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Edizione di riferimento:
Storia dei sette savi, ed. Commissione per i testi di lingua, Gaetano Romagnoli, Bologna 1880, pubblicata per la prima volta a cura di da Pio Rajna.
* Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna
Espe, filoxofo, de numero sesto,
che in la sua arte fo tanto altano,
zoè in dialeticha, e molto desto,
in alta voxe a parlar comenzàno [1]
« El fo un chavaliero dele parte di Resto, 5
ch’ aveva una moiere bela e fata a mano,
la quale molto lo marito amava;
ed ela a lui grande amor mostrava.
Avene, signori, che una fiata
questo chavaliero sì fono invitato 10
a una zena con la sua dona adata;
e lui lo invito non ebe refudato.
Con la sua dona n’ andò, a sta fiata;
e sendo ognomo a tavola asentato,
la dona di quel chavaliero tanto perfeto, 15
taliandose del pane, arquanto se taiò el deto.
Lo suo marito per lo gran dolore
cbe l’ebe dela molie e sua dolio [2],
tanta melinconia li andò al chuore,
che da melinconia morite [3] e da horgolio. 20
E la moliere, vedendose fuore
de lo marito suo con gran cordolio,
dela sua morte molto la pianzia;
e poi sopelire lo marito sì fazia.
E perché amata lui l’ aveva tanto, 25
abandonar non volse lo suo chorpo;
una chaxeta [4] se feze far tamanto [5]
stare la potese col suo pianzere tropo
arente quel molimento [6], e pianto afranto
ela fazeva, che i ochi nonn’ à gropo [7]. 30
E stando pui tenpo in cotal maniera,
forte pianzando la sua ventura fiera [8],
avene per lo re dela zitae,
dove ocorse questo tale chaxo,
che ala morte fo zudegato in veritae 35
uno omezidiale, e homo pervaxo,
a esere inpichato, per lo delito ch’ àe,
suxo le forche per la gola; e qui romaxo
si deba stare tre zorni conpiti,
azò ehe tuti intenda i suo deliti [9]. 40
E inpichato fo quelo di prexente
dove costei abitava, non tropo da lutano.
Lo re sì comandava inmantinente
a uno suo chavaliero molto sovrano [10],
che quelo sì guardase zerta mente, 45
ch’ el non fose robato per algun homo umano,
paixano [11] ch’ el fose, overo forestiero.
A guardar l’inpicato se mise lo cavaliero.
Tuto lo zorno e fina a meza note
guardò lo chavalier quelo inpichato. 50
Una gran sede sì li vene forte;
di quela dona el se fo aricordato,
che guardava lo molimento in quele grote,
e a lei andò lo bon chavalier alato.
Da bere li adimandò per amor de Dio: 55
vene piatà ala dona del cavaliero pio.
E di l’acqua a quelo ebe data da bere,
lui ne bevono quanto li bexognava;
poi ala forcha ritornò, come è dovere.
Ma avanti che lui ne retornava, 60
vide la dona gran beleza avere,
subito de lei el se innamorava,
adimandandoli d’amor la sua persona [12].
Ma pocho la rechiexe, in fede bona,
che lei del tuto l’ebeno contentato; 65
e lui de lei ne prexe ogni zolia.
E lui, avendo con lei ben uxato,
ritornò ala forcha che lasato avia,
e trovò che furato [13] li era l’inpichato.
Considerate se lui ebe dolia, 70
perchè a lui ne andava la vita!
Poi a quela dona indrieto fè redita [14].
E sì li disse: – Ho dona mia valoroxa,
rubato a me è stato quelo latrone,
che suxo la forcha la vita doloroxa 75
aveva perso, e ivi lasato l’ òne.
Lo mio signore con volia fogoxa [15]
a me lo ricomandò, per tal raxone.
Per le so man ben mi credo morire ! –
Disse la dona: – Non far tanto languire. 80
Se per tua moiera me volesi spoxare,
chanperoti [16] da tanto tuo martire. –
E lui respoxe : – Farò zo che te pare;
ogni tuo voler t’ arò a consentire. –
Dise la dona: – Sto mio marito abi a trare 85
fuora de sta sepoltura, charo sire:
in luocho delo ladrone l’inpicherai tue. –
E lui respoxe: – Gran paura averia, per Cristo Jesue. –
Disse la dona: – A me sì laserai
fare hogni faticha che bixogna; 90
solo una corda a me tu darai. –
E ’l cavaliero la corda recato hagogna.
La dona la sepoltura aprì oramai;
per la gola ligò lo marito, e non se insogna [17],
e dela sepoltura presto lo chavava; 95
verso la forcha poi forte lo strasinava.
E zonto a quela, dise: – Hora l’inpicha,
ho savio chavaliero, sto mio marito. –
E lui respoxe: – Questa m’è gran faticha;
a inpicharlo per paura mi saria smarito. – 100
La dona, udendo quela sua rubricha [18],
disse: – A me lasa fare questo partito. –
E sula forcha presto sì montava:
inpichò lo marito, che tanto l’amava.
Disse lo chavaliero: ‒ Chara madona mia, 105
nula avemo fato a tal bixogna:
lo apichato sopra la testa, avia
uno gran colpo, e quelo mi agogna [19]. ‒
Dise la dona: ‒ Ora dame la to spia [20],
ch’ io fornirò a zo hogni bexogna. 110
Le chavaliero la so spada li dè ardito
la trista femina ferì lo so marito.
Sopra la testa li feze una piaga
molto profonda, con gran vigoria;
ma prima dise al cavaliero: – Vuo’ tu che li daga, 115
o de ferirlo a te, misiere, lo piazeria? –
Ed elo disse: – Non, per santa Agàda:
chotal viltade mai non faria. –
Aldito questo, la dona el feze lie:
crudel mente lo marito ferì costie. 120
E poi lo chavaliero disse: – Chara madona,
quelo apichato do denti avea meno
davanti ala so bocha, e zo me agogna
che nula per questo noi fato aveno. –
Dise la dona: – E’ fornirò to bixogna [21]: 125
dame una pietra, chavalier sereno. –
E lui presta mente una pietra li dava;
la cruda femina al marito do denti chavava.
E fornito del chavaliero ogni suo talento,
a lui dise la dona con volto amoroxo: 130
– Di spoxarme, misiere, te sia in piaquimento,
ch’ io ho servito lo tuo chuor ansioxo. –
E lui li respoxe : – E’ me ne pento,
questo a te non faria, che saria doloroxo:
se al tuo marito questo tu à fato 135
che per te morite lo tristo – o che pecato ! –
mo, che faresti a me, quando a morte,
o ria femina, io sì pervegnise ?
Hora te ne romagni con le to male sorte. –
E poi de quive lui despartisse. » 140
Dise l’astrologo: – O inperatore forte,
guarda che a te questo non avegnise.
Le parole de tua moier non ascoltare,
nè lo tuo fiolo non voler disertare [22].
Ma lei alzidere [23] zerto doveresti, 145
che lo tuo fiolo a torto e a pechato
te à achaxonato [24]; e se questo fazesti,
d’ gni pericolo seresti deliberato. ‒
Poi se partì lo filosofo, e non resti,
dov’è li suo conpagni el se ne fo andato. 150
Vene la sera, e lo inperatore fo tornato
ala so zanbra, e la molie ebe trovato.
Molto dolente e trista lo la trovoe,
perchè lo suo fiolo n’avea fato morire;
e alo inperadore lei dise moe: 155
– Chusì a vui el posa advenire
come l’avene a un inperadore poe,
dicho di Roma, pur a non mentire.
Hor stati artento, che tuto averò dito. –
Al vostro honor sto cantar ò conpito. 160
Note
________________________
[1] comenzàno: cominciò
[2] per il gran dolore che provò e per la moglie e per il suo dolore
[3] morite: morì
[4] caxeta: casetta
[5] tamanto: molto
[6] molimento: monumento; tomba
[7] gropo: impedimento (dagli occhi uscivano sempre lacrime senza alcun impedimento)
[8] ventura fiera: destino doloroso
[9] accadde che dal re della città, dove avvenne questo fatto, che la morte fu creduta un omicidio e l'uomo accusato fu condannato all'impiccagione per il delitto con una corda al collo e tirato su una forca, dove doveva rimanere tre giorni completi affinché tutti conoscessero i suoi delitti
[10] sovrano: di alto grado
[11] paixano: cittadino
[12] subito egli si innamorò di lei e le chiese di essere corrisposto; ma poco la pregò che lei lo accontentò completamente e lui prese da lei ogni godimento.
[13] furato: rubato, trafugato
[14] redita: ritorno
[15] fogoxa: appassionata, piena di fuoco
[16] champeroti: ti salverò
[17] non se insogna: non se lo sogna (lo fa realmente)
[18] udendo quela sua rubricha: udendo quelle sue parole
[19] mi agogna: mi fa temere
[20] spia: spada
[21] fornirò to bisogna: provvedo a questa tua necessità
[22] disertare: rovinare, distruggere; qui nel senso di "giustiziare"
[23] alzidere: uccidere
[24] achasonato: accusato
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© 1996 - Tutti i diritti sono riservati Biblioteca dei Classici Italiani di Giuseppe Bonghi Ultimo aggiornamento: 06 gennaio 2008 |