto ben tratone.                                      670

Quando lo padre fo morto e sopelito,

ala chasa andò lo fiolo a tal partito.

85.

E quela aperse, e le pietre à trovate,

con quela maza, e fo tuto befato.

Ora te guardi, signor, de ta derate,                                    675

se del tuo fiolo non t’ averai vendichato, »

dise la falsa inperarixe con suo voie adato.

E lo inperadore li parlò di fato:

– Doman intendo che lo mio fiol me dè parlare:

vorò intendere come el se potrà schuxare.                         680

86.

Era zià meza note passata,

quando l’ inperarixe conpì di parlare.

Lo inperatore a dormire feze andata;

poi la matina per tenpo s’ ebe a levare;

e quando in sala lui feze intrata,                                         685

tuti sete i filosofi ebe a trovare,

i quali lo inperatore loro aspetava;

e tuti con gran reverenzia li inchinava.

87.

E uno di loro parlono molto ardito:

– Bone novele, signor, t’arechiamo.                                    690

Lo tuo fiolo zentile he polito

ozi te parlerà con suo rechiamo,

e dirate del suo stato ogni partito.

Ma in prima zascun de noi voliamo

una noveleta dirte churta e presta,                                     695

se da volerne aldire te fai oferta. –

88.

Dise lo re: – Molto volentieri;

zascun de voi aprovo me si sia asentato [80].

Asentose l’inperador a tal manieri,

e zascun filosofo li se asentò da lato.                                   700

E da po questo, presto he lizieri

Lenziles in piè se fo levato,

e in alta vuze comenzò a dire.

Questo cantare qui arò a fenire,

 

Note

________________________

 

[1] nato in Ravenna, fu puro come un fresco giglio

[2] arrivò all'età di vent'anni

[3] isnello: grazioso, leggiadro

[4] posisione: possessioni, possedimenti

[5] zolie: pietre preziose

[6] zercha: circa

[7] pieda: dote

[8] i parenti della ragazza non lo considerano per nulla, perché hanno il sospetto che se il padre si possa risposare e avere un altro figlio col quale suddividere la proprietà

[9] redità: eredità

[10] vigneria: verrebbe

[11] disvaro: differenza, divergenza

[12] s'infreta: s'affretta

[13] li porzerò partito: gli farò una proposta

[14] sazo: saggio

[15] a questa proposta non mi opporrò e seguirò in tutto la tua volontà

[16] passò un po' di tempo e cominciò a cambiare la realtà delle cose

[17] come io vo chioxo: come vado raccontando

[18] axioxo: alloggiato

[19] rubesta: animosa, superba

[20] gli porterò il vostro mantello corto che ormai è tutto liso perché vecchio

[21] misiere: suocero

[22] coltreta: piccola coperta

[23] aduto: portato

[24] intisegare: ammalare di tisi

[25] raxa: rasa, cioè priva

[26] paxa: sopporta

[27] manestra: scodella: il veneziano moderno ha manestro e il diminutivo manestrin, col significato di ramajolo e ramajolino; ma un riscontro ancor migliore s’ha nel milanese menestrinna, che appunto vale propriamente scodella. Quanto al verbo manestrare, scodellare, è vivo sempre anche nel veneziano.

[28] se apresava: si affrettava

[29] chieresia: apparato di chierici

[30] se smaria: si sgomenta

[31] di servire e onorare il vecchio metteva ogni affettuosa attenzione

[32] fina: finché

[33] raxa: appena sufficiente

[34] mone, adesso (al tempo del racconto)

[35] Dalla sua bella camera a poco a poco lo scacciò alla stessa maniera come fece l’altro. Costui aveva moglie e ora un figlio di dieci anni, come si legge nelle storie. Questo bambino molto amò il nonno e il nonno lo ricambiava e gli dava buoni insegnamenti

[36] aldite: Ascoltate

[37] maieta: maestà, autorità: Dio con la sua maestà ammaestra il nipotino

[38] zunata: digiunata

[39] squartato: liso, strappato

[40] spechio: modello di comportamento, insegnamento

[41] il padre lo rimproverò aspramente e lo minacciò

[42] resteva: desisteva

[43] leza: legga

[44] adato: accorto

[45] Non mi avete sentito? Datemi queste calze e non mi rimproverate

[46] non induxiare: non perder tempo

[47] amende: scuse

[48] tedio: fastidio

[49] beretino: color verdastro

[50] casela: cassetta

[51] il freddo è tanto e non ho coperta

[52] e pecato fame: e mi fa pena

[53] chavalo: punizione, a base di nerbate sul sedere con una verga o una frusta, che per una colpa grave veniva inflitta dal maestro ad uno scolaro ed eseguita mentre questi, dopo essersi denudato, si trovava posto a cavalcioni di un altro posto in posizione a quattro zampe.

[54] smette

[55] cassa

[56] casone:  cassone

[57] l'azetò: l’accettò

[58] ninzuoli: lenzuola

[59] discazato: scacciato

[60] trepando: giocando, trastullandosi

[61] Ora dimmi cosa sono queste cose

[62] gramo: dolente

[63] spechio: insegnamento

[64] forse da còmere, ornare pettinare, cda cui comerchio, ornamento: aprire gli occhi e comportarsi di conseguenza avrebbe dato ornamento e lustro alla sua persona

[65] col passare del tempo ciascuno cominciò a provare fastidio per il vecchio che era rimasto in casa

[66] aveva un brutto atteggiamento nei confronti del vecchio

[67] aconzo: preparato, rifatto

[68] zitone: gettò

[69] zelare: celare, nascondere

[70] scremire = schermire: difendere, proteggere

[71] te n'adarai: te ne accorgerai

[72] Nel cod. si leggerebbe restovrati, che non saprei ben spiegare. Il senso parrebbe desiderare restorati. (Raina)

[73] poi ... poe: poi dovrai nascondere i fiorini; riempirai di pietre la cassa affinché questa sia ben pesante.

[74] latini: comportamento

[75] Imontone: mucchio

[76] desvala: passa: il piatto viene passato a tavola dal personaggio superiore (che si serve prima) a quello inferiore

[77] latini: linguaggio chiaro e schietto

[78] ora sappiti conservare in questo stato

[79] uccidere: chi troverà questa mazza si deve uccidere con essa

[80] asentare (se): sedersi

Indice Biblioteca Indice Sette savi 

  Sette Savi canto XIII

© 1996 - Tutti i diritti sono riservati

Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 06 gennaio 2008