Anonimo

Storia di Stefano

figliuolo d'un Imperatore di Roma

Versione in ottava rima del libro dei sette savi

Note di Giuseppe Bonghi - Tutti i diritti sono riservati

Edizione di riferimento:

Storia dei sette savi, ed. Commissione per i testi di lingua, Gaetano Romagnoli, Bologna 1880, pubblicata per la prima volta a cura di da Pio Rajna.

* Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna

Questo libro trata di Stefano,

fiolo de uno inperador di Roma;

el qual trata de beli amaistramenti.

CANTO XIV.

1.

Charaus filosofo, nel’arte de gramaticha

savio, e sopra i altri molto soprano,

vene alo inperator con gran fàticha,

dizendo: « El fo una femina, nel so malano [1],

la qual in mal fare aveva gran praticha.                            5

Ed aveva un so marito molto umano,

lo qual amava questa sua moiera,

che iera molto bela in tal maniera.

2.

Chostei le male fine comenzono a fare [2]

con uno giovene belo e molto altiero.                                 10

Lo marito se ne achorse de lo peschare [3]

che ’l fazia con so moiera lo giovene fiero.

Hora, vedendo lo suo mal operare,

reprendea la moiere con animo senziero.

Ma nula valeva a lui lo so reprendere,                                15

che alo giovene la voleva pur atendere [4].

3.

Dizeva el marito: – O chara dona mia,

non volere tal viltade consentire. –

E lei dizeva : – Voi dite gran poxia [5],

gran pechato fate, a non mentire,                                      20

a incolparme di cotal rexia [6];

c’ a vui senpre lialtà ho a seguire. –

Un zorno la femina con so abilitade

parlò a quel giovene, ch’era di gran beltade:

4.

– Ho charo amicho e chuor del corpo mio,                               25

sta note ale zinque ore poi venire

a questa chaxa, e averemo nostro dixio;

priegoti ch’ a zò n’ abi a falire.

In leto meterò lo becho de mio mario,

a te e’ vignerò l’uso [7] ad aprire. –                                     30

Lo giovene a tal chossa fo contento,

dizendo: – E’ ne vignerò con l’animo artento.

5.

Venuta la sera, la molie e lo marito

andono in leto lor do de conpagnia;

e ’l giovene a l’ ora data ne vene ardito,                             35

e piano piano a l’uso percotia.

La dona che ’l sentì, se levò rito [8],

insì [9] de zanbra, e poi la caxa apria:

andò con el giovene a darse dileto

in altra chassa, spoliandose in leto.                                     40

6.

E lo marito di zo se ne fo achorto;

levò di leto molto piana mente,

serò la porta, e non li par far torto,

e fuor de chaxa serola inmantinente.

La sua moiera, quando ebe arcolto [10]                               45

quante roxe la volse zerta mente,

con lo suo drudo stando streti abrazati,

nudi per nudi, s’ ebeno molto afaticati.

7.

Tornò a chaxa, conpito lo so lavoro,

la porta dela chaxa trovò serata;                                         50

bateva ala porta, pianzendo, di foro,

pregava lo marito in quela fiata

che aprire lo la dovese senza dimoro [11].

E lui li dise: – Bruta putana selerata,

la porta mai e’ non te aprirone :                                          55

le tuo male opere se cognoserà mone [12].

8.

Al signor dela tera ti vorò achuxare

come putana e falsa meretrixe;

lui di prexente te farà bruxare. –

Chusì lo marito dal balcon li dixe.                                      60

Alora lei comenzò a plurare [13].

Disse el marito: – Per santo Alvixe,

che molte molte volte te ò amonita :

ora sarai ponita a sta partita. –

9.

– È questo el bene, o charo mio marito?                                    65

è questo el grande amor che m’ ài mostrato?

O trista me, ch’io azo male invito,

di tanto bene come ti azo fato!

E voime tratar a sto partito?

a questo modo m’averai meritato?                                     70

Ma zerto, se la porta non apri presto,

in questo pozo me buterò manifesto.

10.

E quivi finirò la mia aspra vita.

Non volio al palazo esere menata,

con tal vergonza de qui esere rapita;                                  75

e so che per la tera saria frustata,

non per mal fare, ma per tua loquela ardita,

che falsa mente m’aresti achuxata.

Ma per l’ anema mia Dio debi pregare,

che in questo pozo mi volio anegare. –                              80

11.

E dito questo, la malvaxia femina

al pozo andono con un gran saso in mano,

e dentro dalo pozo quela pietra semina [14];

o, quanto gran remor lo saso fano!

E lo marito suo tuto se stremina [15];                                  85

aldendo lo remor, s’ artien zertano [16]

che la moiere sia zitata nel pozo;

non potea sofrire questo chaxo sozo [17].

12.

Subita mente la porta ebe aperta;

al pozo andò chiamando la moiera:                                   90

– O anima mia, voi–tu esere diserta [18]?

lasare me voi tristo in tal maniera?

Ora vieni suxo, che la corda t’azo oferta. –

E quela femina, ch’ era gran luxengiera,

la quale drieto el pozo stava ascoxa,                                   95

(o, quanto lei fo femina vezoxa!)

13.

Subita mente quela femina ardita

in chaxa corse, e la porta à serata;

e i[n] chamixa discalzo, a tal partita,

lo marito de fuora serò, e fo zitata                                      100

ala fanestra, cridando a tal screnita [19]:

– Coreti, coreti, aimè desventurata!

che quivi trovereti el mio marito,

che ogni note mi lasa a tal partito.

14.

El pui inpazito nonn’ è homo al mondo                                    105

de andare driedo femine de chostui;

zerchando el va ogni putana al tondo,

la roba di chaxa tuta consuma lui;

a me topina el fa portar el pondo;

o, come male maritata in lui fui!                                         110

Ora vegnite presto, chari vezini! ‒

La sua voze era aldita per tuti li confini.

15.

Di chaxa presta mente hognon [20] usia,

chi con dopiero e chi luzerna in mano,

e lo povero becho trovò, che stasia                                      115

discalzo, e solo in doso la camixa àno.

E tuti quanti molto lo reprendia, dizendo:

– De voi questo non si pensàno.

Per costumato homo sei tegnuto

in prima fosti de sto mal cognosuto.                                   120

16.

Ai, misera topina la tua vita!

tal moiera ài, che zerto non sei degno.

Questa zità dona tanto fiorita

zerto nonn’ à, homo rio e maligno,

che con putane te consumi a tal partita. –                         125

E lei cridava: – E io ve lo asegno. –

In questo ponto lo cavaliero del podestade

per questa strada passò con so brigade.

17.

Intexe el fato di questo pover’omo,

ch’a torto falsa mente vien achuxato                                  130

dala moiera, e quivi da hognomo;

subita mente lui l’ ebe piato [21].

Discalzo in chamixa, sì lo menò como

al gran palazo lui l’ be trovato ;

in scrito fo data tuta la so quarela [22];                               135

al podestà non parve bona nè bela.

18.

E segondo lo statuto dela bona zitae,

sentenziò ch’ el fose frustato

ivi atorno per le suo contrae,

azò che ognomo l’avese afigurato [23].                              140

E chusì sì fo fato, dicho, in veritae,

senza colpa lui fo sentenziato

per le parole de quela ria femina

dela so moier, che tanto mal si semina. »

19.

Disse el filosofo: – E chusì, signor mio,                                      145

seti inganato da vostra moiera;

e sì ve priego per l’onipotente Dio,

non li credete, che l’è falsa luxengiera.

Ma bone novele ancora ve dicho io:

che doman da matina in ogni maniera                              150

lo vostro fiolo a vui parlerane,

e como sta el fato lui ve dirane. –

20.

E dito questo, lo filosofo saputo

dalo inperatore prexe conbiato [24];

dov’ è li suo conpagni lui fo reduto,                                    155

e tuti sete ad uno s’ebe trovato.

Lo zorno poi se ne pasò tuto;

la sera in zanbra l’inperator è andato;

di mala volia trovò la moliera,

che forte pianzeva con malvaxia ziera [25].                        160

21.

E ben sapea che non potea schapolare

zertana mente di esere bruxata,

perché bene cognosea el so falare

domane poi dovea esere apalentata.

Melio che la po ancora se vuol schuxare;                           165

e dise: – Signor mio, a sta fiatta

ascolta, se ’l te piaze, lo mio dire. –

Al vostro honor sto canto qui à fenire.

 

Note

________________________

 

[1] malano: sciagura; qui: malvagità. - Può essere inteso anche come una imprecazione: malanno (accidenti) a lei

[2] cominciò a fare cattivi pensieri con un giovane bello, cominciò a trescare, a pensare di tradire il marito, a cercare di mettersi d’accordo coll’amante

[3] peschare: sorprendere o cogliere all'improvviso (resta in molti dialetti centromeridionali: l'ho pescato con le mani nel sacco...)

[4] Ma a niente gli riusciva di ottenere col suo rimproverare, perché il giovane desiderava solo poter dedicarsi solo a lei

[5] poxia: bugia

[6] rexia: eresia, comportamento contro le norme morali

[7] l'uso: l'uscio

[8] rito: in piedi

[9] insì: uscì (da insire)

[10] arcolto: raccolto

[11] senza dimoro: senza perder tempo

[12] mone: adesso

[13] plurare: implorare piangendo

[14] semina: getta

[15] se stremina: prova sgomento

[16] zertano: certo

[17] sozo: pieno di vergogna

[18] diserta: abbandonata

[19] screnita: schernita

[20] hognon: ognuno

[21] piato: preso

[22] fu trascritta tutta la sua lamentela ma non f ritenuta né buona né bella

[23] afigurato: riconosciuto

[24] conbiato: commiato

[25] con malvaxia ziera: con viso malvagio

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  Sette Savi canto XIII

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Ultimo aggiornamento: 06 gennaio 2008