Anonimo

Storia di Stefano

figliuolo d'un Imperatore di Roma

Edizione di riferimento

* Storia di Stefano figliolo d'un imperatore di Roma, versione in ottava rima, Libro dei sette savi, a cura di Pio Rajna, Commissione per i testi di lingua, edizione di Gaetano Romagnoli, Bologna 1880

* Segnaliamo la ristampa fotomeccanica eseguita dalla Editrice Forni di Bologna

PREFAZIONE

I ventitrè canti che qui mi faccio a pubblicare, non son davvero nè un testo di lingua, nè un monumento di dialetto, nè un esemplare di buona poesia. Il linguaggio è un guazzabuglio di elementi letterarii e dialettali; le ottave, ci offrono bensì il solito intreccio di rime, ma se lo procacciano, a tacere degli altri arbitrii e delle infinite goffaggini, piantandosi loco et foco nel gran magazzino delle zeppe; i versi ci rappresentano un'aspirazione all'endecasillabo, riuscita vana, pur troppo, il maggior numero delle volte.

E non si faccia qui avanti qualche anima pietosa, a voler mettere, poichè tutto non si può, almeno lo strazio della lingua e del verso sulla coscienza, certo molto lorda, degli amanuensi. La pietà sarebbe assai mal collocata. Un numero stragrande di versi non sarebbe mai riducibile al tipo normale, se non per via delle più strane operazioni chirurgiche, che la fantasia di un operatore in delirio possa mai aver sognato. E l'osservazione diligente delle rime ci convince che anche la lingua, del poema fu dall'origine degna del ritmo. Nessun dubbio, insomma, che il reo principale non sia propriamente l'autore, e che al trascrittore o ai trascrittori dacchè ignoriamo se un solo anello o più d'uno stian di mezzo tra la nostra copia e l'autografo – non sia da attribuire soltanto la parte di complici.

Presentare al pubblico un essere così deforme, non è cosa da garbar troppo a nessuno, quando ciò non richieda l'interesse della scienza. Però titubai molto tempo prima di decidermi a mettere in luce questa composizione. Se al primo averla tra le mani, la speranza che fosse ben grande l'importanza sua per la conoscenza della gran famiglia zingaresca cui ha l'onore di appartenere, m'aveva subito dato il pensiero della pubblicazione, più tardi, allorchè, considerato più davvicino il mio individuo, me ne vidi scornare il valore etnologico in grazia della stretta rassomiglianza con altri rappresentanti del medesimo tipo, recedetti dal primo proposito. Mi parve allora che un esame diligente, un'analisi accurata, e un certo numero di saggi, bastasser per ora; e che la pubblicazione integrale potesse, con comodo mio e senza danno del pubblico, esser lasciata a taluno di coloro, che si dedicheranno alle letterature medioevali, quando il campo, adesso così fitto di spighe, sarà tutto mietuto, e, per raccattar qualcosa, bisognerà rassegnarsi ad andar spigolando.

Fermo in cotale idea, presi a scrivere un lungo studio, e ne inserii due parti nel settimo volume della Romania [1]. Mancava sempre una terza, la quale, indugiata a stendere fino a poco tempo fa, troverà posto in un prossimo numero.

Fu nel mettere insieme questa terza parte che mi persuasi di aver rinunziato a torto alla pubblicazione integrale. Il testo non aveva, è ben vero, tutta l'importanza che avevo sperato dapprincipio: era però sempre un ramo d'un albero meraviglioso, propagginatosi dall'India per una gran parte dell'Asia e per tutta l'Europa, e che ha una storia di interesse veramente supremo; che se il ramo somigliava moltissimo ad altri, e manifestamente si dipartiva da un ramo secondario ben noto, e non già dal tronco, esso possedeva pur sempre caratteristiche sue proprie, tali da renderlo meritevolissimo di attenzione.

Queste ragioni m'eran per altro familiari da un pezzo; eppure non eran bastate a farmi vincere la ripugnanza a dar fuori 706 stanze tutte mostruose, dalla prima all'ultima. Ciò che di nuovo s'aggiunse a dare il tracollo alla bilancia, fu l'aver riconosciuto maggiore che non pensassi l'interesse dei racconti peculiari al testo in rima, che appunto formano il soggetto della terza parte del mio lavoro. Son racconti tutti appartenenti a ceppi notissimi; ma mentre mi figuravo che dei più, se non di tutti quanti, si potesse indicare la fonte diretta, alla prova constatai che la fonte rimaneva sempre celata, e che l'indagine conduceva solo a riconoscere somiglianze, ora più, ora meno prossime, manifestamente dovute a canali sotterranei. Pertanto si veniva ad aver qui un materiale nuovo, che i comparatori di novelle dovevan di sicuro desiderare di potere all'occasione adoperare integralmente.

Oltre alle ragioni intrinseche, una considerazione estrinseca contribuì non poco a decidermi. Il manoscritto non improbabilmente unico della Storia di Stefano appartiene a un mio ottimo e venerato amico, il marchese Gerolamo d'Adda, nome caro ai bibliografi, e caro altrettanto a chi coltiva la storia delle arti belle. La sua singolare benevolenza, che già anni addietro lo portò ad affidarmi per un tempo non breve il pregevolissimo codice, e a permettere che tutto lo trascrivessi per uso mio, non mi sarebbe mancata neppure questa volta; e potevo esser sicuro di ottenerne, e la facoltà del pubblicare, ed ogni agevolezza, perchè l'edizione riuscisse al possibile conforme all'originale.

Decisa dunque la pubblicazione, essa doveva di necessità aver effetto in un volume separato, e non già in un periodico. Ed eccolo il volume, legato collo studio inserito e da inserire nella Romania per via di vincoli strettissimi. Il volume è un supplemento allo studio, a cui naturalmente ho rinunziato a far seguire una coda di saggi. E lo studio è per il volume un'introduzione indispensabile, alla quale i lettori si contenteranno di esser rimandati per tutte le questioni critiche. Riprodurla qui, sarebbe stato affatto impossibile per ragione di mole.

Solo, alle cose dette colà mi piova di fare alcune correzioni e parecchie aggiunte. Esse si riferiscono allo spoglio glottologico, che dovette di necessità avvantaggiarsi, e, in generale, del lungo praticare col testo portato dalla stampa, e in particolare di una doppia revisione delle bozze sul codice, che la rara cortesia dell'egregio suo possessore pose spontaneamente e lasciò in mia mano per tutto il tempo che la stampa è dovuta durare. Prima tuttavia di volgermi a questa parte, mi è necessario di render conto dei criterii seguiti nella pubblicazione.

Per un testo qual è il nostro e che ci sta davanti in un solo manoscritto, non potevo di certo propormi, in massima, altro sistema, che la riproduzione fedele. L'autore ha un bel supplicarci espressamente di correggere ogni fallo:

E priegove, signori, cortexe mente,

Che ogni falo che voi atrovarete,

Che d' aconzarlo ve sia ala mente;

O mio che sia, o d'altri, amendarete.

Color che li rescrive, lizier mente

Fano di fali, e voi lo antivederete.

(stanza ultima)

Quanto agli errori suoi proprii, che non siano mere sviste materiali, il correggerli sarebbe ciò che si potesse immaginare di più ripugnante alla critica moderna. Bensì desidereremmo ardentemente di togliere gli spropositi dei menanti; ma come fare a distinguerli dai peccati di origine, una volta che 'l autore stesso ci si è rivelato capace di tutto?

Vincolati dunque per necessità al principio della riproduzione fedele, non possiamo qui nemmeno eliminare ciò che eliminiam sempre, vale a dire quelle vocali di uscita che guastano solo in apparenza la misura del verso, in quanto non volevano poi esser pronunziate. Cotali eliminazioni son di norma più che legittime; ma il caso nostro fa eccezione alla regola, una volta che nessuno è in grado di discernere dalle semplici apparenze di colpa le colpe vere e proprie. Del resto avvertirò, a conforto di chi si volesse rammaricare, che l'occasione di questi accorciamenti sarebbe qui assai più rara del solito.

Col porre il principio del riprodur fedelmente, non sono già, come penserà taluno, tolte di mezzo implicitamente tutte le dubbiezze a cui sogliono essere esposti gli editori. Sarebbero, solo quando si riproducesse l'originale a facsimile; ma dovendo far uso di tipi, la riproduzione è sempre di necessità una trasformazione. E allora ecco rientrare per la finestra le questioni che si potevan credere cacciate dalla porta.

La prima di tutte si è quella della lettura corretta. S'ha un bel dire; ma non c'è pratica paleografica che salvi da ogni incertezza. Così per me fu un problema, assai spinoso, se in un gran numero di casi fosse da leggere più, o invece pui. Dato l'impasto generale del nostro linguaggio, si supporrebbe che, trattandosi di un vocabolo così comune, l'autore non potesse ignorare la forma letteraria e toscana, e dovesse evitare un pui, prettamente dialettale per l'Italia (cfr. mil. , prov. pus e pos, accanto al più usitato plus ). Mettiamo che gli sfuggisse a volte: parrebbe improbabile che se ne volesse servire abitualmente. E va pur notato che il più riesce come provato implicitamente dal piue, IX. 15, piui, IX. 2, XV. 74. – E nondimeno, come scrivesse propriamente l'autore, non posso decidere: ma che nel nostro codice sia da leggere anche nei casi graficamente dubbi piuttosto pui che più, è la conclusione a cui mi son dovuto ridurre da ultimo.

Dalla collocazione dei punti – giacchè il nostro codice è tra quelli che concedono agli i il beneficio di un segno diacritico – non posso ricevere il lume che sarei in diritto di aspettarmene; il trascrittore bada troppo poco a metterli al loro vero posto, e spesso li colloca a destra, talora anche a sinistra, in modo che in caso di contestazione possibile non si sa mai decidere con certezza a chi spettino propriamente. Tuttavia dice pur qualcosa il fatto, che nella parola in questione il pulito sta di norma sopra la terza asta, e non si trova mai, o solo in qualche rarissimo caso, sopra la seconda; mai, ch' io rammenti, sopra la prima.

E un altro fatto è ancor più significativo. Mentre non ho nessun più sicuro, parecchi pui non patiscon dubbio. Ne occorre taluno in rima: I. 50, XVII. 29; ma ce n'è poi varii anche nel corpo del verso, sotto la forma non equivoca di puj – I, 27, 45; VI. 34; XV. 16, 17, 70, 73; XVII. 3, 4. Giacché, una particolarità della nostra scrittura, comune del resto nell'Italia del settentrione, porta che si rappresenti spessissimo l'i, particolarmente in fine di parola, con un'asta prolungata al di sotto della linea, ossia con un j.

Qui parrà di scovare un argomento in favore dei più: se dovesse leggersi comunemente poi sarebbe da aspettarsi un numero ben più considerevole di puj. – Ma, viceversa, se si avesse da leggere più bisognerebbe pure aspettarsi un qualche pju. E in favore del pui parla anche l'attenta osservazione di peculiarità minori nella conformazione delle lettere; peculiarità che non basterebbero a dimostrare da sole; ma che, come conferma, valgono anch'esse non poco.

Un'altra gran fonte di incertezze por un editore coscienzioso, sta nel determinar bene quando e in che modo sian da dividere e da congiungere i vocaboli. Immaginare che si possa mai per questa parte limitarsi a riprodurre il manoscritto, non può se non chi mai non abbia avuto nè a legger manoscritti, nè a fabbricare edizioni. Ai guai soliti, s'aggiunge in certe varietà di scrittura, segnatamente per l'Italia settentrionale, e quindi anche nel caso nostro, quello di un'infinità di casi, dove non si può dir propriamente che ci sia nel codice nè congiunzione nè disgiunzione. Oltre all'unione e alla separazione, occorre qui il semplice ravvicinamento, del quale giova bene osservare e studiare le leggi, ma che poi non metterebbe conto di rendere nella stampa con qualche artificio speciale. Tanto più che la semiunione si confonde spesso di necessità, da una parte coll'unione vera, colla separazione dall'altra; e s'alterna anche realmente ad ogni passo e con questa e con quella.

Ho dunque agito liberamente colle agglomerazioni, sciogliendole tacitamente dovunque mi paresse oppurtuno. Ma il far ciò mi espose, come sempre avviene, ad imbarazzi; giacché la distinzione degli elementi costitutivi riesce a volte assai difficile e dubbiosa. Trovando per es. I. 26, de di ede note eda tute le ore (cfr. anche XXIII. 13), chi saprebbe dirci se se n' abbia a cavare ed a oppure e da? Fortunatamente due casi di un da tute hore ben netto, XV. 39, e XVII. 35, chiariscono la questione. – Zene, VI. 9, VII. 7, poteva essere a priori tanto ze n'è quanto z'ene. – Similmente rimane incerto molte volte se un a premesso ad un infinito dipendente da avere costituisca un composto, od un semplice agglomerato, servan d'esempio ebeno asediare, XI. 1; aveo apalentare, XIII. 5. Sintatticamente, ambedue le ipotesi sono accettabili. E nasce anche un dubbio ben forte, che ci sia qui stata elisione di vocali, a quel modo che abuto, III. 14, si vede aver perduta la sua iniziale, espulsa, o piuttosto ingoiata, dall'à che precedeva. E invece di elisione potè anche meglio prodursi coalescenza.

Le medesime incertezze si ripetono per gli innumerevoli chel, che possono essere tanto ch'el quanto che 'l e che forse il più delle volte non sarebbero a rigore nè l'una cosa nè l'altra, ma dovrebbero esser considerati come un prodotto neutro, in cui ambedue gli elementi abbian portato una quota di suono vocale. Però forse in molti casi avrei fatto meglio a mantenere intatta l'unione. – Qui dubito soltanto di non essermi appigliato al partito migliore; dichiaro invece apertamente di aver errato sciogliendo per due volte, I. 69, VI. 3, liera in li era, per egli era. Dovevo invece scrivere, com' ebbero poi a persuadermene osservazioni più complete, l'iera. E così scrissi difatti le altre volte.

All'ampia libertà dello sciogliere fa riscontro la facoltà del legare. Ma di questa, come si manifesta ben minore il bisogno, dacchè la tendenza degli amanuensi è sempre nel senso delle unioni, è anche convenevole di usar solo con molta cautela. In generale, ciò che è disunito nei codici merita di rimaner tale. E tali dovevan rimanere, e sono rimasti, i molti avverbi in mente bipartiti conforme all'etimologia: chiara mente, I. 55, fesa mente, ib. 57, tenera mente, ib. 73, e via di seguito. Cotal modo di scrivere era comune anche nella Toscana, e indica come una certa coscienza della composizione persistesse in Italia – non però in essa soltanto – più a lungo di quanto si penserebbe; sebbene d'altra parte sarebbe un grosso errore il farla persistere finché durò la grafia, posto che la scrittura è un'arte per eccellenza abitudinaria.

Ma il nostro amanuense inclina pur anche a dar scomposte molte altre parole. Nulla è più comune che jn peratore, in peratrixe, allo stesso modo abbiamo jn tendendo I. 66, jn zenerato III. 7, ecc. ecc.; e seguendo l'analogia, non solo arriviamo ad jn sonio 1. 61, jn tiero IV. 7, ma altresì fino a lo chorse VI. 36, le feto IX. 29, la pidato XIII. 2, la juti XVII. 11; come se le prime sillabe rappresentasser l'articolo. Ebbene, una volta constatata e dovuta correggere siffatta tendenza, non ho più potuto dar valore ad altre scomposizioni, che altrimenti avrebber meritato rispetto; ed ho risaldato jn mantinente, jn fina, e simili altre voci. Non metterò peraltro nel numero dei risaldamenti l'aver unito coll'articolo la preposizione e posto delo, alo ecc. anche nei casi dove il codice offriva solo ravvicinati i due elementi; poichè le unioni imperfette son da ragguagliare piuttosto alle unioni vere, che alle separazioni decise.

Negli esempi citati si son visti apparire parecchi j, che non si ritroveranno nel testo; Gli è che, siccome lo stuolo innumerevole degli j avrebbe prodotto gratuitamente un serio imbarazzo nella composizione tipografica e richiesta la fusione apposita di un buon numero di tipi, sostituii dovunque semplici i. Ciò dopo essermi bene accertato che si trattava di una mera abitudine grafica senza alcun valore fonetico. Chè, se il segno j si trova rappresentar soprattutto l'i atono finale, non è che non s'abbia spessissimo in ogni altra posizione, e che non serva altresì per l'i tonico e originariamente lungo: jnperatrjxe I. 71, rajna IV. 6, marjto VIII. 4, coprja X. 18. barjlj XIII. 7. ecc. ecc.

Queste sono lo poche licenze che mi son preso col testo; dacchè spetta al numero dei doveri, non delle licenze,  l'aver corretto (sempre del resto registrando in nota la lezione del codice o facendo che essa apparisse col rinchiudere tra parentesi quadre le lettere aggiunte) quelli che mi parvero indubbiamente semplici errori d'oocchio o di mano.

Dell'indubitabilità, tutti, credo, converranno nel maggior numero dei casi; qualche volta tuttavia taluno potrà dissentire. Troverà forse difensori, coll'argomento della protonicità, l'achaxato per accusato XIV. 17, che a me, in mezzo alle molte forme coll'u, è parso una mera svista. Volendo salvar l'a, scriverei acha[xo]nato; cfr. p. es. III. 15. Similmente qualcuno sarà tentato di difendere ere per era, XI. 12, XV. 3; nel qual caso farei avvertire che gli esempi, per una voce che occorre centinaia di volte, dovrebbero esser ben più frequenti; e non crederei neppure inutile di chiamare a confronto ere rubato per ebe rubato, XIII. 19, dovuto, se non erro, a una specie di assimilazione effimera della consonante, a quel modo che gli altri casi mi pajon da attribuire a un'assimilazione di vocale. Così etore, torre, X. 12, erato dove converrebbe ratto meglio che errato, ib. 17, potrebbero parere casi di e prostetico; e ad essi taluno raccosterebbe forse enuda XI. 5, da me scomposto in e nuda. Ma se la prostesi di a nel territorio veneto è fenomeno ben noto, questa di e riuscirebbe per contro un fatto strano, particolarmente in condizioni così disparate. Infine, per venir al caso più comprensivo, si vorrà forse vedere la caduta di una nasale pur dove a me parve invece più probabile la dimenticanza della lineetta sovrapposta che bastava a rappresentarla; dimenticanza in cui era troppo facile cadere, e commessa d'altronde senza alcun dubbio c. XV, st. 10, XXIII. 22, dove le rime ci attestano che spade va corretto in spande, abondazia in abondanzia. Ebbene, ho supposto, non senza titubanza, l'inavvertenza medesima per jperatore, jperadore, jperator I. 73, III. 16, IV. 9, 21, V. 9; per jperatrize III. 18, V. 1: esempi parecchi, ma che cessan di apparir tali, quando si ragguaglino alla gran moltitudine delle forme in cui la nasale è espressa. Analogamente ho scartato jpensare IX. 10; jpie XVIII. 1; j XVII. 3; più sicuramente adò III. 11 ; baldazoxo VIII. 8; mazato IX. 27.

Ma di sicuro saranno molto più i casi dove taluni fra i lettori vorranno andare più in là di me. A volte con buona ragione; talora fors'anche a torto. Errerebbe, per es., chi supponesse tralasciato il segno della nasale in lutano XII. 6, lutane XXIII. 26. Queste son forme perfettamente accertate da numerosi esempi, dalla vocale stessa e dal confronto di luitano in altri testi settentrionali. Ed errerebbe non meno chi avventurasse un'analoga supposizione per covien IV. 8, VI. 29, covinente VI. 25, X. 19, choveniente XV. 56, nonostante che s'abbia convegnia XXI. 2, 3, convegnivase ib. 1. In questo tema la caduta del suono n era comunissima nell'Alta Italia; e non c'è neppure bisogno di ricorrere ai riscontri men prossimi che ci sarebber subito dati dal provenzale e dal francese [2].

Del resto, è ben sicuro che la Storia di Stefano, inviterebbe a un numero di correzioni assai maggiore di quelle da me introdotte; senonchè, con un testo siffatto, a me parve di dovermi limitare alle sicure e alle indispensabili; altrimenti non so dove avrei potuto fermarmi. Quindi non ho toccato per nulla l'ortografia, per quanto a volte assolutamente erronea; e, p. es., sebbene al segno x convenga solo il valore del s sonoro, ho lasciato tal quale fluxo per flusso o fluso IV. 16, paxa per passa o pasa XV. 22, e simili, mantenendo poi, viceversa, chassa per chaxa o chasa XIV. 5, XIX. 20. Dato anche che il colpevole non sia qui l'autore, queste e altre simili irregolarità, nè danno luogo a illazioni false, nè intralciano l'intelligenza.

Bensì l'intelligenza è intralciata spesso dalla sintassi arruffata e spropositata. Ma siccome la colpa, per questo rispetto, è senza dubbio dell'autore il più delle volte, sarebbe stata colpa altrettanto grave in me il voler metter mano nella lezione, salvo quando la correzione s'offriva evidente. Piuttosto avrei soggiunto in nota delle dichiarazioni, se a ciò non fosse bisognato molto più spazio di quanto meritasse la cosa. Un senso il lettore riuscirà pur sempre a ricavarlo; e le interpretazioni mie traspariranno per solito abbastanza anche dalla semplice interpunzione.

Di apostrofi e accenti ho fatto un uso assai parco, e avrei forse potuto esser più parco ancora. Non mi pento tuttavia di aver distinto il avverbio dal si pronome, nonostante che spessissimo dinanzi ai verbi non si possa decidere con sicurezza se si tratti dell'uno o dell'altro. Volli con ciò mostrare volta per volta quel che a me paresse più probabile; omettendo la distinzione mi sarebbe parso di mascherare dietro uno schermo assai comodo un'indecisione riprovevole. Non distinsi invece coll'accento il chè avverbio dal che congiunzione, trattandosi in realtà di un solo e identico vocabolo.

Alle lettere in corsivo che s'incontreranno qualche volta frammiste al carattere rotondo, corrisponde nel codice taluno dei pochi segni di abbreviazione, che sono in uso lì dentro. Ricorsi a questo modo di rappresentazione solo eccezionalmente, non per i casi, di gran lunga più numerosi, dove il sapere che vi sia stato qualcosa da sciogliere non serviva proprio a nulla, non essendovi luogo, nè a dubbi, nè a congetture. Da n corsive si vedranno rappresentate tutte le nasali seguite da labiali, che nel manoscritto erano indicate dalla semplice lineetta; por un eccesso di scrupolo, se si vuole; giacchè, delle infinite volte, dove l'amanuense scrive per disteso, non una sola gli accade di servirsi in cotale posizione di m, invece che di n.

Bastino queste cose a dar conto del come abbia cercato di soddisfare al mio compito di editore. Compito modesto, ma assai meno facile di quel che paja; e che oltre a una diligenza e a una buona fede a tutta prova – quest' ultima più rara assai che non si creda – richiede una riflessione persistentemente esercitata anche sulle minime cose. Aggiungerei, una dose molto considerevole di sagacia; ma di questa ognuno mette quel tanto che può.

Restano i supplementi, che ho detto di voler soggiungere al succinto spoglio glottologico dato nella Romania, t. VII. p. 46–51. Correggo alcuni errori, aggiungo fatti ed esempi. Le cose troppo ovvie tralascio anche qui come allora, non trattandosi, nè potendosi trattare, di fornire uno schema del dialetto veneziano; non indico dunque nè gli ulteriori assibilamenti delle momentanee palatine, nè lo scadimento a sonore delle sorde tra vocali, nè le riduzioni delle formole, ìlio, ìlia ecc. Così pure trascuro per solito le forme offerte unicamento dalle rime, perchè mancanti di sufficiente guareutigia. Le forme, non i vocaboli; quanto a questi, occorrendo a ogni modo che possano esser avvisati tra gli altri, li distinguo con un asterisco.

 

Suoni

Vocali.

 

l. Toniche.

A: *spia XII. 14, spada, che sarebbe, se mai, un'evoluzione ulteriore di spea. Cfr. galia, X. 24, accanto a galea ib. 21.

E: Si surroghi spiero a spiera, e s'aggiunga erieda ad eriede. Da notare altresì il frequente misier, misiere, misiero.

I: liga XXI. 24, * licha XIX. 5.

O: dolo in parecchi esempi.

AU: texaro? X. 27; –– (+ dent.) fraldi VII. 15.

 

2. Atone.

A: (in sillaba protonica) Da aggiunger quarela. Sopprimerei invece achaxato XIV. 17, che già ponevo come dubbio. – (Nella penult. sill. di uno sdrucciolo) filosafo I. 14.

E: infevelito IV. 1, mentre: infievelito I. 41.

I: livò XVIII. 1; stomichare XV. 20; – apariò IX. 30, X. 19, 21.

O: romasto IX. 45, romaxo XII. 5, romagni XII. 18, sopelire XII. 3; – fonito XVI. 11, dove, nè segue una labiale, nè si presenta qual fattore l'assimilazione, come in sotorada, m'è parso mero errore per fornito.

 

Aferesi: sto, sta ecc.. questo –a (esto), lo, la, per eloa; lustrissimo XXII. 21: parisente XV. 12, accanto ad aparisente: Serpina XI. 7, Proserpina; seguire III. 18, seguirai ib. 13, seguito  XV. 7, eseguire ecc. levato III. 1, allevato, scose XIII. 8, ascose, durete XIII. 6, accanto ad adurai XV. 42, aduse ib. 16, aduto ib. 19.

Sincope di atona interna: Si sopprima mistra, essendomi convinto che nel passo donde avevo creduto di ricavare la forma, II. 16, è da legger misero. S'aggiunga invece disbratone XIX. 20, sbarazzò.

Prefisso a dinanzi a verbi e sostantivi verbali: acrese XVII. 34, agionto IV. 5, azonse XIX. 21, arobar IX. 6, abindase XIX. 4, abindoli ib. 5, aserava XV. 4, aserata IX. 11, astrense XXII. 23, aprexiato XXI. 7, 10, aricordava e arecordava ib. 7, 8, arecorderai ib.6; –arichordanza XIII. 3, aricordo (sost.) XXII. 2, avanto XX. 5, XXIII. 54. Toglierei actien di dove sta, e lo porterei poche linee sotto, parendomi che vada letto piuttosto artien (XIV. 11 ). E là è da aggiungere artignerane XXI. 39.

Elisione dell'a iniziale di un verbo dopo à, ha: 'buto III. 14. Per elisioni consimili avvenute forse molte volte anche dopo a preposizione, Stava a 'ldirlo ho scritto XXI. 7.

Persistenza d'iato: Da correggere un error di stampa: non realegare, ma realegrare.

Consonanti.

L: quanto a pui, che ritengo adesso la forma di gran lunga predominante, abbiamo già detto; – resto XIX. 5, lesto, se non erro.

R: pender I. 7, è da considerare come mero errore, tenuto conto delle condizioni in presenta. V. la nota al luogo. – Un r epantetico avremmo in frola VI. 7 (cfr. fronda, frustagno ecc.) e questro (?) I. 84. E qui sarebbe pur da considerare il sospetto descriarir XXIII. 55, giacchè il l si continua nel vocabolo in altra maniera.

Sibilanti: oferiso XXIII. 16; – siolto XIII. 3, disiplina XIII. 22, sienzia passim, selerata XIV. 7, uso XIV. 4, asugavase XIX. 9, sugeroe XXIII. 5, ecc.

M: norbeda mente XV. 1. Cfr. nembri nel Beitrag del Mussafia, p. 16.

N: Conservatosi dinanzi a s in mensfato III. 7; non colpito dall'assimilazione in inmantinente, inmaginava, inmaginose, conmemorato, conmemorazione ecc.; caduto all'incontro in vieme XVII. 13, vienimi. Ai casi di epentesi si aggiunga onfensione XX. 6, e si sottragga zintà, derivato unicamente da un mio errore di trascrizione.

V : Caduto in più casi. Iniziale: huodava XV. 79? L'h, per quanto fuor di luogo, mostra pure che il trascrittore non dovette qui pronunziare vodava. Come termine di confronto potrebbe addursi il veneziano ose, voce. – Fra vocali: viuto XVII. 9, aùto XVII. 34. Dinanzi a r: sora XXI. 38, sorastando XVIII. 11.Invece un v s' interpone a rimuover l'iato in biava XXIII. 31. Un'alterazione notevole ci offre conguiene XVII. 2, di fronte a vardase XII. 4 e simili.

Palatine: negliente XXI. 35.

Dentali: temorava (?) XXIII. 32. Un d preservato dalla solita assimilazione progressiva in no 'nde n'o. Per artento merita d'esser notato che gli esempi abbondano.

Labiali: pater d' ala II. 18; revelar XIII. 4? V. il luogo e la nota.

Forme:

Articolo: Accanto il solito del, dela, qualche dil, e, frequenti di la o dila, e simili. Frequente altresì di per dei. – el, sarà mai en–lo, come in provenzale, XVIII. 6, XX. 3?

Pronomi: e', io, comunissimo; mi, pur come soggetto. VI. 12, XIX. 16. – lo, la, occorrono assai spesso ancor essi in ufficio di soggetti, in cambio di el, elo, ela; citerò, tra cento e più esempi, I. 86, II. 17, VIII. 8, IX. 13, X. 1, 2. – li, i a lui , a lei, essi, a loro. –– acolei, colei, XIX. 1? – tuo, to, premessi al nome, fungono o da maschile e da femminile, e da singolare e da plurale: i tuo comandi XV. 50, le tuo squadre IX. 44, to bixogna XII. 16, to male sorte XII. 18.

Sostantivi. Quanto al genere, si noti rede maschile, XXI. 17, 18. – II. 13, parrebbe di avere un esempio di sangue femminile; e i confronti affluirebbero; tuttavia, siccome del resto il nome è costantemente maschile (VI. 25, 26, 28, 30, 34), può darsi che l'apparenza sia da imputar solo alla rima, se pur vermia non si volesse da qualcuno prender come verbo, e non come aggettivo. Femminili singolari da plurali neutri, zilia e ziglia XV. 65, XXI. 5, XXII. 21, XXIII. 37, feramenta IX. 3. Si osservi come il valore continui in quest'ultimo caso ad esser quello di un plurale. – Tra i plurali segnalerò, come forme, mure VIII. 4, straze XV. 64, stente XV. 14, 22, deda XXII. 17, 22, 23, dede ib. 13, 22, dete ib. 14, dita ib. 12.

Verbi. Essere: tu è XXI. 18, sei; sete, siete; – fu XXIII. 40, fui, mentre la 3.a p.a è fo. Alle forme già notate per tu sia, cioè si III. 12, e sei. II. 16, XVII. 24, par da aggiungere se I. 87; cui risponde il plurale sete I. 34, siate; – fosti XIV. 15, tu fossi; – iera sta fato IX. 25, l'era sta inganato X. 26, era sta refudato XV. 44.

Avere: è XVI. 10, ho; à VII. 7, XI. 11, XII. 17, XVII. 7, XXI. 24, hai; avemo XVIII. 14; avè XVII. 25, avete; – arà VI. 7, avrai; –– avesti XVII. 5, tu avessi; – auto XVII. 34, avuto.

Altri verbi: von I. 1, vado; diè XVII. 22, debbo; fa XV. 19, fai; diè XVII. 31, XXIII. 23, deve; dizemo XXI. 12; – staxea XVIII. 13, stava; – darali, dirali XVII. 24, gli darai, gli dirai; intenderè XVII. 16, intenderete; i guarderai XV. 75, guarderanno; – criti XVIII. 44, credetti, vulsi XXII. 28, dov'è manifestissimo l'effetto dell'i finale sulla tonica; cfr. volse, volle; del pari abbiamo viti alla 1.a p.a, sete IX. 45, X. 3 alla 3.a (ma vite X. 26); – fexe, fece; vive (o vivè?) XXIII. 53, visse; piazete X. 3, cresete III. 6; – porta, manza, dicha, ch' io porti ecc.; debia XXII. 15, ch'egli debba; fate IV. 20, uzideti X. 27, che facciate, che uccidiate; – volesti X. 12, tu volessi; faxesti nella Rom. va mutato in fazesti, come poi il condizionale achuserave è da scrivere più esattamente achuxerave (XVII. 13); – mostri. XXII. 22, mostrati, *monti XXIII. 13, montati; – voliendo XXII. 1: tornendo XIX. 18, è dovuto di certo allo studio di evitare le forme dialettali in –ando, combinato coll'ignoranza delle distinzioni speciali; in rima abbiam pur dimorendo XXIII. 29; – da notare a parte, perchè la peculiarità non istà nelle terminazioni, pagerò XVII. 22, pagerà, pageria XVII. 9; ligerai XVII. 7.

Composiz. con re–, dove l'it. ha re–ad: a ricomendato s'aggiunga ricomandò, rechomandolo.

Composti, in luogo di semplici, o meno complessi: incanbiava XV. 59; inspaurito III. 11; despartisse XII. 18; ricomendato XX. 12, commendato.

Vocaboli

*Agumero (me) – IX. 41, mi confondo, mi avviluppo, e propriamente, se non m'inganno, mi aggomitolo, da glomus. Per gl- = g-, cfr. gomitolo stesso; poi cavicchio (claviculus), e nel nostro testo il frequentissimo pui. Fuor di rima avremmo probabilmente agomero.

anperò – XVIII. 14, 15, XXIII. 42, tuttavia.

aora – Più volte è scritto anche ahora: p. es. VIII. 10, X. 27; ben più meritevole di nota adora I. 71, ahore trovo solo in rima, e quindi come forma sospetta: XV. 77, XVII. 13.

apresarse – XV. 27, affrettarsi.

aprovo – nel suo proprio uso locale XV. 88, XVI. 11; aprovo me, col senso, se non erro, di secondo me, a mio giudizio, XVII. 2.

arente – non costrutto con da, XII. 4: arente quel molimento; assoluto XXIII. 37.

asà – XV. 47, assai.

balconada – XXIII. 9, balcone.

* brula (nol cura una) – XV. 5. Il senso della frase è chiarissimo; quanto al valore proprio del vocabolo non disconviene quello che brula ha tuttavia in veneziano, cioè giunco.

* canbra – IV. 21, sdegno, ira? Forse il vocabolo non è altro che camola, tarlo, di cui una forma cambra, naturalissima a ogni modo, mi è provata dal diminutivo cambrin, che si conserva, per es., nei dialetti valtellinesi. Se il traslato sia cosa dell'autore, stretto dalla rima, oppur no, non saprei dire adesso.

chavalo –– XV. 53, punizione ben nota delle vecchie scuole.

* comerchio – XV. 63, XVII. 27. I due passi si oscurano, invece di chiarirsi a vicenda, e la voce rimane sempre da spiegare.

da davero – XVII. 13, daddovero.

damatina – VII. 16, accanto a doman da matina III. 10, XIV. 19. XXIII. 34, e domane XIV. 19. Come si vede, in domattina, che è pur del veneto antico. (V. p. es. il Rainardo e Lesengrino v. 670 ) l'o è dovuto al m che segue, anzichè all'o di domani. Quanto al da, V. Sintassi.

da po – Devo avvertire, a rettificazione, che, se il testo non usa il dopo, adopera peraltro la forma dapoi non meno spesso di da po; p. es., dapoi la so morte XXIII. 44.

desvala – XV. 81, calare, e qui, propriamente, passare, detto di un piatto a tavola, da collegare probabilmente col fatto che, chi siede a mensa in un posto di minor onore, è detto stare di sotu XV. 26.

discopare – XV. 83, uccidere; composto col dis- o des-, così famigliare al veneto antico, e il notissimo copare, tosc. accoppare.

drieto – X. 27, dopo, di tempo.

* egressa – VIII. 14. La voce è qui forse usata fuor di luogo. A ogni modo parrebbe da mettere col prov. e ant. fr. engres e famiglia.

fina – XV. 35, finchè; fin zerti zorni XVII. 22, a capo di alcuni giorni; fin tre die XXI. 15, entro tre giorni.

fine (fare le male) – XIV. 2, trescare. Fina avrebbe qui forse il senso del fin pr., e del finis medievale in genere, cioè, pace, accordo?

folaro – XVII. 9, manifestamente una moneta di poco valore.

* induzia – XVII. 23, indugio.

* inniquitato – XVII. 27, adirato; fuor di rima inniquitoxo.

* iscognosuto – X. 25, che non conosco, stolto.

lavoriero – XIX. 6, lavoro; forma non ignota all'antico toscano.

* magaldo – IX. 18. Il senso par esser furfante; l'etimologia mi è oscura.

maieta – XV. 37. Non so che altro vederci, se non un diminutivo di maglio, ossia marte!lo. Cfr., per il femmin., il lomb. majöla. Il martello sarebbe attribuito a Dio, come simbolo della giustizia punitiva. Ma questa mia è, naturalmente, una mera ipotesi, giustificata solo dal non scorgerne adesso di migliori.

manestra – XV. 26, scodella. Il veneziano moderno ha manestro e il diminutivo manestrin, col significato di ramajolo e ramajolino; ma un riscontro ancor migliore s'ha nel milanese menestrinna, che appunto vale propriamente scodella. Quanto al verbo manestrare, scodellare, è vivo sempre anche nel veneziano.

misiere – oltrechè occorrerci col senso generico di signore, s'ha con quello di suocero XV. 16; e missier significa tuttavia suocero a Venezia. Ma anche in un altro valore speciale incontriamo il vocabolo, cioè con quello di nonno XV. 46, 48; e questo trova un riscontro ancor vivo nel milanese del contado, che possiede messee o missee in questo stesso significato, e non in altro.

mo, * mone –– Ora.

montone – V. 80, mucchio. Voce ben nota

* nèricho – XIX. 2, vocabolo forse alterato per la rima. Non lo posso supporre addirittura inventato.

paisssa– II. 16, caccia, nel significato di preda; paisare ib. 15, inseguire la preda, cacciare. Il sostantivo vive tuttavia nel veneziano, ed è definito dal Boerio: « Termine o gergo de' Cacciatori, e vuol dire Selvatico di qualunque sorta siasi; ma s'intende quello che si presenta per esser cacciato. »

persentire – IX. 20, persentuto XV. 58, nell'uso del testo poco differisce dal semplice sentire. La preposizione in composizione col verbo sarà forse il noto pro, piuttosto che per; cfr. percazar, comunissimo negli antichi testi veneti, e nel nostro stesso percholatia IX. 1 , 4 , procuratia.

* pervaxo – XII. 5, scellerato; da ricondurre a perverso? Pare un po' difficile, se la terminazione non si considera come arbitraria; ma ancor più difficile sembrerebbe di veder qui uno speciale rampollo del ceppo a cui appartiene malvagio.

* pieda – XV. 4. Il senso parrebbe richiedere fanciulla, oppure – ma meno probabilmente – orfana.

piedo – X. 23. Inclinerei a identificare il vocabolo con placitum, attraverso a piaito; l'e avrebbe presso a poco l'origine stessa che in e, ho, da ai. Cfr. lo sp. pieito.

pluxor – occorre anche come maschile, XV, 46.

purasai – XV. 78, XVII. 1, assai. V. Mussafia, Beitrag, 91. La formazione di questa voce complessa si manifesta bene XVI. 3, dove il pur sembra conservare la sua forza primitiva.

ramin – XXIII. 37, brocca di rame.

* redoto – XI. 3, timore.

rendendo – XV. 20, vomitando.

rescovrati (o restovrati ??) – XV. 75, resi. Ma vedi la nota.

* rivolo (a) – VI. 17, subito. Cfr. in questo volo VII. 17, adesso, in un volo XV. 55, XXI. 33, prontamente.

* rivolto – XVI. 1, ritorno.

* rùzere (mi ò a) – V. 7, lagnare. Non è altro che il ven. ruzar, alterato forse per ragion della rima. Quanto al senso, il vocabolo presenta un caso analogo a quello del rugnire, illustrato dal Mussafia nel Beitrag, p. 96. Si deve trattare di una voce designante un grido animalesco, trasportata a diventare anche l'espressione del malcontento umano; giacchè non si può dubitare che tra i vari significati di ruzar, il primitivo non sia il ringhiar de' cani, e da esso non provengano per metafora gli altri, e segnatamente quello di brontolare e borbottare.

salvati ecc. – Agli esempi citati si aggiunga salvava XV. 61, salvato XV. 28, 66, salvando XV. 59. E il significato più solito è riporre.

sangiozando – Avrei dovuto rimandare anche al Beitrag, dove s'ha e s'illustra pregozar, p. 91. Dell'omissione mi avvertì gentilmente il Mussafia stesso.

scolari – XXIII. 3, viene a significar dotti. Cfr. l'inglese scholar.

* screnita – XIV. 13, scherno, per quel che mi pare. Cfr. stramita accanto a stormo.

sguxire – Ancora il Mussafia ebbe la cortesia di rammentarmi lo sgosio del Rainardo e Lesengrino, V. 759. Ed è lo stesso vocabolo l'antiquato nostro ciausire e il francese choisir, pr. causir, chausir.

* solia (neve di) – XIX. l0. Credo di non dover vedere nel vocabolo nulla di più recondito che il soglia, limitare, ven. sogia. La neve caduta sulla soglia, e però sulla pietra, si presenta più bianca, perchè non mescolata col fango.

* solia –beffa, antico italiano soja, ven. sogia, specialmente nella frase dar la sogia.

studiare una pianta – III. 3, curarla, coltivarla diligentemente.

tamixato, -A. IX. 34, 35, stacciato -a. Voce nota.

trafurare – X. 12, rubare.

ultimate – XIV. 49, ultimamente.

vergonza – Si aggiunga vergonzare VIII. 4, ve vergonzate XV. 57.

zafone (can) – XV. 15, forse, cane da guardia. Sarà mai da collegare con zafo, birro?

zapare – IX. 11, 44, calpestare; voce veneziana ancor viva, da collegare evidentemente con zampa. E si veda il Diez, Et. W., II.3 435.

zavariado (seti) – propr. avete delirato, come mi nota il Mussafia. La voce è viva: V. il Boerio.

* zonfo – Che è Sostantivo XVIII. 18, occorre anche come aggettivo VI. 30. E brazo zonfo è un'espressione veneziana, non morta forse ancora del tutto. Il Boerio la trovava nelle parti di S. Nicolò. Nel caso nostro il vocabolo si riferisce sempre al braccio, ma l' uso pare alquanto forzato. Gli è che fu la rima quella che indusse a ricorrere a questa parola.

Sintassi

Alcune peculiarità sintattiche non sono indegne di nota.

Odiava molto Romani XIII. 4,

acordose con Romani XVIII. 15,

Cartazenesi con Romani guerizò XXII. 1.

prendere guera con Romani ib. 2,

Romani, avendo a zo saputo el modo ib.,

mi dicono che i nomi di popolo possono (cfr. XXII. 24, 25 ) far a meno dell'articolo.

Un oggetto personale parrebbe, come nello spanuolo e nei dialetti meridionali, occorrerci col segnacaso di dativo XVI. 2, a tuti . . . aria tolto a prova; XVIII. 14, ma zertamente a te criti aver morto; XXIII. 33, e come a pelegrini lo re li à azetato.

Levare abbiamo in più forme usato intransitivamente, ossia con valore di riflessivo: VI. 22, XIX. 9, XX. 1. XXII. 1, 9, 15, XXIII. 41; similmente sentare, asentare, XV. 26, XVIII. 7, XXIII. 38, mostrò XVII. 27. Per contro va avvertito l'uso transitivo di due verbi ordinariamente intransitivi: zegnò el marito XI. 30; lo mio padre . . . non ti stentava VI. 30. Da rilevare altresì la costruzione di derubare IX. 40: da lei dirobava.

A un chi interrogativo s' aggiunge, come tuttora nelle parlate dell'Alta Italia, un che pleonastico: adimandar feze chi che avea IX. 27; ma chi che 'l fece cognoser non potia ib. 16.

Da rilevare il largo uso della preposizione da, specialmente in casi dove il toscano dice solitamente di.

Con sostantivi:

lo signor dal zardino III. 1,

el vechio dal zardino XVII. 32,

la casa dalo avere XV. 33,

i do barili dal texoro XIII. 19,

conpare dal'anelo X. 23,

seno da drieto X. 25.

Con avverbi:

doman da matina I. 51, III. 10, XIV. 19,

davanti da lui XIII. 10,

dav. dalo inperadore XXI. 30, (dav. delo inperator XIII. 13

dentro dala pianza XIII. 3,

fuore dela zità e dentro da Ravena XV. 2,

sopra da quela XXII. 13.

Con verbi: rosixato da sangue II. 17,

morire da fame XXIII. 21,

da fredo portava pene XV. 16,

lo re da paura ben volea morire XXIII. 13,

per levarse el fastidio da sto putino XV. 49,

ò da charo XVII. 3,

da charo avendo XVIII. 15,

da caro mi ene XX. 12,

lo vechio è da charo tenuto XXI. 38 (cfr. questo m' è a caro XVII. 6 ),

se fezeno (si fece) da malata XIX. 2,

se da volerne aldire te fai oferta XV. 87 (cfr. lo fiolo dato padre s'avia oferto XXI. 5),

non era modo da chazarlo XXII. 10.

Assoluto, in maniera da costituire modi avverbiali:

da tute hore XV. 39, XVII. 35.

Per ultimo, avvertirò un vero intercalare. L' autore interpone ad ogni momento un dico, come accade a tanti e tanti nel discorrere.

 

Milano, 27 luglio 1880.

Pio Rajna

 

Note

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[1] Una versione in ottava rima del libro dei Sette Savi, pag. 22-51 e 369-406 (num. 25 e 27)

[2] Nondimeno, siccome il v, non rappresentato per lo più in queste voci dal solito u, protende la sua coda sopra l'o, ebbi a domandarmi se a questa non si fosse mai voluto commettere anche l'ufficio di tilde. Il confronto di molti casi, dove l'amanuense non s'era nient'affatto, per ragion della coda, creduto esente dall'obbligo di scrivere o indicare il n, mi portò ben presto a una risposta decisamente negativa

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Ultimo aggiornamento: 06 gennaio 2008