Anonimo

Storia di Stefano

figliuolo d'un Imperatore di Roma

Versione in ottava rima del libro dei sette savi

Note di Giuseppe Bonghi - Tutti i diritti sono riservati

Edizione di riferimento:

Storia dei sette savi, ed. Commissione per i testi di lingua, Gaetano Romagnoli, Bologna 1880, pubblicata per la prima volta a cura di da Pio Rajna.

* Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna

Questo libro trata di Stefano,

fiolo de uno inperador di Roma;

el qual trata de beli amaistramenti.

CANTO I

1.

Chi se dileta di chosse antiche aldire,

e chi pur de le nove va rizerchando,

e chi de l'un e l'altro, a non mentire,

di sapere tuto vano dexiderando:

volentiera le vuol intendere e apetire;                                   5

però una instoria anticha von comenzando

con l'aiutorio de Cristo e la so madre

verzene Maria, che priega el fio e 'l padre.

2.

E ben ch'anticha sia di tenpo passatto

novela la son per li amaistramenti                                       10

che in questo libro v'averò rezitatto;

priegove che a zo poniate vostre mentti;

ogni altro vostro pensier abiati zitatto

da disparte, e zaschun qui se asentti;

he chonterovi una lizadra instoria                                        15

ch'è una memoria anticha di gran gloria.

3.

Ma molti se ne ritrova di choloro

ch' altro cha rima non li piaze ascoltare;

ed io sì volio sastifare a coloro;

di proxa in rima volio rezitare [1],                                        20

e di la proxa anticha trare questo lavoro.

Stati quieti et alditi lo mio parlare,

o gran silenzio ponete tra vui,

se contentare voi ne volete nui.

4

El fo in Roma zià uno inperadore,                                              25

lo qual per molie aveva una dama

gientile e bela, che la pareva un fiore;

ho, quanto lei lo suo marito ama!

ed elo lei non di meno amore;

l' uno con l'altro se desirava con brama.                             30

Quela dama iera piena di molte honestade [2],

e tute le altre la pasava di beltade.

5

Del suo charo marito lei se ingravedoe,

e al tenpo debito partirì un fantino,

che di beleza lo simele non foe                                             35

in tuta Roma, grando nè picolino.

La bona madre propia sì lo latoe [3]

per darli bona natura, dize mio latino:

Stefano puoxe nome al gioveneto,

del quale vi conterò, che fono [4] sì perfeto.                        40

6

Poi che la l' ebe dislatato [5], la bona madre,

quel suo fanzulo con tanta letizia,

amato chome primogienito del padre,

che di Roma inperatore con divizia

tochava di esere a suo membre lizadre,                              45

la madre sua se infermò con tristizia.

De lì a pocho tenpo l'anima fo partita

da quel corpo, e con honore sopelita.

7

L'inperatore, che zià vechio non era,

di prender [6] molie se fu deliberato;                                     50

e prexene una bela, a tal maniera,

giovene ligiadra, di nobel parentato.

L'inperator guardava la sua ziera,

ma non considerava dela dama el pecato

come la prima credea fose liale;                                           55

ma lei, pur tropo, fono desliale [7].

8

Ma l'autore parla qui contra zaschuno,

che di far matremonio à volontade;

che pilia dama de sua età, over dezuno [8]

si volia star, el priego in caritade.                                       60

El gioveneto cresuto si funo [9],

sì de persona, come di beltade;

e 'l suo padre l'amava con molta chioma,

perché a quelo aspetava l'inperio di Roma.

9

Però lui zerchava che 'l fosse achostumato                               65

de boni costumi et ancor de sienzia.

Per sete suo filoxofi lui ebe mandato,

li qual con lui fazeva resistenzia;

e a zaschun di loro l'ebe comandato,

che Stefano lui li donava per inteligienzia,                        70

dizendo: – Con voi lo tignerete e amaistrate

in le sete sienzie che Dio vi à donate. –

10

Nele sete arte inperiale vera mente

zaschuno di costoro no sera molto doto.

L'inperatore a loro disse di prexente:                                  75

Questo mio fiolo piliate di boto,

e amaistratilo bene, azò che tuta zente

lo lauda, e governar lui sapia aloto

lo gran inperio, che li aspeta, romano [10].

E questi sete savi alo inperador parlàno:                            80

11

– Ho signor nostro, questo noi faremo

pui volentieri cha non ze lo comandi,

e lo garzone noi sì pilieremo;

hora con noi presto sì lo mandi. –

L'inperatore i 'l diede; elo dise: – Andemo; –                      85

e chusì i ne andono in zerte bandi [11],

fuora di Roma ben zercha [12] tre milia.

L' inperatore feze edifichar a meravilia

12

in quelo luocho un nobele palazo,

con un zardino molto meravelioxo,                                    90

dove abitar dovese el fiol sazo

con suo maistri, e stare corazoxo,

e ale fiate prendese zoia e solazo. [13]

Costoro, che zaschun iera dexideroxo

de insinuarli [14] e farlo molto doto,                                    95

poi una bela chamera feze fare di boto,

13

la quale avese in sé sete faze;

e in zaschuna di quele feze dipingiere

una dele sete arte ivi si iaze [15],

inperiale, ve dicho, a non ve fingiere;                                 100

per modo che le sete arte ivi si raze [16].

In queste sete arte, vi ò a distinguere,

una per chanto, ivi se conprendea bene

tuto lo maisterio [17] che in quela se apertiene.

14

E fato questo, anchora feze fare                                                 105

questi filosofi, zascun a gran inzegno,

un leto in mezo la camera fe edificare,

lo quale atorno si voltava con rote di legno.

Poi, intorno dela zanbra ebe a ordinare

sete altri leti, zascun con suo convegno,                             110

dove in zaschuno un filosafo dormia

in quela parte dov' era pinto so maistria. [18]

15

E dove iazea lo leto di zaschuno,

in quela parte iera instoriato

l'arte di colui, sì che, ad uno ad uno,                                    115

la sua sienzia poteva aver mostrato.

E a insignarli comenzò, e non fo alguno

che Stefano non aveseno ben amaistrato

in quela parte in chui perito era;

e Stefano studiava in tal maniera.                                        120

16

Hora aldirete ci modo di costoro,

che ad insignarli zascadun se adestra.

Uno di filosofi ch' era fra coloro

nela sua faza et arte 'l amaestra,

la qual iera dipinta nel conzistoro;                                       125

e Stefano la inparava molto presta.

E poi che questa arte inparata l'àno,

lo leto suo al'altra faza voltàno.

17

Evi [19] l'altro filosofo trova molto pronto

ad insignarli tuta la sua sienzia,                                           130

dove dipinto era l'altra arte a ponto;

e quivi questa inparava con prudenzia.

E chusì ad una ad una, dize lo conto

che lui inparava con sua inteligienzia;

e sì altamente le sete sienzie inprendia,                               135

che zaschuno grande meraveia se fazia.

18

Hor qui, signori, per vostra inteligienzia [20],

azò che l'instoria melio intendiate,

narare e' volio in vostra prexenzia

queste sete sienzie come è nominate,                                  140

con questi filosofi di suma prudenzia.

Se ad ascoltarme voi quieti state,

li nomi deli astrologi intenderete,

e le sete sienzie ancora conprenderete.

19

Lo primo filosofo nel mondo nominato                                     145

Eleuzies si fono da tuta zente.

Ho, quanto costui si fono aprexiato

nel'arte de strononomia [21], ve dico veramente!

E lo pui savio de lui non fo trovato

in quelo tenpo, nè ancora al prexente,                               150

che in questa arte de lui fose pui doto [22];

nè trovare se potria, questo ve dinoto.

20

E lo segondo maestro filoxofante,

sotil de inzegno, con alta maniera,

che amaistrava Stefano, el bel fante,                                  155

Ansiles fo nominato per ogni riviera [23].

Costui iera perito, e molto costante

ne 'l arte de negromanzia [24]costui iera;

e in questa arte lui azonse Merlino,

che in negromanzia fo maistro fino.                                   160

21

Lo terzo ancora, per non andar falando

lo nome suo, tanto fo ezelente [25]

per l' arte sua che lo andò dotando,

Lentulis fo chiamato veramente.

La muxicha costui andò amaistrando                                165

quelo gioveneto; e, molto riverente,

ne l' arte musicha se feze gran maestro,

e in questa arte el studiò molto adestro [26].

22

Lo quarto fo Machiladas tanto saputo,

che anchora al mondo el vien aricordato.                           170

O, quanto da tuti costui fo ben voluto,

perchè Stefano sotilmente che amaistrato

nel' arte dela rismetricha! [27] e tuto

sto gioveneto ebe ben inparato;

e molto el suo maistro lui amava,                                         175

e forte in questa sienzia se deletava.

23

Lo quinto anchora non vo' aver lasato

de aricordarve quanto era gran maestro,

e lo nome suo vi averò narato

Ch[atone] si fo chiamato questo destro,                              180

che al suo disipolo ebe ben insinato [28]

l'arte dela retoricha, e non fo alpestro.

Questo fo Chatone, che li maestri leze

neli Donati [29], e li puti choreze. [30]

24

Lo sesto fo Epsse, che fo tanto doto                                              185

ne l'arte dela dieleticha, tanto soprana ;

la quale Stefano inprexe di boto [31],

esendo rivolto con sua letiera altana [32]

a quelo lato; e senza fare moto

inprese st' arte, che son molto magna [33];                          190

e tanto sotil mente lo inparava,

che Epsse forte se ne meraveiava.

25

Lo septimo anchor, per dirli tuti

de questi filosofi li suo nomi soprani,

azò che alguno d'aldire non me refuti                                 195

e posa intendere come queli fo magni,

e in le sienzie che loro fono instruti

de dechiarirve nula, non vo' che romagni,

Charaus costui fo, e homo de gran praticha;

e fo dotato nel' arte dela gramaticha.                                  200

26

Nara l' instoria e parla lo autore,

che dexideroxo era sto gioveneto

de dì e de note e da tute le hore

de imparare, e questo ve inprometo;

e loro a insignarli meteva lo suo cuore,                                205

zascun de sti filosofi molto mansueto [34];

e in tre ani tanto lui inparone,

che tuti li suo maistri el trapasone [35].

27

Nè più de lui alguno non sapea

de queli maistri, che era tanto doti;                                      210

ma Stefano pui avanti conprendea,

e del zielo intendea lo volzer di roti [36].

Zascun di loro gran meraveia se fazea,

intendando dela sienzia li suo moti;

e molto lo suo disipolo costui amava,                                 215

e tuti lo serviva, e forte l'onorava [37].

28

Questi astrologi fra lor feze consilio,

dizendo: – Sto nostro disipolo tanto charo

sa pui de nui, e di zo è gran meravilio;

ma a insignarli pui oltra algun non sia avaro.                   220

Li pianeti del zielo con nostro artilio [38]

li mostriamo, e insignamoli chiaro

a sapere dechiarire ogni insonio [39]. –

Dise un di loro, savio come demonio:

29

– Sete folie de una erba noi pilieremo,                                       225

e quele ali piè dela sua letiera

secreta mente noi sì ligeremo [40];

e lo gioveneto non saperà cotal maniera. –

E quando a dormire noi tuti saremo,

a Stefano, dormendo, parerà cosa fiera;                             230

e diversi insoni li anderà per la mente

a questo gioveneto, ch' è molto sufiziente.

30

E tuti a questo fono deliberati:

le folie ligò di quela erba soprana [41],

e a dormire tuti ne fono andati.                                          235

A Stefano questo pareva cosa strana:

in sono lui vedeva de strani fati,

e lui pur dormia con la mente sana.

In questo el gioveneto se svegione,

e guardando per tuto, se meraveione.                                240

31

Li suo maistri l' ebeno adimandato:

– Che meraveia è questa, caro fiolo,

che fiso vai guardando per ogni lato?

Averesti mai alegreza, o qualche duolo?

Tosto a nui lo abi qui deschiarato. [42]–                              245

Lo gioveneto a tuti respoxe solo:

– Guardo li vostri, e poi lo mio leto:

pui alti de l' uxato e son, e' ve inprometo [43].

32

E dicove anchora vera mente

che lo mio leto si sono alzato                                               250

sete volte pui di vostri al prexente. [44]

Aldendo li filosofi questo fato,

nelo suo cuore zascun pensò prexente:

– Questo giovene è savio a ogni pato [45],

e ben de sienzia l'à pasato tuti nui. –                                 255

E delo suo leto zascun levato fui.

33

E d' acordo li filoxofi fono andati

tuti sete a Roma alo inperatoro:

e davanti da lui li fono inzenochiati,

e sì lo salutèno del bon cuore.                                             260

Poi li disse: – Signor, aldi sti fati

che nui te voliamo dire in quest'ore.

Noi te arechiamo una bona novela

del tuo fiolo: aldi nostra favela.

34.

Plui sienzia de tuti noi l'a inprexo,                                            265

e pui savio de nui, sete zerto, el sono; [46]

tuti i pianeti del zielo lui à conprexo,

e dele arte natural l'à fato dono. –

Lo inperatore, quando zo l'à intexo,

grande alegreza questo a lui fono;                                     270

e li filoxofi tuti lo regraziava,

e a uno a uno lui li abrazava.

35

Hora qui, signori, parla lo autore,

perchè avanti a voi e' ò contato [47]

che questo alto e magno inperatore                                   275

un' altra volta lui fo maritato

da poi la madre di Stefano, el signore [48];

questo sì fo vero, come a voi ò contato;

ma azò che errore non prendiate in nula maniera,

infina a questo tempo ancora maritato non iera.              280

36.

Ma longo tenpo in stato vedovale

era stato dapoi la prima moliera.

Hora, questi filosofi, zaschuno eguale

parlò alo inperator in tal maniera:

– Zerto a lui non pare cosa naturale,                                 285

di stare senza molie non mostra vostra ziera [49];

za longo tenpo voi avete vedovato [50]:

aora, inperatore, abite maritato;

37

che degna cossa a tua gran signoria

nonn' è, signore, di stare a questo modo [51];                    290

pilia per molie dona che bela sia,

e del matremonio volie piare el nodo;

forsi che reditate [52] de vui naseria,

che di seno [53] quanto Stefano aria lodo.

Hora mai fareti quelo ch' a voi pare,                                  295

da poi ch'aveti intexo lo nostro parlare. –

38

L'inperatore, aldando la proposta

di sete astrologi, comenzò a parlare,

regraziandoli molto in so riposta

dele bone novele che li à abuto a portare                            300

delo fiolo suo, che molto li costa;

e poi verso di loro dise tal afare: –

Voi me aconsiliati ch'io prenda molia:

a questo hobedire vi volio dela bona volia.

39

E sì ve dicho anchora aperta mente:                                           305

andati a zerchare dona che per me sia,

ch'io la spoxerò qui de prexente. –

Alora li sete savi sì se partia;

e zercò Roma, e zià non falò niente,

con tuta la contrata, quantonque granda fia [54];            310

e una dama de zentil parentado,

bela quanto un fiore, loro ebe trovado.

40

Ho, quanto costei fo bela gioveneta !

e alo inperatore tosto l'ebe menata.

E lui, guardandola, molto li dileta,                                     315

e presto quela dama ebe spoxata.

Però l' autor nostro dize sta paroleta:

Sufiziente non sei a tale derata;

o altto inperatore, di questa dama;

però non t' agrevare, se tua mente fia grama.                  320

41

Spoxata l' ebe, e poi, segondo uxanza,

la note con la dama se colegaro [55];

ma a lei, che piazeva la basa danza,

lo numero li pareva molto raro;

ogn' ora l' aria voluto quela danza;                                   325

ma a lui zerta mente non conportaro

tanta faticha, perchè lo suo nodo

ora infievelito, e non sta molto sodo. [56]

42

Hora la festa fo molto granda in Roma,

et anchora per tuta quela contrata;                                   330

Stefano di questo non sa niente in soma,

ma nela sua sienzia studiava ogni data.

Conpiuta la festa, come dize la norma,

li filoxofi fezeno la sua ritornata

a Stefano, che nel palazo studiava,                                    335

e dela sua [57] venuta molto se alegrava.

43

E loro li disse [58] di quel matremonio

che fato aveva lo suo padre charo.

Al gioveneto non piaque questo zerimonio [59],

ma nula ali suo maistri di zo mostraro;                              340

ma nel suo cuore dizeva: – O che demonio [60]

è questo, che à fato lo mio paro?

Ho cara madre, perchè viva non sei,

che lo mio padre questo far non potrei [61]?! –

44

E poi fervente e con perfeto studio                                            345

solizitava Stefano, e lasò stare

del pare e dela matregna ogni fastidio,

e pur le so sienzie atende a inparare.

E molti mesazieri [62] vegnia a somo studio

ad anonziaro alo suo charo pare                                        350

come Stefano pui savio homo è al mondo sia

lui se à fato, e la sua beleza granda fia.

45

Dapoi [63] le noze do ani e pui pasati

ancora studiava el gioveneto;

altri mesazieri ancora ne fo andati                                     355

alo inperadore, et a lui ebe deto

delo so fiolo le gran vertù e fati.

La rezina, oldendo del giovene l' efeto,

di questo afare molto se ne dolea,

e a Stefano grande invidia avea [64].                                  360

46

Dizendo: – Costui sarà inperadore

ancora di Roma e de tuto 'l mondo,

perchè primogienito l'è; ai, che dolore!

Se io avese algun fiolo iocondo,

di Stefano quelo saria servitore.                                           365

Ma comportare non vo' cotanto pondo [65]:

la dura morte a costui farò dare,

e se averò fiolo, l'inperio porà dominare.

47

Costei ne l' arte magicha iera maistra,

e con suo arte pensò, con sotil inzegno,                              370

questa falsa dama, che iera molto trista,

che se Stefano parlase, con voxe o con zegno,

pur una parola, over fazese vista,

fin a sete zorni, a zo feze convegno,

da poi che a Roma lui farà diporto,                                    375

che di prexente [66] lui cascase morto.

48

Deliberata la dama in tal pensiero.

andò al suo marito quela dama vezoxa,

dizendo: – Hora me ascolta, o alto inpero,

de voi me lamento e sentome doloroxa:                              380

do ani con voi son stata el tempo intiero,

e la zolia [67] vostra, cossa sì prezioxa,

del vostro fiolo anchora dico a vui,

molto dexideroxa e' son di veder lui.

49

Intendo che la ligiadra sua beleza                                       385

pasa ogni creatura ch' al mondo sia;

e de sienzia lui à tanta alteza,

che a quela di Salamone zerto la staria.

Tuta la zente di zo ne à alegreza,

ma sopra tuti la mia mazor fia;                                          390

e se questa alegreza acresere me vorai,

lo tuo fiolo presto a me veder farai.

50

Da po la tua persona io amo pui

lo tuo fiolo cha altra creatura,

per le vertude che son tanto in lui,                                     395

e perchè lui è nato di la tua figura. –

Lo inperatore dise: – Madona, nui

contentar vi volio, o dama di altura [68]:

Lo mio charo fiolo a vui farò venire,

lo quale vui amate con tanto desire.                                  400

51

E poi presto l'inperatore sazo [69]

a lui sì chiamava do donzeli ;

e dise a loro: Andati al palazo,

e dite ali filosofi, e a zascun d' eli,

che espreso comandamento a loro fazo                              405

che doman da matina, con ati isneli [70],

lo mio fiolo deba vegnir in Roma,

perchè l' inperarixe vuol veder sua persona. –

52

E queli donzeli rispoxe: – El serà fato,

alto inperatore, tuto el tuo comando. –                               410

E a quel palazo zascun ne fo andato,

e delo so signore l'inbasata narando,

li sete filosofi, che questo à scoltato,

respoxe a loro, con suo parlar narando:

– Presto indrieto tornate zascun ardito,                              415

e dite alo inperatore ch' el sarà obedito.

53

E di prexente choloro si retornone

al suo signore, e contoli [71] l'inbasata.

L'inperatore di questo contento fone.

Ora ali astrologi [72] fazo mia ritornata,                             420

che a ora debita a zena li andone

nelo belo zardino, per questa fiata;

e lo savio Stefano ancor con loro iera.

Ora, tuti zenando in tal maniera,

54

di sotil e gientil cosse raxonava                                                    425

quel gioveneto con li suo maestri.

Intanto el chiaro giorno trapasava,

e 'l tenpo iera belo, e li pianeti zelestri

zaschuno bene qui se dimostrava.

Uno filoxofo pui di altri destri                                               430

vide un pianeto, per lo qual conprendea

che la inperarixe la morto di Stefano ordenata avea.

55

Alora quelo astrolego molto doto

ali conpagni lui zia parlando,

dizendo: – Ognomo ascolta lo mio moto [73],                      435

che questo za non vado insuniando.

Guardati quel pianeto qui de boto,

lo qual chiara mente si va dimostrando

che la morte sì à hordinato l'inperatrize

di questo nostro disipolo tanto felize. –                                440

56

A tradimento lei e[l] vol far morire. –

Alora tuti lo pianeto riguardava;

e Stefano con loro, lo zentil sire,

quelo e i altri pianeti lui mirava.

Li astrolegi, udendo che zo non po falire,                            445

molta melinconia alora li montava;

e l' uno dize a l' altro: – Ora zascun pensa

a che modo a questo fato faremo dispensa [74].

57

E dito questo zascun riguardava

in alto fisa mente li pianeti zelestii;                                      450

e poi nela sua mente zascun inmaginava,

in che maniera potriano tenere questii [75]

di scapolare [76] la morte tanto prava

a Stefano, che è savio, con suo zestii [77].

E pur guardando modo non trova eli                                  455

di scapolare el gioveneto da queli zieli [78].

58

E gran dolore aveva di sto fato [79],

non trovando riparo ala sua morte.

Alora Stefano, lo gioveneto adato [80],

sopra di zo pensavano [81] molto forte;                                460

per scapolare da cotal barato [82],

del' inteleto suo ben l' apria le porte;

li pianeti e lo zielo lui contemplava,

e fisso zaschuna stela lui sì guardava.

59

E remirando, apreso dela luna,                                                     465

inverso la parte dela tramontana [83],

el vide una stela che ivi se aduna,

nela quale el conprendea con mente sana

che, se lui non parlase con persona alguna

per sete zorni, la sua persona umana,                                  470

lui scapoleria da tante dure sorte,

da quel pericolo aspro dela morte.

60

E visto questo, lo giovene gientile

la stela ai suo maistri lui mostrava.

E loro, guardando la stela simìle,                                         475

vide che la verità lo giovene parlava,

e tuto el fato li conprexe sotile;

la sua gran sienzia alora el dimostrava;

e cognosete aponto l'insonio ch'el s'à fato [84],

che veramente lui l' aveva dichiarato.                                  480

61

E che lo pui savio homo che fosse mai

zerto lo gioveneto si era divenuto,

e pui savio de tuti sete l'era horamai,

chome nelo insonio suo l'avea veduto.

Poi verso loro Stefano parlato hai [85],                                  485

dizendo a zascun di loro: – Maistro saputo [86],

zaschun do voi se fati sotil pensata,

c' a chadaun de voi el tocherà una giornata [87].

62

Sapiati, maistri mei, che sete zorni

non parlerò, scomenzando [88] domane;                              490

però piliate l'inzegni vostri adorni

del'inteleto vostro, che tanto sane [89].

In Roma me ne anderò, maistri boni;

parlare non potrò, sapetilo bene;

e ogni zorno un de voi, a non falare [90],                              495

al padre mio m' avereti a schuxare. –

63

Zaschuno ad alta voze [91] qui respondea:

– Or te ne vai, fiolo e signor nostro; –

e per una giornata per uno li prometea

di schapolarlo da cotale ingiostro [92]                                    500

con le sotil raxon che loro avea,

le quale sono vere chome el paternostro;

– Hora te ne vai, fiolo, senza spavento,

che di scapolarte avemo argumento

64

delo tratado dela inperarixe [93];                                                   505

a noi lasa tuto sto pensiero;

le arte nostre a zascadun ne dixe,

le qual mai non fala e dize el vero,

noi te scapoleremo da quela meretrixe.

Hora te ne vai con l'animo senziero 94]. –                              510

E dito questo, zaschun andò a dormire

fina che 'l chiaro zorno avese aparire.

65

Venuto el zorno molto chiaro e belo,

levò li astrologi col nobel gioveneto;

a chavalo lo metèno [95], e poi ad elo                                     515

dete quatro schudieri, zaschun perfeto,

per aconpagnare quelo giovenzelo

infina a Roma, come v' azo deto.

E poi a Dio tuti lo recomandava;

per lui Santo Pietro e i altri Santi pregava [96].                     520

66

Hora lasiamo li filoxofi nelo palazo,

e torniamo al giovene lizadro,

che verso Roma l'andava come sazo [97].

Lo padre suo, intendendo lo squadro [98]

del fiolo che vegnia, come dito ve azo,                                   525

a chavalo montò, lo signore galiardo;

e fuora di Roma tosto lui insia [99],

e incontra li andò con la so conpagnia.

67

Zonzendo a lui, lo suo fiol à salutato,

e bene lo vedeva frescho e colorito;                                         530

dapoi lo saluto sì l'ebe abrazato.

Alora quelo gioveneto, ch' era ardito,

delo suo cavalo lui fono dismontato,

e in tera se inzenochiò a tal partito;

la mano al padre suo presto tochava                                      535

con ato de alegreza, ma niente non parlava.

68

L' inperador li disse: – Ho charo filio,

come stai aora? te sentes–tu sano? –

Stefano alora sì li alzava el zilio,

e segno d'alegreza li mostràno.                                               540

Lo padre suo de zo fa meravilio:

Tu non me parli, o fiol mio altano?

Perché fai questo? Dime la chaxone!

Sei tu inpedito per qua che raxone ?

69

Per questo Stefano zià non li responde,                                         545

ma pur lo reveriva con bona ziera.

Molte parole lo padre li dise,

onde nula li respondea in tal maniera.

Lo padre suo da dolia si confonde,

e zià non sapeva ch' afaturato li era.                                       550

E dipoi questo, Stefano a cavalo montava,

e con lo padre e tuti al palazo andava.

70

Zonti ala piaza, disexe [100 da chavalo

l'inperadore e 'l gioveneto e tuti quanti;

la schala zìa montando senza intravalo.                                 555

L' inperarixe, con suo falsi senbianti,

intexe dela venuta del giovene vasalo:

subito al' inperador lei li fo davanti,

con alta voxe parlando fra lo stuolo:

Ho inperador, dov'è, lo tuo fiuolo?                                          560

71

– Ai, misero me! lasatime stare,

chara madona, ve priego in cortexia;

morto adora io me voria trovare, [101]

per non mi vedere, dicho, tanta rexia.

Lo mio fiolo à perduto el parlare;                                            565

muto me credo oramai che 'l sia;

asai li ò parlato, e nula non responde! –

Le lacrime suo dai ochi parea gronde.

72

– Alto inperadore, hora prendi conforto,

damelo a me, ch' azo bona speranza                                      570

che presto averai da lui conforto:

parlare lo farò chon gran baldanza. –

Dise l' inperator: – Ho zio d'orto,

fa pure che questo non avegna zanza [102]. –

l'inperarixe Stefano per la [man] piliava:                                575

con eso lei nela sua zanbra lo menava.

73

L'i[n]peratoro con loro ne intrava,

e tenera mente pregava lo fiolo:

– Or come stai? pur lo domandava.

Respondi alo tuo padre, e non li far sto duolo.                       580

Di te tal cossa zià non aspetava! –

E pur lui lo strenzeva con le braze al colo.

Steffano ponto nula non respondea,

ma umel mente gran reverenzia fazea.

74

La falsa inperatrize: – O signor mio,                                              585

lasati far a mene col gioveneto.

Parlare lo farò, andative con Dio. –

L' inperadore se partì con gran dispeto

per lo dolore ch' el portava del fio.

L'inperarixe per la man afera el garzoneto;                           590

e lui con lei none volea stare,

perchè el sapea che lei lo vuol inganare.

75

E 'l padre a lui fa comandamento

che con la inperarixe dimorar dovese.

E lui ne romaxe, ma molto mal contento;                              595

ala volontà del padre lui se rese [103].

Partito l'inperadore, chome sento,

romaxe questi duo; e lei li hofersse

la sua persona, rechiedandolo d'amore

con dixoneste parole, a quel fresco fiore.                                600

76

Dizeva quela dama col suo parlar focoxo:

– Sapi, amor mio, che per tuo amor e' moro [104].

Per altro non piliai tuo padre per ispoxo,

se no per galder te [105], o caro mio texoro.

Io vedo el volto to sì amoroxo,                                                 605

che di baxarte zertamente e' moro. –

E 'l gioveneto niente li respondia,

e volentiera sarebe andato via.

77

L'inperarixe dise: – Or non respondi?

Voresti refudarme, che son sì bela?                                         610

Mostres–tu da davero, over t'ascondi,

a refudarme me, che tal ponzela

nonn' à el mondo per fina al profondi,

che tanto come me sia bela zitela?

Ma d'una cossa ben ti fon avixato,                                           615

che, se 'l tuo chaldo amor non m'ai donato,

78

cridar me aldirai di prexente;

e li mie richi pani vederai

tuti squartare adeso veramente,

e li mie cride ognon aldir porai.                                              620

Ed io sì dirò a tuta zente

che veramente aforzar me vorai. –

E Stefano, che tal parole lui udia,

fuora dela zanbra fuzire el volia.

79

Alora quela meretrixe con grande crida                                         625

Ad alta voxe comenzò a cridare;

e li suo biondi chapeli a tirare se desfida [106],

e la dorata gona comenzò a squartare.

O, quanta zente a quel cridar s'anida! [107]

L'inperador e li baroni qui ebe arivare,                                   630

dizendo: – Ho madona, hora ch'è questo?

Perchè pianzete con pianto sì molesto? –

80

E quela femina, con sua falsa loquela,

e col malizioxo pianto suo deroto,

– Ho sacro inperador, – la dise in quela,                                 635

– lo tuo fiolo a questa me à condoto.

Aforzar l'à voluto mia persona bela;

et io che t'amo (intendi lo mio moto [108])

nonn' ò voluto a lui zià consentire.

Aimè! signor mio; tuta tremo da martire. –                            640

81

L'inperador, che àno aldito questo,

considerate se l'ebe gran dolore!

Se prima l' aveva pena in manifesto

per lo parlare che non feva quel fiore,

alora el stava con duolo pui molesto,                                       645

considerando lo grande disinore

che fare li à voluto lo fiolo;

acresuto li è la pena e dolo sopra dolo.

82

E de prexente l'ebeno chomandato

che lo fiolo sia meso in prixone.                                                650

E dito questo, molto presto e rato

da molti schudieri aferato el fone;

e verso la prixon l'ebe menato,

e quelo ivi dentro lo incarzerone.

La falsa femena, con suo mal consilio,                                     655

dise a l' inperatore: – Costui nonn' è to filio.

83

Se to filio fosse, e nato di tene,

cotal inzuria contra tua corona

fato el n'averia, credilo bene.

Prendi vendeta dela sua persona:                                             660

falo alzider con amare pene;

e se questo non farai, in fede bona,

a tradimento el zercherà tua morte,

e morirai anchora per pene aspre e forte. –

84

Aldando questo, lo dolente padre                                                    665

ala sua vita [109] non fo sì dolente,

forte chiamando la Verzene madre:

– Ora m' aita di questro al prexente!  –

E pur, aldendo quele parole ladre [110],

presto dete sentenzia inmantinente                                           670

che da matina [111], per sua gran tristizia,

Stefano menato fose ala iustizia [112];

85

e ivi la testa al filio fose taiata.

O, quanto l'inperarixe fo contenta,

avendo el padre de filio sentenzia data!                                    675

Retorno ali filosofi con sua artenta [113],

che per sienzia in ogni fiata

sapeva dela sentenzia tanto lenta,

che 'l padre a morir avea sentenziato

lo suo caro fiolo tanto delicato.                                                  680

86

Pasò la note e l' alba sì aparia;

Lenziles, lo primo filosofo saputo,

che dela stronomia l'arte sì sapria,

a bon' ora per tenpo el fo venuto

davanti dalo inperadore; e con so dizeria                                 685

prima mente lo li donò saluto;

e lo inperatore, molto inniquitoxo [114],

respoxe a Lenziles molto furioxo:

87

– Per mille volte tu se lo mal venuto,

o falso traditor, a mia prexenza ;                                               690

morire io ti farò qui al postuto,

e de algun de voi non aparerà semenza.

Lo mio fiolo voi aveti instruto,

ch'el m'à voluto fare tal violenza.

Ma lui e tuti voi insieme morirete,                                             695

falsi ribaldi, che atradito m'avete. –

88

Respoxe lo filosofo con sua sienzia:

– O sacra maiestà, guarda quel che fai.

Sì savio inperator, e di tanta potenzia,

per la mia fe, tropo falato hai!                                                   700

Non creder che 'l to fiolo di tal clemenzia

contra di te questo pensase mai.

E a una femena, la qual questo à pensato,

tu vuoli dar fede al suo vil pecato?

89

Non voler creder a femena sì fata,                                                  705

la quale zerto è di mala condizione [115].

Se a me crederai questa fiata,

tu no 'l farai morir contra raxone.

Costei voleva con sua mala derata [116]

farte violenzia con quel bel garzone,                                      710

el qual tal pecato nonn'à consentito;

e sapi che questo si è el vero partito [117]

90

E se lo tuo fiolo alzider [118] tu farai,

di te sì avignerà come d'un cavaliero,

che per una so moier ebe dolor asai,                                      715

e morire feze uno suo bon livriero.  –

Dise l'inperatore: – Hora me dirai

come fo quelo fato tuto intiero. –

Presto el filosofo a lui à parlato:

– La morte al tuo fiolo abi induxiato [119]                            720

91

per lo dì de ozi, et io t'averò dito

come quel fato fono veramente;

e se lo mio parlare non serà stabelito,

e che a voi el non piaza di prexente,

lui e me poi dentro sto sito                                                      725

fazine zustixiar palexe mente.

Ma se le mie parole v' arà a consonare

dala morte lo vostro fiol farete induxiare. –

92

Questo aldando, lo gran inperatore.

de sto partito ne fo molto contento:                                       730

e subito sì comandòno in quele ore

che induxiato fose la morte e lo tormento

al suo fiolo, degno di honore;

e obedito fo lo suo gran conmandamento.

La morte a Stefano qui fo induxiato:                                    735

Lenziles filosofo cusì ave parlato.

93

Avanti che del filosofo dicha el parlare,

e' trovo, signori, in ogni quaderno

dove che instorie se àno a rimare,

riposo prende ogni parlar moderno,                                     740

fazando ponto; e poi novo cantare

prenzipia a fare, sicome io dizerno;

le qual de numero di stanzie à stabelito,

segondo come lo conpositor prende partito.

94

Et ancora io volio dar riposso                                                        745

a voi et a me a uno trato.

Qui finirò questo canto zoiosso;

ma di particular numero, zascun ò avixato,

non potria dire lo mio parlar copiosso,

perchè questa instoria, con suo bel tratato,                           750

son condizionata con suo beli esenpli:

per me ad ogni uno un canto sì se adenpli [120].

95

Ben che de simel numero non posa fare

le stanzie d'ogni cantar, qui arò dito;

ma in pui e meno dirà lo mio parlare                                   755

l' instoria tuta, fin libro finito.

Ora, signori, ritornati a scoltare

quelo che lo filosofo averà dito.

Per me pregate lo Spirito Santo.

Qui vi ò finito lo primo canto.                                               780

Note

___________________________________

 

[1] voglio trascrivere la vicenda dalla prosa in rima e trarre la storia proprio da un antico raconto in prosa.

[2] honestade: virtù

[3] lo latoe: lo allattò

[4]  fono: fu

[5] dislatato: svezzato.

[6] Dopo aver scritto perder, si corresse la prima r, senza inserirne un'altra tra il p e l'e. (Rajna)

[7]  fono desliale: era insincera.

[8] dezuno: digiuno: l'autore parla contro chiunque ha voglia di sposarsi e prega di prendere una donna di pari età o di voler restare senza donna.

[9] cresuto si funo: crebbe

[10] L'imperatore disse loro parlando: prendete subito questo mio figliolo e ammaestratelo bene affinche sia lodato da tutti e quando sarà il momento sappia governare il grande impero romano che gli spetta.

[11] in zerte bandi: in un certo posto

[12] zercha: circa

[13] L'imperatore fece edificare un nobile e meraviglioso palazzodove doveva abitare il saggio figliuolo coi suoi maestri, e abitarvi pieno di gagliardia e qualche volta prendere anche gioia e divertimento

[14] indinuarli: insegnargli

[15] ivi si iaze: lì si giace,: è la camera da letto

[16] Fece anche costruire una bella camera, dove si dorme, che aveva sette lati e su ciascuna facciata fece dipingere la rappresentazione di una delle sette arti imperiali, ve lo racconto dicendo la verità, senza finzioni.

[17] dottrina di una disciplina, conoscenza: ciò che v'è di più profondo e nascosto in una determinata 'arte'.

[18] E questi filosofi, ciascuno di grande ingegno, fecero costruire in mezzo alla stanza un letto che per mezzo di ruote di legno girava su se stesso, e sette letti, per i filosofi, ciascuno sotto la parete che rappresentava la propria arte (maistria)

[19] È probabile che sia da correggere E ivi. Cfr. per es., st. 85.

[20] inteligienza: conoscenza

[21] strononomia: astronomia

[22] doto: dotto

[23] per ogni riviera: in ogni contrada, regione

[24] negromanzia: arte di evocare i morti per consultarli su cose occulte o per prevedere il futuro

[25] ezelante: pronto e coscienzioso

[26] adestro: abile, capace

[27] rismetricha: Aritmetica

[28] insinato: insegnato

[29] Donato è certamente il grammatico più conosciuto del mondo latino; "Donato" era chiamato il libro contenente la raccolta dei modelli espressivi linguistici e retorici

[30] Questi fu Catone, che legge i maestri nei 'Donati' e corregge gli studenti

[31] inprexe di boto: imparò subito

[32] altana: alta

[33] apprese quest'arte, che è molto importante, con tanta profondità da far meravigliare il suo stesso maestro

[34] mansueto: paziente

[35] E in tre anni aveva tanto imparato che in tre anni aveva superato tutti i suoi stessi maestri

[36] e capiva il giro degli astri nel cielo

[37] Ciascuno di loro si meravigliava conoscendo gli elementi profondi della scienza e molto ciascuno amava il discepolo e tutti lo servivano ed onoravano .

[38] artilio: capacità di esporre le conoscenze

[39] insegnamogli con chiarezza a sapere svelare e chiarire ogni sogno

[40] ligeremo: legheremo

[41] soprana: magica

[42] deschiarato: chiarito

[43] ve inprometo: vi garantisco

[44] Guardo i vostri letti e poi il mio: e vi assicuro che sono più alti del solito. E vi dico anche chiaramente che il mio letto si è alzato sette volte più del vostro

[45] Questo giovane è saggio al di là di ogni dubbio

[46] somo: è - siate certo che egli è più

[47] contato: raccontato

[48] dopo la madre di Stefano, un'altra volta l'imperatore era stato sposato, ma non fino al momento in cui erano trascorsi i tre anni di Stefano con i sette saggi.

[49] il vostro aspetto non fa vedere che siete senza moglie

[50] avete vedovato: siete stato vedovo

[51] non è una cosa degna per voi di vivere di vivere a questo modo

[52] reditate: erede, figlio

[53] seno: senno

[54] e senza tralasciare nulla, cercarono in Roma e in tutto il suo territorio, per quanto grande sia

[55] e colegaro: si coricò

[56] Alla donna piaceva un modo più energico e movimentato di fare l'amore, il il marito era vecchio e con poche forze e non poteva sopportare una tale animata fatica, perché la sua virilità, ora  infievolita, non sta molto turgida

[57] sua: singolare per plurale: Stefano molto si rallegrava per il loro arrivo

[58] E i sette saggi gli raccontarono del matrimonio di suo padre

[59] zerimonio: cerimonia

[60] demonio: atto peccaminoso, peccato, errore. – Che errore è questo commesso da mio padre?

[61] potrei: avrebbe potuto

[62] mesazeri: messaggeri

[63] Dapoi: Dopo

[64] Dopo le nozze passarono due anni e più e il giovinetto continuava a studiare; altri messaggeri andarono ancora all'imperatore raccontandogli le virtù e i pregi del figlio. La regina, udendo parlare del giovane, molto dolore provava a quel racconto e verso Stefano provava una grande invidia.

[65] pondo: peso (voce lat.)

[66]  di prexente: subito

[67] zolia: gioia

[68] dama di altura: nobile dama

[69] sazo: saggio

[70] con ati isneli: senza perder tempo

[71] gli riportarono il messaggio, l'ambasciata

[72] astrologi: saggi

[73] moto: motto, parola, discorso (Ascolti ciascuno le mie parole perché ciò che sto dicendo non me lo sto sognando. Guadate quel pianeta comparso all'improvviso, che chiaramente dimostra che l'imperatrice ha ordinato la morte di questo nostro discepolo così felice).

[74] fare dispensa: provvedere

[75] in che maniera potrebbero risolvere il problema di evitare la morte tanto scellerata a Stefano, che è saggio

[76] scapolare: scampare, liberarsi

[77] con suo zestii: coi propri atti

[78] zieli: il significante per il significato: la terribile sorte rappresentata dalla disposizione e dalla presenza nel cielo di quell'astro assente fino a poco prima

[79] E grande dolore provava per questo fatto

[80] adato: nel senso di intelligente, pronto a capire le cose

[81] pensavano: pensava (falso plurale, il sogg. è Stefano)

[82] barato: baratro (della morte)

[83] verso nord

[84] e capì il sogno che aveva fatto e che aveva già raccontato ai sette saggi (v. ottave 29-32)

[85] hai: ha (la terza persona diventa disinvoltamente seconda per esigenze di rima)

[86] saputo: sapiente, colto, dotto

[87] Maestri sapienti, ciascuno di voi, secondo la propria scienza, abbia una acuta pensata, perché a ciascuno di voi toccherà una giornata (nella quale ottenere che venga rimandata la mia morte)

[88] scomenzando: incominciando

[89] sane: sa

[90] a non falare: senza sbagliare

[91] ad alta voce: con voce ferma e rassicurante

[92] ingiostro: cimento, lotta

[93] Ora, figliuolo, vai senza paura, che sappiamo cosa fare per liberarti dal maleficio dell'imperatrice

[94] senziero: tranquillo, senza pensieri

[95] metèno: misero

[96] E poi tutti lo raccomandavano a Dio e pregavano per lui san Pietro e gli altri Santi

[97] sazo: savio

[98] squadro: sguardo

[99]  insia, da insire: in questo caso: usciva

[100] disexe: discese

[101] morto vorrei essere in questo momento

[102] Ho zio d'orto: O nobile donna (vedi anche IV-5) - avegna zanza: avvenga invano. - Zanza aveva il significato di "ciancia" (es. Statuti di Cecina) - O nobile donna, fa che questo non sia solo una ciancia.

[103] se rese: si arrese (alla volontà del padre)

[104] e' moro: io muoio.

[105] se no per galder te: se non per godere te

[106] si dispera tirandosi i biondi capelli e squarciando la gonna dorata

[107] s'anida: esce allarmata dalle stanze

[108] moto: motto, parola

[109] ala soa vita: nel corso della sua vita

[110] ascoltando quelle parole disoneste

[111] da matina: all'indomani mattina

[112] fosse portato al luogo adibito all'esecuzione della condanna capitale

[113] artenta: attenzione all'evolversi della situazione

[114] inniquitoxo: adirato

[115] condizione: scarsa qualità morale

[116] mala derata: cattivo guadagno, tornaconto

[117] vero partito: fatto veramente accaduto, cioò che è successo

[118] alzider: uccidere

[119] abi induxiato: fai rimandare per il giorno di oggi

[120] ad ogni esempio corrisponderà un canto

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  Sette Savi canto II

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Ultimo aggiornamento: 06 gennaio 2008