Carlo Antonio Vianello

L' “ORAZIONE PANEGIRICA

SULLA GIURISPRUDENZA MILANESE„

DEL VERRI TRA LE FONTI DEL LIBRO

« DEI DELITTI E DELLE PENE »

Edizione di riferimento:

Giornale Storico della Letteratura Italiana, vol. CXII (fasc. 1), anno LVI Fasc. 334 (settembre), Direttori: Giulio Bertoni, Carlo Calcaterra, Santorre Debenedetti, Ferdinando Neri, Casa editrice G. Chiantore - Torino 1938-XVI

La svolta decisiva della vita di Pietro Verri data dalla fine del 1758 e coincide col servizio militare compiuto in Slesia e col suo viaggio a Vienna per prestare a corte il servizio di noviziato di imperial regio ciambellano. Prima era un Giovin Signore, salvo l'intelligenza, come gli altri, pago di brillare nelle sale della Serbelloni e in quelle dell'Accademia dei Trasformati.

La sua improvvisa partenza era stata causata da una disillusione amorosa inflittagli dall'incostante duchessa, ma più ancora dal bisogno di sottrarsi all'intollerabile tirannia familiare. Presto però si disgusta anche della vita militare, nella quale, mentre credeva di trovare «la realtà delle descrizioni del Tasso e dell'Ariosto », non trovò che « ipocondria, noia, invidia, rusticità » ed ufficiali « cadetti spiantati ». Vi trovò tuttavia un amico, un geniale tipo di avventuriero di quelli di cui púllula l'inquieto settecento, il gallese Enrico Lloyd, che fu in seguito suo ospite a Milano e che, da ufficiale austriaco che era allora, finì la sua carriera come generale inglese, dopo esserlo stato prussiano e russo, e come scrittore di economia e di finanze [1] non privo di originalità e di acume.

 

Quest'amicizia, fervida di intelligenti discussioni, valse a scuotere il nostro giovane dall'apatìa e ad orientarlo verso gli studî economici. Difatti, date le dimissioni da ufficiale e presentatosi a corte per prestare come ciambellano il servizio di noviziato, si applicò subito con fede di neofita a quegli studi nelle biblioteche di Vienna, guidato dall'abate Giusti [2], referendario per gli Stati d'Italia, accademico trasformato e vecchio amico di casa Verri. Questi aveva posto i suoi occhi sul giovane patrizio promettente e lo ispirò ad essere in Milano il sostenitore di quel vasto movimento di riforme che dall'ombra discreta del suo ufficio egli stava meditando di promuovere, contro la preveduta ostilità del retrivo cerchio milanese che egli ben conosceva avendovi vissuto a lungo come segretario del Governatore Pallavicini suo maestro.

 

Ritornato a Milano. nel gennaio del '61, il Verri trovò molte cose cambiate. Anzitutto trovò che il Parini, l'abatino plebeo che già aveva cominciato a fargli ombra con la sua coltura e con il suo ingegno nel salotto della della Serbelloni, reduce ora dalla clamorosa disputa letteraria col Branda, nella quale era stato l'alfiere e il vindice dei Milanesi e il fulcro della battaglia, era salito in auge nell'Accademia dei Trasformati dove sedeva già tra i conservatori. Ormai non c'era posto per due pastori alla testa del gregge, sicchè persuaso che l'Accademia non potesse più giovare al suo tenace proposito di distinguersi e di primeggiare, il Verri la diserta non senza un po' di rancore, trascinando con sè nella secessione il timido marchesino Beccaria.

Rinunciando così alla letteratura e ai Trasformati, e un po' anche alla mondanità, il Verri si ritira in casa e si lega col suo minore fratello Alessandro allora ventenne, uscito da poco dal collegio. Ai due fratelli e al Beccaria si aggiungono altri giovani, il conte Luigi Lambertenghi, il conte Giovan Battista Biffi, più tardi il conte Giuseppe Visconti di Saliceto e, nel '63, l'abate marchese Alfonso Longo, cosicchè il gruppo risultò di sette membri. Nasceva così l'Accademia dei Pugni.

 

Ogni sera si trovavano nella stanza di Pietro a discutere, a leggere, a lavorare. Molta buona volontà, molta giovinezza e pochi soldi in tasca. Avevano a loro disposizione le biblioteche Lambertenghi e Trivulzio e vi leggevano Shakespeare, Addyson, Hume, Pope, Dryden, Swift, M.me de Sévigné, Montaigne, La Fontaine, Crébillon, Dorat, Gresset, Fontenelle, Rousseau, Montesquieu, Voltaire, d'Alambert e pochi italiani, Sarpi, Bettinelli, Cocchi, Algarotti e ne traevano estratti e note che ancor oggi si conservano in un grosso codice in foglio tra le carte che il Biffi legò alla biblioteca della sua Cremona [3]. Pietro stava preparando il suo studio Sul tributo del sale [4] e il Saggio sulla grandezza e decadenza del commercio dello Stato di Milano [5] e frattanto pubblicava le serie dei suoi almanacchi satirici: Il Mal di milza e Il Gran Zoroastro; inoltre aveva indotto il Beccaria a stampare Sui disordini e sui rimedii delle monete [6] e lui stesso prenderà parte alle polemiche che ne seguiranno, pubblicando a difesa il Dialogo fra Fronimo e Simplicio sulle monete, e il Gran Zoroastro ossia astrologiche osservazioni sui veri principii della scienza monetaria [7]. Pietro aveva anche pubblicato in quei giorni, coi tipi dell'Aubert di Livorno [8] per esimersi dal « vidit pro excellentissimo Senato », le Meditazioni sulla felicità che eran allora un opuscoletto di 31 pagine che egli amplierà solo nell'edizione del 1781.

 

Fresco ancora della scuola disertata dei Trasformati, Pietro aveva portato nel suo nuovo cenacolo il metodo accademico di quelli e assegnava talora agli amici dei temi da svolgere: si conservano ancora difatti saggi di Pietro e del Lambertenghi sul medesimo oggetto, per esempio quelli Sugli oziosi e i mendichi [9]. Si veniva così formando tra le loro carte quel materiale che essi raccoglieranno l'anno seguente nel Caffè.

 

Pietro allora coltivava volentieri il genere satirico e del 1763 sono appunto la relazione di una prodigiosa cometa [10], il progetto di perfezione [11] e la presente orazione panegirica. Se la prima ha qualche saporito spunto di umorismo e talora un felice rilievo di rappresentazione verista, le altre, letterariamente considerate, son coserelle accademiche da Trasformati. Benchè il Verri nel Ridicolo, sulle pagine del Caffè, abbia preteso poi di criticare l'efficacia satirica del Mattino, la sua tecnica in materia si rivela ben elementare e non va più in là dell'ironia enfatica. Tuttavia l'Orazione panegirica non è priva di interesse per noi perchè in essa è l'origine occasionale e immediata del libro del Beccaria.

 

L'Accademia dei Pugni nel quieto circolo milanese aveva fatto rumore, suscitato curiosità e l'aspettativa era grande: la città aspettava ormai da loro qualche cosa di più notevole che non fossero le solite polemiche cui era già abituata e che non interessavano più nessuno. Ci voleva un argomento nuovo, di interesse generale, che toccasse il sentimento di tutti, per dare la fama e la gloria, quanta nel campo avverso ne andava raccogliendo il Parini col suo Mattino.

 

Il Verri non sapeva di aver avuto sottomano l'argomento: lo riteneva un argomento pericoloso: « materia riservata » che, a pubblicarla, poteva creare noie col Governo e soprattutto non s'addiceva al figlio primogenito dell'autorevolissimo e conservatorissimo Senatore Reggente e, forse, non avrebbe potuto servire gran che per la « carriera»: tutt'al più poteva sortirne una cattedra, ma Pietro mirava più in là. E poi per affrontare con la stampa la pubblica opinione, irta di saputi ed ombrosi giurisperiti, era necessario un complesso di cognizioni giuridiche che mancavano a lui. Perciò Pietro per prudenza si lasciò scappare l'occasione buona e passò il tema al Beccaria. Ma non glielo perdonerà mai.

*

 

*               *

Nel corso della lunghissima animosità contro il fortunato rivale, Pietro sfogandosi per lettera con il fratello Alessandro lontano, sopravalutò di molto il suo merito d'ispiratore: a noi sarà facile, dal confronto delle due opere, rimettere le cose al loro giusto posto. Ma se, all'infuori dell'orazione verriana, volessimo cercare le fonti dirette dell'opera del Beccaria negli enciclopedisti [12] o in Bacone [13], avremmo ancor più facile compito. D'altronde anche questo era un ritorno poichè il movimento di revisione critica di ogni autorità tradizionale che fu la malattia del settecento, a ben vedere ebbe le sue radici nel pensiero italiano del cinque e del seicento, donde si propagò in Inghilterra fecondando quella scuola filosofica e di lì passò in Francia, per tornare poi sulle ali della moda in Italia. Del resto non è fuori di luogo ricordare che Paolo Risi, l'amico del Parini e l'alleato dei Trasformati, nelle sue Animadversiones ad criminalem jurisprudentiam pertinentes [14] uscite due anni dopo il libro dei delitti, come contraltare di quello, dimostrò che si poteva giungere alle stesse conclusioni del Beccaria scrivendo secondo la tradizione in un bel latino e citando, invece dei francesi, solo autori romani o padri della chiesa: ciò che era nell'ortodosso ordine di idee dell'Accademia dei Trasformati.

CARLO ANTONIO VIANELLO.

Note

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[1] Riguardo all'influenza del Lloyd sul pensiero del Verri cfr. la seguente lettera di Pietro a mons. Gaetani  aprile 1781 (in Arch. Sormani-Verri): « ... la definizione del denaro [merce universale] la « credo mia: ho disputato molto e su di questo e su di altri articoli di economia pubblica coll'inglese generale Lloyd ... Esso mio amico ha stampato contemporaneamente a me nel 1771 a Londra An essay on the theory of money ed ivi definisce la moneta nel modo medesimo seguito da me. Di chi è la definizione? Chi di noi due il primo l'ha trovata? In verità non me lo ricordo. So che Lloyd è un uomo di sommo ingegno e che per mesi abbiamo ragionato di queste materie e che non mi vergognerei punto se la dovessi a lui».

[2] Sull'ab. Luigi Giusti, del quale non è nota come meriterebbe l'opera di promotore delle riforme teresiane, cfr. C. A. Vianello, La giovinezza di Parini, Verri e Beccaria, Milano, Baldini e Castoldi, 1933, pag. 296.

[3] Cod. Biffi N. 675: Sentenze e memorie morali in Bibl. Gov. Cremona. -

[4] Ms. in Arch. Sormani Verri, inedito.

[5] Ms. in Arch. Sormani Verri; è in corso di pubblicazione. Cfr. nota (1) a pag. 66.

[6] Sui disordini e sui rimedii delle monete dello Stato di Milano, Lucca, Giuntini, 1762 (luglio).

[7] Dialogo ... Lucca, Giuntini, 1762; Il Gran Zoroastro ossia ... Lugano, Agnelli, 1762.

[8] Con la falsa data di Londra.

[9] P. Verri: Progetto per un albergo dei poveri e casa di correzione, Ms. in Arch. Sormani-Verri; L. Lambertenghi, Saggi politici sugli oziosi e mendichi e sulla necessità di una casa di travaglio, Ms. in Ambr. Cod. Z, 235.

[10] Ms. in Arch. Sormani-Verri; edita in C. A. Vianello, La vita e l'opera di C. Beccaria, con scritti e documenti inediti, Milano, Ceschina, 1938, pagg. 24-29.

[11] Ms. in Arch. Sormani-Verri, inedito.

[12] Ad esempio: Montesquieu (Esprit ... liv. 1, chap. 3): « Sitôt que les hommes sont en société, ils perdent le sentiment de leur faiblesse: l'égalité qui était entre eux cesse, et l'état de guerre commence. Chaque société particulière vient à sentir sa force, ce qui produit un état de guerre de nation à nation ».

Beccaria (Delitti ... II): «La moltiplicazione del genere umano, piccola per se stessa, ma di troppo superiore ai mezzi che la sterile ed abbandonata natura offriva per soddisfare ai bisogni che sempre più s'incrocicchiavano tra di loro, riunì i primi selvaggi. Le prime unioni formarono necessariamente le altre per resistere alle prime, e così lo stato di guerra trasportossi dall'individuo alle nazioni ».

Rousseau (Contrat ... liv. 2, chap. 4): « On convient que tout ce que chacun aliène par le parte social de sa puissance, de ses biens, de sa liberté, c'est seulement la partie de tout cela dont l'usage importe à la communauté ... (Contrat ... liv. I, chap. 8): « Ce que l'homme perd par le contrat social est sa liberté naturelle, et un droit illimité à tout ce qui le tente et qu'il peut atteindre; ce qu'il gagne c'est la liberté civile et la proprieté de tout ce qu'il possède ».

Beccaria (Delitti ... II): « Fu dunque la necessità che costrinse gli uomini a cedere parte della propria libertà; egli è dunque certo che ciascuno non ne vuol mettere nel pubblico deposito che la minima porzione possibile, quella sola che basti a indurre gli altri a difenderlo ... Nessun uomo ha fatto il dono gratuito della propria libertà in vista del bene pubblico ... Essi ne sacrificarono una parte per godere il restante con sicurezza e tranquillità ».

Montesquieu (Esprit, tom. 2, p. 18): « C'est encore un violent abus de donner le nomme de crime de lèse Majesté à une action qui ne l'est pas ».

Beccaria (Delitti, XXVI): « La sola tirannia e l'ignoranza che confondono i vocaboli e le idee più chiare, possono dar questo nome (di delitto di lesa Maestà) e per conseguenza la massima pena a delitti di differente natura e rendere così gli uomini, come in molte altre occasioni, vittime di una parola ».

Rousseau (Contrat, liv. 2, chap. 5): « Mais, dira-t-on, la condemnation d'un criminel est un acte particulier. D'accord: aussi cette condemnation n'appartient point au souverain; c'est un droit qu'il peut conférer sans pouvoir l'exercer lui-méme ».

Beccaria (Delitti, III): «Il Sovrano che rappresenta la società medesima non può formare che leggi generali che obblighino tutti i membri, ma non giudicare ... Egli è dunque necessario che un terzo giudichi ..... Ecco la necessità d'un magistrato».

Vattel (Droit des gens, liv. 1, chap. 13; paragr. 170): «La peine assignée d'avance à une mauvaise action retient plus efficacement les méchans qu'une crainte vague sur laquelle ils peuvent se faire illusion ».

Beccaria (Delitti, VIII): « La certezza di un castigo benchè moderato farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro, unito colla speranza dell'impunità ».

Montesquieu (Esprit, liv. 12, chap. 12): « Les paroles ne forment pas un corps de délit, elles ne restent que dans l'idée. La plûpart du tems elles ne signifient point par elles-mêmes, mais par le ton dont on les dit. Souvent en redisant les mêmes paroles on ne rend pas le méme sens ».

Beccaria (Delitti, VIII):- « È quasi nulla la credibilità di un testimonio, quando si faccia delle parole un delitto; poichè il tono, il gesto, tutto ciò che precede e ciò che siegue, le differenti idee che gli uomini attaccano alle stesse parole, alterano e modificano in maniera i detti di un uomo che è quasi impossibile il ripeterle quali precisamente furon dette ».

Rousseau (Contrat, liv. 2, chap. 3): «Mais quand il se fait des brigues, des associations partielles aux dépenses de la grande, la volonté de chacune de ces associations devient générale par rapport à ses membres, et particulière par rapport à l'État; on peut alors dire qu'il n'y a plus autant de votans que d'hommes mais seulement autant que d'associations ».

Beccaria (Delitti, XXXIX): «Vi siano centomila uomini, ossia ventimila famiglie: se l'associazione è fatta per famiglie vi saranno ventimila uomini e ottantamila schiavi».

Montesquieu (Esprit, tom, 2, art. 20): « C'est une règle tirée de la « nature que plus on diminue les mariages qui pourroient se faire, plus on corrompt ceux qui sont faits. Moins il y a de gens mariés, moins il y a de fidélité dans les mariages ».

Beccaria (Delitti, XXXVI5: « La fedeltà coniugale è sempre proporzionata al numero e alla libertà dei matrimonii ».

Rousseau (Contrat; liv. 3, chap. 8): « Plus le méme nombre d'habitans occupe une grande surface, plus les révoltes deviennent difficiles ».

Beccaria: « Quanto più gli uomini son rari, tanto più difficile e men temuta è la riunione degli oppressi contro gli oppressori ».

Puffendorf (Droit de nat. et des gens, liv. 8): «La clémence suppose quo l'on trouve trop rigoureuses les peines portées par les loix, ou que l'on accuse le Législateur d'établir les peines contro ceux qui ne le méritent pas ».

Beccaria (Delitti, XX): « A misura che le pene divengono più dolci, la clemenza e il perdono divengono meno necessarii ».

Montesquieu (Esprit, liv. 12, chap. 3): « Un témoin qui affirme et un qui nie font. un partage et il faut un tiers pour le vuider ».

Beccaria (Delitti, VIII): « Più d'un testimonio è necessario perchè fintanto che uno asserisce e l'altro nega, niente v'è di certo, e prevale il diritto che ciascuno ha d'esser creduto innocente ».

[13] Bacone, Aforismi sulle leggi: « Il diritto dei particolari vive sotto la tutela del diritto pubblico. La legge veglia sui cittadini e il magistrato sulla legge. L'autorità del magistrato dipende dalla Costituzione dello Stato e dal vigore delle leggi. Tutto languisce se queste si alterano » (III).

« Tra le leggi ve ne sono di eccellenti, di indifferenti, di viziose. Una legge per essere buona dev'essere giusta, chiara, di facile esecuzione, adatta alla forma di governo che la riceve, capace di rendere il cittadino migliore e virtuoso » (VI).

« Ogni legge equivoca diviene ingiusta perchè colpisce senza avver« tiro. La miglior legge è quella che lascia il minor campo alle discussioni del giudice» (VII).

« L'incertezza e l'inefficacia delle leggi provengono dalla loro molteplicità, dalla precisione o dalla prolissità del loro stile, dalla deviazione degli interpreti, dalla contraddizione dei giudizii » (VIII).

« I casi che derogano al diritto comune devono essere espressi dalla legge. È meglio attendere una nuova legge per un caso nuovo che superare i limiti di quella già fatta » (X).

«Nelle leggi rigorose bisogna moltiplicare gli esempii espressi per non che la sottigliezza delle analogie contrasti i sentimenti di umanità e i fini del legislatore » (XI).

« Gli esempii recenti sono sempre più sicuri degli antichi » (XV).

« L'antichità deve essere ascoltata con rispetto ma seguìta con precauzione » (XVI).

« Perchè dare la tortura alle leggi penali? Non si saprebbe mai troppo restringere il rigore delle pene, sopratutto capitali» (XXI).

« Se è crudeltà punire un semplice progetto di delitto, è clemenza il prevenirne la consumazione. È ciò che si fa, infliggendo pene moderate al delitto solo tentato » (XXIII).

« I giudici non devono essere gli arbitri, ma gli interpreti e i difensori delle leggi» (XXV).

« Bisogna motivare le sentenze poichè si tratta di far rispettare la giustizia più che di farla temere » (XXVI).

« Bisogna affrettarsi ad abrogare le leggi consunte dal tempo per tema che il disprezzo delle leggi morte non ridondi sulle leggi vive e che la cancrena non guadagni tutto il corpo del diritto » (XXXIV).

Bacone, Doveri dei giudici: « La tortura di cui si munisce la legge la rende amara. La legge penale la cui prima finalità è di prevenire il delitto e non di punirlo, se la si eseguisce a rigore diverrà un flagello che piomberà sulla testa del popolo. Lasciatele dormire, non del tutto, ma qualche volta riposare » (XXVI).

Bacone, De augm. scient., lib. VIII, aph. 4: « Decernendi contra Statutum expressum sub ullo aequitatis pretextu, Curiis Praetoriis jus ne esto, hoc enim si fieret, judex prorsus transiret in legislatorem et, omnia ex arbitrio penderent ».

Ibid., lib. VIII: De fontibus juris, aph. 8: « Optimam esse legem quae minimum relinquit arbitrio iudicis ».

[14] Milano, Galeazzi, 1766. Fu ristampata a Losanna dal Grasset nel 1768, tradotta in francese dal Segneux de Correvon, autore egli stesso di un saggio sull'uso, abuso e inconvenienti della tortura.

Il Risi nel '74, pubblicando coi tipi del Falorni di Livorno il suo Saggio sopra l'impunità legittima o l'asilo, contraddiceva il Beccaria che ogni asilo avrebbe voluto bandito, dimostrando che, alle origini, l'asilo sacro aveva il solo scopo dell'emenda del reo.

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Ultimo aggiornamento: 06 aprile 2008