Pio Rajna

Una versione in ottava rima

del libro dei Sette Savi

Introduzione

Edizione di riferimento:

Romania, recueil trimestriel consacré a l'étude des langues et des littératures romanes, publié par Paul Meyer et Gaston Paris. Pur remenbrer des ancessurs les diz et les faiz et les murs. wace. 7e année  1878. Paris, F. Vieweg, LibraireEditeur 67, Rue Richelieu; Reprinted with the permission of Librairie Honoré Champion Editeur Johnson Reprint CorporationKraus Reprint Corporation.

3a parte[1]

Resta da occuparsi del gruppo di novelle, che la nostra versione inserisce tra il racconto del settimo Savio (Puteus) e quello del Principe (Vaticinium), a cui finalmente gli astri permettono di riaprire la bocca. Qual giudizio sia da portare complessivamente di questo gruppo, s'è visto di già; abbiamo a fare con una giunta arbitraria e malaccorta[2]; se propriamente del rimatore, o invece d'un prosatore di cui egli si contentasse di verseggiare alla peggio il dettato, convenne lasciar dubbio[3]. Il tempo, mettendo in luce nuovi documenti, risolverà forse la questione; per adesso le incertezze e le lacune nella storia del Libro dei Sette Savi sono ancor tante, che una più, una meno, vuol dire ben poco, e non aggrava punto la coscienza di chi è costretto a lasciarla sussistere.

Le novelle aggiunte costituiscon dunque un tutto qua dentro, e potevano forse costituirlo anche in un altro testo, ma non si trovan strette per nulla da una solidarietà di vecchia data. Però hanno un interesse individuale, anziché collettivo. E ad una ad una bisogna quindi esaminarle, come nuove versioni di temi, qual più, qual men noto, sforzandosi di assegnare a ciascuna il suo posto nella famiglia sua propria.

1. Onora il padre e la madre.

La serie comincia con tre racconti, che la matrigna c'infila senza mai interrompersi. Essi  particolarmente i due primi  hanno tra di loro strette affinità, tantoché dai moderni[4] se ne registrano non di rado le une accanto alle altre, o anche promiscuamente, le varianti molteplici. E ciò non senza ragione. Il tema fondamentale della triplice famiglia è realmente il medesimo. Genitori imprudenti abbandonano ai figli o alle figlie, ammogliatisi o andate a marito, l'intera loro sostanza. Più o men presto si vedono rimunerati colla più nera ingratitudine, ridotti a mancar d'ogni cosa, maltrattati. Ma alla fine, o un miracolo celeste, o un rinsavimento prodotto da cause più umane, oppure anche un'astuzia, rendono ai poveri vecchi le cure e il benessere, a cui hanno diritto.

a. Il figlio ingrato.

Un ricchissimo e savio borghese di Ravenna, vedovo da cinque anni, ha un unico figliuolo, ben educato, dell'età di vent'anni, al quale vuole dar moglie. Molti ambirebbero il parentado; ma il padre, anziché accogliere le proposte spontanee, mette lui gli occhi sopra una giovinetta orfana e bella, che recherebbe in dote ben venticinquemila fiorini. La fa dunque richiedere ai parenti; sennonché questi sono restii, temendo ch'egli stesso possa riprender moglie, sicché poi, nascendo altri figliuoli, l'eredità abbia ad andar divisa. Un amico stretto del nostro borghese, in pari tempo congiunto della fanciulla, si mette di mezzo, proponendo alle due parti, che il padre faccia donazione d'ogni suo avere al figliuolo. Il partito è subito accettato, e le nozze si fanno con gran festa.  Passa un certo tempo, e viene alla luce un bambino. La puerpera, visitata in quell'occasione da molti, vuole dal marito la camera del suocero, la più bella e agiata della casa, il suo desiderio è adempito, ed essa confina il vecchio in un'angusta soffitta, priva di focolare e miseramente arredata. Il poveretto sopporta pazientemente, e se ne sta lassù a tremare l'inverno, mentre i figli si godono il fuoco. Alla fine, ridotto a non avere neppur più mantello per uscire, prega il figlio di fargliene uno; ma la nuora, sollecita, non lascia, e gli dà invece un mantello del marito, logoro e stralogoro. Similmente, avendo egli dovuto chiedere una coltre, perché l'antica non sta più insieme, costei lo rimanda con una schiavina tutta strappata, dov'era solito dormire un cane. A tanto si arriva, che l'infelice non osa nemmeno più presentarsi a tavola, e patisce anche la fame; e la nuora spietata, non contenta ancora, si duole aspramente col marito, perché tolleri in casa cotesto vecchio stomachevole, che tosse sempre, e baciucchiando i bambini, li farà intisichire. Ha una casipola cadente: ce lo mandi a vivere con tre ducati l'anno, finché la morte si ostina a non liberarli di tanto tormento. Il marito, debole, s'induce subito anche a questa nuova crudeltà.  Viene la pasqua; il povero vecchio, non avendo che mangiare, pensa d'andar a casa del figlio, che non gli negherà l'elemosina di qualche cibo. Ma il figlio, non appena egli bussa all'uscio, s'affretta a far riporre un grasso cappone, che già stava sulla tavola imbandita. Dopo di ciò lo si lascia entrare; lo si mette a sedere alla sinistra, e gli si danno solo certi brodetti, di cui nessun altro tocca. S'accorge egli bene come le cose stanno; e, mangiato alla peggio, riparte. Ora s'ordina di riportare il cappone. Ma il cappone è diventato una biscia, la quale, come si scopre il piatto, s'avventa alla gola dell'ingrato figliuolo, e minaccia di strozzarlo. Pianti dirotti della moglie. Un santo vescovo accorre con molto clero, e avuta la confessione del colpevole che gli si prostra dinanzi, manda per il padre. Questi accorre, e piange lui pure, vedendo il figlio a tal partito. Il vescovo gli dice, come sia rimesso in sua facoltà di liberarlo, oppur no. II vecchio non tituba; toglie colle sue proprie mani il serpente dalla gola del figlio, e quindi abbraccia chi lo aveva così maltrattato. Né per verità ha poi da pentirsene; il figlio da quel giorno, ravveduto e riconoscente, rimette in suo arbitrio ogni avere, e insieme colla moglie e coi figliuoli pone ogni studio nel servirlo e onorarlo fino alla morte.

Carattere distintivo di questo racconto è la catastrofe miracolosa, che ci conduce difilato a una fonte ecclesiastica. E difatti i più antichi riscontri ci son dati dal Dialogus Miraculorum di Cesario d'Heisterbach, dist. VI, c. 22 [5], e dal Liber Apum di Tommaso da Cantimpré, l. II, c. 7, part. 5. Entrambi gli autori pretendono di narrare casi accaduti recentemente nelle parti loro. Colla versione di Tommaso pajono accordarsi due redazioni in antico francese, una rimata, del secolo xiii, un'altra prosaica, attribuita al xiv [6]. E ci s'accorda altresì, salvo qualche lieve differenza e qualche mutazione arbitraria [7], la versione compendiosa della Scala Caeli. Il fatto culminante, in una forma che in parte risponde a Tommaso, in parte a Cesario, fu raccolto anche nella tradizione orale dai Grimm, ed inserito nei Kinder and Hausmeerchen, al n° 145 [8].

Anche la nostra redazione si presenta in condizioni analoghe a quelle della novella popolare: essa conviene in generale assai bene coll'esposizione di Tommaso, ma ha pur tratti che riscontrano invece con Cesario. Il mostro che s'avventa al figlio ingrato è una serpe, come nel Dialogus Miraculorum, mentre il Liber Apum e compagnia parlano d'un rospo; e questa serpe è metamorfosi del volatile riposto per non farne parte al vecchio, dovecché presso il Cantimpratense il rospo fa la sua apparizione avviticchiato a cotesto volatile [9]. il quale nel Liber Apum  noto la circostanza, sebbene di poco rilievo  è un'oca; nel Dialogus Miraculorum un pollo [10], più prossimo dunque al cappone nostro. E il pollo, al pari del cappone, è già imbandito quando il vecchio sopraggiunge; l'oca, in quella vece, sta arrostendo sullo spiedo [11].

Per certi altri tratti la nostra versione trova riscontro in individui più lontani della triplice famiglia, e particolarmente nel secondo ramo, di cui si verrà a parlare or ora. Vittima dell'ingratitudine è in Cesario la madre; in Tommaso, padre e madre ad un tempo; presso di noi il padre soltanto, come in tutti i rampolli degli altri due rami [12]. E si fa espressa menzione della sua vedovanza, come in più redazioni della Houce partie, cioé nella più ampia delle due che s'hanno in francese [13] e nelle tedesche [14]. La richiesta di panni da coprirsi deve pur essa procurarsi riscontri dagl'individui della seconda famiglia, pronti tutti quanti a fornirgliene. E da essi bisogna pure se li procacci la parte odiosa assegnata alla nuora.

Ma qui la rispondenza più degna di nota, perché più specifica, è quella che l'episodio dell'allontanamento del vecchio dalla camera sua trova nella redazione tedesca dell'Hufferer. Lì pure il padre occupa « ain schoen kemnat » (v. 62). Trascorso un certo tempo, la nuora dichiara al marito che, dovendosi sgravare, proprio quella camera le è necessaria [15]. E il marito subito la contenta, e fa portare in un'altra camera, che precede a quella, il letto e gli abiti del padre. Come poi è avvenuto il parto e trascorso il tempo del puerperio, la donna trova che il suocero anche lì dov'è ora la disturba, e pretende di aver bisogno pur di quest'altra camera. Così essa induce il marito a confinare il padre in un sottoscala.

Questi riscontri cogli altri tipi, potrebbero in parte provenire da contaminazioni; il narratore ha presenti anche quelli, poiché passerà poi subito a darcene una versione; ma, né è probabile che così s'abbia a ritenere per tutti, né, in ogni caso, la contaminazione si presta a spiegare i contatti promiscui con Cesario e con Tommaso. Bisogna conchiudere che la versione nostra fa capo ad una, distinta, nonostante le strette somiglianze, da quelle che questi due autori ci rappresentano. E Tommaso e Cesario hanno un bel pretendere di riferire un fatto recente in realtà ci devono ricantare un esempio, che correva da un pezzo sulle bocche dei predicatori. Figuriamoci quante forme esso avesse dovuto assumere per effetto delle continue ripetizioni mnemoniche! Ché il tema dell'ingratitudine filiale, anche indipendentemente dalle opportunità del vivere quotidiano, s'imponeva alla trattazione quante volte, spiegando il decalogo, s'arrivava al quarto comandamento: Onora il padre e la madre.

Insieme coi tratti che la versione dei nostri Savi ha comuni con altre, essa ne contiene taluni peculiari a lei. Così è cosa sua propria la localizzazione in Ravenna. Similmente qui solo vediamo il pentimento seguito da una pronta liberazione del colpevole. Nel Dialogus Miraculorum, nel Liber Apum, e nei loro parenti più stretti il tormento si prolunga per anni, durante i quali l'infelice va ramingo, mostrando di terra in terra il castigo e narrando il peccato, per ammaestramento universale. E Cesario non parla nemmeno espressamente di una finale liberazione, sebbene di certo le parole sue non la escludan neppure.

Un'altra nota caratteristica della nostra versione  questa meritevole di attenzione assai maggiore  sta in ciò, che cotesta liberazione è rimessa totalmente all'arbitrio del padre offeso, il quale, con nobilissimo tratto, non dubita un istante, e non dà luogo ad altro sentimento che la pietà e l'affetto paterno. Non so se abbiam qui una felice innovazione, oppure invece un'emanazione dal modello primitivo; alla seconda ipotesi condurrebbe il trovare qualcosa di simile in Cesario, dove la madre segue di chiesa in chiesa il carro su cui il figliuolo è trasportato ramingo « poenae ejus compatiens materno affectu. »

Soggiungo una riflessione generale. Considerando gli strettissimi rapporti tra questo racconto e l'altro di cui mi faccio ora a discorrere, non posso rattenermi da un forte sospetto, che in quello sia da riconoscere anche il prototipo dell'attuale. Che i due tipi provengano da un unico ceppo, par certo assai probabile. La vera differenza tra di loro si riduce alla catastrofe, miracolosa nell'uno, umana per sé stessa nell'altro, ancorché spesso gli autori voglian pure vederci la mano guidatrice della provvidenza. ora, se ci trasportiamo alle condizioni del pensiero medievale, si capisce molto bene la sostituzione del miracolo al fatto umano, non così bene quella del fatto umano al miracolo. Un predicatore dovrebbe, per crescere efficacia all'esempio, aver appiccicato alla narrazione, quale soleva ripetersi dai soliti recitatori di storie, una chiusa soprannaturale, che incutesse all'uditorio un più salutare terrore [16].

b. Il nipotino.

Ci fu a Roma un padre, che, come il precedente, dette ogni sua facoltà al figliuolo, raccogliendone il medesimo frutto. Questi « Di la sua bona camera a poco a poco lo discazone In simile maniera come l'altro feze » (st. 37); lo allontanò dalla mensa, relegandolo a mangiare in un angolo pan nero ed avanzi, quando, cogliendo l'occasione d'ogni minima vigilia, non lo teneva addirittura a digiuno; non lo degnò più d'uno sguardo, non gli ricambiò più neppure il saluto. Questo figlio snaturato ha un suo bambino di dieci anni, che ama invece teneramente il nonno, e ne è ricambiato di pari affetto. II povero vecchio, venuto in bisogno d'un mantello e non osando parlare da sé, dice al nipote di domandarlo per lui. Il fanciullo non se lo fa ripeter due volte; minacciato dal padre, insiste; e colla sua importunità vince alla fine, se si può dir vincere l'ottenere un mantello tutto strappato, rifiuto d'un famiglio. Ma, ammaestrato da Dio, il bambino ripone quel cencio in una sua cassetta, e porta invece al nonno uno dei buoni mantelli del padre, nulla lasciando sapere a nessuno della sostituzione. Lo stesso processo si ripete per un pajo di calze, per una coltre, per un par di lenzuoli, e per « molte altre cose n (st. 19). Finalmente, un giorno che il figlio crudele sta giocando col bambino, vede cadergli a terra una chiave. Domanda, cosa mai egli tenga rinserrato; e n'ha risposta, che custodisce alcune cose destinate a lui. Aperta allora la cassa, il babbo trova tutti i cenci mandati al vecchio questi il fanciullo riserba per lui e per la madre, quando saranno vecchi essi pure. Rinsavito all'udire e al veder ciò, l'ingrato butta in acqua quei cenci, corre a gettarsi ai piedi del padre, ne ottiene agevolmente il perdono, e quind'innanzi, insieme colla moglie e la famiglia, lo tratta con riverenza somma.

Questo racconto nelle letterature volgari è diffuso più ancora dell'antecedente. Già si son menzionate le due redazioni poetiche in antico francese, designate col titolo di Houce od Houce partie [17]. Un'intitolazione corrispondente anche etimologicamente portano le altre due, menzionate pur esse e pur esse in verso, che incontriamo nella letteratura tedesca medievale: Der kozze e Von dem ritter mit dem koczen. Una versione italiana del principio del quattrocento possediamo in una tra le novelle del Sercambi messe in luce dal Gamba [18] .E altri novellatori parecchi di età più tarda ritrattarono il soggetto; in Italia il Lando [19], il Granucci [20]; in Francia il Le Monnier et l'Imbert [21]. E a tutto ciò son da aggiungere redazioni raccolte dalla bocca del popolo, o in forma prosaica, o in forma poetica [22].

Se da una di queste versioni dovesse derivare la nostra, le ragioni estrinseche porterebbero a cercare l'originale in quella del Sercambi, italiana e di poco anteriore, piuttosto che in qualunque altra. Giova veder subito chiaro in cotesta supponibile derivazione; non tanto per questo caso speciale, ma per mettere in sodo, se il Sercambi possa mai esser stato la fonte, da cui l'anonimo rimaneggiatore dei Sette Savi traesse in genere le novelle aggiunte al testo; ché, sopra dieci, ben quattro hanno riscontro presso il novellatore lucchese; proporzione che sorprende, se si riflette come solo una parte minima dell'opera sia nota finora.

Ebbene, l'emanazione dal Sercambi va esclusa senz'altro. Non dico ciò per il molto di peculiare che la versione nostra ci offre. Solo in essa il bambino sostituisce roba buona ai cenci che gli son dati per il nonno, e questi cenci ripone; nelle altre egli non fa invece che dimezzare o voler dimezzare il mantello o la coperta destinati al vecchio, col proposito di riserbarne una metà per la vecchiaia del padre [23]. E solo in essa gli oggetti riposti o voluti riporre son molti, non uno solo. E così è proprio dei nostri Savi il modo come la catastrofe è introdotta: il giuoco, la chiave caduta, l'aprimento della cassa.

Sennonché, là dove la redazione nostra si distacca da tutte le altre, nulla ci assicura che non abbia innovato di suo arbitrio. E così non mi dice abbastanza neppure il fatto che qui i maltrattamenti vengano unicamente ed esclusivamente dal figlio, mentre nel Sercambi istigatrice della perversa condotta è la nuora [24] e il figlio si mostra pur, poco o tanto, accessibile alla compassione. Questa potrebb'essere una novità introdotta per non ricalcare le orme battute nel racconto precedente; e non sarebbe fuor di luogo il pensare, che l'autore si fosse avvisto, ora almeno, come, sulla bocca dell'imperatrice, tutta intenta a persuadere il marito della reità di Stefano e della necessità di mandarlo a morte, la colpa del figlio dovesse anche negli esempi apparire quanto più grave si potesse, e come fosse un distruggere da sé una buona dose dell'effetto voluto ottenere, lo scaricarne una porzione qualsivoglia sopra spalle femminili.

Ma anche messi da parte questi dati come inservibili, resta sempre di che escludere la derivazione dal Sercambi. Questi, solo ed unico, intromette nell'azione una « fante, » assegnandole una parte, che va tutta a detrimento di quella del fanciullo; costei usurpa l'ufficio d'intermediaria tra il vecchio e il figliuolo, che per l'intrinseca necessità delle cose spetta invece al nipotino. Rispetto al quale sono da rilevare, e conducono anch'esse all'esclusione del Sercambi, vere concordanze tra la versione dei Savi e le tedesche. Sì in questa che in quelle fanciullo e nonno si portano un reciproco affetto; specialmente merita d'esser notato come nella tedesca anonima il bambino passi gran tempo col nonno derelitto [25] (v. 55 segg.), e gli venga portando « tutto quel che può di meglio, e dalla tavola e dalla dispensa; e talora trafugava un vecchio abito, e quello ancora recava all'avo. » Si confronti la versione nostra.

Un'altra concordanza con una delle versioni tedesche, meno attendibile peraltro perché riguardante un concetto che poté riprodursi spontaneamente più volte, sta in ciò, che la condotta del fanciullo è rappresentata come un'inspirazione divina [26] . Non so se forse, in questo modo di metter le cose, sia da scorgere un indizio che, tanto al rimatore germanico quanto all'italiano, il racconto sia pervenuto attraverso ad una redazione ecclesiastica [27] .

Qualche altra concordanza ci sarebbe da rilevare; ma non di tal genere da permettere induzione nessuna. E del resto ciò che importava di constatare s'è accertato di già: il modello del rimaneggiatore dei Sette Savi non è da riconoscere in nessuno degli esemplari segnalati finora; ché, come non lo si può vedere nel racconto del Sercambi, così per motivi analoghi, resi più forti ancora da considerazioni estrinseche troppo evidenti, non è lecito di ravvisarlo in nessuna delle altre redazioni.

Col Sercambi va avvertito, per conchiudere, un contatto peculiare, che resta per adesso inesplicato. La cassa, che ha tanta parte nei Savi, appare anche presso di lui, sebbene sia ben lontana dall'esservi messa nella stessa evidenza. Tagliato in due il pelliccione, il bambino « l'una parte misse in una cassa. » Nelle altre versioni il riporre rimane sempre allo stato d'intenzione; quando al medesimo stato non resti anche il dimezzare, com'è il caso nel più breve dei due fabliaux francesi [28].

c. Il forziere.

Un terzo padre dà ogni suo avere al figliuolo colle solite conseguenze; mal nutrito, servito peggio, vede in casa farglisi da ognuno il viso brusco. Essendone triste e sospiroso, un giorno gli è domandata la cagione da un carissimo compagno suo, già sconsigliatore non ascoltato dell'improvvida donazione. Dopo essersi un po'schermito, manifesta il suo cruccio. L'amico gli offre di andare a star con lui nella sua casa, dov'egli sarà padrone come fosse casa sua propria; se tuttavia non sa indursi a questo partito, faccia allora così. In più riprese si porti in camera diecimila fiorini, che gli saran dati da lui, e, ripostili in un certo scrigno, prenda a numerarli spesso, serrandosi dentro, tanto che quelli di casa se ne avveggano, e tutti se ne certifichino coi loro occhi.  Il vecchio rende grazie della prima offerta, ma non l'accetta; accetta invece il consiglio, e lo manda a esecuzione. Una fantesca si accorge bentosto del suo numerar danaro, e ne dà avviso alla sua signora; essa ridice la cosa al marito; e tutti, venuti a spiare, vedono cogli occhi propri il mucchio dell'oro. La sera, alla cena, un buon cappone è messo dinanzi al vecchio. Questi, dopo alcuni giorni, riporta nascostamente i fiorini all'amico, surrogando ogni sacchetto con una pietra, in modo che il forziere abbia a rimanere ben grave; e alle pietre aggiunge una mazza, con su scritto

Chi questa maza averà a trovare,

Con esa instesa se deza discopare [29].

(St. 83.)

Il figlio continua a circondare il padre di cure, non tralasciando frattanto di sollevare bene spesso la cassa per accertarsi del peso. Morto alla fine il padre, s'affretta ad aprirla; e trovate le pietre e la mazza, rimane solennemente scornato.

Per la bibliografia di questo racconto mi giova rinviare alle illustrazioni del von der Hagen alla 49a narrazione della sua raccolta, e a quelle dell'Oesterley al n° 435 dello Schimpf und Ernst[30]. Si veda anche il Sercambi del D'Ancona, pag. 285, e l'Hist. littér. de la France, XXIII, 194.

Istituiti i debiti confronti, constato anche qui che la fonte immediata del rimaneggiatore dei Sette Savi rimane nascosta. Ci sono però sempre da notare dei rapporti. Considero come fortuito l'incontro parziale colla versione pubblicata dal Wright nelle Latin Stories, n° 26 (p. 28), che dà al vecchio un'unica figlia, come la nostra un figlio solo, mentre la pluralità dei figliuoli è costante nelle altre. In ciò i Sette Savi e il narratore anonimo del Wright si sono manifestamente dipartiti dalla forma primitiva. E una mera conseguenza di una semplificazione siffatta, e quindi un incontro fortuito del pari, vedo in ciò, che le due redazioni si accordano nel fare che il padre dimori col figlio o colla figlia, in luogo di avere anche una casa propria [31]. Ma non mi so indurre a ritenere cosa casuale che l'espediente, in cui consiste il nodo principale dell'azione, mentre è per solito rappresentato come un pensiero del vecchio padre, sia invece un consiglio dato da un intrinseco, come nella versione nostra, così nell'antica tedesca di Rüdiger von Hunthover [32] . Guardando bene, si scorge tra le due versioni un rapporto, che deve avere senza dubbio la sua ragion d'essere in un vincolo qualsivoglia di sangue.

E al gruppo, o ai gruppi, che si vengono così a stabilire, e che si contrappongono al tipo rappresentato e propagato dal Libro degli Scacchi di Giacomo da Cessoles, va pur riportata la variante riassunta, piuttosto che riferita, da Giovanni Juniore nella Scala Caeli [33]. Qui non è menzionata la circostanza, certamente originaria, dell'amicizia; ma il partito è preso per suggerimento altrui: «accepto consilio a quodam sapiente. » S'aggiungerebbe poi in questo caso un altro contatto coi nostri Savi nel forziere, insieme colla solita mazza o maglio, son state messe delle grosse pietre. Va notata l'iscrizione del maglio: « In cuius cauda erat cedula talis tenoris: De quest marcel sy'ensucat Qui per suos enfans s'est deseretat. De isto martello sit excerebratus qui pro filiis est exhereditatus. » Dalla lingua dell'iscrizione bisogna dedurre, o che Giovanni ebbe il racconto dalla tradizione orale della regione in cui viveva, oppure  e questa è l'ipotesi di molto più probabile  che la versione sua va ricondotta, direttamente o indirettamente, a una redazione provenzale smarrita.

Le due circostanze, del consiglio ricevuto  qui pure senza menzione dell'amicizia  e delle pietre nel cofano [34], occorrono altresì nella redazione, posteriore d'un buon tratto, del Pauli. Quanto all'iscrizione della mazza, essa mostra stavolta come per giungere al monaco tedesco il racconto abbia tenuto la via dell'Inghilterra: «darin stuond geschriben also in engelischer Sprach. Kunt und wissen sei aller welt » etc. L'autore parafrasa probabilmente i quattro versi inglesi che si trovano pur riportati nella redazione latina pubblicata dal Wright, e che devon essere ben di sicuro traduzione di altrettanti versi francesi, messi loro in coda. Da ciò si deduce, e che la fonte immediata del Pauli poté anche esser redatta in latino, e che, risalendo più su, arriveremmo quasi di sicuro ad un testo francese.

2. I tordi.

Un artigiano, comperati al mercato nove tordi, li porta a casa alla moglie, femmina ghiotta e infiammata di lussuria, e le dice di cucinarli per la cena. Andatosene pei fatti suoi, la donna mette i tordi allo spiedo, e accuratamente li pillotta. Come son cotti, li leva dallo spiedo e li copre. Ma il marito tarda a ritornare; ed essa, non avendo tregua dalla gola, comincia a mangiare quattro tordi di parte sua, leccandosene poi le dita.

Altri quattro riguarda come spettanti al marito; uno dunque avanza, e la donna pensa che il marito lo assegnerebbe a lei: tanto fa dunque che se lo prenda addirittura. Mangiato quello, la ghiottona considera che, dei quattro tordi che restano, il marito gliene darebbe due; e i due tordi prendono subito la via del suo stomaco. Ma adesso la sopraggiunge una gran paura dei rimproveri che le sovrastano, avendo mangiato sette tordi e lasciatine due soli. Per salvarsi, pensa di dire che i tordi son stati divorati dalla gatta; e, come corollario, si pappa anche gli ultimi due. Riflettendo quindi che il marito ritornerà affamato, s'affretta a mettere al fuoco delle fave.  Ritorna il dabben uomo; la gatta è prontamente accusata, e prontamente punita da lui con una buona salva di bastonate; e il poveretto deve poi rassegnarsi a sfamarsi colle fave. Di queste la moglie non tocca; invitata a mangiarne, risponde d'aver lo stomaco troppo « pieno di pene e di guai. » Il marito di buona fede crede che essa alluda con ciò al gran rincrescimento per il furto della gatta!

Questo nostro racconto è stretto parente del fableau « des Perdriz [35] » e della mære « von den Hasen [36]. » Per l'indicazione delle varianti posteriori si ricorra al von der Hagen (II. xvi) e al Montaiglon (II. 298) [37]. Il confronto mostra subito di gran lunga più prossime tra di loro la redazione tedesca e la francese, che non siano l'una o l'altra alla nostra dei Savi. E così anche le forme posteriori, in quanto almeno sono accessibili a me, stanno con quelle, non con questa. Dappertutto, salvo presso di noi, c'è di mezzo un prete od un giovane, invitato dal marito a mangiare in compagnia sua le pernici o le lepri; è lui che la moglie incolpa del furto. E in nessun'altra variante occorre quel calcolo curioso e caratteristico, che la ghiottornia suggerisce alla donna, e dal quale prende norma il suo divoramento. Insomma, le altre versioni son più complesse, e, anche indipendentemente da ciò, notevolmente diverse.

Abbiam dunque due tipi. Il tratto caratteristico che li distingue consiste nell'esser la colpa rovesciata sulla gatta, oppure invece su di un uomo. Sennonché, mentre i due tipi ci si presentano schietti, quanto all'orditura, l'uno nei Sette Savi, l'altro nella versione tedesca e nelle redazioni più moderne, nell'antico fableau francese par di scorgere una contaminazione. È, come ho detto, il tipo più complesso che propriamente vi è messo in rima; ma l'autore conosceva pur l'altro, e se ne valse per arricchire d'un episodio la sua narrazione. Egli fa che il marito, tornato a casa e domandato conto alla moglie delle pernici, n'abbia in risposta, che le ha mangiate il gatto. Al doloroso annunzio montato in furore, corre addosso alla donna, e le caverebbe gli occhi, se essa non s'affrettasse a gridare, che ha detto per celia, e che le pernici son lì coperte, perché si conservino calde.

Quest'episodio è chiarito [da] una giunta e da considerazioni intrinseche e da riprove estrinseche. Esso nuoce all'azione; ché la ritarda ed impaccia. E non è cosa consentanea alle intenzioni del tema, diretto a mettere in evidenza, insieme colla ghiottornia, anche l'astuzia femminile, che la donna cominci dal muovere un passo falso, in modo da doversi affrettare quanto può a ritrarre il piede. Poi, è chiaro che il marito, tentato d'ingannare una prima volta, sia pur che subito gli si dica di aver voluto celiare, non dovrebbe conservar più quella verginità di fede, che è necessaria perché abbia dopo, senza un sospetto al mondo, a credere alla moglie, quando gli dice che il suo convitato scappa colle pernici.

Quanto alle ragioni estrinseche, sono ben semplici e chiare. Della gatta e di un primo tentativo d'inganno non fa menzione alcuna la versione tedesca, come neppure ne parlano le altre più moderne, che non dipendano esclusivamente dal testo in questione.

La redazione dataci dai nostri Savi rende così ragione di ciò che, senza di lei o d'una sua consanguinea, sarebbe un problema da risolvere. La contaminazione dei tipi analoghi è, come tutti sanno oramai, uno dei processi più comuni nella storia della novelle, dei canti epici, delle leggende, insomma, della narrazione in tutte quante le sue forme. Essa ha luogo spontaneamente e coscientemente, per via di inconscia associazione ideale e per proposito deliberato.

Riguardo all'antica versione tedesca, una cosa merita nota. L'autore ci si designa lui stesso come il Vriolsheimer (v. 130), cioé il Friulano. Ora, il nostro racconto deve, secondo ogni verosimiglianza, aver preso dalla Francia le mosse alle sue peregrinazioni. Però s'avrebbe qui un altro esempio per confermare un fatto poco avvertito e ragguardevole: la letteratura francese non penetrò solo per la via diretta dell'occidente nei dominii tedeschi; essa vi giunse talora anche dal mezzogiorno, mediatrice l'Italia.

3. La prova degli amici [38].

Un savio e ricco padre aveva un figliuolo amatissimo, che spendeva disordinatamente nel convitare compagni. Il padre amorevolmente lo riprendeva di cotesta eccessiva larghezza, che lo condurrebbe a rovina; e il figlio si giustificava dicendo, che così egli si procacciava lode e gran copia d'amici. Di ciò l'esperto vecchio era ben lungi dal convenire: a cotesto modo, piuttosto che amici, s'acquistan nemici, pronti a voltare il dorso appena manchino le feste e i banchetti; in sessant'anni di vita a lui è riuscito di acquistare un mezzo amico soltanto; ma provi prima gli amici suoi, e quindi questo mezzo amico, e veda cosa seguirà. Il giovane, di buon grado, e senza un dubbio al mondo quanto all'esito, consente a far la prova, mediante un espediente suggeritogli dal padre stesso. L'espediente consiste nell'ammazzare un porco, rinchiuderlo in un sacco, e quindi, calata la notte, andarsene col sacco sulle spalle a ciascun amico a richiederlo di ajuto per seppellire questo, che si dice essere il cadavere d'un uomo, che s'è avuto la disgrazia di uccidere. S'incomincia la prova dal compagno creduto più fido, il quale subito risponde con un rifiuto e coll'ingiunzione di partir subito da lui, che non vuol esporsi ad aver bando; e siccome il giovane, meravigliato, osa insistere, l'altro aspramente lo minaccia di denunziarlo, se non s'affretta ad andarsene. Risposte consimili danno ad uno ad uno tutti gli altri pretesi amici. Compiuto l'esperimento di costoro, il giovane ritorna al padre, che allora lo manda dal suo mezzo amico. Questi, sentendo bussare, s'affaccia; e udito essere il figliuolo dell'amico suo, senz'altro vien lui stesso ad aprirgli e lo introduce. Come poi gli è esposto il caso, va col giovane nel giardino, scava una fossa, vi depone il sacco, lo copre, e sopra, per dissimularlo, pianta dei porri. Condotta a termine l'opera, il giovane se ne ritorna a casa al padre suo. E il padre ancora non si ferma a questa prova. Per suo volere il figlio si ripresenta dopo qualche tempo all'amico, richiedendolo insolentemente del pagamento d'un immaginario credito paterno. L'amico sa bene di non dover nulla; pur si contenta di rispondere con bei modi, che farà ragione col padre, e ciò che deve darà. E non si lascia scappar la pazienza neppur quando il giovane ritorna a lui una seconda volta a ripetere la richiesta, e neppur quando una terza, non pago d'insolentire a parole, gli dà « un gran bufeto », ossia una ceffata. Al vedersi così stranamente retribuito del segnalato servigio da lui reso, quell'uomo dabbene si contenta di rispondere: Per male che tu operi, non mi farai già cavare i porri dalla fossa! Ritorna il giovane al padre, e gli dichiara che quind'innanzi non terrà più i modi usati, e si conformerà in tutto a'suoi consigli. il padre lietamente lo abbraccia; e quindi, andato a ringraziare il compagno e a raccontargli tutto il fatto, rallegra non poco lui pure: non perché egli veda sé tratto da un pericolo, ma per il rischio che correva il giovane, se l'omicidio fosse stato reale, e per l'affanno del padre, e perché gli è di consolazione il vedere il figlio dell'amico ridotto così all'obbedienza paterna.

Colla mia esposizione ho ricondotto dinanzi ai lettori una conoscenza ben vecchia. Si tratta d'un racconto, che, in una forma considerevolmente diversa, fu noto anche alla Grecia antica, la quale attribuì un esperimento consimile ad Alcibiade [39]. Le varianti del medio evo occidentale ripetono la loro origine da un prototipo arabo [40]; e, almeno almeno le più, la ripetono attraverso alla Disciplina clericalis di Pietro Alfonso. Delle numerosissime versioni s'ha l'indicazione presso l'Oesterley, Gesta Romanorum, p. 73. Si veda altresì la nota dello Schmidt alla Disciplina, p. 95, quella del Kurz all'Esopo del Waldis, II. 114, del D'Ancona al Sercambi, p. 277; Cf. p. 293.

Non è qui del mio assunto l'indagare la natura dei rapporti tra tutte queste varianti e il tentare di ricostruirne l'albero genealogico. A me convien solo di cercare, qual posto spetti alla versione nostra. Una circostanza vien subito a collocarla vicino a Pietro Alfonso, e per conseguenza al capostipite, più che molte tra le sue consanguinee. Nel testo di Pietro, ai cento amici che il figlio crede di possedere, il padre ne contrappone per parte sua un mezzo: « Ego quidem prior natus sum, et unius medietatem vix mihi acquisivi. » Questo mezzo amico, dimidius amicus com'è detto poi, nella maggior parte delle versioni staccatesi dal ceppo della Disciplina [41] è diventato un amico addirittura, mentre per la Disciplina un amico intero è una mosca bianca, un privilegio toccato a pochissimi, talché il padre stesso può solo parlarne per udita. Orbene, la versione nostra ha il mezzo amico [42]. Insieme con lei lo hanno le due antiche redazioni spagnuole: quella contenuta nei Castigos e Documentos del Rey don Sancho, c. XXXVI [43], e l'altra, un poco più tarda, del Libro de Patronio o Conde Lucanor, c. XLVIII [44]. Tra le redazioni posteriori alla nostra che mi trovo avere alla mano, rilevo il mezzo amico in una, alteratissima per altri rispetti: in quella delle ore di Ricreazione di Lodovico Guicciardini[45].

Un altro tratto caratteristico della versione nostra sta nelle prove ulteriori a cui è sottoposto il mezzo amico paterno; qui ci scostiamo da

Pietro Alfonso e dal suo seguito [46]. Ma la Spagna ci somministra di nuovo il riscontro. Anche nel Patronio, sotterrato il sacco nell'orto, l'amico « puso las coles en el surco asì como de ante estaban »; circostanza che risponde al nostro piantar porri sulla fossa. L'indomani, per comando del padre, il giovinetto è costretto suo malgrado a litigare col benefattore e a dargli « una puñada en el rostro, la mayor que pudiese »; avuta la quale « el home bueno », proprio come presso di noi, « dìjole: A buena fe, fijo, mal feciste; mas dìgote, que por esto nin per otro tuerto non descubriré las cosas del huerto [47]. »

Nei Castigos, secondo il più antico dei due manoscritti che servirono all'edizione del Gayangos, il racconto ha, quanto all'orditura, la forma più semplice della Disciplina; e non è improbabile che l'autore lo redigesse così. Comunque, nell'altro codice troviamo invece una forma ampliata, che corrisponde a quella del Patronio, pur non confondendosi con quella, né dovendosene, pare, dir derivata [48]. Lì pure, sotterrato il sacco in un solco di cavoli, il mezzo amico « tornò à piantar las coles encima, en manera que non parescia que y estoviese otra cosa alguna. » Egli tiene il giovinetto celato presso di sé quella notte, e solo l'indomani lo rimanda a casa, dopo essersi assicurato che «non habia bollicio por la villa, » e dopo aver parlato col padre. Questi, la domenica successiva, convita tutti i pretesi amici del figlio e il suo mezzo amico; e durante il pasto ordina al figliuolo « que se llegase à aquel su medio amigo, e le diese una bofetada en las barbas ante todos los que y estaban. » II giovane, per quanto rilutti e pianga e dica di voler piuttosto morire, è alla fine costretto a obbedire. E il mezzo amico, ricevuta la « palmada en el rostro, » gli dice soltanto: « Aunque me dés otra ti tuerto, sin derecho, nunca se descobrieran las berzas del huerto. »

Questa risposta par riscontrare ancor più esattamente colla nostra che quella del Patronio. Ma non so attribuire importanza all'accordo, per la ragione che le cosas dateci dal Patronio nella stampa del Gayangos, mi pajono una lezione molto sospetta; leggerei coles, a quel modo che qui abbiamo berzas. Tanto meno si può dar valore al riscontro tra il gran bofeto che il giovane dà all'amico paterno nei Savi e la bofetada dei Castigos. Quando mai si volesse cercar di determinare, con quale delle due redazioni spagnuole abbia parentela più prossima la nostra, meriterebbe forse maggior considerazione il fatto, che in esse, come nel Patronio, l'animale ucciso e messo nel sacco è un porco, anziché un vitello, qual é nei Castigos ed anche nella Disciplina. Il porco in luogo del vitello è peraltro comune anche a molte altre versioni; e di ciò pure sarebbe da tener calcolo.

Peculiare ai Savi resta la insistente richiesta di pagamento di un debito immaginario, che serve come di preludio alla ceffata. Il motivo per sé non è punto insolito; ma non lo vedo introdotto in altre varianti di questo tema. Riman sempre il dubbio, se la giunta si deva al rimatore, o ad un suo originale.

Sia quel che si voglia, qui pure non sembra potersi riconoscere come fonte immediata della narrazione in rima nessuna tra le redazioni conosciute: ché, dal riguardar come tale, sia l'una, sia l'altra delle spagnuole, bastano a distoglierci anche solo le considerazioni d'ordine esteriore. Ma la stretta parentela con loro è un fatto di molto interesse, e basta ad assegnare alla versione nostra un posto discretamente cospicuo nella genealogia di tutta la stirpe. Per meglio determinare questo posto sarebbe necessario di stabilir prima i rapporti delle redazioni del Patronio e dei Castigos con quella della Disciplina. Derivano esse da quest'ultima, o ne sono indipendenti? Il vederci trasportati in un paese, dove la letteratura volgare romanza e l'arabica si trovavano in contatto, e più, la conoscenza positiva dell'arabo, che, se non all'autore dei Castigos, non sembra potersi negare a quello del Patronio, a D. Juan Manuel, costituisce una presunzione d'un certo peso in favore dell'indipendenza. Un argomento in contrario, quanto almeno al Patronio, parrebbe di avere in ciò, che il racconto da noi studiato si mostra ivi contaminato con quello, che presso Pietro Alfonso gli tien dietro immediatamente. Nella versione di D. Juan Manuel il padre del giovinetto mandato di porta in porta col porco sulle spalle, oltre al mezzo amico, possiede anche un amico intero, in cui fedelmente si riflette il mercante di Baldac, ch'è l'esempio d'intera amicizia addotto nella Disciplina. Ma per valutare al giusto questo argomento si richiederebbe il confronto delle fonti di Pietro Alfonso; però s'ha qui un problema, che aspetta la sua soluzione dagli studi orientali.

4. Scevola.

Dell'esempio poco opportunamente recitato da Lentulis, a nulla gioverebbe che si desse qui il sunto; bensì sono da rilevare le peculiarità. È la storia di Muzio Scevola, taciuto peraltro il nome del protagonista, che qui è detto semplicemente « un giovene molto ardito », e quello altresì del « signore » o « inperiere », che ha stretto Roma d'assedio. Dinanzi al senato il giovane tiene un discorso di ben cinque ottave; dice, tra l'altre cose, di voler fare come il buon pescatore, che mette l'anguilla per pigliare un pesce grosso; o come il mercante, che arrischia un fiorino per guadagnarne centomila. Son paragoni che dovevan correre ben spontanei alla bocca in una città tutta dedita ai commerci e alla pesca qual'era Venezia; però s'avrebbe qui di che confermare, se ce ne fosse bisogno, quanto si disse riguardo alla patria dell'autore.

Il « canzeliero » del Porsenna anonimo è vestito d'un manto d'oro e sta giocando a scacchi; poc'anzi aveva giocato col suo signore, e per ciò si trovava « in sezo ... molto degno ». L'annunzio che altri giovani assai  cinquanta, in luogo dei trecento di Livio  hanno giurato la morte dell'assediatore, è profferito siccome minaccia, non quasi in ricompensa del perdono, che qui è concesso soltanto dopo al coraggioso giovane.

5. La gara delle tre mogli.

Tre mogli di cattivi costumi mettono un pegno, assegnandolo in premio a quella di loro, che faccia al marito [49] la più bella beffa.

Una delle tre  il caso è lubrico, e difficile da raccontare  si finge malata. Venendo a casa il marito, essa grida che muore, e fa ch'egli corra a chiamarle maestro Teofilo, che è un medico col quale la donna aveva già prima preso accordo. Il medico precede il marito, ed è nascosto in una camera attigua. Al marito la moglie dice poi che il medico l'ha riconosciuta gravida, e che, in grazia della gravidanza, le è nata « asai renela » sulla schiena. Ne guarirebbe, ha detto il medico, fregando la sua schiena con quella del marito; ma a un rimedio siffatto non s'indurrebbe mai a ricorrere, se lui, troppo curioso di guardare dove meno dovrebbe, non si lasciasse prima bendar gli occhi. Il credenzone consente d'ottima voglia; si sveste, è bendato, e, distesosi boccone su d'una panca, giunge dorso a dorso colla moglie, che s'è spogliata alla sua volta. A un cenno della donna, esce ora fuori il medico, e, spogliato lui pure, si acconcia sopra per terzo, senza che il marito di nulla s'avvegga. Il poveretto si lascia stropicciare la schiena, non senza dolersi del peso e del gran dimenìo; ma i lamenti non gli fruttano se non una giunta di rimproveri. A un tratto egli si sente tutto infradiciato, e si mette a gridare; la moglie dice di aver in mano un unguento, che la risana. Come il medico ha compiuto il lavoro suo, si nasconde di nuovo, e marito e moglie si rizzano. Il marito confessa che l'odore dell'unguento gli dà un desiderio, che si vergogna di palesare. La donna risponde che, abbia poi l'unguento l'odor che si vuole, per virtù sua lei si sente guarita di già: si stropicci i denti con esso, e diventeranno più bianchi della neve.

La beffa della seconda donna è quella ben conosciuta dell'albero incantato. La moglie conduce a diporto il marito in un prato, dove c'è un bel melo. Desinano sotto i suoi rami; e dopo il desinare la donna manifesta la voglia di montare sull'albero. Il marito non ci si oppone; essa monta, e quand'è su si mette a sgridare aspramente il poveretto, come se avesse fatto venir lì la sua ganza, e stesse trastullandosi vituperosamente con lei. Dopo aver gridato, scende minacciosa. Il marito non sa capir nulla; e alla moglie che chiede, dove sia andata la meretrice, risponde sinceramente di non aver visto in quel giorno nessuno sul prato, né toccato altra donna che lei. La moglie mette innanzi l'idea che l'albero possa essere incantato; tuttavia non crederà, se non quando il marito ci monti, e a lui pure accada il medesimo fenomeno. Monta l'ingenuo; la donna fa venire un suo drudo e con lui si dà sollazzo sotto gli occhi del marito stesso, che non osa fiatare, e disceso e interrogato, dice di aver visto cose, che punto non gli sono piacciute. La moglie conchiude che proprio l'albero dev'essere incantato.

La terza moglie fa trovare la casa acconciata come una taverna, quando il marito se ne ritorna dalla piazza per desinare: frasche e cerchio sull'uscio, tavole molte e bevitori, gente che serve, altri che attendono a girare grandi spiedi; per compimento poi della scena, lei a letto con un cotale. Il marito la ingiuria acerbamente; ma tre « conpagnoni » gli saltano addosso, lo bastonano e lo caccian fuori. Egli allora va per i parenti della moglie; sennonché costei sbarazza intanto ogni cosa, sicché al ritorno è trovata in casa sola soletta. il povero becco rimane smarrito; la moglie gli dà del vaneggiatore; i parenti ritengono ch'egli abbia, o scambiato uscio, o sognato quanto pretende di aver visto, e se ne vanno pei fatti loro; egli stesso finisce per persuadersi di aver preso una casa per un'altra.

Le molteplici versioni di questo triplice racconto sono passate in rassegna dal Liebrecht, in uno scritto pubblicato nella Germania, 1876, p. 38599, col titolo Von den drei Frauen [50]. L'accurato lavoro del dotto professore di Liegi semplifica e agevola d'assai il compito mio.

La redazione nostra non combacia propriamente con nessuna nelle segnalate; ciascuna delle tre burle che la compongono trova riscontro in una o più varianti, ma tutte e tre in una sola, no. E presso di noi non s'incontra neppur una delle beffe che occorrono nelle redazioni oltramontane, se da queste s'eccettui la sola Gageure des trois Commères del Lafontaine.

La prima beffa ha riscontro unicamente in una delle versioni che il Pitré raccolse su bocche siciliane, e precisamente in quella di Borgetto, accennata nella raccolta delle Fiabe, e comunicata poi in forma più diffusa al Liebrecht, che ne lo aveva richiesto [51]. Il rapporto è di parentela, non di identità; e per esso si rannodano simultaneamente alla nostra due delle beffe della variante siciliana, la seconda e la terza. S'abbia qui ritradotto dal tedesco il sunto di entrambe.

Il mal di corpo. La seconda donna accusa un forte mal di corpo, e il medico mandato a chiamare e già d'accordo con lei, attribuisce il male ad una bestia velenosa annidatasi nella sua matrice, che bisognerebbe cavar fuori con un certo arnese; c'è peraltro il pericolo che l'arnese rimanga dentro senza ottenere l'intento. Né il marito, né il compare lì presente, né altri chicchessia vuol prestarsi alla pericolosa operazione, sicché alla fine si ci decide il medico stesso. Egli comincia dal farsi stender dinanzi una rete; poi dà delle candele accese da reggere al marito e al compare; quindi va e viene più volte, mormorando formole magiche; e alla fine, unto l'arnese con olio e messolo al debito posto, conduce a buon termine l'operazione. Quando lo sciocco marito vede così cessato il mal di corpo della moglie, esclama: « Se non fosse stato per l'oglio, l'avrei presa per una fottuta bella e buona [52]. »

Tre un sull'altro. La terza donna concerta con un mugnajo suo amico, ch'egli si vanti in presenza del marito di una forza straordinaria. Il marito si vanta ancor di più, e allora si conviene di venire alla prova. Il mugnajo si dice pronto a sollevare tre sacchi di farina messi un sull'altro, sopra il marito boccone, sopra ancora il garzone del mulino, poi sopra a tutto ciò la moglie supina. Disposta ogni cosa nel modo indicato, il mugnajo monta sopra alla donna e si trastulla con lei, fingendo di fare grandi sforzi; alla fine si dichiara incapace di eseguire il vanto, e si riconosce vinto [53].

I rapporti sono evidentissimi: la beffa nostra ha comune colla prima tra queste due il malore, il medico, il suggerimento d'uno strano rimedio; colla seconda, l'accatastamento del marito, della moglie, dell'amante; con entrambe la sostanza del giuoco; e ci sarebber da rilevare altri contatti, se non paresse superfluo. Ora, trattandosi di narrazioni inquadrate nella medesima cornice, nessun dubbio che le relazioni nonché esser casuali, possano nemmeno essersi prodotte attraverso a complicati meandri. Ciò che s'avrà a dire or ora anche a proposito della nostra seconda beffa aggiungerà ancora qualcosa alla certezza. E del pari non sembra possibile che i due racconti siciliani risultino da una scomposizione del nostro; son troppo nettamente e sostanzialmente distinti per dar luogo a una tale ipotesi [54]. Sicché non resta che di ritenere il racconto nostro contaminazione degli altri due; il che val quanto supporre che entrambi occorressero di già in una redazione della Gara più antica dei nostri Savi, e non ancora ritornata a galla, se pure non sommersa per sempre.

Qualche poco di somiglianza si può anche rilevare col secondo dei tre rami della Gara nella variante russa fatta conoscere dal Rudjenko [55]. Ma non oserei escludere che qui l'analogia possa esser meramente fortuita.

Anche la seconda beffa, la nostra redazione l'ha comune colla variante di Borgetto; inoltre, coll'elaborazione di gran lunga più elegante che il tema abbia avuto, cioé colla Gageure del Lafontaine. Ma gli è soprattutto qual narrazione isolata che l'albero incantato è ampiamente diffuso, occorrendoci, del pari che nell'occidente, altresì nell'oriente. Appunto con queste versioni non aggiogate giova confrontare la nostra quanto alla peculiarità del contenuto; ché, la tradizione di Borgetto ci dà una forma troppo palesemente alterata, tanto da esserne scomparso, per cedere il posto ad una finestra e a un par d'occhiali, l'albero stesso, in cui risiede l'anima del racconto [56] ; e quanto all'esposizione del Lafontaine, si modella manifestamente e dichiaratamente su quella che abbiam dal Boccaccio come ultimo incidente della novella di Lidia e Pirro (VII, 9).

La nostra versione non dipende invece per nulla dal Decamerone; bensì, misteriosamente s'accorda, meglio che con altre, colla variante accolta in qualche redazione delle Mille e una notte [57]. Così l'andata al giardino della Lidia boccaccesca è un semplice uscire a prendere un po'd'aria; la donna dei Savi e quella delle Mille e una notte conducono i mariti al prato o alla vigna per darsi buon tempo: una coppia ci desina, un'altra ci si trattiene perfino parecchi giorni. Poi  e questo importa assai più  presso il Boccaccio l'amante è scopertamente col marito e colla donna; nelle altre due redazioni esso esce fuori solo quando il becco è sull'albero, e sparisce di nuovo al suo discendere. Comparsa e scomparsa avvengono nei Savi in maniera inesplicata; ma appunto questa oscurità sarebbe da prendere come indizio di originarietà quand'anche non avessimo la riprova dell'accordo colla versione orientale; e diciamo anzi, colle versioni orientali; giacché in ciò conviene colle Mille e una notte anche la variante del BaharDanusch [58]. La concordanza di maggior rilievo è questa peraltro, che nelle Mille e una notte e nei Savi la donna stessa si fa prender dal capriccio di salire sull'albero; e vi sale la prima, e pretende di vedere il marito farle oltraggio con una femmina immaginaria. Altrimenti il Boccaccio. E qui pure la considerazione interna delle cose non mi lascia dubitare che la forma originaria non sia quella dei Savi e delle Mille e una notte, e di chi va con loro.

Ho istituito il confronto col Boccaccio, perché è nel testo suo che a priòri si sarebbe potuto sospettare con molta verosimiglianza l'originale dei Savi; ma quanto ho detto di lui vale senza modificazioni per la Comoedia Lydiae di Matteo da Vendôme [59] (l'attribuzione mi par ben fondata), che il novelliere certaldese ha seguito ben dappresso dal principio alla fine della sua novella, non nell'episodio dell'albero soltanto. Sicché l'introduzione dell'albero incantato nell'occidente risale per lo meno alla fine del secolo decimosecondo. Se non fu importato più d'una volta, cosa di certo possibilissima anch'essa, bisogna ritenere di necessità che giungesse tra noi in una forma molto somigliante a quella delle Mille e una notte; l'accordo tra queste e i nostri Savi costituisce la dimostrazione. E si badi: una tal forma è quanto mai adatta a renderci ragione della genesi della Comoedia Lydiae nella mente di Matteo da Vendôme o d'un suo autore; [60] la Comoedia ha l'aria d'un ampliamento del racconto orientale, procurato mediante l'introduzione di elementi estranei.

Qual è difatti il motivo fondamentale della Comoedia? Un giovane mette certe prove solenni, da eseguirsi sul marito, come condizione imprescendibile del suo cedere alle istanze di una donna, al cui amore non crede abbastanza. Nelle Mille e una notte l'inganno dell'albero è similmente l'adempimento di una condizione posta alla sua dama da un amante, che ha dichiarato netto di abbandonarla, se essa non trova modo di far con lui all'amore in presenza del marito. Si arricchisca un po'il quadro coll'inserzione di nuove prove, lasciando sempre al fatto dell'albero il posto culminante, ed avremo l'orditura di Matteo. Al quale par anche d'intravedere donde possa esser venuta l'idea di quegli altri esperimenti: dai Tentamina dei Sette Savi, o da qualcosa di simile. La somiglianza tra l'uccisione dello sparviere e quella del levriere conforta il sospetto.

Ma torniamo a noi. Non credo probabile che all'autore dei nostri Savi sia da attribuire l'introduzione della novella dell'albero nella Gara delle tre mogli. Già per sé la cosa non è verosimile; un argomento d'altro genere lo aggiunge il fatto, che il racconto trova posto anche nella Gageure del Lafontaine. Questi nell'esposizione segue, come ho ricordato, il Boccaccio; ma sarà un caso ch'egli abbia messo la mano sopra un tema, che già molto tempo innanzi appariva nel quadro? L'ipotesi più verosimile par ben essere che il novelliere francese conoscesse una versione della Gara, dove appunto l'albero avesse luogo; né cotal versione furono i nostri Savi, no di sicuro!

Eccoci ora alla terza beffa. Essa pure ha riscontro nelle varianti popolari siciliane; stavolta peraltro in quelle di Palermo (Li tri burli) e di Cerda (Li tri cumpari), non nella solita di Borgetto. E accanto alle versioni orali, ne abbiamo una versificata e scritta da oramai quattro secoli, che costituisce il canto XXV del Mambriano. Al Liebrecht è sfuggito che il Cieco da Ferrara avesse ragione di figurare nel suo studio; ma l'Historia nova di tre donne che ogni una fece una beffa al suo marito per guadagnare uno anello, di cui egli riporta il titolo dal Pitré e che questi notò stampata ripetutamente nel secolo decimosettimo [61], non è poi altra cosa che quei medesimo canto XXV del Mambriano [62], riprodotto a parte e senza nome d'autore, per consumo del popolo.

E in realtà il popolo, intermediarii probabilmente i cantastorie, dovette abbeverarsi a questa fonte; e le due redazioni siciliane menzionate qui sopra paiono essere echi più o meno fedeli della redazione del rimatore ferrarese. Convengono tutte e tre le prove, convengono molti particolari. II fatto verrebbe ad aggiungersi ai tanti, che oramai dimostrano in maniera luminosa, come, insieme colle fonti orali delle narrazioni scritte, sieno da studiar bene anche le fonti scritte delle narrazioni orali. Abbiamo qui pure condizioni analoghe a quelle offerte dalla poesia popolare; guai a cedere all'illusione che tutto quanto si raccoglie tra il popolo sia roba sua propria, e provenga dalla tradizione semplice e schietta, senza alcuna mischianza di fattori letterarii!

La probabilità dell'emanazione dal Mambriano non scema punto, perché per la variante di Cerda l'Historia nova di tre Donne non basti a render conto di ogni cosa. In quella versione la terza prova risulta da una malaccorta fusione, o direm meglio confusione, della terza del Cieco con un'altra estranea all'opera sua, ma ben nota a molte altre redazioni; sono insieme amalgamati Monaco e Morto. Ciò significa semplicemente che la versione verosimilmente propagata dall'Historia ebbe ad incontrarsi nelle sue peregrinazioni con una consanguinea; questa pure poteva essere assai bene di origine letteraria; ma non foss'anche per nulla, non ne consegue già nient'affatto che non possa esser stata letteraria l'origine dell'altro elemento, che è poi il principalissimo, entrato nella contaminazione.

Posta anche solo come verosimile una genesi siffatta delle due versioni siciliane, esse diventano inservibili quali termini di confronto per la redazione contenuta nei Savi. E ridotta sola, poco o punto giova anche quella del Cieco; sarebbe necessario che fosse più antica della nostra, perché, senza il complemento di un terzo termine indipendente di paragone, permettesse di giungere a qualche conclusione ben fondata. E un terzo termine, che avrebbe per noi gran valore, servì sicuramente di modello al rimatore ferrarese; ché la sua Gara non può in nessuna maniera aver la nostra per fonte. Ciò risulta con piena evidenza dal fatto, che per lui, come per gli autori di molte altre varianti, incominciando dal favolello francese, dà occasione alla gara il ritrovamento di un anello; poi, dal mantenersi nella sua redazione la beffa del Monaco, una di quelle che appajono nella Gara fin dalle redazioni più antiche.

Sicché, conchiudendo, anche in questo caso la fonte dei Savi ci riman nascosta; e sì che il rimatore par designarcela espressamente nel principio

. . . . . Signor, el fo tre meretrixe

Ch'avea marito, e contra raxone

Meseno un pegno, Filocolo dixe.

Che voglion dire queste parole? Nel Filocolo del Boccaccio la storia non occorre; la Gara delle tre donne avrebbe potuto prender posto tra le Questioni del quinto libro; ma non ce lo ha preso. Sicché il nome così pronunziato non è che un punto interrogativo di più aggiunto ai molti che già ci stavan davanti.

6. Cesare e Muxio.

 Il racconto messo in bocca a Catone può tener compagnia a quello recitato da Lentulis; qui pure abbiamo, con certe storpiature, un fatto di storia romana, che proprio non faceva al caso. Il fatto è la vana difesa del pubblico tesoro tentata da Metello contro la prepotenza di Cesare; come appendice, un cenno dell'uccisione di Pompeo e delle lagrime non sinceramente versate dal vittorioso rivale.

Fonte primitiva della narrazione è, come tutti intendono, Lucano (Phars., III, 97 segg.); ma tra il testo latino e la forma nostra son da supporre come anelli di congiunzione una o più di quelle versioni volgari in rima e in prosa, di cui non patì difetto né l'Italia né la Francia. Mi sia lecito di rimandare a quanto dissi in proposito nella Zeitschrift für rom. Philol., II, 248. Qui, istituiti i debiti confronti, si riconosce non aver servito alla mediazione, né l'Intelligenza, né il Lucano in ottava rima [63] , e nemmeno, nonostante qualche incontro, il Lucano in prosa edito dal Banchi sotto il titolo di Fatti di Cesare [64]. Cosa notevole, anche di questo fatto occorre un'elaborazione tra le novelle del Sercambi [65]; ma neppur essa può pretender per nulla d'esser riguardata come la fonte del rimatore veneziano o del suo modello.

Queste sono conclusioni meramente negative; oso peraltro metterne innanzi anche qualcuna d'ordine positivo; ritengo cioè che anche nel nostro caso le acque latine sian discese a noi attraverso a un bacino francese. Ciò non dico soltanto per ragioni d'indole generale, le quali tuttavia avrebber pur sempre il loro valore; un indizio specifico mi rafferma l'induzione. Il Metello della storia e della Farsalia, nei Savi, a differenza di ogni altro testo italiano a me noto, si trova trasformato in Muzio. Ora, dato il passaggio immediato dalla favella latina all'italiana, una metamorfosi siffatta, foneticamente o graficamente, riuscirebbe, inconcepibile; e bisognerebbe supporla effetto di un puro equivoco, non troppo facile a spiegare per un'opera composta di sicuro colla scorta di esemplari scritti. Si dirà trasportato qui il nome che, non senza meraviglia, si vide omesso nel racconto di Lentulis ? Ma in qual modo? saremmo perlomeno nel dominio della semplice e poco verosimile possibilità. Ebbene, nella più comune delle antiche redazioni in prosa francese delle storie di Cesare [66], trovo, al posto di Metello subentrato un Marcello [67]. È già qualcosa; avremmo coi Savi, se non altro, l'analogia di uno scambio. Ma non basta: un Marcello in nominativo suona Marciax, Marciaux; e in questa forma occorre difatti replicatamente il vocabolo nel testo in discorso. Che un lettore italiano poco esperto della lingua non ravvisasse sotto queste sembianze un Marcello e credesse di doverci scorgere un Mucio, non mi par punto inverosimile. E ancora non è tutto; si faccia rappresentare, come di norma, l'erre di Marciaux col solito segno sovrapposto all'a, poi s'immagini il segno  cosa ben frequente  omesso da un trascrittore, ed ecco oramai compiuta la trasformazione di Marcello in Mucio.

Con ciò non intendo già di assegnare specificamente come originale al racconto di Catone cotesta redazione delle Storie di Cesare; quanto dico per lei vale per ogni altro testo francese, che partecipasse alla sostituzione del nome.

Un altro errore storico della nostra versione non avrebbe bisogno di tanti giri e rigiri per essere inteso. Pompeo, di genero, è convertito in suocero di Cesare:

Ed era suo suozero Ponpeo romanio

De Zexaro inperator a non mentire.

(St. 9.)

 Tuttavia la facile spiegabilità non implica punto la certezza che lo sbaglio venga dal rimatore veneziano. Questo pure resta sempre un indizio, che potrà un giorno riuscir utile per identificare la fonte.

7. L'amico e il nemico.

Vigeva in Roma il costume di far morire, come inutile sopraccarico, chiunque fosse giunto ai sessant'anni. Un giovane, vedendo il padre suo prossimo a sottostare alla barbara legge, gli apparecchia una dimora sotto la casa, e laggiù lo fa riparare, spargendo voce che sia morto. Nessuno della famiglia è a parte dei segreto; egli solo lo visita e gli porta il nutrimento. E le visite fruttano a lui pure grande vantaggio; giacché, ragionando col savio padre, egli ne riceve ammaestramenti intorno ai soggetti che vengono via via in discussione nel consiglio della città, e grazie ad essi acquista autorità somma, arrivando a tale, che ogni cosa si decide a seconda del suo parere. Ciò, naturalmente, gli suscita dattorno molti invidiosi; i quali, volendolo perdere, insinuan nell'animo dell'imperatore che, andando innanzi così, il giovane finirà per cacciarlo. L'imperatore vorrebbe un pretesto per liberarsi dal supposto rivale senza che il popolo abbia a mormorare. Gli è suggerito dai calunniatori di ordinare al giovane, sotto pena di bando, che venga fra tre giorni a corte tutto spogliato e tutto vestito. Siccome è cosa impossibile, seguirà senz'altro l'esecuzione della minaccia.  Un donzello è mandato a portar l'intimazione. Il giovane va a conferire col padre, che gli suggerisce di presentarsi vestito unicamente di una rete finissima. Così egli fa, e gl'invidiosi rimangono scornati nel modo più solenne; ché l'accorto espediente fa crescere ancora il giovane nella grazia imperiale. Ma i maligni non si danno per vinti, e, passato un certo tempo, riescono a fare che l'imperatore imponga al giovane di venire a corte accompagnato dal suo maggior nemico e dal maggiore amico. Il savio vecchio dice al figlio di chieder tempo un mese, e di farsi promettere, se mai adempirà la richiesta, una grazia a sua scelta, fosse pur contraria alle leggi. Avendo l'imperatore consentito l'una cosa e l'altra, il giovane, per suggerimento paterno, uccide un porco, lo chiude in un sacco, e, come fosse il cadavere d'un uomo ammazzato da lui, si fa ajutar dalla moglie a seppellirlo in giardino. Passati poi alcuni giorni, per lieve pretesto mostra di corrucciarsi colla donna, e le dà uno schiaffo. Lei subito corre al senato e denunzia il creduto omicidio. Il marito, condotto in prigione, manifesta il vero, e dice come il fatto abbia avuto unicamente per scopo di metter la moglie alla prova. Scavata la fossa, la sua innocenza è riconosciuta, e la libertà gli è subito resa. Giunto finalmente il termine prefisso, il giovane va all'imperatore, conducendo seco la moglie ed il cane. Quest'ultimo dichiara essere il suo maggiore amico; per darne la prova lo bastona ben bene e lo mette così in fuga; eppure non ha poi che a richiamarlo, perché ritorni e gli faccia gran festa. Quanto alla moglie, che da lui beneficata in ogni modo lo volle per un'offesa da nulla mandar a morte, è troppo manifesto come sia il peggior suo nemico. La richiesta è stata dunque adempiuta: gli si mantenga ora la grazia concessa, e consista nel perdonare al padre, ch'egli rivela d'aver conservato in vita. L'imperatore, per quanto a malincuore, non può disdire la parola data; il vecchio è lì condotto; e il senato abolisce allora la barbara legge, sicché da quel tempo in Roma si onora poi sempre la vecchiaja.

Tale è la versione che i nostri Savi vengono ad aggiungere ad una serie già molto numerosa, studiata accuratamente or son dieci anni dal Mussafia [68]. Essa non manca di una certa importanza. Il dotto professore dell'università viennese distingue le redazioni a lui note in due gruppi. Nel tipo più semplice - noto solo i tratti essenziali - s'impone ad un reo, se vuol ottener grazia, di condurre insieme alla corte il miglior amico e il peggior nemico. La condizione è adempiuta conducendo la moglie ed il cane. Nell'altro tipo, che comprende un numero di varianti assai maggiore, l'orditura è più complicata. La richiesta è fatta ad un giovane che ha mantenuto celatamente in vita il padre suo, in un paese dove per legge tutti i vecchi arrivati a una certa età si mettono a morte. E il vecchio rimunera il figlio con savi ammaestramenti, che gli procacciano grande onore ed autorità, e insieme, per inevitabile conseguenza, invidia e pericolo.

Ebbene, la forma dataci dai Savi spetterebbe per l'orditura generale al secondo tipo; e nondimeno vi si rilevano particolarità, che appartengono decisamente all'altro. Nelle versioni del secondo gruppo la moglie è a parte della segreta conservazione del vecchio padre; e appunto col rendersi delatrice di questa violazione della legge, per vendetta dell'esser stata designata come pessima nemica, giustifica luminosamente l'imputazione che tanto l'ha offesa, Invece i Savi ci rappresentano la donna al bujo di ogni cosa, e fanno che essa si dia a conoscere nemica del marito collo svelare un omicidio simulato, ossia precisamente come portan le versioni della categoria a cui è affatto estraneo il tema del decreto contro la vecchiaja. E non basta. In questo gruppo di congegno più semplice al problema principale se ne vede premesso un altro di genere diverso. Per esempio, nella versione delle Gesta Romanorum s'ordina al colpevole di venire mezzo a cavallo e mezzo a piedi. A una tal richiesta fa riscontro nella versione nostra quella di presentarsi vestito e nudo ad un tempo. Le due, non solo hanno tra di loro stretta analogia, ma emanano dalle stesse fonti, e, come sanno tra gli altri i lettori del Bertoldo, sogliono andar di conserva nelle medesime narrazioni [69].

Sicché la redazione nostra ci rappresenta un terzo tipo, che sta di mezzo tra i due distinti dal Mussafia. E appunto in questa posizione intermedia consiste il suo carattere distintivo.

Certe altre peculiarità inclino invece a considerarle come proprie della nostra versione in quanto individuo, non in quanto rappresentante di una specie. Così il compito imposto al protagonista è qui più semplice che nella maggior parte delle altre varianti; molto spesso, oltre all'amico ed al nemico, s'ingiunge di condurre a corte anche il giullaro; meno spesso il servo. Certo queste sono aggiunte, dannose anche non poco, come quelle che tolgono evidenza al contrapposto della donna e del cane, in cui risiede l'essenza del racconto; tuttavia son giunte di data molto, ma molto antica, e la loro mancanza non conferisce alla versione dei Savi nessun diritto di pretendere ad esser tenuta discendente più legittima della vecchia stirpe. Vi son caratteri di originarietà che si riacquistano forse non meno spesso di quel che si conservino; molte volte le frondi mancano, non perché non sian germogliate, ma perché si schiantarono o furon recise.

Cotesto abbandono del superfluo costituisce a ogni modo per la nostra versione un tratto degno di lode. All'incontro merita biasimo l'essersi disgiunto affatto dalla scena finale l'episodio del porco e della denunzia. Quella scena perde la massima parte del suo interesse, se la donna, in cambio di rivelarsi allora nemica di colui, del quale ognuno la dovrebbe credere l'amica e la compagna più fedele, s'è già data a conoscer tale antecedentemente. Il confronto con tutte quante le altre versioni non lascia sussistere neppure un dubbio che in ciò non sia da ravvisare una mera ed infelicissima distorsione di membra.

Sarei tentato di affrontare la questione della genesi dei nostri tre tipi; ma credo prudente di rimandarla a quando possa recare a paragone delle varianti orientali, che devono pure esistere; ché il ragguaglio dell'amico e del nemico al cane ed alla donna fa subito guardare all'oriente come a patria originaria del racconto. In aspettazione della luce sicura, che una comparazione più larga diffonderà sul soggetto, mi astengo adesso dal dire anche le cose che si presenterebbero intanto come abbastanza ovvie. Mi limiterò a rammentare che l'episodio del porco e del buffetto, è, con applicazione diversa, quel medesimo che abbiamo già incontrato nella Prova degli amici.

8. L'ambasciata.

Era una volta in discussione a Cartagine la guerra coi Romani; chi la voleva, chi no; alla fine, si conviene di mandare a Roma un'ambasciata « ala mutescha », che cioé si esprima meramente con segni, per vedere se i Romani sono « savi e doti ». L'ufficio di ambasciatore è affidato ad un uomo molto accorto, che va, e fa intendere che esporrà il messaggio dinanzi al loro Gran consiglio [70]. Il consiglio è adunato; il messaggero sale in bigoncia, gira gli occhi attorno, e, stato così qualche tempo, alza un dito della mano destra serrando gli altri; quindi ridiscende e si mette a sedere. Il senato rimane confuso; i senatori si guardan l'un l'altro e s'interrogano; quando, un pazzo, ch'era nel consiglio, si leva, monta in ringhiera, destando in tutti i cittadini gran timore che faccia cosa per cui sian svergognati, ed alza due dita. Costui ha inteso che l'ambasciatore col suo gesto l'abbia voluto minacciare di cavargli un occhio, e alla sua volta gli vuol rispondere, che lui gliene caverà due. Il messaggero si tien pago della risposta, e il consiglio, pur non comprendendo nulla alla commedia, si rallegra, e crede che il pazzo abbia operato saviamente. Disceso il romano, risale in bigoncia il cartaginese, e per replica alza tre dita. L'altro interpreta che voglia cavargli ambedue gli occhi e dargli col terzo nel viso; monta di nuovo, alza anch'egli le tre dita mediane, poi serra il pugno e leva pur quello, per significare che trarrà lui pure gli occhi al cartaginese, e gli darà del pugno nella fronte; ciò fatto, ritorna al suo posto. I senatori continuano a non capir nulla; ma dall'effetto argomentano che il pazzo ne sappia più di loro. Il cartaginese sale nuovamente, e stavolta parla e si dichiara soddisfatto. Alzando prima un sol dito, volle significare Dio Padre; colle due dita gli fu risposto, che, oltre al Padre, c'era il Figlio; le tre sue dicevano, Padre, Figliuolo, Spirito Santo; le tre seguite dallo stringer del pugno dimostrarono che le tre persone costituivano un Dio solo. S'accommiata dunque, ritorna a Cartagine, e dissuade i suoi dal fare la guerra ai Romani, troppo sapienti e sottili perché ci sia da guadagnar nulla con loro. E i Cartaginesi si conformano al suo avviso.

Questa curiosa disputa a segni tra un savio ed un pazzo o scimunito, che credono d'intendersi a meraviglia mentre non s'intendono punto, è un soggetto ben noto ai comparatori di novelle. Si veda in proposito un articolo del Koehler nella Germania, IV, 482-93. L'argomento della disputa, quale il savio lo propone ed intende, è costantemente teologico. Anche stavolta il Sercambi ci somministra un riscontro (nov. XX, p. 172), illustrato con una nota dal D'Ancona; ma, come in tutti gli altri casi, neppur qui il novelliere lucchese, presso il quale il tema della disputa si trova incastrato con alterazioni profonde in un altro con cui non ha di comune se non un poco d'analogia fortuita, e, probabilmente, la provenienza orientale [71], non è per nulla affatto la fonte della nostra redazione.

Con questa giova confrontare specialmente due varianti: quella rappresentata da una glossa dell'Accorso alle Pandette, l. I, tit. ii, De origine iuris [72], e l'altra dei Quaranta Visiri [73]. Colla glossa concordano quasi esattamente la versione contenuta nel Schimpf und Ernst del Pauli [74], e quella rimata dall'Arcipreste de Hita [75], senza che tuttavia né l'una né l'altra derivino dal dettato del famoso giurista [76]. Si può peraltro tener per fermo che il Pauli traduceva dal medesimo originale, donde l'Accorso prendeva la glossa con ben poche modificazioni [77]; quanto all'Arciprete, le relazioni potrebbero essere meno dirette [78].

La variante rappresentataci dall'Accorso è di stampo giuridico; essa mira cioé a spiegare l'origine delle leggi romane. Qui sono i Greci che mandano a Roma un loro savio; e ve lo mandano perché, richiesti dai Romani della comunicazione delle loro leggi, prima di consentire, vogliono far prova, se i Romani siano o no degni di averle.

Messa a confronto colla versione dell'Accorso e con quella dei Quaranta Visiri, la variante dei Savi si dimostra, come già ognuno s'aspetta, più prossima di gran lunga alla prima che alla seconda. Ma nondimeno essa dà pure a conoscere col racconto orientale certi contatti innegabili. Nemmeno nel libro turco l'occasione alla disputa non viene da una richiesta di leggi; essa è fornita da una domanda di tributo, ed ha quindi maggiore analogia colla motivazione dei Savi. E come l'esito induce qui i Cartaginesi a rinunziare al disegno di una guerra coi Romani, così nei Visiri esso fa che gli infedeli, cioé i cristiani di una certa provincia, si rassegnino a pagar tributo a un re mussulmano. Ma questo è il meno. Presso l'Accorso il matto (stultus) che risponde all'ambasciatore è designato espressamente a cotale ufficio dai suoi stessi concittadini, i quali anzi, come c'insegnano e l'Arciprete spagnolo ed il Pauli, lo addobbano splendidamente per dargli un'apparenza magnifica agli occhi dello straniero. Invece nei Visiri, al modo stesso che nei Savi, il risponditore opera di suo proprio impulso, levandosi tra mezzo all'uditorio, reso muto e confuso dai gesti inintelligibili dello straniero. E così doveva portare, a mio credere, il racconto nella sua forma originaria; che si commettesse apposta di sostenere la disputa a un matto o ad uno scemo, è cosa per me inconcepibile; la giustificazione voluta dare di ciò da certuni [79], m'ha tutta l'aria di una toppa, a cui s'è sentito il bisogno di ricorrere appunto per dissimulare lo strappo.

Che i Visiri ed i Savi sian libri appartenenti a una medesima stirpe, non aggiunge nessun maggior significato al riscontro; la cosa è tanto evidente, che non ci sarebbe nemmeno bisogno di avvertirla. Con qualunque altra versione orientale fossero le somiglianze, la conseguenza logica sarebbe la stessa; vale a dir questa, che la nostra variante appartiene a un gruppo indipendente da quello che vorrei chiamare il gruppo giuridico, ed è meno remota dal prototipo.

Gaza.

Dopo di aver così esaminata la parte aggiunta di pianta alla cosiddetta Versione italiana del Libro dei Savi, sento il bisogno di ritornare un momento agli accrescimenti introdotti in un racconto spettante al vecchio quadro. Come già fu accennato [80], la storia del tesoro (Gaza) ci si affaccia nel nostro testo in una forma più complessa di quella dataci dai gruppi, a cui la rima si riconnette più strettamente, che sono I, L, V. Di tutta quanta la schiatta, chi unicamente partecipa alla maggiore complicatezza è un ramo che costituisce da sé medesimo una famiglia spiccatissima, vale a dire il Dolopathos nella sua doppia versione, latina e francese. E questa comunanza non è già un vero e proprio accordo; ché, senza contare, sian pur gravi quanto si vuole, le differenze d'ordine particolare, l'episodio della gola, che abbiamo nei Savi, è sconosciuto al Dolopathos, il quale invece ne contiene altri ignorati dalla rima italiana. Una versione che mette ben conto di confrontar colla nostra è quella del Pecorone, giorn. IX, nov. 1. I tre episodi principali che i nostri Savi non ebbero dalla loro solita fonte, l'espediente del fuoco per scoprire di dove si possa esser penetrati nella camera del tesoro, le trappole tese alla gola ed alla lussuria del ladro, lì ci occorrono tutti; inoltre, come nel Dolopathos, ve ne troviamo degli altri, e particolarmente quello antichissimo dell'involamento del cadavere. Naturale dunque la domanda, se mai appunto dal Pecorone possano provenire gli ampliamenti.

Non credo. Non dirò che, avendo il Pecorone dinanzi, il nostro Anonimo vi dovesse prendere anche gli episodi, di cui all'incontro tace assolutamente; le omissioni potrebbero assai bene esser state determinate da ragioni sue particolari; e una ragione sufficiente sarebbe sempre anche solo il desiderio di non andar poi troppo per le lunghe. Del pari non mi muovono certe differenze. La prova del fuoco nei Savi opera in altra maniera che presso Ser Giovanni. Quest'ultimo, d'accordo col Dolopathos, fa che il fumo gema attraverso agl'interstizi lasciati dalla pietra mobile che dà il varco ai ladri; invece nei Savi, in cui il buco è tappato con opera di muratura dissimulata abilmente, il fuoco rivela l'inganno per via del vapore, che si leva dalla calce tuttavia fresca. In ciò abbiam probabilmente dinanzi un mutamento arbitrario del rimatore, che forse non arrivava troppo a capire il giuoco della pietra. E così anche un'altra differenza va forse attribuita ad arbitrio suo. Nell'episodio della lussuria, oltre alla tinta data alla figlia perché segni in viso chi se ne venga a lei la notte, il re dei nostri Savi mette in opera anche un altro espediente, spargendo farina per tutta la camera, in modo che abbian poi da apparir le pedate. Orbene, questa, come i confronti dimostrano, è una semplice giunta; e tale essendo, nessuno vorrebbe negare che al pari di qualunque altro non possa averla qui introdotta, togliendola a prestito da uno dei temi a cui era propria, il rimaneggiatore stesso dei Savi.

Queste diversità non mi danno dunque lume sufficiente; bensì la derivazione parziale dal Pecorone è esclusa da altri punti, dove i Savi conservano la versione migliore. Nello stesso episodio della lussuria Ser Giovanni pone che i giovani tra cui si crede doversi trovare il ladro sieno « sostenuti in palagio »; nei Savi di cotesta specie di prigionia, ignota, ch'io sappia, ad ogni altra versione, non è parola; i giovani son fatti rimanere a dormire col prolungare studiatamente fino a tarda notte la cena a cui furono convitati. Poi, nel novelliere fiorentino la dimora dei giovani in palagio dura parecchi giorni prima di dar luogo a nessun effetto; nei Savi come nel Dolopathos [81] e come porta il procedimento naturale dell'azione, l'andata del ladro al letto della fanciulla e quel che ne segue, avvien subito la prima notte. E una prova ancor più conclusiva è fornita dall'episodio della gola. Nel Pecorone il figlio del ladro è indotto a procacciar la vitella, messa in vendita a prezzo esorbitante, dalla ghiottornia della madre, non già dalla sua propria. Ora, ciò ripugna manifestamente alle intenzioni dell'episodio, quali sono pur mantenute e dichiarate, con un po'd'irriflessione, dallo stesso Pecorone; ché l'astuzia, poco astuta a dir vero, è stata suggerita al doge dal riflettere che a comunemente il ladro dee esser ghiotto; dove costui non si potrà tenere che non venga per essa, e non si curerà di spendere un fiorino la libbra. n è dunque senza dubbio fedele alla versione originaria il nostro rimatore ignorando qui affatto le suggestioni materne.

Mi sono dilungato intorno a questo punto per uno speciale motivo. Ser Giovanni pone la scena della sua novella in Venezia, e l'edificio dov'egli fa custodire il tesoro vien così ad essere, in ultima analisi, una cosa medesima colla percholatia dei Savi. L'incontro potrebb'esser casuale; a me tuttavia parrebbe di star meglio nel verosimile attribuendogli un perché, vale a dire pensando che la scena sia stata collocata a Venezia per la ragione che il novelliere abbia lavorato sopra un originale veneziano; nel quale allora sarem tratti a supporre, o quel medesimo ch'ebbe davanti il rimatore, oppure un suo stretto consanguineo.

E adesso è tempo di chiudere finalmente anche questa parte della trattazione. Lo studio particolareggiato di tutto ciò che la rima non ha in comune coi soliti tipi dei Sette Savi ci ha dato a conoscere molti rapporti, ma non ci ha condotto neppure una volta a poter designare la fonte diretta. Questo risultato negativo ha ai miei occhi un interesse anche maggiore d'ogni conclusione positiva; esso ci ripete a voce ben alta, quanto siamo ancor lontani da una conoscenza pur mediocre delle letterature medievali, e soprattutto quanto è ancor grande la nostra ignoranza rispetto alle intricatissime vie, per cui le narrazioni si vennero propagando e trasformando. Non ci illuda la lunga serie di varianti che gli eruditi specialisti sanno indicare per ciascun racconto; proviamoci davvero a coordinarle geneticamente, facciamo uno studio di fonti, non di semplici riscontri, e pur troppo ci accorgeremo, come le versioni note, anzi, le versioni pervenute a noi, non siano che rari superstiti di stirpi ben altrimenti numerose.

Alla conclusione negativa ne soggiungerò una fino a un certo segno positiva. Non mi pare poter esser caso che tanta parte delle novelle aggiunte occorrano nel pochissimo noto finora della raccolta del Sercambi; un settimo, o poco più, dell'opera totale. I calcoli soliti della probabilità porterebbero alla supposizione che là dentro abbiano a trovar riscontro anche tutti i racconti che non l'hanno nella porzione pubblicata. Intanto s'è messo in sodo come, riscontro, non dica qui punto derivazione; par dunque da conchiudere che la ragione del fatto abbia a consistere in una comunanza o prossimità di fonti. Ed eccomi così ad augurare vivamente, anche per motivo d'un desiderio speciale, che l'opera del novelliere e cronista lucchese possa alla fine vedere la luce. Di sicuro poche raccolte congeneri l'uguagliano per importanza.

Qui, come appendice al mio studio, era in origine mia intenzione di far seguire il primo canto di questi Savi, con qualche altro saggio; giunto alla fine del lavoro, pensai che, per quanto la nostra redazione fosse cosa sciagurata sotto il rispetto letterario e non avesse nemmeno quanto al contenuto tutta l'importanza che per parte mia avrei desiderato, mettesse pur sempre conto, poiché l'egregio possessore del codice me ne concedeva licenza, di pubblicarla per intero. Messomi all'opera, ne venni a capo sollecitamente. E così chi adesso abbia desiderio di vedere in persona questi Savi, non ha che a ricorrere alla dispensa CLXXVI della Scelta di curiosità letterarie che si pubblica a Bologna dal Romagnoli.

 

Pio RAJNA.

 

Note

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[1] V. t. VII, p. 22 (n. 25) e 369 (n. 27).

[2] Ib. p. 370.

[3] Ib. p. 388

[4] Anche nella Scala Caeli di Giovanni Juniore, sotto la rubrica Filii, abbiamo, proprio di seguito, tutti e tre i racconti (f. 97 a-98 a dell' edizione di Ulma, 1480).

[5] Cesario narra il fatto anche nelle sue Omelie; ma di queste non ho a mia portata, né l'edizione a stampa (Colonia, 1615), né alcun manoscritto.

[6] Hst. litt. de la Fr., XXIII, 193. Quni si accenna altresì ad una moralité, intito!ata Miroir des enfanz ingratz, con parole che non mi riescon ben chiare. [Cette moralité est en effet la mise en scéne du conte en question. - G. P.]

[7] Inclino a riguardare come mutazione arbitraria l'aver fatto che nell'ultimo episodio al figlio ingrato si presenti la madre, anziché il padre. La cosa è peraltro motivata con affettuosa ingegnosità: « ... Tandem pauperes effecti, cum venisset mater ad domum filii ut patris debilitatem ostenderet et subsidium postularet » ecc. (Ed. cit., f° 98 a.)

[8] . [Ce récit se trouve aussi dans Etienne de Bourbon (édit. Lecoy de la Marche, Paris,. 1877), n° 163; et plusieurs circonstances sont d'accord avec la version italienne. Voy. encore Pauli, Schimpf und Ernst, n° 437, et Archiv für slavische Philologie, 111, 215. - G. P.]

[9] Rispetto a questi due tratti, la novellina popolare tramezza fra Cesario e Tommaso: l'animalaccio, a cui la punizione è commessa, è un rospo; ma il rospo si sostituisce, non s'aggiunge al volatile.

[10] Un pollo anche nella novellina; nella Scala Caeli una gallina

[11] Qui pure la novellina è con Cesario, non con Tommaso.

[12] Anche la novellina parla solo del padre; ma siccome qui abbiam solo l'ultima parte della narrazione, non possiam dire che la madre rimanga positivamente esclusa; ché anche presso Tommaso alla casa del figlio viene il padre soltanto.

[13] S. Montaiglon, Recueil général des Fabliaux, I, 84; II, 1.

[14] Von der Hagen, Gesammtabenteuer, II, 391; III, 729.

[15] Questo tratto s'ha anche in un racconto edito dal Wright nelle Latin Stories, che risponde al nostro Forziere (n. 26; p: 28): « Tertio vero anno positus fuit cum pueris super terram proximus pessimis, et quia uxor sua incepit parere, oportuit eam cameram quam occupavit habere, et sub illo colore eum de camera ejecit. » Nessun dubbio che qui una tale espulsione non sia un'intrusione posteriore, dovuta al rimescolamento che continuamente avviene tra temi analoghi; la storia del racconto ce ne fa più che certi.

[16] [Cette opinion ne me paraît pas très probable. Le conte ici en question est uniquement constitué par le trait d'une bête immonde se substituant à la volaille que le fils a cachée et s'attachant à lui. Le préambule qui précède, et qui ne se trouve que dans certaines versions, a été sans doute, mais seul, emprunté au conte suivant. - G. P.]

[17] [Add. Waddington no 4 (Hist. littér., XXVIII, 194) et Rt. de Bourbon n. 161. Voy. aussi Pauli, no 436, et les remarques de M. R. Koehler, dans la Jenaer Literaturzeitung de 1878, art. 278, à propos d'une version grecque recueillie par M. Schmidt. - G. P.]

[18] E la quinta tra le venti; nella ristampa del D'Ancona (Bologna, 1871), p. 38.

[19] Novelle di M. Ortensio Lando. Lucca, Baccelli, 1851; p. 91.

[20] La piacevol notte e lieto giorno. Venezia, 1574, f° 160 b. In realtà questa non è se non una copia peggiorata del racconto del Lando.

[21] V. von der Hagen, Op. cit., II, lvij.

[22] Ib., p. lviij.

[23] Nella redazione tedesca anonima, chi dimezza propriamente è il padre stesso; il fanciullo, portata al nonno la mezza coperta, torna al babbo per l'altra; e, interrogato, che voglia farne, dà la solita risposta. In ciò s'ha mani-festamente un' alterazione arbitraria dei dati primitivi.

[24] La moglie nei Sette Savi appena si fa vedere. Una volta essa sgrida il fanciullo per l'importunità sua (st. 48), mostrandosi così in certo modo d'accordo col marito: « O, quanto al putino cridò la so madre! »; ma è un cenno fugacissimo. Altrove invece essa appare sotto un aspetto diverso affatto; ché, dicendo il bambino al nonno, che infine poi la casa e la roba sono sue, interrogato da lui, chi gli abbia detto ciò, risponde (st. 58): « Mia madre pui volte in chaxa à raxonato Queste parole: ora l'ài saputo. » Anche nella redazione tedesca anonima la moglie non prende parte attiva. Ma da ciò non sarebbe lecito dedurre nessuna conclusione; ché gli accordi negativi dicon sempre poco; qui poi, nulla affatto.

[25] Un'eco della stessa condizione di cose ci dà pure il riassunto, compilato non sappiam su qual testo, della Scala Caeli: « Filius filii eum compatiens frequenter eum visitabat. »

[26] Savi, st. 45; 52-53; - Der kozze, v. 181-88 (von der Hagen, II, 396).

[27] Anche il Lando, e dietro a lui il Granucci, entrano in schiera con loro. Lando: « Cui il fanciullo da divina virtù spirato » ecc.; Granucci: « Et egli quasi nuovo Daniel da spirito divino suscitato » ecc. Bisognerebbe sapere donde il Lando attingesse, per determinare se l'idea sia venuta a lui spontaneamente, o se gli sia stata data.

[28] Montaiglon, Op. cit., II, 5.

[29] Cioé uccidere.

[30] Schimpf und Ernst von Johannes Pauli herausgeg. von H. Oesterley. Stuttgart, 1866. (Liter. Verein.)

[31] Questa diventa inutile, una volta che non ci son più varii figliuoli che convenga raccogliere insieme, per farli tutti accorti del preteso tesoro. E superflua per questo rispetto, vuol esser soppressa per un altro come dannosa, in quanto, se il padre conserva una casa, non s'è dunque spogliato di tutto.

[32] Von der Hagen, II, 401.

[33] F° 97 b nell' edizione già citata di Ulma.

[34] Stavolta con una giunta di rena.

[35] Montaiglon, Op. cit., I, 188.

[36] Von der Hagen, Op. cit., II, 145.

[37] [Voy. encore Pauli, n° 364, et les rapprochements de M. Oesterley, qui indique des versions orientales. - G. P.]

[38] Mi permetto di sostituire, come più opportuno, questo titolo a quello di cui mi servii nella tavola dei racconti, che diceva, Gli amici veri e i falsi.

[39] Polieno, Stratagemmi, I, 40, 1.

[40] Delle due varianti arabe che ci son fatte conoscere, l'una dalla traduzione dei Cardonne, Mélanges de littér. orient., I, 78, l'altra dei Freytag, Arabum pr-verbia, I, 119, questa seconda ha speciale analogia col racconto di Polieno.

[41] II mezzo amico rimane bensì nelle semplici interpretazioni: non solo nella fedele Discipline du clergié, ma altresì nel Chastoiement.

[42] Ecco di nuovo il Sercambi colla sua duplice versione, nov. VI. delle venti pubblicate dal Gamba e I. tra le dodici spigolate dal Minutoli nella Cronaca (ed. D'Anc. p. 44 e 189), escluso affatto dal poter passare come fonte dei Sette Savi. Lo escluderebbero dei resto anche altre circostanze, oltre a quelle che risultano sotto dai confronti spagnuoli; questa, per esempio, che presso il novelliere lucchese si vuol sbarazzarsi del preteso cadavere portandolo al fiume, anziché sotterrandolo.

[43] Escritores en prosa anter. al siglo XV, p. 157.

[44] Ib. p. 418.

[45] P. 116 dell' ed. di Anversa, 1583.

[46] Al primo esperimento si fermano anche le varianti arabe menzionate sopra.

[47] Si noti la rima, tuerto, huerto.

[48] Dico ciò, perché la versione ampliata dei Castigos non contiene un ulteriore incremento che il racconto ha nel Patronio dopo l'episodio dello schiaffo. Ora, sembra un po' difficile che il rimaneggiatore, una volta messosi ad amplificare, volesse escludere quest'altra giunta, se l'avesse avuta nel suo modello.

[49] Al marito, non è detto espressamente; ma ciò solo per la malaccortezza del rimatore.

[50] (Réimprimé dans: zur Lolkskunde (1879), p. 124-140. II faut ioindre aux récits recueillis par M. Liebrecht le n° XLI des Comptes du Monde adventureux (éd. Lemerre, Paris, 1878, t. II, p. 54), où ne se trouve d'ailleurs aucun des trois traits des Sette Savi. - G. P.]

[51] L. cit., p. 394.

[52] Questa esclamazione è riportata testualmente in italiano dal Liebrecht.

[53] [ Ce conte est identique au fableau français Du Prestre et de la Dame, Méon, IV, 181; Montaiglon et Raynaud, n° LI. - G. P.]

[54] Ci si opporrebbero anche le varianti indipendenti, che, per quanto mi dicono reminiscenze confuse - il Liebrecht non dà indicazioni m proposito - esistono della prima beffa. Una certa analogia c'è colla novella dell'appiccicamento della coda presso il Boccaccio (IX, 10).

[55] Fiabe della Russia meridionale; Liebr., I. cit., p. 397.

[56] [Un fableau français, publié dans le t. III (n° LXI) de Montaiglon et Raynaud, Du prestre ki abevete, remplace, à peu prés comme le conte sicilien, l'arbre enchanté par une porte et le trou d'une serrure. - G. P.]

[57] Notte 898; t. XIV, p. 79 dell' ed. di Breslavia.

[58] Dunlop-Liebrecht, p. 243.

[59] Du Méril, Poés. inéd. du m. â., p. 353.

[60] Veramente le sue parole porterebbero ad ammettere la seconda alternativa

Invide qui palles, negat hic cornicula risum

Qui nitet his plumis est meus ille color.

Ma è da riflettere che i poeti latini del medio evo ripongono pressoché tutto il loro vanto nella forma; però Matteo poteva benissimo parlar così, quand'anche si fosse contentato di rivestire a nuovo un modello non suo.

[61] Già s'era peraltro stampata anche nel XVI; e l'edizione fiorentina del 1558, che i bibliografi registrano, non sarà di certo stata la sola. Le bibliografie ignorano anche l'edizione veronese (Merlo), che ho sotto gli occhi in un esemplare ambrosiano; non porta nota d'anno, ma sembra appartenere al seicento. Una recente ristampa s'ha tra le Quattro novelle scelte, Cosmopoli, 1865; libretto tirato a novanta soli esemplari, non messi in commercio.

[62] Propriamente le stanze 891.

[63] II fatto del tesoro vi è esposto in maniera affatto succinta:

Puoi comando che Tarpeia saprisse

Vn luocho doue era el comun thesoro

Ma Metelo un tribuno sii contradisse

Con parole & con atti che qui fuoro

Piu cose fatte & diete como scrisse

Lucan: ma pur al fin se tresse (sic) loro

Per li molti paesi conquistato

E a Cesariani fo donato

(Ed. del 1492. Lib. 11, st. 74).

[64] Bologna, Romagnoli, 1864. Un incontro sarebbe questo: Savi, st. 3; « Muzio alora ch'era molto sazo Ala porta del tesoro s'ebe apuzare. » Fatti di Ces., p. 112: « ... S'appoggia a le porte che ancora non erano aperte. » Cf. Phars., v. 117: « Ante fores nondum reseratae constitit aedis. »

[65] È la seconda delle due pubblicate da I. Ghiron per « nozze Gori-Riva »; Milano, 1879.

[66] V. Settegast, Jacos de Forest e la sua fonte; Giorn. di fil. rom., II, 176.

[67] Così almeno accade nel codice marciano CIV. 3. Poiché le emanazioni nostrali della prosa francese hanno Metello, non Marcello, è a dire, o che i loro manoscritti leggessero altrimenti, oppure  e questo a me par più probabile, che gli autori si sieno accorti dello sbaglio e l'abbian corretto.

[68] Nello scritto Ueber eine altfranzösische Handschrift der k. Universitætsbibliothek zu Pavia, t. LIV (a. 1870) dei Rendiconti dell'Accademia di Vienna, CI. fil. St.; p: 52-71 della tiratura a parte.

[69] V. il n° 94 tra i Kinder und Hausmærchen dei Grimm, colle rispettive annotazioni.

[70] St. 3: « E con sua loquela dise e fe conprendere Che la anbasata sua ne lo suo gran consilio In quelo volea fare con ardito zilio. » Ecco un'altra conferma venezianità.

[71] Una tal provenienza è probabile per la disputa (Koelher, Op. cit., p. 489); certissima per l'altro tema (Benfey, Orient und Occident, 1, 374)

[72] II Koehler la riporta a p. 484

[73] Se n'hanno due traduzioni; una francese del Pétis de la Croix (p. 328 nel volume dei Mille et un jours del Loiseleur), e una tedesca del Behrnauer (Die vierzig Veziere, Lipsia 1851, p. 111). Le differenze che si avvertono tra le due possono esser dovute alle note libertà del traduttore francese.

[74] N° 32; p. 33 dell'edizione Oesterley.

[75] p. 430 dell edizione de Ochoa; 228 ed. Ianer.

[76] Ciò è dimostrato da una circostanza comune alle due redazioni volgari, taciuta invece dall'Accorso. I Romani rivestono sfarzosamente il loro strano campione. Arcipr.: « Vistiéronlo muy bien panos de gran valìa Como si fuese Doctor en la Filosofia ». Pauli: « ... Da legten si einem narren ein kostlichen hübschen rock an, und satzten im ein hiibsch roth baret uff. » E non si sospetti una qualche omissione di parole nella glossa qual'è riportata dal Koehler; ne ho accertato l'integrità confrontando la grande edizione parigina dei Nivelle, e un buon manoscritto ambrosiano del sec. XIV, segnato A. 256. Inf.

[77] Sennò, mal si spiegherebbero gli accordi stretti tra la versione del Pauli e la glossa, anche all'infuori dei contenuto. Accurs.: « Stultus ... elevavit duos [digitos], et cum eis elevavit etiam pollicem, sicut naturaliter evenit. » Pauli « Nun ist es gewonlich, wan einer zwen finger uff streckt, so streckt er den dumen auch usz. »

[78] Anche indipendentemente dalla prova che risulta dalla concordanza rilevata col Pauli, bisogna dire che il Liebrecht fu un pochino imprudente quando affermò (Germania, V, 487) che la versione dell'Arciprete era manifestamente attinta dalla glossa dell'Accursio. Essa vien pure a distinguersi per certe particolarità, che non attribuirei così senz'altro al rimatore. L'Arciprete, per esempio, motiva in modo speciale l'uso dei segni nella disputa: « Mas porque non entendien el lenguaie non usado, Que disputasen por senas, por senas de Letrado. » Viceversa, tace la ragione data dall'Accursio della scelta dei campione: « ... Quendam stultum ad disputandum cum Graeco posuerunt, ut, si perderet, tantum derisio esset. », Dato che le peculiarità della versione spagnola estranee tanto alla glossa quanto al Schimpf und Ernst fossero, anche solo in parte, nella sua fonte, ne verrebbe che fonte, nonché la glossa nostra, non poté esser per l'Arciprete nemmeno l'originale della glossa.

[79] V. la nota precedente.

[80] Rom., VII, 388.

[81] V. 6215 segg. della versione rimata. Il testo in prosa dell'Oesterley manca di questo episodio. Non è, come è noto, il solo suo difetto.

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Ultimo aggiornamento: 06 gennaio 2008