Carlo Antonio Pilati

DI UNA RIFORMA D'ITALIA

OSSIA DEI MEZZI DI RIFORMARE

I PIÙ CATTIVI COSTUMI

E LE PIÙ PERNICIOSE LEGGI D'ITALIA

Edizione di riferimento:

Illuministi italiani, tomo III, Riformatori lombardi piemontesi e toscani, a cura di Franco Venturi, Riccardo Ricciardi editore, Milano Napoli 1958

INTRODUZIONE [1]

I malanni onde l'Italia viene da gran tempo travagliata sono così gravi di peso e così infiniti di numero che un animo patriotico non li può con occhio indifferente riguardare. Questa é appunto la cagione che mi ha sospinto a voler dei mezzi, che io avvisassi essere i più acconci a levar via i più insoffribili disordini, in questa mia oppericciuola brevemente ragionare. E siccome l'Italia le sue più funeste piaghe parte dal clero mal diretto e regolato, parte dalla superstizione del popolo, parte dalla ruina dell'agricultura, del commerzio, delle arti, e delle manifatture troppo oppresse e trasandate, e parte finalmente dalla cattiva amministrazione della giustizia riceve, così di ognuna di queste cose verrà qui partitamente per maggiore chiarezza trattato. Ed a questa impresa mi accingo, benché già prevegga che gli ecclesiastici non mancheranno secondo il lor cristiano costume di mordermi, di lacerarmi e di vituperarmi per ogni più crudele maniera, facendomi dal credulo ed ignorante volgo tenere per uno ardito e manifesto eretico, e gridando che io abbia a rei fonti bevuto e da falsi principii false conseguenze cavato. Questa é in fatti la disgrazia fatale di qualunque cattolico, il quale, conoscendo la verità e sapendo nelle cose distinguere il nero via dal bianco, imprenda di parlarne o scriverne pubblicamente. Ma dovrassi per questo sempre tacere e sempre stare colle mani alla cintola, e sempre tollerare con rassegnazione le calamità che dalla parte del clero ci vengono? Come mai può chiunque abbia un vero zelo per la fede cattolica ed un vero amore per la patria sopportare pacificamente le ingiurie che tanto la religione quanto gli stati cattolici, e principalmente l'Italia, da costoro cotidianamente ricevono? Io per me non voglio, né volendo potrei rimanermi dal mettere in vista le loro usurpazioni, le loro cattive pratiche, i loro scandali e dal suggerire que' rimedi che io secondo il mio parere giudico più spedienti per liberarne, se non interamente, almeno in buona parte l'Italia. E credo che me ne sapranno buon grado coloro i quali conoscono queste medesime cose che io accenno, e comprendono assai bene quanto sia necessario pel bene e per la salute d'Italia di abbassarvi la potenza degli ecclesiastici, di scemarne il numero, di ristringerne le ricchezze e di regolarne i costumi. Vi fu un tempo che la bisogna non andava così. Imperciocché il clero della prima Chiesa non era arrogante, né avaro, né presuntuoso, né scandaloso ne' costumi. Egli non badava ad ammassare ricchezze, non si arrogava una superba autorità né sopra i fedeli della Chiesa, né sopra i sudditi dello stato, non ambiva vani onori, non disputava ambiziosamente della preminenza, e non pensava a formare uno stato separato negli stati de' principi secolari. Non c'erano allora beni di chiese, ma il clero viveva frugalmente e modestamente delle limosine de' fedeli; allora non si facevano leggi ecclesiastiche, né il clero si era messo in capo di potere a' fedeli dettare alcuna legge, ma solamente certe regole col previo parere e consenso de' laici si proponevano, le quali volontariamente e di proprio moto s'impegnavano tutti di seguitare. Allora niuna Chiesa si arrogava l'autorità di poter comandare alle altre Chiese, e la medesima Chiesa romana non si sognava di avere un sì fatto diritto, ma ognuna si regolava a suo piacimento, e secondo che stimava convenire meglio alle circostanze sue proprie, prendendo al più dalle altre Chiese qualche esempio o qualche parere; allora il clero non si reputava esente dalle leggi de' suoi principi, non da' pesi degli altri suoi concittadini e non dagli obblighi di dovere per ogni modo contribuire alla salute della repubblica. Ma a misura che l'esempio e la dottrina degli apostoli si andavano nel procedere del tempo perdendo di vista, a misura che le chiese e gli ecclesiastici si aumentavano, a misura che lo zelo del popolo si raffreddava per le cose della religione e che cominciava a trascurare gli affari della sua Chiesa, a misura finalmente che gl'imperadori si diedero ad essere più benigni co' cristiani e ad abbracciare essi medesimi la nostra santa fede, il clero principiò ad usurparsi dell'autorità sopra i laici ed a vilipenderli, ad amare le ricchezze, a desiderare gli onori, ed a cercar fra se stesso mille preminenze e mille distinzioni per lo addietro non mai nella Chiesa udite. Da così fatti principii adunque é nata la potenza e la ricchezza immensa del clero: ed ora che essi sono arrivati a così alto grado, non possono sofferire che alcuno si metta a rammemorare loro né la dottrina del Vangelo, né lo spirito e lo esempio della prima Chiesa, né la loro umile ma lodevole origine. Anzi la maggior parte di loro sono cotanto sciocchi e cotanto delle proprie cose ignari che avvisano di essere per lo addietro sempre stati e così potenti e così ricchi e così alti come adesso, anzi s'imaginano di essere stati da prima in ognuna di queste cose assai più che non sono a' nostri tempi. E per questo maledicono e perseguitano ognuno che procuri di abbassargli e di umigliarli davantaggio. Ma io spero che i principi secolari e gli altri laici andranno pianpiano aprendo gli occhi, e che comincieranno una volta a disingannare prima se medesimi e poi anche il clero, il quale si figura di avere diritti che non ha. La troppa potenza de' preti é stata in ogni tempo, in ogni luogo, ed in ogni religione la ruina degli stati. Ella è una cosa che cagiona stizza e rabbia a leggere in Erodoto quanti mali cagionassero e quante imposture usassero e quante piaghe facessero allo stato in Egitto i preti. La Persia e le Indie furono ruinate dai preti ed i sacerdoti dell'Antico Testamento avevano già ridotto a pessimi passi tutto il popolo ebreo. Il profeta Geremia dà ad intendere nelle sue lamentazioni come l'ambizione de' sacerdoti abbia cagionata la prima desolazione di Gerusalemme, e Gioseppe Ebreo ascrive alla medesima cagione la seconda ruina della mentovata città. Io ho osservato in diversi miei viaggi che i sudditi degli ecclesiastici sono da per tutto i più poveri ed i più tiranneggiati del mondo, e l'istessa osservazione fu fatta già prima dal celebre Burnet, com'egli attesta nella descrizione de' suoi viaggi. Ma il clero, operando in questa guisa e volendo pur tirare ogni cosa a sé, non fa però mai bene i suoi interessi. Perché delle due cose conviene che l'una o l'altra intervenga, cioè che lo stato perisca, e che in un con lo stato si dileguino per necessaria conseguenza anche le forze e le ricchezze de' preti, come si è veduto a più regni negli antichi tempi avvenire, o che volendo lo stato pur sussistere e desiderando di trovare compenso al pericolo che gli sovrasta, metta mano ad abbassare l'orgoglio e la potenza de' preti, e forse anche più del dovere li ristringa, come abbiamo osservato avere praticato i principi protestanti, i quali per iscansare lo sterminio che soprastava loro dalla parte del clero, hanno levato ai preti non solo i beni e le forze ma anche il modo di potere onorevolmente campare.

Il Machiavelli nel primo Discorso del libro terzo sopra la prima Deca di Tito Livio dice che a volere che una setta ed una religione si mantenga lungamente è necessario ritirarla spesso verso il suo principio., Quindi seguirebbe che per far bene dovrebbesi ridurre il clero ad essere sì povero, sì umile, sì esemplare e sì quieto, come avrebbe ad essere secondo lo spirito del Vangelo, e come in effetto egli era ne' tempi della prima Chiesa. Questa massima del Machiavelli è vera e giusta, e sarebbe da desiderarsi che si potesse mettere a' giorni nostri in opera col nostro clero italiano. Ma nelle presenti circostanze io non trovo spediente, per le ragioni che addurrò per entro all'opera, che agli ecclesiastici venga ogni lor potere ed ogni facoltà levata. Lasciamoli pur comodi, ma non estremamente ricchi, lasciamoli grandi, ma non eccessivamente potenti. Le circostanze presenti lo chiedono necessariamente. La massima adunque del Machiavelli non è da usare se non che rispetto ai costumi ed alla disciplina degli ecclesiastici; cioè egli è necessario di obbligare il clero a ripigliare i suoi costumi di prima, e che ei aveva una volta, quando si ricordava del Vangelo e degli insegnamenti degli apostoli. Questo certamente è necessario, che la disciplina ecclesiastica venga ritirata al suo principio, poiché da una tale riformazione non ne può venire se non che gran bene allo stato. Ed è pure una cosa vituperevole che costoro vengano a seccarci tutto il giorno con le lor ciance, rimproverandoci giù dal pulpito i nostri vizi, de' quali sono pieni essi medesimi, e comandandoci che noi facciamo quello che non fanno poi neppure eglino, e proibendoci ciò ch'essi vanno facendo tutti i dì e tutte le ore. Contro a' quali ottimamente applicare si possono quelle parole che Arriano nel libro terzo al capo 21 mette in bocca di Epitetto, il quale contro questi sacerdoti ipocriti così si esprime: « Voi non avete ancora ben compresi i precetti della sapienza, e vene volete già scaricarvi sopra gli altri, come uno stomaco guasto rigetta i cibi indigesti. Digeriteli una volta voi medesimi, lasciateli penetrare nel vostro sangue, e fate che producano prima di tutto in voi stessi un cangiamento di vita. Il ferraro non dice già: ascoltate, persone care, come io so ragionare bene dell'arte mia. Ma egli piglia a pigione una casa, egli si prepara i suoi istromenti, egli si mette a lavorare, e fa vedere col fatto che intende la sua professione. Così convien fare anche a te: poiché, come pretendi tu mai di comunicare all'altro uomo ciò che tu stesso non possiedi? Tu non ti comporti come ad un sacerdote è convenevole; tu non hai le qualità che vi si richieggono, né l'esperienza, né l'età; tu non hai menata una vita casta ed innocente, ma tu hai soltanto appreso qualche parola a mente, e vai dicendo che la tua parola è santa in sé e per se stessa. Ma dimmi, perché questa parola non ha ella servito a renderti santo te medesimo? Vergognati delle tue ciance, e sta discosto dall'ufficio, per cui tu non sei a proposito ».

Io protesto per altro che in tutto quello che sono per dire mi lascerò unicamente guidare dall'equità, dalla ragione e dall'amor della patria. Lo spirito di partito, la passione ed il libertinaggio non hanno che fare con me. Io sono amico della nostra fede, ma nemico degli abusi che danno il guasto alla nostra Italia. Laonde non temo di poter essere incolpato di eresia veruna, se non che da qualche ignorante chericuzzo, o da qualche stordito frate, o da qualche maligno spirito, il quale non perché io parli male, ma perché i miei riflessi a' suoi cattivi fini ed a' suoi malvagi interessi per avventura s'oppongono, si studierà di vituperarmi e di sollevarmi contro l'odio dello stupido ed insensato volgo.

 

Nota

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[1] Il testo è tratto da Di una riforma d'Italia ossia dei mezzi ecc., Edizione seconda accresciuta di altrettanto, in Villafranca 1770, due volumi. Il primo volume di questa seconda edizione non è che una pura e semplice ripubblicazione, cambiato il frontespizio ed aggiunta la Prefazione, della prima edizione, la quale porta l'indicazione: « In Villafranca 1767 ». Tradizionalmente si afferma che questa prima edizione sia stata stampata a Venezia, mentre la seconda viene attribuita alla stamperia di Coira. È tuttavia un errore, trattandosi in realtà, come si è detto, di un medesimo libro, almeno per quel che riguarda il primo volume. È più che probabile dunque che Venezia non abbia nulla a vedere né con la prima, né con la seconda edizione e che esse siano state compiute nei Grigioni, in anni, del resto, in cui Pilati non si trovava più in Italia.

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Biblioteca dei Classici italiani di Giuseppe Bonghi

Ultimo aggiornamento: 15 novembre 2007